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Is 42,1-9: l’annuncio del Servo

Alleanza del popolo e luce delle nazioni

Posto all’esordio del «Libro della Consolazione» (Is 40–55), il primo dei
Canti del Servo di Yhwh suscita nel libro del profeta Isaia un salto singolare di
prospettiva, si potrebbe dire una «nuova» rivelazione, conferendo all’opera
isaiana profondità maggiori quanto alla visione della storia e del rapporto del
popolo con Dio. La difficile delimitazione del testo e dei suoi rapporti con il
contesto prossimo, è uno degli aspetti problematici che l’esegesi ha da sempre
cercato di risolvere. Il dibattito in realtà, investe la composizione e la posizione
di tutti i quattro Canti del Servo nella struttura totale del libro. B. Duhm per
primo ha formulato l’ipotesi della loro incompatibilità con il contesto,
appoggiato da altri studiosi1. Si tratterebbe perciò di uno strato particolare di
composizione, aggiunto solo successivamente.
I pareri degli esegeti differiscono anche sull’effettiva lunghezza di questo
primo Canto: molti preferiscono far terminare il passo al v. 4 (come il TM),
riconoscendo nei versetti successivi 5-9 un’unità differente. Altri considerano i
versetti 8-9 come unità indipendente2.
L’analisi retorica biblica può fornire gli strumenti necessari allo studio della
composizione e redazione di testi biblici la cui tessitura è problematica, come in
questo caso, purché si avanzi in maniera rigorosa, rispettando tutti i passaggi, dal
particolare all’insieme. Lo studio che segue vuole comprendersi perciò come una
«proposta di lancio»: una risposta più esauriente al rapporto formale e genetico
tra il Canto e il suo contesto, al ruolo dei Canti e complessivamente al Libro del
Secondo Isaia va cercata, ma richiede sforzi maggiori. Si avrà certezza
scientifica dei risultati, e si potrà comprendere maggiormente struttura e ruolo di
questi passi, solo nel momento in cui l’intera opera deuteroisaiana verrà
studiata3. Quando la «com-posizione» del Canto sarà affiancata e avvalorata
1
B. DHUM, Das Buch Jesaia, HK III/1, Göttingen 1892. Dei continuatori solo alcuni nomi: H.
Cazelles, L. McKenzie, A. Feuillet, C. Westermann, P. Grelot, e E. Beaucamp.
2
C. WESTERMANN, Isaia. Capitoli 40-66, Brescia 1978, 117-128; J. D. WATTS, Is 34–66, WBC
25, Waco 1987, 110-115; B.S. CHILDS, Isaia, Brescia 2005, 343.351-355; J. BLENKINSOPP, Is 40–
55, AB 19A, New York 2002, 208-209. Tutti costoro condividono in maniera circa unanime, la
certezza che i versetti 5-9 non siano stati composti insieme a 1-4. Più vicina alla struttura
individuata dall’analisi retorica è l’opinione di P. GRELOT, Les Poèmes du Serviteur. De la lecture
critique à l’herméneutique, LeDiv 103, Paris 1981, 30-39, il quale, pur definendo il passo come un
insieme giustapposto di due testi distinti (1-4; 5-9), riconosce 42,1-9 come un’unica serie,
modellata sul passaggio del discorso dalla terza alla seconda persona.
3
Per ora si dovrà procedere con parzialità nell’analisi di punti importanti come la
delimitazione del passo (una guadagno pertinente sarebbe dimostrare l’unità compositiva del
Canto con i capitoli 40–41), o il confronto tentato con gli altri Canti (che potrà poggiarsi solo su
«deboli indizi retorici», come le ricorrenze lessicali e tematiche).
2 Francesco GRAZIANO

dalla «com-posizione» di tutto il contesto, e quando potrà apparire l’architettura


complessiva del Libro, nei livelli più alti delle sequenze e delle sezioni, allora si
potrà essere convinti e si sarà in grado di pensare alla figura del Servo in
maniera incisiva, anche e soprattutto per un contributo teologico4.
Non ci sono eccessive preoccupazioni nel riconoscere in 42,10 l’inizio di un
passo indipendente: l’invito alla lode (šîrû layhwh) permette di individuare un
nuovo genere di composizione, un canto di lode, che si estende almeno fino al v.
12 (il TM vi annette il v. 13), e che si qualifica come effetto diretto
dell’annuncio fatto in 42,1-9 (la motivazione della lode è il piano di salvezza
che il Servo realizza)5. Più difficile sarà esprimere un giudizio sulla relazione tra
il rîb di Yhwh con gli idoli, che sembra cominciare in 41,21 (ma che
evidentemente è già preparato nei capitoli iniziali del Libro), e quello che
dovrebbe costituire l’inizio del Primo Canto (42,1). È probabile che il passo sul
Servo sia parte integrante del rîb6: con l’annuncio profetico della sua comparsa
Yhwh dimostrerebbe di avere Lui solo la signoria sulla storia, guidando alla
giusta comprensione delle «cose di prima» e preannunciando «quelle che
succederanno» (41,22). I versetti 8-9 del Canto potrebbero così costituire la
chiusura del rîb, riaffermando la vittoria contro l’idolatria (una volta compiuta la
missione del Servo), e l’onniscienza divina.
L’elemento formale che permette di riconoscere la distinzione tra i due passi è
il contrasto bipolare della particella avverbiale hēn, utilizzata prima per
sottolineare ironicamente l’inconsistenza degli idoli in 41,24.29 e poi la
grandezza di Yhwh che presenta il Servo nel suo piano di salvezza7. A questo va

4
Personalmente ritengo l’intelligenza della figura del Servo e della letteratura deuteroisaiana,
una questione di grande rilievo nel panorama della letteratura biblica, specialmente
nell’autocomprensione cristiana (di Cristo e della Chiesa neotestamentaria prima di tutto, che di
questa parte della Scrittura hanno fatto ampio uso) e nel dialogo con la fede di Israele.
5
Inoltre, la ripetizione di alcuni termini utilizzati (h$ādāš, tehillātô, hā’āres$, ’iyyîm) mette
retoricamente in rapporto il v. 10 con alcuni del Canto.
6
La contesa verte sulla capacità di «annunciare a noi le cose che succederanno», e «quali
furono le cose di prima, sicché noi le mettiamo nel cuore» (41,22; il coinvolgimento nella prima
persona costituirebbe un altro punto da chiarire). Numerosi altri termini in 41,22-23 («le cose che
vengono», «le cose che avverranno per l’avvenire»), in 41,26 (l’interrogativa «chi ha annunciato
dal principio, da prima?») e infine in 41,28 («e guardai, ma non c’era nessuno, e tra loro non c’era
chi consiglia, e interrogai loro, ma non tornò indietro parola») sviluppano drammaticamente il rîb,
preparando l’annuncio del Servo come risposta finale di Yhwh tanto alla contesa vera e propria (si
noti il contrasto tra 41,29 e 42,1 che viene portato al suo epilogo in 42,8-9), quanto di fatto alla
condizione di Israele e delle nazioni così come le dipinge in apertura il libro stesso. Resta da
chiarire l’identità del personaggio «suscitato» da Yhwh al v. 25, una figura liberatrice ma il cui
carattere bellico non sembra identificarsi con quello del Servo (rilanciando il problema storico
dell’operato di Ciro e interpretativo della sua identificazione col Servo). Anche al v. 27 si tratta di
un «annunciatore per Sion e per Gerusalemme» (è il profeta? Il profeta della letteratura
deuteroisaiana potrebbe identificarsi col Servo? Anche per tali domande questo studio può solo
rilanciare delle ipotesi che qui non è possibile approfondire).
7
In 41,21-29 la particella è pure utilizzata al v.27, con sfumatura positiva, mentre all’interno
del Canto è nuovamente ripresa al v. 9, nella sua forma familiare hinnēh, per rilevare l’assoluta
Is 42,1-9: l’annuncio del Servo 3

aggiunta la relazione polisemica di alcuni termini, il più evidente dei quali è


ruah$8. Lo «spirito» infuso sul Servo al v. 1 (poi al v. 5), è lo Spirito di Yhwh,
che fa di lui una figura di profondità, in contrasto con il senso di nullità di cui
sono rivestiti «i simulacri» degli idoli (niskêhem), in 41,29 (qui con il significato
di «vento», soffio senza vita).
Lo studio retorico del passo verificherà sostanzialmente l’unità della sua
composizione.

