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Nella tragica e violentissima dissoluzione della

Jugoslavia un calcio di rigore sembrò


contrassegnare il destino di un popolo. Un
penalty divenne nei Balcani il simbolo
dell’implosione di un intero Paese, e dei
conflitti che sarebbero seguiti di lì a poco.
Intuendo la complessità di un evento che
sembrava soltanto sportivo, Gigi Riva racconta
con attenzione da storico e sensibilità da
narratore un tiro fatale, sbagliato il 30 giugno
del 1990 a Firenze da Faruk Hadžibegić,
capitano dell’ultima nazionale del Paese unito.
La partita contro l’Argentina di Maradona nei
quarti di finale del Mondiale italiano portò
all’eliminazione di una squadra dotata di
enorme talento ma dilaniata dai rinascenti odi
etnici. Leggenda popolare vuole che una
eventuale vittoria nella competizione avrebbe
contribuito al ritorno di un nazionalismo
jugoslavista e scongiurato il crollo che si
sarebbe prodotto.
Proprio per la sua popolarità il calcio è sempre
servito al potere come strumento di
propaganda. Basti pensare all’uso che
Mussolini fece dei trionfi del 1934 e 1938, o a
come i generali argentini sfruttarono il
Mondiale in casa del 1978, durante la
dittatura. Oppure, ai giorni nostri, a come lo
Stato Islamico abbia deciso di colpire lo Stadio
di Francia durante una partita per amplificare
il suo messaggio di terrore. Ma si potrebbe
sostenere che in nessun luogo come nella ex
Jugoslavia il legame tra politica e sport sia
stato così stretto e perverso. Attraverso la vita
del protagonista e dei suoi compagni (molti dei
quali diventati poi famosi in Italia, da Boban a
Mihajlović, da Savićević a Bokšić, da Jozić a
Katanec), si scopre il travaglio di quella
rappresentativa nazionale e del suo allenatore
Ivica Osim, detto «il Professore», o «l’Orso».
Nelle loro gesta si specchia la disgregazione
della Jugoslavia e la spregiudicatezza dei suoi
leader politici, che vollero utilizzare lo sport e i
suoi eroi per costruire il consenso attorno alle
idee separatiste. In questo senso il calcio è
stato il prologo della guerra con altri mezzi, il
rettangolo verde la prova generale di una
battaglia. Non a caso si attribuisce agli scontri
tra i tifosi della Dinamo Zagabria e della Stella
Rossa di Belgrado il primato di aver messo in
scena, in uno stadio, il primo vero episodio del
conflitto. Ed è nelle curve che sono stati
reclutati i miliziani poi diventati tristemente
famosi per la ferocia della pulizia etnica a
Vukovar come a Sarajevo.
Per il loro valore emblematico le vicende
narrate, risalenti a un quarto di secolo fa, sono
ancora tremendamente attuali. E non è così
paradossale scoprire in esergo a queste pagine
le parole beffarde che Diego Armando
Maradona rivolse all’autore: «Occupati di
politica internazionale, il calcio è una cosa
troppo seria».
Gigi Riva è caporedattore centrale del
settimanale «l’Espresso». Da inviato speciale
de «Il Giorno» ha seguito tutte le guerre
balcaniche degli anni Novanta.
Il contesto

69
Gigi Riva

L’ultimo rigore di Faruk


Una storia di calcio e di guerra

Sellerio editore
Palermo
2016 © Sellerio editore via Enzo ed Elvira Sellerio 50 Palermo
Questo volume è stato pubblicato per la prima volta in lingua francese
nel maggio 2016 da Éditions du Seuil.

e-mail: info@sellerio.it
www.sellerio.it

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

EAN 978-88-389-3564-0
L’ultimo rigore di Faruk
Una storia di calcio e di guerra
Per Greta e Tito
Occupati di politica internazionale,
il calcio è una cosa troppo seria.
DIEGO ARMANDO MARADONA
Epilogo

C’è un episodio della nostra esistenza che ci perseguita nonostante noi. Se


è un destino subìto lo possiamo accettare con rassegnazione, con quella
benevolenza verso noi stessi che ci emenda da qualsiasi responsabilità. Se lo
abbiamo provocato, il rimorso è una tortura che ci rimanda continuamente,
con la memoria, alle porte girevoli dell’attimo prima, quando era ancora
possibile deviare il corso degli eventi. Se è stato frutto di un nostro errore
involontario, la faccenda si complica perché siamo in quella terra di mezzo
dove non si merita l’espiazione ma si deve reggere il confronto coi nostri
limiti.

***

Venticinque anni dopo il suo di episodio, Faruk è un bel signore che


viaggia verso i 60. Ha conservato il fisico asciutto dell’atleta, i capelli rimasti
scuri, solo un po’ più radi sulla fronte e le tempie, tagliati corti sulle basette
come allora. Il naso importante, lo sguardo curioso, indagatore, intelligente.
E il passo svelto di chi deve ancora inseguire un futuro, nella seconda vita
che si è dovuto inventare a Parigi dopo che la prima era naufragata il 30
giugno del 1990 a Firenze. Ci fosse stato solo lui in gioco, poi, non sarebbe
stato così doloroso. Le spalle larghe forgiate dall’allenamento, dalla fatica e
dalla responsabilità, reggono il proprio peso, non quello di una nazione
intera. Ci sono uomini che incrociano la sorte personale con una storia più
grande ed è in quell’incrocio, in quel meccanismo spesso perverso, che si
rischia di essere stritolati se non si hanno le gambe ben piantate al suolo a
dare un equilibrio, la stessa postura di quando bisogna fermare un
avversario che, palla al piede, ti vuole superare per puntare verso la porta e
segnare un gol.
Faruk ha una bella famiglia, una sicurezza economica, una casa dove
mezzo mondo la vorrebbe avere, Rive droite, Parigi. E una consapevolezza di
sé tipica di chi ha affrontato avventure perigliose uscendone vivo.
Malconcio ma vivo. Va in tribuna al Paris Saint-Germain, viaggia negli stadi
d’Europa per tenersi aggiornato sull’evoluzione del suo gioco dopo che è
passato dal campo alla panchina, dai calzoncini corti alla divisa del mister,
dopo che è stato accolto da Michel Platini nella cerchia dei consulenti
dell’Uefa, l’Unione delle associazioni europee del football. È rimasto
innamorato del suo sport, benché non si possa dire che il calcio sia
innocente. Non lo è fuori, sopra, sotto, non lo è nemmeno dentro, sull’erba
degli stadi: troppe invasioni di campo. Del business naturalmente. Della
corruzione. Della politica, spesso, come prima e dopo Firenze. Soprattutto
«durante» Firenze. Innocente lo è, il calcio, quando si ostina a persistere tale
nello sguardo di bambino verso una palla che rotola, nel piacere profondo di
un cross ben riuscito, un colpo di testa, un tiro all’incrocio, una parata
nell’angolino. La parata nell’angolino... Faruk l’ha rivista, tra la retina degli
occhi e l’incubo, mille e mille volte in questi 25 anni. Quando la rimuove, ci
sono gli altri a ricordargliela. Come adesso che ha preso un volo dalla
Francia per Belgrado e ha in programma un largo giro prima di approdare
nella sua Sarajevo.
Non è stato un fuoriclasse, Faruk. Un campione sì. Un difensore di quelli
affidabili, di quelli che il pubblico ama perché «escono sempre con la
maglietta sudata»; che i compagni adorano perché, in quella società di
mutuo soccorso che è una squadra, sono sempre pronti a dare un aiuto, un
incoraggiamento, una parola buona; che i mister giudicano indispensabili
perché sono la loro proiezione in campo. Anche un leader, Faruk, forgiato
dalle circostanze ostili, da quella tempesta perfetta che a un certo punto ha
fatto sentire lui e altri ventuno amici da soli contro l’universale scortesia.
Non un Franz Beckenbauer, beninteso, il Kaiser della Germania anni
Settanta, ma un Manfred Kaltz, per stare tra i paragoni tedeschi. Del resto
«Kaltz» era il suo nomignolo, per il ruolo, la facilità di falcata e una certa
somiglianza fisica. Capita a profili come il suo di essere scelti per gli attimi
fatali. E non ci si può tirare indietro, non si può avere paura di tirare un
calcio di rigore, non per gloria personale, non solo, ma per uno Stato in
procinto di affrontare ben altri rigori.
Scende dunque Faruk dalla scaletta dell’aereo in Serbia. Arriva al
controllo passaporti nella capitale che un tempo fu sua e che è diventata
un’altra nazione. Porge il documento alla guardia di frontiera di cui ben
conosce l’idioma, perché possono cambiare i confini, non la lingua. La
lingua è come il latte della mamma. Il poliziotto legge ad alta voce: «Faruk
Hadžibegić». Alza lo sguardo e, con una familiarità che ha cancellato il tono
ostile, un sorriso che è anche un sospiro, filosofeggia: «Ah, se lei avesse
segnato quel rigore! Forse cambiavano i destini del Paese». La si potrebbe
prendere per una vertigine iperbolica, misurare la distanza siderale che
corre tra un calcio di rigore e «i destini del Paese». Un abisso di senso frutto
dell’epica che esaspera il potere dello sport. Il calcio come funzione salvifica,
antidoto all’odio e alla guerra.
Non si conoscono, Faruk e il poliziotto. Il poliziotto ha nell’orecchio l’eco
di quel cognome, Hadžibegić, che gli rimanda una delusione, stemperata dal
tempo e amplificata dal significato che le è stato universalmente attribuito.
Si trova davanti quel cognome in carne ed ossa e non può esimersi dal
ripetere quel mantra... il rigore... i destini del Paese... Si fa portavoce, davanti
al soggetto, o meglio, davanti al capro espiatorio, della narrazione popolare
in cui l’idolo delle masse ha il potere prestigioso, come un deus ex machina,
di deviare l’ineluttabile. O di favorirlo.
Non è emotività, è credulità che appartiene alla gamma del religioso, se
non suonasse blasfemo trattandosi di calcio. Prerogativa che non vale solo
per i Balcani. Successe anche in Italia, è il paragone più calzante. Era molto
prima, estate del 1948. Il 18 aprile di quell’anno la Democrazia cristiana
aveva sconfitto il Fronte delle sinistre (Partito comunista e socialista uniti)
alle elezioni. In un 14 luglio abituato a portare fatalità, uno studente di
giurisprudenza, Antonio Pallante, sparò con una pistola calibro 38 al leader
dei comunisti, Palmiro Togliatti, mentre usciva da Montecitorio. Due colpi
raggiunsero il bersaglio alla nuca e alla schiena e lo ridussero in fin di vita.
Ne seguirono manifestazioni violente con morti per le strade a Genova,
Livorno, Napoli e Taranto. Gli operai della Fiat sequestrarono nel suo ufficio
di Torino l’amministratore delegato Vittorio Valletta. Si bloccarono i treni e
andarono in tilt i telefoni. Sembrava l’orlo della guerra civile, le sinistre
pronte all’insurrezione armata con l’arsenale nascosto dopo la fine
dell’esperienza partigiana quando... Quando arriva via radio la notizia che
Gino Bartali sta compiendo l’impresa al Tour de France. Recupera venti
minuti di ritardo da Louison Bobet e vince la Cannes-Briançon dopo aver
scalato i colli d’Allos, Vars, Izoard. Trionferà anche nella Briançon-Aix-les-
Bains e conquisterà la maglia gialla. Niente rivolta, i compagni ripongono i
fucili per festeggiare Bartali, il ciclista col «naso triste come una salita,
quegli occhi allegri da italiano in gita», nella descrizione del cantautore
Paolo Conte. Così per il romanzo popolare, quando invece fu lo stesso
Togliatti, appena riavutosi, a fermare i suoi con un discorso dal letto
d’ospedale, perché c’era stata Yalta e in Italia erano ancora presenti truppe
americane. Un atto di forza sarebbe stato avventurismo, nel prudente
calcolo del capo comunista ferito.

Torniamo a Faruk che sorride a mezza bocca, alza gli occhi al cielo quasi
scusandosi, si riprende il passaporto, saluta. Noleggia un’automobile e si
dirige verso la Croazia. «Alt! Documenti», la scena si ripete. «Hadžibegić?
Proprio lei? Se non avesse sbagliato quel calcio di rigore...». Pure il croato?
Pure il funzionario di una Repubblica che la secessione dalla Jugoslavia l’ha
preparata, inseguita, pagata e infine ottenuta e magari dovrebbe essergli
grato? Pure lui. Stessa lingua, del resto, no? Stesso latte della mamma, stessa
passione per la palla che gira. Stesso tormentone. Faruk è in bilico tra il
supplizio e la soddisfazione per la fama, peccato raggiunta non con i
successi ma con un rigore sbagliato. Alle frontiere ci sono i dazi: questo è il
suo dazio.
Infine il confine con la Bosnia, la sua Bosnia, dove solo l’età anagrafica
dell’agente di polizia rende il siparietto diverso. C’è un ragazzo che forse
non era nemmeno nato all’epoca, non ha segni di barba sulle gote. Legge,
sussulta, chiede permesso, entra nell’abitacolo, allontana col braccio il
telefonino e mette la faccia accanto al campione per un selfie. «Non è per
me, è per mio padre. Mi ripete sempre che a causa del suo rigore...».
Ci è abituato ormai, Faruk, «otto volte su dieci, quando incontro ex
jugoslavi è così». Il rigore è trasvolato dal calcio, si è fatto mito, passaggio
cruciale, leggenda. Più passa il tempo più la benevolenza prevale sul
rimprovero. L’eroe soccombente è comunque eroe. Ettore non è meno
valoroso di Achille, nel suo lato fragile anche più simpatico. Non poteva
essere diversamente nella terra dove si celebrano le gloriose sconfitte: la
consolazione dei perdenti.
Michel Platini e Zico, in un appassionante Francia-Brasile dei Mondiali
1986, sbagliarono un rigore. Roberto Baggio mandò sopra la traversa le
speranze dell’Italia nella finale americana del 1994. David Trezeguet, dopo la
testata di Zidane a Materazzi, tradì la Francia a Berlino 2006. Diego
Armando Maradona fallì dagli undici metri nella stessa partita di Faruk. Leo
Messi e Cristiano Ronaldo provocarono contro Chelsea e Bayern Monaco
l’eliminazione dalla finale della Champions di Barcellona e Real Madrid. I
loro errori sono rimasti confinati nel recinto, comunque piuttosto largo, dei
tifosi, nelle recriminazioni da bar, nel dispiacere per una festa mancata.
Quello di Hadžibegić si è fatto maledizione dei Balcani, sostanza di un
avverso destino annunciato. Nei Balcani lo sport come la guerra non è una
metafora. La guerra è prosecuzione dello sport con altri mezzi.
Sarajevo mon amour

Faruk Hadžibegić nasce il 7 ottobre 1957 nella Sarajevo che è una


promessa di felicità. La città, che sorge sulla soglia di frattura di aree di
influenza, sospesa tra oriente e occidente, tra islam, ortodossia e cattolicità,
sta nei libri di storia per l’attentato del diciannovenne Gavrilo Princip
all’arciduca Francesco Ferdinando e alla moglie Sofia, pretesto per lo
scoppio della Prima guerra mondiale. Ha conosciuto il dominio nazista nella
Seconda, ha fornito al Maresciallo Tito non solo uomini, ma anche la
logistica per la resistenza partigiana. I boschi, le gole, la terra aspra di
Bosnia sono complici perfetti per la guerriglia contro l’invasore. Con la
nascita della socialista Seconda Jugoslavia, dopo il 1945, Sarajevo si riprende
la sua anima, torna ad essere simbolo della convivenza multietnica. Ci sono i
musulmani di Bosnia, come Faruk, un vero ossimoro. A dispetto della
definizione sono pressoché tutti laici, quando non esplicitamente atei. Sono,
in realtà, slavi come gli altri, i cui avi si convertirono durante l’occupazione
ottomana, molti per opportunismo, per compiacere i nuovi padroni. Ci sono
i serbi, i croati. E resistono due comunità ebree, una askenazita, una
sefardita, ciascuna con la propria sinagoga. I sefarditi arrivarono dalla
Spagna dopo la cacciata con l’editto di Isabella. Nel fazzoletto di un
minuscolo centro, oltre alle sinagoghe si ergono la moschea, la chiesa
ortodossa e la cattedrale cattolica. I cittadini si fanno visita durante le
reciproche feste comandate. Il ricordo di troppi orrori favorisce la
tolleranza. Proliferano i matrimoni misti perché l’amore risponde alla
biochimica, non alla carta d’identità. Oltre il nucleo turco della Baščaršija, il
cuore del capoluogo, lungo il fiume Miljacka l’Austria-Ungheria ha lasciato i
segni della sua ottocentesca architettura. Più avanti, sul lungo viale che
porta in periferia, lo sconcertante gusto razionalista del socialismo reale fa
nascere terrificanti quartieri di anonimi edifici-incubo.
Il mélange produce intelligenza oltre a un’esistenza, se non agiata, però
sicura e serena, con la promessa del riscatto della ricostruzione post-bellica.
Arrivano, da ogni angolo della Federazione, gli artisti, si affermano i primi
gruppi rock, diventeranno famosi i Bijelo Dugme (Bottone Bianco) di Goran
Bregović che poi contaminerà il moderno col folk tradizionale. Il cinema
produrrà l’Emir Kusturica che racconterà il lato nascosto del regime, vincerà
premi a Cannes, Venezia, Berlino e, quando ridiventerà impossibile la
neutralità, tornerà alle origini ortodosse dei bisnonni dopo che nelle due
generazioni precedenti la sua famiglia si era certificata musulmana.
Faruk cresce in centro, sulla via Maresciallo Tito, l’arteria principale, di
meno non si merita il padre della patria, tra le poche che non cambierà
nome quando il nazionalismo imporrà una nuova toponomastica. La sua
«raja» (banda) si raduna attorno alla cattedrale cattolica del Sacro Cuore,
costruita dagli austriaci a fine Ottocento in stile neogotico con elementi di
romanico. Un unico programma all’ordine del giorno: calcio, calcio, calcio.
Dall’alba al tramonto, per strada, nei campi dove il limite delle porte in
larghezza è segnato con un indumento, in altezza la valutazione se è gol o
meno è spannometrica, e sono interminabili dispute. Anche in casa cresce a
pane e calcio per via di un padre, Ismet, che di mestiere fa il guardiano di un
club e quando il piccolo, figlio unico, ha solo quattro anni, lo porta a vedere
gli allenamenti del Fudbalski Klub Sarajevo. Il bimbo non ha occhi che per
Asim Ferhatović, il centravanti, l’uomo del gol. Emula i suoi movimenti, i
suoi tic, il suo modo di camminare. Fantastica di poterlo incontrare, farsi
fare un autografo. Da bambini l’allegria non è una faticosa conquista, è uno
stato d’animo a portata di mano.
Nel bianco e nero delle televisioni, con le riprese in campo lungo e la
nebbia delle immagini che ballano sullo schermo, il piccolo Hadžibegić
scopre il nitore stilistico di un brasiliano capace di trasformare la palla in un
prolungamento del suo piede. Si chiama Edson Arantes do Nascimento,
Pelé, altro attaccante. Nel suo pantheon entra come un intruso un terzino
italiano, biondo bello e di gentile aspetto, di nome Giacinto Facchetti,
prototipo del difensore capace di percorrere tutta la fascia sinistra per
arrivare all’assist, al tiro. Un’eresia tattica, un difensore che segna. È l’asso
nella manica della «Grande Inter» di Helenio Herrera, due Coppe dei
Campioni consecutive. Per Faruk, un esempio da imitare: «Mi affascinava
per l’eleganza, la pulizia, la correttezza con gli avversari. Un gentiluomo,
quale io ho poi cercato di essere». La sua fame di calcio non conosce confini.
È ghiotto di campionato italiano, tedesco, spagnolo, francese. Ammira la
Juventus di Torino e lo spiega con una frase allo stesso tempo banale ed
ermetica: «La Juve è sempre la Juve». Però nel cuore c’è il colore bordeaux
del FK Sarajevo, a cui, sentimentalmente, resterà legato in matrimonio
indissolubile. Si può cambiare moglie (lui non l’ha fatto), non squadra di
calcio. Al club, che non per caso si definisce «del cuore», si perdonano
difetti, rovesci, malefatte, perché in cambio della passione imperitura si
ottiene l’impossibile: l’illusione di restare bambino. Nella Parigi del suo
buen retiro «anche adesso», esemplifica Faruk, «il portachiavi di casa e
dell’automobile è quello con lo stemma del Klub».
L’appartenenza si fortifica per differenza. Ogni grande amore sportivo
chiama una grande rivalità, racchiusa in un interrogativo definitivo e
rivelatore, in una domanda spartiacque che segna, a Sarajevo, qualunque
tipo di incontro: «Sei per noi o per loro?». Dove loro sono i cugini dello
Željezničar (letteralmente «lavoratori delle ferrovie», dal nucleo che fondò
la squadra nel 1921, l’FK Sarajevo nascerà 25 anni dopo, nel 1946, col nome
«Torpedo» in omaggio a un team di Mosca, sarà cambiato nel 1949), il derby
del capoluogo bosniaco, due partite a stagione ma lunghe un anno nelle
interminabili sedute al caffè, dove a Sarajevo e solo a Sarajevo la piccola
tazzina di bevanda nera alla turca è un rito che può durare ore, altrimenti
non si è un vero sarajevese: una concessione alla lentezza che afferma il
primato del piacere della discussione su qualunque altra incombenza, anche
una forma di resistenza al capitalismo produttivista. Il derby alimenta una
rivalità sana senza le esasperazioni da cronaca nera che l’incontro avrebbe
conosciuto dopo, quando la globalizzazione diffonderà la moda della curva
come terra di nessuno dove è legge la violenza e troverà il suo sfogo una
gioventù bruciata da disoccupazione e miseria. I supporter dello Željezničar,
maglia blu, si chiamano «Manijaci» (Maniaci), nel più elegante dei loro
sfottò distinguono tra lo Zeljo che «ha a che fare con la filosofia», mentre
«il Sarajevo ha a che fare con la geografia». I supporter del Sarajevo, più
prosaicamente sono i «Pitari», cioè mangiatori di «pita», il pane
tradizionale bosniaco che accompagna il kebab, prima di diventare, negli
anni Ottanta, «Horde Zla» (Orde del male) e di entrare in massa nelle
formazioni paramilitari per la guerra dell’ultima decade del secolo scorso.

Il primo aprile del 1966 è un venerdì, sarebbe giorno di preghiera per i


musulmani, se quelli bosniaci ne avessero la vocazione. Nella cattedrale
cattolica di Sarajevo fervono i preparativi per la Domenica delle Palme. Sui
monti attorno alla città non si è ancora sciolta la neve e l’aria frizzante di
primavera porta anche nei Balcani il vento che annuncia i prodromi del
Sessantotto. John Lennon ha appena dichiarato che i Beatles sono «più
popolari di Gesù Cristo». Gli afflati libertari stanno producendo nel Paese
uno scontro tra i più severi custodi dell’ortodossia marxista (e centralista) e
i fautori dell’autogestione integrale. Tito opterà per i secondi e si appresta
ad epurare il compagno partigiano Aleksandar Ranković, serbo,
vicepresidente, capo della feroce polizia segreta, accusato di attività
spionistica ai danni di istituzioni statali, esponenti politici, semplici
cittadini. In Slovenia e Croazia si stanno organizzando i primi movimenti
riformisti e nazionalisti che racchiudono in sé i germi dell’implosione futura
della Federazione socialista. Cose da grandi. Faruk ha 9 anni e ha dormito
poco e male nella notte che porta al primo aprile, non un giorno qualsiasi
ma quello che segnò il suo ingresso nel FK Sarajevo, con tanto di foto e
tesserino di affiliazione. Lo hanno visto, lo hanno scelto, lo hanno preso.
Un’emozione intensa, forse maggiore di quelle che proverà entrando negli
stadi-culto d’Europa. Faruk ha diligentemente preparato la sua sacca ed è
andato al campo. Quando gli chiedono: in che ruolo giochi? risponde senza
esitazioni: «Attaccante», confondendo le aspirazioni con le capacità. Per
diventare Hadžibegić sarà a poco a poco arretrato fino alla linea dei
difensori, ma questo non lo sa ancora. Sa già qualcosa di importante,
tuttavia. «Mi bastò poco per comprendere», rifletterà, «che da qualche
parte, come calciatore, sarei arrivato in alto». La precoce fiducia nei propri
mezzi si combina con l’attitudine al sacrificio. E alla sicurezza che deriva dal
sentirsi parte di una comunità. Tale era davvero, l’FK Sarajevo. Senza
nemmeno troppo frugare negli anfratti della memoria per Faruk resterà
indelebile quella prima volta in cui poté urlare «campioni, siamo campioni».
Era l’ultima partita del torneo 1966-67 e nello stadio Koševo (poi diventato
Asim Ferhatović dal nome del suo idolo morto d’infarto nel 1987) si doveva
giocare l’incontro decisivo per il titolo di Jugoslavia, che la squadra non
aveva mai conquistato, contro l’NK Čelik di Zenica. «Papà era troppo
nervoso per badare a me. Mi sono trovato da solo nello stadio in mezzo a
quella massa di gente che aveva solo voglia di festeggiare e temeva la beffa.
La vittoria arrivò, 5 a 2. L’eccitazione era tale che nessuno voleva andarsene
dallo stadio, per procrastinare il più possibile quel momento magico, nella
speranza che non finisse mai». Ma la festa finisce, si smontano gli striscioni
e c’è da tornare ciascuno alla propria casa. «Qualcuno si accorse di quel
bambino, io, rimasto solo. Mi chiesero dove abitassi e mi riportarono a casa,
come fossero buoni parenti». La bambagia del Klub è il liquido amniotico
dell’adolescenza. Le premure verso il campioncino da coltivare fanno sentire
Faruk un precoce privilegiato. Il Sarajevo per lui è il Real Madrid, il Santos
del suo Pelé, la Juventus. Quanto di meglio si possa desiderare.
E poco importa se la gloria del primo titolo di Jugoslavia dura poco.
L’impresa non si ripeterà a breve. Ma Faruk sta all’apice del suo orizzonte
conosciuto, mentre amici più sfortunati e meno dotati arrancano nelle
squadre secondarie della città. Impara che il calcio è come l’agricoltura, ci
vuole pazienza. Si semina e si aspetta il raccolto. I semi sono i ragazzi come
lui che crescono nella miglior scuola possibile. Daranno frutti. Faruk
rafforza fisico e tecnica. La caratteristica che lo distingue, lo fa emergere, è
la velocità. Spostato in difesa annulla regolarmente l’avversario di turno, lo
anticipa, lo blocca, lo supera. Come Facchetti non disdegna di rimontare il
campo verso la porta avversaria in caccia della gloria personale. Del ruolo di
attaccante gli resta l’abilità nei calci di rigore. Papà Ismet è ovviamente il
primo tifoso, incoraggia i suoi sforzi, a patto che non trascuri gli studi. Al
liceo è un buon allievo. Sui banchi di scuola, a 17 anni, conosce Safia,
coetanea, la donna del primo bacio, dei primi appuntamenti, tra la via
Maresciallo Tito e Bistrik, il quartiere di lei, che sta appena oltre il fiume
Miljacka. Ci sono fasi in cui tutto sembra andare di fretta, le cose «prime» si
succedono, si apre lo scenario sulla maturità, si indirizza il corso del proprio
cammino. Dopo l’amore, l’approdo nella squadra dei grandi, a 18 anni, il
contratto che sarebbe troppo definire da professionista, sono pur sempre
guadagni socialisti, però un coronamento. Tiene un faro ancora acceso su
altre opzioni, nel caso malaugurato dovesse andare male col pallone. La
coppia Faruk-Safia, insieme, si iscrive all’università, scienze politiche. Lui la
frequenta per due anni, lei la finisce, si laurea in giornalismo. Non si
dedicherà alla carriera. «Ha preferito essere moglie ed essere madre,
assecondarmi, seguirmi ed aiutarmi. Il mio stipendio bastava». Si sposano
nel 1979, nel 1980 nasce la prima figlia, Inda. Gli slavi percorrono presto le
tappe biologiche dell’esistenza. Per desiderio di indipendenza,
affrancamento dalla famiglia d’origine, convenzione sociale. Per machismo
anche. Un uomo di 25 anni che non sia già padre è sospettato di avere
problemi con l’altro sesso; una ragazza della stessa età è considerata zitella
se non ha preso marito. Il rovescio della medaglia è l’alta considerazione in
cui si tiene la gioventù nei settori che richiedono forza, energia, resistenza.
La guerra, lo sport. Un ventenne è titolare in nazionale se lo merita, meglio
impari subito a nuotare nel mare largo delle grandi sfide, ad assumersi
responsabilità, tanto meno gravose quanto più affrontate con la
spensieratezza dell’innocenza. In occidente, a 25 anni, si è ancora una
promessa da coccolare e coltivare.
Tutto sorride ad Hadžibegić e la congiuntura personale coincide con
quella della città che, parole sue, sta attraversando i «dieci anni d’oro», tra
l’80 e il ’90. Precedono gli anni di piombo, ma nessuno ne è consapevole.
Faruk è tra i tedofori che portano la fiaccola delle Olimpiadi invernali di
Sarajevo 1984. Il capoluogo produce il massimo sforzo per essere nei libri
non solo a causa dell’attentato del 1914 ma per una manifestazione globale,
lieta e indimenticabile: saranno tra i Giochi meglio organizzati di sempre. Le
piste sono illuminate per sciare di notte. Dai monti Igman e Bjelašnica si
scende con gli sci ai piedi fino all’uscio di casa. Nei numerosi ristoranti
aperti la bella gente tira mattina. D’estate si raggiungono le seconde case
lungo la costa dell’Adriatico. Avesse dovuto scegliere allora, Faruk avrebbe
preferito la via Maresciallo Tito alla bella casa borghese di Rive droite.
Lo sport è l’occasione di riscatto per atleti che hanno l’obiettivo, a 27
anni, prima le regole di regime non lo concedono, di ottenere il
lasciapassare per l’estero e gonfiare i conti in banca: in patria c’è il benefit
della gloria, non quello della ricchezza. Per struttura fisica gli slavi, lunghi,
longilinei, veloci, sono adatti al basket. Il Bosna dell’allenatore Bogdan
Tanjević raggiunge il trono d’Europa. Nel calcio non hanno le stesse
soddisfazioni, il talento li spinge sino a un soffio da trionfi che non arrivano
a causa di un individualismo nemico del gioco di squadra.
Il Klub vivacchia in prima divisione, quartieri bassi della classifica. Ma c’è
voglia di grandezza nella città delle Olimpiadi e di una piccola ma
soddisfacente dolce vita. I vertici, con lungimiranza per i tempi, decidono di
arruolare uno psichiatra col compito di studiare i comportamenti dei
giocatori, capirne le difficoltà, trovare il rimedio, farli rendere in campo al
meglio delle loro possibilità, motivarli. Per ironia, e fra poco vedremo il
perché, lo psichiatra nuovo arrivato nello staff li incita a superare qualsiasi
divisione etnica e religiosa per essere veramente un gruppo coeso, forte,
unito davanti all’avversario. È un personaggio stravagante e dalla folta
criniera, un serbo del Montenegro, esattamente di Petnjica, villaggio di 500
anime, inurbato a Sarajevo per fare l’università, percorso consueto se il
luogo è talmente aperto da dare un’opportunità a chiunque. Lo psichiatra ha
un gran desiderio di farsi accettare nel suo nuovo consesso. Poeta dilettante,
partecipa alla vita culturale senza essere mai preso troppo sul serio, non per
ostracismo ma per la modesta qualità letteraria. Il calcio gli sembra un buon
veicolo di promozione sociale. Si chiama Radovan Karadžić, il suo nome
incuterà terrore quando, diventato leader dei serbi di Bosnia, ordinerà
l’assedio di Sarajevo più molti eccidi, Srebrenica compresa, e il 24 marzo del
2016 sarà condannato a 40 anni per genocidio dal tribunale dell’Aja. Allora
sembrava semplicemente un burlone, pronto alla risata e agli scherzi,
talmente innocuo da provocare la simpatia che di solito sprigiona da un
impiccione. Agli scafati cittadini sembra ingenuo come un montanaro e le
sue origini non saranno dettaglio trascurabile se il successivo conflitto verrà
letto anche con le lenti dell’altimetrìa, come uno scontro tra la pura
campagna, dove si conservano le radici del serbismo, e i corrotti centri
cosmopoliti giù a valle.
Karadžić finisce in carcere per qualche truffa. Hadžibegić: «Noi atleti
andavamo a trovarlo in galera e a portargli le arance. Aveva buoni rapporti
con tutti i dirigenti, era stato benevolmente accolto. Le sedute con lui
duravano circa un’ora, ci parlava di cose che non ci interessavano molto,
anche piuttosto noiose, a noi premeva solo il rettangolo verde del gioco».
Nessuno aveva sospettato allora che potesse diventare un politico,
tantomeno un macellaio, «e passerò l’intera esistenza a chiedermi che cosa
gli sia successo, come potessero convivere in lui due personalità così
diverse». La passione per il calcio non abbandonerà Karadžić nemmeno nei
suoi tredici anni da latitante prima della cattura. Un suo nipote di nome
Dragan rivelerà che, mentre era ricercato come criminale di guerra, spesso
andava in Italia a seguire le partite in cui erano impegnati due calciatori
serbi, Siniša Mihajlović e Dejan Stanković, tanto da diventare tifoso della
Lazio e dell’Inter dove entrambi hanno militato: anonimamente confuso tra
migliaia di spettatori.
A Faruk la politica interessa il giusto. Il suo desiderio è quello di rivivere,
stavolta dal campo non dalla tribuna, la stessa gioia del 1967. Se ne è andato
Safet Sušić, il totem della squadra. Dopo aver mancato l’Italia per aver
firmato contemporaneamente due contratti con l’Inter e il Torino, è finito in
Francia al Paris Saint-Germain, ma crescono i presupposti per l’impresa, i
semi stanno diventando frutti. Il vivaio, oltre a Faruk, ha prodotto buoni
atleti come il difensore Mirza Kapetanović. O come l’attaccante Predrag
Pašić (il quale scoprirà più avanti quanto gli costerà quel nome «Predrag»
inequivocabilmente serbo: durante l’assedio, fonderà una scuola-calcio
multietnica per bambini, la «Bubamara», ma il campo di allenamento gli
verrà sottratto proprio dal FK Sarajevo, grazie ai buoni rapporti col potere
politico ormai musulmano che vuole impedire la fortuna di un simbolo
«nemico»). Da Konjic, paese immerso tra i boschi dell’Erzegovina, è arrivato
un ragazzo di buoni studi (liceo classico), discreta tecnica e grande
agonismo come Davor Jozić che pure sarà ai Mondiali italiani del 1990,
quelli della fatal Firenze. Lo tengono ai margini all’inizio e rischia di
deprimersi, ma la sua cocciutaggine ha la meglio e diventa una pedina
cardine. Hadžibegić rievoca: «È più giovane di me, gli ho fatto da fratello
maggiore, ho agevolato il suo inserimento, anche se forse non ce n’era
bisogno. Sul piano umano, oltre che su quello professionale, un ragazzo
perfetto». L’anno dopo le Olimpiadi, stagione 1984-85, a suggellare la nuova
centralità di Sarajevo, la squadra senza stelle ma con una forte capacità di
sacrificio, arriva al titolo di campione di Jugoslavia, il secondo per il club.
Un avvio sofferto, una crisi di mezzo inverno e per il resto una cavalcata
trionfale con Hadžibegić che gioca tutte le partite, segna anche quattro gol
prima di salutare tutti e andarsene al Betis Siviglia: ha raggiunto i 27 anni,
lo aspettano la Spagna e le pesetas. Il suo è un esilio economico. Safia e Inda
lo seguono.

