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Simone Albonico

COME LEGGERE LE « RIME » DI PIETRO BEMBO

C on scelta felice Guglielmo Gorni ha messo a disposizione degli specialisti, correda-


te di un utile commento, le Rime di Pietro Bembo così come andarono a stampa la
prima volta nel fatidico 530 (Bembo 200). Il vantaggio per gli studi è tanto evidente
da non richiedere chiose particolari, e a renderlo più chiaro anche agli occhi di studenti
e non addetti sono ora tornati, raccolti da Claudio Vela per Einaudi, gli Scritti sul Bembo
di Carlo Dionisotti, della cui prosa e delle cui idee non pare di esser mai stanchi né sazi.
Dell’edizione Gorni si è subito giovato Stefano Carrai, che nel presentare l’antologia
entro cui compare l’edizione delle prime Rime di Bembo ha additato un caso – minimo
ma esemplare dell’uso che si potrà fare di questa edizione – in cui la memoria poetica
casiana risulta fissata su una lezione del 530 successivamente mutata. 
Si può insomma dire – un po’ come è avvenuto quando Franco Gavazzeni, per la
stessa collana Ricciardi, ha privilegiato il primo Ortis – che è stata resa piena giustizia
al Bembo che più ha contato ai suoi giorni. Tanto più se si pensa che alle Rime del 530
di Gorni, e agli Asolani del 505 di Dilemmi, è ora possibile accostare un’altra novità di
questa felicissima, quasi temibile, congiuntura degli studi cinquecenteschi, e bembiani
in particolare, l’edizione critica delle Prose della volgar lingua del 525 allestita con cura
e maestria eccezionali da Claudio Vela (Bologna, Clueb, 2000). 2

.
A che l’edizione Gorni dia i suoi pieni frutti si frappone, credo, un solo ostacolo, de-
stinato a essere rimosso entro breve, 3 ma per ora ingombrante e tutto sommato sor-
prendente: l’indisponibilità in edizione moderna dell’ultima raccolta delle Rime di
Bembo uscita postuma a Roma per le cure del fido Carlo Gualteruzzi. Le edizioni di
cui da più di quarant’anni si giovano gli studiosi (Bembo 96 e Bembo 966) propon-
gono infatti un testo che si fonda sì sulla postuma edizione Dorico, dopo averne però
sottratto i 4 testi che, presi in prestito dagli Asolani, l’autore aveva deciso di unire alle
altre rime stampate nel 530 (4 testi) e nel 535 (38 testi), nel 548 ancora aumentate,
non a 65 pezzi, appunto, ma a 79. Gli editori moderni, peraltro, non scelsero una so-
luzione ‘in economia’ semplicemente per evitare la ripetizione degli stessi testi (in mas-
sima parte metri lunghi) all’interno di uno stesso volume – come già nella pur monu-
mentale edizione Hertzhauser 4 –, visto che dell’originaria ubicazione di testi ‘asolani’

. Carrai 200 [2002], p. 475, a proposito di deprede in Casa 2, 4, con richiamo a Bembo, Occhi leggiadri,
onde sovente Amore, v. 5 nella lezione del 530 (dove il testo è al diciottesimo posto). Analogo riscontro si può
fare per la sestina di Casa, 6, 2, «Fra genti inermi ha perigliosa guerra», con clausola che deriva dal sonetto
proemiale di Bembo, v. , nella sua prima lezione a stampa, «Piansi et cantai la perigliosa guerra» (a sua
volta da confrontare con Sannazaro 93, 0, «dopo sì perigliosa e lunga guerra»).
2. Si aggiunge ora la bella edizione critica delle Stanze a cura di Alessandro Gnocchi, Firenze, Società
Editrice Fiorentina, 2003, nella quale a fronte del testo definitivo viene offerta la primitiva redazione a,
tramandata da una costellazione di codici.
3. Andrea Donnini di Genova ha discusso nel giugno 2003 una tesi di dottorato che, dopo gli studi di
Vela, porta un contributo alla conoscenza della storia delle rime bembiane informatissimo e di ecceziona-
le importanza (Donnini 2003). Nella sua edizione Donnini sceglie di seguire il manoscritto Viennese e ri-
tiene l’edizione postuma risultato di una revisione redazionale di Gualteruzzi. A tale proposito si conside-
ri quanto illustrato qui avanti.
4. Seghezzi, nella Prefazione al t. ii, indica nella romana l’edizione ottima, ma segue la Giolito dello stes-
so anno del 548, «non solo perché, se avessimo voluto seguire la impressione di Roma, ce l’avrebbono vie-
tato, o in gran parte impedito le rime degli Asolani sparsevi per entro, le quali da noi dovevano escludersi,
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nella compagine delle Rime nelle due edizioni citate non resta alcuna traccia, e che
anche il commento, laddove avrebbe potuto e forse dovuto, non ne tiene conto. 5 La si-
tuazione editoriale, come sempre accade, ha condizionato la percezione e la valuta-
zione critica, e, come proverò a mostrare qui di seguito, ha impedito di riconoscere una
struttura estremamente significativa in relazione al petrarchismo dell’autore e al suo
influsso sulla tradizione.
Si consideri intanto l’impianto generale delle Rime del 548 (in sigla D). Anche chi,
come Nicola Gardini, si è occupato di recente del petrarchismo di Bembo continua a
considerar le sue rime divise in due parti, distinte dalla eloquente rubrica che, dopo 55
testi, annuncia le Rime di messer Pietro Bembo in morte di messer Carlo suo fratello e di molte
altre persone, secondo una suddivisione che facilmente richiama quella del canzoniere
petrarchesco. Si può però sostenere, pur senza disporre di espliciti avvisi (in molte edi-
zioni cinquecentesche è normale non incontrarne), che una partizione altrettanto
forte si colloca dopo il testo 34 6 (farò sempre riferimento alla numerazione ricostrui-
ta sulla Dorico, utilizzando le cifre arabe: per la corrispondenza con le edizioni mo-
derne si ricorra alla tavola fornita qui avanti). Quel sonetto conclude infatti il vero e
proprio canzoniere di Bembo, la cui struttura illustrerò fra poco. Ad esso segue il so-
netto O pria sì cara al ciel del mondo parte, aggiunto nell’edizione 535 (in sigla Ve2) e de-
dicato alla situazione dell’Italia percorsa dagli eserciti stranieri, che ha una funzione di
stacco. Segue una serie compatta di 20 sonetti (36-55) tutti rivolti a un destinatario,
vuoi per omaggio (come la serie di sei, 46-5, per Elisabetta Querini) vuoi per corri-
spondenza, e tutti successivi al 530, o comunque aggiunti in Ve2 (36-44) e in D (45-
55). Testi di encomio e di corrispondenza non mancano naturalmente in quello che
chiamerò ‘canzoniere’ (-34), ma con funzione e valore diversi. 7 L’inserimento della
rubrica in testa ad Alma cortese (56) è motivata dall’eccezionalità stessa della canzone
(le rime in morte del fratello sono soltanto due, ma i versi 228) che apre una serie (chiu-
sa specularmente dall’unica altra canzone in morte, per la Morosina) di 2 pezzi in
morte seguiti da 3 spirituali, quattro dei quali, non solo in Ve e in Ve2, ma anche nel
manoscritto 0245 dell’Österreichische Nationalbibliothek di Vienna (in sigla V, o Vien-
nese) si trovavano ancora nel corpo della raccolta (56, 57, 62) o di seguito ad essa
(79). 8 Inoltre, i due sonetti per Alessandro Farnese (in D nella sezione di encomio e di
corrispondenza, 53 e 54) comparivano in V ancora nella parte finale (ai numeri 75 e

ma eziandio perché le Osservazioni del Basile, e le varie lezioni non si sarebbono potute adoperare, essen-
do elleno fatte sopra la medesima Impressione del Giolito del 548» (Seghezzi 729, c. *2v, trascritta anche
in Sabbatino 988, p. 3).
5. Marti, in Bembo 96, dopo aver presentato l’edizione del 530 come «una “raccolta”, insomma, a po-
steriori e senza storia, non certo un “canzoniere”», e quella del 548 come «Più ricca, e tuttavia ancor sem-
pre pur se attenuato, col timbro occasionale delle precedenti» (pp. 452-53), avverte poi en passant che «Le
rime degli Asolani e delle Lettere giovanili sono, ovviamente, nelle rispettive opere» (p. 983). Si veda anche
l’introduzione generale a p. xxxvii.
6. Tale partizione è stata proposta già da Sabbatino 988, pp. 23-24.
7. All’interno del ‘canzoniere’ i testi rivolti agli amici più intimi sono per lo più saldamente inscritti nel
tessuto narrativo (4 a Luigi da Porto, 24 a Tommaso Giustinian, 35 e 74 a Cola Bruno, 5 a Trifon Gabrie-
le, 6 a Francesco Maria Molza, 28 e 29 a Bernardo Cappello; fa eccezione 70 a Ercole Strozzi), mentre
quelli a signori o ad altri corrispondenti restano più autonomi.
8. I due testi in morte del fratello (56 e 57), effettuati tutti gli spostamenti interni, si trovavano in V alle
posizioni 02 e 03, 62 al numero 72 e 79 al numero 38 (di séguito al ‘canzoniere’ e a sua conclusione,
come già nel canzoniere Marciano). Per la disposizione dei testi nel Viennese e gli spostamenti operati da
Bembo mi sono servito in particolare di Gnocchi 2002 [2003], che ringrazio per avermi gentilmente forni-
to il suo studio prima della pubblicazione.
come leggere le « rime » di pietro bembo 163
76), e furono successivamente dislocati. Questi spostamenti, insieme all’aggiunta del
sonetto 55, l’estremo di Bembo, per Giovanni della Casa, non presente in V, provereb-
bero per alcuni una manipolazione da parte di Gualteruzzi (così pensano Seghezzi
729, Pecoraro 959 e Trovato 99).
Indipendentemente dalla valutazione di questi e altri fatti, su cui tornerò a conclu-
sione del discorso, la struttura delle rime in D è perciò la seguente: -34 ‘canzoniere’;
35 stacco; 36-55 testi di encomio (e di corrispondenza); 56-79 testi ‘in morte’ con
chiusa spirituale; ovvero, per consistenza delle serie: 34; ; 20; 2+3, riducibile a 34; 2;
2, 3.
Se si prova a osservare il ‘canzoniere’ completo di tutti i testi considerandolo una
struttura non casuale, si arriva a individuarne le partizioni interne. Sulla funzione
proemiale di , e di presentazione dell’innamoramento di 2 e 3, non è necessario insi-
stere, e si possono semmai rimarcare i molteplici richiami ai primi testi del canzoniere
petrarchesco; 9 altrettanto evidente è la funzione conclusiva dei sonetti 28-34 in chia-
ve di sofferta e faticosa rinuncia ad Amore, il quale non cessa di insidiare il poeta – che
pure, con mossa originale, ha «sparso col piè la fiamma» (28, 8) – e causa perciò le ri-
petute richieste di aiuto a Dio. Additata la minima ribattitura dei margini che com-
portano le rime -orto e -empo di 34 a fronte di -orte e -empio di  (entrambi i sonetti
hanno lo stesso schema con terzine CDE CDE, e le rime indicate sono C ed E in en-
trambi), insieme a una manciata di riprese da zone eminenti del ‘canzoniere’ (qui a p.
65), si deve poi notare che una prima intenzione di abbandonare Amore, in ragione
dell’età e del desiderio di «[…] volger questi studi et questo ingegno | Ad honorata im-
presa, a miglior arte», è espressa, gradualmente, nei testi 04-06: timidamente nel
primo, di stile aspro e petroso, che conclude negativamente, con più decisione negli
altri, entrambi rivolti ad Amore e di tono oraziano (si vedano i commenti di Dionisot-
ti 966 e Gorni 200, che rinvia ai rilievi di Sertorio Quattromani). Segue (07) la sesti-
na doppia di Perottino (da Asolani i xxiv, testo antico, già nel ms. Parigino it. 543), im-
postata su un mutamento («Hor è mutato il corso a la mia vita», v. 7) che, se pure è in-
terno a una vicenda d’amore doloroso, è ora leggibile in una chiave retrospettiva, favo-
rita dai legami che si attivano col sonetto proemiale («Cantai un tempo, e ’n vago et lieto
stile | Spiegai mie rime», vv. 40-4). Il testo successivo (08) fissa e innalza questo primo
tentativo di liberarsi da Amore, e chiama in aiuto niente meno che la Vergine: la fun-
zione strutturale della preghiera a lei rivolta è sottolineata dal richiamo negativo alle Si-
rene (l’alma «[…] dal camin dritto impedita | Le Sirene gran tempo et schernit’hanno»,
vv. -2) – che rovescia quello gioioso di 6, 0 una ballata («La mia leggiadra e candida
Angioletta, | Cantando a par de le Sirene antiche, | […] | Sedersi a l’ombra in grem-
bo de l’herbetta | Vid’io pien di spavento: | Perch’esser mi parea pur su nel cielo, |
Tal di dolcezza velo | Avolto havea quel punto a gli occhi miei», vv. -8) – e dalla pre-
cisa indicazione calendariale che porta al 523 («[…] omai de la mia vita | Si volge il
terzo e cinquantesim’anno», vv. 3-4). Tipico indizio, questo, della volontà di costrui-
re il macrotesto, confermata in chiusura del ‘canzoniere’ dal penultimo testo: Uscito
fuor de la prigion trilustre (su questo punto si veda qui avanti).
Trascurando l’articolazione interna della porzione che va da 04 a 27, di cui abbia-

