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1

UNIVERSITÁ DEGLI STUDI DI TORINO

FACOLTÁ DI SCIENZE POLITICHE

CORSO DI LAUREA IN SERVIZIO SOCIALE

TORINO

PROVA FINALE IN
SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA

NUOVI GIOVANI PER NUOVE DROGHE


INTERVENTI DI PREVENZIONE A CONFRONTO

RELATORE CANDIDATA
PROF. FRANCO PRINA FRANCESCA BELMONTE

ANNO ACCADEMICO 2008 – 2009


2

Desidero ringraziare ed esprimere la mia riconoscenza nei confronti di tutte le


persone che, in modi diversi, mi sono state vicine e hanno permesso e incoraggiato
sia i miei studi che la realizzazione e la stesura di questa tesi.
I miei più sentiti ringraziamenti vanno a chi mi ha seguito durante la
redazione del lavoro di tesi: grazie al professor Franco Prina, per la fiducia fin da
subito dimostratami, accettando questo argomento di tesi, e per avermi seguito
durante lo svolgimento del lavoro con consigli e confronti che mi hanno aiutato ad
intraprendere, ogni volta, le scelte più appropriate.
Ringrazio tutte le persone con cui ho iniziato e trascorso i miei studi, con le
quali ho scambiato pensieri, idee e risate all’interno dell’Università e nell’aula
studio. In diversi modi hanno contribuito nel mio percorso formativo, aiutandomi a
credere in me stessa, suscitando in me nuovi interessi e, soprattutto, mi hanno
suggerito, direttamente o indirettamente, le modalità per poterli raggiungere.
Per ultimi, ma di certo non per importanza, desidero ringraziare la mia
famiglia e gli amici che mi sono stati molto vicini in tutti questi anni da studentessa,
che oltre ad avermi sempre supportato mi hanno, più di tutto, accompagnato durante
questo mio importante viaggio.
3

Sogna, ragazzo sogna!


di Roberto Vecchioni
(Sogna, ragazzo sogna – 1999)

“E ti diranno parole
rosse come il sangue, nere come la notte;
ma non è vero, ragazzo,
che la ragione sta sempre col più forte;
io conosco poeti
che spostano i fiumi con il pensiero,
e naviganti infiniti
che sanno parlare con il cielo.

Chiudi gli occhi, ragazzo,


e credi solo a quel che vedi dentro;
stringi i pugni, ragazzo,
non lasciargliela vinta neanche un momento;
copri l’amore, ragazzo,
ma non nasconderlo sotto il mantello;
a volte passa qualcuno,
a volte c’è qualcuno che deve vederlo.

Sogna, ragazzo sogna


quando sale il vento
nelle vie del cuore,
quando un uomo vive
per le sue parole,
o non vive più.

Sogna, ragazzo sogna


non lasciarlo solo contro questo mondo,
non lasciarlo andare,
sogna fino in fondo,
fallo pure tu.

Sogna, ragazzo sogna


ti ho lasciato un foglio
sulla scrivania,
manca solo un verso
a quella poesia,
puoi finirla tu.

Sogna, ragazzo sogna


passeranno i giorni,
passerà l’amore,
passeran le notti,
finirà il dolore,
sarai sempre tu.”
4

____________________________________________________________________
Indice

Introduzione 6

1. Problematiche 7
2. Obiettivi 9
3. Presentazione capitoli 10

1. Giovani in sostanza:
condizione giovanile e relazione con le nuove droghe 15

1.1. Gli adolescenti e i giovani: i nuovi consumatori 15


1.1.1. Contestualizzazione dell’adolescenza e della giovinezza 16
1.1.2. Le trasformazioni nella/della famiglia 26
1.1.3. Le trasformazioni sociali 37

1.2. Il disagio degli adolescenti e dei giovani: il legame con il mal-essere 47


1.2.1. Il mal-essere della (tossico)dipendenza 48
1.2.2. Le sostanze: le nuove droghe 57
1.2.3. I nuovi stili di consumo 67

2. Come raggiungerli?
La prevenzione dei servizi e le risorse della famiglia 76

2.1. Dal disagio all’agio: le culture e le strategie preventive 76


2.1.1. La prevenzione 77
2.1.2. La famiglia: una causa e una risorsa 86
2.1.3. I servizi: gli interventi di prevenzione 92
5

2.2.sDalla teoria alla pratica: indagine sulle misure di prevenzione 101


attuate nella città di Torino e sulla conoscenza dei giovani in
materia
2.2.1. Analisi dei progetti di prevenzione offerti dalla città di Torino 104
2.2.2. L’opinione giovanile: ricerca personalmente condotta in tre 114
Istituti di Scuole Medie Superiori e in un locale notturno
2.2.3. Una proposta personale di progetto di prevenzione 127

Conclusioni 142

Bibliografia 151

Sitografia 160

Filmografia 161

Appendice 167

1.sRapporto 2002-2003 sulla condizione giovanile a Torino 167


dell’Osservatorio del Mondo Giovanile
2.sRapporto 2006-2007 sulla condizione giovanile a Torino 172
dell’Osservatorio del Mondo Giovanile – L’età delle esplorazioni
necessarie
3. Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze 173
in Italia nel 2006
4. Le sostanze d’abuso tra i giovani 178
5. Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze 184
in Italia nel 2006
6. Opinione giovanile: ricerca personalmente condotta in tre Istituti di 190
Scuola Media Superiore e in un locale notturno
6

__________________________________________________________
Introduzione

Questo lavoro esamina la condizione dei nuovi giovani e delle nuove droghe.
Nuovo significa “altro, non visto prima, originale”1: diverse sono le modalità
di assunzione, i tempi e i contesti ludico-ricreativi, di consumo e di abuso, non le
droghe2. Come “nuovi” sono i modelli antropologico-culturali e relazionali3, che
modificano il percorso di autonomia ed emancipazione dei giovani, non la fase
adolescenziale – la pubertà e la costruzione dell’identità personale sono inevitabili
momenti critici del processo di sviluppo.
L’interesse per la condizione dei giovani in relazione alle nuove droghe nasce
in seguito all’esperienza di Tirocinio universitario, svolta presso il Dipartimento di
Patologia delle Dipendenze (Servizio per le Tossicodipendenze) dell’Azienda
Sanitaria Locale TO1 (ex ASL 2) del Distretto 1 della città di Torino. Durante tale
esperienza ho avuto occasione di osservare e di partecipare al progetto “Recreational

1
Il Nuovo Dizionario Italiano Garzanti, Milano, Redazioni Garzanti, 1987, p. 590
2
A partire dal I sec. d.C., l’oppio entra nella medicina. Nel 1805 veniva isolata in laboratorio la
morfina, nel 1874 l’eroina e nel 1855 la cocaina, la cui storia ha origini antichissime – secondo un
manoscritto del 1613, gli Indios avevano l’abitudine di masticare delle foglie di coca per aumentare le
proprie energie, prima d’iniziare a lavorare; cfr. Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e intervento
educativo, Trento, Edizioni Erickson, 1999, pp. 19 e 33
3
Per una panoramica accurata e aggiornata sulle trasformazioni sociali e culturali che caratterizzano la
società postmoderna e sulle conseguenze che ridefiniscono la sfera individuale e relazionale degli
individui; cfr. Franco Prina, Devianza e politiche di controllo, Roma, Carocci Editore, 2003, pp. 17-71
7

Drugs”4 che si rivolge ai consumatori di nuove droghe, ai loro familiari e a tutti gli
operatori che vengono a contatto con il mondo giovanile.
È un progetto di prevenzione, diagnosi e cura che si pone l’obiettivo di intervenire su
una fascia di disagio legata all’uso, occasionale o regolare, delle droghe cosiddette
ricreazionali. L’équipe multiprofessionale – composta da medici, psicologici,
educatori – promuove attività di sensibilizzazione, informazione e formazione sulle
nuove droghe; consulenze mediche, psicologiche ed educative; percorsi di
trattamenti terapeutici e socio-riabilitativi individuali.

1. Problematiche

L’assunzione occasionale di sostanze psicoattive lecite e illecite è un


comportamento ordinario tra i giovani al di sotto dei 20 anni5. Appartiene a quelle
attività di sperimentazione, intraprese per ricercare autonomia e specificità in
rapporto ai genitori e ai coetanei.
Le motivazioni che spingono un giovane a provare una droga possono consistere nel
desiderio di curiosità6 e nel bisogno di “sentirsi grande”7; nell’identificazione della
sostanza come risposta8 efficace e immediata ad alcuni bisogni e aspettative rilevanti,
in rapporto ai diversi contesti9 dell’età evolutiva; viceversa, il contatto con le

4
Fino al 2006 era parte del progetto “Urban II”, un programma di riqualificazione urbana promosso
dall’Unione Europea per lo sviluppo di interventi volti al rilancio e al miglioramento della qualità di
vita nelle metropoli europee; cfr. Programma di Iniziativa Comunitaria, Urban II, 2000 – 2006
5
Marcella Ravenna, Erich Kirchler, Immagine di sé e della droga in un campione di giovani
consumatori e non consumatori, Età Evolutiva n. 53, Rivista di Scienze dello Sviluppo, Bologna,
Giunti, 1996, pp. 56-67
6
Ines Testoni, Lucia Ronconi, Tiziana Bivi, Le rappresentazioni dell’ecstasy in giovani frequentatori
di discoteche, Bollettino per le Farmacodipendenze e l’Alcolismo n. 4, Roma, Ministero della Salute,
2001, pp. 50-57
7
Risultano essenziali alcuni aspetti valoriali, quali: il basso livello di pericolosità, la facilitazione
ambientale, la facilitazione relazionale con gli altri, il sostegno alla rappresentazione di sé; cfr. Ines
Testoni, Lucia Ronconi, Tiziana Bivi, Le rappresentazioni dell’ecstasy in giovani frequentatori di
discoteche, cit., cit.
8
Eloisa Ciccia, Maurizio Azzalini, Indagine sulle opinioni, gli atteggiamenti e i comportamenti di
130 studenti circa l’uso di droghe e alcool. Ricerca condotta nelle classi prime dell’Istituto Tecnico
Agrario Statale “G. Dalmasso” di Pianezza (TO), Salute e Prevenzione, La Rassegna Italiana delle
Tossicodipendenze n. 38, Milano, FrancoAngeli, 2004, pp. 53-65
9
I contesti del sé (modificare gli stati di coscienza, ricercare sensazioni piacevoli, regolare le
emozioni, migliorare l’immagine e la presentazione di sé), della relazione con i coetanei (favorire
sentimenti di appartenenza e di prestigio), del proprio stile di vita (percepirsi e proporsi come persona
autonoma, emancipata, in grado di sfidare le norme sociali), degli aspetti salienti della propria fase di
sviluppo (alleviare gli stati di disagio che si associano al superamento di determinati compiti e
particolari eventi); cfr. Marcella Ravenna, Erich Kirchler, Immagine di sé e della droga in un
campione di giovani consumatori e non consumatori, cit., cit.
8

sostanze può essere favorito da tratti di personalità orientati alla “non convenzione”10
– come ribellione, trasgressione, incapacità o disinteresse alla realizzazione
personale, bassi livelli di autostima.
Nell’ultimo decennio, sono state fatte molte campagne di prevenzione, allo
scopo di informare i giovani sui rischi e sugli effetti delle sostanze psicoattive11. Le
istituzioni hanno valutato la comprensione di tali messaggi informativi da parte dei
giovani e hanno verificato i loro atteggiamenti e le loro percezioni connesse all’uso e
all’abuso delle suddette sostanze. Ora i giovani sono molto informati, ma continuano
ugualmente a consumare droga e alcool12 – forse tutte queste informazioni
incentivano la loro curiosità, accrescendone “la voglia di provare”.
La sola informazione non è sufficiente a prevenire il disagio giovanile 13; è necessario
che le notizie date siano accompagnate da una presa di coscienza individuale: ogni
giovane deve personalizzare i dati appresi, deve riuscire a trovare un legame
significativo tra le nozioni acquisite e le proprie azioni14.
Fondamentale è il ruolo dei servizi competenti – tuttora poco conosciuti tra i
giovani15. Hanno l’importante compito di coinvolgere le famiglie, sostenendole nel
recupero delle capacità e responsabilità genitoriali, e le agenzie, formali e informali,
nella realizzazione di un progetto integrato di prevenzione.
La famiglia non rappresenta più il luogo privilegiato dove i genitori
trasmettono ai figli i valori e le aspettative, ma è il gruppo dei pari a essere il nuovo
punto di riferimento fondamentale16, la cui caratteristica principale è il vivere “qui e

10
Idem
11
Angelo Livreri Console, Prevenzione primaria delle Tossicodipendenze. Un’esperienza di ricerca
operativa a Marsala e Licata, Esperienze Sociali n. 74, Palermo, 1997, pp. 13-44
12
Mario Santi, Duilio Borselli, Stefano Bertoletti, Susanna Giaccherini, Eloisa Mingione. Fabrizio
Schifano, Giovani ed ecstasy. Quale percezione del rischio?, Bollettino per le Farmacodipendenze e
l’Alcolismo n. 2, Roma, Ministero della Salute, 1997, pp. 39-43
13
I risultati analitici di svariate ricerche realizzate in Italia evidenziano che l’informazione ha
sviluppato criteri di generica acculturazione, in quanto carente di metodi e di sistemi di controllo che
verifichino i significati dell’informazione stessa e i meccanismi di coscientizzazione dei dati ricevuti;
cfr. Angelo Livreri Console, Prevenzione primaria delle Tossicodipendenze. Un’esperienza di ricerca
operativa a Marsala e Licata, cit., cit.
14
Eugenia Avidano, Valentina Sciubbia, Mario Vigna, Silvia, lo sai…Educare ad affrontare le
droghe, Note di Pastorale Giovanile n. 8, Roma, Elledici, 1999, pp. 65-80
15
Il nuovo consumatore non si rivolge ai servizi, in quanto non si riconosce tossicodipendente; cfr.
Eloisa Ciccia, Maurizio Azzalini, Indagine sulle opinioni, gli atteggiamenti e i comportamenti di 130
studenti circa l’uso di droghe e alcool. Ricerca condotta nelle classi prime dell’Istituto Tecnico
Agrario Statale “G. Dalmasso” di Pianezza (TO), cit., cit.
16
Lidia Agostini, Federica Protti, Claudio Baraldi, Paolo Ugolini, Discoteche: tempi e spazi
stupefacenti? Una ricerca e un progetto nella provincia di Forlì-Cesena, Sestante n. 11, Osservatorio
Dipendenze Patologiche AUSL Cesena e AUSL Forlì, 2000, pp. 10-15
9

ora”. I giovani hanno difficoltà a (ri)conoscere le norme morali e sociali, essenziali


per affrontare i disagi del normale vivere quotidiano.
Il fenomeno di consumo e di abuso delle nuove droghe convive con le
problematiche evolutive dei giovani, all’interno di una normalità, fatta di noia e
monotonia, in cui ricercano il divertimento ad ogni costo, anche oltrepassando i
limiti, in quanto certi di poter controllare ogni situazione17. Le nuove droghe
diventano un fatto emergente, in quanto fenomeno vissuto come improvviso e
dilagante, che non può più essere negato o nascosto, la cui percezione ne sollecita la
visibilità, unita all’urgenza di una soluzione.

2. Obiettivi

Nel contesto del Tirocinio universitario sono maturati la curiosità e il


desiderio di riflettere in merito; in queste pagine intendo analizzare i fattori che
mutano la condizione giovanile e, in generale, i modelli sociali e culturali di
riferimento, al fine di conoscere e comprendere le cause dei cambiamenti. Propongo
un esame sugli interventi e sulle misure di prevenzione, attuate nella città di Torino,
al fine di apprendere e capire le possibili soluzioni attivate e attivabili per eludere il
malessere esistenziale. Infine, intendo osservare la percezione dei rischi e l’opinione
pubblica giovanile, grazie a una ricerca condotta personalmente mediante la
diffusione di un questionario anonimo, da me elaborato, somministrato ai giovani tra
i 15 e i 25 anni, presso un locale ricreativo e alcuni istituti di scuole medie superiori.
All’interno della riflessione sulla delicata fase dell’adolescenza e sulle
complesse trasformazioni sociali e culturali che caratterizzano la nostra epoca
derivano delle domande, alle quali questa tesi tenta di dare risposta: quali sono le
droghe e le nuove droghe? Quali sono le caratteristiche adolescenziali che ne
agevolano l’uso? Come i servizi agganciano i giovani consumatori? Quali sono i
servizi competenti? Quali attività promuovono? Quali interessi e finalità
rappresentano? Quale prevenzione per quali azioni? Perché la famiglia è la madre di
tutte le colpe e la fonte obbligata di tutte le risorse o soluzioni? Quali sono le
strategie preventive attivate o attivabili dai servizi competenti? Quali sono gli
interventi e i progetti di prevenzione attuati nella città di Torino? Quali sono i

17
L. Formisano, G. Di Lauro, M. T. Pini, L. Vallefuoco, Adolescenti e nuovi abusi, Salute e
Prevenzione, La Rassegna Italiana delle Tossicodipendenze n. 21, Foggia, DITE Edizioni Scientifiche,
1997, pp. 30-32
10

risultati raggiunti? Cosa ne pensano i giovani? Cosa conoscono e che percezione dei
rischi hanno?
Numerosi sono i riferimenti alla letteratura sociologica, psicologica e socio-
giuridica, nel tentativo di trovare gli elementi che compongono il complesso quadro
della condizione giovanile nella società postmoderna, in riferimento all’assunzione
delle nuove droghe – contro le quali vengono progettate diverse modalità e strategie
di intervento di prevenzione, finalizzate alla promozione del ben-essere e alla cura
della salute.

3. Presentazione capitoli

Il primo capitolo ricostruisce la condizione giovanile, rappresentata dalla


fase dell’adolescenza, nella sua dimensione biologica, psicologica e socio-culturale.
Si propone di contestualizzare il processo di individuazione e di separazione, degli
adolescenti, dalle figure genitoriali e dal contesto relazionale; l’attenzione è rivolta ai
concetti fondamentali di costruzione dell’identità autonoma, di conflitto inconscio, di
meccanismi di difesa e di sviluppo morale, in quanto elementi dinamici che
costituiscono la personalità18 individuale.
Per far crescere l’identità è necessaria una mole di sollecitazioni enorme,
generalmente apprese per identificazione. Di conseguenza i giovani hanno bisogno di
avere dei riferimenti nel mondo adulto, scarsamente soddisfatti in ambito familiare.
Il capitolo ricostruisce lo scenario dei cambiamenti sociali e culturali all’interno della
famiglia19; quest’ultima è un sistema in costante trasformazione, capace di adattarsi a
esigenze diverse al fine di assicurare continuità e crescita ai membri che la
compongono. I genitori, con il variare delle richieste sociali, non hanno più a
disposizione un principio di autorità definito, che li renda autorevoli nell’affrontare i
passaggi delle loro relazioni con i figli.
Per quanto concerne l’influenza del contesto esterno, il primo capitolo rivolge
l’attenzione alle trasformazioni antropologico-culturali e relazionali, alle
modificazioni socio-economiche che investono la società contemporanea.

18
Esprime l’insieme dei modi con cui l’individuo umano reagisce, vive e si comporta nelle varie
situazioni e nei vari momenti della sua vita; cfr. Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e intervento
educativo, cit., p. 12
19
Numerosi sono i riferimenti alla letteratura psicologica e sociologica; cfr. Eugenia Scabini, Raffaela
Iafrate, Psicologia dei legami familiari, Bologna, Il Mulino, 2003; cfr. Chiara Saraceno, Manuela
Naldini, Sociologia della famiglia, Bologna, Il Mulino, 2001
11

Si propone di ricostruire gli elementi20 che, ridefinendo la sfera relazionale


interpersonale e sociale, incidono notevolmente sulle concezioni riguardanti la
persona umana, la sua corporeità, la sessualità e la vita affettiva.
L’esperienza delle generazioni precedenti non è in grado di aiutare i giovani a
superare le incessanti novità21 che affollano la loro quotidianità, perché ormai slegata
dalla storia, giudicata inidonea ad affrontare la complessità del presente. Ciò si
traduce in un atteggiamento di costante sperimentazione; il capitolo ricostruisce la
questione della dipendenza e della tossicodipendenza, descrivendone definizioni,
riferimenti normativi e dati delle ultime relazioni annuali al Parlamento.
In particolare, si propone un’analisi delle sostanze psicotrope, presentandone
classificazioni, effetti fisici e psichici, modalità di assunzione, rischi, al fine di
individuare e definire le nuove droghe.
Il termine “nuove droghe” fa riferimento a una gamma eterogenea di sostanze – tra le
quali l’unica esclusa sembra essere l’eroina – cronologicamente non nuove, ma
percepite come tali, poiché “nuove” sono le modalità di assunzione, i tempi e i luoghi
in cui queste vengono consumate, per lo più con scopi ludico-ricreativi.
Il primo capitolo si conclude con la ricostruzione delle caratteristiche
adolescenziali che agevolano l’uso e l’abuso delle sostanze stupefacenti, definendo i
nuovi stili di consumo22. L’attenzione è rivolta all’emarginazione e al disagio
giovanile, ai comportamenti a rischio, al divertimento e alla sperimentazione, alla
ricerca del ben-essere, alla cultura dell’estremo e al nichilismo in quanto cause
principali del mal-essere esistenziale, fonte principale del legame-dipendenza con le
droghe cosiddette nuove.

20
Per una panoramica accurata e aggiornata sulle trasformazioni sociali e culturali che caratterizzano
la società postmoderna e sulle conseguenze che ridefiniscono la sfera individuale e relazionale degli
individui; cfr. Franco Prina, Devianza e politiche di controllo, cit., cit.
21
L’impatto culturale della tecnologia ha comportato l’assottigliamento, se non la perdita, di alcuni
cardini fondamentali nella storia umana, svalutando l’importanza del passato e considerando un
fattore di disturbo la consequenzialità tra razionalità, previsione, programmazione e risultati; cfr.
Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., pp. 196-199
22
Numerosi sono i riferimenti ad autori che definiscono i comportamenti dei nuovi giovani in
relazione alle nuove droghe, considerando i mutamenti psicologici, antropologici-culturali e sociali
della società postmoderna
12

Nel secondo capitolo si fornisce una ricostruzione del tema della prevenzione
dei servizi e delle risorse della famiglia, partendo dalla definizione della cultura e
delle strategie preventive. Se ne descrivono la struttura, gli obiettivi, i riferimenti
normativi e i dati degli ultimi rapporti annuali nazionali.
La prevenzione è un impegno finalizzato a stimolare, sostenere e coordinare le
risorse esistenti, soprattutto sollecitando la disponibilità personale ad assumersi un
ruolo attivo e responsabile, nella promozione dello star bene, del prendersi cura e del
vivere insieme ai membri che sperimentano diversi stati di disagio.
La famiglia rappresenta un riferimento obbligato per l’educazione e la
formazione dei figli; il capitolo rivolge l’attenzione alla coppia genitoriale e alla sua
centralità, in quanto risorsa fondamentale. Dare centralità alla coppia non vuol dire
solo individuare in essa il luogo originario della mancanza23 – colpe, inadempienze,
inganni – bensì significa riconoscerne anche l’insostituibile ruolo, all’interno del
difficile e delicato passaggio dell’assunzione della responsabilità24, come processo
necessario per conseguire un’identità adulta.
Essendo la famiglia fonte principale di tutte le soluzioni, si tende a delegarle
ogni problema, a scaricarle i gravosi compiti e oneri nei confronti dei propri membri
in difficoltà; il secondo capitolo ricostruisce lo scenario di fondo dei servizi, formali
e informali, descrivendone le tipologie, i ruoli e le strategie di intervento. La scuola e
i servizi competenti in materia di dipendenza patologica – Ser.T., comunità
terapeutiche, unità di strada – devono assumersi nuove e più impegnative
responsabilità educative, tra le quali progettare prevenzione, all’interno di un lavoro
di rete tra le diverse agenzie del territorio, quotidianamente in contatto con gli
adolescenti.
Le modalità di intervento attivate sono molteplici; nel capitolo si propone di
analizzare le misure di prevenzione contro le nuove droghe, attuate nella città di
Torino. In particolare, l’attenzione è rivolta a quattro progetti di prevenzione,
realizzati dalle Aziende Sanitarie Locali del territorio cittadino – rispettivamente
“O.N.D.A.1” dell’ASL TO1 (ex ASL 1), “Recreational Drugs” dell’ASL TO1 (ex

23
Il mondo degli adulti pare non assumersi responsabilità etiche, come proporre valori assoluti, ma la
preoccupazione prevalente nei confronti dei propri figli sembra essere quella della cura del corpo,
indotta da sollecitazioni prodotte dai mass media e dalle industrie che la sostengono; cfr. Lucio
Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., pp. 54-62
24
La responsabilità implica un legame, fondato sullo scambio tra persone; se la coppia non si assume
responsabilità tanto gerarchiche quanto reciproche, non solo snatura il legame con i propri figli, ma
può anche negarlo o rimuoverlo, inibendo la trasmissione delle novità, dinamiche necessarie allo
sviluppo delle generazioni in crescita; cfr. Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo,
cit., pp. 184-187
13

ASL 2), “Esta siEsta si” dell’ASL TO2 (ex ASL 3) e “Clipper 2” dell’ASL TO2 (ex
ASL 4) – e si espone il confronto dei loro obiettivi, azioni e risultati, al fine di
comprendere le soluzioni attivate, per sfuggire e affrontare il malessere e il disagio
giovanile, e di verificarne l’efficienza e la validità.
L’opinione giovanile è l’elemento fondamentale per assodare se l’esito dei
progetti di prevenzione avviati nella città di Torino, sia positivo o meno; il secondo
capitolo presenta la ricerca, personalmente condotta, sulla conoscenza e sulla
percezione dei rischi degli adolescenti in materia.
Lo scopo dell’indagine è stato dimostrare che il lavoro di prevenzione, svolto finora,
non sia totalmente soddisfacente in quanto, nonostante vengano offerti da abili
professionisti validi spazi di ascolto e di accoglienza, nei ragazzi permane la
convinzione che “tanto a me non succederà mai”. Sebbene siano correttamente
informati, i giovani non percepiscono su di loro i pericoli e i rischi che causano
l’assunzione di droga25.
È stato da me somministrato un questionario anonimo, di undici domande sia aperte
sia a scelta multipla, a 300 ragazzi tra i 15 e i 25 anni in un locale notturno – luogo
primario di aggregazione del tempo libero – e negli istituti di tre differenti scuole
medie superiori – un istituto professionale, un liceo scientifico e un istituto tecnico,
presenti sul territorio di appartenenza del Ser.T. dell’ASL TO1 (ex ASL 2) del
Distretto 1 della città di Torino.
Gli obiettivi dello studio sono stati:
1. valutare il livello di conoscenza sul concetto di dipendenza;
2. analizzare il contesto nel quale si ricevono le prime informazioni sulla droga;
3. verificare il livello di conoscenza sulle diverse tipologie di sostanze esistenti e
sulla differente percezione del rischio;
4. esaminare l’ambito nel quale gli adolescenti si rivolgono in caso di problemi con
la droga;
5. osservare l’opinione dei giovani sugli interventi di prevenzione attuati, riflettendo
sui destinatari, sui contenuti dei messaggi e sulle modalità di trasmissione degli
stessi;
6. verificare il livello di informazione e di conoscenza sull’esistenza e sulle funzioni
dei servizi specialistici;

25
Mario Santi, Duilio Borselli, Stefano Bertoletti, Susanna Giaccherini, Eloisa Mingione. Fabrizio
Schifano, Giovani ed ecstasy. Quale percezione del rischio?, cit., cit.
14

7. conoscere il pensiero dei giovani, al fine di sapere come e cosa sia realmente
importante comunicare, affinché il messaggio sia recepito e condiviso.
Queste pagine hanno l’ambizione di proporre un ipotetico progetto di
prevenzione, al fine di integrare e di arricchire le dinamiche di concretizzazione di
solide forme di collaborazione, orientate alla costruzione di un unico sistema
formativo integrato, messe in atto dalle istituzioni pubbliche e private.
Una volta compreso e accettato il dato che il rischio26 rappresenta un compito
evolutivo per l’adolescente, appare evidente che la fase di crescita non è avulsa dalla
rete sociale e familiare di riferimento. Affinché i progetti di prevenzione abbiano
successo, si auspica che siano il risultato di un lavoro integrato, fondato sulla sinergia
e sulla cooperazione, di tutte le agenzie di socializzazione e di formazione – famiglia,
scuola e servizi competenti in materia di dipendenza patologica.
Dunque, la prevenzione non deve avere una valenza magica, né deve essere
vissuta come una nuova funzione da aggiungere a quelle tradizionali, ma deve
rientrare nel quotidiano compito genitoriale e nelle consuete attività formative e
informative delle istituzioni pubbliche e private.

26
Il rischio è un passaggio obbligato per affermare la propria identità ed è una tappa fondamentale per
la capacità di costruzione dei limiti, e quindi della responsabilità; cfr. Lucio Pinkus,
Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., pp. 50-54
15

1
___________________________________________________
Giovani in sostanza:
condizione giovanile e relazione con le nuove droghe

1.1. Gli adolescenti e i giovani: i nuovi consumatori

L’adolescenza e la giovinezza non sono immediatamente riconducibili a


trasformazioni biologiche, ma sono strettamente legate alla realtà culturale in cui
sono inserite e, dunque, sono soggette all’evoluzione dei consumi, i quali impongono
tempi sempre più estranei ai bisogni reali della persona27.
Affrontare la fase adolescenziale e giovanile oggi è ancora più difficile, in quanto i
tradizionali meccanismi di trasmissione dei valori sono stati messi in crisi,
comportando una diminuzione del conflitto generazionale nell’ambito familiare28.
Oggi i ragazzi sono “ribelli senza causa” e soffrono sempre di più di disturbi
narcisistici e di personalità, con irrisolti problemi di dipendenza.
A proposito di droga, il drogarsi ha completamente perso quelle connotazioni che
costituivano un motivo di aggregazione intorno a un ideale “alternativo al sistema”.
Il consumo di droghe godeva di un significato politico che rendeva quel gesto

27
Silvia Corbella, Il lavoro di gruppo con gli adolescenti, Vol. IV I Quadrimestre 2002, Gruppi nella
clinica, nelle istituzioni, nelle società, Milano, FrancoAngeli, 2002, pp. 29-48
28
La famiglia è diventata un luogo permissivo, un’area relativamente protetta che fornisce un insieme
di servizi e che concede spesso agli adolescenti una grande libertà, rendendo l’emancipazione più
complessa: mentre il Sessantotto aveva permesso ai giovani di trovare un’identità collettiva forte,
nella coesione antagonista al mondo adulto e ai valori tradizionali, oggi i ragazzi, proprio perché meno
in conflitto con la famiglia, non hanno sviluppato un’identità collettiva altrettanto forte. Gli
adolescenti hanno lo stesso bisogno di aggregazione; ciò che li unisce non sono più sogni comuni di
costruzione, ma è il bisogno di sentire una relazione che non è stata loro insegnata e di disfare ciò che
ingombra, cfr. Silvia Corbella, Il lavoro di gruppo con gli adolescenti, cit., cit.
16

completamente diverso da come è vissuto oggi; le nuove droghe sono sperimentate


come mezzo per produrre un piacevole eccitamento che aumenta il senso di capacità
e di potenza e che permette di illudersi di aderire a modelli stereotipati, mediati dagli
spot pubblicitari, dal successo facile e immediato e dalla società dell’apparire29.
Il fenomeno delle dipendenze costituisce un osservatorio molto particolare di
quanto avviene nel mondo adolescenziale, in quanto i tossicodipendenti sembrano
bloccati nell’impossibilità di elaborare quei compiti di sviluppo tipici della fase
adolescenziale; sembrano non capaci di muoversi verso una modalità adulta
all’interno di alcuni percorsi evolutivi30.
Partire verso l’età adulta non corrisponde più a un movimento verso un approdo
sicuro, ma somiglia a un “navigare a vista”, durante il quale si ricerca faticosamente
una propria identità personale e sociale, difficilmente reperibile nel mondo degli
adulti, in quanto a loro volta alla ricerca di identità e ruoli in cui riconoscersi31.
L’adolescente e il giovane devono confrontarsi con una serie di cambiamenti
che influenzano tutti gli aspetti della vita (fisici, cognitivi e sociali) in un ambiente
che è esso stesso in continuo divenire, in cui si è più liberi ma anche socialmente più
soli32.

1.1.1. Contestualizzazione dell’adolescenza e della giovinezza

L’età adolescenziale non ha più una coincidenza con la fase della pubertà, che
da sempre ha marcato il passaggio tra l’età infantile e quella adulta33.
La pubertà fisica significa il raggiungimento dello status biologico dell’adulto.

29
Idem
30
Risulta problematico per i tossicodipendenti superare le dinamiche relazionali della dipendenza
infantile affettiva ed entrare in relazione con un oggetto intero, investito affettivamente in maniera
matura. Inoltre, non arrivano ad assumersi la responsabilità della cura e della difesa del proprio corpo,
ma si comportano come se ritenessero loro diritto mettere in pericolo la propria salute, lasciandone ad
altri il compito di proteggerla e di ristabilirla; cfr. Vito Sava, Elena La Rosa, Attraverso i
gruppi:adolescenza e tossicodipendenza, cit., pp. 101-116
31
Scoppia per tutti una sorta di adolescentismo generalizzato ed eterno; cfr. Vito Sava, Elena La Rosa,
Attraverso i gruppi:adolescenza e tossicodipendenza, cit., cit.
32
Silvia Corbella, Il lavoro di gruppo con gli adolescenti, cit., cit.
33
L’adolescenza è una malefica invenzione del tutto contemporanea, malefica nella misura in cui si
sono creati dei sistemi sociali che costringono ad uno stadio di latenza socialmente determinato e, in
quanto tale molto artificiale, a un indeterminato permanere in una terra di nessuno dove non si riesce
mai ad afferrare bene cosa possa marcare il passaggio tra uno stadio evolutivo e l’altro; cfr. Calogero
Lo Piccolo, Gioacchino Borruso, Lavorare assieme agli adolescenti: progettare il futuro, cit., pp. 59 e
60
17

Fisiologicamente, l’adolescente è adulto, capace di procreare e dotato del


medesimo patrimonio emozionale. Questi mutamenti gli permettono di identificarsi
con l’adulto e, di conseguenza, lo spingono a desiderare uguale posizione nella
società. Gli stessi cambiamenti somatici inducono gli altri a comportarsi in modo
diverso nei riguardi dell’adolescente che prende così coscienza di non essere più
bambino34.
Le modificazioni legate alla sessualità costituiscono solo una parte delle
dinamiche di cambiamento adolescenziale. La pubertà, infatti, coincide con un
periodo di crescita particolarmente rapida e disarmonica, che rende difficile per gli
adolescenti riconoscersi in un corpo diverso e perciò “nuovo”. Le attenzioni e le
preoccupazioni per il proprio viso, la pelle, il peso, la statura segnalano il processo di
ristrutturazione e di accettazione del proprio corpo e, di conseguenza, della propria
identità personale35.
Non è in base a un mutamento somatico che viene attribuito un nuovo status.
La pubertà influisce spesso in modo indiretto, tramite le reazioni fisiologiche e le
mutate relazioni interpersonali, e fa parte di una costellazione di fattori che rendono
di norma graduale il passaggio all’adolescenza, al punto che è difficile per una
persona datare con precisione questa transizione36.
Ancora più complesso è stabilire l’epoca in cui l’adolescenza si conclude, in
quanto emergono diversi pareri discordanti. Alcuni studiosi considerano adolescenti i
soggetti che hanno superato i vent’anni, fino a includervi i venticinquenni e oltre;
altri ritengono che l’adolescenza si prolunghi sicuramente oltre la pubertà, ma che
non sconfini al punto da comprendere periodi dell’esistenza definiti, oltre che
dall’età cronologica, anche dall’assunzione di ruoli sociali che determinano la
collocazione dei soggetti nelle diverse fasce del ciclo vitale37.
L’inizio della fase puberale corrisponde abitualmente al menarca nelle
femmine e alla prima eiaculazione nei maschi. L’età dello sviluppo puberale può
variare molto da individuo a individuo; tale variabilità può dipendere da fattori
genetici, dalla costituzione fisica complessiva e, più in generale, dai fattori

34
Gérard Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, Bologna, Il Mulino, 1987, p. 73
35
Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo, Trento, Edizioni Erickon, 1999, pp. 178 e
179
36
Gérard Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, cit., pp. 73 e 74
37
Italo Carta, L’età inquieta, Varese, Edizioni Frassinelli, 1991, pp. 148 e 149
18

ambientali – il livello nutrizionale, le condizioni igienico-sanitarie, la riduzione delle


dimensioni della famiglia media38.
Durante la pubertà i cambiamenti ormonali amplificano le disparità fisiche tra
maschi e femmine. Gli organi riproduttivi diventano pienamente funzionali.
Nelle ragazze i genitali esterni (la vulva, incluso il clitoride) e quelli interni (le ovaie,
le tube di Falloppio, l’utero e la vagina) si ingrandiscono. Il clitoride diventa più
sensibile alla stimolazione, le parti interne dell’utero e della vagina si fanno più
robuste e il menarca compare in seguito a questi cambiamenti.
Nei ragazzi diventano più grandi i testicoli, il pene e la ghiandola della prostata, che
è importante per la produzione del seme. Questo fenomeno è seguito dalla prima
eiaculazione39.
Altre trasformazioni, non connesse al sistema riproduttivo, sono: il fenomeno
della crescita dei peli del corpo, in particolare sotto le ascelle e nell’area del pube –
nei maschi la crescita del pelo facciale e corporeo è più cospicua e si intravedono le
prime tracce di barba –; il cambiamento della pelle, nello specifico le ghiandole
sudoripare diventano più attive e spesso portano all’acne; l’improvviso aumento
della statura; le modificazioni nell’apparato fonatorio – mutamento del timbro della
voce; la crescita del sistema scheletrico40.
Lo sviluppo e la maturazione degli organi e delle loro funzioni fanno sì che il
rapporto dei ragazzi con il proprio corpo cambi e, di solito, in modo critico; poiché si
tratta di un vero e proprio momento di crisi nello sviluppo dell’adolescente,
quest’ultimo si trova a dover ricostruire una nuova rappresentazione mentale del
corpo41.

38
Nell’ultimo secolo si è riscontrata una diminuzione dell’età del menarca, abbassandosi da 16-17
anni a circa 13 anni; tendenza simile si è verificata per l’altezza, aumentando di 1,5 cm ogni decennio.
La voce maschile cambiava più tardi (a circa 17 anni) rispetto a quanto accade ai giorni nostri (14-15
anni) e la barba non cresceva fino ai 20 anni (oggi avviene a circa 17 anni); cfr. Peter K. Smith, Helen
Cowie, Mark Blades, La comprensione dello sviluppo, Firenze, Giunti Gruppo Editore, 2000, pp. 249-
281
39
Tutti questi cambiamenti fisici sono associati a determinate trasformazioni biologiche; il ruolo
chiave è giocato dall’ipotalamo, poiché svolge un’azione simile a quella di un termostato che regola la
temperatura (quando nel corpo circolano livelli abbastanza elevati di ormoni sessuali, l’ipotalamo si
blocca). Gli ormoni sessuali – in particolare gli androgeni, il testosterone, l’estrogeno e il progesterone
– vengono prodotti dalla corteccia surrenale e dalle gonadi (ovaie e testicoli). La crescita di queste
ultime è a sua volta stimolata dagli ormoni rilasciati dalla ghiandola pituitaria. Con la pubertà vi è un
cambiamento nella sensibilità dell’ipotalamo e, di conseguenza, la ghiandola pituitaria lavora più
intensamente, aumentando i livelli di ormoni sessuali; cfr. Peter K. Smith, Helen Cowie, Mark Blades,
La comprensione dello sviluppo, cit., cit.
40
Idem
41
L’adolescente cerca di ricostruire quell’immagine che vede cambiata alla specchio, facendo ricorso
agli artifizi più diversi in cui rivela capacità di inventiva a volte eccezionali, non prive di una buona
dose di crudeltà verso quel corpo con cui non convive più pacificamente – come le feroci spremiture
19

Gli adolescenti hanno un vissuto molto fragile e vulnerabile del proprio corpo, in
quanto minacciato da mille pericoli sconosciuti; essi osservano attentamente tutte le
sue banali modificazioni e si interrogano angosciosamente sul loro significato42.
Questa constatazione porta a un riesame dell’adolescenza, non più pensata come
mera fase di transizione, ma come stadio vitale caratterizzato da un compito
evolutivo specifico: la formazione di un’identità più consapevole.
La definizione del sé e la progettualità sono i due cardini centrali del processo
di costruzione dell’identità personale. La dimensione della progettualità, vissuta
prevalentemente come esplorazione, o crisi, e solo parzialmente come impegno
operativo nella scelta dei valori, risente talmente delle sollecitazioni del contesto
culturale che gli adolescenti rischiano di permanere nella fase di esplorazione, senza
riuscire a passare a quella dell’impegno e della competenza sociale decisionale, più
significativa e stabile43.
Una delle componenti che concorrono alla costruzione dell’identità, e che è
più fragile negli adolescenti, è l’autostima.
Una definizione molto semplice di autostima è “la considerazione che un individuo
ha di se stesso”, cioè l’insieme integrato, o costellazione, di elementi a cui una
persona fa riferimento per descrivere se stessa44.
L’autostima si basa sulla combinazione di due tipi di informazioni:
1. le informazioni oggettive che riguardano se stessi – il Sé reale che
corrisponde a una visione oggettiva delle caratteristiche, o qualità, che
l’individuo possiede, o di cui è carente;
2. la valutazione soggettiva di quelle informazioni – il Sé ideale che rappresenta
il soggetto che ci piacerebbe essere, non in senso superficiale, ma pensando

dei brufoli, l’occultamento delle rotondità del corpo nelle ragazze mediante atteggiamenti posturali
viziati. Il corpo è uno sconosciuto per l’adolescente, in quanto l’armonia del corpo infantile è
offuscata dai cambiamenti della pubertà; cfr. Italo Carta, L’età inquieta, cit., pp. 19-38
42
Le lamentele ipocondriache degli adolescenti sono spesso una richiesta di attenzione alla quale non
si deve rispondere con un’azione, sotto forma di visita medica, ma con un ascolto affettivo, ossia i
genitori non devono dedicare più tempo, in senso quantitativo, ai propri figli, ma devono offrire loro
più serenità, al fine di parlare delle paure che hanno, o hanno avuto; cfr. Italo Carta, L’età inquieta,
cit., cit.
43
L’adolescenza può essere caratterizzata come fase esplorativa perenne, in cui l’identità rimane
incompiuta rispetto al progredire delle richieste, sia sociali che dello sviluppo intrapsichico, perché
diventa una condizione critica permanente in cui la conflittualità e il disagio spingono verso soluzioni
regressive, oppure di autodistruzione; cfr. Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo,
cit., pp. 180-183
44
Idem
20

proprio a un modello ideale che riassume in sé le qualità che il soggetto


vorrebbe possedere45.
Per la costruzione di un’identità forte è importante il possesso di un’autostima
tesa in senso costruttivo, capace cioè di trarre benessere e di valorizzare le proprie
qualità, senza per questo essere privi del desiderio di essere in modo diverso o di
cambiare. È proprio la duttilità del processo di individuazione, cioè la disponibilità al
cambiamento – tanto più forte nei soggetti che hanno una buona autostima e, quindi,
che reagiscono meglio alle frustrazioni o agli obiettivi mancati –, a rendere più
capaci a migliorarsi46.
Un’autostima bassa può produrre diversi danni al processo evolutivo e
all’equilibrio stesso della personalità; in particolare, dipende da quanti e quali ambiti
vengono invasi dalla svalutazione o disistima di sé. È possibile anche che, per
reazione, un soggetto che in realtà svaluta se stesso, reagisca in modo paradossale,
mostrandosi fin troppo sicuro dinanzi agli altri, quasi in un tentativo disperato di
provare agli altri – e a se stesso – che invece è in grado di affrontare qualsiasi
situazione47.
Nonostante le diverse percezioni di autostima è possibile indicare alcune
tendenze di sviluppo nella condotta morale degli adolescenti:
1. i progressi cognitivi permettono una migliore comprensione delle norme
morali che diventano più astratte, più generali e coerenti. L’abilità a criticarsi
si affina e permette una condotta morale più autentica;
2. il processo di emancipazione dai genitori e dagli altri adulti contribuisce a
cambiare le basi dell’accettazione dei valori morali: la fedeltà e la lealtà ai

45
Se la distanza tra Sé reale e Sé ideale supera una certa soglia si presentano problemi di autostima.
Tale distanza si può esprimere come sopravvalutazione o autovalutazione o sottovalutazione per
un’errata considerazione che ciascuno può avere di se stesso rispetto agli altri, o alla situazione in cui
di volta in volta si trova a operare. Il riferimento ideale è quello di un’alta autostima, cioè di una
visione sana di se stessi, capace di riconoscere e apprezzare le proprie qualità senza sentirsene
intimoriti, e al tempo stesso in grado di vedere e accettare realisticamente le proprie insufficienze e
difetti, pur non essendo ipercritici nel considerarli; cfr. Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e intervento
educativo, cit., cit.
46
L’io non agisce mosso in prevalenza dal timore di punizioni o di apprezzamenti negativi da parte
degli altri, ma in funzione dei suoi bisogni e dei suoi obiettivi vissuti sanamente; cfr. Lucio Pinkus,
Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., cit.
47
Gli adolescenti a rischio sono per lo più portati a una svalutazione globale di se stessi, assumendo
un atteggiamento di sfiducia, in quanto non si sentono bene con se stessi e con gli altri. Vivono male
la propria realtà corporea – si perde molto presto ogni capacità di provare soddisfazione per il modo
con cui il loro corpo appare e per le prestazioni che riesce a produrre –; le relazioni familiari – si
ritiene di non essere capaci di intrattenere rapporti con la propria famiglia o ci si vergogna di
quest’ultima –; le relazioni sociali – si degenera nella collusione dell’omertà con il gruppo dei pari,
assumendo forme relazionali paradossali in quanto incapaci di legami solidi o autentici; cfr. Lucio
Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., cit.
21

genitori perdono parte della loro importanza, mentre ne acquistano il gruppo


dei coetanei, motivi di interesse personale e la comprensione della validità e
del perché della norma morale;
3. l’influsso del gruppo di coetanei può provocare un altro tipo di conformismo
morale, ma allo stesso tempo facilita, in base a relazioni di parità e di
reciprocità, l’accesso a una morale autonoma;
4. per vari motivi di tipo cognitivo (il raggiungimento del pensiero ipotetico-
deduttivo in assenza di corrispondenti responsabilità sociali), affettivo (il
ricorso a meccanismi di difesa contro l’insorgere delle pulsioni sessuali), e di
mancanza di responsabilità adulta nel campo del lavoro, della famiglia, della
società, l’adolescente può dimostrarsi idealista, assolutista, perfezionista,
poco indulgente o comprensivo48.
Dunque, l’acquisizione dell’autonomia morale richiede una progressiva
capacità di pensare e agire in forma indipendente che matura sulla base di criteri di
giudizio e di scelte di valore, a loro volta personalizzati solo attraverso un cammino
di crescita graduale e faticoso, in cui la capacità di gestire emozioni, impulsi e
affettività svolge un ruolo non secondario49.
Tale processo, definito di interiorizzazione, coincide con il passaggio dalla
modalità di socializzazione primaria a quella secondaria. La socializzazione primaria,
propria dell’infanzia e della fanciullezza, tende a veicolare i valori di dipendenza nei
confronti degli adulti, soprattutto della famiglia, mentre la socializzazione
secondaria, tipica dell’adolescenza e della giovinezza, comporta autonomia e forme
varie di “controdipendenza” caratterizzate da fattori extrafamiliari e, più in generale,
dai condizionamenti sociali e culturali50.
Lo sviluppo della morale è strettamente correlato allo sviluppo psicologico
complessivo dell’adolescente; esiste una connessione stretta tra giudizio morale,
acquisizione di valori e scelte di comportamento che avvengono nel processo di
formazione dell’identità, poiché il processo di internalizzazione consente al bambino
di sostituire progressivamente al controllo morale, imposto da agenti esterni, un

48
Gérard Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, cit., pp. 109 e 110
49
Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., pp. 192-196
50
Idem
22

sistema di principi interni, appunto valori, giudizi e atteggiamenti, legati all’identità


personale e alla coerenza del sé51.
Il processo di formazione dell’identità si può distinguere in due componenti:
una di identificazione e una di individuazione. Con la prima il soggetto si rifà alle
figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri;
produce il senso di appartenenza a un’entità collettiva definita come noi (famiglia,
patria, gruppo di pari, comunità locale, nazione fino ad arrivare al limite all'intera
umanità). Con la componente di individuazione l’individuo fa riferimento alle
caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi a cui non
appartiene (e, in questo senso, ogni identificazione/inclusione implica
un’individuazione/esclusione), sia dagli altri membri del gruppo rispetto ai quali il
soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche e morali e per una propria
storia individuale (biografia) che è sua e di nessun altro52.
Dunque, lo sviluppo della teoria del sé, della propria identità, del fatto di
essere una persona unica con un posto determinato nella rete dei rapporti sociali,
dipendono dalla pluralità delle relazioni che l’adolescente instaura con se stesso, con
i pari, con le istituzioni, con l’ambiente e la società.
Il distacco dell’individuo dalla famiglia è considerato, nella nostra cultura,
una tappa fondamentale nel passaggio alla vita adulta. Questo processo di
emancipazione non è semplice né per l’adolescente, che è chiamato a compiere una
vera ristrutturazione della sua identità, né per la famiglia, sollecitata a crescere e,
quindi, a modificarsi con il figlio, costantemente immersa in processi evolutivi
interni ed esterni53.
I giovani odierni, che spesso non lavorano ma studiano, rimangono nella
propria famiglia in uno status di dipendenza prolungata; quindi, principale compito
di sviluppo è l’emancipazione dalla famiglia e l’instaurazione di una relazione di
parità con i genitori54.
L’adolescente, che rinuncia alla fanciullezza, non può più accontentarsi di
uno status derivato, fondato sulla subordinazione ai genitori, ma deve ricercare uno

51
Si tratta del compito evolutivo fondamentale dell’adolescenza, perché proprio dalla formazione
dell’identità e dallo sviluppo del Sé si determinano le basi della progettualità, orientata su opzioni di
valore; cfr. Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., cit.
52
http://it.wikipedia.org/wiki/Identit%C3%A0_(scienze_sociali)
53
Dunque, in questo percorso di autonomia, gioca un ruolo decisivo l’evoluzione costante dei rapporti
tra figlio, genitori, famiglia, altre persone e ambiti significativi, come la scuola e il lavoro; cfr. Lucio
Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., pp. 183-191
54
Gérard Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, cit., pp. 137-158
23

status indipendente, basato sulle proprie capacità e realizzazioni, deve trovare in sé e


non più in altri la fonte dell’autostima e della sicurezza, deve scegliere i valori che
ritiene più appropriati. I tempi e i modi di questo processo di separazione, di
individuazione, di autonomizzazione, non sono chiari perché non socialmente
programmati. In gran parte sono lasciati all’iniziativa dei genitori e dei figli55.
Mettersi su un piano di uguaglianza e di reciprocità con i propri genitori è
difficile da raggiungere, poiché significa considerare i genitori persone come le altre,
con i propri bisogni, esigenze, desideri, in particolare affettivi e sessuali. Tale
compito è particolarmente complesso perché, anche se l’adolescente ricerca
l’autonomia fuori e dentro casa, ha bisogno della famiglia come fonte di sicurezza e
di aiuto. Soprattutto all’inizio dell’adolescenza, ha bisogno di norme di convivenza,
non imposte arbitrariamente ma decise democraticamente e valide per tutti56.
L’adolescente sente il bisogno di indipendenza ma, allo stesso tempo,
necessita della fiducia e della protezione da parte dei suoi genitori, poiché teme di
perdere il loro affetto e la loro approvazione. Richiede i privilegi dell’età adulta, ma
fugge dalle responsabilità che ne derivano, perché ha paura di non riuscire a
comportarsi come un adulto. La stessa ambivalenza si ritrova nei genitori
abitualmente più inclini a considerare il figlio come adulto quando si tratta di
ricordargli le sue responsabilità e come bambino quando si tratta di riconoscere i suoi
diritti; sono orgogliosi che il figlio si comporti come adulto e, allo stesso tempo, si
rifiutano di rinunciare al loro dominio su di lui57.
La desatellizzazione dai genitori può passare tramite la satellizzazione attorno
ad altre persone o gruppi in cui sono meno intensi i vincoli emozionali di
dipendenza.
La dimensione sociale è estremamente funzionale alla crescita; il bisogno di sentirsi
parte di un gruppo, di stare insieme agli altri, di condividere esperienze, di
confrontarsi, di riconoscersi nelle idee e nelle abitudini di vita dei coetanei è una
necessità fisiologica, che caratterizza una tappa obbligata nel corso dell’evoluzione
naturale dell’individuo che sta diventando adulto58.