Nell’Andalusia che già allude all’Africa, l’espatriato di lusso scopre le


mollezze del clima mediterraneo, il fratello di Safia trova moglie, una
bellezza locale. Faruk si sente come un console jugoslavo a Siviglia,
rappresenta il Paese. Si dice pure «ambasciatori dello sport», no? Con la
Spagna la sua Sarajevo condivide un libro, piccolo e prezioso, un Haggadah
di Pesek, manoscritto miniato tra i più antichi del mondo, realizzato nel
1350 a Barcellona, e arrivato dopo incredibili peripezie fino in Bosnia con gli
ebrei sefarditi che lì trovarono un giaciglio dopo l’espulsione e un lungo
peregrinare in Europa. Durante la Seconda guerra mondiale i nazisti lo
volevano distruggere, lo salvò un musulmano, Dervis Korkut, direttore della
libreria del Museo nazionale, nascondendolo a Zenica nella casa di un
religioso. Più tardi, durante il conflitto degli anni Novanta sarà un altro
musulmano, pure direttore del Museo nazionale, Enver Imamović, a
proteggere il testo caro agli ebrei che sarebbe andato sicuramente distrutto
nel rogo della biblioteca bombardata dai serbi con ordigni incendiari.
Intrecci di un’Europa dove si alternano nefandezze e prodigi.
Hadžibegić ha fatto il percorso inverso dell’Haggadah che tante volte ha
visitato, custodita in una teca come una reliquia. In breve impara lo
spagnolo con la facilità che gli slavi hanno perché partono da un idioma
svantaggiato. Non sarebbe necessario, ma è un «di più» che aiuta: il calcio è
in se stesso un linguaggio universale. Il club non sarà il Real Madrid, ma ne
è fiero («come di tutti quelli in cui ho militato»). Però l’anima è rimasta in
Bosnia. Durante l’intervallo delle partite, la domenica, cerca un telefono a
gettoni negli spogliatoi per chiamare casa e chiedere: «Papà, cosa ha fatto il
Sarajevo?». In settimana si informa sui suoi ex allenatori, ex compagni. È
insopprimibile in lui il desiderio di tenere aperto un canale, consolidare un
legame. In cambio è prodigo di racconti sul suo nuovo domicilio, gli usi, i
costumi, le abitudini. Narra di quei campioni che gli altri vedono solo in
televisione e lui in carne ed ossa perché, ora, è al loro livello. Ce l’ha fatta,
non dimentica le origini. È l’occhio e l’orecchio di chi è rimasto in patria, un
Jules Verne in esplorazione del fantastico mondo del calcio professionistico.

I tamburi di guerra non sono mai troppo invasivi all’inizio. Dapprima


sono un’eco lontana, ovattata, un rumore di sottofondo da scacciare con
fastidio, come una mosca d’estate. O da scacciare per esorcismo. Si è sordi,
non si hanno orecchie per le cattive notizie quando si ha, come Faruk, una
buona predisposizione d’animo. Non potrà mai dimenticare quella volta,
sarà stato il 1986, che un compagno di squadra al Betis, l’attaccante Hipólito
Rincón Povedano, arriva all’allenamento e gli chiede preoccupato: «Faruk,
ma ci sono problemi al tuo Paese? In televisione hanno mostrato scene di
guerra». E lui di rimando, stupito e convinto: «No, non è niente di grave».
Gli indizi non possono essere più forti delle convinzioni, quando sono molto
radicate. Traccerà un parallelismo: «Per me la Jugoslavia era come una bella
donna di cui sei innamorato. Proprio per il sentimento che provi, tu la trovi
irresistibile, intelligente, educata. Mentre per altri, che la guardano con
occhi diversi, non è così». Hipólito aveva visto imponenti esercitazioni
militari e si era allarmato, grazie all’intuito sviluppato nella Spagna
franchista. Della «bellissima» Jugoslavia di Faruk aveva scorto le rughe.
Palla avvelenata

La Jugoslavia, al netto del «decennio d’oro» di Sarajevo, vive in realtà un


passaggio molto complicato quando Faruk la lascia. Tito è morto da cinque
anni. Il suo carisma, il partito unico, la cogestione operaia, la repressione
della dissidenza interna, ma anche una certa liberalità nel concedere i visti a
chi vuole emigrare, hanno tenuto unita una Federazione che conta sei
Repubbliche (Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro,
Macedonia) e due province autonome (Kosovo e Vojvodina). Ma la
costruzione mostra degli scricchiolìi, non regge alla prova del trapasso del
padre fondatore, nonostante una monumentale Costituzione di 502 capitoli
che dovrebbe garantire l’equilibrio e l’alternanza al potere tra le varie etnie.
L’insofferenza verso il centralismo di Belgrado fa risorgere nazionalismi mai
sopiti però tenuti in sonno. Sloveni e croati si dicono stanchi di mantenere i
fratelli ripudiati del sud grazie alle loro tasse: argomento formidabile per i
separatisti di tutte le latitudini d’Europa anche ai nostri giorni. In Bosnia,
invero timidamente e per reazione, si riscopre una radice turca. In Kosovo
gli albanesi invertono la proporzione demografica perché fanno molti più
figli, diventano stragrande maggioranza e vogliono anch’essi
l’indipendenza. A Belgrado, complice l’anniversario tondo della battaglia di
Kosovo Polje (1389), mito fondativo dell’identità, è il nazional-comunista
Slobodan Milošević a rilanciare l’idea della Grande Serbia con lo slogan «la
Serbia è dove ci sono le tombe serbe», dalle sinistre assonanze col proclama
di Adolf Hitler: «Dove c’è un tedesco là è la Germania». La crisi economica
e un’inflazione dai ritmi sudamericani creano il corto-circuito perfetto e i
presupposti per un conflitto imminente.
Le curve degli stadi sono le prime a fiutare il vento e si preparano.
Egemonizzate dalla malavita comune, diventano luogo privilegiato di
reclutamento dei gruppi paramilitari. Calcio e pallottole sono le due facce
della stessa medaglia. Soprattutto in Serbia e Croazia, le due Repubbliche
con la maggior tradizione sportiva e identitaria.
Una mappa può aiutare a orientarsi nel cocktail tra tifo e politica.
Cominciando da Spalato. Per l’Hajduk (significa «aiducchi», era il nome dei
combattenti croati, montenegrini, ungheresi, serbi, romeni e bulgari
impegnati nella resistenza contro i turchi) parteggiava Josip Broz, nome di
battaglia «Tito», per origini metà croato e metà sloveno, e i maligni fanno
notare che dopo la sua scomparsa il club non ha più vinto uno scudetto
jugoslavo. Il tifo aveva un’identità dalmata dove per tale si intende quella
particolare indole che hanno gli uomini di costa, i quali tendono a
differenziarsi dai croati dell’entroterra per la maggiore apertura al
confronto e allo scambio. Lo stadio Poljud è stato muto testimone di almeno
due eventi memorabili. Il primo risale al 4 maggio 1980 quando durante un
Hajduk-Stella Rossa Belgrado arrivò la notizia della morte del Maresciallo.
Era il 41’ del primo tempo e fu Ante Skataretico, presidente dell’Hajduk,
oltre che vicepresidente del consiglio croato, ad annunciarlo con
l’altoparlante ai 50.000 presenti. Il capitano della squadra di casa, Zlatko
Vujović, stramazzò a terra per l’emozione, si rialzò stringendo le labbra con
i denti e scoppiò in lacrime come compagni, avversari e pubblico. Tutti si
misero a cantare la canzone-omaggio al leader: «Druže Tito, mi ti se
kunemo, da sa tvoga puta ne skrenemo!» (Compagno Tito, noi te lo
giuriamo, dalla tua linea non devieremo!). Vujović, di quel giorno, ha fissato
nella memoria non tanto i pianti e la canzone ma il silenzio. «Lo stadio era
pieno di gente eppure si sarebbe potuta sentire volare una mosca. Quel
silenzio era costernazione, paura, ci stavamo chiedendo cosa sarebbe
successo ora che non c’era più il presidente». Dieci anni più tardi, dieci anni
sufficienti perché nulla fosse più lo stesso, il 26 settembre 1990, in occasione
di un Hajduk-Partizan Belgrado (e con gli ospiti in vantaggio 2 a 0) i più
facinorosi elementi della «Torcida» (leggi «Torzida»), ormai diventata
ultranazionalista, invasero il campo, inseguirono armati di spranghe
giocatori e supporter avversari, tolsero la bandiera jugoslava dall’asta, la
bruciarono e la fecero sventolare in fiamme come triste vaticinio.
Significava: «Così finirà la Jugoslavia». E siccome certe tradizioni non
muoiono e si rimandano di tifoso in tifoso, il 12 giugno 2015, prima
dell’incontro Croazia-Italia valido per la qualificazione all’Europeo di
Francia, gli estremisti spalatini hanno tagliato l’erba in modo che risultasse
visibile una svastica sul terreno di gioco.
A un’altra partita del Partizan (nome dei suoi ultras: «Grobari», Becchini),
stavolta in casa e contro la Dinamo di Zagabria, si fanno risalire i prodromi
dei conflitti degli anni Novanta. Il 19 marzo 1989, dopo la vittoria per 2 a 0
degli ospiti si scatenò la guerriglia per le vie di Belgrado. Il quotidiano
«Vjesnik» di Zagabria scrisse: «Le competizioni sportive sono divenute il
mezzo non solo per scambi di invettive politiche ma anche per violenze
delle più brutali che rappresentano un monito dei pericoli di involuzione
verso un conflitto dei più allarmanti». E «Politika» di Belgrado: «A nulla
sono valse le perquisizioni operate dalla polizia nei confronti dei tifosi
giunti nella capitale. E pensare che prima della partita i giocatori delle due
squadre avevano mostrato uno striscione con la scritta Jugoslavia». Per un
contrappasso spettacolare, negli anni Cinquanta il Partizan, squadra
dell’esercito jugoslavo (Jna) e dunque di ispirazione jugoslavista, ebbe per
due anni come presidente Franjo Tudjman, futuro alfiere dell’irredentismo
croato (morirà nel 1999 alla vigilia di una annunciata incriminazione del
tribunale internazionale dell’Aja per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia),
il quale fece cambiare i colori della società da rossoblu a bianconeri.
La Dinamo di Zagabria è per eccellenza la squadra dell’orgoglio croato,
tanto che le fu permesso anche in epoca titina di avere la scacchiera della
bandiera croata nello stemma. La forte rivalità con la Stella Rossa di
Belgrado contribuirà in modo decisivo alla radicalizzazione delle rispettive
curve e al loro ruolo da protagoniste nelle battaglie in Slavonia, l’antica
Pannonia romana, pianura fertile e generosa di messi di grano.
La Stella Rossa fu fondata dagli studenti di Belgrado e da quel che era
rimasto della borghesia cittadina nel 1945 per poi trasformarsi lentamente
nel club della polizia.

Nella terra di Faruk Hadžibegić il calcio si appresta a diventare


formidabile strumento di lotta, propaganda. E morte. Il sarajevese-
cosmopolita Faruk non solo non trova motivi per allarmarsi, ma è distratto
da un’altra svolta, un’altra valigia, un altro trasloco. Lo vuole il Sochaux,
allenato da un serbo della Vojvodina, Silvester Takač, e lui accetta, si è già
impegnato quando, nel 1986-87, la squadra retrocede in seconda divisione. I
dirigenti gli offrono di strappare il contratto se per lui è umiliante la
categoria. Faruk fa una sola telefonata, a Ivica Osim, il selezionatore della
nazionale jugoslava, detto «il Professore» o anche «l’Orso»: «Lei mi
convoca ugualmente anche se non gioco in un campionato di vertice?».
«Ma certo, per me nema problema, nessun problema», è la risposta. Così
parte per il dipartimento del Doubs, Franca Contea, al confine con la
Svizzera.
Il passaggio da Siviglia, 700.000 abitanti, caldo perenne, vita notturna, a
un piccolo paese dove l’inverno è inverno, è choccante. La società ha sì un
blasone, due volte regina di Francia tra le due guerre, ma è un po’ appassito.
Faruk ne conosceva almeno il nome «per via del grande stabilimento della
Peugeot, molto popolare in Jugoslavia». Appena arrivati, Safia gli chiede di
portarla a cena, lui prenota il miglior ristorante. Lei un po’ stupefatta:
«Perché hai scelto un locale in periferia?». «Ma, amore, siamo in centro».
Alle 10 di sera, le cucine chiudono, a Siviglia «aprivano a mezzanotte».
Almeno ha il conforto, tra gli altri, di essersi avvicinato a casa e di poter
parlare la sua lingua in squadra. Assieme a lui è arrivato Mehmed
Baždarević, bandiera dello Željezničar Sarajevo. Così si ricompone,
all’estero, il derby di casa. Insieme, da quell’angolo quieto d’Europa,
guarderanno la dissoluzione. Intanto ci sono da celebrare la pronta risalita
in Ligue 1 e la contemporanea nascita (1988) della secondogenita degli
Hadžibegić, Maja.
13 maggio 1990

All’ingresso dello stadio Maksimir di Zagabria c’è una targa che recita:
«Ai sostenitori della squadra che su questo terreno iniziarono la guerra
contro la Serbia il 13 maggio 1990». L’impianto si trova all’interno
dell’omonimo parco di gusto asburgico, 18 ettari con zoo e diverse opere
d’arte. Maksimir, tradotto letteralmente, significa: «Il massimo della pace».
Può ospitare, oggi, 38.000 spettatori. Segnò il suo record il 7 settembre del
1969 in occasione di un’amichevole tra la Dinamo e il Santos di Pelé. Che la
guerra sia iniziata al Maksimir può sembrare un’esagerazione. È invece una
notizia verificabile. Tutto aveva congiurato perché quella del 13 maggio
fosse la data perfetta, l’occasione perfetta, lo scenario perfetto. Il calcio ha la
capacità di essere cassa di risonanza per lanciare messaggi semplici,
immediati, comprensibili a chiunque. Lo guardano, lo amano o almeno lo
sbirciano, plebei e nobili, umili e potenti. Non bastasse, una sapiente regia
aveva convogliato verso una partita tutti gli interessi di fazioni ormai
apertamente in lotta.

Così com’era, la Jugoslavia era poco più di un’idea romantica in agonia.


Nella notte tra il 22 e il 23 gennaio del 1990 si era tenuto quello che sarà
l’ultimo congresso della Lega dei comunisti, vero motore dello Stato. I
delegati sloveni e croati avevano abbandonato i lavori. Il 17 febbraio lo
psichiatra serbo dell’ospedale di Sebenico Jovan Rašković (psichiatra, come
Karadžić...) aveva fondato l’Sds, il partito democratico serbo, formazione di
riferimento per i serbi di Croazia (in maggioranza nelle terre di confine
verso sud, le Krajine) per opporsi alla vague nazionalista di Zagabria. A
Belgrado Slobodan Milošević aveva definito i confini della Grande Serbia
che avrebbe ridotto la Croazia, nelle intenzioni dei più estremisti tra i suoi
seguaci, a «tutto ciò che si vede dal campanile di Zagabria». Per alcuni,
Zagabria stessa «è serba».
La domenica prima del 13 maggio, il giorno 6, in Croazia si erano tenute
le prime elezioni libere e, grazie a una legge fortemente maggioritaria, aveva
trionfato l’Hdz (Unione democratica croata) di Franjo Tudjman, uomo forte
e futuro presidente con un passato ideologico che definire ambiguo è un
eufemismo. Nato nel 1922, ha combattuto la Seconda guerra mondiale coi
partigiani, salvo col tempo rinnegare il suo passato comunista fino ad
assumere preoccupanti posizioni autoritarie di destra per coronare
l’ambizione di entrare nei libri di storia come il leader della Croazia
indipendente. Da giovanissimo, quando aveva seguito Tito, aveva con
determinazione combattuto il supercroato governo ustascia di Ante Pavelić,
alleato di Hitler, svolgendo poi il ruolo di commissario politico con risultati
così brillanti da essere promosso a responsabile della formazione dei quadri
dell’Armata jugoslava, quale severo custode dell’ortodossia marxista. La
nomina a generale, il più giovane dell’esercito, è la diretta conseguenza. In
quell’epoca è convinto che il comunismo porti «il Paradiso in terra». Nel
libro La guerra contro la guerra teorizza la guerriglia. Lascia la divisa
militare attratto dallo studio della storia e si laurea alla facoltà di Scienze
politiche a Zagabria, dove, trentacinquenne, discute la tesi sulla «Crisi della
Jugoslavia monarchica dal 1918 al 1941». Una crisi dovuta, così conclude, al
desiderio dei croati di separatismo. Il processo di revisione delle posizioni
giovanili è iniziato. Si convince che i suoi connazionali non sono stati più
crudeli degli altri slavi del sud durante il secondo conflitto mondiale e la
faida interetnica (1.800.000 morti in totale), come volevano le versioni del
regime.
Apre e dirige un Istituto di storia del movimento operaio. Attorno al 1970
è uno degli ispiratori del «Maspok», movimento prima accettato e poi
represso quando risulta chiaro che è pervaso dal virus del nazionalismo. Nel
1971 Tudjman è radiato dal partito e incarcerato con l’accusa di attività anti-
jugoslava e indipendentista. Scrive un libro per dimostrare che nel campo di
sterminio ustascia di Jasenovac, in Croazia, ci furono meno vittime serbe di
quanto si pretenda. Non sconterà tutta la pena, ma il passaggio in galera lo
potrà esibire come una croce al merito. La passione per lo sport, già palese
nel periodo comunista con la presidenza del Partizan, diventerà strumento
di campagna elettorale. Capisce il valore mediatico di avere al suo fianco dei
campioni a sostegno. Come i cestisti Dražen Petrović e Toni Kukoč, il
calciatore Zvonimir Boban.
Tudjman ha dunque trionfato il 6 maggio e c’è quella partita di lì a una
settimana, ininfluente per la classifica del campionato, la Stella Rossa lo ha
già vinto, la Dinamo è comunque seconda. Però è un ghiotto pretesto, da
entrambe le parti, per le prove generali del conflitto. Si sa che i «Delije»
(Eroi), ultras della Stella Rossa di Belgrado, arriveranno in massa, ne sono
annunciati almeno tremila. Ci vorrebbe una robusta operazione di contrasto
per impedire incidenti. Ma a Franjo Tudjman fanno comodo i disordini. La
bassa manovalanza no, ma i vertici della polizia a Zagabria sono quasi tutti
serbi, di più: serbi comunisti. Una loro clamorosa inefficienza può
autorizzarne la rimozione. I vertici dell’amministrazione stanno a guardare,
non impartiscono ordini perentori. Se diventa massima la confusione sotto il
cielo, per parafrasare Mao Zedong, la situazione è eccellente.
A guidare le orde, ché tali sono, dei «Delije», c’è un personaggio dal
passato criminale, dal presente indecifrabile e dal futuro da macellaio. Si
chiama Želiko Ražnjatović, detto «Arkan», appellativo per il quale esistono
almeno quattro versioni. «Arkan» per il nome su un finto passaporto turco
da lui usato; per la tigre di uno dei suoi fumetti preferiti; perché una
derivazione dal latino «arcanus». Infine «Arkan» dal protagonista di un
film della sua adolescenza, un intrepido combattente slavo che sterminava
soldati tedeschi. Classe 1952, nato a Brežice, in Slovenia, dove il padre
montenegrino, generale dell’Aeronautica, era di stanza, all’età di 9 anni era
fuggito di casa, a 18 aveva conosciuto il primo arresto a Zagabria dopo una
rapina in un bar. Svelto di mano e di pistola, negli anni Settanta viene
arruolato dall’Udba, la polizia segreta jugoslava, per svolgere spedizioni
punitive all’estero nei confronti di emigrati sgraditi al regime. L’attività
coperta non gli impedisce di diventare un pericolo pubblico numero uno in
Europa. Italia, Svezia, Belgio e Olanda sono i Paesi delle sue scorribande. Nel
carcere milanese di San Vittore fomenta una rivolta. Evade da molte
prigioni, accumula condanne per 25 anni oltre a un ricco bottino, prima di
tornare a Belgrado, nel 1986, dove ammazza il direttore dell’azienda
petrolifera croata Ina. Le protezioni in alto loco lo mettono al riparo dalla
giustizia. Si fa notare per le vie del centro alla guida di una vistosa Cadillac
rosa. Davanti allo stadio della Stella Rossa, il Marakana (evidente la
scimmiottatura del nome dell’impianto di Rio de Janeiro), apre una
pasticceria-gelateria che, ben presto, diventa il punto d’incontro della
malavita belgradese oltre che dei tifosi. Non gli era mai stato attribuito un
così smodato interesse per il calcio, la sua comparsa in curva risponde al
preciso progetto del potere (ordito da Slobodan Milošević, oltre che dal
responsabile della sicurezza del ministero dell’Interno Jovica Stanišić, futuri
clienti del tribunale dell’Aja) di controllare e incanalare per i più diversi
scopi la violenza anarchica degli energumeni da stadio. Arkan, assassino ma
per nulla stupido, una carta assorbente della cultura di strada, capisce il
potere che gli può derivare dall’incarico. Forte, oltre che del timore che
incute, anche dell’alone leggendario che lo circonda, un’aura che solo i santi
e i criminali possono vantare, ben presto riesce a unificare le fazioni degli
hooligans, a trasformarli da anarchici a falange militarizzata. Controlla la
vendita dei biglietti per i match, organizza le trasferte, minaccia gli arbitri.
Nei suoi campi d’addestramento dei teppisti senza alcuna fede, se non quella
nel pallone, imparano la gerarchia. Commenterà lui stesso: «Ho insistito fin
dall’inizio sulla disciplina. Ai tifosi piaceva bere (lui era proverbialmente
astemio), far casino. Ho impedito tutto questo, immediatamente. Li ho
convinti a tagliarsi i capelli, a radersi tutti i giorni, a rinunciare all’alcol».
Ecco perché alla vigilia del 13 maggio 1990 i «Delije» sono pronti a
marciare come una brigata sulla Croazia. Al suono di un canto serbo di
epoca ottomana che suona: «Gli eroi danzano nel cuore della terra serba,
gira gira, il girotondo si sente fino a Istanbul». Anche fino a Zagabria.
Ancora non fossero chiare le intenzioni, il treno Belgrado-Zagabria
(quindici mesi dopo la linea cesserà di funzionare per cinque anni, tra il
1940 e il ’45 la tratta fu interrotta solo per due giorni) è una terra di nessuno
dove i «Dalije» fanno le prove generali di devastazione. La loro massa
d’urto è tale che nessuno ha il coraggio di fronteggiarli, di far rispettare la
legge. Loro sono la legge, Arkan il giudice supremo. Alla stazione
ferroviaria nessuna forza pubblica ad accoglierli: il contesto è quello di una
nazione in dissoluzione, un simulacro del principio di autorità. Arkan ha
studiato una strategia fin dalla notte precedente quando ha mandato un
manipolo dei suoi con finte targhe di Belgrado, sembra addirittura
quattromila, da appiccicare sopra le targhe di Zagabria nei dintorni di
Maksimir: la prevedibile reazione degli avversari porterà alla distruzione
delle vetture dei loro connazionali.
È una bella giornata di sole, gli «Eroi» fanno a piedi il percorso fino allo
stadio, hanno sassi, pietre, spranghe di ferro, razzi, l’acido per sciogliere le
barriere di sicurezza: l’armamentario della guerriglia da stadio. Non hanno
ancora le pistole e i fucili. Si sistemano nella curva sud. Dall’altra parte,
curva nord, ci sono i «Bad Blue Boys» (BBB), appellativo preso dalle bande
giovanili americane in un film con Sean Penn del 1983 e dai supporter del
Chelsea di Londra: sono gli ultrà della Dinamo a cui Tudjman cambierà
nome perché suonava troppo socialista (salvo essere ripristinato dopo la sua
morte). Anche loro si sono portati appresso il kit del perfetto hooligan. Ma è
chiaro che non sono due tifoserie, sono due piccoli eserciti in formazione e
le stesse facce si ritroveranno davanti a Vukovar, nella «Stalingrado
croata», quando avranno imparato a maneggiare, in certi casi, persino
l’artiglieria pesante. Gli slogan alludono ad altri ambiti, non quelli sportivi.
«Zagabria è Serbia, uccideremo Tudjman», minacciano i serbi.
«Secessione», «Croazia», rispondono gli altri. Tra tanta concitazione, c’è un
signore che passeggia tranquillo a bordo campo, in inappuntabile completo
blu su camicia bianca. È Arkan: i miliziani adorano i vestiti firmati e hanno
rispetto della cravatta. Sembra il padrone assoluto della situazione, e lo è.
Gesticola per impartire ordini però con la noncuranza di chi è abituato a ben
altre intemperie. Confesserà in seguito: «Quel giorno ho previsto lo scoppio
della guerra». Come se non fosse tra quelli che l’avevano preparata.
Verso le 18 scendono in campo le squadre. Da entrambe le parti ci sono
atleti che di lì a nemmeno un mese vestiranno la stessa maglia blu della
Jugoslavia ai Mondiali di calcio italiani. Nella Dinamo il difensore Andrej
Panavić, il giovane e promettente attaccante Davor Šuker, soprattutto
l’astro nascente, il più giovane capitano della storia del club, Zvonimir
Boban, poi campione nel Milan di Silvio Berlusconi. Della Stella Rossa il
capitano è Dragan Stojković, forse il più dotato, per destrezza, dell’intera
storia del football balcanico, il fantasioso montenegrino Dejan Savićević, il
«Genio», il goleador macedone Darko Pančev, anche un croato di padre e di
madre serba come Robert Prosinečki. Iniziano il riscaldamento ma è
evidente che non ci sarà partita. Stojković: «Ho visto della gente che calava
in campo dalla curva nord e ho detto ai miei compagni che era meglio ci
rifugiassimo negli spogliatoi, troppo pericoloso». Lo seguono. Così alcuni
avversari.
I tifosi croati sono sul terreno per rispondere alle provocazioni degli
uomini di Arkan, almeno questa è la loro versione, perché quelli divellono i
seggiolini e li gettano a uno a uno sui calciatori della Dinamo.
La situazione degenera quando lo speaker comincia a leggere le
formazioni per i ventimila spettatori presenti. I serbi scavalcano le tribune. I
croati ritengono un oltraggio le violenze a casa loro e cercano di
raggiungerli perché il confronto a distanza diventi una rissa da saloon con
migliaia di partecipanti. La polizia usa manganelli e gas lacrimogeni
scagliandosi soprattutto contro quelli della Dinamo, che pure stanno
soccombendo. Invano. Intervengono i reparti antisommossa con autoblindo
e cannoni ad acqua. Non c’è più spazio per i calciatori. Zvonimir Boban è
rimasto sul terreno assieme a pochi altri quando vede i poliziotti picchiare i
suoi fans. Si avventa correndo verso un agente e gli urla con tutto il fiato
che ha in gola: «Vergognatevi, state massacrando i bambini». Quello, di
rimando: «Brutto figlio di puttana, sei come tutti gli altri». Boban con una
ginocchiata gli frattura la mascella: l’immagine ripresa dalle televisioni e
trasmessa in tutto il mondo, diventerà l’emblema del conflitto imminente. Il
poliziotto non è nemmeno un serbo ma un musulmano di Bosnia, si chiama
Refik Ahmetović, molto tempo dopo perdonerà il calciatore «perché quelli
erano giorni in cui le persone sembravano cieche». Mentre Boban spiegherà
così l’episodio: «Ero un volto pubblico, ma ero preparato a rischiare vita,
carriera e tutto quello che la fama mi avrebbe potuto portare per una causa
ideale, la causa croata. Posso solo aggiungere che ho reagito a una grande
ingiustizia, non si poteva rimanere indifferenti. Ci furono sicuramente
anche da parte mia delle provocazioni prima dello scontro col poliziotto».
Sarà costretto, nei giorni successivi, a cambiare rifugio ogni notte per
evitare i rastrellamenti della polizia. Sarà arrestato e processato. «Durante
l’udienza tentarono l’ultimo sporco imbroglio presentando una cassetta
dell’incidente contraffatta. Era stata montata in modo che sembrassi io
l’aggressore. Recuperai la cassetta originale da una tv tedesca e riuscii a
cavarmela smascherando l’imbroglio». La Federazione calcistica jugoslava
lo squalifica per nove mesi, poi ridotti a quattro, sufficienti a fargli saltare il
Mondiale italiano. Zvonimir Boban la sua scelta l’aveva fatta: «Facendo
bene il mio mestiere posso essere utile come chi combatte al fronte».
Poliziotto contro calciatore è una metafora bellica talmente chiara che gli
esagitati sugli spalti raddoppiano gli sforzi per mostrare il loro lato più
cattivo. I tremila «Delije» sono limitati nel loro perimetro e del resto hanno
già raggiunto lo scopo. Persino Arkan scompare dal palcoscenico. Come in
una ripartenza calcistica, un contropiede, tocca ai «Bad Blue Boys»
vendicare Boban, che peraltro porta il nome, Zvonimir, di un antico re
croato. I disordini, iniziati al Maksimir, proseguono per le strade del
capoluogo e dureranno ore, fino a notte fonda. Stojković, riparato negli
spogliatoi, attraverso le grate che danno sulla strada riesce a decifrare
l’impazzimento generale. Intravede o solo intuisce le cariche degli agenti
antisommossa, gli attacchi dei «Bad» che «ci gridavano di tutto e la parola
più gentile era cetnici». Cetnici: i filomonarchici ultranazionalisti di Draža
Mihajlović della Seconda guerra mondiale: la storia è un eterno presente,
nei Balcani. Hanno paura i ragazzi della Stella Rossa. Nelle viscere dello
stadio dovranno restare fino alla mezzanotte quando potranno finalmente
ripartire. Bilancio: 59 tifosi e 79 agenti feriti, 7 tram e centinaia di
automobili distrutti, 132 arresti. Per uno di quei meccanismi di protezione
che scattano davanti all’indicibile, la stampa delle Repubbliche, che aveva
enfatizzato disordini precedenti più contenuti, stavolta minimizza, tende a
ridurre la battaglia a una classica resa dei conti tra tifosi. Troppo difficile
prendere atto che un pallone ha spalancato i cancelli sull’abisso.

Faruk Hadžibegić vede su uno schermo, da lontano, la giornata di


straordinaria follia. Stavolta non è un Hipólito Rincón a riferire, e forse
travisare, di immagini allarmanti che arrivano dal «suo Paese». Stavolta
scorre sotto i suoi occhi il delirio. Più che dal senso generale, che ancora gli
sfugge, è colpito da un dettaglio: la polizia è intervenuta, non solo, è entrata
nella bagarre. Polizia ed esercito rappresentano l’autorità, fino ad allora
riconosciuta come super partes, sono garanti dell’unità dello Stato, sono gli
unici detentori legittimi dell’uso della forza. E sono, così la vulgata, al
servizio del popolo. Perché allora gli agenti si sono immischiati? Se lo
chiede, Faruk. Così come si interroga su un collega, Boban, che è stato parte
attiva, ha aggiunto una casacca politica a quella del club e a lui hanno
sempre insegnato a non farlo. Sì, c’è qualcosa che gli sfugge, dal suo
osservatorio nel piccolo mondo antico che è quell’angolo di Francia, una
sovversione di valori. Pazienza, pochi giorni e scenderà in patria per il ritiro
della nazionale. Tempo tre settimane e ci sarà anche lui al Maksimir...
3 giugno 1990

Che facciamo adesso? Se lo chiedono tutti, da Lubiana fino a Skopje,


lungo la dorsale che compone la Jugoslavia, con gradi diversi di
preoccupazione. Ma più di tutti se lo chiede Ivica Osim, l’allenatore della
nazionale di un Paese che non vuole più essere tale. Ivica è una leggenda
nella costruzione della quale molto ha potuto anche la biografia
extrasportiva. Nato a Sarajevo il 6 maggio del 1941, esattamente un mese
dopo l’invasione nazista, figlio di Mihail, macchinista ferroviere, madre
Karolina di origini ceche e polacche, ha un’infanzia difficile, come è
intuibile, però riscattata dall’eccellenza sia nel calcio sia negli studi. Entra
nelle giovanili dello Željezničar (scontato, visto il lavoro del padre) e
all’università sale fino alla laurea in matematica. Proprio quell’attitudine ai
numeri e alla geometria, la razionalità nei ragionamenti, lo aiuteranno, a
detta dei suoi calciatori, quando diventerà coach. Arriverà sino alla
nazionale dove giocherà 16 partite. Agli Europei del 1968 in Italia, in
semifinale, gli inglesi lo temono al punto che parte l’ordine di azzopparlo fin
dai primi minuti per costringere la squadra in dieci: non erano previste le
sostituzioni. Nonostante questo la Jugoslavia vince 1 a 0. Nella trasposizione
alfabetica della complessione fisica, per Vladimir Dimitrijević, l’intellettuale
serbo-svizzero-parigino, il corpo dell’Orso è una X: due gambe ben piantate
al suolo e due spalle imponenti. Terminerà la carriera in Francia, destino di
molti slavi del sud, tra Strasburgo, Sedan, Valenciennes. Burbero,
carismatico, capelli segnati da un ciuffo ribelle, sguardo intenso e
penetrante, rappresenta l’impossibile speranza che almeno per un mese, il
tempo della competizione, abbiano un senso le due parole chiave su cui si è
retto il socialismo jugoslavo, «bratstvo i jedinstvo», fratellanza e unità. Sa di
avere una squadra piena di talento, il problema è tenerla insieme. Nelle
qualificazioni al Mondiale si è classificata prima nel girone (seconda la
Scozia, terza la Francia, eliminata), sei vittorie, due pareggi, nessuna
sconfitta. Tra i ventidue che ha convocato ci sono: un nocciolo duro di
fedelissimi, un figlio putativo sportivo, un gruppo di riconoscenti estimatori
e una pattuglia di cordiali oppositori. I quattro moschettieri al servizio del re
sono anche i senatori del gruppo. Faruk Hadžibegić, anzitutto, che sarà in
seguito il suo capitano e che Ivica ha avuto modo di apprezzare quando era
sulla sponda opposta nella rivalità cittadina. Il vecchio, 35 anni, Safet Sušić,
il fantasista che fa delirare il Parco dei Principi e che France Football nel
2010 eleggerà miglior giocatore del Paris Saint-Germain di tutti i tempi e
miglior straniero della Ligue 1 di tutti i tempi (c’è da capire se in una
classifica aggiornata sarà superato da un altro bosniaco per origine, un certo
Zlatan Ibrahimović). Naturalmente Zlatko Vujović, il capitano in carica, un
po’ montenegrino, un po’ croato, un po’ bosniaco, da tempo pellegrino in
Francia tra Bordeaux (un campionato, una coppa e una supercoppa di
Francia), Cannes, Paris Saint-Germain con Sušić, più tardi Sochaux e Nizza.
Infine Tomislav Ivković, il portiere giramondo, uno capace di vincere
scudetti sia con la Dinamo Zagabria sia con la Stella Rossa di Belgrado, di
trovarsi indifferentemente a suo agio in Austria come in Belgio, in
Portogallo come in Spagna. Appena fuori dal cerchio magico, comunque
devoti, i bosniaci Davor Jozić e Mirza Baljić che gioca a Sion. La stella serba
Dragan Stojković, per cui nei Balcani si sprecano i paragoni con Maradona.
Talmente importante che, quando sarà in dubbio il suo utilizzo a causa di un
infortunio, il mister commenterà con una frase diventata famosa:
«Stojković? Lo faremo giocare seduto su una poltrona in mezzo al campo».
La nazionale jugoslava è una sorta di cooperativa in diaspora e una certa
distanza dalla madrepatria, pensa il professor Osim, la tiene al riparo dai
furori etnici.
Non scenderà da Sochaux assieme ad Hadžibegić per il ritiro di Parenzo
Mehmed Baždarević, originario di Višegrad (la città che il premio Nobel per
la letteratura Ivo Andrić ha reso immortale col suo libro Il ponte sulla Drina)
un anno prima giudicato miglior giocatore straniero in Francia, un
centrocampista di sostanza che, con Osim in panchina, nel 1985 aveva
portato lo Željezničar fino alla semifinale della Coppa Uefa. Sarebbe stato un
sicuro titolare, ma durante un Jugoslavia-Norvegia dell’11 ottobre 1989 ha
sputato sull’arbitro turco Yusuf Namoğlu e la Fifa lo ha sospeso per un anno
da tutte le competizioni internazionali. Si può immaginare con quale dolore
nel cuore, il professore ha deciso di non fare ricorso contro il
provvedimento, benché Baždarević abbia sempre sostenuto che si sia
trattato di un equivoco: «Avevo subito un fallo durissimo, ero stramazzato a
terra ed ero in uno stato di estrema confusione. L’arbitro nel referto ha
scritto che lo avevo insultato in inglese quando in realtà non sapevo
nemmeno una parola in quella lingua all’epoca. E poi quello sputo che non
ricordo. Mi ero fatto molto male. Ribadisco, ero in totale confusione». Per la
mascella fratturata al poliziotto non ci sarà Boban, il quale avrebbe
comunque avuto poco spazio, dovendo ancora superare in graduatoria i
meriti di collaudati titolari nel suo ruolo.
Nonostante le defezioni, il professore ha un’équipe che solo la miopia
degli specialisti si ostina a declassare da «una delle favorite» a «possibile
sorpresa». Assieme ai giocatori esperti ci sono i ragazzi reduci da uno
strepitoso successo nel campionato del mondo under 20, Cile 1987. La
competizione era stata a tal punto snobbata dalla Federazione di Belgrado da
indurla a tenere a casa i talentuosi Siniša Mihajlović, Alen Bokšić e Vladimir
Jugović (più tardi tutti protagonisti in Italia) perché si riteneva per loro più
utile partecipare al campionato jugoslavo. Solo una rivista non sportiva, il
settimanale «Arena», aveva mandato un inviato al seguito, ma più per
scrivere articoli sulla nutrita comunità jugoslava in Cile che per le imprese
degli under. E invece... Invece bastano i Boban, i Robert Prosinečki (Pallone
d’oro della manifestazione), i Predrag Mijatović, i Davor Šuker, i Robert
Jarni, gli Igor Štimac, per superare di slancio il girone, eliminare il Brasile ai
quarti, la Germania Est in semifinale e prevalere sulla Germania Ovest in
finale ai rigori. Germania Est e Germania Ovest, distinguo che non avrà più
senso dopo nemmeno un lustro. Così come la parola Jugoslavia.

