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DIOTTO ALESSANDRA

UNIVERSITÀ STATALE DI MILANO


MATRICOLA N° 843670

CIVILTÀ BIZANTINA
9 CFU, PROF. DELLA VALLE

INTRODUZIONE ALLA STORIA BIZANTINA * RAVEGNANI

LA STORIA DI BISANZIO

La storia bizantina riguarda gli avvenimenti della parte orientale dell’Impero Romano, il termine è entrato nell’uso
corrente solo nell’età moderna in Occidente: da un lato fu usato per distinguere la storia dei romani d’Oriente da
quelli d’Occidente, dall’altro fu impregnato di negatività. Bizantino in Europa indica tutto ciò che è greco, lontano
dal Sacro Romano Impero, decadente e forzatamente elegante, inutile e insincero.
In realtà gli abitanti di Costantinopoli si ritenevano romani e si definivano, con la lettura greca, Romei o
Rhomaioi, abitanti della Rhomania, ovvero la terra contrapposta a quella di dominio barbaro. Così i turchi
definirono il loro dominio nelle terre dell’Impero Romano d’Oriente, sultanato di Rûm. Nelle bolle papali
dell’VIII secolo, la città di Costantinopoli e i territori a lei assoggettati, si trovano definiti come « imperium
grecorum », una forma dispregiativa che determina il carattere localistico e non ecumenico dell’Impero.
I termini « greco » e « ellenico » erano connessi con l’idea di paganesimo e considerati negativi fino alla
rivalutazione effettuata ad opera degli umanisti greci nel XIII secolo, a livello puramente culturale, e in Europa
grazie all’incontro tra i greci del sud Italia e i Fiorentini, da cui sarebbero scaturite le idee tipiche
dell’Illuminismo.
L’idea di romanità, in ogni caso, fu perpetuata per tutto il millennio bizantino: fu alla base del sistema politico dei
Bizantini. L’Impero fu considerato la prosecuzione di Roma e Costantinopoli « la nuova Roma », il cui diritto alla
sovranità era direttamente concesso da Dio. Alla concezione politica, infatti, si aggiunse un aspetto religioso che
completò in modo omogeneo l’ideale imperiale, definendo « l’aeternitas imperii » in quanto frutto di un disegno
divino.

La storia bizantina termina indubbiamente con la caduta di Costantinopoli per mano dei Turchi nel 1453, presa
che mise fine alla serie di imperatori. È difficile, tuttavia, stabilire l’inizio dell’età bizantina, in quanto la sua
storia si fonde in quella dell’Impero romano d’Occidente.
Si possono prendere in considerazione alcune date come inizio:
• 324 - inizio del governo di Costantino I come unico sovrano e costruzione di Costantinopoli
• 330 - inaugurazione della città di Costantinopoli, con riti pagani e cristiani.
A cui la critica contrappone la mancanza di un reale distacco dall’Impero romano d’Occidente, si voleva infatti
sottolineare la continuità con Impero anche durante la fondazione di Costantinopoli.
• 395 - alla morte di Teodosio I la due parti dell’Impero furono divise e non furono mai più riunite, si tratta
comunque di una forzatura perché il mondo romano era diviso in due amministrazioni ma giudicato unito
giuridicamente e civilmente dai suoi abitanti.
• 476 - la caduta dell’Impero romano d’Occidente tuttavia non provocò scalpore nei protagonisti del tempo,
abituati alle vacanze prolungate del trono occidentale.
• 565 - alla morte di Giustiniano I si esaurì la produzione legislativa classica, con il Corpus Iuris Civilis.
• 610 - Eraclio modificò la struttura dell’Impero e l’Islam iniziò a diffondersi nei territori orientali, definendo un
assetto più medievale.
• 717 - l’avvio dell’epoca iconoclastica.
Dunque, nell’impossibilità di sciogliere la complessità degli eventi, gli storici stabiliscono alcuni punti fermi: il IV
secolo è comunemente considerato la culla della civiltà bizantina, l’Impero non è creato ex novo ma frutto di una
evoluzione storica del dominio romano d’Oriente e si caratterizza di una struttura statale romana, di una forte
presenza della cultura greca e della preponderante componente cristiana.

