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MANFREDI MERLUZZI

Il Perù del viceré Francisco de Toledo:


l’affermazione di uno spazio politico cortigiano

1. La corte nel Perù toledano: un’assenza significativa

Il governo del quinto viceré della Nuova Castiglia, don Francisco de


Toledo y Figueroa, segna indubbiamente una tappa decisiva nella conclu-
sione del processo di transizione da una prima fase, che possiamo conside-
rare essenzialmente legata alla conquista del Perù, a una successiva che può
essere ritenuta come l’epoca di consolidamento della presenza castigliana
nel mondo andino. Il lungo periodo di amministrazione toledana si estende
su un arco cronologico di circa dodici anni, dal 1569 al 1581. Si tratta dun-
que di un arco di tempo rilevante, che supera ampiamente i tre anni che la
Corona, al momento della creazione dell’istituzione vicereale nelle Indie,
considerava il lasso di tempo adeguato per la permanenza di un viceré nel-
la sua sede americana.1 Inoltre, la durata del viceregno toledano sopravanza
ampiamente anche la somma del periodo di governo di tutti i suoi quattro
predecessori, collocandosi tra i mandati di governo più lunghi fra i ministri
della Corona di Castiglia nelle Americhe. Tuttavia, l’aspetto cronologico
inteso come fattore assoluto non è l’elemento di per sé più significativo: bi-
sogna infatti considerare che l’amministrazione toledana in Perù si colloca
all’intersezione di diversi passaggi importanti e momenti problematici per
la Monarquía Hispana, aspetto che le conferisce indubbiamente un partico-

1. J. Lalinde Abadía, El régimen virreino-senatorial en Indias, in «Anuario de Histo-


ria del Derecho Español», 37 (1967), pp. 5-244; A. Bermúdez, La implantación del régimen
virreinal en Indias, in F. Barrios (a cura di), El Gobierno de un mundo. Virreinatos y Audien-
cias en la América Hispánica, Cuenca 2004, pp. 275-276. Si veda anche il recente studio di
A. Cañeque, The King’s Living Image. The Culture and Politics of Viceregal Power in Co-
lonial Mexico, New York 2004.
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lare interesse e la capacità di essere assunta come elemento periodizzante


nella storia peruviana. Infatti, l’analisi dell’azione di governo di Francisco
de Toledo può essere posta in relazione con una serie di avvenimenti e di-
namiche che si sviluppano sia nella madrepatria che in diverse aree sogget-
te al dominio spagnolo, oltre ovviamente a quelle del vicereame peruviano:
per poter comprendere appieno la complessità del mondo andino in questa
fase di transizione dalla conquista al dominio della Corona, dobbiamo, par-
tire da questa fase cruciale, tenendo in considerazione le reciproche interre-
lazioni tra gli avvenimenti delle due sponde dell’Atlantico.
Queste considerazioni ci spingono a scegliere, per un’analisi della ge-
nesi e dello sviluppo del fenomeno cortigiano nel vicereame peruviano del
XVI secolo, proprio l’epoca del governo toledano, nel tentativo di eviden-
ziare il ruolo della corte in questo momento che può essere considerato de-
cisivo per l’instaurazione e il rafforzamento di un modello di dominio e di
sfruttamento coloniale da parte della Corona di Castiglia nei territori andini.
Nel periodo che va dal 1569 al 1581 abbiamo non solo la definitiva
sconfitta della resistenza indigena alla conquista spagnola, guidata dagli
inca dissidenti fuggiti nella regione di Vilcabamba, dove diedero vita al co-
siddetto Stato “neo-inca”, ma anche la definizione di nuovi equilibri di po-
tere corrispondenti a nuovi assetti economici, politici e sociali. Per la “paci-
ficazione” del vicereame furono necessari non solo fermi e risoluti interven-
ti legislativi, ma anche un’intelligente opera di mediazione che permise alla
Corona di gestire, con risorse tutto sommato relativamente scarse, un terri-
torio di dimensioni molto superiori a quella della somma di diversi possedi-
menti europei, collocato a una considerevole distanza e abitato prevalente-
mente da popolazioni indigene culturalmente e politicamente molto diverse.
Per consentire una migliore rappresentazione simbolica e fisica del potere
della Corona, che si manifestava sempre attraverso l’alter ego del sovrano,
il viceré, ma anche attraverso le diverse istituzioni e figure di gobierno e di
justicia, in quest’epoca si porta a compimento la costruzione dello spazio
urbano di Lima, concepito come sede di una vera capitale vicereale, sul mo-
dello delle altre capitali europee soggette al dominio spagnolo.
È indubbio che la Corona abbia compiuto in questa fase un notevole
sforzo per collocarsi come fattore centrale nella vita politica ed economica
del mondo andino e nello sfruttamento delle sue risorse, ma bisogna anche
considerare l’impegno profuso per intensificare l’evangelizzazione delle
popolazioni indigene e condurle ad accettare modelli culturali europei.
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Se, dunque, questa fase di pacificazione e di costruzione di una nuova


società si rese possibile, fu perché si riuscì a trovare una convergenza di in-
teressi che andò oltre l’imposizione di un consenso basato sull’intervento
armato, come nel caso degli inca dissidenti e di alcune altre popolazioni in-
digene non sottomesse.
Tuttavia, lo spazio politico, fisico e, potremmo dire, anche storiografi-
co della corte, inteso come luogo di intermediazione politica tra diversi
soggetti e differenti interessi all’interno del regno, luogo di composizione
dei conflitti e di negoziazione per antonomasia, a differenza di quanto ac-
cadde nei domini europei della Monarquía, non sembra essersi totalmente
configurato nel Perù degli anni 1569-1581.
Tale considerazione appare abbastanza sorprendente, almeno a prima
vista, dal momento che la storiografia recente, nel dimostrare un rinnovato
interessamento per quella che è stata definita “nuova storia politica”,2 ha
posto in evidenza il ruolo della corte come luogo e spazio socioculturale
importante nell’articolazione politica delle monarchie e dei principati euro-
pei di antico regime. Inoltre, il “modello interpretativo cortigiano” ci per-
mette di comprendere con maggiore efficacia le dinamiche del processo di
consolidamento di un potere centripeto che non venne affermandosi con
quella progressiva linearità con cui era stato precedentemente rappresenta-
to dalla storiografia.3 Nel corso di questo processo, come ha sottolineato
anche il recente studio di W. Reinhard sulla storia del potere politico in Eu-
ropa, l’autorità dei sovrani dovette garantirsi l’appoggio di diversi attori so-
ciali, non tutti appartenenti alla tradizionale struttura corporativa di coman-
do, mentre andava formandosi e affermandosi un ceto burocratico che pro-

2. Per un efficace bilancio storiografico v. R. Pasta, Dopo le «Annales»: il ritorno al-


la storia politica, in «Rivista di Filosofia», XC, 2 (agosto 1999), pp. 273-310; segnaliamo
tra i più significativi, a nostro avviso, A.M. Hespanha, La gracia del derecho. Economía de
la cultura en la edad moderna, Madrid 1993; Id., Para uma teoria da história institucional
do Antigo Regime, in Id., Poder e instituções na Europa do Antigo Regime. Colectânea de
Textos, Lisboa 1984, pp. 69-82; M. Vovelle, La découverte de la politique, Paris 1992; B.
Clavero, Antidora. Antropología católica de la economía moderna, Milano 1991; Id., Tan-
tas personas como estados. Por una antropología política de la historia europea, Madrid
1986; J. Juillard, Political History in the 1980s, in «Journal of Interdisciplinary History»,
12, 1 (1981), pp. 29-44.
3. Anche in questo caso la bibliografia di riferimento è molto estesa; per una riflessio-
ne sulla crisi delle potenzialità interpretative del concetto di “stato moderno” si veda, tra gli
altri, G. Chittolini, A. Molho, P. Schiera (a cura di), Origini dello stato. Processi di forma-
zione statale in Italia fra medioevo ed età moderna, Bologna 1994.
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gressivamente si andava professionalizzando.4 L’ambito cortigiano, dunque,


si presenta agli studiosi come luogo privilegiato di analisi per la compren-
sione della fenomenologia del “potere” in età moderna, poiché offre la pos-
sibilità di coglierne appieno la complessità e le dinamiche, attraverso l’ana-
lisi di uno spazio politico, sociale e culturale dove si costruisce di volta in
volta il complesso legame tra la struttura giuridico-istituzionale e le reti in-
formali del potere.5
L’assenza di una corte nel vicereame del Perù in epoca toledana ci ap-
pare, indubbiamente, significativa, soprattutto perché segnala un vuoto che
marca, nel contempo, una discontinuità tra “modello europeo” e “modello
americano”. Ma tale assenza è originata dalla mancanza dell’oggetto stes-
so, o è causata dallo sguardo che la osserva, concentrato su altri particola-
ri? In altri termini, è possibile che vi fosse una struttura cortigiana nella se-
conda metà del Cinquecento nel vicereame di Nuova Castiglia e che non
abbia, tuttavia, catturato l’attenzione degli studiosi?