1. IL TESTO

Il portamento ritmico del v. 1, oltre che motivazioni d’indole testuale,


permettono di considerare superflua la lettura della LXX, che fa seguire a ‘abdî
e a beh$îrî l’identificazione di «Giacobbe» e «Israele», testimoniando tuttavia
una certa interpretazione dell’identità del Servo. È noto l’uso nella lingua
ebraica del sostantivo napšî (se arricchito dal suffisso) per identificare il
pronome personale, in questo caso di prima persona, riferito a Dio9. Più ardua è
la valutazione del verbo yās$ā’, qui nel valore causativo. Il significato letterale è
quello di «far uscire», che bisognerà preferire nello studio della composizione,
ma di cui sarà necessario mostrare il ventaglio semantico: dal significato fisico,
legato al mondo botanico, di «produrre», «far germogliare», è possibile
considerare lo spostamento simbolico verso il senso di «far apparire», «portare
alla luce», «far brillare», legato perciò alla semantica della rivelazione. Questo
valore è da riconoscere almeno nei versetti 1 e 3, perché appoggiato dal
contesto: il Servo è abilitato dallo Spirito di Yhwh a far splendere e stabilire «il
diritto» di Dio, ovvero a farsi portatore definitivo della sua volontà e della sua
salvezza10. In tutta la Scrittura, il significato di mišpat, è sempre da ascrivere
all’ambito dell’alleanza, indicando l’ordine stabilito da Dio nella relazione
particolare col suo popolo (Es 24,3), le sue decisioni, che discendono nel campo

novità dell’azione divina annunciata (riferendosi a «le cose di prima» per opporle a «le cose
nuove»).
8
A proposito degli elementi retorici che permettono la delimitazione del passo: G. R. SMILLIE,
«Isaiah 42:1-4 in Its Rhetorical Context», BSac 162/645 (2005), 50-65.
9
Non è sempre chiara la possibilità di riconoscere in questo sostantivo il pronome personale o
piuttosto il sostantivo proprio «anima»: qui, fortificata dal verbo rās$āh, «compiacersi», «essere
favorevole», la traduzione potrebbe orientarsi verso «l’anima di Yhwh», il suo lato emozionale e
desiderativo. La Scrittura considera questa immagine antropomorfa di Dio sempre in maniera
simbolica, soprattutto per descrivere ora l’avversione al male, ora il suo piano di condiscendenza
(esempi: Lv 26,11.30; Gdc 10,16; 1Sam 2,35; Gb 23,13; Sal 11,5; Pr 6,16; Is 1,14; Ger 6,8; Ez
23,18).
10
A questo proposito si potrebbe almeno menzionare la variante proposta da 1QIsa ûmišpāt,ô,
con il pronome suffisso di terza maschile singolare, lettura difficile del più comune biblico mišpat,
mantenuto nel TM. Secondo questa variante, il «giudizio» sarebbe da ascrivere alla persona stessa
del Servo. Is 49,4 vede il Servo parlare del «proprio giudizio» (mišpat,î) che è «con Yhwh» (’et-
yhwh), rilevando un’intimità di decisione e d’intenti che pare essere una caratteristica peculiare del
rapporto di questa figura con Dio.
4 Francesco GRAZIANO

della giustizia («gli ordini, i precetti e i giudizi», cf. Dt 6,1-3), in altre parole la
legislazione «rivelata». La sua osservanza potrà sostenere e permettere
l’alleanza, mentre l’ingiustizia e la violenza la danneggeranno. Perciò, il mišpat,
ha in sé una duplice semantica difficile da comprendere nella mentalità
occidentale: indicando la prassi del diritto, esso non può prescindere dal suo
valore originante che è l’azione salvifica di Yhwh (la sua giustizia), assumendo
il significato di grazia e salvezza, ponendosi in sinonimia con il più celebre
sostantivo tôrâ11.
All’inizio del v. 4 la LXX legge analampsei kai ou thrausthēsetai, appoggiato
dal Targum, preferendo perciò alla lettura del TM il nifal del verbo rās$as$,
ovvero yērôs$, «non sarà piegato». Sempre in questo versetto è necessario
considerare il rapporto tra i sostantivi bā’āres$, «sulla terra», e ’iyyîm, «le
isole», e i loro rispettivi sensi. Il termine ’āres$ nella Scrittura riveste molte
accezioni: in maniera enfatica si può indicare con esso il fatto che un
determinato territorio sia posseduto da una nazione o da un popolo (Gen 47,13;
Is 37,18), o in modo encomiastico può intendere «la terra promessa», la «terra di
Giuda», quando è preceduto dall’articolo determinativo (come in questo caso).
Invece, per la visione geografica dell’Antico Testamento le coste e «le isole» sul
Mediterraneo (’iyyîm) rappresentavano gli estremi del mondo conosciuto, perciò
«le estremità della terra».
È difficile ipotizzare come il TM abbia potuto leggere i verbi del v. 6: Winton
Thomas propone di emendare con il passato la costruzione al futuro con
semplice waw coordinativo, ma le varianti del testo greco e del siriaco scelgono
quest’ultima lettura. Essa sarebbe notevolmente appoggiata anche dalla coerenza
interna del passo, trattandosi di un annuncio posto nel futuro12, le «cose nuove»
che Yhwh sta annunciando (v. 9). Importante è anche la polisemia del verbo
we’es$s$orkā che potrebbe derivare da due radicali differenti: ns$r, con il
significato di «guardare», «vegliare», «proteggere», o la radicale ys$r,
«formare», utilizzata in Gen 2,7 per descrivere la creazione di Adamo. Solo la
Vulgata supporta la prima lettura (et servavi te), mentre la LXX, il testo siriaco e
il Targum riflettono una tradizione che si riallaccia piuttosto al secondo
significato.
Al v. 8 il sostantivo pāsîl (lappesîlîm) indicherebbe letteralmente un’imma-
gine scolpita o intagliata nella pietra, riferendosi perciò agli «idoli»: all’imma-
gine poetica della freddezza e della pesantezza del materiale intagliato si oppone
quindi la «gloria» di Yhwh (ûkebôdî, il cui senso letterale più antico è proprio
quello di «peso»).

11
La radice ebraica yrh, da cui viene il sostantivo, significa «mostrare, indicare la via», quindi
«insegnare». Perciò nella comprensione di Israele questo celebre termine (con cui vengono indicati
pure i primi costitutivi cinque libri del canone ebraico) non indica solo l’elenco pratico dei precetti
da osservare, ma prima di tutto il racconto degli eventi di salvezza con cui Dio si è fatto conoscere
a Israele (cf. DV 2).
12
Solo la Vulgata trattiene la costruzione al passato.
Is 42,1-9: l’annuncio del Servo 5

2. LA COMPOSIZIONE DEL CANTO

Scandito dall’alternarsi della forma diretta e narrativa, il testo presenta un


primo annuncio (o presentazione: «Ecco il mio servo», v. 1) realizzato da Dio
che parla a una terza persona, che potrà identificare una prima parte del passo (1-
4). A esso corrisponde un nuovo annuncio di Dio in due tempi: il primo, più
corposo, nel discorso diretto a una seconda persona, il Servo (6-8); il secondo, in
chiusura, ritorna all’esterno, indirizzandosi a una seconda persona plurale
(«voi», v. 9), sigillando l’annuncio. Proprio al centro, a dividere i due versanti
ponendoli in progressione, è possibile distinguere la parte narrativa introdotta
dalla celebre formula oracolare (v. 5).

2.1 LA PRIMA PARTE (1-4)

+ 1 Ecco il mio servo sostengo lui,


+ il mio eletto (di cui) si compiace la mia anima;
+ ho dato il mio spirito su di lui:
.. IL DIRITTO per le nazioni farà uscire.
2
– Non griderà e non alzerà
– e non farà ascoltare all’aperto la sua voce;
: 3 una canna piegata non schiaccerà,
: e uno stoppino affievolito non estinguerà:
.. in fedeltà farà uscire IL DIRITTO.
----------------------------------------------------------------------------------------
– 4 Non affievolirà e non sarà piegato
.. finché stabilirà sulla terra IL DIRITTO,
.. E IL SUO INSEGNAMENTO le isole attenderanno.