L’assetto politico-amministrativo dell’impero bizantino del primo periodo ebbe origine dalle riforme di
Diocleziano (284-305), che tentarono di arginare il disfacimento del mondo antico alterandone la sua struttura:
• Il sovrano divenne un « dominus » perdendo così l’idea di « primus inter pares » che aveva caratterizzato il
monarca romano sino ad allora. Diocleziano assimilò le divinità alla propria figura, divenendo « dominus et
deus » e promuovendo l’adoratio ( o proskynesis, a Costantinopoli).
Con il trionfo dell’ideologia cristiana la divinità dell’imperatore sfumò in una più blanda immagine di « eletto
da Dio », che avrebbe poi costituito il fulcro della civiltà bizantina per quasi un millennio.
• L’amministrazione venne centralizzata al fine di rafforzare l’autorità imperiale, più volte minacciata durante il
III secolo. Furono limitate le autonomie periferiche e l’imperatore controllò, attraverso una struttura piramidale
(città, prefetture, diocesi e province), il territorio tramite dei funzionari di vario rango ( prefetto del pretorio,
vicario, funzionari municipali e curie).
• L’annona, fu la nuova tassa imposta, consisteva in una imposta fondiaria in natura sulla base della captatio-
iugatio. Era dovuta all’enorme deprezzamento della moneta verificatosi nel III secolo, in Oriente tuttavia già dal

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IV si denota una ripresa dell’economia monetaria con l’introduzione, ad opera di Costantino I, del solido o
nómisma, una moneta aurea.
• La separazione dell’autorità militare da quella civile e la riduzione dell’esercito in unità più piccole fu l’ultimo
passo verso la centralizzazione statale.
• Fu inoltre introdotto un sistema di successione al trono, che comunque ebbe breve durata, denominato
tetrarchia, in cui i due augusti in carica denominavano due cesari, o futuri successori, prima della propria morte,
in modo da evitare ogni equivoco.

DA ROMA A BISANZIO (324-610)

La crisi del sistema della tetrarchia fu evidente già a partire dal 307, quando sei augusti si contesero il treno
durante una serie di guerre civili, terminate solo nel 324 con la vittoria di Costantino I (324-337), che fu
proclamato cesare in Occidente già nel 306 dal padre Costanzo Cloro e divenne unico Imperatore nel 324, dopo
aver sconfitto Licinio.
Costantino I è famoso per aver emanato un editto di tolleranza verso la comunità cristiana nel 313 a Milano e per
aver inaugurato la città di Costantinopoli, dopo averla restaurata dotandola di mura, un palazzo imperiale e molti
edifici sacri e profani, l’11 maggio 330.
Costantino concepì la sua città come una capitale Orientale, non separata o contrapposta a Roma, come poi
sarebbe stata, non mirava effettivamente a rompere la tradizione con il resto dell’Impero.
La posizione strategica di Costantinopoli le consentiva di sorvegliare le vie di invasione nei balcani e di sbarrare
l’accesso alle regioni dell’Asia Minore, inoltre la rendeva il fulcro dei commerci tra Mediterraneo e Mar Nero,
producendo così un progressivo spostamento del baricentro imperiale da Occidente verso Oriente.
Dal punto di vista istituzionale, Costantinopoli fu assimilata a Roma in diverse fasi:
• Un senato con analoghe funzioni a quello Romano fu istituito tra il IV e il V secolo: era già funzionante nel 340,
sotto Costanzo II, ed aveva una grande influenza in quanto aveva il diritto di ratificare il successore al trono
quando era già scelto o di sceglierlo in caso di morte senza eredi.
Accanto al Senato operava il Sarcrum Consistorium, un consiglio ristretto composto da alcuni membri
permanenti, i comites, e da altri eletti dall’imperatore.
L’aristocrazia bizantina era composta dalla nobiltà dei funzionari e si mantenne per tutto il millennio, in
conseguenza della forte impronta burocratica dell’impero romano. L’appartenenza a tale classe e il relativo
titolo, infatti, non erano ereditari e si estinguevano con la morte del titolare.
I bizantini attribuirono sempre una grande importanza al rango: fin dal tardo antico elaborarono un complesso
sistema di precedenze, che regolava nei minimi dettagli l’etichetta di corte e produsse una serie di
manifestazioni visive e religiose legate alla straordinarietà con cui si considerava la mistica figura imperiale.
• Nello stesso periodo fu istituito un prefetto come magistrato civico, che evitava a Costantinopoli come a Roma,
di essere soggetta ad un prefetto del pretorio.
• Inoltre divenne anche sede ecclesiastica preminente e, a partire dal 451, il Concilio di Caledonia stabilì
l’eguaglianza tra le due sedi episcopali.
La libertà di culto accordata ai cristiani condusse ad una veloce affermazione della nuova religione, con una
rapida integrazione all’interno delle strutture politiche in Oriente. L’affermazione del cristianesimo causò un
profondo dissidio con il superstite elemento pagano e vide lo sviluppo di forti contrasti all’interno della chiesa
stessa, derivati dalla diffusione di teorie ereticali e dalle linee dogmatiche imposte di volta in volta dai concili.
La novità rappresentata dal cristianesimo all’interno della vita pubblica e politica si può constatare già con il
Concilio ecumenico di Nicea del 325, che pose le basi dell’ortodossia e segnò l’inizio dell’indissolubile rapporto
tra stato e religione.
Questo concilio in un primo momento mise al bando le dottrine ariane a favore della consustanzialità, ovvero della
perfetta identità tra Padre e Figlio, salvo poi ricredersi nel 359 sotto Costanzo II. L’ortodossia nichela fu
riconfermata comunque dal secondo concilio nel 381.