Dopo aver segnalato tale curiosa lacuna, in questo contributo cercheremo


di presentare anche alcune ipotesi interpretative, in attesa che nuovi ele-
menti di carattere documentale possano eventualmente confermarne alcune
o smentirne altre, aiutandoci a chiarire definitivamente la questione.
Le ipotesi che avanzeremo possono essere considerate anche come in-
dicazioni dirette a segnalare possibili ulteriori ricerche in vista di nuove in-
dagini archivistiche, dal momento che la storiografia recente ha dimostrato
un interesse crescente per la comprensione di quel complesso fenomeno
che fu il governo dell’insieme dei regni e dei domini che a vario titolo era-
no soggetti agli Asburgo di Spagna e che possono essere sussunti sotto la
definizione di “Monarquía Hispana”.6
4. W. Reinhard, Geschichte der Staatsgewalt. Eine vergleichende Verfassungsge-
schichte Europas von den Anfängen bis zur Gegenwart, Munich 1999; trad. it. Storia del po-
tere politico in Europa, Bologna 2001, pp. 91 ss.
5. Sul ruolo svolto dalle élite locali W. Reinhard (a cura di), Les élites du pouvoir et la
construction de l’État en Europe, Paris 1996; oltre a S. Kettering, The Historical Development
of Political Clientelism, in «Journal of Interdisciplinary History», XVIII (1988), pp. 419-447.
6. Per un’attento esame della storiografia sulla Monarquía Hispana, con un’attenzio-
ne particolare al dibattito sul concetto di “sistema imperiale” e delle relative implicazioni, si
veda A. Musi, Sistema imperiale spagnolo e sottosistemi: alcune verifiche da studi recenti,
in «L’Acropoli», 4 (luglio 2005), pp. 406-422; per un’analisi dell’elaborazione teorica sul-
la “Monarquía”, resta valido P. Fernández Albaladejo, Fragmentos de Monarquía. Trabajos
de historia política, Madrid 1992.
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Il dibattito scientifico e gli apporti storiografici sulle tematiche che ci


siamo limitati a segnalare sono troppo ampi per poter darne compiutamen-
te conto in questa sede, anche in considerazione della presenza in questo
volume di altri contributi focalizzati su questo argomento, tuttavia quel che
ci interessa in questo studio è esaminare un’apparente incongruenza tra i
paradigmi interpretativi che la storiografia più recente ha forgiato per l’in-
terpretazione della complessa realtà delle dinamiche e delle strutture dei
processi politici dell’Ancien Régime.
Ciò è forse dovuto a una situazione particolare del mondo andino du-
rante il regno di Filippo II, e, in particolare, negli anni tra il 1550 e il 1580?
Oppure è possibile considerare Francisco de Toledo come un personaggio
avulso dal mondo cortigiano e dalle sue dinamiche, che, in conseguenza di
ciò, scelse di non costituire una propria corte nel vicereame che governò
per circa dodici anni?
La pertinenza della questione ci appare con ulteriore evidenza se la
consideriamo alla luce degli studi recentemente condotti sulle fazioni poli-
tiche, le dinamiche cortigiane e i loro alterni equilibri nella corte degli
Asburgo di Spagna. In particolare, ci sembra impossibile estrapolare dal
contesto delle dinamiche cortigiane dell’epoca di Carlo V prima e di Filip-
po II poi un personaggio come il viceré del Perù Francisco de Toledo, la cui
traiettoria politica, nei suoi successi come negli insuccessi, ci appare inde-
lebilmente segnata dall’influenza di tali meccanismi.7 Se consideriamo, ad
esempio, il rapporto di patronage che legava il viceré al cardinale Diego de
Espinosa, personaggio di estrema rilevanza nella corte filippina, indubbia-
mente non ci stupisce che, alla morte di questi, Toledo perdesse parte della
sua influenza e considerazione a corte. Tuttavia, per una migliore compren-
sione di questo aspetto, bisogna anche considerare le complesse dinamiche
che nel decennio 1573-1583 costituirono «l’eredità politica di Diego de
Espinosa».8 In questo periodo, il viceré del Perù perse una serie di impor-
tanti riferimenti e appoggi politici nella corte madrilena: oltre a Espinosa,
che morì nel 1572, nel settembre del 1575 si spense anche Juan de Ovando,
all’epoca in cui era presidente del Consiglio delle Indie. In questi stessi an-
ni, Toledo perse anche l’appoggio di personaggi con cui aveva stretto rap-
7. A riguardo si veda M. Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo Mondo. Francisco de
Toledo viceré del Perù (1569-1581), Roma 2003.
8. J. Martínez Millán, La herencia política de Diego de Espinosa (1573-1583), in J.
Martínez Millán, C.J. de Carlos Morales (a cura di), Felipe II (1527-1589). La configura-
ción de la Monarquía Hispana, Salamanca 1998, pp. 133-213.
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porti diretti d’amicizia e che avevano mantenuto una certa influenza nel-
l’ambito cortigiano, quali Francisco de Borja, spentosi nel 1573, oltre che
di alleati naturali, come il proprio fratello, Fernando Álvarez de Toledo,
quarto Conte di Oropesa. Come se non bastasse questa panoramica di per-
sonalità influenti, legate all’ormai anziano viceré, decedute in quel periodo,
altri importanti personaggi che in passato gli avevano dimostrato anche oc-
casionalmente la loro simpatia e offerto il loro appoggio politico nelle dina-
miche delle fazioni cortigiane sembravano perdere smalto, come Antonio
de Padilla, allora presidente del Consiglio degli Ordini Militari, che, alla
morte di Covarrubias, nel settembre del 1577, non riuscì a ottenere il favo-
re del sovrano al punto da ottenere l’agognato posto di presidente del Con-
siglio di Castiglia, incarico di maggiore prestigio e influenza,9 oppure come
nel caso del celeberrimo terzo duca d’Alba, Fernando Álvarez de Toledo, il
personaggio più influente della famiglia del viceré del Perù, la cui fortuna
politica però era, allora, in fase declinante.10 In questi anni il principale re-
ferente di Francisco de Toledo, colui con cui si mantenne più a stretto con-
tatto, fu il segretario reale Mateo Vázquez.11

Ci può dunque apparire sorprendente, a un primo sguardo, constatare che


fino a oggi non siano noti elementi documentali per sostenere un’analisi in-
centrata sulla “corte” come fenomeno politico nel vicereame di Nuova Ca-
stiglia nella sua fase fondativa e che la storiografia americanista non vi ab-
bia focalizzato la propria attenzione nello studiare un regno che rivestiva
una notevole importanza, soprattutto per le sue straordinarie risorse econo-
miche, nell’insieme dei domini della Monarquía Católica.12