Nella prima sottoparte il suffisso di prima persona («mio») scandisce i primi


tre membri. Il verbo «sostengo» (1a) al presente attuale, e lo stativo «si
compiace» (1b), disegnano la predilezione passionale di Yhwh per questo
«eletto», che trasale nell’effusione dello «Spirito» («ho dato», in 1c). Frutto di
questo dono sarà la rivelazione del «diritto» (quello di Yhwh!) alle «nazioni»
(1d): la costruzione chiastica, con i verbi posti come termini estremi, permette il
riconoscimento del bimembro 1cd.
La seconda sottoparte comprende due brani, uniti dall’avverbio negativo. In
2ab il Servo non utilizzerà la forza della «voce» per innalzarsi, il che avrebbe
come conseguenza l’abbassamento altrui (3ab), schiacciando chi non ha i mezzi
per rivendicare il proprio diritto («una canna piegata»), o chi non ha la forza
sufficiente per rialzarsi dal proprio stato di sventura («uno stoppino
affievolito»): l’azione investe perciò coloro che riceveranno dal Servo «il
diritto». Nel secondo brano invece, egli stesso ne è il referente (4a): non
6 Francesco GRAZIANO

conoscerà il cedimento («non affievolirà»)13, o il freno di una forza esterna


(«non sarà piegato»). Qui, i verbi provengono dalle stesse radici dei participi
«piegata» (3a) e «affievolito» (3b), nel trimembro del brano precedente.
Sottoparte di apertura e seconda sottoparte sono distinguibili a causa della
flessione verbale: nella prima sottoparte infatti i primi tre verbi hanno come
soggetto non il Servo, ma Yhwh (anche se il secondo, di terza persona femminile
singolare, sarebbe riferito al sostantivo napšî).
Alla fine della prima sottoparte (1d), come alla fine dei due brani successivi
(3c e 4bc), è proclamato il tema del mišpat,, la rivelazione operata dal Servo. In
1d il dono dello Spirito sboccia nell’azione del Servo verso le nazioni; a questo
membro corrisponde 3c, con ordine invertito di oggetto («il diritto») e verbo
(«farà uscire»). A entrambi corrisponde alla fine 4bc, di struttura chiastica.
Attraverso il merismo («la terra» e «le isole», termini centrali) si comprende che
«il diritto» che il Servo dovrà portare è in realtà «il suo insegnamento». I termini
medi creano perciò una reciproca identità: alla prima tôrâ rivelata corrisponde
ora quella del Servo, e nella sua azione mite, sarà possibile contemplare quella
salvifica di Dio. Questo insegnamento, una volta «stabilito» nella «terra»
promessa, quella del popolo eletto, avrà come vera destinazione «le estremità
della terra». I due sostantivi, «le nazioni» in 1d, e «le isole» in 4d, possono
essere termini finali che si corrispondono.

2.2 LA PARTE CENTRALE (5)

La parte centrale è formata da tre segmenti. Il primo è costituito dalla biblica


formula oracolare («così dice il Dio Yhwh», 5a), che presenta una struttura
insolita per quel che riguarda la titolatura divina: solo qui e nel Sal 85,9 è
possibile trovare il sostantivo «Dio» al singolare, preceduto dall’articolo
determinativo, e seguito dal tetragramma sacro. I tre participi dei due segmenti
successivi, termini iniziali di ogni membro (nel secondo bimembro è
economizzato il participio «che da», 5e), qualificano Yhwh: essi lo contemplano
nella sua azione creatrice.

– 5 Così dice il Dio Yhwh

* che crea i cieli e che spiega loro,


* che stende la terra e i germogli suoi;

= che da respiro AL POPOLO su di lei,


=e spirito AI CAMMINANTI su lei:

13
Il senso per ora oscuro dell’espressione, verrà illuminato nello studio della composizione del
passo e particolarmente nella rubrica del Contesto Biblico.
Is 42,1-9: l’annuncio del Servo 7

Nel primo bimembro (5bc), i termini centrali (il merismo «i cieli» «la terra»),
insieme ai participi, permettono di cogliere l’ampio abbraccio: Yhwh è colui che
ha creato ogni realtà, e che continua fattivamente a guidarla e a farla crescere. Ai
due participi, infatti, si aggiunge «che spiega», termine finale di 5b, riferito ai
«cieli», in opposizione a «che stende» (5c), di senso più concreto, riferito invece
a «la terra», entrambi di senso antropomorfico. Il termine finale di 5c, «i
germogli suoi» (wes$’ĕs$ā’èhā), è un’espressione ricercata, perché poco
utilizzata nella Scrittura (solo qui e nel libro di Giobbe), che potrebbe giocare
sulla radicale ys$’, ricordando perciò il produrre della terra, opposto al gesto
trascendente della creazione (participio iniziale in 5b).
Nel secondo bimembro l’attenzione si restringe sulla sola «terra» (ripresa nei
termini finali «su di lei», in 5d, e «su lei», in 5e). Al termine «respiro» (5d),
corrisponde il sinonimo «spirito» (5e), ma referente del dono vitale di Dio è il
«popolo» (‘ām), cui corrisponde il participio «i camminanti» (5e). Questi ultimi
termini potrebbero contenere una connotazione ambivalente: alludere a Israele
pellegrino nel deserto, o far pensare all’umanità in generale14.

2.3 LA TERZA PARTE (6-9)

La terza parte è formata da due sottoparti, la prima costituita di due brani. Il


primo brano è scandito da tre trimembri in costruzione concentrica, il secondo da
due bimembri. Nel primo brano, il trimembro iniziale è dischiuso dalla formula
di rivelazione («Io sono Yhwh», in 6a), cui segue la vocazione del Servo: Dio lo
«ha chiamato» (6b), e gli promette la sua intima comunione (6c), ricalcando la
vocazione stessa di Israele15.
Ai verbi termini iniziali in 6b e 6c (con oggetto il Servo), corrispondono quelli
del primo membro del segmento centrale (6d), dove la presenza verbale è
duplicata («ti formerò» e «ti darò», entrambi al futuro). Nell’ultimo segmento la
ripetizione della preposizione finale posta all’inizio di ogni membro,
economizzata in 7c, richiama quella dei termini iniziali dei membri 6e e 6f del
segmento centrale.

14
È attestato pure l’uso del sostantivo ‘ām nella Scrittura, per indicare non solo il popolo
particolare di Yhwh, ma quello umano in generale, «l’umanità» (Gen 11,6 ‘ām ’eh$ād), o visto
come insieme di genti (Gen 27,29; Es 19,5), o ancora un certo gruppo sociale (per esempio il
popolo dell’Egitto, in Gen 41,40).
15
C. WESTERMANN, 125-126. A ragion veduta l’autore spiega come i verbi «chiamare» e
«afferrare» (qui «stringere»), siano utilizzati in 41,9 per riferirsi alla chiamata di Yhwh per Israele
all’inizio della sua opera storica a favore del popolo (l’Esodo). Tuttavia questa semplice ricorrenza
lo spingerà subito dopo a identificare la figura del Servo dei versetti 6-9 con il popolo d’Israele,
distaccandolo perciò dai versetti 1-4. Grelot vede al contrario un’investitura regale in 6c, cui poi
seguirebbe una chiamata profetica, in 6d, mediante il verbo «ti formerò», alludendo non solo a
Gen 2,7 ma anche a Ger 1,5 (P. GRELOT, 36-37).
8 Francesco GRAZIANO

• 6 Io (sono) Yhwh,
• ti ho chiamato per GIUSTIZIA,
• e (ti) stringerò per LA TUA MANO,

:: e ti formerò e TI DARÒ
:: per alleanza del popolo
:: per luce delle nazioni:

: 7 per aprire gli occhi dei ciechi,


: per far uscire dal carcere prigionieri,
: dalla casa di reclusione gli abitanti delle tenebre.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------
• 8 Io (sono) Yhwh,
• questo (è) il mio Nome,

* e la mia gloria a un altro NON DARÒ,


* e la mia lode agli idoli.
– 9 Le cose di prima ecco vennero,
– e le cose nuove Io annuncio;

= prima che germoglino,


= faccio ascoltare a voi.

