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2/16/2019 La Guerra Civile in Libia e l'Imperialismo (2011-Oggi) - La Voce delle Lotte

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La Guerra Civile In Libia E


L’Imperialismo (2011-Oggi)
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w.fac witte , Politica

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/ eboo r.com 4, 2018


Date: Settembre

k.co /inte
Per comprendere l’attuale caos libico dobbiamo fare un passo indietro fino al 2011,
quando
m/sh nt/twanche la Libia di Gheddafi viene coinvolta nel processo di radicalizzazione
popolare cominciato nel dicembre dell’anno precedente a Tunisi, prima di propagarsi in
arer/ il eet?
tutto Medio Oriente e il Nordafrica, passando alla Storia come “Primavera Araba”. Le
prime manifestazioni contro il regime sono di Febbraio, e intonano slogan simili a quelli
share text=
che si sono sentiti nei mesi e nelle settimane precedenti in Tunisia ed Egitto – “pane,
giustizia
r.php LaGu sociale e libertà”. Sul piano economico, in realtà, la Libia non ha conosciuto gli
immani processi di privatizzazione e di espropriazione trainati dalle Istituzioni 
? erraC Internazionali e dalle borghesie compradore dei paesi medio-orientali,
Finanziarie
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insieme agli e etti della crisi scoppiata nel 2008, alla base delle rivolte nella regione.
u=htt ivilei
Rimane, comunque, che il regime di Gheddafi è uno dei più repressivi della zona. Inoltre
tra la fine
ps:// degli anni 90 e il primo decennio del 2000 anche in Libia comincia un processo
nLibi
di smantellamento del capitalismo di Stato istituito dopo la “rivoluzione” del 69,
www. ael’I
parallelo a un aumento della povertà e all’arricchimento del clan di burocrati, finanzieri
elavoc
famigliari 
mper
attorno al Colonnello, il quale nel frattempo ha riallacciato i rapporti con
l’occidente siglando accordi commerciali – in primis con l’Italia di Berlusconi – e
investendo
edell ialis la rendita petrolifera a Londra, New York, Parigi, Berlino ecc.  tramite un
apposito fondo sovrano,  la Libyan Investment Authority, che nel 2010 vanta inoltre il
elott delle
7,6% mo(2azioni di Unicredit [1].