9. L. Gómez Rivas, El virrey del Perú don Francisco de Toledo, Madrid 1994, pp. 139
e 166; sulle relazioni con Padilla cfr. R. Levillier, Don Francisco de Toledo supremo orga-
nizador del Perú. Su vida y su obra, Madrid-Buenos Aires 1935-1942, I, pp. 85 ss.
10. Su questo importante personaggio recentemente sono state pubblicate due mono-
grafie, una del britannico H. Kamen, El gran Duque de Alba. Soldado de la España impe-
rial, Madrid 2004, e una dello spagnolo M. Fernández-Alvarez, El Duque de hierro. Fer-
nando Álvarez de Toledo, III Duque de Alba, Madrid 2007, che si aggiungono a quella di W.
Maltby, Alba: A Biography of Fernando Álvarez de Toledo, Third Duke of Alba, 1507-1582,
Berkeley 1983.
11. Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo Mondo, pp. 244-246.
12. P. Pérez Herrero, La Corte como simbología del poder en las Indias (siglos XVI y
XVII), in «Reales sitios», 2003, pp. 28-42. Per il vicereame peruviano P. Latasa, La corte
virrenal peruana: perspectiva de análisis (siglos XVI y XVII), in Barrios, El gobierno de un
mundo, pp. 341-373.
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Nonostante le fonti di ambito toledano, sia edite che inedite, siano sta-
te abbastanza indagate (tra l’altro vi è un’ottima guida composta dallo spa-
gnolo Gómez Rivas nel 1992)13 e parzialmente pubblicate dal Levillier14 e
da altri, fino a oggi non sono emersi molti elementi a riguardo. Né è stata
posta in evidenza l’esistenza di un “luogo”, uno spazio, chiaramente non
meramente fisico, che possa essere appieno considerato come “corte del vi-
ceré Toledo” da quanti si sono dedicati maggiormente all’analisi del gover-
no del viceré o allo studio della sua persona, a partire da Levillier,15 a Zim-
merman16 passando per Gómez Rivas,17 fino a giungere a studi più recenti18.
Senza dubbio è possibile immaginare che le prospettive d’analisi con
cui sono stati condotti i precedenti studi abbiano potuto determinare questa
assenza ed è ragionevole supporre che uno sguardo focalizzato su queste
problematiche possa produrre altri risultati.
Sfortunatamente, fino ad ora, non conosciamo nessun testo che ci pos-
sa aiutare a riguardo quanto le Advertencias de las cosas en que ha de tener
particular cuidado el virrey de Nueva España, istruzione privata che il pre-
sidente del Consiglio delle Indie, Pablo de Laguna, consegnò nel 1603 al
marchese de Montesclaros, appena nominato viceré di Nuova Spagna. Si
tratta di un documento molto interessante che ci offre molte suggestioni e
che Pilar Latasa, in uno studio sulla corte viceregale messicana, considera
uno dei primi tra quelli relativi all’ambito cortigiano novoispano.19 Latasa
13. L. Gómez Rivas, Don Francisco de Toledo, comendator de Alcántara, virrey del
Perú. Guía de fuentes, in Historia y Bibliografía Americanista, supplemento dell’«Anuario
de Estudios Americanos», 49, 1 (1992), pp. 123-171, e 49, 2 (1992), che ricostruisce con ri-
gore l’insieme delle fonti consociute su Francisco de Toledo.
14. R. Levillier (a cura di), Gobernantes del Perú. Cartas y papeles. Siglo XVI, 14
voll., Madrid 1921-1926 (Documentos del Archivo de Indias, Colección de publicaciones
Históricas de la Biblioteca del Congreso Argentino); Id., Don Francisco de Toledo supremo
organizador del Perú, IV: Anexos; Francisco de Toledo, Ordenanzas de Don Francisco de
Toledo, virrey del Perù (1569-1581), a cura di R. Levillier, Madrid 1929.
15. R. Levillier, Don Felipe II y el virrey Toledo: un duelo de doce años, in «Revista de
la Universidad de Buenos Aires», 2 (1956), pp. 192-206, e Id., Don Francisco de Toledo su-
premo organizador del Perú.
16. A.F. Zimmerman, Francisco de Toledo, Fifth Viceroy of Perù,1569-1581, Caldwell
1938 (2a ed. New York 1968).
17. Gómez Rivas, El virrey del Perú don Francisco de Toledo.
18. Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo Mondo.
19. P. Latasa, La corte virreinal novohispana: el virrey y su casa, imágenes distantes
del rey y su corte (s. XVII), in E. Dos Santos (a cura di), Poder y sociedad: cortes virreina-
les en la América Hispánica, siglos XVI, XVII y XVIII, Actas do XII Congresso Internacio-
nal de AHILA, Porto 2001, II, pp.116-117.
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ci segnala come in questo testo siano presenti diversi riferimenti alla vita
cortigiana e al «hacer corte», con chiare indicazioni al viceré riguardo ai
comportamenti più opportuni e adeguati da tenere nelle diverse circostanze.

2. Una situazione anomala?

Pur senza soffermarsi sulle possibili definizioni di “corte”, dal momen-


to che questo non è il luogo più opportuno per esaminarle,20 può risultare
però utile per la nostra analisi considerare i diversi ambiti e aspetti del po-
tere cortigiano, seguendo le indicazioni della storiografia più recente, in
modo da poter identificare con maggiore accuratezza una loro eventuale as-
senza o presenza nel contesto peruviano nell’epoca presa in esame.
A tale proposito, Christian Büschges, nel corso di uno studio sulle cor-
ti vicereali nell’America spagnola in epoca coloniale (richiamando gli stu-
di di Winterling del 1997),21 evidenzia diversi ambiti o aspetti su cui foca-
lizzare l’attenzione, basandosi soprattutto sul «contenido semántico de
corte (curia cour, court, Hof, ecc.)». Tra questi indica:
1. un aspetto più concretamente “materiale” e locale, consistente nella re-
sidenza del re, nel caso americano dei viceré (il palazzo, la sede fisica

20. Rimandiamo allo studio di J. Martínez Millán, La Corte de Carlos V. Los servido-
res de las Casas Reales, Madrid 2000, I, in particolare pp. 37-39. Segnaliamo T. Dean, Le
corti. Un problema storiografico, in Chittolini, Molho, Schiera, Origini dello stato, pp. 425-
447; A.M. Hespanha, Un autre paradigme d’administration: La cour en Europe du Sud à
l’époque moderne, in «Jahrbuch für europäische Verwaltungsgeschichte», 4 (1992), pp.
271-299; R.G. Asch, A.M. Birke (a cura di.), Princes, Patronage, and the Nobility. The
Court at the Beginning of the Modern Age c. 1450-1650, Oxford 1991; M. Cattini. M.A. Ro-
mani (a cura di), La corte in Europa. Fedeltà, favori, pratiche di governo, Brescia 1983
(Cheiron, I:2); C. Mozzarelli, G. Olmi (a cura di), La corte nella cultura e nella storiogra-
fia. Immagini e posizioni fra Otto e Novecento, Roma 1983; A. Tenenti, La corte nella sto-
ria dell’Europa moderna (1300-1700), in M.A. Romani (a cura di), Le corti farnesiane di
Parma e Piacenza (1545-1622), Roma 1978, I, pp. IX-IXX; A.G. Dickens, The Courts of
Europe, London 1977.
21. A. Winterling, Der Fürstenhof in der Frühen Neuzeit. Forschungsprobleme und
theoretische Konzeptionen, in R. Jacobsen (a cura di): Residenzkultur in Thüringen vom 16.
bis zum 19. Jahrhundert, Bucha-Jena 1999, pp. 29-30; A. Winterling, “Hof”. Versuch einer
idealtypischen Bestimmung anhand der mittelalterlinchen und frühneuzeitlichen Geschichte,
in Id. (a cura di), Zwischen “Haus” und “Staat”. Antike Höfe im Wergleich, Munich 1997,
pp.11-25.
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del potere, il luogo dove si esercita e si manifesta il potere attraverso il


cerimoniale);
2. un aspetto di carattere sociale, ovvero l’entourage del sovrano, che
viene definito anche la “casa” del re o della regina;
3. un aspetto legato alla sfera “temporale”: l’attività di “tenere corte”, re-
golata dal complesso cerimoniale;
4. un aspetto comunicativo: il modo di comportarsi alla presenza del re
(“cortejar”, cortesia, ecc.): anche in questo caso il ruolo e la funzione
del cerimoniale sono fondamentali.
5. infine, un aspetto politico: la struttura istituzionale della corte e, in ge-
nerale, la corte come centro della politica reale.22
Nel caso in esame, il vicereame peruviano negli anni tra il 1569 e il
1581, possiamo certamente osservare che non tutti questi ambiti sono pre-
senti contestualmente, per quanto ci è dato di sapere. Tuttavia, vi sono alcu-
ni di essi che emergono con sufficiente chiarezza da poterci offrire materia
su cui ragionare e forse chiarire parzialmente una situazione che può sem-
brare anomala alla luce della storiografia più recente sulle dinamiche del
potere in antico regime.
Ci sembra evidente che la presunta assenza di una curia limense non
possa essere considerata come frutto di ignoranza del fenomeno cortigiano
da parte di colui che avrebbe dovuto essere il fulcro potenziale di tale “cor-
te assente”. Sappiamo che Francisco de Toledo ebbe una lunga esperienza
presso la corte castigliana, nella quale aveva rivestito diversi ruoli. Egli era
stato, in giovane età, paggio dell’“infanta” Eleonora dal 1523; dal 1530 al
1533 era stato paggio della “Casa de la Emperatriz”; successivamente era
stato “gentilhombre de la boca” nella “Casa del Emperador” Carlo V, fino
al 1556.23 Infine, dopo aver trascorso diversi anni a Roma, presso la curia
papale, con l’incarico di “procurador” dell’ordine religioso di Alcántara di
cui rivestiva l’abito con il rango di “clavero” e “comendador”, era stato no-
minato “mayordomo mayor” della Casa di Filippo II, proprio prima di par-
tire per le Indie (stessa sorte era toccata al viceré Martín Enríquez).
Non vi è dubbio che un personaggio così esperto, appartenente all’alta
nobiltà castigliana ed educato di conseguenza, che aveva avuto modo di vi-