A Costantino succedettero i figli: Costanzo II (337-361), che ottenne il governo d’Oriente e, dopo aver spodestato
l’usurpatore Magnesio, divenne unico imperatore a seguito della morte dei fratelli. Morì nel 361, mentre era in
lotta col cugino Giuliano (361-363) che, dopo essere stato acclamato augusto dalle sue truppe, si mosse verso
Oriente per scontrarsi con Costanzo, il quale non aveva accettato il suo ruolo.
Non appena giunto a Costantinopoli, dopo la morte del cugino, il nuovo sovrano avviò una politica di
restaurazione del paganesimo e una profonda moralizzazione della vita pubblica: soppresse i privilegi accordati al
clero cristiano da Costantino, fece riaprire o ricostruire i templi distrutti e istituì un clero pagano sul modello di
quello cristiano.
Giuliano morì combattendo i Persiani, che aveva attaccato nel loro territorio, e con lui si esaurì anche la dinastia
di Costantino. Gioviano (363-364), che gli succedette, ritirò le truppe dalla Persia concludendo una pace onerosa
e, una volta rientrato a Costantinopoli, non proseguì la politica filo-pagana di Giuliano. Morì improvvisamente
lasciando il trono vacante.
Pochi mesi dopo in occidente Valentiniano I fu eletto dall’esercito e lui divise l’Impero con il fratello Valente.
Durante il regno di Valente (364-378) il territorio romano fu insediato dai Visigoti che, spinti dagli Unni, chiesero
di potersi stabilire entro i limes, Valente accordò questo permesso pensando di poterli sfruttare a proprio
vantaggio. La situazione divenne tesa, producendo una serie di rivolte tra i Visigoti contro i funzionari imperiali, e

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raggiunge l’apice quando Valente decide di affrontarli in prima persona muovendo da Costantinopoli. La battaglia
di Adrianopoli nel 378 fu disastrosa e costò anche la vita all’imperatore.

La sede di Costantinopoli restò vacante per qualche mese, fino a quando Graziano, in Occidente, scelse come
augusto d’Oriente Teodosio (379-395), un generale spagnolo.
Teodosio I tentò di rimettere in piedi un esercito applicando una rigorosa coscrizione ma non ottenne le forze
necessarie per sottomettere i Visigoti, ai quali dovette concedere la piena autonomia rendendoli foederati, ovvero
alleati militari, dell’Impero. Questo accordo scongiurò solo temporaneamente la minaccia visigota, che riprese in
seguito, fino a portare al crollo della metà occidentale.
L’Occidente romano cadde in preda alle contese dinastiche con l’uccisione di Graziano nel 383, a opera di Magno
Massimo, Teodosio fu costretto a intervenire, sconfiggendo l’usurpatore. Ancora una volta fu costretto a tornare in
occidente, circa tre anni dopo, quando Valentiniano II fu assassinato da Arbogaste e rimpiazzato da Eugenio: il
sovrano orientale ottenne una vittoria definitiva nel 394 a Frigido e riunificò per l’ultima volta lo stato romano,
rendendo Costantinopoli capitale permanente.
Teodosio fu un convinto sostenitore della fede nichela e sotto il suo regno l’influsso del cristianesimo crebbe
notevolmente: la politica antipagana riprese con vigore, fu soppresso il titolo di potifex maximus, furono chiusi i
templi e, nel 392, fu vietata ogni forma di culto pagana.

