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4/2/2021 Cesare Beccaria - Wikipedia

Cesare Beccaria
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«Se dimostrerò non essere la pena di morte né utile,


Cesare Beccaria
né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.»

(da Dei delitti e delle pene)

Cesare Beccaria Bonesana, marchese di Gualdrasco e


di Villareggio[1] (Milano, 15 marzo 1738 – Milano, 28
novembre 1794), è stato un giurista, filosofo, economista e
letterato italiano considerato tra i massimi esponenti
dell'illuminismo italiano, figura di spicco della scuola
illuministica milanese.

La sua opera principale, il trattato Dei delitti e delle pene, in cui


viene condotta un'analisi politica e giuridica contro la pena di
morte e la tortura sulla base del razionalismo e del
pragmatismo di stampo utilitarista, è tra i testi più influenti
della storia del diritto penale ed ispirò tra gli altri il codice
penale voluto dal granduca Pietro Leopoldo di Toscana. Marchese di Gualdrasco e di
Villareggio
Nonno materno di Alessandro Manzoni, Cesare Beccaria è In carica 1782 –
considerato inoltre come uno dei padri fondatori della teoria
1794
classica del diritto penale e della criminologia di scuola
liberale[2]. Predecessore Giovanni Saverio
Beccaria
Successore Giulio III Beccaria
Indice Nascita Milano, Ducato di
Biografia Milano, 15 marzo
Origini familiari e matrimonio 1738
L'Accademia dei Pugni e i primi lavori Morte Milano, Ducato di
La pubblicazione di Dei delitti e delle pene Milano, 28 novembre
Il viaggio in Francia e gli ultimi anni 1794

Il pensiero Sepoltura Cimitero della


La natura utilitaristica del pensiero di Beccaria Mojazza
Il rifiuto della pena di morte Dinastia Beccaria-Bonesana
L'avversione alla tortura Padre Giovanni Saverio
Il carcere preventivo Beccaria
Il carattere della sanzione Madre Maria Visconti di
Il diritto all'autodifesa: sul porto di armi Saliceto
Influenza Coniugi Teresa Blasco

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Citazioni e riferimenti Anna Barbò


Opere Figli Giulia
Raccolte di articoli Maria
Genealogia Giovanni Annibale
Margherita
Note
Giulio
Bibliografia
Religione Cattolicesimo
Voci correlate
Altri progetti
Collegamenti esterni

Biografia

Origini familiari e matrimonio

Cesare Beccaria nacque a Milano (allora appartenente all'impero asburgico), figlio di Giovanni Saverio di
Francesco e di Maria[3] Visconti di Saliceto, il 15 marzo 1738. Fu educato a Parma dai gesuiti e si laureò in
Giurisprudenza il 13 settembre 1758 all'Università degli Studi di Pavia. Il padre aveva sposato la Visconti
in seconde nozze nel 1736, dopo essere rimasto vedovo nel 1730 di Cecilia Baldroni.

Nel 1760 Cesare sposò Teresa Blasco contro la volontà del padre, che lo costrinse a rinunciare ai diritti di
primogenitura (mantenne però il titolo di marchese[4]); da questo matrimonio ebbe quattro figli: Giulia
(1762-1841), Maria (1766-1788), nata con gravi problemi neurologici e morta giovane, Giovanni Annibale
nato e morto nel 1767 e Margherita anch'essa nata e morta nel 1772.

Il padre lo cacciò anche da casa dopo il matrimonio, così dovette essere ospitato da Pietro Verri, che lo
mantenne anche economicamente per un periodo.

Teresa morì il 14 marzo 1774, a causa della sifilide o della tubercolosi. Beccaria, dopo appena 40 giorni di
vedovanza, firmò il contratto di matrimonio con Anna dei Conti Barnaba Barbò, che sposò in seconde
nozze il 4 giugno 1774, ad appena 82 giorni dalla morte della prima moglie. Da Anna Barbò ebbe un altro
figlio, Giulio.[5]

L'Accademia dei Pugni e i primi lavori

Il suo avvicinamento all'Illuminismo avvenne dopo la lettura delle Lettere persiane di Montesquieu e del
“Contratto sociale” di Rousseau, grazie ai quali si entusiasmò per i problemi filosofici e sociali ed entrò
nel cenacolo di casa Verri, dove aveva sede anche la redazione del Caffè, il più celebre giornale politico-
letterario del tempo, per il quale scrisse sporadicamente.