22. C. Büschges, La corte virreinal en la América Hispánica durante la época colo-


nial, in Dos Santos, Poder y sociedad, II, p. 132.
23. Archivo General de Simancas, CSR, leg. 31, núm 55; Martínez Millán, La Corte
de Carlos V, IV, pp.363-364; Gómez Rivas, El virrey del Perú don Francisco de Toledo.
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vere presso la corte e il sovrano sia sotto Carlo V che sotto Filippo II, che
aveva anche avuto l’occasione di conoscere approfonditamente la curia ro-
mana, comprendesse perfettamente tanto i meccanismi e il cerimoniale cor-
tigiano quanto le funzioni sociopolitiche che vi erano sottese. Egli stesso,
considerato come ministro o agente della Monarquía, o come semplice gen-
tiluomo d’alto lignaggio nella Spagna del XVI secolo, era inserito nelle lo-
giche e nelle dinamiche curiali come si evince chiaramente anche dalla sua
corrispondenza.24
Un’ulteriore prova in tal senso, qualora ve ne fosse bisogno, è data dal-
lo studio della composizione della biblioteca personale del viceré,25 sulla
quale ha lavorato Teodoro Hampe.26 Un esame dei titoli presenti nella col-
lezione di volumi che Toledo possedeva ci conferma come egli fosse piena-
mente inserito nel contesto culturale e non solo politico del mondo curiale
del XVI secolo, che si nutriva, accanto alle opere dei classici latini e greci,
degli autori del Rinascimento italiano, tra cui Ludovico Ariosto, Pietro
Bembo, Pietro Aretino.27

Possiamo, allora, formulare l’ipotesi che la presunta assenza di una corte


vicereale nel Perù del periodo 1569-1581 sia da considerarsi come frutto di
una deliberata scelta politica dello stesso Toledo e forse della Corona, dal
momento che nelle istruzioni reali a lui consegnate non vi è alcun riferi-
mento a questioni legate all’ambito cortigiano?28 Potrebbe essere il frutto di
24. In particolare si può notare nella corrispondenza, precedente alla sua partenza per
l’America, con Filippo II e il segretario Mateo Vázquez, cfr. Instituto Valencia de Don Juan,
Envío 23, Caja 35, parzialmente pubblicata da R. Levillier nel vol. IV, Anexos, del suo Don
Francisco de Toledo supremo organizador del Perú.
25. Archivo Histórico Nacional, Sección Nobleza, Toledo (España). Col. Duques de
Frías, «Inventario de los bienes del señor virrey [Toledo] que declaró el reverendo Diego de
Toro», Oropesa, 5 maggio 1582, f. 156-157v.
26. Hampe presentò l’inventario dei libri del viceré Toledo in occasione del XII Con-
greso de la Asociación de Historiadores Latinoamericanistas en Europa (AHILA), tenutosi
presso l’Università di Oporto nel settembre 1999, e, successivamente, nel corso di questo
Congresso dedicato alle corti vicereali della Monarchia tra Italia e America, un’analisi del-
la sua biblioteca: T. Hampe, Las bibliotecas virreinales en el Perú y la difusión del saber ita-
liano: el caso del virrey Toledo (1582).
27. Sull’influenza della cultura rinascimentale italiana su quella spagnola ed europea
segnaliamo P. Burke, Le fortune del cortegiano: Baldassarre Castiglione e i percorsi del Ri-
nascimento europeo, Roma 1998.
28. Pubblicate in L. Hanke, C. Rodríguez, Los Virreyes Españoles en América duran-
te el Gobierno de la Casa de Austria, Peru, Madrid 1978, I, pp. 154-158.
Il Perù del viceré Francisco de Toledo 89

una valutazione politica che può essere stata dettata, supponiamo, dalla
complessità della realtà politica della Nuova Castiglia della seconda metà
del XVI secolo? In tal caso, bisognerebbe giustificare questa situazione ano-
mala considerando le necessità della Corona inerenti al governo del vicerea-
me peruviano negli anni successivi alla cosiddetta “crisi degli anni Sessan-
ta”. Non ci soffermeremo su questa questione perché è già stata oggetto di
studio e ci sembra al momento sufficientemente delineata;29 ci limitiamo a
segnalare il prioritario interesse della Corona per il mantenimento dell’ordi-
ne pubblico. Dopo tre decenni tumultuosi era necessario mantenere «la tier-
ra desasosiegada y en paz», evitando da parte dei rappresentanti del potere
regio, e dei viceré in modo particolare, quei comportamenti che avrebbero
potuto suscitare scandalo tra i coloni (come era avvenuto in passato, in occa-
sione dello sfarzo di cui si era circondato il viceré marchese del Cañete e
della mollezza dei costumi di cui era stato ritenuto responsabile, oltre ai fa-
voritismi e alle prebende che aveva distribuito tra i suoi criados). In una so-
cietà ancora divisa dalla memoria degli avvenimenti trascorsi, era importan-
te evitare che il conferimento di benefici, incarichi e prebende potesse susci-
tare nuove rivalità o fornire il pretesto per ulteriori insurrezioni. Allo stesso
tempo, era necessario ridurre le spese per venire incontro alle difficoltà fi-
nanziarie che affliggevano perennemente la Corona, come si indicava nelle
Istruzioni date al viceré Toledo,30 soprattutto in una fase in cui ancora non si
era ancora raggiunto il regime di estrazione mineraria che si sarebbe cono-
sciuto solo dalla metà degli anni Settanta.
Inoltre, un aspetto peculiare del governo toledano che può forse esse-
re considerato potenzialmente condizionante per la creazione di uno spazio
cortigiano fu quello della visita general del reino condotta dal viceré dal
1570 al 1575. In effetti, si trattò di un avvenimento inusuale, per quanto
previsto a livello normativo e più volte auspicato nei vari livelli dell’ammi-
nistrazione indiana, al punto da attirare l’attenzione dei contemporanei per
l’imponenza dell’ispezione e per la grandiosità dei suoi obiettivi. Più voci

29. Per un resoconto rimandiamo a Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo Mondo,
pp. 24 ss.; focalizzato sugli aspetti politico-religiosi D. Ramos Pérez, La crisis indiana y la
“Junta” magna de 1568, in «Jahrbüch für Geschichte von Staat, Wirtschaft und Gesell-
schaft Lateinamerikas», 23 (1986), pp. 1-62; con maggiore attenzione agli aspetti di caratte-
re culturale G. Lohmann Villena, Étude preliminaire, in Juan de Matienzo, Gobierno del Pe-
rú (1567), estudio preliminar y edición por G. Lohmann Villena, Paris-Lima 1967 (Travaux
de l’Institut d’Études Andines, XI).
30. Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo Mondo, pp. 63-80.
90 Manfredi Merluzzi

si levarono malevole segnalando le spese eccessive, gli abusi compiuti dai


commissari e criticando i criteri con cui era stata condotta la visita, voci che
ci portano a ritenere che probabilmente un’ispezione così capillare toccò al-
cuni nervi scoperti mettendo in luce interessi di parte ormai consolidati.31
Ma le argomentazioni legate ai “gastos excesivos” dei commissari e del se-
guito vicereale (di cui peraltro conosciamo le dimensioni, che non sono as-
solutamente paragonabili a quelle di una vera corte anche di medio livel-
lo)32 ci portano a due considerazioni. La prima ci indurrebbe a pensare che
probabilmente il timore che una corte anche non eccessivamente sfarzosa
avrebbe suscitato “escandalo” nel regno non fosse del tutto infondato. La
seconda, che, anche ammettendo l’esistenza di un entourage e di un segui-
to del vicesovrano, per un periodo abbastanza lungo (cinque anni), quella
che accompagnò l’alter ego del re in Perù potesse essere solamente una cor-
te itinerante, per certi versi simile a quella che accompagnò l’imperatore
Carlo V negli spostamenti legati alle vicende europee.
Solo successivamente, a partire dal 1575 e fino al 1581 si può forse
identificare un modello di corte più sedentarizzata, assimilabile a quella di
Filippo II, definitivamente stabilita a Lima, che venne anche urbanistica-
mente adeguata al ruolo e allo status di capitale con una politica di opere
pubbliche.33