Prima di trasferirsi in Italia per il Mondiale, bisogna tornare al Maksimir


perché la Federazione ha da tempo fissato un’amichevole, l’ultima della
preparazione, con l’Olanda laureatasi due anni prima campione d’Europa. È
il 3 giugno 1990. Non si può rinunciare, sarebbe come alzare
preventivamente bandiera bianca e darla vinta ai facinorosi. Un dettaglio,
apparentemente insignificante, dovrebbe mettere sull’avviso circa la
temperatura emotiva che la nazionale troverà. Il gruppo dei bosniaci,
Hadžibegić, Sušić, Vujović, va alla reception dell’Hotel Intercontinental di
Zagabria per prenotare le camere alle mogli. Una formalità. Il concierge
chiede i documenti. Non li hanno, li tengono in custodia i factotum della
nazionale. Ma come, io sono Sušić! Io sono Vujović! Io sono Hadžibegić!
Tutti li conoscono e non ci sarebbe stato problema in altri tempi. Ma la
burocrazia sa essere inflessibile quando è vassalla del potere. E Sušić,
Vujović, Hadžibegić non sono più le stelle di cui andare orgogliosi, sono
l’emblema di quanto non si riconosce più, la rappresentativa di tutti gli slavi
del sud. Sorpresi, frastornati e increduli davanti a un impiegato che ha
eseguito ordini superiori e chissà in cuor suo quanto si sente a disagio
nell’infliggere quel piccolo sopruso invocando un assurdo rispetto
legalitario, i calciatori ottengono la prenotazione perché non si precipita
nell’assurdo in un momento solo, si procede per gradi. Un escamotage si
trova. Il concierge dell’Intercontinental è un piccolo ingranaggio della
macchina dell’ostilità che non lavora ancora a pieno regime se nella
passeggiata per le vie del centro i nazionali sono fermati, blanditi, osannati:
come al solito, come sempre. Mettono lo spiacevole inconveniente tra
parentesi. Un’incomprensione. Non è così, come presto sarà chiaro.
Ci sono ventimila tifosi a Zagabria e non sono venuti in amicizia.
Entrano in campo i giocatori. Jugoslavia: Tomislav Ivković (croato),
Mirsad Baljić (bosniaco), Faruk Hadžibegić (bosniaco), Predrag Spasić
(serbo), Zoran Vulić (croato), Davor Jozić (bosniaco), Srečko Katanec
(sloveno), Dejan Savićević (montenegrino), Dragan Stojković (serbo), Safet
Sušić (bosniaco), Zlatko Vujović (croato, montenegrino, bosniaco, identità
plurale).
Olanda: Hans van Breukelen, Ronald Koeman, Graeme Rutjes, Berry van
Aerle, Adri van Tiggelen, Frank Rijkard, Ruud Gullit, Erwin Koeman, Jan
Wouters, Wim Kieft, Marco van Basten.
Quando parte l’inno jugoslavo, «Hei, slavi...», i ventimila, come un sol
uomo, fischiano sonoramente. Per opposizione lo cantano con intonazione
più forte del solito, a squarciagola, il portiere Ivković e Hadžibegić.
Stojković e Savićević, che erano lì tre settimane prima e altro non si
aspettavano, ridono in maniera sarcastica e nervosa. Sušić e Baljić sembrano
confusi, Katanec spaesato. Sugli spalti sventolano bandiere olandesi e
croate. Si alza un possente coro per il grande assente: «Boban, Boban». E
poi contro Osim e Stojković: «Pederasti, pederasti». Prima della fotografia
di rito, in piedi e accosciati, Faruk raduna i suoi compagni e con la
determinazione della rabbia li incita: «Forza ragazzi, siamo undici contro
ventimila, facciamogli vedere di che pasta siamo fatti». È un inedito giocare
contro il proprio pubblico, la sensazione fastidiosa che quella è terra
straniera, ostile. E loro dei forestieri. Forestieri indesiderati quando con gli
olandesi si usa invece il galateo dell’ospitalità. Hadžibegić è furioso, sente
l’affronto. Sotto la maglia i suoi nervi sono tesi al punto da far vibrare i
muscoli.
La bolgia non si placa, gli stessi orange, sorpresi e impreparati,
commenteranno: «Non ci aspettavamo di avere tanti tifosi nei Balcani».
Non è tifo per, è tifo contro. Ivica Osim ordina tre sostituzioni: Dragoljub
Brnović (montenegrino) per Katanec, Prosinečki (croato) per Sušić, Pančev
(macedone) per Vujović. L’Orso perde l’aplomb e applaude ironicamente il
pubblico con un movimento che dal battito di mani si tramuta in un gesto
eloquente, il braccio che guizza verso l’aria come a dire «andate a quel
paese». Nella ripresa gli ospiti segnano due volte, Rijkard e van Basten,
finisce 0 a 2. Capitan Vujović si ostina a voler distinguere: «Non ce
l’avevano con la nazionale in sé, ma con qualche calciatore specifico. E se la
sono presa perché abbiamo giocato male e perso». Negli spogliatoi, dopo lo
sforzo dei novanta minuti, Hadžibegić non si trattiene e si sfoga. Durante
l’intervista di rito post-partita si scaglia contro un giornalista: «Dovete
vergognarvi per aver contribuito a creare questa atmosfera contro la
nazionale. Non giocheremo mai più al Maksimir». Orfani di un Paese che
tuttavia debbono rappresentare, undici calciatori si fanno la doccia
considerando, in molti casi, che sarà l’ultima a Zagabria chissà per quanto
tempo. Nelle favole che hanno loro raccontato da bambini la Jugoslavia è
una terra promessa, un progetto di armonia, una «diversità» che li distingue
dall’occidente capitalista e dall’est sotto il giogo sovietico. Il calcio l’isola di
meritocrazia mondata dagli intrighi delle corti. Niente è più vero. Meglio
salire sull’aereo, passare il confine, approdare in Italia. Provare, con i
successi, a favorire la resipiscienza di menti fiaccate dal virus etnicista.
Ritiro

Boban è in Croazia a risolvere i suoi guai giudiziari, mentre a Belgrado


Miljan Miljanić, responsabile di tutte le squadre nazionali, si adopera invano
per annullare la sua sospensione: sarebbe mossa distensiva ma non incontra
il beneplacito della politica. Baždarević ha la sacca pronta in caso di una
riduzione della squalifica. «Ci ho sperato fino all’ultimo. Se fossi stato
italiano, tedesco, di uno Stato che comanda nel calcio mondiale, mi
avrebbero dato 3-4 turni, nulla di più. Ma venivo da un Paese comunista,
fuori dai grandi giochi, e dare una punizione esemplare a me era più facile».
Dovrà rassegnarsi a fare lo spettatore sul divano di casa. I calciatori
avrebbero preferito stare a Bologna, i vertici hanno scelto la più tranquilla
Sassuolo e hanno ceduto sulla richiesta di poter ricevere visita dalle mogli,
compagne, fidanzate. Dopo l’Olanda del 1974, quando le donne diventarono
presenza fissa e fu superato il tabù per cui un calciatore non poteva fare
l’amore in prossimità dei match, indietro non si torna. A Sassuolo il 4
giugno arriva una squadra monca, stordita, dilaniata da troppe differenze.
Quelli andati a giocare all’estero non si capacitano di come il Paese stia
cambiando a velocità vertiginosa, non riescono a riconoscerlo. I più anziani
vivono ancora, sotto pelle, la retorica dei «plavi», della maglia blu, simbolo
dell’approdo nell’Olimpo degli immortali. I più giovani e disincantati hanno
visto un altro film. Tito è morto da dieci anni, erano troppo piccoli quando il
suo feretro, in treno, aveva fatto il giro delle Repubbliche provocando
un’ondata di commozione senza precedenti. Vi avevano partecipato
delegazioni di 128 Paesi, compresi quattro re, trentun presidenti, sei
principi, ventidue primi ministri e quarantasette ministri degli esteri: un
record che sarà battuto solo nel 2005 per le esequie di papa Giovanni Paolo
II. Ma quella era la Jugoslavia che aveva contato nel mondo come mai nella
sua storia, Belgrado la terza capitale per importanza dopo Washington e
Mosca perché faro del movimento dei non allineati. La Jugoslavia attuale,
non più così strategica dopo la caduta del Muro di Berlino, è periferia che
non vale «nemmeno le ossa di un granatiere di Pomerania», per dirla con
Otto von Bismarck. Le sue convulsioni, un incidente locale su cui stendere
un cordone sanitario. L’occidente, assolutamente ignorante di cosa succeda
oltre i suoi confini dove considera che siano tutti grigi i gatti nella notte
totalitaria, distingue a malapena i serbi dai croati, e preferisce considerare
ancora la Federazione socialista come un monolite, avendo già da fare i
conti con la riunificazione tedesca e una disgregazione assai più pericolosa,
quella dell’Unione Sovietica che possiede le testate nucleari.
Ma nell’agonia di una nazione stanno sopravvivendo, quasi fuori tempo
massimo, alcune istituzioni, come la squadra di calcio qualificata alla
massima competizione planetaria. Nell’illusione prospettica, forse una carta
da giocare per uno stupefacente ritorno al futuro. Il potere magico del
pallone è il balsamo da stendere sopra le ferite riaperte. L’Hadžibegić che
sibila «facciamogli vedere di che pasta siamo fatti» spera ancora di
possedere un antidoto efficace. È l’uomo che non si rassegna a un disegno
precostituito dagli dei, si ribella a Zeus e spinge il suo masso verso la cima
del monte. Anche se rotolerà a valle mille e mille volte.
Contemporaneamente è anche il guardiano del Piccolo Principe per cui «la
consigne c’est la consigne»: la sua missione è ribadire la superiorità di ciò in
cui ha creduto: lo sport. Perché, così gli hanno insegnato, lo sport, molto più
di qualunque altra intrapresa umana, non contempla i favoritismi. Nessun
allenatore ti manderà mai in campo per raccomandazione, ed è uno dei
motivi inconsci a cui si deve la sua popolarità. Lo sport crea identità,
appartenenza. Il guaio è che l’identità jugoslava si è infranta contro
l’ingordigia di ducetti che hanno trovato nel nazionalismo il viatico per la
conservazione del potere. Tudjman a Zagabria, Milošević a Belgrado,
entrambi un tempo comunisti.
L’eredità non si dissipa in un giorno. Si spende poco a poco. E Tito ha
ancora degli orfani sparsi qua e là, uniti nel rimpianto. Uno è il papà buono
del calcio jugoslavo, quel Miljan Miljanić che invano ha cercato di graziare
Boban, e a Sassuolo è il San Sebastiano che assorbe le frecce avvelenate
scagliate contro i figli-atleti. Non è stato granché come agonista, Miljanić,
ma da allenatore ha vinto quattro titoli con la Stella Rossa, due campionati
spagnoli col Real Madrid, dove portò la rivoluzione obbligando gli atleti
anche a tre sedute di allenamento giornaliere. Nel 1990 è un bel signore
sessantenne, con un sorriso contagioso e sdrammatizzante, e un
nauseabondo profumo dolciastro sparso a profusione tra collo e polsi.
Avrebbe fatto anche carriera politica se non fosse che lo sport «è tra le tre
cose più belle della vita». Conosce l’arte della diplomazia, in Spagna ha
imparato come si fronteggiano i media sedendosi sulla panchina
tradizionalmente più calda del Continente. Offre il petto per difendere la
squadra, sparge tranquillanti nelle conferenze stampa ufficiali. Pur se
aggiunge un pizzico di pepe: «Il calcio è calcio ed è più forte della politica.
Lo difenderò contro tutti i nemici che sono molti, anche tra i politici. Il
calcio è competizione e la competizione è per gli amici. Per i nemici c’è la
guerra. Io ho amici sparsi in tutto il mondo grazie al calcio. E noi stiamo a
parlare di regionalismi... Basta, la politica ne stia fuori. Noi siamo senza
frontiere». Una mozione del cuore in controtendenza coi venti centrifughi
che spirano nell’Europa timorosa della globalizzazione e si rifugia nella
bambagia rassicurante delle Heimat, le piccole patrie. Miljan tende un
ramoscello d’ulivo a Zagabria: «Non ho detto che non ci giocheremo più, ho
solo detto che se non ci vogliono non ci andremo a giocare. Come la Spagna
che non si esibisce mai a Bilbao o a Barcellona». Autogol! Baschi e catalani
non riconoscono il potere di Madrid e vagheggiano l’indipendenza. Evita
con un dribbling il parallelo e si rifugia nel bilancio di campo: «Sono molto
soddisfatto. Le due rappresentative under sono alle finali della loro
categoria. La squadra A è qui ai Mondiali. Questa è la miglior risposta a chi
vuole male al calcio. Il nostro è un campionato povero perché saccheggiato.
Visto l’andamento dell’economia, noi fabbrichiamo calciatori per esportarli.
L’anno scorso sono andati all’estero in quarantaquattro».
Ivica Osim, l’Orso, lo ha scelto lui, nel gioco delle parti sono il poliziotto
buono e quello cattivo. Il corpulento coach ha un volto perennemente
imbronciato, parla a monosillabi come se fosse una seccatura. Cerca di
vedere il bicchiere mezzo pieno, di trasformare un limite in un’opportunità:
«L’atmosfera di tensione che si è creata può essere un motivo in più per
caricare i giocatori. Possiamo giocare alla pari con tutti. Il problema è una
disciplina di gioco che manca nella squadra. L’Italia non trova un posto per
Baggio. Io di Baggio ne ho addirittura sei».
Roberto Baggio è la delizia, l’eroe atteso dei padroni di casa. Un
funambolo dal tocco delicato come le sue ginocchia, uno di quei campioni
che sono «rara avis», panda da proteggere perché eccedono se stessi.
Quando la palla arriva nei suoi paraggi, lo stadio trattiene il fiato perché sta
sospesa nell’aria la consapevolezza che la magia della bellezza sia sul punto
di rivelarsi. Non è incasellabile in uno schema, come tanto piace ai trainer
che vogliono solo disciplinati soldatini. Non è un numero 9, non è un
numero 10, è un 9 e mezzo, sa concludere e sa inventare. È la rottura
dell’ordine, la scheggia impazzita, l’imprevisto, la differenza. Un’epifania. La
timidezza caratteriale non impedisce alla sua personalità di debordare,
amato come un bene prezioso e perciò in grado di oscurare i dintorni per
prendere su di sé il fascio di luce. Dunque inviso ai mister. Non a caso in
carriera entrerà in polemica con i Sacchi, i Lippi, venerabili maestri
pluridecorati, certo, ma incapaci di permettere alla rosa più pura di
sbocciare su un campo di calcio.
Avere sei Baggio per il professore è sì un problema. Ma non è solo tecnico
o tattico benché sia contrabbandato per tale. I croati, ormai rassegnati
all’assenza di Boban, non sopportano Šuker e Panavić in panchina. I serbi
contestano l’utilizzo degli «anziani» bosniaci Sušić e Vujović a scapito di
Prosinečki e Pančev, rispettivamente croato e macedone ma in forza alla
Stella Rossa. I rumors danno l’unico sloveno, Katanec, arrabbiato quando
viene sostituito.
Tra sospetti e veleni, riemerge sulla stampa slava l’espressione obsoleta e
propria del linguaggio settoriale delle guerre, di «quinta colonna». Alcuni
calciatori, carte assorbenti degli umori regionali, sarebbero le «quinte
colonne» delle varie Repubbliche con l’incarico di minare l’operazione
«squadra nazionale». Come? Non scambiandosi il pallone in campo,
distruggendo alla radice l’essenza stessa di un gioco che si pratica in undici.
I serbi non passano ai croati. I croati non passano ai serbi. Un professionista
sa esattamente come comportarsi perché il sabotaggio non sia palese e
venga contrabbandato per un errore di valutazione. Si scava nei pensieri
reconditi degli atleti più vicini al nazionalismo per sondarne gli umori. Si
valuta il loro atteggiamento per cogliere gli indizi del presunto «sciopero
bianco». Ma i ventidue selezionati si ribellano sdegnati e respingono in coro
il sospetto. Saranno pure divisi in clan ma nessuno gioca contro nessuno, è
la loro difesa. E se ci sono dissapori, sono dissapori sportivi. Come tra i due
galli nel pollaio, Stojković e Savićević di un anno più giovane, che no, non si
reputa meno bravo e reclama più considerazione. Tra i due non può esistere
rivalità etnica, uno è serbo l’altro montenegrino, cioè due razze (se si passa
il termine, visto che esiste una sola razza: la razza umana) che si
considerano affini, salvo che i montenegrini di tanto in tanto rivendicano
una superiorità per un bizzarro primato: hanno i femori più lunghi
d’Europa. Dunque la rivalità non è etnica ma tecnica. E scatena un rancore
profondo. Tanto che una volta Savićević quando non si vede in formazione
tra i titolari, confessione di Vujović, lascia tutti e scompare, «allora me ne
vado». Gli atleti sono diventati star, sostituiscono nell’immaginario gli
attori. E qualcuno si comporta da piccola diva.
Il cuscinetto tra staff e calciatori è Dušan Maravić, segretario generale-
accompagnatore, gentiluomo d’altri tempi con occhi cerulei ed eleganza
parigina. Parigi è del resto stata centrale nella sua esistenza. Nel 1964, a 25
anni e grazie a una deroga speciale, la prima concessa dal regime, la Stella
Rossa lo cedette al Racing Club Paris, Ligue 2, dopo tre campionati vinti e la
medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma ’60. Centrocampista longilineo e con
la testa piena di fosforo, degli anni francesi non può citare trionfi ma una
svolta sentimentale avvenuta proprio il giorno dello sbarco sotto l’Arco di
Trionfo. «Le Figaro» gli aveva dedicato un titolo a tutta pagina come si
trattasse del salvatore dei destini della capitale. Era corredato, l’articolo, di
una sua fotografia. Caso volle che una copia finisse nelle mani di una
giovane connazionale che studiava alla Sorbona e che se ne invaghì via
carta stampata. Lo volle conoscere ed era facile, non come adesso che
bisogna passare per procuratore, addetti della società, personal manager,
sponsor. Le bastò aspettarlo per strada. Non si sono più lasciati, è diventata
sua moglie. Dušan Maravić è il confidente, il fratello maggiore, quello che
entra in camera per sapere se qualcosa non va, che passeggia lungo la linea
di bordocampo tenendo sottobraccio un atleta se nota in lui una smorfia, un
gesto di disappunto.
Miljanić-Osim-Maravić sono la triade, l’ombrello che si apre per riparare
dal temporale in arrivo, ma nulla possono se il temporale è grandine che
buca il sottile tessuto dell’ombrello. Confidano, come alleato, nella quiete
della casa di cura della Salvarola, annesse terme e centro fisioterapico per
riparare muscoli affaticati, sulle dolci colline di Sassuolo, placida Emilia
ricca e opulenta, a dieci chilometri da Maranello, la casa della Ferrari di
Formula 1. Sassuolo, provincia di Modena, centro mondiale della ceramica, è
stata scelta per la vicinanza con Bologna e perché a due passi corre
l’autostrada per Milano, le due sedi degli incontri della prima fase.

Il ritiro non è poi così quieto come i dirigenti lo avevano dipinto sulla
carta. Katanec, lo sloveno, si lamenta della discoteca che sta lì appresso:
«Una sala da ballo per cinquemila persone che facevano casino fino a tarda
notte». Non proprio l’ideale per uno come lui, un faticatore di centrocampo,
un mediano che deve recuperare palloni e correre anche per i tenori là
davanti senza nemmeno l’ausilio del gemello-operaio specializzato
Baždarević. Oltretutto ha un ginocchio gonfio come un melone per un
menisco rotto dopo una stagione stressante alla Sampdoria che gli ha
portato un successo europeo, la Coppa delle Coppe vinta in finale con
l’Anderlecht, con in panchina il serbo Vujadin Boškov. «E il medico della
squadra non faceva assolutamente nulla per la mia gamba malata». Non
siamo ancora alla medicina esasperata, c’è l’idea che certi giocatori, come
Srečko, non sono fatti di carne e ossa ma di ferro e zinco, dunque possono
sopportare, stakanovisti della sfera, altro che poltrona in mezzo al campo.
Katanec è turbato dalle voci di imprecisate minacce messe in giro contro lui
e famiglia per la sua partecipazione a una causa jugoslava. Pubblicamente le
nega, compagni e allenatore le confermano. Nella gerarchia delle
Repubbliche che vogliono secedere la Slovenia viene per prima. Intanto
perché ha un’omogeneità etnica pressoché totale (98 per cento di sloveni) e
poi perché è la più periferica, su al nord, fra le Alpi, una sorta di
continuazione della confinante Austria. Tanto che Dragan Stojković ama
prenderlo in giro: «Srečko, ma perché invece del calcio non hai scelto lo
sci?». Stojković è ancora scosso dai fischi di Zagabria e non ne fa mistero:
«Visto l’accaduto sono proprio contento di andare all’estero». Ha accettato
la corte del Marsiglia e quel contratto ha i contorni del rocambolesco:
«Sapevo che erano interessati a me grandi club, Milan, Juventus, Barcellona.
Nel novembre del 1989 un pomeriggio mi chiama Maravić, il segretario
generale, mi aspetta in sede perché c’è una persona che vuole vedermi.
Arrivo e mi trovo davanti Bernard Tapie. Aveva preso un volo privato e si
era precipitato a Belgrado per battere la concorrenza e convincermi. Io sono
lusingato da tanta attenzione. Penso che a Marsiglia posso vincere la Coppa
dei Campioni, il Pallone d’oro. Gli do la mia parola con una stretta di mano.
Quando torno a casa squilla il telefono, all’altro capo del filo c’è Adriano
Galliani o Ariedo Braida, non ricordo esattamente. Comunque un esponente
del Milan di Arrigo Sacchi e Silvio Berlusconi, il massimo in quel momento.
Galliani, o era Braida?, mi dice: davvero hai firmato col Marsiglia? Rispondo
di no. Non c’è la firma in effetti e loro sono disposti a convincere Tapie a
desistere. Ma il francese non molla e io gli ho dato la mia parola. Che
rispetto». Anche il Maradona dell’Est non sta benissimo, è reduce da un
intervento chirurgico al ginocchio in Germania, ma deve stringere i denti,
questa è la sua grande occasione e si sente in obbligo di ripagare la fiducia
dell’allenatore che gli ha costruito la squadra attorno.
Se Stojković è l’indiscussa star, nello spogliatoio è il carisma di Safet
«Pape» Sušić che giganteggia. Originario di Zavidovići, profonda Bosnia, ha
avuto con la nazionale un rapporto ondivago. Dopo i Mondiali del 1982 in
Spagna e gli Europei del 1984 per quattro anni non è stato chiamato a favore
di ragazzi più giovani e perché stava ormai sulla soglia dei 30 anni. Osim lo
ha ripescato, dopo l’oblìo, in occasione di un incontro con la Francia vinto 3
a 2: «Ero molto stupito, ma ho subito detto sì». All’inizio della carriera era
stato il giocoliere del Sarajevo, dove si andava allo stadio Koševo solo per
lui, per vedergli fare la «kicma», quel movimento che dalla spina dorsale
scende fino all’anca e mette a sedere il difensore, al minimo lo disorienta.
Una finta che apre lo spazio al dribbling, al virtuosismo illuminato.
Succedeva spesso quando la partita si trascinava sullo zero a zero e partiva
l’invocazione «kicma, kicma» reclamata a gran voce in ogni settore. Lui
eseguiva: ed il gesto da solo ripagava del costo del biglietto. Sušić ci riderà
sopra, una volta diventato un veterano: «Mi piaceva molto farlo a inizio
carriera, poi ho capito che era meglio essere più essenziale, più concreto,
meno spettacolare». Più prosa e meno poesia, anche perché, riflette, «il
dribbling in qualche modo irride l’avversario, è uno scherno». Con l’età gli è
cresciuta la compassione per i difensori che lo devono fermare. Nel 1990
fanno otto anni che Sušić è andato a cercare gloria nel Paris Saint-Germain
e all’esigente pubblico parigino ha regalato un titolo, nel 1986, quando i
trionfi erano avari sotto la Tour Eiffel, niente a che vedere coi giorni nostri
del Qatar, degli emiri e dei petrodollari. Trequartista di classe cristallina, ha
maturato una certa distanza con le convulsioni della sua terra d’origine,
tanto da proporsi come il saggio che ne ha viste e può permettersi il
privilegio dell’internazionalismo. Nella sarabanda delle bocche semicucite,
perché quando la ragione si sta perdendo ogni parola è di troppo, è tra i
pochissimi a cui è concesso il privilegio di affrontare le conferenze stampa
senza l’obbligo della retorica insulsa: «Per fortuna siamo arrivati in Italia.
Stiamo meglio che in Jugoslavia dove c’è troppo sciovinismo. Quanto sta
avvenendo è molto triste, non trovo altro aggettivo. La politica è entrata
nello sport e bisognerebbe separare le due cose. Se giocherò ancora a
Zagabria? A Belgrado sarebbe la stessa cosa. Purtroppo è così da quando
esiste la Jugoslavia». Una frase che rompe un tabù. È vietato evocare una
divisione, che, seppur evidente per i fatti recenti, Pape fa risalire alla notte
dei tempi, contro la propaganda di regime tesa a descrivere in modo
bucolico i rapporti tra etnie e confessioni. Consapevolmente o meno, con
quell’equiparazione tra Zagabria e Belgrado Sušić indica il re nudo, rompe i
canoni del politicamente corretto, sottolinea come 45 anni di socialismo non
erano riusciti, e in nessuna delle due Repubbliche più importanti, a
seppellire rancori antichi, rimasti sotto traccia e pronti a riesplodere, come
avverrà. Un amico lo aveva messo in allarme. L’inverno precedente, durante
una sosta del campionato, era tornato a Sarajevo e aveva fatto visita nel suo
atelier al vicino, il noto pittore Ismar Mujezinović. L’artista lo aveva gelato:
«Caro Safet, non saremo vicini di casa ancora a lungo. Io sto per emigrare in
Slovenia, Repubblica originaria di mia moglie, perché qui ci sarà la guerra».
Ivica Osim si fida del sicuro fascino di Pape per tenere unita quella
«compagnia picciola». Così come si fida di Hadžibegić per l’assoluta
dedizione alla causa, la voglia di non vedersi rovinato l’appuntamento più
importante della carriera. Faruk ha visto crescere, attorno a lui, una squadra
che dai ranghi bassi della graduatoria è salita fino a spaventare, almeno
sulla carta, le rappresentative più blasonate. I calciatori, per quanto possano
essere longevi, hanno una vita breve, come le rose. E le poche tappe decisive
della carriera sono minate da infortuni, squalifiche, cali di forma,
incomprensioni con chi li deve scegliere. Un Mondiale è ogni quattro anni, a
33, l’età di Faruk, è verosimilmente l’ultimo. Quando abbiamo
consapevolezza delle cose ultime è sempre come se morissimo almeno un
poco. Non è vero che si muore una sola volta e per tutte. Gli atleti hanno
una vita che termina prima di cominciarne un’altra che non sarà mai così
entusiasmante, anche se piena. L’epica si addice alla gioventù e gli eroi sono
tali finché non appendono le scarpe al chiodo.
Questo è il sentimento dei senatori a Sassuolo. Sportivamente moriranno
loro, in Italia. E c’è quella complicazione per cui rischia di morire anche il
Paese a rendere più delicato il trapasso. Guardano i compagni-ragazzi che
avranno altre chance, pur se non si sa sotto quale bandiera, e se non li
invidiano per le incertezze racchiuse sotto il cielo del futuro, di certo
maledicono il fatto che per loro l’ultima volta nasca sotto i cattivi auspici di
una congiuntura esterna della quale non hanno colpa.
Se la ragione presenta il conto del pessimismo, esiste tuttavia il mistero di
Eupalla, il Dio del calcio, che obbliga a crederci comunque. Il calcio non è
matematica, benché Osim coniughi le due materie, non è sport dove è
assodato che vinca il migliore. Un centimetro di troppo, un ciuffo d’erba,
una rotazione imperfetta, un errore che si tramuta in possibilità. Le
incognite sono infinite e un campo di calcio è troppo grande per prevederle
tutte. Per questo lo stesso Osim ripete: «Ce la giochiamo con chiunque». Per
questo Faruk-Kaltz crede si possa ribaltare il pronostico come gli è già
successo nel «decennio d’oro» di Sarajevo quando ha sconfitto Zagabria e
Belgrado. Nell’illusione di aver lasciato al confine di Trieste i travagli del
Paese, ci si concentra sui piccoli bisogni quotidiani. La discoteca che fa
rumore e impedisce il recupero di energie, il cibo scadente dell’albergo che
induce il massaggiatore a diventare cuoco e a cucinare per tutti secondo il
gusto balcanico. Inezie per Faruk che si vuole godere l’attimo. Per usare una
delle sue metafore, il Mondiale è come la Jugoslavia (almeno come lui la
crede), come l’amore della vita. Esente da difetti. Dorme in camera con
Jozić, trova l’organizzazione perfetta. Compreso il dettaglio di una pizzeria
vicina all’hotel dove consumare clandestinamente l’unica trasgressione
rispetto alla dieta consigliata. Per come funziona l’antidoping non può bere
più di tre caffè e una coca-cola ogni 24 ore, «e io che ero abituato a bere due
litri di coca-cola al giorno mi sono dovuto adeguare, ho scoperto quanto può
essere squisito il succo di frutta alla pera». Nella monotonia del programma
allenamento-riposo-allenamento-riposo c’è anche spazio per
sdrammatizzare, a Sassuolo. Per ridere di Bokšić e Prosinečki che,
approfittando di qualche ora di libertà, vanno in una proibita piscina ma
vengono traditi dal loro colorito al ritorno: rossi come pomodori, portavano
sul corpo i segni della marachella. E poi l’indimenticabile visita alla fabbrica
della Ferrari, a quel centro di eccellenza tecnologica dove si produce il
prodigio dell’automobile sportiva più amata del mondo. E durante i vari
trasferimenti in pullman, come succede agli studenti in gita scolastica, il
disco-tormentone che fa da colonna sonora, nel caso Haris di Haris
Džinović, un sarajevese che unisce il rock al folk, alla musica gitana. Il cd lo
ha portato Stojković, lo impongono allo sventurato autista italiano che a un
certo punto ne sarà però così conquistato da telefonare alla moglie per
farglielo ascoltare via cavo.
La musica, la pizza, la piscina, le sfide a minigolf, gli scherzi, la visita di
consorti e compagne. Sono il simulacro di normalità, il tentativo di
evasione, persino la convinzione che sia davvero tutto ordinario quando la
triade Miljanić-Osim-Maravić è costantemente alle prese con gli
ammonimenti che arrivano dai rappresentanti delle sei Repubbliche
desiderose di essere «degnamente» rappresentate nella formazione titolare.
Faruk si fida del frangiflutti Osim, uno che non si fa mettere sotto da
nessuno, per l’alta considerazione di se stesso e della funzione, uno che
riusciva a consultare chiunque «senza perdere un briciolo di
autorevolezza». E cataloga le invasioni di campo sotto la voce «così fan
tutti». «Forse che quando l’équipe de France ha avuto problemi, Thierry
Henry non si è rivolto a Nicolas Sarkozy? E allora perché stupirsi se i croati
volevano questo e i serbi quest’altro. Li si ascolta come è gentile fare, e poi
si fa di testa propria».
Sono ragazzi in fondo i calciatori, è l’illusione ottica della fama a farli
sembrare più grandi. A strati diversi di responsabilità e di preoccupazioni da
gestire, nessuno perde di vista il motivo per cui sono lì. Sullo sfondo, per la
domenica successiva, c’è la partita più dura del girone, con la Germania a
Milano.
Per la Germania, Milano è come giocare in casa. Nell’Inter, infatti, ci sono
tre tedeschi, Andreas Brehme, Lothar Matthäus e Jürgen Klinsmann, molto
amati. Soprattutto i primi due che c’erano anche nel 1988-89 quando con
Giovanni Trapattoni in panchina, l’Inter polverizzò ogni record e fece 58
punti con 26 vittorie, 6 pareggi e 2 sconfitte (la vittoria valeva due punti).
C’è da ipotizzare un tifo totalmente a favore della Germania, come in effetti
poi sarà. E non bastasse, c’è quello stadio-monumento, San Siro, rinnovato
con il terzo anello, che fa tremare le gambe dei meno attrezzati
emotivamente. Da lì è passata la leggenda dell’Inter di Herrera, del Milan di
Rocco. Non c’è la pista di atletica, gli spettatori stanno a ridosso dei
calciatori, una muraglia umana che incombe, che legittima la definizione del
pubblico come «dodicesimo uomo» in campo. Nella testa, le gesta dei grandi
che ci sono passati, Suárez, Hamrin, Mazzola, Rivera. Il pensiero di Faruk va
a Giacinto Facchetti. Cosa significhi San Siro lo ha sperimentato il venerdì 8
giugno Diego Armando Maradona nella partita inaugurale dell’Argentina
sconfitta dal Camerun, 1 a 0, gol di Omam-Biyik, dopo che il «Divino
Scorfano» (copyright di Gianni Brera) è stato fischiato per novanta minuti.
Le sue colpe: aver vinto lo scudetto 1990 col Napoli e i rodomontici eccessi
comportamentali che una metropoli seria e compassata come Milano non
riesce a perdonare. Maradona, con sublime piroetta, nelle interviste post-
partita eluderà elegantemente le domande sull’accaduto. «Quanto male mi
hanno fatto i fischi? Nessuno, ho fatto dell’Italia un Paese non razzista», e
l’allusione è al colore della pelle dei camerunensi. Si potrebbe tracciare un
paragone anche tra l’inno argentino fischiato a Milano con quanto successo
a Zagabria. Ma regge solo per la becera inciviltà. A Zagabria c’è stato il di
più di jugoslavi che hanno fischiato la Jugoslavia. A Milano gli italiani
hanno fischiato l’Argentina.
Ivica Osim non ha tempo per riflettere sulle sfortune altrui. Lui ha da fare
una formazione che contenga i panzer e gli contenda il successo, pressato
com’è dalle ingerenze di troppi commissari tecnici senza patente che gli
impediscono di dormire la notte molto più della discoteca. Si gira e si rigira
e convoca i quattro moschettieri, nella democrazia autoritaria dove c’è
diritto di parola ma poi uno decide. Va anche da Srečko Katanec, perché
persona direttamente interessata dalle scelte. «Che ne diresti se davanti
faccio giocare insieme Sušić, Stojković, Vujović e Savićević? Cioè se metto
anche Dejan?». Così si risolve il dualismo Stojković-Savićević e si mette una
bella dose di qualità con l’idea di pungere, fare male. Katanec si immagina i
tedeschi che gli scappano da tutte le parti perché quelli davanti non tornano
a difendere, si permette di fargli notare: «Mister, mi manca anche
Baždarević a fianco e io non sto benissimo col ginocchio. A centrocampo
non reggiamo uno schieramento tanto offensivo». Non sarà ascoltato. E in
un match che non è come gli altri perché Jugoslavia-Germania non può
essere solo una partita di calcio.
Jugoslavia-Germania

