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Il Risorgimento italiano

Si definisce Risorgimento Italiano la serie di avvenimenti che, a partire dalla


Restaurazione operata dal Congresso di Vienna, portarono, attraverso fasi
alterne, all'unità d'Italia e all'indipendenza del nostro paese. Il Risorgimento
italiano ebbe momenti di gravi difficoltà e, almeno all'inizio, fu caratterizzato da
ribellioni represse, gravi sconfitte, sangue, illusioni, ingenuità, errori.
I diversi gradini verso la vittoria finale furono saliti a volte con le vittorie
militari, a volte grazie a diplomatici abili, a volte grazie all'aiuto di stati potenti,
ma alla fine l'Italia riottenne quell'unità persa alla fine dell'Impero Romano e
divenne uno stato unico, libero e indipendente.

Le società segrete
Oggi appare strano parlare di società segrete. Oggi infatti esiste, per fortuna, la libertà di associarsi
per il raggiungimento di qualsiasi scopo che non sia criminoso. Negli anni della Restaurazione,
invece, la situazione era ben diversa: non era consentito parlare contro la monarchia assoluta o a
favore dell'indipendenza della propria nazione: chi voleva svolgere attività politica o diffondere
idee in contrasto con quelle dei governi doveva farlo di nascosto. Per questo negli anni
immediatamente seguenti al Congresso di Vienna si diffusero in Italia e in Europa molte società
segrete fondate allo scopo di perseguire il sovvertimento dell'ordine costituito.

La Carboneria
In Italia si diffuse più delle altre la società segreta detta Carboneria. In maggioranza essa era
costituita da borghesi, artigiani, alcuni nobili. I suoi scopi dichiarati erano generalmente
l'ottenimento di una società liberale all'interno di uno stato indipendente dallo straniero. Di solito la
Carboneria non manifestava ostilità nei confronti della Chiesa cattolica: questo fece sì che diversi
associati fossero degli ecclesiastici. Era composta da molti gruppi malamente collegati tra loro. Le
zone di maggiore diffusione erano situate nel regno delle Due Sicilie, nello Stato Pontificio, in
Piemonte e in Lombardia. Alla Carboneria aderirono ufficiali e soldati che avevano combattuto
negli eserciti di Napoleone, medici, avvocati e professori; moltissimi furono gli studenti
universitari, spinti a volte da profondi ideali, a volte da semplice amore dell'avventura.

Napoli

Il successo ottenuto dagli ufficiali spagnoli indusse alcuni ufficiali napoletani a tentare a loro volta
la sorte. Michele Morelli e Giuseppe Salvati, due giovani ufficiali napoletani, nel luglio dello stesso
anno marciarono con le loro truppe su Avellino e su Napoli. Il comandante dell'esercito napoletano
era Guglielmo Pepe, già difensore della Repubblica Partenopea e ufficiale di Napoleone. Costui si
schierò con gli insorti e il re Ferdinando I fu costretto a concedere la Costituzione e un parlamento
eletto dai cittadini. Ma Ferdinando cercava solo di guadagnare tempo in attesa dell'aiuto degli
Austriaci. Il Primo ministro austriaco, Metternich, non avrebbe permesso che si ripetesse quanto
avvenuto in Spagna.

Moti separatisti in Sicilia

Ai moti di Napoli seguirono quelli di Palermo che proclamarono l'indipendenza


della Sicilia. D Ma in Sicilia la situazione era ben diversa rispetto a quella
Napoletana: in Sicilia la borghesia era quasi assente e la nobiltà locale, potente
quasi come al tempo del feudalesimo, era abbastanza contraria ai Borbone di
Napoli. La rivolta palermitana, quindi, non fu una rivolta borghese, ma una
ribellione popolana sostenuta dai nobili e tendente al separatismo da Napoli.
Messina, Catania, Siracusa rifiutarono però di aderire all'idea separatista. Il
governo liberale napoletano inviò l'esercito in Sicilia per riprendere il controllo
di Palermo. Ci fu una serie di scontri ferocissimi casa per casa, ma il 20
settembre, al termine di un' accanita resistenza, i popolani furono costretti a
cedere.
Nel marzo del 1821 un esercito austriaco chiamato dal re di Napoli Ferdinando I
sconfisse l'esercito del governo liberale. Fu abolita la Costituzione, furono
imprigionati i capi liberali, Morelli e Silvati furono fucilati, Guglielmo Pepe fu
esiliato.

