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Considerazioni sul “buon padre di famiglia”.

Article · January 2002

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Lucia Morra Carla Bazzanella


Università degli Studi di Torino Università degli Studi di Torino
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Considerazioni sul buon padre di famiglia ∗

Lucia Morra e Carla Bazzanella

Sommario: 0. Premessa; 1.Il linguaggio giuridico e i parametri di comportamento: 1.1. Termini aperti,
contesti e formanti; 1.2. Termini aperti e parametri di comportamento; 2. Il buon padre di famiglia; 2.1.
Origine storica e funzione attuale; 2.2. Interpretazioni; 2.2.1. L’oscillazione tra buono e medio; 2.2.2. Lo
standard e la specificità dei rapporti; 2.2.3. La giurisprudenza; 2.2.4. Il parametro della diligenza negli altri
ordinamenti; 3. Il buon padre di famiglia: una metafora; 3.1. La metafora cognitiva; 3.2. Metafora e
linguaggio giuridico; 3.3. I termini aperti: metafore, non stereotipi; 4. Cambiare metafora? 4.1. Ostacoli e
ragioni per il cambiamento; 4.2. Una metafora sessista; 4.3. La separazione tra paterfamilias e cives.

0. Premessa
Il saggio analizza da un punto di vista linguistico l’espressione buon padre di famiglia, usata nel
codice civile per delineare il parametro della diligenza. Ne esamina la radice storica, la funzione che ha
assunto nei codici moderni, e il significato che gli conferiscono i tre principali formanti del diritto, e cioè il
codice, la giurisprudenza e la dottrina. L’analisi mostra che l’espressione funziona nel senso assegnatole dal
codice quando è intesa come una metafora e non come uno stereotipo. Si delineerà cos’è una metafora dal
punto di vista cognitivo, e perché l’espressione buon padre di famiglia può dirsi tale. Ciò implica che la
metafora è presente non solo nel linguaggio ‘extra normativo’ ma anche in quello ‘formale’ del codice, dove
ha una funzione costitutiva. Infine si valuteranno pro e contro per la scelta di una metafora diversa.

1.Il linguaggio giuridico e i parametri di comportamento

1.1. Termini aperti, contesti e formanti


E’ ormai riconosciuto che il linguaggio giuridico non ha una natura essenzialmente formale, né può
essere ridotto ad un insieme di concetti definiti1. Al più si può dire semi-formale2: in quanto specialistico,
contiene non solo elementi esplicitamente definiti che consentono ragionamenti deduttivi, ma anche termini
il cui riferimento va cercato nel senso comune, non suscettibili di un trattamento formale perché denotano
oggetti sfumati. Questi ultimi non compaiono solo nel discorso giuridico extra normativo, ma ricorrono
anche, e in modo costitutivo, nelle direttive, negli standard e nei codici. Con le cosiddette clausole generali
introdotte a fine Ottocento nei codici continentali, per esempio, i legislatori hanno consegnato


L’articolo riprende parzialmente, approfondendone le implicazioni giuridiche, un intervento tenuto al III Convegno
dell’Associazione Italiana di Linguistica Applicata, Perugia, 21 e 22 febbraio 2002.
1
Secondo la prospettiva neopositivista il linguaggio del legislatore può non essere rigoroso, ordinato e completo, ma è compito del
giurista e dell’interprete renderlo tale, vedi H. Kelsen, La dottrina pura del diritto, Torino, 1952; N. Bobbio, Scienza del diritto e
analisi del linguaggio, “Rivista trimestrale di diritto e procedura civile”, 4, 1950.
2
Vedi J. Grize, Les raisonnements semi-formels, in D. Bourcier e P. Mackay (eds.), Lire le droit. Langue, texte, cognition, Paris,
1992, p. 99.

1
all’interpretazione dei giudici dei termini ‘aperti’3, la cui imprecisione è “voluta in quanto tale”4: è infatti il
carattere non rigidamente determinato del loro significato a consentire l’applicazione della norma in cui
ricorrono alle molteplici situazioni reali. Il linguaggio giuridico contiene dunque alcune aree di
indeterminatezza che gli sono costitutive, perché condizioni della sua applicabilità: in altre parole “la
grammatica giuridica presuppone una situazione in cui niente è bianco o nero, ma piuttosto grigio”5.
E’ ormai riconosciuto anche che il significato dei termini giuridici va valutato sullo sfondo dei diversi
contesti in cui può ricorrere6: questa analisi è imprescindibile in particolare quando si voglia determinare il
significato dei termini aperti, potenzialmente più sensibile alle variazioni di contesto di quello dei termini più
precisamente definiti. Esso va dunque cercato nel contesto normativo in cui i termini sono usati (dato dal
codice cui appartengono e dalle singole norme che contribuiscono a formare); nel contesto dottrinale, in cui
vengono analizzati a livello teorico; nel contesto giurisprudenziale, determinato dalle interpretazioni che ne
danno coloro che applicano la legge e dai percorsi di ragionamento non verbalizzati che ne determinano il
significato applicativo in determinate circostanze7. Come mostra la ricerca comparatista, i significati
attribuiti ai termini giuridici dai diversi formanti non sono necessariamente omogenei8. Il significato dei

termini aperti può poi riflettere l’idioletto di chi applica le leggi, ovvero il giudice o il collegio giudicante9, e

3
Vedi A. Lajoie, R. Robin e A. Chitrit, L’apport de la rhétorique et de la linguistique à l’interprétation des concepts flous, in D.
Bourcier e P. Mackay (eds.), Lire le droit. Langue, texte, cognition, cit., p. 155.
4
M. Delmas-Marty e J. Coste, L’imprécis et l’incertain. Esquisse d’une recherche sur Logiques et droit, in D. Bourcier e P. Mackay
(eds.), Lire le droit. Langue, texte, cognition, cit., p. 119.
5
J. Turi, Langue du droit e droit de la langue, in L. Schena (ed.), La lingua del diritto. Difficoltà traduttive. Applicazioni didattiche,
Roma, 1997, p. 278.
6
L’idea neopositivista che il fenomeno giuridico si riduca al diritto formalizzato nella norma (vedi H. Kelsen, La dottrina pura del
diritto, cit.) è stata messa in discussione dalla filosofia del diritto (in particolare da F.A von Hayek, Law, Legislation and Liberty,
Chicago – London, 1973-1982), dall’ermeneutica giuridica (E. Betti, Interpretazione della legge e atti giuridici, Milano, 1949; H.G.
Gadamer, Wahreit und Methode. Grundzüge einer philosophischen Hermeneutik, Tübingen, 1960), dai risultati delle ricerche di
diritto comparato (R. Sacco, Introduzione al diritto comparato, Torino, 1980). Il diritto è dato non solo dalla norma, ma anche dalla
dottrina e dalla giurisprudenza; il peso specifico dei formanti del diritto varia da ordinamento ad ordinamento (vedi R. Sacco,
Introduzione al diritto comparato, cit., pp. 43-61).
7
Ai formanti corrispondono diversi tipi di regole di diritto e vari tipi di testi (vedi B. Mortara Garavelli, Le parole e la giustizia,
Divagazioni grammaticali e retoriche su testi giuridici italiani, Torino, 2001, pp. 19-34):
Formanti Regole di diritto Testi
Normativo • regola legale Normativi: costituzioni, codici, convenzioni,
decreti legge, ecc.

Dottrinale • regola dottrinale Interpretativi: trattati di diritto, commentari ai


• regola che può essere estratta dagli esempi codici, lezioni, manuali, enciclopedie, articoli,
dei manuali. note a sentenza, ecc.
• regola che le corti enunciano nella
Giurisprudenziale massima Applicativi: atti processuali e amministrativi, e
• regola che le corti applicano (non quindi sentenze, ecc.
verbalizzate)

8
Lo studio comparato del diritto ha messo in discussione il principio di unità dell’ordinamento giuridico mostrando che è lo stesso
meccanismo dell’interpretazione a non garantirlo (vedi R. Sacco, Introduzione al diritto comparato, cit.). Per esempio, nel codice
francese il significato della formula enunciata dalla legge può divergere da quella enunciata dagli interpreti, ed entrambe possono
differire a loro volta dalle regole operazionali specifiche (vedi P.G. Monateri, La sineddoche, Milano, 1984). Se la possibilità della
divergenza tra regola legale e regola giurisprudenziale è intuitivamente comprensibile (perché una esprime la norma in astratto,
l’altra la concretizza), non meno reale - anche se meno evidente - è la possibilità di divergenza tra ragionamento che conduce alla
decisione (regola che le corti applicano in presenza di un determinato insieme di circostanze di fatto) e quello poi verbalizzato nella
massima della sentenza (regola che le corti enunciano). Un sistema legale è infatti condizionato anche da regole implicite, modelli
non verbalizzati o criptotipi che, presenti nelle menti degli interpreti ma non nelle loro dichiarazioni, guidano la rielaborazione dei
modelli legali e vengono percepiti e trasmessi da una generazione di giuristi a quella successiva (vedi R. Sacco, Introduzione al
diritto comparato, cit., p. 127).
9
Vedi Lajoie et al., L’apport de la rhétorique et de la linguistique à l’interprétation des concepts flous, cit., p. 159.

2
le aspettative dell’uditorio che recepirà la sentenza (che, secondo la distinzione di Perelman e Foriers10, può
essere generale, come le parti sociali e l’opinione pubblica - che si aspettano un’interpretazione del termine
che garantisca l’equità - o più specifico, come altri tribunali, giuristi, l’amministrazione pubblica, ai quali
preme la sicurezza giuridica e la coerenza del diritto).

1.2. Termini aperti e parametri di comportamento


Il linguaggio giuridico usa dei termini ‘aperti’ o sfumati soprattutto quando formula dei parametri
generali in base ai quali giudicare ed eventualmente sanzionare il comportamento dei cittadini. In generale
questi sono tenuti a comportarsi, a seconda delle circostanze, in modo ragionevole, prudente, diligente, non
contrario al buon costume, e così via. Poiché la formulazione verbale di tali standard o modelli di
comportamento non può essere puramente descrittivo-referenziale (della Diligenza, Ragionevolezza o
Prudenza non si può dare infatti una definizione formale), il linguaggio giuridico ricorre a espressioni la cui
funzione è indicare un ideale di comportamento e il cui significato non è rigidamente determinato.
Per esempio, per indicare il modello di comportamento prudente o ragionevole cui si deve attenere
chiunque svolga una qualsiasi attività suscettibile di recare danno a sé e agli altri, la common law si riferisce
alla ‘ragionevole prudenza e previdenza’ o alla ‘ordinaria attenzione ed abilità’ che nella stessa situazione
presterebbe un uomo ragionevole, esemplificato secondo gli inglesi dall’‘uomo sull’omnibus per Clapham’,
secondo gli americani da quello ‘che porta i giornali a casa e la sera spinge il taglia erba in maniche di
camicia’11. Per formulare il criterio di diligenza cui è tenuto chiunque si assuma un obbligo, i sistemi
continentali ricorrono alla figura del ‘buon padre di famiglia’; nel diritto dell’ex URSS, il metro di paragone
era rappresentato dal ‘lavoratore dell’industria sovietica’.
Nel contesto giuridico, queste espressioni, che servono a formulare gli standard tipico-sociali di
comportamento, hanno un significato specialistico, che non coincide con quello che hanno nel linguaggio
comune, ma si limita a condividerne una piccola parte, e proprio per questo possono applicarsi a tutti i
cittadini, a prescindere dalle loro caratteristiche individuali. Queste espressioni sono cioè sganciate dal loro
significato letterale, nel senso che si applicano anche se l’unica caratteristica condivisa dai referenti che
pongono in relazione è quella di possedere una determinata qualità. In questo senso, per esempio, lo standard
di prudenza anglosassone, pur tendendo a delineare lo standard di prudenza che terrebbe in pratica “un
ragionevole maschio anglosassone”12 più che quello che terrebbe “una persona ragionevolmente prudente,
con tutte le diversità etniche, sessuali e culturali che una tale parola implica”13, non è restrittivo per quanto
riguarda gli attributi fisici, perché una persona può essere responsabile anche se non ha, o non agisce come
se avesse, le caratteristiche fisiche del maschio anglosassone: “ad esempio, non è concorso di colpa per un
italiano basso non riuscire a fare qualcosa che una persona di altezza media (in una società anglosassone)
potrebbe fare facilmente, e sarebbe irragionevole non facesse. Allo stesso modo, una donna piccola,

10
Vedi C. Perelman e P. Foriers, La motivation des décisions de justice, Bruxelles, 1978.
11
Vedi G. Calabresi, Ideals, Beliefs, Attitudes, and the Law. Private Law perspectives on a Public Law Problem, Syracuse, 1985;
trad.it., Il dono dello spirito maligno, Milano, 1996, p. 37.
12
G. Calabresi, Ideals, Beliefs, Attitudes, and the Law, cit., p. 41.
13
Ibid.