e.it/it 011-
L’intervento NATO nel marzo 2011
/2018 Oggi)
Mentre in Tunisia e in Egitto il movimento è spinto in avanti dagli scioperi dei lavoratori,
in Libia&url=
/09/0 – dove inesistente è il movimento sindacale – esso non si estende oltre a settori
giovanili e parte dell’intellighenzia. Gheddafi – come poi farà anche in Siria Assad – avrà
4/la- https
perciò gioco facile a liberare estremisti islamici e criminali comuni dalle galere per
giustificare
guerr ://w
una repressione feroce e condurre a una rapida militarizzazione dello
scontro. Ecco che l’inziativa è fin da subito in mano a gruppi armati delle più svariate
a a-iliazioni
ww.l che prendono possesso degli edifici pubblici nelle principali città come
Bengasi dove si forma un’autoproclamatosi “consiglio nazionale di transizione” (CNT). Si
civile di
tratta avoc
un organismo composto essenzialmente da esponenti del vecchio regime ben
connessi
-in- edell
con i circoli finanziari e diplomatici occidentali, sauditi ed emiratini: non
stupisce che venga immediatamente riconosciuto dalla “comunità internazionale”. Nel
frattempo
libia- elottle attività estere della banca centrale e del fondo sovrano libico (attorno ai 70
miliardi di dollari) sono sequestrate da Usa e potenze U.E, mentre oltre al desiderio di
e- e.it/it
vedere Gheddafi condannato alla corte penale internazionle il CNT non esprime
rivendicazioni
limp /2018
politiche, ma si premura di accreditarsi presso le banche euroamericane
per ottenere lo sblocco dei fondi governativi congelati. Questi ultimi, sottratti al
Colonnello–
eriali /09/0 ironia dell’imperialismo – “onde evitare che li spenda in truppe mercenarie”
(ci raccontarono i telegiornali), cominciano nel giro di poche settimane ad essere
smo- 4/la-
somministrati alle nuove autorità per l’acquisto di armi da destinare alle milizie che
spuntano
2011- guerr
ovunque nel paese, basandosi sul clan politico-clientelari locali legati al
vecchio regime e su reti di islamisti radicali, l’unica tendenza politica in grado di
sopravvivere
oggi/ a- alla repressione durante l’epoca di Gheddafi, anche in quanto
rappresentano un ottimo espediente per giustificare con lo spauracchio del “terrorismo”
&t=L
la civile (strategia storicamente adottata da tutti i regimi bonapartisti-borghesi arabi).
dittatura
Non si contano, poi, i nuovi signori della guerra che sono riusciti ad approfittare del caos
aGue -in-
scatenato dal collasso delle strutture statali.
rraCi libia-
Intanto (Marzo) cominciano i bombardamenti NATO che giustificati con l’esigenza di
vilein e- la popolazione dalla furia di Gheddafi colpiscono molti obiettivi civili, come
proteggere
l’imponente rete idrica pagata a suo tempo 31 miliardi… Finiti nelle tasche della 
Libia limp
multinazionale francese Vinci, i cui dirigenti – mentre ringraziano  Sarkozy che più di
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tutti
el’Imhaeriali
spinto per i bombardamenti – non stanno più nella pelle di fronte all’aspettativa
di nuove commesse. Sia chiaro, non c’è però nessun complotto contro l’Italia, anche se
peria abbiamo
come smo- accennato essa aveva intessuto negli ultimi anni con la Libia strette
relazioni economiche e diplomatiche (concretizzatesi, oltre che in flussi di capitale, nei
lismo 2011-
primi accordi volti a rinchiudere nei lager gli emigranti verso l’Europa, con buona pace di
chi
(2011 rimpiange
oggi/ Gheddafi da sinistra). Al netto che non si capisce perchè l’imperialismo
con base a Roma debba avere più diritto di saccheggiare le risorse del popolo libico di
-
quello ) base a Parigi, infatti, la NATO può intervenire perché il regime è destabilizzato
con
da cause interne, mentre è strategico – dal punto di vista di tutti i paesi imperialisti –
Oggi)
intervenire militarmente dove le condizioni sono più propizie per evitare di perdere
l’iniziativa
) in un contesto come quello medio-orientale segnato in quel periodo da
sommosse e imponenti movimenti rivoluzionari. Tant’è che nonostante tutti i contratti
firmati dalla Libia con l’Italia, Berlusconi e Napolitano concedono quasi senza colpo
ferire le basi siciliane per le operazioni dell’Alleanza Atlantica. [2]

Dalla morte di Gheddaf al fallimento della “transizione


democratica”
Dopo otto mesi di guerra civile Gheddafi viene ucciso e comincia il percorso che nel
Luglio 2012 condurrà alle elezioni di un “governo democratico”. Vanno alle urne 1.5
milioni di persone su 2.7 registrate e 6 milioni di abitanti totali: tale è il consenso delle
fazioni che hanno portato avanti la “rivoluzione”; ex Gheddafiani con referenze in
occidente (o negli Emirati e in Arabia Saudita), notabili locali ed Islamisti di varie
sfumature, tra i quali quelli legati alla frazione locale della Fratellanza Musulmana
(questi ultimi sostenuti da Qatar e Turchia). Il compromesso istituzionale tra le fazioni
parlamentari dura però molto poco dato che la partita si gioca a livello militare tra le
milizie che detengono il potere reale nel paese. Nel 2014 il generale Ha ar, un vertice
militare del “vecchio regime” tornato in patria con la “rivoluzione” dopo un lungo esilio
negli USA, minaccia un colpo di stato a meno che non si tengano nuove elezioni, mentre
mostra i muscoli con una campagna contro i gruppi armati islamisti a Bengasi.

Il governo a maggioranza islamista è sfiduciato e in luglio vengono indette nuove


