Sei sulla pagina 1di 20

Diane Senior 145

IL RAPPORTO TRA BEMBO E CASTIGLIONE


SULLA BASE DELLA 'QUESTIONE DELLA LINGUA'

N ei dialoghi delle Prose della Volgar Lingua e del Libro del


Cortegiano, nessuno dei due scrittori rappresenta se stesso
come personaggio . Le teorie del Bembo sulla "questione della
1

lingua" vengono espresse da suo fratello Carlo nelle Prose, e quelle del
Castiglione dal Conte Ludovico da Canossa nel Cortegiano. Il Bembo è
sì presente nel Cortegiano, ma le sue idee sulla lingua vengono
proposte da Federico Fregoso, personaggio che ritroviamo anche nel
discorso delle Prose, riportando comunque delle idee diverse. Il
Castiglione non è rappresentato in prima persona nelle Prose, sebbene
una sua riflessione ci venga proposta nella discussione del Calmeta.
Infatti, molti dei personaggi storici presenti nelle Prose e nel
Cortegiano rappresentano altrettanti approcci diversi sulla "questione
della lingua", i quali saranno costantemente riproposti in altre versioni
nei trattati cinquecenteschi. In particolare, Sperone Speroni, nel suo
Dialogo delle lingue (1530) , farà dibattere direttamente il "Bembo" e
2

"il Cortegiano" - cioè, il Castiglione - sulla "questione", cosa che, per


quanto ne sappiamo, non è mai avvenuta tra di essi per iscritto.
Nel riprodurre i discorsi di personaggi storici, storicamente
ambientati, e nel situare questi discorsi in momenti e luoghi dove
dicono di non essere stati presenti, il Bembo e il Castiglione sembrano
credere alla natura fissa di un passato sul quale la propria presenza
interferirebbe. Il Castiglione, si è detto nel Cortegiano, era in

1
Cf. come testi primari, P. Bembo, Prose e Rime, a cura di C. Dionisotti
(Torino: Unione Tipografico, 1960); B. Castiglione, Il libro del Cortegiano, a
cura di E. Bonora, Milano: Mursia, 1972.
2
Per il testo, cf. Trattatisti del cinquecento, a cura di M. Pozzi, Milano-Napoli:
Riccardo Ricciardi, 1978, pp. 585-636.
Diane Senior 146

3
Inghilterra nel 1506 durante i dialoghi ad Urbino , mentre il Bembo era
a Padova durante i discorsi delle Prose a Venezia che si situano nel
4
1502 . Potremmo dedurre che non fosse accettabile, ο magari,
considerato poco discreto, apparire in prima persona nel proprio
dialogo. Ma questo non è del tutto vero visto che il Bembo scrive il suo
primo dialogo tra sé e suo padre. Così, sembra più logico sostenere che
nella cosciente ricerca di un ideale difficile da definire, come quella
della perfezione linguistica, fosse più facile parlare delle idee di altri. In
altri termini, si testualizza il problema affrontato dal teorico della
"questione della lingua" che deve creare ed utilizzare per sé una lingua
perfetta ed ideale, cioè inventare una lingua per esprimere le proprie
opinioni che sia reale (nel senso del potenziale uso contemporaneo),
ideale (nel senso del poter fissarla con regole e con un vocabolario) ed
anche in grado di esprimere le variazioni di tono e di enfasi tra persone,
zone geografiche ο epoche. La tecnica di non apparire nel proprio
dialogo fa sì che il Bembo e il Castiglione non debbano fare i conti né
con la realtà delle parole veramente dette durante i dialoghi che dicono
di riportare, né con il fatto che essi stessi sono ancora vivi, mutevoli ed
influenzabili nell'atto dello scrivere e del rivedere i loro scritti, né con il
dover confrontarsi con altri direttamente ed in prima persona.
La mancanza di una presenza dell'autore che si inserisce ovunque
in prima persona rende difficile la possibilità di individuare le tracce
dello sviluppo delle proprie teorie sulla "questione della lingua".
Questa analisi tratta del rapporto tra il Bembo e il Castiglione sia a
livello storico sia da quanto emerge dalla lettura delle loro opere
maggiori con lo scopo di dimostrare, in primo luogo, come le loro
teorie sulla lingua si influenzarono vicendevolmente a livello
ideologico e pragmatico. La presenza di teorie simili a quelle del

3
Tornando dall'Inghilterra nel 1507, il Castiglione incontrò Guidobaldo e il
Papa Giulio II a Bologna. Il 3 marzo, il Papa fu accompagnato da Guidobaldo
ad Urbino dove soggiornò fino al 7 marzo, quando parti per Roma: "[I]l giorno
appreso la partita del Papa" è il giorno creato dal Castiglione per il primo
incontro nelle stanze della Duchessa al palazzo d'Urbino, dove il Cortegiano
ebbe luogo (I. vi, p. 38).
4
La scelta del Bembo di situare il suo discorso a Venezia è legata intimamente
allo scopo delle Prose. Venezia era la città di maggiore produzione tipografica
in Italia. Naturalmente, con la stampa la "questione della lingua" si sviluppò, e
il Bembo ci offre la sua opinione sul come fare libri i cui scritti possano
resistere attraverso i secoli. Attraverso le sue teorie e la sua enfasi verso la
lingua scritta, il Bembo crede di situarsi più nella Storia che non nei suoi
tempi.
Il rapporto tra Bembo e Castiglione 147

Castiglione è riscontrabile nelle Prose I e II (1512), a cui il Bembo si


contrappone tramite il personaggio di suo fratello. Poi, nel Cortegiano
(1518), il Castiglione critica le teorie linguistiche del Bembo nella voce
del Conte Ludovico. Sostengo che il Bembo cambia sia lo scopo che il
suo giudizio del discorso di Giuliano de' Medici nel terzo libro delle
Prose (1524) in linea con le critiche del Castiglione. Nella sua ultima
5

redazione del Cortegiano (1527), il Castiglione mantiene le sue critiche


delle teorie linguistiche del Bembo e sviluppa, invece, un'immagine
positiva del Bembo-platonista degli Asolani. IL Bembo rielabora gli
Asolani (1530), scritti inizialmente nel 1505, non solo alla luce delle
sue teorie linguistiche, maturate attraverso la scrittura dei diversi libri
delle Prose, ma anche alla luce della caratterizzazione e dell'importanza
che gli viene attribuita nell'ultima redazione del Cortegiano, e a cui
deve buona parte della propria fama . La conclusione a cui giungo, in
6

secondo luogo, è che critiche come quelle del Castiglione, stampate e


distribuite nelle diverse redazioni del Cortegiano, ebbero il potere non
solo di fare sviluppare ed allargare al Bembo i suoi argomenti sulla
lingua dal primo al terzo libro delle Prose, ma anche di indurlo a
restringere il linguaggio e il contenuto a modelli più definiti e concreti
nel rifacimento degli Asolani. Queste oscillazioni di enfasi all'interno
delle opere bembiane fanno sì che se da una parte il Bembo e il
Castiglione sembrano opporsi a determinate posizioni teoriche,
dall'altra in sostanza le abbracciano.
Accenno, in primo luogo, al rapporto tra il Bembo e il Castiglione
a livello storico. Essi scrissero almeno una parte delle loro opere
maggiori durante lo stesso periodo e nello stesso luogo. Il Bembo fu
alla corte di Urbino dal 1506 a tutto il 1511, mentre il Castiglione vi
dimorò dal 1504 al 1513. Ad Urbino si conobbero e divennero "amici",
"fratelli obbedienti" e "cortegiani" . Essi lavorarono vent'anni sulle
7