La pubblicazione di Dei delitti e delle pene

Dopo la pubblicazione di alcuni articoli di economia, nel 1764 diede alle stampe Dei delitti e delle pene,
capolavoro ispirato dalle discussioni in casa Verri del problema dello stato deplorevole della giustizia
penale. Inizialmente anonimo è un breve scritto contro la tortura e la pena di morte che ebbe enorme
fortuna in tutta Europa e nel mondo e in particolare in Francia.
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Contro le posizioni di Beccaria uscì, nel 1765 il testo Note ed osservazioni sul
libro intitolato Dei delitti e delle pene di Ferdinando Facchinei. Le polemiche
che ne seguirono contribuirono alla decisione di mettere il trattato di Beccaria
all'Indice dei libri proibiti nel 1766, a causa della distinzione tra peccato e
reato.

Il viaggio in Francia e gli ultimi anni

Nel 1766 Beccaria viaggiò poi controvoglia fino a


Parigi, e solo dietro l'insistenza dei fratelli Verri e
dei filosofi francesi desiderosi di conoscerlo. Fu
accolto per breve tempo nel circolo del barone
d'Holbach. La sua giustificata gelosia per la
moglie lontana e il suo carattere ombroso e
scostante, fecero sì che appena possibile tornasse
Frontespizio
a Milano, lasciando solo il suo accompagnatore
dall'edizione del 1780.
Alessandro Verri a proseguire il viaggio verso
La copia nella fotografia
era proprietà di John
l'Inghilterra.[5] Il carattere riservato e riluttante di
Adams, futuro
Beccaria, tanto nelle vicende private quanto nelle
pubbliche, ebbe nei fratelli Verri, e soprattutto in Dei delitti e delle pene,
Presidente degli Stati
Pietro, un fondamentale punto di appoggio e di 1765.
Uniti, di cui si legge il
nome scritto a mano, stimolo soprattutto quando iniziò ad interessarsi
con la data del 1780. allo studio dell'economia. Come Rousseau,
Beccaria era a tratti paranoico e aveva spesso sbalzi d'umore, la sua
personalità era abbastanza indolente e il carattere debole, poco brillante e non
portato alla vita sociale; ciò non gli impediva però di esprimere molto bene i concetti che aveva in mente,
soprattutto nei suoi scritti.[5]

Tornato a Milano nel 1768 ottenne la cattedra di Scienze Camerali (economia politica), creata per lui
nelle scuole palatine di Milano e cominciò a progettare una grande opera sulla convivenza umana, mai
completata.

Entrato nell'amministrazione austriaca nel 1771, fu nominato


membro del Supremo Consiglio dell'Economia, contribuendo alle
riforme asburgiche sotto Maria Teresa e Giuseppe II. Fu criticato per
questo dagli amici (tra cui Pietro Verri), che gli rimproveravano di
essere diventato un burocrate[6]. Gli studiosi, però, considerano
questi giudizi ingiusti dal momento che Cesare Beccaria si dedicò ad
importanti riforme, che richiedevano una notevole preparazione
intellettuale, non solo amministrativa. Fra queste ci fu la riforma
delle misure dello stato milanese, intrapresa prima di quella del
Antonio Perego, L'Accademia dei
sistema metrico decimale francese, e a cui Beccaria, insieme al
Pugni. Da sinistra a destra: Alfonso
fratello Annibale, dedicò quasi vent'anni della sua vita. (La riforma,
Longo (di spalle), Alessandro Verri,
notevolmente complessa, coinvolse alla fine solo il braccio milanese.
Giambattista Biffi, Cesare Beccaria,
Luigi Lambertenghi, Pietro Verri,
La successiva riforma dei pesi non fu mai realizzata.)[7]
Giuseppe Visconti di Saliceto
Il suo rapporto con la figlia Giulia, futura madre di Alessandro
Manzoni, fu conflittuale per gran parte della sua vita; ella era stata
messa in collegio (nonostante Beccaria avesse spesso deprecato i
collegi religiosi) subito dopo la morte della madre e lì dimenticata per quasi sei anni: suo padre non volle
più sapere niente di lei per molto tempo e non la considerò mai sua figlia, bensì il frutto di una relazione
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extraconiugale delle numerose che la moglie aveva avuto. Beccaria non si sentiva adeguato al ruolo di
padre, inoltre negò l'eredità materna alla figlia, avendo contratto dei debiti: ciò gli diede la fama di
irriducibile avarizia.[5] Giulia uscì dal collegio nel 1780, frequentando poi gli ambienti illuministi e
libertini. Nel 1782 la diede in sposa al conte Pietro Manzoni, più vecchio di vent'anni di lei: il nipote
Alessandro nacque nel 1785, ma pare fosse in realtà il figlio di Giovanni Verri, fratello minore di Pietro e
Alessandro, e amante di Giulia. Prima della morte del padre, Giulia abbandonò il marito, nel 1792, per
andare a vivere a Parigi insieme al conte Carlo Imbonati, rompendo i rapporti definitivamente col padre,
[5]
e temporaneamente anche con il figlio.