Teodosio inaugurò in Oriente l’usanza di associarsi al trono come augusti i propri figli, rendendo il titolo di
Imperatore ereditario ed evitando così i vuoti di potere. Il rischio maggiore fu rappresentato dal fatto di dover
talvolta lasciare il governo nelle mani di imperatori minorenni e, quindi, assoggettato al controllo dei loro
reggenti.
Quando Teodosio morì salirono effettivamente al potere Arcadio (395-408) in Oriente e Onorio, ancora
minorenne, in Occidente sotto la tutela del magister militum semibarbaro Stilicone.
Arcadia fu un sovrano di modeste capacità e subì l’influsso prima del prefetto del pretorio Rufino e poi della
volitiva moglie Eudossia, responsabile anche della cacciata del vescovo di Costantinopoli, Giovanni Crisostomo,
nel 403 a causa della sua forte critica all’eccesso di lusso della corte.
La controversia sul vescovo Giovanni, difeso in Occidente da Onorio, fu anche uno degli aspetti dei difficili
rapporti tra Oriente Occidente, messi a dura prova anche dalla crisi seguita alla ribellione dei Goti in Tracia che,
violando l’accordo preso con Teodosio I, sotto la guida di Alarico devastarono la regione fino a spingersi sotto le
mura di Costantinopoli. Oltre a questo era da aggiungersi la preoccupazione della pars orientis per la possibile
espansione dell’egemonia di Silicone verso Oriente, mediante il controllo delle diocesi di Macedonia e Tracia.
L’ostilità del governo Orientale si fece avvertire in tutta la sua evidenza quando, al momento della sollevazione
dei visigoti, di fronte all’inerzia di Costantinopoli, il magister militum occidentale decise di muovere l’esercito per
porre fine all’avanzata gota in Grecia: Costantinopoli ordinò ai soldati d’Oriente di ritirarsi e Silicone fu costretto
ad ubbidire, lasciando procedere i Goti indisturbati fino al Peloponneso.
Arcadia strinse addirittura un’alleanza con Alarico in funzione anti-occidentale: lo fece stanziare in Illirico dopo
avergli concesso il titolo di magister militum per Illyricum. Nel 401 Alarico si mosse alla volta dell’Italia dove fu
sconfitto da Silicone l’anno successivo. Tuttavia, nel 410 Alarico riuscì ad aprire una breccia nelle difese
occidentali, arrivando fino a saccheggiare Roma per la prima volta nella storia.
Alla sua morte, nel 412, il cognato Ataulfo lasciò la penisola italiana per stanziarsi in Gallia.
L’allontanamento dei Visigoti dall’Impero è da considerarsi un successo diplomatico del regno di Arcadio: con
questo, fu raggiunto anche un altro risultato positivo quando fu messo un freno alla germanizzazione dell’esercito
con l’eliminazione di Gainas nel 339.
Alla morte di Arcadio, il potere passo nelle mani del figlio Teodosio II (408-450), sotto la reggenza della brillante
e cristianissima sorella Pulcheria, proclamata augusta nel 414, che mantenne su Teodosio un’influenza forte anche
negli anni della maturità, esercitando effettivamente il potere supremo e determinando un nuovo assetto, rigido e
profondamente religioso, della corte.
Al regno di Teodosio è legata una seconda figura femminile di grande forza, quella di Atenaide-Eudocia, che fu
sposa imperiale e ispiratrice della restaurazione dell’università di Costantinopoli, che permise alla città di
affermarsi come grande centro culturale.
Sotto Teodosio II e Pulcheria la politica antipagana fu acuita: nel 435 gli ultimi templi furono convertiti in chiese e
fu stabilito l’esilio con confisca a chi avesse praticato sacrifici.
Sotto il suo regno fu ampliata la cinta muraria della città e fu promulgato, nel 438, il Codex Thodosianus, una
raccolta contenente tutte le leggi imperiali fino ad allora emanate col fine di porre un freno alla confusione. Il
codice fu in realtà emesso anche a nome di Valentinian III, riaffermando simbolicamente e idealmente un’unità
delle due parti ormai profondamente deteriorata anche dalla dismissione della pratica di inviare da una parte
all’altra le leggi prima di farle effettivamente entrare in vigore.
In questo periodo si inasprì anche la serie di controversie che riguardavano la definizione del dogma cristiano, in
particolare legate alla Cristologia. La prima eresia che si diffuse nel V secolo fu il nestorianesimo, secondo cui in
cristo convivevano due nature distinte, umana e divina, e che Dio avesse scelto Maria come proprio « vaso ».
Questa tesi, smentita durante il terzo concilio ecumenico di Efeso nel 431, fu in competizione con quella
monofista, secondo cui in Cristo esisteva la sola natura divina.
Il ripristino dei normali rapporti con l’Occidente non poté comunque sottrarlo dallo sfacelo: i barbari avevano
ormai sottratto gran parte del territorio. Il problema più pressante fu rappresentato dagli Unni di Attila che,
rovesciatesi prima su Oriente, dopo avervi spinto di Visigoti all’interno, affollarono la zona danubiana e, nel 441,
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saccheggiarono l’Illirico e la Tracia, rompendo i patti di non aggressione stipulati con Costantinopoli in
precedenza. Dopo una seconda aggressione nel 447, Attila scelse di portare il proprio esercito verso occidente,
sfruttando la debolezza prodotta dal disgregamento delle forze imperiali.
Ezio, il magister militum, riportò l’ultima grande vittoria romana nel 451 presso i Campi Catalunici, costringendo
gli Unni alla ritirata. Alla morte di Attila, nel 453, l’impero Unno si disgregò rapidamente.
In politica estera, Teodosio II dovette anche affrontare due guerre contro i Persiani, tra il 421-422 e il 441-442.

