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4/12/2020 Il reato di subornazione, definizione e disciplina giuridica

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Il reato di subornazione, de nizione e disciplina giuridica


di Concas Alessandra (https://www.diritto.it/author/concas-alessandra/), Referente Aree Diritto Civile, Commerciale e Fallimentare e
Diritto di Famiglia
5 febbraio 2015

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La subornazione è l’atto di istigare qualcuno a venire meno a un dovere al quale è tenuto per legge o per un obbligo socialmente
rilevante.

In molti ordinamenti, quando il dovere al quale si istiga a venire meno è una prestazione dovuta per legge, è considerata un reato,
tipicamente riguarda la prestazione di testimonianza e perciò la gura criminosa tipica è l’istigazione a prestare falsa testimonianza.

Il subornatore, di solito, ricerca la condotta illecita del subornato attraverso o erta o promessa di denaro o altra utilità, ed è
oggetto di discussione in dottrina la con gurabilità del reato se l’induzione viene commessa con violenza o attraverso la
rappresentazione della promessa di un danno ingiusto.

Nel codice penale italiano la fattispecie è prevista dall’articolo 377, in precedenza “Subornazione”, adesso rubricato come “Intralcio
alla giustizia”, secondo il quale:

“Chiunque o re o promette denaro o altra utilità alla persona chiamata a rendere dichiarazioni davanti all’autorità giudiziaria ovvero a svolgere
attività di perito, consulente tecnico o interprete, per indurla a commettere i reati previsti dagli articoli 371 bis, 372 e 373, soggiace, qualora
l’o erta o la promessa non sia accettata, alle pene stabilite negli articoli medesimi ridotte dalla metà ai due terzi. La stessa disposizione si applica
qualora l’o erta o la promessa sia accettata, ma la falsità non sia commessa. La condanna importa l’interdizione dai pubblici u ci”.

Nel 2006 alla norma è stato aggiunto il rimando alla violenza nell’induzione:

“ Chiunque usa violenza o minaccia ai ni indicati al primo comma, soggiace, qualora il ne non sia conseguito, alle pene stabilite in ordine ai
reati di cui al medesimo primo comma, diminuite in misura non eccedente un terzo”.

L’aggiunta è a volte chiamata “articolo 377 bis”.

Respingendo il ricorso contro un provvedimento di restrizione cautelare intramuraria, la Corte di Cassazione ha su ragato la
ricorrenza della subornazione nella sua perpertrazione attraverso violenza, nonché la con gurabilità del tentativo stesso.

In che consiste la “subornazione2 di un testimone?

Si tratta di sicuro di uno dei delitti più spregevoli che si possano commettere in danno della giustizia.

La parola “subornare” è poco di usa nel pubblico, signi ca dare o promettere a un testimone denaro o qualsiasi altra utilità ai ne di
fargli deporre il falso.

Al testimone l’articolo 377 del codice penale nel testo vigente equipara la “persona informata sui fatti” ascoltata dal Pubblico Ministero
o dall’Avvocato difensore in sede investigativa, mentre risale al testo previgente l’equiparazione al perito o interprete, che non sono
testi, ma si impegnano a fare conoscere al giudice la verità. Privacy - Termini

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La responsabilità penale di chi commette questo reato, o di chi agevola o istiga qualcuno a commetterlo, è molto grave perché,
esclusivamente per il fatto di agire o “consigliare” l’azione, viene posta in pericolo automaticamente la ricerca della verità che avviene
nel processo.

A questi ni non conta che il teste sia sentito dal Giudice, ma è su ciente sia ammesso a deporre, mentre non è necessario che egli
abbia accettato oppure no la “proposta indecente“.

Non conta che l’azione sia avvenuta in tempi anteriori all’ammissione, purché si debba, al di là del ragionevole dubbio, presumere
compiuta proprio in vista della futura assunzione della veste di testimone.

Il reato non sussiste, ad esempio, quando la dazione di denaro o altra utilità sia avvenuta in adempimento di un contratto stipulato
con il testimone in tempi anteriori e non sospetti, cioè prima che avvenisse il fatto sul quale deporre.

Non sussiste la subornazione, quando per il testimone manchi qualsiasi vantaggio economico ed uno scambio sia avvenuto nella
più completa normalità, ad esempio l’interessato (commerciante di scarpe) aveva venduto al testimone, per il prezzo corrente, un
paio di scarpe da costui regolarmente pagate.

L’elemento decisivo è il “vantaggio” economicamente valutabile anche se comparso in relazione a un contratto formalmente
stipulato in forma di prestazioni corrispettive.

Ad esempio, vista la di coltà notoria di trovare lavoro, una improvvisa “assunzione” del testimone presso la ditta dell’interessato è di
sicuro un vantaggio.

Sussiste reato diverso e più grave se il teste (corrotto) dica poi davvero il falso.

La dottrina evidenzia che, perché l’azione costituisca subornazione, è necessario che sia diretta al ne criminoso indicato, cioè fare
deporre il falso.

I tecnici parlano in questo caso di dolo speci co.