55
Gérard Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, cit., cit.
56
Idem
57
Ibidem
58
Prima e dopo l’età adolescenziale, per riferirsi alle relazioni sociali più intime con i coetanei, si
parla di amicizia, anziché di compagnia. L’amicizia può restringersi a due sole persone; al contrario, il
termine “compagnia” comprende un insieme di persone, più o meno numeroso, che condivide tempo
libero, interessi, gusti, ideali di vita, finalità e scopi; cfr. Guido Burbatti, Ivana Castoldi, Il pianeta
degli adolescenti, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1998, pp. 119-138
24

Con l’ingresso nell’adolescenza, si afferma più forte l’esigenza di


sperimentare nuove forme di aggregazione al di fuori della famiglia. I ragazzi
cominciano a potersi muovere più autonomamente e a frequentarsi con i compagni
fuori dal contesto familiare e scolastico. Iniziano, magari casualmente, a incontrarsi
in luoghi che diventano successivamente dei ritrovi fissi e abituali, verso i quali
converge un gruppo sempre più ampio di coetanei59.
La compagnia degli amici consente di vivere un’esperienza di unità e di
intesa che può mancare, in parte o del tutto, all’interno della famiglia. Ciò non
significa che il gruppo dei pari possa sostituirsi alla famiglia; non solo la compagnia
ha un ruolo complementare a quello della famiglia ma, come quest’ultima, ha anche
carattere di transitorietà, in quanto il distacco è inevitabile – gli individui cambiano,
tanto più velocemente quanto più sono giovani60.
Il gruppo ha, tra le altre, due funzioni essenziali: contiene da un punto di vista
affettivo e comunica il senso dell’appartenenza. Ciò significa che aiuta l’adolescente
a non sentirsi solo ed escluso dal mondo degli affetti, a sperimentare la solidarietà e
l’appoggio degli altri. Il confronto con i propri simili mette in evidenza somiglianze e
differenze, armonie e contrasti, attraverso un complesso procedimento di
identificazione e di differenziazione che porta alla costruzione della propria
fisionomia da adulto61.
Dunque, il gruppo rassicura, contiene, allontana il fantasma della solitudine e
favorisce l’evoluzione verso l’autonomia dell’adolescente, ma non può sostituirsi al
rapporto con i genitori. Le radici profonde dell’individuo si stabiliscono solo nel
rapporto con la figura genitoriale, in quanto unica in grado di accogliere e
confermare affettivamente il bambino e, successivamente, l’adolescente, costituendo
un solido sistema di riferimento, non solo in termini di regole e valori, ma soprattutto
in termini di sentimenti – sistema dal quale il giovane si distacca, in seguito,
emancipandosi.
È importante sottolineare che non sempre il gruppo dei pari accoglie un
nuovo membro; la compagnia può escludere l’altro, non accettarlo, allontanarlo,

59
Idem
60
Con il passare del tempo, non ci si riconosce più nel contesto abituale; il mondo al quale si è
appartenuti diviene estraneo, talvolta ostile. In realtà, le circostanze della vita allontanamento e
separano gradualmente, quasi inavvertitamente, dal gruppo dei coetanei; cfr. Guido Burbatti, Ivana
Castoldi, Il pianeta degli adolescenti, cit., cit.
61
Idem
25

schernirlo, ghettizzarlo, rischiando di portare l’adolescente all’isolamento e alla


solitudine, ritardando e sfavorendo la costruzione della propria identità indipendente.
L’intreccio tra i fattori socioculturali e le dinamiche dell’adolescenza può
comportare percorsi di autonomia segnati da elementi di conflittualità e di
frustrazione. La società postmoderna e la logica tecnologica sono una potenziale
fonte di disagio non solo per gli adolescenti ma anche per il mondo degli adulti, in
quanto i genitori non sono più in grado di aiutare i giovani a superare un’atmosfera
culturale di perplessità. Per il giovane il disagio entra a far parte del percorso di
emancipazione e di indipendenza dalla famiglia d’origine62.
La logica tecnologica ha indotto una sorta di amnesia della storia. Per il
giovane, la storia personale, o collettiva, inizia con la propria esperienza. Poiché ciò
che è importante è l’iperconcreto, occuparsi del passato è come interessarsi di
qualcosa che non esiste. Il presente è infatti, per l’adolescente, troppo saturo di
stimoli perché vi sia spazio per ciò che non emerge direttamente; la storia non è in
grado di reggere il confronto con l’impatto cognitivo ed emotivo delle notizie date in
tempo reale63.
Pertanto, l’adolescente non conosce il valore della storia e tende a vivere
come estranei anche quei sentimenti culturali che fanno parte della sua realtà
intrapsichica; questo atteggiamento lo conduce a una sorta di dispercezione del
futuro, in quanto il tempo realmente vissuto è solo il presente64. Il desiderio e
l’immaginario vengono, dunque, appiattiti sul livello dei bisogni primari (fame, sete,
sonno, difesa dal freddo), il cui significato è circoscritto al presente e la cui
persistenza dura fino alla sazietà.
Inoltre, la perdita di significato del concetto di natura ha prodotto
un’attenuazione, se non uno smarrimento totale, del termine di limite quale
condizione intrinseca della persona umana, influenzando in modo determinante la

62
Il disagio esprime, in modo esagerato ed esaltato, il desiderio/bisogno di sfidare la tradizione o di
contrapporsi all’ordine di appartenere alla famiglia, di esserne accolto e integrato.; cfr. Lucio Pinkus,
Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., pp. 196-202
63
Idem
64
Da ciò nasce l’impossibilità di progettare e, quindi, anche il rischio della perdita di uno dei fattori
più importanti del processo maturativo umano, che è appunto il saper pensare e costruire in una
dimensione dilatata e spostata nel tempo; cfr. Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e intervento
educativo, cit., cit.
26

sensibilità nei confronti di eventi fondamentali del processo vitale come la nascita, la
malattia, i sentimenti, la morte65.
Il comportamento di molti giovani verso le esperienze vitali come amore, lavoro,
beni materiali viene definito “empirismo dell’usa e getta”, paragonabile a una fame
di oggetti che vengono ingurgitati in fretta e poi espulsi come escrementi. Ciò li
rende molto fragili di fronte alle frustrazioni, perché ogni dilatazione nel tempo viene
vissuta come un rifiuto, una possibilità negata che, coniugandosi alla mancanza di
prospettiva sul futuro, si configura come una catastrofe irripetibile, ovvero
insostenibile66.
In tal senso, il disagio risiede nella difficoltà, o nell’incapacità, di gestire la
complessità e le contraddizioni della vita quotidiana, soprattutto per chi, come
l’adolescente, è meno dotato di strumenti interpretativi, o è più fragile sotto il profilo
evolutivo. Tale disagio rischia di generare delle vere e proprie forme di
disadattamento, che si possono tradurre in comportamenti psicopatologici e/o
devianti, come il consumo e l’abuso di sostante psicotrope.

1.1.2. Le trasformazioni nella/della famiglia

La maggior parte dei ragazzi entrano nell’adolescenza quando vivono ancora


in famiglia. Il ruolo dei genitori, caratterizzato dal difficile compito di essere guide
dei figli nel processo di costruzione della propria identità, presenta alcuni segnali di
fragilità, alimentati dallo spostamento nel tempo della consegna ai figli di
responsabilità e di orientamenti morali precisi.
L’eccedenza del codice affettivo all’interno della vita familiare è una delle cause
principali della fragilità dei genitori, in quanto si evitano conflitti espliciti e confronti
decisivi, diluendoli con adattamenti, taciti e rassegnati, e con parziali negazioni di
possibili problemi67.

65
La morte che il giovane conosce è quella spettacolare, immediata, che ignora l’agonia, il dolore, è
una morte che non comprende l’esperienza della perdita dei legami affettivi, ma che tende ad essere
asettica, se non addirittura divertente. La morte reale, pertanto, viene vissuta come una ricerca
inconscia, e in un certo senso empirica, attraverso prove di coraggio, sfide con la morte, giochi
inventati per divertirsi sull’onda dell’azzardo e del rischio; cfr. Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e
intervento educativo, cit., cit.
66
All’interno di questa dinamica si delinea la possibilità che la vita venga percepita e vissuta come un
fascio di esperienze sensoriali; ciò significa che il giovane è cosciente nella misura in cui avverte
stimoli sensoriali, i quali sono esterni e scollegati da una lavoro di elaborazione mentale; cfr. Lucio
Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., cit.
67
Idem
27

Accanto allo sviluppo del singolo si ha l’evoluzione della coppia dei genitori;
ogni novità costituisce per la famiglia anche un fattore di crisi, in quanto rende
inadeguata la sua omeostasi precedente ed esige un processo di riorganizzazione, sia
come struttura che sotto il profilo relazionale. Le esigenze rinnovate dell’adolescente
comportano un rimodellamento continuo dell’intero nucleo familiare e le
trasformazioni del figlio, in particolare il bisogno di autonomia, mettono in crisi in
modo speculare anche il sistema genitoriale68.
Esistono varie spiegazioni dell’ostilità di alcuni genitori, nei confronti dei
loro adolescenti, e degli ostacoli che impediscono, o rallentano, la loro
emancipazione di questi ultimi:
1. l’emancipazione dell’adolescente segna la fine di un periodo in cui i genitori
si sentono utili per il loro figlio e la delusione è tanto più grande se hanno
centrato la loro vita esclusivamente su di lui;
2. conoscono bene, o credono di conoscere bene, il loro figlio, le sue debolezze
e hanno paura di lasciarlo affrontare la vita da solo, o che faccia qualcosa che
discrediti la famiglia;
3. c’è la lunga abitudine di circa dodici anni di dominio che impedisce loro di
prendere coscienza dei cambiamenti che avvengono nella persona del loro
figlio e della necessità di trattarlo in modo diverso;
4. i genitori, in quanto adulti, sono rappresentanti di una classe di età
privilegiata che impedisce ai giovani di accedere al loro status; la differenza
di età può causare incomprensioni, conflitti di interesse e incomunicabilità;
5. lo slittamento dei metodi educativi autoritari a quelli democratici, che esigono
che gli adulti rispettino i giovani come persone di uguale valore, suscita in
loro paura e un’ostilità accresciuta che si manifesta in modi indiretti, come la
seduzione e la manipolazione;
6. il conflitto tra gli adolescenti e i genitori corrisponde all’urto tra due
narcisismi; il genitore inconsciamente vede il proprio figlio come
un’estensione di sé, di conseguenza, egli desidera che il figlio rifletta quegli
aspetti di sé che gli piacciono e non gli altri. Se il figlio non riesce a
realizzare le sue aspettative, egli risente di una ferita al suo orgoglio;
7. la riattivazione, a livello inconscio, del complesso edipico e il rafforzamento
delle difese contro l’incesto, mediante proibizioni eccessivamente rigide,

68
Ibidem
28

gelosie, sorveglianze morbose e limitazioni alla libertà di movimento nello


spazio e nel tempo;
8. l’adolescenza dei figli risveglia anche nei genitori la propria adolescenza,
spesso con una identificazione a rovescio;
9. la gelosia, più o meno inconscia, dei genitori per la gioia, la vitalità e la
bellezza dei propri figli69.
Gli esiti dei conflitti tra i genitori e i figli possono essere alquanto
diversificati. In alcuni casi, i conflitti favoriscono la ristrutturazione delle relazioni
familiari su un piano di maggiore parità. In altri, essi possono suscitare
nell’adolescente sensi di colpa e di ansietà, provocando una regressione e un
abbandono degli sforzi per diventare autonomo. L’assenza di disturbi non è di per sé
un segno di sviluppo sano; può rappresentare l’infantilismo prolungato di un
adolescente che non vuol correre i rischi della crescita, o che si è passivamente
rassegnato davanti alle barriere violente, o ricattatrici, dei genitori.
La ribellione è il segno della ricerca dell’autonomia, non del raggiungimento di essa,
in quanto l’adolescente fa qualcosa solo perché non lo vogliono i genitori e non
perché gli piace, rimanendo di fatto dipendente da loro70.
In realtà, la condizione di dipendenza è indispensabile per il giovane, in
quanto fa evolvere l’adolescente verso la conquista della propria autonomia, ma
occorre che sia una “buona” dipendenza, ovvero essa ha funzione positiva solo se è
concepita dall’adulto e percepita dal ragazzo come una dipendenza temporanea71.
Tale dipendenza si distingue in fisica/materiale ed emotiva/affettiva; la prima si deve
superare – si risolve, si abbandona –, la seconda si deve trasformare in un rapporto
paritario tra individui adulti, conservando tutte le sue valenze affettive pregnanti –
dunque la dipendenza evolve e cambia la propria natura man mano che l’adolescente
cresce72.

69
Gérard Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, cit., cit.
70
Idem
71
Una “buona” dipendenza è, dunque, la condizione che permette all’adolescente di sviluppare e di
far maturare la capacità di elaborare una visione del mondo personale, e di agire coerentemente con
essa. Nello stesso tempo, l’adolescente deve continuare a sentire la presenza protettiva dell’adulto, il
suo incoraggiamento e la sua approvazione, cfr. Guido Burbatti, Ivana Castoldi, Il pianeta degli
adolescente, cit., pp. 155-173
72
Amare un figlio quando è bambino significa anche correggerlo, guidarlo, dargli le indicazioni;
amarlo quando è cresciuto significa invece rispettare la libertà delle sue scelte e la sua eventuale
diversità di vedute; cfr. Guido Burbatti, Ivana Castoldi, Il pianeta degli adolescente, cit., cit.
29

Esistono interconnessioni strette tra dipendenza fisica e autonomia; l’una non


esclude l’altra, in quanto l’autonomia non può realizzarsi pienamente anche se non si
è conseguita l’indipendenza materiale. Allo stesso modo, la dipendenza emotiva
dall’adulto non è in contraddizione con l’autonomia personale del figlio, anche se i
genitori talvolta utilizzano l’affetto per manipolare i figli, caricandoli di sensi di
colpa, al fine di tenerli legati a loro73.
Dipendere emotivamente dagli altri è una condizione del tutto normale, per
ogni individuo, giovane o adulto che sia. Non è incompatibile con l’autonomia, in
quanto essere autonomi non significa non amare o non essere amati, o non avere
bisogno degli altri. Essere indipendenti vuol dire acquisire e mantenere nel tempo la
capacità di cogliere ed esprimere liberamente le proprie esigenze, di avere una
progettualità individuale, di perseguire le proprie scelte, senza lasciarsi condizionare
dagli altri, nemmeno dalle persone che amiamo e che ci amano74.
Educare al riconoscimento e alla salvaguardia dei propri diritti va in parallelo con
l’accettazione e l’espletamento dei propri doveri e, quindi, con il rispetto dei diritti
altrui. Solo una persona realmente autonoma sa rispettare l’autonomia degli altri e ne
apprezza il valore75.
Tuttavia, a causa delle profonde trasformazioni a cui è stata ed è tuttora
sottoposta la famiglia, il senso di responsabilità viene unicamente inteso come
responsabilità verso se stessi e verso la promozione dei talenti e delle vocazioni
personali, poiché i contenuti della responsabilità personale non possono essere
ricercati né in un principio normativo prefissato dall’esterno, né in attributi
socialmente ascritti alle identità dei genitori76.

73
I genitori tendono a non educare all’autonomia e a incoraggiare una “cattiva” dipendenza. Hanno
bisogno di controllare, di sentirsi indispensabili ai figli, di creare in essi il bisogno della loro presenza.
È una logica di potere, fondata sui ricatti affettivi. Certamente, sono convinti di fare interventi
educativi, per il bene dei figli. In realtà, essi stessi hanno un problema di dipendenza dai figli e non
riescono a prenderne le distanze, a mettere dei confini; cfr. Guido Burbatti, Ivana Castoldi, Il pianeta
degli adolescente, cit., cit.
74
Gli adulti stabiliscono spesso, erroneamente, questa equazione: essere autonomi significa non avere
bisogno di nessuno, non amare, spezzare i legami affettivi. Oppure, in un’ottica moralistica, credono
che essere autonomi significhi fare quello che si vuole, non avere obblighi, rifiutare i propri doveri.
Per tale motivo, i genitori sono diffidenti di fronte alle manifestazioni di indipendenza dei ragazzi e
tendono a scoraggiarle; cfr. Guido Burbatti, Ivana Castoldi, Il pianeta degli adolescente, cit., cit.
75
Il senso di responsabilità, i legami affettivi, il rispetto degli altri e dei principi, che sono alla base di
ogni civile convivenza, non sono assolutamente in contraddizione con l’autonomia, anzi, vengono
rinforzati da quest’ultima; cfr. Guido Burbatti, Ivana Castoldi, Il pianeta degli adolescente, cit., cit.
76
Ciò significa che padri e madri non hanno a disposizione un principio di autorità già definito che li
renda autorevoli una volta per tutte nell’affrontare i passaggi delle loro relazioni con i figli; cfr. Lucio
Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., pp. 183-191
30

Gli uomini adulti che oggi si trovano a ricoprire il ruolo di padre avvertono e
sperimentano sulla loro pelle la crisi dell’autorità del padre. Il modello non arriva né
dalla società né dalla famiglia di origine, ma si apprende attraverso i valori femminili
e materni delle proprie compagne, o mogli, e ascoltando il proprio figlio77.
Il padre si è maternizzato, in quanto riconosce alla madre una maggiore competenza
nella gestione del mondo affettivo del figlio e nella soddisfazione dei suoi bisogni
profondi, e diventa un padre affettivo, empatico, cioè esperto nel sostenere la crescita
affettiva e relazionale del figlio, non solo più quella etica e normativa, in quanto è
più vicino emotivamente al figlio78.
Un altro modello di padre, ancora molto diffuso e tollerato dal nostro contesto
socioculturale, è quello di padre disertore. L’adolescenza del figlio non è di sua
competenza, perciò non è tenuto a interessarsene; ormai il figlio è grande e deve
accollarsi la responsabilità delle proprie scelte e dei propri errori. Il padre disertore
non si sente affatto in colpa di esserlo, è in ottima fede – se non lo fosse non
diserterebbe, ma sarebbe un padre presente, inetto, depresso e in colpa, perciò
insidioso per la crescita del figlio – e diserta perché la moglie non gli ha mai
presentato il figlio, ma è stato invitato silenziosamente a diventare padre, oppure
perché ha una difficoltà personale e soggettiva ad assumersi i doveri della paternità,
in quanto non riesce a provare il piacere di essere padre79.
Altre due nuove figure di padre possono essere quelle di padre debole80 e di
padre geloso81.

77
Il nuovo padre diventa il difensore dei diritti del figlio a essere se stesso e di poter esprimere la
propria indole, seguendo i propri tempi interni di maturazione e acquisizione di competenze sociali. Il
suo obiettivo utopico è quello di intercettare la vera natura del proprio bambino per poterlo aiutare a
realizzarla pienamente; cfr. Gustavo Pietropolli Charmet, I nuovi adolescenti, Milano, Raffaello
Cortina Editore, 2000, pp. 17-71
78
In passato, i padri nascevano culturalmente, finendo per essere lo specchio dei valori della loro
epoca; assumendo anzi come loro preciso compito quello di trasmettere i valori ai figli; cfr. Gustavo
Pietropolli Charmet, I nuovi adolescenti, cit., cit.
79
Idem
80
Il padre debole ha una presenza intrigante, contraddittoria e vagamente seduttiva. È ampiamente
presente sulla scena relazionale ed educativa dei figli, si occupa delle vicende domestiche, commenta
gli eventi ed esprime opinioni: appare, quindi, interessato e accudente, ma in realtà non è così. Il suo
interesse non è educativo e la sua presenza non esprime capacità di accadimento. Il padre debole ha
bisogno dei figli, della loro approvazione, del consenso della loro madre, cerca di rendersi interessante
poiché non è in grado di affrontare il conflitto e restare emotivamente solo. L’origine della debolezza
va ricercata nella reazione ideologica alla forza esagerata del padre di un tempo e si manifesta con
l’abolizione del potere della moglie, madre, togliendole il sostegno necessario e scalzandole il
prestigio, l’attendibilità e l’amabilità. Il padre debole combatte contro la moglie, corteggiando e
corrompendo i figli per averli come inconsapevoli alleati nella battaglia anacronistica contro l’autorità
della madre. Una volta adolescenti, i figli mettono a nudo la debolezza del padre e costringono la
madre a ricoprire il ruolo vacante di padre nella speranza di salvare il salvabile; cfr. Gustavo
Pietropolli Charmet, I nuovi adolescenti, cit., cit.
31

Nella giovinezza, la preoccupazione materna è relativa alla scelta del partner,


in quanto sostituto parentale e di soggetto destinato a prolungare nel tempo la sua
funzione di manutenzione della vita psichica del figlio. La qualità della relazione che
la madre offre è accogliente, con una certa tendenza alla cattura all’interno dello
spazio domestico e nella rete delle relazioni familiari. Inoltre, la madre inizia a
intravedere il progetto generativo del figlio: il passaggio del figlio dal ruolo di figlio
al ruolo di genitore82.
Il discorso sulla famiglia è difficile e complesso; difficile perché non vi è
univocità di ideologie che la riguardano, complesso perché vi sono modelli diversi di
strutture familiari e questo non solo in contesti etnici e culturali diversi, ma anche in
quelli sufficientemente omogenei per tradizione e per cultura83.
Dal secondo dopoguerra a oggi avvengono molteplici mutamenti nelle
strutture e nelle dimensioni della famiglia; si assiste a un aumento del numero delle
famiglie, superiore all’aumento della popolazione84; a una riduzione dell’ampiezza
della famiglia85; a una diversa distribuzione percentuale dei vari tipi di struttura
familiare – a favore di quelle nucleare-coniugale, unipersonale e monogenitoriale86.

81
Il padre geloso è un uomo che rimane uomo e basta, ma crede di essere padre in quanto esige che i
figli gli vogliano bene, lo rispettino e lo ammirino. L’origine della gelosia sta nel fatto che l’uomo
percepisce il ruolo genitoriale come la tomba della giovinezza, della prestanza, della libertà,
dell’avventura. Tra virilità e paternità, spesso, si stabilisce un conflitto, perché diventare padre implica
l’assunzione di un ruolo affettivo, il quale uccide la propria identità di genere. Pertanto, il padre
geloso recita la parte di padre, imparando le battute, le entrate e le uscite del padre convenzionale.
Quando poi il figlio diventa adolescente, il padre geloso finisce con il confessare, o direttamente o
attraverso qualche gesto, dimostrando che il figlio è figlio solo della madre, delle sue intollerabili
paure, insomma quanto sia diverso da lui e, quindi, disprezzabile. L’adolescenza è consumata a
combattere la gelosia del padre, talvolta, promuovendo progetti di vendetta che possono durare quanto
la vita stessa, poiché il padre costituisce un obiettivo identificatorio attorno al quale si strutturano
condotte sociali e sessuali superinvestite di affetti e di significati che garantiscono un profondo
sentimento di continuità del Sé; cfr. Gustavo Pietropolli Charmet, I nuovi adolescenti, cit., cit.
82
Nella giovinezza la questione fondamentale è l’inserimento del figlio all’interno di una relazione
affettiva profonda; cfr. Gustavo Pietropolli Charmet, I nuovi adolescenti, cit., cit.
83
L’eterosessualità non è più ritenuta essenziale e indiscutibile. Ancora, i genitori non ricoprono
necessariamente il ruolo di coniugi; cfr. Italo Carta, L’età inquieta, cit., pp. 71-91
84
Con l’allungamento della durata della vita e la riduzione delle nascite aumentano le famiglie
nucleari, soprattutto composte da una coppia di anziani, o da un anziano solo, rendendo evidente sia lo
squilibrio tra l’incremento della popolazione e l’aumento delle famiglie, sia la riduzione dell’ampiezza
delle famiglie; cfr. Chiara Saraceno, Manuela Naldini, Sociologia della famiglia, Bologna, Il mulino,
2001, pp. 15-58
85
La nuclearizzazione comporta una riduzione delle famiglie estese e segnala una modifica nel ciclo
di vita familiare: le coppie di giovani iniziano la propria storia familiare da sole, per conto proprio; le
coppie di anziani la terminano da sole – gli uomini la terminano più spesso in coppia; cfr. Chiara
Saraceno, Manuela Naldini, Sociologia della famiglia, cit., cit.
86
L’invecchiamento della popolazione produce una ripresa delle famiglie estese ricoabitanti, ovvero
due famiglie originariamente autonome si uniscono mettendo in moto processi di rinegoziazione dei
confini, spazi, ritmi del tempo, autorità – non più nella forma della coppia giovane che va a vivere con
i genitori, ma nella coppia di mezza età che accoglie un figlio adulto che ha terminato il proprio
matrimonio, o un genitore vedovo. L’instabilità coniugale – separazioni e divorzi – è un altro fattore
responsabile della diversificazione delle strutture familiari: famiglie nucleari diventano famiglie
32

Tali fenomeni sono la conseguenza sia di comportamenti individuali e familiari, sia


di processi demografici, diversi.
Al variare dei modi di formazione della famiglia corrisponde una
modificazione del tipo di famiglia, a seconda dell’età e della fase di vita: si ha un
aumento della permanenza dei figli in casa in connessione sia con l’incremento della
scolarità, sia con l’ingresso posticipato nel mercato del lavoro, sia con l’aumento
dell’età al matrimonio87. Inoltre, si sviluppano nuovi fenomeni complessi come il
pendolarismo familiare, in cui giovani e anziani mantengono la propria residenza
presso la casa dei genitori o dei figli, ma vivono stabilmente altrove.
In Italia, in particolare nelle grandi città del nord, si costituiscono nuove
forme familiari:
1. le famiglie unipersonali, dovute all’invecchiamento e all’aumento di persone
giovani/ adulte che vivono da sole;
2. le famiglie monogenitoriali, dovute alla rottura del matrimonio o alla
procreazione al di fuori del matrimonio;
3. le famiglie ricomposte/ ricostituite;
4. le coppie non coniugate, ovvero convivenze more uxorio.
Le famiglie monogenitoriali sono un fenomeno in crescita in tutti i paesi
sviluppati; in particolare è avvenuto un mutamento nei criteri per l’affidamento dei
figli, in quanto non si basa più sull’accertamento del colpevole della separazione, o
di chi ha i mezzi e più potere sociale, ma sul migliore interesse del figlio, e quindi sul
genitore più adatto alla cura e all’educazione – la conseguenza è un affidamento
quasi monopolistico alla madre, secondo la divisione tradizionale del lavoro
familiare, i modelli culturali di genere, i fenomeni di emancipazione e di
acquisizione di potere della donna nel conflitto coniugale e nelle negoziazioni
familiari88.
Nella famiglia ricomposta/ ricostituita almeno uno dei due coniugi proviene
da un matrimonio precedente. Se non ci sono figli, la struttura è simile a quella di

monogenitoriali, o unipersonali, o estese ricoabitanti, o ricomposte; cfr. Chiara Saraceno, Manuela


Naldini, Sociologia della famiglia, cit., cit.
87
Ciò che differenzia i paesi dell’Europa meridionale dagli altri è la motivazione dell’uscita dalla casa
dei genitori: al sud coincide con il matrimonio, negli altri paesi con il vivere per conto proprio, o
convivere. Queste differenze sono dovute ai diversi modelli culturali di famiglia e di responsabilità tra
le generazioni e alla presenza o meno delle politiche sociali di sostegno all’autonomia dei giovani; cfr.
Chiara Saraceno, Manuela Naldini, Sociologia della famiglia, cit., cit.
88
Idem
33

una nuova famiglia. Se ci sono figli, la struttura è complessa, perché la coppia


genitoriale e la coppia coniugale non coincidono, ma sono due nuclei differenti. La
stessa economia familiare può essere costruita entro un sistema di vincoli e risorse
che fanno riferimento a lealtà e obbligazioni familiari tipiche della coresidenza89.
La convivenza more uxorio è una forma di famiglia non legittimata dal
matrimonio, ma dalla scelta di vivere insieme. Occorre distinguere tra convivenze
eterosessuale e omosessuali: nelle prime è l’assenza di matrimonio a motivare i
giudizi di scarsa legittimità; mentre nelle seconde è il tipo di sessualità che contrasta
con ogni idea di famiglia – in quanto non generativa. In Italia, le convivenze
eterosessuali e omosessuali corrispondono ad una famiglia dal punto di vista
anagrafico solo se le persone risiedono sotto lo stesso tetto e sono iscritte nello stesso
stato di famiglia90.
Una forma alternativa di famiglia è la comune; non sono necessari né rapporti
di sesso né di sangue, è la semplice condivisione dello spazio abitativo per la
condivisione di un progetto di vita comune, fondato spesso sulla condivisione
economica e sullo scambio di forme di sostegno91.
Fino agli anni Sessanta, del secolo scorso, la rete parentale è un’importante
agenzia di mediazione sociale, una risorsa economico-sociale fondamentale per la
formazione e la sopravvivenza della singola famiglia. Oggi, la parentela non è più
definita da vincoli di solidarietà e di controllo, ma è delimitata dall’affettività, a sua
volta affidata alle scelte e alle affinità individuali. I tratti di doverosità sociale della
rete parentale si affievoliscono; i parenti, anche se sono dati, vengono scelti come
rapporto affettivo. È in questo affetto scambiato che si fonda ora la continuità delle
generazioni e dell’appartenenza a una parentela92.

89
Sorgono, così, nuovi problemi di confine tra famiglie; l’incertezza a nominare le nuove relazioni e a
definire lo spazio delle responsabilità e dei diritti reciproci indica la complessità delle dimensioni
coinvolte e segnala il lento processo di elaborazione sociale e culturale dei nuovi modelli relazionali
familiari; cfr. Chiara Saraceno, Manuela Naldini, Sociologia della famiglia, cit., cit.
90
Il riconoscimento anagrafico può avere delle conseguenze sul piano dell’accesso dei servizi alla
persona, del codice penale e del diritto assicurativo – non ha alcuna rilevanza in ambito di codice
civile, diritto ereditario e sistema pensionistico; cfr. Chiara Saraceno, Manuela Naldini, Sociologia
della famiglia, cit., cit.
91
Idem
92
In realtà, la famiglia nucleare non è effettivamente isolata e la parentela non perde totalmente di
importanza, semplicemente i rapporti acquisiscono un maggiore grado di libertà e di flessibilità. La
differenza non sta nel numero di parenti con cui la famiglia nucleare è in rapporto, ma sta nella
maggiore legittimità di scelta rispetto al “con chi” e “su quale piano” intrattenere rapporti e scambi;
cfr. Chiara Saraceno, Manuela Naldini, Sociologia della famiglia, cit., pp. 59-84
34

Per quanto concerne il matrimonio, centrale è l’ideologia dell’amore, in


quanto gli individui vengono socializzati a innamorarsi e a farsi guidare dall’amore
romantico nella scelta del coniuge. L’amore romantico modifica la relazione della
coppia, poiché porta con sé il germe dell’uguaglianza, originando un nuovo modello
matrimoniale, non più fusionale ma negoziale. L’obiettivo del matrimonio egualitario
non è di due farne uno, ma di uno più uno farne due; il rapporto di coppia è
continuamente costruito e riscritto nel tempo, secondo regole e stimoli che non
derivano solo dalle aspettative e dai comportamenti reciproci dei due coniugi, ma
anche dai mutamenti delle circostanze e delle responsabilità – dalla presenza di figli,
dall’esperienza di essere genitori, dalle vicende professionali, dalle circostanze
economiche – e dalle risorse esterne93.
Oggi, un figlio viene procreato solo se voluto, ovvero è percepito come un
valore e un bene in sé, in quanto individuo singolo e insostituibile, frutto di desiderio.
Un figlio deve dare piacere, pertanto è esposto al rischio di deludere le attese più
profonde dei genitori, nascoste dall’inconscio94.
Se i figli nascono solo quando sono desiderati, ogni figlio desiderato deve nascere.
Di conseguenza, la sterilità non è più accettata, perché non consente di dare esito al
desiderio, alla scelta, che proprio perché opzionale, non necessaria, una volta
compiuta deve essere realizzata95.
Il numero sempre più ridotto di figli ha degli effetti sulla crescita e sulla vita
dei figli stessi, in quanto si sperimenta l’unicità della propria età e della posizione
nella propria famiglia, senza possibilità di confrontarsi con chi è più grande o
piccolo, senza poter imparare dalle esperienze dei fratelli, in quanto si hanno meno
intermediari a separarli dai genitori e, di conseguenza, a proteggere gli uni dagli altri.

93
L’amore romantico determina alcune conseguenze sulla struttura delle relazioni sociali e di
parentela: 1) la coppia può concentrarsi maggiormente sul proprio rapporto, fondato sulla parità e
sulla reciprocità a livello affettivo, ma esiste una subalternità di interessi e un’asimmetria di potere tra
i due sessi, in quanto solo l’uomo può affermarsi nel mondo del lavoro, mentre la donna è subordinata
al ruolo di moglie; 2) sposarsi per amore, cioè la scelta libera e autonoma del partner, fornisce il
codice legittimo e consensuale della separazione e l’autonomizzazione dai propri genitori, costituendo
un nuovo rito di passaggio all’età adulta; 3) l’amore è il rafforzamento della libertà concessa ai
giovani e agli adolescenti, fornendo il codice simbolico del conflitto tra generazioni rispetto al
mutamento sociale e dei rapporti di potere; cfr. Chiara Saraceno, Manuela Naldini, Sociologia della
famiglia, cit., pp. 85-122
94
La morte di un figlio è ingiusta; un figlio è insostituibile. Siamo meno preparati alla morte fuori
dall’età anziana, perché consideriamo il figlio un progetto di vita per sé e per i genitori, realizzato solo
con la maturità e la vecchiaia. Pertanto la morte precoce appare come un’interruzione di un percorso e
non come un percorso concluso; cfr. Chiara Saraceno, Manuela Naldini, Sociologia della famiglia,
cit., pp. 123-171
95
La ridefinizione di procreazione, da responsabilità a desiderio, crea due figure: sterili per scelta e
genitori ad ogni costo; cfr. Chiara Saraceno, Manuela Naldini, Sociologia della famiglia, cit., cit.
35

Entro la parentela, invece, è possibile sperimentare ed entrare in relazione con


differenti posizioni generazionali, quali nonni e bisnonni96.
Dunque, la famiglia con uno o due figli tende a ridefinire le figure genitoriali
in se stesse e nel loro rapporto reciproco: si trasforma il ruolo della madre, in quanto
non c’è più la sostituzione del tempo liberato dalla procreazione con il tempo
materno delle cure e dell’educazione. Le attività di procreazione, di allevamento e di
educazione dei figli occupano uno spazio più breve nella vita della madre, quindi la
dimensione materna non è più l’unica o prevalente, ma la donna sperimenta la nuova
fase del nido vuoto. Anche la paternità è coinvolta da questo processo di
trasformazione dei rapporti generazionali: sono rivendicate, soprattutto dai padri più
giovani, più istruiti, che vivono in città, le attività di cura e di rapporto con i figli e
grazie ad alcune modifiche culturali, come la preparazione al parto e la presenza
durante il parto stesso, e legislative, quali i congedi di paternità, i padri sono più
coinvolti nell’espressione dell’affettività nei confronti dei figli97.
L’ingresso del figlio nelle problematiche adolescenziali comporta un riassetto
della posizione della madre rispetto al proprio ruolo; nell’adolescenza, il figlio ha
acquisito la propria definitiva identità di genere e riformula con la madre un livello di
autonomia maggiore rispetto alla fase precedente. La nuova madre assume
atteggiamenti curiosi e tolleranti nei confronti delle mode e degli idoli del figlio, ma
si preoccupa che la cultura e i valori perseguiti da quest’ultimo non siano fonte di
condotte sociali rischiose o, addirittura, di comportamenti patologici98.
Il distacco progressivo del figlio dalla madre comporta un complicato
processo di elaborazione del lutto per la perdita di prestigio dei valori materni, in
quanto la madre rischia di sentirsi svuotata e confusa, a causa degli atteggiamenti
polemici e ingrati del figlio99. L’adolescente ha bisogno di aumentare le distanze
emozionali dalla madre; momento di transizione critico è proprio il distacco dei figli
dalla famiglia di origine e l’ingresso di questi all’età adulta.

96
Idem
97
Ibidem
98
Nell’adolescenza la problematica principale riguarda la presentazione e la realizzazione sociale del
figlio, in particolare all’interno del gruppo amicale; cfr. Gustavo Pietropolli Charmet, I nuovi
adolescenti, cit., cit.
99
La madre deve assumere la funzione di presentazione delle nuove dotazioni del corpo al figlio,
festeggiando l’evento biologico e accogliendo la trasformazione e le conseguenti emozioni
dell’adolescente, affinché apprenda il nuovo significato affettivo, simbolico e relazionale di tali
dotazioni; cfr. Gustavo Pietropolli Charmet, I nuovi adolescenti, cit., cit.
36

I genitori devono traghettare i giovani figli nella condizione adulta attraverso


l’individuazione correlata, o la differenziazione reciproca, tra le due generazioni. Ciò
comporta una diminuzione del controllo, da parte dei genitori nei confronti dei figli,
e un aumento di apertura comunicativa e di supporto. I genitori e i figli hanno
percezioni comuni e condivise e traggono un reciproco vantaggio relazionale – i
giovani sperimentano la giusta dose di autonomia, mentre i genitori evitano la
solitudine, svolgono un ruolo centrale e si identificano con i figli, i quali
rappresentano libertà e dialogo100.
Il prolungamento della fase della giovinezza può rappresentare un pericolo
per la costruzione dell’identità dei figli, in quanto ne ritarda la trasformazione in
adulto e crea una condizione di stallo intergenerazionale. I giovani sono ancora
appiatiti sull’identità filiare e gli adulti sulla loro identità genitoriale.
I genitori non devono solo sostenere i figli, ma devono entrare in competizione con
loro, favorendone l’ingresso nell’ambito lavorativo e sociale, mediante un passaggio
di consegne. La famiglia di origine deve ritirarsi da una posizione di centralità e di
autonomia relazionale, sociale, al fine di riconoscere i figli come capofila
generazionale, in quanto, a loro volta, si assumono la responsabilità dell’esercizio di
cura101.
Dunque, i confini di età, all’interno della famiglia, diventano sempre più
confusi: sono possibili molti incroci che costringono i genitori e i figli a negoziare
continuamente una definizione dei reciproci diritti e doveri e, prima ancora, delle
rispettive aspettative. La famiglia diventa una comunità di adulti, o di adulti con
quasi adulti, ai quali sono riconosciuti ampi gradi di autonomia, senza un chiaro e
legittimo modello di autorità, entro rapporti di dipendenza economica. Si parla di
famiglia lunga del giovane adulto; non è una necessità, è una mutua convivenza
affettiva e pratica in cui ai genitori fa piacere avere ancora attorno i propri figli e i
figli trovano comodo e rassicurante continuare a vivere in una casa in cui hanno
molte libertà e servizi e poche responsabilità102.

100
Eugenia Scabini, Raffaella Iafrate, Psicologia dei legami familiari, Bologna, Il Mulino, 2003, pp.
147-174
101
Idem
102
In Italia solo l’esistenza di conflitti o di repressioni porta a uscire di casa. Negli altri paesi, invece,
è il raggiungimento di una soglia d’età a motivare aspettative e richieste di autonomia, da parte dei
figli e dei genitori; cfr. Chiara Saraceno, Manuela Naldini, Sociologia della famiglia, cit., cit.
37

1.1.3. Le trasformazioni sociali

Si assiste a un passaggio della famiglia attuale dai valori e dai comportamenti,


caratterizzanti la famiglia etica, verso valori e stili che costituiscono lo statuto della
nuova famiglia affettiva.
Ciò significa che i nuovi genitori trasmettono amore più che regole, poiché ispirati a
farsi obbedire per amore e non per paura delle sanzioni, piegandosi nei confronti del
figlio al fine di ricercare la sua vocazione e il suo talento anziché trasmettere
rappresentazioni precostituite di ciò che deve essere, o apprestarsi a diventare103.
Dunque, i nuovi figli affrontano il difficile processo adolescenziale con una modesta
esperienza di dolore e di frustrazione alle spalle; ciò contribuisce a innescare quei
fenomeni di intolleranza nei confronti del dolore mentale che caratterizza
l’adolescenza attuale e promuove quei comportamenti anestetici che li
caratterizzano104.
Si assiste a un processo di globalizzazione dei comportamenti sociali e
culturali, in quanto si susseguono rilevanti trasformazioni antropologico-culturali e
socio-relazionali, le quali influenzano il processo di sviluppo dei nuovi
adolescenti105:
1. l’individuo diventa libero, frammentato, incerto, irresponsabile;
2. il rischio è accettato come condizione per essere individui;
3. si sviluppa un’assoluta deprivazione relativa del consumatore;
4. il viaggio e l’altrove sono esaltati;
5. il rischio è percepito come scelta di esistere;
6. si assiste alla crisi della legalità;
7. la violenza diventa un mezzo di comunicazione e di soluzione dei conflitti;
8. il rischio è riconosciuto come un destino obbligato, o una condanna.
1. L’individuo diventa libero, frammentato, incerto, irresponsabile.
Due tratti definiscono l’uomo contemporaneo: le azioni orientate in senso
aggressivo nei confronti degli altri e dell’ambiente; il sentimento di perenne
insoddisfazione, smarrimento e crisi d’identità.

103
La famiglia affettiva vuole dei figli felici e tale fine viene perseguito abbassando il tasso di dolore
mentale che la coppia genitoriale pensa si possa somministrare al figlio a scopo educativo; cfr.
Gustavo Pietropolli Charmet, I nuovi adolescenti, cit., cit.
104
Noia e tristezza sostituiscono rabbia e sentimento di colpa, ridefinendo l’adolescenza in termini
narcisistici e depressivi; cfr. Gustavo Pietropolli Charmet, I nuovi adolescenti, cit., cit.
105
Franco Prina, Devianza e politiche di controllo, Roma, Carocci Editore, 2003, pp. 17-71
38

Il primo tratto caratterizzante è l’essere libero e indipendente. La libertà individuale


diventa la maggiore risorsa del continuo processo di autocreazione, ma è anche
sinonimo di egoismo, ovvero l’individuo diventa titolare di diritti assoluti e si
relaziona solo a partire da calcoli di utilità, senza doveri.
L’uomo diventa poco consapevole di sé e del significato delle proprie azioni. È
incapace di prefigurare le conseguenze delle proprie azioni; è irresponsabile.
L’identità è sempre un progetto irrealizzato; la sua realizzazione non può mai essere
compiuta, perciò diventa una regola la costante forzatura di ogni limite106.
Il secondo tratto caratterizzante è la pluralizzazione e l’autonomizzazione delle sfere
di vita – lavorativa, familiare, amicale, religiosa – in cui ognuno è immerso.
La pluralizzazione è una conseguenza dell’aumento della potenzialità di
autorealizzazione dovuto allo sviluppo delle opportunità di conoscenza e di
comunicazione, all’enfasi sui diritti civili e sulle libertà personali, alla scelta delle
relazioni affettive e alla possibilità di partecipare a reti relazionali e associative.
Alla pluralizzazione si collega il concetto di eccedenza – di stimoli, di informazioni e
di possibilità – dal quale derivano smarrimento e problemi di orientamento, a causa
di stimoli e messaggi che sollecitano costantemente il rinnovo delle proprie scelte.
Avere molte possibilità è sia una ricchezza che una sfida, un rischio, che rende
fragile l’identità, in quanto il vissuto è costantemente chiamato in causa per valutare
la congruenza tra le scelte, i desideri e le aspirazioni dei gruppi sociali di
riferimento107.
2. Il rischio è accettato come condizione per essere individui.
Il rischio è un elemento costitutivo della normalità, delle reazioni istituzionali
e dei comportamenti accettabili e non. Nulla è più garantito, perciò solo
nell’accettazione dell’azzardo e delle sfide rischiose si possono trovare occasioni di
successo. L’uomo è sempre pervaso dal dubbio su quale sia la scelta giusta per
realizzarsi, a causa dell’eccedenza di risorse e possibilità, e l’identità è il frutto di un
lavoro incessante su di sé e sul contesto, perciò i rischi di fallimento sono altissimi. Il
fallimento diventa il risultato di una inadeguatezza individuale, un nemico privato
dal quale difendersi in solitudine, ricorrendo al mercato, mediante terapie e

106
Gli aspetti costitutivi del primo tratto sono il desiderio di liberarsi dagli oneri della responsabilità, il
desiderio di immediata gratificazione e l’individualismo possessivo svincolato da scopi e limiti; cfr.
Franco Prina, Devianza e politiche di controllo, cit., cit.
107
L’esito finale, che dipende dalle risorse di identificazione e di realizzazione, è un profondo
disorientamento, un bisogno di confini e di spazi personali, una deprivazione culturale; cfr. Franco
Prina, Devianza e politiche di controllo, cit., cit.
39

automedicazioni, o aggregandosi con altri che vivono lo stesso fallimento, al fine di


cercare un caprio espiatorio108.
3. Si sviluppa un’assoluta deprivazione relativa del consumatore.
Nonostante l’individuo sia assolutamente libero di fare e di essere qualsiasi
cosa ha un limite: quello di essere un consumatore. La libertà è condizionata, cioè si
è liberi solo nella misura in cui si è disposti a sottomettersi al consumo. L’uomo
sceglie tra possibilità infinite come consumatore con il dilemma della priorità.
Il consumo è fondato su desideri illimitati, avulsi dai bisogni, di oggetti e di
relazioni, in quanto se ne ha un accesso illimitato.
La deprivazione relativa109 diventa assoluta, poiché talmente forte da far perdere il
senso delle proporzioni, da riprodursi incessantemente e da costituire comportamenti
devianti, orientati al possesso. L’orizzonte di senso dei giovani si restringe e coincide
con la gratificazione personale, basata su nuovi sentimenti: l’ubiquità, grazie ai nuovi
mezzi veloci; la comunicazione continua, grazie a internet; la perdita del limite;
l’onnipotenza individuale110.
4. Il viaggio e l’altrove sono esaltati.
Il viaggio, inteso come cammino virtuale produce nuovi legami, fonda
comunità transnazionali e separa la dimensione geografica da quella sociale, ovvero
scinde il vivere dal lavorare insieme. Le comunità globali, create attraverso i nuovi
media elettronici, contribuiscono al mutamento – le distanze virtuali non esistono e le
distanze reali sono superabili – della dimensione dell’intersoggettività.
I comportamenti un tempo marginali o rifiutati, come il nomadismo, oggi sono
esaltati poiché l’individuo può cogliere possibilità solo se non è vincolato da legami
fissi. In realtà, l’essere sempre altrove per l’infinita pluralità di scelte appartiene più
all’immaginario che alla realtà, in quanto l’individuo è saldamente ancorato
all’immediatezza e alla prossimità dell’esperienza corporea, ovvero vive una

108
Ciò comporta tre conseguenze: la perdita di attenzione per le conseguenze sul destino altrui; la
diffusione della percezione di inadeguatezza e/o insostenibilità del fallimento; la giustificazione di
reazioni sociali e istituzionali che enfatizzano la responsabilità individuale di chi sbaglia, o non è al
passo con i tempi; cfr. Franco Prina, Devianza e politiche di controllo, cit., cit.
109
La deprivazione relativa emerge dall’importanza dei consumi, in quanto offrono piacere – il
consumatore è un raccoglitore di sensazioni, è un collezionista di piaceri –, e dai tempi di
soddisfazione – la produzione di beni, di servizi e di messaggi riproducono incessanti desideri senza
limiti e senza che il consumatore perda tempo nell’attesa tra formulazione del desiderio e la
soddisfazione di quest’ultimo; cfr. Franco Prina, Devianza e politiche di controllo, cit., cit.
110
La condizione ideale dell’iperconsumo è la solitudine, percepita da molti giovani, ma nascosta
dietro l’apparente capacità di aggregazione, dovuta all’abitudine a sequenze di causa-effetto senza
tempi di attesa. Ciò comporta due conseguenze: l’impossibilità di accumulare relazioni; la
predisposizione al conflitto; cfr. Franco Prina, Devianza e politiche di controllo, cit., cit.
40

tensione tra la natura corporea, con i suoi limiti – spazio e tempo – e la tecnologia
che permette di superarli. Inoltre, non tutti gli individui possono essere consumatori,
perché non tutti hanno i mezzi per avvicinarsi a ciò che si desidera.
Ai limiti naturali si aggiungono i limiti connessi alla collocazione sociale e
geografica e alle disuguaglianze di accesso alle risorse economiche, sociali e
culturali; pertanto, i processi di globalizzazione non hanno conseguenze univoche:
alcuni regalano libertà, altri accentuano la sofferenza e la privazione111.
5. Il rischio è percepito come scelta di esistere.
Il rischio diventa una forma di ricerca per uscire dalla routine, per trovare un
senso al vivere, per gridare a sé e agli altri la propria esistenze e il proprio malessere.
Il rischio non è solo un destino obbligato dalla società moderna, ma è una scelta, più
o meno consapevole, di assumere una condizione eccitante.
Il rischio si esprime nella forzatura dei limiti, imposti dalla quotidianità, all’interno
delle sfide volontariamente affrontate, per sentirsi e per apparire forti e diversi nei
consumi, nei riti e nelle modalità di comunicazione – come l’anoressia o il suicidio.
Gli individui costruiscono la propria identità attraverso il viaggio – inteso come
ricerca di assaporare sensazioni che diano senso all’esistere fuori dalla routine e dalle
incombenze quotidiane, come ricerca dell’imprevisto, della libertà, del mettersi in
gioco e dell’aprirsi a nuove possibilità – e la ricerca di avventura – lo spaesamento
totale garantisce emozioni profonde, rappresenta una prova spirituale, il cui valore
sta nella vertigine e nell’angoscia, derivanti dall’essere privi di tutte le protezioni del
mondo addomesticato.
La ricerca del rischio è la voglia di accesso alla mitologia, in quanto la sfida del
pericolo e della morte sono l’unico modo per dare senso e valore all’esistenza.
Gli adolescenti e i giovani hanno perso il senso dell’età di passaggio; sono venuti
meno i riti collettivi riconoscibili e riconosciuti che segnavano le tappe evolutive,
perciò ricercano il rischio per ricercare il senso della vita, per conoscersi e
differenziarsi. La prova di coraggio significa ricerca del brivido e tentativo di uscire
dalla noia e dalla monotonia della quotidianità per accedere alla visibilità, alla fama,
alla riconoscibilità e alla ribalta mediatica112.