I moti piemontesi del 21

Dopo il Congresso di Vienna in Piemonte regnava Vittorio Emanuele I di Savoia,


reazionario, ma abbastanza bonario e tollerante. L'erede al trono, principe
Carlo Alberto, mostrava qualche simpatia nei confronti delle idee liberali. I
liberali piemontesi erano in prevalenza dei moderati che non mettevano in
discussione la monarchia, ma avrebbero voluto che i Savoia concedessero la
Costituzione e semmai si mettessero a capo del movimento liberale nazionale.
Qui, la dinastia regnante godeva di una certa popolarità e il movimento liberale
era costituito soprattutto da moderati. Essi non metteva no in discussione i
Savoia, ma, semmai, chiedevano loro di divenire monarchi costituzionali e di
mettersi a capo di un movimento nazionale. Infatti la monarchia sabauda era
l'unica a possedere un esercito abbastanza forte da sperare concretamente di
opporsi alla forza militare austriaca. Nel marzo 1821, alcuni reggimenti si
ribellarono e marciarono su Torino, chiedendo la Costituzione. Vittorio
Emanuele I rifiuto di concedere la Costituzione, ma nello stesso tempo rinunciò
all'uso della forza e abdicò in favore del fratello Carlo Felice,
momentaneamente assente dal Piemonte. Nell'attesa del ritorno dello zio
assunse la reggenza il principe Carlo Alberto, il quale concesse la Costituzione,
ma a condizione che lo zio l'approvasse. Quando Carlo Felice si rifiutò di
approvare la costituzione intervenne lui stesso con l'esercito contro i ribelli per
evitare che lo facessero gli Austriaci. I moti piemontesi furono repressi con
seguito di imprigionamenti ed esili: Santorre Santarosa, uno dei principali
promotori dei moti, fuggì in Grecia dove morì combattendo contro i Turchi per
la libertà di quel paese. Lo stesso Carlo Alberto fu esiliato dallo zio Carlo Felice.

I Carbonari di Milano

Dal 1818 al 1819 era stato pubblicato a Milano il giornale di idee liberali Il
Conciliatore. Questo giornale fu chiuso dal governo austriaco, ma i suoi
collaboratori continuarono segretamente l'attività politica nella Carboneria.
Alcuni di essi furono arrestati e incarcerati nella prigione dello Spielberg,
presso BRNO, in Moravia. Uno di costoro, Silvio Pellico, fu arrestato insieme con
Federico Confalonieri e con il musicista romagnolo Piero Maroncelli, raccontò le
sue esperienze nel carcere nel libro "Le mie prigioni". Questo libro ebbe una
diffusione enorme in tutta l'Europa e si rivelò un ottimo strumento di
propaganda antiaustriaca, che condizionò molto l'opinione pubblica europea. I
sentimenti antiaustriaci erano rafforzati dal fatto che i condannati alla prigione
non erano criminali, ma imprenditori e intellettuali che avevano la sola colpa di
aver diffuso le proprie idee.
La Grecia acquista l'indipendenza

Dopo secoli di dominazione turca la Grecia si ribellò nel 1821 e tentò di


mandare via le truppe straniere. La repressione fu terribile e spietata: 23.000
Greci uccisi e 50.000 donne e bambini venduti come schiavi nell'isola di Chio. Il
patriarca greco ortodosso di Istanbul fu impiccato. Gli spiriti più sensibili di
tutta l'Europa accorsero in Grecia a combattere contro i turchi. Nel 1825,
combattendo per l'indipendenza dei Greci, morirono il poeta romantico inglese
George Byron e il patriota italiano Santorre Santarosa.Francia, Russia e
Inghilterra si accordarono per intervenire e ridimensionare il vacillante impero
turco. La flotta turca fu distrutta nel golfo di Navarrino nel 1827. Proclamata
l'indipendenza della Grecia nel 1837, ad essa le grandi potenze assegnarono
un re tedesco: Ottone di Baviera.