Teodosio II morì nel 450 e il trono fu occupato prima da Marciano (450-457), un ex tribuno militare, e poi da
Leone I (457-474), assoggettati al controllo dell’alano di fede ariana Aspar.
Leone fu meno docile ai voleri di Aspar e seppe, intorno al 466, cogliere un’occasione per limitarne il potere
alleandosi con gli Isauri, una popolazione semibarbarica, nella persona di Tarasicodissa. Lo stesso sarebbe poi
diventato imperatore sotto il nome di Zenone alla morte di Leone I, contendendosi il trono con Basilisco. Il
contrasto interno della corte Orientale fu uno degli elementi che condussero l’Occidente alla caduta, furono
effettuati pochi e sporadici tentativi di salvaguardare la pars occidentis.
Sotto Marciano fu convocato il concilio di Calcedonia, nel 451, che stabilì l’eguaglianza delle sedi episcopali di
Roma e Costantinopoli e condannò il monofismo. Questo fattore rappresenta il punto di arrivo e
dell’assimilazione del potere della « nuova Roma » dal punto di vista istituzionale e religioso.
Zenone (474-475 e 476-491) esercitò fin dal principio un’autorità molto precaria e dovette fronteggiare una lunga
serie di ribellioni, tra cui la congiura di corte di Basilisco (475-476), che lo costrinse alla fuga da Costantinopoli.
Nello stesso periodo, in Occidente, fu deposto nel 476 l’ultimo imperatore Romolo Augustolo: l’impotenza di
fronte alla crisi del governo di Ravenna fu compensata a Bizanzo con la definitiva chiusura della questione
germanica, che completò il processo lasciato interrotto da Leone I con l’uccisione di Aspar e del figlio Ardabur
nel 471. Oltre a questo vi fu il definitivo stanziamento degli Ostrogoti di Teodorico in Italia nel 488 che liberò
definitivamente l’impero orientale dalla presenza barbara.
Questo periodo del regno fu segnato anche dallo scisma di Acacio a seguito della scomunica da parte di Leone III,
che sarebbe durato una trentina d’anni e che avrebbe ulteriormente compromesso i rapporti tra le due sedi
episcopali.
Alla morte di Zenone, Ariadne, l’imperatrice scelse come successore Anastasio I (491-518), un anziano
funzionario di corte che risanò le finanze della corte lasciando un’enorme riserva di denaro pubblico, pur dovendo
sostenere alcune guerre contro gli Isauri, ribellatisi, e contro i Bulgari, che avevano invaso le province balcaniche
nel 502.