111
L’annullamento tecnologico delle distanze spazio-temporali emancipa alcuni individui dai vincoli
territoriali, ma priva il territorio del suo significato e della sua capacità di attribuire identità; cfr.
Franco Prina, Devianza e politiche di controllo, cit., cit.
112
Anche i confini della ricerca sono definiti dal consumo, perché rende il rischio relativo, monetizza
eventuali danni, rende visibile il protagonista. Si può parlare di rischio “alla carta”, ovvero si sceglie
un’avventura al fine di ricercare luoghi e scenari di azione in cui attivare aspetti occulti o inattivi del
41

6. Si assiste alla crisi della legalità.


La crisi della legalità è generata dalle nuove ideologie che accorciano
bruscamente la durata media delle regole e che fanno dipendere il successo dalla
velocità con cui ci si sbarazza delle vecchie abitudini, al fine di evitare ogni
costrizione morale o normativa.
Le norme sono percepite come un intralcio alla propria affermazione, in quanto
prevalgono il culto della forza e le procedure di autoassoluzione, attraverso lo
scaricamento del senso di colpa alla collettività.
Il crimine è percepito come un illecito di mera trasgressione, svuotato di riferimenti
al disvalore dei fatti e alle loro conseguenze dannose, od offensive, nei confronti
delle vittime.
Il reato diventa un atto, o un insieme di atti, che la società riconosce come antisociale
solo dopo averne percepito l’esistenza e la pericolosità.
Nessun comportamento può essere considerato un male in sé, un crimine assoluto,
ma tutto è possibile. Dunque, la legalità entra in crisi e si diffonde l’illegalità come
modalità di comportamento normale. L’illegalità è aumentata dall’esaltazione
dell’autonomia di scelta da parte del privato cittadino, dalle procedure di
autoassoluzione, dalla legittimazione di disobbedire alle leggi, percepite come
ingiuste, e dall’accentuazione dei diritti113.
7. La violenza diventa un mezzo di comunicazione e di soluzione dei conflitti.
Da sempre, la violenza fisica di tipo interpersonale è l’unica forma di
violenza a suscitare preoccupazione, allarme sociale e reazione di repressione, in
quanto non ha connessione con il normale funzionamento della società.
Lo studio sulla violenza quotidiana permette di:
- capire come molte violenze interpersonali siano risultato di una violenza
strutturale, ovvero di una violenza esercitata da chi ha potere economico e
politico e dispone, a suo piacimento, di chi, da quel potere, dipende per
sopravvivere;

proprio carattere, poiché un atteggiamento prudenziale depriva l’individuo di accedere a una serie di
informazioni su se stesso e sulla propria personalità; cfr. Franco Prina, Devianza e politiche di
controllo, cit., cit.
113
L’atteggiamento culturale complessivo è di relativismo morale, ovvero i sistemi di significato sono
relativizzati in rapporto al presente con alla base una morale del compromesso che dà luogo ad
atteggiamenti permissivi nei confronti della trasgressione giustificata, poiché esprime soggettività,
particolarità individuale, soddisfazione personale e realizzazione dell’Io; cfr. Franco Prina, Devianza e
politiche di controllo, cit., cit.
42

- riconoscere il ruolo e l’impatto della violenza simbolica, ossia l’imposizione


arbitraria di categorie di pensiero, orientamenti di valore, azioni funzionali
agli interessi dominanti, occultando i rapporti di forza che sono al loro
fondamento;
- fare luce sulla violenza istituzionale, in quanto le istituzioni impongono la
loro forza normativa attraverso strumenti di negazione e di contrasto.
Queste forme di violenza si rinnovano, diventando meno visibili, più nascoste, e si
estendono per effetto della privatizzazione delle istituzioni, della deregolamentazione
dell’economia, dell’impossibilità di realizzare pienamente l’identità e della crisi della
legalità.
La violenza dei giovani è lo specchio degli adulti, in quanto questi ultimi
propongono modelli di comportamento violenti al fine di ottenere successo.
Propongono modelli di rappresentazione del sé come Io onnipotente, titolare di diritti
privi di limiti, e doveri sociali e relazionali accettabili solo in una logica di profitto
individuale. L’altro è percepito come meritevole di considerazione solo se
strumentale ai propri fini, ma assente come persona titolare di diritti di tutela e di
rispetto. Si interiorizza l’idea di violenza come mezzo normale di relazione, come
strumento ordinario di soluzione di problemi a causa dell’influenza delle
rappresentazioni mediatiche di violenza che desensibilizzano le conseguenze reali
sulle vittime. Si interiorizza l’inevitabilità della violenza come unico modo per
affrontare i conflitti114.
8. Il rischio è riconosciuto come un destino obbligato, o una condanna.
Il rischio come destino obbligato, o condanna, è il rischio degli esclusi, di
coloro che vivono in situazioni non accettabili dal punto di vista relazionale o
materiale, costretti in una condizione di marginalità a causa dell’assenza di risorse e
di alternative, esposti a rotture ripetute e traumatiche.
Oggi sono gli stranieri a essere condannati, indipendentemente dalla loro specifica
situazione, poiché, nonostante abbiano un lavoro, vedono continuamente messi in
discussione i propri diritti e si percepiscono precariamente integrati, in quanto
sottoposti a sfruttamento pur di essere inclusi nel nuovo contesto. Sono condannati a
diventare caprio espiatorio, nemico conveniente, verso il quale la maggioranza dei

114
La violenza diventa un forma di affermazione di un sé che si sente minacciato, o che la considera
normale strumento di regolazione dei conflitti – l’aggressività diventa la modalità più coerente di
relazione; cfr. Franco Prina, Devianza e politiche di controllo, cit., cit.
43

cittadini riversa le frustrazioni e l’infelicità per la condizione di incertezza e di


disagio vissuti.
Gli stranieri diventano i destinatari della rabbia di chi si sente debole, di chi non ha la
possibilità di scegliere, di chi è imprigionato in un contesto senza uscita, di chi non
ha potere. Chi assume il ruolo di caprio espiatorio finisce con il reagire in modo
rabbioso, violento, concitato, confuso e selvaggio, perché l’aggressività è un
tentativo per rendersi visibili ed è una modalità di ribellione al non riconoscimento
della dignità e dei diritti115.
Esaminando le quattro grandi aree della vita – le condizioni di vita, i rapporti
sociali, la cultura e la comunicazione – si conferma la scomparsa del benessere
sociale e la nascita di nuovi rischi, causati dalla crisi del welfare state e dalla nuova
era della globalizzazione planetaria116.
Essendo le nuove condizioni di vita più mobili, dinamiche e complesse, il welfare
state diventa obsoleto e inadeguato, poiché fondato su principi di tipo difensivo e
compensativo – quali la sicurezza, la protezione, la tutela, la prevenzione, la garanzia
dei diritti, dell’uguaglianza, della dignità e dell’inclusione – e viene sostituito dal
wellness, ovvero avanzamento sociale finalizzato a diventare flessibili, adeguati,
pronti, appetibili e competitivi, non solo con il corpo ma anche con la mente117.
Il nuovo clima sociale, dei paesi globalizzati, è caratterizzato dalla flessibilità, dalla
mobilità, dalla velocità, dal cambiamento e dal rischio, giustificati a livello
economico e organizzativo, ma pericolosi a livello personale, poiché possono essere

115
Tutti gli stranieri sperimentano modalità relazionali difficili e minacciose, poiché percepiscono
quotidianamente rifiuto e sopportazione. La condanna a una vita rischiosa amplifica la gravità delle
problematiche e della vulnerabilità. Gli stranieri creano problemi, non perché diversi, ma perché
cercano di essere uguali, spinti dalla ricerca di omologazione dei modelli di comportamento e di
consumo occidentali. I paesi occidentali considerano la manodopera degli stranieri indispensabile, in
quanto per guadagnare di più hanno bisogno di manodopera docile, altamente flessibile e disposta ad
accettare condizioni di sfruttamento. La condizione di clandestinità è funzionale all’economia
globalizzata, poiché garantisce la permanenza di soggetti deboli, ricattabili e con pretese limitate; cfr.
Franco Prina, Devianza e politiche di controllo, cit., cit.
116
Mentre nel welfare state il benessere individuale è strettamente dipendente da quello collettivo,
nell’era planetaria il benessere individuale diventa concorrenziale rispetto a quello collettivo, perché
per poter raggiungere una posizione sociale privilegiata, godere di vantaggi, differenziarsi, essere
visibili e avere successo il benessere collettivo deve essere trascurato; cfr. Marco Ingrosso, La
scomparsa del benessere sociale. Riflessione per pensarlo e promuoverlo, in “Animazione Sociale”,
n. 3, marzo 2003, pp. 19-28
117
L’altro diventa concorrente (sfuggente), estraneo (non conosciuto), straniero (non appartenente),
mobile (non radicato), flessibile (non legato a modi di vita prefissati), diverso (habitat culturale non
condiviso); cfr. Marco Ingrosso, La scomparsa del benessere sociale. Riflessione per pensarlo e
promuoverlo, cit., cit.
44

fonte di paura, stress, ansia, incertezza, tensione e conflitto118.


Non tutti i problemi si riconducono alla globalizzazione; altri fattori influenzano la
polarizzazione e l’esclusione di chi non è adatto e non dispone di risorse personali e
collettive, da chi possiede risorse e capacità spendibili:
1. i mutamenti relazionali;
2. l’iperinformazione e la perdita di capacità comunicativa;
3. i rapporti/conflitti culturali.
I processi di individualizzazione mutano, assumendo un’ambivalenza:
indicano sia la centralità dell’individuo sia l’instabilità dei rapporti e la criticità della
costruzione di identità. L’individualizzazione comporta l’abbandono o la perdita di
riferimenti, la necessità di scelta e l’emergere di nuovi controlli a carico degli
individui, instaurando una presa diretta tra processi individuali e sociali, senza una
mediazione, comportando il rischio latente di problemi di identità, di orientamento,
di controllo e di disuguaglianze di accesso alle risorse di individuazione119.
Anche i processi di integrazione mutano, poiché molti dei contesti tradizionali di
inclusione e di appartenenza sono messi in crisi; dunque, i problemi di integrazione
sono visti come resistenze all’abbandono dei vecchi meccanismi di sicurezza, o come
conflitti verso i nuovi pretendenti ai benefici di cittadinanza120.
A causa dell’avvento della società dell’informazione e della diffusione di
tecnologie multimediali si creano nuovi modi di pensare, di conoscere e di
comunicare, riorganizzando i sistemi formativi ed educativi121.

118
Nonostante la maggior parte della popolazione sia abituata a eventi stressanti e rischiosi quotidiani,
si manifestano malesseri e patologie individuali di origine sociale, creando una nuova categoria di
persone, dette inadatte, cioè ritenute, o che si ritengono, incapaci di fronteggiare le modalità del
cambiamento poiché si sentono schiacciate dalle richieste pressanti della flessibilità,
dell’adeguamento e della velocizzazione della vita lavorativa e familiare; cfr. Marco Ingrosso, La
scomparsa del benessere sociale. Riflessione per pensarlo e promuoverlo, cit., cit.
119
Individuazione significa crescita potenziale di autonomia e di riflessività, cioè crescita della
capacità e della potenzialità di far fronte alle difficoltà e agli imprevisti attraverso un’interrelazione
adattiva, ovvero mediante una trasformazione continua ma con mantenimento di un orientamento
definito e stabile. Anche i processi di integrazione mutano, perché molti dei contesti tradizionali di
inclusione e di appartenenza sono stati messi in crisi.; cfr. Marco Ingrosso, La scomparsa del
benessere sociale. Riflessione per pensarlo e promuoverlo, cit., cit.
120
Avviene un deficit di integrazione insieme a un’integrazione incompiuta, ovvero nuovi rischi e
nuovi bisogni; cfr. Marco Ingrosso, La scomparsa del benessere sociale. Riflessione per pensarlo e
promuoverlo, cit., cit.
121
Fin dai primi anni delle scuole elementari, i giovani sono considerati “capitale umano” in
formazione, capaci di incamerare più informazioni possibili e di sviluppare abilità fondamentali per
diventare buoni utilizzatori e ricercatori fino a processare e produrre nuove informazioni. In seguito si
passa a una formazione ricorrente al fine di perseguire un autoaggiornamento permanente durante
tutto il corso di vita, in modo da mantenere gli individui in sintonia con le trasformazioni delle
tecnologie e delle loro ricadute applicative. Ma la formazione scolastica non è disponibile per tutti e
produce insufficienza cognitiva e insicurezza da obsolescenza formativa; cfr. Marco Ingrosso, La
scomparsa del benessere sociale. Riflessione per pensarlo e promuoverlo, cit., cit.
45

La multimedializzazione comporta un’esposizione alle informazioni, rivolta sia agli


adulti che ai bambini, molto più ampia e inevitabile, provocando un’overdose
informativa e una vulnerabilità cognitiva, poiché la maggior parte delle persone non
dispone né del tempo né degli strumenti per percepire tali informazioni122.
L’iperinformazione produce la perdita di capacità comunicativa e di trasparenza,
perché le informazioni non sono più intellegibili, ma creano incomprensioni,
equivoci e perdite contenutive a causa dei contesti e dei processi differenti, da cui si
originano, e dell’assenza di quadri di riferimento condivisi123.
Per quanto concerne i rapporti/conflitti culturali, questi si creano poiché ciò
che è nuovo comporta molti rischi, senza precedenti e senza esito garantito, in quanto
non esiste un soggetto, capace di garantire l’unificazione delle differenze, e
l’interdipendenza globale moltiplica gli effetti degli eventi locali. I conflitti culturali
producono malesseri reali, perché generano paure, timori, diffidenze e sofferenze, in
quanto vengono minacciate dimensioni ritenute vitali124.
Il progresso scientifico e tecnologico, che l’uomo ha realizzato negli ultimi
cinquant’anni, conferisce un carattere di eccezionalità a questo nostro momento
storico. Oggi, l’uomo ha un potere sulle cose del mondo che prima era prerogativa
esclusiva della natura, o della fede nelle diverse religioni.
La nostra ricettività nei confronti delle miriadi di informazioni che ci provengono dal
cosmo si è molto più dilatata e disponiamo di modelli scientifici che ci informano
sempre più fedelmente di ciò che accade nella realtà125.

122
La cultura di massa si moltiplica in vari canali, come quelli interattivi, producendo
un’omogeneizzazione differenziata, cioè una combinazione di individualizzazione e di esposizione
alle informazioni che utilizza tutti i canali da assediare il consumatore, causando anonimato, non
protagonismo, non successo, non attenzione e visibilità; cfr. Marco Ingrosso, La scomparsa del
benessere sociale. Riflessione per pensarlo e promuoverlo, cit., cit.
123
Il deficit di organizzazione e l’eccesso di informazione producono stress, disorientamento e
isolamento; cfr. Marco Ingrosso, La scomparsa del benessere sociale. Riflessione per pensarlo e
promuoverlo, cit., cit.
124
Esistono due tipi di conflitti: la xenofilia, fondata su una visione policentrica e aperta, e la
xenofobia, basata su una visione etnocentrica e difensiva. Paradossalmente, la xenofilia è simile alla
xenofobia in quanto mossa anch’essa dall’avversione per l’altro. Nella xenofilia si attiva un’invidia
mimetica attraverso cui i residenti vogliono per sé l’attenzione che, immeritatamente, l’altro riceve
pur essendo appena arrivato ed estraneo, producendo frustrazione, risentimento e aggressività; cfr.
Marco Ingrosso, La scomparsa del benessere sociale. Riflessione per pensarlo e promuoverlo, cit., cit.
125
L’avvento dell’era tecnologica-scientifica non necessariamente demolisce e svuota di contenuto
quello che l’uomo ha costruito, ma mette a disposizione un patrimonio molto vasto di risorse che
possono essere utilizzate per far fruttare le potenzialità insite nella natura umana; cfr. Italo Carta,
L’età inquieta, cit., pp. 121-135
46

I nostri ragazzi sono informati su molti argomenti per esposizione alle fonti di
informazioni, ma possiamo facilmente verificare che il materiale informativo
aderisce solo in modo superficiale alle loro menti, non vi penetra in profondità. Tutti
gli inputs che riguardano i generi di consumo, dall’abbigliamento al divertimento,
devono essere al tempo stesso suggestivi ma non stabilmente penetranti proprio per
rispondere alla logica della produzione che si rinnova e ha bisogno di un consumo
continuo. La conseguenza di ciò è una vera e propria alienazione dei ragazzi nel
mondo degli oggetti in cui sono immersi. Tale alienazione è frutto della coesistenza
di due istanze contraddittorie: gli oggetti sono fortemente idealizzati grazie alla forte
carica suggestiva con cui vengono presentati e, nello stesso tempo, sono dequalificati
per la loro obsolescenza.
Il grande rischio che gli adolescenti corrono oggi consiste proprio nell’instaurare con
l’oggetto un rapporto caratterizzato dalla presenza contemporanea di meccanismi di
idealizzazione e di squalifica126.
Oggi vi è una scarsa adesione da parte degli adolescenti ai valori guida delle
generazioni precedenti, poiché molti adulti non sono affatto convinti, come lo erano
negli anni passati, della validità dei principi che seguono, senza per altro modificare
sostanzialmente la loro condotta e il loro stile di vita.
Nonostante la caduta dei valori normativi e morali, gli adolescenti hanno bisogno di
ideali e, contemporaneamente, di trasgressione in risposta all’esigenza di un segno
che certifichi che stanno per diventare dei soggetti ben individuati, indipendenti e
separati dal mondo familiare e dagli oggetti che lo popolano127.
Il rischio è di non riuscire a mantenere in equilibrio queste due forze contrastanti,
assumendo comportamenti devianti – come fumare una canna, “calarsi” una
pasticca, o tirare di coca128.

126
I nostri ragazzi vivono in un’epoca in cui è difficile che si stabilizzino delle identità ben definite,
mentre sono favorite le fluttuazioni rapide di interessi e di investimenti; cfr. Italo Carta, L’età
inquieta, cit., cit.
127
L’iniziazione alla droga, in realtà, è un rito ingannevole perché non segna alcun processo di
individuazione e di separazione, ma nel nostro mondo occidentale non vi sono altri riti iniziatici che,
con la forza del valore di un significato simbolico, conferiscano la sicurezza dell’acquisizione di un
nuovo statuto; cfr. Italo Carta, L’età inquieta, cit., cit.
128
Spesso gli adolescenti iniziano a drogarsi, usando droghe cosiddette nuove, e lo fanno in gruppo. Il
fumare lo spinello, ad esempio, è un atto che si iscrive nella cultura del gruppo e ne conferma
l’appartenenza. È difficile sottrarsi al rituale quando per un ragazzo l’appartenenza al gruppo è la
condizione necessaria per la sua sicurezza e il pericolo di essere escluso è intollerabile. In realtà,
l’iniziazione alla droga è un falso rito iniziatico, perché quello vero segna il passaggio da uno stato a
uno successivo che assume un significato nuovo a seconda del contesto sociale in cui avviene; cfr.
Italo Carta, L’età inquieta, cit., cit.
47

1.2. Il disagio degli adolescenti e dei giovani: il legame con il


mal-essere

Il fenomeno della tossicodipendenza giovanile è emerso come problema


sociale rilevante a partire dagli anni Sessanta, negli Stati Uniti e nell’Europa del
Nord e nei primi anni Settanta in Italia, in un periodo di alta conflittualità tra i
giovani e il mondo degli adulti e delle istituzioni.
Lo studio della tossicodipendenza è utile per la comprensione dell’adolescenza in
quanto aspetto oggi significativo del disagio giovanile129.
La fragilità della condizione giovanile è sinonimo di una adolescenza incompiuta; le
funzioni adolescenziali non vengono recepite dal mondo degli adulti e la non
esplicabilità di queste impedisce ai giovani stessi di risolvere positivamente il proprio
ciclo vitale, precipitandoli nell’angoscia e nell’alienazione130.
Il problema della tossicodipendenza è molto collegato a questo cammino nella
complessità che la nostra società post-industriale intraprende a partire dagli anni
Settanta. Nei giovani si radicano nuovi bisogni post-materialistici, quali bisogni di
relazione, di senso e di appartenenza sociale, di identità, di comunicazione tra le
diverse generazioni, di rapporti umani significativi, di auto-coscienza, di rapporto
nuovo con il proprio corpo, di espressione dell’affettività e dell’emotività, di
convivenza cosciente con la gioia e il dolore, con la vitalità dei sentimenti e con il
mistero della morte131.
Successivamente, i giovani tentano disperatamente, attraverso una conflittualità
provocatoria, di frenare il disorientamento e la fragilità che si sta impadronendo
dell’intera condizione giovanile, causate dall’inadeguatezza dei segnali trasmessi dal

129
L’equazione tra tossicodipendente e giovane non è così evidente e innocente, ma è il risultato di un
processo sociale condizionato dal modo in cui il problema droga è stato socialmente costruito e
definito nelle società occidentali, dalla forma particolarmente riduttiva attraverso cui si è affermato e
stabilizzato il concetto di tossicodipendenza nelle scienze umane e dalla particolare posizione, in
senso sociale e simbolico, in cui i giovani si sono trovati e si sono posti in rapporto al problema della
droga che si andava socialmente affermando e al mercato della droga che si andava organizzando; cfr.
Gérard Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, cit., pp. 215-221
130
Forse non si è mai data sufficientemente attenzione al fatto che nel percorso esistenziale gli
adolescenti passano da un primo rapporto con la salute, che è di esclusiva competenza e monitoraggio
dei genitori, a una relazione successiva nella quale diventano a loro volta monitori, senza però riuscire
a maturare un rapporto di scelta con la salute per se stessi, saltando proprio il periodo dell’adolescenza
che per definizione è il momento decisivo e denso di una significatività che condizionerà il resto
dell’esistenza; cfr. Francesco Alberoni, Franco Remotti, Claudio Calvaruso, I giovani verso il
Duemila, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1986, pp. 65-95
131
Idem
48

mondo degli adulti all’interno delle aree più significative di socializzazione e di


organizzazione sociale – famiglia, scuola e lavoro132.
Attorno agli anni Ottanta i giovani rinunciano a opporsi ai condizionamenti negativi
che provengono dal mondo degli adulti e si rassegnano a introiettare il modello
consumistico come strumento privilegiato di integrazione133.
Oggi, invece, i giovani offrono agli adulti una opportunità di ripresa di dialogo,
spostando la conflittualità dal mondo degli adulti alla droga stessa. È la condizione
giovanile in quanto tale che costituisce la variabile di rischio della tossicodipendenza
per eccellenza; nella fase adolescenziale stessa , in quanto fonte di disagio e di mal-
essere, si ritrovano le motivazioni e le cause principali dell’accesso a comportamenti
di dipendenza.

1.2.1. Il mal-essere della (tossico)dipendenza

Il termine “dipendenza” viene comunemente inteso nella sua accezione


negativa: dipendere da qualcuno o da qualche cosa. È una condizione che viene
spesso considerata di ostacolo all’esercizio della propria autodeterminazione e
all’affermazione della propria condizione di libertà. Una caratteristica che definisce
le dipendenze è che esse implicano la ricerca di un piacere a breve termine anche se
ciò comporta un danno a lungo termine. Gli effetti benefici che il soggetto
sperimenta nell’uso di sostanze rinforzano il comportamento e lo spingono a reiterare
l’esperienza. Dunque, la dipendenza è un comportamento appreso attraverso
l’associazione positiva creata tra l’oggetto (stimolo) e gli effetti che questo determina
nell’individuo (risposta)134.
Per droga deve intendersi ogni sostanza che introdotta in un organismo
vivente, ne modifica il funzionamento e/o gli atteggiamenti sia fisici sia psichici.
Caratteristici della droga sono due effetti: la dipendenza di tipo fisico, psichico e

132
La società degli adulti non solo non trasmette potenza ma annulla le condizioni stesse della
trasmissione della potenza, rimuovendo la categoria “persona” nei suoi rapporti con i bambini,
ancorandosi – per disperazione, incapacità, egoismo di potere o scarsa cultura – a una perpetuazione
dei ruoli che ne impedisce la naturale evoluzione; cfr. Francesco Alberoni, Franco Remotti, Claudio
Calvaruso, I giovani verso il Duemila, cit., cit.
133
I giovani disorientati e in preda ad angoscia e smarrimento ricercano in mondi vitali sostitutivi e
surrogati della famiglia un appiglio per rispondere a una esigenza di sopravvivenza, qual è quella di
costruire un’identità personale. Dunque, l’acquisto di droga e il consumismo in generale permettono
di strutturare e salvaguardare tale identità; cfr. Francesco Alberoni, Franco Remotti, Claudio
Calvaruso, I giovani verso il Duemila, cit., cit.
134
Maria Dal Pra Ponticelli, Dizionario di Servizio Sociale, Roma, Carocci Faber, 2005, pp.173-185
49

psicofisico e la tolleranza, cioè la capacità di sopportare dosi progressivamente


maggiori. L’organismo tende, infatti, ad adattarsi e richiede un quantitativo più
elevato di sostanza per continuare a provare la stessa intensità di sensazioni135.
In ambito sociologico, la dipendenza è la sistematica sottomissione di un
individuo o di un gruppo di individui a specifiche figure o istituzioni dotate di
autorità fondata sul valore protettivo, sull’idealizzazione o su un riconosciuto potere
politico e religioso. In base a tali rapporti di dipendenza si strutturano le differenti
gerarchie di potere nei vari ambiti. La complessità del tessuto sociale e delle
relazioni interne ed esterne al gruppo fa sì che si possa parlare di veri reti di
dipendenze136.
La “dipendenza” è anche l’insieme dei processi psicobiologici che provocano
i sintomi di astinenza. L’assunzione della droga è sempre legata da una parte al suo
impatto neurobiologico a livello di alcuni sistemi neuronali e dall’altra parte alle
ragioni psicobiologiche che conducono alla predisposizione alla droga, ovvero al
desiderio, o al bisogno, compulsivo di riprodurre l’esperienza procurata
dall’assunzione della droga nella misura in cui questa produce effetti benefici e, allo
stesso tempo, riduce un disagio psichico e psicobiologico. Le droghe risultano
tossiche per via degli effetti deleteri sull’organismo e dei disturbi secondari che
provocano, ma non tutti i prodotti tossici provocano tossicodipendenza. Lo sviluppo
di quest’ultima, sia per quanto riguarda l’acquisizione che gli effetti dell’uso cronico,
è caratterizzato da grandi differenze individuali ancora poco conosciute, in cui
entrano verosimilmente in gioco fattori genetici e lo squilibrio omeostatico, a volte
passeggero, che la droga ristabilisce a un livello più tollerabile per il soggetto137.
La dipendenza è da intendere come un’esperienza fondamentale
dell’esistenza umana, come la relazione più o meno accettata che lega a un’altra
persona, oggetto, gruppo, istituzione reale o ideale, che nasce e si evolve in rapporto
alla soddisfazione di specifici bisogni e desideri138.
Pur esistendo forme differenti di dipendenza, come ad esempio quella del bambino
nei confronti della madre, quella che lega i partners di una relazione amorosa, quella
che un individuo instaura con il cibo, con il lavoro che svolge, i processi che entrano

135
http://www.iccalcinate.it/giornale.php?oper=documento&id=398
136
Ugo Fabietti, Francesco Remotti, Dizionario di Antropologia, Bologna, Zanichelli, 2001, pag. 237
137
Ronald Doron, Françoise Parot, Carlamaria Del Meglio, Nuovo Dizionario di Psicologia, Roma,
Borla, 2001, pag. 225 e pp. 777-778
138
Marcella Ravenna, Psicologia delle tossicodipendenze, Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 85-114
50

in gioco nello strutturarle sono i medesimi. Si tratta di una modalità di porsi


nell’ambiente che risponde a una strutturazione del sé in cui la coesione e
l’autonomia del mondo interno sembrano negate all’individuo, al di fuori
dell’appoggio e dell’adesione ad “altro” – persona, sostanza, comportamento,
situazione – in grado di assicurare un equilibrio altrimenti carente, soprattutto nel
caso l’individuo si confronti con situazioni problematiche o particolarmente
difficoltose. Essere dipendenti da una droga non significa solo dipendere dal bisogno
di un oggetto esterno, ma può implicare il sentirsi contemporaneamente minacciati
da quello stesso bisogno139.
La “tossicodipendenza” è il rapporto di dipendenza psicofisica di un soggetto
da una o più sostanze stupefacenti. Si tratta di un’interazione complessa alla quale
contribuiscono, a diversi livelli, la farmacologia della droga, la struttura personale, il
contesto socio familiare del soggetto e la cultura della società. L’uso abituale di tali
sostanze comporta sia alterazioni neurofisiologiche che psicologiche. Queste ultime
possono essere sia di tipo psicotico – ad esempio psicosi acute da stupefacenti o la
paranoia – sia di tipo nevrotico, sia ancora di deterioramento intellettivo, di disturbi
percettivi, attentivi e di memoria, di passività140.
Secondo la definizione data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, per
tossicodipendenza si intende uno stato di intossicazione periodica o cronica prodotta
dalle ripetute assunzioni di una sostanza naturale o sintetica, comunemente detta
droga, o sostanza stupefacente141.
Le prime leggi sulla tossicodipendenza compaiono negli anni Venti del secolo
scorso; non si conosceva molto sull’argomento e lo Stato prevedeva delle sanzioni
solo rispetto alla vendita a terzi di sostanze stupefacenti.
Negli anni Cinquanta viene emanata la legge del 22 ottobre 1954 n. 1041 che punisce
oltre alla vendita a terzi anche il consumo, ma con pene molto lievi.

139
Il rischio di diventare tossicodipendente è tanto maggiore quanto più precocemente il soggetto ha
iniziato e ha strutturato stili di consumo regolati; quanto più ha intrapreso dei comportamenti devianti
prima o durante il rapporto con la droga; quanto più è consistente il suo coinvolgimento nell’ambiente
del consumo e quanto meno è stimolato ad apprendere norme di autoregolazione; quanto più si
confronta con situazioni di disagio durature e difficilmente risolvibili e dispone di un repertorio
limitato o inadeguato di competenze sociali che gli consentano di affrontare diversamente i suoi
problemi; quanto più evidenzia disturbi di personalità strutturati; quanto più identifica la droga come il
mezzo più efficace per diminuire il disagio, sottovaluta i rischi connessi al consumo, sopravvaluta la
propria capacità di controllo, evidenzia atteggiamenti di sfida; quanto meno dispone di opportunità e
risorse sociali soddisfacenti; cfr. Marcella Ravenna, Psicologia delle tossicodipendenze, cit., cit.
140
Piero Pajardi, Maria Blandini, Umberto Loi, Antonio Maci, Dizionario Giuridico, Milano, Pirola
Editore, 1990, pag. 864
141
http://www.simone.it/cgi-local/Dizionari/newdiz.cgi?voce,5,5640
51

È negli anni Settanta che si assiste a una svolta in ambito normativo rispetto a questo
nuovo fenomeno sociale, in quanto entra in vigore la legge del 22 dicembre 1975 n.
685 che distingue per la prima volta le sostanze stupefacenti in due categorie
(tabelle) – sostanze leggere e pesanti – differenziando, di conseguenza, le sanzioni
relative a esse. La legge consente solo la detenzione di una modica quantità di
sostanza per uso personale; solo se si eccede o si vende a terzi, si viene puniti. La
maggior parte dei tribunali ritiene che una modica quantità corrisponda a una
quantità di sostanza non superiore a tre giorni di fabbisogno personale, ma così non
si applicano che pochi interventi curativi e molti interventi sanzionatori con grosse
disparità di trattamento, fallendo nel tentativo di arginare il problema.
Per correggere il fenomeno viene riformulata una nuova legge, la legge del 26
giugno 1990 n. 162 che aggiorna, modifica e integra la legge precedente, tentando di
alleggerire la situazione carceraria con due soluzioni: l’affidamento in prova
speciale142 e la sospensione della pena per i tossicodipendenti che intendono avviare
dei programmi terapeutici.
Nello stesso anno viene approvato il decreto del Presidente della Repubblica del 9
ottobre 1990 n. 309, il testo unico delle leggi in materia di disciplina degli
stupefacenti e delle sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi
stati di tossicodipendenza.
Tale decreto si compone di 136 articoli, suddivisi in dodici titoli, organizzati in tre
principali settori: il primo si occupa delle sanzioni nei confronti degli spacciatori; il
secondo della informazione scolastica sulle gravi conseguenze dell’uso degli
stupefacenti; il terzo della cura e della riabilitazione psicofisica dei tossicodipendenti.
A seguito del decreto del Presidente della Repubblica del 5 giugno 1993 n. 171,
emanato in applicazione all’esito del referendum del 18 aprile 1993, si ha la
depenalizzazione delle ipotesi di uso personale e della detenzione per uso personale,
eliminando dunque il concetto di dose media giornaliera – senza l’aggancio a quella

142
L’affidamento in casi particolari si applica solo ai soggetti che hanno un residuo pena, o una pena
non superiore ai 4 anni in stato di alcool o di tossicodipendenza che intendano iniziare un programma
di recupero concordato con un ente pubblico o privato, documentato e idoneo. Il Tribunale di
Sorveglianza deve controllare che lo stato di salute non sia preordinato alla concessione
dell’affidamento. Quest’ultimo può essere concesso al massimo due volte e occorre allegare un
documento sullo stato di salute e sul programma terapeutico insieme all’istanza di affidamento in
prova ai servizi sociali. Il programma non prevede necessariamente il ricovero in una struttura
comunitaria, ma può essere attivato dal Ser.T. di competenza; art. 47 della legge del 26 luglio 1975 n.
354; artt. 91 e 94 del decreto del Presidente della Repubblica del 9 ottobre 1990 n. 309; art. 1 della
legge del 27 maggio 1998 n. 165
52

quantità, la cui determinazione era effettuata dal Ministero della Sanità, le Forze
dell’Ordine e i Magistrati non hanno più un criterio unico con cui determinare se le
sostanze sequestrate siano da considerare per uso personale o per spaccio.
Nel 2006 torna una dose soglia come indizio di reato penale; se si importa, esporta,
riceve, acquista o detiene una sostanza stupefacente per uso non esclusivamente
personale, la legge del 21 febbraio 2006 n. 49 applica pene comprese tra i 6 e i 20
anni di carcere. Per chi detiene un quantitativo inferiore per uso personale può essere
sottoposto a sanzioni amministrative – come la sospensione della patente di guida,
del porto d’armi, del passaporto e del permesso di soggiorno per motivi turistici – ma
non impone l’obbligo di penale in caso di possesso di un quantitativo superiore per
uso personale.
Le novità più rilevanti introdotte dalla nuova legge sono l’equiparazione tra enti
pubblici e associazioni private per il recupero dei tossicodipendenti, la certificazione
dello stato di tossicodipendenza non più riservata ai Ser.T. e l’annullamento della
distinzione di pericolosità tra droghe leggere e pesanti – dunque, l’obiettivo sembra
quello di colpire il consumo, anziché la dipendenza.
Il potere di attrazione che le droghe esercitano sulle persone è strettamente
collegato alle credenze e alle aspettative che esse hanno, a un momento dato, a
proposito dei loro possibili effetti. Ad esse si attribuisce la funzione di fornire
qualche tipo di risposta a bisogni e desideri personali che possono riguardare diversi
ambiti. Così una droga può essere assunta per modificare gli stati normali di
coscienza, per espandere i livelli di consapevolezza personale, che sperimentare
sensazioni intense e inusuali, per ricercare una dimensione altra da quella della
quotidianità. Può anche essere identificata come un mezzo che consente di
semplificare, migliorare e rendere più intense le relazioni con gli altri, favorendo
comportamenti più sciolti, disinibiti, socievoli o per facilitare sentimenti di fusione
nei confronti di un gruppo. Può rendere più soddisfacenti l’immagine di sé favorendo
sentimenti di maggiore efficacia e controllo personale, rafforzando l’autostima,
attenuando autovalutazioni negative o, addirittura, favorendo la definizione
dell’identità. Può inoltre simboleggiare il passaggio a una nuova fase di vita,
costituire una sfida, facilitare esperienze di similarità e di appartenenza, o
rappresentare un mezzo per fronteggiare disparate esperienze personali di disagio 143.

143
Marcella Ravenna, Psicologia delle tossicodipendenze, cit., pp. 115-116
53

La fasce adolescenziale è un’esperienza impegnativa che implica un certo


grado di stress, vulnerabilità e potenziali momenti di crisi. Tali sentimenti di disagio
e di inadeguatezza possono rendere attraente ricorrere a una droga, soprattutto
quando l’adolescente non trova risposte adeguate alla soluzione di un compito, o
quando si trova ad affrontare più compiti contemporaneamente e il suo impegno
emotivo si distribuisce in modo improduttivo144.
L’uso e l’abuso di droga durante l’adolescenza impedisce una corretta
maturazione psicosociale creando un vuoto nella strutturazione dell’identità. L’uso
regolare di sostanze rende più labile la distinzione tra contesti di lavoro e di gioco;
favorisce percezioni alterate della realtà; rinforza l’idea di essere una persona
speciale, inducendo a comportamenti di tipo egocentrico ed evitando di confrontarsi
in modo realistico con le richieste del mondo sociale e con le responsabilità;
consolida nel tempo alcune caratteristiche tipicamente adolescenziali come certi
comportamenti ribelli e negativi; favorisce sensazioni illusorie di emancipazione;
rinforza relazioni di tipo regressivo con i genitori145.
Un altro effetto riscontrato è che l’adolescente evita di impegnarsi nelle
relazioni con gli altri e, soprattutto, in quelle più difficili e stressanti, indispensabili
per acquisire una corretta conoscenza del sé e delle altre persone. Quanto più gli
adolescenti sperimentano uno stato psicologico di vicinanza e di coinvolgimento nei
confronti degli altri con l’ausilio della droga, tanto meno essi riterranno di poter
raggiungere stati di quel genere senza aver assunto qualche tipo di sostanza146.
Gli adolescenti che assumono regolarmente delle droghe tendono ad
affrontare i problemi con modalità inadeguate, tipiche di fasi precedenti dello
sviluppo ed evidenziano un tale distacco dalle difficoltà con cui si confrontano da
valutare anche quelle più serie e poco rilevanti147.

144
La facilità con cui la droga consente di soddisfare determinati bisogni o di raggiungere certi
obiettivi evita all’adolescente di affrontare le difficoltà che derivano dal provare e riprovare di fronte
ai problemi, dal riflettere e dall’interpretare le esperienze che compie. L’equilibrio che raggiunge non
è perciò legato a competenze personali elaborate nel processo di crescita ma è strettamente legato al
rapporto positivo che instaura con la sostanza; cfr. Marcella Ravenna, Psicologia delle
tossicodipendenze, cit., pp. 7-12
145
L’uso prolungato di marijuana determina una sindrome motivazionale caratterizzata da apatia,
diminuito interesse per attività ed esperienze che implicano un certo sforzo, incertezza e scarsa
capacità progettuale; cfr. Marcella Ravenna, Psicologia delle tossicodipendenze, cit., pp. 110-114
146
Idem
147
La marijuana permette di non affrontare le scelte e le sfide che normalmente si associano al
processo di crescita e ciò rende ancora più difficile superare quelle tipiche del periodo adulto; dunque,
l’uso della droga interferisce e ritarda i processi di sviluppo psicosociale tanto da determinare, nel
periodo adulto, sintomi di un’identità diffusa, caratterizzati da scarsa chiarezza sugli obiettivi da
54

La correlazione tra tossicodipendenza e giovani diventa socialmente ovvia e


scontata, in quanto si trovano nelle condizioni sociali e psicologiche le cause dirette
della diffusione della droga tra i giovani e si ricostruiscono i processi sociali e
relazionali che hanno progressivamente prodotto il legame privilegiato tra droga e
giovani.
Alcuni dati dimostrano che l’area sociale maggiormente colpita dalla
tossicodipendenza, al di là delle differenze di classe e di condizione economica e
lavorativa, presenta un’omogeneità di tipo generazionale poiché va dall’inizio
dell’adolescenza (13-14 anni) fino ai trent’anni e mostra la tendenza a dilagarsi in
entrambi i sensi: verso un’ulteriore precocizzazione nella fanciullezza e verso un
prolungamento oltre i trent’anni148. Ma tali dati non possono essere oggettivi, perché
si riferiscono a rappresentazioni sociali o scientifiche legate al fatto di definire come
droghe soltanto determinate sostanze, rendendole illegali, criminalizzando chi ne fa
uso e organizzando il mercato nero, con la conseguente crescita dei prezzi e dei
profitti. Dunque, i giovani tendono a essere considerati soggetti ad alto rischio di
tossicodipendenza, in quanto capri espiatori di questo male sociale149.
Secondo i dati forniti dall’Ufficio dell’ONU per il controllo delle droghe e la
prevenzione del crimine (1999), nel mondo sono ormai 30 milioni i consumatori di
droghe sintetiche contro i 21 milioni di quelle tradizionali (eroina, cocaina, oppio)150.
Secondo un’indagine italiana sulla condizione giovanile (2002) vi è una costante
crescita di giovani consumatori – in particolare di hashish e marijuana, tra i quindici
e i ventiquattro anni, un giovane su due si è sentito offrire qualche tipo di droga e/o
fa uso di sostanze stupefacenti151.
Per una panoramica accurata e aggiornata della condizione della tossicodipendenza

perseguire e da scarsa progettualità; cfr. Marcella Ravenna, Psicologia delle tossicodipendenze, cit.,
cit.
148
Oggi, il mondo dei giovani è talmente disgregato, i legami di solidarietà collettiva talmente sciolti,
i gruppi di quelli che lottano ancora contro il sistema talmente smagriti e inefficaci, che i giovani sono
più facilmente raggiungibili dal mercato illegale della droga, sentendosi soli. La droga stessa è stata
uno dei fattori dell’arresto, della dispersione e della scomparsa dei movimenti di contestazione
giovanile, in quanto ha tradotto i conflitti generazionali, politici e sociali in problemi individuali che
legittimano interventi medici, psicologici e assistenziali; cfr. Gérard Lutte, Psicologia degli
adolescenti e dei giovani, cit., pp. 215-221
149
La tossicodipendenza non può essere vista solo come processo di vittimizzazione, di passivazione
ma è anche un processo di scelte, di comunicazione attiva, di organizzazione di esperienze e di
rapporti. È un modo di interagire con l’offerta del mercato, di sostenerla, di diffonderla. È anche un
modo di accettare e interiorizzare il controllo; cfr. Gérard Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei
giovani, cit., cit.
150
Marie Di Blasi, Sud-Ecstasy, Milano,FrancoAngeli, 2003, pp. 63-64
151
Alfio Maggiolini, Sballare per crescere?, Milano, FrancoAngeli, 2003, pag. 31
55

in Italia e, in particolare, in Piemonte si può consultare l’appendice in allegato che


riporta i dati forniti dall’Osservatorio Epidemiologico regionale delle Dipendenze
(OED) e dalle ultime relazioni annuali del Parlamento152.
Dunque, l’adolescente viene privato, negli anni decisivi della socializzazione,
dello strumento più prezioso per la soddisfazione dei suoi bisogni primari.
In tutta questa molteplicità di ruoli, di stimoli, di proposte, di offerte, vi è un solo
grande assente: il rapporto umano. Non si sa se il rapporto umano sia inesistente per:
1. eccesso di zelo nei riguardi di un mal compreso permissivismo;
2. esaurimento delle proprie energie nella funzione genitoriale;
3. impotenza di controllo rispetto alle troppe sedi esterne di socializzazione
offerte e, quindi, per conseguente mancanza di potenza da trasmettere;
4. atrofizzazione della società piattamente socializzata a rapporti di tipo
primario alimentati da scelte personali, coerenze irrinunciabili, creatività e
intimità.
La dipendenza non è razionale e non è rivolta ai contenuti, ma è di tipo emotivo ed
esistenziale, in quanto tende a ricucire un tessuto di affettività soggettiva e di senso
vitale individuale, lacerato dalla mancanza di legami significativi tra identità
individuale e identità sociale, intesa quest’ultima come valori e obiettivi finali del
sistema sociale153.
In mancanza in una famiglia capace di celebrare convivialmente la gioia
dell’esistenza, questa funzione insostituibile per dare identità viene trovata al
massimo livello di intensità nella sostanza stupefacente154.
Il legame tra l’adolescente e la droga avviene attraverso un processo
caratterizzato da tre fasi cruciali:

152
Vedere in Appendice: Allegato 1 “Rapporto 2002-2003 sulla condizione giovanile a Torino
dell’Osservatorio del Mondo Giovanile” (pp. 167-171); Allegato 2 “Rapporto 2006-2007 sulla
condizione giovanile a Torino dell’Osservatorio del Mondo Giovanile – L’età delle esplorazioni
necessarie” (pag. 172); Allegato 3 “Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle
tossicodipendenze in Italia nel 2006” (pp. 173-177)
153
Alla base della dipendenza da droghe vi è l’aspettativa mancata di una famiglia, di un mondo
vitale, ovvero la percezione di uno scambio ineguale tra individuo e società, sia in termini di
potenzialità e di risorse che l’individuo riversa o sarebbe in grado di riversare sulla società; sia in
termini di opportunità, di riconoscimenti e di valorizzazione che la società dovrebbe garantire o
restituire all’individuo attraverso un mondo vitale che opera una saldatura tra valori e fini individuali e
collettivi; cfr. Francesco Alberoni, Franco Remotti, Claudio Calvaruso, I giovani verso il Duemila,
cit., cit.
154
La sostanza stupefacente dà piacere intenso; tale piacere si basa sulla ricerca nella droga da parte
dei giovani di funzioni del mondo vitale della famiglia. É un piacere fine a se stesso, non
compensativo né deviante, ma derivante dalla qualità dell’essere, il quale celebra e constata la sua
qualità di essere proprio attraverso il piacere fisico e psichico; cfr. Francesco Alberoni, Franco
Remotti, Claudio Calvaruso, I giovani verso il Duemila, cit., cit.
56

1. fase preparatoria o di avvicinamento;


2. fase di contatto o di iniziazione;
3. fase di stabilizzazione155.
1. Fase preparatoria o di avvicinamento.
Occorre che l’adolescente abbia elaborato un orientamento favorevole al
consumo e che consideri l’eventualità di provare un’esperienza in grado di
rispondere a bisogni e ad aspettative per lui rilevanti in rapporto a diversi ambiti:
esperienza del sé, relazioni con gli altri, stili di vita, tutti in rapporto alla fase di vita
in cui si trova.
2. Fase di contatto o iniziazione.
L’esperienza concretamente vissuta permette al giovane di valutare la qualità
e l’entità degli effetti sperimentati, la loro congruenza con precedenti aspettative, il
rapporto tra vantaggi e svantaggi implicati; gli consente di confrontare l’esperienza
che ha di sé dopo aver assunto la droga con quella che ne ha in condizione di
astinenza. In base a quest’insieme di considerazioni e di valutazioni egli può decidere
di non assumere più la droga o, invece, di continuare.
3. Fase di stabilizzazione.
Nel caso in cui il giovane decida di continuare, si trova a dover scegliere tra
diverse possibilità: consumare la droga saltuariamente solo se e quando capita
l’occasione, o più regolarmente, andandosela esplicitamente a procurare; attenersi a
un determinato stile di consumo o a un altro; smettere temporaneamente o
definitivamente. Per diventare un vero e proprio consumatore occorre che si
verifichino una serie di eventi precisi: che apprenda da persone più esperte la tecnica
più corretta per assumere la droga affinché essa possa produrre gli effetti desiderati;
che diventi capace di discriminare tali effetti quando essi si verificano e di metterli in
rapporto all’assunzione della sostanza; che tragga piacere dalle sensazioni che prova,
considerato che esse non sono necessariamente piacevoli.
Il consumatore non progredisce in modo lineare; l’adolescente o il giovane
che prova la sostanza perché mosso dalla curiosità di conoscerne personalmente gli
effetti può decidere anche di non assumerla più quando ha soddisfatto la sua

155
Marcella Ravenna, Psicologia delle tossicodipendenze, cit., pp. 85-114
57

curiosità, così come se l’adolescente o il giovane assume occasionalmente delle


droghe non necessariamente arriva a farne un uso giornaliero156.
Dunque, la dipendenza dalle sostanze stupefacenti consiste nella possibilità
indefinita di ricorrere ed essere alimentati dalla droga a ogni minimo tentennamento
dell’identità individuale; la droga costituisce un supporto che non viene mai meno
nel garantire una conferma dell’identità e anche se l’identità è negativa non importa,
in quanto la droga rimanda comunque la rappresentazione di un progetto definito che
ha carattere di stabilità, ripristinabile anche in caso di incertezze e difficoltà e che
colloca l’individuo in posizione certa all’interno del sistema sociale157.
L’adolescenza è il periodo cruciale per la sperimentazione della maggior
parte delle sostanze psicoattive lecite e illecite. È in particolare tra gli 11-12 anni e i
18 che si creano le premesse sia per forme di consumo che non implicano rischi
elevati, sia per quelle che possono evolvere nell’abuso o nella dipendenza158.
Dunque, la droga viene percepita come mondo vitale sostitutivo in quanto
garantisce le funzioni fondamentali di strutturazione dell’identità che il giovane non
riesce più ad avere dalla famiglia159.

156
Un esempio è il consumatore di marijuana, il quale diventa capace e desideroso di usare la
marijuana solo per il piacere e quando ne ha l’opportunità, percorrendo tre fasi fondamentali: 1)
imparare la tecnica; 2) imparare a percepirne gli effetti; 3) imparare a goderne gli effetti. L’imparare a
gustare la marijuana rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente affinché una persona
sviluppi un modello stabile di consumo di droga, poiché deve anche lottare con le potenti forze del
controllo sociale che fanno apparire questo atto inopportuno e/o immorale. È la perdita di efficacia dei
principali controlli – quali il controllo che agisce nel limitare il rifornimento e l’accesso alla droga; il
controllo attraverso la necessità di impedire che i non consumatori scoprono che uno è consumatore; il
controllo attraverso la definizione dell’atto come immorale – che costituisce una condizione essenziale
nella continuazione e nell’intensificazione del consumo di marijuana; cfr. Howard S. Becker,
Outsiders, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1987, pp. 43-67
157
Francesco Alberoni, Franco Remotti, Claudio Calvaruso, I giovani verso il Duemila, cit., cit.
158
È opinione condivisa di molti studiosi che la sperimentazione occasionale di sostanze psicoattive
costituisca un comportamento “normale” tra i giovani che hanno meno di 20 anni e che, a differenza
dell’uso regolare, essa non implica rischi elevati: farebbe parte invece di quelle attività e di quei
comportamenti di sperimentazione che l’adolescente intraprende per ricercare la propria autonomia e
la propria specificità in rapporto ai genitori ma anche ai coetanei; cfr. Marcella Ravenna, Psicologia
delle tossicodipendenze, cit., pp. 47-84
159
La famiglia non è onnipotente, sono fondamentali le responsabilità del sistema sociale e delle
istituzioni, le quali offrono una scarsa qualità di dialogo e dei canali di integrazione. Alla crisi delle
identità personali corrisponde una crisi di identità sociale del sistema, in quanto alla caduta dei mondi
vitali corrisponde una caduta di qualità della funzione di filtro delle istituzioni tra comportamenti
personali e obiettivi generali dello sviluppo sociale. Non si tratta di una crisi di assestamento o
temporanea, ma vengono meno le necessarie basi di correlazione tra struttura dei bisogni e identità
sociale del sistema e ciò in funzione di una trasformazione antropologica dei bisogni alla base della
società; cfr. Francesco Alberoni, Franco Remotti, Claudio Calvaruso, I giovani verso il Duemila, cit.,
cit.
58

1.2.2. Le sostanze: le nuove droghe

Le sostanze psicoattive possono essere classificate secondo criteri giuridici


(legali e illegali); di pericolosità (leggere e pesanti); di preparazione (naturali, semi
sintetiche e sintetiche); farmacologici (in base a caratteristiche farmacodinamiche).
Un utile criterio di classificazione è proprio quest’ultimo, poiché permette di
considerare gli effetti che ciascuna sostanza produce sul sistema nervoso centrale160.
Ciò consente di distinguere quattro ampie tipologie di sostanze:
1. droghe che deprimono il sistema nervoso centrale (alcool, barbiturici,
ipnosedativi, benzodiazepine, solventi);
2. droghe che riducono il dolore (oppioidi naturali e di sintesi);
3. droghe che stimolano il sistema nervoso centrale (amfetamine, farmaci
amfetaminosimili, cocaina, crack, caffeina, nicotina);
4. droghe che alterano la funzione percettiva (LSD, funghi, cannabis,
ecstasy)161.
1. Droghe che deprimono il sistema nervoso centrale.
Sono sostanze che, se assunte a piccole dosi, riducono gli stati d’ansia e di
tensione, la capacità di concentrazione e la memoria inducendo sensazioni di
benessere, di rilassamento, di lieve euforia. Dosi più elevate, nel caso dell’alcool,
diminuiscono le inibizioni, il senso critico, l’autocontrollo, aumentano gli stati di
irritabilità e i comportamenti aggressivi. L’assunzione ripetuta di dosi elevate
determina fenomeni di tolleranza. La dipendenza fisica è più accentuata nel caso
dell’alcool e degli ipnosedativi, lo è meno nel caso dei tranquillanti ed è del tutto
assente in quello dei solventi e dei gas.
2. Droghe che riducono il dolore.
Oltre a ridurre gli stati di angoscia e di ansia determinando sensazioni di
calore e di tranquillità, riducono la sensibilità e le reazioni emotive al dolore e
interferiscono in modo limitato con il funzionamento fisico e mentale. Dosi elevate
provocano sedazione, stupore, sonno, perdita di coscienza. Gli effetti aumentano nel
caso in cui più oppioidi siano assunti contemporaneamente o nel caso in cui uno si
associ a droghe che deprimono il sistema nervoso centrale. Dosi ripetute con una
certa frequenza inducono a tolleranza e dipendenza fisica.

160
Corso di Formazione congiunta operatori NOT, SERT, Enti Locali, privato sociale, Nuove droghe,
Alessandria, luglio 2001, pp. 5-6
161
Marcella Ravenna, Psicologia delle tossicodipendenze, cit., pp. 13-46
59

3. Droghe che stimolano il sistema nervoso centrale.


Aumentano la vigilanza, diminuiscono la sensazione di fame e di fatica (non
danno più energia, ma semplicemente utilizzano tutta quella di cui l’organismo
dispone) e perciò incrementano la capacità di svolgere compiti fisici e intellettuali
prolungati. Aumentano il battito cardiaco, la pressione sanguigna, il livello di
zuccheri nel sangue e la dilatazione delle pupille. Mentre bassi dosaggi favoriscono
stati di eccitazione, di euforia e sensazioni di aumentata energia, elevati dosaggi si
associano (ad eccezione della nicotina e della caffeina) a comportamenti aggressivi,
violenti e disforici. L’uso prolungato genera tolleranza e dipendenza psichica, non
fisica (ad eccezione della nicotina).
4. Droghe che alterano la funzione percettiva.
Incrementano e modificano le esperienze sensoriali con illusioni e
allucinazioni, favoriscono stati di euforia, raramente di ansia e paura, alterano il
pensiero. Mentre l’uso dei derivati della cannabis induce soprattutto rilassamento,
sonnolenza, voglia di parlare e di ridere, l’LSD favorisce fenomeni allucinatori. Con
dosi elevate possono verificarsi episodi di confusione mentale, disorientamento,
agitazione, paura e di allucinazione accentuata.
Gli effetti di una droga non dipendono in modo esclusivo dalle sue
caratteristiche farmacologiche, ma variano anche in relazione a una serie di altri
fattori, quali le caratteristiche biologiche e psicologiche del consumatore, la qualità
della sostanza, la dose e le modalità di assunzione, il contesto in cui essa viene
consumata.
Il fatto che una droga sia assunta per via orale, per iniezione o per inalazione implica
dei processi di assimilazione molto differenti: nel primo caso l’assorbimento avviene
in modo lento e incompleto162; assumendo per inalazione, invece, la droga viene
assorbita solo parzialmente nel tratto nasofaringeo e in maggior misura in quello
gastrointestinale; nel caso di assunzione per via endovenosa la sostanza raggiunge il
circolo sanguigno e il cervello in modo molto più rapido. Tuttavia, il rischio di
intossicazione è maggiore se la sostanza è inalata o fumata.

162
La sostanza passa attraverso le pareti gastriche e intestinali, giunge al circolo sanguigno e da qui
arriva al cervello. Proprio perché le cellule del tratto gastrointestinale costituiscono una barriera
strutturale che ritarda il processo, l’effetto prodotto è più debole, sia perché certe droghe sono
deattivate dagli acidi e dagli enzimi del tratto intestinale, sia perché giungono molto rapidamente al
fegato, dove sono metabolizzate in composti inattivi; cfr. Marcella Ravenna, Psicologia delle
tossicodipendenze, cit., cit.
60

La variabilità degli effetti di una droga dipende anche dal sesso (le donne
reagiscono più intensamente a una stessa quantità di sostanza), dall’età (sia nelle fasi
dello sviluppo infantile sia nella senescenza gli effetti che una droga determina sono
più consistenti), dalla conformazione e dallo stato fisico (statura, peso e stato di
salute, oltre che momento della giornata in cui avviene l’assunzione),
dall’appartenenza etnica, dai fattori genetici dell’assuntore163.
L’uso di una sostanza psicoattiva non è mai un evento neutro per il
consumatore. Il tipo di personalità, lo stato psichico in cui si trova al momento
dell’assunzione (l’essere ad esempio in condizioni di ansia o di depressione può
accentuare esperienze di angoscia, di paura o allucinazioni), le conoscenze di cui
dispone a proposito della droga e dei suoi effetti, le sue aspettative ma anche la fase
di consumo in cui si trova sono tutti aspetti in grado di influenzare l’esperienza di un
individuo rispetto a una droga.
Anche le caratteristiche del contesto in cui avviene l’assunzione, ovvero
l’ambiente fisico (la stanza, la strada, il locale notturno) e le sue caratteristiche in
termini di confortevolezza, o di ostilità, e l’ambiente sociale e le sue relazioni, sono
aspetti che possono influenzare le reazioni alla droga. L’esperienza con una sostanza
risulta tanto più soddisfacente quanto più avviene in un ambiente piacevole,
rilassante, sicuro; quanto più si tratta di un luogo familiare e conosciuto; quanto più
le persone presenti sono amiche e ritenute esperte; quanto più le circostanze non
impongono al soggetto di intraprendere delle attività o di affrontare compiti che
richiedono vigilanza, concentrazione, efficacia o di mostrarsi ad altri in condizioni di
sobrietà. Oltre a influenzare le reazioni alla droga, il contesto può facilitarne o
inibirne l’uso, può determinarne la quantità assunta e può generarne la tolleranza e la
dipendenza.
L’assunzione episodica della maggior parte delle droghe non produce di per
sé degli effetti dannosi, anzi il consumatore può ottenere una serie di effetti positivi,
quali il rilassamento, il miglioramento delle prestazioni intellettuali, fisiche e sociali.
Ciò nonostante, nessuna droga può essere considerata completamente sicura; i fattori
di rischio principali sono il dosaggio e la frequenza164.