Per comprendere meglio le questioni e gli interrogativi avanzati sarebbe


forse utile, a questo punto, soffermarci brevemente a considerare alcuni
aspetti legati alla conformazione della società peruviana dell’epoca, i suoi
principali attori e la loro collocazione politica.
Se considerassimo la corte come luogo di incontro tra il rappresentan-
te del sovrano e le élite locali, ci troveremmo nelle stesse difficoltà presen-
tate in precedenza. Infatti, dal momento che la tendenza generale, non solo
in Nuova Castiglia, era quella di privilegiare membri del proprio seguito,
propri criados o parenti, tutte persone che erano “passate” nelle Indie pro-

31. Tra le altre, si veda una lettera dell’Audiencia de Los Reyes a Filippo II «sobre el
virrey Toledo, acusando su gobierno», Lima, 27 gennaio 1573, Levillier, Gobernantes del
Perú, VII, Madrid 1924, pp. 138-148.
32. Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo Mondo, pp. 90-100 e 116-131. Riguardo al
seguito del viceré nel corso della “visita general”, Archivo General de Indias (= AGI), Con-
taduría, 1785.
33. Si veda la politica urbanistica di Toledo in Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo
Mondo, pp. 226-235.
Il Perù del viceré Francisco de Toledo 91

venienti dalla madrepatria o da altri possedimenti della Corona, si correva


il rischio di suscitare invidie e risentimento nei confronti di questi peninsu-
lares da parte dei sudditi peruleros e delle loro reti di relazione e di potere,
consolidatesi all’indomani della conquista. La sensazione è che, forse,
quella peruviana era ancora una società troppo giovane e instabile per poter
adottare, almeno negli anni 1569-1581, i meccanismi compensativi e redi-
stributivi tipici del mondo cortigiano. Sappiamo che Toledo ebbe alcuni
momenti di tensione con diversi settori della società e delle istituzioni sog-
gette alla sua amministrazione, cioè cabildos, encomenderos, arrendadores
de minas, indios, oidores, soprattutto quando si trattò di ribadire la centra-
lità della Corona nei diversi settori della vita civile, economica e politica
della Nuova Castiglia.
Quali avrebbero potuto essere i membri di un’eventuale corte peruvia-
na di Francisco de Toledo? Oltre ai circa settanta personaggi che a vario ti-
tolo si trasferirono nel vicereame al suo seguito, criados, servitori, persone
di fiducia, parenti, responsabili della sua guardia personale, potevano esser-
vi i vecinos più illustri della capitale e del Cuzco (o della città in cui il vice-
ré si trovava a risiedere in quel momento), le alte gerarchie ecclesiastiche
(il vescovo di Lima Loayza e i membri degli ordini religiosi, i docenti del-
l’Università limense), gli agenti e i ministri del re di livello più elevato: i
membri dell’audiencia, i contadores e gli altri oficiales di Hacienda, forse
i corregidores (ma avrebbero dovuto risiedere presso gli indios del distret-
to di loro competenza), alcuni membri della stirpe incaica convertiti e paci-
ficati (escludendo quanti furono temporaneamente esiliati dal viceré), e al-
cuni membri dell’élite indigena dei kurakas delle etnie alleate dei castiglia-
ni, rappresentanti a vario titolo del variegato «mosaïque indienne».34 Il fat-
to che gran parte di costoro ebbe “desavenencias” e motivi di risentimento
e di scontro più o meno aperto con il vicesovrano nel corso dei dodici anni
del suo governo può essere una ragione sufficiente per giustificare l’“assen-
za” di una curia toledana?

34. J. Poloni-Simard, La mosaïque indienne. Mobilité, stratification sociale et métissa-


ge dans le corregimiento de Cuenca (Équateur), du XVI au XVIII siècle, Paris 2000; K.
Spalding, Huarochirì. An Andean Society under Inca and Spanish Rule, Stanford 1984; W.
Espinoza Soriano, Los huancas, aliados de la conquista. Tres informaciones inéditas sobre
la partecipación indígena en la conquista del Perú, in «Anales Científicos de la Universi-
dad del Centro del Perú, 1 (1972); Id., Los señoríos étnicos de Chacchapoyas y la alianza
hispano-chacha, in «Revista Histórica», XXX (1967); Id., El alcalde mayor indígena en el
virreinato del Perú, in «Anuario de Estudios Americanos», XVII (1958).
92 Manfredi Merluzzi

Se si considera la corte come luogo di incontro e di composizione po-


litica dei conflitti, dell’esercizio e della distribuzione del potere,35 anche at-
traverso lo strumento del cerimoniale e dell’osservanza di norme prestabi-
lite, condivise e codificate, ci sembra un’ipotesi infondata e semplicistica.
Per quanto vi potessero essere divergenze e confronti anche duri tra i sud-
diti peruviani e l’“autoritario” viceré, non ci sembra possibile scartare l’e-
sistenza di una “corte” anche intesa come struttura logistica, come spazio
politico, come luogo di incontro e di relazioni tra le diverse componenti so-
ciali e istituzionali. Anche perché bisogna ricordare che nelle Indie il sovra-
no era troppo lontano, praticamente inavvicinabile, se non attraverso il pro-
prio rappresentante e alter ego, e quindi la relazione con il viceré costituiva
anche una forma di contatto con lo stesso re, al di là della missiva diretta e
dei procuratori inviati presso la corte di Madrid. Anche in questo caso pos-
siamo immaginare che il rapporto del viceré con i sudditi seguisse delle
norme di etichetta e di cerimoniale (del resto abbiamo testimonianze in me-
rito) e che tali contatti non fossero immediati, ma che avvenissero piuttosto
anche grazie alla mediazione del suo entourage (se non vogliamo limitarci
a considerare la “familia” del viceré e i suoi servitori).36
Potremmo ritenere questa particolare anomalia come frutto della speci-
ficità peruviana? Possiamo giustificarla con una situazione politicamente
ancora non completamente definita, nella quale risaltava la composizione
delle élite locali, costituite in parte da vecinos e altri spagnoli che avevano
nei decenni precedenti reclamato un maggiore riconoscimento politico e
sociale (si pensi alla complessa vicenda dell’encomienda e alle rivolte de-
gli anni 1543-1551) e per l’altra parte formata dai membri superstiti del-
l’antica nobiltà incaica (contro la quale Toledo aveva combattuto fino al
1572 e che aveva esiliato), da nuove élite indigene recentemente alleatesi
con gli spagnoli, per non parlare dei religiosi, in parte apertamente conside-
rati da Toledo come dissenzienti e avversari politici?37

35. Si veda, tra la nutrita corrispondenza di Toledo, la «Relación de lo que el virrey su-
plica a S.M. y al Consejo que se provea corno cosa muy importante para el gobierno: uso li-
bremente de los poderes de virrey, prohibición a las Audiencias de dar repartimientos, poder
al virrey para nombrar alcalde de corte, perdón a los delincuentes, proveimiento de tributos,
prohibición a las Audiencias de poner embargo, salarios del virrey, ayuda de costa al virrey
(1572)», AGI, Lima, 28 B, Libro IV, fols. 418-419v.
36. C. Mozzarelli, La “bottega di maschere” e le origini della politica moderna, in Id.
(a cura di), “Familia” del Principe e famiglia aristocratica, Roma 1988, I, pp. 9-23.
37. Cfr. Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo Mondo, pp.133-160; inoltre si veda Y.
Il Perù del viceré Francisco de Toledo 93