Il Servo sarà oggetto dell’azione fedele di Yhwh, della sua tenerezza paterna,
ma la sua vocazione andrà ben oltre quella di Israele. Riprendendo i toni di una
vera e propria creazione («ti formerò»), egli è destinato a essere donato («ti
darò»). La sua stessa persona è vista come «alleanza» per il popolo eletto e
«luce» per le nazioni. Il significato di questa missione è ulteriormente mostrato
proprio nell’opposizione tra il termine «luce» (6f) e «tenebre» (7c), cui va messo
in relazione anche il termine «occhi» (7a), e i complementi oggetto successivi
(termini finali in 7bc). Tutti i destinatari dell’azione del Servo hanno in comune
il loro essere gettati nell’oscurità, che è allo stesso tempo insipienza, incapacità
e oppressione16.
Il secondo brano è costituito da due bimembri: qui cambia lo scenario, non
essendo più il Servo il solo davanti a Yhwh, ma «un altro» (8c), identificato nel
membro successivo con «gli idoli» (8d). Il verbo alla forma negativa «non darò»
appare al centro del bimembro, indicando l’intercambiabilità tra i termini del
segmento. La rivelazione fatta al e dal Servo sarà risolutiva, perché permetterà a
Yhwh di mostrarsi nella sua unicità, di dimostrare definitivamente il suo «peso»
(«la mia gloria», 8c) rispetto a «ogni altro» dio, e di divenire definitivamente il
destinatario della relazione umana («la mia lode», 8d). È possibile collegare i
due brani soprattutto per la ricorrenza della formula di rivelazione che apre

16
Le tenebre impediscono di «vedere», dunque denotano mancanza di conoscenza (7a), ma
sono perciò anche schiavitù e incapacità di movimento, negazione della libertà (7bc).
Is 42,1-9: l’annuncio del Servo 9

entrambi: in 8ab essa è però completata dalla menzione del Nome. Inoltre il
verbo «dare» (nella sua polarità positiva e negativa), oppone nuovamente il
Servo (e Yhwh) agli idoli (8c).
Nella sottoparte, «le cose di prima» (9a) sono poste in opposizione a «le cose
nuove» (9b). Qui, il legame tra le due sottoparti è garantito soprattutto dall’«Io»
di Yhwh: due volte in 6a e 8ab, nelle formule di rivelazione, mentre nella
seconda sottoparte esso appare soggetto dei due verbi «annunciare» e «far
ascoltare» (9b e 9d).

2.4 LA COMPOSIZIONE DELL’INSIEME

La struttura riconosciuta dell’intero passo è concentrica: due parti estreme (2-


4 e 6-8) formate da due sottoparti, e al centro una parte narrativa che permette la
progressione dell’annuncio da un versante all’altro (5).
La particella «ecco» di presentazione, appare termine iniziale della prima
sottoparte (1a), mentre è posposta a «le cose di prima» nella sottoparte finale
(9a), in modo da mettere in opposizione il Servo con quanto è già «venuto».
Questo termine mette in relazione le cornici del passo, le due sottoparti estreme.
Esse possono legarsi anche per i destinatari e l’oggetto: il «voi» di 9d sembra
essere il referente anche della prima sottoparte17, mentre l’oggetto della
rivelazione, «il mio servo» (1a), potrebbe corrispondere a «le cose nuove» (9b).
Altri termini legano invece ciascuna delle parti a quella centrale. Nella prima
parte «spirito» è determinato dal pronome suffisso (1c) per indicare lo Spirito di
Yhwh di cui il Servo è investito. Il termine è ripetuto nella parte centrale (5e),
ma vuole riferirsi al principio di creazione e ri-vivificazione, il cui complemento
indiretto sono ora i «camminanti» sulla terra. Proprio «la terra» è un altro
termine gancio che si riferisce in 4c alla terra di Giuda, mentre in 5c pare essere
la terra che Yhwh «ha steso».
La terza parte si riaggancia a quella centrale soprattutto per la presenza del
Nome divino (6a, 8a e in 5a ampliato), posto sempre come termine finale del
membro. A esso va aggiunto l’«Io» di Yhwh (nelle formule e successivamente in
9b), cui si potrà sommare nell’insieme il sostantivo napšî (1b).
A livello dell’intero passo è possibile cogliere delle ripetizioni e delle
opposizioni che forniranno una preziosa chiave interpretativa. Il verbo «dare»
caratterizza ogni nodo principale: Yhwh «da» il suo Spirito al Servo (1c) come
«da spirito ai camminanti» sulla terra (5de); «darà» persino il suo Servo (6d), e
questo dono salvifico produrrà la fede in Lui, in modo da «non dare» (l’unica
occorrenza al negativo) altra possibilità di fraintendimenti (8cd).

17
Molto probabilmente il «voi» dovrà essere riagganciato al rîb del passo precedente
accennato nell’introduzione (41,22.23). Il «noi» costituitosi contro gli «dei», è qui sdoppiato,
Yhwh (42,1.6-9) e il «voi» a cui ha indirizzato l’annuncio conclusivo del Canto, chiudendo la
contesa (i versetti 8-9 sono chiaramente agganciabili a 41,21-29, come già espresso).
10 Francesco GRAZIANO

+ 1 ECCO IL MIO SERVO sostengo lui,


+ il mio eletto (di cui) si compiace la mia anima;
+ HO DATO il mio spirito su di lui:
.. IL DIRITTO PER LE NAZIONI farà uscire.
– 2 Non griderà e non alzerà
– e non farà ascoltare all’aperto la sua voce;
: 3 una canna piegata non schiaccerà,
: e uno stoppino affievolito non estinguerà:
.. IN fedeltà farà uscire IL DIRITTO.
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
– 4 Non affievolirà e non sarà piegato
.. finché stabilirà SULLA TERRA IL DIRITTO,
.. E IL SUO INSEGNAMENTO LE ISOLE attenderanno.

– 5 Così dice il Dio Yhwh

* che crea i cieli e che spiega loro,


* che stende LA TERRA e i germogli suoi;

= CHE DA respiro AL POPOLO su di lei,


=e spirito CAMMINANTI
AI su lei:

• 6 Io sono Yhwh,
• ti ho chiamato per giustizia,
• e (ti) stringerò per la tua mano,

:: e ti formerò e TI DARÒ
:: PER ALLEANZA DEL POPOLO
:: PER LUCE DELLE NAZIONI:

: 7 PER aprire gli occhi dei ciechi,


: PER far uscire dal carcere prigionieri,
: dalla casa di reclusione gli abitanti delle tenebre.
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
• 8 Io sono Yhwh,
• questo è il mio Nome,

* e la mia gloria A un altro NON DARÒ,


* e la mia lode AGLI idoli.
– 9 Le cose di prima ECCO vennero,
– E LE COSE NUOVE Io annuncio;

= prima che germoglino


= faccio ascoltare a voi.

Altra ricorrenza è l’hifil «far uscire»: in 1d e 3c indica l’azione rivelatrice del


Servo («farà brillare il diritto»), mentre in 7b, all’infinito costrutto, la
destinazione salvifica di tale atto18.