5
T. Cacey dimostra che il Bembo cercava già negli Asolani del 1505 "a
personal compromise between Boccaccio and select variant Quattrocento and
contemporary Florentine innovations". Cf., "Il Pane del Grano e la Saggina:
Pietro Bembo's 1505 Asolani Revisited", The Italianist 12 (1992), 9.
6
In "Fasi dell'elaborazione del Cortegiano", Studi di Filologia italiana XXV
(1967), 155-96, Ghinassi parla della crescente fortuna degli Asolani del Bembo
nei primi anni del secolo.
7
Il Bembo e il Castiglione erano, soprattutto, seguaci del potere. Dopo la
prima edizione degli Asolani, il Bembo fu invitato ed ospitato dal Duca
d'Urbino, Guidobaldo da Montefeltro. Il Castiglione entrò al servizio del Duca
e rimase al suo servizio tutta la vita.
Diane Senior 148

Prose e sul Cortegiano rispettivamente, e pubblicarono le loro opere


quando erano ormai morti non solo quasi tutti i personaggi storici di cui
parlano. Dopo il periodo passato insieme alla Corte di Urbino, segue
8

un atteggiamento di disattenzione dalla parte del Bembo verso il


Castiglione e la sua opera principale. Il Castiglione scrisse al Bembo
nel 1518 chiedendogli la sua opinione riguardo al Cortegiano. Gli
chiese di scusare gli "erori" e di non badare "alla scrittura" del libro in
particolare al fatto che non fosse scritto in toscano, e di limitarsi al
commento del "contenuto" dei suoi discorsi . Il Castiglione cercava
9

l'aiuto o, magari, l'autorizzazione del Bembo e quando non ebbe


risposta per più di un anno, gli riscrisse, pregandolo "che si degnasse
replicarmi qualche cosa delle cose contenute" . Poi, dopo cinque anni
10

Per l'uso degli aggettivi che descrivano il loro rapporto, cf. i vari scritti del
Castiglione riportati in seguito. Ad esempio, dalla Spagna nel 1525, il
Castiglione chiede ad Andrea Piperario "le cose private de molti amici e
patroni mei, come [...] m. Pietro Bembo è più a Roma, e come fanno quelli altri
amici [...]", Le Lettere inedite e rare di Baldassar Castiglione, a cura di G.
Gorni, Milano-Napoli: Riccardo Ricciardi, 1969, p. 105.
8
Bembo iniziò la sua prima redazione delle Prose tra il 1506 e il 1512 e
pubblicò la prima versione completa nel 1525; mentre il Castiglione scrisse la
prima redazione del Cortegiano tra il 1508 e il 1515 e pubblicò una revisione
della sua terza redazione nel 1528 stette in Spagna.
9
Cf. Β. Castiglione, Le Lettere, Vol. 1, a cura di G. La Rocca, Verona:
Mondadori, 1978, nn. 313, 383: Mantova, 21 Settembre 1518.
Io dubito, Sig. M. Pietro, chél mio Cortegiano non sarà stato altro che
fatica mia e fastidio delli amici: che essendo pur pervenuto a noticia di molti
che gli è scritto, sono stimolato da infiniti a darlo fuori. Et io, come quello che
conosco che non è per corrispondere alla aspettatione, né sapendo che fargli
altro, mi penso di dar parte di questo carico alli amici, et massimamente a
quelli che sanno et vogliono consigliarmi fìdelmente, dé quali, come che pochi
sieno, V. Sig. è in capo di lista. Et essendo piaciuto a Monsig. mio di Baius
pigliar fatica di portarlo a Roma, et anchor di rimandarlomi a Mantova, prego
V.S. che pigli fatica anch'essa di leggerlo, ο tutto ο parte, et avertirmi di quello
che le parerà, acciò che, sèl libro non può esser senza molti erori, sia almeno
senza infiniti.
V. Sig. non guardi alla scrittura: perché quella sarà poi fatica d'un altro, et
se a lei non piace quello ch'io gli faccio dire, ο di quel modo, muterò, leverò,
giùngerò, come le piacerà, et a quella mi offro sempre et raccomando.
Come obediente fratello,
B. Castiglione
10
Cf. Le Lettere, Vol. 1, n. 411, 543: Mantova, 15 Gennaio 1520.
Sig. M. Pietro. Alli di passati scrissi a Vostra S., dolendomi della mia
disgrazia, occorsami per lo mezzo di Mons. nostro di Bajus: che fu il perdere la
Il rapporto tra Bembo e Castiglione 149

ancora, mentre era in Spagna e stava per finire l'ultima sua redazione
del Cortegiano, il Castiglione richiese le Prose, ora in tre libri, ad
Andrea Piperario, scrivendogli: "Io ho tanto desiderio d'haver la
grammatica del Bembo, che havendola per qual si voglia via me ser[à]
car[issi]mo; però, se havete modo di farla transcrivere, mi farete grafia
singulare" . Avendo ricevuto da lui il Discacciamento de le nuove
11

lettere del Firenzuola (scritto in replica all'Epistola de le lettere


nuovamente aggiunte ne la lingua italiana del Trissino), si ripete in una
lettera del marzo 1525: "quando si potrà haver la grammatica del
medesimo Tressino e del Bembo, mi sarà cariss(im)o haverle" . E 12

nell'aprile del medesimo anno, scrive ancora: "Raccordovi della


grammatica del Tressino, e Bembo" . Tutto questo pone bene in
13

evidenza il desiderio del Castiglione di fare i conti con il Bembo prima


di prendere definitivamente le distanze dalla tesi bembiana sulla
"questione della lingua" e di comunicare al mondo la sua immagine del
Bembo mistico.
Pur non sapendo se abbia mai risposto al Castiglione ο criticato
direttamente il Cortegiano, è ben evidente che il Bembo ebbe una forte
influenza quantomeno indiretta sul libro, in quanto promotore di uno
stile tanto diffuso e che fu poi applicato al Cortegiano all'atto della
pubblicazione nel 1528. È riscontrabile un'impronta grammaticale di
tipo bembesco inserita dalla mano di un revisore del Cortegiano prima
del 1518, data della versione finale della seconda redazione . Dunque,14

