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La forma dello spazio cromatico

Roberta Locatelli

Pastoureau ha scritto un bel libro, Blue. Histoire d'une couleur, apparso in traduzione italiana nel 20021, nel
quale ci racconta una storia appassionante: quella del colore blu, dei suoi usi nella vita quotidiana, dei suoi
valori simbolici, sociali, culturali e religiosi.
Nel corso dei secoli, ci spiega Pastoureau, la gerarchia dei colori ha subito un radicale ribaltamento, del quale
la repentina valorizzazione del blu, maturata a cavallo tra il XII e XIII secolo, costituisce il fenomeno più
significativo e vistoso.
In questo articolo non entrerò nel merito della ricostruzione storica delle vicissitudini del blu, piuttosto
vorrei prendere in considerazione una sorta di abbozzo di ontologia del colore che emerge molto
chiaramente in Blue. Histoire d'une Couleur e che consiste nel sostenere che il colore è, per utilizzare le parole
di Pastoureau, «un fatto sociale»2, «una costruzione culturale complessa»3, in cui natura e apparato fisiologico
sono del tutto irrilevanti4.
Si tratta di una concezione molto diffusa, soprattutto nell'ambito delle scienze storico-socio-antropologiche.
Ma questa ontologia camuffata poggia su un fraintendimento: il fatto che storici e antropologi si interessino
al colore in quanto oggetto culturale non è una buona ragione per negare che sia possibile approdare a
qualsiasi verità transculturale riguardo al colore, come se del colore non si potesse parlare che all'interno di
una determinata cultura. In senso proprio, è banalmente falso sostenere che, in concomitanza con l'ascesa
del blu nella gerarchia dei colori avvenuta nel corso del XII secolo, le «modalità di percezione» 5 sono
cambiate; che l'occhio occidentale, a differenza di quello giapponese, non è in grado di distinguere diverse
sfumature di bianco, dal più opaco al più brillante6; che per la vista degli uomini dell'alto Medio Evo il rosso
e il verde formavano un contrasto più debole che per la nostra7.
Parlare della relatività del colore ha senso finché ci si dispone sul terreno degli usi culturali, sociali e simbolici
che se ne fanno, ma questi usi non determinano la qualità del colore così come esso è percepito, come
appare. Al contrario, tutti gli usi che possiamo fare del colore non sono altro che differenti giochi linguistici
che si installano su un medesimo materiale percettivo, dotato di una sua legalità interna. Detto altrimenti, è
possibile mostrare che, ad un livello puramente percettivo, esistono regole strutturali che costituiscono la
natura del colore e che impongono dei limiti ai modi in cui possiamo parlarne.
È dunque possibile tracciare, sulla base di un'indagine di tipo fenomenologico-descrittivo, una grammatica

1 M. Pastoureau, Blue. Histoire d'une couleur, Paris 2000 (trad. it. di ........., Blu. Storia di un colore, Milano 2002).
2 Ivi, p. 6.
3 Ivi, p. 7.
4 «Il colore si definisce in primo luogo come un fenomeno sociale. È la società che “fa” il colore, che gli attribuisce
un codice e un significato, che costruisce i suoi codici e i suoi valori, che stabilisce i suoi utilizzi e l'ambito delle sue
applicazioni. L'artista, lo studioso, l'apparato biologico dell'essere umano e la natura sono irrilevanti.» (Ivi, p. 10.
Corsivo mio).
5 Ivi, p. 81.
6 Cfr. ivi p. 175; Id, Couleurs, images, symboles. Etudes d'histoire et d'anthropologie, Paris 1989, p. 15.
7 Id, Blue. Histoire d'une couleur cit. [cfr. nota 1], p. 34.
del colore, che metta in luce le costanti che operano a livello percettivo: si tratta di esplicitare le norme
interne che regolano la visibilità del colore, di definire il campo delle sue sintassi possibili, facendo emergere
la forma dello spazio cromatico, i suoi confini esterni e i suoi snodi interni.
A questo scopo possiamo partire da una constatazione molto semplice: se disponiamo i colori su una
superficie, piana o tridimensionale che sia, essi ci appaiono integrati in una «struttura relazionale
essenzialmente unitaria»8 retta da una regola fondamentale, che potremmo chiamare, seguendo Giovanni
Piana, «esperienza della transizione dei colori»9. Lo spazio cromatico appare come uno spazio continuo
infinitamente percorribile in cui, dati due colori, è sempre possibile stabilire una transizione percettiva
continua.
Questa continuità del colore è stata spesso considerata un'evidenza su cui fondare la tesi del relativismo
percettivo del colore: lo spazio cromatico è un continuo e nessuna sfumatura ha un posto preminente sopra
le altre, quindi - si sente argomentare – se ne deve dedurre che qualsiasi caratterizzazione di questo
continuo che distingua una sfumatura dall'altra, attribuendo rilevanza ad alcune di queste sfumature, deve
essere il prodotto culturale di una determinata pratica linguistica.
Basta tuttavia guardare meglio per rendersi conto che le cose non stanno così: la continuità dello spazio
cromatico non significa indistinzione. Al contrario, in esso è possibile scorgere una certa strutturazione:
alcuni punti dei continui cromatici che possiamo costruire facendo trapassare gradatamente un colore
nell'altro si propongono come limiti di una sequenza, come picchi di colore su cui è posto un accento,
mentre altri si caratterizzano come momenti di passaggio. Diremmo, per esempio, che il colore scorre dal
giallo al rosso o che viola e verde convergono e si concentrano nel blu. Abbiamo di fronte a noi una prima
regola dello spazio cromatico: l'esperienza della transizione è scandita da un ritmo interno, che si impenna in
quelli che potremmo chiamare punti di massima cromaticità (il giallo, il rosso, il blu puri).
L'esistenza di alcuni picchi cromatici che scandiscono l'esperienza della transizione del colore riesce a
rendere conto di un fatto singolare riguardo al funzionamento del nostro linguaggio, che Wittgenstein ha
messo bene in evidenza: «Nella vita di tutti i giorni noi siamo praticamente circondati da colori del tutto
impuri. Ed è tanto più degno di nota, perciò, che abbiamo costruito un concetto di colori puri»10.
Secondo la concezione relativistica ogni classificazione dei colori e ogni vocabolario cromatico è frutto di
scelte completamente arbitrarie. Ma se fosse così, se nel fenomeno del colore non vi fosse proprio nulla
capace di indirizzare le scelte linguistiche, l'esistenza di termini per i colori puri piuttosto che per le tinte
intermedie resterebbe un mistero. Se ogni lingua elabora nomi per il bianco, il nero e il rosso (colori che gli
uomini incontrano raramente nell'esperienza quotidiana) prima che per quei colori di cui tutti facciamo
continuamente esperienza (i marroni, le sfumature di verde, i grigi) è perché il colore ha una sua interna
legalità e pensare il colore significa classificarlo a partire dagli snodi fondamentali della sua struttura interna.
Se, preso un colore, operiamo una variazione del parametro della luminosità, otterremo sempre nel punto