elezioni, vinte dai “laici” prima di spostare il parlamento a Tobruk, città della Cirenaica
(Nord-Est), dove sfruttando gli importanti contatti all’interno del vecchio esercito Ha ar
riesce a costruire la più grande e coesa forza armata nello scenario libico. La mossa
tuttavia non è gradita alle varie milizie e fazioni radicate nel nord-ovest – in particolare
quella della città costiera di Misurata – le quali non riconoscono il nuovo esecutivo e ne
installano un altro a Tripoli, legittimato da 94 parlamentari che defezionano
dall’assemblea internazionalmente riconosciuta di Tobruk. Il paese è diviso e mentre la
comunità internazionale legittima ancora il governo in Cirenaica, la National Oil
Company e la Banca Centrale, uniche autorizzate dal consiglio di sicurezza dell’ONU a
vendere il petrolio e a gestirne i proventi, sono in mano ai “ribelli” con perno a Tripoli,
dove entrambe le agenzie hanno la sede. La maggior parte del petrolio libico, tuttavia,
viene estratto nella zona centro orientale del paese – nota come “mezzaluna petrolifera”
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-, dove sono inoltre collocati i principali scali per l’esportazione: Sidra e Ras el Lanuf. Il
risultato è che l’ovest può vendere, ma produce poco, mentre l’est può produrre, ma non
può vendere. Si tratta evidentemente di un calcolo delle potenze imperialiste e regionali
coinvolte nella partita, le quali – bloccando la principale fonte di finanziamento per i
contendenti sul campo – possono continuare a manovrare, evitando che emerga una
forza in grado di imporsi autonomamente. Anche se la situazione e le articolazioni delle
alleanze in uno scenario che coinvolge decine di attori sono molto complesse,
l’imperialismo USA ha maggiori entrature a Tripoli, così come Turchia, Qatar e Italia,
mentre He ar è sostenuto da Emirati Arabi, Arabia Saudita e Russia, interessati peraltro
a creare uno stallo per ridurre la produzione di petrolio libico e mantenere o guadagnare
posizioni nel mercato mondiale degli idrocarburi già depresso dagli e etti della Grande
Crisi (a causa dell’impasse, l’estrazione giornaliera di greggio nell’ex colonia italiana
crolla dal milione e mezzo di barili del 2012 ai 300.000 del 2016, con tutti gli e etti in
termini di devastazione economica e sociale del caso, in un paese che dipende in
maniera essenziale dall’  “oro nero”). Chi subisce maggiormente la fase in corso è la
Francia, alla testa dell’intervento NATO del 2011, ma le cui compagnie petrolifere (in
primis la Total), concentrano i propri interessi nella “mezzaluna petrolifera”. Chi invece
“gode” è l’imperialismo Italiano: l’ENI infatti controlla una serie di giacimenti nell’ovest e
rimane di fatto l’unico produttore di idrocarburi in Libia, alla faccia dei soloni nostrani –
dal PD alla Lega, passando per i 5Stelle, da Repubblica a Libero – che individuano la
ragione del caos nella prepotenza di Parigi (e non nell’imperialismo come fenomeno
complessivo). Nel frattempo, l’instabilità è ulteriormente aggravata dai lauti
finanziamenti erogati dalle varie multinazionali (Shell, British Petroleum…) a tutta una
serie di milizie che spuntano nella mezzaluna petrolifera, le quali non fanno
direttamente riferimento ne a Tripoli ne a Tobruk (si tratta delle Guardie Petrolifere
comandate dall’avventuriero Al Jadran).


I tentativi di stabilizzazione e le manovre imperialiste (2015-…)
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Ad approfittare della situazione appena descritta sono gruppi di estremisti islamici che –
dopo aver rimpinguato le proprie fila di mercenari in fuga dalla Siria dove l’Isis sta
arretrando grazie all’intervento Russo e alla resistenza dell’YPG – conquistano Derna e la
Sirte, proclamando la propria adesione allo Stato Islamico (gennaio 2016). Intanto
(dicembre 2015), le potenze imperialiste e regionali, hanno appena siglato con alcuni
notabili libici un patto volto a riunificare politicamente il paese: nasce sotto egida Onu,
un nuovo governo di Unità Nazionale con sede a Tripoli e presidente Al Serraj, un oscuro
burocrate del vecchio regime che tuttavia non ha nemmeno il supporto delle milizie
della capitale (per insediarsi dovrà raggiungere le coste nord-africane in gommone,
accolto dal fuoco delle mitragliatrici!). L’esito non deve sorprendere dato che nelle
trattative, invece dei vari capo-milizia, sono stati coinvolti prevalentemente esponenti
delle “tribù”, reti sociali ereditate dalla formazione semi-asiatica propria della Libia
Ottomana, ma che – al netto di una certa narrativa neo-colonialista e magari forzando il
paragone per rendere l’idea – hanno al giorno d’oggi un peso politico paragonabile a
quello che in Italia possiede l’Associazione Nazionale degli Alpini. Non sorprende, perciò,
che gli accordi di Skhirat, vengano rigettati da Tobruk, mentre Serraj si regge in piedi
essenzialmente grazie al sostegno della comunità internazionale – che ha trovato un
precario equilibrio tra alcuni gruppi armati di Misurata e Tripoli – e in particolare
dell’imperialismo Italiano.