La volatilità di questo elemento al ne di escludere l’iscrizione nel registro dei reati della persona “imprudente“, si può dedurre quale
sia.

Una volta provato il fatto oggettivo, viene lasciato dal Pubblico Ministero all’Autorità Giudiziaria nel processo approfondire
l’atteggiamento della volontà per esaminare se l’imputato sia colpevole o innocente.

Colui che si è messo in questa situazione viene di solito rinviato a giudizio.

Chi non vuole “passare un guaio serio“, si deve tenere lontano da questi giochetti pericolosi lasciando in pace i testimoni.

Il dovere di cronaca ci impone di fornire sempre il maggiore materiale possibile nella trattazione degli argomenti.

In relazione a questo abbiamo ritenuto opportuno, conoscendone l’esistenza, includere come esempio di caso concreto una
recente sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione del 2014 che riportiamo di seguito.

Le Sezioni unite con gurano il reato di “intralcio alla giustizia” per l’o erta “corruttiva” al consulente del pubblico ministero.

29 Settembre 2014

Cass., Sez. Un., p.u. 25 settembre 2014, Pres. de Roberto, Rel. Rotundo, Ric. Guidi (informazione provvisoria)

1. Il servizio novità della Corte Suprema di cassazione comunica che, in esito all’udienza pubblica celebrata il 25 settembre 2014, le
Sezioni unite hanno a rontato la seguente questione:

“Se sia con gurabile l’ipotesi di intralcio alla giustizia di cui all’art. 377 cod. pen. nel caso di o erta o di promessa di denaro o di altra
utilità al consulente tecnico del pubblico ministero al ne di in uire sul contenuto della consulenza”. Privacy - Termini

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Secondo l’informazione provvisoria di usa dalla Suprema Corte, al quesito è stata data soluzione a ermativa.

La deliberazione è stata assunta sulle conformi conclusioni del Procuratore generale.

2. In attesa del deposito della motivazione della sentenza, si può n d’ora ricordare che la soluzione del problema di diritto posto
dal caso di specie è stata particolarmente laboriosa.

Si procedeva per una «o erta corruttiva» indirizzata al consulente tecnico designato dal pubblico ministero per lo svolgimento di
una determinata indagine tecnica. Come per altri casi, si era riscontrato un inconveniente connesso al mancato adeguamento del
codice penale alla riforma del codice di rito. Era avvenuto ad esempio per le false dichiarazioni rese al magistrato inquirente: non
essendo più l’audizione delle persone informate sui fatti una “testimonianza”, la quali cazione della condotta era stata controversa,
no a quando non è intervenuta una previsione ad hoc da parte del legislatore. Un fenomeno analogo si è veri cato, appunto, con
riguardo alla “istigazione” alla corruzione”, attuata da chi in ipotesi o ra del denaro al consulente designato a nché agisca in modo
infedele, ed in senso favorevole agli interessi del promittente: non potrebbe parlarsi, infatti, di una “perizia” da falsi care

Questa l’opinione espressa anche dalle Sezioni unite, allorquando hanno sollevato questione di legittimità costituzionale
nell’ambito dello stesso procedimento poi de nito con la decisione qui in commento (ordinanza n. 43384 del 27/06/2013, in questa
Rivista).

In sintesi. La consulenza tecnica disposta dal pubblico ministero non sarebbe assimilabile ad una “perizia”, a ni di applicazione
dell’art. 377 cod. pen.. Dunque, chi o re denaro al consulente per esprimere valutazioni contrarie alla sua scienza e coscienza,
quando e nché non vi sia stata e ettiva falsità, non potrebbe rispondere del reato di intralcio alla giustizia, che invece può essere
contestato a colui il quale faccia proposte corruttive alla persona designata quale perito del giudice (art. 377 in relazione all’art. 373
cod. pen.). Di conseguenza, sempre secondo l’originaria prospettazione delle Sezioni unite, la prima fattispecie sarebbe quali cabile
come istigazione alla corruzione (art. 322 cod. pen.): dal che però discenderebbe – di qui la violazione dell’art. 3 Cost. denunciata
con l’ordinanza sopra citata – il paradosso di pene molto più alte (nel minimo addirittura il doppio) rispetto a quelle previste per la
proposta corruttiva rivolta al perito nominato dal giudice.

La discriminazione era apparsa alla Corte non giusti cata, data la sostanziale analogia di posizione dei destinatari dell’o erta, della
condotta corruttiva e delle sue potenziali conseguenze. Un’analoga irrazionalità avrebbe segnato il trattamento della fattispecie
rispetto all’ipotesi di una proposta corruttiva diretta al consulente tecnico del giudice civile, la quale integra anch’essa il reato di
intralcio alla giustizia, a fronte dell’espressa estensione al predetto soggetto processuale delle norme del codice penale relative ai
periti (art. 64, comma 1, cod. proc. civ.). In ne, vi sarebbe stata una sperequazione interna alla stessa ipotesi dell’o erta ad un
consulente tecnico della parte pubblica nel processo penale, prospettata in base alla distinzione tra condotte tese ad alterare le
prospettazioni di fatto del consulente (quali cabili ex art. 377 in relazione all’art. 371-bis cod. pen.) e quelle mirate ad ottenere false
dichiarazioni a carattere valutativo (da punire appunto a norma dell’art. 322 cod. pen.).