3
fisicamente incapace di compiere qualcosa che le avrebbe permesso di rendere meno gravi le conseguenze di
un incidente, non è colpevole della mancata limitazione dei danni solo perché l’uomo ‘medio’ sarebbe stato
in grado di farlo, e verrebbe giustamente considerato non ragionevole se non lo avesse fatto”14.
Considerazioni analoghe valgono per il parametro dell’agire diligente utilizzato dal nostro codice.

2. Il buon padre di famiglia

2.1. Origine storica e funzione moderna dell’espressione


Il codice civile italiano usa l’espressione ‘diligenza del buon padre di famiglia’ per formulare il modello
per la valutazione della responsabilità, ossia il criterio di diligenza cui è tenuto a conformarsi chi adempie ad
un obbligo che si è assunto15. A tale metro di comportamento devono conformarsi tutti i soggetti che hanno
la responsabilità di custodire, amministrare, eseguire mandati, ecc.16
Con questa espressione la legge rimanda alla figura del bonus, prudens o diligens pater familias di cui
parlano le fonti romane riferendosi all’uomo sui iuris che ha libera amministrazione del suo patrimonio e la
piena responsabilità degli atti che compie. La figura cristallizza una tipologia del mondo economico di allora,
il prudente e abile capo dell’azienda domestica rurale, di cui è anche coscienzioso amministratore. La
posizione di comando all’interno di un gruppo familiare, autosufficiente e in posizione competitiva rispetto
ad altri, se da un lato dava al paterfamilias il potere di disporre della vita dei familiari e degli schiavi,
dall’altro comportava degli obblighi, e principalmente quelli di tutela del gruppo stesso: dapprima la difesa e
conservazione, e successivamente, la sana organizzazione ed amministrazione della famiglia. E’ ai doveri nei
confronti del gruppo familiare che la legge moderna fa riferimento, quindi alle doti essenziali di un
amministratore che svolga bene questo compito: “equilibrio, assennatezza e diligenza”17.
Ripresa dal Code Napoléon, la figura è presente nei codici che da questo sono stati ispirati, tra cui il
nostro: ricorrendo ad essa i vari legislatori hanno unificato i possibili gradi di diligenza previsti dalle teorie
precedenti, cui corrispondevano simmetricamente diversi livelli di colpa, formulando un unico parametro per
la valutazione della responsabilità18, personificato da un tipo astratto di uomo, vissuto in un’epoca distante,
inossidabile ai continui mutamenti della società e al tempo stesso capace di “concretizzare le norme astratte

14
Ibid.
15
L’espressione ricorre anche nell’art. 43 del codice penale, dove è utilizzata per concretizzare per contrapposizione la negligenza o
imprudenza o imperizia.
16
Il tutore nell’amministrare il patrimonio del minore (art.382); l’usufruttuario nel godimento della cosa (art.1001); il debitore
nell’adempiere l’obbligazione (art.1176); il conduttore che si serve della cosa per l’uso determinato nel contratto o per l’uso che può
altrimenti presumersi dalle circostanze (art.1587); il mandatario che esegue il mandato (art.1710); il depositario nella custodia (art.
1768); il comodatario nel custodire e conservare la cosa (art.1804); mezzadro e colono nel custodire e conservare le cose affidatigli
dal concedente (artt. 2148 e 2167).
17
D. Carponi Schittar, Il buon padre di famiglia: un parametro in via di superamento. Appunti a margine dell’articolo 1176 del c.c.,
“Temi”, 5-6, 1976, p. 450.
18
Fornendo un unico metro di valutazione della colpa il Code esonerava da un lato i giudici dalla machiavellica sussunzione del caso
particolare alla giusta sfumatura di diligenza, dall’altro li dissuadeva dalla tentazione di elaborare autonomamente soluzioni
giuridiche adatte alle situazioni specifiche, operazioni in cui l’attività interpretativa è essenziale.

4
di condotta mediante quell’elastico adattamento ai tempi e alla natura dell’attività che solo il modello astratto
può raggiungere”19.
Con il ricorso alla figura del buon padre di famiglia, il legislatore ha voluto dare un parametro oggettivo
per la valutazione del comportamento, che prescinde dalle capacità dell’obbligato e (in una certa misura)
anche dalla natura dell’accordo e dalle circostanze oggettive20, e indica “un criterio e/o regola di
comportamento non commisurato allo sforzo, all’impegno, alla cura che il singolo debitore, in concreto, è in
grado di assicurare, avuto riguardo alla sua capacità e alle circostanze del caso, ma allo sforzo od impegno
che è ragionevole attendersi da quell’astratto debitore che orienti la propria azione al modello del buon padre
di famiglia, quali che siano poi i contenuti che si intendano assegnare a questo modello”21.

2.2. Interpretazioni dell’espressione


Quali contenuti assegnare a tale modello non è tuttavia una questione marginale. Come è stato notato,
“la figura del buon padre di famiglia non è di quelle destinate a mettere d’accordo gli interpreti”22.
Ricorrendo ad essa, il legislatore intendeva consegnare ai giudici un parametro della diligenza oggettivo ed
elastico al contempo, sufficientemente astratto da potersi applicare ai vari casi possibili: tale astrattezza ha
tuttavia portato a differenti interpretazioni, giurisprudenziali e dottrinali, che hanno messo in luce una
sostanziale ambiguità dell’espressione, anzi differenti tipi di ambiguità.

2.2.1 Ambiguità tra senso deontologico e senso descrittivo: l’oscillazione tra buono e medio

Come si è detto, riproponendo nel Code Napoléon e nei codici ad esso ispirati la figura del buon
padre di famiglia, l’intento dei legislatori era quello di rifarsi alla figura romana e ai valori ad essa connessi.
Questa non fu tuttavia l’unica fonte che determinò l’uso effettivo del nuovo parametro: in particolare, nel
processo interpretativo intervenne un criptotipo, e cioè il meccanismo cognitivo non verbalizzato che porta a
proiettare su un concetto non noto le caratteristiche di ciò che è noto. La mentalità legale e soprattutto la
pratica giudiziaria, abituate alla precedente struttura legale secondo la quale il grado di colpa di cui poteva
essere accusato chi si fosse comportato come un buon padre di famiglia era medio, indussero i giuristi,
successivamente alla promulgazione del Code, ad interpretare il nuovo parametro mediante una

19
M. Giorgianni, Buon padre di famiglia, in Novissimo Digesto italiano, II, Torino, 1958, p. 598. In tal senso, il carattere astratto
della figura risponde anche all’esigenza “di permettere al parametro di assumere di volta in volta i contenuti etici della società in cui
è in uso: in tal senso il buon padre di famiglia di un ordinamento socialista sarà diverso da quello liberale o da uno corporativo”
(ibid.). Nel 1942 il Relatore al codice individuava nel parametro “un concetto deontologico frutto di una valutazione espressa dalla
coscienza sociale generale, il modello di cittadino e produttore che a ciascuno è offerto dalla società in cui vive; modello per sua
natura mutevole secondo i tempi, le abitudini sociali, i rapporti economici, il clima politico. Oggi il buon padre di famiglia è, in
conformità con la dottrina fascista, il cittadino e il produttore memore dei propri impegni e cosciente delle relative responsabilità”
(Relazione al cod. civ. n.559).
20
Nei sistemi di common law i parametri di comportamento sono invece relativi, perché vanno calibrati sulla situazione particolare:
in altre parole chi giudica tiene conto della natura del rapporto e delle circostanze in cui ha luogo, e ne deduce come, in circostanze
analoghe, si comporterebbe un uomo ragionevole, o quale impegno un creditore ragionevole potrebbe attendersi dal debitore. Si noti
che essendo relativi in modo oggettivo ma non soggettivo, anche tali parametri istanziano l’idea di fondo che compito del diritto
civile, in senso lato, è compensare o riparare il danno, e non punire il responsabile, e perciò che il comportamento non va giudicato in
modo individualizzato, e cioè commisurato alle capacità e ai limiti di chi è giudicato o tarato sulle personali convinzioni di chi
giudica, ma tipizzato, ossia riferito ad un modello astratto (vedi A. Di Majo, Obbligazioni in generale, Bologna, 1985, pp. 415-416).
21
A. Di Majo, Obbligazioni in generale, cit., p. 415.

5
‘risemantizzazione’ dell’espressione che equiparava il comportamento del buon padre di famiglia ad uno
standard di diligenza medio. Nel nuovo contesto l’aggettivo ‘medio’ perse in parte il significato specialistico
che aveva nella teoria precedente (dove non aveva pretese valutative, ma indicava una posizione nella
gradazione delle colpe) e assunse quello del linguaggio quotidiano, in cui è diverso da ‘buono’.
Lo scivolamento del modello del buon padre di famiglia verso quello dell’uomo ordinario comporta
un rimando al comportamento usuale nella prassi anziché ad un comportamento ideale, e può indurre a
considerare metro di paragone il comportamento dell’uomo né troppo né troppo poco attento ai suoi affari.
Offrendo una soluzione pratica al problema di concretizzare un metro di paragone astratto e distante, tale
interpretazione rischia quindi di pretendere un comportamento meno qualificato23: non solo dalla prassi non è
possibile trarre indicazioni sul come gli uomini in genere, e i debitori in specie, devono comportarsi, ma in
generale la ‘traduzione’ del modello del buon padre di famiglia nel modello di uomo ordinario tradisce il
significato deontologico del termine.
Anche se non è mancato chi, come Ferrando, ha fatto notare che chi tende ad interpretare il
parametro nel senso della ‘normalità’ non necessariamente confonde questa nozione con quella di
‘mediocrità’24, molti interpreti hanno quindi sottolineato che, nonostante il legislatore stesso abbia talvolta
parafrasato lo standard usando le espressioni ‘normale diligenza’ (artt. 1431 e 1437) e ‘ordinaria diligenza’
(artt. 1227, 1341, 1838), la formula indica non un livello medio, ma notevole, anche se non eccezionale, cui
la prestazione si deve adeguare; infatti “buono prescinde totalmente dall’idea di medio o normale”25, anzi
indica “un valore assoluto che probabilmente l’uomo normale non riesce a raggiungere, per quanto si possa
parlare di valore assoluto nella valutazione del comportamento umano”26. Di fatto, l’espressione “è il metro
dell’attività diretta alla tutela o alla realizzazione degli interessi altrui”, quindi in essa è “insita l’idea di una
speciale sollecitudine che deve guidare l’obbligato nelle sue attività”27: la figura deve perciò assumere “un
significato che più l’avvicina alle origini, e quindi più aderente alle aspettative del creditore”28. La formula
va quindi ‘trasportata’ nel mondo attuale cercando di mantenerne il valore deontologico originario29, anche
se questa traslazione rischia di fondare il parametro “su quella che storicamente può essere considerata la
normalità, il criterio comune o ordinario”30. Altri ancora ricordano che, esclusa l’interpretazione in termini di
medietà, i contenuti del criterio di diligenza, come di quello di buona fede, vanno ricercati nei fondamenti
etico-sociali del nostro assetto costituzionale: il significato dell’espressione buon padre di famiglia deve

22
Ivi, p. 408.
23
Vedi ivi, p.411.
24
Vedi G. Ferrando, Impossibilità sopravvenuta, diligenza del ‘buon padre di famiglia’ e valutazioni di buona fede, “Giurisprudenza
di merito”, 4-5, 1, 1974, p. 396.
25
M. Giorgianni, Buon padre di famiglia, cit., p. 597.
26
Ibid.
27
Ibid.
28
Ibid. Vedi anche Carponi Schittar, che sostiene che lo standard va interpretato alla stregua di “un imperativo morale”, e che non
rifarsi alla radice storica della locuzione, sia pure tenendo conto dei tempi mutati, porta a “snaturare i significati più meritevoli e i
valori stessi immanenti nell’espressione”. Nei casi quindi in cui il legislatore ha deciso di pretendere dal soggetto la ‘normale’ od
‘ordinaria’ diligenza ha distorto la funzione dell’espressione, perché ha dato come riferimento il “comportamento che ci si può
attendere dall’uomo medio, e cioè un comportamento meno qualificato di quello del buon padre di famiglia, che dell’uomo medio è
appunto qualcosa di più” (D. Carponi Schittar, Il buon padre di famiglia: un parametro in via di superamento, cit., pp. 450-452).
29
Vedi L. Barassi, La teoria generale delle obbligazioni, III, Milano, 1948. La traduzione deve portare ad un modello “più
deontologico o precettivo che ontologico o statistico”: il ‘buon debitore’ moderno non è “l’uomo medio risultante dal contrasto tra il
fervore e la pigrizia” (ivi, p. 16).