18
Si potrà tener presenta anche la ripetizione della preposizione ebraica le, che costella tutto il
passo (in 3c tradotta con «in fedeltà»), musicando il tono di assoluta referenzialità e generosità del
progetto divino. Infine, la presenza della particella negativa «non» (lō’), ripresa nella prima parte
per disegnare l’azione del Servo, appare invece nella terza soltanto una volta con riferimento
l’azione di Dio («non darò», 8c). Non è presente però nella parte centrale. Questa potrebbe
Is 42,1-9: l’annuncio del Servo 11

Una caratteristica da ritenere come fondamentale per l’interpretazione sarà


tuttavia l’opposizione semantica riconoscibile tra «le nazioni» (in 1d e 6f) e «il
popolo» di Israele (in 5d e 6e). Questa relazione è contemplata nel passo anche
attraverso altri termini sinonimi: «le isole» (4c) per indicare le nazioni, cui
corrisponde «sulla terra» (di Giuda, in 4b). Nella parte centrale si è evidenziata
poi la polisemia dei termini «al popolo» (5d) e «ai camminanti» (5e),
preannunciata dal più generale «la terra» (5c): essi possono fare riferimento
tanto all’umanità, quanto in modo particolare all’esperienza di Israele.
Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se sia possibile collegare questi
aspetti formali per mostrare un unico filo rosso che organizzi l’intero passo.
Concedendo un profondo ascolto al testo, la rivelazione fatta al Servo, vista
nell’insieme, potrebbe avere il sapore di quella sinaitica (Es 3): Yhwh si presenta
a lui con le stesse parole dette a Mosè nella teofania del roveto (6a e 8ab).
In particolare, si deve sottolineare l’originalità del passaggio del discorso
diretto dalla terza alla seconda persona, indirizzandosi personalmente al Servo
(6-8): attraverso questo procedimento stilistico sarà possibile far percepire agli
ascoltatori la profonda confidenza tra i due protagonisti. Anche da un punto di
vista formale, questo spostamento del discorso pare tutt’altro che arbitrario:
l’autore può inserire così un effetto retorico di composizione, che gli permetterà
effettivamente di accostare la figura del Servo a quella di Mosè. Nella prima
parte il verbo «farà uscire», e i termini chiave «il diritto» e «il suo
insegnamento», lo vogliono intendere ancora allusivamente, ma un buon
masticatore della Torah non potrebbe non accostare la profezia del successo del
Servo al v.4, col verdetto finale del Deuteronomio sul successo del ministero
profetico di Mosé, capostipite e modello di ogni autentica figura della profezia di
Israele (Dt 34,5-7 e 18,15-19). Proprio nel capitolo conclusivo della Torah (Dt
34), al v. 7, appare la medesima espressione ebraica stereotipata «non si affievolì
l’occhio di lui», con l’uso dello stesso verbo khh, per sottolineare il pieno
compimento, senza cedimenti e cadute, della missione affidatagli da Yhwh19.
Questo motivo conduttore è approfondito e rilanciato ulteriormente a
conclusione del libro: il popolo vive ancora nell’attesa che Dio susciti «un
profeta come Mosè» (34,10-11), capace di svolgere quel ruolo di immediatezza
nella rivelazione, nel dialogo di liberazione e di conoscenza tra Yhwh e il suo
popolo.
Questa arguzia retorica è saldata infine nella parte centrale narrativa, per
mezzo della formula oracolare (5a), con l’inusuale uso dell’articolo
determinativo («il Dio Yhwh»), sviluppato in seguito dai participi. Nel Servo,
creazione e rivelazione mosaica, sono i piani di prospettiva coincidenti che
permettono all’autore di annunciarne e chiarirne la figura e l’operato. Egli può

mostrare bene la correlazione biblica tra la violenza e il male morale, da un lato, e le pratiche
idolatriche dall’altro.
19
J-P SONNET, The Book within the book: writing in Deuteronomy, Leiden - New York - Köln
1997, 192-194. Così anche per il Servo, al futuro, Yhwh annuncia il pieno successo e il
compimento della sua vocazione profetica.
12 Francesco GRAZIANO

risolvere l’opposizione tra Israele e le nazioni, essendo suscitato per salvarli e


per rivelare a entrambi il vero Volto di Dio.
Nella sottoparte finale «le cose di prima» cedono il passo alle «cose nuove»
(9ab): i piani si sdoppiano, mostrando l’eccedenza del nuovo annuncio. Le prime
fasi della «rivelazione», la Creazione e il Sinai, dovranno lasciare spazio alla
«nuova» rivelazione operata dal Servo: portando i segni delle figure antiche, egli
è abilitato a far erompere il novum della liberalità divina, giacché con il suo
apparire inizierà una «nuova» storia di liberazione e di conoscenza del Signore20.

3. CONTESTO BIBLICO

3.1 IL LIBRO DELLA CONSOLAZIONE E IL SERVO DI YHWH

È comunemente riconosciuta la tensione esistente in tutto il testo di Is 40–


5521: in modo più specifico, per quel che riguarda il Servo, non si può non notare
una stridente sproporzione, giacché solo il Primo dei Canti è posto in 42,1-9
mentre gli altri tre si trovano tutti in Is 49–55, dopo l’oracolo sulla caduta di
Babilonia (46–48).
Se in 49–55 la figura del Servo è certamente individuale, in 40–48 bisogna
rivelare una quantità di figure spesso in opposizione tra loro22: per primo Israele
(41,8-10), che è «chiamato» e «scelto», «creato» e «formato» (43,7; 44,21),
appare come «servo», ma di lui non si esiterà a sottolineare l’infedeltà e la cecità
(42,19). Se Israele, proprietà di Dio, è stato scelto come popolo «testimone»
20
Anche da un punto di vista tematico, è possibile notare delle rispondenze nella
composizione concentrica del passo: l’ultimo brano della prima parte (4) e il primo della terza (6-
7) si corrispondono, giacché trattano entrambi della vocazione del Servo; così il secondo brano di
entrambe (2-3 e 8) tratterebbero delle modalità e dell’esito della missione: il ministero
compassionevole del Servo in rapporto agli uomini permetterà la vittoria di Yhwh in rapporto
all’idolatria, il cui frutto velenoso è la violenza (una «costruzione» di Dio ottenuta con le sole
forze dell’uomo ne deturpa il Volto vivente, consegnando al mondo della forza anche la trama
delle relazioni che il divino intratterrebbe con le sue creature). Nelle sottoparti estreme, 9ab
potrebbe essere spiegato da 1cd, in quanto «le cose nuove» corrisponderebbero proprio al motivo
totalmente nuovo dell’investitura carismatica di un personaggio perché operi la rivelazione di
Yhwh alle nazioni; invece 1ab, l’annuncio del Servo, è di fatto presentata per l’avvenire prima
«che germogli», come conclude 9cd.
21
J. BLENKINSOPP, 59-65.
22
Westermann apre il proprio commento al primo Canto precisando la necessità di rispettare i
testi, che non dicono o piuttosto non vogliono dire nulla di preciso sull’identità del Servo. La
polivalenza e il linguaggio misterioso dovrebbero essere giudicati perciò come intenzionali. (C.
WESTERMANN, 118). Interessante è pure il contributo già citato di Grelot per l’interpretazione e le
interpretazioni sulla figura del Servo nei quattro Canti (P. GRELOT, Les Poèmes du Serviteur).
L’intento dell’autore è di rapportare un’analisi «critica» dei testi dei Canti, con l’interpretazione
che ne deriva, alle diverse suscitate nella lettura antica di essi (giudaica e cristiana). Per una
visione d’insieme della figura del Servo invece, si rimanda alle ricche bibliografie dei commentari
citati. Una buona bibliografia per approfondire struttura, temi e i problemi d’interpretazione sui
personaggi all’interno dell’opera deutero-isaiana, è quella presente in B. MARCONCINI, ed., Profeti
e apocalittici, Logos 3; Leumann 2007, 171-172.
Is 42,1-9: l’annuncio del Servo 13