9. Nelle prime due edizioni e nel ms. del Victoria and Albert Museum, su cui Gnocchi 2002 [2003], 3 e 4
erano scambiati di posizione. Sui legami di Bembo  con rvf  e altri testi petrarcheschi si veda in partico-
lare Gardini 997, pp. 69-72, nonché in generale i commenti di Dionisotti 966 e Gorni 200. Si aggiunga,
al di là delle riprese puntuali, che da un punto di vista inventivo Bembo 2 discende da rvf 3, e Bembo 3 da
RVF 2 (luogo generatore è il verso 3: «Celatamente Amor l’arco riprese»). Cfr. anche qui a p. 72.
0. Lo rileva Vela 988, p. 75 e nota 2.
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mo appena saggiato i margini ed evidenziato i legami funzionali col tratto finale – e
nella quale si assiste ancora al ritorno dell’amore, con toni prima dolci (09-5) e poi
aspri (7-22) –,  è bene portarci all’inizio del ‘canzoniere’, e abbandonato il movi-
mento retrogrado procedere da qui nella normale direzione di lettura. Nelle prime tre
decine di testi si riscontra un tono prevalentemente positivo, quando non decisamen-
te gioioso, con una serie negativa protratta solo ai numeri 29-35, e una quota ridotta di
rime occasionali del tutto slegate dal tema amoroso e personale (22, a Ercole d’Este, e
in grado minore 9 e 24 a Elisabetta Gonzaga, che non è però nominata e riconoscibi-
le), con l’eccezione notevole dei sonetti 42-44 per il parto di Eleonora Gonzaga, che
marcano un confine. Prima ancora che il diverso tenore dei testi successivi lo indicano
la presenza di una data (« Nel mille cinquecento et dieci…», 44, 9) e il legame che l’e-
stremo dei tre stabilisce con  e 22 per il fatto di rivolgersi alle Muse, e con 22 anche per
l’evidente occasionalità.
I sonetti 45 e 46 (legati nella genesi) confermano l’ingresso in una zona diversa: Se
dal più scaltro accorger de le genti, sonetto di tormenti e bagliori che stordiscono impe-
dendo l’espressione controllata dei lamenti; e Lasso me, ch’ad un tempo e taccio e grido,
sonetto dei contrari che presenta il poeta in uno stato di confusione. Il successivo 47 la-
menta una sofferenza dovuta a un secondo amore o a un rinnovato cimento («Se ’l mio
debile stato ben misuro, | Certo i’ cadrò ne le seconde prove», 47, 7-8) cui il poeta non
è riuscito a sottrarsi, e che lo condurrà probabilmente, nonostante la giovane età, a una
fine precoce. Il 48 segna un approdo negativo al dolore causato dal desio non tenuto a
freno; 49 è un invito a che gli elementi della natura comprovino attraverso una serie di
adunata lo sconvolgimento che comporta la fine dell’amore, sino ad allora creduta ap-
punto impossibile. Arriviamo infine a 50, che fa il punto: gli anni spesi dietro a Ma-
donna, che ora ha perso, lo spingono a disprezzare il mondo e le sue vanità e a espri-
mere l’intento di ritirarsi nella solitudine del monte Catria (presso Urbino). È bene
avere il testo sott’occhio:
Hor c’ho le mie fatiche tante et gli anni
Spesi in gradir Madonna, et lei perduto
Senza mia colpa, et non m’hanno potuto
Levar di vita gli amorosi affanni, 4
Perché vaghezza tua più non m’inganni,
Mondo vano et fallace, io ti rifiuto,
Pentito assai d’haverti unqua creduto,
De’ tuoi guadagni satio et de’ tuoi danni. 8
Ché poi che di quel ben son privo et casso,
Che sol volli et pregiai più che me stesso,
Ogni altro bene in te dispregio et lasso. 
Col monte et col suo bosco ombroso et spesso
Celerà Catria questo corpo lasso,
In fin ch’uscir di lui mi sia concesso. 4
Nel suo commento a Ve (dove il testo occupa la posizione 43) 2 Gorni nota opportu-
namente che ricompaiono qui le parole rima del sonetto proemiale, anni : affanni : in-

. Occasionale l’ultima parte della serie (23-27), aperta e chiusa da testi legati ad avvenimenti politici
databili 526 e con altri due riferiti alla malattia della Morosina in quello stesso anno. Tutti i testi successi-
vi, dell’ultimo tratto 28-34, sono databili al 528, e va perciò rilevato come proprio tra 27 e 28 venga a
‘cadere’ l’anno del Sacco 527.
2. Sarebbe forse preferibile una diversa punteggiatura finale al v. 8, con un due punti o una virgola (in
D è un punto). Molto significativa, in relazione al ruolo assunto nella raccolta definitiva, la posizione del
testo nel canzoniere Marciano VM, dove occupa il posto 56, verso la conclusione.
come leggere le « rime » di pietro bembo 165
ganni : danni (qui A, là B; le stesse anche in 94), e che per il tema e la citazione esplici-
ta del monte Catria il sonetto si richiama a 23 e 25 (in Ve 22 e 24). Si avverta che se le
quartine di 50 richiamano , le sue terzine richiamano 25 anche perché ne riprendono
due parole rima (spesso : stesso, là E, qui D, la prima in equivoco), e con esse il tema del
disprezzo del mondo che lega 25 (« Sprezzando ’l mondo et molto più me stesso», v. 4)
a 50 («Mondo vano et fallace, io ti rifiuto», v. 6), e che progredisce tra alti (25) e bassi
(50) verso l’acquisizione del fatto che «adorar Dio | Solo si dee nel mondo, ch’è suo
tempio», acquisizione conclusiva e pertanto espressa in chiusura del prospettico so-
netto proemiale (dove anche vano di 50 trova il suo precedente). 3 Acquisita la catena -
25-50 si possono agevolmente sottolineare i fittissimi richiami che dai sonetti prece-
denti 50 rinviano alla zona iniziale del ‘canzoniere’. Gorni ha ben indicato il legame di
47, 5-6 («Poi che non valse a le tue fiamme nove | Il ghiaccio, ond’io credea viver se-
curo») con 2, -3 («Io, che già vago et sciolto avea pensato | Viver quest’anni, et sì di
ghiaccio armarme | Che fiamma non potesse homai scaldarme»). Si aggiunga che la
coppia verbale d’avvio Piansi e cantai (, ) ritorna scissa nei due incipit di 47 («Lasso,
ch’i’ piango e ’l mio gran duol non move») e 48 («Cantai un tempo, et se fu dolce il
canto»), modulando un presente di dolore e una retrospezione poetica che si abbina-
no solo dopo l’inserimento di 48 in Ve2. Ancora, , 9- («Ché potranno talhor gli aman-
ti accorti, | Queste rime leggendo, al van desio | Ritoglier l’alme col mio duro exem-
pio») richiamano in termini diretti i versi corrispondenti di 48 («Misero, che sperava
esser in via | Per dar amando assai felice exempio | A mille, che venisser dopo noi», vv.
9-), e ancora una volta, come per il mondo, la dichiarazione del sonetto proemiale vale
come bilancio conclusivo dopo un’altalena di alti (in questo caso 4, -4, «L’alta cagion
[…] | […] | Dispose ch’io v’amassi, et dielmi in fato, | Per far di sé col mondo exempio
et fede», dove addirittura il poeta innamorato testimonia al mondo il potere divino) e
bassi (appunto 48, 2-4, dove conclude: «Hor non lo spero; et quanto è grave et empio
| Il mio dolor, saprallo il mondo et voi, | Di pietate et d’Amor nemica et mia»). Un
altro elemento di parentela fra 48 e 25 è aggiunto dall’identità di rima (rispettivamen-
te B e C) e del rimante riva, con ulteriore piccolo incremento se la correlata viva di 48,
6 è comunque sostenuta in 25 dalla vicinissima vivo, sempre in rima nelle terzine. In 49,
infine, lo sconvolgimento degli impossibilia è invocato come corrispettivo naturale
dello scioglimento del poeta da amore («Cosa non vada più, come solea, | Poi che quel
nodo è sciolto, ond’io fui preso, | Ch’altro che morte scioglier non devea», vv. 9-2), con-
dizione che in 2 veniva proposta come inizialmente desiderata ma perduta per inter-
vento di Amore («Io, che già vago e sciolto avea pensato | Viver quest’anni […] | […]
| Avampo tutto, et son preso et legato»), e che risulterà recuperata, a conferma peral-
tro un po’ facile di quanto si vuole qui dimostrare, nella preghiera finale a Dio, 34, 5-
0 («Tal ch’Amor questa volta indarno prove | Tornarmi a i già disciolti lacci suoi | […]
| […] || Gran tempo fui sott’esso preso et morto; | Hor poco o molto a te libero viva,
| […]»).
Con 45 si manifesta perciò una svolta, e con i testi che seguono si assiste a una cre-
scita progressiva che ha il suo culmine in 50, come provato anche dal tono molto meno
drammatico di 5 (Solingo augello, se piangendo vai), che peraltro si lega al precedente
(dove sarà il verde in cui si trova l’uccello, se non nel bosco ombroso e spesso di 50, 3, in
cui è la memoria abbuiata e déguisée della dantesca «foresta spessa e viva»?). La vicen-
da continua, anche se qui è impossibile seguirla passo per passo: basti segnalare come
dopo qualche indugio si torni al punto con 54: «Se vòi ch’io torni sotto ’l fascio antico,