163
Idem
164
I rischi a breve termine di un’assunzione eccessiva di droga possono essere il soffocamento per
accesso di vomito o l’overdose; i rischi a lungo termine hanno invece più a che fare con lo stile di vita
del consumatore e con i conseguenti problemi nelle relazioni con i famigliari e gli amici, nel trovare o
mantenere un lavoro, in rapporto alla salute e alla necessità di reperire i soldi, anche attraverso azioni
illegali; cfr. Marcella Ravenna, Psicologia delle tossicodipendenze, cit., cit.
61

Le motivazioni che possono spingere una persona all’utilizzo di droghe sono


riconducibili ad un uso:
1. sperimentale, orientato a modificare il proprio stato di coscienza e
sperimentare nuovi stati del sé, estranei a quelli consueti, ricercando
esperienze di alterità, sia nelle relazioni con gli altri sia nell’altro che è dentro
il soggetto, attraverso percorsi introspettivi;
2. strumentale, al fine di acquisire un appropriato stato psichico per affrontare o
viceversa per evitare un problema, un compito specifico. In questo caso,
l’assunzione di una droga pone l’individuo nella condizione migliore per
svolgere le proprie attività, migliorando le capacità e aiutandolo a superare i
propri limiti;
3. ricreativo, allo scopo di perseguire una condizione di buon umore, per
liberarsi dalle tensioni accumulate durante le ore lavorative o scolastiche, per
ricavare maggiori piaceri dalle attività messe in atto nel tempo libero e ancora
per rapportarsi più facilmente con gli altri165.
Il nuovo uso di droghe come l’ecstasy o altre sostanze psico-stimolanti è
principalmente legato a motivazioni di tipo ricreazionale che conducono gli
adolescenti a vivere esperienze in cui si sentono più disinibiti, euforici, eccitati, in
grado di sentirsi in una maggiore sintonia con gli altri, all’interno di situazioni
collettive di divertimento. L’assunzione di queste droghe è soprattutto riservato a
luoghi e tempi programmati per il divertimento, una giusta ricompensa dopo una
settimana di studio o di lavoro. Invece di essere utilizzate per fuggire un disagio,
quindi, le droghe oggi sono usate per cercare e condividere un piacere, un
godimento166.
Appaiono all’orizzonte dei giovani nuove linee di interesse, di attività e di
scoperta: il corpo, la sessualità, il “nuovo” in conflitto con il “vecchio” e la notte. Il
rapporto con la notte è sempre stato problematico e significativo, oggi risente dei
nuovi contesti e delle nuove situazioni psico-relazionali.
Innanzitutto, la notte e il modo di viverla e di affrontarla è cambiato anche nella vita
degli adulti (ad esempio i programmi televisivi si protraggono sino al mattino e molti
locali sono aperti sino alle ore piccole). Negli ultimi anni la notte ha perso il

165
Alfio Maggiolini, Sballare per crescere?, cit., pp. 18-19
166
Idem
62

significato di momento dedicato al riposo e alla sessualità ed è diventata


un’espansione del giorno, un’esperienza da vivere collettivamente, un’avventura.
Nei giovani, però, questa modalità di affrontare e vivere coralmente la notte si carica
di alcuni aspetti molto particolari, che possono assumere quasi il significato di
rituale167.
La notte è sempre stata uno dei momenti che favoriscono la trasgressione e
l’opposizione; oggi diventa un’esperienza centrale di rinforzo del sé e del gruppo, si
“sfonda” la notte perché ci si sente in grado di vincere tutto, si superano le angosce e
le paure, poiché il gruppo protegge e difende i suoi membri. La notte deve essere
vissuta intensamente, libera da doveri, spogliata dalla rigidità dei ruoli e delle
funzioni che caratterizzano il giorno, per ritrovare la dimensione del piacere del
corpo, delle sensazioni e del cuore che batte, nella perdita di identità all’interno di un
insieme collettivo che si muove all’unisono. Il pieno godimento si raggiunge
sentendo il proprio corpo ed esponendolo agli altri, spogliato dall’abito da lavoro e
rivestito di nuove forme e colori168.
Anche la musica e le feste sono nuove; la colonna sonora dell’ecstasy è una
musica elettronica, orientata alla danza. La techno è un genere musicale concepito
per i suoi effetti e le sue modalità di fruizione: la musica diventa ambiente da sentire,
da abitare, da vivere; un mezzo per raggiungere stati alterati di coscienza; un
elemento fondante all’interno di eventi multimediali, caratterizzati da interattività e
dalla stimolazione polisensoriale. Le feste sono organizzate in un luogo separato dal
mondo ordinario (discoteca, club, rave), dove si realizzano temporaneamente gli
ideali sociali e comunicativi del gruppo, un luogo caratterizzato dalla ricerca di
condividualità, ovvero di un superamento momentaneo dell’individualità e dei ruoli
normali verso un modello di coesione sociale. Contemporaneamente
all’annullamento del mondo ordinario e dell’identità individuale, le nuove feste sono
organizzate dall’annullamento del tempo, ovvero dallo stravolgimento del normale
ritmo sonno/veglia che viene sovvertito attraverso il continuum musicale169.

167
Essi si raccolgono passando di casa in casa, si ritrovano in un certo posto, parlano, decidono e
migrano poi in altri luoghi che possono essere locali, case, disco-pubs; l’abbigliamento è
assolutamente condiviso, anche questo con poche varianti, e comunque concordate e accettare dal
gruppo, e le varianti in relazione alle caratteristiche delle migrazioni successive; cfr. Ugo Ferretti,
Luciana Santioli, “Nuove droghe” tra realtà e stereotipi, Milano, FrancoAngeli, 2003, pp. 13-27
168
Idem
169
Marie Di Blasi, Sud-Ecstasy, cit., pp. 111-131
63

I consumatori delle nuove droghe non costituiscono una categoria omogenea


di persone ma si differenziano in rapporto a diversi aspetti: al tipo e al numero di
sostanze utilizzate; alle modalità con cui assumono la droga; all’entità della/e dose/i
assunta/e; alle circostanze in cui avviene il consumo; al grado di coinvolgimento; alle
funzioni che attribuiscono alla droga. Dunque esistono molteplici classificazioni:
1. la classificazione centrata sul modello di abuso, che si basa sul tipo di
sostanza prevalentemente utilizzata dal consumatore. I consumatori sono
differenziati a seconda delle diverse motivazioni che ne determinano, delle
caratteristiche personali e dei disturbi di personalità – ma i consumatori non
utilizzano sempre solo una sostanza e non dipende sempre da una scelta
intenzionale;
2. la classificazione basata sulla combinazione delle droghe utilizzate o sulla
differenziazione tra chi consuma una singola sostanza o chi ne utilizza più di
una – non si tiene conto del livello di coinvolgimento nel consumo e
distingue solo i soggetti dipendenti da quelli non dipendenti;
3. la classificazione fondata sul livello di coinvolgimento nel consumo,
discriminando tra consumatori sperimentali, occasionali, intensivi e
compulsivi, moderati, regolari, dipendenti – si considerano anche le modalità
di assunzione;
4. la classificazione centrata sui disturbi psicopatologici associati all’uso di
droga – individua soprattutto comportamenti psichiatrici tra i
tossicodipendenti170.
I nuovi consumatori si possono definire come soggetti normali che studiano o
svolgono un’attività lavorativa, spesso giovani dai 14 ai 25 anni, che frequentano un
gruppo di amici, hanno un vocabolario piuttosto specifico, gran disponibilità e
apertura verso gli altri, utilizzano occasionalmente più sostanze, con una ricerca vaga
e indeterminata degli effetti, e non sono dipendenti171.
Dunque, tra i ragazzi si afferma un nuovo modo di vivere il divertimento ed è
un modo davvero nuovo perché pieno e totalizzante, perché apparentemente privo di

170
Marcella Ravenna, Psicologia delle tossicodipendenze, cit., cit.
171
Ci sono differenze tra europei e americani: i secondi sono di età più avanzata e ciò influisce sulle
forme di consumo che è più casalingo, avviene tra amici in un ambiente tranquillo e riservato, in
piccole dosi allo scopo di sperimentarne l’effetto, mentre in Europa la regola è il dosaggio massiccio
con il solo scopo di sballare il più possibile; cfr. Maurizio De Vanna, Cinzia Vidoz, La cultura
dell’estremo: l’ecstasy, Roma, CIC Edizioni Internazionali, 2003, pp. 10-46
64

contenuti etici o politici. Per molti giovani diventa centrale il piacere, il bello, il
desiderio, la voglia di metamorfosi, di trasgressione. Quindi, si va a ballare per
cercare il massimo dell’appagamento del proprio piacere.
Trasgredire significa fare tutto quello che non si può fare nel tempo ordinario
e appropriarsi della notte sovvertendo il tempo, confondendo lo spazio, magari anche
alterando la propria coscienza con sostanze stupefacenti. Il tempo libero notturno
diventa un tempo liberato, una zona neutra, caratterizzata da un continuum temporale
giorno-notte-giorno nel quale si può dare spazio alla sperimentazione, fondamentale
negli adolescenti, ma determinante per tutti quei ragazzi messi ai margini del giorno,
in quanto si sentono spinti a collocarsi al di sopra della soglia della visibilità e del
riconoscimento sociale172.
Le nuove droghe sembrano “sane” perché senza aghi e dipendenza, per lo
meno fisica, sono veloci a “salire” perché gli effetti desiderati arrivano in fretta, non
fanno sentire la stanchezza, non vengono considerate droghe. Chi consuma le nuove
droghe si considera gente che vive al passo con i tempi, adeguata, integrata,
conforme alla società e al suo piccolo o grande gruppo di riferimento.
La crescente diffusione delle droghe di sintesi è legata a molteplici fattori.
Dal punto di vista del mercato illecito, la loro fabbricazione e commercializzazione
le rende competitive rispetto alle droghe tradizionali: i bassi costi di produzione e di
sintesi consentono margini di guadagno elevatissimi.
Agli occhi dei giovani consumatori esse si connotano con una immagine pulita di
sostanze interamente prodotte in laboratorio; l’assunzione risulta facilitata dal
formato (pasticche, bevande o fiale) che, a differenza della siringa, non lascia traccia
dell’avvenuta assunzione. Producono effetti prevedibili e di durata limitata nel
tempo, non danno dipendenza fisica e ciò convince i ragazzi a coltivare la
convinzione ottimistica che non facciano male173.
Nei contesti legati alle esperienze ricreative, le droghe hanno sempre più
sviluppato e stabilizzato la loro funzione di sostanza performativa, ovvero di
sostanze che vengono utilizzate per sentirsi più efficienti, prestanti, disinibiti,
mostrandosi sempre più aderenti agli imperativi sociali del successo, dell’iperattività
e dell’efficienza.

172
Ugo Ferretti, Luciana Santioli, “Nuove droghe” tra realtà e stereotipi, cit., pp. 28-39
173
Marie Di Blasi, Sud-Ecstasy, cit., pp. 19-42
65

Sulla base di queste premesse, quindi, appare evidente che l’aggettivo nuovo, che si
utilizza per descrivere le modalità di crescita e di individuazione degli adolescenti di
oggi, può essere legittimamente usato, non perché si tratti di qualcosa di nuovo in
assoluto, ma poiché evidenzia differenti modalità di rappresentazione, di
interpretazione, di relazione con sé, il mondo e gli eventi174.
I giovani consumatori dell’ecstasy si sentono profondamente diversi dagli
eroinomani:
- sono convinti di appartenere a un mondo del tutto diverso da quello degli
eroinomani;
- sentono di appartenere a una cultura diversa, una cultura buona, tranquilla e
spirituale, diversa dalle culture dell’alcool o dell’eroina;
- non vogliono avere nulla a che fare con siringhe e altro che abbia a che
vedere con il sangue; preferiscono una droga che faccia star bene e che non
ricordi malattie e morte (AIDS);
- hanno una grande capacità di autoregolazione, si assistono e si correggono a
vicenda, sfatando il mito che tutti i drogati siano individuati stupidi, egoisti
che non pensano ad altre persone e che non vogliono averne contatti;
- lo spacciatore di ecstasy è anche un consumatore, perciò non sono inseriti nel
mondo della criminalità, sono terrorizzati da ciò che non rientra nel loro stile
di vita;
- rifiutano ogni elaborazione teorica riguardante l’assunzione degli stupefacenti
e il trip (viaggio) non è un percorso di apprendimento, ma è solo alterazione
della coscienza, senza messaggi di protesta, senza lotte sociali per il cambiare
il mondo, anzi, la cultura dell’ecstasy è positiva verso i valori della cultura
dominante;
- considerano l’ecstasy una droga che risponde bene ai bisogni collettivi di
successo-iperattività-entusiasmo, pertanto non ci si limita a ricercare gli
effetti solo nei momenti di divertimento, ma l’esplorazione può riguardare
anche altri campi della vita umana175.

174
Le stesse abitudini che una parte dei giovani sta assumendo rispetto al tempo libero e a come
impiegarlo non sono uguali per tutti, poiché cambiano simultaneamente e spontaneamente nello
spazio e nel tempo, ma è difficile cogliere queste trasformazioni, in quanto contemporanee e in quanto
vengono attribuite alle nuove generazioni in generale, senza particolari distinzioni; cfr. Marie Di
Blasi, Sud-Ecstasy, cit., pp. 43-59
175
Maurizio De Vanna, Cinzia Vidoz, La cultura dell’estremo: l’ecstasy, cit., cit.
66

Dunque, le nuove droghe non incidono sulla normale vita sociale e lavorativa
dell’individuo, in quanto utilizzate solo nel tempo libero per la ricerca di estasi, di
stordimento e di sballo come unica alternativa a un’esistenza percepita come
deludente e senza via di uscita. Inoltre, favoriscono una straordinaria sensualità che
si configura attraverso una positiva condizione di vicinanza e di collegamento con
altre persone, caratterizzate da una maggiore tendenza alla comunicazione, che
diventa più diretta e coinvolgente, creando una relazione emotiva significativa,
aperta, senza paura e difesa, favorendo una più libera espressione e una maggiore
comprensione degli altri, sostenute dall’abbattimento dei confini tra sé e il mondo
esterno, dalla diminuzione dell’aggressività e dell’impulsività176.
L’ecstasy è comunque pericolosa; i produttori cercano di realizzare guadagni
sempre maggiori investendo meno risorse possibili a scapito della purezza e della
sicurezza dei prodotti. I fabbricanti sono scarsamente preparati, perciò è sufficiente
un errore di purificazione non corretta, oppure l’utilizzazione di reagenti tossici, o
radioattivi e cancerogeni, per arrivare a un prodotto altamente nocivo.
Un forte contributo alla pericolosità delle sostanze sintetiche deriva anche dalla
gestione del relativo mercato, in particolare dalla distanza tra il venditore e il
compratore (minore è la distanza migliore sarà la qualità, perché il primo risponde in
prima persona di ciò che spaccia) e il fattore polizia (se il mercato è tranquillo la
qualità sarà più alta, al contrario se gli interventi di controllo sono duri il mercato
diventerà teso e aumenterà l’offerta di sostanza a rischio perché saranno soprattutto
le bande criminali a muoversi sulla scena)177.
Gli effetti fisici maggiormente riportati risultano essere: tachicardia, aumento
della pressione arteriosa, aumento delle vigilanza, trisma (tensione dei muscoli
mandibolari e mascellari), bruxismo (digrignamento dei denti), sensazione di
secchezza delle fauci, ipertermia (aumento della temperatura corporea), diminuzione
dell’appetito e della sete, strozzatura dell’attività intestinale, aumento dell’attività
metabolica, potenziamento dell’attenzione, irrequietezza motoria, formicolio della
pelle, intensificazione della percezione tattile, dilatazione dei bronchi, aumento del

176
Idem
177
La realtà della produzione clandestina comporta il problematico rischio di ignorare la provenienza
e la composizione dell’ecstasy; cfr. Maurizio De Vanna, Cinzia Vidoz, La cultura dell’estremo:
l’ecstasy, cit., cit.
67

respiro, dilatazione delle pupille, leggera diminuzione di vista, di udito e di


sensibilità del dolore178.
L’ecstasy è una delle nuove droghe più diffuse; per una panoramica accurata
e aggiornata sulle droghe, i loro effetti e le loro caratteristiche si può consultare
l’appendice in allegato179.

1.2.3. I nuovi stili di consumo

Le nuove droghe sono in grado di produrre un piacevole eccitamento che


aumenta il senso di capacità, di potenza, di prestazione e di performance. Agiscono
sul cervello, imitando l’azione delle sostanze endogene, dunque già presenti nel
nostro organismo, sollecitando la zona preposta alle emozioni, al piacere, alla
gratificazione. Tale sistema neuronale per il piacere è fondamentale per la specie
umana perché stimola i bisogni primari (fame, sete, sesso) e, quindi, i comportamenti
necessari alla sua sopravvivenza.
Le sostanze abusano di questo sistema: la gratificazione e il benessere ottenuto con
additivi chimici o naturali, avviene con l’accesso diretto di queste sostanze al
cervello e ai suoi centri della gratificazione, ma la condizione di benessere non è
soltanto legata alla soddisfazione del bisogno stesso, dipende anche dai costrutti
mentali dell’individuo, dalle attività organizzatrice ed elaborative della mente e dalle
modalità con cui viene realizzata l’esperienza stessa.
L’arricchimento è caratterizzato proprio dall’acquisizione di esperienze (gratificanti
e non) e dalla capacità biologica e mentale di dare significati diversi alle esperienze
stesse. Non è un caso che siano proprio i giovani la popolazione più predisposta al
rischio di abusare delle sostanze; essi, infatti, si trovano nella fase dello sviluppo in
cui emergono bisogni specifici e, pertanto, sviluppano strumenti per gestire i propri
sentimenti e per realizzare i propri bisogni.
L’uso ormai così diffuso della droga non dipende tanto da un disagio
esistenziale quanto culturale; il piacere non è positivo e il desiderio, per definizione,
non è saziabile, poiché è una mancanza, un vuoto.
Il desiderio è da pensare non come uno stato stabile contrario al pieno, ma come uno
stato insaturabile che si svuota man mano che si cerca di riempirlo. Sotto questa

178
Idem
179
Vedere in Appendice Allegato 4 (pp. 178-183)
68

forma il desiderio fa provare un dolore insopportabile eppure irresistibile; il piacere


che ne consegue è la cessazione di questa pena, anestesia, piacere negativo, è un
sedativo al male di vivere di cui non ci si prende più cura.
Il piacere è il primo principio della vita psichica, è il movente più forte dell’azione
umana. Occorre distinguere due tipi di piacere: quello immediato, incurante, non
negoziato dell’infanzia e il piacere adulto che nasce dal differimento del godimento,
spostato su oggetti compatibili con il mondo e con gli altri.
La realtà non è negazione del piacere, ma è suo differimento perché non tralascia la
cura di uomini e cose, ma è proprio ricerca di piacere attraverso tale cura180.
I principali bisogni degli adolescenti e dei giovani ai quali l’esperienza con le
droghe può rispondere sono:
1. il bisogno di modificare e di espandere gli stati di coscienza;
2. la ricerca di sensazioni forti;
3. il bisogno di facilitazione sociale;
4. il bisogno di eccitazione nelle attività del tempo libero;
5. il bisogno di salvaguardare e di migliorare l’immagine di sé;
6. la ricerca di autonomia, di emancipazione, di sfida;
7. il bisogno di appartenenza e di prestigio;
8. il bisogno di aggrappamento e di controllo;
9. il bisogno di ridurre gli stati di disagio e di regolare le emozioni181.
1. Il bisogno di modificare e di espandere gli stati di coscienza.
Gli adolescenti ricorrono a sostanze psicoattive poiché esse consentono di
ottenere sensazioni e stati psicologici percepiti come piacevoli. I processi cognitivi
possono perdere coerenza; la percezione del tempo può rallentare o accelerare, il
soggetto sperimenta nuove emozioni o può evocarne di conosciute sulla base di
stimoli diversi da quelli abituali; l’attività fantastica s’intensifica tanto da prevalere
sulla percezione del mondo fisico assumendo un carattere di realtà; il senso di
identità personale, si può temporaneamente modificare. Le droghe attraggono le
persone perché consentono di rivelare aspetti sconosciuti del proprio sé, di accedere a

180
Il piacere va assecondato, non negato e questo va raccomandato, soprattutto, alle campagne
pubblicitarie che, con le loro minacce e le loro raccomandazioni retoriche mancano di efficacia
perché, trascurando la natura del desiderio e la qualità del piacere, trascurano gli incanti della vita. E
ognuno sa, che senza incanti, la vita non ha più voglia di vivere; cfr. Umberto Galimberti, L’ospite
inquietante, Milano, Feltrinelli, 2007, pp. 65-71
181
Marcella Ravenna, Psicologia delle tossicodipendenze, cit., pp. 115-142
69

una quantità notevole di informazioni in modo fulmineo e folgorante, di valorizzare


l’irripetibile.
2. La ricerca di sensazioni forti.
L’adolescenza è il periodo in cui s’intensificano il bisogno di ampliare i
confini del proprio spazio di vita e la curiosità di sperimentare nuovi stili di
comportamento anche ricercando esperienze avventurose e inusuali, è anche la fase
in cui sono maggiormente intrapresi comportamenti che implicano un certo grado di
rischio. L’esperienza con una droga, per la sua illegalità e potenziale dannosità,
costituisce una risposta efficace a tali bisogni. L’attrazione dei giovani per i
comportamenti spericolati è dovuta al bisogno di sensazioni e di esperienze variate,
nuove e complesse. Le persone che si trovano in situazioni ripetitive, caratterizzate
da noia e insensibilità, hanno bisogno di stimoli, di brividi, di avventura, di velocità.
3. Il bisogno di facilitazione sociale.
Tra le ragioni che spingono molti giovani ad assumere delle droghe, quelle
socioricreative sono certamente le più note. Il ricorso a sostanze psicoattive enfatizza
il senso di cameratismo e di benessere in diverse situazioni sociali contribuendo a
creare un’atmosfera di apertura, facilitando la comunicazione e la condivisione di
sentimenti ed esperienze di uguaglianza tra sé e gli altri che prescindono dalle
reciproche appartenenze. Ad esempio, gli adolescenti timidi ricorrono in maggior
misura alle droghe, rispetto a quelli che non evidenziano problemi di socializzazione.
4. Il bisogno di eccitazione nelle attività del tempo libero.
Ciò che le persone ricercano nelle attività del tempo libero non è
semplicemente la riduzione della tensione e il rilassamento, ma al contrario un certo
tipo di tensione associata a emozioni che normalmente le persone cercano di evitare.
I giovani ricercano un eccitamento non pericoloso, ma il rischio è la perdita
dell’autocontrollo.
5. Il bisogno di salvaguardare e di migliorare l’immagine di sé.
Quanto più l’adolescente sente l’esigenza di ricercare e di definire la propria
identità nell’esperienza di vita, tanto maggiore è la probabilità che egli possa
identificare l’assunzione delle droghe illecite come un modo per incrementare
sentimenti di efficacia personale, o ridurre le valutazioni di sé negative, o proteggersi
dal dolore e dall’insuccesso. La sperimentazione di diverse identità sociali, proprio
perché ha valore solo nel “qui e ora”, riduce la possibilità che l’adolescente esamini
70

e tenga accuratamente conto di tutte le implicazioni e le conseguenze del lungo


termine delle sue condotte.
6. La ricerca di autonomia, di emancipazione, di sfida.
Nella ricerca di occasioni concrete in cui verificare il grado di indipendenza
emotiva e di specificità dai genitori è possibile che per gli adolescenti l’esperienza
con una droga rappresenti una sfida nei confronti delle norme proposte.
L’intraprendere un’esperienza ignota e stigmatizzata dalla maggior parte degli adulti
consente al giovane di affermare e rimarcare la propria distanza dal loro mondo e di
esplicitare il suo bisogno di urtare e di sconcertare. Il fatto che la società non
riconosca esplicitamente il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e da questa all’età
adulta, può far sì che l’adolescente identifichi la droga come un mezzo che gli
consente di accorciare le tappe del percorso verso lo status adulto e di simboleggiare
la sua definitiva emancipazione dall’infanzia, ricercando l’esibizione e la messa alla
prova estrema, in quanto uniche e irripetibili.
7. Il bisogno di appartenenza e di prestigio.
Compito di sviluppo cruciale per ogni adolescente è ridefinire la relazione
con i genitori raggiungendo l’indipendenza emotiva, al fine di prendere decisioni
sulla salute, sulla sessualità, sull’istruzione, sulle amicizie, sulle idee politiche e sulle
scelte lavorative. Nel differenziarsi dalle figure adulte significative è necessario
avere dei coetanei a cui sentirsi simili, con cui sperimentare scelte e comportamenti
autonomi, con i quali condividere difficoltà e conflitti. In questa fase diventa intenso
il bisogno di essere accettati e stimati, perciò l’adolescente, per sentirsi ben integrato
e valorizzato, può adottare esperienze di similarità nei confronti del gruppo di amici
già consumatori. Al contrario, può anche ricercare esperienze di differenziazione
mediante l’astensione, ottenendo ammirazione e popolarità dagli altri membri del
gruppo, poiché dimostra coraggio, forza e libertà.
8. Il bisogno di aggrappamento e di controllo.
Il rapporto con la droga, all’inizio, è esclusivamente simbolico; per
l’adolescente vuol dire conquistare, attraverso quella degli altri, la stima di se stesso.
Superata la fase iniziatica, la droga funziona come strumento di aggrappamento,
ovvero come mezzo per controllare e dominare la situazione, per socializzare, oppure
semplicemente per sperimentare il piacere e il divertimento.
9. Il bisogno di ridurre gli stati di disagio e di regolare le emozioni.
71

L’adolescente, proprio perché attraversa una fase di profonde trasformazioni,


può sperimentare sentimenti di incertezza, inadeguatezza, di scarsa fiducia in se
stesso, può temere di sbagliare, di non essere all’altezza delle situazioni con le quali
si confronta, di non essere considerato dagli altri come desiderabile. Quanto più
l’adolescente avverte la difficoltà e il peso dell’affrontare e superare dei compiti di
sviluppo, o incontra eventi stressanti e traumi improvvisi, tanto più aumenta la
probabilità che la droga possa apparirgli come un mezzo per ridurre stati psicologici
negativi – quali l’ansia, l’angoscia, la depressione, sentimenti di bassa autostima. Le
sostanze psicoattive possono mostrarsi anche come strumento di integrazione, in
quanto i giovani hanno necessità di incrementare le proprie capacità di competizione
al fine di raggiungere il successo.
Dunque, i giovani stanno male non per le solite crisi esistenziali che
costellano la giovinezza, ma perché il nichilismo182 penetra nei loro sentimenti,
confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima,
intristisce le loro passioni. Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare,
solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del
consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno
diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che non riesce più a proiettarsi in un futuro
capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da
vivere con la massima intensità, non perché quella intensità procuri gioia, ma perché
promette di seppellire l’angoscia prodotta dalla realtà, ormai priva di senso.
Gli adolescenti non sanno descrivere il loro malessere perché hanno ormai raggiunto
un analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e
soprattutto chiamarli per nome. Nel deserto della comunicazione, dove la famiglia
non desta più alcun richiamo e la scuola non suscita alcun interesse, tutte le parole
che invitano all’impegno e allo sguardo volto al futuro affondano nella solitudine

182
Il termine nichilismo designa in senso generico l'atteggiamento volto a negare in modo definitivo e
radicale l'esistenza di qualsiasi valore in sé e l'esistenza di una qualsiasi verità oggettiva. Il nichilismo
è una concezione delle cose, in base alla quale la realtà sarebbe inesorabilmente destinata a declinare
nel nulla, ovvero, dal punto di vista etico, sarebbe indeterminabile o assente una finalità ultima che
orienti il corso delle cose e la vita dell'uomo. In Nietzsche la parola nichilismo designa l'essenza
della crisi che ha investito la civiltà europea moderna: il nichilismo è un evento che porta con sé
decadenza e spaesamento, tanto da costituire una sorta di malattia da cui il mondo moderno è affetto;
tale malattia condurrebbe alla disgregazione del soggetto morale, alla debilitazione della volontà e alla
perdita del fine ultimo dell'esistenza; cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Nichilismo
72

della loro segreta depressione come stato d’animo senza tempo, governato dal
nichilismo183.
Gli adolescenti sono “nuovi” poiché legati a nuovi valori: con la
commercializzazione spinta e l’esigenza forzata di successo tendono a perdere
l’anima. L’innovazione tecnologica porta alla fredda razionalità, alla velocità e alla
perfezione; è una tecnica priva di contenuti, in quanto sempre nuova e differente ma
priva di senso, di scopo, poiché svuotata dei valori di etica, politica, religione, natura,
storia. La rivoluzione linguistica regala un linguaggio moderno, semplice,
superficiale, veloce, senza limiti – basti pensare ai blog, ai siti web, come facebook, o
ai motori di ricerca, come google, i quali permettono di avere conoscenze infinite e
immediate, consentono di comunicare sempre e ovunque e di diffondere e di
arricchire il sapere continuamente. Il valore della spettacolarità diventa l’unico valore
intoccabile, poiché l’esperienza è l’unico modo per incontrare senso. Si sviluppa il
multitasking – letteralmente vuol dire eseguire più programmi contemporaneamente
– contro la noia e in risposta al bisogno di velocità; il movimento, senza fatica,
diventa un valore supremo in quanto si ha la necessità di fare più cose
contemporaneamente, ma con sufficienza perché non si ha bisogno di fare di meglio;
l’importante è fare184.
La mancanza di un futuro come promessa arresta il desiderio nell’assoluto
presente. Meglio star bene e gratificarsi oggi se il domani è senza prospettiva. Ciò
significa che nell’adolescente non si verifica più quel passaggio naturale che va
dall’amore di sé all’amore verso gli altri e il mondo. Senza tale passaggio, si corre il
rischio di indurre un’educazione finalizzata alla sopravvivenza e a motivazioni
utilitaristiche, con conseguente affievolimento dei legami emotivi, sentimentali e
sociali. La mancanza di un futuro come promessa priva genitori e insegnanti
dell’autorità di indicare la strada. Tra adolescenti e adulti si instaura un rapporto
contrattualistico e asimmetrico, in quanto l’adolescente deve essere contenuto. E
quando i sintomi del disagio si fanno evidenti, l’atteggiamento dei genitori e degli
insegnanti oscilla tra la coercizione dura – che può avere senso quando le promesse

183
Un po’ di musica nelle orecchie per cancellare tutte le parole, un po’ di droga per anestetizzare il
dolore per provare una qualche emozione, tanta solitudine tipica dell’individualismo esasperato,
sconosciuto alle generazioni precedenti, indotto dalla persuasione che non ci si salva se non da soli,
magari attaccandosi, nel deserto dei valori, al denaro, in quanto unico generatore simbolico di tutti i
valori; cfr. Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, cit., pp. 11-14
184
Alessandro Baricco, I barbari, Roma, Fandango Libri, 2006
73

del futuro sono garantite – e la seduzione di tipo commerciale, costruita sulla cultura
consumistica185.
L’eccesso emozionale e la mancanza del raffreddamento riflessivo possono
comportare quattro atteggiamenti negli adolescenti:
1. lo stordimento dell’apparato emotivo attraverso quelle pratiche rituali che
sono le notti in discoteca o i percorsi della droga186;
2. il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le emozioni attraverso i
percorsi della non partecipazione che portano all’indifferenza187;
3. il gesto violento per scaricare le emozioni e per ottenere un’overdose che
superi il livello di assuefazione come nella droga;
4. la genialità creativa, se il carico emotivo è corredato da buone autodiscipline,
ovvero strumenti di contenimento appresi solo se i genitori hanno passato
molto tempo con i figli.
I giovani oggi perdono la distinzione tra interiorità ed esteriorità, tra la parte
discreta, singolare, privata, intima e la sua esposizione e pubblicizzazione. Il pudore
difende l’intimità, e quindi la libertà, vigilando e decidendo sul grado di
disponibilità, di apertura e di chiusura, verso l’altro. L’intimità si coniuga con la
discrezione, in quanto nell’intimità occorre essere discreti e non svelare per intero il
proprio essere, affinché non si dissolva quel mistero che, se interamente svelato,
estingue non solo la fascinazione ma anche l’identità personale. Al contrario, la
società consumistica vuole la pubblicizzazione dell’intimo, poiché le merci sono
prese in considerazione solo se pubblicizzate. I giovani hanno senso di esistere solo
se si mettono in mostra, se pubblicizzano la loro immagine. Per esserci bisogna

185
I giovani devono esplorare la loro potenza, devono sperimentare i limiti della società, devono
affrontare tutte le situazioni tipiche dei riti di passaggio dell’adolescenza, tra cui uccidere
simbolicamente l’autorità, il padre. E siccome questo processo non può avvenire in famiglia dove, per
effetto dei rapporti contrattuali tra padri e figli, l’autorità non esiste più, i giovani finiscono con
l’esplorare la loro potenza con la polizia, scatenando nella scuola, nel quartiere, allo stadio, nella città,
nella società la violenza contenuta in famiglia; cfr. Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, cit., pp.
25-30
186
I genitori promuovono un’educazione fisica e una intellettuale, ma non un’educazione emotiva, dei
sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure. Tutte queste cose l’adolescente se le
organizza da sé come può e soprattutto con gli strumenti che non ha. Gli adulti veicolano l’amore
attraverso le cose che in abbondanza acquistano per soddisfare i desideri dei giovani che vanno a
occupare il vuoto di comunicazione. All’interno della sovrabbondanza di stimoli esterni e nella
carenza di comunicazione emergono i primi segnali di indifferenza emotiva; cfr. Umberto Galimberti,
L’ospite inquietante, cit., pp. 43-64
187
L’emozione è essenzialmente relazione. I giovani di oggi sono soli e depressi, rabbiosi e ribelli,
nervosi e impulsivi, aggressivi e impreparati alla vita, perché privi degli strumenti emotivi
indispensabili , ovvero delle relazioni, per dare avvio a comportamenti di empatia, autocontrollo e
autoconsapevolezza, senza i quali non si è capaci di parlare, di ascoltare, di risolvere i conflitti, di
cooperare; cfr. Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, cit., cit.
74

apparire. E chi non ha nulla da mettere in mostra, non ha una merce, un corpo, un
messaggio, pur di apparire e uscire dall’anonimato mette in mostra la propria
intimità, la propria anima – ne sono un esempio i reality show come il Grande
Fratello, l’Isola dei Famosi e altre trasmissioni188.
Dunque, le caratteristiche adolescenziali che possono agevolare l’uso di
sostanze stupefacenti sono:
- le modalità di pensiero onnipotente, tipiche della fase adolescenziale, poiché
portano a credere di poter controllare il rapporto con la droga, qualunque essa
sia, sottovalutando la possibilità che questa ha di condurre a un uso
problematico. I giovani assumono le sostanze soprattutto per aumentare il
divertimento nei contesti ludico-ricreativi, al fine di essere in maggior
sintonia con se stessi e con il prossimo, attraverso la caduta dei freni inibitori;
- la dimensione egocentrica, in quanto porta l’adolescente a vedere solo il suo
punto di vista. La conflittualità nasce quando si presenta qualche effetto
indesiderato, ma quest’ultimo deve essere vissuto dal ragazzo – se raccontato
perde di valore, proprio in virtù del pensiero concreto e della difficoltà a
credere al punto di vista altrui;
- la tendenza alla sperimentazione, tipica dell’adolescente, il quale può anche
solo provare una sostanza, poiché proibite e lontane dalle leggi familiari;
- il ragionamento ipotetito-deduttivo, quindi l’astrazione e la capacità di
simbolizzazione, in quanto essendo in fase di formazione e di sviluppo può
accadere che in un dato momento prevalga l’immediatezza dell’esperienza,
senza una valutazione delle conseguenze delle proprie azioni e una riflessione
su eventuali rischi;
- la tendenza all’agito, a concretizzare il conflitto, a oltrepassare il pensiero,
perché tipiche modalità difensive dell’adolescente, le quali possono avere
anche un valore fortemente comunicativo;
- il conflitto tra autonomia e dipendenza, proprio della crisi adolescenziale,
poiché caratterizzato dal passaggio tra la rinuncia alla protezione fornita
dall’adulto e il bisogno di sicurezza e di stabilità. I giovani tendono ad

188
È il giovane stesso che decide di consegnare la propria interiorità, la sua parte intima, rendendo
pubblici i suoi sentimenti, le sue emozioni, poiché la sua vita è di proprietà comune; la società impone
una de-privatizzazione con l’ostensione della spudoratezze del sé, un’omologazione dell’intimo,
secondo la quale il pudore è sintomo di insincerità, di chiusura in se stessi, di repressioni, di inibizioni
mentre la spudoratezza è una virtù: la virtù della sincerità; cfr. Umberto Galimberti, L’ospite
inquietante, cit., cit.
75

affrontare tali oscillazioni destabilizzanti mediante condotte trasgressive, al


fine di affermare una propria individualità, in contrapposizione con le regole
e le leggi familiari189.
Nonostante i giovani siano costantemente studiati, classificati, in particolare
negli ultimi decenni, continuano a essere indecifrabili per il mondo degli adulti. I
loro progetti hanno il respiro di un giorno, l’interesse della durata di un’emozione, il
gesto non diventa stile di vita e l’azione si esaurisce nel gesto. La passione imprecisa
non sa se avere legami con il cuore o con il sesso e non riesce a decidere con chi dei
due entrare in intensa relazione. L’aggressività non sa se scatenarsi su di sé o sugli
altri, e l’ira di un giorno è subito cancellata dalla notte, durante la quale si celebra
l’eccesso della vita oltre la misura concessa, in quella gioiosa confusione dei codici,
nella quale si può però rischiare di superare il limite del codice della vita, varcando
quello della morte.
Il disagio adolescenziale non è solo psicologico, è anche culturale; il giovane è
vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se non addirittura di
legami affettivi. Dunque, la sofferenza è la conseguenza, non la causa, di
un’implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università,
nel precariato sono le prime vittime190.
Per superare il nichilismo occorre consentire ai giovani di scoprire o risvegliare il
loro segreto, spesso a loro stessi ignoto, distanziandosi sia da uno sguardo
psicologico, che considera la giovinezza come un’età faticosa, difficile, una fonte di
sofferenze e di ansie, in quanto non si è più bambini e non si è ancora adulti; sia da
uno sguardo sociologico, che pone l’attenzione sulla devianza, in risposta più alle
ansie genitoriali che alle frustrazioni dei giovani, svilendo il loro segreto poiché
privati di senso e di identità191.

189
Giornata seminariale rivolta ai Vigili della città di Torino sulla prevenzione all’uso e all’abuso di
Nuove Droghe nella popolazione giovanile, dicembre 2005
190
I giovani possono oltrepassare il nichilismo progettando un futuro “nuovo”, ma devono essere
educati a se stessi, assolutamente a se stessi, al fine di conoscersi, amarsi, incuriosirsi di sé, trovare la
propria virtù e farla esplodere; cfr. Umberto Galimberti, L’ospite inquietante cit., cit.
191
Gli adolescenti e i giovani hanno bisogno di realizzare il loro segreto: l’espansività. Espansività
vuol dire pienezza, vuol dire potenza, vuol dire accelerazione della vita. La realtà non esaurisce tutto il
possibile, pertanto l’assenza non è mancanza ma è tensione esplorativa, dinamica, fantastica. La
passione per l’assenza è ricerca dell’utopia, al fine di creare nuove idee; è ricerca del viaggio, al fine
di scoprire nuovi oggetti, persone, luoghi, parole; è ricerca della sfida, al fine di mettersi alla prova,
fare nuovi tentativi; è ricerca di trasformazione, riappropriandosi di ciò che si è depositato
nell’infanzia e ricostruendo il nuovo corpo e la nuova mente, in seguito ai naturali cambiamenti
dell’adolescenza. Solo se si realizzano la pienezza espansiva e l’assenza che promuove la ricerca, i
giovani possono svelarsi a se stessi; cfr. Umberto Galimberti, L’ospite inquietante cit., cit.
76

2
____________________________________________________________________
Come raggiungerli?
La prevenzione dei servizi e le risorse della famiglia

2.1. Dal disagio all’agio: le culture e le strategie preventive

L’adolescenza è uno dei periodi della vita più difficili da affrontare ed è


anche il periodo più trascurato dai servizi sanitari: esiste la pediatria, che si occupa
dei bambini fino ai 14 anni, per passare direttamente ai servizi per adulti, lasciando il
periodo adolescenziale in una specie di limbo.
Rispetto all’adolescenza, nel nostro paese, prevale una linea di intervento terapeutico
e sanitario, in quanto ogni altra linea di approccio sembra essere assente, o contratta.
Il solo ambito di attività rivolto ai giovani, nel quale l’approccio patologico è assente,
è quello della scuola. Le prime aperture della scuola verso interventi più psicologici,
o psicoterapici, avvengono solo in seguito all’emanazione del Decreto del Presidente
della Repubblica del 9 ottobre 1990 n. 309, il quale all’articolo 106 prevede la
realizzazione dei CIC – Centri di Informazione e Consulenza rivolti agli studenti
delle scuole secondarie superiori. Non è quindi l’esigenza di affrontare i problemi
degli adolescenti, o di aiutare gli insegnanti all’interno delle complesse relazioni con
i loro allievi, a promuovere l’instaurazione di tale apertura scolastica, ma è una legge
sulla tossicodipendenza che prevede la costituzione di Centri di Informazione e
Consulenza come mezzo di prevenzione delle tossicodipendenze192.

192
Nella fase adolescenziale viene a mancare un importante supporto: l’accompagnamento. In passato
se ne occupavano i sacerdoti, o le organizzazioni cattoliche, o i compagni di lavoro, o i compagni
d’armi, o i superiori in grado; oggi, la funzione di accompagnamento non è più prevista. La vita dei
giovani non ha più come centrale l’esperienza religiosa, o lavorativa, o del servizio di leva; perdendo
77

Capire il problema delle tossicodipendenze giovanili, in un’ottica preventiva,


non vuol dire cercare di scoprire il perché della droga, ma significa definire il
termine prevenzione al fine di trovare gli strumenti idonei a realizzarla.
Analizzando le campagne antidroga prodotte dalle istituzioni pubbliche e dai privati,
fino a oggi, emerge che ciò che non si indica è proprio il come dissuadere dalla
droga. Molte attività di prevenzione sono condotte all’insegna del divieto e della
proibizione, al fine di combattere l’uso e il consumo delle sostanze stupefacenti. Ciò
tralascia e non affronta il problema reale, ovvero il disagio giovanile.
Partendo dalla consapevolezza che la droga è un semplice luogo di manifestazione di
un disagio culturale, si può comprendere che prevenire non significa agire contro la
droga. Piuttosto, prevenire consiste nel produrre delle condizioni, a livello locale,
volte a promuovere forme soggettive di agio, tali da non permettere la
concretizzazione del disagio in comportamenti devianti, come l’uso e il consumo di
droga193.

2.1.1. La prevenzione

Il termine “prevenzione” comprende contemporaneamente tre aree di


significato, strettamente collegate tra loro:
1. prevenire come arrivare prima, anticipare, precedere, agire a monte di;
2. prevenire come impedire, ostacolare, evitare, scongiurare qualcosa che si
ritiene comunque negativo o pericoloso;
3. essere prevenuto come anticipare un giudizio negativo, essere intollerante,
discriminare qualcosa o qualcuno194.
La definizione di prevenzione è utilizzata in modo congiunto o disgiunto con
quella di promozione, poiché indicano delle strategie e delle metodologie di
intervento da applicare in campo sanitario, sociale, assistenziale, educativo,

le figure che svolgevano una qualche forma di accompagnamento, si tende a demandare tale funzione
alla famiglia e al gruppo dei pari, con una progressiva sproporzione a favore di questo. Dunque,
l’accompagnamento è importante e va fatto e previsto nei luoghi di vita degli adolescenti, poiché molti
giovani hanno bisogno e, soprattutto, cercano punti di riferimento e di rapporto; cfr. Ugo Ferretti,
Luciana Santioli, “Nuove droghe” tra realtà e stereotipi, cit., pp. 19-27
193
Massimo Buscema, Prevenzione e dissuasione, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1986, pp. 28-42
194
Da tale definizione emergono due considerazioni: 1) il termine ha una forte connotazione negativa,
in quanto sottintende il riferimento a oggetti nemici; 2) l’atto di prevenire comporta sempre la capacità
e la possibilità di prevedere, di prefigurare qualcosa che non è ancora manifesto, interpretando segnali
premonitori e immaginando possibili scenari futuri; cfr. Luigi Regoliosi, La prevenzione del disagio
giovanile, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1994, pp. 33-43
78

finalizzate a contenere fenomeni degenerativi, o ad ampliare le risorse, le


potenzialità, la qualità di vita individuale e collettiva. Il termine “pre-venire” indica
tanto il precedere che un evento si manifesti, quanto la capacità di impedire,
ostacolare, evitare che tale evento porti danno. Esso si focalizza su un danno
possibile e probabile, spesso già manifesto, e quindi relativamente conosciuto, di cui
si vuole impedire la riproduzione. Il concetto “pro-muovere” indica tanto un andare
verso qualcosa ritenuto benefico, quanto il favorirne lo sviluppo e la diffusione.
L’attenzione è concentrata su un obiettivo, uno scopo, un orizzonte verso cui
indirizzare un cammino, ossia un processo, un cambiamento195.
Sul tema della prevenzione si confrontano discipline diverse (mediche,
biologiche, psicologiche, sociali) che, inevitabilmente, enfatizzano differenze di
opinione e di prassi; le strategie preventive risentono dell’evoluzione del più
complessivo clima culturale del nostro paese, passando dal prevalere di modelli
medico-psichiatrici, all’affermarsi di modelli sociologici, allo sviluppo delle teorie
psicologiche fino alla valorizzazione degli approcci relazionali ed educativi.
Nello specifico, le molteplici interpretazioni del fenomeno della prevenzione si
rifanno a due differenti concezioni di prevenzione, tra di loro strettamente connesse
sotto il profilo socio-assistenziale e, allo stesso tempo, contrapposte; da una parte si
configura una concezione repressivo-difensiva di prevenzione196, dall’altra se ne
sottolineano gli aspetti più promozionali197.
In ambito sanitario la prevenzione viene classificata in prevenzione primaria,
volta ad anticipare il dispiegarsi di una patologia; prevenzione secondaria, volta a
evidenziare una malattia nei suoi primi stadi generalmente asintomatici; e
prevenzione terziaria, volta a ridurre le conseguenze negative correlate a una

195
Maria Dal Pra Ponticelli, Dizionario di Servizio Sociale, cit., pp. 461-467
196
In questa prospettiva è quasi completamente assente la preoccupazione educativa per l’aspetto
promozionale della prevenzione. La finalità prevalentemente difensiva privilegia l’interesse dei
minacciati e lascia in ombra il destino dei prevenuti. La prevenzione repressiva separa l’intervento
preventivo dalla finalità riadattiva e reintegrativa; dunque, non elimina o riduce le cause della
devianza e della diversità, ma alimenta la sfiducia verso la capacità di riscatto dell’emarginato; cfr.
Ministero dell’Interno Direzione Generale dei Servizi Civili, Emarginazione e associazionismo
giovanile, Roma, Osservatorio della Gioventù Università Salesiana, 1990, pp. 193-198
197
La prevenzione promozionale pone scarsa attenzione circa le cause sociali e politiche della
marginalità e il territorio nel quale il marginale agisce. La separatezza tra intervento pubblico e privato
segna la divisione del lavoro sociale tra lo Stato che opera con strumenti di prevenzione repressiva e i
privati che operano più ideologicamente attraverso la prevenzione assistenziale. A prescindere da tali
criticità, l’educazione è considerata in se stessa un fattore di prevenzione, sia primaria sia secondaria,
poiché aperta a recepire istanze e valori. Educare in contesto preventivo non significa solo
condizionare, adattare, trasmettere ma anche proporre valori di fraternità, libertà, solidarietà; cfr.
Ministero dell’Interno Direzione Generale dei Servizi Civili, Emarginazione e associazionismo
giovanile, cit., cit.
79

patologia in atto. Tale distinzione è assunta anche in campo sociale, focalizzando gli
interventi primari sull’informazione e dissuasione generalizzata; gli interventi
secondari sull’individuazione di comportamenti e soggetti a rischio; gli interventi
terziari sul reinserimento di soggetti marginali, dipendenti, devianti198.
La prevenzione primaria si rivolge a una popolazione non selezionata di
soggetti per i quali esiste un rischio generale di devianza, di marginalità e di
patologia sociale. Questo tipo di intervento presuppone una precedente conoscenza di
un dato contesto sociale, nel quale si sono individuate le cause di una probabile
situazione di rischio, cioè di fattori che possono facilitare l’interazione tra
predisposizioni del soggetto e comportamento deviante.
La prevenzione primaria si colloca sia a livello politico (la prevenzione primaria
coincide con l’insieme delle politiche che mirano a realizzare una più alta qualità
della vita: politica della famiglia, della casa, della scuola, della gioventù, della salute,
della cultura, del tempo libero), sia a livello culturale (la prevenzione primaria mira a
formare rappresentazioni collettive corrette dei problemi della devianza e della
marginalità, svelando le eventuali distorsioni e fornendo interpretazioni il più
obiettivo possibile)199.
L’educazione rappresenta un intervento di prevenzione primaria, perché tende
a favorire la capacità di autonomia di dare un senso alla propria vita, di progettarla,
di decidere, di agire coerentemente rispetto alle decisioni, che sono condizioni
essenziali per potersi confrontare in modo maturo con la realtà e per interpretarla
correttamente200.
La prevenzione secondaria si rivolge in modo specifico a soggetti che già
evidenziano sintomi di adesione non definitiva e non strutturata ai modelli di
comportamento deviante, o a situazioni di marginalità, anormalità, patologia.

198
Maria Dal Pra Ponticelli, Dizionario di Servizio Sociale, cit., cit.
199
Ministero dell’Interno Direzione Generale dei Servizi Civili, Emarginazione e associazionismo
giovanile, cit., pp. 205-211
200
Educare per prevenire esprime una doppia intenzione: anticipare le varie forme di marginalità,
potenzialmente emergenti della povertà materiale e morale, e allo stesso tempo potenziare la capacità
di autoliberazione, di consapevolezza e di riscatto dei più poveri. Dunque, prevenzione significa anche
anticipazione dei ritmi e dei processi di sviluppo del ragazzo, incoraggiamento ad abbandonare gli
squilibri già raggiunti per esplorare nuove possibilità, ed eventualmente correre i rischi calcolati nella
ricerca di altre esperienze e di altre prospettive. Tale prevenzione implica nell’educatore la capacità di
assumersi le responsabilità di indicare strade, di accompagnare lungo la realizzazione dei percorsi di
vita dei ragazzi, di garantire il rientro positivo in caso di fallimento. Per raggiungere ciò è necessario
riattivare nei genitori, negli insegnati, negli animatori una sensibilità pedagogica e una passione
pedagogica, capace di coerente e concreta progettualità, cammino ancora lungo da fare in ambito
politico e amministrativo; cfr. Ministero dell’Interno Direzione Generale dei Servizi Civili,
Emarginazione e associazionismo giovanile, cit., cit.
80

Da una parte, la prevenzione secondaria si rivolge alla famiglia, al gruppo dei pari,
alla scuola, al quartiere al fine di individuare i fattori predisponenti e di cercare di
neutralizzarli, fino a ottenere se possibile un appoggio positivo per l’intervento
diretto sui giovani. Dall’altra, essa si concentra sui fattori predisponenti già in azione
nel soggetto, cercando di controbatterli e di neutralizzarli.
In questo contesto il fattore educativo si presenta come dimensione insostituibile
dell’intervento preventivo; la situazione ipotizzata è quella di un soggetto che
generalmente non presenta patologie individuali specifiche ma che denota le carenze
delle capacità che normalmente un giovane in quelle condizioni, o circostanze, è in
grado di esercitare (la capacità di ricomporre gli equilibri instabili prodotti dalle
contrastanti esigenze dei compiti di maturazione).
È in questa situazione di precarietà, in cui si riconosce un numero crescente di
giovani, che si sviluppa il disagio giovanile e si preannuncia la minaccia di
comportamenti più strutturati nel senso della patologia sociale201.
La prevenzione terziaria, invece, si rivolge a soggetti che già hanno
strutturato un comportamento socialmente inaccettabile, ovvero che hanno già
sperimentato la devianza, forse hanno già interiorizzato una o più forme di
stigmatizzazione e perciò hanno accettato o subìto una lenta trasformazione della
loro personalità, fino alla formazione di un’identità negativa.
Si tratta di una forma di prevenzione che presuppone la fiducia nella piena
rieducabilità, intesa come recuperabilità delle capacità personali, del soggetto
deviante mediante interventi specificamente terapeutici.
Più positivamente, la prevenzione terziaria implica il tentativo di destrutturazione
profonda del comportamento deviante, la ricostruzione totale del quadro
motivazionale del soggetto, la neutralizzazione degli effetti dello stigma, la
normalizzazione dei ritmi di vita, la proposta di valori alternativi202.
Prevenire a questo stadio significa rendere difficile l’aggravarsi della
situazione, impedire la morte del soggetto, neutralizzare l’eventualità di altri danni
fisici o psichici a lui e agli altri203.