Beccaria morì a Milano il 28 novembre 1794, a causa di un ictus, all'età di 56 anni, e trovò sepoltura nel
Cimitero della Mojazza, fuori Porta Comasina, in una sepoltura popolare (dove fu sepolto anche
Giuseppe Parini) anziché nella tomba di famiglia. Quando tutti i resti vennero traslati nel cimitero
monumentale di Milano, un secolo dopo, si perse traccia della tomba del grande giurista. Pietro Verri,
con una riflessione valida ancora oggi, deplorò nei suoi scritti il fatto che i milanesi non avessero onorato
abbastanza il nome di Cesare Beccaria, né da vivo né da morto, che tanta gloria aveva portato alla città.
Ai funerali di Beccaria era presente anche il giovane nipote Alessandro Manzoni (che riprenderà molte
delle riflessioni del nonno e di Verri nella Storia della colonna infame e nel suo capolavoro, I promessi
sposi), nonché il figlio superstite ed erede, Giulio.[8]

Il pensiero
Beccaria fu influenzato dalla lettura di Locke, Helvetius, Rousseau e, come gran parte degli illuministi
milanesi, dal sensismo di Condillac. Fu influenzato anche dagli enciclopedisti, in particolare da Voltaire e
Diderot. Partendo dalla classica teoria contrattualistica del diritto, derivata in parte dalla formulazione
datane da Rousseau, che sostanzialmente fonda la società su un contratto sociale (nell'omonima opera)
teso a salvaguardare i diritti degli individui e a garantire in questo modo l'ordine, Beccaria definì in
pratica il delitto in maniera laica come una violazione del contratto, e non come offesa alla legge divina,
che appartiene alla coscienza della persona e non alla sfera pubblica[9]. La società nel suo complesso
godeva pertanto di un diritto di autodifesa, da esercitare in misura proporzionata al delitto commesso
(principio del proporzionalismo della pena) e secondo il principio contrattualistico per cui nessun uomo
può disporre della vita di un altro (Rousseau non considerava moralmente lecito nemmeno il suicidio, in
quanto non l'uomo, ma la natura, nella visione del ginevrino, aveva potere sulla propria vita, e quindi
tale diritto non poteva certamente andare allo Stato, che comunque avrebbe violato un diritto
individuale).

La natura utilitaristica del pensiero di Beccaria

Il punto di vista illuministico del Beccaria si concentra in frasi come «Non vi è libertà ogni qual volta le
leggi permettono che in alcuni eventi l'uomo cessi di essere persona e diventi cosa». Ribadisce come è
necessario neutralizzare l'«inutile prodigalità di supplizi» ampiamente diffusi nella società del suo
tempo. La tesi umanitaria, messa in risalto da Voltaire, è parzialmente da lui accantonata, in quanto
Beccaria vuole dimostrare pragmaticamente l'inutilità della tortura e della pena di morte, più che la loro
ingiustizia. Egli è infatti consapevole che i legislatori sono mossi più dall'utile pratico di una legge, che da
principi assoluti, di ordine religioso o filosofico[10]. Beccaria afferma infatti che «se dimostrerò non
essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell'umanità». Beccaria quindi si inserisce nel
filone utilitaristico: considera l'utile come movente e metro di valutazione di ogni azione umana.

L'ambito della sua dottrina è quello general-preventivo, nel quale si suppone che l'uomo sia
condizionabile in base alla promessa di un premio o di un castigo e, nel contempo, si ritiene che sussista
fra ogni cittadino e le istituzioni una conflittualità più o meno latente. Sostiene la laicità dello Stato.
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Adotta come metodo d'indagine quello analitico-deduttivo (tipico della


matematica) e per lui l'esperienza è da intendersi in termini fenomenici
(approccio sensista).

La natura umana si svolge in una dimensione edonistico-pulsionistica,


ovvero sia i singoli, sia la moltitudine, agiscono seguendo i loro sensi. In
poche parole l'uomo è caratterizzato dall'edonismo. Gli individui possono
essere paragonati a dei «fluidi» messi in movimento dalla costante ricerca
del piacere, intesa come fuga dal dolore. L'uomo però è una macchina
intelligente capace di razionalizzare le pulsioni, in modo da consentire la
vita in società; infatti certamente ogni uomo pretende di essere autonomo e
insindacabile nelle sue decisioni, ma si rende conto della convenienza della
vita sociale. Ma la conflittualità rimane e quindi bisogna impedire che il
cittadino venga sedotto dall'idea di infrangere la legge al fine di perseguire
il proprio utile a tutti i costi, pertanto il legislatore, da «abile architetto», Monumento a Cesare
deve predisporre sanzioni e premi in funzione preventiva; è necessario Beccaria, Giuseppe Grandi,
Milano
tenere sotto controllo i «fluidi», inibendo le pulsioni antisociali.