(‘ēd, in 43,10), esso ha fallito e ha portato su di sé «l’ira ardente» e «la violenza


della guerra» (42,24-25). A questa prima figura segue quella di Ciro: egli,
comparendo solamente in 40–48, non è mai definito tuttavia come «servo», ma
piuttosto come «pastore» (44,28) e «eletto» (45,1). C’è da chiedersi se questo
personaggio possa identificarsi tout court con quello dei Canti: le sue
caratteristiche sono molto diverse da quelle del Servo in 42,1-9, giacché
«calpesterà i prefetti come preda» (41,25 anche 41,2.5), e successivamente, in
45,1, «sottometterà davanti a lui le nazioni»23.
Ci sono delle relazioni tra i Quattro canti che vanno al di là della loro
semplice posizione nel contesto. La prima e più importante caratteristica è la
relazione interna tra essi, ciò che permette di raggruppare i canti esterni (Primo e
Quarto) e interni (Secondo e Terzo). Il Primo e il Quarto si riconoscono
pienamente come «annunci», aprendo e compiendo la «rivelazione» sul Servo24.
Entrambi cominciano con la particella hēn/hinnēh di presentazione, in 42,1 e
52,13, e sono cadenzati da un particolare stile retorico: il discorso diretto cambia
il proprio referente e il proprio soggetto, ma il Servo non prende mai la parola.
Nel Secondo e nel Terzo invece, è il Servo a pronunciarsi direttamente, con toni
di sapore apologetico. Queste rispondenze a livello formale non impediscono
tuttavia il lento «svelamento» che si percepisce dal punto di vista della loro
progressione.
Nel Secondo Canto (49,1-6), cui probabilmente sono da aggiungere i versetti
7-11, il Servo narra la sua «chiamata» direttamente alle nazioni (49,1),
approfondendo quel ministero di «insegnamento» che il Primo aveva
contemplato. Il Servo, alla stregua dei profeti, è «chiamato» e «formato dal
grembo» (49,1.5), ed è portatore della parola tagliente di Yhwh (v. 2). Pur
essendo definito come «Israele», in cui Dio ha deciso di «glorificarsi» (v. 3), non
è possibile identificarlo con il popolo, perché la sua missione è essenzialmente
quella di «restaurare Giacobbe» e «Israele ricondurre» a Dio (v. 5). Un notevole
salto è fatto nell’obiezione dimostrata dal Servo al v. 4, che permette di
comprendere come la sua missione sia destinata a incontrare degli ostacoli.
Anche il v. 7, dove Yhwh prende la parola, rivela il Servo ombreggiato dallo

23
Si deve almeno accennare al problema che pone dall’altro versante, il testo di Is 48,16 (come
per 41,27), con l’apparizione di una figura profetica difficile da interpretare, e che potrebbe pure
sovrapporsi o identificarsi al Servo dei Canti (o più probabilmente con il profeta deuteroisaiano):
egli è «mandato» insieme con «lo spirito» di Yhwh, e introduce, in effetti, il capitolo 49 parlando
in prima persona (il Secondo Canto). Interessante la soluzione offerta da Childs (B.S. CHILDS, 410-
412), che rende ragione del doppio livello di referenzialità della figura del Servo (Ciro nella storia
prossima, il Servo nel futuro annunciato).
24
Per l’interpretazione del Quarto Canto del Servo come «figura della fine e fine delle figure»
mi appoggio e ringrazio le lezioni del prof. R. Meynet sul compimento delle figure nella Pasqua
del Signore. Per tutti gli aspetti che si è deciso di trattare in questo capitolo, per la visione degli
aspetti peculiari del Quarto Canto, si rimanda perciò, in maniera più dettagliata, al suo articolo:
R. MEYNET, «La salvezza per mezzo della conoscenza. Il quarto canto del Servo (Is 52,13–
53,12)», StRh 5 (31.01.2002; 31.03.2004), e al suo libro, Morto e Risorto secondo le Scritture,
Bologna 2002, 88-127.
14 Francesco GRAZIANO

sfiguramento, definito «disprezzato» (lebōzēh, un termine che ricorrerà due volte


nel Quarto Canto in 53,3) e «aborrito delle nazioni» (limtā‘ēb gôy). Soltanto al
v. 8, dove è ripresa la sua vocazione a essere «alleanza del popolo», dopo la
visione delle ostilità, c’è la risposta fedele di Yhwh con la salvezza.
Nel Terzo Canto, il Servo continua ad approfondire il suo rapporto con Yhwh,
comprendendo tuttavia la necessità di entrare nella sofferenza e nelle ostilità per
il pieno espletamento della sua missione. Molto forte è il legame tra il Nome
divino, ora «il Signore Yhwh» (’ădōnāy Yhwh, in 50,4.5.7.9), e la definizione
del Servo come di un «ammaestrato» (o «discepolo», limmûdîm, al plurale, in
50,4): egli ascolta quello che a sua volta dovrà dire, nel suo ministero presso i
deboli (50,4 riprende il tema di 42,2-4). Con grande meraviglia i versetti 5-6
fanno intendere che il ministero profetico del Servo non sarà efficace tanto per il
mezzo del linguaggio, quanto per la sua docilità ad assumere la violenza. Pur
essendo aperte alla giustizia salvifica di Dio (50,7-9), le sofferenze del Servo
rappresentano davvero quella «voce» eloquente che riapre alla fiducia in Yhwh
(v. 10). La tensione tra il Secondo e il Terzo canto è portata al culmine nell’uso
del verbo sātar, con il significato di «nascondere»: se la chiamata faceva
intendere un tenero sostegno da parte di Yhwh (49,2), esso coincide ora con la
docilità del Servo a «non nascondersi» alla sofferenza e all’ingiuria (50,6),
mostrando nel ribaltamento, la grandezza del piano divino.
Nel Quarto Canto la rivelazione è portata a compimento: qui anche Yhwh
cede il passo, insieme al Servo, al silenzio, lasciando alle «moltitudini» (rabbîm,
molto ricorrente nelle parti estreme del passo, in 52,14; 53,11.12), di accedere
interiormente all’«istruzione» (o «disciplina», mûsār, in 53,5 termine importante
di tutta la composizione). Qui è messa in luce completamente l’opera mediatrice
dell’intera persona del Servo: le nazioni (53,11-12), e Israele (53,8), riconoscono
il personale «peccato» (53,4) e «la guarigione» comunitaria (53,5) nella sua
offerta volontaria alla morte e allo sfiguramento (53,7.10), accedendo finalmente
alla vera conoscenza del Nome di Dio (53,6)25. Sarà la sua sofferenza a
permettere a entrambi di entrare in una Nuova Alleanza.

3.2 LE DUE SCRITTURE

Numerosi sono i temi e le allusioni che compongono il Canto. Esse lo rendono


un testo al crocevia tra l’Antico e il Nuovo Testamento, dove Cristo verrà
contemplato come «compimento» del misterioso personaggio deuteroisaiano.
La figura che il testo vorrebbe direttamente e indirettamente rievocare in
maniera particolare è quella di Mosè: le formule di rivelazione (42,6.8), i termini
chiave della prima parte (42,1.3-4), e il riferimento alla conclusione della Torah
(Dt 34), disegnerebbero la vocazione e la missione del Servo sul calco di quella

25
R. MEYNET, «La salvezza per mezzo della conoscenza», 11-13 e 23-25, sulla presenza dei
nomi divini «Elohîm» e «Yhwh» al centro dei due brani estremi della parte centrale del Canto, che
dimostrano il passaggio da una concezione umana a una rivelata di Dio.
Is 42,1-9: l’annuncio del Servo 15

del più grande mediatore profetico del Primo Testamento. In questo modo,
vengono condensate nella figura deuteroisaiana tutta una serie di tematiche che
erano state come sospese, all’interno della fede di Israele, nonostante i suoi
sviluppi. Le stesse parole rivelatrici di Yhwh, che iniziano la storia di un popolo,
in Es 3,14-15 («Io sono chi Io sono»), svelano e tornano a nascondere il mistero
dell’identità di Dio, della sua trascendenza e immanenza amorevole, come
rinviando al futuro la possibilità di accedervi. Anche Mosè ha potuto compiere la
sua missione di mediatore della voce divina (Dt 5,4-5), prevedendo tuttavia una
continuazione per mezzo di altre figure profetiche (Dt 18,16-19), le quali
avrebbero permesso l’irruzione della Parola e delle opere di Dio nella storia del
suo popolo. Eppure il Deuteronomio conclude riconoscendo che non è stata
ancora suscitata una figura profetica «come Mosè», che parlava con Dio «faccia
a faccia» (Dt 34,10-11) e poteva perciò, come un prisma, mediare senza ostacoli
o impurità, l’immediatezza della sua presenza26. L’opera di salvezza incarnata
dal Servo coinciderà di nuovo con questa originaria purezza della mediazione e
con quest’assoluta libertà di Dio di scegliere e operare le vie di accesso alla sua
conoscenza27.
Interessante è notare anche come da un punto di vista formale, il primo Canto
possa apparire l’esatta immagine riflessa della vicenda mosaica, così come è
presentata nei cinque libri della Torah. In Es 3 comincia il ministero di Mosè,
con la chiamata e la Rivelazione del Nome al roveto, mentre in Dt 34 si
conclude con la sua scomparsa. Qui la voce narrante sottolinea come la morte
del profeta sia avvenuta «sulla bocca di Yhwh» (v. 5), ovvero in piena
obbedienza, e senza «affievolirsi» (il verbo khh al v. 7) fino al pieno
espletamento del ministero profetico di rivelazione affidatogli, nonostante
l’incidente che non gli aveva permesso di entrare nella «terra» (Nm 20).
Nel Primo Canto la struttura è opposta specularmente: Yhwh vede prima nel
futuro che il suo Servo «non vacillerà» ma porterà a compimento la sua missione
(il v. 4 «non affievolirà e non sarà piegato finché stabilirà sulla terra il diritto e il
suo insegnamento le isole attenderanno»), poi segue la chiamata personale con la
Rivelazione del Nome da portare a Israele e alle nazioni (i versetti 6-7). Il Servo
ricalca la figura di Mosè ma la supera: con lui sorge un nuovo inizio e una nuova
storia da scrivere.
Il v. 1 riprende direttamente il testo di Is 11,1-10, dove lo Spirito di Dio è
visto «posarsi» su un davidide il quale, proprio come il Servo, eserciterà e
stabilirà la giustizia senza l’uso della violenza e dell’oppressione, ma per mezzo
della sua mitezza e della «forza» della sua parola. Gesù, leggendo il rotolo nella