6
quindi avere un contenuto coerente con i doveri di solidarietà politica, economica e sociale di cui parla la
Costituzione31.
Non aiuta a sciogliere l’ambiguità del parametro la natura stessa del termine buono, che ha
intrinsecamente una funzione al tempo stesso descrittiva e prescrittiva32. Nell’espressione buon padre di
famiglia ‘buono’ è un aggettivo attributivo che non può essere considerato isolatamente ma solo in
connessione con il sostantivo che qualifica. Delle due ‘traduzioni’ che l’interpretazione di questa proprietà
complessa sembra ammettere (‘un x migliore della maggior parte degli x’ oppure ‘un x come la maggior
parte degli x’), la dottrina giuridica sembra quindi optare per la prima33: “il buon padre di famiglia è quello
che si comporta bene, quindi la sua diligenza sarà buona e non mediana”34.

2.2.2 Lo standard e la specificità dei rapporti


Pur con molti distinguo, sul carattere deontologico della misura di diligenza concorda gran parte
della dottrina: più articolata è invece la posizione riguardo al ruolo che deve avere nel giudizio l’analisi delle
circostanze del caso, ed in particolare del tipo di rapporto o attività in esame. Come si è detto35, il tipo di
parametro scelto dai legislatori dei moderni codici civilistici è uno standard oggettivo, cui ci si deve
adeguare, almeno in linea teorica, prescindendo dalle circostanze particolari: tuttavia deve armonizzarsi con
l’esigenza di garantire un livello di qualità delle prestazioni adatto allo svolgimento di attività diverse. La
progressiva settorializzazione e la crescente complessità delle attività produttive, unite alle connotazioni da
un lato relativamente poco specifiche, dall’altro storicamente datate, della figura del buon padre di famiglia
hanno indotto il legislatore a calibrare, in alcuni casi, la diligenza richiesta rispetto alla natura particolare
dell’attività concreta che il contratto regola. A questi aggiustamenti non sono estranee considerazioni sulle
qualità intrinseche allo stesso modello del padre di famiglia: le caratteristiche stereotipiche legate a tale
figura, espresse da aggettivi come ‘prudente’, ‘assennato’ o ‘protettivo’, possono proiettare sull’espressione
il prototipo dell’uomo teso alla statica conservazione degli equilibri esistenti o degli interessi
immediatamente coinvolti, poco innovatore e quindi inadatto ad esprimere lo spirito che deve improntare
l’operato di chi gestisce situazioni molto più complesse di quelle affrontate dal capo dell’azienda rurale.

30
U. Natoli, L’attuazione del rapporto obbligatorio, II, Il comportamento del debitore, Milano 1984, p. 92.
31
Vedi A. Di Majo, Obbligazioni in generale, cit., pp. 408-409.
32
L’uso della parola ‘buono’ ha costituito il centro di interesse per molte trattazioni di problemi di filosofia morale. Per Aristotele,
‘buono’ è un predicato di cose appartenenti a categorie diverse. Non è ambiguo, anche se, effettivamente, lo si applica alle cose
attribuendogli un significato di volta in volta diverso (ciò che rende un generale un buon generale è diverso da ciò che rende un
dottore un buon dottore); nondimeno non potremmo considerare una traduzione di ‘buono’ la lista di ciò che consideriamo ‘buono’
nei diversi casi. Più recentemente Moore ha sostenuto, sulla base della distinzione tra fatti e valori, che ‘buono’ è indefinibile, dando
un argomento in più alla filosofia, che ha sempre mostrato una certa riluttanza ad ammettere che i criteri di valore possano essere
determinati da verità fattuali o concettuali, per sostenere che le asserzioni della forma ‘questo è un buon x’ non hanno la funzione di
descrivere ma di prescrivere o approvare. Questa posizione tuttavia sembra basarsi su una troppo rigida frattura tra prescrivere e
descrivere, che, soprattutto nel caso di buono, è irrealistica. Va poi ricordato che posizioni come quella di Moore non tengono conto
del fatto che in molte occorrenze buono è un aggettivo attributivo e non predicativo, ossia è logicamente unito al sostantivo che lo
qualifica, come nel caso di buon conducente, quindi non indica una proprietà semplice. Cfr. anche il primo capitolo di Austin 1961.
Per una breve introduzione al problema, cfr. B. Williams, La moralità – un’introduzione all’etica, Torino, 1972 (1993), pp. 39-47.
33
La traduzione rispetta il significato giuridico arcaico in cui, ricorda M.J. Schermaier (in Bona Fides in roman contract Law, in R.
Zimmermann e S. Whittaker (eds), Good Faith in European Contract Law, Cambridge, 2000, p. 82), l’aggettivo buono indicava “il
contenuto di una promessa vincolante”.
34
V. De Lorenzi, Buon padre di famiglia, in Introduzione al diritto civile, Bari, 1990, p. 127.
35
Vedi § 2.1.

7
L’attuale codice italiano in alcuni articoli ha dunque sostituito all’espressione buon padre di famiglia
locuzioni tipo ‘persona sensata’ (art.1435), oppure, nel caso specifico, ‘buon allevatore’ (art.2174), e
specifica che “nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la
diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata” (art.1176)36. In generale, anche nei
casi in cui la norma impone di non considerare nella valutazione della diligenza elementi soggettivi,
specifici, contestuali alla situazione o regolati sulla specificità del rapporto in questione, la legge concede un
non meglio specificato adeguamento “normale e doveroso della regola generale sulla diligenza (ordinaria) a
questa diversa natura”37.
Sulla necessità di considerare le circostanze del caso le posizioni della dottrina italiana sono
articolate: alcuni autori, come Giorgianni, ritengono che, pur con notevoli eccezioni, da esse bisogna in
sostanza astrarre, altri che la valutazione della diligenza vada sì graduata, ma sempre in base al modulo del
buon padre di famiglia38, o con riferimento a modelli ‘medi’39.
In particolare, la specificazione dell’art. 1176 ha indotto alcuni giuristi ad interpretare ‘relativamente’ il
parametro della diligenza, adeguandolo alla natura dei singoli rapporti. Essi considerano tale specificazione
un’esemplificazione legislativa del grado di diligenza cui il debitore si deve adeguare in generale, non solo
nei casi di obblighi professionali: in altre parole la considerano un’interpretazione dell’espressione buon
padre di famiglia valida per tutto il codice, che rimanda alla diligenza che in identiche circostanze osserva il
‘buon cittadino’, il ‘buon conducente’, il ‘buon mandatario’, ecc.40, e fondano quest’interpretazione del
parametro sulla considerazione che una tale traduzione consentirebbe di salvaguardare le intrinseche
necessità poste dai singoli specifici rapporti, implicando così una valutazione di maggior rigore, perché ciò
che rende un medico un buon medico è diverso da ciò che rende un insegnante un buon insegnante: “la
diligenza va commisurata alla natura della prestazione”41. Va notato che la ‘traduzione’ della figura del buon
padre di famiglia in quella del buon conducente, del buon cittadino, ecc., non chiarisce l’ambiguità
dell’aggettivo buono vista prima: il buon professionista è quello che si limita a rispettare i dettami
deontologici tipici della sua attività, è cioè un professionista di medie capacità, o quello che, come il buon
padre di famiglia, esegue i suoi compiti con particolare scrupolo?
Altri ritengono che la specificazione dell’art. 1176 valga solo in quel contesto, e quindi per l’attività
professionale, e non possa considerarsi una traduzione esaustiva del parametro del buon padre di famiglia,

36
Il Relatore al codice del 1942 spiegava così l’introduzione del comma: “il criterio di diligenza, richiamato dall’art. 1176 come
misura generale del comportamento del debitore […] riassume in sé quel complesso di cure e cautele che ogni debitore deve
normalmente impiegare nel soddisfare la propria obbligazione, avuto riguardo alla natura del particolare rapporto e a tutte le
circostanze di fatto che concorrono a determinarlo. Si tratta di un criterio obiettivo e generale, non soggettivo ed individuale: sicché
non basterebbe al debitore, per esimersi da responsabilità, dimostrare di aver fatto quanto stava in lui per cercare di adempiere
esattamente l’obbligazione. Ma, d’altra parte, è un criterio che va commisurato al tipo speciale del singolo rapporto, per questo
nell’art. 1176 è chiarito, a titolo d’esemplificazione legislativa, che trattandosi di obbligazioni inerenti all’esercizio (e quindi
all’organizzazione) di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi avuto riguardo alla natura dell’attività esercitata”
(Relazione al c.c. n.559).
37
A. Di Majo, Obbligazioni in generale, cit., p. 415.
38
Vedi C. Maiorca, Colpa civile (teoria generale), in Enciclopedia del diritto, VII, Milano, 1960.
39
Vedi Cannata, Dai giuristi ai codici, dai codici ai giuristi (le regole sulla responsabilità contrattuale da Pothier al c.c. italiano del
1942), RTPC, 1981.
40
Vedi P. Forchielli, La rilevanza giuridica del concetto di ‘normalità’ e l’indagine statistica, “Rivista di diritto civile”, 2, 2, 1980,
pp. 151-152.

8
soprattutto se tende a riportarlo ad una descrizione del comportamento del professionista medio e a mettere
in secondo piano la dimensione prescrittiva dell’espressione. La sostituzione del buon padre di famiglia con
figure più aderenti alla realtà da regolamentare comporta inevitabilmente un’alterazione di significato
dell’espressione: nel caso per esempio del ‘buon allevatore’ “si pretende qualcosa di meno e nel contempo
qualcosa di più di ciò che ci si aspettava dal buon padre di famiglia”: pur necessaria, tale traduzione pare
aver “snaturato il simbolo”42.
L’opinione prevalente è che il criterio di diligenza può essere relativizzato, sia pure in modo
oggettivo. Di Majo, ricordando che “non è detto che la natura dei singoli rapporti esprima criteri deontologici
precisi”43, rimanda alla valutazione del giudice, che apprezzando i fatti dovrà comunque attenersi ai soli dati
oggettivi, un’ipotesi in cui l’obiettivo è che “la concreta determinazione dell’agire diligente divenga la
risultante di una valutazione etica dello sforzo astratto dovuto, rapportato a quelle esigenze che emergono in
concreto a livello (di natura) dei singoli rapporti”44.