3. Significativa anche la correzione che elimina l’esclamazione del tema dal sonetto 49, v. 4, che passa
da «Ahi mondo tristo, et so ch’io sono inteso» (ancora nel Viennese) a «O cielo o terra, etc.».
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| Che tu legasti, Amor, forza disciolse, | Et sparso in parte un desir poi raccolse». Tutti
i testi che seguono sino a 66 presentano una situazione prevalentemente, quando non
decisamente, negativa e distonica. Dopo una pausa segnata da sei testi occasionali e di
corrispondenza, e dopo due sonetti ancora ripiegati (73 e 74), il registro cambia grazie
a una serie di sei testi (le ultime quattro sono canzoni) finalmente dispiegati alla gioia
(Gioia m’abonda al cor tanta e sì pura, suona l’incipit di 78), complice l’innesto di tre can-
zoni cavate dal secondo libro degli Asolani. A questi segue un’altra serie di sei testi oc-
casionali (8-86), un sonetto di lontananza e una serie di testi (ancora sei) di lode (88-
93), un sonetto occasionale dei più antichi, tre sonetti aspri incentrati su sofferenza e
venir meno della giovinezza (95-97), i tre del sogno (per Lucrezia), di tono dolce, e an-
cora tre (0-03) prevalentemente dolorosi il primo e l’ultimo, meglio leggibile come
testo d’occasione quello centrale. 4 Col che siamo giunti sul limitare della sezione più
sopra indicata come immediatamente precedente quella conclusiva.

2.
Prima di passare a esaminare altri elementi che caratterizzano le rime di Bembo come
canzoniere petrarchesco, proviamo a mettere un po’ d’ordine nelle osservazioni propo-
ste, che riguardano il piano tematico-narrativo e quello stilistico. Emergono alcune
scansioni del testo ben riconoscibili: -44, 04-27, 28-34. Nella zona centrale, pur es-
sendo chiara la svolta gioiosa segnata da 75 risulta incerto il tenore dei testi d’occasione
67-72 (tra 67 e 68, inoltre, cade la metà del ‘canzoniere’). Supponendo che il passaggio
debba avvenire anche qui in modo non diverso da quello riscontrabile tra 03 e 04 e tra
27 e 28, dove i testi di svolta sono preceduti da un gruppo di rime occasionali (quando
più quando meno riconoscibili come tali), si può allora ascrivere 73 e 74, per quanto iso-
lati, alla serie dolorosa che precede, e scandire la zona centrale 45-74, 75-03, con l’avver-
tenza che le divisioni, per quanto ben riconoscibili, non sono da assumere troppo rigi-
damente (se si ponesse il passaggio tra 66 e 67 risulterebbe esaltata la successione -22-
44-66, collocandolo tra 74 e 75 emerge, con lievissimo décalage, quella -25-50-75).
Si provi ora a considerare la raccolta delle Rime nel suo insieme. Si fa subito notare
la conclusione, in cui si incontra un pentimento che rinnova quello del ‘canzoniere’ e
una finale lode e preghiera a Dio (valide non tanto in relazione alle vicende amorose
quanto alla complessiva esperienza poetica, che è anche amorosa), e che conferendo
coesione al tutto invita a riconsiderare l’insieme. L’ultimo testo, come già nel canzo-
niere Marciano, è una ballata. Se ci si chiede dove, prima di questa, si è incontrata l’ul-
tima ballata, si troverà che era al n. 90. Ovvero, il testo che sta al centro delle Rime e
quello che le chiude hanno lo stesso metro, e sono le ultime due ballate (le altre: 6, 9,
39), l’ultima (79) essendo l’unica al di fuori del ‘canzoniere’. Il 90, pur non costituen-
do un passaggio significativo nella scansione del ‘canzoniere’ qui sopra proposta, segna
un punto rilevante per l’inserzione ai tre numeri successivi 9-93 delle canzoni sorelle
provenienti dal terzo libro degli Asolani, che con la loro massa compatta creano un’e-
vidente discontinuità (e a questo punto si colora la ripresa a 94 di quattro parole rima
già in  e 50). È come se in esso si saldassero la struttura del ‘canzoniere’ con quella del-
l’intera raccolta: è vero che si tratta di strutture concorrenti evidenziabili solo in pro-
spettive diverse, ma è anche vero che a un lettore che proceda nel testo i segnali strut-
turali si fanno incontro in successione e con diversi gradi di evidenza, e che una piena
considerazione della macrostruttura di una raccolta di rime è possibile solo quando, ar-
rivati in fondo, ci si volta a riguardare l’insieme, tentando di assumere in un solo sguar-

4. Sulla presenza di serie di sei testi (o di multipli o di divisori) nel canzoniere petrarchesco, Antonelli
992, p. 402.
come leggere le « rime » di pietro bembo 167
do le diverse prospettive. Non si può fare a meno di notare che sul 90 consistono al-
meno tre fattori: centralità geometrica, rilevanza del vicinato e legame metrico. Ma la
centralità geometrica rispetto all’intera raccolta delle Rime diventa, in rapporto all’e-
stensione del ‘canzoniere’, un bilanciamento sui 2/3, quasi trovassero qui il loro fulcro
leve diverse. Se teniamo buona la divisione iniziale -44, individuata con un’analisi die-
getico-tematica, e procediamo in avanti badando a forti eminenze strutturali pur di ori-
gine diversa, arriviamo a una formula 45-90, 9-34, con una successione di 44, 46, 44
testi: un movimento che pur convivendo con altre scansioni evidenzia una figura sim-
metrica, e che in un punto tocca e dà evidenza alla simmetria generale della raccolta.

3.
Restano ora da osservare le modalità di inserimento dei testi asolani, per verificare se
la loro comparsa, che insieme ad alcuni spostamenti costituisce la caratteristica di mag-
gior novità della stampa postuma, avviene secondo strategie particolari e compatibili
con quanto finora rilevato.
La scelta del luogo ove inserire i 4 testi poetici cavati dal prosimetro segue in primo
luogo un criterio metrico. I pezzi recuperati da Bembo sono tutti su metri diversi dal
sonetto, e – con l’eccezione di 07, 2 e 2-22 (che però restano in coppia) –, vanno
sempre a collocarsi a fianco di altre canzoni, ballate o madrigali già presenti fra le rime.
Non fornisco un’illustrazione puntuale, per la quale basta rifarsi alla Tavola. Si osservi-
no però alcuni casi. La serie 5-9, che in D mostra una successione madrigale-ballata-
sestina-madrigale-ballata, è il risultato di una ridislocazione di testi che, naturalmente
con l’eccezione di 8, erano già in VM (dove occupavano le posizioni 39, 3, 7, ), e con
però la ballata 6 esclusa da Ve e rientrata solo nel 535: nel 530 perciò la successione
era madrigale-sestina-ballata, nel 535 madrigale-ballata-sestina-ballata, e solo nel 548,
grazie all’aggiunta di Amor, la tua virtute, da Asol. i iii, viene realizzata la disposizione re-
golare di due coppie madrigale-ballata con al centro la sestina. Ancora, la serie 58-62,
canzone-canzone-canzonetta-madrigale-canzonetta (in figura di schema: AABCB), si
costituisce nel 548 grazie all’inserimento delle due canzonette di Perottino attorno a
un madrigale che a sua volta, nel 530, era stato sottratto per sempre agli stessi paraggi
del libro i degli Asolani. Qualcosa di simile avviene a 77-80. Nel 530 la canzone 79 è
estratta dal cap. ii viii degli Asolani del 505 e affiancata a 78 a formare un dittico legato
dal forte senhal della radice savorgnana; nel 548 vengono aggiunte 77 e 80, provenienti
dalla stessa zona del prosimetro, a formare una saldissima catena, percorsa da una vena
di dolcezza: il dolce suono e il dolce foco di 77, vv. 2 e 8, il dolce sostantivo (come poi in
Casa) di 78, 30, la dolce vista, il dolce parlar e la dolce fiamma mia di 79, vv. , 23 e 36, il pen-
sier […] dolce e soave, il dolce […] concento, i dolci pensier, il dolce costume e il dolce foco di
80, vv. -2, 23, 66, 4 e 24. Non solo si stabiliscono legami tra fine e inizio di testi con-
tigui (da 77, 25 «Vita gioiosa et cara» a 78,  «Gioia m’abonda al cor tanta et sì pura», da
79, 36 a 80, -2, già citati), ma il tutto è come annunciato dal sonetto 76: in esso il tema
della dolcezza e quello dell’insufficienza della scrittura («Quai versi agguaglieran l’alta
dolcezza, | Ch’ogni avaro intelletto appagar sòle | Di chi v’ascolta, et l’altre tante et
sole | Doti de l’alma, et sua tanta ricchezza?», vv. 5-8, e cfr. anche vv. 2-4), foss’anche
toccato a Petrarca cantarla (vv. 9-), sono enunciati, per poi essere ripresi con lievi va-
riazioni in 77, -4, e soprattutto nella prima metà della canzone 80 (vv. -75), mentre l’al-
lusione a l’aura, sottolineata da Gorni, dopo quella a beatrice e prima di quella amaria,
è al centro di 79 (i cui tre elementi di paragone-senhal, il sasso, il vento e il girasole, an-
ticipano la sceneggiatura bucolica della seconda parte di 80).
La tessitura è perciò quella tipica di un canzoniere, o diciamo pure ‘del Canzoniere’,
e se esempi di simili intrecci si possono forse reperire nelle redazioni precedenti, è solo
168 simone albonico
in D, e in presenza di testi asolani, che si incontrano casi tanto complessi e articolati.
Si veda ad esempio 26 e 27, Felice stella il mio viver segnava e Preso al primo apparir del vo-
stro raggio. Nel commentare il primo testo (là numerato xxv) Dionisotti richiama la
prossimità con la canzone di Asolani ii ix, con la quale condivide il tema dei cuori scam-
biati (sviluppato nella parte in prosa) e due interi versi: gli ottavi versi di ciascuna delle
due stanze di Felice stella coincidono infatti con il primo e l’ultimo verso della canzone
asolana. Dionisotti non avverte però che nella Dorico, la cui lezione è da lui riprodot-
ta, il testo del prosimetro viene collocato proprio lì di seguito, e che la prossimità as-
sume perciò nel 548 un’evidenza spaziale. Un esame ravvicinato mostra che i legami
formali tra i due individui sono molto fitti, e si concentrano in particolare nelle rime e
nei rimanti. 27, che ha lo schema ABBAXCC (con X costante, -enne, nelle tre stanze),
presenta infatti una serie di riprese da 26:
Stanza i
rima A, parole-rima raggio : viaggio = 26, st. i, parole-rima ai vv.  e 4 (rime E)
rima C, -ia (uscia : invia) = 26, st. ii, rima G ai vv. 35-36
Stanza ii
rima B, parole-rima poco : loco = 26, st. i, parole-rima ai vv. 20 e 2 (rime H, la seconda interna)
rima C, parole-rima core : fore = 26, st. i, parole-rima ai vv. 7 e 3 (rime B)
Stanza iii
rima A, -ire (gire al v. 8) = 26, st. ii, rima A (gire al v. 2)
rima B, parole-rima parte : parte = 26, st. ii, parole-rima ai vv. 22, 23 e 27 (rime B)
rima C, parole-rima ora : dimora = 26, st. ii, parole-rima ai vv. 29 e 28 (rime D)
È come se 27 provvedesse a conferire compostezza allo schema eccentrico di 26, 5 ri-
prendendone rime e parole-rima secondo una figura geometricamente regolare: nella
st. i una rima dalla prima e una dalla seconda stanza di 26, nella st. ii due rime dalla
prima stanza, nella st. iii tre rime dalla seconda stanza; e da parte sua la rima X (non si
ritenne : non si convenne : lieto sen’ venne) espone in rima il verbo che in 26 sancisce il
completamento del reciproco scambio dei cuori («Sen’ venne a me stranier cortese e
fido», v. 25; in Ve «A me sen’ venne con festoso grido»).
Ancora, si assiste alla creazione di una rete di rapporti prima incompleti a 36-38. Il so-
netto 36 presenta ripartendole tra quartine e terzine l’alternativa tra la virtù dura della
donna e le sofferenze che Amore promette al poeta.
Mostrommi Amor da l’una parte, ov’era,
Quanta non fu giamai fra noi né fia,
Bellezza in sé raccolta, et leggiadria,
Et piano orgoglio, et umiltate altera, 4
Brama ch’ogni viltà languisca et pera,
Et fiorisca honestate et cortesia,
Donna in opre crudel, in vista pia,
Che di nulla qua giù si fida o spera; 8
Da l’altra speme al vento, et tema invano,
Et fugace allegrezza, et fermi guai,
Et simulato riso, et pianti veri, 
Et scorno in su la fronte, et danno in mano;
Poi disse a me: – Seguace, quei guerrieri
Et questo guiderdon tu meco havrai .– 4