Tuttavia Beccaria sostiene che la sanzione deve essere sì idonea e sicura, a


garantire la difesa sociale, ma al contempo mitigata e rispettosa della persona umana.

«Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto
già commesso. Può egli in un corpo politico, che, ben lungi di agire per passione, è il tranquillo
moderatore delle passioni particolari, può egli albergare questa inutile crudeltà stromento del
furore e del fanatismo o dei deboli tiranni? Le strida di un infelice richiamano forse dal tempo
che non ritorna le azioni già consumate? Il fine dunque non è altro che d'impedire il reo dal far
nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali. Quelle pene dunque e quel
metodo d'infliggerle deve esser prescelto che, serbata la proporzione, farà una impressione più
efficace e più durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo.[11]»

Il rifiuto della pena di morte

«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e
puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini
dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio»

(Dei delitti e delle pene, cap. XXVIII)

La pena di morte, “una guerra della nazione contro un cittadino”, è inaccettabile perché il bene della
vita è indisponibile, quindi sottratto alla volontà del singolo e dello Stato.
Inoltre essa:

non è un vero deterrente


non è assolutamente necessaria in tempo di pace

Essa non svolge un'adeguata azione intimidatoria poiché lo stesso criminale teme meno la morte di un
ergastolo perpetuo o di una miserabile schiavitù: si tratta di una sofferenza definitiva contro una
sofferenza ripetuta. Ai soggetti che assistono alla sua esecuzione, inoltre, essa può apparire come uno

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spettacolo o suscitare compassione. Nel primo caso, essa indurisce gli


animi, rendendoli più inclini al delitto; nel secondo, non rafforza il senso
di obbligatorietà della legge e il senso di fiducia nelle istituzioni.

Questa condizione è assai più potente dell'idea della morte e spaventa più
chi la vede che chi la soffre; è quindi efficace ed intimidatoria, benché
tenue. In realtà così facendo viene sostituita alla morte del corpo la morte
dell'anima, il condannato viene annichilito interiormente. Tuttavia non è
la punizione fine a sé stessa l'obiettivo di Beccaria, ma egli utilizza questo
argomento dell'afflittività penale per convincere i governanti e i giudici, in
quanto il suo fine resta eminentemente rieducativo e risarcitivo (il
condannato non deve essere afflitto o torturato, ma deve riparare il danno
in maniera economico-politica, come previsto da una concezione
puramente utilitaristica e di giustizia anti-retributiva).[12]

Beccaria ammette che il ricorso alla pena capitale sia necessario solo
Illustrazione allegorica da Dei
quando l'eliminazione del singolo fosse il vero ed unico freno per
delitti e delle pene: la distogliere gli altri dal commettere delitti, come nel caso di chi fomenta
giustizia personificata
tumulti e tensioni sociali: ma questo caso non sarebbe applicabile se non
respinge il boia, con in mano
verso un individuo molto potente e solo in caso di una guerra civile.
una testa, e una spada.
Tale motivazione fu usata, per chiedere la condanna di Luigi XVI, da
Maximilien de Robespierre, il quale era inizialmente avverso alla pena
capitale ma in seguito diede il via ad un uso spropositato della pena di
morte e poi al Terrore; comportamenti del tutto inammissibili nel pensiero di Beccaria, che infatti prese
le distanze, come molti illuministi moderati, dalla Rivoluzione francese dopo il 1793.

L'avversione alla tortura

La tortura, “l'infame crociuolo della verità”, viene confutata da Beccaria con varie argomentazioni:

essa viola la presunzione di innocenza, dato che «un uomo non può chiamarsi reo fino alla sentenza
del giudice».
consiste in un'afflizione e pertanto è inaccettabile; se il delitto è certo porta alla pena stabilita dalle
leggi, se è incerto non si deve tormentare un possibile innocente.
non è operativa in quanto induce a false confessioni, poiché l'uomo, stremato dal dolore, arriverà ad
affermare falsità al fine di porre termine alla sofferenza.
è da rifiutarsi anche per motivi di umanità: l'innocente è posto in condizioni peggiori del colpevole.
non porta all'emenda del soggetto, né lo purifica agli occhi della collettività.

Beccaria ammette razionalmente l'afflizione della tortura nel caso di testimone reticente, cioè a chi
durante il processo si ostini a non rispondere alle domande; in questo caso la tortura trova una sua
giustificazione, ma egli preferisce comunque chiederne la totale abolizione, in quanto l'argomento
utilitario viene in questo caso sopraffatto comunque da quello razionale (il fatto che è ingiusto applicare
una pena preventiva, sproporzionata e comunque violenta).