La repressione

Ma la Grecia doveva rimanere, per il momento un'eccezione: la sua


indipendenza aveva coinciso con gli interessi delle grandi potenze europee che
speravano, in prospettiva, di dividersi le spoglie dell'agonizzante impero turco.
Negli altri paesi, al contrario, i movimenti liberali furono repressi
spietatamente. Un esercito francese intervenne in Spagna nel 1823: il governo
liberale fu sconfitto e il parlamento fu sciolto. Alcune rivolte liberali scoppiate a
Modena, Parma e nello Stato Pontificio, furono repressi nel sangue dagli
Austriaci. Sempre nel 1831 una rivolta di Varsavia fu prontamente soffocata
dall'esercito russo.

Il re borghese

N Per circa un decennio dopo il Congresso di Vienna il re di Francia Luigi XVIII,


pur essendo un reazionario, fu abbastanza tollerante e conservò sia il
parlamento e sia alcune libertà civili come la libertà di stampa. Alla sua morte
nel 1824 il successore Carlo X pensò di ritornare ai tempi precedenti la
Rivoluzione ed emanò delle ordinanze con le quali aboliva il Parlamento e la
libertà di stampa. Parigi si rivoltò, scese in strada e costruì barricate. La rivolta
ebbe successo e in soli 3 giorni il vecchio re fu costretto alla resa e
immediatamente fu proclamato nuovo re Luigi Filippo, duca d'Orleans. Questa
decisione testimonia della grande influenza che aveva avuto nella rivolta la
borghesia francese, liberale, ma moderata, poco propensa a derive
democratiche o repubblicane. Inoltre la scelta di Luigi Filippo d'Orleans
tranquillizzava le grandi potenze disposte a tollerare una monarchia liberale,
ma non una repubblica.

Principio del non intervento

L'ascesa in Francia di Luigi Filippo favorì una svolta liberale in Belgio, Spagna e
Portogallo. Quando nel 1830 scoppiarono rivolte in Belgio contro l'unione con
l'Olanda e in Spagna per una svolta liberale, Luigi Filippo proclamò il principio
del non intervento, in base al quale la Francia avrebbe contrastato con la forza
eventuali ingerenze negli affari interni dei paesi insorti per ottenere una svolta
liberale. Tale decisione Francese uccideva di fatto la Santa Alleanza, essa
infatti non osò intervenire contro i governi liberali venutisi a creare in Spagna e
Portogallo. Data la grande contrarietà di Austria, Prussia e Russia la Francia si
alleò con l'Inghilterra.

I moti rivoluzionari del 1831

Anche in Italia come nel resto d'Europa (Francia, Belgio, Polonia, Inghilterra,
ecc.) scoppiarono moti liberali, direttamente influenzati dagli avvenimenti
parigini. A Modena, a Parma, a Bologna e in Romagna esplose la protesta
contro il potere assoluto dei governanti, caratterizzata anche da forti
componenti antipapali. Animatore della sommossa, che ancora una volta fu
schiacciata dalle truppe austriache, fu il ricco imprenditore Ciro Menotti, che
perseguiva il disegno politico di un'Italia indipendente ed unita sotto una
monarchia rappresentativa. Ancora una volta, alla debolezza manifestata dai
governi legittimi, messi in fuga in pochi giorni, corrisposero l'isolamento dei
patrioti dal popolo e la loro vocazione più all'intrigo di corte che ad un'azione
capace di mobilitare vaste forze sociali. Lo stesso Menotti trattò in un primo
momento con il duca di Modena, desideroso di ingrandire il suo stato,
prospettandogli la possibilità di allargare i propri territori.