5. Due stanze di 20 versi su schema ABbACCBDdBEABEFFGGH(h5)A, di difficile partizione interna, e


ricondotto dai commentatori alla modulazione delle ballate.
come leggere le « rime » di pietro bembo 169
In Ve e in Ve2 al sonetto segue l’unico capitolo in terzine conservato da Bembo fra le
proprie rime, Amor è, donne care, un vano et fello, un testo molto legato alla cultura let-
teraria delle corti che, in un impianto anaforico, passa in rassegna le ossimoriche sof-
ferenze d’Amore, e riprende e illustra (come notato da Dionisotti) le terzine del so-
netto. Tra l’uno e l’altro in D compare, al numero 37, la canzone Sì rubella d’Amor, né sì
fugace, da Asolani ii xvi, in 8 stanze sul metro difficile di rvf 29, che provvede a svilup-
pare il tema delle quartine di 36 in una lode distesa attraverso una serie di figure evo-
cative e similitudini nelle stanze centrali (st. iii la rosa e il giglio, st. iv l’ermellino, st. v
le acque al disgelo, st. vi il vento), con la ripresa da 36, 3 («Bellezza in sé raccolta et leg-
giadria») che genera e lessicalizza (poco importa se a posteriori nella sequenza finale
dei testi) la rima interna d della canzone (st. ii v.  Bellezza, st. iv v. 25 Bianchezza, st. v
v. 32 Dolcezza, st. vi v. 39 Vaghezza, st. viii v. 53 Asprezza), e con l’assunzione finale ed
emblematica («Asprezza dolce e mio dolce tormento», v. 53) del principio ossimorico
di 36, 4 («Et piano orgoglio et umiltate altera»). 6
L’inserimento muta la funzione e l’orientamento di 36, che a questo punto non
siamo più portati a leggere come un’introduzione al capitolo in terzine (come avveni-
va in Ve, 32-33, e Ve2, 34-35), ma come l’esposizione di un movimento articolato su due
motivi contrastanti che i due testi immediatamente successivi provvedono a sviluppa-
re autonomamente secondo una figura più ampia e armonica.

4.
Che anche i testi inseriti in luoghi metricamente non caratterizzati (07, 2, 2-22)
creino, là dove non erano, coerenze virtuose, si può verificare osservando la sestina
doppia 07. Dei tre sonetti che la precedono il 04 e il 05 fanno la loro comparsa solo
in Ve2. Abbiamo già detto come i tre testi affermino in termini ampi la volontà di la-
sciare Amore per volgersi «Ad honorata impresa, a miglior arte», segnando una svol-
ta. A portare il poeta su questa strada è la consapevolezza di un cambiamento ormai
radicale: l’età mutata e il venir meno delle forze della giovinezza lo spingono a suppli-
care Amore, in termini che resteranno vivi per il Casa della canzone 32 proprio grazie
all’evidenza che al motivo conferiva l’appena avvenuto mutamento diegetico. 7 La se-
stina, a questo punto, vede le conclusioni negative di Perottino trasformarsi in una ri-
considerazione di portata più ampia, tesa non soltanto tra un passato d’amore felice e
un presente doloroso, ma tra la giovinezza amorosa e la vecchiaia angosciata e oscu-
rata «In gravi travagliate et fosche notti» (0), nella quale viene meno anche la forza
della poesia: «U’ son le prime mie vegghiate notti | Sì dolcemente? u’ ’l mio ridente
stile | Che potea rallegrar ben mesta vita? | Et chi sì tosto l’ha converso in pianto? |
C’hor foss’io morto alhor, quando ’l mio stato | Tinse in oscuro i suoi candidi giorni»
(vv. 3-36), dove si individuano i materiali atti a sostanziare l’idea lucreziana (e qui anche
catulliana) di Casa 25, 2-4 e 47, 40. La rifunzionalizzazione di quel testo giovanile, dei
suoi primi, sembra poi attuare una più sottile figura costruttiva, poiché si pone a 90 po-
sizioni esatte di distanza dall’unica altra sestina, la 7, dove il tormento, più meccanico

6. La struttura su cui si impianta 36 ( «da l’una parte» e 9 «Da l’altra») torna, meno ampia, in 37 («L’una
mi prese il cor come Amor volse, | L’altra l’impiaga, sì leggera et presta», 2-3); l’accostamento di 36, 3 e
5-6 («Bellezza in sé raccolta […] | […] | Brama ch’ogni viltà languisca et pera») è riproposto a 37, 0-
(«Fanno in costei […] | Bellezza et castità dolce concento»)
7. Si veda l’ed. Tanturli (Casa 200) alle pp. 77 ss. (e ora Casa 2003). Si affianchi 05, -2 «Mentre di me
la verde abile scorza | Copria quel dentro […]» a Casa 32, 47-48: «che di fuor la scorza | Come vinto è quel
dentro non dichiari» (sulla base di rvf 23, 20), e 06, 9-: « Non son, se ben me stesso et te risguardo, | Più
da gir teco; i’ grave et tu leggero; | Tu fanciullo et veloce, i’ vecchio et tardo» a Casa 32, 20-22: «Ché ’l più se-
guirti è vano | Né fra la turba tua pronta et leggera | Zoppo cursore homai vittoria spera».
170 simone albonico
e arguto che profondo, nonostante il condizionamento tematico del metro non esclu-
deva un certo appagamento (nelle ultime due stanze); e poiché il sonetto 08, alla Ver-
gine, che segue la sestina doppia, ribalta in negativo (vv. -2) le Sirene che erano com-
parse nella ballata 6 (v. 2) che precede la prima sestina.
Se quanto si è venuto osservando ha un fondamento si può allora notare anche che
la distribuzione di testi antichi sull’arco di quasi tutto il canzoniere (i sonetti 98-00, a
Lucrezia sul sogno, sono del 503), non esclude una progressione abbastanza regolare
della cronologia interna e, in parallelo, delle occasioni volutamente riconoscibili: 22, a
Ercole d’Este, nominato al v. 9, è da considerare anteriore al 505 (data della sua morte);
28, a Galeotto Franciotti Della Rovere (cui alludono il ramo della Quercia e le sacre fron-
di), è anteriore al 508; dopo testi (23, 25) che dichiarano la propria pertinenza urbina-
te, 44, l’ultimo dei tre sonetti che celebrano il parto di Eleonora Gonzaga, indica espli-
citamente la data del 50 (che era 5 nella tradizione precedente Ve); in 47 e in 59 (v.
36) il poeta è «giovene ancor», mentre sulla vecchiaia, annunciata da 97, insistono,
come si è detto, 04-06; e 08 (v. 4) fissa al 523 l’ingresso in questa nuova fase, forse
non per caso collocata nell’anno in cui a Bembo e alla Morosina nasce il primogenito
Lucilio; 23 porta al 526 («c’ha Rhodo et l’Ungheria piagate et spente», v. 8); e allo stes-
so anno si colloca 27 (a Matteo Maria Giberti, prima del Sacco). Altre indicazioni ri-
chiedono calcoli più minuti, e forse non sono inquadrabili in una progressione univo-
ca. Se però, come sembra, da un certo punto in poi Bembo canta un solo amore (la
molteplicità delle donne, cui Dionisotti, Gorni e Vela hanno dato evidenza, è recupe-
ro dell’acuzie filologica proprio in quanto non esibita), quando in 33 l’autore ci dice
che all’uscita della prigion trilustre Amore lo richiama alle lasciate lustre, si può col senno
di poi – ovvero alla luce di 72 (da cui si ricava l’anno di morte della Donna, che è ormai
la Morosina, 535) e 73 (in cui si dice che l’amore è durato 22 anni) – concludere che ci
si trova all’altezza del 528. E ciò implicherebbe l’intenzione di collocare la vicenda del
‘canzoniere’ al di qua del 530, anno della prima edizione delle Rime. Del resto tutti i
testi successivi al 00 per i quali la tradizione critica (su tutti Dionisotti 966) ha saputo
proporre un’occasione o individuarne una precisa su base documentaria sono databili
in anni che vanno dal 523 (02, a Giulio de’ Medici) al 528 (28 e i seguenti), senza ri-
torni all’indietro. E i testi occasionali e di corrispondenza che seguono il ‘canzoniere’
si collocano tutti a valle della stessa data: i primi due, a Trifon Gabriele e a Veronica
Gambara sono rispettivamente del novembre e del marzo 530, e gli altri – con la sola
eccezione di quello al Varchi (45), che è forse più tardo, e del 53 ad Alessandro Farne-
se (del 536), aggregato a quello rivolto allo stesso signore nel 538 (54) – si collocano
in successione regolare, sino all’estremo per il Casa del 546.