26
Per una riflessione sul concetto di immediatezza nella mediazione (riferito però a Cristo e
alla mediazione da Lui suscitata): J-L. MARION, L’idolo e la distanza: cinque studi, Milano 1979,
165-179.
27
A riguardo, per ricollegarsi al Nuovo Testamento, si noti un aspetto importante della
teologia della letteratura giovannea. Il Vangelo di Giovanni, nella famosa preghiera sacerdotale, fa
dire a Gesù proprio di aver «fatto conoscere» definitivamente ai suoi discepoli «il Nome» del
Padre suo (Gv 17,6).
16 Francesco GRAZIANO

sinagoga di Nazareth additò se stesso come compimento di «questa Scrittura»


(Lc 4,16-21). Inoltre, le parole che aprono il passo (combinate con Gen 22,2),
sono pronunciate dalla «voce» al momento del Battesimo, accompagnate
dall’effusione dello Spirito su Gesù (Mt 3,16-17 e paralleli), e sul monte della
trasfigurazione dall’invito «all’ascolto» (Mt 17,5 e paralleli). Al contrario, i capi
dei sacerdoti scherniscono Gesù sulla croce mettendo in dubbio che sia proprio il
Crocifisso «l’eletto» di Yhwh (Lc 23,35). Il Vangelo di Matteo cita
esplicitamente i versetti 2-4, con alcune modifiche di lettura, parlando dell’opera
del Cristo, volendo molto probabilmente intendere la sua destinazione universale
e l’umiltà rispettosa del suo ministero, avvalorato dal dono della guarigione per
«tutti» (12,15-16)28.
Il ministero legato allo Spirito di Dio sarà di stabilire «il» diritto divino, che
combacerà anche con l’insegnamento: ciò permette di contemplare il Servo
anche nei tratti regali oltre che profetici29. A questa visione sembra anelare
l’Antico Testamento quando riferisce la promessa di un re giusto che «eserciterà
il diritto e la giustizia sulla terra [di Giuda]» (Ger 23,5), ma la cui regalità si
allargherà a tutte le nazioni, tanto da poter permettere alla benedizione divina di
estendersi da Israele a «tutte le stirpi della terra» (Sal 72). Ciò che sorprende
nel Canto è proprio il rapporto che il Servo dovrà istaurare con il popolo eletto
(diventandone «alleanza»), e con il resto delle genti (essendone la «luce»).
Secondo la Scrittura, Israele, attraverso la Prima alleanza, avrebbe dovuto
riflettere la presenza di Dio, permettendo di far conoscere la sua «via» e la sua
«salvezza» a tutte le genti (Sal 67,2-3). Purtroppo l’infedeltà romperà l’alleanza
del Sinai conducendo il popolo alla sventura dell’esilio. A questa situazione,
tuttavia, la misericordia di Yhwh risponderà con la visione di una’alleanza
«nuova» e «eterna» (Ger 31,31-34 a cui potrebbero affiancarsi in maniera
eccellente Is 54,9-14 e 55,3-5). Essa s’incarna ora nel Servo (Is 42,6; 49,6.8;
53,10-12), permettendo a Yhwh di compiere il suo disegno di salvezza anche
sulle «nazioni». Per primo il vecchio Simeone vedrà nella persona di Gesù il
compimento di questo progetto, riconoscendolo come «luce per illuminare le
genti e gloria del tuo popolo Israele» (Lc 2,32). I racconti pasquali vogliono

28
A questo proposito è doveroso il riferimento e il ringraziamento alla tesi dottorale di R. DI
PAOLO, Il Servo di Dio porta il diritto alle nazioni: analisi retorica di Matteo 11–12, Roma 2005,
che ho avuto modo di incontrare durante la comunicazione al Convegno. Si deve sottolinearla
almeno per due motivi: prima di tutto perché l’analisi svolta dall’autore ha dimostrato come la
citazione mista di Is 42,1-4 (TM e LXX) si trovi esattamente al centro della sezione, in modo da
far dialogare le due sequenze riconosciute (un’altra dimostrazione della quinta legge di Lund); in
secondo luogo, perché ci permette di arricchire e confermare l’interpretazione del Primo Canto qui
tentata, permettendo quella dialettica che dal Primo Testamento ci aiuta ad ascoltare il Nuovo, e
dal Nuovo ci permette di ripercorrere il sentiero per comprendere il Primo.
29
Bisogna tuttavia tener presente l’assoluta novità del contenuto e delle caratteristiche della
predicazione del Servo, che incarna una docilità estrema, una consegna totale alla sventura umana,
fino alla più completa assunzione. Questi tratti lo portano oltre la profezia veterotestamentaria,
come pure oltre l’immagine regale contemplata nel Vicino Oriente Antico (nonostante ispirazioni
comuni).
Is 42,1-9: l’annuncio del Servo 17

proprio rivelare, attraverso il mandato apostolico del Risorto, la destinazione


universale della salvezza operata dalle sofferenze del Cristo (Mt 28,16-20),
mentre Gesù stesso non esiterà più volte a identificarsi nel Vangelo di Giovanni
come «la luce del mondo» che libera dall’oscurità del peccato e della morte
(8,12; 9,4). Nel primo Canto, la figura dei «ciechi» e dei «prigionieri» è pure da
ricollegarsi a Israele come alle nazioni: tale pare essere, nel Nuovo Testamento,
il motivo dell’esultanza di Zaccaria (Lc 1,79), che si renderà più concreto nella
vocazione e nel ministero apostolico di Paolo (At 26,17 cita il v. 7 del Canto).
Gen 3,5 utilizza proprio il verbo pāqah$ per descrivere il peccato dei
primogenitori, che «apre» i loro occhi alla nudità e alla sfiducia: la rivelazione
del Servo allora, appare come un ribaltamento della situazione originaria30. Il
suo ristabilimento sarà contemplato «nell’apertura degli occhi» dei discepoli di
Emmaus, che riconoscono Gesù nel gesto di donazione dell’Eucarestia (24,31).
Tutti questi aspetti pongono il passo chiaramente nel contesto della Nuova
Alleanza, che è anche una nuova Genesi. L’Antico Testamento si ferma,
guardando a questa realtà, sulla soglia dell’annuncio: saranno i discepoli di
Gesù, dopo la Pasqua, a comprendere il «compimento» della Nuova Alleanza nel
sangue del Signore (Mc 14,24; Mt 26,28; Lc 22,19-20, 1Cor 11,24). Emmaus
diventa il paradigma di quella guarigione per la quale il Servo doveva essere
«chiamato» (42,6-7).