Il carcere preventivo

Beccaria mostra dubbi e raccomanda cautela nella custodia cautelare in attesa di processo, attuata negli
ordinamenti penali solitamente in casi di pericolo di fuga, reiterazione o inquinamento delle prove, e alla
sua epoca assolutamente discrezionale e ingiusta.
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«Un errore non meno comune che contrario al fine sociale, che è l'opinione della propria
sicurezza, è il lasciare arbitro il magistrato esecutore delle leggi, d'imprigionare un cittadino, di
togliere la libertà ad un nemico per frivoli pretesti, e il lasciare impunito un amico ad onta
degl'indizi più forti di reità. La prigionia è una pena che per necessità deve, a differenza di ogni
altra, precedere la dichiarazione del delitto; ma questo carattere distintivo non le toglie l'altro
essenziale, cioè che la sola legge determini i casi, nei quali un uomo è degno di pena. La legge
dunque accennerà gli indizi di un delitto che meritano la custodia del reo, che lo assoggettano
ad un esame e ad una pena.[13]»

Può essere necessaria, ma essendo comunque una pena contro un presunto innocente, come la tortura
(concezione garantista della giustizia), non deve essere attuata tramite arbitrio di un magistrato o di un
ufficiale di polizia. La carcerazione dopo cattura e prima del processo è ammessibile solo quando ci sia,
oltre ogni dubbio la prova della pericolosità dell'imputato: «pubblica fama, la fuga, la stragiudiciale
confessione, quella d'un compagno del delitto, le minacce e la costante inimicizia con l'offeso, il corpo
del delitto, e simili indizi, sono prove bastanti per catturare un cittadino. Ma queste prove devono
stabilirsi dalla legge e non dai giudici, i decreti de' quali sono sempre opposti alla libertà politica,
quando non sieno proposizioni particolari di una massima generale esistente nel pubblico codice».[13]

Le prove dovranno essere quanto più solide quanto la prigionia rischi di essere lunga o pesante: «A
misura che le pene saranno moderate, che sarà tolto lo squallore e la fame dalle carceri, che la
compassione e l'umanità penetreranno le porte ferrate e comanderanno agli inesorabili ed induriti
ministri della giustizia, le leggi potranno contentarsi d'indizi sempre più deboli per catturare».[13]

Egli raccomanda inoltre la piena riabilitazione per la carcerazione ingiusta: «Un uomo accusato di un
delitto, carcerato ed assoluto, non dovrebbe portar seco nota alcuna d'infamia. Quanti romani accusati
di gravissimi delitti, trovati poi innocenti, furono dal popolo riveriti e di magistrature onorati! Ma per
qual ragione è così diverso ai tempi nostri l'esito di un innocente? perché sembra che nel presente
sistema criminale, secondo l'opinione degli uomini, prevalga l'idea della forza e della prepotenza a
quella della giustizia; si gettano confusi nella stessa caverna gli accusati e i convinti; perché la
prigione è piuttosto un supplizio, che una custodia del reo, e perché la forza interna tutrice delle leggi è
separata dalla esterna difenditrice del trono e della nazione, quando unite dovrebbono essere».[13]

Il carattere della sanzione

Beccaria indica come la sanzione deve possedere alcuni requisiti:

la prontezza ovvero la vicinanza temporale della pena al delitto


l’infallibilità ovvero vi deve essere la certezza della risposta sanzionatoria da parte delle autorità
la proporzionalità con il reato (difficile da realizzare ma auspicabile)
la durata, che dev'essere adeguata
la pubblica esemplarità, infatti la destinataria della sanzione è la collettività, che constata la non
convenienza all'infrazione
essere la «minima delle possibili nelle date circostanze»[14]

Secondo Beccaria, per ottenere un'approssimativa proporzionalità pena-delitto, bisogna tener conto:

del danno subito dalla collettività


del vantaggio che comporta la commissione di tale reato
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della tendenza dei cittadini a commettere tale reato

Non dev'essere comunque una violenza gratuita, ma dev'essere dettata


dalle leggi, oltre a possedere tutti i caratteri razionali citati, e sprovvista di
personalismi e sentimenti irrazionali di vendetta.

La pena è oltretutto una extrema ratio, infatti si dovrebbe evitare di


ricorrere ad essa quando si hanno efficaci strumenti di controllo sociale
(non deve inoltre colpire le intenzioni in maniera analoga al fatto
compiuto: ad esempio, l'attentato fallito non è paragonabile a uno
riuscito). Per questi motivi è importante attuare degli espedienti di
“prevenzione indiretta”, come ad esempio: un sistema ordinato della
magistratura, la diffusione dell'istruzione nella società, il diritto premiale
(premiare la virtù del cittadino, anziché punire solo la colpa), una riforma
economico-sociale che migliori le condizioni di vita delle classi sociali
disagiate. Beccaria si dichiara inoltre sospettoso verso il sistema delatorio
(cosiddetta collaborazione di giustizia), da usare solo per prevenire delitti Frontespizio di Scritti e lettere
importanti, in quanto incoraggia il tradimento e favorisce dei criminali rei inediti del 1910
confessi dando loro l'impunità.[15]