Il governo PD, però, si trova a dover reggere il moccolo a un fantoccio, proprio mentre
truppe speciali francesi supportano l’o ensiva grazie alla quale in primavera Ha ar
riuscirà a contenere l’avanzata dell’ISIS e a consolidare il suo potere nell’est del paese. E’
plausibile che l’errore italiano sia legato alla speranza nutrita da Renzi che gli USA
possano far digerire alla Francia un nuovo intervento NATO, dove stavolta sia però Roma
a fare la parte del leone. La speranza, coltivata nell’opinione pubblica nostrana dalle
sparate del Corriere a firma Panebianco
(https://www.corriere.it/opinioni/16_febbraio_15/noi-libia-saremo-mai-pronti-
1 3c7ce-d364-11e5-9081-3e79e8e2f15c.shtml) sul pericolo che l’ISIS invada la Sicilia,
tuttavia, non si concretizza. Così, con Ha ar sempre più nell’orbita di Parigi (ma anche di
Mosca ed El Cairo), al “nostro” imperialismo non resta che approfondire l’appoggio al
“governo riconosciuto dalla comunità internazionale”, anche se Minniti sa bene che non
può a idarsi solo al fragile Serraj. Mentre, infatti, l’ex ministro degli interni si accorda con
Tripoli per l’addestramento dell’esercito, la fornitura di 60 motonavi e per permettere
alla marina libica di superare le 12 miglia marittime per condurre i migranti sui barconi
nei lager sulla costa, finanzia direttamente i capo-milizia delle città costiere, insieme a
notabili del sud-ovest, dove – approfittando dell’ingovernabilità generale – i centri
controllati dal gruppo etnico dei Tebu, giocano la loro partita contro i Tuareg. Se tutti
questi sviluppi permettono di equilibrare i rapporti di forza e dunque di imprimere una
relativa stabilità alla situazione, hanno però l’e etto di riprodurre e di amplificare la
polarizzazione: gli altri attori coinvolti – e in primis la Francia – non si limitano a subire le
mosse diplomatiche italiane. Nei mesi in cui Minniti può presentarsi come il salvatore del
paese dagli “sbarchi dei clandestini” (che in e etti si sono ridotti di due terzi nell’ultimo

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anno e mezzo), He ar cerca di impossessarsi – con alterno successo – dei porti di Sidra e
Ras el Lanuf, prima di incontrare Putin (Gennaio 2017) e Macron (Luglio 2017) il quale,
anche grazie a scricchioli nella fragile coalizione di Serraj (vittima nel gennaio 2017 di un
tentativo di colpo di Stato), riesce a intavolare una trattativa per condurre a nuove
elezioni in grado di unificare il paese.

I negoziati proseguono con un nuovo incontro a Parigi nel marzo di quest’anno dove
Serraj, il suo capo di gabinetto Al Mishri, He ar e il presidente del governo di Tobruk
Saleh, si impegnano a indire nuove elezioni per Dicembre. In Aprile, a segnalare la
precarietà del sostegno all’accordo tra le varie forze in campo, si vocifera che Ha ar sia
stato avvelenato. Intanto Salvini e Moavero proseguono la politica di Minniti e
nell’incontro con Trump di qualche settimana fa Conte cerca garanzie rispetto al
sostegno USA nella partita libica, dopo che in Luglio He ar riconquista Derna. Due
settimane sono invece trascorse dall’inizio dei violenti scontri di Tripoli che hanno subito
un escalation nelle ultime 72 ore: protagoniste alcune milizie fedeli a Serraj e gruppi di
combattenti della città di Tahruna, situata a pochi chilometri dalla capitale del “governo
legittimo”, ma che come riporta Agenzia Nova, esprime i suoi rappresentanti nel
parlamento di Tobruk controllato da He ar. Cigliegina sulla torta: sono appena stati
liberati 400 lealisti del defunto Colonnello, pronti probabilmente a ricongiungersi con
Seif Gheddafi, a sua volta liberato lo scorso anno; si tratta ovviamente del figlio del
vecchio dittatore (il secondogenito), un personaggio che ha forti basi nella città di Zintan
(qualche centinaio di km a sud di Tripoli), oltre ad aver ereditato il capitale politico del
padre, ristabilito agli occhi di molti libici dopo sette anni di morte e disperazione…

Contro le ingerenze imperialiste!