3. La presenza informale di una corte?


Ponendosi in continuità con gli studi di Alain Boureau, che sottolinea-
rono l’importanza del ruolo del cerimoniale nel contesto polisemico della
società di antico regime,38 studi recenti sugli aspetti unificanti di feste e ce-
rimonie nel contesto dell’America vicereale ci segnalano l’importanza di
quest’ultima anche nelle società recentemente fondate nelle Indie Occiden-
tali. Ciò è vero in particolare per quella peruviana, dal momento che si ren-
deva necessario unificare un tessuto sociale dilacerato da molti anni di
guerre intestine (conquista, guerre civili, ribellioni contro la Corona), e nel
contempo era necessario celebrare la propria appartenenza al mondo della
Monarquía Hispana. Chiaramente, il ruolo centrale di queste celebrazioni,
in assenza della persona fisica del monarca (alle volte raffigurato in tele di-
pinte che venivano esposte nel corso delle cerimonie), era rivestito dal suo
alter ego, che svolgeva le funzioni di cabeza del reino, elemento anche sim-
bolico di unificazione e di mantenimento dell’ordine politico recentemen-
te raggiunto.39
Se consideriamo aspetti quali quelli della comunicazione simbolica del
potere e del cerimoniale, la nostra riflessione deve prendere in esame alcu-
ni ulteriori elementi del mondo cortigiano che ci appaiono con maggiore
chiarezza se adottiamo un’ottica comparativa e mettiamo in relazione tra
loro alcune delle capitali dei diversi regni della Monarquía. Non si può tra-
scurare, ad esempio, il fatto che si andava affermando anche nello spazio
curiale vicereale americano una doppia articolazione, da un lato la “casa
personale” del viceré (quella che i britannici chiamano household), dall’al-
tro la “corte” del vicesovrano. Questi due ambiti andarono progressivamen-
te differenziandosi.40 La composizione della “casa” del viceré, benché arti-
colata sui criteri della fedeltà personale e del merito, era inevitabilmente
Hehrlein, Mission und Macht. Die politisch-religiöse Konfrontation zwischen dem Domini-
kanerorden in Peru und dem Vizekönig Francisco de Toledo (1569-1581), Mainz 1992 (Wal-
berberger Studien der Albertus-Magnus Akademie, Theologische Reihe, 16), che mi è stato
gentilmente segnalato da T. Hampe.
38. A. Boureau, Les cérémonies royales françaises entre performances juridique et
competence liturgique, in «Annales ESC», XLVI (1991), pp.1253-1264.
39. M. Chocano Mena, La América colonial (1492-1763). Cultura y vida cotidiana,
Madrid 2000, pp. 139-147; T. Gisbert, La fiesta y la alegoría en el virreinato peruano, in El
arte efímero en el mundo hispanico, México 1983, pp. 147-181.
40. D. Frigo, L’affermazione della sovranità: famiglia e corte dei Savoia tra cinque e
settecento, in Mozzarelli, “Familia” del Principe e famiglia aristocratica, I, pp. 306-307.
94 Manfredi Merluzzi

vincolata alle scelte individuali dei singoli rappresentanti del re, che valu-
tavano chi includere all’interno del proprio nucleo più ristretto e domestico;
generalmente gran parte dei membri della casa giungeva in America assie-
me con il vicesovrano e, in maggioranza, rientrava in Europa al termine del
suo mandato. La seconda, invece, potenzialmente sembra possedere una
maggiore stabilità e durata, dal momento che poteva includere anche perso-
naggi quali i ministri e gli agenti e gli ufficiali del sovrano nel regno in que-
stione, oltre a componenti delle élite locali. Tutti costoro potevano anche
non essere vincolati direttamente e personalmente al viceré che in quel mo-
mento era al governo, dato che si trattava di personaggi che si trovavano nel
regno per un periodo di tempo anche più esteso di quello del vicesovrano,
che avevano acquisito incarichi e posizioni in amministrazioni precedenti o
che risiedevano nelle Indie. In un certo senso tutti costoro non erano neces-
sariamente vincolati alla “gracia” o alla “merced” del viceré in carica.
Tornando al nostro ragionamento attorno alla presenza o meno di una
corte nel periodo in esame, possiamo ritenere che, mentre è più facile ipo-
tizzare che, per motivi particolari legati agli avvenimenti succedutisi nei
decenni precedenti, potesse non esservi una ben delineata corte intesa in
senso esteso, più difficile appare sostenere che nel caso di Francisco de To-
ledo non vi fosse nemmeno una “casa personale del viceré”. Effettivamen-
te, abbiamo alcuni elementi che ce ne confermerebbero l’esistenza.
Tuttavia ci sembra difficile immaginare un “vuoto” assoluto al posto
che avrebbe potuto essere occupato dalla corte, al di là delle difficoltà poli-
tiche del momento e delle inclinazioni personali dell’austero Toledo. Per
questo ci sembra utile avanzare una seconda ipotesi interpretativa, ovvero
che vi fosse almeno qualcosa di molto simile a una “corte”, anche se non
esattamente delineata e strutturata secondo il modello allora vigente in Ca-
stiglia.41 Riteniamo plausibile che il viceré Francisco de Toledo, nel corso
della sua attività di governo, avesse quanto meno sviluppato un nucleo
“protocortigiano” e che, per questa ragione, se al momento non è possibile
parlare di una vera e propria “corte toledana”, sia possibile riferirsi a uno
“spazio politico protocortigiano”. Non si tratta di inseguire una vocazione
nominalistica e definitoria, quanto di poter ricorrere a uno strumento con-

41. Sul modello di corte presso gli Asburgo di Spagna rimane valido J. Elliott, La Spa-
gna e il suo mondo, 1500-1700, Torino 1996, pp. 203-230. Interessante per uno sguardo
comparativo J. Duindam, Vienna e Versailles. Le corti di due grandi dinastie rivali (1550-
1780), Roma 2004.
Il Perù del viceré Francisco de Toledo 95

cettuale, quello storiografico di “corte”, che, essendosi dimostrato una ca-


tegoria analitica e interpretativa così utile per lo studio del mondo dell’an-
tico regime, ci può permettere di comprendere meglio anche questa fase
della storia andina. Non ci pare dunque trattarsi di un artificio, bensì della
constatazione che, analizzando alcuni elementi fino ad ora conosciuti, ma
forse trascurati, possiamo notare diversi aspetti che rafforzerebbero la no-
stra interpretazione.
Innanzitutto, per quanto si riferisce alla residenza vicereale e al ceri-
moniale pubblico, sappiamo che Francisco de Toledo curò con attenzione
soprattutto l’aspetto materiale della propria residenza, dal momento che in
precedenza non vi era a Lima un edificio adatto a tali funzioni. Nel contem-
po, sappiamo che egli dedicò molta cura alla trasformazione di Ciudad de
Los Reyes in una vera capitale del regno, avviando migliorie e trasforma-
zioni urbanistiche.
La sua attenzione a sciogliere il nodo della determinazione della città
capitale del regno a favore di Lima non prescindeva da considerazioni sul-
le opportunità che avrebbe offerto la scelta del Cuzco, l’antica capitale in-
caica.42 Inoltre, le sontuose cerimonie di “entradas” nelle due città principa-
li del mondo andino,43 ma anche i suoi conflitti con l’Audiencia di Lima per
l’uso del sigillo reale,44 dimostrano come egli fosse sensibile anche alla co-
municazione simbolica e rituale del potere.
Indubbiamente, un aspetto che ci è poco noto e sul quale resta margine
per ulteriori ricerche riguarda l’articolazione della sua household nonché di
quello che abbiamo appena definito “ambito protocortigiano”. Infatti, se
tutti conosciamo la vulgata che ci offre l’immagine di un viceré austero e
isolato, forse anche misantropo, che si rinchiude «con cadena a la puerta de
su casa» rimanendo isolato per vari giorni per potere redigere tranquilla-
mente le sue Ordenanzas,45 riteniamo che questa immagine ci offra una pro-
spettiva piuttosto limitata.
Un discorso a parte meriterebbe la struttura istituzionale della corte qua-

42. Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo Mondo, pp 215 ss.


43. Zimmerman, Francisco de Toledo, pp. 61-62 e 100-101.
44. M. Merluzzi, Símbolos del poder y práctica de gobierno: el abuso del sello real en
el conflicto entre virrey y Audiencia de Lima (1570-1575)”, in E. Dos Santos (a cura di), XII
Congreso Internacional de AHILA: «América Latina: Outro occidente? Debate do final do
milénio», Oporto 2002, II, pp. 217-226.
45. Lettera del licenciado Ramírez de Cartagena al Consiglio delle Indie, 22 aprile
1572, in Levillier, Gobernantes del Perú, VII, p. 97.
96 Manfredi Merluzzi