5.
Credo si possa sostenere che la configurazione del ‘canzoniere’ nella redazione ultima
delle Rime segni un aumento considerevole del tasso di petrarchismo della poesia di
Bembo, e rappresenti un passaggio della sua lirica da un ambito strettamente stilistico,
a lungo perseguito e universalmente apprezzato, a uno strutturale. Responsabile di tale
mutazione è in primo luogo il riallineamento metrico, che corregge l’eccessiva eccen-
tricità di prove latamente debitrici alla cultura cortigiana e, nonostante la prova di
forza di Alma cortese, inscritte nella generale crisi della canzone. Dopo la cura asolana
nel ‘canzoniere’ si incontrano una ripresa (37) del metro di rvf 29, due serie di canzo-
ni sorelle sull’esempio di rvf 7-73 (9-93 e 2-22, nel secondo caso con ripresa del
metro e di molto altro da rvf 29) e una sestina doppia (07) sull’esempio di rvf 332, da
cui mutua tre parole-rima. Testi che si aggiungono all’imitazione, ma su altro metro,
di rvf 05 (58) e alla ripresa dell’ambiziosissimo schema di rvf 23 nella canzone in
come leggere le « rime » di pietro bembo 171
morte del fratello, e ci consegnano l’immagine di un autore che nel proprio canzonie-
re si confronta con gli esempi più impegnativi della tecnica poetica petrarchesca, in
particolare con alcuni di quelli di ascendenza trobadorica. Gli inserimenti, lo si è visto,
corroborano i nuclei costituiti da metri diversi dal sonetto, anche in questo ispirando-
si a soluzioni tipiche del canzoniere petrarchesco.
Ma il nuovo aspetto del ‘canzoniere’ bembesco consiste anche e soprattutto nell’or-
ganicità complessa, qui in parte illustrata, che ne fa qualcosa di molto diverso dall’i-
nerte collana di exercices de style a cui lo si è per secoli ridotto. Bembo, anche se ricono-
sce e in parte imita la segnaletica calendariale petrarchesca – in particolare riproducen-
do sottilmente nel sonetto 33, che fissa la conclusione del canzoniere al 528, la fun-
zione di rvf 364, il testo che chiudeva entro il 358 (la data della pre-Chigi o Correggio)
l’esperienza di cui il libro dà conto –, certo resta lontano dall’articolazione strutturale
del modello trecentesco, quasi sempre invisibile, del resto, non solo nel Cinquecento;
ma mostra di essersi reso conto della necessità di imbastire la produzione lirica in un
più ampio disegno. A sollecitarlo in questa direzione fu forse anche l’esempio di alcuni
giovani, che guardavano a lui come a un maestro ma insieme praticavano liturgie di-
verse, e che avevano profuso particolare impegno nell’articolare le proprie raccolte al-
largando, di molto, il ventaglio dei modelli e dei generi. Bembo, per cultura e per gusto,
non poteva mettersi certo sulla strada che negli anni Trenta percorrevano Luigi Ala-
manni e Bernardo Tasso, ma forse riflettendo sui loro e su altri esempi, tanto al di sotto
della cima da cui dominava il panorama italiano ed europeo, dovette a un certo punto
intuire che la rivoluzione delle poetiche, allora in atto, avrebbe potuto mettere rapida-
mente in crisi una lirica in cui non fosse avvertibile in modo chiaro una preoccupazio-
ne costruttiva, che, al di là dell’eccellenza linguistica e stilistica, ne individuasse il ge-
nere. Un Bembo precocissimo nel cogliere quale nuovo corso la Poetica di Aristotele
avrebbe determinato, e tanto più attento in quanto più di chiunque altro consapevole,
nonché della resistenza della lirica a una definizione teorica, dell’inesistenza di una re-
torica che regolasse la dispositio dei testi in una raccolta, e dell’estrema difficoltà che si
sarebbe incontrata a volerla anche solo abbozzare. L’economia con la quale l’anziano
cardinale opera il raffinato restyling delle proprie rime grazie a minimi travasi interni
alla propria opera, risalendo all’esperienza poetica della propria giovinezza e traendo
dagli Asolani un riflesso romanzesco, ha qualcosa di mirabile. Il problema però era dop-
pio, poiché era necessario assestare insieme al ‘canzoniere’ l’intera raccolta in un insie-
me armonico, quale si è visto essere stato effettivamente realizzato. Poco potevano
suggerire le più raffinate raccolte quattrocentesche, dal canzoniere di Giusto, certa-
mente familiare al Bembo, agli Amorum libri di Boiardo, anche se certo il numero tondo
(80 in Boiardo) e la struttura regolata erano attraenti, ma poco aveva da dire anche Pe-
trarca, almeno il vero Petrarca, la cui immagine il giovane Bembo aveva rafforzato con
l’edizione aldina del 50. Con freddezza degna di lui, sembra che il grande arbitro delle
lettere sia andato a cercare una soluzione proprio là dove non ci aspetteremmo che po-
tesse rivolgere lo sguardo, cioè nella bizzarra configurazione del canzoniere petrarche-
sco procurata da Alessandro Vellutello, che non per niente aveva enfatizzato le ragioni
del romanzo per procedere a un capillare riordinamento dei testi, operando una tri-
partizione dei testi del canzoniere: una parte in vita e una in morte, nelle quali «tutta
l’opera sarà contenuta», e una terza parte con i testi «che ’n diversi tempi et altri sog-
getti, et a più terze persone da lui furono scritti». 8 L’inversione delle ultime due parti,

8. Su Vellutello e il significato del suo riordinamento dei rvf in polemica con quello dell’Aldina, non-
ché sui suoi rapporti con Bembo, vedi Belloni 992, che pubblica in Appendice il Trattato de l’ordine de’ so-
netti et canzoni del Petrarca mutato, presente nella princeps del 525 e nella seconda edizione del 528, e poi
escluso a partire dal 532.
172 simone albonico
certo pensata da Bembo in vista di una più forte coesione dell’intera raccolta, non basta
a nascondere la forte somiglianza delle due strutture. La questione andrà certo appro-
fondita, anche perché richiede una valutazione critica circostanziata: si osservi intanto,
come indizio di un’attenzione che poté essere precoce, che il sonetto 2 di Bembo in cui
viene descritto l’innamoramento (in VM al 28° posto) sviluppa alcune idee di rvf 3, e
ne riprende diversi elementi, 9 mentre il 3 (2 in VM, e poi 4 in Ve e Ve2) sembra parti-
re da una suggestione di rvf 2 («celatamente Amor l’arco riprese», v. 3). Si tratta di testi
antichi e sempre presenti nelle raccolte, ma proprio la perdita di ruolo di 2, inizialmente
deputato a presentare l’innamoramento nel canzoniere Marciano, e l’assestamento de-
finitivo raggiunto solo in D, fanno pensare a un preciso influsso esercitato dal Petrarca
di Vellutello, in cui la successione dei primi sonetti è , 3, 2.
Fuor di dubbio – e in futuro potrà essere meglio documentato – è l’influsso eserci-
tato da Bembo sugli autori del Cinquecento. Una prima linea di influenza è quella se-
guita dagli imitatori più stretti, fra i quali si può mettere Berardino Rota, come ha ben
rilevato il suo recente editore Luca Milite. Rota giunge nell’edizione Cacchi del 572 a
configurare le proprie rime in una sezione in vita e una in morte, ciascuna delle quali è
seguita da una sottosezione di rime di diverse materie: è di fatto una bipartizione, di cui
si riconoscono le ulteriori sottopartizioni (94 e 34 testi in vita, 32 e 44 in morte, cui se-
guono 2 testi di pentimento), e in cui però assume evidenza soprattutto l’interposi-
zione tra rime in vita e rime in morte dei 34 testi aggiunti in vita, che sono di encomio
e corrispondenza come in Bembo (e si aprono con un sonetto che proprio a lui cardi-
nale, già morto si rivolge). Sempre in Bembo si trova l’esempio di un ribadito penti-
mento alla fine della sezione in morte, che vale per l’intera raccolta. Si può indicare un
altro imitatore della struttura della Dorico in Giuliano Goselini. 20 Le sue rime, a parti-
re dall’edizione del 58, si presentano esplicitamente divise in due parti: la prima è un
vero e proprio canzoniere amoroso per la moglie, nell’ultima edizione postuma del
588 concluso da due testi di pentimento e da una canzone (questa già nel 58) che ha
una funzione di stacco analoga a quella svolta dal sonetto 35 di Bembo; la seconda è
costituita da una serie di testi di encomio e occasionali per diversi signori e gentildon-
ne, seguita da una sezione in morte annunciata da una rubrica (Di morte sopra diversi
soggetti) che comprende diverse sottosezioni con propria rubrica (in morte della con-
tessa Giulia Sanseverina, per la peste del 576) e culmina in quella Nella morte d’un suo
figliuolo unico, chiamato Giulio Agrippa. Anche in questo caso, come in Bembo, la sezio-
ne in morte è conclusa da testi che rinnovano il pentimento già espresso a fine canzo-
niere. I testi di corrispondenza seguono, con proposte e risposte, privi di numerazione,
e dichiarano così la propria marginalità rispetto al compiuto disegno della raccolta.
Come in Bembo mancano partizioni esplicite esatte, così non ci si deve aspettare
negli imitatori strutture rigide e riprese troppo puntuali, e i confronti si devono fare
badando ai luoghi e ai passaggi qualificanti della struttura delle raccolte. Questo vale
in particolare per l’altra e più alta linea di imitazione, che procede per vie più sottili.
Nella raccolta di Bembo si è arrivati a riconoscere strutture diverse imbricate tra di
loro, che potremmo in breve ricondurre a due tipi: uno diegetico e uno geometrico-
numerico. Per apprezzare fino in fondo la seconda prospettiva bisogna tener conto che
nella Dorico le rime sono seguite dalle Stanze: si hanno cioè 80 componimenti inclu-