Per quanto riguarda l'istituto premiale nella pena già comminata, cioè le
amnistie e la grazia, essi possono essere usati ma con cautela: al
condannato che si comporta in maniera esemplare durante l'esecuzione
della pena o in casi specifici, ma solo in caso di pene pesanti, esse possono
essere concesse; suggerisce però di limitare la discrezionalità del
governante e del giudice, poiché egli teme che lo strumento della clemenza
venga usato per favoritismi, come nell'Antico Regime, eliminando anche
pene lievi a persone che siano potenti o vicini politicamente o
umanamente al sovrano: «La clemenza è la virtú del legislatore e non
dell'esecutor delle leggi», scrive infatti.[16]

Pertanto il fine della sanzione non è quello di affliggere, ma quello di


impedire al reo di compiere altri delitti e di intimidire gli altri dal
compierne altri, fino a parlare di "dolcezza della pena", in contrasto alla Cesare Beccaria, incisione
pena violenta: da Dei delitti e delle pene

«Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma
l'infallibilità di esse. La certezza di un castigo, benché moderato
farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un
altro più terribile, unito con la speranza dell'impunità; perché i
mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre gli
animi umani, e la speranza, dono celeste, che sovente ci tien
luogo di tutto, ne allontana sempre l'idea dei maggiori,
massimamente quando l'impunità, che l'avarizia e la debolezza
spesso accordano, ne aumenti la forza. L'atrocità stessa della
pena fa sì che si ardisca tanto più per schivarla, quanto è grande
il male a cui si va incontro; fa sì che si commettano più delitti, per
fuggir la pena di uno solo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Beccaria 8/14
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I paesi e i tempi dei più atroci supplicii furon sempre quelli delle
più sanguinose ed inumane azioni, poiché il medesimo spirito di
ferocia che guidava la mano del legislatore, reggeva quella del
parricida e del sicario. (...) Perché una pena ottenga il suo effetto
basta che il male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto,
e in questo eccesso di male deve essere calcolata l'infallibilità
della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe. Tutto il
di più è dunque superfluo e perciò tirannico.[17]»

Il diritto all'autodifesa: sul porto di armi

Il pensiero di Beccaria sul porto di armi, che egli riteneva un utile strumento di deterrenza del crimine, si
riassume nelle seguenti citazioni:

«Falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o
immaginario o di troppa conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e
l'acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di
portare armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai
delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi più sacre della umanità e le
più importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali
tanto facili ed impuni debbon essere le contravvenzioni, e l'esecuzione esatta delle quali toglie
la libertà personale, carissima all'uomo, carissima all'illuminato legislatore, e sottopone
gl'innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei? Queste peggiorano la condizione degli assaliti,
migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è
maggiore la confidenza nell'assalire i disarmati che gli armati. Queste si chiamano leggi non
prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione di alcuni fatti
particolari, non dalla ragionata meditazione degl'inconvenienti ed avantaggi di un decreto
universale»

Influenza
Anche Ugo Foscolo rileverà nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis che "le pene crescono coi supplizi".

L'opera ed il pensiero di Beccaria, inoltre, influenzarono la codificazione del Granducato di Toscana,


concretizzata nella Riforma della legislazione criminale toscana, promulgata da Pietro Leopoldo
d'Asburgo nel 1787, meglio conosciuta come "Codice leopoldino" col quale la Toscana divenne il primo
stato in Europa ad eliminare integralmente la pena di morte e la tortura dal proprio sistema penale.

Il filosofo utilitarista Jeremy Bentham ne riprenderà alcune idee.

Le idee del Beccaria stimolarono un dibattito (si pensi alle critiche che Kant gli mosse nella sua
Metafisica dei costumi[18]) ancora vivo e attuale oggi.

Citazioni e riferimenti
Nel 1837 venne realizzato un monumento a Cesare Beccaria, opera dello scultore Pompeo
Marchesi, posto sulla scalinata richiniana del palazzo di Brera.
https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Beccaria 9/14
4/2/2021 Cesare Beccaria - Wikipedia

Nel 1871 venne inaugurato un secondo monumento in marmo a


Milano (oggi piazza Beccaria); a causa del deterioramento, nel
1913 il monumento fu sostituito da una copia in bronzo.
Gli è stato dedicato un asteroide: 8935 Beccaria.
Il carcere minorile di Milano è a lui intitolato.
A lui è intitolato un prestigioso Liceo Classico milanese, il
Ginnasio Liceo Statale Cesare Beccaria (http://www.liceobeccari
a.it/).
A lui è dedicato uno dei 3 dipartimenti della Facoltà di
Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Milano.