le centro della politica vicereale. In particolare, se consideriamo l’ambito di


governo, dei consigli e dei consiglieri, sappiamo che un numero ristretto di
persone circondò il viceré, assistendolo nelle sue decisioni con i propri con-
sigli nelle sue funzioni, in particolare nella stesura delle Ordenanzas.
Sappiamo che il viceré aveva ipotizzato, nella sua corrispondenza con
il cardinale Diego de Espinosa nel corso dei lavori preparatori della Junta
Magna del 1568, la creazione di uno strumento consultivo che coadiuvasse
il vicesovrano peruviano nelle funzioni di governo, formato da personaggi
esperti e provenienti dalle diverse aree del vicereame.46 Egli pensava, per
dare maggior efficacia all’azione del viceré, alla creazione di un organismo
sul modello del Consejo de Cámara di Castiglia. Probabilmente l’idea era
frutto dell’esperienza che egli aveva maturato al servizio del sovrano e im-
peratore, tanto in Italia come in Germania e nelle Fiandre. Toledo pensava
ai Consigli che collaboravano con il viceré a Napoli (incarico ricoperto da
un suo zio, don Pedro de Toledo, dal 1532 al 1553), e in Sicilia (dove fu vi-
ceré García de Toledo, cugino di Francisco, tra il 1565 e il 1566), o al Con-
siglio Segreto che a Milano collaborava con il governatore (incarico rico-
perto dal fratello di Toledo Gómez Suárez de Figueroa dal 1554 al 1555).47
Se la proposta fosse stata accolta, si sarebbe venuto a creare un sistema
di governo, rispetto al modello “virreino-senatorial” che è stato analizzato
da Lalinde Abadía,48 ancora più prossimo a quello della stessa Castiglia e
dei diversi domini della Corona. Il peso delle Audiencias indiane, il cui pa-
rere era richiesto in tutta una serie di materie paragovernative prestabilite,
sarebbe stato ridimensionato e il processo decisionale del viceré sarebbe ri-
masto più indipendente rispetto all’influenza dell’organismo audienziale.
Ma la proposta di Toledo non ebbe successo, probabilmente perché si pen-
sò che in tal modo si sarebbe dato troppo peso alla figura vicereale, che nel-
le Indie era stata già rafforzata rispetto a quella europea, oppure che si sa-
rebbe finito con il dare troppo spazio a membri delle élite locali nella com-
posizione del Consiglio.

46. Levillier, Don Francisco de Toledo supremo organizador del Perú, IV, Anexos, p.
29; vedi anche J. Manzano Manzano, Historia de la Recopilación de Indias. Siglo XVI y
XVII, Madrid 1950, II, pp. 80-81.
47. Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo Mondo, pp. 46-47 e 81ss.; per un’analisi
della presenza dei diversi lignaggi nell’amministrazione della Monarchia, R. Pérez Busta-
mante, El gobierno del Imperio español, Madrid 2000.
48. Lalinde Abadía, El régimen virreino-senatorial en Indias, pp. 89-97.
Il Perù del viceré Francisco de Toledo 97

Diversa è la situazione per quanto riguarda la presenza di un entourage del


vicesovrano e di una sua “casa” o household, della cui esistenza abbiamo
diverse prove. Com’era ragionevole aspettarsi in quelle circostanze, già pri-
ma di partire dalla madrepatria Toledo aveva selezionato un primo nucleo
di collaboratori di provata fedeltà che lo avrebbero seguito nel corso della
sua avventura nelle Indie. In questo gruppo figuravano familiari e amici,
come suo cugino di parte materna Gerónimo de Figueroa, e Gerónimo Pa-
checo che rientrerà a corte a Madrid nel 1572 per consegnare al sovrano di
persona qualcosa che Toledo riteneva di primaria importanza: i risultati del-
le Informaciones svolte dal viceré sulla discendenza e il passato degli incas,
la prova della loro “tirannia” a suo modo di vedere, nonché la Historia In-
dica di Pedro Sarmiento de Gamboa e i famosi «cuatro paños pintados»
raffiguranti i volti e la genealogia incaica.49 Tra i familiari, vi erano poi fra-
te García de Toledo, suo consigliere per le questioni religiose (autore del
Memorial de Yucay), che era stato paggio del principe Don Carlos e priore
del Collegio domenicano di Alcalá de Henares; il dottor Serván Cerezuela,
compagno d’infanzia del viceré e nominato primo Inquisidor del Tribuna-
le inquisitoriale di Lima; il licenciado frate Pedro Gutiérrez Florez, uomo
di cultura e suo cappellano personale, nonché cavaliere dell’ordine di Al-
cántara, che tra l’altro sarà autore delle Ordenanzas de hospitales di La Pla-
ta. Vi erano, inoltre, un segretario personale, Diego López de Herrera, che
in un primo momento fu anche “secretario de gobierno” del viceré, fino al
momento in cui tale incarico venne affidato al più esperto e navigato Álva-
ro Ruiz de Navamuel, che si trovava già a Lima, dove aveva rivestito tale
ruolo anche con il suo predecessore, il governatore licenciado Lope García
de Castro; il “mayordomo” di Toledo e responsabile della “casa del virrey”
Juan de Silva. Inoltre vi era un personaggio di grande fiducia, considerato
«hombre de confianza» da Toledo, un certo Francisco de Barranza, che tor-
nerà con lui in Spagna e, fedele anche dopo la morte del suo signore, testi-
monierà a favore del viceré nella causa di servizio che gli sarà intentata al
suo ritorno. Ricordiamo, poi, il contador Antonio Bautista de Salazar, e ben
due medici personali, per un viceré che partiva per le Indie in età già avan-
zata (circa 54 anni): Vázquez e Sánchez de Renedo.50
49. Per Toledo si trattava di un elemento importantissimo per la determinazione della
politica peruviana della Corona; cfr. Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo Mondo, pp.
101-116 e 133-149.
50. Colección de Documentos inéditos para la Historia de España, Madrid 1842-
1895, XCIV, pp. 343-344.
98 Manfredi Merluzzi

Inoltre, sappiamo che al viceré fu concesso dal sovrano di portare con


sé nelle Indie un cospicuo numero di servitori: due mulatti, venti schiavi,
settantadue servitori a vario titolo con le loro mogli e i loro figli.
Egli ebbe licenza di trasportare, per le necessità della sua “casa” beni
per un valore di circa 20.000 pesos e gioielli per un valore di 6.000 pesos,
oltre alle armi e armature necessarie per equipaggiarne la difesa.51 Un altro
dato a nostro parere indicativo per ricostruire non solo il train de vie del
viceré, ma anche la gestione della sua casa, è il salario che gli venne asse-
gnato: 40.000 ducati annui, con uno stanziamento iniziale, datogli come an-
ticipo alla partenza, di 20.000 ducati, di cui 12.000 si dovevano ritenere
un’anticipo sugli emolumenti, mentre 8.000 ducati si consideravano come
partecipazione per le spese di viaggio.52
Sappiamo inoltre che il viceré redasse specifiche istruzioni per coloro
che erano stati scelti come criados per la missione in Perù.53 In queste mi-
nuziose istruzioni egli dettava una serie di rigide norme comportamentali54
finalizzate a evitare che essi dessero scandalo o tenessero comportamenti
tali da metterlo in difficoltà in quanto responsabile dei propri criados. Que-
ste istruzioni sono una prova ulteriore di come, nella percezione dello stes-
so Toledo, vi fosse uno stretto legame tra la dimensione “familiare” (o del-
la casa del viceré) e la sua autorità pubblica.
Probabilmente la misura venne concepita per evitare di cadere nella stes-
sa sgradevole situazione in cui si era venuto a trovare il suo predecessore
conte di Nieva, accusato di vivere con eccessivo sfarzo, o di avvantaggiare i
propri servitori con incarichi e prebende, cadendo nell’accusa di corruzione.
Ma questo primo gruppo di familiari, criados e servitori si ampliò nel
corso del soggiorno nel vicereame di sua competenza. Toledo incorporò
nella cerchia dei propri collaboratori vari personaggi, esperti di “asuntos de
Indias” che avevano dimostrato in precedenza di aver svolto i loro incarichi
con assoluta fedeltà alla Corona. Così facendo, egli venne formando un ve-
ro e proprio gruppo di collaboratori e consiglieri, esperti nei diversi ambiti
della gestione e amministrazione del vicereame, finendo, di fatto, per crea-
re quel “consiglio del viceré” la cui istituzione aveva proposto ma non era
stata approvata. A tale proposito, Lohmann Villena, nello studio introdutti-