4. INTERPRETAZIONE

La differenza tra la prima parte e la terza ha messo in luce l’intenzione


dell’autore di presentare il Servo come una figura di rivelazione, contemplando
il personaggio di Mosè31. La presentazione iniziale vorrebbe dire solo
indirettamente la sua identità (raggiungibile da un attento ascoltatore-lettore),
ravvisando in lui quel «profeta come Mosè» atteso (Dt 34), profeta e mediatore,
legislatore e liberatore (1d e 4bc). Nella terza parte invece, come catapultato
nella scena, il Servo è il destinatario diretto di Yhwh: a lui rivolge proprio le
stesse parole rivelatrici dell’esperienza del roveto (6a e 8ab), consegnandogli il
mistero del suo Nome (Es 3,14-15). Lo stampo di riconoscimento è, a questo
punto, definitivamente chiarito.
È però nella parte centrale che potrà essere trovata la chiave interpretativa del
passo. Il suo stile narrativo opera il legame logico e formale tra la profezia della
prima parte e il discorso diretto della terza. La formula oracolare, tuttavia, pare
dire molto di più di una semplice connessione compositiva. L’inusuale
ricorrenza dell’articolo determinativo davanti al sostantivo «Dio» (5a), tratto che
i participi colorano abbondantemente di riferimenti alla storia delle origini, fa

30
Il Servo stesso viene identificato come passo di una nuova opera creatrice, essendo
«formato» (6d), come lo è stato il primo Adamo dalla terra (la stessa radice verbale di Gen 2,7).
31
P. GRELOT, 35, n. 20. Grelot aveva intuito questa «sottigliezza», analizzata nella
composizione, riferendola alla fusione posteriore di un redattore.
18 Francesco GRAZIANO

percepire quale svelamento Yhwh voglia realizzare attraverso il Servo.


Suscitando questa figura, infatti, egli potrà finalmente essere riconosciuto da
tutte le altre nazioni come «proprio» Dio, non essendo altri che lui il creatore di
ogni realtà, e dunque di ogni nazione. Questa verità è fortemente evidenziata dal
merismo «cieli» e «terra» (5bc), come pure dalla polisemia del bimembro
successivo. In 5de, il «popolo» e i «camminanti», il «respiro» e lo «spirito»,
sono espressioni ambigue, che possono riferirsi tanto alla creazione dell’umanità
quanto alla fede e alla storia del popolo eletto. La rivelazione confidata al Servo,
e che sarà da lui operata, compie e oltrepassa quella particolare fatta a Israele:
con il dono del suo Spirito (1d), Dio lo abiliterà a svelare il suo Nome e le sue
leggi alle genti, istaurando perciò una «nuova alleanza», in cui Yhwh sarà «il
Dio» di tutte le nazioni. Da questa prospettiva sarà possibile contemplare tutto il
resto.
Mosè, in modo particolare, servendo da ricalco alla figura del Servo, permette
di mostrare l’analogia tra le due alleanze, ma anche la superiorità e l’ampiezza di
questo nuovo intervento divino. Come nella rivelazione al Sinai, i comandamenti
e i decreti rivelati da Dio hanno avuto bisogno tuttavia della «voce» del Profeta
perché fossero fatti scendere nella vita del popolo, sarà attraverso la «voce» mite
e compassionevole del Servo (2-3) che questa rivelazione universale e definitiva,
potrà scendere fino agli estremi confini della terra. Qui l’immagine della «tôrâ»
(4c) è altrettanto particolare, perché pur alludendo all’alleanza del Sinai, è
definita ora come opera del Servo, è il «suo insegnamento» su Dio e sulla sua
volontà, destinata a uscire dai confini della terra promessa, per raggiungere «le
isole» lontane. Questa prospettiva universale tuttavia, non annulla né destituisce
il valore del popolo eletto: se il «diritto» viene fatto uscire verso le nazioni,
viene anche «stabilito» sulla «terra» di Giuda (4b), e se il Servo è «dato» come
fonte di luce per le nazioni (6f) che giacciono nelle tenebre dell’idolatria (7a e
8cd), egli è destinato a ristabilire pure l’alleanza infranta (6e), che ha gettato
nuovamente Israele nella tenebre dell’oppressione (7bc). Il Servo, al contrario,
conserva in sé i tratti genetici di Israele oltre che quelli di Mosè, perché in lui
fiorisce effettivamente quella «giustizia» richiesta dalla prima alleanza (6b), che
avrebbe permesso a Israele stesso di dimostrare la gloria di Dio e la sapienza
delle sue leggi (Dt 4,6-7). Come lui, il Servo è «chiamato» e «stretto per mano»
(6bc, che allude essenzialmente alle origini del popolo nell’esperienza
dell’esodo e alla vocazione del profeta secondo Ger 1,5, come ricalca 41,9);
come lui è stato «formato» (43,7) riecheggiando il racconto della creazione di
Adamo, per poter cominciare nella sua persona una «nuova creazione», un
nuovo principio di umanità.
Nel Servo perciò, la polarità biblica tra il popolo e le nazioni viene risolta,
giacché egli è destinato per il riscatto e la liberazione di entrambi, perché Dio
stesso possa diventare il referente assoluto della fede dell’uomo. In lui, il
compito di Israele di divenire il lievito delle nazioni viene davvero portato a
termine, e Dio può essere riconosciuto effettivamente nella sua «gloria» (8c).
Is 42,1-9: l’annuncio del Servo 19

È importante anche sottolineare come si incarni nella persona stessa del


Servo l’alleanza per Israele e la luce che favorirà alle nazioni la conoscenza di
Dio (6def). Egli non sarà perciò solo un tramite o una figura di mediazione
dell’alleanza e della rivelazione: anche in questo supera le modalità precedenti di
rivelazione, confermando e rimandando alla libertà divina la scelta dei modi e
dei tempi.
La sottoparte finale, che si caratterizza nuovamente per un cambiamento
stilistico (9d, «a voi»), chiarisce in maniera definitiva il messaggio del passo,
riprendendo l’opposizione tra quanto finora Yhwh aveva operato e quanto dovrà
«germogliare» con questo nuovo intervento. Questa ripresa ricapitola e risolve
pure il precedente rîb con gli idoli (41,21-29): da un lato perché con l’annuncio
del Servo Yhwh ha dimostrato di avere la possibilità di annunciare e guidare gli
eventi futuri, fornendo anche una corretta interpretazione di quelli passati;
dall’altro perché il Servo, un «profeta come Mosè» per tutte le nazioni,
sconfiggerà definitivamente l’idolatria, portando alla luce il Nome di Dio per
tutti e portando a compimento quella storia di salvezza (che è anche storia
progressiva della rivelazione di Dio) intrapresa dalle origini.
La luce che riverbera in questo primo Canto, per quanto strepitosa e ricca di
speranze, è contemplata qui, come in altre parti dell’Antico Testamento,
solamente nel bagliore dell’«annuncio» (9b): esso è «fatto ascoltare» da Yhwh al
suo popolo, prima che accada (9c), perché possa riconoscere il tempo in cui
verrà visitato dalla salvezza, ma la Nuova Alleanza non troverà in questi scritti il
suo compimento, né il Servo una figura storica che potesse incarnarne realmente
le aspettative. Da un punto di vista genetico-letterario, il Libro della
Consolazione ripercorre certamente la storia di un popolo che ritorna dalle
«tenebre» dell’esilio, ma ne inizia a trascendere le figure, opponendo antico e
nuovo, preparando così la strada al nucleo incandescente della Bibbia32, che è il
genere dell’apocalittica.
Nel Signore Gesù, nel suo «vero» Nuovo Esodo attraverso le sofferenze della
Croce, i discepoli hanno potuto contemplare la «vera» Nuova Alleanza,
predicando a Israele il compimento delle Scritture, e alle nazioni la conoscenza
del vero Dio. Paolo più di tutti entrerà nel mistero di questa realtà, penetrando
probabilmente, l’intenzione cristallina del Deutero Isaia. Quando dovrà
affermare la vita mistica del credente, la sua unione al mistero di morte e
risurrezione del Messia, egli scriverà: «Se uno è in Cristo è una creatura nuova:
le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17). Per le
comunità cristiane delle origini non si è più nell’annuncio profetico (9b), ma
nell’adempimento dell’oggi (9c).

Francesco GRAZIANO

32
P. BEAUCHAMP, Stili di compimento. Lo Spirito e la lettera nelle Scritture, Assisi 2007, 36-
37 e in particolare 78-81.