lettera ch'ella mi scrivea sopra il mio Cortegiano. E la pregai che si degnasse


replicarmi qualche cosa delle cose contenute in quella.
E per non aver avuto risposta alcuna, mi è parso replicarle questa, e di
nuovo ripregarla del medesimo: che sto pur troppo sospeso, non avendo almen
qualche scintilla in generale, se non si può in particulare, del suo giudicio sopra
questo povero Cortegiano.
Sicché Vostra S. si degni di compiacermene.
Desidero ancor sommamente sapere del bene essere suo: però la prego a
darmene avviso. Io "Dio grazia" son sano, con tutta la casa mia, e a Vostra S.
di cuore mi raccamando.
Come obbediente fratello, etc.
Baldesar Castiglione
11
La lettera è citata da G. Dilemmi, "Il Bembo 'cortegiano'", Le Corte e il
'Cortegiano, ' a cura di C. Ossola, Roma: Bulzoni, 1980, p. 193.
12
Lettere inedite e rare, p. 91.
13
Ibid., p. 97.
14
G. Ghinassi, ne "L'ultimo revisore del Cortegiano", Studi di Filologia
Italiana 21 (1963), 183: "L'intervento, chiaramente riflesso e déviante dalla
Diane Senior 150

durante la seconda redazione ci fu dell'indecisione, ο una correzione di


15
mano non castiglionesca, e poi un ritorno dell'autore al suo originale .
La terza e ultima redazione del Castiglione concede pochissimi
toscanismi. Nonostante ciò, l'ultimo revisore cancella i latinismi
castiglioneschi e cambia la struttura grammaticale in linea con il
modello "toscano". Sebbene sia stato proposto che il Bembo fu l'ultimo
revisore del Cortegiano e che lo portò in stampa a Venezia , un'analisi
16

accurata rivela che l'ultimo revisore toscanizzò il testo spesso


contravvenendo alla regola delle Prose . Questo accadde a Venezia
17

quando il Castiglione non era ancora occupato in prima persona con il


testo. Abbiamo, dunque, la non corrispondenza tra il contenuto del
discorso sulla lingua - cioè la tesi castiglionesca - e la lingua in cui
viene pubblicato il Cortegiano. La "questione della lingua" che oppone
il Bembo e il Castiglione in diversi campi si muove sempre su due
livelli: la scelta del linguaggio da usare per la pubblicazione e la
discussione teorica. E la patina di "toscanità" che troviamo oggi nel
Cortegiano ci fa capire sia che le consuetudini cortigiane erano già
decadute al momento della pubblicazione definitiva nel 1528 sia che il
modello "toscano" definito strettamente dal Bembo nelle Prose non
venne mai inteso come legge fissa.
Si può verificare nei seguenti esempi come le posizioni del Bembo
e del Castiglione si oppongono all'interno delle loro opere attraverso
personaggi-portavoce. Carlo, la voce bembiana delle Prose, dice:

Ma quante volte aviene che la maniera della lingua delle passate


stagioni è migliore che quella della presente non è, tante volte si dee
per noi con lo stile delle passate stagioni scrivere, Giuliano, e non
con quello del nostro tempo. (Prose I.xix, p. 121)

Mentre il Conte Ludovico da Canossa, la voce castiglionesca del


Cortegiano, sostiene:

consuetudine toscana, cominincia in C; ma non ha lunga durata: fin da D" le


forme usuali riprendono man mano il loro posto".
15
Da C", a D', a D". Ghinassi, "L'ultimo revisore del Cortegiano", op. cit., p.
231: "[L]'autore fa un passo indietro sulla via del latinismo.[...] [P]ossiamo
cogliere qualche caso in cui il Castiglione eccezionalmente corregge se stesso,
dopo essersi abbandonato per un monento alla vecchia usanza".
16
V. Cian, La Lingua di Baldassare Castiglione, Firenze: Sansoni, 1942.
17
Ghinassi, "L'ultimo revisore", op. cit., p. 237.
Il rapporto tra Bembo e Castiglione 151

[C]ome le stagioni dell'anno spogliano de' fiori e de' frutti la terra e


poi di novo d'altri la rivesteno, così il tempo quelle prime parole fa
cadere e l'uso altre di novo fa rinascere e dà lor grazia e dignità, fin
che, dall'invidioso morso del tempo a poco a poco consumate,
giungono poi esse ancora alla lor morte: perciò che, al fine, e noi ed
ogni nostra cosa è mortale. (Cortegiano I.xxxvi, p. 76)

Oppure, Carlo dice:

[M]olto meglio faremo noi altresì, se con lo stile del Boccaccio e del
Petrarca ragioneremo nelle nostre carte, che non faremo a ragionare
col nostro, perciò che senza fallo alcuno molto meglio ragionarono
essi che non ragioniamo noi. (Prose I.xix, p. 122)

Mentre il Conte continua:

Penso io adunque, come ben ha detto il signor Magnifico, che se Ί


Petrarca e 'l Boccaccio fossero vivi a questo tempo, non usariano
molte parole che vedemo ne' loro scritti: però non mi par bene che
noi quelle imitiamo. (Cortegiano I.xxxvi, p. 76)

Il Bembo sostiene che la lingua "stagionata" sia quella migliore, mentre


per il Castiglione una lingua muore con il passare delle "stagioni". Il
Bembo vuole ragionare nello stile del Boccaccio e del Petrarca, mentre
è opinione del Castiglione che neanche Boccaccio e Petrarca
userebbero la loro lingua se fossero ancora vivi. Tanto per l'uso di
metafore comuni, quanto per il richiamo diretto al Boccaccio e al
Petrarca, in questi brani diventa possibile un confronto diretto tra i due
autori, e si possono individuare chiaramente gli aspetti più generali che
caratterizzano la loro polemica sulla "questione".
Il Bembo si pone a capo del movimento che privilegia l'antica
lingua toscana del Boccaccio e del Petrarca, mentre il Castiglione cerca
una soluzione eclettica basata sulla lingua delle corti. Le posizioni del
Bembo e del Castiglione rappresentano due delle tre maggiori correnti
della "questione della lingua" nel Cinquecento, la terza essendo quella
di Claudio Tolomei ed altri che considerano il toscano contemporaneo
il riferimento fondamentale per la lingua (oltre al fiorentino
trecentesco) . A differenza del Bembo e in modo simile al Castiglione,
18

Tolomei crede che la lingua sia in movimento e che possa cambiare ed


arricchirsi nel tempo anche a livello lessicale. Ma in modo simile al

18
B. Migliorini individua e discute le varie correnti nella sua Storia della
Lingua Italiana, Firenze: Sansoni, 1963, p. 215.
Diane Senior 152_