9. Si confronti rvf 3, 4 («ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro») con Bembo 2, 2 («arso et legato»); rvf
3, 6-7 («però m’andai | secur, senza sospetto; onde i miei guai») con Bembo 2, 4 («Giva solo …»); rvf 3, 9
(«Trovommi Amor del tutto disarmato») con Bembo 3, 7 («a piè mi cadder l’arme»); e le conclusioni dei due
sonetti.
20. Un’illustrazione delle sue Rime nei vari assetti attestati nella tradizione in Albonico 2003.
come leggere le « rime » di pietro bembo 173
si nella stessa raccolta, con giunture e punti di bilanciamento ben visibili a 44-45, a 90
e a 34-35. Ne risulta una figura simmetrica dell’intera raccolta, con effetto di regolari-
tà rinforzato da altre catene come le già viste -22-44 (ed eventualmente 66) e -25-50
(ed eventualmente 75). Non più che un’idea, forse, ma qualcosa può essere passato nel
più moderno e più bel libro di Rime del Cinquecento, quello di Giovanni della Casa, in
cui il principio di strutturazione simmetrica, al di là dei dubbi che pure permangono e
delle ipotesi di lettura alternativa, appare trionfalmente sviluppato, e già si affaccia
(sempre che sia sua) nella microraccolta di 0 testi compresa nel volume antologico cu-
rato da Ercole Bottrigaro e uscito a Bologna nel 55. 2 E un principio se non proprio di
simmetria almeno di bilanciamento deve essere stato raccolto, certo anche attraverso
l’esempio del Casa, dall’altro grande lirico del secolo, Torquato Tasso. Fin dal canzo-
niere Chigiano la raccolta delle rime d’amore è divisa in due parti (o meglio in due
Libri, di cui però solo il secondo è annunciato da una rubrica), inizialmente di 8 (ulti-
ma viene una canzone) e 75 testi, che in seguito agli interventi dell’autore sul ms. (cas-
sature e spostamenti) diventano di 73 e 62 testi, uno dei quali richiamato ma non pre-
sente e un altro di collocazione incerta. La struttura che ne risulta ha una fisionomia
instabile, e sarebbe imprudente accreditarle ora un’intenzione costruttiva particolare:
si può però sottolineare che al punto in cui è stata lasciata consta di 35 testi, esatta-
mente quanti ne aveva il ‘canzoniere’ di Bembo testo di stacco incluso. E ancora evi-
denziare che se la compagine iniziale di 56 testi vedeva la fine della prima parte a 8,
nel secondo libro l’ultima rima per la «sua donna» era la 34, e le 22 seguenti erano evi-
dentemente divaganti. La prima delle due parti, inoltre, si bilancia attorno a xliii-xliv,
stabilmente collocati all’inizio della seconda metà, testi che nella stampa Osanna del
59, curata dall’autore, vengono ancora a trovarsi, intervallati da altri due testi, all’ini-
zio della seconda metà delle ‘rime per Lucrezia’. In questa edizione si notano poi al-
cuni fatti: innanzitutto il numero complessivo dei testi, 80 come tutte le Rime in
Bembo Stanze incluse; poi la suddivisione in due parti di 04 e 76 testi; e infine la col-
locazione strutturalmente rilevante delle canzoni nella prima parte, alle posizioni 25,
50 e 03-04 (anche la prima parte del Chigiano si chiudeva su una canzone). 22 Come si
vede, coincidenze numeriche e generiche, ma una scelta iniziale, quella del Chigiano,
che pare discendere, tanto al primo che all’ultimo stadio, da una esatta percezione della
struttura della raccolta di Bembo, e una compaginazione finale a stampa che di quella
raccolta ripete la consistenza complessiva.
Qualcosa resta da dire circa il 04. Si è visto come nel canzoniere di Bembo sia indi-
viduabile con certezza una svolta dopo il testo 03, annunciata da 04-06. In Tasso at-
torno alla stessa cifra si crea un confine (la fine delle ‘rime per Lucrezia’), più profon-
do di quello bembiano. Si deve però ricordare che in poesia 03 non è un numero qual-
siasi: è infatti quello complessivo delle odi oraziane, i cui quattro libri hanno, rispetti-
vamente, 38, 20, 30 e 5 testi. Che il numero abbia avuto un significato per gli autori di
rime del Cinquecento lo provano almeno due episodi. Il primo, indubitabile, è quello
di Girolamo Muzio, che nella prefazione alle proprie Rime (Giolito 55) rinvia esplici-
tamente per l’insieme dell’opera (che comprende anche l’Arte poetica in tre libri, tre
libri di lettere in sciolti, l’Europa e il Davalo) proprio al modello oraziano. Le rime vere
e proprie sono 60, in cui si distinguono facilmente quattro sezioni, l’ultima delle quali
è dedicata ad Alfonso d’Avalos e a sua moglie. Verrebbe da dire: 4 come i libri delle odi.

2. Studiata da Tanturli 98, resta in dubbio l’attribuibilità al Casa dell’assemblamento.


22. Sulla struttura della raccolta tassiana Martini 984, p. 83 e passim; Martignone 990, con tavole, pas-
sim e pp. 83-87, 99-0; nonché l’edizione Tasso 993.
174 simone albonico
Se invece si bada al fatto che la terza è conclusa da una solenne canzone che ritratta il
platonismo largamente praticato dall’autore in verso e in prosa, e si lascia al margine
l’ultima sezione più occasionale, ci si accorge che le prime tre assommano a 03 testi
(rispettivamente di 40, 50 e 3 testi). E ancora 03 sono i testi compresi nel primo dei tre
libri di cui si compongono le Rime di Ludovico Domenichi (Giolito 544). Il caso di
Muzio è particolarmente prezioso, poiché mostra come una sicura ascendenza orazia-
na dia luogo a una strutturazione che conserva elementi del modello in modo non ri-
gido: 03 testi ma su tre parti, mentre con la quarta si arriva a 60 (numero che, come
ora rileva Anna Maria Negri, risulta dalla somma di Odi, Epodi, Satire ed Epistole). 23
Che in Bembo la svolta dopo 03 possa esser stata pensata sulla base di una sugge-
stione oraziana è per ora sostenibile con qualche difficoltà: in primo luogo per il fatto
che ci si trova all’interno di un canzoniere che a quel punto muta direzione ma non si
interrompe. Vale però la pena di segnalare alcune coincidenze: i sonetti 05 e 06 mo-
strano elementi oraziani, notati da Dionisotti e da Sertorio Quattromani, e appena
prima il sonetto 97 è una traduzione di Carm. iv x. Qui la coincidenza si avvicina al dato
significativo, pur non arrivando, anche se per poco, a sancirlo: l’ode iv x occupa infat-
ti la posizione 98 nell’organismo oraziano. Ed esattamente al 98° posto il sonetto 97 si
era venuto a trovare nel manoscritto Viennese (nel quale, come nelle edizioni prece-
denti, il sonetto 62 di D in morte di una giovane donna si trovava ancora tra 7 e 72),
ma solo dopo che Bembo ebbe collocato nella posizione definitiva il sonetto ora 94,
che in un primo momento seguiva il 97. Si aggiunga che nel caso della Prima parte,
Osanna 59, delle rime di Tasso l’analisi di Martini (p. 0) riconduce le ‘rime per Lu-
crezia’ a una struttura  (sonetto introduttivo) + 03 testi, a loro volta scanditi in 9-9-
7-24-24, dove se non altro colpisce che la somma delle prime due sezioni, forse mo-
dulabili diversamente, dia 38, quante sono le odi del primo libro oraziano. 24
Lascio per ora in sospeso l’interpretazione di questi rilievi, che mi paiono caricare ec-
cessivamente di prospettive diverse, e per altro vaghe, un unico organismo; e anche se
una discreta indeterminatezza e compresenza di strutture multiple risulta caratteristica
delle raccolte poetiche, non solo rinascimentali, l’aggiunta di un’armonica oraziana, cui
si può intanto abituare l’orecchio, richiede verifiche esterne più estese. Aggiungo solo un
dato, solitamente non considerato: 03 sono i testi della seconda parte del canzoniere pe-
trarchesco, ovvero (come sottolinea Antonelli) 3 + 00 in morte. Non so quanto il rilievo
possa servire a spiegare le scelte dei cinquecentisti, che avevano per le mani Orazio quan-
to Petrarca, ma potrà forse tornare utile per capire l’improvvisa, estrema decisione con
cui Francesco ristruttura il finale del 395, interfogliandolo e aggiungendovi 23 testi.
Anche in questo caso due strutture si troverebbero a convivere, quella calendariale-an-
nuale omnicomprensiva, e al suo interno quella ispirata al più lirico degli antichi.

6.
L’ultimo punto che vorrei affrontare in rapporto a quanto qui sostenuto è quello dei
cambi d’ordinamento che portano all’esito finale, di cui abbiamo sinora illustrato la
ratio senza preoccuparci della sua rispondenza effettiva a un disegno d’autore, da una
linea critica messo in dubbio a causa delle differenze rispetto a quanto testimoniato nel
ms. Viennese – ultimo stadio documentato del lavoro di Bembo prima dell’edizione

23. Albonico 992, p. 8; Negri 2002, p. 88; e l’edizione delle Rime del Muzio, in corso di stampa presso la
Res di Torino a cura di Anna Maria Negri. Un’imitazione di Orazio senza attenzione ai numeri è quella
operata da Minturno, studiata in Carrai 989.
24. Si può notare come le ‘rime per Laura’ (05-80 della Prima parte del 59) vedano la prima sestina in
posizione 66, subito seguita dalla seconda (70-7).
come leggere le « rime » di pietro bembo 175
postuma –, cui ora si affianca il calligrafico manoscritto londinese del Victoria and Al-
bert Museum studiato da Gnocchi 2002. 25 Se si considera quanto qui sopra illustrato
(p. 70) a proposito dell’ordinamento ‘cronologico’ che pare da un certo punto in poi
dominare all’interno delle diverse sezioni incluse nella raccolta, e si verifica come è ve-
nuto costituendosi, una conferma al fatto che quanto realizzato nell’edizione postuma
rispondeva a una preoccupazione costruttiva di Bembo si trova osservando che, tanto
in Ve che in Ve2, dove inizia a delinerasi una sezione in morte e occasionale, i testi che
seguono il ‘canzoniere’ sono quelli dei quali si riconosce l’occasione come successiva
al 528. In Ve al testo 0 (= 34 di D) tiene dietro la ballata sacra  (che, posta in D a
conclusione di tutta la raccolta, 79, è lì invece ancora strettamente legata al ‘canzo-
niere’ come ultimo testo di pentimento, come già in VM: con Ve 0 condivide la rima
-orto), e ad essa seguono tre sonetti in morte (di Andrea Navagero, di Girolamo Savor-
gnan e di Luigi da Porto) collocabili al 529; in Ve2, inserito 24 (= 35 di D) prima della
ballata spirituale, seguono gli stessi testi già in Ve, cui si accodano altri 0 sonetti, oc-
casionali e in morte, in ordine con minima approssimazione cronologico poi conser-
vato in D. Ciò significa che se i testi occasionali precedenti avevano trovato posto nel
canzoniere, quelli successivi al 528 ne sono esclusi (altra cosa è il recupero di quello
antico per la Gambara). Le altre aggiunte di Ve2, inoltre, avvengono in punti che in D,
con una sola eccezione (30), si dimostreranno strutturalmente sensibili (D 6, 30, 48, 66,
89-90, 04-05).
In V Bembo realizza sette spostamenti di testi, quattro dei quali avvengono all’in-
terno o ai margini del ‘canzoniere’. Il primo è quello di 37 (Asol. ii xvi), inserito da
Bembo stesso e inizialmente anteposto a 36, poi avanzato di una posizione (solo così
prende corpo la microstruttura illustrata qui indietro); il secondo riguarda 94, in un
primo momento posposto a 97, e poi collocato in coda alle tre canzoni sorelle (si ri-
cordino le osservazioni di p. 65 e di p. 66); il terzo colloca nella seriazione poi defini-
tiva 24; il quarto vede lo scambio di posto tra 35 e 79 (si passa dalla serie 34, 35, 79
a 34, 79, 35), e se non si tratta di una svista corretta potrebbe essere un minimo indi-
zio del superamento ormai in corso, anche se temporaneamente rientrato, di una so-
luzione ereditata dalle redazioni precedenti ma non più adatta al nuovo organismo.
Bembo inserisce di sua mano in V quattro testi (37, 63, 80, 9), due dagli Asolani e
due sonetti tardi, ma importa soprattutto notare che i nuovi testi d’occasione e d’en-
comio che compaiono per la prima volta qui raccolti insieme agli altri (45-52) sono già
al loro posto, e che al posto loro e in successione compaiono anche i nuovi testi della
sezione in morte (58-6, 63-76, 77-78). Fuori posto restano ancora sei testi: 62, in
morte di una giovane donna, collocato in un gruppo di testi occasionali tra 7 e 72; 56-
57, in morte del fratello Carlo, di seguito ai tre sonetti del sogno a Lucrezia (98-00),
cui si legano per ragioni di cronologia dell’occasione risalente al 503; 26 79, che anco-
ra compare di seguito all’ultimo sonetto del canzoniere 34; 53-54, al cardinal Ales-
sandro Farnese, collocati con intento encomiastico in quartultima e terzultima posi-
zione, prima di 77-78, sonetti di pentimento risalenti al 538, lo stesso anno di com-
posizione di 54. Non è presente in V 55, al Casa, che comparirà solo in D.
Per cinque dei sei testi presenti ma dislocati altrove risulta chiaro che la loro collo-
cazione in V ubbidisce a ragioni di probabile (62) o certa (56-57) cronologia dell’oc-
casione, in un caso (53-54) combinata con esigenze d’omaggio, che confliggono però