2.2.3 La giurisprudenza
La specificazione concreta del significato dell’espressione buon padre di famiglia la si trova, come è
ovvio, nelle sentenze. La tendenza giurisprudenziale è spesso quella di equiparare il buon padre di famiglia o
il buon professionista all’uomo con capacità ordinarie anche se specifiche rispetto al caso. Nelle sentenze
della Cassazione imperniate sull’art. 1176, per esempio, si può notare che i giudici da un lato adeguano il
giudizio alla natura del rapporto, dall’altro qualificano spesso il comportamento in base alla diligenza che
contraddistingue il professionista di preparazione, capacità e attenzione medie o sufficienti; non mancano le
eccezioni, perché talvolta il metro di paragone è l’abile o avveduto uomo d’affari, o la persona che agisce
con dedizione, correttezza e buona fede. Inoltre, non sono mancate né mancano le sentenze in cui
l’interpretazione dell’agire diligente è ispirata dall’intento di accentuare “il contenuto etico” del parametro,
“in contrapposizione ad un mero criterio di normalità”45; tuttavia, nonostante le eccezioni, per molta
giurisprudenza “la diligenza va valutata sulla base della misura media e normale, adeguata alla natura del
rapporto”46.
La giurisprudenza interpreta in modo abbastanza uniforme anche la specificazione dell’art. 1176, che
ritiene delinei un concetto di diligenza distinto da quello espresso dal buon padre di famiglia. Quest’ultimo
riporta ad un parametro di diligenza medio e generico, meno stringente di quello a cui deve sottostare il
professionista nello svolgere il suo operato, che “prescinde dal criterio generale della diligenza del buon
padre di famiglia e si adegua, invece, alla natura dell'attività esercitata”47 e si deve valutare “nel modo più

41
G. Ferrando, Impossibilità sopravvenuta, diligenza del ‘buon padre di famiglia’ e valutazioni di buona fede, cit., p. 397 e vedi U.
Natoli, L’attuazione del rapporto obbligatorio, cit., p. 92.
42
D. Carponi Schittar, Il buon padre di famiglia: un parametro in via di superamento, cit., p. 453.
43
A. Di Majo, Obbligazioni in generale, cit., p. 409.
44
Ibid.
45
Ibid. Nel 1951, per esempio, la Cassazione motivava così una decisione: “il buon padre di famiglia non è soltanto la figura
dell’uomo medio, di comune intelligenza ma è la figura del modello di cittadino avveduto che vive in un determinato ambiente
economico-sociale, secondo i tempi, le abitudini, i rapporti economici e il clima storico –politico, e che risponde perciò ad un
concetto deontologico, derivante dalla coscienza generale” (Cassaz. Civ., 11 gennaio 1951, corsivi nostri).
46
A. Di Majo, Obbligazioni in generale, cit., p. 408.
47
Cassaz. Civ., sez. II, 9 novembre 1982 n. 5885.

9
intenso e concreto proprio del lavoratore qualificato”48, facendo riferimento al risultato specifico che
l'obbligazione assunta comporta se svolta “a regola d'arte e secondo le tecniche proprie dell'attività
richiesta”49. I parametri cui tale diligenza deve essere commisurata vanno ricercati nella “valutazione
deontologica espressa dalla conoscenza sociale”50.
Alcune interpretazioni escludono tuttavia questa dicotomia, sostenendo che l'art. 1176 “non impone
al contraente un ulteriore e non qualificato dovere di diligenza, ma, con riferimento alla figura media del
buon padre di famiglia, offre all'interprete un criterio generale per valutare la condotta dell'obbligato
nell'adempiere o nel non adempiere le obbligazioni da lui assunte”51. Specificazioni come queste sembrano
voler scongiurare il pericolo, latente nella precedente interpretazione, di identificare la diligenza del
professionista con quella del professionista medio.
Generalmente, il criterio di diligenza che il professionista è tenuto ad osservare nel suo operato, e che
rimanda a criteri ritenuti ‘specifici’ ed ‘obiettivi’ perché tarati sui criteri deontologici della specifica attività,
si attenua nei casi di prestazioni che implicano la soluzione di problemi di particolare difficoltà e per i quali
non esiste un protocollo di intervento ben stabilito nell’ambito della stessa attività52. Anche qui non mancano
le eccezioni, nel senso che alcune interpretazioni fanno notare che in questi casi si può scusare l’imperizia
del professionista, ma certo non la sua negligenza o imprudenza53; altre fanno notare come in questi casi il
professionista diligente è quello che, tra differenti e controverse opzioni di intervento, sceglie con scrupolosa
attenzione una strada della quale sa prevedere e quindi prevenire tutte le possibili complicazioni54.
I molteplici spunti per l’interpretazione della diligenza suggeriscono che il giudice ha sostanzialmente
una discreta libertà di manovra: può adeguarsi alla consolidata prassi giurisprudenziale, e giudicare in base
alla natura della prestazione dovuta, alle circostanze del caso e all’ordinario livello di impegno richiesto
dall’attività in questione; ma, basandosi sul codice e sulla dottrina, e anche su qualche sentenza, può sempre
riservarsi di elevare quel livello, soprattutto se è interesse generale elevare lo standard di qualità della
prestazione55. C’è stato inoltre chi ha osservato che, qualunque sfumatura di significato si attribuisca alla

48
Cassaz. Civ., sez. III, 29 novembre 1984 n. 6257.
49
Ibid.
50
Ibid.
51
Cassaz. Civ., sez. II, 26 novembre 1997, n. 11843.
52
Cfr. Cassaz. Civ. sez. III, 12 agosto 1995, n. 8845. Accertare se la prestazione professionale eseguita implichi o no la soluzione di
problemi tecnici di particolare difficoltà è compito del giudice di merito, il cui giudizio è “incensurabile” (Cassaz. Civ. sez. II, 14
agosto 1997, n. 7618), e che decide in base alla documentazione portata da debitore e creditore. Per esempio, “è compito di chi
assume di essere stato danneggiato dalla prestazione professionale di un chirurgo provare che l'operazione e le terapie postoperatorie
non richiedevano una particolare abilità, che l’intervento stesso presentava un rischio minimo di esito negativo o peggiorativo, e che
ha subito un peggioramento delle condizioni originarie a causa dell'intervento e/o delle terapie postoperatorie; compito del chirurgo è
invece provare che ha eseguito in modo adeguato e diligente la prestazione e che l'esito peggiorativo dell'operazione è stato
determinato da un evento imprevisto e imprevedibile secondo l'ordinaria diligenza professionale ovvero dalle particolari condizioni
fisiche del paziente non accertabili con la medesima diligenza” (Cassaz civ., sez. III, 21 dicembre 1978 n. 6141).
53
Vedi Cassaz. Civ., sez. III, 10 maggio 2000, n. 5945.
54
Vedi Cassaz. Civ., sez. III, 8 marzo 1979 n. 1441 e cfr. R. Zimmermann e S. Whittaker (eds), Good Faith in European Contract
Law, cit., p. 447.
55
Vedi A. Di Majo, Obbligazioni in generale, cit., p. 409. Valga come esempio il caso della valutazione della diligenza richiesta alla
banca nell'esame della genuinità degli assegni presentati per il pagamento. Molte interpretazioni sostengono che la banca trattaria che
paghi un assegno alterato nella somma incorre in responsabilità nei confronti del traente solo se “la consulenza tecnica disposta dal
giudice accerti che l'alterazione dell'importo risulta facilmente riconoscibile secondo le regole della comune esperienza dell'uomo
medio” (Tribunale Busto Arsizio, 1 agosto 1985). In altre parole, “la banca trattaria, cui sia presentato per l'incasso un assegno
bancario, ha il dovere di farvi onore se l'eventuale irregolarità […] dei requisiti esteriori non sia rilevabile con la normale diligenza
inerente all'attività bancaria, che coincide con la diligenza media, non essendo tenuta a predisporre un'attrezzatura qualificata con

10
formula del padre di famiglia, “il giudice, costretto ad una competenza universale e quindi ad occuparsi di
casi la cui ‘tecnica’ sfugge ad una sua qualsiasi diretta esperienza, inevitabilmente finisce con l’adottare una
‘sua’ diligenza, magari estremamente saggia ed equilibrata”, ma pur sempre idiosincratica56.

2.2.4 L’evoluzione dell’espressione negli altri ordinamenti


Le difficoltà interpretative sullo status del parametro della diligenza che dottrina e giurisprudenza
italiane hanno affrontato sono state esplorate, sia pure in misure e forme diverse, dalla dottrina e dalla
giurisprudenza degli altri ordinamenti di stampo romanistico che, sulla scia del Code Napoléon, hanno
adottato come parametro della diligenza l’espressione buon padre di famiglia57.
Come si è visto, la natura oggettiva del parametro della diligenza esemplificato da questa espressione si
deve armonizzare con l’esigenza di calibrare la valutazione alla natura del rapporto, e si è accennato alle
soluzioni date dal codice italiano al problema. Le soluzioni date da altri diritti ‘continentali’ sono state
diverse: per esempio, il codice svizzero delle obbligazioni, abbandonando la figura del buon padre di
famiglia, ha affidato al giudice la valutazione della diligenza richiesta in funzione delle singole attività
(art.99). Anche nel diritto tedesco l’espressione è scomparsa: da un lato la diligenza si valuta in base alle
competenze specifiche richieste alle figure professionali coinvolte, e si parla della diligenza che osserverebbe
un commerciante, un navigatore, ecc., cui è attribuita ogni volta la qualificazione di ‘ordentlich’58; dall’altro,
dove il parametro rimane ‘generale’, l’espressione in Verkehr erforderlich Sorgfalt [cura richiesta nella vita
degli affari, nel commercio sociale] ha sostituito il ricorso all’ordentlicher Hausvater, espressione proposta
nella prima bozza del BGB. Pur con queste specificazioni e riformulazioni, nel diritto tedesco il parametro
della diligenza mantiene il suo carattere deontologico, che non concede spazio a interpretazioni descrittive
(come specificato dalla seconda Commissione a fine Ottocento, la diligenza necessaria non è quella usuale
nella vita degli affari ma quella che dovrebbe essere richiesta in ‘un commercio sociale sano e normale’59.

strumenti meccanici o chimici al fine di un controllo dell'autenticità delle sottoscrizioni o di altre contraffazioni dei titoli presentati
per la riscossione. Né gli impiegati di banca, preposti al pagamento degli assegni, sono tenuti a dotarsi di una solida competenza in
materia grafologica, potendosi far carico agli stessi soltanto di non aver rilevato nel titolo pagato difformità morfologiche o strutturali
della scrittura oppure cancellature visibilmente apparenti o accertabili con media capacità o con normale buon senso” (Cassaz. Civ.,
sez. I, 7 luglio 1982 n. 4043 e cfr. Cassaz. Civ., sez. I, 9 Maggio 1985 n. 2885).
Altre interpretazioni sostengono invece che tale diligenza “deve essere riferita non a quella di un qualsiasi osservatore di medio
interesse e di media diligenza, bensì a quella di un esaminatore attento e previdente, per il maggior grado di attenzione e di prudenza
che la professionalità del servizio consente di attendersi; pertanto la banca che abbia pagato un assegno presentato per l'incasso
risultante alterato nella somma originariamente indicata, non è esonerata da responsabilità per il solo fatto che il giudice penale abbia
affermato la sussistenza del reato di falso escludendo il carattere grossolano della falsificazione, atteso che a una verifica non
superficiale di un accorto funzionario di banca un'alterazione anche di non grossolana macroscopicità può essere riconosciuta”
(Cassaz. Civ., sez. III, 12 ottobre 1982 n. 5267). Il banchiere accorto è colui che dispone di ogni “ idoneo mezzo di prova” e può così
provare che non era possibile riscontrare la falsità del titolo (cfr. Cassaz. Civ., sez. I, 29 giugno 1981 n. 4209).
56
Vedi P. Forchielli, La rilevanza giuridica del concetto di ‘normalità’ e l’indagine statistica, cit., p. 152. Ciò è vero soprattutto
quando il giudice deve valutare l’operato di un debitore che svolge un’attività per la quale mancano consolidati parametri
deontologici, scientifici o pratici. Dall’esame della giurisprudenza emerge poi la rilevanza di elementi fattuali tipici positivamente
individuati nelle ragioni dei giudici per l’esclusione della responsabilità del debitore, che operano in termini oggettivi, anche se nel
motivare la propria decisione esprimono enunciazioni teoriche concordi con il carattere assoluto del parametro della diligenza.
57
Vedi, per esempio, il bon père de famille di cui si parla nell’articolo 1137 del codice civile francese; il buen padre de familia
dell’art 1324 del codice civile spagnolo, ecc.
58
Si noti che la ricchezza della lingua tedesca non consente ambiguità tra buono e medio, perché ordentlich significa ordinato,
regolare, per bene, quindi non condivide la potenzialità di significato negativo dell’aggettivo italiano ordinario, che può significare
non solo nei limiti della norma, regolare, ma anche comune, banale, scadente, caratteristiche espresse in tedesco dall’aggettivo
ordinär.
59
Vedi L. Constantinesco, Inexécution et faute contractuelle en droit comparé, Stuttgart, Bruxelles, 1960, pp. 333-4 e 342.