Tolomei, vedremo come il Bembo aveva una certa tolleranza per


elementi scelti del toscano contemporaneo in opposizione ai loro
complementi classici letterari. In tutte e due le loro opere la posizione
del Tolomei (che non scrisse il suo trattato sulla lingua prima degli anni
'20) sarà rappresentato dal personaggio di Giuliano de' Medici che
rappresenta un punto d'incontro nei loro scritti.
Nei primi due libri delle Prose, il Bembo propone di seguire
l'antica tradizione toscana non solo per imitarla pedissequamente, ma
anche per superarla in perfezione con nuovi esempi dell'uso della lingua
trecentesca e non quella d'uso contemporaneo. Il Bembo ha precedenti,
nella teoria dell'imitatio dei classici che prescrive di imitare Cicerone
per la prosa e Virgilio per la poesia. Trasferendo queste idee sul piano
del volgare, il Bembo, nell'opinione comune, trionfa facendosi modello
per alcuni scrittori come Ariosto, che vogliono scrivere
"toscanamente", e si potrebbero anche citare tutti gli esempi dei
dialoghi posteriori al 1525 che trattano la "questione della lingua" ed
includono un personaggio cui viene dato il nome di "Bembo".
D'altro canto, il Castiglione dice che ci si dovrebbe rifare agli
antichi latini non tanto per la loro lingua quanto perchè scrivevano
come parlavano:

Ma perché quegli omini, ai quali la lingua latina era così propria


come or è a noi la vulgare, non sono più al mondo, bisogna che noi
dalle lor scritture impariamo quello, che essi aveano imparato dalla
consuetudine; né altro vol dir il parlar antico che la consuetudine
antica di parlare; e sciocca cosa sarebbe amar il parlar antico non per
altro, che per voler più presto parlare come si parlava, che come si
parla. (Cortegiano I. xxxvii, 76-77)

Il Castiglione difende l'uso dei latinismi perché sono facilmente


compresi da un pubblico più vasto e contemporaneo partendo dal
presupposto che il latino sia la lingua di base di tutte le lingue delle
corti europee. Il Bembo vede nell'antico toscano una purezza che l'uso
di ispanismi, latinismi e gallicismi può solo corrompere , mentre il19

Castiglione esprime l'opinione che ormai solo la gente di campagna usa


il toscano arcaico (Cortegiano I. xxxi, p. 70). Il Castiglione parte da
una teoria già proposta per la lingua volgare da Vincenzo Colli, il
cossiddetto Calmeta, insieme a Mario Equicola, Angelo Colocci,
Giovanni Filoteo Achillino ed altri. Il Castiglione conosceva il Calmeta

19
Cf. W. Rebhorn in Castiglione: The Ideal and the Real in Renaissance
Culture, New Haven: Yale University Press, 1983, p. 80.
Il rapporto tra Bembo e Castiglione 153

ed i suoi scritti, ma non ha mai precisato le differenze tra di loro. Il 20

Calmeta è presente nel Cortegiano, ma non parla della lingua.


Quando il Bembo castiga il Calmeta per le sue idee sulla
"questione", a prima vista sembra che egli presenti il personaggio
storico (1460-1508) e non un alter ego del Castiglione. I personaggi
nelle Prose dicono che il libro del Calmeta esorta ad osservare le corti
di Roma insieme ai fiorentini esemplari. Giuliano de' Medici definisce
la lingua cortigiana in termini simili a quelli del Castiglione come
lingua che si parla a corte (Prose I. xiii, pp. 107-8):

1/ "[II] parlare cortigiano è quello che s'usa nelle corti, e le corti sono molte:
perciò che e in Ferrara è corte, e in Mantova e in Urbino, e in Ispagna e in
Francia e in Lamagna sono corti, e in molti altri luoghi".

2/ "Laonde lingua cortigiana chiamare si può in ogni parte del mondo quella
che nella corte s'usa della contrada, a differenze di quell'altra che rimane in
bocca del popolo, e non suole essere così tersa e così gentile".

Carlo, la voce bembiana, però, specifica quello che dice Giuliano,


definendo lingua cortegiana come quella mescolanza di lingue usata
alla corte di Roma e non a tutte le corti:

3/ "Chiama [...] cortigiana lingua quella della romana corte il nostro Calmeta, e
dice che, perciò che facendosi in Italia menzione di corte ogniuno dee credere
che di quella di Roma si ragioni, come tra tutte primiera, lingua cortigiana esso
vuole che sia quella che s'usa in Roma, non mica da' romani uomini, ma da
quelli della corte che in Roma fanno dimora [...]. E il Papa medesimo".

4/ "[I]n corte di Roma è in usanza; non la spagniuola ο la francese ο la


melanese ο la napoletana da sé sola, ο alcun'altra, ma quella che del
mescolamento di tutte queste è nata, e ora è tra le genti della corte quasi
parimente a ciascuna comune".

Contro questi esempi ο qualsiasi concezione di una lingua cortigiana,


sentiamo apertamente l'opposizione del Bembo, il quale lamenta che
21
una lingua deve aver scrittori, e inoltre, non può essere un miscuglio
di lingue diverse (Prose I. xiii, pp. 108-9):

20
Per i suoi scritti, cf. V. Calmeta, Prose e lettere edite e inedite, a cura di C.
Grayson, Bologna, 1959.
21
Cf., "questo favellare tuttavia non è lingua, perciò che non si può dire che sia
veramente lingua alcuna favella che non ha scrittore". (Prose I.xiv, p. 110)
Diane Senior 154

1/ "[T]ra così diverse maniere di favella ne uscisse forma alcuna propria, che si
potesse e insegnare e apprendere con certa e ferma regola sì che se ne valessino
gli scrittori".

21 "[Non si può fare una lingua di quattro come i Greci facevano, perché] le
romane si mutavano secondo il mutamento de' signori che facevano la corte,
[cioè, le influenze sulla lingua cambiano e sono più di quattro]".

Il Bembo si oppone all'opinione del Calmeta e la castiga duramente,


mentre il Castiglione segue le sue idee in quanto favorisce soluzioni
super-regionali. Ma il Castiglione non dice mai "lingua cortigiana"
esplicitamente e il Bembo non dà enfasi alla corte di Urbino, e così
evitano tutti e due un'aderenza stretta tra le idee del Calmeta e quelle
del Castiglione stesso. Inoltre, mentre la lingua del Calmeta non si
avvicinava ad una lingua nazionale , il Castiglione dice che la sua
22

lingua ideale "sarebbe italiana" (Cortegiano I. xxxv, p. 74). In generale,


però, i punti di dissenso tra il Calmeta e il Bembo sono rappresentativi
del dissenso tra il Castiglione e il Bembo stesso . Dove il Bembo
23

critica l'irregolarità della lingua cortigiana, il Castiglione la usa per


affermare l'importanza del cambiare perpetuo e naturale di una lingua.
Un esempio che mette in luce la similitudine tra il Castiglione e il
Calmeta del Bembo è che essi usano le stesse metafore. Bembo fa dire
al Calmeta: "la verità delle genti che sì come fiumi al mare vi corrono e
allaganvi d'ogni parte" (Prose I. xiii, p. 108), mentre il Castiglione
scrive: "per lo commerzio di quelle nazioni la lingua latina s'è corrotta e
guasta, e da quella corruzione son nate altre lingue; le quali, come i
fiumi [...]" (Cortegiano I. xxxii, p. 70). La metafora del passare delle
stagioni usata in tutte e due le opere è punto di opposizione diretta tra il
Bembo e il Castiglione, mentre qui la metafora del fiume come il flusso
continuo del nostro comunicare è un punto che assocerebbe gli scritti
del Castiglione proprio all'esempio del Calmeta delle Prose.
Nel Cortegiano ci fu sempre una discussione sulla "questione della
lingua", benché nella versione iniziale (1515) il Castiglione né abbia
dato un ruolo decisamente morale ο politico al cortigiano perfetto, né
abbia incluso il discorso del Bembo sull'amore . E nella lettera
24