A molti sarà capitato di vedere il film di Emir Kusturica Underground,


Palma d’Oro a Cannes nel 1995, musiche scatenate per ottoni e trombe di
Goran Bregović. Si apre col bombardamento di Belgrado del 6 aprile 1941 ad
opera dei nazisti con gli animali dello zoo che iniziano a circolare per le
strade di una capitale sconvolta dagli ordigni e dal caos: circostanza rimasta
ossessivamente presente nella memoria collettiva. Comincia un’occupazione
che durerà fino al 1945, scatenerà per reazione l’epopea partigiana
culminata con la liberazione del Paese. I partigiani dovettero contrastare,
oltre che gli invasori tedeschi, anche i cetnici filomonarchici serbi di Draža
Mihailović e il governo ustascia filonazista di Ante Pavelić insediato a
Zagabria. Anche durante il primo conflitto mondiale la Serbia fu invasa dai
tedeschi arrivati in soccorso dell’Impero austro-ungarico di cui già facevano
parte Slovenia e Croazia, oltre alla Bosnia annessa nel 1908.
Riassumendo: due guerre, e che guerre, nel tremendo Novecento, hanno
visto la potente Berlino e la fiera Belgrado l’un contro l’altra armate. Con
Zagabria che era stata invece per motivi diversi dalla parte del più forte,
però alla fine soccombente, e nella Seconda Jugoslavia aveva dovuto
condividere la scrittura della storia secondo la versione dei vincitori.
Avendo peraltro il peccato originale di aver affiancato il male assoluto
hitleriano, senza nemmeno poter rinfacciare agli eterni fratelli ripudiati
(«Serbi e croati sono la stessa merda di vacca spaccata in due dal carro della
storia», secondo l’efficace definizione dello scrittore croato Miroslav Krleža)
una deriva stalinista. La Repubblica socialista, certo belgradocentrica, di Tito
ha avuto l’ardire di tagliare i ponti con l’Unione Sovietica fin dal 28 giugno
1948 con la rottura all’interno del Cominform: decenni prima che lo stesso
passo venisse compiuto da un Enrico Berlinguer in Italia o da un Georges
Marchais in Francia.
Ma le radici lunghe di certi legami possono inabissarsi, non inaridirsi. A
Lubiana come a Zagabria la Germania resta un punto di riferimento perché
è l’emblema di come si vorrebbe essere. L’efficienza teutonica un modello a
cui aspirare per essere risucchiati nella Mitteleuropa a cui si è appartenuti.
Persino in Serbia la pubblica riprovazione si tramuta in privata ammirazione
per il modo in cui i tedeschi hanno saputo risollevare l’economia dopo la
disastrosa disfatta. Nell’intera Jugoslavia il marco è la moneta di riferimento
per chi vuole salvare i miseri risparmi dall’inflazione galoppante, al mercato
nero non si scambia che quello. Del resto, dovendo trovare un nomignolo
lusinghiero per Hadžibegić, non si è forse scelto «Kaltz», un tedesco?
Sentimenti ambivalenti insomma verso il nano politico e gigante economico
d’Europa. Con un sovraccarico di soddisfazione quando, raramente, si riesce
a batterlo nello sport più popolare, il calcio. Come se fosse la sempiterna
rivincita del 6 aprile 1941. C’erano riusciti, gli jugoslavi, in un memorabile e
beneaugurante 10 giugno di 28 anni prima, 1962, in Cile, quarto di finale del
Mondiale, 1 a 0, gol di Radaković all’87’. Poi il 3 maggio del 1967 durante le
qualificazioni all’Euro, 1-0 rete di Skoblar e dall’altra parte c’erano i Gerd
Müller, gli Overath, il Beckenbauer che ora siede in panchina come
allenatore. Il rovescio più cocente quello dell’Euro in casa, 1976, in
semifinale ai supplementari 2-4 con tripletta di Dieter Müller.
Ora, come in un pendolo rovesciato, la Germania procede verso la
riunificazione, la Jugoslavia verso l’implosione. E, quel che è peggio, è
proprio la diplomazia tedesca a spingere, assieme al Vaticano di Giovanni
Paolo II, per la secessione di Slovenia e Croazia, zone che devono tornare,
nelle intenzioni del ministro degli Esteri Hans-Dietrich Genscher, nella sua
area di influenza.
Ai calciatori chiusi nel fortino di Sassuolo le alchimie geopolitiche
interessano il giusto. Non significa che ne siano digiuni. Sono come dei
pazienti alimentati forzatamente con cibo che vorrebbero rifiutare. Nelle
lunghe telefonate a casa, la politica, ufficialmente respinta sulla soglia
dell’hotel, rientra nelle camere. Pervade un’attesa che ormai si è fatta
insopportabile. Che parlino i piedi, il loro miglior attrezzo, allora. E chissà se
saranno utili per ridisegnare un futuro che sembra già scritto. Hadžibegić è
pronto a dimostrare ai tedeschi che esiste un altro Kaltz. Katanec getterà il
ginocchio oltre l’ostacolo. Con una poltrona in mezzo al campo o no,
Stojković avrà il palcoscenico che gli compete. Savićević lo vorrà eguagliare.
Sušić non farà la «kicma», non è il caso, ma a lui si guarderà se il terreno
sembrerà all’improvviso troppo grande per undici piccoli jugoslavi, e le
maglie bianche di Germania sembreranno il doppio. San Siro è come se lo
aspettavano, ostile non per pregiudizio antislavo, perché il pubblico ci vede
l’Inter in campo.
La partita è come il 6 aprile 1941. Debordanti, incontenibili i tedeschi,
sgusciano dappertutto e non si sa più come inseguirli. Dura meno di
mezz’ora la resistenza, al 28’ Matthäus fa onore al nome Lothar,
letteralmente «celebre guerriero», e dopo un ghirigoro sulla trequarti piazza
la palla nell’angolino dove Ivković non può arrivare. Nemmeno il tempo di
riaversi e gli altri due interisti confezionano il raddoppio. Assist di Brehme
per Klinsmann ed è 2-0. Non c’è partita, troppo divario. Però mai
sottovalutare l’estro. Punizione di Stojković, che fin lì non l’aveva mai
presa, per la testa di Jozić che la gira a fil di palo come se fosse un
consumato attaccante. L’Orso corregge qualcosa. Toglie lo spremuto Sušić
per il giovane Prosinečki, rafforza la mediana con Brnović e sacrifica
Savićević. Invano. L’ultima mezz’ora è una crocefissione agonistica. Con gli
slavi alla ricerca del pareggio, i panzer trovano prateria per le loro
scorribande. E le conclusioni sono colpi di cannone. Lothar il guerriero fa
bis personale. Ivković produce una «papera» degna dei cartoni animati e
insolita per un portiere esperto come lui. Ma come non c’è grande
attaccante che non abbia sbagliato un calcio di rigore, non c’è portiere che
non abbia commesso un errore clamoroso, perciò irrimediabile. Oppone
mani deboli a un tiro senza pretese di Brehme, la sfera scivola via come
saponetta e Rudi Völler fissa il risultato: 4-1. Si consola Katanec: «Potevano
farcene otto».
Un rigore premonitore

Bandiere. Qualcuno avrà trovato una connessione, un anno e mezzo dopo,


la sera del 15 gennaio 1992 in cui la Croazia festeggerà il riconoscimento
della sua indipendenza, tra la matura cantante che sul primo canale della tv
di Zagabria cantava un brutto motivo scritto all’occorrenza, Danke
Deutschland, fasciata in una bandiera tedesca, e la soddisfazione con cui la
sconfitta della (ex) propria nazionale è stata salutata tra le vie austro-
ungariche del lembo nord della (ex) Jugoslavia, nell’inversione di senso che
stava ormai riducendo a «ex» gran parte delle cose conosciute. Ma siamo a
un anno e mezzo prima. C’è una squadra che, nella calda sera italiana, torna
a Sassuolo con la musica di Haris Džinović nelle orecchie e con sulle spalle
la contestazione di una settimana prima, quattro freschi gol, l’incertezza
professionale dell’essere passati da possibile sorpresa a possibile delusione
del Mondiale. Ivica Osim si carica parte delle colpe che in effetti ha. Si è
fidato dei suoi troppi solisti, attorno a lui c’è il fastidioso trillo di telefoni
che non la smettono di squillare per «suggerire» questo o quel calciatore
senza nessuna pertinenza tecnica. Un’altra parte la riversa sulla squadra
fatta di uomini che «pensano anzitutto a come giocare per se stessi e non a
come giocare insieme». Sušić, lapidario e sincero, al solito: «Siamo depressi,
speriamo di riprenderci in tempo». E con la fiducia in Osim mai scossa: «Se
qualcuno gli suggerisce il nome di un calciatore per la formazione, state pur
certi che Ivica non lo metterà mai in campo. Quel calciatore è morto».
Se la spedizione risultasse disastrosa sarebbero i nazionalismi a
guadagnarci, si calcola nei Palazzi dove la Jugoslavia è già un archivio da
consegnare agli storici. A darle una spinta verso la polvere potrebbero
essere i riccioli biondi e i baffi neri da cantante rock di Carlos Valderrama,
pittoresco centrocampista spauracchio della Colombia, prossimo e già
decisivo avversario, Bologna giovedì 14 giugno, alle 5 della sera, orario e
clima sconsigliati per chi ha poco fiato nei polmoni.
La mattina, nella stanza che condividono, Zlatko Vujović e Safet Sušić
(detto anche «Rocky», da Rocky Balboa, il personaggio di Sylvester Stallone
per quella somigliante maniera di tirare pugni all’aria come esultanza dopo
un gol), peraltro compagni anche nel Paris Saint-Germain, si svegliano e il
primo annuncia al secondo: «Io vado a messa, ho visto una chiesa qui
vicino. Chissà che, pregandolo, Dio non sia generoso e mi dia una mano,
oggi». Safet lo guarda sorpreso, soprattutto incuriosito, e si aggrega: «Ci
vengo anche io». Vanno, dunque, si inginocchiano e Sušić non può fare
altro che riflettere tra sé e sé sulla inusuale scena: «Zlatko ha un padre
montenegrino, una madre croata, si dice bosniaco, prega un dio cattolico e
chissà cosa è davvero. Io dovrei essere musulmano di Bosnia. In realtà non
mi sono mai preoccupato troppo della religione. Però credo ci sia un dio e
non importa come lo si definisce. È sempre la stessa entità superiore e basta.
E io sono dentro una chiesa col mio Zlatko a fianco. E preghiamo, ciascuno
a modo suo. Io cerco di ricordarmi le parole di una preghiera islamica che
ho sentito da mia madre, molto credente, si rivolge verso la Mecca per
cinque volte al giorno». Vujović è molto legato a Sušić e agli altri bosniaci.
Ha visto la luce a Sarajevo, si è trasferito in Dalmazia quando aveva 7 anni.
«Ma lo spirito della città natale mi è rimasto appiccicato come una seconda
pelle». I bosniaci, pretoriani di Osim, se ne stanno quasi sempre per conto
loro, «non per ostracismo verso gli altri, ma perché stiamo bene tra di noi, ci
prendiamo in giro, abbiamo un nostro modo tutto speciale di ridere per
sdrammatizzare». Così i serbi. Così i croati. Se si scattasse una fotografia, la
nazionale in ritiro risulterebbe divisa in tante tribù.
Osim in chiesa non ci è andato, rimugina sulla formazione. A costo di
sfidare le ire di chi in alto può, si tiene Stojković e Sušić, rinuncia a
Savićević ed equilibra i suoi undici. Sugli spalti ci sono, calcola la questura,
cinquemila jugoslavi, arrivati con cento pullman da oltre Trieste, dalla
Riviera Adriatica dove stanno in vacanza, da Belgio e Svizzera dove sono
emigrati per lavoro. Li tengono d’occhio, ma non creano problemi.
Stojković, sulla fascia destra, ubriaca un difensore con finta di eleganza da
balletto classico e lancia al centro dove Katanec si dimentica di avere un
ginocchio rotto e sale in cielo per colpire di testa una palla che sfiora la
traversa. Bisogna aspettare il secondo tempo per vedere un gol. Lancio con
contagiri e gps di precisione di Sušić per Jozić, libero in mezzo all’area.
All’Osim-boy riesce una magia che non sarebbe nemmeno nelle sue corde.
Stop di petto, coordinazione eccellente, tiro al volo potente, preciso,
imparabile, 1 a 0. Un difensore colombiano commette fallo di mano in area.
Rigore della possibile sicurezza. Hadžibegić è lo specialista. Dagli undici
metri ha già segnato all’Unione Sovietica (due volte), a Cipro e alla
Norvegia. Tocca a lui. Gli si avvicina Darko Pančev, il centravanti
macedone, 25 anni, molto prolifico e un po’ indolente, entrato al 55’ in
sostituzione di Vujović. Come tutti i goleador è egoista, vorrebbe darsi
un’iniezione di fiducia e marcare il suo nome sul tabellino mondiale.
«Fammelo tirare», implora. «No, sono sicuro di segnarlo». Va dunque Faruk
sul dischetto e davanti ha un portiere che ha l’agilità della scimmia e le
movenze del clown. Si chiama René Higuita e la sua ambizione principale
sembra quella di dare spettacolo. Ha inventato la pericolosissima, per un
estremo difensore, «mossa dello scorpione». Quando arriva un tiro lo lascia
passare sopra la testa e mentre gli spettatori urlano al gol lo respinge
facendo un tuffo in avanti e colpendo la sfera con la suola di entrambe le
scarpe. Abbandona spesso i pali per cercare l’avventura del gol, in carriera
ne segnerà 55 di cui 3 in nazionale. In Europa lo avrebbero già costretto a
cambiare mestiere, in Sudamerica il calcio è gioia e sregolatezza. A Medellín,
città famosa per il cartello della droga di Pablo Escobar, è un personaggio
sempre in bilico tra la rispettabilità del campione e la criminalità
gangsteristica. Conoscerà il carcere tre anni dopo per aver fatto da
mediatore a un sequestro di persona senza avvisare la polizia e sarà trovato
positivo alla cocaina in un test dopo un incontro del campionato
ecuadoriano: la cocaina è il cibo nazionale. Comunque un buon portiere,
nonostante gli eccessi. Faruk posa il pallone sul dischetto e quell’Higuita
metà scimmia metà gatto ha già cominciato il suo rituale per innervosirlo,
ridendo a crepapelle di lui. Alcuni portieri hanno nel repertorio un numero
da varietà per disturbare l’avversario, togliergli concentrazione, indurlo
all’errore. Faruk parte nella rincorsa, poi la rallenta, come da copione del
rigorista, per studiare dove sta andando il gatto-scimmia. Gli esce un tiro
senza forza né precisione, quasi centrale, di poco verso sinistra, che il gatto
con un piccolo balzo avvolge tra le sue braccia come un gomitolo di lana.
Parato. Poi mostra la lingua all’attonito Faruk manco fosse Mick Jagger.
Sterile sberleffo. Mancano otto minuti alla fine della partita. L’errore non
porterà conseguenze. Almeno calcisticamente, la Jugoslavia è viva.

Per approdare agli ottavi di finale c’è una formalità da sbrigare. Gli
Emirati Arabi sono una di quelle squadre materasso come non ne esistono
più. Sarà anche capriccioso il dio del calcio e il pallone sarà pure un mistero
senza fine bello, ma entro certi limiti. Gli arabi hanno fatto parlare di sé
soprattutto per le stravaganze e le sfacciate esibizioni di opulenza. Hanno
conquistato le prime pagine dei giornali per la Rolls-Royce regalata a un
calciatore di nome Mubarak, come il presidente egiziano, perché ha segnato
un gol. Contribuiscono, nella prima fase quando c’è ancora spazio per la
curiosità su Paesi fuori dal circuito massmediatico, a riempire di significato
la parola «Mondiale», prima di lasciare spazio ai protagonisti consueti.
Vinta, senza brillare, la non irresistibile Colombia, si possono affrontare gli
arabi senza il patema dell’ultima spiaggia, con la tranquillità di una tecnica
superiore. E col solito turbamento delle questioni irrisolte, dei conti da
regolare in ambiti che non c’entrano nulla. Ivica Osim è il parafulmine. La
stampa ostile di Belgrado arriva a dargli dell’ubriacone, il massimo
dell’offesa, alcol e sport sono in antitesi, con un dettaglio pantagruelico,
un’iperbole reboante e inverosimile: «Si è scolato undici bottiglie di whisky
durante una festa». Undici, come i giocatori di una squadra: sarebbe finito,
come minimo, al pronto soccorso di un ospedale, coma etilico e lavanda
gastrica. L’Orso non è sicuramente astemio, ma via. Jozić, testimone oculare,
precisa: «La sera, prima di andare a dormire, passavamo davanti al tavolo
dove erano seduti i dirigenti con Osim. In totale erano quattro o cinque. E
avevano una bottiglia di whisky, massimo due». Eppure nel perverso gioco
della delegittimazione, si usa l’arma impropria della diffamazione. Il
carattere spigoloso non aiuta l’Orso. Si chiude a riccio e alza palizzate
contro i nemici alle porte. La squadra è una cittadella medievale e
l’allenatore è il ponte levatoio. Non così ostinato da non vedere che certe
sue convinzioni non trovano riscontro nei risultati sull’erba. Uno dei quattro
moschettieri, e il capitano, tra l’altro, non va proprio. Zlatko Vujović non ha
ancora avuto uno spunto degno di lui. In questi casi esistono due filosofie di
pensiero. Schierarlo per fargli prendere fiducia; toglierlo per allentare la
pressione su un atleta che ha 32 anni. Osim opta per la prima soluzione. E
anzi schiera una formazione votata all’attacco e che contempla due fini
dicitori come Sušić e Stojković e due punte come il promosso Pančev e lo
stesso Vujović. Gli Emirati sono talmente poca cosa che dopo nove minuti la
partita è già finita. Segnano Sušić, che finalmente si sblocca, e Pančev, come
a voler dar ragione ai belgradesi che hanno insistito su di lui. Thani Juma’a
accorcia le distanze (una Rolls-Royce anche per lui), e la difesa slava, non
impeccabile, corre qualche altro rischio. Ma è una perentesi prima del
secondo gol di Pančev e il definitivo 4 a 1 su autorete di Abdulrahman. Gli
slavi si sono divertiti con sombreri, slalom e preziosità varie, il pubblico ha
visto quasi un’esibizione senza foga e senza intensità. Comunque missione
compiuta e passaggio agli ottavi, dimenticato il tracollo con la Germania.
Faruk nota con piacere che, seppur timidamente, qualche jugoslavista esiste
ancora e si fa pure sentire. Ha visto le bandiere sugli spalti, ha sentito che,
da qualche parte, persino nelle Repubbliche del Nord, sono scesi in strada
per fare festa. Speranzoso dice tra sé e sé a bassa voce: «Forse abbiamo
invertito una tendenza». Forse è vero che la nazionale può ridare un
significato alla parola Jugoslavia.
La corrida

L’accoppiamento per gli ottavi di finale è con la Spagna di Luis Suárez,


primo Pallone d’oro iberico, così dotato ai bei tempi suoi che il Barcellona
riuscì a pagarsi la ristrutturazione dello stadio coi soldi della vendita
all’Inter. La Spagna è una squadra quasi gemella della Jugoslavia, eterna
incompiuta, assi che hanno confidenza con la palla ma non riescono ad
esprimersi come collettivo. Molti sono stati forgiati nelle cantere iberiche
dal grande Alfredo Di Stéfano, la «Saeta Rubia». Butragueño è l’eroe atteso
assieme a Michel, Martín Vázquez, Roberto, Sanchís, il portiere-monumento
Zubizarreta. Non si sono espressi a grandi livelli sinora, hanno funzionato a
strappi, come un’automobile col carburatore difettoso. L’appuntamento è
allo stadio Bentegodi di Verona, la città di Giulietta e Romeo, «a las cinco de
la tarde», come nelle corride e in Garcia Lorca, di martedì 26 giugno. Il
vecchio Safet Sušić detto «Rocky» se ne lamenta: «Sempre noi nel caldo
insopportabile», quando ai suoi muscoli usurati gioverebbe il fresco delle 21.
Muove il pullman da Sassuolo verso Garda, la località sull’omonimo lago,
a 32 chilometri da Verona, e parte la musica-sarabanda di Haris Džinović,
ma l’umore non è in sintonia col ritmo. Il mastodontico professore si è
rinchiuso ancora di più in se stesso e il dialogo, almeno con parte del
gruppo, ne risente. L’accusa, più o meno, di aver battuto il record mondiale
di quantità di whisky ingurgitata brucia come l’alcol puro. La calunnia è un
venticello. Tanto vilipeso in patria, Ivica è però apprezzato all’estero. Si
accavallano voci di favolosi contratti con strepitosi club stranieri. Non gli
dispiacerebbe. Tantopiù se si sente un peso, e che peso. Però può essere
spazzato via come un fuscello: «Sono un umile funzionario di Stato, mi
possono cacciare quando vogliono e approfittare dell’occasione di questa
storiella per cui sarei un ubriacone». In conferenza stampa esordisce in
modo che sia inequivocabile la sua arrabbiatura: «Sono qui per imposizione
della Fifa. Non ne ho nessuna voglia». Chiude ai curiosi il campo di
allenamento di Caprino Veronese più per ripicca che per desiderio di celare
chissà quale segreto.
I calciatori, loro, stanno a curare malanni e aggiornano le loro conoscenze
del Belpaese. «Oh, il lago di Garda», esclama Faruk davanti allo spettacolo
di quel quieto specchio d’acqua caro ai turisti tedeschi. Il paese, Garda, è
grande come Sochaux, però quanto diverso, a partire dal clima. Nel castello
di Punta San Vigilio, di proprietà dei conti Guarienti, soggiornano i reali
d’Inghilterra quando scendono in vacanza. In passato l’hanno visitato Maria
Luigia duchessa di Parma, l’imperatore Alessandro di Russia, il re di Napoli,
gli attori Laurence Olivier e Vivien Leigh. Il chiostro della pieve risale al
decimo secolo. Attorno i vigneti dove si produce il Bardolino, gli ulivi che
danno buon olio nonostante la latitudine e grazie al particolare microclima
del lago. Un panorama teneramente romantico da gustare con le mogli
mentre la patria ribolle. La spia rivelatrice di qualcosa che si è rotto, e si è
riaggiustato a fatica, sono le parole di Dragan Stojković: «Con Osim
abbiamo finalmente avuto un lungo e fruttuoso colloquio chiarificatore».
Con Stojković è meglio andarci d’accordo. Intanto perché è tra i pochi a
poter vincere una partita da solo. E poi perché circolano su di lui aneddoti
circa il modo in cui sfrutta l’immenso talento per ottenere ciò che vuole.
Come era successo due anni prima. Alla Stella Rossa era arrivato un
allenatore, Branko Stanković, coi metodi del sergente di ferro. Per la
preparazione precampionato aveva imposto il ritiro in una caserma della
Jna, l’esercito jugoslavo, vicino a Belgrado e un programma intonato al
luogo. Sveglia alle 6 del mattino, tre allenamenti al giorno, clausura totale e
notte in branda. Un po’ come se si trattasse di una truppa d’élite. Stojković,
detto «Pixie» per il cartone animato più amato da bambino (Pixie e Dixie, i
due topolini di Hanna-Barbera), accetta quel ritmo per una settimana. Cioè
fino alla prima amichevole, quando subisce un affronto insopportabile. Non
gli consegnano la maglia numero 10 che distingue la classe (ancora oggi il
numero 10 e il nomignolo Pixie compaiono nella sua e-mail personale), ma
la 7. Lui la rifiuta e se ne torna a casa. Il giorno dopo mezza squadra si
schiera al suo fianco. Forte del consenso, va dai dirigenti e pone
l’alternativa: «O me o Stanković». Scelgono lui che è un patrimonio,
frutterà il corrispettivo degli attuali 6 milioni di euro per il passaggio al
Marsiglia proprio nell’anno del Mondiale.
Uno così meglio tenerselo buono, pensa Osim, in quell’assemblea dove
sono presenti tutti i senatori che hanno voce in capitolo. Il risultato del
summit è una formazione cambiata, l’ennesima. Fuori Savićević e
Prosinečki, i due che possono fare ombra a Pixie. Rientra Katanec che ha
smaltito l’infortunio con la Colombia e dentro il mastino Refik
Šabanadžović, 25 anni, maratoneta che corre per quattro, nella Stella Rossa
soprattutto per Stojković. La sua caparbietà è diventata leggendaria dopo un
incidente di gioco, una ginocchiata che gli ha spaccato la tempia. Resta per
tre giorni in coma profondo, i bollettini medici parlano di morte presunta.
Ma come Lazzaro si riprende, dopo quattro mesi è di nuovo titolare nella
Stella Rossa. È entrato all’ultimo momento nella lista dei 22 del Mondiale. E
i soliti maligni hanno confezionato un commento carogna: «Osim ha
convocato un invalido pur di avere almeno un amico in squadra». Il centro
neurologico di Belgrado gli ha rilasciato il certificato di idoneità agonistica.
L’allenatore l’ha avuto allo Željezničar e un po’ esagerando lo elegge primo
confidente: «Refik è come un figlio, con lui gioco a carte e posso parlare di
tutto. Gli altri vogliono discutere solo di calcio». In attacco, accanto
all’intoccabile Vujović, spazio a Pančev il macedone, per le due reti segnate
agli Emirati e perché sa come sfruttare i lanci di Stojković, suo compagno di
club.
Stojković «a las cinco de la tarde», nei 37 gradi di Verona ha deciso che
sarà l’unico torero per «matar España». L’allenatore si è tenuto i quattro
moschettieri ma su di lui ha confezionato l’abito della squadra e Pixie vuole
finalmente dimostrare che quell’appellativo di «Maradona dell’Est» non è
usurpato. Il figlio del capo di un’officina automobilistica di Nis si deve
togliere la fama di indolente che spesso accompagna i geni, avvalorata
dall’andatura dinoccolata seppure a testa sempre alta. Non che il suo, come
quello di tutta la squadra, sia un avvio fulminante. È la Spagna che conduce
il gioco, spreca numerose occasioni, Ivković tremolante come se le mani
fossero scivolose però graziato da attaccanti troppo innamorati del pallone
per privarsene buttandolo dentro la rete. Butragueño manda sul palo di testa
e Ivković si ritrova la sfera in mano. Martín Vázquez si permette un tunnel a
Stojković in piena area avversaria. Mai sfidare l’orgoglio di un talento, mai
scherzarlo provocandogli la rabbia che trasforma il suo lento incedere da
«gusla», lo strumento serbo, in marcia trionfale. Pixie verso il morire della
partita sale in cattedra per la lezione del maestro. Il suo dribbling non è la
«kicma» di Sušić, ma un ghirigoro disegnato sul terreno da gambe che sono
compassi. Finta a destra, va a sinistra, poi rientra sul lato forte e lancia
lungo. Prenderlo diventa un’impresa, bisognerebbe inseguirlo con un
randello, o schiacciarlo come i topolini nei cartoni animati.
È cambiata, adesso, l’inerzia della partita. E l’opera d’arte sta sulla tela del
pittore che deve dare l’ultimo tocco. Al minuto 78’ l’epifania del Maradona
dell’Est. Vujović scende sulla sinistra, esegue un traversone senza grandi
pretese che Katanec allunga di testa facendolo alzare a campanile. Dal lato
opposto sbuca Stojković e prepara l’arto destro a mo’ di fionda, lasciando
intendere a tutto lo stadio che colpirà al volo con la massima potenza da 5-6
metri. Assieme allo stadio intero, lo crede anche Martín Vázquez, in
procinto di pagare la tracotanza del suo tunnel: lo spagnolo cerca di
immolarsi come un kamikaze e si butta disperato lungo l’ipotetica traiettoria
per murare il tiro. Nel goffo tentativo ruzzola per terra e rotola lontano, una
gag da film comico. Pixie nel frattempo ha ritratto la gamba, l’ha frenata
sino a quando il pallone, addomesticato dal collo del piede, si è fermato lì
accanto, obbediente con chi lo sa prendere. L’avversario per le terre, davanti
Zubizarreta proteso in uscita che cerca di coprire il palo più vicino dove
sembra che il serbo voglia battere. Altra illusione perché l’interno destro
dell’arto indirizza la sfera verso il palo opposto e gonfia la rete. Olé. Pixie
corre verso la panchina scansando i compagni per arrivare tra le braccia
dell’Orso che lo bacia e gli scarmiglia i capelli: «Ho voluto fosse chiaro che
tra me e lui non c’erano dissapori». Excusatio non petita.
Una partita in generale piuttosto scadente, considerato il tasso tecnico in
campo, si riscalda nel finale. In sei minuti la Spagna pareggia con Salinas
dopo uno slalom del migliore tra le furie rosse nonostante il capitombolo da
Charlot: Martín Vázquez. Supplementari. C’è da finire il lavoro, Pixie. Le
squadre stanche, liquefatte dall’afa, si sono allungate, ci sono praterie per
correre e lui le cavalca finché lo stendono a una decina di metri dal limite
dell’area. Secondo minuto del primo supplementare. Punizione, folta
barriera. Stojković prende una breve rincorsa, accarezza la palla col magico
interno destro ad aggirare gli uomini-palo disposti a nove metri di distanza.
La palla dipinge un arco e, come attratta da una forza magnetica, viene
risucchiata nell’angolino basso, col portiere vanamente proteso in tuffo. Olé,
2-1. Stojković si fa il segno della croce ortodosso con le tre dita unite a
significare la santissima trinità. È solo Jugoslavia sino al definitivo fischio.
Sbaglia Sušić, sbaglia il subentrato Savićević davanti al portiere.
Ricompaiono e sventolano le bandiere jugoslave sugli spalti, come fossero
uccelli in volo richiamano bandiere analoghe di là dal confine. Ci saranno
anche le ragioni del nazionalismo ma, per una sera, che torni la Jugoslavia.
Siccome è sempre affollato il carro del vincitore, i cronisti del suo Paese
accolgono con un applauso Osim negli spogliatoi, un repentino cambio
d’atteggiamento che l’omone non mostra di gradire. Pronuncia un paio di
frasi di circostanza e lascia il palcoscenico a Pixie: «È stato fondamentale il
colloquio con l’allenatore prima della partita. Quello che conta di più, in
campo, è la collaborazione tra di noi e la carica emotiva». Lo chiamano
Maradona. Il Maradona vero se lo ritroverà davanti nel quarto di finale, 30
giugno 1990, Firenze.
L’ultimo rigore

Il 30 giugno 1990 è un giorno che lancia segnali al mondo che verrà.