201
La prevenzione secondaria non contiene, o blocca, o fissa un certo livello di marginalità, ma cerca
di destrutturare il comportamento deviante al fine di riorientarlo verso un cammino di maturazione
personale; cfr. Ministero dell’Interno Direzione Generale dei Servizi Civili, Emarginazione e
associazionismo giovanile, cit., cit.
202
Idem
203
La politica di riduzione del danno sembra comportare un abbassamento del tiro, una
minimizzazione degli obiettivi, rispetto agli interventi sulla tossicodipendenza. Quasi un programma
di ripiego, una seconda scelta resa obbligatoria dall’insuccesso della lotta contro la droga. Ma tra gli
81

In sintesi, la prevenzione, in ambito sanitario, si può così suddividere:

Primaria Secondaria Terziaria


Agisce dopo il
Impedisce il verificarsi di Individua e risolve un
manifestarsi di un
un problema problema
problema
Interventi di: Interventi di: Interventi di:

- informazioni sulle - formazione presso - non ricaduta del


sostanze; le scuole, luoghi di tossicodipendente;
- educazione al non lavoro, altre - riabilitazione
consumo di situazioni; presso comunità
droghe; - individuazione e terapeutiche e
- educazione alla neutralizzazione di servizi pubblici;
salute fattori devianti nei - riduzione del
gruppi a rischio danno

In ambito sociale la prevenzione viene classificata in prevenzione potenziale;


prevenzione aspecifica del disadattamento; prevenzione specifica del disadattamento
scolastico, lavorativo, sociale; prevenzione specifica primaria dei comportamenti
aggressivi; prevenzione specifica secondaria delle diverse forme di devianza204.
La prevenzione potenziale riguarda tutti quegli interventi che influiscono
positivamente sulla qualità della vita giovanile, promuovendo salute, cultura,
socializzazione. Tali iniziative rappresentano una base di appoggio per qualsiasi
politica in campo sociale, in quanto offrono sostegno nell’affronto di quel disagio
diffuso derivante dalla condizione di complessità che caratterizza la nostra società, e
costituiscono un percorso per accompagnare e per supportare il disagio evolutivo

interventi di aiuto (riduzione del danno) e quelli di cambiamento (uscita dalla dipendenza) non c’è una
reale contrapposizione, o discontinuità: laddove fallisce un progetto di drug-free subentra
un’attenzione alla riduzione del danno. Si assiste a un’integrazione tra “to cure” (curare) e “to care”
(prendersi cura); dunque, la politica di riduzione del danno significa alzare il tiro degli interventi,
ampliare il campo delle opportunità e non, invece, ridurre la prospettiva. Gli obiettivi principali della
riduzione del danno sono la riduzione della mortalità (per overdose, per malattia, per incidenti
correlati all’abuso); la riduzione delle infezioni (soprattutto HIV; la riduzione della carcerazione per
reati connessi al bisogno di sostanze stupefacenti; la riduzione degli stati di emarginazione e di
isolamento. Tali obiettivi vengono realizzati mediante molteplici strumenti, spesso oggetto di
dibattito, poiché non sempre ritenuti idonei al conseguimento degli obiettivi, in quanto sospettati di
aumentare i tempi di scelta, nei confronti dei programmi terapeutici, e di cronicizzare il soggetto nella
situazione apparentemente meno dispendiosa. Gli strumenti sono la disponibilità e l’accessibilità di
presidi sanitari; gli interventi assistenziali; la legalizzazione delle droghe leggere; la prescrizione
medica per somministrazione controllata di eroina. La riduzione del danno non rappresenta una nuova
politica per le tossicodipendenze; semplicemente è un insieme di strumenti in più, riconducibili a una
maggiore attenzione, soprattutto sanitaria, ai rischi in cui le persone tossicodipendenti incorrono nel
periodo di uso e di abuso alle droghe; cfr. P.A. O’Hare, R. Newcombe, A. Matthews, E.C. Buning, E.
Drucker, La riduzione del danno, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1994, pp. 265-278
204
Luigi Regoliosi, La prevenzione del disagio giovanile, cit., cit.
82

legato alle difficoltà specifiche relative ai compiti di sviluppo dell’età adolescenziale.


Gli interventi consistono in attività di carattere ricreativo-culturale, di
socializzazione, orientamento e formazione finalizzate a promuovere potenzialità e
competenze sociali, relazioni interpersonali, coscienza collettiva.
La prevenzione aspecifica del disadattamento si riferisce a quegli interventi
che scaturiscono da progetti mirati allo sviluppo di fattori protettivi e sul
contenimento di fattori generali di disagio personale e sociale che possono ostacolare
il percorso di adattamento del ragazzo. Gli interventi riguardano le attività e i servizi
rivolti a prevenire e ad alleviare condizioni di deprivazione culturale, affettiva,
sociale ad accompagnare e orientare la persona in fasi e momenti di cambiamento
cruciale, a promuovere competenze per una positiva integrazione sociale del
soggetto.
La prevenzione specifica del disadattamento scolastico, lavorativo, sociale si
riferisce a quegli interventi che si propongono di modificare i fattori di
condizionamento (individuali e ambientali) che possono inibire il positivo
inserimento del soggetto in uno specifico contesto sociale (scuola, mondo del lavoro,
comunità locale). Si tratta di azioni di sostegno e di orientamento mirato, ovvero di
progetti di analisi socio-ambientale, di sensibilizzazione e di formazione rivolti ad
adulti, genitori, insegnanti, educatori, mondo del lavoro.
La prevenzione specifica primaria dei comportamenti devianti riguarda tutti
quegli interventi che si focalizzano sulle cause (fattori endogeni, familiari,
socioculturali) del comportamento improprio che può portare alla patologia sociale.
Gli interventi consistono in progetti di educazione alla salute, di sensibilizzazione e
di formazione centrati sul tema dell’abuso di sostanze, del consumismo, della
manipolazione del corpo, del fanatismo, della intolleranza, ovvero gli interventi sono
rivolti a prevenire atteggiamenti e comportamenti di passività, delega, violenza,
asocialità che si ritengono correlati in qualche modo alla forma di devianza
combattuta.
La prevenzione specifica secondaria delle diverse forme di devianza raccoglie
gli interventi rivolti direttamente a soggetti e a contesti familiari già coinvolti in una
subcultura deviante. Si tratta di iniziative di accompagnamento, sostegno,
counseling, orientamento, risocializzazione e, in ambito sociale, di azioni volte a
83

prevenire processi di stigmatizzazione e di emarginazione sociale di giovani a


rischio205.
In sintesi, la prevenzione, in ambito sociale, si può così suddividere:

Specifica del
Aspecifica
disadattamen-
del Specifica Specifica
Potenziale to scolastico,
disadatta- primaria Secondaria
lavorativo,
mento
sociale
Sviluppa i
Accompagna e Cambia i Individua le
fattori
supporta il fattori di cause dei Individua le
protettivi e
disagio condiziona- comportamenti cause della
contiene il
evolutivo degli mento devianti dei devianza
disagio dei
adolescenti negativo giovani
giovani
Interventi di Interventi di
Interventi di
Interventi educazione accompagna-
sostegno,
ricreativo- alla salute, mento,
Interventi di orientamento
culturali, di sensibilizza- sostegno,
integrazione mirato,
socializzazione, zione, counseling,
sociale sensibilizza-
orientamento e formazione orientamento
zione e
formazione sulle sostanze risocializza-
formazione
stupefacenti zione

Il dibattito culturale avviatosi in Italia negli anni Settanta all’interno delle


politiche sociali e sociosanitarie, pone come prioritario il problema della
prevenzione. La legislazione emanata in quegli anni e l’assetto istituzionale e
organizzativo che ne derivano (dall’avvio delle Regioni, al decreto del Presidente
della Repubblica del 24 luglio 1977 n. 616, alla legge del 23 dicembre 1978 n. 833)
sembrano privilegiare, nei servizi alla persona, lo spostamento da un’ottica riparativa
a un’ottica promozionale del ben-essere, dello star bene, attraverso un accrescimento
di soggettività nella comunità locale, con il concorso di più soggetti e, tra questi,
anche delle professionalità socio-sanitarie ed educative206.
La legge del 22 dicembre 1975 n. 685, unico riferimento legislativo fino agli
anni Novanta per la disciplina degli stupefacenti e delle sostanze psicotrope, all’art. 7
affida al Ministro per l'Interno il compito di esplicare le funzioni di alta direzione e di
coordinamento dei servizi di polizia per la prevenzione e la repressione del traffico

205
Luigi Regoliosi, La prevenzione del disagio giovanile, cit., cit.
206
Luigi Regoliosi, La prevenzione del disagio giovanile, cit., pp. 45-54
84

illecito di sostanze stupefacenti e di coordinamento generale. Per l'attuazione di tali


compiti il Ministro per l'Interno si avvale del Servizio Centrale Antidroga.
Inoltre, all’art. 2 la legge del 22 dicembre 1975 n. 685 attribuisce alle Regioni le
funzioni di prevenzione e di intervento contro l’uso non terapeutico delle sostanze
stupefacenti, al fine di assicurare la diagnosi, la cura, la riabilitazione e il
reinserimento sociale delle persone interessate.
Tali funzioni devono essere assolte dai servizi pubblici per l’assistenza sociosanitaria
dei tossicodipendenti, con la collaborazione, ove costituiti, di centri, associazioni,
gruppi di volontariato ed enti ausiliari, come prevede la legge del 26 giugno 1990 n.
162 all’art. 28 – nello specifico, le Regioni prevedono che ai Ser.T. spettino, tra le
altre, le funzioni di progettazione e di esecuzione in forma diretta o indiretta di
interventi di informazione e di prevenzione, grazie alla collaborazione di enti
ausiliari, titolari di attività senza scopo di lucro con finalità di educazione dei
giovani, di sviluppo socio-culturale della personalità, di formazione professionale e
di orientamento al lavoro (come prevede l’art. 91)207.
In risposta all’art. 127 del decreto del Presidente della Repubblica del 9
ottobre 1990 n. 309 sul “Fondo Nazionale di intervento per la lotta alla droga”, la
legge del 18 febbraio 1999 n. 45 individua la ripartizione tra le Regioni della quota
destinata al fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga e le risorse destinate
al finanziamento dei progetti triennali, finalizzati alla prevenzione e al recupero dalle
tossicodipendenze e dall'alcoldipendenza correlata, tenendo conto del numero degli
abitanti e della diffusione dei fenomeni.
Più precisamente i progetti devono essere finalizzati alla:
a) promozione di programmi sperimentali di prevenzione sul territorio
nazionale;
b) realizzazione di iniziative di razionalizzazione dei sistemi di rilevazione e
di valutazione dei dati;
c) elaborazione di efficaci collegamenti con le iniziative assunte dall'Unione
Europea;
d) sviluppo di iniziative di informazione e di sensibilizzazione;
e) formazione del personale nei settori di specifica competenza;
f) realizzazione di programmi di educazione alla salute;
g) trasferimento dei dati tra amministrazioni centrali e locali.
207
Teresa Albano, Lolita Gulimanoska, In-dipendenza: un percorso verso l’autonomia, Volume II –
Manuale per la cura e la prevenzione delle dipendenze, Milano, FrancoAngeli, 2007, pp. 261-275
85

In ambito dell’assistenza spicca inoltre il decreto legislativo del 31 marzo


1998 n. 112 in quanto prepara il terreno all’entrata in vigore della legge dell’8
novembre 2000 n. 328208, la legge-quadro per la realizzazione del sistema degli
interventi e dei servizi sociali, ribadendo il decentramento delle competenze socio-
assistenziali nei confronti degli enti locali e definendo i rispettivi ruoli e funzioni
dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali in ambito amministrativo.
Il decreto legislativo del 31 marzo 1998 n. 112 fissa i livelli essenziali di prestazioni
comuni a tutta la nazione, ripartendo il fondo nazionale delle politiche sociali tra le
Regioni. Queste ultime organizzano i servizi sociali territoriali e decidono della
gestione e del coordinamento degli interventi in ambito di prevenzione, sia sociali
che sanitari, mentre gli enti locali producono i servizi e gli interventi socio-
assistenziali, di cui sono gli unici titolari nel rispetto dell’orientamento e
dell’indirizzo regionale.
Per quanto concerne l’area della prevenzione del disadattamento e delle
devianze giovanili appare evidente l’assenza di punti di riferimento normativi e
organizzativo-gestionali. Il nostro paese, infatti, a differenza di altre nazioni (come la
Francia) non ha mai progettato né attuato una politica per i giovani; non esiste un
apparato centrale che abbia competenza per la problematica giovanile, e le diverse
iniziative dei ministeri, degli enti e delle agenzie statali non hanno mai prodotto una
legge-quadro a riguardo.
Per trovare punti di riferimento in questo campo è necessario prendere in
considerazione le espressioni di legge sui minori, che riguardano soggetti dagli 0 ai
18 anni (diritto di famiglia, assistenza e sicurezza sociale, adozione e affido), oppure
rivolgersi a tematiche settoriali, quali l’occupazione giovanile e gli scambi culturali.

208
La legge dell’8 novembre 2000 n. 328 è un importante conquista per il tutto settore sociale, perché
prima di allora, l’unico riferimento normativo risaliva al lontano 1890 con la Legge del 1890 n. 6962,
la legge Crispi, che riconosceva ai comuni una funzione di assistenza e di controllo civile. La nuova
legge-quadro avvia un processo di integrazione e di collaborazione tra i soggetti agenti in ambito
socio-assistenziale, riconoscendo il ruolo di aiuto e di sostegno del privato sociale, come le
associazioni di volontariato, le cooperative sociali, gli organismi non lucrativi di utilità sociale e le
associazioni di promozione sociale, in quanto fondamentali risorse nella definizione e nell’attuazione
di un progetto integrato, finalizzato alla risoluzione delle situazioni di bisogno o di difficoltà che le
persone incontrano nel corso della vita. L’art. 19 della Legge dell’8 novembre 2000 n. 328 definisce la
pianificazione degli interventi e dei servizi sociali in ambito locale, mediante un nuovo strumento: il
piano di zona, ovvero un piano regolatore dei servizi alla persona, uno strumento di pianificazione, in
cui convergono le decisioni dei comuni con quelle delle ASL, che ne specificano le attività sanitarie in
correlazione con le attività socio-assistenziali.
86

Anche in questo ambito le Regioni cercano di supplire alle carenze nazionali,


varando leggi e progetti-obiettivo relativi ai giovani e agli adolescenti209.
Per quanto riguarda la rete dei servizi, l’adolescenza e la giovinezza non sono
riconosciute come fascia di utenza specifica. Per alcuni tipi di trattamento, tra cui
quello psicologico, manca addirittura un servizio che abbia responsabilità di
accogliere i soggetti in età dai 14 ai 18 anni. Dell’adolescente ci si occupa soltanto
quando il suo malessere sfocia in comportamenti che provocano disagio a livello
sociale, o al contrario, per proporgli interventi nel campo culturale e del tempo
libero. Solo in anni recenti si sono sviluppate, in alcune Regioni, iniziative
sperimentali nell’area della consultazione psicologica, dell’educativa di strada, e
sono stati attivati servizi finalizzati all’orientamento e all’aggregazione-prevenzione,
rivolti specificamente alla fascia adolescenziale210.
Per una panoramica accurata e aggiornata sulle attività di prevenzione
implementate in Italia nel 2006, relativamente a quelle rivolte agli studenti delle
scuole medie secondarie superiori e alle famiglie, si può consultare l’appendice in
allegato che riporta i dati forniti dalle ultime relazioni annuali del Parlamento211.

2.1.2. La famiglia: una causa e una risorsa

Gli adolescenti e i giovani tendono a essere considerati come utenti passivi di


azioni preventive che cercano di offrire loro risposte e sostegni.
Nel caso degli adolescenti, l’interesse della prevenzione assume le forme
dell’impegno formativo e di sostegno nelle fasi di crisi a livello relazionale e di
stimolo alla progettualità, al fine di rispondere ai problemi del completamento degli
studi; alla conflittualità con la scuola, con la famiglia, con le istituzioni; agli interessi
del tempo libero; ai momenti di aggregazione spontanea con il gruppo dei pari.
Per i giovani, invece, gli interventi preventivi cercano di offrire opportunità di vita,
di realizzazione e di inserimento sociale, poiché tentano di dare risposta ai problemi
dell’occupazione, della casa, della qualificazione professionale.

209
Solo quattro Regioni dispongono di un organo di coordinamento delle politiche giovanili: la
Campania, il Piemonte, la Valle d’Aosta e il Veneto. In tutte le altre la materia fa capo a diversi
assessori, il che comporta notevoli difficoltà per chi opera sul campo; cfr. Luigi Regoliosi, La
prevenzione del disagio giovanile, cit., cit.
210
Idem
211
Vedere in Appendice Allegato 5 (pp. 184-189)
87

Nella ricognizione delle riflessioni effettuate da alcuni studiosi emerge che il


problema non è dare delle risposte a chi sta male; la questione è dare a chi sta male la
possibilità di cambiare il proprio modo di vivere. Dunque, secondo tale orientamento
è necessario modificare il quadro e le modalità della comunicazione212 interpersonale
e intergenerazionale, ricollocando le politiche locali per la qualità della vita dei
giovani, l’informazione, l’educazione sanitaria, l’impegno educativo e formativo
nella promozione alla salute delle diverse agenzie di socializzazione (genitori,
insegnanti, animatori) nel contesto della normalità, intesa come quotidianità, poiché i
giovani in disagio hanno l’esigenza di poter realmente influire sul contesto delle
proprie relazioni e sui modi di essere degli altri213.
In Letteratura, educare significa condurre fuori, liberare, far venire alla luce
qualcosa che è nascosto. Coincide con il guidare e con il formare qualcuno,
specialmente gli adolescenti e i giovani, affidandone e sviluppandone le facoltà
intellettuali e le qualità morali214.
Nell’ambito della prevenzione, Maria Dal Pra Ponticelli sottolinea che
educare vuol dire promuovere alla salute, ovvero dotare gli adolescenti e i giovani,
attraverso una formazione di base e continua, di informazioni e di comportamenti
necessari a riconoscere rischi e pericoli insorgenti e, soprattutto, ad adottare stili di
vita che favoriscano una nuova qualità del vivere. Gli adolescenti e i giovani, formati
e responsabilizzati, possono partecipare alla costruzione del proprio benessere e di
quello collettivo.
Dunque, secondo tale orientamento l’educazione forma e plasma le strutture
comportamentali e costruisce le competenze specifiche del ragazzo solo mediante la

212
Le operazioni della strategia preventiva appartengono sempre e comunque all’ambito della
comunicazione; negli anni Novanta la modalità comunicativa favorita era quella della dissuasione, il
cui scopo mirava al non “far volere” o al “voler non fare” al fine di dissuadere il giovane dal compiere
un’azione, di provocandogli un rifiuto verso l’azione stessa, di suscitare indifferenza verso l’azione
stessa. Per raggiungere tale scopo occorre manipolare, persuadere e dissuadere la dimensione del
dovere, del credere, del sapere e del volere stesso dei destinatari delle informazioni. Ma gli effetti del
processo comunicativo non sono minimamente prevedibili sulla base delle intenzioni dei giovani, né
sulla base delle loro credenze; gli effetti dipendono esclusivamente dal tipo di struttura dei linguaggi
che vengono utilizzati. L’universo della informazione degli anni Novanta si suddivide in testi sul
mondo della droga che comunicano esplicitamente di essere degli atti informativi per un determinato
destinatario (es. slogans, telegiornali, servizi speciali) e in testi che, pur passando tramite un mass
media, non comunicano di essere degli atti informativi, ma implicitamente diffondono dei messaggi
importanti (film, telefilm, romanzi, documentari narrativi); cfr. Massimo Buscema, Prevenzione e
dissuasione, cit., pp. 43-70
213
Duccio Demetrio, Ferdinando Montuschi, Augusto Palmonari, Franco Prina, Tiziano Vecchiato, La
prevenzione del lavoro sociale con gli adolescenti, Padova, Fondazione Emanuela Zancan, 1994, pp.
34-44
214
http://it.wikipedia.org/wiki/Educazione
88

comunicazione, la quale diventa una naturale estensione della


prevenzione/promozione della salute215.
La famiglia rappresenta un riferimento obbligato per l’educazione e la
formazione dei figli. Deve porsi al di là della semplice educazione preventiva –
intesa come impegno a costruire, nella personalità del figlio adolescente, i
presupposti motivazionali e i meccanismi difensivi in grado di diagnosticare per
tempo i potenziali rischi e di intervenire al primo sintomo di disagio e di
disadattamento – poiché deve promuovere stima e amore per la vita, per le relazioni
sociali; gioia e passione per l’impegno solidaristico a servizio della società e dei più
deboli; passione per la ricerca di significati sempre più alti, volti a diventare principi
e valori di base delle proprie scelte. Vi è chi sottolinea che promuovere la gioia del
vivere assicura a ognuno la pienezza di salute e di condizioni per cui ogni persona
possa sviluppare le capacità vitali che le sono proprie.
È chiaro che rischi, contraddizioni, conflitti, disagi continueranno a esistere
nell’ambiente fisico, psicologico e sociale di oggi e del futuro. Ma una persona
educata alla vita è in grado di tenere sotto controllo, di verificare, di denunciare, di
orientare diversamente quanto costituisce minaccia per sé e per gli altri.
Nella ricognizione delle riflessioni riportate dal Ministero dell’Interno Direzione
Generale dei Servizi Civili emerge che chi è realmente educato al rispetto, alla stima
e all’amore per la vita, è anche in grado di agire per la qualità di benessere del suo
ambiente che per il proprio personale sviluppo nel territorio e nei rapporti sociali.
Dunque, secondo tale orientamento il ragazzo trova, o dovrebbe trovare, nella
comunità in cui vive una rete di opportunità formative in grado di dargli non solo i
mezzi di difesa dai rischi e dai pericoli, presenti sul territorio, ma anche gli strumenti
di maturazione personale216.
Maria Teresa Zattoni sottolinea che il più importante compito di sviluppo nel
tempo dell’adolescenza spetta al legame genitoriale. Tale compito si snoda sui
“regolatori di distanza” e apre la strada a nuove modalità di relazione che richiedono
l’attività di coping, cioè di saper trovare le risorse adatte nei momenti cruciali. Le
distanze tra genitori e figli non possono non cambiare; nel tempo dell’adolescenza la
coppia genitoriale si deve dare nuovi compiti che permettono lo sviluppo della tappa

215
Maria Dal Pra Ponticelli, Dizionario di Servizio Sociale, cit., cit.
216
Ministero dell’Interno Direzione Generale dei Servizi Civili, Emarginazione e associazionismo
giovanile, cit., pp. 249-252
89

di crescita che l’età dei figli pone in essere e rendano possibile lo svincolo da loro
come genitori217.
Nell’ottica di una prevenzione efficace, Jean-Claude Matysiak rimarca quanto
sarebbe rassicurante poter definire il profilo tipico della famiglia patologica o dei
rapporti familiari a rischio, ma tale profilo non esiste. Secondo Matysiak, da un lato
esistono genitori che faticano ad abituarsi all’idea che l’adolescente possa avere una
vita autonoma e, dunque, separarsi da loro. Vivono ogni crisi del proprio figlio come
un dramma personale, un fallimento; mentre sono proprio queste crisi che gli
permetteranno di accedere all’autonomia. I genitori tendono a considerare il proprio
figlio fragile e, in questo modo, sono incapaci di trasmettergli la necessaria fiducia di
sé, perché nel profondo non la provano neppure loro. Dall’altro, l’adolescente deve
affrontare una prova che vive come insormontabile: deve porre fine a una dipendenza
che non sopporta più. Ogni sua energia viene assorbita da questa lotta spossante:
elaborare il lutto del proprio stato di bambino e uscire dalla dipendenza dalla
famiglia. Uscire però dallo stato di bambino, identificarsi con il padre o con la
madre, prendere il suo posto sono fasi tanto delicate quanto necessarie per ogni
adolescente poiché attraverso una lenta evoluzione, disseminata di crisi successive,
diventerà autonomo. Nella ricognizione delle riflessioni effettuate da Jean-Claude
Matysiak emerge che scegliere di dipendere da una sostanza può essere un facile
compromesso per cercare di porre fine alla dipendenza dai genitori, ma così
l’adolescente sfugge ai rapporti ed evita l’identificazione con un adulto, non
provando le normali angosce ad esso legata218.
Quando i genitori, attraverso determinati sintomi e comportamenti oppure
attraverso la rivelazione di amici, si rendono conto che il proprio figlio è agganciato
dalla droga, non devono spaventarsi. La tossicodipendenza di un figlio è un
avvenimento sconvolgente, ma se si vuole aiutarlo occorre innanzitutto mantenere il
controllo delle proprie emozioni. Non è facile rendersi conto immediatamente che il
proprio figlio non è più padrone di sé e non può prendere decisioni razionali. Non è
facile capire subito che non può privarsi della droga da un’ora all’altra solo sulla

217
Il legame genitoriale non muta solamente nei rapporti con i figli, ma anche all’interno della coppia.
È questo il punto nodale: l’adolescenza è il detonatore che fa scoppiare conflitti, delusioni,
recriminazioni, disperazioni latenti; cfr. Maria Teresa Zattoni, Genitori nella tempesta, Cinisello
Balsamo, Edizioni San Paolo, 2005, pp. 17-43
218
Nonostante oggi dovrebbe essere più facile avere accesso a consigli o a un sostegno psicoterapico, i
genitori nascondono le difficoltà del figlio e vivono ogni problema come una messa in discussione, un
fallimento personale; cfr. Jean-Claude Matysiak, Come non cascarci, Torino, EGA Editore, 2003, pp.
115-138
90

base di argomenti logici. Il momento della scoperta è solo l’inizio di un lungo iter
che prevede, dopo appropriate cure mediche, anche altre forme di assistenza.
Piera Patti sostiene che sia da evitare la dichiarazione perentoria “tu non esci di
casa” perché questa sarebbe la prima mossa sbagliata. Dalle sue riflessioni emerge
che occorre parlare con calma al ragazzo e cercare di sapere da lui, se è possibile,
quali sono le reali condizioni della sua dipendenza e la portata del disagio che sta
vivendo. Ciò è estremamente difficile, perché purtroppo i tossicodipendenti mentono
sempre. Mentono non perché sono cattivi, ma perché la menzogna è frutto della loro
malattia. Difendono inconsciamente se stessi dal giudizio dei genitori e dalla
possibilità di continuare a drogarsi. Sono spaventati e cercano accettazione e pensano
di conquistarsela nascondendo almeno parzialmente la verità. Secondo Piera Patti
non ci si può fidare delle loro dichiarazioni e conviene verificarle, sia attraverso
un’indagine medica, sia con l’esame delle urine che fornisce un’indicazione precisa.
Se il giovane non accetta assolutamente il controllo, questo significa quasi sempre
che non è in grado di stare neppure un giorno senza droga. Conosciuto il tipo di
droga usato abitualmente e lo stato reale di intossicazione del ragazzo, i genitori
dovranno dirgli subito di essere pronti ad aiutarlo, chiarendo che ciò non vuol dire
accettare la sua tossicodipendenza, non significa accettare di convivere con la droga.
Nella ricognizione delle riflessioni effettuate da Piera Patti emerge quanto sia
importante, fin dall’inizio, impostare la lotta contro la droga assumendo
l’atteggiamento giusto. Al ragazzo occorrono parole buone, dimostrazioni di affetto
poiché deve rendersi conto subito che in casa sua non potrà mai drogarsi in pace. E al
dichiarato rifiuto dei genitori di accogliere la droga in casa deve seguire
risolutamente la proposta terapeutica, senza che essi cadano nella trappola del
dialogo e dei buoni propositi: la battaglia contro la droga non deve essere rimandata.
Ma attenzione: combattere la droga non vuol dire combattere il ragazzo219.
Se l’adolescente vede negli occhi degli adulti solo la paura legata alle sue
manifestazioni devianti, può essere messo in grave difficoltà. Se l’adulto non riesce a
valorizzare gli aspetti positivi ancora presenti, o esistenti dietro quei comportamenti,

219
Dieci consigli da non dimenticare: 1) continuare ad amare il figlio drogato; 2) non umiliarlo; 3) non
lasciarsi trasportare dalla pietà; 4) non cedere ai suoi ricatti per tacitare i propri sensi di colpa; 5) non
dargli mai denaro per la droga; 6) se accetta la cura non criminalizzare una sua eventuale ricaduta; 7)
non lasciarsi mai coinvolgere in discussione paradossali e in scenate; 8) ribadire con fermezza la
propria incontrollabile decisione di non voler convivere con la droga; 9) offrire aiuto solo se diretto
alla guarigione; 10) di fronte al rifiuto reciso di accettare un programma terapeutico, negare la
protezione della casa; cfr. Piera Patti, La droga no, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1988, pp. 43-
77
91

ovvero non riesce a contenerli, dando un senso all’autodistruttività dei


comportamenti antisociali, contribuirà insieme all’adolescente a creare, anche
quando non c’è, un mostro poiché ciò determina un allentamento dei legami tra il
giovane e la società, rendendo più facile un comportamento non adeguato alle norme,
e incide sul tipo di reazione che la società mette in atto, favorendo processi di
emarginazione e di stigmatizzazione del ragazzo220.
La famiglia vive in un ambiente sociale sempre più rischioso; non si riesce a
comprendere fino a che punto la famiglia stessa sia vittima o attore di
comportamenti, azione e situazioni rischiose poiché, anziché evitare i rischi, la
famiglia è costretta ad accettarne un’ampia gamma, in quanto non possiede più gli
strumenti per affrontarli. Dunque, tutti i soggetti, a partire dai bambini, sono forzati a
convivere con il rischio, in quanto diventa essenziale elaborare e utilizzare strategie
relazionali di cui il rischio è parte costitutiva221.
La famiglia necessita di una rete di servizi, in particolare a vantaggio
dell’infanzia e dei ragazzi.
Tale rete si sviluppa su due assi:
1. il recupero delle situazioni in cui la famiglia non è in grado, o ha difficoltà, a
occuparsi di figli. Si tratta di interventi resi necessari dalla multi
problematicità del nucleo familiare e tesi perciò ad affrontare
complessivamente i problemi dei componenti. I trasferimenti economici alla
famiglia (contributi per l’affitto, buoni pasto o spesa, pacchi alimentari o di
vestiario) e per il minore (contributi per la mensa scolastica, libri, accesso
gratuito ad attività sportive) sono i più usati, anche se spesso vengono messi
in campo anche strumenti di sostegno psicologico;
2. la risposta ai bisogni quotidiani delle famiglie interessate dai cambiamenti
socio-culturali del ruolo dei genitori, delle condizioni e delle relazioni

220
Marisa Malagoli Togliatti, Ritagrazia Ardone, Adolescenti e genitori, Roma, La Nuova Italia
Scientifica, 1993, pp. 111-132
221
I cambiamenti socio-culturali conseguenti alla ricostruzione post-bellica e al boom economico
spostano progressivamente l’interesse sulla funzione di riproduzione sociale, ovvero sui temi della
sessualità, della coppia, della genitorialità consapevole, dello sviluppo e della stabilizzazione della
personalità dei minori, del ruolo della famiglia nella soluzione dei problemi che affliggono la società.
Si gettano così le basi per il riconoscimento della famiglia come potenziale fonte di problemi e come
risorsa. In particolare viene valorizzato il contributo della famiglia alla creazione di benessere in
qualità di risorsa educativa e di risorsa comunitaria (tipica della cooperazione, dell’associazionismo,
del mutuo-aiuto, delle reti delle prossimità); cfr. Studi interdisciplinari sulla famiglia, Famiglie in
difficoltà tra rischio e risorse, Milano, Vita e Pensiero Pubblicazioni dell’Università Cattolica, 1992,
pp. 257-271
92

all’interno del nucleo. L’evoluzione dei bisogni espressi si traduce in una


domanda di servizi e strutture socio-educative (scuole di prima infanzia,
scuole dell’infanzia, doposcuola, ecc…) tesi a permettere la conciliazione dei
tempi di cura e di lavoro222.
I servizi a sostegno alle responsabilità genitoriali sono previsti dalla legge
dell’8 novembre 2000 n. 328 all’articolo 16, dove si riconosce l’importanza della
famiglia e l’articolazione dei suoi ruoli (funzione genitoriale, diretta alla formazione
e allo sviluppo della personalità dei figli e alla sua stabilizzazione; funzione sociale,
connessa al contributo allo sviluppo di forme di solidarietà intra- e inter-familiari
oltre che all’impegno prosociale) e prevede l’assunzione di un ruolo attivo nella
formulazione di proposte di servizi o di progetti tesi a sperimentare nuove modalità
di intervento, ma soprattutto nel diretto coinvolgimento nella gestione di strutture e
prestazioni. L’indispensabilità di tali misure nasce dalla consapevolezza che la
crescente complessità socio-economica, l’emergere di problematiche sempre più
incisive (tossicodipendenza, abuso di alcool, bullismo, comportamenti a rischio),
l’inserimento professionale di entrambi i genitori, l’alleggerimento della rete
solidaristica, hanno reso più difficoltosa la funzione educativa e più impegnativo lo
sviluppo di una relazione proficua con i figli.
Secondo il Legislatore, il sostegno della genitorialità dovrebbe tradursi anche nella
creazione di servizi formativi e informativi che facciano buon uso dei meccanismi
del mutuo-aiuto, al fine di favorire momenti di socializzazione e di confronto tra
soggetti che vivono le medesime situazioni, o afflitti dalle stesse ansie e
preoccupazioni.

2.1.3. I servizi: gli interventi di prevenzione

Gli ambiti di prevenzione sono gli ambiti di vita e di socializzazione primaria


e secondaria dei ragazzi: la famiglia, la scuola, la caserma, le agenzie di tempo
libero, le associazioni e i gruppi. Questi luoghi possono essere, nello stesso tempo,
oggetto di prevenzione (in quanto potenziali produttori di disagio e di
disadattamento) e soggetti di un lavoro preventivo di primo livello (a carattere
prevalentemente educativo-formativo).

222
Anna Cugno, Il sistema integrato di protezione e promozione sociale, Università degli Studi di
Torino, Anno Accademico 2004-2005
93

I servizi si possono classificare in rapporto al diverso livello di intervento:


1. i servizi di primo livello sono quelli che svolgono un ruolo di intervento
diretto – di carattere formativo o esplicitamente preventivo – nei confronti
dell’utenza giovanile, con particolare attenzione alle fasce più deboli ed
esposte al rischio. Tra questi ricordiamo la scuola, i centri di aggregazione
giovanile, i servizi di orientamento e informazione, i consultori adolescenti;
2. i servizi di secondo livello sono quelle realtà che, operando su aree sovra
comunali (come le zone sanitarie) con compiti di ricerca epidemiologica, di
trattamento delle patologie e della risocializzazione, svolgono in campo
preventivo una funzione prevalente di consulenza, sensibilizzazione,
formazione, coordinamento delle risorse. Si tratta dei Ser.T., delle comunità
terapeutiche, delle unità di strada, dei centri psichiatrici, dei centri per
immigrati, dei consultori famigliari;
3. i servizi di terzo livello sono quelle istituzioni che svolgono compiti di
programmazione locale e di indirizzo (come l’Ufficio prevenzione ed
educazione alla salute del Provveditorato, il Servizio Sociale del Tribunale
per i minorenni, il Servizio Sociale dell’ASL che prevedono anche un
coordinamento degli interventi socio assistenziali) e le strutture che offrono
documentazione, formazione e supporti teorico-tecnici agli operatori (centri
studi e documentazione, osservatori, agenzie di ricerca)223.
Se la prevenzione primaria è un’azione articolata rivolta prioritariamente alla
promozione della qualità della vita e della convivenza, così come esse si
concretizzano nell’ordinarietà dell’esperienza quotidiana, allora anche la qualità
dell’esperienza scolastica diviene un importante elemento costitutivo di tale azione,
non fosse altro per il significato di tempo centrale che la partecipazione scolastica
assume nell’età evolutiva. Ogni fascia di età, infatti, è contraddistinta da uno
specifico ambito di vita e di esperienze, definito tempo centrale, in cui si realizza il
confronto tra le esigenze individuali e le richieste di ruolo avanzate dalla società. È
nella scuola che si concentrano le aspettative che i giovani hanno nei riguardi della
società perché è qui che si moltiplicano le occasioni di conoscenza, di formazione e
di socializzazione, mentre allo stesso tempo è nella scuola che si esprimono le attese

223
Luigi Regoliosi, La prevenzione del disagio giovanile, cit., pp. 45-54
94

maggiori della società nei riguardi di crescita e di sviluppo della personalità dei
giovani per garantire il futuro della società224.
La prima legge che coinvolge la scuola nel problema delle tossicodipendenze
è la legge del 22 dicembre 1975 n. 685, che istituisce dei Comitati Provinciali e avvia
corsi di formazione per docenti, genitori e studenti. Gli stessi Nuovi Programmi della
Scuola Media Inferiore (1979) prevedono l’introduzione dell’educazione sanitaria; e
la Circolare Ministeriale del 1° agosto 1981 n. 242 indica la necessità di una
cooperazione tra scuola e organizzazione sanitarie, per quanto riguarda l’educazione
alla salute. L’asse si sposta gradualmente da un’informazione tesa a prevenire la
malattia o la devianza, a una educazione tesa a responsabilizzare i giovani alla salute
individuale e collettiva. Non è un salto da poco: da una logica medicalistica si passa
a una logica sociale. Da una parte la scuola si apre al territorio; dall’altra coopera con
istituzioni limitrofe per l’attuazione di obiettivi comuni; dall’altra ancora si fa carico
dell’obiettivo di educare i giovani a “essere”, agendo preventivamente in difesa della
loro salute e della salute sociale225.
Una scuola orientata alla prevenzione è anzitutto una scuola che riflette sulla
propria realtà complessiva e sulla qualità del proprio servizio educativo, affinché
essa possa divenire uno spazio di apprendimenti e di relazioni realmente significativi
per quanti (studenti e docenti) fanno dell’essere nella scuola un ambito quotidiano di
esperienza che occupa un posto di rilievo nel proprio mondo vitale. A tale riguardo
viene oggi ribadito che la scuola fa prevenzione a un livello generale, ma certamente
non meno incisivo, perché da un lato si occupa di come il ragazzo sta a scuola, di
come e quali sono i rapporti interpersonali con adulti e coetanei, di come sente e vive
quelle esperienze di attività e di impegno che nella scuola si svolgono; dall’altro
riesce a promuovere l’apprendimento, attraverso lo sviluppo delle capacità
dell’apprendere. Si può affermare che quanto più la scuola impone la qualità del
proprio intervento secondo quei fini formativi che le sono peculiari, tanto più fa
prevenzione nei riguardi dei comportamenti devianti e di personalità a rischio226.
La scuola si fonda sull’instaurazione di un dialogo reale a partire dalla
negoziazione di un contratto tra studenti e docenti che deve definire la posta in gioco,
i ruoli e le regole. Il contratto comunicativo implicito che lo studente interiorizza

224
Lorenzo Tartarotti, Droga e prevenzione primaria, Milano, Giuffrè Editore, 1986, pp. 105-127
225
Guido Contessa, Prevenzione primaria delle tossicodipendenze, Rozzano (MI), Clup, 1989, pag. 32
226
Lorenzo Tartarotti, Droga e prevenzione primaria, cit., cit.
95

quando entra nel mondo della scuola si riassume attorno ad alcuni principi molto
semplici: la posta in gioco è l’apprendimento di un sapere, i ruoli distinguono chi
detiene il sapere (il docente) da chi deve apprenderlo (lo studente), le regole
attribuiscono al docente la facoltà di valutare (attraverso prove scritte e orali) il
livello di apprendimento dello studente, e conseguentemente di promuoverlo o
bocciarlo. Tale contratto comunicativo rivela tutta la sua inadeguatezza di fronte a
materie “non-materie” come l’educazione civica, l’insegnamento della religione,
l’educazione alla salute e la prevenzione, cioè a quegli impegni formativi che non si
rivolgono nell’apprendimento di un sapere, ma che pretendono di incidere sulle
convinzioni e sui comportamenti individuali del giovane. Dunque, la posta in gioco
non è più l’istruzione in una disciplina, ma i problemi che sottostanno al proprio stile
di vita; non ha più senso la distinzione così netta tra chi sa e chi non sa, ma bisogna
distinguere tra diversi livelli di esperienza personale; non è più possibile dare voti,
promuovere o bocciare, perché il semplice sospetto di un atteggiamento valutativo
pregiudicherebbe in partenza qualsiasi comunicazione che investa la sfera personale
e intima del ragazzo227.
Dai servizi di primo livello (scuola) che svolgono un ruolo di intervento
diretto – di carattere formativo o esplicitamente preventivo – nei confronti
dell’utenza giovanile, passiamo ora a quelli di secondo, ovvero i servizi pubblici
(Ser.T. e unità di strada).
La base legislativa nazionale che definisce le funzioni dei servizi pubblici è il
Decreto Ministeriale n. 444 del 1990. Ai Ser.T. sono demandate le attività di
prevenzione, riabilitazione e reinserimento relative alle tossicodipendenze e alle
patologie correlate.
I Ser.T. operano in collaborazione con altri settori della sanità e con le
organizzazione del privato sociale. Svolgono inoltre attività di consulenza nei
confronti di enti pubblici e privati. Garantiscono un accesso diretto dell’utente e
propongono un approccio multidisciplinare ad orientamento integrato teso al
superamento dei problemi di cui il paziente è portatore al fine di supportare in modo
personalizzato la migliore qualità della vita possibile.

227
Lo sviluppo di iniziative diverse e alternative rispetto alle attività didattiche consente di aggirare
l’ostacolo del contratto comunicativo, dando vita a spazi protetti, dove è possibile relazionarsi e
comunicare sulla base di nuove regole, più adeguate ai temi in questione, senza però toccare l’assetto
generale del sistema scolastico; cfr. Luigi Regoliosi, La prevenzione del disagio giovanile, cit., pp.
109-126
96

Il D. M. 444/ 1990 propone il superamento del Ser.T. a favore di un Dipartimento per


le Patologie delle Dipendenze dotato di autonomia funzionale e di budget. Il Ser.T.,
in una logica dipartimentale e di collaborazione con le risorse presenti sul territorio,
ha compiti di prevenzione, cura e riabilitazione nei confronti delle persone e delle
famiglie con problemi correlati all’uso di sostanze psicoattive legali e illegali.
Le principali funzioni specifiche dei servizi pubblici sono:
- presa in carico e diagnosi;
- trattamenti farmacologici specifici, sostitutivi e non, e loro monitoraggio
clinico e laboratoristico;
- screening, prevenzione e partecipazione alla cura delle patologie correlate
all’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope;
- psicodiagnosi e attività di sostegno e di counseling228;
- attività di riabilitazione e di reinserimento sociale;
- raccolta ed elaborazione di dati ai fini di ricerca epidemiologica e sociale.
I servizi pubblici provvedono anche alla definizione di programmi terapeutici socio-
riabilitativi che possono prevedere fasi di residenzialità che il paziente passerà nelle
comunità terapeutiche convenzionate con il Ser.T.. Inoltre, i servizi pubblici nel cui
territorio di competenza vi sia un carcere, sono impegnati nel seguire quei soggetti
con problemi di dipendenza che sono privati della libertà229.
La relazione d’aiuto tra operatori e utenti può avviarsi sia in modo spontaneo,
su richiesta del diretto interessato, come garantisce l’articolo 120 del decreto del
Presidente della Repubblica del 9 ottobre 1990 n. 309 secondo cui chiunque fa uso di
sostanze stupefacenti o psicotrope può chiedere di essere sottoposto ad accertamenti
diagnostici e di avere definito un programma terapeutico socio-riabilitativo e, più in

228
Il termine counseling (o anche counselling secondo l'inglese britannico) indica un'attività
professionale che tende ad orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità del cliente promuovendone
atteggiamenti attivi, propositivi e stimolando le capacità di scelta. Si occupa di problemi non specifici
(prendere decisioni, miglioramento delle relazioni interpersonali) e contestualmente circoscritti
(famiglia, lavoro, scuola). L’attività di counseling svolta da un counselor, persona professionalmente
in grado di aiutare un interlocutore in problematiche personali, private e talvolta emotivamente
significative. In base al bagaglio di abilità possedute, le competenze proprie all'attività di counseling
possono essere presenti nell'attività di diverse figure professionali quali psicologi, medici, assistenti e
operatori sociali, educatori professionali. Essa è finalizzata a “consentire ad un individuo una visione
realistica di sé e dell'ambiente sociale in cui si trova ad operare, in modo da poter meglio affrontare
le scelte relative alla professione, al matrimonio, alla gestione dei rapporti interpersonali, con la
riduzione al minimo della conflittualità dovuta a fattori soggettivi”, ed è inoltre “un’attività di
competenza relazionale che utilizza mezzi comunicazionali per agevolare l'autoconoscenza di se stessi
attraverso la consapevolezza e lo sviluppo ottimale delle risorse personali per migliorare il proprio
stile di vita in maniera più soddisfacente e creativo”; cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Counseling
229
Teresa Albano, Lolita Gulimanoska, In-dipendenza: un percorso verso l’autonomia, cit., pp. 261-
275
97

generale, come garantisce l’articolo 32 della Costituzione italiana sul diritto


fondamentale alla tutela della salute; sia in modo coatto, su avvio dell’Autorità
giudiziaria o del Prefetto, come afferma l’articolo 75 del decreto del Presidente della
Repubblica del 9 ottobre 1990 n. 309, il quale ha l’obbligo di segnalazione al Ser.T.
competente per territorio, come stabilisce l’articolo 121 del decreto del Presidente
della Repubblica del 9 ottobre 1990 n. 309.
L’operatore di prevenzione opera in un contesto caratterizzato da elevata
complessità e deve fronteggiare l’esigenza di tradurre in termini di possibilità un
compito che si presenta, nei suoi aspetti di vissuto emotivo e affettivo, come
impossibile. Sostenere, per l’operatore di prevenzione, una funzione di
accompagnamento dei processi di cambiamento sociale significa sottolineare un
problema e una prospettiva. La posizione dell’operatore richiama una situazione
problematica, poiché gli è richiesta una costante capacità di interrogarsi su ciò che fa,
sui suoi sentimenti e intenzioni, definendo con gli adolescenti e i giovani i modi e i
luoghi in cui affrontare l’analisi e la comprensione delle vicende incontrate e vissute.
Cercare di immettere eventi e significati nuovi nei quotidiani percorsi del disagio che
i giovani attraversano, non corrisponde al tentativo di indurre strumentalmente e
ideologicamente modalità e soluzioni predeterminate, ma vuol dire far conoscere,
approfondire ed eventualmente accettare i modelli culturali veicolati di
salute/malattia, normalità/devianza, senso/non senso, tutelando e promuovendo la
possibilità per gli adolescenti e per i giovani di accedere e porsi di fronte a significati
inediti e plurali. L’enfasi non è tanto sulle cose e sulle idee da trasmettere, ma sui
processi che consentono ai ragazzi di attribuire significato agli eventi che vivono e
alle informazioni cui accedono e che possiedono.
Per l’adulto che intende accompagnare tale percorso e immettere in esso
provocazioni di senso, orientato alla crescita e all’emancipazione, diventa
indispensabile capire quali problemi attraversano il percorso del ragazzo, e dotarsi di
mappe di lettura che gli consentano di costituirsi come supporto e aggancio.
L’operatore di prevenzione, nell’area del disagio adolescenziale e giovanile, può
cercare di essere portatore di comprensione, ascolto, e orientamento di
comportamenti e atteggiamenti; interlocutore di scambi e negoziazioni comunicative
a valenza educativa; interprete di relazioni in cui giocare la sua funzione di autorità
in un ruolo adulto, capace di favorire processi di crescita230.

230
Luigi Regoliosi, La prevenzione del disagio giovanile, cit., pp. 43-106
98

Una volta definito l’intervento preventivo, l’operatore deve dare risposta a


queste ulteriori domande:
1. da quali punti di vista analizzare il territorio, per comprenderne gli
attrattori che se non risolti possono produrre disagio;
2. come leggere il territorio dal punto di vista metodologico;
3. come convertire la lettura del territorio in operazioni preventive;
4. come organizzare un servizio che operi in questo senso231.
Le risposte terapeutiche e assistenziali ai problemi delle dipendenza
patologiche si articolano anche nel campo del privato sociale. Centri di bassa soglia,
interventi su strada, scambio di siringhe e altre azioni sono coordinati all’interno
delle politiche territoriali, ma messi in pratica dalle comunità terapeutiche secondo la
logica e con il funzionamento previsto dai progetti di prevenzione.
Per quanto riguardo gli interventi su strada, è indispensabile mettere a fuoco la
rilevanza che ha la strada e le prospettive che, a partire dalla strada, si aprono per
l’attività di prevenzione.
La strada è per tutti, in positivo o in negativo, il luogo della relazione,
dell’incontro, dello scambio, del contatto. Nella strada si impara a conoscere i
ragazzi per quello che sono, per ciò che esprimono realmente, altrimenti si corre il
rischio di inventarseli basandosi su ciò che si osserva o viene riportato all’interno
delle strutture quali la scuola, il Servizio sociale, la neuropsichiatria, ricevendo
un’immagine falsa, derivata, che non aiuta nella comprensione della globalità della
dimensione adolescenza. Gli adolescenti, in specifico, hanno bisogno, voglia di
uscire, di esporsi nelle piazze, nelle strade, per sapere e per domandarsi chi sono
veramente, ma principalmente hanno necessità di confrontarsi con i coetanei senza il
richiamo o la presenza intrusiva di adulti. Inoltre, appare difficile l’interazione con le
istituzioni, poiché percepita con diffidenza se non addirittura con ostilità232.
Obiettivo prioritario delle unità di strada è la riduzione della devianza,
dell’emarginazione e dell’istituzionalizzazione degli adolescenti e dei giovani e
prevede alcune aree d’intervento tra le quali la loro presa in carico e la ricerca e la
promozione delle risorse. L’educatore di territorio deve tendere a possedere una
conoscenza di dimensione territoriale delle problematiche dei ragazzi, in modo da
lavorare in un’ottica di ricerca, di risposta che prescinda dal singolo caso.

231
Massimo Buscema, Prevenzione e dissuasione, cit. pp. 34-42
232
Quaderni di Animazione sociale, Il lavoro di strada, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1995, pp. 62-
128
99

Il gruppo costituisce un punto cerniera tra psico e sociale, un filtro tra


l’individuale e un sociale, quest’ultimo risultato di scambi in-group/out-group. Il
gruppo costituisce sia il luogo in cui i giovani sperimentano le proprie competenze
relazionali, costruiscono le proprie regole comportamentali e un proprio ruolo al di
fuori del contesto limitato come la famiglia, o altri contesti istituzionalizzati; sia un
luogo protetto poiché le regole del gioco sono dettate dai soggetti stessi, mentre nel
contesto sociale più allargato la possibilità di negoziazione si fa più scarsa233.
La strada è il luogo in cui il gruppo vive, con tutte le valenze affettive e
cognitive che questo comporta. Il gruppo costituisce una dimensione privilegiata in
cui gli adolescenti vivono la loro quotidianità; attraverso il gruppo è possibile
conoscere le persone, le loro storie, le loro vite, è possibile raccogliere richieste
implicite di aiuto da parte dei singoli che vivono situazioni di particolare disagio.
Poiché la strada è il luogo in cui il gruppo vive la relazione, così anche l’operatore
può trovare sulla strada la possibilità di entrare in relazione con il gruppo.
L’educatore di strada può mobilitare e attivare risorse e capacità inespresse, al
fine di dare un futuro migliore all’interno di un progetto flessibile e adattabile alle
persone, per colmare il vuoto del quotidiano. Ciò non significa negare la cultura delle
persone che vivono sulla strada; vuol dire all’opposto offrire la possibilità di una
comunicazione adeguata ai ragazzi; significa aiutare a chiarire le domande che questi
vivono e che spesso non sanno esprimere, cercare mediazioni rispettose con il
territorio, dare visibilità positiva alla socializzazione del territorio. Ciò impone di
operare in modo flessibile, tra normalità e disagio, attenti ai cambiamenti del disagio,
capaci di costruire un minimo di regole condivise, promuovendo al dignità con
risposte non assistenzialistiche, ma progettuali. Per fare ciò è necessario abbassare la
soglia (riduzione del danno) e rimuovere gli ostacoli all’incontro e al cammino
comune. Dunque, gli obiettivi principali delle unità di strada sono:
- diminuire i danni correlati (ridurre la mortalità per overdose, ridurre la
mortalità per tutte le cause, ridurre le attività criminali e la connessa mortalità

per cause violente, ridurre i rischi di infezione, aumentare i tossicodipendenti


in trattamento, ridurre i consumatori che usano droga per via endovenosa);
- mappare i bisogni sommersi (la bassa soglia di accesso all’unità mobile rende
la relazione operatore-utente debole e pertanto libera: questa debolezza fa sì

233
Idem
100

che l’utente si senta in una situazione in cui può elaborare richieste ed


esprimere bisogni senza che queste e questi vengono selezionati da una
relazione precostituita e normata);
- fare empowerment (significa trarre dai saperi soggettivi conoscenza,
competenza e forza per far fronte alle, e prendere delle decisioni nelle,
situazioni di incertezza e/o rischio e difficoltà. Nello specifico, significa fare
appello alle abilità dei consumatori, riconoscerne le capacità potenziali di
autotutela della propria salute, incentivare dinamiche di gruppo finalizzate
alla circolazione dei saperi e alla comunicazione);
- costruire una comunicazione tra sistemi formali e sistemi informali (il campo
d’azione dell’unità mobile è la quotidianità del consumo, la relazione non è
immediatamente terapeutica: ci si prende cura, più che guarire. La centralità
di azione di empowerment non espelle i saperi professionali, li interroga, così
come prassi di auto aiuto e autotutela non negano le agenzie formali, ma
interagiscono con esse. Tale alleanza moltiplica le risorse sociali, valorizza i
sistemi informali, riconoscendoli, e consente di uscire dal recinto del guarire
per aprire gli orizzonti del prendersi cura);
- mediare i conflitti di strada (il lavoro svolto dall’unità mobile durante
l’attività di mappatura e di presentazione del progetto, la creazione di
relazioni con realtà diverse sul territorio creano chances di credibilità.
Lontani da meccanismi di delega, di sindacalismo, gli operatori di strada
hanno in mano le carte delle opportunità comunicative attraverso le quali si
sono insediati sul territorio. Il progetto stesso diventa luogo di comunicazione
possibile tra attori distanti, offre opportunità di reciprocità, sulla base di
interessi dimostrati non confliggenti);
- ridefinire la percezione sociale (nella percezione sociale la possibilità del
prendersi cura significa esplicitazione di una relazione possibile anche con
chi fa uso di sostanze. Accanto al lavoro culturale sotterraneo e lento,
comunicato dal fare sulla strada, l’unità mobile persegue l’obiettivo della
modificazione della percezione sociale del tossicodipendente anche con
modalità specifiche: attivazione di lavoro di rete sul territorio,
coinvolgimento già in fase di mappatura di attori sociali, loro investitura di
competenze e funzioni propositive, incontri pubblici, informazione)234.