11
3. Il buon padre di famiglia: una metafora
La breve analisi delle specificazioni dottrinali e giurisprudenziali del parametro di diligenza ha mostrato
non solo che l’espressione buon padre di famiglia viene interpretata in modi diversi dalla dottrina e dalla
giurisprudenza, ma che anche all’interno di ciascun formante non ha un significato univoco. Il testo
normativo non aiuta a sciogliere queste tensioni, perché ad alimentare le ambiguità è proprio il carattere
‘aperto’ dell’espressione che il legislatore ha coscientemente consegnato ai giuristi. Il legislatore ha lasciato
il termine all’interpretazione, e questa non garantisce l’unicità del diritto60. In un certo senso, le tensioni
interpretative sono strutturali e volute, perché rispondono alla funzione che il legislatore ha voluto dare
all’espressione. Dal punto di vista linguistico, si può dire che tale espressione funziona nel modo corretto
quando è interpretata come una metafora e non come uno stereotipo.

3.1 La metafora: una prospettiva cognitiva


La metafora pervade la nostra vita molto più di quanto ce ne rendiamo conto: si usa non solo per
‘abbellire’ il testo o suggerire indirettamente associazioni/ atmosfere/emozioni61, ma è frequente nel parlare
quotidiano, ed in ambiti disciplinari specifici, che sembrerebbero escludere un uso in apparenza così
‘impressionistico’ del linguaggio. La usano i bambini, quando per esempio cercano di descrivere il
funzionamento di un meccanismo che non conoscono nei termini del proprio corpo (la metafora
‘esperienziale’ di Lakoff e Johnson62), ma vi ricorre anche la scienza, dove l’uso metaforico è spesso una
componente essenziale del progresso conoscitivo, cristallizzato nei termini tecnici adottati63.
Se la concezione retorica tradizionale considera la metafora una similitudine abbreviata, la
contrazione di un paragone64, ed in sostanza un uso ‘deviante’ del linguaggio, la più recente prospettiva
cognitiva65, qui adottata, sottolinea non solo la pervasività della metafora nel linguaggio, a tutti i livelli, ma
l’importanza della sua funzione nel processo conoscitivo: è infatti un mezzo per categorizzare l’esperienza
adatto a molti dei casi che l’uso letterale del linguaggio non riesce a coprire66. La metafora non è affatto un

60
Vedi nota 8.
61
Nello stesso senso è usata nel linguaggio pubblicitario, come nello slogan di un anti-influenzale effervescente: L'influenza si perde
in un bicchier d'acqua.
62
Vedi G. Lakoff e M. Johnson, Metaphors we live by, Chicago, 1980.
63
Vedi, tra gli altri, Z. Radman, From a metaphorical point of view: a multidisciplinary approach to the cognitive content of
metaphor, Berlin-New York, 1995 e P. Vasconi, Metafora e analogia nella chimica tedesca del Settecento: una prospettiva kantiana, in
C. Bazzanella e C. Casadio (eds.) Prospettive sulla metafora, “Lingua e stile” XXXIV, 2, 1999.
64
Questa concezione, che Mortara Garavelli (in Le parole e la giustizia, cit., p. 160) ‘comparativa’ o ‘sostitutiva’, è legata alla retorica
latina più che al pensiero di Aristotele, che sottolinea piuttosto la funzione analogica della metafora.
65
Vedi K. Bühler, Sprachtheorie, Jena, 1934/65; I.A. Richards, The Philosophy of Rhetoric, Oxford, 1936; M. Black, Models and
Metaphors, Ithaca, 1962; G. Lakoff e M. Johnson, Metaphors we live by, cit.; E.F. Kittay, Metaphor. Its Cognitive Force and
Linguistic Structure, Oxford, 1987; B. Indurkhya, Metaphor and Cognition: An Interactionist Approach, Dordrecht, 1992; L. Preta,
Immagini e metafore della scienza, Roma-Bari, 1992; M. Turner e G. Fauconnier, Conceptual Integration and Formal Expression,
“Journal of Metaphor and Symbolic Activity”, X, 3, 1995; C. Bazzanella e C. Casadio (eds.) Prospettive sulla metafora, cit.
66
“Il fenomeno, cognitivo, linguistico, letterario, semiologico della metafora costituisce una dimensione fondamentale del rapporto
mente-linguaggio” (C. Casadio, Itinerario sulla metafora: aspetti linguistici, semantici e cognitivi, Roma, 1996, p. 41); “virtually
any experience can become, by means of language, a signifier that can then typify another experience, either conventionally or
metaphorically. Language not only express previous conventionalized experience; it can take up experience previously sedimented
and typify it in conventionally and categorially new ways. This generative process, called metaphor, can work across linguistic
boundaries (as well within a single language) because conventionally sedimented experience expressed in some exotic language and
culture is available for typification in our language in precisely the same way as any novel, categorially new experience is available

12
altro modo di esprimere ciò che potrebbe essere detto altrettanto bene letteralmente, ma serve ad esprimere
proprio ciò che non può essere detto letteralmente: è cioè un mezzo linguistico per caratterizzare un’idea che
non può essere descritta da nessuna espressione direttamente referenziale.
Questa prospettiva sottolinea che la somiglianza che permette il legame ed il ‘trasferimento’
metaforico non è data a priori, ma si costituisce nello stesso uso metaforico. In termini austiniani, si può dire
che la metafora è “performativa”67, in quanto esegue il trasferimento da un dominio all’altro nell’atto di
esprimerlo: nelle parole di Black, “certe metafore ci mettono in grado di vedere aspetti della realtà che la
creazione della metafora aiuta a costruire”68. La metafora crea un nuovo contesto conoscitivo, e lo fa
‘fondendo’69 vicendevolmente gli elementi che la costituiscono (come nel caso classico di Homo hominis
lupus, in cui i lupi si umanizzano parzialmente, e gli uomini si avvicinano ai lupi). La sua riuscita non
dipende dall’esistenza di una effettiva analogia tra i suoi elementi, ma dalla possibilità di instaurare fra loro
una relazione in qualche modo coerente con l’insieme delle conoscenze e credenze di una data comunità70.
Il contesto gioca un ruolo essenziale sia nella produzione che nella comprensione della metafora71:
fornisce infatti gli elementi necessari per attivare il trasferimento e l’interazione metaforica, sia nella
specifica situazione interazionale in cui la metafora è prodotta, sia rispetto all’insieme delle conoscenze
condivise da una data comunità linguistica. Le condizioni di appropriatezza della metafora dipendono in
sostanza dall’interazione tra il contesto locale in cui essa è situata e quello che essa crea, che seleziona e
attiva solo determinate caratteristiche della metafora rilevanti nell’interazione verbale72: al suo interno, la
metafora crea un ulteriore contesto in cui alcuni dei suoi elementi assumono caratteristiche che non hanno
nel contesto basato sulle conoscenze e credenze condivise a priori. Siamo in presenza di una metafora se tra
il contesto che l’espressione attiva e quello globale c’è una coincidenza parziale73, e cioè se le caratteristiche
dei referenti che la metafora collega sono solo alcune di quelle che esse hanno nel contesto globale.
Costruendo una realtà diversa da quella attuale, la metafora è, dal punto di vista descrittivo, una sorta di
paradosso linguistico perché afferma relazioni non congruenti. Le ‘contraddizioni’ o tensioni, che emergono
solo quando si tenta di analizzare il significato della metafora, sono costitutive della figura stessa perché ne
costituiscono il significato: infatti la loro ‘risoluzione’ comporta la scomparsa della metafora.

for subsequent conventional or novel typification” (Alverson, Semantics and experience. Universal Metaphors of Time in English,
Mandarin, Hindi, and Sesothbo, Baltimore and London, 1994, p. 132).
67
Vedi J.L. Austin, Performativ/constatif, in La philosophie analytique, Cahiers de Royaumont, Paris, 1962.
68
M. Black, Models and Metaphors, cit., p. 132.
69
Vedi C. Perelman e L. Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La Nuova retorica, Torino, 1966.
70
Il seguente augurio agli sposi di una comunità africana ‘Che abbiate tanti figli quante le zampette del millepiedi’ non sembra ad
esempio utilizzabile nella società occidentale.
71
Vedi M. Leezenberg, Contexts of metaphor, Amsterdam, 2001, e J. Stern, Metaphor in context, Cambridge (Ma)/London, 2000.
72
Vedi M. Leezenberg, Contexts of metaphor, cit., p. 287.
73
L’ipotesi della parziale copertura metaforica è stata proposta da C. Bazzanella (in La metafora tra mente e discorso, in C. Bazzanella
e C. Casadio (eds.) Prospettive sulla metafora, cit., p. 156), ed approfondita in C. Bazzanella e L. Morra, Metaphorical truth
conditions, context, and discourse, in A. Burkhardt e B. Nerlich (eds.), Tropical Truth, Berlin/New York, i.c.s.: se le caratteristiche
dei referenti selezionate dalla metafora coincidono totalmente con quelle presenti nel contesto ‘globale’ e in quello ‘locale’ (vedi C.
Bazzanella, On Context and Dialogue, in S. Cmejrkovà et al. (eds) Dialogue in the Heart of Europe, Tübingen, 1998), non si può
parlare di metafora. La frase ‘Maria è una bambina’ si può intendere come una metafora solo se Maria è effettivamente un’adulta,
altrimenti è un’espressione descrittiva. Al tempo stesso, almeno una delle caratteristiche attivate dalla metafora deve essere
congruente con il contesto globale.

13
La rilevanza del contesto per la metafora fa sì che i domini specifici coinvolti, e le altre componenti
contestuali rilevanti coinvolte (come la persona a cui ci si rivolge, la situazione ambientale e le convenzioni
sociali relative) possano modificare il valore da attribuire ad un certo uso metaforico.
Delle molte e diverse funzioni della metafora (espressiva, creativa, retorico-argomentativa,
esplicativa, euristico-predittiva, ecc.74), sottolineiamo quella conoscitiva, che consente una categorizzazione
della realtà o la costruzione di un ‘ponte’ tra linguaggio ed esperienza percettiva, che deriva alla metafora
dalle sue “caratteristiche distintive di non-convenzionalità e relativa imprevedibilità, e nello stesso tempo di
regolarità, normatività, potenzialità di modellare il mondo attraverso il discorso”75. Va tuttavia ricordato che
la ricchezza semantica della metafora è strettamente connessa alla sua polifunzionalità, e quindi alla sua
conseguente indeterminatezza: sono proprio queste caratteristiche che le permettono di esprimere l’ignoto o
l’indeterminato tramite il noto, di trasferire a categorie nuove le proprietà di categorie conosciute, nella
scienza76 come nella vita quotidiana, creando una nuova realtà che il linguaggio puramente referenziale non è
in grado di descrivere perché non omogenea con la logica che lo informa.
La metafora consente non tanto di illustrare meglio, ma di concettualizzare/categorizzare elementi
sfumati, dai contorni imprecisi, fornendo al fruitore delle “istruzioni aperte” per “trovare almeno una
relazione di somiglianza adeguata (sia tra gli oggetti stessi sia tra le sue immagini degli oggetti mediate dalla
sua cultura e dalle abitudini linguistiche – predicative – della sua comunità linguistica) tra i due oggetti
denominati”77.