Come Faruk Hadžibegić da Sarajevo, calciatore professionista, infili a
sorpresa il suo nome in mezzo a questa storia di protagonisti annunciati lo
vedremo. Stanno ancora cadendo gli ultimi calcinacci del Muro di Berlino,
Helmut Kohl sta perfezionando il suo capolavoro, la Germania Ovest e la
Germania Est riunificano ufficialmente le loro economie e dall’indomani
avrà corso nei Paesi, che resteranno ancora due fino al successivo 3 ottobre,
solo il marco di Bonn. A Est si teme che l’entrata nel libero mercato
provochi aumento dei prezzi e della disoccupazione. Le Borse stanno a
guardare. A Parigi serpeggia la preoccupazione che, nel lungo periodo, la
Germania unita possa essere un gigante in grado di schiacciare le altre
economie. Previsione azzeccata. È l’ultimo giorno per l’Europa così come
l’avevamo conosciuta perché l’indomani, sotto la presidenza italiana della
Comunità economica europea, entra in vigore ufficialmente la prima delle
tre fasi, come le ha previste Jacques Delors, che porteranno al trattato di
Maastricht e alla nascita dell’Unione europea. La Germania preme perché
siano concessi aiuti economici all’Unione Sovietica e si rafforzi la
perestrojka di Michail Gorbaciov, in vista, sempre l’indomani, del
ventottesimo congresso del Partito comunista (sarà l’ultimo). Su pressione
del leader di Mosca, la Lituania sospende per tre mesi la dichiarazione
d’indipendenza per addolcire le tensioni e agevolare lo sforzo riformista
della ormai quasi ex casa madre. Per volontà di Slobodan Milošević, il leader
dei nazional-comunisti, la Repubblica serba è alla vigilia di un referendum
popolare per varare la nuova Costituzione che, di fatto, limita l’autonomia
degli albanesi del Kosovo, riconosciuta da Tito con la precedente Carta
fondamentale del 1974. Contemporaneamente il presidente sloveno Milan
Kučan e quello croato Franjo Tudjman si incontrano a Zagabria e
riconfermano la volontà di trasformare la Federazione in una
Confederazione, un legame meno stretto, primo passo verso l’indipendenza.
Il pianeta in generale e l’Europa in particolare sono scossi da forze
centripete e, soprattutto, centrifughe che, a saperle leggere, annunciano il
caos, non il «nuovo ordine mondiale» vaticinato da George Bush padre con
l’ottimismo che gli deriva dallo sfacelo di quello che Ronald Reagan battezzò
«Impero del male».
Il Mondiale italiano asseconda gli umori geopolitici. La travagliata Unione
Sovietica esce al primo turno perdendo anche con un ex Paese satellite del
patto di Varsavia come la Romania. La Germania Ovest in euforia da
ricomposizione dell’unità nazionale marcia sicura e arriverà fino in fondo.
Henry Kissinger, l’ex segretario di Stato Usa, appassionato di calcio e in
tribuna per i match importanti, annota per il «Los Angeles Times» che la
manifestazione «alimenta il nazionalismo, non scomparso nemmeno nel
ventesimo secolo». Quanto alla Jugoslavia, c’è da mettersi d’accordo su
quale nazionalismo. Quello unitario è sparuta minoranza. A Verona, 250
chilometri dal confine patrio, i supporter dei «plavi» sono sopraffatti per
numero, esuberanza, decibel dagli spagnoli arrivati da assai più lontano. Nel
caos di simboli che l’occidente fatica a decrittare, accanto al vessillo
nazionale, blu bianco rosso con la stella rossa nel mezzo, compaiono quello
serbo, stessi colori disposti diversamente e lo stemma reale con l’aquila, e
quello croato con la scacchiera biancorossa. Il vulcano che cova deve essere
stato segnalato alle forze dell’ordine se la squadra di calcio viene
accompagnata nei suoi spostamenti da uomini dei servizi segreti e se le
questure delle città italiane attraversate hanno mobilitato un numero
supplementare di agenti. Come per gli hooligans inglesi, di devastante
ferocia vandalica ma senza alcuna implicazione politica a differenza degli
slavi.
La Jugoslavia non sa cosa sia, nel periglioso guado che sta attraversando,
ed è raffigurabile come una Babele. Ivica Osim, per disprezzo verso una
stampa aprioristicamente contro, in pubblico parla in francese, persino alla
sua televisione di Stato. Talvolta manda ai microfoni il suo vice Džemaludin
Mušović, o si fa accompagnare dal marpione Miljanić il quale, nel suo misto
maccheronico tra italiano e spagnolo, declama a soggetto il ritornello per il
quale «tutto va ben madama la marchesa». Recita, come tutti, nel gran ballo
dell’ipocrisia. La squadra è arrivata tra le migliori otto del mondo, a dispetto
persino di se stessa. I calciatori si devono sentire un po’ come gli Inti-
Illimani, il gruppo musicale cileno che era in tournée in Italia nel 1973 al
momento del golpe contro Salvador Allende e all’estero rappresentava un
Paese che aveva mutato indirizzo. Qualcuno si illude coi piedi di poter
rovesciare l’inerzia degli eventi. Tanto può il calcio? I ventidue jugoslavi si
sono spostati dal lago di Garda a Montecatini Terme, provincia di Pistoia,
hotel liberty a cinque stelle con sontuoso parco e nome che sembra una
dichiarazione di intenti, «La Pace». Sarebbe l’anelito a cui aspirare, varrebbe
più del titolo. Osim, nella sua baruffa personale, con l’ambiente ostile,
arrangia dichiarazioni contraddittorie. Vorrebbe schierare tutti i suoi tenori,
poi li ripudia, poi li riabbraccia. La chiamano tattica. Stojković, uomo-
copertina del momento, dice di assomigliare solo a se stesso, semmai a
Platini, però «batto le punizioni come Maradona». Faruk, al solito il più
fatalista, si gode l’attimo. È di quelli che pensano sempre di essere in debito
nel rapporto dare-avere. Il suo è un carisma silenzioso, per niente esibito,
basato sull’esempio di ciò che fa. Il Mondiale è la sua scalata personale alla
cima-calcio. Non ha militato in club da Coppa dei Campioni, da scudetti nei
Paesi al top del suo sport, prevedibilmente non ci militerà nemmeno in
futuro. Il meglio è passato. Anzi il meglio è il presente, questa partita con
l’Argentina di Maradona, un quarto di finale. Tantopiù che anche
Jugoslavia-Argentina non è una partita qualsiasi. Un legame sotterraneo, ma
profondo, unisce due Paesi distanti sulle mappe. Frutto, prima, a inizio
Novecento, di un’emigrazione per trovare lavoro in Sudamerica da parte di
numerosi balcanici. E poi, dopo la Seconda guerra mondiale, di
un’emigrazione politica, soprattutto di croati compromessi col regime
ustascia che, si sospetta con l’aiuto del Vaticano, raggiunsero l’Argentina
per sfuggire alla cattura e furono ben accolti da Juan Perón. Uno tra i più
importanti giornalisti italiani del secolo scorso, Indro Montanelli, raccontò
di aver incontrato Ante Pavelić, il capo degli ustascia, sul finire degli anni
Cinquanta, in mezzo alla pampa, dove stava costruendo una finca, aiutato da
altri manovali croati. Si era fatto crescere una lunga barba ma non si era
cambiato i connotati: aneddoto contestato e forse non vero, sicuramente ben
inventato. Non è raro, specie in Patagonia, imbattersi in fattorie dove
sventola una bandiera jugoslava, o serba, o croata, a testimoniare le origini
di chi la abita. E la Patagonia sta alla fine del mondo, è la terra d’esilio
privilegiata e discosta per chiunque abbia a che fare con la giustizia, persino
oggi. Altre vicende sempre dolorose, e più vicine ai giorni nostri, hanno
rinsaldato il legame Buenos Aires-Balcani. L’Argentina ha conosciuto con la
dittatura militare a cavallo dei Settanta-Ottanta la prima forma di genocidio
politico, il politicidio di una generazione di giovani: i desaparecidos. Tornata
la democrazia, per ridare un nome ai corpi grazie alle nuove tecniche del
Dna, ha sviluppato una prestigiosa scuola di anatomo-patologia forense i cui
migliori rappresentanti sarebbero stati poi impiegati in Bosnia, per
ricostruire l’identità dei corpi e delle ossa trovati nelle fosse comuni dopo il
massacro di Srebrenica (luglio 1995), ottomila musulmani uccisi dalla
soldataglia serbo-bosniaca, nel peggior genocidio, stavolta etnico, commesso
in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.
Quanto allo sport si sono sempre voluti assimilare gli jugoslavi ai
brasiliani. Brasiliani d’Europa si dice. Quando probabilmente più pertinente
è il paragone con gli argentini. Tecnici e anarchici, ma possono essere anche
rudi e indisciplinati, con una certa predisposizione a farsi espellere (i
difensori) per interventi non ortodossi. In più adesso, in vista del 30 giugno
1990, c’è il dualismo tra Maradona e il Maradona dell’Est, enfatizzato perché
anche nello sport di squadra alla fine è il confronto tra singoli che accende
la passione dei tifosi.
Se Stojković è un guascone ribelle con indole solista, Maradona è un
ribelle capopopolo, un Masaniello adorato dai compagni che porta al
successo, come nel Napoli che prima di lui non aveva mai vinto il titolo,
come nell’Argentina del 1986, quando segnò il gol con la mano
all’Inghilterra e la spacciò per la «mano de dios», mano di dio, a vendicare
la sconfitta militare delle Falkland-Malvinas. Con la furbizia di chi viene
dalla strada ha intuito, da subito, il potenziale esplosivo del calcio se al
cronista che l’ha avvicinato per un’intervista su un volo Milano-Parigi-
NewYork ha suggerito di occuparsi di politica estera «perché il calcio è una
cosa troppo seria». Miliardario dissipatore, perciò pieno di contraddizioni,
avrebbe messo la sua fama, più tardi, al servizio di Fidel Castro e di Hugo
Chávez, nella sua versione agonistica di un bolivarismo romantico o, per
restare nella sua patria, di un guevarismo internazionalista dove il pallone
sostituisce il fucile. E dove gli eccessi, la cocaina, i figli illegittimi, l’addome
troppo pingue per un atleta, sostituiscono il rigore rivoluzionario dell’icona
di Rosario. Non per caso un regista slavo come Emir Kusturica gli dedicherà
un film, Maradona, con la colonna sonora di Manu Chao il cui ritornello
suona: «Se io fossi Maradona sarei come lui...».
Per tutto questo Jugoslavia-Argentina è quasi uno scontro fratricida. Uno
solo resterà in piedi dopo il duello, anche questo «alle 5 della sera», nell’afa
di Firenze, dove il termometro supera abbondantemente i trenta gradi, la
stragrande maggioranza dei 38.971 spettatori allo stadio Artemio Franchi è a
torso nudo e i vip in tribuna stampa, Kissinger compreso, si lamentano per il
caldo, allentano il nodo della cravatta, e arrivano a suggerire che d’ora in
poi i Mondiali di calcio si disputino a settembre.
Faruk non ha mai fatto problemi di clima. Che piova, nevichi, tempesti,
tiri vento, o si sudi da fermo, considera che le condizioni saranno le stesse
anche per gli avversari. Il suo problema è come orchestrare al meglio la
difesa per fermare Diego. È per partite come questa che si sacrificano le
notti con gli amici dell’adolescenza, si rinuncia alla stupidità necessaria di
quell’età che comporterebbe derogare dalla vita da atleta, si passa il sabato
sera stesi su un divano invece che in discoteca, si santifica la festa su un
campo invece che con la morosa. Non gli è mai pesato nulla se in cambio
c’era da esercitare, ai massimi livelli, quella che fa fatica a chiamare
professione. La continuazione del divertimento di strada sulla Maresciallo
Tito e dintorni piuttosto, e il corollario della fama, dei soldi guadagnati,
sono la manna dal cielo. Non fanno schifo certo, ma sono il fine secondo
non il fine primo e ultimo. Telefona a Safia, al solito, nella ritualità
consolidata da anni di matrimonio. «Come stanno le bambine?».
L’eccezionalità è la partita, lo sente. Ancora non sa che la partita diventerà
eccezionale per motivi diversi da quelli strettamente sportivi, che il suo
nome sarà scritto nella stessa riga del libro che contempla Kohl e Delors,
Gorbaciov e Milošević. Dalla storia minore lo sport farà il salto nella storia
maggiore, come spesso succede. Fu così per Jesse Owens nelle Olimpiadi del
1936 che dovevano certificare la superiorità della razza ariana e un nero
scaravoltò i programmi di Hitler più di un Chamberlain o un Deladier, lo
fece imbufalire più di un suo generale inetto. Nella stessa Italia fu così per i
campioni di calcio del 1934 e 1938 che diedero impulso al consenso attorno a
Mussolini. Nel luttuoso attacco di «Settembre nero» agli atleti israeliani di
Monaco 1972. Per i generali argentini che trasformarono il Mondiale del
1978 in un’apoteosi del regime mentre nei sotterranei di Buenos Aires
volenterosi carnefici torturavano i desaparecidos praticamente sotto gli
occhi di una platea internazionale che li coprì per non vedere. Il
boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca 1980 da parte dell’occidente, la
ritorsione sovietica su Los Angeles 1984. In generale l’uso massiccio delle
medaglie come propaganda per i regimi dittatoriali o anche semiautoritari. E
la Jugoslavia del 1990 ne ha fatto tesoro, esasperando addirittura
l’asservimento dello sport alle logiche nazionalistiche. Trovando volontari
pronti ad obbedir tacendo. Più spesso vittime sacrificali che si trovano loro
malgrado tra l’incudine della passione e il martello della politica. La quale
picchia come i manganelli della polizia: non lascia lividi ma fa
tremendamente male.
Faruk e compagni sono stretti nella tenaglia del potere. L’Hotel della
«Pace» di Montecatini è un ossimoro, regala le ultime notti di quiete nelle
dolci colline toscane, tappe del Gran Tour che dà un senso letterario
all’Europa della pace perpetua kantiana, fondata sull’armonia. Quando la
pace, per paradosso, è la risultante di un equilibrio da Guerra fredda, un filo
sottile sul punto di spezzarsi e di far cadere nel precipizio il Continente. Ma
Faruk ha solo l’incubo di Maradona adesso. Il professor Osim pensa alle
geometrie da disegnare sul terreno e, sarà per il buonumore che deriva dal
superamento degli ottavi, riprende a parlare il serbo-croato. Lamenta, ed è la
prima volta, l’assenza di Mehmed Baždarević, il metronomo che sarebbe
stato il catalizzatore ideale del centrocampo. Ripassa in rassegna i ventidue
a disposizione, li compone e ricompone su un foglietto per trovare la
formula della soluzione algebrica. Finalmente decide. Dentro i quattro
moschettieri, ancora. Hadžibegić per la solidità, Sušić perché può sempre
inventare il colpo a sorpresa, Vujović perché è il capitano. Il portiere perché
è il portiere e, regola non scritta, non si cambia il portiere, l’intera difesa
sarebbe destabilizzata. Dentro il soldatino Šabanadžović col compito di
incollarsi a Maradona sino a impedirgli di respirare. Si metterà l’elmetto
delle missioni impossibili col senso di invincibilità di chi ha già giocato una
partita a dadi con la morte. Fuori l’indispensabile ma malconcio Katanec, la
cerniera rimasta, però rotta, del suo centrocampo. Fuori il Genio Savićević
che non è riuscito a lustrare la sua lampada; dentro la classe giovane,
cristallina e pura di Prosinečki. Per una formazione che, dopo mille foglietti
stracciati, così risulta: Ivković; Spasić, Vulić, Hadžibegić; Jožić, Brnović,
Sušić, Prosinečki, Šabanadžović; Stojković, Vujović. Maglietta bianca con
bordi blu e rossi. Perché il colore blu ce l’hanno i sudamericani. I quali
rispondono con: Goycochea; Olarticoechea, Serrizuela, Ruggeri, Simón,
Basualdo; Burruchaga, Maradona, Giusti; Calderón, Caniggia. Non
esattamente una grande squadra, indegna del titolo di campione del mondo
che porta sul petto: un fuoriclasse, due buoni giocatori, Caniggia e
Burruchaga, un folto numero di gregari che ancora si chiedono come hanno
fatto ad arrivare tanto avanti e trovano la risposta nella dea fortuna. Come
da proverbiale insegnamento di Niccolò Machiavelli, che era di Firenze, la
fortuna incide al cinquanta per cento nelle vicende umane.
Il look degli allenatori ne disegna il carattere. Carlos Bilardo dal naso di
Cyrano de Bergerac è in impeccabile completo con giacca, camicia, cravatta
inguardabile e leopardata: e sembra non sudare, ritto come un hombre
vertical. Osim ha una maglietta blu taglia forte, i pantaloni della tuta con le
tre strisce bianche, i capelli arruffati e appiccicaticci, la testa incassata nelle
spalle un po’ ricurve: non troverebbe panchina oggi che si preferiscono
mister dal look impomatato. La gentile Firenze non fischia l’inno argentino
ed è la prima volta che succede, ma non risparmia Diego lo scugnizzo. Le
bandiere jugoslave, ancora, sono in netta minoranza. L’arbitro svizzero Kurt
Röthlisberger risulterà tutt’altro che neutrale, tradirà la vocazione del suo
Paese (sette anni dopo sarà radiato a vita dall’Uefa per aver offerto al
Grasshopper di addomesticare, in cambio di 100.000 franchi, l’incontro di
Champions League con l’Auxerre).
Davor Jozić, che nel mese del Mondiale ha trovato nello zaino il bastone
da maresciallo e ha già segnato due gol, si segnala subito per
intraprendenza. Si fa trovare in mezzo all’area dove Sušić lo imbecca con un
delizioso tocco (uno dei pochi) di esterno destro, ma al volo spara alto sopra
la traversa. Stojković e Prosinečki, che parlano la stessa lingua anche con i
piedi, si scambiano passaggi di quaranta metri variando il fronte d’attacco e
dopo uno di questi fraseggi il secondo mette di poco a lato. Ancora Jozić di
testa servito da un lancio lungo da rimessa laterale impegna severamente
Goycochea. C’è solo Jugoslavia in campo anche perché Faruk è in una di
quelle giornate in cui è baciato dalla grazia. Il suo cervello svelto capisce
prima degli altri dove andrà a finire il pallone e anticipa i pericoli. Coordina
il reparto arretrato come un direttore d’orchestra. Così Spasić impedisce a
Caniggia di vedere il pallone. Šabanadžović si è incollato a Maradona
nemmeno fosse la sua fidanzata. Prende un primo ingenuo cartellino giallo
uscendo dalla barriera su un calcio di punizione. Al 31’ del primo tempo, lo
sfregio che rovina il match. Parte Maradona verso il centro del campo,
Šabanadžović lo affianca, cerca di contendere la sfera a quegli arti fatati,
tocca un po’ palla e un po’ piede e sarebbe colpa veniale, nemmeno colpa a
ben osservare. Ma Maradona ruzzola per le terre come corpo morto e si
capovolge più volte su se stesso. Diego aveva reclamato «più rispetto, tutela
e protezione» da parte degli arbitri. Eccolo accontentato. Mentre si prende
in mano la gamba come se fosse stata sventrata, l’arbitro ha uno scatto che
lascia intendere le intenzioni della sua decisione prima ancora di averla
presa. Faruk gli si para davanti, a qualche centimetro dal muso, e cerca con
la faccia tra l’arrabbiato e il supplicante di evitare quanto è sul punto di
accadere. Vuole riuscire a fargli cambiare idea. Si forma il capannello tipico
delle circostanze, ci sono solo jugoslavi attorno a colui che esercita
l’autorità. Il quale ha uno scarto di lato, come un cavallo, per liberarsi dalla
morsa. Maradona si è rialzato e saltella su una gamba sola. Röthlisberger
estrae un cartellino giallo contro il numero 16 Šabanadžović, è il secondo,
porta al rosso. Espulso. Non se ne vuole andare dal terreno il ragazzo colpito
un’altra volta dalla sorte, non vuole lasciare in difficoltà i compagni. È il
teatrino dal finale scontato, deve abbandonare il campo mentre anche Osim
impreca dalla panchina, si alza, arriva al limite della linea bianca. Un arbitro
non cambia mai la decisione, eppure ci si prova sempre, per automatismo e
per instillare un dubbio che porta a un credito. L’allenatore fa un buffetto
sulla testa di quello che per lui è come un figlio, ordina a Brnović di
occuparsi di Maradona, il quale sta già benissimo adesso e calcia la
punizione conseguente. Sulla barriera.
Mancano 60 interminabili minuti al fischio finale. Jugoslavia in dieci e con
quel caldo e con quella sensazione di torto subito che potrebbe fiaccare il
morale, indurre a mollare la pugna. Se non fosse che, dentro, cova
quell’ansia delle cose ultime. L’ultimo Mondiale per senatori arrivati al
capolinea, l’ultima possibilità di confronto con Maradona, l’ultima recita a
così alto livello. E per i più giovani, l’ultima occasione di farsi notare
all’estero, strappare un munifico contratto. Quanto sarà ultima per vicende
che li trascendono ancora non lo sanno, forse lo intuiscono. E si ributtano in
avanti. L’ingiustizia ha prodotto adrenalina positiva, ha moltiplicato la forza
in muscoli che non sentono l’acido lattico quando è la testa che ordina al
corpo di andare oltre il limite. Jozić di testa ha un’altra occasione sul finire
del primo tempo, il portiere è attento.
Non s’è mai vista l’Argentina. Dà notizie di sé a inizio ripresa col
difensore Ruggeri che colpisce di testa come sa fare, appunto da difensore, e
spedisce sulla parte alta della traversa. Solo un lampo. Stojković si ricorda di
essere Stojković, supera in velocità con una finta un avversario, arriva in
fondo e mette al centro un pallone che diventa forse il più grande rimpianto
della carriera di Sušić: solo a sette metri dalla porta, Rocky potrebbe battere
al volo ma cerca di stoppare la palla per un calcio più agevole, se la allunga
troppo e favorisce il recupero del portiere. Il grande attore ha sbagliato
l’uscita di scena, però merita applausi per quattro lustri di calcio sapiente. I
35 anni si fanno sentire, Osim al 61’ lo sostituisce con Dejan Savićević.
Maradona spara una fucilata e Ivković, rinfrancato dopo le incertezze con la
Spagna, vola a deviare. Poi chiude l’angolo a Ruggeri sul cui piede ruvido da
terzino capita un’altra chance.
Non succede altro, nei novanta minuti. Meglio gli slavi benché Stojković
vada a sprazzi. Come non era successo prima, una grande, solida, sicura
difesa arroccata attorno al suo totem Faruk, un buon uso del contropiede,
possibilità sprecate per precipitazione e perché Machiavelli continua a tifare
Argentina.
Se il calcio fosse logica nel supplementare dovrebbe crollare la squadra
rimasta in dieci, nel caldo infernale della dolce e tra poco fatale Firenze. Ma
Prosinečki corre come un levriero, il passo svelto e regolare, allarga sulla
sinistra per Stojković ancora capace di mettere a coricare un difensore e
passare al centro a Savićević: di sinistro, da tre metri, il montenegrino alza
troppo la sfera che, beffarda, sorvola la traversa. Dall’altra parte Troglio
sfrutta l’unico errore di piazzamento di Faruk ma Ivković gli prende il
tempo e lo ferma. Si sono allungate le squadre, è come tra Orazi e Curiazi
adesso, la tattica è finita negli spogliatoi e c’è solo l’agonismo dopo cento
minuti di battaglia, gli spiccioli di energia, la voglia matta di farla finita con
un gol che sarebbe probabilmente decisivo. Vola la Jugoslavia in
contropiede veloce. Ancora Stojković con un traversone di 30 metri per
Savićević che batte di prima intenzione, di nuovo alto. Che non sia giornata
per i protagonisti attesi lo conferma Maradona, secondo tempo
supplementare, quando tocca a lui essere solo davanti al portiere e gli esce
uno sgorbio troppo brutto per essere vero. Quasi a giustificare una
broccaggine indegna del nome cade tenendosi il ginocchio sinistro, una
sceneggiata talmente palese da scatenare un uragano di fischi.
L’ultima emozione è un thriller a due minuti dal 120’. L’Argentina
produce un disperato sforzo per evitare i calci di rigore, un’ignominia dopo
aver giocato per novanta minuti in superiorità numerica. Una ragnatela di
passaggi libera il numero 7 Burruchaga a due passi dalla porta, la palla gli
arriva all’altezza del torace e a lui non resta che spingerla dentro per poi
esultare. Ecco l’arbitro correre sul posto mimando senza possibilità di
equivoco che l’ha colpita con la mano e la rete è da annullare. Lo sventurato
gli replica mostrando che l’ha presa di petto e probabilmente ha ragione
(non ci sono ancora le mille telecamere di oggi, non c’è moviola sofisticata a
sciogliere i dubbi, c’è solo l’immagine ripresa da dietro con cui si ha
l’impressione della correttezza dell’azione). Faruk, con la benevolenza di chi
l’ha scampata bella, consola Burruchaga prendendogli la testa tra le mani,
«cosa vuoi, ragazzo, l’arbitro ha fischiato». L’arbitro ha forse voluto
compensare la frettolosa espulsione. È la nemesi di quattro anni prima,
quando Maradona segnò davvero con la mano, la mano de dios,
all’Inghilterra, e fu convalidato il gol, stavolta succede il contrario. C’è una
teoria per la quale nello sport una giustizia superiore finisce, alla lunga, per
riequilibrare le ragioni e i torti. La bilancia pendeva troppo a favore dei
sudamericani dopo i favori ricevuti nel Mondiale in casa, dopo Messico
1986. Gli argentini, Diego in testa, si riversano verso la panchina slava.
Hanno da gridare la loro rabbia all’Orso, c’è la minaccia di un parapiglia che
potrebbe anche degenerare se non si dovessero salvare i nervi per gli attimi
che mancano. Tre calci d’angolo consecutivi argentini non producono nulla.
Una ripartenza slava è funestata da uno sciagurato lancio di Savićević verso
il nulla e Stojković impreca e lo irride, a sottolineare quanto non siano
idilliaci i rapporti. Poi il fischio finale.
Sono quasi le 7,30 della sera a Firenze. Nessuna brezza è arrivata a dare
un briciolo di refrigerio. Ai calci di rigore si consuma il destino di quella che
sarà l’ultima Jugoslavia alla fase finale di una competizione mondiale.
Benché il susseguirsi degli eventi nelle Repubbliche slave lo possano lasciar
intuire, nessuno di coloro che sta dentro lo stadio Artemio Franchi lo
sospetta. Eppure a Belgrado Slobodan Milošević sta prendendo a calci la
Costituzione di Tito. Eppure a Zagabria e Lubiana già si affannano attorno a
una nuova architettura istituzionale per liberarsi della centralità serba.
Eppure nei boschi si allenano i paramilitari, reclutati nelle curve degli stadi,
che più di tutti hanno annusato, nell’animalità feroce che percorre il branco,
i venti di guerra.
Cinque uomini, cinque rigoristi, col sostegno dello staff, l’affetto lontano
di amici e parenti, proveranno a dare un senso, quasi fuori tempo massimo,
a una bandiera che troppi vorrebbero calpestare. Ma cosa fa, adesso, Ivica
Osim? Perché dopo averli velocemente ringraziati, volta le spalle al suo
gruppo e si dirige verso gli spogliatoi? «Non prendetevela», annuncia
conclusivo, «io non ho più nulla da fare in panchina. I rigori sono
un’incognita in cui il tecnico non conta. Il mio lavoro oggi finisce qui, buona
fortuna». Col passo lento dei suoi cento e passa chili abbandona l’arena,
accompagnato dal medico della nazionale, senza dare possibilità di replica.
Dalle urla che arriveranno fin nel ventre dello stadio capirà come è andata, i
boati non hanno bisogno di traduzione. Chissà se ha preso ispirazione, per il
gesto, da Momenti di gloria, il film (1981) in cui l’allenatore Scipio Africanus
«Sam» Mussabini sta nelle docce durante la finale dei cento metri delle
Olimpiadi di Parigi 1924 e quando sente suonare l’inno britannico capisce
che a trionfare è stato il suo atleta Harold Abrahams (liberamente tratto da
una storia vera, Ian Holm ebbe una nomination all’Oscar come miglior
attore non protagonista). Ivica Osim se ne è andato, come un ospite di
riguardo che lascia la cena davanti al piatto forte. Con ciò avvalorando
l’idea diffusa che l’esito di un calcio di rigore dipenda dalla fortuna e
l’imponderabile si prenda assai più del 50 per cento di Machiavelli. Il
professore di matematica si arrende al fato senza credere di poter
intervenire nella vicenda, correggere, spostare ciò che è già scritto in un
qualche libro del destino. Ci sono allenatori che si voltano di spalle per non
vedere, altri che si coprono gli occhi con la mano. Osim ha scelto la
soluzione radicale.
Non c’è tempo per elaborare lo choc del comandante che abbandona la
nave, l’arbitro vuole la lista. Safet Sušić, il capitano ombra seduto in
panchina, intuisce svelto che tocca a lui essere il punto di riferimento. Una
supplenza, che supplenza, nel giorno degli esami. Conosce i compagni, gli
basta guardarli in faccia per decidere a chi tremano le gambe e a chi
prudono le mani. Chi è svuotato e chi è pronto. Alcuni si cautelano
preventivamente, «non me la sento». Possono citare un illustre precedente.
Paulo Roberto Falcão, «l’ottavo re di Roma», il 30 maggio 1984 si rifiutò di
calciare il rigore contro il Liverpool nella finale di Coppa dei Campioni che
si giocò nella capitale italiana, davanti alla sua gente. Agostino Di
Bartolomei, il capitano giallorosso che si sarebbe suicidato esattamente 10
anni dopo il 30 maggio del 1994, gli diede del vigliacco e lo schiaffeggiò:
Falcão si giustificò dicendo che aveva giocato con tre infiltrazioni al
ginocchio. La Roma perse.
Pape Sušić punta deciso verso Faruk, da lui non otterrà il gran rifiuto, lo
sa. «Kaltz, tiri tu». «Ma, Rocky, ne ho sbagliato uno con la Colombia!», è la
debole replica. «Fa niente, questo lo segni». Faruk obbedisce. L’obiezione di
Hadžibegić non cela la reale volontà di sottrarsi. Avrò pure sbagliato con la
Colombia, pensa Faruk, però quando ci esercitiamo su questo fondamentale,
sono pur sempre il più bravo.