22
P.V. Megaldo, "Appunti su Vincenzo Calmeta e la teoria cortigiana",
Rassegna della letteratura italiana VII (1960), 447, da una critica ampia al
problema della lingua cortegiana.
23
Mengaldo osserva come il "cortigiano" va metodicamente postulato come un
ibridismo "antitoscano", p. 457.
24
Ghinassi, "Fasi", op. cit., p. 158.
Il rapporto tra Bembo e Castiglione 155

introduttiva che appare nell'ultima redazione, il Castiglione conferma


esplicitamente la sua opposizione al Bembo linguista usando un tono
gentile e amichevole, ma chiaro:

Ma perché circa questo nel primo libro si parla a bastanza, non dirò
altro se non che, per rimover ogni contenzione, io confesso ai miei
riprensori non sapere questa loro lingua toscana tanto difficile e
recondita; e dico aver scritto nella mia, e come io parlo, ed a coloro
che parlano come parl'io; e così penso non avere fatto ingiuria ad
alcuno, ché, secondo me, non è proibito a chi si sia scrivere e parlare
nella sua propria lingua; né meno alcuno è astretto a leggere ο
ascoltare quello che non gli aggrada. Perciò, se essi non vorran
legger il mio Cortegiano, non me tenerò io punto da loro ingiuriato.
(Cortegiano, lettera dedicatoria, ii, p. 28)

Non sappiamo se egli fosse conscio del fatto che fosse in procinto di
affidare il suo testo ad un revisore bembista; cioè, uno dei suoi
"riprensori [che sanno] questa loro lingua toscana". Il Castiglione
ammette di non saper parlare il toscano e che lo trova difficile e poco
chiaro. Nella sua difesa, egli aggiunge che ognuno dovrebbe scrivere e
parlare nel proprio idioletto. Nonostante ciò, si può intuire dal
Cortegiano che il modo in cui "scrivere e parlare nella propria lingua" è
anche ben regolato da tutto un sistema sociale, intellettuale ed etico in
cui il Castiglione colloca le sue teorie ben sviluppate sulla "questione".
Per mettere in risalto le differenze che il Castiglione presenta tra le
sue idee e quelle dei primi due libri delle Prose, basta riassumere il
discorso del Fregoso - portavoce bembiano del Cortegiano. Egli dice
che,

1/ è necessario usare la lingua toscana antica nello scrivere perché aggiunge


grazia ed autorità a ciò che si scribe facendolo più grave e più bello (I. xxix, p.
66);

2/ la parola scritta dovrebbe essere più profonda di quella parlata. Se il lettore


non capisce, non vuol dire che è scritto male (I. xxx, p. 66);

3/ il tempo è la prova dell'utilità, universalità e durata della lingua toscana pura


ed antica (I. xxx, p. 67);

4/ si può scrivere nel linguaggio del Boccaccio e del Petrarca, mantenendo le


diverse lingue parlate nelle diverse città dell'Italia (I. xxx, p. 68);

5/ è importante non perdere la capacità di leggere e di scrivere in antico


toscano (I. xxxi, p. 69);
Diane Senior 156

6/ una lingua deve avere regole anche se la gente varia e segue i propri istinti
portando diversi sensi alle diverse parole (I. xxxviii, p. 79).

Poi, con il discorso del Canossa, il Castiglione mette in evidenza


sei punti che contrastano direttamente le posizioni bembiane sulla
lingua:

1/ Tutti riderebbero dell'uso dell'antico toscano nelle corti (I. xxviii, p. 65);

21 Se si scrive e si parla in lingue diverse, in che lingua bisogna fare le


orazioni? (I. xxix, p. 66);

3/ Non è possibile né parlare né scrivere, per non dire insegnare, una lingua se
uno non la sa (I. xxxi, p. 68);

4/ Non si fa un passo avanti quando si imita una lingua morta (I. xxxvii, p. 77);

5/ Se tutti si imitano, perché non usano la stessa lingua? Su chi si è modellato il


primo poeta? Perché non si imita Poliziano, Lorenzo il Magnifico e Diacceto?
(I. xxxvii, p. 77) ;
25

6/ Cosa è bello nella lingua del Boccaccio e del Petrarca? La parola ο l'idea? (I.
xxxvii, p. 77).

Questo schema di opposizioni è la sostanza del dibattito vivace,


acceso e ben informato sulla "questione della lingua" tra il Castiglione
e il Bembo all'interno del Cortegiano. In più, si può notare un filo
conduttore tra i due autori nel terzo punto del Castiglione -
l'insegnamento della lingua deve essere possibile - che riprende e
capovolge la critica del Bembo verso il Calmeta già discussa. Mentre il
Castiglione sostiene che si può insegnare solo una lingua che si sa, il
Bembo dice che si impara una lingua dai testi scritti. Il sesto punto che
tratta la polemica tra forma e contenuto ο parole e significato è quello a
cui il Castiglione diede enfasi quando scrisse al Bembo per chiedergli
dei consigli e di nuovo quando nel Cortegiano afferma che "le sentenze
espresse dalle parole [devono essere] belle, ingeniose, acute, eleganti e

J. Woodhouse analizza l'inclusione di Francesco Cattani da Diacceto (1466-


25

1522), non presente nella seconda redazione, Baldesar Castiglione: Λ


Reassessment of the "The Cortier", Edinburgh: Edinburgh University Press,
1978, p. 80.
Il rapporto tra Bembo e Castiglione 157

26
gravi, secondo Ί bisogno" (I. xxxiv, p. 73) . Non è solo sulla questione
dell'insegnabilità ο sul dibattito forma-contenuto che il Castiglione si
oppone al Bembo, ma anche sul fatto che il Bembo non pone una
distinzione tra la lingua parlata e quella scritta che rispecchi una
differenziazione di ambiti di uso della lingua stessa. In queste questioni,
come in tutta la sua presentazione della prospettiva bembiana, il
Castiglione fa sì che Federico Fregoso, il difensore dell'antica lingua
toscana nel Cortegiano, venga contraddetto, così esprimendo
chiaramente il suo punto di vista nei confronti delle idee del Bembo.
Nei primi libri delle Prose, troviamo la teoria più rigida del Bembo
sulla scrittura. Si devono adoperare le opere del Petrarca e del
Boccaccio strettamente come vocabolari. Ed il Bembo pratica ciò che
predica scrivendo le Prose in una lingua boccacciana . Però come27