Successe un quarantotto...

Le sommosse e le rivolte che anche in Italia si svilupparono nel 1848


testimoniano un processo di crescita del movimento liberale, che nel biennio
precedente aveva preso nuovo slancio ed ottenuto significativi risultati. Il
partito liberale e riformatore aveva fatto un decisivo passo avanti con l'elezione
di Pio IX, pontefice sicuramente più aperto dei suoi predecessori, che avviò una
cauta ma chiara politica di riforma d'ispirazione liberale, concedendo una
ampia amnistia per i reati politici ed istituendo una Consulta di Stato, una sorta
di parlamento sia pure con semplici funzioni consultive. Questi provvedimenti
pur non avendo nulla di rivoluzionario aprirono una nuova fase politica nel
corso della quale anche in Italia le spinte innovatrici riuscirono a far saltare il
compatto sistema politico della restaurazione.

Prime riforme istituzionali. In Piemonte ed in Toscana i sovrani misero in


atto le prime riforme istituzionali, concedendo una limitata libertà di stampa e
cambiando in senso liberale l'ordinamento giudiziario e di polizia. Questi
provvedimenti non facevano nient'altro che interpretare orientamenti e stati
d'animo assai diffusi negli strati popolari e nell'opinione pubblica borghese.
Infatti, dove i sovrani si opposero a questa sia pur moderata apertura liberale,
come nel Regno delle Due Sicilie, le rivolte non tardarono ad esplodere. A
Palermo, con un mese di anticipo rispetto a Parigi, si verificò una vasta
sollevazione popolare che costrinse il sovrano, dopo che il moto si era esteso
anche sul continente, a concedere la costituzione.Questo avvenimento
produsse grandi aspettative in tutti gli stati italiani. A Torino le pressioni
popolari per ottenere una costituzione analoga a quella napoletana si fecero
assai intense e Carlo Alberto, divenuto re nel 1831 alla morte di Carlo Felice,
dopo notevoli incertezze fu spinto anche dai suoi ministri a concedere lo
Statuto (4 marzo 1848), preceduto dal granduca di Toscana.
Venezia insorge. Appena si sparse la notizia che a Vienna era scoppiata una
sommossa liberale e Metternich era stato costretto alla fuga, la popolazione
veneziana insorse e liberò dalle prigioni due noti patrioti, Daniele Manin e
Niccolò Tommaseo, che si posero immediatamente alla testa dell'insurrezione,
e proclamarono la repubblica, dopo aver costretto gli austriaci ad abbandonare
la città.

Le cinque giornate di Milano. Immediatamente la notizia si propagò nel


Lombardo-Veneto e giunse a Milano. Qui, il 18 marzo, la popolazione diede vita
a violente manifestazioni antiaustriache, che rapidamente si trasformarono in
combattimenti per tutte le vie della città. In cinque giorni, le epiche Cinque
Giornate, le truppe imperiali comandate dal generale Radetzky furono sconfitte
e costrette a rifugiarsi nelle fortezze del quadrilatero formato dalle quattro città
di Mantova, Peschiera, Verona e Legnano.L'eco delle sconfitte austriache a
Milano ed a Venezia si diffuse in tutta la penisola. A Parma gli insorti
costrinsero il duca a concedere la costituzione; a Modena il Duca preferì
abbandonare la città insieme con la guarnigione austriaca. Colonne di volontari
si mossero da ogni angolo di Italia in aiuto ai governi rivoluzionari di Milano e
Venezia.

La spedizione dei Mille.