Non dovrebbe essere complicato infilare una sfera dalla circonferenza di


settanta centimetri dentro uno spazio grande 18 metri quadrati, una stanza
di medie dimensioni, persino una grande stanza nelle costruzioni moderne
dove si economizza sulle metrature e ci possono stare: un letto
matrimoniale, due comodini, un capace armadio, uno scrittoio. E avendo
come solo ostacolo un portiere che, in teoria, non potrebbe muoversi finché
il pallone ha lasciato il piede di chi calcia. Il rigore è la «massima
punizione», una condanna all’ergastolo in termini giuridici, la pena di morte
sportiva. Non esiste dagli albori del calcio, lo ideò un irlandese, tale William
McCrum, nel 1890, per preservare lo spirito del gioco danneggiato dai troppi
falli di mano vicino alla porta. Si dice anche: «trasformare un rigore». E con
ciò si intende la pura formalità con cui viene validata la «massima
punizione». Quando viene assegnata, gli spettatori altro non si aspettano se
non la sentenza differita del gol, pur se una sottile inquietudine (all’opposto:
una speranza) accompagna quei lunghissimi attimi tra il fischio dell’arbitro
e l’esecuzione. Il timore che qualcosa vada storto quando tutto sembra
troppo facile. Succede anche durante il gioco normale che il centravanti si
«mangi» gol semplici e ne realizzi di complicatissimi.
La prassi lunga cent’anni ha via via mutato la massima punizione in
«lotteria», tanto più imponderabile se i rigori da calciare in caso di parità
sono cinque. Una lotteria moltiplicata per cinque. Serve anche, l’espediente,
per emendare l’errore, giustificare l’improvvisa débâcle di un campione. Il
brasiliano Kaká ha teorizzato la fiducia in se stessi come ingrediente per la
riuscita: «Quando piazzi la palla sul dischetto devi essere convinto che farai
gol perché la porta diventa sempre più piccola e il portiere sempre più
grande». Platini, una certa dose di sufficienza: «Bisogna anche un po’
fregarsene». E l’italiano Zola: «Dimenticarsi di quanto ti circonda ed entrare
in una stanza vuota». All’ucraino Ševčenko passarono davanti le immagini
dell’incredibile rimonta compiuta dal Liverpool contro il suo Milan avanti 3
a 0 nella finale di Champions League. E sbagliò.
Se l’esperienza fosse trasmissibile si potrebbe fare tesoro dell’altrui
rovina. Non funziona così. I piedi sono l’arto con cui si esprime un
calciatore ma sono mossi dalla testa. E la testa, oh, la testa vaga dove vuole.
Come si educano i piedi, sarebbe allenabile anche la testa, se avessimo una
visione positivista, però estranea al mondo del pallone dove primeggiano
riti scaramantici, tic, manie, e non sono rari gli atleti che si rivolgono a
maghi, fattucchiere, per leggere in anticipo il futuro. Senza scadere nel
prosaico e populista «con quel che guadagnano non possono sbagliare un
rigore», si può più razionalmente immaginare che gli psicologi potrebbero
essere utili a preparare certi appuntamenti che esulano dal fisico, dalla
destrezza, e hanno a che fare col cervello.
Il tifoso prende un’aranciata, stende i piedi sul divano, si gode da esterno
la scena. Misura l’assoluta inferiorità del portiere, la soverchiante
superiorità del tiratore. E conclude: semplice. Ma il portiere non ha nulla da
perdere, l’attaccante, tutto. Insomma bisogna trovarsi lì, come José Tiburcio
Serrizuela, difensore argentino che l’arbitro Röthilsberger invita a lasciare il
centro del campo e farsi avanti per il primo rigore contro Tomislav Ivković.
È prassi, non regola, tenere all’inizio della serie quelli che si ritengono meno
dotati, come i terzini, e riservare gli ultimi posti della graduatoria agli
specialisti. Più si arriva verso l’epilogo più le spalle si ricurvano sotto il peso
della responsabilità. Il terzino Serrizuela porta in dote la potenza a cui
somma, stavolta, la precisione. Portiere a destra, palla a sinistra, nell’angolo,
così forte che sembra voler sfondare la rete. Non esulta, torna indietro a
testa bassa con la stessa concentrazione che aveva prima del gravoso
impegno, quasi volesse ricordare ai compagni che tutto può ancora
succedere. Comunque, 1 a 0 Argentina.
La Jugoslavia gioca, subito, Dragan Stojković, la stella acclamata e attesa
vuole sbrigare in fretta la pratica. Il portiere argentino è Sergio Javier
Goycochea, ha 26 anni, non è il titolare, ha preso il posto dell’infortunato
Pumpido. Di origine basca, non è granché conosciuto nemmeno tra i più
fanatici appassionati. Ragazzone di un metro e ottantacinque ha incontrato i
favori del pubblico femminile, per quel volto da attore maledetto con gli
zigomi pronunciati e i lineamenti che sembrano scolpiti nella pietra. Si
dirige verso la porta fingendo indifferenza, come capitasse di lì per caso, e in
effetti è lì per caso. La mascella serrata e i denti che mordono le labbra sono
gli unici segni che tradiscono tensione mentre lo sguardo si perde lontano.
Pixie, per esorcismo e per denunciare assoluta padronanza, prende il cuoio
in mano e si esibisce in tre palleggi da guascone, destro-sinistro-destro,
come in allenamento. Poi si sistema i pantaloncini e prende una breve
rincorsa. Goycochea a sinistra, palla a destra, spiazzato. Ma il cuoio sale,
sale, sale e incoccia nella traversa, non distante dall’incrocio dei pali. Si dice,
in questi casi: ha tirato troppo bene. Come troppo bene? Aveva 18 metri
quadrati a disposizione, li ha mancati. Pixie si morde la lingua e alza la
maglia a coprire la faccia, non vuole vedere, non vuole sentire, si vorrebbe
solo nascondere.
Argentina avanti al primo passaggio. E ora c’è Burruchaga, quattro anni
prima è stato autore del gol-vittoria in finale contro la Germania.
Esecuzione praticamente fotocopia di quella di Stojković, solo un po’ più
bassa, dunque a bersaglio. Il confine tra ciò che è bene e ciò che è male è
questione di centimetri, e questo sì è il calcio perfetto. 2 a 0. S’avanza
l’inconfondibile chioma bionda di Prosinečki, i biondi hanno il vantaggio di
farsi distinguere anche dagli spettatori dei posti più lontani e meno costosi.
Il pugno serrato alla fine dell’esecuzione significa che non ha fallito,
angolino basso, 2 a 1.
Gli ululati che cadono copiosi e vorrebbero colpire il bersaglio come
fossero freccette avvelenate accompagnano l’incedere di Maradona, ormai
condannato a questo trattamento. Ivković e Maradona già si conoscono. Il
settembre precedente, Coppa Uefa, erano stati avversari in un Napoli-
Sporting Lisbona in cui lo jugoslavo sembrava Superman, con le uscite
spericolate, le acrobazie, aveva inchiodato il punteggio sullo 0-0 e c’erano
voluti, anche lì, i rigori. Maradona era il quinto, avesse segnato, avrebbe
garantito il passaggio del turno. Mentre era chino sul dischetto Ivković si
era avvicinato e gli aveva lanciato la sfida: «Scommetti cento dollari che te
lo paro?». «Sì», aveva replicato con un mormorio il guitto che certo non si
sottraeva. Maradona aveva fatto il suo, tiro teso e forte a sinistra, ma quello
si era superato, ci era arrivato con le punta delle dita e lo aveva respinto per
poi inseguirlo e prenderlo per un braccio. «Ti ricordi, eh, cento dollari». Il
Napoli passò comunque. E negli spogliatoi Diego onorò l’impegno, si
presentò sventolando il biglietto verde. Ivković quell’episodio lo aveva
raccontato cento volte, ai suoi compagni, una per ogni dollaro, ed era
diventato un tormentone, un manifesto identitario. Chi sei tu, Tomislav
Ivković? Io sono colui che parò un rigore al grande Diego Armando
Maradona. Figurarsi se fossero diventati due. Nel rumore assordante dei
fischi di Firenze, per il portiere è difficile farsi sentire, non può nemmeno
avvicinarlo per un conciliabolo, non sarebbe elegante. Da lontano gli fa un
cenno inequivocabile che significa: «Scommettiamo di nuovo?».
L’argentino, trotterellando, muove il capo in senso orizzontale, è un «no», a
metà tra il riconoscimento del valore dell’avversario e la constatazione che
non è il caso, in un quarto di finale mondiale. «Tomislav si ripeterà», si
danno di gomito i compagni radunati sul centrocampo. Maradona fa cinque
passi, la sensazione che voglia incrociare il suo sinistro leggendario, ma in
un velocissimo flash-back si ricorda di settembre e cambia idea come non si
dovrebbe mai fare, calcia quasi centrale, il portiere riesce addirittura a
bloccare in presa e agita il pugno all’aria, ce l’ho fatta di nuovo. Chi sei tu?
Sono Tomislav Ivković, quello che ha parato due rigori al grande Diego
Armando Maradona. Il quale scuote la testa e, passando accanto a
Goycochea, gli batte un cinque che è un incoraggiamento a salvare la patria.
Gli spettatori sono talmente concentrati nel seguire il percorso del Diego
affranto (qualunque cosa faccia si esaspera, si amplifica, si dilata a notizia)
che quasi non si accorgono del successivo penalty. Savićević è comparso sul
dischetto e ha sbrigato in fretta l’incombenza. Gol, 2 a 2. Di nuovo in
equilibrio assoluto.
Anche se siamo negli anni Novanta, Pedro Troglio, centrocampista, porta
i capelli come nei Settanta, lunghi boccoli scuri fino alle spalle. Nessuno si
aspetta granché da lui, un manovale, non un capocantiere. Anche lui tira
«troppo bene». Manda il portiere a farfalle ma colpisce il palo pieno. Non fa
drammi. L’inerzia emotiva della sfida ha cambiato verso e ha preso la via di
Belgrado, sempre 2 a 2 ma coi plavi che hanno usufruito di un rigore in
meno. Il quarto della lista è (meglio: dovrebbe essere) Faruk. Goycochea
posa le mani sulle cosce enormi come due paracarri e aggrotta le ciglia. Il
numero 5 prende la rincorsa quando Röthlisberger gli si fa incontro, «no,
non tocca a te, tocca al numero 7». Faruk gira i tacchetti e torna indietro.
Quanto gli possa essere costato, in energie nervose, quel cambio di
programma, lo sanno solo i suoi neuroni. E Branko Brnović, il numero 7,
che non se lo aspettava, zampetta veloce come fosse in ritardo a un
appuntamento per cui non è pronto. E fa quasi un passaggio al portiere
argentino. Che ringrazia.
All’ultimo giro di una storia infinita è ancora 2 a 2. Jugoslavia e Argentina
non riescono a sottrarsi dall’abbraccio della parità. Ivković tenta di
confondere l’attaccante Gustavo Dezotti contestando il punto dove ha
posizionato il pallone. Piccoli trucchi. Dezotti crede di essere un elastico e
prende una rincorsa lunghissima, poi parte a spron battuto come neanche in
una carica di cavalleria, sprinta talmente veloce che dà l’impressione di
poter mancare la sfera, di scavalcarla, invece la centra e spedisce in fondo al
sacco. Siamo 3 a 2 quando tocca, davvero, a Faruk. L’ultimo rigore.
Goycochea fa una smorfia con la sua faccia da totem o da giocatore di
poker. Faruk conta sei passi. Sei passi verso l’ignoto. È spesso
letterariamente cantata la solitudine del portiere, c’è una solitudine del
giocatore davanti al calcio di rigore. Sei squadra, ma sei tu. E se sei l’ultimo,
come Faruk, sei tu la squadra. Rispetto alla Colombia, sceglie il lato opposto.
Ha colpito molto meglio, sulla sinistra dell’estremo difensore, in un angolo
della stanza da 18 metri quadrati, verso l’uscita, ma dentro. Con la Colombia
c’era un gatto, stavolta gli sembra di vedere un angelo, o un diavolo, che si
inarca nel volo plastico perfetto, i due pugni chiusi respingono la sfera.
L’angelo, o il diavolo, torna un essere umano, perché dopo il capitombolo si
rialza e va a perdifiato a urlare la sua gioia. Faruk è annichilito, è fiero, a
testa alta, ma pare in confusione, gli esce un’esclamazione che,
interpretando il labiale, è un’imprecazione. Nessuno dei compagni lo
rimprovera, non si aggiunge onta all’onta di un collega. Le parole non
servono, basta una mano sulla spalla. A Sušić sussurra: «Colpa tua». Cioè:
sei tu che mi hai chiesto di tirare. Quando avrà ritrovato il fiato e un briciolo
di serenità dirà: «Abbiamo fatto una gran partita. Ma non è servito a niente.
È la conclusione di un ottimo Mondiale. La risposta a chi ci ha fischiato.
Un’ingiustizia? Il calcio è così. C’è tristezza per non essere entrati nel
gruppo delle quattro migliori del mondo, lo meritavamo. Forse l’arbitro ha
sbagliato nell’espellere Šabanadžović, sicuramente ci ha penalizzato.
L’Argentina ha una qualità straordinaria, è fortunata, questa è la vita». Pixie
è steso sul campo come facesse stretching alla schiena, le mani a sostenere il
mento. Si rialza come sollevato da una gru e, una volta negli spogliatoi,
finita la doccia si infila un paio di occhiali scuri e sparisce. Ivković, con la
sua buffa maglia gialla con disegni neri che sembra un’opera d’arte
moderna, non trova consolazione nell’aver di nuovo respinto il migliore del
mondo. Jozić ha fretta di fare la valigia e tornare a Cesena, dove ha trovato
l’amore e dove vuole parlare con i dirigenti perché abbassino le pretese sul
suo cartellino, lo lascino andare verso un palcoscenico più prestigioso.
Katanec ha da curare il ginocchio per la nuova stagione e si dirige verso
Genova. Si scioglie la comitiva con la tristezza che lascia ogni esperienza
totalizzante e in ambiente chiuso. Faruk, Safet, Tomislav e Zlatko (Vujović)
prolungano l’addio prenotando per cena insieme a Firenze con rispettive
signore. Sarà per loro magra soddisfazione l’apprendere che l’arbitro aveva
invertito l’ordine dei rigoristi e ci sarebbe spazio per un reclamo ufficiale
che nessuno inoltrerà in una Federazione che è la fotocopia del Paese: allo
sbando. I quattro amici al ristorante non hanno voglia di scherzare. Mogi e
pensierosi. Ma dopo l’antipasto e il primo, prevale l’humor bosniaco. Il
bersaglio è Hadžibegić. Vujović attacca. «Dì un po’, Faruk, quanto ti ha dato
Maradona per sbagliare il rigore?». Ivković: «Sicuramente molto di più dei
cento dollari che ha dato a me per averglielo parato». Sušić: «Avrà pagato
molto caro, gli hai tolto il senso di colpa, poteva essere responsabile
dell’eliminazione dell’Argentina». Vujović: «Ma allora scopriremo che ti sei
comprato una bella casa nuova!». Faruk pensa che solo così, quando si può
ridere dell’altro senza offenderlo, si è davvero come fratelli. L’ultimo rigore
non è ancora l’ultimo rigore. Lo diventerà col tempo, come gli eventi che
trovano il loro senso solo a posteriori. Per ora è solo un importante rigore
sbagliato.
Osim ha interpretato dai boati che dio è stato ancora una volta argentino.
Nel momento in cui si può togliere qualche sassolino dalle scarpe,
riseppellisce il serbo-croato e torna al francese: «Con i giornalisti jugoslavi
ho chiuso. Mi hanno rotto le scatole. Non parlo neppure con la Federazione.
Se hanno qualcosa da dirmi sanno dove trovarmi. Ma dubito che lo faranno,
sinora se ne sono sempre fregati. Sarebbe un gesto troppo bello farsi vivi ora
che abbiamo perso, ma non lo faranno. La squadra ha fatto moltissimo
nonostante l’assedio della stampa e la totale assenza della Federazione. Fra
due anni la Jugoslavia vincerà l’Europeo. Se non si spappola, se la curano, se
la seguono. Ma so già che non sarà così, che si avvereranno le previsioni
peggiori». Sembra un testamento con parole dolci solo per i suoi ragazzi:
«Saranno famosi, sono già grandi».
Se non si spappola, se la curano, se la seguono: periodi ipotetici
dell’irrealtà. È un epitaffio. A Sarajevo cinquantamila persone si sono
riversate in strada per ringraziare comunque la nazionale. La frangia degli
esagitati si spinge a chiedere il cambio nel nome della città in «Osimgrad»
per omaggio all’illustre concittadino. Silenzio nelle altre capitali della
Repubblica. I giornali dell’indomani escono con titoli a caratteri cubitali.
«Ingiustizia». «Tragedia nazionale». «Maledetti rigori». Il quotidiano
«Slobodna Dalmacija» di Spalato riporta la notizia che nel paese di Klis al
rigore sbagliato di Hadžibegić un uomo si è ucciso con un colpo di pistola
alla tempia.
L’ultimo canestro

Proprio sull’Adriatico, vicino a Spalato, non lontano da Klis, Faruk va in


vacanza con Safia e le bambine. È il riposo in attesa di riprendere la stagione
al Sochaux. Quel mare gli piace al punto che comprerà una casa (non coi
soldi di Maradona...). La costa dalmata fa ancora parte della sua patria. Non
si sente straniero, non c’è motivo. La cordialità dei vicini d’ombrellone, il
relax familiare, l’atmosfera spensierata dell’estate, la mescolanza di turisti.
«Tutto sembrava normale, tutto mi confortava nell’idea che le tensioni
erano state un abbaglio e presto sarebbero svanite. Era la solita Dalmazia».
Faruk si fida di ciò che vede attorno, l’affettuosa attenzione che gli viene
riservata. Usa il metro dello sguardo miope ed evidentemente non si fida di
quanto legge sui giornali. I media hanno raccontato la fandonia delle undici
bottiglie di whisky dell’Orso, non hanno credibilità. Dovrebbe valutare però
che, in Jugoslavia come dappertutto, la libertà pindarica dei cronisti sportivi
non si estende ad altre materie: almeno non completamente. E alcune
circostanze di fatto sono troppo pubbliche per essere relegate nel cestino
delle notizie-spazzatura. Si è da poco messo in costume da bagno, ha
cominciato ad abbronzarsi e a nuotare in Adriatico quando i quotidiani
scrivono della seduta del Parlamento sloveno che si è espresso per la «piena
sovranità» della Repubblica su al nord, dove una perturbazione ha portato
freddo e pioggia fuori stagione, clima in sintonia col gelo verso le istituzioni
federali. A Lubiana si guarda già oltre e si vagheggia un futuro ingresso in
Europa. Nel nuovo Parlamento croato, i deputati di Tudjman rinnegano
esplicitamente il centralismo di Belgrado e il presidente alterna freno e
acceleratore per dosare i tempi dell’indipendenza, non è ancora pronto. Per
le strade circolano però agenti con nuove divise e un nuovo appellativo:
«Redarstvo», quello che fu della gendarmeria asburgica. Si sta formando la
«Garda» croata, nucleo del futuro esercito. Sui palazzi pubblici sventolano
fianco a fianco la bandiera federale e quella croata. A Belgrado Milošević è
alla resa dei conti con gli albanesi del Kosovo. Ce ne sarebbe a sufficienza
per fargli andare di traverso le vacanze, se non intervenisse l’inveterata
abitudine dell’uomo di immaginare un intervento salvifico. Così pensa
esattamente Faruk: «Si risolverà. Si metteranno d’accordo, troveranno un
compromesso».
L’impressione opposta di quella che ricava Davor Jozić, il quale è tornato
nella sua Konjic cinta di boschi, dove la Bosnia profonda si inerpica e si
riflette nelle acque verdi dell’irruenta Neretva. La Bosnia degli orridi e dei
canyon da far invidia all’America. Davor respira l’aria del pericolo
imminente, un senso di oppressione che non aveva mai avvertito, una
tensione etnica e quella parola che è diventata un mantra, guerra, ci sarà la
guerra. Un vento minaccioso che annuncia il temporale. E siamo poco prima
della pioggia. Talvolta la paura ha un odore.

Sono già andati, i ventidue calciatori, in ritiro coi rispettivi club quando
l’estate porta un altro Mondiale, stavolta di pallacanestro, dall’8 al 19
agosto, nell’altro emisfero, a Buenos Aires, in Argentina (ancora
l’Argentina...), dove è inverno. Il basket, nel lembo sudest d’Europa, è
popolare quasi come il calcio. Più vincente però e con un seguito di
appassionati meno facinoroso. I femori lunghi dei montenegrini, la statura
extra-large dei dinarici e dei serbi, l’eccellente tradizione di allenatori
all’avanguardia, hanno favorito una messe di medaglie. Gli jugoslavi, in
quest’ambito, sono gli americani d’Europa. Tecnici, longilinei, veloci,
eccellenti passatori e tiratori. Nelle dimensioni del parquet (quindici metri in
larghezza e ventotto in lunghezza) anche capaci di esprimersi coralmente.
Se non hanno la stessa fama dei calciatori è perché è più difficile
l’immedesimazione con marcantoni oltre i due metri, l’altezza è una
variabile non indipendente: li si può ammirare, non emulare. C’è un altro
motivo più psicologico. Nel calcio l’acme, l’orgasmo del gol, si raggiunge
poche volte nel corso di una partita, talvolta non succede nemmeno, coito
interrotto. L’attesa spasmodica di un apice di godimento è parte integrante
della soddisfazione dello spettatore. È il sabato del villaggio, la promessa che
non ha la domenica, quando tutto si è già consumato. I canestri sono invece
copiosi ad ogni incontro e, biologicamente, gli orgasmi non sono così
reiterabili. Il rovescio è la possibilità entusiasmante di ribaltare l’esito anche
quando si è sotto di molti punti. Il basket, a causa del campo ristretto, riduce
le variabili, è assai più vicino alla matematica cara al professor Osim. Infatti
è basato sulla statistica: tot rimbalzi, tot palle recuperate, tot percentuale al
tiro danno l’idea esatta della superiorità o dell’inferiorità. Anche del valore
di un giocatore. Difficilmente l’ultima in classifica batte la prima. Nel calcio,
con più frequenza. Il calcio solo recentemente ha adottato dei criteri di
misurazione della prestazione. Ma lasciano il tempo che trovano, non sono
garanzia di successo. Una squadra può avere un possesso palla soverchiante
e perdere. Un calciatore può tirare venti volte in porta senza segnare, c’è il
portiere, assente nella pallacanestro, dove, per questo motivo, si riesce a
infilare una palla a spicchi del diametro di circa 24 centimetri in un anello di
ferro del diametro di 45 centimetri posto a 3,05 metri da terra, anche
provando da molto lontano (altro che i 18 metri quadrati della porta). Il
calcio si gioca con i piedi, arto meno nobile, più difficile da educare, che
trova il suo riscatto: non a caso di calciatori poco dotati si dice
lapidariamente che hanno piedi «come ferri da stiro», insensibili; la
pallacanestro si gioca con le mani, le terminazioni che distinguono noi
umani (u-mani, appunto) per via del pollice opponibile: si dice anche, è vero,
di cestisti che hanno la «mano quadra» quando non imbroccano un
canestro, però fanno altro, strappano rimbalzi, servono assist. Con le mani.
Nonostante le differenze, c’è osmosi tra i due sport. Il concetto di pressing
è transitato dal parquet all’erba, così come quello di assist e di schema. Salvo
che nel basket lo schema è essenziale, nel calcio è la volontà dell’allenatore
di mostrare il suo sapere, anche a discapito della fantasia dei singoli. La
difesa a zona era la più praticata nel basket prima che quella a uomo
diventasse una religione (nell’Nba americana la zona è addirittura vietata). Il
calcio è invece passato dall’uomo alla zona. Progressive correzioni per
adattare le tattiche più efficaci agli spazi a disposizione. Segreti emigrati
dalle mani ai piedi a compensare il tradimento perpetrato dagli arti
superiori quando abbiamo conquistato la posizione eretta.
Spesso il secondo sport preferito dai calciatori è il basket. E viceversa. A
maggior ragione in Jugoslavia dove entrambi garantiscono il rispetto
sociale. Tra loro gli atleti delle due discipline sono amici con invidie
opposte. Nella sintesi di Davor Jozić: «Noi li invidiamo per i successi, loro
perché noi guadagniamo di più».
Calcio e basket, nel 1990 si confrontano, a distanza di poco più di un
mese, col resto del mondo, col comune denominatore del Paese a pezzi. Nei
palazzetti non ci sono stati eccessi nazionalistici paragonabili a quelli di
Dinamo Zagabria-Stella Rossa. E i cestisti hanno un oceano di mezzo tra se
stessi e le contorsioni istituzionali. Però... Gli jugoslavi sono tra i favoriti in
Argentina. Sono freschi di un argento olimpico a Seul (1988) e di un oro
europeo in casa, a Zagabria (1989), dove hanno mostrato una supremazia
così soverchiante rispetto ai contendenti che se fosse stato pugilato
sarebbero stati proclamati campioni per manifesta superiorità. Hanno la più
forte formazione di sempre, quasi equamente divisa tra Belgrado e Zagabria.
Sei serbi: Vlade Divac, Žarko Paspalj, Želimir Obradović, Radisav Ćurčić
(prenderà poi la nazionalità israeliana), Zoran Jovanović, Zoran Savić.
Cinque croati: Dražen Petrović, Toni Kukoč, Velimir Perasović, Zoran
Čutura, Arijan Komazec. L’unico intruso è uno sloveno: Jure Zdovc. E
mancano per problemi diversi fuoriclasse come Dino Radja, Stojko
Vranković, Predrag Danilović, Aleksandar Djordjević, Mario Primorac.
Allenatore il serbo Dušan Ivković.
Il più impertinente e dotato è il numero 4, il playmaker Dražen Petrović,
25 anni, croato, detto «il Mozart dei canestri», o anche «il diavolo di
Sebenico», perché è l’inferno degli avversari a cui mostra spesso la lingua
per irriderli durante le fasi più concitate della contesa. Passa in palestra sei
ore al giorno. È capace di presentarsi in tuta con largo anticipo per la sua
dose supplementare di cinquecento tiri. Una volta, per punirsi dopo una
sconfitta, restò tutta la notte da solo nel palazzetto vuoto: doveva infliggersi
una punizione esemplare. Un perfezionista. L’Europa gli stava stretta ed è
andato a cercare sfide e dollari nella Nba americana, Portland Trail Blazers.
Siccome le fortune di un team di basket si reggono sull’asse playmaker-
pivot, ecco che il secondo pilastro è Vlade Divac, 22 anni, serbo, un cristo di
216 centimetri, finito nientemeno che ai Los Angeles Lakers per sostituire
un monumento come Kareem Abdul-Jabbar e mettersi al fianco del signor
Magic Johnson. Accanto al binomio delle meraviglie, un gruppo irripetibile
tra cui «Pink Panther», al secolo Toni Kukoč da Spalato, capace di coprire
tutti i ruoli, e di palleggiare come un «piccolo», lui alto 2,10 metri. Ha vinto
dovunque abbia militato, in seguito anche tre titoli Nba nei Chicago Bulls di
sua maestà Michael Jordan, dove scatenerà le gelosie di Scottie Pippen,
l’altra star.
A parte l’incidente di una ininfluente sconfitta col Portorico nel girone
eliminatorio per la Jugoslavia il Mondiale di basket è una marcia trionfale.
Giocano a memoria, eseguono uno spartito perfetto. «Mozart» compone,
«Beethoven»-Divac esplode con la sua «eroica», «Chopin»-Kukoč incanta
coi suoi notturni. A Buenos Aires la coreografia è garantita dagli emigrati.
Sulle aste appendono insieme la bandiera jugoslava e quella argentina, o
solo quella jugoslava, o solo quella croata. Il coro perfetto seppellisce
Venezuela e Angola, Brasile, Unione Sovietica e Grecia. La semifinale sarà
col colosso Stati Uniti. Dall’altra parte dell’oceano gli amici calciatori
guardano ammirati, loro non sono stati capaci di tanto, i supporter esultano.
Eppure nelle telefonate a casa i cestisti sentono il velo di un’ombra, un
timore inespresso, un disagio. Dall’altra parte dell’oceano, l’agosto si è fatto
infuocato e non solo climaticamente. A Knin, Krajina croata ma dove i serbi
sono maggioranza, questi ultimi hanno eretto barricate e bloccato le strade
con tronchi d’albero, copertoni, auto rovesciate. Interrotta l’arteria
principale dei turisti, la «Magistrala» che corre lungo tutto il litorale
adriatico, da Fiume fino al Montenegro. Come risposta agli afflati
indipendentisti della Croazia, hanno proclamato un loro referendum per
staccarsi da Zagabria. Secessione della secessione. Lo psichiatra Jovan
Rašković, leader dei serbi, è stato licenziato dall’ospedale di Sebenico dove
lavorava perché, dopo aver scelto la vita pubblica, nessuno l’ha più visto in
corsia. Provvedimento amministrativo giustificabile, politicamente
esplosivo. I villeggianti spaventati, risorsa cruciale per il denaro fresco in
valuta estera che spendono, scappano nella settimana cruciale del
Ferragosto, la Jugoslavia è un posto da cui fuggire. Ai posti di blocco le loro
automobili vengono perquisite per ore, tra bambini urlanti, madri e padri
preoccupati. Si formano code lunghe trenta chilometri sulla Magistrala, il
panico dilaga. Le cancellerie del Continente e le rispettive ambasciate si
affannano per riportare in patria incolumi i connazionali. I «vigilantes»
serbi, così vogliono essere chiamati, pare si siano impossessati delle armi
della difesa territoriale e ci siano scontri a fuoco con la «Garda» croata.
Sarebbero i primi. Smentiti. Tornano in auge parole antiche. «Cetnici»,
ultranazionalisti, urlano i croati ai serbi. «Ustascia», ultranazionalisti filo-
nazisti, ribattono i serbi ai croati: sembra il 1943, non il 1990. Il sindaco di
Knin Milan Babić chiede l’intervento dell’esercito che è già nelle piazze.
Anzi no. L’esercito federale resta neutrale in attesa di sviluppi. Si teme che
gruppi paramilitari dalla stessa Serbia e altri combattenti serbi di Bosnia
marcino sulla Krajina in soccorso dei «fratelli separati». E partono appelli
per scongiurare la potenziale nuova miccia. Il caos regna sovrano. La
Federazione dell’atletica leggera è in ansia per i campionati europei in
programma dal 26 agosto al 2 settembre a Spalato. Da Belgrado rassicurano,
chissà quanto convinti. Circolano inviti a evitare lo «spargimento di
sangue», formula classica per sottolineare che lo spargimento di sangue è
possibile. L’implosione dello Stato procede per strappi, per piccoli scossoni
progressivi.
Quattro dei cinque cestisti croati in Argentina abitano nell’area degli
scontri. Kukoč e Perasović sono di Spalato, Petrović di Sebenico, Komazec di
Zara. Čutura è di Zagabria, per quanto possa stare tranquillo uno della
capitale. Il loro rendimento non ne risente. Gli Stati Uniti sono spazzati via
99 a 91, Petrović, 31 punti, e Kukoč, 19, i migliori al tabellino.
In finale si ritrovano davanti gli eterni rivali dell’Unione Sovietica monca
dei lituani perché è già più avanti nella sua dissoluzione. Non c’è partita,
risultato mai in discussione, 92 a 75, Jugoslavia campione del mondo, ultimo
canestro, proprio l’ultimo in un Mondiale per il Paese così come l’abbiamo
inteso, di Zoran Savić. Petrović e Kukoč ancora i top scorer con 18 e 14
punti. Divac solo 6 ma non sta bene fisicamente. Il che non gli impedisce di
assurgere ad assoluto protagonista. Sul parquet si sono riversati in migliaia,
non c’è un centimetro libero. Uno sventurato uomo coi baffetti commette
l’errore di agitare in segno di giubilo la bandiera croata davanti al gigante
Vlade. Il quale, in un impeto di rabbia, la prende, la calpesta, la getta via.
«L’ho fatto per sottolineare che quel successo era di tutti, del Paese intero,
non di una sua parte». L’episodio passa quasi inosservato nel palazzetto di
Buenos Aires, non nell’altro emisfero. La stampa di Zagabria ne monta un
caso di lesa patria. Divac è un «cetnico» provocatore. Divac scoprirà più
avanti gli effetti di quella campagna. Che gli costerà l’amicizia con Dražen
Petrović. Tornano entrambi negli Stati Uniti per l’Nba. Erano soliti sentirsi
al telefono quasi tutti i giorni, tra Los Angeles e Portland, esuli in cerca della
lingua materna e uniti dagli stessi successi. Ma «Mozart» si nega, o risponde
a monosillabi. Quando è in programma la partita tra le loro due squadre
Vlade lo avvicina. «Che c’è Dražen?». «Niente, sono preoccupato per quello
che succede a casa». E si allontana. Traduzione: lasciami in pace. Petrović
ha sposato Tudjman e la causa, ne diventerà testimonial. Vlade vorrebbe
chiamarlo quando arriva alla finale Nba contro i Chicago Bulls di Michael
Jordan, raccontargli cosa prova. Non lo fa, teme un rifiuto che non
sopporterebbe. Il rapporto non si ricostruirà mai più.
Avrebbero potuto vedersi un anno dopo a Roma per gli Europei 1991 ma
Petrović rifiuta la convocazione, resta in America per prepararsi meglio, è la
motivazione ufficiale, alla stagione Nba in cui cambierà divisa e passerà ai
New Jersey Nets. Quegli Europei saranno ricordati più che per l’esito finale
(scontato: Jugoslavia) per quanto succede poco prima della semifinale tra gli
slavi e la Francia, il 28 giugno. La Slovenia tre giorni prima ha proclamato
l’indipendenza e lo sloveno Jure Zdovc riceve in albergo un fax dalle
autorità di Lubiana che lo diffidano dallo scendere in campo con la
Jugoslavia, se lo avesse fatto sarebbe stato considerato un traditore. L’atleta,
che a casa ha lasciato moglie e un figlio di sei mesi, con quel foglio
minaccioso in mano bussa alla stanza di Dušan Ivković, è in lacrime ma non
ha scelta. La data non potrebbe essere più emblematica. Il 28 giugno 1389,
San Vito per il calendario giuliano, si svolse la battaglia di Kosovo Polje,
mito fondativo dell’epica serba, in cui il sultano ottomano Murad I sconfisse
l’alleanza balcanica comandata dal principe Lazaro Hrebeljanović. Lo stesso
giorno del 1914 a Sarajevo lo studente irredentista serbo Gavrilo Princip
sparò all’arciduca Francesco Ferdinando. Nel 1919 venne firmato il trattato
di Versailles che poneva fine alla Prima guerra mondiale. Nel 1921 il re
Alessandro I promulgò la Costituzione del regno dei serbi, dei croati e degli
sloveni. Nel 1948 il Cominform pubblicò la «Risoluzione sullo stato della
Lega dei comunisti di Jugoslavia» con cui veniva condannata la loro
leadership, origine della rottura tra Mosca e Belgrado. Nel 1989,
seicentesimo anniversario della battaglia di Kosovo Polje, Slobodan
Milošević tenne il discorso sull’origine serba di quel luogo «sacro» anche se
a maggioranza albanese. Nel 1990, Tudjman aveva rivelato il progetto di
revisione costituzionale per eliminare il riferimento ai serbi come popolo
costitutivo della Croazia. Zdovc è solo l’ultima vittima del 28 giugno.
Quanto a Petrović, la finale argentina risulterà essere l’ultima partita con la
Jugoslavia. Vincerà una medaglia d’argento alle Olimpiadi di Barcellona
1992 contro il Dream Team in maglia ormai croata. Il 7 giugno del 1993
morirà in un incidente stradale a Denkendorf, in Germania. Era reduce da
un match della nazionale contro la Polonia (30 punti, al solito) e aveva
deciso di tornare in patria non in aereo con la squadra ma in macchina con
la fidanzata Klara Szalantzy (oggi signora Bierhoff, calciatore tedesco). Lei
guidava, lui dormiva senza la cintura di sicurezza allacciata. Un camion che
viaggiava in senso opposto aveva saltato la corsia per le cattive condizioni
atmosferiche. Solo dopo 17 anni Vlade troverà la forza per andare ad
abbracciare i genitori e portare un fiore sulla tomba del compagno (tutto
ricostruito nel documentario «Once Brothers» della rete televisiva
americana Espn).
Autogol

Ritorniamo all’estate del 1990, quella dei due Mondiali di calcio e basket.
La secessione ha imboccato un pendio inclinato su cui scivola in modo
inarrestabile. Le leadership di Slovenia, Croazia, Serbia prendono, quasi ogni
giorno, decisioni per bruciare i ponti alle spalle, rendere il processo
irreversibile. Lo sport si barcamena in un limbo dove la stella polare è
rappresentata dal rispetto del calendario. Finché qualcuno non darà lo stop.
Con l’attenzione e la mente altrove, il sostanziale blocco delle istituzioni
pubbliche, anche la Federazione del calcio congela ogni decisione. Nessuno
se l’è sentita, nonostante gli attriti, di licenziare Ivica Osim. Il discreto
comportamento al Mondiale ha deposto a suo favore. Dal 30 giugno di
Firenze sono passati due mesi quando è l’ora di rimettere in moto il
meccanismo delle convocazioni per le qualificazioni al campionato europeo
in programma nel 1992 in Svezia. Se il bilanciamento etnico degli atleti
prima era delicato, ora è esplosivo, pura dinamite. L’Orso si muove tra i
candelotti, cammina su un percorso minato pieno di trappole, tra rifiuti
convinti, rifiuti dispiaciuti, infortuni diplomatici. Emblematico il caso di
Davor Jozić, che approfitta di un mancato recapito del biglietto aereo per
raggiungere la squadra e saluta definitivamente. Katanec conferma: «La
disorganizzazione era tale che spesso, a noi che stavamo all’estero, non
pagavano nemmeno le spese vive e dovevamo arrangiarci». I calciatori non
capiscono più chi sia l’autorità, quella delle Repubbliche di riferimento, della
Jugoslavia in coma, della Federazione. La squadra è inserita nel gruppo 4
con Danimarca, Irlanda del Nord, Austria e Isole Fær Øer. Primo impegno il
12 settembre a Belfast. Sušić e Vujović non possono. Il professore chiama
Faruk. «Sei il capitano». Capitano di una nave alla deriva, pur sempre
capitano, con la fascia bianca che non poteva cadere su braccio più adatto.
Osim ha pronosticato una vittoria agli Europei e le parole vanno rivestite di
senso. Nonostante le defezioni. Katanec non sta bene. Di croato c’è il
portiere Ivković, che però non è nazionalista. C’è Prosinečki che però di
croato ha il padre (la madre è serba) e difende i colori della Stella Rossa, c’è
Šuker che però sta in panchina. Il classico rinnovamento dopo il
quadriennio mondiale porta altri serbi, montenegrini, un macedone. A
Belfast segnano Pančev e Prosinečki, comincia bene l’avventura. Che
prosegue meglio il 31 ottobre a Belgrado, 4 a 1 all’Austria, Pančev 3, più
Katanec (che poi non ci sarà più). Sono tornati Baždarević, Sušić e Vujović.
In panchina ci sono due «veri» croati come Jarni e Boban a cui è stata
ridotta la squalifica. L’anno finisce col successo in Danimarca il 14
novembre (Baždarević, Jarni). Punteggio pieno. Attenzione: è il capolinea
per Vujović e Sušić, due dei moschettieri. Pape non se la sente più per l’età.
Zlatko per l’età e per il clima irrespirabile. «Volevo lasciare spazio ai
giovani e in più mi sembrava ormai lampante che il conflitto era
imminente». Quando c’è la guerra i poeti appendono le cetre alle fronde dei
salici. Certi calciatori, non tutti, le scarpe al chiodo.
Il campionato nazionale, pure ripreso tra le difficoltà, è già stato funestato
dagli incidenti di Hajduk Spalato-Partizan Belgrado. La Stella Rossa si
appresta a dominarlo, ed è pure protagonista in Coppa dei Campioni.
Sul fronte politico, anche in Bosnia nelle prime elezioni libere di
novembre hanno vinto i nazionalisti. Ma Hadžibegić crede ancora all’anima
di Sarajevo. «Noi siamo diversi». L’esercito minaccia di intervenire in
Slovenia se verranno messi in discussione i confini della patria. Alcuni
agenti serbi che fanno parte della polizia croata arrestano a Dvor na Uni
Arkan, sì proprio lui, il regista degli scontri al Maksimir, mentre sta
trasportando un ingente carico di armi. Inspiegabilmente il tribunale di
Zagabria, già controllato da Tudjman, lo libererà nel maggio successivo.
L’irrequieto 1990 toglie il disturbo. Ha creato i presupposti per il sanguinoso
1991.