Dunque era stata sollecitata una dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 322 cod. pen. nella parte in cui prevede una
pena superiore a quella dell’art. 377, in relazione all’art. 373 cod. pen., quando l’istigazione alla corruzione riguardi persona
designata consulente tecnico del pubblico ministero.

L’ordinanza è stata variamente commentata, anche con contributi apparsi sulla nostra Rivista (si vedano il lavoro di Giorgia Oss,
Situazioni analoghe, pene di erenti: le Sezioni Unite chiedono l’intervento della Corte Costituzionale. Qualche ri essione sulle
discrasie dell’ordinamento penale e sul principio di ragionevolezza, e quello di Marco Scoletta, La subornazione del consulente
tecnico del Pubblico ministero tra istigazione alla corruzione e intralcio alla giustizia: le Sezioni Unite rimettono la questione al
vaglio della Corte costituzionale).

3. Com’è noto, la questione è stata dichiarata inammissibile, dalla Corte costituzionale, con la sentenza del 10 giugno 2014, n. 163
(per accedere al provvedimento cliccare qui).
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Decisiva è risultata proprio la distinzione tra o erta destinata ad indurre false rappresentazioni di fatto e proposta mirata ad
ottenere false dichiarazioni di scienza ad opera del consulente. La Corte rimettente aveva “ammesso” che nel primo caso potrebbe
applicarsi l’art. 377 in luogo dell’art. 322 cod. pen., trattandosi pur sempre di un “consulente tecnico” sollecitato a commettere il
delitto di cui all’art. 371-bis cod. pen. (non con gurabile invece a fronte di valutazioni fondate su discipline scienti che, non
de nibili vere o false, ma, al più, corrette od erronee). Ebbene, secondo la Consulta, l’o erta compiuta nel caso di specie mirava
anche ad ottenere che fossero prospettate false circostanze di fatto (si trattava di stabilire se un pilota d’aereo avesse ricevuto
un’adeguata formazione). Quindi avrebbe dovuto applicarsi proprio la norma evocata, invece, quale tertium comparationis.

La Corte per altro – così “rivelando” una comprensibile resistenza all’attuazione di un atteggiamento fortemente “creativo” sul
tessuto sanzionatorio pertinente alla materia, di chiara spettanza al legislatore – ha aggiunto che, con l’accoglimento della
questione, le incongruenze si sarebbero addirittura moltiplicate.

In primo luogo, accettata la premessa di una distinzione tra rappresentazione “storica” e rappresentazione “valutativa” del
consulente, nel caso siologico della compresenza di entrambi i pro li (un esperto accerta sempre i dati di fatto da valutare, ed un
mero testimone non è designato consulente) dovrebbe concludersi per il concorso di reati (cioè l’intralcio alla giustizia per la
componente “testimoniale” e l’istigazione alla corruzione per la componente “peritale”). E la maggiore severità del trattamento,
rispetto alla sanzione applicabile per il perito, sarebbe addirittura moltiplicata.

D’altra parte, quand’anche si fosse accettata la tesi della irrazionalità di una punizione più severa dell’istigatore rivoltosi al
consulente, rispetto a quello che tenti di corrompere un perito, ancora sarebbe rimasta da dimostrare la “necessità costituzionale”
di un trattamento paritario: la 2falsa testimonianza” resa al pubblico ministero, ad esempio, è punita meno gravemente di quella
compiuta innanzi al giudice, e non con identica sanzione.

La decisione della Consulta è stata variamente commentata, anche sulla nostra Rivista (si vedano il contributo di Alessandro Maria
Piotto, Il consulente tecnico del pubblico ministero tra intralcio alla giustizia ed istigazione alla corruzione. La corte costituzionale
”decide di non decidere” e di Luisa Romano, Condotta allettatrice del consulente tecnico del p.m.: la Corte costituzionale dichiara
inammissibile la questione sollevata dalle Sezioni Unite

4. Le Sezioni unite hanno preso atto dell’interlocuzione intervenuta, e de nito il giudizio a quo nel senso indicato in apertura. La
ravvisata con gurabilità del resto di intralcio alla giustizia è valsa, con ogni evidenza, a superare i dubbi circa l’illegittimità del più
duro trattamento sanzionatorio che si sarebbe connesso all’applicazione dell’art. 322 cod. pen.

Resta da vedere quale sia stato il percorso argomentativo della Corte di legittimità.

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Giornalista iscritta all’albo dell’Ordine di Cagliari e Direttore responsabile di una redazione radiofonica
web. Interprete, grafologa e criminologa. In passato insegnante di diritto e lingue straniere,
alternativamente. Data la grande passione per il diritto, collabora dal 2012 con la Rivista giuridica on
line Diritto.it, per la quale è altresì Coautrice della sezione delle Schede di Diritto e Referente delle
sezioni attinenti al diritto commerciale e fallimentare, civile e di famiglia.

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