51. AGI, Lima, 578, ff. 278-279, cit. in Zimmerman, Francisco de Toledo, p. 49.
52. AGI, Lima, 578, ff. 188-189, cit. in Zimmerman, Francisco de Toledo, p. 48.
53. Pubblicate da Levillier, Gobernantes del Perú, III, pp. 669-673.
54. Levillier, Don Francisco de Toledo supremo organizador del Perú, I, p. 98.
Il Perù del viceré Francisco de Toledo 99

vo all’edizione da lui curata delle Ordenanzas di governo del viceré Toledo,


sottolinea «la perspicacia que demostró desde el primer momento al llamar
a su lado, a partir del arranque de su gobierno, a los talentos más sobresa-
lientes y a personalidades de probada experiencia y versación en los proble-
mas del Virreinato».55 Toledo creò un vero e proprio «estado mayor» – per
utilizzare l’espressione formulata da Lohmann – composto da laici e da ec-
clesiastici, dal momento che le questioni che dovevano essere affrontate ri-
guardavano sia l’ambito del «gobierno temporal» che quello del «gobierno
espiritual». Tra i religiosi, oltre al ricordato domenicano García de Toledo,
un ruolo di rilievo spettò al gesuita José de Acosta. Numerosi furono i col-
laboratori esperti in ambito giuridico: gli oidores Gonzáles de Cuenca del-
la Audiencia di Lima, che vantava già quindici anni di servizio, il licencia-
do Juan de Matienzo della Audiencia di La Plata, l’oidor Sánchez de Pare-
des e il licenciado Polo Ondegardo.
Álvaro Ruiz de Navamuel divenne presto il suo segretario “de gober-
nación”, seguendo il viceré in tutti i suoi spostamenti e partecipando alla
stesura delle «Ordenanzas de minas de Huamanga» e di Huancavelica.
Ruiz de Navamuel ricoprì tale incarico ininterrottamente dal 1566 all’inizio
del 1600, prestando servizio anche con i successivi viceré Martín Enríquez
de Almansa (1581-1583), Fernando de Torres y Portugal, Marqués de Bél-
gida (1585-1590), Andrés García Hurtado de Mendoza, Marqués del Cañe-
te (1590-1596), e, infine, Luis de Velasco, Marqués de Salinas del Río Pi-
suerga (1596-1604).56 Navamuel ci ha anche lasciato una testimonianza im-
portante degli anni a servizio di Francisco de Toledo con il Testimonio en
relación de lo que hizo el Virrey Toledo durante su gobierno datato 1578.
Rimettendo questo memoriale al sovrano e al Consiglio delle Indie, Nava-
muel dimostrava di appoggiare il governo di Toledo e la richiesta, che il vi-
ceré stava ripetutamente inoltrando, di essere sostituito nell’incarico, in
modo da poter tornare in patria.57
Qualche parola merita anche il caso del licenciado Polo Ondegardo,
che al momento in cui venne richiamato da Toledo sembrava ormai aver
abbandonato la vita pubblica e il servizio del re. Egli, infatti, dopo essere
stato parte attiva nelle complesse vicende del vicereame fin dal 1540, con

55. Lohmann Villena, Étude preliminaire, pp. XXII-XXIII.


56. Probanza de servicios di Alvaro Ruiz Navamuel (1600), in AGI, Lima 136 e 213.
57. Biblioteca Nacional (Madrid), Mss. 3.044, ff. 53-65, Alvaro Ruiz de Navamuel,
«Testimonio en relación de lo que hizo el Virrey Toledo».
100 Manfredi Merluzzi

alterne vicende, si era ritirato nella sua residenza di Chuquisaca. Oltre alla
nota competenza giuridica, Polo poteva vantare una straordinaria cono-
scenza del mondo indigeno al cui studio si era dedicato per decenni (era
stato corregidor de indios al Cuzco dal 1558 al 1561), soprattutto cercando
di trovare il modo di fondere il diritto castigliano con quello tradizionale in-
digeno. Nel 1559 pubblicò a Lima un libro dal titolo Errores y supersticio-
nes de los Indios, che si rivelò particolarmente utile nel corso dei lavori del
Concilio Provinciale di Lima del 1567.58 Toledo si avvalse della collabora-
zione di Polo soprattutto nel corso della sua “visita general de la tierra”, e
per redigere le Ordenanzas de indios, oltre che per l’elaborazione dei que-
stionari delle Informaciones. Nel 1571 Toledo riuscì a convincere l’anziano
Polo a riprendere l’antico incarico di corregidor al Cuzco.
Oltre a questo gruppo ristretto e stabile di collaboratori, vi erano diver-
si personaggi che ruotarono attorno al viceré nel corso della sua attività di
governo, tra i quali ricordiamo: il doctor Gabriel Loarte; il cosmografo e
cronista Pedro Sarmiento de Gamboa, autore della ricordata Historia Indi-
ca; Damián de la Bandera; padre Cristóbal de Molina; l’agostiniano Juan
de Vivero.59
Ci sembra abbastanza per poter affermare con una buona dose di cer-
tezza che vi fosse un entourage del viceré, che non si trattasse di casi epi-
sodici e che vi fosse anche un gruppo composito, formato non solo da
quanti lo avevano seguito dalla madrepatria.

4. Alcune osservazioni conclusive

Dal momento che vi sono evidenze riguardanti la presenza di un sistema


curiale nei vicereami americani nel XVII secolo, abbiamo cercato di com-
prendere se risalendo indietro cronologicamente vi fossero discontinuità o
meno e se il sistema delle corti vicereali fosse da ritenersi coevo all’instaura-
zione dei vicereami di Messico (1535) e Perù (1543), anche se il caso in esa-
me si è incentrato particolarmente sullo studio del vicereame peruviano.
Ci sembra utile sottolineare come, a nostro parere, focalizzando l’at-
tenzione sulla questione se vi fosse o meno la presenza di una corte vicerea-

58. F. Esteve Barba, Estudio preliminar, in Crónicas Peruanas de Interés Indígena,


Madrid 1968 (Biblioteca de Autores Españoles, 209), p. XXXVI.
59. Merluzzi, Politica e governo nel Nuovo Mondo, pp. 81-89.
Il Perù del viceré Francisco de Toledo 101

le intesa come spazio politico, luogo privilegiato di negoziazioni e di me-


diazioni nel quale si affermava il potere del sovrano attraverso la figura del
suo alter ego, il viceré, per il periodo esaminato (un momento significativo
per il mondo peruviano del XVI secolo, il governo del viceré Francisco de
Toledo dal 1569 al 1581), si possa riscontrare un’apparente anomalia. Tale
particolarità si fonda soprattutto sulla mancanza di elementi certi con cui
sia possibile identificare esattamente una corte vicereale con caratteristiche
simili a quelle di altri domini europei della Monarquía.
Sembra possibile considerare tale situazione anche come il riflesso
della necessità di un ampliamento degli studi riguardanti le corti vicereali
americane. Indubbiamente, l’interessamento della storiografia iberoameri-
canista a queste tematiche appare recente, dal momento che, come osservò
nel 1999 Christian Büschges, la «cuestión» sulle corti ispanoamericane non
era stata ancora adeguatamente formulata.60 Da allora possiamo affermare
che si va risvegliando un crescente interessamento, tuttavia molti aspetti re-
stano ancora da definire e meritano ulteriori approfondimenti, come dimo-
stra il caso in esame riguardante la presenza o meno di una corte toledana.
Nella nostra analisi abbiamo cercato di proporre alcune possibili inter-
pretazioni in attesa che ulteriori prove documentali permettano il chiari-
mento di molti interrogativi ancora aperti riguardanti la cronologia esami-
nata. Tuttavia, ci sembra possibile affermare l’esistenza di elementi suffi-
cienti per considerare, in epoca toledana, la presenza, se non di un ambito
cortigiano, quanto meno di un ambito “protocortigiano”. Se fosse possibi-
le utilizzare il concetto di corte per l’analisi del governo di Francisco de To-
ledo nel Perù del XVI secolo, se non come luogo di rappresentazione socia-
le e politica del potere, quanto meno come spazio di elaborazione politica,
potremmo distinguere due fasi. La prima, contraddistinta da una corte itine-
rante, che durante il quinquennio 1570-1575 accompagnò il viceré nella
sua visita del vicereame, somiglierebbe maggiormente alla corte itinerante
di Carlo V che segnò una prima epoca di vita cortigiana dello stesso Tole-
do. Mentre la seconda, dal 1576 al 1581, sembrerebbe più simile alla corte
insediatasi con Filippo II a Madrid.
Nonostante gli sforzi compiuti dalla storiografia negli ultimi anni, resta-
no da chiarire alcuni aspetti del governo del vicereame peruviano tra il 1569
e il 1581; tra questi, in particolare, è necessaria una ricostruzione più comple-
ta delle reti di potere e delle clientele e di come queste abbiano influenzato

60. Büschges, La corte virreinal en la América Hispánica, pp. 131-140.


102 Manfredi Merluzzi

l’opera di governo toledana. Sappiamo che il viceré dovette confrontarsi (an-


zi, conoscendo il rigido carattere di Toledo e il suo stile potremmo dire: do-
vette scontrarsi) più volte con le reti di potere preesistenti al suo arrivo.
Ci proponiamo di raccogliere questa sfida per potere comprendere me-
glio se l’assenza di una “corte toledana” corrisponda a un vuoto politico op-
pure, come ci sembra più plausibile, sia semplicemente il frutto della pro-
spettiva adottata fino a oggi dalla storiografia iberoamericanista, attenta a
sottolineare altri aspetti.