In Italia nella primavera del 1860 la situazione politica era molto fluida e lo
stesso Cavour cominciava a pensare alla concreta possibilità di un’unificazione
della penisola, visto che almeno nei settori dell’opinione pubblica più evoluta la
coscienza unitaria sembrava maturata. Le difficoltà erano tuttavia ancora
notevoli perché la Francia non avrebbe accettato un attacco piemontese contro
lo Stato Pontificio e il Regno Borbonico, quest’ultimo difeso sul piano
diplomatico anche dalla Russia; l’Austria, dal canto suo, avrebbe potuto
approfittare di ogni passo falso per reinserirsi nel gioco politico italiano. Ma il
problema più grave consisteva nel fatto che l’armistizio di Villafranca e la
cessione alla Francia di Nizza e della Savoia avevano screditato la politica
sabauda presso l’opinione italiana, per cui nella primavera del ’60 sembrava
più facile una iniziativa democratico-repubblicana, che trovava il suo centro nel
"partito d’azione" il quale aveva il vantaggio di poter agire al di fuori di ogni
impedimento diplomatico e contava sull’enorme popolarità di Garibaldi. Il
"partito d'azione" non era un gruppo omogeneo di persone accomunate dalle
medesime finalità e idealità politiche; poteva meglio definirsi come un
organismo di agitazione e propaganda cui facevano capo sia i repubblicani
mazziniani sia i democratici decisi all’azione come Pisacane, Garibaldi, ecc...
Essa mancò sempre di direzione politica e non riuscì mai ad incidere
seriamente, come avrebbe voluto Pisacane, sulle masse ignoranti e arretrate
della penisola e d attirarle nella lotta.A dare l’avvio a una ripresa rivoluzionaria
furono gli eventi siciliani quando, contro il giovane e inesperto sovrano
Francesco II, nell’aprile del ’60 esplose l’ennesima rivolta a Palermo. Il partito
d’azione convinse Garibaldi ad agire direttamente in Sicilia, anche perché
Vittorio Emanuele, che poco correttamente conduceva una sua politica
personale, era disposto ad aiutare i volontari, contro il parere di Cavour il
quale, come primo ministro, non poteva compromettersi specialmente agli
occhi di Napoleone. Dal canto suo il Mazzini esortava tutti ad agire
concordemente al fine di realizzare l’unità della penisola.Garibaldi ai primi di
maggio del ’60 passava all’azione con i suoi Mille volontari che
rappresentavano il meglio della gioventù nutrita degli ideali di Mazzini, di
Cattaneo, di Pisacane. Partiti da Genova, dopo una breve tappa nel porticciolo
di Talamone, dove una piccola colonna lasciò Garibaldi per marciare
direttamente su Roma, la spedizione raggiunse per mare la Sicilia occidentale e
l’11 maggio sbarcò a Marsala. Garibaldi, assunta la dittatura in nome di Vittorio
Emanuele, marciò verso l’interno con i suoi Mille, che rivestivano l’ormai
leggendaria camicia rossa, rinforzati da "picciotti" cioè dai giovani contadini e
braccianti che speravano in una riforma agraria che una volta per tutte
eliminasse tanti soprusi ed ingiustizie. In seguito l’entusiasmo dei contadini che
miravano a impossessarsi delle terre demaniali, promesse dallo stesso
Garibaldi, fu deluso. In realtà in Garibaldi e nei politici della sinistra garibaldina
e mazziniana prevaleva l’interesse militare per il successo della spedizione così
che fra la fine di giugno e di luglio il generale, per il successo della spedizione
prese a stringere i rapporti con i grandi proprietari terrieri, i quali, purché nulla
cambiasse nella sostanza, erano disposti ad assumere atteggiamenti liberali e
favorevoli a Casa Savoia. I contadini cominciarono a guardare con diffidenza
alla politica di Garibaldi, ancor più dopo che i garibaldini repressero duramente
i moti rurali, anche quando i contadini, in perfetta legalità, richiedevano la
divisione dei terreni demaniali a suo tempo promessi dal "generale". L’episodio