25. Sull’ordinamento di V anche Zanato 2002 [2003], pp. 8-85, che fa chiarezza in generale sull’atten-
dibilità dell’ultima fase di elaborazione non attestata in carte autografe e rispecchiata solo in D.
26. Sui legami dei testi per Carlo con i tre sonetti a Lucrezia, nonché di questi con i successivi 0-02, si
veda Zampese 200 [2002], pp. 246-50.
176 simone albonico
apertamente con la struttura già saldamente attestata nel ms.: ché i primi tre si trova-
no ad essere gli unici testi in morte compresi nel canzoniere, e gli ultimi due si trova-
no poco felicemente inseriti tra una serie di testi funebri e due di pentimento, in una
posizione tale da appannarne quasi completamente la funzione encomiastica. 79 si
trova invece ancora legato a 34 per ragioni strutturali che sono però di fatto qui supe-
rate con la collocazione in chiusura di altri testi di pentimento (77-78). La ridisloca-
zione che risulta realizzata in D non ha perciò nulla di gratuito, e anzi mostra di por-
tare a compimento un processo che è già avviato in Ve e Ve2 e nello stesso V: piutto-
sto che un arbitrario intervento esterno rappresenta la naturale prosecuzione di un
movimento in corso. 27 Resta il problema di 55, che le insistenze del Gualteruzzi e le
esitazioni del Casa, ben documentate nel carteggio fra i due, parrebbero effettivamen-
te relegare sotto l’ombra del dubbio. Ma proprio in riferimento a questo testo si rac-
coglie una dichiarazione di Gualteruzzi che è felicemente in sintonia con quanto si è
illustrato qui sopra, e ne rappresenta una minima ma sostanziale conferma. Alla ri-
chiesta di Casa che non vuole in alcun modo risulti forzata la presenza del sonetto a lui
indirizzato dal cardinale nel suo ultimo anno di vita («non si guasti et non si impedisca
l’ordine per me»), il curatore risponde: «Del luogo non mutarò niente, dandoli il più
fresco, percioché avanza appunto un luogo per un sonetto, dove questo ha da stare
nella compilazione fatta dal medesimo maestro pochi giorni avanti il suo fine».28 Se
anche la decisione di inserire il sonetto fosse da addossare tutta al Gualteruzzi, pare ec-
cessivo sospettarlo di essersi inventato un’inesistente ultima volontà del grande lette-
rato che aveva servito e continuava fedelmente a onorare: la «compilazione», non ul-
timata, si badi, ma «fatta» in extremis, ha tutte le caratteristiche non tanto di una copia
completa delle rime quanto di un sommario schematico che metteva ordine nella loro
successione, realizzando un felicissimo e innovativo disegno d’autore.

Tavola di concordanza
ed. mod. Bembo 96 e Bembo 966.
D Delle Rime di M. Pietro Bembo. Terza impressione, Stampate a Roma per Valerio Dori-
co e Luigi fratelli, nel mese d’Ottobre 548 ad instantia di M. Carlo Gualteruzzi.
Ve2 Delle Rime di M. Pietro Bembo. Seconda impressione, Stampate in Vinegia per Giovan-
n’Antonio de Nicolini da Sabio. Nell’anno mdxxxv.
Ve Rime di M. Pietro Bembo, Stampate in Vinegia per Maestro Giovan Antonio et fratel-
li da Sabbio. Nell’anno m.d.xxx.
VM Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, ms. Marciano italiano ix 43 (6993), in Vela
988.
Asol. Gli Asolani di M. Pietro Bembo, In Vinegia appresso Gualtero Scotto mdliii (in Bembo
99).
Asol. ’05 Gli Asolani di Messer Pietro Bembo, Impressi in Venetia nelle Case d’Aldo Romano nel
anno mdv del mese di marzo (in Bembo 99).
Q Venezia, Biblioteca Querini Stampalia, ms. Cl. vi 4 (043); databile al 499 circa (in
Bembo 99).
Ai testi poetici degli Asolani rinvio con una numerazione progressiva sui tre libri in cifre arabe,
seguita da quella tradizionale al libro e al capitolo (quest’ultimo solo nelle edizioni moderne).
È segnalata la presenza in Q (nella colonna Asol. 1505) di testi successivamente esclusi dal prosi-
metro. Di seguito al metro indico fra quadre la consistenza dei singoli componimenti diversi dal
sonetto.

27. Albonico 200, pp. 704-5.


28. Casa, Gualteruzzi 986, p. 388 (25 giugno 547).
come leggere le « rime » di pietro bembo 177
incipit ed.mod. D Ve2 Ve VM Asol. Asol. ’05 metro

Piansi et cantai lo stratio et l’aspra guerra 1   


Io, che già vagho et sciolto havea pensato 2 2 2 2 28
Sì come suol, poi che ’l verno aspro et rio 3 3 4 4 2
Picciol cantor, ch’al mio verde soggiorno 4 4 3 3 27
Crin d’oro crespo et d’ambra tersa et pura 5 5 5 8 30
Moderati desiri, immenso ardore 6 6 6 9 3
Poi ch’ogni ardir mi circonscrisse Amore 7 7 7 7 29
– Ch’io scriva di costei, ben m’hai tu detto 8 8 8 0 3
Di que’ bei crin, che tanto più sempre amo 9 9 9  4 Q-3
Usato di mirar forma terrena 10 0 0 2
Ove romita et stanca si sedea 11   5 9
Amor, che meco in quest’ombre ti stavi 12 2 2 6 0
– Occhi leggiadri, onde sovente Amore 13 3 3 8 2
Porto, se ’l valor vostro arme et perigli 14 4 4 4
Tutto quel che felice et infelice 15 5 5 5 39 madr. [9]
La mia leggiadra et candida angioletta 16 6 6 3 ball. [5]
Hor che non s’odon per le fronde i venti 17 7 7 6 7 sest. [39]
Amor, la tua virtute 8 3-I iii 3-I iii madr. []
Come si converria de’ vostri honori 18 9 8 7  ball. [4]
O imagine mia celeste et pura 19 20 9 9 35
Son questi quei begli occhi, in cui mirando 20 2 20 20 36
Grave, saggio, cortese, alto Signore 21 22 2 2 24
Re degli altri, superbo et sacro monte 22 23 22 22 40
Del cibo, onde Lucretia et l’altre han vita 23 24 23 23 44
Thomaso, i’ venni, ove l’un duce mauro 24 25 24 24 4
Felice stella il mio viver segnava 25 26 25 26 6 canz. [40]
Preso al primo apparir del vostro raggio 27 -II ix 5-II ix canz. [2]
De la gran quercia, che ’l bel Tebro adombra 26 28 26 25 43
– Io ardo – dissi, et la risposta invano 27 29 27 27 33
Viva mia neve, et caro et dolce foco 28 30 28
Bella guerriera mia, perché sì spesso 29 3 29 28
– A questa fredda tema, a questo ardente 30 32 30 3 54
Nei vostri sdegni, aspra mia morte et viva 31 33 3 29
Sì come quando il ciel nube non have 32 34 32 30 55
La mia fatal nemica è bella et cruda 33 35 33 3
Mostrommi Amor da l’una parte, ov’era 34 36 34 32 45
Sì rubella d’Amor, né sì fugace 37 2-II xvi 6-II xvi canz. [58]
Amor è, donne care, un vano et fello 35 38 35 33 26 terz. [37]
Quanto alma è più gentile 36 39 36 ball. [2]
Sì come sola scalda la gran luce 37 40 37 34
L’alta cagion, che da principio diede 38 4 38 35 42
Verdeggi a l’Appennin la fronte et ’l petto 39 42 39 36
O ben nato et felice, o primo frutto 40 43 40 37
Donne, c’havete in man l’alto governo 41 44 4 38
Se dal più scaltro accorger de le genti 42 45 42 39 46
Lasso me, ch’ad un tempo et taccio et grido 43 46 43 40 47 Q-5
Lasso ch’i’ piango, et ’l mio gran duol non move 44 47 44 4 7
Cantai un tempo, et se fu dolce il canto 45 48 45 6
Correte, fiumi, a le vostre alte fonti 46 49 46 42 Q-4
Hor c’ho le mie fatiche tante et gli anni 47 50 47 43 56
Solingo augello, se piangendo vai 48 5 48 44 20 Q-2
Dura strada a fornir hebbi dinanzi 49 52 49 45
178 simone albonico
incipit ed.mod. D Ve2 Ve VM Asol. Asol. ’05 metro

O per cui tante invan lagrime e ’nchiostro 50 53 50 46


Se vòi ch’io torni sotto ’l fascio antico 51 54 5 47
Con la ragion nel suo bel vero involta 52 55 52 48
Questo infiammato et sospiroso core 53 56 53 49
Speme, che gli occhi nostri veli et fasci 54 57 54 50
Ben ho da maledir l’empio Signore 55 58 55 5 canz. [70]
O rossigniuol, che ’n queste verdi fronde 56 59 56 52 canz. [39]
Quand’io penso al martire 60 4-I xiv 5-I xv c.etta [2]
Che ti val saettarmi, s’io già fore 57 6 57 53 7-I xviii madr. [0]
Voi mi poneste in foco 62 5-I xvi 6-I xvi c.etta [28]
Se ’l foco mio questa nevosa bruma 58 63
Se deste a la mia lingua tanta fede 59 64 58 54  Q-6
Rime leggiadre, che novellamente 60 65 59 55 2
Colei, che guerra a’ miei pensieri indice 61 66 60 23
Se ne’ monti Riphei sempre non piove 62 67 6 56 32
Certo ben mi poss’io dir pago omai 63 68 62 57 34
O d’ogni mio penser ultimo segno 64 69 63 inc./34
Qual meraviglia, se repente sorse 65 70 64 58 ott. [8]
Lieta et chiusa contrada, ov’io m’involo 66 7 65 59
Né tigre sé vedendo orbata et sola 67 72 69 63
– Alma, se stata fossi a pieno accorta 68 73 70 64
Cola, mentre voi sete in fresca parte 69 74 7 65
Poi che ’l vostr’alto ingegno et quel celeste 70 75 72 66
Se ’n dir la vostra angelica bellezza 71 76 73 67
Non si vedrà giamai stanca né satia 77 0-II vi 3-II vi canz. [26]
Gioia m’abonda al cor tanta et sì pura 72 78 74 68 canz. [3]
A quai sembianze Amor Madonna agguaglia 73 79 75 69 4-II viii canz. [36]
Se ’l penser che m’ingombra 80 3-II xxviii 7-II xxviii canz. [53]
Phrisio, che già da questa gente a quella 74 8 76 70 58
Se la via da curar gl’infermi hai mostro 75 82 77 7 57
Ben devria farvi onor d’eterno exempio 76 83 78 72
Se lo stil non s’accorda col desio 77 84 79 madr. [2]
Anima, che da’ bei stellanti chiostri 78 85 80
Tosto che ’l dolce sguardo Amor m’impetra 79 86 8 73 22
Già vago, hor sovr’ogni altro horrido colle 80 87 82 74 53
Mostrommi entro a lo spazio d’un bel volto 81 88 83 75
Caro sguardo sereno, in cui sfavilla 82 89 84
Se non fosse il penser, ch’a la mia donna 83 90 85 ball. [7]
Perché ’l piacer a ragionar m’invoglia 9 4-III viii 8-III viii canz. [78]
Se nella prima voglia mi rinvesca 92 5-III ix 9-III ix canz. [78]
Da poi ch’Amor in tanto non si stanca 93 6-III x 20-III x canz. [78]
Felice Imperador, ch’avanzi gli anni 84 94 89 79 25
Amor, mia voglia e ’l vostro altero sguardo 85 95 86 76 5 Q-0
Quando ’l mio sol, del quale invidia prende 86 96 87 77 5 Q-4
O superba et crudele, o di bellezza 87 97 88 78
Sogno, che dolcemente m’hai furato 88 98 90 80 48
Se ’l viver men che pria m’è duro et vile 89 99 9 8 49
Giaceami stanco, e ’l fin de la mia vita 90 00 92 82 50
Mentre ’l fero destin mi toglie et vieta 91 0 95 85
Perché sia forse a la futura gente 92 02 96 86
Questa del nostro lito antica sponda 93 03 97 87
La fera che scolpita nel cor tengo 94 04 98
come leggere le « rime » di pietro bembo 179
incipit ed.mod. D Ve2 Ve VM Asol. Asol. ’05 metro