Opere
Del disordine e de' rimedi delle monete nello Stato di Milano
nell'anno 1762 (1762)
Dei delitti e delle pene, München, 1764.
Monumento a Cesare Beccaria,
Dei delitti e delle pene, Livorno, Marco Cortellini, 1765. Milano
Dei delitti e delle pene, Harlem [i.e. Parigi?], [s.n.], 1766.
Dei delitti e delle pene, Harlem, Giovanni Claudio Molini,
1780.
Ricerche intorno alla natura dello stile (1770)
Elementi di economia pubblica (1804)

Raccolte di articoli

Gli articoli di Beccaria per Il caffè sono in: Gianni Francioni, Sergio Romagnoli (a cura di) «Il Caffè» dal
1764 al 1766, Collana «Pantheon», Bollati Boringhieri Editore, 2005 Due volumi,

Genealogia
Dati tratti da genealogia settecentesca della famiglia Beccaria[19] con indicazione della discendenza di
Cesare Beccaria.

Simone - «attese a negozi con prosperità gli anni 1557».


Gerolamo - «tesoriere di vari luoghi pii, uomo di molti trafici gli anni 1596». Sposò Isabella Busnata
di Giovanni Stefano.
Galeazzo - «I.C. causidico nel civile».
Francesco - «cassiere generale del Banco Sant'Ambrogio sino a morte ed agente del luogo Pio
della Carità». Sposò Anna Cremasca.
Filippo - «Successe al padre nel posto di cassiere suddetto, che poscia rinunciò e si fece
sacerdote».
Anastasia - «Monaca in Vigevano»
Giovanni - «Alla morte di suo padre ebbe un'entrata di scuti 5000 con che la trattò alla
cavalleresca». Sposò Maddalena Bonesana figlia di Francesco («rimaritata nel conte Isidoro
del Careto»).
Francesco - «Fece aquisto de sudetti feudi di Gualdrasco e Villareggio nel vicariato di
Settimo per istrumento 3 marzo 1705 rogato dal notaio Benag.a. Creato marchese nel 1711
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per cesareo diploma». Sposò Francesca Paribelli di Nicolò «da Sondrio nella Valtellina».
Giovanni Saverio (1697-1782) - Secondo marchese di Gualdrasco e di Villareggio.
Ereditò il cognome Bonesana del prozio Cesare Bonesana. Con decreto 21 dicembre
1759 entrò a far parte del patriziato milanese.[20] Sposò (1) nel 1730 Cecilia Baldironi
(1706-1731) (2) nel 1736 Maria Visconti di Saliceto (1709-1773)
(2) Cesare - Terzo marchese di Gualdrasco e di Villareggio. Sposò (1) nel 1761 Teresa
de Blasco (1745-1774) (2) nel 1774 Anna Barbò (1752-1803).
(1) Giulia (1762-1841) - Sposò nel 1782 Pietro Manzoni.
(1) Anna Maria Aloisia (1766-1788)
(1) Giovanni Annibale (1767-...)
(2) Margherita Teresa (1775-...)
(2) Giulio (1775-1858) - Quarto marchese di Gualdrasco e di Villareggio. Sposò nel
1821 Antonietta Curioni de Civati (1805-1866).
Due figlie
(2) Francesca Cecilia (1739-1742)
(2) Cesare Antonio (1740-1742)
(2) Maddalena (n. 1747) - Sposò (1) nel 1766 Giulio Cesare Isimbardi (1742 -1778) (2)
nel 1778 ... Tozzi.
(2) Annibale (1748-1805) - Sposò nel 1776 Marianna Vaccani (1756-1803).
(2) Francesco (1749-1856) - Sposò nel 1775 Rosa Conti (vedova Fè).
Carlo (1778-1835) - Sposò nel 1827 Rosa Tronconi (1800-1867)
Giacomo (1779-1854)
Filippo Maria - abate
Carlo
Teresa - monaca
Chiara - monaca
Nicola Francesco[21] (1702-1765) - Laureato in legge, membro del collegio dei giurisperiti
dal 1738, fu anche giudice a Milano e a Pavia.[22][23]
Giuseppe
Marianna
Ignazio
Anna Maria - Sposò un Cattaneo «fisico»
Gerolamo - «Canonico ordinario del Duomo»
Angiola - Sposò Alberto Priorino nel 1619

Note
1. ^ Il nome di «marchese di Beccaria», usato talvolta nella corrispondenza, si trova in molte fonti (tra
cui l'Enciclopedia Britannica) ma è errato: il titolo esatto era «marchese di Gualdrasco e di
Villareggio» (cfr. Maria G. Vitali, Cesare Beccaria, 1738-1794. Progresso e discorsi di economia
politica, Paris, 2005, p. 9. Philippe Audegean, Introduzione, in Lione, 2009, p. 9. )
2. ^ John Hostettler, Cesare Beccaria: The Genius of 'On Crimes and Punishments', Hampshire,
Waterside Press, 2011, p. 160, ISBN 978-1-904380-63-4.