8 G. Piana, La notte dei lampi, vol. III: Colori e suoni, Milano 1988, p. 27.
9 Cfr. ibidem; Id., L'esperienza della transizione e il sistema dei colori, ed. digitale
<http://filosofia.dipafilo.unimi.it/~piana/transiz/transidx.htm> 2000.
10 Wittgenstein, Remarks on Colour, a cura di G.E.M. Anscombe, Cambridge 1977, sez. III, § 59 (Trad. it. di M.
Trinchero, Torino 1081.
di massima luminosità il bianco e nel punto di minima luminosità il nero, qualsiasi sia il colore di partenza.
Bianco e nero costituiscono dunque i confini esterni del colore, i punti in cui la possibilità del colore nasce e
si spegne.
Inoltre se vogliamo passare dal bianco al nero attraversando una variazione di tonalità (e non semplicemente
attraverso una gradazione di grigi) notiamo che l'ordine con cui incontreremo le diverse tinte di colori non è
suscettibile di una libera scelta, ma è imposto dal materiale stesso: dal bianco si passa al giallo, al centro
troviamo il verde o il rosso e prima di raggiungere il nero, il colore si inscurisce nel blu. Non è possibile
passare in maniera graduale dal bianco al nero incontrando prima il blu e poi il giallo. I colori hanno dunque
una chiarezza intrinseca per cui un giallo puro è più chiaro di un blu puro. Il giallo è simile al bianco e il blu è
simile al nero, così come il giallo è più simile al rosso che al blu.
L'emergenza di queste regole di strutturazione del colore a livello percettivo converge con alcune indagini
sugli universali linguistici. Secondo le indagini condotte da Berlin e Kay11, si possono identificare non più di
undici termini fondamentali di colore12 che ricorrono nelle lingue le più differenti. Ovviamente esistono
lingue che non posseggono tutti questi termini, ma i due linguisti scorgono una legge relativamente fissa che
regola l'introduzione dei termini cromatici, per la quale:
- tutte le lingue possiedono termini per bianco e nero;
- in una seconda fase viene introdotto un nome per il rosso;
e via di seguito secondo il seguente schema13:
Purple
Green- Yellow Pink
White
→ Red → or → Blue → Brown → Orange
Black
Yellow-Green Grey
Un linguaggio, se vuole essere significante, deve poter aderire alla realtà
che descrive. Ogni linguaggio può far fronte alle richieste dell'esperienza con grande libertà, tuttavia la
struttura dell'esperienza pone al linguaggio dei vincoli di sensatezza, perspicuità e comprensibilità. Così ogni
lingua può scegliere se dotarsi di un vocabolario cromatico molto minuzioso oppure approssimativo, ma
tanto il sistema categoriale a maglie strette quanto quello a maglie molto larghe devono aderire in qualche
misura alla natura del colore.
Se un linguaggio vuole dominare il colore, innanzitutto deve essergli possibile nominarne i confini esterni:
ecco perché non sembra esistere alcuna lingua che non disponga dei termini per designare bianco e nero. Se
mancassero, cadrebbe la possibilità di definire i confini dello spazio cromatico, i limiti entro cui ha senso
parlare di colore. Una lingua che adotta tre termini di colori basilari, aggiungerà a bianco e nero il rosso. Il
rosso si trova infatti al centro tra bianco e nero. È il punto di maggiore saturazione, densità, vivacità del