3.2 Metafora e linguaggio giuridico


La presenza delle metafore e in generale di elementi figurati nel linguaggio giuridico anglosassone è
ormai studiata da tempo78, anche grazie al fatto che i sistemi di common law si basano principalmente su testi
discorsivi e non formali.
Per quanto riguarda il linguaggio dei sistemi ‘continentali’ lo studio è ancora agli inizi, ed in Italia è
ancora legato ad una prospettiva più retorica che cognitiva. Mortara Garavelli accenna al “valore figurale,
che è sempre visibile in trasparenza” nei testi giuridici normativi, alla gran quantità di metafore spente, alle

74
Cfr., tra gli altri, A. Ortony, Metaphor and Thought, Cambridge, 1979 e C. Cacciari, La metafora: un ponte fra il linguaggio e
l'esperienza percettiva, in C. Bazzanella e C. Casadio (eds.) Prospettive sulla metafora, cit.
75
C. Casadio, Itinerario sulla metafora: aspetti linguistici, semantici e cognitivi, cit., p. 41.
76
“The scientist uses the language of mathematics to construct metaphors which represent insights into the working of nature. The
use of metaphors is a commonplace in science as it is in poetry. We speak of radio ’waves’, subatomic ‘particles’, and celestial
‘bodies’. What distinguishes the mathematical metaphor is the extraordinary power of this language to uncover implications of the
underlying idea. Calling the earth a sphere is an extremely powerful statement, for we know a great deal about the things we can say
about spheres, The fact that most scientists prefer to call such constructions ‘models’ or ‘laws’ does not change their essential
character. It is just as metaphorical to call the world a sphere as it is to call it a stage” (J.O. Bullock, Literacy in the Language of
Mathematics, “The American Mathematical Monthly”, 1001/8, 1994, p. 737).
77
A. Burkhardt, Searle on metaphor, in id. (ed.) Speech Acts, Meaning, and Intentions. Critical Approaches to the Philosophy of
John R. Searle, Berlin/New York, 1990, p. 152.
78
La letteratura anglosassone sull’argomento è ormai molto articolata, soprattutto negli Stati Uniti, e spazia dalla rilevazione delle
metafore nelle varie manifestazioni del linguaggio giuridico, all’esame della loro valenza cognitiva, a considerazioni sulla natura
tropologica di molti principi del diritto, a riflessioni sul pericolo di cristallizzazione dei valori insito nei tropi: cfr., tra gli altri, A.G.
Amsterdam e J. Bruner, Minding the Law, Cambridge, 2000; B.J. Hibbits, Making Sense of metaphors: Visuality, Orality and the
reconfiguration of American Legal Discourse, “Cardozo Law Review”, XVI, 2, 1994; H. Bosmajian, Metaphor and Reason in
Judicial Opinions, Carbondale and Edwardsville, 1992; T. Ross, Metaphor and paradox, “Georgia Law Review”, Summer 1989, 23;
S. Winter, The Metaphor of Standing and the Problem of Self-Governance, “Stanford Law Review”, 40, 1988; S. Ball Milner, Lying

14
frequenti “’personificazioni’ della Repubblica e della legge”79 (es. “La Repubblica riconosce e garantisce i
diritti inviolabili dell’uomo”), ed all’utilizzo di metonimie (es. “la legge stabilisce/dispone, ecc.”). Inoltre,
mostra che gli usi metaforici possono ricorrere anche nelle arringhe, con fini sia di “abbellimento” sia di
argomentazione: “possono trasformare l’esposizione di fatti o la disamina di affermazioni della controparte
in sceneggiature drammatiche”80. Veronesi81 analizza l’uso delle metafore in alcuni articoli scientifici
giuridici: isolando funzioni simili a quelle messe in rilievo da Lakoff e Johnson (ad esempio: il testo è
generalizzato come luogo, conoscere come vedere, il ragionamento come percorso, etc.), mostra che la
metafora è uno strumento centrale tra quelli di cui si serve il giurista per “concettualizzare, illustrare,
trasmettere la visione del mondo veicolata nel testo”82.
Più che sulla metafora, finora si è concentrata l’attenzione sul discorso metaforico, o sugli usi
metaforici, facendoli rientrare nel discorso figurato, contrapposto al significato cosiddetto ‘letterale’, privato
cioè delle componenti contestuali. Prima di esporre le ragioni per cui riteniamo che la metafora, come
dimostra il caso del buon padre di famiglia, è un elemento costitutivo e cognitivo del linguaggio giuridico, e
non opzionale, vogliamo ricordare che la difficoltà di individuare i confini ‘precisi’ dell’uso metaforico
rende problematica una individuazione e categorizzazione stretta di questi usi. In senso ‘lato’ si possono
considerare usi metaforici anche gli ‘slittamenti di dominio’83, che ricorrono talvolta nel diritto: termini tratti
dal linguaggio comune o da linguaggi specialistici assumono nel linguaggio legale non solo un nuovo
significato, ma un referente diverso. Per esempio l’espressione piattaforma continentale nel linguaggio del
diritto internazionale ha un riferimento diverso da quello che ha nel linguaggio della geologia, dal quale pure
è tratta: ciò deriva dal fatto che, stabilendo il suo significato legale, i delegati della Convenzione sulla
Piattaforma Continentale del 1958 non hanno tenuto conto delle caratteristiche fisiche della piattaforma
reale, generando un terreno fertile per molte dispute84.
Se poi si considerano usi metaforici anche figure retoriche come la sineddoche e la metonimia, si
deve concludere che la metafora non è solo un elemento del linguaggio normativo, ma è un vero e proprio
strumento concettuale del pensiero giuridico oltre che di quello quotidiano e scientifico: nel codice francese,
per esempio, il ricorso alla figura della sineddoche consente di dire nella formula legale solo una parte per il
tutto, cui invece ci si riferisce cripticamente85. La sineddoche, anche se in modo meno marcato, ricorre anche
nel linguaggio giuridico italiano: per esempio, parlando semplicemente di ‘consenso’ nella maggior parte dei
casi si intende dire ‘consenso appoggiato su una causa’86.

down together. Law, metaphor and theology, Madison, 1985; J. Best, Teaching political theory: meaning through metaphor,
“Improving College and University teaching”, Fall 1984.
79
B. Mortara Garavelli, Le parole e la giustizia, cit., p. 149.
80
Ivi, p. 201.
81
D. Veronesi., La metafora negli articoli scientifici giuridici: linguaggio, testo, discorso, in idem (ed.), Linguistica giuridica italiana e
tedesca – Rechtslinguistik des Deutschen und Italienischen, Padova, 2000.
82
Ivi, p. 378.
83
Vedi C. Bazzanella e C. Casadio (eds.) Prospettive sulla metafora, cit.
84
Vedi S. Šarčevič, New Approach to Legal Translation, The Hague, London, Boston, 1997, p. 262.
85
Un esempio di rapporto sineddotico è dato dall’art. 1382 del Code Napoléon (‘Tout fait quelconque de l’homme qui cause à autrui
un dommage, oblige celui par la faute duquel il est arrivé, à le réparer’) e dalle sue interpretazioni che specificano sempre la necessità
della violazione di un diritto assoluto della vittima. In sostanza “la formula della legge è netta e precisa, ma enuncia solo una parte
rispetto al tutto che è contenuto nelle esplicazioni messe in pratica dai suoi interpreti” (P.G. Monateri, La sineddoche, cit., p. 9).
86
Vedi R. Sacco, Introduzione al diritto comparato, cit., p. 127.

15
Se le riflessioni dei linguisti portano a concludere che la metafora e gli usi metaforici sono presenti
nel linguaggio legale, le riflessioni dei giuristi suggeriscono che il ricorso alla metafora non è opzionale, ma
costitutivo del linguaggio giuridico

3.3. I termini aperti: metafore, non stereotipi


La tesi ‘linguistica’ che sosteniamo è che il diritto usa delle metafore per esprimere le clausole
generali, il cui significato deve essere stabile ma non statico87.
Introducendo queste clausole i legislatori intendevano infatti consegnare ai giudici delle istruzioni
‘aperte’, formate da concetti la cui caratteristica essenziale è la ‘contraddittorietà’: da un lato, il loro
significato deve variare con il contesto, dall’altro devono rimandare ad un ideale di comportamento che, in
quanto prescinde dal contesto, non può essere esemplificato, perché trascende tutte le particolarità. Se le
espressioni prescelte rimandassero a degli stereotipi non avrebbero la stessa efficacia, perché la loro funzione
non potrebbe essere, per definizione, trascendente, ma rimanderebbe ad una (rigida) descrizione che, per
quanto idealizzata, si fonda sulle caratteristiche che contraddistinguono l’oggetto che descrive: non
potrebbero quindi esprimere un parametro che esula dalle particolarità di questo. Le metafore, invece,
possono funzionare anche se le caratteristiche condivise dai referenti che pongono in relazione sono minime:
diversamente dagli stereotipi, oscurano infatti necessariamente molte delle caratteristiche essenziali dei
referenti. Nel caso delle clausole generali consentono di “vedere l’universale nel particolare”88 perché, grazie
ad uno stereotipo, trasportano l’interprete verso un ideale di comportamento esemplificato da una
caratteristica dello stereotipo che tuttavia deve essere considerata in astratto, non nella sua specificità
relativa. Solo la metafora e non lo stereotipo consente di delineare in maniera elastica una nozione o meglio
uno standard che non si vuole rigidamente determinato, pur rimanendo ‘oggettivo’, e cioè valutabile secondo
criteri determinati. Metafora e stereotipo sono entrambe ‘convezionalizzazioni’ lessicali e culturali, ma la
prima, proprio a causa del suo carattere astraente, non soffre della stessa ‘rigidità’ del secondo, ed perciò
funzionale in contesti come le clausole generali, che nelle intenzioni del legislatore devono rappresentare le
valvole che consentono l’evoluzione progressiva e non traumatica del codice, connettendolo con la società89.
Vediamo come ciò si applica all’espressione buon padre di famiglia. Dicendo che nell’adempiere
l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia, il codice non rimanda, nelle
intenzioni, a nessuna delle caratteristiche essenziali del buon padre di famiglia, tranne a quella della
responsabilità. Questo standard si deve infatti applicare non solo i padri, ma anche alle donne, ai single, ecc.,
quindi il suo significato non è (o non dovrebbe essere) connesso con le proprietà maschili o patriarcali
dell’immagine scelta per esprimerlo: non funzionerebbe nemmeno, perlomeno nel mondo economico attuale,

87
“Law must be stable, and yet it cannot stand still. Hence all thinking about law has struggled to reconcile the conflicting demands
of the need of stability and of the need of change” (R. Pound, Interpretations of Legal History, Cambridge, 1930, p. 1).
88
J. Best, Teaching political theory: meaning through metaphor, cit., p.166.
89
E’ quindi idonea ad assumere quel significato che più sembra in armonia con le direttive dell’ordinamento del quale fa parte la
clausola generale che contribuisce a costituire (cfr. G. Ferrando, Impossibilità sopravvenuta, diligenza del ‘buon padre di famiglia’ e
valutazioni di buona fede, cit., p. 396). La progressiva specificazione della metafora che porta a superare la figura del buon padre di
famiglia con standard più precisi, rende per certi versi più rigidi e meno sensibili al contesto i metri di paragone, e meno creativa
l’interpretazione, segnando un percorso analogo a quello delle metafore nel discorso scientifico (vedi P. Vasconi, Metafora e analogia
nella chimica tedesca del Settecento: una prospettiva kantiana, cit.).