Poiché Anastasio I non aveva lasciato eredi, in assenza di un’imperatrice, il collegio senatoriale scelse Giustino I
(518-527), un anziano militare di origine illirica, che rovesciò la politica del predecessore deponendo quasi tutti i
vescovi monofisiti e ripristinando i rapporti con la Chiesa di Roma, ponendo così fine allo scisma di Acacio.
Non avendo figli, scelse di adottare il nipote Pietro Sabbazio, che sarebbe salito al trono nel con il nome di
Giustiniano I (527-565). Giustiniano, che era stato magister militum praesentalis, console, patrizio e infine
nobilissimo; assunse il trono augusto nel 527 sebbene pare che gestisse attivamente la cosa pubblica da molto
prima, sostituendo lo zio ormai affetto da demenza senile. Accanto a Giustiniano I regnò l’imperatrice Teodora,
una donna energica e colta.
Con Giustiniano I si rinnovò profondamente il vecchio impero portandolo a una considerevole potenza dopo la
crisi del V secolo. Fu messo in atto un ambizioso programma di riconquista dei territori appartenuti all’Occidente
romano, recuperandone con costose guerre quasi un terzo. Questo fu dettato sia dall’orgoglio romano di
Giustiniano che dall’insieme di concezioni mistico-politiche legate alla sovranità bizantina, che riconoscevano in
questa missione un compito affidato da Dio.
La riconquista dell’Italia è anche denominata guerra gotica o greco-gotica, il più cruento episodio bellico del
periodo giustinianeo. Ebbe inizio nel 535 con lo sbarco in Sicilia, il saccheggio di Napoli e la riconquista di Roma
da parte di Belisario, che nel 540 riuscì anche a raggiungere e impossessarsi di Ravenna.
Una serie di contrattacchi resero questo conflitto frammentario, caratterizzato da una serie di operazioni e contro
operazioni. Tuttavia, nel 554, Giustiniano emanava la Prammatica Sanzione, con cui ristabiliva il dominio
imperiale sull’Italia.
Il processo di decadenza innescatosi dopo l’invasione dei Visigoti non fu frenato dalla riconquista imperiale, le
guerre gotiche portarono solo altra morte e furono seguite da carestie ed epidemie, che contribuirono al
progressivo regresso demografico. Oltre a questo è da segnalare la riduzione dell’aristocrazia senatoria, costretta a
fuggire o sterminata dai Goti, simbolo di una continuità con il mondo antico.
Insieme all’Italia fu recuperata l’Africa romana. Nel 534 Giustiniano riorganizzò l’amministrazione civile e
militare dello Stato: l’ordine civile fece capo ad un prefetto del pretorio e quello militare ad un magister militum.
Il rovescio della medaglia delle grandi, e parzialmente gloriose, guerre di conquista giustiziante fu rappresentato
dalle guerre difensive contro i Persiani in Oriente e contro i vari invasori della penisola balcanica: esauritasi la
pace perpetua, Giustiniano fu costretto a versare un ingente tributo. La rinnovata pace fu comunque di breve
durata.
L’assolutismo giustinianeo e l’inasprimento fiscale dovuto alla dispendiosa politica espansionistica furono la
causa di un forte malcontento, venuto alla luce clamorosamente nel 532 con la rivolta di Nika, la rivolta popolare
che vide i Verdi e gli Azzurri, sezioni dell’Ippodromo, schierati contro l’imperatore. Furono bruciate la chiesa di
Santa Sofia, il palazzo imperiale e altre costruzioni vicine. I moti popolari si esaurirono quando Teodora e
Belisario passarono al contrattacco, prima che Giustiniano fosse corretto a fuggire.
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Il punto più alto dell’attività riformatrice di Giustiniano fu senza dubbio raggiunto attraverso la promulgazione
della raccolta di leggi. L’assenza di una raccolta ufficiale di leggi rendeva assai ardua l’attività di giudici e
avvocati, in passato l’unico tentativo per ovviare a tale carenza era stato fatto con il codice di Teodosio II.
Nel 528, pertanto, Giustiniano nominò una commissione di giuristi incaricata di raccogliere tutta la legislazione e
ordinarla, fu questo il primo passo per la riforma del diritto portata a compimento nel 529 e il 534.
La raccolta giustinianea prende attualmente il nome di Corpus Iuris Civilis e si articola in quattro parti:
• Codex Iustinianus, contenente tutte le leggi imperiali a partire dal II secolo fino a quel momento.
• Institutions, un manuale contenente i principi fondamentali utilizzato per impartire l’insegnamento del diritto
nelle università.
• Digesto, con i responsi dei maggiori giureconsulti romani
• Novelle, raccolta delle leggi nuove emesse dopo la pubblicazione del codice.
Insieme alla stesura del Codice, Giustiniano avviò una serie di ampie riforme amministrative nell’intento di
risolvere il problema della tradizionale corruzione dell’apparato pubblico, che aveva causato fino ad allora una
cattiva gestione. Nel 535 il suffragio, che consentiva l’acquisto delle cariche, fu abolito,
Nella politica di rinnovamento dell’impero si inquadrava anche un’ampia attività edilizia, civile e militare. Il più
grande progetto voluto dai coniugi imperiali fu la ricostruzione di Santa Sofia nel 537, il più importante edificio
della città giunto, con qualche modifica, fino a noi.
In questo periodo fiorirono anche la letteratura e la storiografia.
Anche in materia religiosa Giustiniano si adoperò con energia per raggiungere un’unità almeno di facciata,
perseguitando con durezza tutte le eresie e le religioni non cristiane, a partire dal 527 inasprì la legislazione contro
i pagani e ordinò la chiusura di tutti i templi rimasti. Di particolare importanza fu la chiusura della scuola
filosofica di Atene, baluardo della cultura pagana fino ad allora tollerata, nel 529.
Con il concilio ecumenico quinto di Costantinopoli nel 553 vennero condannati i Tre Capitoli, opere di tre teologi
orientali considerate eresie.