234
Ibidem
101

2.2. Dalla teoria alla pratica: indagine sulle misure di prevenzione


attuate nella città di Torino e sulle conoscenze dei giovani in
materia

In merito ai servizi rivolti agli adolescenti e ai giovani, la città di Torino offre


molteplici progetti, sia di natura ludico-ricreazionale sia di sostegno psicologico e di
accompagnamento alla crescita. L’Assessorato alle Politiche Giovanili non attua una
vera e propria politica di prevenzione in ambito di nuove droghe; offre dei servizi di
sostegno e di accompagnamento al normale sviluppo degli adolescenti e dei giovani,
mettendo a disposizione luoghi in cui aggregarsi con altri coetanei – e dunque poter
costruire relazioni e scambiarsi informazioni – e in cui potersi esprimere liberamente,
in particolare in ambito artistico, sportivo e ludico-ricreativo. Lo scopo è quello di
incrementare la solidarietà e l’aggregazione giovanile, al fine di offrire degli spazi ad
hoc nei quali sia possibile trovare anche ascolto e accoglienza, poiché gli adolescenti
e i giovani hanno bisogno di essere orientati e accompagnati lungo il loro cammino.
Spesso, entrambi i genitori lavorano e, una volta usciti da scuola, i ragazzi si
ritrovano soli a casa o in giro per le strade a bighellonare. I servizi offerti dalla città
di Torino cercano, dunque, di colmare il vuoto lasciato dalle famiglie, sempre più
assenti, offrendo ai loro figli spazi in cui trovare compagnia, sostegno, poiché si
intende guidarli e supportarli nella formazione della loro identità personale e sociale.
Secondo la definizione di prevenzione di Regoliosi, si può dire che tali servizi
rientrano nell’ambito delle attività promosse per una prevenzione potenziale e/o
aspecifica del disadattamento (vedi pp. 80-82).
I principali servizi offerti dalla città di Torino sono:
1. Centro InformaGiovani è un servizio di informazione e orientamento che
offre indicazioni organizzate per aree di interesse: la ricerca del lavoro, i
percorsi di formazione, l’organizzazione di una vacanza, la partecipazione a

programmi di mobilità europea, la scelta di un’attività di volontariato, la


pratica di uno sport;
2. ARIA è un centro di ascolto per adolescenti e giovani che permette di
affrontare con maggiore serenità le difficoltà e gli interrogativi presenti nel
normale percorso di crescita. ARIA offre anche agli educatori (insegnanti e
102

operatori dei servizi pubblici e privati) la possibilità di confrontarsi sulle


problematiche che si incontrano nelle relazioni con gli adolescenti e i giovani.
Inoltre, ARIA si rivolge ai genitori e a tutte quelle persone che hanno
interesse e che interagiscono col mondo dell'adolescenza e dei giovani;
3. Centri To&Tu sono spazi di aggregazione presenti su tutto il territorio
cittadino gestiti da giovani in collaborazione con le Circoscrizioni ed il
Settore Politiche Giovanili della Città di Torino. Sono luoghi in cui è
possibile incontrarsi, conoscersi, scambiarsi esperienze e idee; inoltre è
possibile sperimentare liberamente le proprie passioni creative e artistiche
con il supporto e la consulenza di persone competenti poiché propongono
concerti, spettacoli, corsi, laboratori e forniscono informazioni sulle
opportunità rivolte ai giovani in città;
4. Giovani per Torino è un progetto di volontariato rivolto a tutti i ragazzi tra i
16 e i 30 anni che offre opportunità di volontariato dalla durata temporale ben
definita, in occasione di eventi o manifestazioni particolari che si svolgono a
Torino. Le attività proposte ai volontari permettono loro di vivere da
protagonisti la vita della città, tali attività nascono dalla collaborazione con
enti o associazioni che operano sul territorio torinese e rientrano in nove
ambiti differenti: ambiente, arte, cinema, grandi eventi, informazione,
musica, sociale, sport, turismo;
5. Pass 15 è un'iniziativa rivolte a ragazze e ragazzi che compiono 15 anni che
permette di usufruire di proposte culturali e sportive gratuitamente per l’anno
in corso;
6. Scuola SUPERiore è una rassegna di teatro studentesco rivolta a gruppi
scolastici costituiti da giovani di età compresa tra i 15 e i 20 anni che ha
l’obiettivo di stimolare la riflessione su determinate tematiche sociali (quali il
razzismo, la donna, la guerra, la comunicazione, la libertà, ecc…) rafforzando
l’aggregazione e la solidarietà giovanile;
7. Lingue in Scena è una manifestazione che intende educare i giovani alla
cittadinanza europea, alla conoscenza e al rispetto delle altre culture
attraverso la pratica artistica, avvicinandoli al teatro sia come protagonisti sia
come spettatori;
8. MurArte è un progetto innovativo del Settore Politiche Giovanili della Città
di Torino, Ufficio Creatività e Autonomia, che prevede la destinazione di
103

alcune superfici murarie ad interventi artistici che partano dalle attività del
Writing e che si sviluppino in opportunità di espressione più allargata. Il
progetto MurArte nasce dall’esigenza di affrontare due diverse tematiche
urbane: da una parte, l’esigenza di agire nel riconoscere alcune realtà
artistico-giovanili spesso sconosciute e clandestine ma che nascondono una
forte potenzialità di espressione e creatività; dall’altra, la necessità di attivare
nuove iniziative a basso costo per combattere il degrado fisico di alcune parti
della nostra città migliorandone la percezione;
9. Pagella Non Solo Rock è un progetto del Settore Politiche Giovanili del
Comune di Torino rivolto a gruppi di giovani al di sotto dei 23 anni composti
per almeno il 50% da studenti e/o studentesse delle scuole superiori di Torino
e provincia, che propongono brani propri appartenenti a qualsiasi genere
musicale;
10. Est-Adò propone ai giovani tra i 14 e i 18 anni che trascorrono in città una
parte o l'intero periodo estivo, un programma di iniziative, tutte gratuite. Le
aree per attività polivalenti, centri estivi allestiti presso ogni circoscrizione,
offrono la possibilità di fare sport, teatro, giochi e musica;
11. Scambi Giovanili Internazionali offrono ai giovani tra 13 e 30 anni
(residenti in Torino e Regione Piemonte) l'opportunità di partecipare, con un
costo contenuto, a soggiorni di 8-15 giorni in compagnia di coetanei, con la
guida di animatori-accompagnatori designati dalla Città di Torino;
12. Servizio Civile Nazionale Volontario si rivolge a i giovani tra i 18 e i 28
anni interessati a dedicare dodici mesi della propria vita a se stessi e agli altri,
formandosi, acquisendo conoscenze ed esperienze e maturando una propria
coscienza civica. Il tutto attraverso l'agire concreto all'interno di progetti di
solidarietà, cooperazione e assistenza;
13. Teenforma sono delle schede internet realizzate da un gruppo di ventenni in
Servizio Civile presso il Centro InformaGiovani su temi che spaziano dalle
opportunità per i giovani presenti in città alle modalità di approccio alle
nuove tecnologie,
opportunità per i giovani presenti in città alle modalità di approccio alle
nuove tecnologie, ad un uso consapevole delle risorse energetiche nella
quotidianità.
104

2.2.1. Analisi dei progetti di prevenzione offerti dalla città di Torino

Passando dalla teoria alla pratica, esaminiamo ora i progetti di prevenzione


contro l’uso e l’abuso delle nuove droghe attuati dalla città di Torino.
L’Assessorato alle Politiche Giovanili offre molteplici informazioni sulle opportunità
della città rivolte agli adolescenti e ai giovani, in ambito di ambiente, arte, cinema,
grandi eventi, musica, sociale, sport, turismo. Dunque, tali informazioni sono di
carattere generale e interessano soprattutto l’area dell’agio dei ragazzi e del normale
vivere quotidiano.
Gli interventi di prevenzione in ambito di dipendenza patologica sono demandati alle
ASL cittadine; nello specifico sono i singoli Ser.T. che progettano e attuano le
attività di informazione e di sensibilizzazione in materia di droga, come previsto dal
D. M. 444/ 1990, non solo in un’ottica di prevenzione primaria.
Le principali strategie operative di prevenzione/ promozione dei Ser.T. sono:
1. la ricerca, che definisce o approfondisce il quadro delle conoscenze entro il
quale attuare gli interventi di prevenzione e di promozione;
2. la formazione degli operatori, in ambito scolastico che in ambito territoriale
extra-scolastico;
3. gli interventi di prevenzione e di promozione veri e propri.
La prevenzione e la promozione possono essere attuate in ambito scolastico, ma
anche in ambito extra-scolastico (o territoriale, ovvero prevenzione basata sulle
famiglie e sulle comunità locali), ambito nel quale si trovano numerose
organizzazioni sociali (associazioni, volontariato, centri di quartiere, società sportive
o ricreative). Questa distinzione ha senso anche e soprattutto se si pensa alle strette
correlazioni tra scuola e territorio: soltanto nella loro relazione si possono avere
insieme educazione e socializzazione alla salute235.
Vediamo nel dettaglio i principali progetti di prevenzione realizzati nella città di
Torino:

“O.N.D.A. 1” è l’acronimo di Operatori Nuove Droghe ASL TO1 (ex ASL


1). Il progetto prende avvio nel 2001 grazie ai finanziamenti del Fondo Nazionale per

235
Ministero dell’Interno Direzione Generale dei Servizi Civili, Emarginazione e associazionismo
giovanile, cit., pp. 218-235
105

la Lotta alle Droghe (D. PR. 309/1990) e vede attualmente l’impegno di una équipe
multidisciplinare in grado di offrire le seguente prestazioni:
- percorsi di osservazione e di consulenza diagnostica e proposte di terapia per
chi ha usato e/o abusato di sostanze di sintesi;
- consulenze informative e/o formative ad adulti e operatori sociosanitari che
incontrano o lavorano con giovani consumatori e non;
- attività di prevenzione nelle scuole del territorio dell’ASL TO1 (ex ASL 1).
I destinatari a cui si rivolge il progetto sono i giovani consumatori e non, gli
operatori impegnati nei servizi sociali e sanitari del pubblico e del privato sociale, gli
insegnanti, gli adulti e i genitori.
La popolazione sul territorio dell’ASL TO1 (ex ASL 1) nella fascia d’età 15-30 anni
è stimata in 36.069 soggetti (dati dell’Ufficio Statistica di Torino al 28 febbraio
2005). Essa rappresenta la popolazione di riferimento del progetto “O.N.D.A. 1”, nei
confronti della quale il Ser.T. dell’ASL TO1 (ex ASL 1) intende proporsi come
punto di riferimento sanitario per i problemi connessi all’uso e all’abuso delle nuove
droghe. La finalità principale è quella di avvicinarsi al fenomeno dell’uso e
dell’abuso delle sostanze psicotrope, al fine di comprenderlo maggiormente e,
successivamente, offrire un luogo nel quale riuscire a sostenere questo tipo di
popolazione. Dunque, l’obiettivo è raccogliere quella quota di problema che può
essere agganciata da un servizio per le dipendenze e poi dare consulenza ai genitori,
lavorare su questo fenomeno in modo ampio senza predefinire i problemi a priori.
Il progetto prevede tre fasi distinte su un arco temporale inizialmente
triennale: una prima fase di costituzione dell’équipe e di insediamento del servizio,
una seconda fase di pubblicizzazione e di costruzione della rete di relazioni per
l’intercettazione dei consumatori, una terza di avviamento e di consolidamento
dell’attività clinica.
La prima fase prevede:
- la costituzione di una équipe multiprofessionale (composta da medici,
psicologi, educatori e assistenti sociali) e interdistrettuale (composta da
operatori dipendenti dei quattro Ser.T. dell’ex ASL 1, accanto a consulenti a
contratto);
- il consolidamento e l’attivazione di collaborazioni con enti e agenzie
coinvolte nell’osservazione e nel rilevamento del fenomeno (Pronto Soccorso
Ospedalieri, Scuole Medie Superiori, medici di Medicina Generale,
106

Organizzazioni del privato sociale) creando protocolli d’invio di eventuali


soggetti consumatori di droghe di sintesi;
- l’allestimento di una sede non connotata istituzionalmente, in spazi e con
arredamenti differenti dal Ser.T..
La seconda fase prevede:
- una campagna informativa volta alla pubblicizzazione delle attività e dei loro
obiettivi;
- la sperimentazione d’interventi di counseling e trattamento di soggetti
consumatori;
- l’attivazione di consulenze informative e/o formative che coinvolgano sia
consumatori, sia altri soggetti singoli o gruppi, sia enti o agenzie territoriali
che ne facciano richiesta.
La terza fase prevede:
- il consolidamento dell’attività clinica nei confronti dei consumatori;
- il proseguimento delle iniziative informative e formative.
Il passaggio dal progetto scritto alla sua attuazione pone però almeno tre
problematiche: la prima riguardante la scelta della sede del servizio, la seconda
concernente la costituzione dell’équipe di lavoro, la terza relativa al target di
riferimento.
Il progetto nasce con l’intento di rispondere a un’esigenza trasversale di
maggiore informazione sulle nuove droghe e sulle nuove modalità di utilizzo delle
vecchie sostanze. Infatti, il fenomeno tossicodipendenza è in costante evoluzione e
cambiamento e non sempre i Ser.T. sembrano essere un punto di aggancio per la
popolazione di assuntori, né un punto di osservazione del fenomeno, se non per
quella percentuale di soggetti che l’associa ad altre sostanze stupefacenti.
Tale esigenza di informazione viene sia dai contesti giovanili dove il consumo di tale
sostanze è possibile, sia dagli operatori della sanità, dagli insegnati e dai genitori.
Il gruppo pluriprofessionale “O.N.D.A. 1” (costituito da tre medici, tre
psicologici, tre educatori e un assistente sociale) si trova attualmente in una fase di
consolidamento delle procedure di presa in carico e di trattamento dei pazienti
famigliari, nonché di radicamento sul territorio cittadino e di espansione e
potenziamento dei rapporti con altri enti e agenzie (servizi di salute mentale, servizi
sociali, privato sociale, carcere minorile). Continuano ad essere svolte attività di
consulenza, formazione e informazione.
107

All’interno delle misure programmate del progetto dell’Unione Europea


“Urban II”, relative allo sviluppo dell’integrazione sociale e alla lotta all’esclusione,
il Ser.T. dell’ASL TO1 (ex ASL 2) sviluppa il progetto “Recreational Drugs”, il cui
gruppo di lavoro avvia ufficialmente le attività nel febbraio del 2003.
Obiettivo generale del progetto è identificare adolescenti e giovani adulti che
presentano un uso problematico di nuove droghe, proponendo di offrire loro
consulenza e percorsi diagnostici-terapeutici.
Il progetto non si rivolge solo ai giovani consumatori, ma anche ai loro famigliari e a
tutti gli operatori che, per competenza, interesse, o ambito lavorativo, vengono a
contatto con il mondo giovanile.
In questi anni sono state effettuate iniziative di formazione rivolte ai medici
di base dell’ex ASL 2, agli operatori socio-educativi del territorio, agli insegnanti
degli Istituti Superiori, ai Vigili Urbani della città di Torino, allo scopo di creare e
portare avanti una rete di collaborazione con le diverse agenzie pubbliche e private
già operanti e presenti sul territorio di competenza, in grado di agganciare i giovani
consumatori. Il progetto mira a consolidare una modalità di operare in modo
integrato, attraverso lo scambio di reciproche conoscenze, in funzione di un
approccio al problema il più mirato possibile.
“Recreational Drugs” lavora inoltre in stretta connessione con il progetto
“Zona di Confine – Area Zero” realizzato negli anni 2004-2005 dal Ser.T. in
collaborazione con la cooperativa Esserci. Tale intervento si è occupato di
promuovere azioni di prevenzione rivolte ai giovani del territorio sui temi legati al
poli-abuso di sostanze attraverso una presenza costante nei luoghi di aggregazione
(pomeridiani e serali) e con l’ausilio di una postazione mobile (camper Area Zero).
Il gruppo di lavoro “Recreational Drugs” si avvale di figure professionali
diverse: medico, psicologo, educatore professionale. Sviluppa percorsi di
accoglienza, diagnosi ed eventuale terapia per i soggetti interessati dal problema;
organizza momenti formativi per le diverse figure professionali, sanitarie e non, che
sul territorio di competenza dell’ex ASL 2 vengono in contatto con queste
problematiche; offre consulenza ai singoli, alle loro famiglie, agli operatori che li
incontrano. La consulenza è inoltre disponibile on-line contattando il sito internet
www.recreationaldrugs.it, attraverso cui poter aprire un dialogo e/o richiedere
108

informazioni e sostegno ad esperti. Tale modalità di contatto garantisce assoluto


anonimato.
Quattro sono gli obiettivi perseguiti dal progetto:
1. la creazione di un sistema di monitoraggio e di aggancio in grado di
identificare soggetti con uso problematico di sostanze psicotrope;
2. lo sviluppo di competenze e di procedure specialistiche per l’accoglienza e il
trattamento di questi soggetti, parallelamente a quanto avviene per la
popolazione già trattata;
3. la standardizzazione delle conoscenze scientifiche sul fenomeno delle nuove
droghe tra gli operatori;
4. la valutazione dell’efficacia di programmi di sensibilizzazione e di
informazione effettuati su ragazzi di scuole medie superiori presenti sul
territorio.
Tali obiettivi sono stati raggiunti mediante alcune linee di azione:
1. attivazione della rete dei servizi socio-sanitari e delle agenzie pubbliche e
private che vengono in contatto con la popolazione giovanile, tramite riunioni
operative tra i diversi servizi; l’obiettivo è stato migliorare i livelli di
collaborazione nell’individuare e nel raggiungere soggetti con problemi e
patologie riconducibili all’uso di nuove droghe;
2. produzione e diffusione di informazioni su problematiche e patologie
derivanti dall’utilizzo di nuove droghe, attraverso la divulgazione di materiale
informativo, l’organizzazione di incontri informativi e la costruzione
informatica di un gioco didattico, strumento per agganciare i giovani durante
le manifestazioni. È stato inoltre realizzato un sito internet con lo scopo di
fornire consulenza anonima on-line, a giovani e adulti. Il sito web, realizzato
in collaborazione con il Centro Elaborazione Dati dell’Ospedale Martini, è
stato attivato nel dicembre 2003 ed è stato periodicamente aggiornato e
rivisto;
3. attivazione di un protocollo di accoglienza, presa in carico e trattamento
all’interno del Ser.T., specifico per soggetti che manifestano problemi
nell’utilizzo di nuove droghe. Questo è avvenuto attraverso processi di
revisione delle procedure che hanno coinvolto l’intera organizzazione,
portando alla costituzione di un unico gruppo di trattamento specialistico per
queste problematiche;
109

4. realizzazione di interventi formativi rivolti a diverse tipologie di operatori:


medici di base e pediatri dell’ex ASL 2, psicologi , educatori, assistenti
sociali di servizi pubblici e del privato sociale, insegnanti di scuole medie
superiori, vigili urbani, operatori del Dipartimento Emergenza e Accettazione
dell’Ospedale Martini;
5. effettuazione di una ricerca inerente le metodologie di intervento preventivo
sulla fascia di soggetti a rischio in collaborazione con l’Università degli Studi
di Torino, grazie alla somministrazione di questionari in alcune classi di
istituti scolastici superiori del territorio dell’ex ASL 2.
Il progetto “Recreational Drugs” termina ufficialmente nel 2006, all’interno delle
attività programmate del progetto europeo “Urban II”, ma il Ser.T. continua l’attività
di accoglienza, presa in carico e trattamento di adolescenti e giovani che fanno uso di
sostanze sintetiche e, ove richiesto, dei loro famigliari in quanto il numero dei
ragazzi che arrivano al Ser.T., sia spontaneamente sia su segnalazione dell’Autorità
Giudiziaria, è in costante aumento.

Il progetto “Esta siEsta si”, realizzato dal Ser.T. dell’ASL TO2 (ex ASL 3),
prende avvio nel gennaio del 2001 e si conclude nel novembre del 2002, poiché il
territorio delle circoscrizioni 4 e 5 è povero di locali notturni rivolti agli adolescenti e
ai giovani, ma la presenza dello stadio Delle Alpi risulta essere un grosso
catalizzatore. Pertanto, nell’autunno del 2003 prende avvio il progetto “Tutta la
curva!” con l’obiettivo di:
- conoscere il fenomeno del policonsumo nel contesto dello stadio di calcio,
attraverso una ricerca-mappatura all’interno dello stesso, con l’obiettivo di
individuare i gruppi, le modalità di comportamento e le strategie di azione e
di consumo;
- fare informazione mirata ad hoc, esplicitare la presenza del progetto
attraverso la pubblicizzazione di materiale che spieghi la ragione degli
interventi nel contesto dello stadio;
- individuare e agganciare i soggetti significativi all’interno delle tifoserie,
disposti a confrontarsi con il progetto, al fine di acquisire informazioni e
contenuti per poter essere moltiplicatori, in un secondo momento, di
informazioni nei propri contesti/gruppi di appartenenza e attori protagonisti
delle iniziative promosse dal progetto.
110

Il progetto “Esta siEsta si” nasce con l’obiettivo di:


- conoscere maggiormente il fenomeno e descrivere il rapporto esistente tra gli
adolescenti abitanti nel territorio di riferimento e le nuove droghe (non
riferito solo all’uso ma anche agli stili di vita ad esso collegati) e il rapporto
tra essi e il contesto sociale in cui vivono, attraverso un lavoro di ricerca-
azione integrato tra alcune cooperative, coinvolte nel progetto, e il Ser.T.;
- fare prevenzione: costruendo veicoli di formazione e di informazione;
facilitando il confronto e la costruzione di una relazione diversa con il
contesto di appartenenza; favorendo la riflessione e la presa di coscienza
degli stili di vita legati al divertimento e al fenomeno del poliabuso del quale
i ragazzi non percepiscono i rischi; facendo conoscere le funzioni del Ser.T. e
prendendo in carico i ragazzi che presentano problemi gravi di poliabuso;
utilizzando un punto di riferimento significativo (il lavoro di strada, il
camper) nei luoghi di vita dei ragazzi;
- sondare i significati del mondo adulto per renderli espliciti e dargli voce, per
confrontarli con quelli dei giovani al fine di costruire canali di confronto,
interscambio e comunicazione tra i due mondi, attraverso un lavoro di rete;
- creare, sperimentare e validare un sistema di valutazione in itinere, in
riferimento alla metodologia adottata, in grado di considerare la complessità
dell’intervento stesso e della realtà in cui si intende operare.
Il progetto “Esta siEsta si” si pone a metà strada tra i più tradizionali interventi di
educativa territoriale, finalizzati alla promozione del benessere e della partecipazione
alla vita sociale da parte dei ragazzi e gli interventi di riduzione del danno, volti a
minimizzare i pericoli che i consumatori corrono, sia in termini sanitari che
relazionali e sociali.
Il target del progetto include sia consumatori che non consumatori di sostanze
psicoattive, con finalità sia preventive che di riduzione dei rischi. In entrambi i casi
uno degli obiettivi prioritari consiste nel sondare i diversi significati che le sostanze
rivestono nell’immaginario e nelle pratiche di consumo dei ragazzi. Questa
ricognizione di senso passa inevitabilmente attraverso la narrazione delle proprie
esperienze, da cui si trae spunto per promuovere un confronto, per creare maggiore
consapevolezza, più cura di sé e benessere personale. La logica è di promuovere
empowerment tra i soggetti coinvolti nell’intervento, al fine di riconoscere le proprie
111

capacità e competenze, valorizzarle e farle diventare strumenti per far fronte alle
situazioni di rischio e di incertezza, rafforzando le proprie scelte.
L’esperienza del lavoro di strada ha fatto nascere e sviluppare una nuova idea
durante l’ultimo anno: la creazione di un luogo in cui i ragazzi del quartiere (Vallette
e limitrofi), di ritorno dalle discoteche, potessero rilassarsi ed essere accolti. La scelta
del luogo è motivata sia dall’esigenza di radicarsi ulteriormente nel territorio, sia
dall’evidente constatazione che i ragazzi vivono prevalentemente nei dintorni.
L’allestimento è stato realizzato in un salone arredato con tappeti e pouf, tende
oscuranti per rendere il posto il più accogliente possibile, generi di conforto
(caramelle, tisane, succhi di frutta, biscotti, acqua, integratori, frutta), candele, luci
soffuse, materiale informativo sulle sostanze e sul sesso sicuro, preservativi,
postazione musicale.
Tale esperienza è durata solo tre mesi, poiché, non essendoci locali notturni in zona, i
ragazzi arrivavano quando ormai era terminato l’effetto positivo o negativo delle
sostanze assunte e, spesso, coloro che frequentavano tale spazio, non erano
consumatori ed erano fuori età (dunque non erano nemmeno interessati
all’argomento droghe, ma cercavano semplicemente un luogo di incontro e di
informazione). Si è così realizzato un centro diurno rivolto a ragazzi più giovani, di
età compresa tra i 14 e i 18 anni, nel quale si sono svolte attività di tipo educativo-
ricreazionale e giochi in grado di offrire informazioni sulle sostanze e sulla sfera
sessuale e affettiva.

La scuola costituisce un contesto ideale per attivare programmi di educazione


alla salute e di prevenzione. Il progetto “Clipper 2”, realizzato dal Ser.T. dell’ASL
TO2 (ex ASL 4), si pone l’obiettivo di far riflettere sul concetto di salute, visto
sempre più come “star bene” e non solo come assenza di malattia.
“Clipper 2” riconosce e applica il principio pedagogico e metodologico della
centralità del ragazzo e si propone il raggiungimento delle finalità educative, quali:
- la socializzazione, intesa come partecipazione attiva alla vita collettiva della
classe e acquisizione di un comportamento positivo nei confronti del sé e
degli altri;
- l’autocontrollo, inteso come capacità di controllare le proprie reazioni e
sviluppo del senso di responsabilità.
112

Tale progetto intende promuovere il benessere degli studenti, attraverso il


potenziamento di alcune loro competenze cognitive, emotive, sociali e comunicative:
le capacità dei ragazzi e delle ragazze di porsi in relazione empatica con gli altri, di
ascoltare i diversi punti di vista individuali, di accettare l’esistenza di valori diversi.
A scuola il ragazzo porta il suo bagaglio di emozioni, conoscenze, esperienze e
scopre altre storie, altri modi di vivere. Raccontare, ascoltare, confrontare, cambiare
richiedono tempo, spazio e, soprattutto, un’idea guida che indichi un percorso
completo e strumenti adeguati. Le discussioni in classe su problemi di
comportamento e di relazione riguardanti il rispetto di sé, degli altri, delle cose sono
frequenti, ma non possono rimanere interventi generici, occasionali e, quindi, poco
significativi sul piano educativo; devono essere affrontate in un clima adatto a
promuovere cambiamenti significativi sul piano della qualità e della durata.
Obiettivi del progetto sono:
- CIC, ovvero i Centri di Informazione e Consulenza (previsti dal D. PR.
309/1990) all’interno di istituti scolastici, finalizzati alla sensibilizzazione
degli studenti in merito alla pericolosità dei comportamenti a rischio, alla
facilitazione della comunicazione, alla promozione dello sviluppo di
competenze sociali utili alla costruzione e alla moltiplicazione di messaggi,
alla formazione scolastica in materia di sostanze stupefacenti e alla
promozione del progetto stesso;
- D.A.D.I. (Dipendenze Ausilio Didattico Interattivo), ovvero uno strumento-
gioco utilizzato nelle Scuole Medie Inferiori, in particolare nel corso della
terza media, al fine di entrare in contatto più diretto con i ragazzi, riflettendo
su discorsi diversi da quelli scolastici. Il gioco impegna gli adolescenti, con
strumenti semplici e chiari, a ragionare con l’aiuto di esperti sul concetto di
dipendenza, intesa come sinonimo di perdita di libertà decisionale, e su quei
comportamenti che in modo manifesto possono essere individuati e
riconosciuti a rischio, definendo quali sono tali comportamenti della
quotidianità;
- P.E.S.A.V. (Progetto di Educazione alla Salute ad Alta Versatilità) è un
percorso educativo per le Scuole Medie Inferiori sul tema della prevenzione
degli stati di tossicodipendenza. Si rivolge anche agli insegnanti, al fine di
dotarli di strumenti in grado di guidare i ragazzi nelle scelte e nelle condotte
di comportamento, che concorrono a determinare i suoi stili di vita.
113

Il Ser.T. dell’ASL TO2 (ex ASL 4) offre anche un servizio di consulenza,


informazione e sostegno rivolto a persone che hanno problemi legati all’uso della
cocaina, attraverso il sito www.webcocare.it, e su appuntamento presso uno sportello
di ascolto, non facente parte dei locali del Ser.T..

A partire dalla descrizione e dall’analisi dei quattro progetti di prevenzione,


offerti dai Ser.T. torinesi, è possibile svolgere alcune riflessioni su alcune questioni
metodologiche implicate nel perseguimento degli obiettivi della prevenzione; nello
specifico, sul significato dell’operare in termini progettuali, sulla formazione e sulla
valutazione.
Per quanto concerne il significato di operare con progettualità, è fondamentale
conoscere i fattori, gli elementi che incidono sullo sviluppo e sulla diffusione della
tossicodipendenza, poiché i passaggi obbligati di una corretta metodologia di
prevenzione sono: l’analisi dei dati, l’individuazione di responsabilità diversificate,
la definizione di una politica di interventi che modifichi la realtà, la scelta di
metodologie adeguate, la predisposizione di risorse, la definizione dei tempi per
raggiungere degli obiettivi preposti.
La formazione è lo strumento necessario per superare la fase dello spontaneismo e
dell’improvvisazione, diffusi e pericolosi. Non deve essere riservata solo alle figure
professionali, ma occorre sia rivolta anche alla gente comune, ai genitori, ai giovani
coinvolti in attività associative, e così via, poiché la formazione è l’elemento
indispensabile per produrre conoscenze e per creare un contesto di rete.
Per i soggetti implicati, in particolare per gli operatori e gli insegnanti, si avverte la
necessità di una vera e propria politica della formazione e dell’aggiornamento,
fondata su criteri di organicità e di continuità, condotta secondo metodologie che
mirino al cambiamento di atteggiamenti e comportamenti.
Per quanto riguarda la valutazione, sembra essere il nodo problematico e irrisolto
della prevenzione, a causa della difficoltà nel realizzarla e della scarsa abitudine od
114

oggettiva impossibilità di verificare gli esiti a distanza di tempo. Inoltre, è necessario


ricordare che la valutazione deve avvenire a più livelli:
- la verifica dell’efficacia: valuta se il programma è stato realizzato, se è stata
raggiunta la popolazione interessata;
- la valutazione degli obiettivi educativi, ovvero se le informazioni hanno
raggiunto i destinatari e se li hanno indotti a mutare atteggiamenti;
- la verifica degli obiettivi comportamentali, ovvero del mutamento di
comportamenti;
- la valutazione degli obiettivi di salute, guardando alle variazioni di indici
sanitari e incidenza delle malattie.
La complessità di tali fattori di disagio e di rischio, rende centrale il tema della
valutazione nella realizzazione di progetti e di interventi di prevenzione236.

2.2.2. L’opinione giovanile: ricerca personalmente condotta in tre Istituti


di Scuole Medie Superiori e in un locale notturno

Durante l’esperienza di Tirocinio universitario ho avuto occasione di


osservare e di partecipare al progetto “Recreational Drugs” dell’ASL TO1 (ex ASL
2) del Distretto 1 della città di Torino. Tale progetto di prevenzione si rivolge ai
consumatori di nuove droghe, ai loro familiari e a tutti gli operatori che vengono a
contatto con il mondo giovanile.
Nello specifico, ho sentito l’esigenza di verificare l’opinione degli adolescenti
e dei giovani torinesi su tale progetto di prevenzione e, più in generale, sulle
iniziative e sugli interventi di prevenzione offerti finora dalla città di Torino.
È stato da me somministrato un questionario anonimo, di undici domande, sia
aperte sia a scelta multipla, a 300 ragazzi tra i 15 e i 25 anni (150 tra i 15 e i 18 anni
e 150 tra i 19 e i 25 anni), negli istituti di tre differenti scuole medie superiori – un
istituto professionale, un liceo scientifico e un istituto tecnico – presenti sul territorio
di appartenenza del Ser.T. dell’ASL TO1 (ex ASL 2) del Distretto 1 della città di
Torino e in un locale notturno, un discopub del quartiere Pozzo Strada di Torino.

236
Duccio Demetrio, Ferdinando Montuschi, Augusto Palmonari, Franco Prina, Tiziano Vecchiato, La
prevenzione nel lavoro sociale con gli adolescenti, cit., pp. 34-44
115

Per una panoramica accurata e approfondita sul questionario, da me


realizzato, si può consultare l’appendice in allegato che riporta grafici più
dettagliati237.
Ho somministrato il questionario andando all’uscita sia delle scuole sia del
locale notturno, senza spiegare il contenuto delle domande. Tutti i ragazzi hanno
risposto positivamente alla mia richiesta, forse perché mi sono presentata come
studentessa e, quindi, loro pari. La compilazione è stata abbastanza immediata,
nonostante la presenza di cinque domande aperte.
Le scuole presso cui sono andata sono:
- l’istituto professionale alberghiero Colombatto;
- il liceo scientifico Majorana;
- l’istituto tecnico meccanico Enzo Ferrari.
Lo scopo dell’indagine è dimostrare che il lavoro di prevenzione, svolto finora, non
sia totalmente soddisfacente in quanto, nonostante vengano offerti da abili
professionisti validi spazi di ascolto e di accoglienza, i ragazzi non percepiscono su
di loro i pericoli e i rischi che causano l’assunzione di droga.
Le ipotesi di partenza sono:
1. i giovani sono correttamente informati sul significato del termine
“dipendenza” e conoscono bene le sostanze/oggetti/comportamenti che
possono causarla;
2. i genitori non sono i primi a dare notizie in materia; gli adolescenti ricevono
costanti messaggi dai mass media, integrati dalle informazioni apprese a
scuola e all’interno del gruppo dei pari;
3. i giovani conoscono molto bene le diverse tipologie di sostanze esistenti, ma
non hanno una corretta percezione delle diverse pericolosità;
4. i genitori non sono i primi a conoscere l’esistenza di un eventuale problema
dei propri figli, poiché questi ultimi tendono a rivolgersi in primis ai coetanei
e, per quanto concerne il mondo degli adulti, al medico di base;
5. inoltre, intendo osservare il risultato delle iniziative di prevenzione attuate (se
le informazioni date suscitino confusione o chiarezza, se incentivino la cura
di sé o la curiosità a provare), conoscere i destinatari degli interventi (se siano
coinvolti anche i genitori e gli adulti in generale) ed esaminare i contenuti dei
messaggi (se siano presentati anche i servizi specialistici e altri centri di

237
Vedere in Appendice Allegato 6 (pp. 190-199)
116

aggregazione giovanile) e le modalità di trasmissione degli stessi (se


coinvolgano i giovani a una partecipazione attiva, ad esempio elaborando un
progetto, e se offrano ai giovani uno spazio di ascolto e di riflessione);
6. intendo conoscere il pensiero dei giovani, al fine di sapere cosa sia realmente
importante comunicare per loro in materia di prevenzione e come il
messaggio debba essere trasmesso, perché sia recepito e condiviso;
7. intendo verificare la scarsa conoscenza dei servizi competenti in materia di
dipendenza patologica.
Vediamo nel dettaglio i risultati del questionario.
117

Dai grafici n. 1.1.a e 1.1.b si evince chiaramente che i ragazzi conoscono il


significato di dipendenza; più dell’80% degli intervistati, infatti, la definisce come
una condizione di bisogno, in cui non si può fare a meno di. Interessante è la
differenza di percentuale sulle risposte “libertà” (alcuni ragazzi sostengono che la
dipendenza da sostanze/oggetti/atteggiamenti renda liberi) e “malattia”:
- mentre tra i ragazzi dai 15 ai 18 anni solo il 4% riconosce la dipendenza come
una vera e propria forma di malattia, tra quelli dai 18 ai 25 anni è l’11%, in
particolare sono di genere maschile, ad avere tale percezione;
- al contrario, mentre è il 10% dei ragazzi tra i 15 e i 18 anni a ritenere che la
dipendenza renda liberi, forti e più sicuri di sé, solo l’1% dei giovani tra i 19
e i 25 anni sostiene tale opinione. Ciò sta a dimostrare la differente e
maggiore consapevolezza di questi ultimi, legata ovviamente alla maggiore
età e alle più numerose conoscenze ed esperienze di vita.
Il grafico n. 1.2., presente in appendice, mostra il dettaglio delle risposte.
118

Anche per quanto concerne le sostanze/oggetti/comportamenti che possono causare


dipendenza, i ragazzi sono correttamente informati e coscienti dei molteplici fattori
ad essa collegati. I grafici n. 2.1.a e 2.1.b evidenziano le principali sostanze dalle
quali si può dipendere: non ci sono differenze rilevanti a seconda delle diverse età
degli intervistati. Facendo una media tra i due grafici, si può denotare che il 24% dei
ragazzi ritiene che si dipende dalla droga, il 19% dall’alcool, il 17% dalle sigarette.
Dunque, i giovani riconoscono la capacità di dipendere anche da sostanze legali
(alcool, nicotina, farmaci) e da comportamenti quotidiani (sesso, relazioni sociali,
alimentazione, utilizzo del pc, cellulare, televisione, ecc…).
Nel grafico n. 2.1.b emerge che i giovani tra i 19 e i 25 anni hanno maggiore
consapevolezza rispetto alla possibilità di dipendere da questi ultimi (le percentuali
sono leggermente più alte).
Il grafico n. 2.2., presente in appendice, mostra il dettaglio delle risposte.
119

Dai grafici n. 3.1.a e 3.1.b emerge che i giovani ricevono le prime informazioni sulla
droga dai mass media (25%, nello specifico 21% televisione, radio e 4% libri,
giornali per i ragazzi tra i 15 e i 18 anni, contro il 38% dei giovani tra i 19 e i 25
anni, suddiviso in 33% televisione, radio e 5% libri, giornali), poi all’interno del
gruppo dei pari (33% per i ragazzi dai 15 ai 18 anni e 23% per quelli dai 19 ai 25
120

anni), al penultimo posto troviamo la famiglia (22% per gli intervistati tra i 15 e i 18
anni e 19% per quelli tra i 19 e i 25 anni) e, infine, la scuola (20% per i ragazzi dai
15 ai 18 anni e 19% per quelli dai 19 ai 25 anni).
Interessante è la differente percentuale relativa ai mass media e agli amici; con il
crescere dell’età i ragazzi tendono a ricercare le informazioni e ad apprendere le
notizie da fonti più specifiche e formali allontanandosi dal gruppo dei pari.
Per quanto concerne il ruolo della famiglia, tali grafici smentiscono la mia ipotesi di
partenza, poiché risulta non essere vero che i genitori non parlino ai figli di droga.
Dal grafico n. 3.2. (presente in appendice) si evince che i ragazzi, le femmine in
particolare, ricevono importanti informazioni proprio all’interno del contesto
familiare. Ciò sta a indicare che il dialogo tra genitori e figli è decisamente
aumentato e, forse, migliorato.
Interessante è l’assenza di altre fonti di informazioni, come centri di aggregazione
giovanile, oratorio e così via.
121

I grafici n. 4.1.a e 4.1.b mostrano che le droghe più conosciute sono le solite: cocaina
(16% tra i ragazzi dai 15 ai 18 anni e 17% tra quelli dai 19 ai 25 anni), eroina (12%
per i giovani tra i 15 e i 18 anni e 15% per quelli tra i 19 e i 25 anni), marijuana (16%
tra i ragazzi dai 15 ai 18 anni e 14% tra quelli dai 19 ai 25 anni) e hashish (13%). Per
quanto concerne le nuove droghe, la più conosciuta è l’ecstasy (11% per i giovani dai
15 ai 18 anni e 9% per quelli dai 19 ai 25 anni); stranamente poco rilevante la
percentuale delle anfetamine (6%) e di altre droghe sintetiche.
Osservando il dettaglio offerto dal grafico n. 4.2. (presente in appendice), è
interessante notare che a seconda delle diverse età le sostanze maggiormente
conosciute sono differenti: tra i 15 e 18 anni prevale la conoscenza del crack, del
popper e dell’oppio; mentre tra i 18 e i 25 anni è superiore la conoscenza del lsd, dei
funghi allucinogeni e della morfina.
122

I grafici n. 5.1.a e 5.1.b mostrano chiaramente che nonostante i giovani conoscano


molto bene le diverse tipologie di sostanze esistenti, continuano a non possedere una
corretta percezione delle differenti pericolosità.
La classifica di pericolosità va dalla sostanza meno grave a quella più pericolosa: su
150 giovani intervistati, tra i 15 e i 18 anni, il 21% ritiene che la marijuana sia la
meno grave, segue l’hashish con il 20% e al terzo posto compare la cocaina con il
123

16%, seguita dal crack con il 12%. Eroina ed ecstasy sono riconosciute di pari
gravità (9%), mentre tra le droghe più pesanti troviamo le anfetamine (8%) e i funghi
allucinogeni (5%).
Per gli adolescenti, dunque, la cocaina non comporta delle conseguenze
particolarmente gravi sul proprio corpo. Ritengo che il dato sia abbastanza
allarmante, poiché i ragazzi intervistati sono tutti a conoscenza degli effetti e dei
rischi che le diverse sostanze producono, ma ugualmente non percepiscono su di loro
tali conseguenze e, soprattutto, la gravità ad esse collegate.
Invece, su 150 ragazzi intervistati, tra i 19 e i 25 anni, il 25% sostiene che la
marijuana sia la droga più leggera, segue l’ecstasy con il 16%, poi la cocaina con il
14% e l’hashish compare solo al quarto posto con il 13%, poco lontana dalle
anfetamine, dato che la percentuale è del 12%. Tra le droghe più pesanti troviamo il
crack (8%), i funghi allucinogeni (7%) e, all’ultimo posto, l’eroina (5%).
Il grafico n. 5.2 (presente in appendice) evidenzia esplicitamente la confusione
presente nei ragazzi, in particolare tra i 19 e 25 anni, poiché mettono tra i primi posti
l’ecstasy e la cocaina; mentre i giovani tra i 15 e 18 anni sembrano avere maggiore
conoscenza e chiarezza rispetto alla differente pericolosità delle sostanze, forse
perché più informati in merito, o con più esperienza di uso e di consumo delle stesse.
124

I grafici n. 6.1.a e 6.1.b confermano la mia ipotesi di partenza, secondo la quale i


genitori non sono i primi a conoscere l’esistenza di un eventuale problema dei propri
figli, poiché questi ultimi tendono a rivolgersi in primis ai coetanei (44% per i
ragazzi tra i 15 e i 18 anni e 40% per quelli tra i 19 e i 25 anni).
Per quanto concerne il mondo degli adulti, interessante è la differente percentuale tra
le risposte “famiglia” e “medico di base”, poiché i giovani tra i 15 e i 18 anni
sostengono di rivolgersi prima ai genitori (29%) e solo dopo al dottore di famiglia
19%); al contrario, i ragazzi tra i 19 e i 25 anni preferiscono prima rivolgersi al
medico di base (26%) e successivamente alla famiglia (19%). Inoltre, alla voce
“altro” (11%) specificano il desiderio di non rivolgersi a nessuno, oppure esprimono
la volontà di recarsi direttamente presso centri specialistici.
Il grafico n. 6.2. , presente in appendice, mostra il dettaglio delle risposte.
125

I grafici n. 7.a e 7.b mostrano l’opinione dei ragazzi rispetto alle iniziative di
prevenzione finora offerte dalla città di Torino (nello specifico, andando presso tre
126

istituti presenti sul territorio di appartenenza del Ser.T. dell’ASL TO1, ex ASL 2, del
Distretto 1 evidenzia la percezione prodotta dal progetto di prevenzione
“Recreational Drugs”).
Tali grafici si riferiscono a un quesito molto articolato, poiché comprende dieci
sottodomande a scelta multipla, al fine di osservare il risultato delle iniziative di
prevenzione attuate finora dalle ASL cittadine (se le informazioni date suscitino
confusione o chiarezza, se incentivino la cura di sé o la curiosità a provare), di
conoscere i destinatari degli interventi (se siano coinvolti anche i genitori e gli adulti
in generale) e di esaminare i contenuti dei messaggi (se siano presentati anche i
servizi specialistici e altri centri di aggregazione giovanile) e le modalità di
trasmissione degli stessi (se coinvolgano i giovani a una partecipazione attiva, ad
esempio elaborando un progetto, e se offrano ai giovani uno spazio di ascolto e di
riflessione).
Dai grafici n. 7.a e 7.b emergono che:
a. gli interventi di prevenzione hanno fornito informazioni sui diversi tipi di
droghe, sugli effetti e sui rischi che producono (con una lieve incertezza da
parte dei giovani tra i 19 e i 25 anni, in quanto poco più della metà degli
intervistati ritiene che gli interventi di prevenzione non abbiano fornito
informazioni soddisfacenti in materia di sostanze stupefacenti);
b. le informazioni offerte non hanno suscitato confusione e paura;
c. i dati appresi hanno stimolato maggiore attenzione per la tutela della propria
salute;
d. le informazioni offerte hanno incentivato la curiosità e la voglia di provare;
e. le notizie fornite non hanno ridotto l’uso e il consumo di droga tra i giovani;
f. le iniziative di prevenzione hanno presentato l’esistenza di servizi in cui
trovare ascolto;
g. gli interventi di prevenzione non hanno presentano l’esistenza di centri di
aggregazione giovanile e per il tempo libero;
h. i progetti di prevenzione non hanno coinvolto i genitori e gli adulti in
generale;
i. le iniziative di prevenzione non hanno coinvolto i partecipanti a elaborare
insieme un progetto di prevenzione;
l. gli interventi di prevenzione hanno offerto uno spazio di riflessione e di
confronto con degli esperti (con una lieve incertezza da parte dei giovani tra i
127

19 e i 25 anni, in quanto poco più della metà degli intervistati ritiene che gli
interventi di prevenzione non abbiano offerto uno spazio di riflessione e di
confronto adeguato).
Dunque, per i ragazzi le informazioni offerte non sono soddisfacenti, anzi assumono
una valenza negativa (dato che incentivano la curiosità e la voglia di provare e non
riducono l’uso di droga) poiché riguardano sempre le solite vecchie tematiche
(elenco di sostanze, presentazione dei rischi a livello fisiologico, ecc…) e non
trattano nuovi e più interessanti argomenti, come la presenza di centri di
aggregazioni giovanile, presenti su tutto il territorio cittadino (ad esempio nel
territorio di appartenenza del Ser.T. dell’ASL TO1, ex ASL 2, del Distretto 1 sono
presenti molteplici centri di aggregazione giovanile e per il tempo libero, ma nessuno
dei ragazzi intervistai ha citato i centri di aggregazione giovanile CentroDentro e
Isola che non c’è, il centro ragazzi Lilliput, lo sportello di ascolto e consulenza
psicologica per genitori Parliamone, presso le scuole elementari, e lo sportello Lucy
presso le scuole medie inferiori, ecc…).
Presso i centri di aggregazione giovanile si può trovare uno spazio in cui incontrarsi,
condividere attività ludico-ricreative e, ove richiesto, essere accolti e ascoltati da
professionisti ed esperti in materia di dipendenza patologica, i quali non offrono
sostegno e informazioni solo in ambito di droga.
Interessante è la risposta positiva, dei ragazzi tra i 15 e i 18 anni, all’ultima domanda,
relativa alla riflessione e al confronto suscitato dagli interventi di prevenzione,
poiché dimostra che gli incontri svolti presso le scuole, diventando finalmente
interattivi, permettono ai ragazzi sia di fare domande sia di riflettere e confrontarsi
con adulti esterni al contesto scolastico e, quindi, meno coinvolti nella sfera di vita
personale, intima e privata.