Weinapple dimostra chiaramente, nella sua ideologia, egli rimane


fedele alle sue affermazioni solo fino alla fine del secondo libro, per poi
contraddirsi con la introduzione al libro successivo e con il terzo libro
stesso. Si affronta il dibattito sulla lingua parlata dal momento che
28

Giuliano de' Medici usa locuzioni come "si dice" e "si parla".
Nonostante il fatto che il Bembo dica esplicitamente che Giuliano si
occupa della lingua scritta, nel terzo libro i quattro personaggi del
dialogo diventano una comunità viva riunita a discutere di una lingua
d'uso anche nel parlare.
Il terzo libro delle Prose, che rinnova in molti sensi la grammatica
del Bembo, si trova solo nella redazione del 1525, dopo che il
Castiglione gli aveva inviato la seconda redazione del Cortegiano.
Prima di concludere che l'ultimo libro delle Prose sia una risposta a
critiche in linea con quelle che il Castiglione gli aveva mosso nel
Cortegiano, vorrei porre l'attenzione sul fatto che il discorso tra il
Fregoso ed il Canossa (cioè, le voci bembiana e castiglionesca del
Cortegiano sulla lingua) è lo stesso nella sua sostanza della versione
definitiva che abbiamo oggi e che lo si trova per la prima volta nella
redazione del 1518 . Allora, il Bembo ebbe le critiche del Castiglione
29

26
Per il Castiglione, ciò che l'uomo esprime è sempre più importante delle
parole che usa. Cf., ad esempio, Cortegiano I. xxxiii, p. 72: "Quello adunque
che principalmente importa ed è necessario al cortegiano per parlare e scriver
bene, estimo il che sia il sapere; perché chi non sa e nell'animo non ha cosa che
meriti essere intesa non po né dirla né scriverla".
27
Cf. Fiorenza Weinapple, "Boccaccio in Bembo", Lingua e Stile XVIII.2
(1983), 276-77.
28
Fiorenza Weinapple, "Boccaccio in Bembo", op. cit., p. 273.
29
Cf. Ghinassi, "Fasi", op. cit., p. 161.
Diane Senior 158

nel 1518, e con l'aggiunta dell'ultimo libro delle Prose (1525), egli dà a
tali critiche delle risposte che non erano permesse nel Cortegiano. Il
Castiglione fu crudele con Federico, il linguista bembiano del
Cortegiano. Quando egli disse: "Ascoltatemi, prego, queste poche
parole", Emilia rispose: "Pena la disgrazia mia a quel di voi per ora
parla più di questa materia" (Cortegiano I. xxxix, p. 81). Interrotto a
metà il discorso, il Bembo risponderà al Castiglione nelle Prose in
modo poco deducibile dai primi due libri, ma che si trovava già negli
Asolani del 1505. Egli abbraccerà in sostanza le teorie esposte anche
30

dal Tolomei, in quanto, datagli la possibilità, Carlo, portavoce


bembiano, corregge poco il toscano contemporaneo del Giuliano.
Fin dal primo libro delle Prose Giuliano de' Medici afferma
l'importanza e la superiorità della lingua parlata dai toscani
contemporanei sulla scrittura trecentesca:

Perché le scritture, sì come anco le veste e le arme, accostare si


debbono e adagiare con l'uso de' tempi, né quali si scrive, con ciò sia
cosa che esse dagli uomini, che vivono, hanno ad esser lette e intese,
e non da quelli che son già passati. Era il nostro parlare negli antichi
tempi rozzo e grosso e materiale, e molto più oliva di contado che di
città. (Prose I. xvii, pp. 115-16)

Similmente a quello delle Prose, il Giuliano del Cortegiano rifiuta il


toscano del Petrarca e del Boccaccio perché, come il Giuliano
bembiano aveva detto, esso è "rozzo e grosso e materiale":

Io non posso né debbo ragionevolmente contradir a chi dice che la


lingua toscana sia più bella dell'altre. È ben vero che molte parole si
ritrovano nel Petrarca e nel Boccaccio, che or son interlassate dalla
consuetudine d'oggidì; e queste io, per me, non usarei mai né
parlando né scrivendo; e credo che essi ancor se insin a qui vivuti
fossero, non le usarebbono più. (Cortegiano I. xxxi, p. 69)

Quindi, il Magnifico di tutti e due i dialoghi crede che sia necessario


usare la lingua toscana d'uso, opponendosi alla teoria bembiana dei
primi due libri delle Prose e appoggiando la posizione del Castiglione
che sostiene il continuo divenire di una lingua. Ma nel terzo libro delle
Prose, il Bembo lo critica poco mantenendosi aperto all'uso
contemporaneo. Le correzioni si trovano:

30
Cacey nota a p. 14: "Bembo's recovery of the language of the Trecento was
not so apparent thanks largely to the patina of contemporary Tuscan forms with
which Bembo had seasoned the language of the 1505 Asolani" (p. 69).
Il rapporto tra Bembo e Castiglione 159

1/ nei nomi maschili che al plurale non finiscono in "i" (III. iv, p. 189);

2/ nell'uso dell'articolo con le preposizioni. Il fratello dice: "puòvisi errar di


leggiere, e dicovi più, che radissimi sono quelli che non vi pecchino a questi
tempi" (III. xii, p. 203);

3/ nella spiegazione non abbastanza completa del Magnifico sul quando dire
"Aprilla" e quando "La apri" (III. xx, p. 216);

4/ nella mancanza della spiegazione del tempo composto del passato remoto
(III. xxxvii, p. 244);

5/ e nell'uso non regolare del congiuntivo presente e del Petrarca e di altri poeti
(III. xiv, p. 256).