11 B. Berlin, P. Kay, Basic Color Terms. Their Universality and Evolution, Berkeley - Los Angeles 1969.
12 Sono considerati termini fondamentali i vocaboli che rispettano certi criteri, come la generalità, la referenza
cromatica primaria, la salienza psicologica e la monolessemicità. (Cfr. ivi, p. 5-7). In uno studio successivo a Basic
Color Terms, i due studiosi ammettono un dodicesimo termine, “azzurro”, e in seguito altri quattro termini sono
ulteriormente introdotti. Queste correzioni sono riportate in B. Kay, C. K. McDaniel,The Linguistic Significance of
The Meaning of Basic Color Terms Language, in A. Byrne, D.R. Hilbert (a cura di), Readings on Color, Vol. II: The
Science of Color, 1997, pp. 399-441.
13 B. Berlin, P. Kay, Basic Color Terms cit. [cfr nota 13], p. 104.
colore, percepito come un picco di cromaticità, mentre il giallo e il blu sono vicini (simili) rispettivamente al
bianco al nero.
Questa strutturazione dello spazio cromatico sembra fornire una spiegazione ad alcuni fatti concernenti la
storia del blu che all'interno della concezione fortemente relativista proposta da Pastoureau restano
misteriosi. Pastoureau rileva, per esempio, che nel greco e nel latino antichi il lessico per i toni del blu è
estremamente impreciso se non addirittura mancante14. Egli considera questa instabilità del lessico dei blu
come un riflesso della mancanza di interesse per questo colore da parte di tali civiltà. Ma qual'è, potremmo
chiederci, il motivo di tanto disinteresse? All'interno della prospettiva di Pastoureau tale domanda non può
che ricevere una risposta triviale (il blu non interessava perché era “poco valorizzato e valorizzante” 15) e
questo perché non vi è spazio, nella sua prospettiva, per una domanda del genere.
Invece un'interrogazione di questo tipo è perfettamente legittima e può trovare nella forma dello spazio
cromatico una risposta soddisfacente. Il blu ha trovato molto tardi un posto fisso nella terminologia dei
colori basilari perché esso occupa un posto marginale nello spazio cromatico. Esso assomiglia al nero e può
facilmente essere assimilato a quest'ultimo, mentre il rosso viene difficilmente compreso dalle categorie per
il bianco e il nero. Certo potremmo immaginare una lingua nella quale gli unici termini fondamentali di
colore sono bianco, nero e blu, ma si tratterebbe di un sistema lessicale quantomeno scomodo: si avrebbero
da un lato due nomi (nero e blu) per dominare una breve gamma cromatica, dall'altra tutta una vasta gamma
di colori, designati da un unico termine. Scandire lo spazio cromatico in questo modo sarebbe come avere
un righello graduato a intervalli alterni di tre millimetri e due centimetri, piuttosto che a intervalli regolari.
La sua praticità sarebbe alquanto dubbia e di solito linguaggio e righelli non funzionano in questo modo.
L'idea che il colore sia interamente determinato dagli usi linguistici che se ne fanno è una declinazione di un
relativismo percettivo più generale, secondo il quale soggetti con credenze differenti vedono letteralmente
cose diverse, perché la struttura dell'esperienza è imposta dal linguaggio che la descrive. Trarre questa
conclusione significa però aver tacitamente accettato una premessa: l'idea che l'esperienza percettiva sia, in
sé, priva di qualsiasi forma e strutturazione e che fornisca soltanto un materiale sensibile disorganico, dei
sense data. Solo se il contenuto dell'esperienza sensibile è privo di qualsiasi strutturazione autonoma, esso ha
bisogno di mutuare la sua forma dal linguaggio che lo descrive.
L'analisi fenomenologica del colore abbozzata in queste pagine mostra che questa premessa è falsa 16: il
materiale percettivo ha una sua grammatica anteriore alla classificazione che di questo materiale facciamo
attraverso le parole che usiamo per descriverlo. Ed è proprio questa articolazione del materiale percettivo
che impone al linguaggio dei vincoli di pensabilità, garantendogli la sua presa sul mondo.

14 Pastoureau, Blue. Histoire d'une couleur cit. [cfr. nota 1], p. 25.
15 Ivi, p.32.
16 Per uno sviluppo di questa fenomenologia delcolore, cfr. G. Piana, La notte dei lampi cit. [cfr. nota 8], p. 21-75;
Roberta Locatelli, Attraverso il blu. Sulla percorribilità di una storia del colore, ed. digitale
<http://www.lettere.unimi.it/~sf/dodeca/Locate06/copertina.htm> 2006 p. 107-156.