2.2.3. Una proposta personale di progetto di prevenzione

In Italia, e nel resto dell’Europa, è in atto una progressiva trasformazione del


mercato di sostanze psicoattive, che hanno il presunto potere di rendere i soggetti che
le assumono in grado di rispondere più adeguatamente alle richieste di una società
basata sull’efficienza e sulla competizione. Il mercato è infatti dominato da sostanze
stimolanti/eccitanti tali da essere percepite dai consumatori come elementi di
sostegno dell’Io, in grado di aumentare i livelli prestazionali (sul lavoro, nello sport,
128

nella vita relazionale) dando l’illusione di poter modulare, e controllare, il mondo


secondo le proprie esigenze. Tale trasformazione fa sì che il cliente cui si rivolge un
mercato di sostanze psicoattive, divenuto capillare, non sia più un soggetto drogato
ma un consumatore, un potenziale consumatore quale può essere chiunque. Un
soggetto che possa contare su risorse personali e familiari, o un giovane che viva
all’interno di un tessuto sociale saldo, in una condizione di inclusione e di
accettazione rispetto al contesto in cui vive, può non possedere le risorse necessarie
per rifiutare un contatto con la sostanza, nel momento in cui è coinvolto all’interno di
un gruppo che ne fa uso e può arrivare a cercare attivamente nel consumo di sostanze
psicoattive una risorsa per integrarsi meglio all’interno della società238.
È in questo contesto che nascono i progetti di prevenzione delle droghe, che
puntano a potenziare le risorse personali e comunitarie, attraverso la promozione
delle proprie capacità e abilità, lo sviluppo di una rete di supporto, la promozione di
legami con il contesto sociale, in una funzione di empowerment che limita e offre
un’alternativa al ricorso alla droga. Tali progetti si basano:
- sull’importanza di orientare gli interventi di prevenzione su gruppi giovanili,
situati anche in contesti poco strutturati e/o informali, o in contesti a rischio,
senza trascurare le figure adulte di riferimento in stretto rapporto con essi;
- sull’interazione con il ragazzo, sul rinforzo di abilità di life skill e social skill
(elaborare esperienze, consapevolezza delle scelte, risoluzione di conflitti) e
sulla valorizzazione del protagonismo giovanile;
- sull’abbassamento dell’età del target dei destinatari (prima dei 14 anni);
- sulla continuità nel tempo e sul costante coordinamento tra i diversi attori,
favorendo una condivisione di informazioni, un apprendimento reciproco e
un confronto valutativo sui risultati;
- sulla diffusione di informazioni corrette, possibilmente inserite in strategie
più ampie, con interventi basati su approcci di tipo educativo o di sviluppo di
comunità;
- sulla stimolazione di comunicazione interpersonale e sullo scambio di idee ed
esperienze del target, rispetto alle sostanze e al loro consumo239.
Nonostante l’efficacia dei progetti di prevenzione finora ideati e realizzati,
gli adolescenti e i giovani continuano a consumare droga e alcool, poiché non

238
Teresa Albano, Lolita Gulimanoska, In-dipendenza: un percorso verso l’autonomia, cit., cit.
239
Idem
129

percepiscono su di loro la pericolosità della sostanza, se non addirittura della


dipendenza che essa comporta, e non avvertono l’importanza della salvaguardia
della propria salute. Per i ragazzi è necessario l’apprendimento e l’approfondimento
di contenuti, tramite la discussione, il confronto e lo scambio di esperienze, di
elementi che favoriscono la crescita del giovane attraverso lo sviluppo del senso
critico, della coscienza di sé e della propria generazione, in particolare all’interno del
gruppo dei pari. La relazione con i coetanei, infatti, favorisce il realizzarsi di uno
scambio tra chi è già padrone dei mezzi e il gruppo, con un processo di arricchimento
reciproco. L’esperienza e le conoscenze personali diventano un’occasione auto
formativa, rafforzando anche la propria capacità creativa di rispondere ai problemi,
di agire in modo efficace e protettivo verso sé e verso il proprio ambiente.
L’appartenenza al gruppo dei pari rappresenta per l’adolescente un’esperienza
significativa, una fonte di indipendenza, un fattore fondamentale nella costruzione
dell’identità e del riconoscimento di sé. Essa crea infatti opportunità di
identificazione, di confronto e di sperimentazione di comportamenti.
I coetanei possono aiutare a superare problemi di sviluppo, poiché si trovano nella
stessa fase del ciclo di vita e si confrontano con le stesse difficoltà. Il gruppo dei pari
ha caratteristiche particolarmente adatte ad una interazione gratificante: fornisce un
rinforzo positivo ai comportamenti messi in atto, permette una condivisione più
serena dei propri successi e al suo interno prevale un senso di libertà e apertura.
Inoltre, le relazioni tra pari sono caratterizzate da simmetria, eguaglianza,
complementarietà e mutuo controllo. Al contrario, l’interazione con gli adulti è
asimmetrica ed è caratterizzata da concentrazione di potere da una parte sola.
Interessante sarebbe l’intervento di testimonianze da parte di coetanei
consumatori, all’interno dei momenti di prevenzione realizzati nelle scuole, o nei
luoghi di aggregazione e del tempo libero, poiché la condivisione degli argomenti
sarebbe maggiore e la fiducia, il rispetto e la credibilità sarebbero più intense, poiché
sussisterebbe una condizione di parità, fondamentale per lo sviluppo di libertà, di
scelta e di autonomia.
È fondamentale lavorare su ciò che il ragazzo sta già facendo, al fine di raggiungere
un ulteriore miglioramento. Ciò aumenta la fiducia dell’adolescente in se stesso e
nelle proprie capacità, stimolando la motivazione al cambiamento, con l’intento di
aiutare il giovane a trovare ed esprimere più liberamente la propria unicità,
130

focalizzando l’attenzione sulle risorse e sulle competenze che già possiede, ma che
occorre rinforzare e arricchire.
Non è sufficiente informare e formare gli adolescenti e i giovani sul tema
dell’uso e dell’abuso delle nuove droghe; fondamentale è il coinvolgimento della
famiglia e degli adulti, che con essi maggiormente vi si relazionano, poiché sono loro
per primi che devono accompagnare e guidare i ragazzi nella costruzione della
propria identità e nello sviluppo della propria autonomia, al fine di offrire loro i
mezzi e gli strumenti per affrontare le situazioni problematiche e traumatiche, che
naturalmente si presentano lungo il corso della vita.
Famiglie e adulti non sono preparati a sostenere ogni evento critico; occorre il
supporto di professionisti mediante un intervento integrato, fondato sulla sinergia e
sulla cooperazione di tutte le agenzie di socializzazione e di formazione – famiglia,
scuola e servizi competenti in materia di dipendenza patologica – poiché i
cambiamenti sociali e culturali che investono le nuove famiglie e le trasformazioni
antropologico-culturali e relazionali e le modificazioni socio-economiche che
caratterizzano la società contemporanea, sottolineano la complessità e la difficoltà di
tutti gli attori coinvolti nell’educazione e nella formazione dei nuovi giovani.
Tale complessità e difficoltà è alimentata dalla non conoscenza dei servizi
specialistici competenti; sia adulti che giovani non conoscono né il Ser.T. né altre
realtà in ambito di dipendenza patologica e ciò vanifica, se non addirittura impedisce,
il lavoro di aggancio dei servizi nei confronti degli adolescenti, consumatori e non,
dei loro famigliari e di tutti gli adulti che sono a contatto con il mondo giovanile.
L’accesso al Ser.T. avviene soprattutto in casi di policonsumo dei giovani, quindi in
casi particolarmente gravi, o su richiesta dei genitori più vulnerabili, o su
segnalazione da parte dell’Autorità Giudiziaria. Spontaneamente non si presenta
alcun ragazzo, anche perché la stigmatizzazione è troppo forte: chi va al Ser.T. è un
drogato! Inoltre, le famiglie continuano a gestire in casa queste problematiche,
perché viste come fallimento e non conoscono le attività realmente svolte dal
servizio pubblico; l’immagine prevalente è che al Ser.T. ci si vada solo per
disintossicare.
La mia proposta di prevenzione è semplice: occorre arrivare ai ragazzi in
modo più credibile e più vicino al loro mondo. Non sono utili campagne
allarmistiche, né spiegazioni troppo scientifiche ed elaborate. Il modo migliore per
raggiungere i giovani è quello di comunicare per immagini, utilizzando il loro
131

linguaggio all’interno dei loro contesti di appartenenza. Credo sia utile mostrare loro
racconti ed esperienze di vita direttamente da coetanei consumatori, poiché utilizzano
termini e concetti di facile e immediata comprensione, suscitando maggiore
condivisione e riconoscimento, in quanto loro pari.
È necessario concentrarsi sugli effetti e sui rischi che le sostanze comportano
(e non sulle tipologie di droghe, perché i giovani le conoscono perfettamente) ma tali
concetti devono essere spiegati con termini chiari e semplici, senza spaventare e
senza alludere che al primo tentativo di consumo le conseguenze siano irrecuperabili,
perché questo susciterebbe solo la curiosità dei ragazzi, se non addirittura una sfida
per dimostrare che non è così.
È fondamentale non allontanarsi dai giovani. Per fare questo, diventano inutili
gli interventi in cui vengono offerte molteplici informazioni, accompagnate da una
serie di dati, in quanto restano fini a se stesse, non arrivano ai ragazzi. È necessario
che partecipino attivamente agli incontri di prevenzione: devono poter fare domande;
devono poter rielaborare immediatamente le informazioni ricevute; devono far propri
i nuovi concetti acquisiti; devono contestualizzare e personalizzare la questione
droga. Non è facile comprendere che dietro ogni azione vi sia sempre una
conseguenza sul nostro corpo, anche perché i risultati non sono immediati, perciò
occorre accompagnare i ragazzi nella costruzione di una percezione temporale, lungo
la quale ogni attività svolta deve essere riconosciuta, attribuita del giusto significato e
immagazzinata per considerazioni futuri.
Interessante è anche valutare l’eventualità di non indirizzare tutti gli
interventi di prevenzione ai giovani, che ormai sono fin troppo informati (anche
perché stimolati continuamente dai mass media e poiché sono più a contatto con la
realtà della droga). É necessario formare e informare anche i genitori e gli adulti in
generale. La famiglia, gli insegnanti, gli adulti che lavorano con i ragazzi hanno
scarsa conoscenza del mondo della droga e, spesso, non sanno come reagire di fronte
agli adolescenti consumatori e/o non conoscono la gestione della problematica. Ciò
che emerge sono la paura e la scarsa comprensione della questione, a causa
dell’insufficienza di informazioni e, soprattutto, di risorse a loro disposizione. Uno
dei compiti fondamentali del Ser.T. è proprio quello di formare, sostenere e
accompagnare gli adulti nello sviluppo delle proprie capacità genitoriali, al fine di
guidarli nelle relazioni con i ragazzi, naturalmente in costante evoluzione.
132

Credo che la cosa più importante sia comprendere che il messaggio degli
interventi di prevenzione non deve essere esclusivamente “non usare droga”, poiché
si sa che il proibizionismo, oltre a produrre l’effetto opposto, non chiarisce il
fenomeno droga ma, al contrario, crea confusione e falsi miti. Il concetto deve essere
“chi consuma deve conoscere cosa usa” e per conoscere intendo non solo la tipologia
di sostanza ma anche le conseguenze che il suo consumo può comportare.
A tal proposito, trovo interessante le risposte date dagli adolescenti e dai giovani alle
domande su quale messaggio sia più utile suggerire per prevenire l’uso delle droghe
e per ridurne il consumo e come lo promuoverebbero; se conoscono l’esistenza dei
servizi specialistici ed eventuali suggerimenti o precisazioni.
Vediamo nel dettaglio le risposte:
133

Nei grafici n. 8.1.a e 8.1.b emergono i messaggi più importanti e condivisi dai
giovani. Fondamentale è l’enfasi sulla necessità di essere sempre se stessi (21% per i
ragazzi tra i 15 e i 18 anni e 28% per quelli tra i 19 e i 25 anni) e sulla pericolosità
delle sostanze, poiché i ragazzi sottolineano che a lungo termine fanno male (51%
per i giovani dai 15 ai 18 anni e 59% per quelli dai 19 ai 25 anni). Mentre i giovani
dai 15 ai 18 anni sostengono che per prevenire l’uso e il consumo delle nuove droghe
sia importante non provare (20 %), i ragazzi dai 19 ai 25 anni non negano l’uso
occasionale delle sole droghe leggere, o il fatto di provarle, perché ciò non
compromette la loro salute e lo stile di vita (su 150 intervistati solo il 5% propone
come messaggio preventivo quello di non drogarsi).
134

I grafici n. 8.2.a e 8.2.b mostrano che non tutti i ragazzi sono interessati a diffondere
tali messaggi, poiché il 52% dei giovani tra i 15 e i 18 anni e il 63% di quelli tra i 19
e i 25 anni ritiengono che non sia utile. Rilevante è la diversa percentuale rispetto
all’età; mentre per i ragazzi più grandi non è con la prevenzione che si riduce l’uso e
il consumo delle sostanze, gli adolescenti sembrano più propensi alla diffusione del
messaggio, o forse sono semplicemente più confusi a riguardo.

Nei grafici n. 8.3.a e 8.3.b si evincono le modalità con cui i giovani intendono
promuovere i loro messaggi; i mezzi preferiti sono i mass media (45% per i ragazzi
dai 15 ai 18 anni e 35% per quelli dai 19 ai 25 anni) e i cartelloni pubblicitari
135

presenti nelle strade (29% per i giovani tra i 15 e i 18 anni e 19% per quelli tra i 19 e
i 25 anni) con il ricorrente paragone al periodo elettorale, per quanto riguarda la
specifica modalità secondo la quale allestire tali cartelloni in tutto il territorio
cittadino. Interessanti sono anche le proposte di organizzare delle manifestazioni (9%
per i ragazzi dai 15 ai 18 anni e 8% per quelli dai 19 ai 25 anni), come concerti,
spettacoli teatrali, in particolare coinvolgendo personaggi di successo e portando la
testimonianza dell’esperienza diretta (soprattutto per i giovani dai 19 ai 25 anni,
poiché è l’8% di loro a proporre tale modalità di comunicazione, a differenza del
ridotto 2% dei ragazzi tra i 15 e i 18 anni) anche con immagini forti, se non
addirittura traumatizzanti (i ragazzi riportano l’esempio delle compagne contro
l’assunzione di alcool, le quali mostrano filmati shoccanti di incidenti stradali
mortali). Un’altra proposta rilevante è la trasmissione di messaggi informativi e
preventivi mediante sms sul cellulare e e-mail sul computer, poiché ritenuti mezzi di
comunicazione più immediati e semplici (4% dei ragazzi tra i 15 e i 18 anni e il 10%
di quelli tra i 19 e i 25 anni). Alcuni ripropongono incontri formativi presso le scuole
medie inferiori e superiori (soprattutto i giovani dai 19 ai 25 anni, con il 14%, poiché
i ragazzi dai 15 ai 18 anni, con il 4%, stanno ancora andando a scuola e, pertanto,
hanno ancora occasione di partecipare a interventi di formazione, durante i quali
soddisfare le loro richieste di informazione). Altri propongono la creazione di spazi
ad hoc all’interno delle discoteche (4% dei ragazzi tra i 15 e i 18 anni e 6% di quelli
tra i 19 e i 25 anni), con la presenza di esperti in grado di dare informazioni e,
eventualmente, di intervenire, soprattutto in ambito sanitario.
136

Nei grafici n. 9.1.a e 9.1.b emergono chiaramente che i ragazzi non conoscono
l’esistenza di servizi specialistici (il 66% dei ragazzi tra i 15 e i 18 anni risponde non
lo so, così come il 65% di quelli tra i 19 e i 25 anni); esiste una grossa carenza di
informazione a riguardo.
Su 300 ragazzi intervistati solo il 28% conosce dei servizi competenti in materia di
droga. Ciò conferma la mia ipotesi di partenza, secondo la quale i giovani hanno
scarsa conoscenza dei servizi competenti in materia di dipendenza patologica.
Il grafico n. 9.2. , presente in appendice, mostra il dettaglio delle risposte.
137

Tra i servizi conosciuti quelli ritenuti competenti, come emerge dai grafici n. 10.1.a e
10.1.b, sono le comunità terapeutiche (49% per i ragazzi dai 15 ai 18 anni e 52% per
quelli dai 19 ai 25 anni), i Ser.T. (11% per i giovani tra i 15 e i 18 anni e 46% per
quelli tra i 19 e i 25 anni) e, in generale, centri di ascolto e assistenza (27% dei
ragazzi dai 15 ai 18 anni dà questa risposta, molto generica a mio parere).
Inoltre, gli adolescenti tra i 15 e i 18 anni riconoscono come servizi competenti in
materia di droga il consultorio, i Servizi sociali e lo psicologo; ciò sta a indicare la
grande carenza di informazioni in ambito di servizi specialistici e l’ampia confusione
a riguardo.
Interessante è la differente percentuale relativa alla risposta “Ser.T./ASL”, poiché
sono soprattutto i giovani tra i 19 e i 25 anni a conoscere i servizi specialistici in
ambito di dipendenza patologica. Infine, tra le comunità terapeutiche più citate
troviamo, soprattutto, quelle storiche private, come quelle di San Patrignano, di Don
Gallo e di Don Ciotti.
138

Dal grafico n. 10.2.a si evince che i giovani dai 15 ai 18 anni conoscono alcuni
servizi specialistici principalmente grazie alla partecipazione presso gli incontri di
prevenzione offerti dalla scuola (46%), successivamente per motivi personali (31%),
nello specifico perché hanno un amico, o un parente o un famigliare con problemi di
droga e, infine, hanno acquisito informazioni in merito ai servizi mediante i mezzi di
comunicazione di massa più diffusi (19%), quali le riviste e la televisione.
Alcuni ragazzi precisano di avere ottenute delle notizie dal medico di famiglia e
presso l’ambiente dell’oratorio (in particolare sono venuti a conoscenza delle
comunità terapeutiche private).
139

Dal grafico n. 10.2.b emerge, invece, che i ragazzi dai 19 ai 25 anni conoscono i
servizi competenti in ambito di dipendenza patologica in primo luogo mediante le
esperienze di vita personale (61%), e integrano le informazioni apprese attraverso i
mass media (39%), in particolare mediante la lettura di riviste e libri (24%).

Interessanti, infine, sono i suggerimenti e i commenti finali che emergono dai grafici
n. 11.a e 11.b. Alcuni ragazzi tra i 15 e i 18 anni precisano che il fumo, inteso come
140

uso di hashish e di cannabis, faccia bene (25%); altri vogliono pene più severe e più
visibili sia per gli spacciatori sia per i consumatori (17%); alcuni ritengono che la
prevenzione non serva perché ognuno è libero di gestire la propria vita (17%); altri
perorano la causa della legalizzazione delle droghe leggere (13%), poiché
eliminerebbero l’illegalità, lo spaccio, l’abuso e ne regolarizzerebbe l’uso in quanto
previsto in luoghi ad hoc; alcuni precisano che non ci sia differenza tra droghe
leggere e pesanti 8%), ma percepiscono che si hanno troppe informazioni (4%), che
viviamo in un paese cinico e ipocrita (4%) e che ognuno è libero di gestire la propria
vita. Da tali suggerimenti si può comprendere il motivo per cui non tutti i ragazzi
(precisamente il 56% sul totale degli intervistati, ovvero 300 ragazzi) ritengono che
la prevenzione non sia utile per ridurre l’uso e il consumo delle sostanze.
Rilevante è la precisazione che le droghe leggere non facciano male e che sia
necessario legalizzarle affinchè la riduzione del loro consumo sia reale.
Inoltre, i ragazzi sentono l’esigenza di punire maggiormente sia gli spacciatori sia i
consumatori; lo spaccio e l’acquisto delle sostanze sono ritenuti condivisibilemente
azioni illegali. Ciò motiva ulteriormente la necessità di legalizzare le droghe leggere,
in quanto potrebbero essere vendute a norma di legge e consumate in luoghi protetti,
visibili e, quindi, sicuri.
Dal grafico 11.b emergono i suggerimenti dei giovani dai 19 ai 25 anni: questi ultimi
sentono che i ragazzi si stanno perdendo e, pertanto, percepiscono il bisogno di fare
qualcosa (14%), ad esempio come legalizzare le droghe leggere (14%); prevedere
degli esperti e professionisti all’interno dei locali notturni, discoteche e del tempo
libero e all’interno della scuola (14%); organizzare dei corsi di formazione e
informazione per i genitori, e gli adulti in generale (4%). Come i ragazzi dai 15 ai 18
anni, così anche i giovani dai 19 ai 25 anni vogliono sanzioni più severe sia per gli
spacciatori che per i consumatori (9%) e sottolineano che le droghe leggere, con un
uso occasionale, non fanno male (9%). Ritengono che i giovani sono troppo
informati (14%) ma tali dati non sono realistici, perché troppo allarmanti e distanti
dalla percezione giovanile. Non è vero che dall’uso delle droghe leggere si debba
necessariamente passare al consumo di quelle pesanti e, soprattutto, di debba
diventare “tossicodipendenti”. In particolare, i giovani consumatori di hashish e di
marijuana non si riconoscono in quanto tali, poiché sono pienamente inseriti
all’interno del contesto sociale, scolastico, lavorativo e relazionale e sono in grado di
141

controllare la propria vita affinchè il momento del divertimento, talvolta della


trasgressione, non ecceda mai oltre il fine settimana.
Infine, i giovani criticano il nostro paese, definendolo ipocrita e cinico (4%), poiché
riportano fatti di cronaca relativi allo stile e alle scelte di vita dei nostri politici e di
alcuni personaggi famosi, i quali, nonostante facciano uso di sostanze stupefacenti,
continuano a ricoprire ruoli importanti e socialmente rispettati.
142

____________________________________________________________________
Conclusioni

Dal lavoro di ricerca sull’opinione giovanile in materia di prevenzione si


evince chiaramente che i ragazzi conoscono il significato di dipendenza; più
dell’80% degli intervistati, infatti, la definisce come una condizione di bisogno, in
cui non si può fare a meno di. Interessante è la differenza di percentuale sulle
risposte “libertà” (alcuni ragazzi sostengono che la dipendenza da
sostanze/oggetti/atteggiamenti renda liberi) e “malattia”:
- mentre tra i ragazzi dai 15 ai 18 anni solo il 4% riconosce la dipendenza come
una vera e propria forma di malattia, tra quelli dai 18 ai 25 anni è l’11%, in
particolare sono di genere maschile, ad avere tale percezione;
- al contrario, mentre è il 10% dei ragazzi tra i 15 e i 18 anni a ritenere che la
dipendenza renda liberi, forti e più sicuri di sé, solo l’1% dei giovani tra i 19
e i 25 anni sostiene tale opinione. Ciò sta a dimostrare la differente e
maggiore consapevolezza di questi ultimi, legata ovviamente alla maggiore
età e alle più numerose conoscenze ed esperienze di vita.
Anche per quanto concerne le sostanze/oggetti/comportamenti che possono
causare dipendenza, i ragazzi sono correttamente informati e coscienti dei molteplici
fattori ad essa collegati. I grafici n. 2.1.a e 2.1.b evidenziano: non ci sono differenze
rilevanti a seconda delle diverse età degli intervistati. Facendo una media tra i due
grafici, si può denotare che le principali sostanze dalle quali si può dipendere sono la
droga (24%), l’alcool (19%), le sigarette (17%). Dunque, i giovani riconoscono la
capacità di dipendere anche da sostanze legali (alcool, nicotina, farmaci) e da
143

comportamenti quotidiani (sesso, relazioni sociali, alimentazione, utilizzo del pc,


cellulare, televisione, ecc…). I ragazzi tra i 19 e i 25 anni hanno maggiore
consapevolezza rispetto alla possibilità di dipendere da questi ultimi (le percentuali
sono leggermente più alte).
I giovani ricevono le prime informazioni sulla droga dai mass media (25%,
nello specifico 21% televisione, radio e 4% libri, giornali per i ragazzi tra i 15 e i 18
anni, contro il 38% dei giovani tra i 19 e i 25 anni, suddiviso in 33% televisione,
radio e 5% libri, giornali), poi all’interno del gruppo dei pari (33% per i ragazzi dai
15 ai 18 anni e 23% per quelli dai 19 ai 25 anni), al penultimo posto troviamo la
famiglia (22% per gli intervistati tra i 15 e i 18 anni e 19% per quelli tra i 19 e i 25
anni) e, infine, la scuola (20% per i ragazzi dai 15 ai 18 anni e 19% per quelli dai 19
ai 25 anni).
Interessante è la differente percentuale relativa ai mass media e agli amici; con il
crescere dell’età i ragazzi tendono a ricercare le informazioni e ad apprendere le
notizie da fonti più specifiche e formali allontanandosi dal gruppo dei pari.
Le droghe più conosciute dagli adolescenti e dai giovani sono le solite:
cocaina (16% tra i ragazzi dai 15 ai 18 anni e 17% tra quelli dai 19 ai 25 anni), eroina
(12% per i giovani tra i 15 e i 18 anni e 15% per quelli tra i 19 e i 25 anni), marijuana
(16% tra i ragazzi dai 15 ai 18 anni e 14% tra quelli dai 19 ai 25 anni) e hashish
(13%). Per quanto concerne le nuove droghe, la più conosciuta è l’ecstasy (11% per i
giovani dai 15 ai 18 anni e 9% per quelli dai 19 ai 25 anni); stranamente poco
rilevante la percentuale delle anfetamine (6%) e di altre droghe sintetiche.
Nonostante i giovani conoscano molto bene le diverse tipologie di sostanze
esistenti, continuano a non possedere una corretta percezione delle differenti
pericolosità.
La classifica di pericolosità va dalla sostanza meno grave a quella più pericolosa: su
150 giovani intervistati, tra i 15 e i 18 anni, il 21% ritiene che la marijuana sia la
meno grave, segue l’hashish con il 20% e al terzo posto compare la cocaina con il
16%, seguita dal crack con il 12%. Eroina ed ecstasy sono riconosciute di pari
gravità (9%), mentre tra le droghe più pesanti troviamo le anfetamine (8%) e i funghi
allucinogeni (5%).
Per gli adolescenti, dunque, la cocaina non comporta delle conseguenze
particolarmente gravi sul proprio corpo. Ritengo che il dato sia abbastanza
allarmante, poiché i ragazzi intervistati sono tutti a conoscenza degli effetti e dei
144

rischi che le diverse sostanze producono, ma ugualmente non percepiscono su di loro


tali conseguenze e, soprattutto, la gravità ad esse collegate.
Invece, su 150 ragazzi intervistati, tra i 19 e i 25 anni, il 25% sostiene che la
marijuana sia la droga più leggera, segue l’ecstasy con il 16%, poi la cocaina con il
14% e l’hashish compare solo al quarto posto con il 13%, poco lontana dalle
anfetamine, dato che la percentuale è del 12%. Tra le droghe più pesanti troviamo il
crack (8%), i funghi allucinogeni (7%) e, all’ultimo posto, l’eroina (5%).
I genitori non sono i primi a conoscere l’esistenza di un eventuale problema
dei propri figli, poiché questi ultimi tendono a rivolgersi in primis ai coetanei (44%
per i ragazzi tra i 15 e i 18 anni e 40% per quelli tra i 19 e i 25 anni).
Per quanto concerne il mondo degli adulti, interessante è la differente percentuale tra
le risposte “famiglia” e “medico di base”, poiché i giovani tra i 15 e i 18 anni
sostengono di rivolgersi prima ai genitori (29%) e solo dopo al dottore di famiglia
19%); al contrario, i ragazzi tra i 19 e i 25 anni preferiscono prima rivolgersi al
medico di base (26%) e successivamente alla famiglia (19%). Inoltre, alla voce
“altro” (11%) specificano il desiderio di non rivolgersi a nessuno, oppure esprimono
la volontà di recarsi direttamente presso centri specialistici.
Infine, rispetto alle iniziative di prevenzione finora offerte dalla città di
Torino emerge che:
j. gli interventi di prevenzione hanno fornito informazioni sui diversi tipi di
droghe, sugli effetti e sui rischi che producono (con una lieve incertezza da
parte dei giovani tra i 19 e i 25 anni, in quanto poco più della metà degli
intervistati ritiene che gli interventi di prevenzione non abbiano fornito
informazioni soddisfacenti in materia di sostanze stupefacenti);
k. le informazioni offerte non hanno suscitato confusione e paura;
l. i dati appresi hanno stimolato maggiore attenzione per la tutela della propria
salute;
m. le informazioni offerte hanno incentivato la curiosità e la voglia di provare;
n. le notizie fornite non hanno ridotto l’uso e il consumo di droga tra i giovani;
o. le iniziative di prevenzione hanno presentato l’esistenza di servizi in cui
trovare ascolto;
p. gli interventi di prevenzione non hanno presentano l’esistenza di centri di
aggregazione giovanile e per il tempo libero;
145

q. i progetti di prevenzione non hanno coinvolto i genitori e gli adulti in


generale;
r. le iniziative di prevenzione non hanno coinvolto i partecipanti a elaborare
insieme un progetto di prevenzione;
m. gli interventi di prevenzione hanno offerto uno spazio di riflessione e di
confronto con degli esperti (con una lieve incertezza da parte dei giovani tra i
19 e i 25 anni, in quanto poco più della metà degli intervistati ritiene che gli
interventi di prevenzione non abbiano offerto uno spazio di riflessione e di
confronto adeguato).
Dunque, per i ragazzi le informazioni offerte non sono soddisfacenti, anzi assumono
una valenza negativa (dato che incentivano la curiosità e la voglia di provare e non
riducono l’uso di droga) poiché riguardano sempre le solite vecchie tematiche
(elenco di sostanze, presentazione dei rischi a livello fisiologico, ecc…) e non
trattano nuovi e più interessanti argomenti, come la presenza di centri di
aggregazioni giovanile, presenti su tutto il territorio cittadino. Presso i centri di
aggregazione giovanile si può trovare uno spazio in cui incontrarsi, condividere
attività ludico-ricreative e, ove richiesto, essere accolti e ascoltati da professionisti ed
esperti in materia di dipendenza patologica, i quali non offrono sostegno e
informazioni solo in ambito di droga.
Nonostante l’efficacia dei progetti di prevenzione finora ideati e realizzati,
gli adolescenti e i giovani continuano a consumare droga e alcool, poiché non
percepiscono su di loro la pericolosità della sostanza, se non addirittura della
dipendenza che essa comporta, e non avvertono l’importanza della salvaguardia
della propria salute.
Interessante sarebbe l’intervento di testimonianze da parte di coetanei
consumatori, all’interno dei momenti di prevenzione realizzati nelle scuole, o nei
luoghi di aggregazione e del tempo libero, poiché la condivisione degli argomenti
sarebbe maggiore e la fiducia, il rispetto e la credibilità sarebbero più intense, poiché
sussisterebbe una condizione di parità, fondamentale per lo sviluppo di libertà, di
scelta e di autonomia.
È fondamentale lavorare su ciò che il ragazzo sta già facendo, al fine di raggiungere
un ulteriore miglioramento. Ciò aumenta la fiducia dell’adolescente in se stesso e
nelle proprie capacità, stimolando la motivazione al cambiamento, con l’intento di
aiutare il giovane a trovare ed esprimere più liberamente la propria unicità,
146

focalizzando l’attenzione sulle risorse e sulle competenze che già possiede, ma che
occorre rinforzare e arricchire.
Non è sufficiente informare e formare gli adolescenti e i giovani sul tema
dell’uso e dell’abuso delle nuove droghe; fondamentale è il coinvolgimento della
famiglia e degli adulti, che con essi maggiormente vi si relazionano, poiché sono loro
per primi che devono accompagnare e guidare i ragazzi nella costruzione della
propria identità e nello sviluppo della propria autonomia, al fine di offrire loro i
mezzi e gli strumenti per affrontare le situazioni problematiche e traumatiche, che
naturalmente si presentano lungo il corso della vita.
Famiglie e adulti non sono preparati a sostenere ogni evento critico; occorre il
supporto di professionisti mediante un intervento integrato, fondato sulla sinergia e
sulla cooperazione di tutte le agenzie di socializzazione e di formazione – famiglia,
scuola e servizi competenti in materia di dipendenza patologica – poiché i
cambiamenti sociali e culturali che investono le nuove famiglie e le trasformazioni
antropologico-culturali e relazionali e le modificazioni socio-economiche che
caratterizzano la società contemporanea, sottolineano la complessità e la difficoltà di
tutti gli attori coinvolti nell’educazione e nella formazione dei nuovi giovani.
Tale complessità e difficoltà è alimentata dalla non conoscenza dei servizi
specialistici competenti; sia adulti che giovani non conoscono né il Ser.T. né altre
realtà in ambito di dipendenza patologica e ciò vanifica, se non addirittura impedisce,
il lavoro di aggancio dei servizi nei confronti degli adolescenti, consumatori e non,
dei loro famigliari e di tutti gli adulti che sono a contatto con il mondo giovanile.
L’accesso al Ser.T. avviene soprattutto in casi di policonsumo dei giovani, quindi in
casi particolarmente gravi, o su richiesta dei genitori più vulnerabili, o su
segnalazione da parte dell’Autorità Giudiziaria. Spontaneamente non si presenta
alcun ragazzo, anche perché la stigmatizzazione è troppo forte: chi va al Ser.T. è un
drogato! Inoltre, le famiglie continuano a gestire in casa queste problematiche,
perché viste come fallimento e non conoscono le attività realmente svolte dal
servizio pubblico; l’immagine prevalente è che al Ser.T. ci si vada solo per
disintossicare.
La mia proposta di prevenzione è semplice: occorre arrivare ai ragazzi in
modo più credibile e più vicino al loro mondo. Non sono utili campagne
allarmistiche, né spiegazioni troppo scientifiche ed elaborate. Il modo migliore per
raggiungere i giovani è quello di comunicare per immagini, utilizzando il loro
147

linguaggio all’interno dei loro contesti di appartenenza. Credo sia utile mostrare loro
racconti ed esperienze di vita direttamente da coetanei consumatori, poiché utilizzano
termini e concetti di facile e immediata comprensione, suscitando maggiore
condivisione e riconoscimento, in quanto loro pari.
È necessario concentrarsi sugli effetti e sui rischi che le sostanze comportano
(e non sulle tipologie di droghe, perché i giovani le conoscono perfettamente) ma tali
concetti devono essere spiegati con termini chiari e semplici, senza spaventare e
senza alludere che al primo tentativo di consumo le conseguenze siano irrecuperabili,
perché questo susciterebbe solo la curiosità dei ragazzi, se non addirittura una sfida
per dimostrare che non è così.
È fondamentale non allontanarsi dai giovani. Per fare questo, diventano inutili
gli interventi in cui vengono offerte molteplici informazioni, accompagnate da una
serie di dati, in quanto restano fini a se stesse, non arrivano ai ragazzi. È necessario
che partecipino attivamente agli incontri di prevenzione: devono poter fare domande;
devono poter rielaborare immediatamente le informazioni ricevute; devono far propri
i nuovi concetti acquisiti; devono contestualizzare e personalizzare la questione
droga. Non è facile comprendere che dietro ogni azione vi sia sempre una
conseguenza sul nostro corpo, anche perché i risultati non sono immediati, perciò
occorre accompagnare i ragazzi nella costruzione di una percezione temporale, lungo
la quale ogni attività svolta deve essere riconosciuta, attribuita del giusto significato e
immagazzinata per considerazioni futuri.
Credo che la cosa più importante sia comprendere che il messaggio degli
interventi di prevenzione non deve essere esclusivamente “non usare droga”, poiché
si sa che il proibizionismo, oltre a produrre l’effetto opposto, non chiarisce il
fenomeno droga ma, al contrario, crea confusione e falsi miti. Il concetto deve essere
“chi consuma deve conoscere cosa usa” e per conoscere intendo non solo la tipologia
di sostanza ma anche le conseguenze che il suo consumo può comportare.
È, quella dei giovani, in conclusione, una risorsa che non conosciamo, che
abbiamo lasciato nel parcheggio e che rischiamo di dimenticare e vanificare per
sempre. Sarebbe il momento di cambiare atteggiamento, come società degli adulti,
sui giovani; di imparare a fare veramente gli adulti e cioè a conoscerli e a utilizzarli
proprio per quello che valgono come giovani.
Su una cosa ci sono pochi dubbi, ed è la constatazione che i giovani sanno
stare meglio degli adulti nella complessità, e questo è più che sufficiente per
148

legittimarli come risorse dell’intera struttura sociale di cui oggi non possiamo
assolutamente fare a meno.
Oggi le risorse dei giovani vanno al di là del consumismo e della cultura
dell’informatica. Si dice che i giovani non sono formati, però sono enormemente
informati e non hanno bisogno di manifestare in maniera costante una sintesi globale
e integrata di questa enorme informazione che accumulano giorno per giorno. Come
una rispettabile banca dati, i giovani incorporano le informazioni e le lasciano in
memoria, tirandole fuori solo al momento opportuno, per orientarsi meglio nella
complessità sociale e senza sprecare risorse, nel tentativo di offrire esternamente
un’immagine di sé perfettamente definita e riassuntiva delle informazioni ricevute.
Per fare un esempio, i giovani non si preoccupano di difendere a denti stretti,
in ognuna delle occasioni di confronto, una loro ferrea ideologia o convinzione, né si
battono ricercando argomenti per affermare un loro valore o un loro principio; però,
al momento in cui percepiscono un messaggio, una richiesta o una possibilità
operativa, ad esempio in favore della pace nel mondo, scattano al segnale e scendono
tutti in piazza compatti a manifestare. Tirano fuori dalla loro banca dati quel valore
integro e ben focalizzato della pace e lo adeguano alla situazione specifica,
dimostrando una capacità di mobilitazione attiva e coerente che molti degli adulti,
ferratissimi sull’ideologia e irremovibili sui valori, difficilmente sanno mettere in
atto.
Il disagio giovanile, per molti anni teorizzato sulla base di una identità
indefinita e transitoria degli adolescenti, oggi si ribalta in centralità della cultura
giovanile: in un modello di società basato sulla complessità sociale, che richiede una
struttura della personalità individuale di tipo flessibile, non rigidamente vincolata a
norme e valori irremovibili, ma al contrario disposta e preparata al cambiamento
rapido, alla rimessa in questione permanente, all’utilizzazione sequenziale degli
stimoli sempre nuovi e diversi, che la complessità sociale è in grado di produrre240.
Una volta compreso e accettato il dato che il rischio rappresenta un compito
evolutivo per l’adolescente, appare evidente che la fase di crescita non è avulsa dalla
rete sociale e familiare di riferimento. Affinché i progetti di prevenzione abbiano
successo, si auspica che siano il risultato di un lavoro integrato, fondato sulla sinergia

240
Francesco Alberoni, Franco Remotti, Claudio Calvaruso, I giovani verso il Duemila, cit., pp. 92-95
149

e sulla cooperazione, di tutte le agenzie di socializzazione e di formazione – famiglia,


scuola e servizi competenti in materia di dipendenza patologica.
Dunque, la prevenzione non deve avere una valenza magica, né deve essere
vissuta come una nuova funzione da aggiungere a quelle tradizionali, ma deve
rientrare nel quotidiano compito genitoriale e nelle consuete attività formative e
informative delle istituzioni pubbliche e private241.
L’operatore che promuove e realizza iniziative preventive, che accompagna
percorsi di costruzione di senso, che avvia e sostiene interazioni comunicative, si
trova costantemente a confronto con situazioni e dinamiche relazionali.
La relazione con l’adolescente e il giovane, che si realizzi nel gruppo naturale,
oppure in un centro di aggregazione giovanile, o in un servizio pubblico, rappresenta
il momento forte dove il processo di prevenzione sviluppa ed esprime le sue valenze
peculiarmente educative.
Riflettere sul nodo della relazione significa interrogarsi sui vincoli strutturali
e sulle condizioni che consentono di tenere insieme persone, linguaggi, mondi diversi
quali quello dell’adulto (dell’operatore) e quello dell’adolescente (utente), per molti
aspetti contrapposti e conflittuali. Significa comprendere attraverso quali variabili di
influenza e di determinazione reciproca gli adolescenti possano, nell’interazione con
il mondo adulto, sperimentare soluzioni di unione anziché di dilatazione rispetto al
loro percorso di separazione e di individuazione.
Attraverso i legami sviluppati nella relazione, i soggetti soddisfano i loro
bisogni primari di attaccamento e cura e di esplorazione, che si sviluppano nel
tempo, immettendo così una dimensione storica, di narrazione: l’individuo scopre, e
progressivamente costruisce, interagendo con altri il senso del proprio essere al
mondo.
La relazione adulto-adolescente introduce e offre, quindi, potenzialmente
anche legami e connessioni di senso, che consentono al mondo adolescenziale e
giovanile di orientarsi e muoversi all’interno di un percorso e di un cammino
evolutivo in cui rischia di perdersi e non ritrovarsi più.
Per l’operatore di prevenzione del disagio adolescenziale e giovanile si tratta
allora di attraversare la problematicità di tale relazione e di investigare i significati e
le valenze che può assumere e veicolare.

241
Lucio Pinkus, Tossicodipendenza e intervento educativo, cit., pp. 50-54
150

La difficoltà di tali compiti, da parte degli operatori non impedisce di specificare


alcuni punti di riferimento che possono orientare l’operatore nel suo quotidiano
lavoro di prevenzione e di relazione con i ragazzi consumatori di nuove droghe:
- l’operatore deve offrire all’adolescente e al giovane l’esperienza di un limite,
fatto di contenimento, di regole offerte e richiamate, di protezioni e di
confini, nei cui confronti il soggetto sperimenti un impatto non distruttivo,
proprio perché i limiti devono essere chiari, condivisi, accettati;
- l’operatore deve consolidare e approfondire le proprie capacità di “prendersi
cura di”, attraverso l’adozione di una adeguata posizione genitoriale, che
consenta funzioni di contenimento e di elaborazione;
- infine, l’operatore deve maturare processi di pensiero che sappiano
confrontarsi con l’esperienza dell’assenza, della fatica e della sofferenza,
eventi non infrequenti nell’ambito del lavoro di prevenzione, sia a carico
degli utenti che si incontrano, sia rispetto alle dinamiche professionali,
organizzative e amministrative all’interno delle quali si opera242.
Dunque, è fondamentale imparare a relazionarsi con gli adolescenti e diventa
prioritario sostenere e accompagnare i genitori, e gli adulti in generale, nel difficile
lavoro di educazione e di formazione dei nuovi giovani.

242
Luigi Regoliosi, La prevenzione del disagio giovanile, cit., pp. 87-106
151

____________________________________________________________________
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http://utenti.lycos.it/urbanoreviglio/newpage23.html
161

____________________________________________________________________
Filmografia

Apocalypse Now
(Usa,1979) Regia di Francis Ford Coppola
Interpreti: Martin Sheen, Marlon Brando
Odissea di un capitano dei servizi segreti americani in Vietnam, mandato in missione
ad eliminare un ufficiale impazzito. Viaggio all'inferno in cui tutte le droghe
disponibili aiutano a trovare il coraggio per uccidere e per morire.

Aprile
(Italia 1998) Regia di Nanni Moretti
Interpreti: Nanni Moretti, Silvia Nono, Pietro Moretti, Silvio Orlando.
In una delle prime scene del film Moretti ci racconta: "Il giorno della vittoria di
Berlusconi alle elezioni, ho fumato, per la prima volta in vita mia, una canna."

Bird
(Usa,1988) Regia di Clint Eastwood
Interpreti: Forrest Whitaker, Diane Venora
Biografia del leggendario Charlie Parker, sassofonista trasgressivo ed eroinomane
incallito. Una corsa senza respiro fino all'autodistruzione.
162

Breakfast Club
(Usa, 1985) Regia di John Hughes
Interpreti: Emilio Estevez, Paul Gleason
Cinque studenti molto diversi tra loro costretti a trascorrere il sabato a scuola per
svolgere un tema controllati da un insegnante molto simile ad un aguzzino. Dopo il
conflitto tra i caratteri, uno spinello scioglie le tensioni e cominciano a parlarsi. Si
uniranno contro il nemico comune.

Christiane F. noi i ragazzi dello zoo di Berlino


(Rft, 1981) Regia di Ulrich Edel
Interpreti: Nadja Brunkhorst, Thomas Haustein, Jens Kuphal
La cronaca della degradazione di una quattordicenne berlinese, Christiane che ha
rapporti con uno junkie, si droga, vede gli amici andare in rovina e trova, alla fine,
una possibilità di riscatto.

Cocaina
(Usa, 1988) Regia di Harold Becker
Interpreti: James Wood, Sean Young, John Capelos
Stressato uomo d'affari si dà alla cocaina per sopportare le fatiche della professione:
finisce all'inferno e in bancarotta, trascinando con sé anche la bella moglie.

Drugstore Cowboy
(Usa,1989) Regia di Gus Van Sant jr.
Interpreti: Matt Dillon, Kelly Lynch
Due coppie di tossicodipendenti si specializzano nel rapinare farmacie fino alla
redenzione del capobanda. Gran spreco di pillole di tutte le qualità e partecipazione
straordinaria di William Burroughs, guru della Beat Generation e di tutti gli
sperimentatori di sostanze alteranti.
163

Easy rider
(Usa,1969) Regia di Dennis Hopper
Interpreti: Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson
Due hippy attraversano gli Usa in motocicletta e vanno a sbattere contro l'odio per i
diversi. Manifesto dell'utopia libertaria degli anni '60. Da antologia l'iniziazione agli
spinelli di Jack Nicholson. Colonna sonora da collezione con Dylan, Hendrix, Byrds.

Il grande Lebowski
(USA 1998) Regia di Joel Coen
Interpreti: Jeff Bridges, John Goodman, Steve Buscemi, John Turturro
Protagonista del film è Drugo, tardo-freak amante del bowling, dei Revival e delle
canne. Il nostro eroe si improvvisa detective "alla Marlowe" in una intricata vicenda
tra ricconi debosciati, pornografi, nichilisti e pittrici vaginali!

Il pasto nudo
(Usa, 1991) Regia di David Cronenberg
Interpreti: Peter Weller, Judy Davis
Uno scrittore ossessionato da terribili allucinazioni popolate da scarafaggi giganti
uccide la moglie e si rifugia in Marocco, dove si immagina coinvolto in un
misterioso complotto ordito da agenti provenienti da un altro pianeta. Dalla vita e
dall'omonimo romanzo di William Burroughs.

L'erba di Grace
(Canada 1998) Regia di Anthony Harrison.
Interpreti: Anthony Harrison, Dmitry Chepovetsky, C. Ernst Harth, Ellie Harvie
Grace, una dolce signora di mezza età rimasta vedova, scopre che il defunto marito le
ha lasciato una montagna di debiti, che se lei non sarà in grado di pagare la
lasceranno senza casa. Per una donna che non ha mai lavorato, sembra impossibile
trovare una soluzione. Ma questa finalmente arriva quando il suo giardiniere le
propone di trasformare il suo bel giardino pieno di orchidee in coltivazione di
marijuana. La vera avventura inizia quando Grace da elegante e raffinata signora.
164

Let's get lost


(Usa, 1988) Regia di Bruce Weber
Documentario in raffinatissimo bianco e nero sulla vita di Chet Baker, straordinario
trombettista jazz devastato dall'eroina e morto poco dopo le riprese.

L'uomo dal braccio d'oro


(Usa,1955) Regia di Otto Preminger
Interpreti: Frank Sinatra, Kim Novak, Eleanor Parker
Chicago, anni '50. Dopo aver toccato il fondo e provato il carcere, un batterista jazz
schiavo dell'eroina trova un nuovo amore che lo aiuta ad uscire dal tunnel. Bianco e
nero d'epoca molto coraggioso.

New Jack City


(Usa, 1991) Regia di Mario Van Pebbles
Interpreti: Wesley Snipes, Ice-T
Il business del crack nei primi anni '80 raccontato a ritmo indiavolato attraverso
l'ascesa e la caduta di un boss nero che si ispira all'Al Pacino di Scarface. Tra decine
di morti ammazzati racconta i danni compiuti dalla più micidiale tra le droghe in
circolazione.

Pulp fiction
(1994) Regia di Quentin Tarantino
Interpreti:John Travolta, Uma Thurman
Tre storie di criminali fuori di testa s'intrecciano stravolgendo tutti i canoni della
narrazione cinematografica. Travolta è un killer affascinato dai coffee shop di
Amsterdam, mentre Uma Thurman sfiora la morte per overdose. Puro delirio.

Quadrophenia
(Gran Bretagna, 1979) Regia di Franc Roddam
Interpreti: Phil Daniels, Leslie Aash, Philip Davis, Sting
Ispirata dal long playng degli Who, la storia di un fattorino inglese che, negli anni
Sessanta, si realizza solo drogandosi e partecipando alle furibonde risse tra rocker.
165

Scarface
(Usa,1983) Regia di Brian De Palma
Interpreti: Al Pacino, Michelle Pfeiffer
Esule cubano diventa superboss del narcotraffico a Miami, ma soldi e coca danno
alla testa. Allucinante massacro finale tra fiumi di sangue e montagne di polvere
bianca. Parabola sul potere e la morte con perfetta descrizione del delirio da
onnipotenza prodotto dalla cocaina.

Taking off
(Usa, 1971) Regia di Milos Forman
Interpreti: Lynn Carlin, Buck Henry, Georgia Engel, Tony Harvey, Vincent
Schiavelli
Genitori alla ricerca di figli scappati da casa, provano, sotto la guida di un esperto,
gli effetti della marijuana.

Teatro di guerra
(Italia 1998) Regia di Mario Martone
Interpreti: Iaia Forte, Anna Bonaiuto, Andrea Renzi
Nel film, che narra la vicenda di una compagnia teatrale napoletana all'epoca della
guerra nella ex-Jugoslavia, si vedono girare un sacco di canne. "Perchè le canne
fanno parte della vita normale delle persone, " dice il regista, "e danno anche l'idea
del bisogno di ottundimento, di evasione, senza cui non si reggerebbe la tensione".

The Doors
(Usa, 1991) Regia di Oliver Stone
Interpreti: Val Kilmer, Meg Ryan
Storia di Jim Morrison, profeta della psichedelia e della trasgressione, poeta e
rockstar, mito inossidabile che attraversa il tempo e le generazioni. Sull'impossibilità
di essere normali.
166

Traffic
(USA 2001) - Regia di Steve Soderbergh
Interpreti: Michael Douglas, Catherine Zeta-Jones, Benicio Del Toro
Si tratta di una coraggiosa denuncia dell'ipocrisia della Guerra alla Droga. Il film, che
ha vinto ben 4 Oscar (Steve Soderbergh per la Regia, Benicio Del Toro come Miglior
Attore non protagonista, Stephen Gaghan per la Migliore Sceneggiatura non
originale e Stephen Mirrione per il Montaggio), ha ispirato Stop the war, una
campagna di sensibilizzazione promossa dal Lindesmith Center.

Trainspotting
(Gran Bretagna, 1996) Regia di Danny Boyle
Ewan McGregor, Robert Carlyle, Ewen Brenner
Edimburgo: l'eroinomane Mark e i suoi amici, il mite Spud e lo sbruffone Sick Boy
passano il tempo a far finta di cercare un lavoro e di disintossicarsi. "Provate a
immaginare l'orgasmo più bello della vostra vita, moltiplicatelo per mille e capirete
cosa vuol dire farsi di eroina."