Mentre di me la verde abile scorza 95 05 99


Se tutti i miei prim’anni a parte a parte 96 06 00 88
I più soavi et riposati giorni 07 6-I xxiv 8-I xxiv sest.d. [75]
Già donna, hor dea, nel cui verginal chiostro 97 08 0 89
In poca libertà con molti affanni 98 09 02 90
I chiari giorni miei passar’ volando 99 0 03 9
Sento l’odor da lunge e ’l fresco et l’ôra 100  04 92
Né le dolci aure estive 2 9-II vi 2-II vi c.mad. [0]
Ombre, in cui spesso il mio sol vibra et spiega 101 3 05
Fiume, onde armato il mio buon vicin bebbe 102 4 06 93
Se voi sapete che ’l morir ne doglia 103 5 07 94
Molza, che fa la donna tua, che tanto 104 6 09 96
Se la più dura quercia, che l’alpe aggia 105 7 0 97
Per far tosto di me polvere et ombra 106 8  98
Sì levemente in ramo alpino fronda 107 9
Tanto è ch’assenzo et fele et rodo et suggo 108 20 2 99
Poscia che ’l mio destin fallace et empio 2 7-I xxxii 0-I xxxii canz. [68]
Lasso, ch’i’ fuggo, et per fuggir non scampo 22 8-I xxxiii -I xxxiii canz. [68]
La nostra et di Giesù nemica gente 109 23 3 00
Da tôrvi a gli occhi miei s’a voi diede ale 110 24 08 95
Pon Phebo mano a la tua nobil arte 111 25 4 0
Tenace et saldo, et non par che m’aggrave 112 26 5 02
Mentre navi et cavalli et schiere armate 113 27 6 03
Arsi, Bernardo, in foco chiaro et lento 114 28 7 04
Se de le mie ricchezze care et tante 115 29 8 05
Signor, che parti et tempri gli elementi 116 30 9 06
Che gioverà da l’alma avere scosso 117 3 20 07
Signor, che per giovar sei Giove detto 118 32 2 08
Uscito fuor de la prigion trilustre 119 33 22 09
Signor del ciel, s’alcun prego ti move 120 34 23 0
O pria sì cara al ciel del mondo parte 121 35 24
Triphon, che ’n vece di ministri et servi 122 36 29
Quel dolce suon, per cui chiaro s’intende 123 37 30
Così mi renda il cor pago et contento 124 38 3
Cingi le costei tempie de l’amato 125 39 32
Alta Colonna et ferma a le tempeste 126 40 33
Caro et sovran de l’età nostra onore 127 4 34
Carlo, dunque venite a le mie rime 128 42 35
Girolamo, se ’l vostro alto Quirino 129 43 36
Se col liquor che versa, non pur stilla 130 44 38
Varchi, le vostre pure carte et belle 131 45
Donna, cui nulla è par bella né saggia 132 46
Se stata foste voi nel colle Ideo 133 47
Sì divina beltà Madonna onora 134 48
Se mai ti piacque, Apollo, non indegno 135 49
Se in me, Quirina, da lodar in carte 136 50
Quella, che co’ begli occhi par che ’nvoglie 137 5
Giovio, che i tempi et l’opre raccogliete 138 52
Signor, poi che fortuna in adornarvi 139 53
Se qual è dentro in me, chi lodar brama 140 54
Casa, in cui le virtuti han chiaro albergo 141 55
180 simone albonico
incipit ed.mod. D Ve2 Ve VM Asol. Asol. ’05 metro

Rime di m. Pietro Bembo in morte di messer Carlo suo fratello, et di molte altre persone
Alma cortese, che dal mondo errante 142 56- 93 83 5 canz. [24]
Adunque m’hai tu pur, in sul fiorire 143 57-2 94 84 52
Leonico, che ’n terra al ver sì spesso 144 58-3 37
Navagier mio, ch’a terra strana vòlto 145 59-4 26 2
Anime, tra cui spatia hor la grande ombra 146 60-5 27 3
Porto, che ’l piacer mio teco ne porti 147 6-6 28 4
Hor hai de la sua gloria scosso Amore 148 62-7 66 60 9
Ov’è, mia bella et cara et fida scorta 149 63-8
L’alto mio dal Signor thesoro eletto 150 64-9
Quando, forse per dar loco a le stelle 151 65-0 67 6
Tosto che la bell’alba, solo et mesto 152 66- 68 62
S’al vostro amor ben fermo non s’appoggia 153 67-2
Ben devrebbe Madonna a sé chiamarme 154 68-3
Donna, che fosti oriental Phenice 155 69-4
Deh, perché inanzi a me te ne sei gita 156 70-5
S’Amor m’avesse detto: – ohimè, da morte 157 7-6
Un anno intero s’è girato a punto 158 72-7
Quella per cui chiaramente alsi et arsi 159 73-8
Era Madonna al cerchio di sua vita 160 74-9
Che mi giova mirar donne et donzelle 161 75-20
Donna, de’ cui begli occhi alto diletto 162 76-2 canz. [85]
O Sol, di cui questo bel sole è raggio 163 77-22
Se già ne l’età mia più verde et calda 164 78-23
Signor, quella pietà, che ti constrinse 165 79-24 25  59 ball. [24]
come leggere le « rime » di pietro bembo 181
Abbreviazioni bibliografiche
Per le sigle dei manoscritti e delle edizioni antiche delle Rime di Bembo si veda la legenda in
testa alla Tavola di concordanza.
Albonico 992 = Simone Albonico, Le odi di Renato Trivulzio. Edizione critica e saggio di commen-
to, tesi di dottorato di ricerca in « Scienze letterarie», iv ciclo, Pavia.
Albonico 200 = Simone Albonico, La poesia del Cinquecento, in Storia della letteratura italiana, vol.
x, La tradizione dei testi, coordinato da Claudio Ciociola, Roma, Salerno, pp. 693-740.
Albonico 2003 = Simone Albonico, Descrizione delle «Rime» di Giuliano Goselini, in Sul Tasso. Studi
di filologia e letteratura italiana offerti a Luigi Poma, a cura di Franco Gavazzeni, Roma-Padova,
Antenore, pp. 3-55.
Antonelli 992 = Roberto Antonelli, Rerum vulgarium fragmenta, in Letteratura italiana. Le Opere,
Volume primo, Dalle Origini al Cinquecento, Torino, Einaudi, pp. 379-47.
Belloni 992 = Gino Belloni, Alessandro Vellutello [980], ora nel suo Laura tra Petrarca e Bembo.
Studi sul commento umanistico-rinascimentale al «Canzoniere», Padova, Antenore, pp. 58-95, con
aggiornamento bibliografico al 992.
Bembo 96 = Pietro Bembo, Opere in volgare, a cura di Mario Marti, Firenze, Sansoni.
Bembo 966 = Pietro Bembo, Prose e rime, a cura di Carlo Dionisotti, Torino, utet, 9662 (960).
Bembo 99 = Pietro Bembo, Gli Asolani, edizione critica a cura di Giorgio Dilemmi, Firenze,
presso l’Accademia della Crusca.
Bembo 200 = Pietro Bembo, Rime, a cura di Guglielmo Gorni, in Poeti del Cinquecento, tomo i,
Poeti lirici, burleschi, satirici e didascalici, a cura di Guglielmo Gorni, Massimo Danzi e Silvia
Longhi, Milano-Napoli, Ricciardi, pp. 39-89.
Carrai 989 = Stefano Carrai, Sulle rime del Minturno. Preliminari d’indagine, in Il libro di poesia dal
copista al tipografo, a cura di Marco Santagata e Amedeo Quondam, Ferrara, 29-3 maggio
987, Ferrara, Istituto di Studi rinascimentali-Modena, Panini, pp. 25-30.
Carrai 200 [2002] = Stefano Carrai, Una nuova antologia di poeti del Cinquecento, nrili, iv, pp. 473-
83.
Casa 200 = Giovanni Della Casa, Rime, a cura di Giuliano Tanturli, Milano, Fondazione Pietro
Bembo, Parma, Ugo Guanda.
Casa 2003 = Giovanni Della Casa, Rime, a cura di Stefano Carrai, Torino, Einaudi.
Casa, Gualteruzzi 986 = Corrispondenza Giovanni Della Casa Carlo Gualteruzzi (1525-1549), a cura
di Ornella Moroni, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana.
Dionisotti 966 = commento alle Rime in Bembo 966.
Donnini 2003 = Andrea Donnini, Edizione critica delle «Rime» di Pietro Bembo, tesi di dottorato in
«Analisi e Interpretazione dei testi italiani e romanzi», xv ciclo, Università di Genova, Dipar-
timento di Italianistica Romanistica Arti e Spettacolo, Tutore Roberto Tissoni.
Gardini 997 = Nicola Gardini, Le umane parole. L’imitazione nella lirica europea del Rinascimento
da Bembo a Ben Jonson, Milano, Bruno Mondadori.
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Negri 2002 = Anna Maria Negri, scheda sulle Rime di Girolamo Muzio, in sul Tesin piantàro i tuoi
laureti. Poesia e vita letteraria nella Lombardia spagnola (1535-1706), Catalogo della mostra, Pavia,
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Pecoraro 959 = Marco Pecoraro, Per la storia dei Carmi del Bembo. Una redazione non vulgata, Ve-
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Seghezzi 729 = Opere del cardinale Pietro Bembo ora per la prima volta tutte in un corpo unite. Tomo
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Libraio all’insegna della Roma Antica.
182 simone albonico
Tanturli 98 = Giuliano Tanturli, Una raccolta di rime di Giovanni Della Casa, sfi, xxxix, pp. 59-
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Gavazzeni, Marco Leva, Vercingetorige Martignone, Introduzione di Vercingetorige Marti-
gnone, Modena, isr di Ferrara-Cosimo Panini.
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Vela 988 = Claudio Vela, Il primo canzoniere del Bembo (ms. Marc. It. IX 143), sfi, xlvi, pp. 63-25.
Zampese 200 [2002] = Cristina Zampese, Connessioni di tipo petrarchesco nella lirica di Quattro e
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Zanato 2002 [2003] = Tiziano Zanato, Indagini sulle rime di Pietro Bembo, sfi, lx, pp. 4-26.

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