Nel quarantennio che seguì la morte di Giustiniano si avvicendarono al trono quattro imperatori, che dovettero far
fronte alla pesante eredità culturale, economica e politica lasciata dal precedente imperatore.
• Giustino II (565-578)
• Tiberio I (578-582)
• Maurizio (582-602)
• Foca (602-610)
Il buco finanziario lasciato dalle guerre di espansione e difensive fu quasi impossibile da risanare e la stessa
riconquista dell’Occidente si rivelò molto fragile. Negli stessi anni l’impero di Bisanzio attraversò una crisi
profonda, i cui primi sintomi si erano già fatti avvertire alla fine regno di Giustiniano con il sostanziale fallimento
delle riforme e la disgregazione del dispositivo militare.
L’Africa fu agitata dalle rivolte indigene, l’Italia fu invasa dai Longobardi e in Spagna una controffensiva visigota
non tardò ad arrivare. Per far fronte all’esercito longobardo i Bizantini si allearono con i Franchi, intervenuti più
volta in Italia.
Una figura interessante e misteriosa che si sviluppò in questo periodo fu quella dell’esarca d’Italia o di Ravenna,
ovvero una carica attorno a cui ruotavano i poteri del magistri militum, del duces, dei tribuni e investito della
dignità di patrizio, che esercitava il proprio potere su tutti i dominii italici (litorale ligure, Istria, Venezia, Emilia-
Romagna, Pentatpoli, l’abruzzese, il ducato di Perugia, il ducato di Roma, quello di Napoli e le province
dell’Apulia), ad esclusione di Sicilia e Sardegna.
Anche sul fronte balcanico i quattro imperatori si trovarono a dover affrontare l’invasione delle popolazioni slave,
come gli Avari, che si insediarono ai danni di Grecia, Macedonia e Tracia, conquistando Sirmio nel 581. Malgrado
il tentativo pacificatore di Tiberio I, che si impegnò a versare loro un tributo in cambio della ritirata, la progressiva
slavizzazione della penisola balcanica fu inevitabile e le vittorie imperiali riportate furono effimere.
Con la persia i rapporti furono sempre tesi e, sebbene furono firmate diverse paci nel corso del tempo, la guerra
durò più di vent’anni. Nel 591 la situazione sembrò volgere a favore di Bisanzio, il nuovo re persiano si trovò a
fuggire dal proprio paese a causa di una rivolta interna chiedendo sostegno all’Imperatore e permettendo
all’esercito bizantino di ottenere una serie di vittorie. Tuttavia, appena Cosroe II riacquistò il potere, atteggiandosi
a vendicatore del erano assassinato, invase nuovamente Armenia e Mesopotamia sconfiggendo gli eserciti
imperali.