16
se le proprietà rimandassero a una qualunque delle proprietà stereotipiche comunemente associate alla figura
del buon padre di famiglia, vale a dire la prudenza, il conservatorismo, la difesa dei valori tradizionali, e così
via. Non è un caso che la dottrina insista sul valore simbolico dell’espressione: la ‘traduzione’ della figura
del buon padre di famiglia con quelle particolari del buon conducente, del buon allevatore, ecc., tende
strutturalmente a far scivolare la funzione dell’espressione verso lo stereotipo, e quindi a irrigidire il
parametro, perché la conoscenza di cosa fa un buon allevatore è contenuta nella stessa definizione di
‘allevatore’ ed è così inesorabilmente legata all’esistente struttura sociale in riferimento alla quale questo
ruolo si definisce. Invece, sapere cos’è la paternità non aiuta a capire cosa fa il buon padre, perché la
responsabilità non è una caratteristica necessaria della figura del padre: per comprendere l’espressione buon
padre di famiglia è necessario astrarre dall’esistente e cercare un valore astratto.
Se per l’espressione buon padre di famiglia è abbastanza chiaro, considerate le analisi precedenti,
che la funzione è metaforica e non stereotipica, più dubbia può apparire la funzione dell’espressione
reasonable man cui ricorre la common law, particolarmente se si considerano le sue esemplificazioni90.
Come ha osservato Wittgenstein91, l’uomo ragionevole è colui che ha adeguatamente interiorizzato la
‘corretta’ visione del mondo: condividendo l’orientamento della comunità di cui fa parte, in quanto partecipa
agli stessi giochi linguistici, è rappresentativo della comunità. Se l’espressione fosse intesa come descrittiva,
sembrerebbe possibile specificare la ragionevolezza indicando le varie credenze che l’uomo ragionevole non
può non avere92: ma questa procedura sarebbe inefficace perché i criteri per identificare ciò che è ragionevole
– ovvero costituisce il senso comune – non sono statici, ma mutevoli e dinamici: “ciò che certi uomini
considerano ragionevole o irragionevole muta. In certi periodi gli uomini trovano ragionevole ciò che in altri
periodi trovano irragionevole. E viceversa”93.
Che l’interpretazione come stereotipo dell’espressione reasonable man non sia corretta è evidenziato
anche dalla ricerca comparatista, che ha concluso che nonostante le divergenze linguistiche e le distinzioni
teoriche sulla natura del parametro94, le regole operazionali per valutare la diligenza sono sostanzialmente
analoghe a quelle per valutare la ragionevolezza95. Anche la Contract Law ha la tendenza ad astrarre dalle
particolarità della persona e della materia96: in altre parole, nell’interpretare la ragionevolezza, il diritto
anglosassone si imbatte nelle stesse ambiguità generate dalla tensione tra valore descrittivo e valore
prescrittivo dell’espressione continentale della diligenza97.

90
Vedi § 1.2.
91
Vedi L. Wittgenstein, Über Gewissheit – On Certainty, Ascombe e Wright (eds.), Oxford, 1979.
92
Per esempio che la Terra esiste da prima della sua nascita, che la sua vita è trascorsa sulla superficie della Terra e non è mai stato
sulla Luna, che ha un sistema nervoso e degli organi interni come tutte le altre persone, ecc. (ivi, p. 327). “L’uomo ragionevole NON
HA certi dubbi” (ivi, p. 220).
93
Ivi, p. 336. Il cambiamento è legato al fatto che “certi giochi linguistici perdono parte della loro importanza: mentre altri lo
diventano “ (ivi, p. 63). Sulle osservazioni di Wittgenstein sull’uomo ragionevole contenute in Della Certezza, vedi D.E. Flesche,
Wittgenstein’s Philosophy of Language and the Question of Translation, in “Translation Perspectives”, V, 1990, pp. 101-102.
94
Vedi § 2.1 e nota 20.
95
Vedi L. Constantinesco, Inexécution et faute contractuelle en droit comparé, cit., p. 342.
96
Cfr. C.T. Wonnell, The abstract character of contract law, “Connecticut Law Review”, 22, 1990.
97
H.S. Gerla (in The ‘reasonableness’ standard in the law of negligence: can abstract values receive their due?, “University of
Dayton Law Review”, 15, 1989-90, p. 220), ricorda per esempio che nella prima metà del Novecento, l’interpretazione giuridica
americana ha cercato di risolvere tale tensione cristallizzando “la legge in regole meccaniche […] di applicazione meccanica”:
tuttavia tale tentativo, perseguito in particolare da Holmes, fu presto abbandonato perché gli interpreti si resero conto che creare
regole concrete da applicare a classi speciali di casi genera un sistema complesso e ingestibile, oltretutto inutile nelle situazioni

17
4. Cambiare metafora?

4.1 Ostacoli e ragioni per il cambiamento


Il significato dell’espressione buon padre di famiglia è, come si è visto, determinato da una
costellazione di tratti individuati dalle differenti interpretazioni ed è quindi in un certo senso sedimentato nei
diversi formanti del diritto. Una modificazione dell’espressione, per quanto motivata, sarebbe quindi
praticamente molto onerosa, se non improponibile, perché implicherebbe un’attività di sostituzione
dall’estensione incerta e dalle ripercussioni non facilmente determinabili, in virtù della connessione con gli
altri termini giuridici, soprattutto quelli aperti come buona fede, complicate ancor di più dalla sempre
maggior permeabilità reciproca dei sistemi di diritto europei. Tuttavia si può argomentare che esisterebbero
almeno due buone ragioni per cercare una nuova metafora per esprimere la diligenza nella società attuale.

4.2 Una metafora sessista


Una ragione per modificare la metafora è che è indubbiamente sessista, per il solo fatto di servirsi
esclusivamente di una figura maschile. E’ vero che nel contesto giuridico l’espressione ha un significato
specialistico, e che, proprio perché metafora, si applica anche se l’unica caratteristica condivisa dai referenti
che pone in relazione è quella di comportarsi in un certo modo. Tuttavia lo stereotipo sfruttato dalla metafora
può contribuire a determinare quale sia questo modo d’agire. Calabresi nota, per esempio, che nei vari
ordinamenti è sempre un uomo ad incarnare il modello della ragionevolezza, della prudenza, della diligenza,
e che in generale i parametri di comportamento sono sensibili ai valori della parte ‘forte’ della società98. Se
dagli anni Ottanta molti ordinamenti legali hanno riformulato tali parametri, sostituendo al sostantivo ‘man’
il sostantivo ‘person’99, non hanno invece dato prova di altrettanta sensibilità linguistica il legislatore
italiano, quello francese e quello spagnolo, e molti altri, che non hanno ritenuto necessario modificare la
figura del buon padre di famiglia. E in questo caso il modello di ragionevolezza e diligenza non è solo un
uomo, ma un marito e un padre, un modello cui sono tenuti a conformarsi, rispetto a determinate situazioni
negoziali, non solo i padri di famiglia, ma tutti coloro che, per necessità biologica o per scelta non possono o
non vogliono essere tali (donne, scapoli, ecc.).
Non è certo che nella valutazione delle diligenza non entrino dei fattori legati allo stereotipo di cui la
metafora si serve. Si è detto che la metafora serve a indicare un ideale di comportamento che in linea teorica

insolite o mutate. Gerla fa notare inoltre che i giudici non sono “perfetti guardiani platonici” dei valori, perché nel valutare un
comportamento possono lasciarsi influenzare da pregiudizi personali , come quello che tende ad attribuire più importanza alle istanze
concrete che a quelle astratte: inoltre, poiché sono prevalentemente maschi, bianchi e agiati, la valutazione della ragionevolezza è
affidata ad una sezione assai poco rappresentativa della società, fatto che fonda la sua giustificazione sull’assunzione che le menti
razionali non sono diverse (ivi, p. 223).
98
G. Calabresi, Ideals, Beliefs, Attitudes, and the Law, cit., p. 37. Calabresi si chiede se ‘nel decidere se qualcuno sceglie in maniera
ragionevole, teniamo conto del fatto che la persona era motivata da convinzioni, modi di pensare che scaturiscono da differenze
culturali, economiche o da altri handicaps’ (ivi, p. 32). Sul fatto che le metafore scelte nel discorso giuridico riflettono i valori
convenzionali e forti della società cfr. anche B.J. Hibbits, Making Sense of metaphors, cit.
99
Mentre, imprevedibilmente, in strumenti tecnologici recenti, come il Thesaurus italiano, spagnolo, francese, inglese, di Word,
persiste ancora l’uso sessista tradizionale (vedi C. Bazzanella, C. Gallardo, P. Guil, M. Manera e P. Tejada, Categorizzazioni del

18
focalizza l’attenzione solo sulla diligenza che il buon padre di famiglia esplica nell’agire in determinate
situazioni (chiunque può, e in certi casi deve, agire con questo particolare livello di diligenza, a prescindere
dalle sue caratteristiche ‘materiali’). Si può pensare che questo ideale sia un valore a sé stante, indipendente
dal mezzo dato per conoscerlo, e credere che non abbia nulla a che fare con le caratteristiche materiali della
metafora scelta per indicarlo, considerata un puro vettore: ma se si riconosce che le metafore non sono
descrittive, ma costitutive della nostra concezione del mondo100, non si può ignorare che la natura specifica
del vettore può contribuire a determinare il significato di tale valore, perché l’assoluta astrattezza è
un’utopia.
In altre parole, si è visto che il giudice o il collegio giudicante, quando deve decidere sul grado di
diligenza osservato da un soggetto, è invitato dal codice a valutarne il comportamento rapportandosi a ciò
che un buon padre di famiglia farebbe in quella situazione: deve quindi immaginare ciò che questi o un
individuo con analoghe qualità farebbe in tali circostanze. Nell’esercitare questa forma di immaginazione,
necessaria per riempire di significato la metafora, chi giudica è guidato, perlomeno nelle intenzioni
legislative, dal rimando ad una figura ideale: ma nell’individuazione di questo ideale non può fare a meno di
proiettare condizioni o caratteristiche che dipendono dalla sua conoscenza, da ciò che c’è nel suo mondo,
perché ciò da cui la sua immaginazione trae spunto è la cultura in cui vive. L’interpretazione del giudice è
quindi determinata anche da fattori storici e culturali: e poiché il parametro della diligenza usa come vettore
l’espressione buon padre di famiglia (immediatamente o mediatamente, quando tale espressione venga
tradotta in quella del buon professionista), inevitabilmente il suo processo di ‘personificazione’ prende
spunto dalle caratteristiche di colui che chi giudica ritiene, nella società in cui vive, un buon padre di
famiglia. I giudici, condividendo un’enciclopedia comune, hanno gli strumenti per astrarre da queste ultime
un ideale di comportamento sostanzialmente indipendente dalle caratteristiche concrete di un (buon) padre di
famiglia, ma esse sono pur sempre la base di partenza del suo ragionamento. Anche per i giudici quindi, e
non solo per l’uomo comune che deve uniformare il proprio comportamento alla norma, e che non condivide
tale enciclopedia giuridica, valgono le considerazioni di Carponi Schittar, secondo il quale è evidente che “la
locuzione buon padre di famiglia non avrebbe senso (o necessiterebbe di un’inammissibile mediazione) ove
si ritenesse di fare riferimento non ai suoi significati letterali come evolutisi nel tempo dalla formula
originaria, ma ad altri che col padre e con la famiglia avessero perso la connessione”101 . Tale considerazione,
contrariamente alle intenzioni del suo autore, induce a chiedersi se lo specifico vettore metaforico del buon
padre di famiglia sia ancora valido nella società attuale.
Una riformulazione in termini meno patriarcali del parametro della diligenza sarebbe auspicabile, anche se
bisogna convenire, con Calabresi, che la mera sostituzione linguistica non significa di per sé nulla:

“prima di allontanarci linguisticamente dallo standard della persona ragionevolmente prudente,


dobbiamo essere sicuri di non avere inserito nello standard un semplice retaggio di attributi

femminile e del maschile nelle nuove tecnologie: prime ricerche nel Thesaurus italiano, spagnolo, francese, inglese, danese di Word,
“Cuadernos de filologia italiana”, Madrid, 7, 2000).
100
“Metaphors are not descriptive, they are constitutive of our world-view” (A. Burkhardt, Searle on metaphor, cit., p. 325).
101
D. Carponi Schittar, Il buon padre di famiglia: un parametro in via di superamento, cit., p. 450, corsivo nostro.

19
maschili…. Non dobbiamo solo prendere l’uomo che taglia il prato, chiamarlo ‘una persona’, e
pensare di avere concluso il lavoro. Dobbiamo lavorare allo scopo di definire una persona che
sia ragionevolmente prudente, e dare a questa persona attributi che, in termini di passati
stereotipi di corretto, ragionevole comportamento, possano essere in parte maschili, ma in parte
anche femminili”102.