A Sochaux la stagione si snoda così così e si concluderà con una salvezza


risicata e il peggior attacco della Ligue 1. Faruk si prende le soddisfazioni
con la pur già monca nazionale e si consola con le gioie familiari. Le ragazze
crescono bene, Safia è sempre devota e disposta a mettere il marito nelle
condizioni migliori per svolgere al meglio il suo «lavoro». Al campo il
capitano si confronta con Baždarević. L’allenatore Silvester Takač è come
un padre, la moglie del coach è la chioccia di questa piccola Jugoslavia in
trasferta. Nelle cene insieme le vicissitudini del pallone lasciano lo spazio a
interminabili discussioni sullo stato del Paese. Le preoccupazioni, in quel
lembo di Francia, si stemperano e virano sul naïf ottimismo bosniaco che ha
connotati fatalisti (esiste un fatalismo ottimista). Uniti nelle valutazioni
politiche, Hadžibegić e Baždarević si dividono quando di mezzo c’è il derby
tra Sarajevo e Željezničar. La casa di Baždarević in Bosnia si trova a
Grbavica, accanto allo stadio dello Željezničar in cui ha militato. E da casa i
parenti rassicurano: «Si stanno menando su al nord ma qui è tutto
regolare». Non è ancora finita la sbornia del «decennio d’oro» che lascerà
spazio a un risveglio col mal di testa.
Al nord significa in Croazia. A Pakrac il 3 marzo 1991 la minoranza serba
occupa alcuni edifici pubblici e si impossessa di armi. La milizia territoriale
croata reagisce e l’esercito federale deve intervenire con i cingolati per
riportare la calma, la guerra civile è evitata per un soffio. L’Orso deve
diramare le convocazioni per l’incontro con l’Irlanda del Nord (27 marzo) e
chiama i croati Roberto Jarni (titolare) e Zvonimir Boban (riserva). Si gioca a
Belgrado, ormai è una costante, Zagabria non sta più nelle scelte possibili.
Baždarević si ritrova davanti l’arbitro turco Namoğlu, quello dello sputo che
gli è costato il Mondiale, ma finge indifferenza come uno che non ha conti
da regolare. Con tre gol di Pančev, tutto è facile, 4 a 1.
L’alternanza di calcio e guerra è spettacolare. Primo maggio, festa dei
lavoratori, sempre a Belgrado, Jugoslavia-Danimarca, prima sconfitta 1 a 2,
nel girone per gli Europei. Faruk e Mehmed riprendono l’aereo per la
Francia. Sono appena sbarcati a Sochaux quando ascoltano la notizia.
Giovedì 2 maggio, Borovo Selo («Villaggio dei pini»), nei pressi di Vukovar,
dodici poliziotti croati trucidati dai serbi. Prima di arrendersi si sono
disperatamente difesi, se per terra restano anche venti aggressori. A
Zagabria mostrano le foto della carneficina. Un cadavere è senza testa, uno
ha la gola squarciata, uno gli occhi strappati dalle orbite. «Dovevamo
rendere pubbliche immagini così estreme», si difendono le autorità, «a
Belgrado continuavano a negare e a sostenere che si trattava di una
montatura».
Mercoledì 8 maggio. Sempre a Belgrado, si gioca la finale della Coppa
Nazionale, la Coppa «Maresciallo Tito» tra l’Hajduk Spalato, che vincerà 1 a
0, gol di Bokšić, e la Stella Rossa, dove sta emergendo un ragazzo di 22 anni
che farà molto parlare di sé. Si chiama Siniša Mihajlović, ha 22 anni, è figlio
di un camionista serbo, Bogdan, e di un’operaia croata, Viktorija, ha scelto
di essere serbo, serbissimo: in tempi ambigui ciascuno si firma
l’autocertificazione. È originario di Borovo Selo, proprio il luogo della
carneficina dove da giorni è impossibile telefonare, linee interrotte e non
hanno ancora inventato i cellulari. Il match per lui è una questione
personale. Col difensore croato Igor Štimac sono insulti, improperi e falli
cattivi ben oltre il regolamento, ben oltre l’agonismo virile che di solito si
conclude con un abbraccio quando la partita finisce. Non stavolta, perché
Štimac supera ogni decenza e durante un duro faccia a faccia sibila a Siniša:
«Spero che i nostri ragazzi uccidano la tua famiglia a Borovo». Il resto è una
caccia all’uomo dove ciascuno cerca di fare del male all’altro finché
finiranno entrambi espulsi.
Il 12 maggio con un referendum i serbi di Krajina votano a stragrande
maggioranza la secessione dalla Croazia.
Il 16 maggio torna in campo la nazionale contro le modeste Fær Øer e
Osim fa esperimenti, lancia i giovani. Esordisce Mihajlović, Boban è titolare
e segna anche un gol, come l’altra promessa Davor Šuker per un facile 7 a 0.
È la partita-capolinea dei croati.
Il 18 maggio al Maksimir di Zagabria va in onda di nuovo un Dinamo-
Stella Rossa con gli stessi presupposti dell’anno precedente. La Stella Rossa
è già campione, il risultato non conta. Gli ospiti vanno in vantaggio per 2 a
0. L’arbitro concede un rigore scandaloso ai padroni di casa che finiranno
per vincere 3 a 2. Il croato Prosinečki, in forza alla Stella Rossa, confesserà
che furono indotti a perdere la partita per motivi politici. Il suo allenatore
Ljupko Petrović confermerà aggiungendo dettagli: «L’esito non era stato
concordato prima. Ma fummo indotti a perdere dalle circostanze. Franjo
Tudjman arrivò per assistere alla partita dal box delle autorità, non poteva
permettere la vittoria di una squadra serba alla vigilia del referendum
sull’indipendenza. Ho più volte protestato violentemente contro l’arbitro
che ci fischiava contro ogni cosa».
Domenica 19 maggio i croati, col 94 per cento, votano per l’indipendenza
dalla Jugoslavia.
Mercoledì 29 maggio a Bari, Italia, si gioca la finale della Coppa dei
Campioni. Ci sono arrivate la Stella Rossa di Belgrado e il Marsiglia dove
milita il suo ex, mai dimenticato e rimpianto capitano Dragan Stojković. Per
Pixie, una nemesi. «Ero a Mosca, reduce dalla nostra semifinale. Quando
arrivo in aeroporto, apprendo che i miei ex compagni hanno sconfitto il
Bayern Monaco. Era la gara d’andata ma ho capito che ce l’avrebbero fatta e
li avrei rivisti in Italia per la finale. Telefonai e dissi forza, vi aspetto, voglio
bene a tutti voi».
Stojković ha avuto un altro problema alla gamba, ha giocato poco. A Bari
è in panchina. Gli amici-avversari sono la più forte squadra balcanica di
tutti i tempi. Ma l’allenatore decide di rinunciare allo show e giocare
d’attesa contro il Marsiglia dato per favorito dai bookmakers. Ne esce una
delle più noiose partite della storia del calcio, zero a zero anche dopo i
supplementari. Rigori, anche qui. Stojković è entrato a 8 minuti dalla fine in
un uragano di applausi congiunti. Lo scopo del suo mister, Raymond
Goethals, è quello di fargli tirare un penalty. Il primo. Pixie si rifiuta. «Se
avessi fatto gol mi avrebbero odiato a Belgrado. Se lo avessi sbagliato mi
avrebbero odiato a Marsiglia». La Stella Rossa li segna tutti e finisce 5 a 3. È
l’apice più alto mai toccato dal calcio jugoslavo e ci sarebbe da gioire se
esistesse ancora la Jugoslavia.
Il 25 giugno Slovenia e Croazia si dichiarano indipendenti. La guerra
scoppia, in Slovenia durerà dieci giorni per complessivi 58 morti. In Croazia
sarà massacro.

Tudjman si prepara al conflitto totale quando il professor Osim trova una


via di fuga insperata ancora verso l’Italia. All’inizio di agosto la nazionale è
iscritta al trofeo «Pier Cesare Baretti», Saint-Vincent, Valle d’Aosta, con
Cecoslovacchia, Lazio e Genoa, uno dei classici tornei estivi per rodare le
gambe in vista della stagione successiva. I croati non sono venuti. Boban,
Šuker, Jarni, Vulić, Bokšić e Ladić sono diventati all’improvviso «stranieri».
Prosinečki, sanguemisto, è in bilico. Sono rimasti serbi, bosniaci,
montenegrini, macedoni. Non è la prima volta che accade. Nel 1930,
campionato del mondo in Uruguay, spedizione rimasta epica per una
vittoria sul Brasile e per il quarto posto conclusivo, l’allora Jugoslavia
monarchica dovette fare a meno degli atleti croati, bloccati per protesta
perché la sede della Federazione era stata spostata l’anno prima da Zagabria
a Belgrado.
Nel ritiro dell’Hotel Billia, vicino al Casinò, l’argomento privilegiato è la
fuga. Sono cinquecento gli ex jugoslavi che si esibiscono in 30 diversi Paesi.
Si annuncia un ulteriore esodo. Il professore, refrattario all’idea di gettare la
spugna, vuole onorare il suo contratto. Ha fatto un giro d’orizzonte coi
fedelissimi rimasti. Capitano Faruk, superstite dei moschettieri, stai con me?
«Sicuro». E tu Mehmet? «Naturalmente». Nonostante la squadra sia un
porto di mare, con gente che va e gente che viene, il professore tiene alto sul
pennone lo spirito unitario. «L’Occidente esagera sempre. La situazione è
grave ma non drammatica. Capisco i miei (dice, sottolineando, «miei»)
giocatori croati che non sono qui: come sarebbero potuti tornare a casa
senza problemi di reinserimento? Ora pensiamo a giocare e dimenticare,
possiamo permettercelo, siamo dei privilegiati. Io vengo dalla Bosnia, una
Repubblica che è una piccola Jugoslavia, vi convivono tutte le etnie, stando
in pace, non in guerra. Non comprendo quello che accade nel resto della
patria». E Savićević: «Vivevo accanto a Boban fino a tre mesi fa, abbiamo
fatto il militare insieme, indossando la stessa divisa. E ora lui non può
giocare con noi. Inconcepibile».
La Croazia ritira i suoi atleti dalle squadre olimpiche. E i club dal
campionato di calcio che è rinviato. La parte più facinorosa dei tifosi invece
inizia la sua partita. Al posto delle spranghe hanno i fucili i tifosi della
Dinamo e della Stella Rossa che si fronteggiano a Vukovar, ribattezzata la
«Stalingrado croata». Arkan ha trasformato i «Delije» in «Tigri», e ama
farsi fotografare al fronte mentre accarezza un vero cucciolo di tigre. I morti
si contano a migliaia, è caduta la maschera, le scaramucce sono diventate
battaglie.
A ottobre la nazionale deve rendere visita alle Fær Øer (0-2 classico), lassù
nel profondo Nord d’Europa. L’unica foglia di fico che il professore può
appendere sul corpo della squadra per proteggere il marchio Jugoslavia è
Mario Stanić, croato di Sarajevo, dello Željezničar, verso il quale Osim ha
potuto esercitare la mozione degli affetti: poi opterà per Zagabria. A
novembre, il 13, quattro giorni prima della definitiva caduta di Vukovar in
mano serba dopo 91 giorni di resistenza, la Jugoslavia si gioca gli Europei a
Vienna contro l’Austria. Deve vincere per evitare il sorpasso della
Danimarca, sbriga l’impegno con un altro 0 a 2, Lukić e Savićević, è
matematicamente in Svezia. Però c’è poco da gioire. Se non per i serbi che
considerano «loro» quella squadra. E per i bosniaci che vantano l’allenatore,
il capitano, più Baždarević. Ben presto anche la Bosnia smentirà la sua
prerogativa di essere terra di convivenza.
L’addio del capitano

Il 15 gennaio 1992 i Paesi della Comunità economica europea riconoscono


la Slovenia e la Croazia che così entrano nella comunità internazionale. Il 27
febbraio i serbi dello psichiatra-poeta Radovan Karadžić proclamano la
«Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina» per anticipare le loro intenzioni in
vista del referendum sull’indipendenza indetto in Bosnia-Erzegovina per il
29 febbraio e primo marzo (passerà col 64 per cento dei voti a favore e
l’astensione dei serbi). Per tutta risposta la sera stessa i serbi bloccano con
barricate Sarajevo e ci sono i primi morti. Hadžibegić, sorpreso, chiama
casa. «Che succede laggiù?». Il dubbio di essere un buon calciatore e un
pessimo indovino comincia a insinuarsi e stavolta lo sguardo presbite, dalla
Francia, lo aiuta. In Bosnia continuano a ballare sul Titanic: se davvero
succedesse l’indicibile, sarebbe molto peggio che in Croazia. La mescolanza
da ricchezza si trasformerebbe in sciagura. Il 13 marzo il generale indiano
Satish Nambiar, comandante dei 14.000 caschi blu che si dislocheranno nei
territori contesi tra Croazia e Serbia, arriva a Sarajevo per installare il suo
quartier generale. La scelta è a scopo preventivo e vuole suonare come un
monito: attenti, l’Onu vi guarda. Alle orecchie dei guerriglieri, il ruggito
dell’Onu arriva come un belato.
I destini evitati talvolta sono peggio dei destini attraversati: lasciano la
sensazione di un debito. Il debito che Faruk paga alla sua coscienza è quello
di essere altrove. Non può osservare il naufragio da lontano, la zattera alla
deriva che è il Paese è carica di affetti, idealità, adesione. A Sochaux è
difficile giocare a calcio. In campo si rende se si ha la testa sgombra, non per
caso è ancora l’epoca in cui i club preferiscono persone sposate,
emotivamente solide e con una vita regolare. Safia garantisce tutto questo,
le bambine portano allegria in casa, ma è la grande famiglia jugoslava in
pericolo, è la grande casa comune che brucia. L’isola mentale attorno alla
quale ha costruito le sue barricate psicologiche è invasa da quella politica
che aveva sperato di tenere fuori dalla porta. Non regge più la retorica che
lo sport è lo sport e la politica è la politica nemmeno per chi ha fatto
dell’assioma un credo.
A suo modo, Faruk è un uomo pubblico, un capitano. La fascia bianca
legata attorno al braccio pesa più del pallone prima del calcio di rigore con
l’Argentina, lo trascina nel vortice di pensieri che non avrebbe mai preso in
considerazione. Le notti non sono più il regno del riposo ma dei
ripensamenti. Matura, lentamente, l’ipotesi del gesto eclatante, la sua
personale ribellione. Ciascuno può svolgere un ruolo, in guerra, e non è
obbligatorio che sia con un’arma in pugno, l’ha già teorizzato il croato
Boban. Quale sia il suo ruolo, Faruk lo scopre a poco a poco. E non ha
bisogno di consultarsi con nessuno. Il 25 marzo ad Amsterdam c’è
l’amichevole con l’Olanda, ecco l’occasione per il suo contributo alla causa,
il momento in cui si fa «politico». Osim ha convocato quattro bosniaci, lui,
Baždarević, il portiere Omerović, Kodro; tre montenegrini, Savićević,
Brnović, Vujačić; quattro serbi, Stanojković, Stojković, Jugović, Mijatović;
due sloveni, Dzoni Novak e Darko Milanič, sorpresi dalla guerra a Belgrado
dove militano nel Partizan, il club dell’esercito ancora federale (ma poi
opteranno per la loro nazione). Il macedone Najdoski.
Faruk arriva ad Amsterdam senza lasciar trapelare le sue intenzioni. L’ora
dello strappo l’ha fissata per la fine della gara, negli spogliatoi. Come chi sa
che indietro non si torna, vive ogni rito come fosse l’ultimo. Troppe cose
ultime, tutte assieme. L’ultimo ritiro, l’ultima cena con colleghi che chissà
quando rivedrà, l’ultima volta che indossa la maglia dei plavi, l’ultima fascia
bianca. In campo è inappuntabile. Difende come sa, si spinge in attacco e
serve un assist a Brnović che spreca. L’Olanda vince 2 a 0 tuttavia. Faruk
stringe la mano all’arbitro, saluta gli avversari, scende lentamente la scaletta
che lo porta nei sotterranei, si spoglia, fa la doccia. Aspetta che i compagni
si siano cambiati. Chiede silenzio. Non è uomo da discorsi ma sa
esattamente cosa vuol dire. Quelle parole le ha ripassate e soppesate. Spera
in cuor suo di non cedere troppo alla commozione. Un capitano non piange,
un capitano dà l’esempio, un capitano indica la strada. Uscirà dall’ambito di
sua stretta competenza. Non deve incitare, chiedere coesione, riprendere chi
ha sbagliato un passaggio o una diagonale. Non c’è il calciatore in piedi
nello spogliatoio di Amsterdam, c’è l’uomo che fa il calciatore. «Ragazzi,
sapete, tutti, quanto io sia attaccato a questa maglia. L’ho difesa contro tutto
e contro tutti. È stato il mio sogno di bambino che si è avverato. Ho tenuto
duro sino adesso. Siamo arrivati fin qui, ci aspetterebbe il campionato
europeo. Ma io non posso più giocare in queste condizioni. Ora che la mia
città, la mia gente, sono bombardate. Ora che la guerra è arrivata nella mia
Sarajevo. Io sono il capitano, io mi assumo la responsabilità di sciogliere la
squadra. Perché la nazionale di calcio jugoslava non esiste più».
Si è liberato. Non ci ripenserà. Osim lo abbraccia, sa che ha una sola
parola. I compagni, attoniti, accettano, rispettano. È andato oltre, Faruk. Un
capitano non scioglie la squadra, è compito della Federazione. Si è preso una
libertà che lo eccede, grazie alla credibilità di cui gode, ai gradi che gli
hanno dato per le sessantuno presenze nella rappresentativa, quarto nella
graduatoria di tutti i tempi. Ecco, lo ha fatto. Deve completare l’opera però,
coi vertici federali. Chiama Miljan Miljanić. Si ripete. «Miljan, voglio dirle
che io, il capitano, sciolgo la squadra. La squadra, adesso, non ha più senso».
Non gli resta che il club. Sochaux, da esilio diventa porto.

Faruk deve onorare il contratto. Il giorno al campo e la sera la ricerca


spasmodica di notizie dai Balcani. Sono giorni convulsi. Va in scena un
rituale già visto in Slovenia e Croazia. Nelle dichiarazioni pubbliche la
guerra è ancora una doccia scozzese: si fa, non si fa. Nella sostanza è
inevitabile. Che possa portare all’assedio medievale di una città, al
bombardamento sistematico dei civili, ai cecchini che sparano su donne e
bambini, non è però nell’orizzonte ipotizzato da Faruk. Per questo non si
oppone quando Safia gli annuncia che vuole andare a Sarajevo per visitare i
parenti. Stando sul posto avrà sensazioni di prima mano, potrà portare
conforto, valutare.
Il 6 aprile, ricorrenza della liberazione della città dai nazisti nel 1945,
dunque data beneaugurante, la Comunità europea riconosce la Bosnia.
Quanto poco valgano certe prese di posizione protocollari lo si scopre
subito. I Balcani sono un’area dove nessuna legalità internazionale ha diritto
di cittadinanza e i pomposi proclami sono carta straccia, valgono meno del
mitra di un miliziano. Bruxelles, o New York (Nazioni Unite), sono lontane e
impotenti. Sul terreno comanda la legge della giungla. Cecchini serbi
sparano dai piani alti dell’Hotel Holiday Inn su una manifestazione pacifista
e uccidono sul ponte di Vrbanja la studentessa Suada Dilberović, 23 anni,
originaria di Dubrovnik. Inizia quanto Faruk giudicava assurdo, l’assedio
della città che durerà fino al 1995 e sarà il più lungo della storia moderna,
più di Stalingrado. Safia è là nel mezzo, si divide tra Bistrik, il suo quartiere,
e il centro, il quartiere di Faruk, per sondare la volontà dei parenti. Volete
andarvene? Venite via con me. Sochaux non sarà Parigi e nemmeno Siviglia
ma non si spara, abbiamo una casa grande dove vi possiamo ospitare, con lo
stipendio di mio marito ce la caveremo. Ismet, il papà di Faruk, è già morto
(decesso naturale beninteso), mamma, suoceri, nonni si convincono. Alcuni
amici, che intendono rimanere e resistere, chiedono il favore di occuparsi
dei loro figli. Avanti, c’è posto. In totale fanno ventidue persone che
vorrebbero raggiungere la Franca Contea. Safia e Faruk si consultano via
cavo. Ok, nema problema, ospiteremo tutti. Ma come uscire dalla trappola di
Sarajevo? Mica facile. L’aeroporto di Butmir è un girone dantesco di
persone in attesa che bivaccano per riuscire a salire su un volo per Belgrado,
la linea funziona ancora ma gli aerei sono in overbooking. Con ostinazione,
tenacia, pazienza e qualche amicizia Faruk gioca un altro tipo di partita, più
importante dei Mondiali, più decisiva del suo rigore fallito. Chiede a
Baždarević: «Ma tu non li porti fuori i tuoi?». A Baždarević piacerebbe, ma
papà e mamma non vogliono lasciare la casa di Grbavica, quartiere quasi
interamente già occupato dai serbi e dove gli spari, i bombardamenti, sono
quotidiani. Dunque si rassegna. «Nei due anni successivi ogni giorno sarà
una preoccupazione. Ho anche pensato di smetterla col calcio, a 32 anni,
perché non riuscivo a concentrarmi, ad essere lo stesso Baždarević di
sempre». Continuerà invece fino ai 38 anni.
Safia e la folta comitiva, in un’atmosfera che ricorda la precipitosa fuga
degli americani da Saigon all’arrivo dei Vietcong, arrivano nella capitale
serba. Almeno al sicuro. Non basta. Faruk è il regista dei successivi
spostamenti. Due piccoli aerei noleggiati grazie ai proventi del calcio
decollano, destinazione Vienna, con a bordo la famiglia allargata degli
Hadžibegić. Faruk, neanche fosse il titolare di un’agenzia di viaggi,
programma il successivo scalo in Germania e i minibus che varcheranno il
confine con la Francia. Dolce Francia. Dovrà risolvere anche diverse
complicazioni burocratiche alla frontiera per lo status dei profughi. Usa, a
fin di bene, la popolarità, il fatto di essere «Hadžibegić del Sochaux». Gli
preme soprattutto che i ragazzi possano andare a scuola. Nel suo
appartamento coabitano «cinque donne, undici bambini più gli anziani». Il
club lo sostiene, il municipio pure. Riceve «una solidarietà straordinaria per
cui sarò perennemente grato». I piccoli non suoi resteranno due anni, finché
i genitori non li raggiungeranno e se ne andranno a cercare fortuna in
Germania.

Ivica Osim ha perso prima una fetta di squadra, poi addirittura il capitano.
In cuor suo ha ammirato Faruk. Aveva lo stesso impulso, lasciare,
andarsene, abbandonare. Impartire una lezione a chi gli ha rovinato una
creatura che sente, soprattutto, sua. Ma ha un lavoro da finire. In quella
stagione 1991-1992 svolge un doppio incarico. La nazionale e la panchina
del Partizan di Belgrado. Ad Amsterdam si è morso le labbra per soffocare
un sentimento che gli cresce dentro. È sarajevese pure lui. Condivide le
stesse angosce, le preoccupazioni per i familiari che vivono il trauma della
«blokada», l’assedio. L’Orso è un croato di Bosnia, la moglie Asima è
musulmana, il figlio Amar per fortuna gioca al calcio in Francia. In Serbia
negano l’evidenza, la propaganda di Milošević minimizza, tronca, sopisce,
quanto sta avvenendo. Ma lui fa la spola con Sarajevo, pur tra le mille
difficoltà, passa i check-point per il solo prestigio del suo nome, e di persona
si rende conto di quanto si sia precipitati nel profondo di un inferno in terra.
Le comunicazioni sono complicate e passano giorni interi senza che i vertici
federali abbiano sue notizie. Ha un contratto sino al 1994 ma persino uno
con la sua tempra non può reggere. I dirigenti pensano alle alternative. Una
potrebbe essere Vujadin Boškov, allenatore della Sampdoria. Poi Ivica
ricompare a Belgrado e riprende il suo posto. Il conflitto ormai non è più
un’ipotesi. Alija Izetbegović, il presidente, ha dichiarato lo stato
d’emergenza sull’intera Repubblica, è stato arrestato, il 2 maggio,
all’aeroporto di ritorno da un viaggio a Lisbona per infruttuose trattative di
pace (il Portogallo ha la presidenza di turno della Cee) da soldati
dell’esercito che si definisce ancora «federale», per essere rilasciato
l’indomani. Il professor Osim scuote la grossa testa, si mette la tuta e con
l’anima divisa in due va al campo ad allenare proprio la squadra
dell’esercito. Deve preparare la finale della Coppa di Jugoslavia che è anche
un derby con la Stella Rossa. L’andata è il 14 maggio, in «trasferta», pochi
chilometri, al Marakana. Di sera, quando le squadre scendono in campo, a
Sarajevo c’è il coprifuoco dopo una giornata nella quale i bombardamenti
non sono mai cessati, i cecchini hanno bersagliato quella conigliera che è la
città mettendo nel mirino indifferentemente donne e bambini. Una
pallottola si è conficcata nella scrivania del presidente Izetbegović. Gli
osservatori europei e persino la Croce Rossa hanno evacuato i loro
dipendenti, il generale indiano dell’Onu Satish Nambiar è stato per 24 ore
ostaggio dei serbi. Osim in tenuta da ginnastica con vistose fasce multicolori
sale nell’arena e nella curva avversaria ci sono ceffi che fanno i pendolari
tra fronte e stadio. Assassini e tifosi part-time, il fronte di Sarajevo si
raggiunge in mezza giornata di macchina. Scarpe da tennis ai piedi, occhiali
scuri sul volto e mitra a tracolla che dismettono in qualche armeria quando
raggiungono gli spalti. Il Partizan espugna il Marakana, 1 a 0, gol di Vujačić
su passaggio di Mijatović. L’impresa non è ancora tale, c’è il ritorno, una
settimana dopo, giovedì 21 maggio, in casa. Nel frattempo a Sarajevo un
convoglio con settemila persone, vecchi, donne e bambini, cerca di lasciare
la città ma nemmeno loro hanno un tragitto facile, la guerra civile è,
anzitutto, una guerra contro i civili. L’Alto commissariato per i rifugiati
calcola che i profughi siano già un milione e mezzo. «Profugo», sebbene
privilegiato, si sente anche l’Orso nella gabbia di una capitale che è nemica.
Eppure lo osannano i suoi supporter quando appare sul terreno di gioco per
conquistare il trofeo. Nella bolgia che solo un derby, il 2 a 2 è sufficiente.
Coppa al Partizan, folla in delirio, giocatori festanti e a Ivica non scappa
nemmeno un sorriso. Lo assaltano per le interviste, i suoi monosillabi
sarebbero più consoni sulla bocca degli sconfitti. I dirigenti gli prendono il
testone tra le mani, in un abbraccio muto e lui sembra trattenere il pianto.
Non è l’emozione della gioia però. Scompare dalla scena quando i suoi
ragazzi fanno il giro del campo e posano per le fotografie di rito. Se ne è
andato, come a Firenze.

A Firenze dovrebbe tornare di lì a pochi giorni per un’amichevole in


preparazione dell’Europeo. Che non ci andrà e non allenerà più nemmeno in
Serbia, i suoi giocatori del Partizan sono i primi a saperlo. Predrag
Mijatović, futuro goleador del Real Madrid, è uno di loro. «Quando ci
comunica la sua decisione di lasciare nessuno di noi è sorpreso. Nessuno
cerca di fargli cambiare idea. Sapevamo che era inutile. Lo avevamo visto
soffrire troppo a causa degli eventi. Era triste, un uomo solo. Abbiamo
rispettato la sua decisione. Per me è stato doloroso anche dal punto di vista
sportivo, mi aveva promesso che avrei giocato parecchio in Svezia, sarebbe
stata la mia vetrina. Perdevo un secondo padre».
Quello che Mijatović già sa diventa patrimonio comune sabato 23 maggio,
quando il professore, in camicia, cravatta e i capelli freschi di shampoo,
come lo si vede raramente, convoca una conferenza stampa. Miljanić al suo
fianco. In un minuto e undici secondi si chiude il passato dietro le spalle. «Il
mio Paese non merita di giocare nel campionato europeo. Sulla scala della
sofferenza umana non riesco a conciliare gli eventi che stanno avvenendo a
casa nostra con la mia posizione di allenatore della nazionale. Dunque non
partirò per Firenze. Mi dimetto in segno di solidarietà con la mia Sarajevo
distrutta da una guerra inutile. È tutto». Gli occhi gli si sono inumiditi
mentre guarda fisso una platea attonita. Miljanić spezza l’imbarazzo
aggiungendo che farà di tutto per fargli «cambiare idea». Impossibile, prima
che nella testa si è spezzato qualcosa nel cuore. La nazionale viene affidata
in fretta e furia a Ivan Čabrinović con l’aiuto di Vladimir Popović della
Stella Rossa.
Osim è stato omissivo. C’è qualcosa che non ha voluto dire e non è solo
paura, anche un pudore misto a rabbia impotente e orgoglio ferito. Lui e i
parenti sono stati minacciati di morte. Tutti i personaggi dello sport sono
bersaglio di pressioni e ricatti da parte degli estremisti delle rispettive
fazioni. «Se rispondi alla convocazione della nazionale ti ammazziamo».
«Devi contribuire alla patria tu che sei ricco, dacci dei soldi». Nelle
gerarchie capovolte dalla guerra, in cima alla piramide siedono i
delinquenti, i facinorosi, i rozzi, perché sanno maneggiare un’arma e usano
argomenti calibro 9. In basso finiscono gli intellettuali, i professionisti, i
ribelli a una legge del più forte che è la sola ad avere diritto di cittadinanza.
Nell’inversione del comune senso civile, gli atleti stanno in un limbo ibrido
e si giocano lo status. Non sono più idoli a prescindere, in quanto tali, ma
idoli sub judice. Se obbediscono alle ragioni del nazionalismo sono utili
idioti della causa, se eccepiscono, si ribellano, sono traditori. Abituati alla
spensieratezza dei «circenses», alla strada dritta e spianata, affrontano, e per
molti è un inedito, le curve in salita delle scelte fatali. L’esilio è la
scappatoia. Le frontiere d’Europa sono sigillate per i profughi che bussano
invano alle porte d’occidente e negli stessi giorni un volo privato preleva il
macedone Darko Pančev, acquistato dall’Inter, e lo porta in Italia per la
presentazione a Milano da dove non si muoverà per il Nord Europa
adducendo un alibi paramedico: «Sono stressato, ho giocato troppo, mi devo
riposare». Il Milan di Berlusconi si prende Savićević e Boban. La Roma
Siniša Mihajlović.
A Belgrado fanno i conti di quelli che hanno detto no. Sono undici, una
squadra intera, e che squadra. Eccola: i croati Jarni (difensore), Boban
(attaccante), Prosinečki (centrocampista), Šuker (attaccante), Ivković
(portiere); gli sloveni Katanec (centrocampista) e Dzoni (difensore); i
bosniaci Hadžibegić (difensore), Baždarević (centrocampista), Korda
(attaccante); il macedone Pančev (attaccante).
Ai superstiti vengono aggregati imberbi e semi-sconosciuti, lo stesso
allenatore Čabrinović è stato recuperato dal Kuwait e dai petrodollari arabi.
Comincia un’avventura che sembra un’Odissea verso l’ignoto e le colonne
d’Ercole da superare sono rappresentate dalla diffidenza che circonda la
squadra del Paese che non c’è. Circolano voci sulla volontà di escluderla
dalla manifestazione malgrado i diritti conquistati sul campo.
La nazionale sembra quel cavaliere che «andava combattendo ed era
morto». Faruk l’ha lasciata senza rimpianti, però la nostalgia lo pervade.
Tiene i contatti, si informa. Come state? Quando partite? Come vi sentite?
Non che voglia tornare indietro, questo no, anche se i piedi scalpitano. I
compagni non hanno colpa, di lui avrebbero bisogno ma... Apprende che la
squadra farà scalo a Zurigo, una sosta di qualche ora tra un volo e l’altro.
Chiama Baždarević. «Andiamo a salutarli». I due di Sochaux prendono un
aereo in modo da poter sostare nell’area transiti internazionali. Sorpresa,
commozione, sentimenti, le cento battaglie (sportive) combattute insieme
che passano davanti agli occhi come in un film. Faruk: «Volevo dare il
segnale che il loro capitano era lì, non li aveva dimenticati e dimostrava a
loro, allo staff, solidarietà umana. Non partivo con loro ma rispettavo la loro
scelta e per loro avrei fatto il tifo. Non potevo nascondermi, dovevo metterci
la faccia. Stavo contemporaneamente con la mia città e con quei ragazzi.
Solo con loro».
Nella neutrale Svizzera si consuma l’atto finale del capitolo «Faruk e la
nazionale». Miljanić lo saluta come si fa con un capitano e scompare nella
pancia dell’aereo per Firenze. Dove lo raggiunge la notizia che in Svezia
sono sgraditi. «Da una nazione di così grande cultura, ci aspettavamo un
benvenuto». La coppia di allenatori gira per l’Hotel Sheraton col foglio della
rosa per cercare di convincere chiunque del buon diritto di chiamarsi
Jugoslavia. «Leggete, ci sono sei serbi, sei montenegrini, due bosniaci, due
macedoni, due sloveni. C’è anche un musulmano, il portiere Omerović».
Una mezza verità che nasconde una pietosa bugia: a parte serbi e
montenegrini, sono calciatori sorpresi a Belgrado dalla bufera, o perché ci
giocano o perché stavano facendo il servizio di leva. Dragan Stojković, a due
anni di distanza, è nella fatal Firenze dell’errore anche suo. Il momento
richiede che lasci l’atteggiamento anarchico per farsi condottiero, vasto
programma per un individualista come lui. Ci prova. «Resteremo sempre
amici anche di chi non se l’è sentita di venire».
La Firenze umanista è l’unica città che ha accettato di accogliere i reietti
d’Europa. L’Inghilterra che dovrebbe incontrarli nel primo match ufficiale
ha detto di non voler affrontare «gli assassini»: sovrapposizione ardita e
stavolta rovesciata, tra politica e calcio, come fossero i piedi a sparare. In
Svezia sono «indesiderati» e la formula oltre al giudizio morale si espande
alla preoccupazione per la folta comunità di 30.000 immigrati croati. Il
precedente dell’ustascia che nel 1971 ammazzò l’ambasciatore jugoslavo a
Stoccolma (un serbo) è ancora ricordato come un trauma in una terra di
scarsa cronaca nera. Quando l’ormai finta Jugoslavia atterra, viene fatta
passare da un’uscita secondaria, per nasconderla. Come si fa coi ricercati o
coi ladri. Un nutrito gruppo di 007 vigila sugli allenamenti. Finché l’Onu,
con la Risoluzione 757 che prevede l’embargo totale contro Serbia e
Montenegro quali «responsabili» della guerra in Bosnia, toglie
dall’imbarazzo il mondo dello sport. Jugoslavia cacciata, al suo posto la
Danimarca seconda del girone, che deve richiamare i suoi atleti dalle
spiagge (e a sorpresa vincerà la competizione).
La squadra arrivata in Svezia decimata, riparte da espulsa. Cartellino
rosso collettivo. Come fosse facile tornare a casa. Non si vola sulla
Jugoslavia, no fly zone, un buco nero nel Continente. Mentre i calciatori
sono sconfitti senza partecipare, i loro tifosi vincono sui campi di battaglia.
Giocando sporco.
Fratelli coltelli