Questi esempi, che dovrebbero rappresentare i veri sentimenti del


Bembo nell'atto di giudicare il linguaggio contemporaneo di Giuliano in
confronto a quello antico, non fanno altro che rendere libero l'uso del
"toscano". Le istruzioni veicolate dalla voce di Giuliano insieme alle
correzioni proposte da Carlo rendono evidente l'indecisione del Bembo
nell'intendere l'imitazione degli antichi come metafora ο come legge
fissa. Il Bembo sarebbe stato libero di precisare tutti quei punti dove,
secondo lui, il toscano contemporaneo non era adeguato. Invece, egli
accosta la lingua toscana moderna e quella antica. Abbandonata
l'estrema rigidezza dei primi due libri, la sua teoria dell'imitazione si fa
più reale, e così il Bembo risponde alle prime tre critiche del
Castiglione sull'inutilità pratica del toscano antico nel parlare
contemporaneo. Una risposta esplicita alla terza critica del Castiglione
sull'insegnabilità (per il Castiglione bisogna imparare dalla
"consuetudine" e non dai libri) della lingua si trova nella richiesta dello
Strozzi al Magnifico di insegnargli la sua lingua; "[A] me sarebbe sopra
modo caro che voi, per le parti del vostro idioma discorrendo, le
particolari voci di ciascuna, le quali fa luogo a dover sapere, pensaste di
ramemorarvi, e di raccontarlemi" (Prose II. xxii, p. 182) cosa che il
Bembo farà fare a Giuliano, con l'aiuto dei due altri presenti, creando
per le Prose un nuovo filtro cinquecentesco; un "nuovo filtro" nel senso
che è questo gruppo, guidato da Giuliano, che prende decisioni sul
come bisogna scrivere invece di riferirsi esclusivamente agli scritti
ducenteschi. Alla fine lo Strozzi dice di voler mettere in pratica
l'insegnamento del gruppo: "Ercole promettea di volere al tutto fare
Diane Senior 160

pruova se fatto gli venisse di saper scrivere volgarmente" (Prose III.


lxxix, p. 309).
Mentre sembra che le teorie sulla lingua del Bembo e del
Castiglione si avvicinino qui nel terzo libro, allo stesso tempo, risalta la
sostanziale incompatibilità dei loro punti di vista. Il Castiglione crede
che non possa esistere una lingua fissa ed insegnabile, mentre il Bembo
dichiara che c'è, cercando di farla insegnare allo Strozzi dal Giuliano.
Poi, mentre il Bembo riesce ad allargare i perimetri dei primi due libri
delle Prose con il terzo libro, vediamo un rafforzamento dei suoi ideali
per quanto riguarda la lingua nel rifacimento degli Asolani.
Il risultato del rifacimento degli Asolani fu duplice. Esso non solo
offri la testimonianza della possibilità di utilizzare la lingua lungamente
studiata e preferita dal Bembo nella stesura di un libro su un argomento
come quello dell'amore, ma fu anche una risposta alla caratterizzazione
datagli nel quarto libro del Cortegiano. Mentre nei dialoghi dell'epoca
il Bembo rappresentò sia il modello esemplare per quella che sarebbe
divenuta "lingua italiana", sia il personaggio che prevale sulla
"questione della lingua", il Castiglione non gli dà, in tutta la sua opera,
il minimo spazio per esprimersi su questo soggetto. Invece del maturo
Bembo linguista, il Castiglione sceglie per la sua caratterizzazione, ο
meglio idealizzazione, il Bembo degli Asolani. Il discorso sull'amore
platonico, ideale e cortese affidato al Bembo nel quarto libro dimostra
che la "questione della lingua" è sempre presente anche quando il
Castiglione non tratta l'argomento esplicitamente. Mettendo un bel
discorso sull'amore in bocca al suo amico, il Castiglione crea uno
stacco decisivo tra il Bembo delle Prose e il Bembo del suo libro, ed
anche, come vedremo, una certa distanza tra il Bembo del Cortegiano e
lo scrittore degli Asolani. È mia opinione, infine, che queste differenze
servono ad evidenziare una critica essenziale del Bembo-linguista per
cui la bellezza è contenuta nel suono della parola più che nel
significato, nella sua forma più che nell'idea espressa.
Il Bembo del quarto libro del Cortegiano aggiunge una nota più
seria al discorso del Fregoso, il personaggio che aveva parlato in
maniera bembiana sulla "questione" che è stato bruscamente tagliato
fuori da ogni discorso sulla lingua. Ma nonostante il fatto che il Bembo
occupi una posizione di interlocutore privilegiato, a poco a poco anche
qui gli viene tolta ogni possibilità di esprimersi fino in fondo. Iniziando
il suo panegirico con un riferimento diretto agli Asolani, il Bembo
finisce nell'assoluto silenzio. L'inno del Bembo all'amore che illumina
la quarta notte del discorso alla corte di Urbino, lascia i personaggi del
Cortegiano incantati, momentaneamente storditi, dall'immagine della
Il rapporto tra Bembo e Castiglione 161

bellezza che aspetta l'amato quando ascende verso il "bonum". Gli altri
lo incoraggiano a continuare ed egli rifiuta, spiegando che ha parlato di
una rivelazione divina, e che i segreti oltre quel punto sono nascosti nel
silenzio e non dovrebbero essere rivelati. Qui il Bembo accetta i limiti
della lingua nella presenza di Dio, mentre nelle Prose il Bembo si
limita per lo più ai vocaboli e alle strutture grammaticali del Boccaccio
e del Petrarca. Il Castiglione vorrebbe dirgli che la perfezione
linguistica non si trova negli scritti antichi, ma che la si può invece
avvicinare mirando in alto con le proprie idee. Come molti dei più
famosi pensatori del suo periodo, il Castiglione privilegia l'invenzione,
l'espressione di nuove idee che rispecchiano la propria individualità.
Per il discorso del Bembo, il Castiglione prende spunto più da altri
teorici e filosofi rinascimentali, come Marsilio Ficino, che dal Bembo
degli Asolani, descrivendo la scala d'amore e tutti i suoi pioli (come
andare dal particolare all'universale) mancanti nel testo bembiano . Si 31

ascende al più alto livello d'amore attraverso il mistico bacio, un


momento sublimante dell'amore razionale che porta all'amore
intellettuale, a cui accenna il Bembo nella prima redazione degli
Asolani e che il Castiglione accoglie pienamente . Il Castiglione
32

sviluppa questo aspetto nel Cortegiano affermando, nelle parole del


Bembo, che

l'amante razionale conosce che, ancora che la bocca sia parte del
corpo, nientedimeno per quella si dà esito alle parole che sono
interpreti dell'anima, ed a quello intrinseco anelito che si chiama pur
esso ancor anima; e perciò si diletta d'unir la sua bocca con quella
della donna amata col bascio, [...] per dimostrar desiderio che l'anima
sua sia rapita dall'amor divino alla contemplazione della bellezza
celeste in tal modo. (Cortegiano IV. lxiv, p. 342)

31
Cf. P. Floriani, Bembo e Castiglione: Studi sul classicismo del Cinquecento,
Roma: Bulzoni, 1976, pp. 169-86.
32
Cf. la trascrizione di Floriani in Bembo e Castiglione dei brani espunti nel
1530 degli Asolani del 1505. In particolare, no. IX: "Quale poi baciando con
timido ardire quella bocca che il nostro cuore bacia continovo, sentire le nostre
anime venute nelle labbra per passare incontrarsi cativelle e mescolarsi, ora
qua e ora di là per lo dolce traggetto errando e vagando lunga ora. Tacciansi
l'altre dolcezze de gli abbracciamenti. Che poi che tale è la nostra vita, quale la
necessità ce la fa essere, che se ne può dire altro se non che, poscia che noi
venuti ci siamo, dolcissima cosa è per certo accordarsi col suo volere, e quella
fare legge della vita che gli antichi fecero delle cene: ο partiti ο bei?"
Diane Senior 162