Tuttavia, anche se una sostituzione linguistica potrebbe comportare un cambiamento più apparente che
reale, implicando ciononostante un oneroso sforzo di adattamento del sistema giuridico, mantenere la
locuzione del buon padre di famiglia significa perpetuare una scelta di valori tratta per così dire da una sola
parte della società. Se è vero che la forza della metafora sta nella sua capacità creativa, questa stessa forza è
destinata a venire progressivamente meno quanto più a lungo la metafora è usata e diventa parte integrante
del vocabolario, ovvero si convenzionalizza103. Il lento scivolamento della metafora verso lo stereotipo rende
sempre più difficile separare le connessioni tra concetti create dalla metafora: in altri termini essa, col
passare del tempo, può influenzare l’idea della relazione effettiva tra i due referenti che pone in relazione.
Se si sostiene che la metafora indica in realtà un ideale che con il (buon) padre di famiglia ha poco o
nulla a che fare, che cioè ha un valore puramente convenzionale, la si potrebbe sostituire con una metafora
perlomeno sessualmente neutra, cui affidare lo stesso valore convenzionale (per esempio, con una
definizione circolare come persona civilmente responsabile); se si sostiene che solo il rimando specifico al
buon padre di famiglia può preservare quel significato che si vuol esprimere e prescrivere, e non si riesce a
trovare un’altra espressione che faccia lo stesso servizio, allora si deve ammettere che viviamo in una società
che pur predicando la parità tra i sessi non riesce a concepire l’ideale del comportamento diligente
prescindendo dalle caratteristiche maschili, in altre parole una società in cui necessariamente solo un padre, e
quindi un uomo, può incarnare il modello dell’agire diligente (altrettanto desolante sarebbe ammettere che lo
può incarnare solo una figura vissuta nel passato). Se in generale il diritto, nelle sue varie forme, rappresenta
lo specchio in cui si riflettono l’autocoscienza dello spirito e gli ideali che effettivamente permeano una
società, è significativo che il linguaggio legale cristallizzi (e pare non possa fare a meno) dei valori nei quali
‘l’altra metà del cielo’ non si rispecchia.

3.2 La scissione tra paterfamilias e cives


La seconda ragione che dovrebbe indurre a cambiare metafora è che le condizioni storiche e
soprattutto sociali odierne fanno sì che oggi il buon padre di famiglia sia sostanzialmente diverso dal quello
di cui parlano le fonti romane, e anche da quello cui alludeva il Code Napoléon, in cui la connessione con le
qualità di cives o citoyen, ossia di membro responsabile della società, era imprescindibile e garantiva che il
metro di comportamento tarato su questa figura non solo assicurasse il rispetto scrupoloso degli obblighi, ma
anche che questo rispetto avvenisse in accordo con le istanze etiche della società.

102
G. Calabresi, Ideals, Beliefs, Attitudes, and the Law, cit., p. 47.
103
L’espressione gode recentemente di un discreto favore nell’ambiente di governo, i cui membri la usano con una certa frequenza
per descrivere il modo in cui trattano la res publica. Poco tempo fa, per esempio, il Presidente del Consiglio ha assicurato che il
governo avrebbe varato un Dpef rigoroso e responsabile, in linea con gli obiettivi di finanza pubblica, descrivendo le sue scelte come
quelle di un buon padre di famiglia che gestisce il bilancio di casa dando un ordine alle priorità di tutti e garantendo equilibrio e buon
senso.

20
Nella società attuale tra famiglia e società non c’è continuità, piuttosto una scissione che si
ripercuote tra comportamento pubblico e comportamento all’interno della sfera privata. Che la famiglia in
generale rappresenti il luogo dove si possono trovare concretizzati e vissuti non gli ideali ma piuttosto le
nevrosi della società ‘civile’ è oggi una considerazione banale che non si limita alle famiglie definite, per le
condizioni economiche e/o culturali, ‘a rischio’. Ma, si dirà, nel diritto non ci si riferisce al padre di famiglia
in genere, ma al buon padre di famiglia: questi, per definizione, ha di cura e rispetto dei suoi familiari.
Eppure, questo soggetto, proprio per amore e rispetto della famiglia, può compiere atti dalle conseguenze
nefaste per il resto della società, verso la quale si sente meno responsabile di quanto non si senta nei
confronti della sua famiglia: in altre parole, per il buon padre di famiglia (ma lo stesso si potrebbe dire della
buona madre di famiglia) il dovere di responsabilità nei confronti della famiglia pare oggi prioritario rispetto
a quello nei confronti della società in generale.
Il buon padre di famiglia romano sentiva di essere parte di una società che il suo comportamento, il
suo voto e la sua etica contribuivano a formare; rappresentava l’anello di congiunzione tra società e famiglia.
L’etica e la prassi che informavano i rapporti dell’ambito familiare (che non comprendevano solo i familiari
veri e propri, ma tutti i soggetti necessari all’economia dell’azienda rurale) non avevano soluzioni di
continuità con quella necessaria a governare un’aggregazione di famiglie, e quindi di uno stato. Poiché, nella
sua specificità, il paterfamilias era parte attiva della società, egli sentiva la responsabilità nei confronti di
questa, per la quale poteva addirittura mettere in secondo piano gli interessi familiari particolari (e difatti gli
interpreti notano comunemente che la diligenza del diligens paterfamilias non si identificava con quella
quam in suis104).
La progressiva democratizzazione delle società ha avuto come conseguenza paradossale l’alienazione
dell’individuo dalla vita politica: la miriade di individui - che non potrebbe governare - delega
completamente il potere di governo ad una classe politica che a sua volta è sostanzialmente alienata dal resto
della società. La democrazia in qualche modo ha deresponsabilizzato civilmente il buon padre di famiglia, e
così facendo lo ha isolato dal resto della società. La frattura profonda tra la vita privata dell’individuo e il
resto del mondo (in cui il singolo ha un posto assolutamente marginale, e la sua specificità individuale è del
tutto irrilevante) rende il buon padre di famiglia odierno sostanzialmente diverso dal quello romano o da
quello cui si riferiva il Code Napoléon. Proprio la realizzazione delle istanze democratiche dell’Illuminismo
ha minato il legame individuale tra il singolo e la società e portato il buon padre di famiglia ad
un’alienazione politica e civile che rende la sua figura inadatta ad esprimere l’ideale di comportamento che si
vuole i debitori osservino, specie se si vuole che il diritto imponga l’adempimento degli obblighi in modo
diligente non solo riguardo alle aspettative del creditore, ma a quelle etiche della società. Allo svuotamento
di significato della figura del buon padre di famiglia hanno anche contribuito la Rivoluzione industriale, che
ha portato il centro dell’attività lavorativa fuori dell’ambito familiare, identificando nel (buon) datore di
lavoro più che nel (buon) padre di famiglia il campione della diligenza, e la teoria liberale, che ha
ulteriormente distinto le due figure, caratterizzando come innovatrice la prima e come tradizionalista la

104
Vedi R. Zimmermann, The Law of Obligations. Roman Foundations of the civilian Tradition, Cape Town, 1990, pp. 210 e segg.

21
seconda. Emblematico di questa scissione è il fatto che l’etica familiare è ormai considerata inopportuna
nello svolgimento degli affari (si ricordi la soluzione tedesca che, come abbiamo visto105, nega che la
diligenza dell’ordentlicher Hausvater possa costituire un metro di paragone per la diligenza richiesta nella
vita degli affari)106 Non avendo più un peso specifico nella società, al padre di famiglia non rimane che
salvaguardare il nucleo familiare, e il buon padre di famiglia è colui che lo fa a qualunque prezzo. Questa
disponibilità è preoccupante dal punto di vista civile e sociale, come mettono bene in evidenza le
considerazioni che Hannah Arendt ha sviluppato nel saggio Colpa organizzata e responsabilità universale
del 1945, riflettendo sulla responsabilità e il coinvolgimento dei cittadini tedeschi nel fenomeno dei lager:

“Nel cercare di comprendere le vere ragioni per cui le persone hanno agito come semplici
ingranaggi nella macchina dello sterminio […] c’è molto […] da imparare dalla personalità
tipica dell’uomo che può vantarsi di essere lo spirito organizzatore dell’assassinio. Heinrich
Himmler […] è un bourgeois, con tutte le caratteristiche esteriori della rispettabilità, tutte le
abitudini di un buon paterfamilias che non tradisce la moglie e che si preoccupa di assicurare ai
figli un futuro dignitoso; eppure ha consapevolmente creato un’organizzazione terroristica senza
precedenti, attiva in tutto il paese, in base al presupposto che la maggior parte delle persone non
siano né bohémien, né fanatici, né avventurieri, né maniaci sessuali, né sadici ma, innanzitutto,
onesti lavoratori e buoni padri di famiglia. […] Il padre di famiglia […] è stato […] il grande
criminale del secolo. […] Abituati ad ammirarlo o a canzonarlo garbatamente per le sue
affettuose premure e la sua assidua dedizione al benessere della famiglia, per la sua solenne
determinazione ad assicurare alla moglie a ai figli una vita agiata, non ci siamo quasi accorti di
quanto il devoto paterfamilias, la cui preoccupazione principale era la propria sicurezza, si fosse
involontariamente trasformato, sotto la spinta della caotica situazione economica del nostro
tempo, in un avventuriero, al quale non bastava una grande industriosità ed accortezza per
essere certo di quello che il giorno successivo gli avrebbe riservato […] e pronto a sacrificare
per la pensione, per l’assicurazione sulla vita e per la sicurezza della moglie e dei figli le proprie
credenze, il proprio onore e la propria dignità umana. Ci voleva solo il genio satanico di
Himmler per scoprire che, dopo una simile degradazione, quest’uomo sarebbe stato disposto a
fare letteralmente di tutto quando la posta si fosse alzata e la piatta esistenza della sua famiglia
fosse minacciata. La sola condizione che poneva era quella di non essere considerato
responsabile di quello che faceva. Così, oggi, può accadere che quella stessa persona, il tedesco
medio, che anni di sfrenata propaganda nazista non erano riusciti a convincere ad uccidere un
ebreo […], accetti senza opporsi di mettersi al servizio della macchina della distruzione. […]
L’organizzazione totale di Himmler non conta sui fanatici, né sugli assassini per natura, né sui
sadici; essa fa interamente assegnamento sulla normalità dei lavoratori e dei padri di famiglia
[…] che non è nemmeno certo si presterebbero a svolgere questa attività se rischiassero solo la
loro vita o il loro futuro, ma si sentono responsabili solo verso le loro famiglie. […] La
trasformazione del padre di famiglia da membro responsabile della società, interessato a tutte le
questioni pubbliche, in bourgeois attento solo alla propria esistenza privata e ignaro di ogni
virtù civica, è un fenomeno moderno internazionale. Le esigenze del nostro tempo […] possono
trasformarlo in ogni momento in uomo-massa e fare di lui lo strumento di qualunque follia ed
orrore. Ogni volta che la società, attraverso la disoccupazione, frustra la consueta attività e il
normale rispetto di sé dell’uomo comune, lo prepara per quest’ultima fase in cui egli accetterà
volontariamente qualunque mansione, persino quella del boia. […] E’ vero che l’evoluzione di
questo moderno tipo di uomo, che è l’esatto opposto del citoyen e che per mancanza di termini
migliori abbiamo chiamato il bourgeois, ha goduto in Germania di una situazione
particolarmente favorevole […] ma l’uomo massa, il risultato finale del bourgeois, è un
fenomeno internazionale […] è il moderno uomo delle masse, non nei momenti di esaltazione e
di accettazione collettiva, ma nella sicurezza (oggi si potrebbe dire piuttosto nell’insicurezza)
105
Vedi § 2.2.4.
106
Nei regimi illiberali del Novecento la tensione tra paterfamilias e società era risolta in senso opposto, almeno dal punto di vista
della retorica, che dipingeva lo Stato come il buon padre di famiglia.

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della sua sfera privata. Egli ha radicalizzato a tal punto la dicotomia tra compiti privati e compiti
pubblici, tra famiglia e lavoro, da non essere più in grado di trovare in se stesso alcuna
connessione tra le due sfere. Quando la sua professione gli impone di uccidere una persona,
egli non si considera un assassino, dal momento che non agisce secondo la propria inclinazione
ma nell’ambito dei suoi doveri professionali. Se fosse solo questione d’istinto, non farebbe male
ad una mosca”107.

107
H. Arendt, Colpa organizzata e responsabilità universale, in Ebraismo e modernità, Feltrinelli, Milano, 1986 (1993) pp. 71-74.

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