Željko Ražnatović, detto Arkan, in Svezia non c’è andato. Non l’avrebbero
fatto entrate. Ricercato a Stoccolma per vecchie vicende di rapine a mano
armata, sospettato anche di omicidio. Delitti minori rispetto a ciò che è
diventato. Il suo nome è un incubo universale. Con le sue Tigri, reclutate in
curva, ha aiutato l’Armata federale a ripulire Vukovar dai croati. Si è
volenterosamente occupato del lavoro sporco. Pulizia etnica, esecuzioni di
massa. E libertà di saccheggio. Gli ufficiali che dovrebbero preservare
l’onore militare si girano di spalle, i moderni lanzichenecchi di supporto
razziano e stuprano. Vukovar è caduta il 17 novembre precedente. Arkan,
oltre a ori gioielli e soldi dei vinti, si è portato via anche manciate di terra, la
terra di Slavonia. Così fertile da alimentare un detto popolare: «Sai cosa
succede se getti una scarpa in Slavonia? Cresce un albero di scarpe». Arkan
aspetta l’occasione per un regalo speciale. Arriva l’8 di dicembre quando la
Stella Rossa a Tokyo vince la Coppa Intercontinentale contro i cileni del
Colo Colo salendo sul tetto del mondo, 3 a 0, due gol di Jugović, uno di
Pančev. Migliore in campo, Siniša Mihajlović, che aveva un motivo in più
per consumare una piccola vendetta. L’allenatore del Colo Colo è infatti un
croato, Mirko Jozić, che nel 1987 non lo aveva convocato per i Mondiali
Under 17 in Cile come ripicca perché il ragazzino Siniša si rifiutava di
firmare un contratto per la Dinamo Zagabria. Anche a Tokyo un croato
sulla strada del club emblema dell’orgoglio serbo: gli dei sanno essere molto
capricciosi nel loro simbolismo. Mirko Jozić sarebbe diventato un eroe
nazionale in scacchiera biancorossa se avesse fermato l’armata pedestre
nemica. Non ce l’ha fatta e quelli portano a Belgrado l’enorme coppa. La
porgono ad Arkan che li sta aspettando sotto la scaletta dell’aereo, come un
Capo di Stato. E lui, un vassoio in mano, teatralmente recita: «Voi mi avete
portato il trofeo intercontinentale e io vi ho portato in cambio la terra di
Slavonia». L’abbraccio più fraterno è con Siniša, il battagliero alfiere
dell’orgoglio serbo, il più politico tra i calciatori. «Il mondo sostiene che noi
serbi abbiamo compiuto delle atrocità. Ma non c’era il mondo a vedere cosa
succedeva davvero a Vukovar. I croati erano maggioranza, noi serbi
minoranza. E si è scatenata la caccia al serbo. Il mio miglior amico, un
croato, ha devastato casa mia. Quando mia madre ha chiamato suo fratello
Ivo, mio zio, per dirgli di scappare, di mettersi in salvo a casa mia a
Belgrado, lo zio le ha risposto: perché hai portato via tuo marito? Quel
porco serbo dovevi lasciarlo qui, così lo scannavamo». Ci fu la
controffensiva croata, lo zio Ivo finì nelle mani di Arkan. «Quando lo
perquisirono gli trovarono addosso il mio numero di telefono. Mi
chiamarono, riuscii a intercedere, a salvargli la vita. Poi lo ospitai per venti
giorni, senza dire niente dell’accaduto a mia madre».
La riconoscenza verso Arkan non subirà tentennamenti nemmeno più
avanti, quando il macellaio con le Tigri sarà il protagonista principale delle
nefandezze genocide non solo in Croazia, ma anche in Bosnia. Adesso,
giugno 1992, Arkan è all’apice del successo. Tra una scorribanda e l’altra
contro i «balje», «i turchi» bosniaci, torna a Belgrado per il riposo del
soldato. Frequenta i migliori ristoranti della capitale fasciato in vistoso
doppiopetto di taglio italiano e attorniato da guardie del corpo che devono
aver visto troppi film sulle gang della Chicago anni Trenta. Vestiti di nero
da capo a piedi, pistola nel fodero sotto le ascelle. Si spostano su costose
jeep Pajero. Nella sede delle Tigri le gigantografie del capo si alternano con
quelle del patriarca ortodosso Pavle. «Il nostro leader spirituale», lo
riconosce Arkan. Nel suo fluente inglese sfodera battute e gag da
avanspettacolo. Vorrebbe accreditarsi come simpatica canaglia. Meglio
togliere l’aggettivo.
Per il terzo anno di fondazione delle Tigri, 11 ottobre del 1993, a Erdut,
Slavonia croata conquistata, ingaggia la vistosa cantante Ceca (leggi Zeza),
al secolo Svetlana Veličković, ventenne regina del turbo-folk. È amore a
prima vista, l’anno dopo divorzia dalla seconda moglie Natalija, per sposare
in terze nozze la giovane star il 19 febbraio 1995. Arkan parte da Belgrado
con codazzo di 50 jeep, vestito in costume tradizionale serbo, per
raggiungere Žitorada, paese natale della sua bella. Giunto sotto la di lei casa
si sottopone a una prova di abilità. Deve centrare con un fucile una mela
che penzola da una canna da pesca, ci riesce al sesto tentativo. Ripartono
insieme per Belgrado, cerimonia nella chiesa dell’Arcangelo Gabriele, lui in
tenuta da generale della Prima guerra mondiale, lei in seta bianca. Una sorta
di pomposo «matrimonio dell’anno» in salsa nazional-popolare, col
retrogusto di schifo per l’oscena parata.
La guerra in Bosnia volge al termine, finirà ufficialmente con gli accordi
di Dayton del 21 novembre 1995. Addio alle armi per i miliziani. Arkan deve
reinventarsi. Vuole acquistare la Stella Rossa, gli dicono di no. Ripiega su un
piccolo club di seconda divisione, l’Obilić, che ha il nome emblematico
dell’eroe di Kosovo Polje (1389). Come lo porti in due anni allo scudetto è
faccenda da brogliacci di polizia più che da pagine sportive. Costruisce, coi
proventi del malaffare, un nuovo stadio da 4.500 posti in vetro e acciaio, si
riserva l’ufficio con vista campo. Le divise sono gialle come le tigri, sulle
pareti l’elenco dei suoi uomini morti in battaglia, oltre alle sue gigantografie
per moltiplicare il culto della personalità. Arbitri intimiditi, avversari
minacciati fisicamente se avessero segnato un gol, rapimenti di calciatori
riottosi nel firmare un contratto. Addirittura il sospetto che negli spogliatoi
degli ospiti vengano immessi dei gas sedativi attraverso le condutture
dell’aria condizionata (non siamo allo Zyklon B di Auschwitz ma il
procedimento è lo stesso), tanto che per evitare rischi diversi club decidono
di cambiarsi all’aperto. Lo stadio pullula di uomini in divisa nera. I metodi
militari vengono applicati alla squadra. Di ritorno da una sconfitta si narra
che Arkan decise di far scendere dal pullman gli atleti per farli tornare a
piedi a casa: trenta chilometri. Nel colpevole disinteresse delle autorità,
anno 1998, l’Obilić vince il titolo. Dovrebbe partecipare alla Champions
League, ma Arkan è inseguito da un mandato di cattura del tribunale penale
internazionale e non può accompagnare la squadra all’estero per il match
con il Bayern Monaco. Ceca (Zeza) lo sostituisce alla presidenza. Sono gli
ultimi fuochi.
Il 15 gennaio del 2000, alle 17,05, Arkan viene ammazzato nella hall
dell’Hotel Intercontinental di Belgrado, lo stesso del ricevimento nuziale con
la star turbo-folk. Lo uccide il poliziotto Dobroslav Gavrić. Era da poco
finita, con i bombardamenti sulla capitale serba ad opera della Nato decisi in
seguito ai moti del Kosovo, la «guerra dei dieci anni». Arkan non serviva
più e sapeva troppo. Mihajlović gli dedica, assieme a Savićević, un
necrologio sui giornali. I tifosi della Lazio, nella curva nord dello stadio
olimpico di Roma, espongono uno striscione che recita «Onore alla Tigre
Arkan». Siniša è sospettato come mandante della bravata, lui sostiene che
non è vero: i tifosi sarebbero andati oltre nell’interpretare la sua volontà.
Nega ma non rinnega. «Il necrologio lo rifarei perché Arkan era un mio
amico vero e un eroe per il popolo serbo. E io gli amici non li tradisco.
Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma io non sono così. Se nazionalista
vuol dire patriota, amare la mia terra e la mia nazione, beh, io lo sono. Per il
mio Paese ho fatto molte cose. Una sola non ho mai fatto, al contrario di
alcuni calciatori croati: mandare soldi per comprare armi». Ancora più
sconcertante la difesa di Ratko Mladić, generale dei serbi di Bosnia,
responsabile dell’assedio di Sarajevo (dove voleva «stirare le menti» alla
popolazione civile) e del genocidio di Srebrenica. «Lo rispetto perché è un
guerriero che combatte per il suo popolo». Un pensiero che racchiude
esattamente il germe nefasto del nazionalismo, foriero di molteplici guai
non solo nei Balcani. Quando uno dei «nostri», anche il peggior criminale, è
ai nostri occhi, per il solo fatto di essere «dei nostri», migliore di qualunque
«degli altri», si retrocede nel cammino che la civiltà ha compiuto per
considerare gli uomini uguali. Mihajlović, col piglio vitalista da uomo che
non ha peli sulla lingua e che lo accredita presso «i suoi», trascina dalle
curve al campo quel concetto di appartenenza fino all’iperbole tribale. E non
gli basta aggiungere la pezza a colori per la quale sarebbe «contro tutte le
guerre». Facile enunciazione, si è mai sentito qualcuno dirsi «a favore delle
guerre»? Persino i generali si dichiarano «pacifisti», persino Stalin, decine
di milioni di morti nei gulag, si pretendeva tale. Ma Arkan è l’esecutore
materiale della pulizia etnica, Mladić il boia che accarezzava la testa bionda
di un bambino prima di dividere donne e vecchi dagli uomini per riempire le
fosse comuni di ottomila cadaveri a Srebrenica.
Col mito jugoslavista in frantumi, la squadra dopo la diaspora fisica
subisce anche quella ideologica. I calciatori ripetono la formula trita dello
sport che affratella e dunque non hanno problemi tra di loro. Ma, liberati dal
neutralismo un po’ ipocrita e incatenati alle nuove appartenenze, escono
allo scoperto e rendono manifesti i frantumi di una spaccatura insanabile.
Nella Lazio, assieme a Siniša, gioca un croato, Alen Bokšić, assente nella
partita dello striscione pro-Arkan. Non meno offeso. «Sto male, molto male.
Sono amareggiato e deluso anche perché quella scritta viene dai miei tifosi.
Hanno reso onore a quello che tutto il mondo considera un criminale di
guerra contro il mio popolo. Davvero non si rendono conto di quello che
fanno. Fossi stato in campo, avrei smesso di giocare. Arkan l’avevo
conosciuto, mi aveva portato da lui Prosinečki, ci siamo presi un caffè in un
bar di Belgrado. Fortunatamente non ho più avuto contatti con uno del
genere». Tra Bokšić e Mihajlović non è mai corso buon sangue (eufemismo)
e quando le circostanze zingare del pallone li hanno messi nella stessa
squadra, la Lazio di Roma, c’è voluta tutta la diplomazia dell’allenatore
svedese Eriksson perché firmassero almeno una tregua.
Mihajlović e Bokšić. Pure Zvonimir Boban e Dejan Savićević, insieme nel
Milan, divisi sull’opportunità dei bombardamenti Nato contro i serbi in
Bosnia. Savićević, montenegrino: «Non posso che stare coi serbi. Tutti si
indignano per le loro azioni, ma quando i croati facevano lo stesso con
Mostar nessuno ha aperto bocca, nessuno li ha accusati». Boban: «È noto
che Savićević di tutto quello che succede nella ex Jugoslavia non capisce
niente, non siamo mai andati d’accordo su questo. I croati hanno attaccato
Mostar perché la città era stata occupata quasi interamente dai serbi. Io e
Savićević siamo fortunati, possiamo guardarci ancora come individui che
hanno idee diverse ma che non per questo devono combattersi. È vero,
avremmo potuto anche spararci addosso, saremmo stati su fronti opposti.
Per fortuna siamo calciatori e nello sport non ci si divide tra serbi e croati».
Lo stesso Boban aveva insultato lo sloveno Katanec per il suo attaccamento
alla nazionale: «Non capisco come possa esprimere la volontà di giocare per
gente che massacra il suo popolo». E la resipiscenza sarebbe arrivata molto
più tardi, al momento del suo addio al calcio: «Devo delle scuse a una
persona, Srečko Katanec. Non avrei dovuto pronunciare quelle frasi contro
di lui».
L’ultimo rigore parte seconda

Nella rissa etnica scendono i più giovani. Gli «anziani», come Hadžibegić
la osservano da lontano idealmente col volto da «Urlo» di Munch. Senza
parole e sconcertati assistono alla distruzione scientifica del mondo «ex». E
aspettano che la tempesta si plachi. Faruk sa ancora distinguere tra Arkan e
un serbo, un neo-ustascia e un croato, un criminale e una persona. Quando
va a vedere le Olimpiadi di Barcellona, rende visita ai croati che si stanno
facendo onore e arriveranno alla finale col Dream Team americano. Si fa la
doccia nella stanza di uno di loro, simpatizza, parteggia. Il suo orizzonte è
ancora lo spazio comune jugoslavo. Quello stesso spazio dove, lentamente, e
quando i cannoni avranno terminato il macello all’ingrosso, parte una
riflessione su cosa è stato, cosa è successo, dove si è sbagliato. Compresa
quell’abitudine inveterata di immaginare un corso della storia diverso se, a
un bivio cruciale, si fosse presa una strada diversa.
Vukovar è rasa al suolo, si discute se lasciarla così a perenne monito, un
monumento alla follia. Sarajevo è un cumulo di macerie. Mostar divisa in
due e col mitico ponte musulmano abbattuto da un colonnello croato. Quasi
duecentomila morti sono stati il prezzo di indipendenze che hanno gonfiato
i petti dei generali di medaglie, i portafogli dei criminali di denaro. E
impoverito una popolazione che campa spesso di generosità internazionale.
Davanti a tanto sfacelo, soprattutto in Bosnia ma non solo, si afferma l’idea
che la Jugoslavia era la soluzione, non il problema. A Kumrovec, paesino
natale di Tito, sono sempre più copiosi i reduci che vanno a rendere
omaggio, i pentiti di una dissacrazione troppo veloce della sua imponente
figura. I nazionalisti stabilmente al potere non portano né benessere né
prosperità né progresso se non ai fedelissimi. Si cerca di rimettere ordine
nei fatti. Cosa sarebbe successo se i serbi nel 1990 avessero accettato la
Confederazione proposta da croati e sloveni? Cosa sarebbe successo se non
avessero vinto Milošević, Tudjman e Izetbegović? Cosa sarebbe successo se,
nei precedenti anni Ottanta, l’inflazione non si fosse mangiata i risparmi
mandando il Paese praticamente in bancarotta e si fosse dato tempo alle
riforme socialdemocratiche di innestare un circuito virtuoso?
Se, se, se, se. E cosa sarebbe successo se Faruk Hadžibegić non avesse
sbagliato il rigore? Sì, proprio quello, l’ultimo rigore della Jugoslavia, l’atto
conclusivo, il sipario. Non sarebbe cambiato niente. Come niente ha
cambiato il canestro finale di Savić, suggello sul Mondiale vinto del basket.
Perché allora quel rigore è diventato sostanza del rimpianto, atto fatale,
svolta, esempio? Perché il calcio è l’infanzia, e l’infanzia è la Jugoslavia.
Perché non costa niente sognare. Perché solo qui ha un senso letterale
quella sovrapposizione lessicale che altrove suona pornografica.
L’attaccante, il «bomber», «spara» una fucilata, se è molto violenta un
«missile». Una squadra «cinge d’assedio» l’area avversaria, va «all’assalto».
In trasferta «si espugna» il campo «nemico». E via discorrendo con racconti
infarciti di parole intercambiabili. Valgono per la guerra e per il calcio.
Certo sarebbe stato bello se il calcio avesse invertito l’inerzia di una storia di
guerra già scritta.

Moviola indietro, replay. È il 30 maggio 1990 nella non più fatal Firenze.
Hadžibegić parte dal centrocampo, calmo, rilassato, deciso. L’arbitro non ha
sbagliato a leggere l’ordine dei rigoristi, non ci sono intoppi che rompono la
concentrazione. È una bella serata calda e Machiavelli non tifa Argentina.
Faruk sistema il pallone sul dischetto e il pallone è leggero, lui sa come
calciarlo. Ha sbagliato con la Colombia ma non si ripeterà perché è quando
conta che esce il carattere dell’agonista. Troppe ne ha attraversate la
squadra nel Mondiale diverso da quello degli altri, visto che non era soltanto
sport. Bisogna scrivere «continua...» sulla pagina per dare forza alle
bandiere jugoslave che, timidamente, hanno ricominciato a farsi largo sugli
spalti accanto a quelle delle Repubbliche secessioniste. Il calcio al pallone è
la spinta verso il ripensamento, il ritorno al futuro di genti che hanno la
stessa lingua anche se la scrivono in caratteri diversi, il latino e il cirillico,
mangiano gli stessi cibi, hanno religioni diverse però tutte con un dio solo e
non ancora così antagoniste come lo diventeranno in seguito. Non sa
ancora, Hadžibegić, non lo può sapere, che sarà anzi proprio la sua Bosnia a
inaugurare la stagione delle fratture confessionali, in una data che
simmetricamente capovolta segnerà la memoria collettiva non dei Balcani
ma dell’intero pianeta. Il ponte di Mostar, testimonianza della presenza di
un Islam «buono» sull’orlo del mare Adriatico, sarà abbattuto il 9 novembre
del 1993. Un 9/11 europeo annuncio del 9/11 delle Torri Gemelle, gli
americani antepongono il mese al giorno, quando l’Islam cattivo porterà
l’attacco al cuore del Continente. Non sa ancora che gli spazi liberati dal
pensiero jugoslavista saranno occupati dalla chiusura etnica, le contrade
risuoneranno di canti bellici, nei boschi della Bosnia compariranno i
mujahiddin, la brigata internazionale islamica, ci passerà persino Osama bin
Laden. Dopo il primo sparo, si libera il vaso di Pandora, non c’è pifferaio che
possa riportare i serpenti dentro il cesto. Dopo il primo sparo è la catena
azione-reazione che vince sul pensiero. Perché il pensiero, da complesso, si
riduce a binario: noi-loro, vita-morte, cibo-carestia, casa-macerie.
Faruk guarda Goycochea e non vede nessuno. Non può esserci nessuno
tra lui e il compito che gli è stato assegnato. Salvare la Jugoslavia. Nemmeno
un angelo in volo potrebbe prendere quel pallone così carico di significato.
Sarà lo sport a salvare il mondo, il suo mondo. Nella Grecia antica in
occasione delle Olimpiadi si fermavano le guerre, omaggio supremo agli
atleti che spostano le colonne d’Ercole delle possibilità fisiche. Diventano
arco, freccia, sprigionano energia, fanno ingelosire gli dei, sono la bellezza
della terra.
Faruk non è lui adesso, è il messaggero di un disegno. I suoi piedi veloci il
dono che ricevette per il compimento di questa missione, l’ultima, con la
quale deve ripagare il talento ricevuto. I polmoni contengono il fiato intero
di una nazione sospesa tra se stessa e il nulla. La testa è il patrimonio da
preservare per restituirla a chi l’ha persa nell’operazione a somma negativa
che è sempre una guerra. Faruk non è lui e Goycochea non c’è, non esiste.
Nei 18 metri quadrati della porta deve imbucare un manifesto politico, un
«no» alla distruzione annunciata. Prende la rincorsa, tira forte e la rete si
gonfia. Gol, parità. Sente le grida salire: «Jugoslavia, Jugoslavia». Sušić che
gli dice: «Te lo avevo detto che segnavi». Stojković che lo ringrazia: «Hai
rimediato al mio errore». Il compagno Tito che dall’aldilà lo insignisce
dell’onorificenza del partigiano. Argentina battuta. La Jugoslavia va in
semifinale a Napoli contro l’Italia troppo oppressa dall’obbligo di
conquistare il titolo in casa e la supera. Ritrova in finale la Germania,
rivincita della partita d’esordio. Stavolta Osim manda in campo un undici
più equilibrato che disorienta i tedeschi sicuri di farcela grazie al
precedente. E vengono infilati. Jugoslavia campione. In tutte le Repubbliche
è un delirio di gioia. Gli artefici dell’impresa tornano in patria tra ali di folle
acclamanti. Con la coppa in mano ripercorrono l’itinerario dei funerali di
Tito, e provocano un’ondata di jugonostalgia. I nazionalisti si rendono conto
che non possono andare contro l’emotività popolare. Ripongono nei cassetti
i piani bellici. E tutti vissero felici e contenti.
Faruk ci riflette e per crederci dovrebbe tornare il bambino che fu, col
pallone in mano. Una carriera onesta, eppure per il grande pubblico sarà
ricordato non per lo scudetto di Sarajevo, le molte presenze in nazionale,
l’onore che ha reso alle maglie che ha indossato. Sarà ricordato per un
errore. Un tormento. Nessuno glielo imputa, però c’è quella cantilena
ripetuta come un mantra, passata dalle cronache sportive al mito, «ah se
avessi segnato quel rigore». Razionalmente, passati ormai 25 anni, lo nega.
Ma nell’inconscio quel «se» ha lavorato, lavora. Riguarda su una
videocassetta quei momenti, si specchia nel se stesso in procinto di tirare il
calcio di rigore. Vede quel se stesso fallire e poi lo Stato crollare, allarga le
braccia, non c’è più rimedio, il nastro si può riavvolgere solo al cinema, non
nella vita reale. Sono gli altri, adesso, che gli caricano sulle spalle un fardello
troppo pesante da sopportare.

Si è definito il Novecento come il secolo di Sarajevo. I cicli se ne


infischiano delle cifre tonde, del tempo così come lo scandiscono gli umani.
Un’epoca si esaurisce quando deve e non rispetta le date.
Convenzionalmente il Novecento lo si afferma aperto il 28 giugno del 1914,
con gli spari di Gavrilo Princip all’arciduca. Nei libri di storia il rapporto
causa-effetto è repentino. Gavrilo preme il grilletto e scoppia la Prima
guerra mondiale, muoiono quasi dieci milioni di soldati e sei milioni di
civili, compresi quelli uccisi dai «danni collaterali», epidemie, carestie, fame.
Altrettanto convenzionalmente il secolo si chiude a Sarajevo, emblema di
tutte le guerre balcaniche degli anni Novanta. Naturalmente nessuno
azzarda la semplificazione: Faruk Hadžibegić sbagliò il rigore e la guerra fu.
Suonerebbe blasfemo. Ci sarebbero troppi passaggi intermedi da
considerare, non funziona il meccanismo della consequenzialità. Non
funziona adesso, per chi la ragiona freddamente. Col tempo chissà. Il tempo
schiaccia la prospettiva, comprime i fatti, elegge i simboli, si affida alla
vulgata popolare. Omero racconta la guerra di Troia dopo secoli e dimentica
il contesto, la lotta per il controllo dei Dardanelli e il Bosforo, fondamentale
per i commerci. Si sofferma sui personaggi. Paride lancia la mela, seduce
Elena che abbandona il marito Menelao e fugge con l’amato a Troia.
Agamennone, fratello di Menelao, organizza la spedizione dei greci per
punire la città che si è presa la fedifraga. Dieci anni di assedio e, grazie
all’inganno di Ulisse, la espugnerà.
Là, dove l’Europa incontra l’Asia, la donna fatale. Qui, dove l’Europa è un
annuncio d’Oriente, il rigore fatale. Un futuro Omero balcanico la potrebbe
chiosare così. Esisteva un gioco assai praticato e seguito chiamato calcio.
Faruk doveva salvare l’esistenza di una nazione con un rigore. Lo fallì. E fu
la guerra in tutta la regione. Potrebbe chiosare così, per un’attitudine
jugoslava al capro espiatorio, alla riduzione epica della complessità.
Successe con l’irredentista jugoslavista Gavrilo Princip, succede, salvate le
distanze poiché i paragoni sono tutti zoppi, con lo jugoslavista Faruk
Hadžibegić.
Per timore di scomodare attriti tra grandi potenze troppo profondi fu
chiaro, fin da subito, l’intento di addossare a Princip e ai suoi complici un
evento gigantesco e soverchiante. Più autoassolutorio concentrarsi sullo
sparo di uno studente di diciannove anni. Nell’ottobre del 1914 la guerra
infuria da due mesi quando alla sbarra del processo sale Nedeljko
Čabrinović. È il ragazzo che ha gettato una bomba contro il corteo di
Francesco Ferdinando ma ha fallito, ci sarà poi bisogno della replica.
Interrogato, risponde: «Io avrei voluto si evitasse in ogni modo la guerra
perché sono cosmopolita e non voglio che si versi sangue».
E il giudice: «Ma non ha riflettuto sulle conseguenze politiche
dell’attentato?».
«Pensavo che l’attentato contro l’arciduca non potesse avere gravi
conseguenze, a parte la mia condanna».
«Ha dei rimorsi?».
«Sarei felice di poter dire che non ho alcun rimorso. Ma quest’atto ha
avuto conseguenze che non si potevano in alcun modo calcolare né
prevedere. Se avessi potuto indovinare cosa ne sarebbe derivato, mi sarei
seduto io stesso su quella bomba per farmi fare a pezzi».
Un altro imputato, Trifko Grabez, originario di Pale, il villaggio di
campagna che Radovan Karadžić eleggerà «capitale» della Repubblica serba
di Bosnia, proponendolo come fosse un alibi: «Se avessi saputo che ne
sarebbe risultata una guerra europea non avrei mai preso parte a questo
attentato. Eravamo soli, ancora giovani, e l’opera da compiere era una delle
più grandi della storia».
«Perché considerate l’attentato come una delle più grandi opere della
storia?».
«È stato grande per le conseguenze».
«Sapevate che avrebbe avuto simili conseguenze?».
«Non lo immaginavo affatto».
È la volta dell’imputato Vaso Čubrilović, sedicenne all’epoca dei fatti,
sopravviverà al carcere, diventerà amico di Tito, camperà fino a 93 anni,
morirà nel 1990, l’11 giugno, 19 giorni prima del rigore di Faruk: «Credo in
dio, credo in tutto».
Giudice: «Se aveste avuto un po’ di religione, non avreste potuto
commettere un omicidio. Conoscete il comandamento non ammazzare».
«Allora perché milioni di uomini periscono sui campi di battaglia?».
«Siete voi che ne portate la responsabilità».
Gavrilo Princip, infine, mai pentito, e con questa sola nota di dispiacere
per il dopo: «Non prevedevo che dopo l’attentato sarebbe venuta la guerra.
Credevo che l’attentato avrebbe agito sulla gioventù incitandola a propagare
le idee nazionaliste».
Non lo prevedeva, non così, non subito, la gran parte della stampa
dell’epoca. Al netto dell’emozione per il 28 giugno, in pochi giorni la notizia
di Sarajevo viene sovrastata, nella gerarchia dell’informazione, da un
processo che si sarebbe aperto il 20 luglio in Corte d’Assise a Parigi.
Accusata di omicidio è Henriette Raynouard, seconda moglie del ministro
delle Finanze ed ex primo ministro Joseph Marie Auguste Caillaux. Ha
ammazzato il direttore del «Figaro» Gaston Calmette perché ha pubblicato,
in combutta con Berthe Gueydan prima moglie dell’uomo politico, un
compromettente carteggio amoroso tra Caillaux ed Henriette risalente a un
periodo precedente la fine del primo matrimonio. Uno scandalo. La donna si
presenta alla redazione del giornale, chiede un colloquio e spara sei colpi di
pistola, di cui quattro vanno a segno. Dirà in aula: «Questi revolver! Il colpo
parte da sé...». Le udienze si trasformano in un feuilleton, lei, lui, l’altra,
l’onore. L’avvocato difensore concentra l’arringa su un principio astratto,
un conflitto è alle porte, nessun francese deve condannare un altro francese:
«Conserviamo la nostra collera per rivolgerla contro il nemico esterno».
Il 28 luglio la guerra scoppia, il 29 Henriette viene assolta. Ha ucciso come
Gavrilo, ma non ha il lordo dei milioni di morti non previsti benché abbiano
compiuto, entrambi, un atto volontario. Un grilletto bisogna premerlo. La
pallottola corre verso la vittima designata. Il pallone, al contrario, rotola, e
c’è un Goycochea che lo può intercettare, cambiando il finale di partita.
Faruk non aveva un codice d’onore, politico o sentimentale, da dover
rispettare. Aveva il codice sportivo, la cavalleria della legge del campo.
Come fa a sentirsi responsabile? Però riecheggia il rumore del suo sparo a
salve nelle pianure di Pannonia, nei boschi di Bosnia, sulle pietraie di
Dalmazia, tra le vie delle città. E non si ferma. E nella mente della gente
diventa la causa ultima che stabilisce il rapporto esatto con l’effetto.

Per generosità, o per desiderio di protagonismo, alcuni compagni si


offrono di dividere con Faruk se non il peso almeno il rimpianto. Sono
quello che i Čabrinović, Grabez, Čubrilović furono per Princip. Uno di
questi il capitano lo ha avuto a fianco spesso sui campi di calcio. È il
Mehmet Baždarević della comune esperienza a Sochaux. Che no, non c’era a
Firenze e la considera una diserzione. «Faruk ha la pena del suo rigore. Ma
la mia di pena? Lui almeno era in campo, poteva sfogare nella competizione
l’adrenalina. Io me ne stavo a Sarajevo a seguire sullo schermo i miei
compagni senza poterli aiutare. Io che, a detta di tutti, ero molto importante
per l’equilibrio della squadra. Una squadra che, a pieno organico, faceva
paura all’Italia, alla Germania, alle grandi potenze. Una squadra che avrebbe
potuto vincere il campionato del mondo. Per questo mi perseguita il rimorso
della squalifica. Non essere lì, nel momento del bisogno a dare una mano. E,
visto quello che è successo dopo, continuo a chiedermi se forse, con me in
campo assieme agli altri ragazzi, avrei potuto magari salvare il mio Paese.
Perché il basket avrà pure avuto più trionfi, ma è il calcio che smuove gli
entusiasmi del popolo e me li immagino gli jugoslavi che scendono in piazza
e sono tutti fieri di noi, serbi, croati, musulmani, macedoni, montenegrini.
Anche a me la gente ripete: se ci fossi stato tu magari... Ma io non c’ero, non
c’ero».
Baždarević, adesso, allena la Bosnia. Talvolta, alzando lo sguardo verso gli
spalti, vede Ivica Osim in tribuna. L’Orso ha avuto un infarto, si è ripreso.
«Ero con l’acqua alla gola, come suol dirsi, per quattro giorni non sono stato
cosciente. La cosa era seria, ma la situazione si è stabilizzata e cerco di
conservare la salute. Sto attento, non vado nemmeno alla partita se fa
troppo freddo». Se il clima lo permette però non manca mai. Ha 74 anni
adesso, e la giusta distanza. Sono lontane le incomprensioni con la stampa,
le arrabbiature, i litigi, i lunghi silenzi. È il tempo di qualche verità.
«Quando la notte mi sdraio sul letto e il sonno non arriva mi vengono in
mente soprattutto due cose. La prima è che ho rifiutato per due volte la
panchina del Real Madrid e non so se fu una buona scelta». Avrebbe
significato una popolarità più vasta, l’ingresso nel club più ricco e
prestigioso per lui che ha fatto esperienze in Paesi calcisticamente di
secondo livello, Grecia, Austria, Giappone. E la seconda cosa su cui
fantastica, professore? «Mi interrogo sul 1990, il campionato del mondo in
Italia». Ammette. «C’erano pressioni. Dovevo stare attento al nome, alla
religione, alla provenienza, dovevo calcolare tutto». Non si indigna per
questo. «Tutto è politica. Ogni club in Jugoslavia era politica, soprattutto la
nazionale era politica. Non credo vada diversamente altrove. Immaginatevi
se ci fosse una nazionale della Gran Bretagna e dell’Irlanda e un
selezionatore scegliesse ad esempio qualcuno dell’Inghilterra, qualcuno
della Scozia e nessuno dell’Irlanda. Ci sarebbe una rivolta in Irlanda...». È
ancora grande la riconoscenza per i suoi calciatori. «Se si fossero trovati
loro al posto dei politici non ci sarebbe stato lo scempio a cui abbiamo
assistito. La squadra era molto meglio del Paese. Ha giocato un Mondiale in
cui poteva essere protagonista nel momento sbagliato, quando la politica ha
cominciato a intromettersi e i ragazzi non riuscivano a concentrarsi. Come
Katanec che ricevette delle minacce poco prima di una partita e mi supplicò
“non mi schieri, mister”, lui che era molto, molto importante per noi. L’ho
capito. Come potevo non capirlo? Bisogna trovarsi in certe situazioni». Ma
al dunque cosa pensa il professore, quando si stende sul letto e il sonno non
arriva, rispetto a quello che avrebbe potuto essere e non è stato, nel 1990?
«Mi chiedo cosa sarebbe successo se avessimo sconfitto l’Argentina. Forse
sono troppo ottimista, ma nelle mie privatissime illusioni mi chiedo cosa
sarebbe successo se avessimo giocato la semifinale, o la finale. Intendo cosa
sarebbe successo nel Paese. Forse non ci sarebbe stata la guerra se avessimo
vinto la Coppa del Mondo. O forse non sarebbe andata davvero così, ma non
mi impedisco di fantasticare. Dunque quando sono steso sul letto e non
dormo credo che le cose avrebbero potuto andare meglio, se avessimo vinto
la Coppa del Mondo».
Buonanotte, Jugoslavia.

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