In queste ore gli sviluppi sono molto rapidi e di icili da seguire (mentre scriviamo è
appena giunta la notizia dell’incendio all’ambasciata USA). E’ possibile tuttavia
abbozzare alcune conclusioni politiche: sono mesi che, prima  Minniti, poi Salvini si
vantano di aver ridotto il flusso migratorio sostenendo e foraggiando il “legittimo”
governo Libico. Peccato che, a causa dell’intervento NATO di 7 anni fa e dell’intreccio di
interessi imperialisti che si a astellano nella zona, l’ex colonia italiana sia balcanizzata
sotto il controllo di varie milizie locali: appoggiare Serraj – il presidente sulla carta
riconosciuto dall’ONU – significa appoggiare solo una delle tante parti in gioco, a loro
volta rappresentanti delle varie potenze imperialiste e regionali coinvolte in Libia.

E’ necessario chiarire, allora, come non ci sia solo il “controllo dei flussi” dietro gli
accordi e i milioni erogati da Roma al governo di Tripoli, ma ci sia soprattutto la tutela
degli interessi dell’ ENI, di Unicredit e delle grandi imprese di costruzioni italiane (in
primis Impregilo; la Libia dopo la guerra avra bisogno di nuovi ponti…), incalzate
dall’imperialismo francese, che dal canto suo sostiene il principale rivale di Serraj, il
generale He ar.

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2/16/2019 La Guerra Civile in Libia e l'Imperialismo (2011-Oggi) - La Voce delle Lotte

Rifiutiamo la logica secondo cui per fermare le migrazioni il modo più e icace sia creare
una barriera in nord-africa e nel Mediterraneo: non è possibile legittimare una politica
associata alla costruzione di lager che creano l’infrastruttura per torture ed abusi ai
danni di migliaia di disperati, mentre amplificano il terrore dei respingimenti per gli
immigrati già presenti in Europa (con il risultato di aumentare la ricattabilità di un
settore sempre più importante di lavoratori).

In queste ore e nei prossimi mesi, tuttavia, ci si renderà sempre più conto di come la
politica di contenimento dei flussi tramite “l’allargamento dei confini esterni” sia non
solo abietta, ma anche fallimentare in base ai suoi stessi presupposti. Poiché infatti essa
è indissolubilmente legata a politiche imperialiste e si inserisce in un contesto di
accanita competizione tra fazioni e paesi imperialisti, pagare Serraj per bloccare (e
torturare) i migranti, vuol dire ra orzarlo rispetto ai rivali e di conseguenza fomentare i
conflitti e l’instabilità, con il risultato di vanificare gli sforzi per fermare le partenze “dei
barconi” dalla Libia.

Nel frattempo, gli immani processi di espropriazione e di impoverimento di milioni di


contadini e lavoratori dell’Africa sub-sahariana, causati dagli stessi interessi economici
che che stanno distruggendo la Libia, continuano a creare le condizioni per i viaggi verso
l’Europa che nessuna politica dei respingimenti, o dell’ “aiutiamoli a casa loro” su basi
capitalistiche potrà mai risolvere.
(https://www.lavocedellelotte.it/it/2017/12/30/aiutiamoli-a-casa-loro-per-
sfruttarli-meglio-imperialismo-proletarizzazione-e-migrazioni-in-nigeria/)

CONTRO LE INGERENZE IMPERIALISTE IN LIBIA E LE POLITICHE DI RESPINGIMENTO.

ABOLIZIONE DELLA BOSSI-FINI, DEL DECRETO MINNITI ORLANDO E DEL TRATTATO DI


DUBLINO. PER LA LIBERA CIRCOLAZIONE E L’UNITA’ DEI LAVORATORI.

Django Renato
[1] per un’analisi complessiva sulle “primavere arabe” si rimanda a A. Hanieh, Lineage of
a Revolt, Haymarket, 2013 e G. Achcar, The People Want, California University Press,
2013.

[2] per un ottimo inquadramento della guerra civile libica, a nostro avviso viziato solo da
un lieve pregiudizio positivo nei confronti di Gheddafi, si veda: G. Palermo, L’Aggressione
Imperialista della Libia (disponibile a:https://giuliopalermo.jimdo.com/libri-e-
articoli/critica-dell-economia-politica/)

https://www.lavocedellelotte.it/it/2018/09/04/la-guerra-civile-in-libia-e-limperialismo-2011-oggi/ 8/12
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Una lettura di classe della strage di Brescia, dopo la morte del suo mandante – La Voce delle Lotte | NUOVA
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