più tragico fu, in proposito, quello di Bronte dove il 4 agosto Nino Bixio represse
duramente una rivolta contadina con una serie di fucilazioni e arresti in massa.
Battuti i borbonici nella difficile battaglia di Calatafimi, il 15 maggio Garibaldi
occupava Palermo e nel luglio batteva ancora le truppe regie a Milazzo, mentre
il sovrano di Napoli tentava disperatamente di fermarlo, concedendo una
tardiva Costituzione e affidando il governo a Liborio Romano. Una speranza
vana e una fiducia mal riposta: il Romano, d’accordo con Cavour cercò di
provocare in Napoli un moto di moderati monarchici, allo scopo di precedere
Garibaldi alla liberazione del napoletano. Intanto Garibaldi, superato lo stretto
di Messina, risaliva liberamente la Calabria mentre l’esercito borbonico di
disfaceva e il 7 settembre entrava in Napoli; Francesco II si rifugiava allora a
Gaeta, protetta ancora da una parte del suo esercito, nonostante il tradimento
di buona parte dell'ufficialità. Praticamente l’Italia meridionale era libera,
nonostante attorno a Gaeta si raccogliessero ancora forti contingenti di truppe
borboniche e le piazzeforti di Civitella del Tronto e di Messina non si fossero
arrese. Era il momento di prendere decisioni definitive, che avrebbero pesato
sul destino di tutta la penisola.Mazzini che aveva raggiunto Garibaldi a Napoli
premeva perché si evitasse il solito plebiscito a favore della monarchia
sabauda e insisteva sul progetto di una "Assemblea Costituente" che decidesse
del nuovo assetto da dare all’Italia, anche se egli avvertiva chiaramente che
ormai il principio monarchico aveva avuto partita vinta. Garibaldi dal canto suo,
pensava di risalire con le truppe verso Nord per raggiungere Roma e di lì
proclamare l’Unità d’Italia.Cavour, infine, si rendeva perfettamente conto della
gravità della situazione; egli era consapevole che tra le file garibaldine i
democratici ed i repubblicani erano molto forti e decisi a realizzare riforme
sociali molto ardite, come l’assegnazione di terre ai combattenti meridionali e
lo scorporo del latifondo anche a danno degli ordini religiosi. Temeva anche, a
ragione, che l'invasione garibaldina del Lazio, oltre a suscitare in tutta la
penisola un’ondata di entusiasmo democratico e anticlericale, avrebbe indotto
l’imperatore francese a intervenire con le armi. Ancora una volta fu abilissimo a
trasformare in vantaggio la propria debolezza: ancora una volta seppe agire
abilmente su Napoleone. Prospettatogli lo spettro della formazione di una
repubblica mazziniana e anticlericale nell’Italia centro meridionale, lo stesso
imperatore sollecitò il Cavour a fare intervenire l’esercito regolare piemontese,
che, al comando dei generali Fanti e Cialdini, penetrò nelle Marche e batté
l’esercito papale, che tentava di sbarrargli il passaggio, il 18 settembre 1860 a
Castelfidardo. Nel frattempo, con la battaglia del Volturno, Garibaldi stroncava
un estremo tentativo di riscossa dei borbonici, che erano costretti a
rinchiudersi a Gaeta. L'incontro del 26 ottobre, nei pressi di Teano, tra Garibaldi
e Vittorio Emanuele poneva fine alla spedizione di Garibaldi e di fatto
assicurava alla dinastia sabauda il Regno delle due Sicilie.Le truppe
garibaldine, non furono incorporate nell’esercito regolare, come era stato
richiesto, e il re si rifiutò perfino di passarle in rivista. In conseguenza di questo
atteggiamento, Garibaldi, deluso e sdegnato, si ritirò a Caprera. Il 17 marzo il
nuovo Parlamento italiano riunito a Torino poteva ratificare l’avvenuta
unificazione, attribuendo a Vittorio Emanuele II il titolo di "re d’Italia"; il 26
marzo il Parlamento approvava un voto solenne che auspicava Roma capitale
d’Italia. Il processo risorgimentale e unitario era praticamente compiuto, anche
se il Lazio e le Venezie rimanevano escluse.

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