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3. ^ Indicata come "Ortensia" in Pompeo Litta, Visconti, in Famiglie celebri italiane.


4. ^ Renzo Zorzi, Cesare Beccaria. Dramma della Giustizia, Milano, 1995, p. 53.
5. Pirrotta, art. cit
6. ^ C. e M. Sambugar, D. Ermini, G. Salà, op, cit..
7. ^ Emanuele Lugli, 'Cesare Beccaria e la riduzione delle misure lineari a Milano,' Nuova Informazione
Bibliografica 3/2015, 579-602., DOI:10.1448/80865. URL consultato l'11 dicembre 2015.
8. ^ Beccaria non riposa sul Lario (http://www.corrierecomo.it/?option=com_content&view=article&id=40
112%3Abeccaria-non-riposa-sul-lario&catid=29%3Acultura&Itemid=30)
9. ^ F.Venturi, Settecento riformatore, Einaudi, Torino, 1969
10. ^ Sambugar, Salà, Letteratura modulare, vol. I
11. ^ Dei delitti e delle pene, capitolo XII
12. ^ Cesare Beccaria, la scoperta della libertà, con Lucio Villari, Il tempo e la storia, Rai Tre
13. Dei delitti e delle pene, capitolo VI
14. ^ Dei delitti e delle pene, Capitolo XLVII
15. ^ Dei delitti e delle pene, Capitoli 38 e seguenti
16. ^ Dei delitti e delle pene, capitolo 46, Delle grazie
17. ^ Dei delitti e delle pene, capitolo 27
18. ^ I. Kant, La metafisica dei costumi, traduzione e note di G. Vidari, revisione di N. Merker, 10ª ed.,
Roma-Bari, Laterza, 2009 [1797], pp. 168-169, ISBN 978-88-420-2261-9.
«Il marchese Beccaria, per un affettato sentimento umanitario, sostiene [...] la illegalità di ogni
pena di morte: essa infatti non potrebbe essere contenuta nel contratto civile originario, perché allora
ogni individuo del popolo avrebbe dovuto acconsentire a perdere la vita nel caso ch'egli avesse a
uccidere un altro (nel popolo); ora questo consenso sarebbe impossibile perché nessuno può
disporre della propria vita. Tutto ciò però non è che sofisma e snaturamento del diritto».
19. ^ Teatro genealogico delle famiglie nobili milanesi, su Hispanic Digital Library.
20. ^ Felice Calvi, Il patriziato milanese, Milano, 1875, pp. 52-53.
21. ^ Nella genealogia settecentesca è indicato un Nicolò abbate.
22. ^ Pietro Verri, Scritti di argomento familiare e autobiografico, a cura di G. Barbarisi, Roma, 2003,
p. 118.
23. ^ Franco Arese, Il Collegio dei nobili Giureconsulti di Milano, in Archivio Storico Lombardo, 1977,
p. 162.

Bibliografia
Cesare Beccaria, Ricerche intorno alla natura dello stile, Milano, Società tipografica de' classici
italiani, 1822.
Cesare Beccaria, Scritti e lettere inediti, Milano, Hoepli, 1910.
Cesare Beccaria, Opere, I, Firenze, Sansoni, 1958.
Cesare Beccaria, Opere, II, Firenze, Sansoni, 1958.
Introduzione a Beccaria, Enza Biagini, Roma-Bari,Laterza, 1992
Antoine-Marie Graziani, Fortune de Beccaria, Commentaire 2009/3 (Numéro 127).

Voci correlate
Dei delitti e delle pene
Diritti umani

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Ergastolo
Tortura
Pena capitale
Del disordine e de' rimedi delle monete nello stato di Milano nel 1762

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Collegamenti esterni

Cesare Beccaria, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.


Cesare Beccaria, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Cesare Beccaria, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
Cesare Beccaria, su sapere.it, De Agostini.
(EN) Cesare Beccaria, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
Cesare Beccaria, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
(EN) Cesare Beccaria, su Find a Grave.
Opere di Cesare Beccaria, su Liber Liber.
Opere di Cesare Beccaria / Cesare Beccaria (altra versione), su openMLOL, Horizons Unlimited srl.
(EN) Opere di Cesare Beccaria, su Open Library, Internet Archive.
(EN) Audiolibri di Cesare Beccaria, su LibriVox.
(FR) Pubblicazioni di Cesare Beccaria, su Persée, Ministère de l'Enseignement supérieur, de la
Recherche et de l'Innovation.
Vita di C.Beccaria, su zam.it.
VIAF (EN) 71387114 (https://viaf.org/viaf/71387114) · ISNI (EN) 0000 0001 2102 2100 (htt
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