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UMANESIMO

Periodo storico le cui origini sono rintracciate dopo la metà del XIV secolo e culminato nel XV: tale
periodo si caratterizza per un più ricco e più consapevole fiorire degli studi sulle lingue e letterature
classiche, considerate come strumento di elevazione spirituale per l’uomo, e perciò chiamati, secondo
un’espressione ciceroniana, studia humanitatis.
Si parla di umanesimo filologico per distinguere, nel XIV e XV secolo, l’attività degli umanisti intesa
al recupero, allo studio, alla pubblicazione dei testi classici, dall’attività di quegli stessi umanisti intesa
più generalmente alla creazione letteraria e filosofica, all’elaborazione di una nuova civiltà.

➢ L’Umanesimo filologico
Intorno alla metà del XIV secolo, e per impulso soprattutto di F. Petrarca, gli studi classici assunsero un
carattere nuovo, il cui aspetto più appariscente fu la ricerca dei codici antichi. Si manifestò l’esigenza
di non contentarsi di quella parte della letteratura latina che era giunta sino allora per tradizione
scolastica e culturale ininterrotta, ma di recuperare anche la parte di essa che era stata dimenticata. Si
cercò, inoltre, di restituire le testimonianze della grecità che erano state sino allora trascurate. Si
accompagnò a questa ricerca lo sforzo di sostituire alla lingua latina, più o meno profondamente
corrotta durante il Medioevo, la lingua dei classici, cioè di recuperare la latinità anche come strumento
linguistico: il latino così diventò la lingua letteraria per eccellenza.
Anche l’Umanesimo greco, almeno come desiderio di avvicinarsi alla grecità, comincia da Petrarca e
da Boccaccio, il quale ultimo ospitò a Firenze (1360-62) il calabrese Leonzio Pilato e lo fece nominare
lettore di greco allo Studio: da lui i due amici ebbero facilmente la traduzione latina dei poemi omerici,
dalla quale gli studi greci in Occidente hanno il loro effettivo inizio.
Intanto, gli umanisti affinavano il loro latino, creando ex novo una grammatica e una stilistica della
lingua e sviluppavano la grande filologia umanistica della quale era già stato iniziatore Petrarca. I testi
da sempre conosciuti e quelli ora ritrovati erano corretti, interpretati, commentati dal punto di vista
linguistico, storico, archeologico; s’instaurava così una lettura critica ad alto livello, nella quale
consiste la più importante novità dell’Umanesimo.
➢ L’Umanesimo volgare
Essendo l’educazione dell’uomo la meta finale dell’Umanesimo, era naturale che presto o tardi, svanita
l’antistorica speranza di una resurrezione pura e semplice della lingua latina, ci si accorgesse che essa
non poteva essere raggiunta se non attraverso l’adozione della lingua da tutti parlata; era naturale
dunque che l’Umanesimo latino volgesse verso l’Umanesimo volgare. Ciò avvenne in Italia nella
seconda metà del Quattrocento. Ma occorreva che l’uso del volgare fosse sottratto all’arbitrio di ogni
scrivente e sottoposto a regole fisse. Questa gara diventa aperta e consapevole in Petrarca e in
Boccaccio, i quali intesero realizzare in volgare opere in tutto degne dell’antico; giunse poi a piena
maturazione nel secondo Quattrocento, accompagnando o causando il risorgere della poesia; ricevette
infine nel primo Cinquecento da P. Bembo la sua sistemazione nella teoria e nel concreto campo
grammaticale e stilistico.