Il Castiglione dà enfasi al fatto che le "parole" sono riflessioni del


pensiero e del genio di una persona e non meri recipienti di significati
letterali ripetuti attraverso le generazioni senza subire alterazioni. Egli
fa ripetere al Bembo ciò che il Conte aveva detto nel dibattito sulla
"questione della lingua", e cioè che "chi nell'animo non ha cosa che
meriti essere intesa, non pò né dirla né scriverla" (Cortegiano I. xxxiii).
La bellezza del linguaggio usato per il discorso del Bembo nel
Cortegiano era trasmessa dal significato e non dalla grammatica. Ciò
ripropone la critica del Castiglione verso il Bembo per cui non era
chiaro se egli scegliesse nella sua imitazione degli antichi solamente le
parole ritenute belle per l'aspetto sonoro ο anche per via del significato.
Per il Castiglione, le parole tanto nel suono che nel significato
dovevano essere pure, chiare, belle e piacevoli; esse dovevano
rispondere a dei criteri estetici e utilizzando un lessico limitato dall'uso
di autori antichi non era dunque possibile.
Si potrebbe, allora, fare un'analisi analoga a quella contenuta in
questo saggio su come il Castiglione abbia cambiato il discorso che egli
fa recitare al Bembo attraverso le sue varie redazioni, prendendo
sempre più distanza dal contenuto degli Asolani con il fine di avere
l'ultima parola anche su un argomento topico del rinascimento come
quello dell'amore platonico e un argomento etico come quello del
"buon vivere" (lo scopo degli Asolani fu di spianare "il sentiero del
buon vivere" ai lettori "smarriti" per il "non saputo", cioè il non
provato, Asolani I. i), e non solo quello della lingua. Riunendo tutto ciò,
il Bembo rielaborerà gli Asolani in modo opposto alle critiche del
Castiglione e alla propria caratterizzazione nel Cortegiano.
Per quanto riguarda l'uso del toscano, Cacey è dell'opinione che "il
superfluo e il vano" - l'espressione idiosincratica di valori e preferenze
personali - venga eliminato nel rifaciamento degli Asolani del 1530. 33

Aggiungo che il bacio della versione del 1505 sarà anche soppresso
completamente e che sarà un eremita, invece, che porterà il
protagonista dalla ragione all'intelletto divino . Nella versione del
34

1530, il Bembo teorizza una distinzione tra amore e desiderio che lo


inserisce in un ambito platonico, che non era così evidente nella
versione precedente e che potrebbe richiamare il discorso del
Castiglione. Qualsiasi riferimento a Platone, però, fu più di carattere
formale, per lo stile di sviluppare e affermare idee attraverso

33
Cacey, op. cit., p. 18.
34
Per una discussione dei brani esclusi, cf. Floriani, op. cit., pp. 82-90.
Il rapporto tra Bembo e Castiglione 163

conversazioni, che per il "contenuto" del dialogo. Mentre il discorso del


Bembo nel Cortegiano fu un'esposizione personale castiglionesca della
dottrina platonica rinascimentale sull'amore, sulla bellezza e
sull'intelletto umano, vediamo che la sostanza delle idee che potrebbe
costituire una sua aggiunta a questi temi viene sacrificata dal Bembo
nel nome della sua radicale ideologia umanistica. E l'ultima redazione
degli Asolani avrà importanza solo per il suo uso trecentesco della
lingua e per la forma letteraria ed artistica del dialogo e non per il suo
contribuito particolare allo sviluppo delle idee neoplatoniche
rinascimentali.
È evidente che per il Bembo l'essenza di una persona è segnata dal
suo uso della lingua scritta che deve riflettersi in forme di lingua e di
stile che siano già provate e sopravvissute attraverso i secoli nei
capolavori di altri. Prescindendo da tutte le oscillazioni ideologiche e
pragmatiche che si trovano nelle opere del Bembo, quello che trapela
più chiaramente è la sua visione atemporale che le testimonianze
contemporanee devono riflettere per trovare una verità universale.
Quest'ultimo messaggio il Castiglione capì e colse in modo personale
nel suo ritratto del Bembo. Per il Castiglione il vero essere di una
persona riflesso nel suo uso della lingua è segno del suo essere sulla
strada verso un "bonum" mai afferabile e del suo desiderio di imitare
un modello altrettanto ideale di perfezione come potrebbe essere un
"Cortegiano". Per un motivo sia di critica sia di stima, egli mette il suo
Bembo su quella strada più di qualsiasi altro personaggio nel
Cortegiano.
Le conclusioni a cui giungo sono, dunque, che l'influenza tra il
Bembo e il Castiglione segue lo schema che viene suggerito in questo
studio. Riassumendo, il Bembo scrive i primi due libri delle Prose. Poi,
il Castiglione si oppone alla teoria del Bembo nella sua seconda
redazione del Cortegiano, quella inviata al Bembo. Il Bembo ribatte
con rancore alle critiche del Castiglione nel terzo libro delle Prose,
rendendo le sue teorie più legate alla pratica. Il Castiglione riafferma la
sua posizione verso la "questione della lingua" e contro il Bembo in
modo più specifico nella sua introduzione del 1527, ma volutamente ο
no, dà il compito di revisione del testo ad un bembista al momento della
stampa. Il Bembo pubblica una revisione degli Asolani alla luce della
sua pubblicizzazzione nel Cortegiano per dare prova che si può
scrivere di temi belli di significato nella lingua antica toscana concepita
nel modo ristretto della prima parte della sua grammatica. Il mondo
della stampa, comunque, accetterà il suo modello dell'antico toscano
Diane Senior 164

solo fino ad un certo punto, dato che il Cortegiano non fu pubblicato in


lingua originale, ma neanche nel "toscano" del Bembo.
Nonostante l'estrema importanza storica del Bembo nella storia
della "questione della lingua", il Bembo del Cortegiano sarà comunque
ricordato come personaggio illuminante e mistico nella sua visione, una
immagine che i suoi Asolani non gli diedero affatto. Nonostante che il
Bembo avesse vinto la battaglia della "questione", per contrasto furono
argomenti come quelli sollevati dal Castiglione che gli fecero allargare
e poi restringere la sua visione. Nella ricerca di uno standard su come
scrivere, sia il Bembo che il Castiglione, attraverso il processo di
revisione, dovettero infine rinunciare agli aspetti più personali ed
idiosincratici della propria scrittura. E per il fatto che il Castiglione
desse sempre più valore al contenuto delle sue idee che alla forma,
produsse l'opera che ebbe infine più successo attraverso i secoli.
Nonostante tutto ciò, tutti e due presentano nelle loro opere
contraddizioni enigmatiche e affascinanti che riflettono il clima
culturale e politico del periodo.

DIANE SENIOR
The University of Vermont,
Burlington, Vermont