Twin Town
(Gran Bretagna 1997) Regia di Kevin Allen
Interpreti: Llyr Evans, Rhys Ifans, Huw Ceredig, William Thomas
La cittadina di Swansea, nel Galles, è terreno predatorio di Bryan, un personaggio
coinvolto in un giro di droga. Ma tutto cambia quando un operaio, Fatty, cade da una
scala lavorando per lui. Il boss si rifiuta di risarcirlo e i due figli del malcapitato, i
gemelli Julian e Jeremy, abbandonano i loro abituali furtarelli d'auto e decidono di
vendicarsi con sottile perfidia, combinandone di tutti i colori (e concedendosi di tanto
in tanto delle proverbiali fumate di bongo). Nel finale i gemelli, avuta ragione dei
cattivi, coronano un loro antico sogno partendo in barca per il Marocco.
167

____________________________________________________________________
Appendice

1. Rapporto 2002-2003 sulla condizione giovanile a Torino


dell’Osservatorio del Mondo Giovanile

Secondo i dati forniti dall’Osservatorio Epidemiologico regionale delle


Dipendenze (OED), in Piemonte nel 2002 sono stati 14.564 i pazienti in trattamento
presso i Ser.T., un dato che colloca la regione al terzo posto dopo la Lombardia e la
Campania e davanti al Veneto, al Lazio e all’Emilia-Romagna.
Rispetto all’età dei tossicodipendenti, si nota che gli utenti dei Ser.T.
piemontesi sotto i 30 anni sono 4.969 e rappresentano il 34% del totale, mentre nel
2001, secondo i dati del Ministero della Salute, rappresentavano circa il 36% del
totale. Delle persone in carico ai Ser.T. del 2002 al di sotto dei 30 anni, 987 (20,2%)
sono femmine e i restanti 3.982 maschi. Diversa, invece, è la percentuale delle donne
al di sopra dei 30 anni in carico ai Ser.T., che rappresentano solo il 14,5% circa
rispetto agli uomini. Nel 2001, invece, le donne al di sotto dei 30 anni erano 928, pari
al 19% del totale relativo a tale classe di età.
Se si prendono in esame i dati relativi al solo territorio di Torino, con
particolare riferimento ai Ser.T. delle due ASL locali, risulta che nel 2002 sono stati
4.746 gli utenti in carico: praticamente un paziente su tre in Piemonte è residente a
Torino. Di questi, il 62% è rappresentato da maschi con più di 30 anni. Risulta anche
significativa la percentuale dei pazienti torinesi con più di 40 anni che, tra maschi e
femmine, rappresentano il 19,3% del totale cittadino. Nel resto del Piemonte, invece,
168

tale percentuale scende al 14,6%. Diversa è la situazione per le classi d’età più
giovani. In questo caso, infatti, a Torino si registra una minore incidenza dei giovani
al di sotto dei 30 anni rispetto al numero totale dei casi seguiti nel 2002 dai Ser.T..
Infatti, i pazienti con meno di 30 anni nel capoluogo di regione sono il 26,2% del
totale, mentre nel resto del Piemonte la percentuale arriva al 33% circa.
La minore presenza delle classi d’età più giovani all’interno dei Ser.T. di
Torino è confermata anche dalle percentuali relative ai nuovi utenti. Nel capoluogo,
infatti, sono il 49% i nuovi utenti del 2002 con meno di 30 anni, mentre nel resto
della regione questa percentuale arriva al 58%. Occorre però sottolineare che
all’interno del territorio cittadino si riscontrano alcune differenze rispetto alla
presenza di utenti nei diversi Ser.T.. Dei 10 servizi torinesi, due raccolgono da soli
ben un terzo di tutta l’utenza cittadina: si tratta del Ser.T. di corso Lombardia, che
nel 2002 contava 896 pazienti e quello di via Ghedini con 729 utenti.
Secondo i dati forniti dalla Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle
tossicodipendenze in Italia, emerge che nel 2002 la stragrande maggioranza dei
pazienti in trattamento presso i Ser.T. piemontesi evidenziava un abuso dell’eroina
come sostanza primaria con una percentuale superiore all’87% sul totale dei casi
trattati. Pur restando la netta maggioranza del totale degli utenti dei Ser.T., i
tossicodipendenti da eroina risultano percentualmente in costante calo. Infatti, nel
1999 la loro percentuale era di oltre cinque punti superiore (92,5%) segno di un
progressivo e costante cambiamento delle sostanze d’abuso primario. Il numero degli
utenti di Ser.T. che registrano la cocaina come sostanza primaria è passato dai 360
del 1999 ai 638 del 2002 (5% del totale); in aumento anche la cannabis (da 477 utenti
del 1999 a 535 del 2002).
Se si prende in esame, invece, la sostanza secondaria di abuso degli utenti dei
Ser.T. piemontesi si nota che la cocaina è al primo posto (2.281 casi) davanti ai
cannabinoidi (2.215) e rappresenta il 33% del totale dei casi nei quali è diagnosticato
anche un abuso di una seconda sostanza. L’incremento dell’abuso di cocaina è una
tendenza riconoscibile anche a livello nazionale dove risulta addirittura più
accentuata: in Italia, sempre secondo i dati del Ministero della Salute, nel 1999 gli
utenti dei Ser.T. che rivelavano la cocaina come sostanza primaria di abuso erano il
4,4% del totale, percentuale che nel 2002 è passata al 6,8%. In questo senso la
regione che ha registrato l’incremento più significativo è stata la Lombardia, dove
169

oltre il 12% dei pazienti dei servizi presenta la cocaina come sostanza primaria
d’abuso.
Se, invece, si osservano i dati relativi alle sostanze anfetaminiche e
all’ecstasy, si può notare che in Piemonte, tra sostanze primarie e secondarie
d’abuso, sono solo 351 i casi in carico ai Ser.T. per quanto riguarda il 2002. Un dato
che pare assolutamente inferiore a quella che potrebbe essere la dimensione del
fenomeno e non solo la percezione comune. Infatti, se si prende in esame il dato sui
sequestri di sostanze stupefacenti in Piemonte, si può notare che nel 2002 le Forze
dell’Ordine hanno sequestrato ben 205.000 dosi di sostanze anfetaminiche sul
territorio regionale. Anche dando per acquisito che non tutti gli stupefacenti
sequestrati fossero destinati al mercato piemontese, risulta enorme il divario con il
numero delle persone in carico ai Ser.T.. La distanza tra il dato relativo ai sequestri e
quello relativo sulle persone seguite dai Ser.T. è un’ulteriore conferma delle
difficoltà di incontro tra l’approccio terapeutico fornito dai Ser.T. e i consumatori
problematici di sostanze quali la cocaina e l’ecstasy, legate per lo più a stili di
consumo od obiettivi di prestazioni.
Parlare di consumo delle nuove droghe in termini quantitativi, in rapporto alla
realtà torinese, è un’impresa difficile. Non possono, infatti, essere d’aiuto i dati che
provengono dai Ser.T.: solo una piccolissima parte di questo tipo di consumatori si
rivolge a tali strutture sanitarie. Nel corso degli ultimi anni sono state realizzate
alcune ricerche che hanno provato a studiare il fenomeno.
Da uno studio condotto a Torino (1997) si è evidenziato che la proporzione di
utenti che si è rivolta al Ser.T. per problemi correlati all’ecstasy è basso con valori
inferiori all’1%. Nel 2000 il 2% dei soggetti risultava avere dichiarato l’uso di
ecstasy per uso primario e secondario. Questo dato potrebbe essere dovuto non alla
bassa prevalenza di consumatori, ma viceversa alla scarsa capacità di attrazione dei
Ser.T. nei confronti di questi soggetti o a un ridotto di intervento. Un aspetto
ugualmente poco conosciuto di questo fenomeno sono gli effetti sulla salute, in
particolare i rischi a breve e lungo termine.
Nel 1998 è stata condotta un’indagine trasversale ad hoc tra i diciottenni
piemontesi (3.027 soggetti) che si sono recati alla visita di leva presso il Distretto
Militare di Torino. Complessivamente il 36,9% dei soggetti dichiara di aver fatto uso
di una qualsiasi sostanza stupefacente almeno una volta nella propria vita. Il
consumo di ecstasy a livello regionale (4,9%) si attesta su valori simili a quelli di
170

altri paesi europei: in Olanda nel 1992 veniva riportata una frequenza del 6,9% tra
studenti diciottenni di sesso maschile e del 2,3% tra le donne della stessa età, mentre
in Spagna, secondo un’indagine condotta su un campione di 10.000 ragazzi, la
prevalenza del consumo di ecstasy era del 5% tra i giovani di età 19-25 anni,
assumendo, inoltre, valori più elevati nelle grandi città. Diffuso è nel nostro
campione l’uso di hashish-marijuana: il 33,9% dichiara di aver fatto uso, senza
alcuna particolarità di distribuzione geografica. Alcune lievi differenze si riscontrano
nella dichiarazione dell’uso di LSD e di popper che sono meno diffusi a Torino e
nella sua provincia e nell’uso di cocaina, che viene consumata di più nella città di
Torino.
Il consumo di ecstasy è frequentemente associato a quello di altre sostanze:
hashish-marijuana (92,6%), popper (67,1%), LSD (56,4%), cocaina (57%), eroina
(11,4%), e di rado se ne fa un uso esclusivo (7,4%). La frequenza d’uso abituale di
ecstasy è più marcata nella città di Torino rispetto alla propria provincia e, in
generale, rispetto al resto della regione, mentre un andamento esattamente inverso si
rileva per quanto riguarda la dichiarazione di essersi sentito male dopo l’assunzione
della sostanza: il ricorso al medico si riscontra solo in soggetti residenti in province
diverse da Torino (4,1% dei consumatori di ecstasy) e assume un valore del 1,3% se
si considera l’intera regione.
I consumatori di ecstasy o di eroina sono più frequentemente lavoratori o
disoccupati e i loro genitori presentano un basso o assente titolo di studio, mentre
caratteristiche opposte si osservano tra i consumatori di hashish e di marijuana. Sulla
scorta di queste caratteristiche si sarebbe portati a pensare che gli attuali consumatori
di ecstasy potrebbero rappresentare un gruppo a rischio per il successivo consumo di
eroina.
Altre indicazioni interessanti provengono dal lavoro svolto nell’ambito del
progetto “Esta si Esta si”, condotto dall’ASL TO2 (ex ASL 3) in collaborazione con
le cooperative Stranaidea e CeQ sul territorio delle circoscrizioni 4 e 5 di Torino e
conclusosi nel gennaio del 2003. Si tratta del frutto delle osservazioni e del materiale
raccolto nel corso di interviste e incontri che l’èquipe del progetto ha condotto su
quel territorio con gruppi informali di ragazzi o all’interno di alcune delle scuole
superiori dei due quartieri. In sintesi le conclusioni più interessanti riguardano:
- il gap di informazioni che esiste tra il mondo adulto e quello dei ragazzi
rispetto a queste nuove sostanze, una mancanza di informazioni corrette
171

da parte dei genitori e insegnanti che rischia di creare distanze sempre più
marcate e artificiose;
- alcuni dati sull’uso della cannabis, in quanto dato quotidiano, ordinario,
uno strumento ricreativo percepito come poco rischioso e
immediatamente fruibile;
- alcune informazioni sull’uso di ecstasy che appare quasi nullo all’interno
della scuola e che fuori da tale contesto è tutt’altro che trascurabile e
marginale;
- il fascino esercitato sui ragazzi dalla cocaina, a cui fa da contraltare un
rifiuto generale per l’eroina.
Inoltre, la pubblicazione che riporta i risultati dell’intero progetto riporta
come su una classe di tipo di 20 allievi, circa 7-8 utilizzano cannabinoidi
durante le ore di lezione nei corridoi, nei bagni e nei cortili.
Il tema centrale che emerge è la correlazione tra consumo di sostanze e
dimensione del piacere. Un dato in genere trascurato se non addirittura
misconosciuto dagli adulti è che, invece, secondo l’esperienza di “Esta si Esta
si”, è necessario prendere in attenta considerazione per una corretta
comprensione di questo fenomeno.
172

2. Rapporto 2006-2007 sulla condizione giovanile a Torino


dell’Osservatorio del Mondo Giovanile – L’età delle
esplorazioni necessarie

Utenti dei Ser.T. di Torino età 15-29 anni 2002-2006


Giovani 15-29 anni
Anni F. M. Tot. % giovani Totale
su totale generale
utenza
2002 294 949 1243 26,0 4.746
2003 227 656 883 20,0 4.418
2004 159 463 622 12,5 4.978
2005 64 499 663 15,8 4.186
2006 127 478 605 14,4 4.192

Totale utenti tossicodipendenti nelle ASL di Torino – 2006


Maschi
ASL 0-14 15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40+ Tot.
1 11 68 40 94 220 263 485 1.181
2 0 3 26 31 96 158 285 601
3 0 3 24 69 190 263 347 895
4 0 5 31 84 165 214 328 827
Totale 11 79 121 278 673 898 445 2.405

Femmine
ASL 0-14 15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40+ Tot.
1 0 6 13 35 51 69 79 253
2 0 0 5 15 29 26 37 112
3 0 1 5 15 25 53 49 148
4 0 1 9 22 36 40 66 174
Totale 0 8 32 87 141 188 231 687

Totale
ASL 0-14 15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40+ Tot.
1 11 74 53 129 271 332 564 1.434
2 0 3 31 46 127 184 322 713
3 0 4 29 84 215 316 395 1.044
4 0 6 40 106 201 254 394 1.001
Totale 11 87 153 365 814 1.086 1.675 4.192

Fonte: Osservatorio Epidemiologico Dipendenze del Piemonte


173

3. Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle


tossicodipendenze in Italia nel 2006

Per ciò che riguarda l’uso di sostanze psicoattive, tra il 2001 ed il 2005 si
rileva un aumento nella popolazione generale dei consumi di cannabis (hanno fatto
uso della sostanza almeno una volta nella vita il 22% degli intervistati nel 2001 ed il
32% nel 2005): l’incremento si riferisce non solo al consumo nella vita, ma anche
negli ultimi 12 mesi e 30 giorni. Le informazioni rilevate fanno inscrivere l’aumento
dell’uso di eroina e cocaina nell’area del consumo sporadico/occasionale; il consumo
frequente effettuato negli ultimi 30 giorni resta invece sostanzialmente stabile nel
caso dell’eroina mentre subisce un lieve incremento per la cocaina. Le regioni che
fanno registrare le più alte prevalenze di consumatori (una o più volte negli ultimi 12
mesi) sono il Lazio per i cannabinoidi (10,6%), la Lombardia per la cocaina (4,7%) e
la Liguria per l’eroina (0,7%).
Fra il 2001 ed il 2005 si registra una generale diminuzione del numero di
persone che hanno fatto uso di bevande alcoliche; tale dato risulta riscontrabile
soprattutto tra i maschi nel passaggio dal 2003 al 2005 (hanno fatto uso di bevande
alcoliche almeno una volta negli ultimi 12 mesi l’89% e 86% degli intervistati
rispettivamente negli anni 2003 e 2005).
Tale riduzione non mette però in discussione il crescere, spesso riportato da più fonti,
di nuovi modelli di consumo, in particolare nella popolazione giovanile,
maggiormente problematici rispetto ai rischi a breve e medio termine. Sembrano
essersi modificate in modo significativo le abitudini relative al consumo di tabacco;
la percentuale del campione intervistato (con età compresa tra i 15 ed i 44 anni) che
nel 2001 riferiva di aver fatto uso di almeno una sigaretta negli ultimi dodici mesi era
del 36,3%, nel 2003 scende al 32%, prevalenza mantenuta anche nel 2005. L’analisi
effettuata in base al genere degli intervistati, evidenzia un aumento significativo delle
femmine fumatrici (+6,4%) ed una diminuzione dei maschi (-6,6%). L’associazione
fra utilizzo di sostanze legali ed illegali evidenzia un decremento dal 2001 ad oggi.
Contrariamente a ciò che si osserva per il consumo concomitante di sostanze
psicoattive legali e non, dal 2001 in poi aumentano le persone che consumano più
sostanze illegali (poli-utilizzatori); la quota passa dal 14% al 17%.
In questo quadro resta però molto alto (87%) il dato relativo alla percentuale degli
utilizzati di cannabis che non associano altre droghe illegali.
174

La prevalenza dei consumi psicoattivi fra gli studenti aumenta all’aumentare


dell’età; tale dato si rileva nel corso dell’intero periodo di riferimento (2001-2005).
L’uso di cannabis effettuato “una o più volte nel corso degli ultimi 12 mesi” viene
riferito dal 24,5% degli intervistati, quello di cocaina ed eroina viene invece
registrato rispettivamente in circa il 4% e 1,6% dei casi. Le quote di studenti
consumatori delle scuole superiori che presentano pattern quantitativi, evocativi di un
consumo più problematico della sostanza (più di 20 volte nell’anno), sono più basse
per quanto attiene alla cocaina (circa 12%) ed eroina (circa 16%) e più elevate nel
caso dei cannabinoidi (circa 26%). Le Regioni in cui si registrano le più alte
prevalenze (almeno una volta negli ultimi 12 mesi) di studenti consumatori sono il
Piemonte per i cannabinoidi (28%), l’Umbria per la cocaina (quasi 5%) e il Molise
(2%) per l’eroina. Gli allucinogeni e gli stimolanti di sintesi risultano distribuiti in
modo omogeneo in tutta la penisola.
In controtendenza rispetto a quanto rilevato nella popolazione generale, la prevalenza
globale di studenti che assumono alcolici è leggermente aumentata dal 2000 (64,7%)
al 2006 (69,6%); la differenza di genere nei consumi è decisamente inferiore rispetto
a quella rilevata per le sostanze illegali con un rapporto maschi/femmine pari a 1.2 in
tutti gli anni.
La prevalenza degli studenti che fuma quotidianamente tabacco è maggiore fra le
ragazze (nel 2006 27,2%) rispetto ai coetanei maschi (nel 2006 26,6%); si tratta
dell’unico ambito, tra i consumi psicoattivi, in cui le prevalenze di consumatori di
genere femminile superano in termini assoluti quelli di genere maschile. Anche il
contatto con gli anabolizzanti è più frequente fra gli studenti maschi rispetto alle
coetanee; il 21% di chi ne ha fatto uso, 20 o più volte nel corso dell’anno 2006.
L’utilizzo concomitante di più sostanze sembra essere un fenomeno particolarmente
diffuso fra gli studenti; in particolare, dal 2000 ad oggi, la percentuale di studenti che
consumano più sostanze illegali (poliutilizzatori) pur subendo alcune oscillazioni, è
rimasta sostanzialmente stabile (nel 2005 e nel 2006 tale quota è pari al 22%). Anche
tra gli studenti la quota dei consumatori di cannabis come unica droga illegale è
molto elevata (87%).
Le caratteristiche della popolazione scolarizzata che maggiormente risultano
positivamente associate con il consumo di sostanze illegali sono “l’avere fratelli che
abusano di alcol e/o fanno uso di droghe”, “l’uso pregresso di psicofarmaci” e
“l’avere avuto rapporti sessuali non protetti”.
175

Relativamente all’uso problematico, la prevalenza di utilizzatori


problematici di oppiacei è stimata intorno ai 210.000 soggetti (5,4 ogni mille
residenti di età 15-64). Quella di utilizzatori problematici di cocaina intorno ai
147.000 (3,8 ogni mille residenti di età 15-64). L’analisi dell’andamento temporale
delle stime mostra un incremento rilevante per quanto concerne i soggetti eleggibili
al trattamento per uso problematico di cocaina e una stabilità per quanto riguarda,
invece, la popolazione eleggibile al trattamento per l’uso problematico di oppiacei.
Gli utilizzatori problematici di oppiacei richiedono il primo trattamento al Ser.T.
entro sei anni dall’inizio dell’uso, mentre per quanto riguarda la cocaina si impiegano
in media sette-otto anni per arrivare ai Servizi.
Per il 2006, si è stimato che in Italia tra gli “esordienti” al consumo di oppiacei e
cocaina siano, rispettivamente, circa 30.000 e 9.500 le persone che negli anni a
venire, mantenendosi gli attuali trend di accesso ai servizi, richiederanno un
trattamento. Rapportando tali valori con la popolazione residente di età compresa tra
i 15 e i 64 anni, si ottiene che il tasso di incidenza di uso problematico è di circa 8
per 10.000 per gli oppiacei e circa 3 per 10.000 per la cocaina. L’analisi del trend
delle stime di incidenza evidenzia, nell’ultimo decennio, un aumento dei nuovi
utilizzatori sia di oppiacei che di cocaina.
Nel 2006 si stima che i soggetti in trattamento presso i Ser.T. siano stati circa
176.000, con un trend in aumento dal 2001.
L’utenza dei Ser.T. (14% nuovi utenti, 86% utenti già in carico dall’anno precedente
o rientrati) è composta prevalentemente da soggetti di genere maschile (87%), di
nazionalità italiana (94%) e con età media di quasi 35 anni (30 anni per i nuovi
utenti). Le sostanze per le quali si richiede il trattamento sono nella maggior parte dei
casi oppiacei (72%), seguite dalla cocaina (16%) e dalla cannabis (10%), queste
ultime molto più diffuse tra i nuovi utenti. L’uso iniettivo si riscontra nel 74% degli
utilizzatori di oppiacei e nell’8% degli utilizzatori di cocaina; sia per gli oppiacei che
per la cocaina la probabilità di assumere la sostanza per via parenterale aumenta al
crescere dell’età. Il 49% degli utenti utilizza almeno un’altra sostanza psicoattiva
oltre a quella per la quale risulta in trattamento (43% tra i casi incidenti, 52% tra i
prevalenti). La maggior parte degli utenti in carico (61%) dichiara di avere un livello
di istruzione medio e di lavorare (60%).
Relativamente all’area tematica del mercato della droga e criminalità
droga-correlata, nel corso del 2006 il mercato Italiano è stato alimentato
176

prevalentemente dalla cocaina prodotta in Colombia, dall’eroina afghana,


dall’hashish prodotto in Marocco, dalla marijuana albanese e dalle droghe sintetiche
provenienti per lo più dall’Olanda. In Italia, e più nello specifico in Calabria, il
controllo del mercato della cocaina è pressoché completo appannaggio delle
organizzazioni della “ndrangheta” che operano fuori della regione d’origine.
Le organizzazioni di stampo camorristico, a differenza della “ndrangheta” che opera
prevalentemente al di fuori dei confini regionali, svolgono ampia parte della propria
attività, consistente nello spaccio soprattutto di cocaina, sul territorio campano ed in
piccola parte sul versante Adriatico e nelle Marche. La mafia siciliana, con
l’aumentare esponenziale della domanda di cocaina e la contestuale flessione di
quella di eroina, ha perso progressivamente terreno in favore della ‘ndrangheta:
l’attuale scenario del narcotraffico in Sicilia evidenzia una generica tendenza della
criminalità a servirsi, per i grandi approvvigionamenti, delle organizzazioni calabresi
e campane.
Così come osservato nel biennio precedente, anche nel 2006 si è continuato ad
assistere all’aumento del numero di operazioni effettuate dalle Forze dell’Ordine sul
territorio nazionale (20.580): continuano a crescere sia il numero di interventi volti al
contrasto del traffico di cocaina che i quantitativi intercettati, così come aumentano
anche il numero di operazioni che hanno portato al sequestro/rinvenimento di piante
e derivati della cannabis e di eroina.
L’analisi condotta in base alla quantità di sostanze illegali (suddivise per tipologia)
rinvenute e sequestrate, ha consentito di evidenziare maggiori livelli di
problematicità connessa al traffico degli stupefacenti in quasi tutte le aree
settentrionali, nelle Regioni tirreniche ed in Puglia.
L’analisi del costo delle sostanze evidenzia come dal 2001 al 2006 la media dei
prezzi sia diminuita per la cocaina (da 99 a 83 € per grammo) e l’eroina (da circa 68
a 52 € per quella nera e da 84 a 78 € per quella bianca), sia aumentata quella di una
singola pasticca di ecstasy e/o dose di LSD, mentre rimane invariata quella dei
cannabinoidi. A fronte dell’aumento dei prezzi dell’ecstasy, la percentuale media di
sostanza pura (MDMA) riscontrata nei quantitativi analizzati nel 2006 è scesa a poco
più del 18% contro circa il 28% del 2001. Anche la percentuale media di principio
attivo di cocaina ed eroina si è ridotta, passando nel quinquennio rispettivamente
177

dal 65% al 55% e dal 29% all’11%; stabile, su valori inferiori al 10%, la percentuale
media di principio attivo (THC) presente nei cannabinoidi sequestrati con valori che
non superano in nessun campione sequestrato il 20%.
In merito alle segnalazioni per possesso di sostanze stupefacenti, nel 2006
l’attività delle Prefetture ha riguardato 35.645 soggetti segnalati ex art. 75 DPR
309/90, per la maggior parte di sesso maschile (94%), con un’età media di circa 26
anni e mai segnalati in anni precedenti (76%). La sostanza maggiormente intercettata
è stata la cannabis (75%), seguita dalla cocaina (15%) e dagli oppiacei (8%). Dal
2002, a fronte di una diminuzione della percentuale di soggetti segnalati per possesso
di cannabinoidi, si è registrato un incremento di quella dei segnalati per cocaina (dal
9% nel 2002 al 15% nel 2006) e una stabilità per l’eroina (8%). Il numero totale dei
colloqui svolti davanti al Prefetto è pari a 26.841, le sanzioni amministrative sono
state complessivamente 7.146 (il 75% successivamente al colloquio, 25% per
mancata presentazione al colloquio stesso), 5.816 soggetti sono stati inviati ai Ser.T.
e per 5.709 è stato archiviato il procedimento amministrativo per conclusione del
programma terapeutico. È aumentato il numero di sanzioni emesse nei confronti dei
nuovi soggetti segnalati negli ultimi quattro anni, in particolar modo per effetto delle
sanzioni emesse dopo l’effettuazione del colloquio.
Per quanto attiene alle denunce effettuate per crimini commessi in violazione
della normativa sugli stupefacenti, queste sono state 32.807 (10% per reati di
associazione finalizzata alla produzione, traffico e vendita di stupefacenti, 90% per
reati di produzione, traffico e vendita di sostanze psicotrope). I soggetti entrati, nel
2006, negli istituti penitenziari italiani per reati in violazione della normativa sugli
stupefacenti sono 25.399 adulti e 219 minori, corrispondenti a oltre ¼ dei circa
91.000 ingressi annui totali. Di questi ingressi per violazione del DPR 309/90, circa
il 60% ha riguardato soggetti censiti come tossicodipendenti.
Circa il 27% del totale degli ingressi negli istituti penitenziari è rappresentato da
consumatori di droghe; quasi i 2/3 (61%) degli incarcerati nel 2006 per violazione
delle previsioni penali del DPR 309/90 sono costituiti da soggetti neocarcerati.
I soggetti che hanno usufruito di misure alternative in base a quanto previsto dall’art.
94 del DPR 309/90 sono rimasti sostanzialmente stabili come numero assoluto tra il
2001 ed il 2006, oscillando intorno a 3.000 unità circa all’anno. Circa il 29% dei
tossicodipendenti affidati ha commesso reati in violazione della normativa sugli
stupefacenti.
178

4. Le sostanze d’abuso tra i giovani243

Per poter intervenire tempestivamente sul piano preventivo e terapeutico è


fondamentale avere informazioni sulle tendenze emergenti nel consumo degli
stupefacenti. Tali sostanze sono attualmente al centro dell’interesse, nonostante
l’ancora limitata portata del problema, poiché cresce la preoccupazione circa la
possibile produzione di nuove droghe sintetiche. La facilità con cui queste sostanze
possono essere prodotte rende difficile controllare l’offerta; inoltre i produttori
illegali creano le nuove droghe modificandone la struttura molecolare, al fine di
evitare di essere perseguite dalla legge.
Le droghe possono essere classificate in:
1. sostanze psicostimolanti (euforizzanti, socializzanti, eccitanti);
2. eccitanti sintetici;
3. sostanze psicodeprimenti (sedativi, tranquillizzanti);
4. doping.
1. Sostanze psicostimolanti.
Cannabis (hashish e marijuana): l’hashish e la marijuana sono le droghe
più diffuse in Europa. La cannabis è stata provata da circa il 15% dei giovani adulti
in Finlandia e Svezia, fino a circa il 28-40% in Danimarca, Francia, Irlanda, Paesi
Bassi, Spagna e Regno Unito. I dati dell’Osservatorio Europeo delle Droghe e delle
Tossicodipendenze (OEDT) dimostrano che la cannabis è la sostanza più diffusa tra
la popolazione scolastica. L’uso occasionale tra gli studenti di 15-16 anni va dall’8%
in Svezia e Portogallo al 35% in Francia e Regno Unito. Sono stati effettuati
numerosi studi per valutare gli effetti e i danni derivati dall’uso di cannabis. Sugli
effetti a breve termine non è possibile ancora trarre conclusioni definitive e verificate
sperimentalmente; sull’uso cronico, invece, è scientificamente documentato che:
- l’hashish e la marijuana inducono facilmente una sindrome da dipendenza
psicologica, caratterizzata dall’incapacità di interrompere l’uso o
controllarlo nonostante la consapevolezza degli effetti negativi;
- si stima che il rischio di sviluppare dipendenza sia di uno su dieci nei
consumatori occasionali e di uno su tre in colore che fanno uso
quotidianamente;

243
Alfio Maggiolini, Sballare per crescere?, cit., pp. 128-140
179

- si segnalano compromissioni dello stato d’attenzione, della memoria a


breve termine e a lungo termine, del coordinamento motorio (prontezza di
riflessi, controllo dei movimenti nella categoria spazio-temporale)
perduranti fino a due ore dopo l’assunzione;
- la cannabis produce danni a livello respiratorio (uno spinello equivale a
quattro sigarette) che vanno dalla bronchite cronica fino nei casi estremi
all’enfisema e al cancro polmonare.
Cocaina: la cocaina in Italia ha avuto negli ultimi anni un’ampia diffusione,
senza distinzione di classe sociale ed è preoccupante la sua diffusione anche tra
ragazzi molto giovani. I danni più pericolosi della cocaina sono legati alla sua azione
sul sistema cardiocircolatorio (infarti, ipertensione arteriosa, ictus cerebrali). La
cocaina è tra le droghe psicoattivanti quella che più potentemente sviluppa
dipendenza, sia fisica che psichica, poiché interagisce direttamente con un mediatore
chimico (dopamina) presente nel nostro sistema nervoso centrale e, in alcune aree, in
modo elettivo. Tali zone anatomiche si sono specializzate, nel corso dell’evoluzione
umana, nel controllare i nostri istinti primari (fame, sete, sesso, istinto di
sopravvivenza), mediandoli con sistemi nervosi centrali complessi che modulano e
regolano le funzioni cognitive e il tono dell’umore. Le conseguenze dell’abuso della
cocaina dipendono dalle zone cerebrali più selettivamente stimolate. Se sono
stimolate quelle che regolano il tono dell’umore avremo euforia, maniacalità,
eccitazione, logorrea. Se sono stimolate le zone che sovraintendono alle nostre
capacità cognitive potremo avere alterazioni dell’esame di realtà fino a quadri
psicotici deliranti. Se, infine, sono interessate le zone che presiedono alla gestione
dei nostri istinti potremo avere effetti come aggressività verso sé o gli altri, rabbia
incontrollabile, disinibizione sessuale, regolazione del senso della fame, incapacità di
valutare correttamente gli effetti e le conseguenze delle proprie azioni.
2. Eccitanti sintetici.
Anfetamine: si possono trovare sotto forma di compresse o capsule.
Inizialmente erano usate come medicinali per controllare il senso della fame, nella
cura del morbo di Parkinson, per trattare bambini iperattivi o per disturbi depressivi.
Per gli effetti collaterali sull’apparato cardio-circolatorio, per la dipendenza molto
forte che inducono, e per la rapida tolleranza, sono reperibili ora soltanto nel mercato
clandestino come sostanze stupefacenti. Oltre alle anfetamine si trovano illegalmente
altri eccitanti preparati nei laboratori clandestini, quali le metanfetamine, che sono le
180

droghe per eccellenza del gruppo delle “designer drug”. Tali derivati si discostano
per l’evidenza di proprietà psichedeliche e per gli effetti neurotossici. La principale
droga di questo gruppo di sostanze entactogene (che favoriscono l’empatia e la
socializzazione) è l’ecstasy: altre molecole sono MDEA (“eve”), MDA (“love drug”)
e MBDB (“TNT”). Viene comunemente definita ecstasy l’MDMA, un derivato
sintetico dell’anfetamina, generalmente venduto sotto forma di pastiglie; l’MDMA
agisce soprattutto sulla serotonina, una sostanza presente nel cervello, che interviene
sull’umore, sul sonno e sull’appetito. L’effetto collaterale più pericoloso dell’ecstasy
è l’ipertermia maligna, cioè un grave aumento della temperatura corporea che può
portare alla morte. L’attività fisica e la permanenza in ambienti surriscaldati come le
discoteche possono sovrapporsi agli effetti farmacologici della sostanza
(disidratazione da forte sudorazione, diminuito apporto di liquidi per mancata
percezione della sete e alterazione del normale meccanismo di controllo della
temperatura). Questa sostanza può, inoltre, attivare patologie cardiache latenti,
ipertensione o asma, con effetti di estrema gravità. Un effetto collaterale grave
determinato dall’uso di ecstasy è l’azione tossica sul fegato, che può causare
un’insufficienza epatica, anche mortale. A causa delle sensazioni di sicurezza indotta
dall’ecstasy, spesso i consumatori possono compiere azioni rischiose, ad esempio
incorrono in incidenti stradali legati all’alta velocità, a causa della minore capacità di
valutare il pericolo, oppure hanno rapporti sessuali non protetti con sconosciuti.
L’aspetto più allarmante dell’uso di ecstasy è la supposta neurotossicità sui circuiti
serotoninici delle cellule del sistema nervoso centrale. Questi circuiti sarebbero
coinvolti nella regolazione del tono dell’umore e del comportamento alimentare,
oltre che di aspetti cognitivi (attenzione e memoria) e del controllo dell’impulsività.
Danni irreversibili sono documentati sperimentalmente, quali l’insorgenza di psicosi
paranoidee, depressione, attacchi di paura, modificazioni del comportamento
alimentare e deficit cognitivi.
Psichedelici: gli allucinogeni o psichedelici sono un gruppo di sostanze
psicoattive che agiscono sul sistema nervoso centrale, causando scardinamento del
pensiero, stravolgimento dell’Io, cambiamenti emotivi e alterazioni delle percezioni.
La droga principale di questo gruppo è l’LSD. L’uso è per via orale (compresse,
micro punte, o francobolli imbevuti di una soluzione alcolica di LSD). L’LSD è un
derivato dell’acido lisergico, prodotto naturale di un fungo parassita della segale.
Viene smerciato come liquido o polvere. Una dose di liquido di LSD sufficiente a
181

coprire una punta di spillo (da 50 a 200 microgrammi) basta a trasportare in un


viaggio per 8-16 ore: l’LSD è il più potente psichedelico mai usato dall’uomo. Può
causare l’insorgere di “bad trip” (un attacco di paura, talvolta con episodi psicotici).
La più impressionante attività di LSD è forse il flash-back: giorni, settimane, mesi
dopo aver preso l’ultima dose, il soggetto può risperimentare il viaggio, come
qualcosa di estremamente angoscioso, che può scatenare in molti profonde
depressioni e il terrore di impazzire. Sono segnalati, inoltre, casi di psicosi croniche
insorte tempo dopo, correlate alla slatentizzazione di elementi psicopatologici in
personalità a elevata vulnerabilità.
Dmt2-cb: la dimetiltriptamina potrebbe essere il nuovo preparato
psichedelico, utilizzato nei rave-parties in alcune località indiane e sembra che si stia
diffondendo anche nel nostro paese. Dato che i succhi digestivi alterano il composto,
questo è spesso polverizzato e sniffato o fumato. Causa intense allucinazioni visive,
perdita di coscienza dell’ambiente circostante che durano circa 30 minuti.
Anfetamino-simili fumabili: tra le sostanze più note vi sono la
metanfetamina solfato (crank) e cloridrato (crystal, ice, shabu). Le metanfetamine
vengono solitamente usate per bocca, ma poiché in questo modo si perde gran parte
dell’effetto, recentemente si è diffuso l’uso di fumarle tramite pipa. Preoccupante è il
largo uso tra gli adolescenti, legato alla capacità di determinare socializzazione,
eccitazione, motivazione, aumento dell’attenzione, miglioramento della
comunicazione, capacità di lavorare a lungo. Tali effetti scompaiono velocemente,
lasciando il posto a depressione, comportamenti antisociali, ideazione paranoide.
Inalanti: inizialmente diffuso nelle comunità gay Usa, il popper (nitrito di
amile, butile o isobutile) si è diffuso negli ultimi anni nelle discoteche italiane. È
contenuto. Ha effetti di vasodilatazione, mio rilassamento della muscolatura liscia,
eccitazione psichica: aumenta il rischio di ictus cardio-vascolari e cerebrali.
Ketamina: la ketamina è un anestetico locale di uso veterinario, noto come
“Special K” capace di provocare allucinazioni, disturbi visivi e deliri, e slatentizzare
potenziali aggressivi individuali. È presente sul mercato illegale in forma liquida
(fiale). Chi ne abusa riscalda il liquido contenuto nelle fiale e ottiene una polvere che
precipita e viene sniffata. Come le altre sostanze allucinogene, comporta il rischio di
indurre vere e proprie psicosi. È estremamente pericoloso usarla insieme ad alcool,
farmaci o altre sostanze per il rischio di collasso cardio-circolatorio.
182

Ghb: sale sodico dell’acido gamma-idrossibutirrico si presenta come uno


sciroppo, ma può essere distribuito anche come polvere o in compresse. I suoi effetti
sono soprattutto a livello psichico, sostanzialmente alcolmimetici con una scalarità di
effetti a seconda della dose assunta: a dosi basse (0,5-1,5 g) produce sensazione di
benessere, rilassatezza e aumentata socializzazione; a dosi medie (fino a 2,5 g) vi
sono alterazioni sensoriali tattili e aumentata sensualità, dispercezione di suoni e
colori che portano a un maggior godimento della musica e del ballo. Gli effetti tossici
sono frequenti, a carico soprattutto dell’apparato respiratorio e cardiaco.
Catinoni: noto come “crystal meth”, “burn”, “khat”. Attualmente l’utilizzo
appare sporadico e limitato a popolazioni nord-africane. Si presenta come polvere
bianca e ha effetti simili a quelli della cocaina con costi molto ridotti.
Smart drugs: sono composti costituiti da farmaci bevande, nutrienti,
vitamine, estratti vegetali, pozioni derivate da erbe. Gli utilizzatori ne enfatizzano le
capacità di migliorare le performances cognitive e detossificare l’organismo, dopo
assunzione alcolica o di sostanze stupefacenti. In realtà, in queste bevande si può
trovare caffeina associata a psicofarmaci con effetto psicoattivante.
3. Sostanze psicodeprimenti.
Eroina: l’eroina (diacetilmorfina) è una sostanza semisintetica ottenuta dall'alcaloide
morfina per reazione con l'anidride acetica.
La dipendenza da eroina è identica a quella da morfina, ma si instaura più in fretta e
con quantitativi di sostanza più bassi. Anche le dosi letali sono più basse, per cui il
rischio di overdose è maggiore. Gli effetti sono del tutto analoghi a quelli della
morfina: attraversata la barriera ematoencefalica l'eroina perde i gruppi acetili
ritrasformandosi in morfina che deprime il centro respiratorio nel sistema nervoso
centrale. A differenza della morfina, quando iniettata endovena l'eroina provoca un
caratteristico flash euforico della durata di circa 30-60 secondi, dovuto al rapido
superamento della barriera ematoencefalica e conseguente saturazione dei recettori
oppioidi; la rapidità di saturazione dei recettori è anche il motivo per cui i
consumatori di eroina prediligono la via di somministrazione endovenosa. L'eroina
può essere inoltre fumata o sniffata. L'uso prolungato e costante di eroina causa
numerosi effetti collaterali, quali l'instaurarsi di una forte dipendenza fisica e
psichica, ma anche caduta dei denti, osteoporosi, stitichezza, apatia, depressione,
perdita della libido.
183

Alcool: da un’indagine promossa dall’Istituto superiore di sanità nelle scuole


medie superiori del nord Italia (1999) emerge che solo un ragazzo su quattro e due
ragazze su cinque non hanno consumato alcool nell’ultimo mese, mentre il 9% delle
ragazze e il 22% dei ragazzi ne ha abusato pesantemente almeno una volta.
Raramente gli alcolici vengono considerati sostanze che possono indurre dipendenza,
in sintonia con la cultura del nostro paese. L’intossicazione alcolica acuta
(ubriachezza) comporta il rischio elevato di incidenti alla guida, sul lavoro e in
ambito domestico. L’uso cronico può causare danni al sistema nervoso, dirigente,
cardiocircolatorio, respiratorio e all’apparato genitale; induce, inoltre, dipendenza sia
fisica sia psichica. La bevanda alcolica più utilizzata dai giovani è la birra,
considerata assolutamente priva di effetti nocivi sul fisico e sulla mente, in quanto a
bassa gradazione alcolica. In realtà, è facile raggiungere un tasso alcolemico in grado
di provocare alterazioni (rallentamento motorio e perdita di capacità di precisione).
4. Doping.
Molti giovani utilizzano gli steroidi anabolizzanti, non solo per migliorare le
prestazioni sportive, ma anche per rendere più attraente il proprio corpo. Le ricerche
evidenziano che sono più a rischio gli adolescenti con problemi scolastici, di
emarginazione sociale. È abbastanza frequente l’utilizzo di prodotti a base di
amminoacidi ramificati e di creatina che, pur non rientrando nelle tabelle
classificative delle sostanze dopanti, devono essere comunque utilizzati sotto
controllo medico poiché l’abuso può avere effetti collaterali sul metabolismo
proteico e sulla funzionalità renale. Tali prodotti sono facilmente acquistabili nei
negozi di articoli sportivi e ciò rappresenta per i ragazzi una riprova della non
pericolosità di queste sostanze (considerate come integratori alimentari ed
energetici).
184

5. Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle


tossicodipendenze in Italia nel 2006

In merito alle attività di prevenzione implementate nel 2006 in Italia,


relativamente a quelle rivolte agli studenti delle scuole superiori secondarie si
evidenzia un quadro eterogeneo, in cui nel 21,2% delle scuole del sud e delle isole
non è stato attivato alcun progetto specifico in materia, quota che scende al 10,8% tra
le scuole del centro ed al 9,6% per quelle del nord.
Complessivamente, negli Istituti professionali si osserva una maggiore attenzione sia
verso la formazione degli insegnanti che verso la presenza di progetti genere-
specifici; gli Istituti d’arte si caratterizzano per la realizzazione di iniziative
specifiche al rilevamento precoce degli alunni in difficoltà (sportelli, punti di ascolto,
ecc.); nei Licei si registra una minore attenzione sia alla formazione degli insegnanti
in materia di prevenzione del consumo di droghe, sia una minor presenza di
iniziative volte al rilevamento precoce di alunni in difficoltà.
A livello di prevenzione rivolta verso le famiglie, si evidenziano (dati relativi ai
questionari strutturati dell’Osservatorio Europeo sulle droghe e le tossicodipendenze)
prevalentemente programmi di incontri rivolti a famiglie, seguiti da programmi di
formazione per le famiglie e quelli basati sull’auto-mutuo-aiuto; tali tipologie di
attività mirano a promuovere la funzione educativa e quindi preventiva del nucleo
familiare, dando la possibilità di migliorare la comunicazione in famiglia ed
individuare precocemente gli eventuali fattori di rischio per l’uso ed il consumo
problematico di sostanze psicoattive. Le famiglie problematiche sono esse stesse
oggetto di prevenzione mirata, in merito a situazioni familiari socialmente o
economicamente svantaggiate, famiglie ad alta conflittualità o con al suo interno
problemi di salute mentale.
Altro livello di prevenzione è quello rivolto ai decessi per intossicazione acuta da
sostanze: le attività maggiormente svolte a livello territoriale sono quelle effettuate
all’interno del processo di presa in carico dell’utente presso i servizi, quali la
somministrazione di trattamenti con agonisti e la valutazione del rischio individuale,
a cui seguono gli interventi di educazione al rischio e alla capacità di risposta in
situazione di emergenza, prevalentemente nelle unità a bassa soglia; la distribuzione
di siringhe e/o materiale sterile, di profilattici e di materiale informativo sono le
attività principalmente rivolte alla prevenzione delle malattie infettive.
185

Prevenzione a scuola

Durante l’anno scolastico 2006-2007, è stata effettuata una rilevazione,


tramite questionario indirizzato al Dirigente scolastico, sulle iniziative di
prevenzione all’interno delle 573 scuole del campione.
Delle 567 scuole che hanno risposto, l’87% riporta da un minimo di 1 ad un massimo
di 16 progetti attivi nel periodo di riferimento; il restante 13%, pur descrivendo le
caratteristiche generali sottostanti le ipotesi di interventi per la prevenzione, non
riferisce progetti attivi nell’anno scolastico 2006-2007. Si evidenzia un quadro
eterogeneo dell’attività di prevenzione svolta nelle scuole italiane. Il 21,2% delle
scuole del sud e delle isole non ha attivato alcun progetto specifico; tale quota scende
al 10,8% tra le scuole del centro Italia ed al 9,6% per gli istituti del nord.
L’esistenza di piani regionali/provinciali/locali per la prevenzione in materia di alcol,
tabacco, droghe e doping nella scuola è riferita dal 60% del campione, mentre il
restante 40% riferisce di non essere a conoscenza dell’esistenza o meno di specifiche
azioni di piano. Il 18 % evidenzia l’esistenza di un piano a livello provinciale, il 17%
su base locale e l’11% a diffusione regionale.
Per quanto riguarda il livello di autonomia locale nella presentazione e gestione di
progetti di prevenzione il 40% degli Istituti scolastici ritiene che il livello
amministrativo locale abbia una propria autonomia ed il 4% che tale autonomia non
sussista; il restante 56% non ha un’opinione in merito.
L’autonomia locale dalle direttive regionali sembra essere percepita in modo più
accentuato nel nord Italia. L’Ente che maggiormente svolge attività di prevenzione
nelle scuole superio risulta essere la ASL (78%), seguita dalle Associazioni (33%),
dalle Autorità scolastiche stesse (22%), dagli Enti locali (19%) e da libero
professionisti (18%).
Il 79% degli Istituti scolastici ha definito un regolamento scolastico che disciplina i
comportamenti e i consumi in materia di sostanze lecite (tabacco, alcol ecc.); nel
47% delle scuole sono state organizzate giornate di studio interamente dedicate alla
prevenzione delle droghe e nel 25% giornate interamente dedicate alla prevenzione
del doping.
Gli Istituti che prevedono l’intervento di esperti esterni nei programmi di
prevenzione sono l’87% del totale; il 76% prevede progetti articolati su più moduli.
186

Viene inoltre prevista la formazione degli insegnanti (30%), non legata


necessariamente alla realizzazione di un progetto specifico.
Progetti trasversali con contenuti articolati su più materie sono previsti nel 36% delle
scuole superiori e nel 75% di esse i docenti forniscono comunque, in base al
programma scolastico, informazioni di base sulle droghe ed il doping anche se ciò
non viene contemplato da specifici progetti.
Sono previsti interventi strutturati per la prevenzione del consumo di sostanze
psicoattive con relativi strumenti o manuali nel 29% delle scuole e nell’84% dei casi
sono previsti progetti per l’individuazione precoce di alunni in difficoltà. Interventi
genere-specifici sussistono nel 15% dei casi ed iniziative rivolte ai genitori nel 37%
delle scuole. Incontri con rappresentanti delle Forze dell’Ordine per scopi di
prevenzione sono previsti nel 58% dei casi.
Attraverso l’analisi effettuata è stato possibile individuare, tenendo conto della
collocazione geografica, alcune peculiarità relative ai modelli preventivi attuati.
Negli Istituti professionali si osserva una maggiore attenzione sia verso la
formazione degli insegnanti che verso la presenza di progetti genere specifici; tali
Istituti presentano inoltre una rilevante attività di tipo extracurriculare per la
prevenzione del consumo di droghe e/o doping (sport, arte, teatro). Gli Istituti d’arte
sembrano caratterizzarsi per la possibilità di rilevamento precoce, attraverso
iniziative specifiche, degli alunni in difficoltà (sportelli, punti di ascolto, ecc.).
Gli Istituti tecnici prevedono in maggior misura progetti articolati su più moduli
mentre i Licei si caratterizzano per una minore attenzione alla formazione degli
insegnanti in materia di prevenzione del consumo di droghe e per una altrettanto
minor presenza di iniziative volte al rilevamento precoce di alunni in difficoltà.
L’informazione risulta dunque più accurata e completa e la sensibilità alla percezione
del disagio maggiore là ove vi siano progetti attivati.
L’importanza del contributo delle associazioni, delle ASL e la presenza di incontri
per il coinvolgimento dei genitori possono essere attribuiti ad un maggiore e positivo
collegamento e relazione della scuola col territorio e con i contesti sociali circostanti
e ad una maggiore organizzazione delle attività degli Istituti stessi.
Le informazioni raccolte riguardano 1.422 progetti: il 32% dei progetti sono stati
effettuati negli Istituti tecnici, il 25,9% nei Professionali, il 22,1% nei Licei e Ginnasi
ed il 20% negli Istituti d’Arte; provengono dal nord Italia (56,2%), dal centro
187

(22,2%) e dal sud ed isole (21,5%). I progetti risultano inseriti nel POF (Piano di
Offerta Formativa) della scuola nel 94,3% dei casi.
I progetti censiti affrontano tematiche ed ambiti problematici multipli, relativi al
consumo ed al consumo problematico di sostanze psicoattive legali ed illegali e di
sostanze dopanti (52,7%), problemi sociali e benessere personale (50,7%), sessualità
e malattie sessualmente trasmissibili (51,8%), salute mentale e limitazione dei rischi
(49,4%).
Riguardano problematiche legate ad uno o più sottogruppi di popolazione nel 43,9%
dei casi. I sottogruppi considerati sono caratterizzati o da problematiche di tipo
cognitivo-comportamentale (35,9%) o di ambito sociale (39,9%). Gli obiettivi
prioritari dei progetti sono riconducibili, per il 79,5% allo sviluppo delle abilità
individuali.
Le figure professionali principalmente coinvolte nella realizzazione del progetto sono
gli insegnanti stessi (55%), psicologi (23%), medici o infermieri (12%), assistenti
sociali o educatori (10%).
Le modalità operative utilizzate per gli incontri sono corsi interattivi (50,6%), lavoro
di gruppo (42,5%), lezioni frontali (41,8%), ricerche individuali (24,9%) e seminari
(9,3%).
Il 48,2% dei progetti ha una durata maggiore ai tre mesi ed è articolato in uno o più
moduli ed il 39,2% si estende su più anni scolastici; i progetti sono già stati realizzati
nel passato nel 74,7% dei casi e, per il 98,2% ne è prevista una nuova realizzazione
nel futuro. Per quanto riguarda la frequenza degli incontri nell’anno il 49,4% ha una
frequenza maggiore di 5 incontri. Il 22,4% dei progetti è in collaborazione con più
scuole o istituti e coinvolge classi di scuole medie inferiori nel 5,8% dei casi. I
progetti sono indirizzati solo agli studenti del biennio nel 31,7% dei casi.
Nel 47,3% dei progetti è prevista una valutazione sia dei risultati che di processo
(completa), nel 39,8% o dei risultati o di processo (parziale) e solo nel 12,9% di
questi non viene prevista alcuna di valutazione.
Gli indicatori segnalati riguardano il grado di partecipazione alle attività da parte dei
vari attori (64,4%), la coerenza dei contenuti e le competenze acquisite (55,4%), la
capacità di relazione unitamente alla percezione del sé ed all’autostima (35,2%). I
metodi e strumenti di raccolta dei dati sono i questionari (48,5%), il monitoraggio
periodico in itinere e/o ex post (30,1%), le griglie di osservazione (16,6%), i registri
di classe/attività (11,2%), le interviste (9,3%) ed i diari-studente (1,8%).
188

Prevenzione in famiglia

Attraverso i questionari strutturati in base alle indicazioni dell’Osservatorio


Europeo sulle droghe e le tossicodipendenze, si sono rilevate informazioni sulla
presenza di programmi e/o progetti previsti in materia di prevenzione, sia a livello
regionale che locale. Tali azioni si distinguono essenzialmente in tre tipologie di
intervento: auto e/o reciproco aiuto tra famiglie, incontri con le famiglie e/o i
genitori, formazione per famiglie.
I progetti diretti in modo specifico alle famiglie mirano a promuovere la funzione
educativa e quindi preventiva del nucleo familiare, dando la possibilità di migliorare
la comunicazione in famiglia ed individuare precocemente gli eventuali fattori di
rischio per l’uso ed il consumo problematico di sostanze psicoattive.
A livello regionale si osserva che i programmi di incontri rivolti a famiglie e genitori
sono menzionati ufficialmente nel 47% dei casi, mentre i programmi di formazione
per le famiglie e quelli basati sull’auto-mutuo-aiuto sono previsti nella normativa
ufficiale rispettivamente nel 32% e nel 39% dei casi.
Dalle informazioni provenienti dai Dipartimenti delle Dipendenze, dalle Aree di
Coordinamento e dalle ASL, si evidenzia che, anche a questo livello, i progetti di
prevenzione da attuarsi con la modalità degli incontri rivolti ai genitori o alle
famiglie sono quelli maggiormente menzionati (60,5%). I progetti di auto e mutuo
aiuto e quelli di formazione rivolta ai nuclei familiari sono presenti nei documenti
ufficiali di programmazione con percentuali simili (rispettivamente 52,6% e 53,8%).
Per quanto riguarda i progetti e/o programmi indirizzati alle famiglie che le Regioni
hanno indicato di attuare, si è evidenziato che la maggior parte di essi, il 68%, è volta
a promuovere incontri con i genitori e il nucleo familiare, mentre gli interventi basati
sull’auto e/o reciproco aiuto sono il 47% e quelli che prevedono la formazione per le
famiglie il 56%.
Per quanto emerge dai dati dei Dipartimenti/Servizi si osserva un andamento in parte
analogo con una percentuale più elevata, 82%, di Dipartimenti delle Dipendenze,
Aree di Coordinamento e ASL che svolgono azioni di prevenzione attraverso incontri
rivolti a famiglie e genitori. Tutti dichiarano di svolgere progetti che prevedono la
formazione per le famiglie (82%), mentre gli interventi di auto e mutuo aiuto sono un
po’ meno rappresentati (74%).
189

Il canale di approccio privilegiato per il coinvolgimento delle famiglie è, nel caso


delle iniziative di auto-mutuo-aiuto prevalentemente il volontariato (67%), seguito
dal Sistema Sanitario Nazionale e dal privato sociale (54% entrambi), dalle
associazioni (50%) e dalla scuola (37%). Nel caso invece dei progetti che prevedono
incontri rivolti a famiglie e/o genitori, le famiglie stesse sono contattate soprattutto
dalla scuola (69%), dalle associazioni e dal volontariato (44%) ed infine dal privato
sociale (42%). Con percentuale più bassa il contatto avviene attraverso il Sistema
Sanitario Nazionale (39%).
Per le iniziative di formazione l’approccio avviene in maniera privilegiata attraverso
il volontariato (67%); anche la scuola e il privato sociale hanno un ruolo importante
nel contatto (50%), mentre le associazioni (46%) ed il Sistema Sanitario Nazionale
(37,5%) svolgono in misura minore questo compito. I progetti di auto-mutuo-aiuto
risultano essere quelli maggiormente definiti a lungo termine e continui (84%). I
programmi centrati sulla formazione e quelli costituiti prevalentemente da incontri
sono invece prolungati nel tempo e costanti per il 52% e per il 58%.
La valutazione è una parte fondamentale della progettazione e programmazione degli
interventi di prevenzione anche se è difficile riscontrare la presenza di Linee guida
specifiche per la prevenzione delle tossicodipendenze. Dall’indagine svolta a livello
locale risulta che il 44% dei Dipartimenti/Aree di Coordinamento/ASL prevedono
una valutazione per i progetti di auto-mutuo-aiuto sia di risultato che di processo;
mentre nel 18% dei casi è prevista valutazione solo di processo o solo di risultato.
Nei progetti che prevedono gli incontri rivolti alle famiglie una valutazione completa
è prevista nel 32% dei casi e per quanto riguarda la formazione alle famiglie nel 27%
dei casi. Per questi ultimi due tipi di progetti si prevede di effettuare una valutazione
parziale nel 46% di essi.
190

6. Opinione giovanile: ricerca personalmente condotta in tre


Istituti di Scuole Medie Superiori e in un locale notturno

L’opinione giovanile è l’elemento fondamentale per verificare se l’esito dei


progetti di prevenzione avviati nella città di Torino, sia positivo o meno.
È stato da me ideato e somministrato un questionario anonimo, di undici domande,
sia aperte sia a scelta multipla, a 300 ragazzi tra i 15 e i 25 anni, negli istituti di tre
differenti scuole medie superiori – un istituto professionale, un liceo scientifico e un
istituto tecnico – presenti sul territorio di appartenenza del Ser.T. dell’ASL TO1 (ex
ASL 2) del Distretto 1 della città di Torino e in un locale notturno, un discopub del
quartiere Pozzo Strada di Torino.
Il questionario è così strutturato:

Età.……….
sesso M F
professione studente lavoratore in cerca di occupazione

1. Che cos’è per te la dipendenza?

2. Da che “cosa” si può essere dipendenti?


(scrivi un elenco in modo specifico)

3. Da chi hai avuto le prime informazioni sulla droga?


(crocetta al massimo due risposte)

famiglia
amici
scuola
televisione, radio
libri, giornali
oratorio
altro (specificare)…………………………………………………
191

4. Quali droghe conosci?


(scrivi un elenco in modo specifico)

5. Classifica le droghe che hai sopra elencato in ordine di “pericolosità”, da


quella che ritieni meno pericolosa:

1. 7. 13.
2. 8. 14.
3. 9. 15.
4. 10. 16.
5. 11. 17.
6. 12. 18.

6. Se avessi problemi con la droga, a chi ti rivolgeresti?


(crocetta al massimo una risposta)

famiglia
amici
insegnante
medico di base
prete
altro (specificare)………………………………………………

7. Ritieni che gli interventi di prevenzione svolti finora abbiano:

fornito informazioni sui diversi tipi di droghe, sugli effetti e sui


a. sì no
rischi che producono

Ritieni che le informazioni offerte abbiano:

b. suscitato confusione e paura sì no

c. stimolato maggiore attenzione per la tutela della propria salute sì no

d. incentivato la curiosità a provare sì no

e. ridotto l'uso e il consumo di droga dei giovani sì no


192

Ritieni che tali iniziative di prevenzione abbiano:

f. presentato l'esistenza di servizi in cui trovare ascolto sì no

g. presentato l'esistenza di centri per il tempo libero sì no

h. coinvolto i genitori e gli adulti in generale sì no

coinvolto i partecipanti a elaborare insieme un progetto di


i. sì no
prevenzione
l. offerto uno spazio di riflessione e di confronto con gli esperti sì no

8. Quale messaggio ritieni sia più utile suggerire, per prevenire l’uso delle
droghe e per ridurne il consumo? E come “lanceresti” questo messaggio?

Messaggio: ____________________________________________

Lo “lancerei”: __________________________________________

9. Esistono dei servizi competenti in materia di droga?

sì no non lo so

10. Se sì, quali conosci? E come ne sei venuto/a a conoscenza?

Servizi: _______________________________________________

Sono venuto/a a conoscenza: _____________________________

11. Vuoi segnalare altro?


193

Vediamo, di seguito, le risposte dei giovani.


194
195
196

7. Valuta la prevenzione

a b c d e f g h i l
15/16 F sì 20 3 20 6 4 18 15 11 14 19
Prof no 3 20 3 17 19 5 8 12 9 4
17/18 F sì 52 3 4 1 6 2 5 4 4
Prof no 2 5 4 3 6 1 5 2 3 3
15/16
sì 10 1 9 5 1 9 3 5 6 11
M
Prof no 2 11 3 7 11 3 9 7 6 1
17/18
sì 6 2 6 3 7 4 6 5 8
M
Prof no 2 6 2 5 8 1 4 2 3
15/16 F sì 17 5 13 6 3 17 8 11 7 13
Liceo no 12 4 11 14 9 6 10 4
17/18 F sì 9 2 12 1 3 13 4 8 5 11
Liceo no 7 14 4 15 13 3 12 8 11 5
15/17
sì 10 3 9 3 2 13 4 5 6 10
M
Liceo no 7 14 8 14 15 4 13 12 11 7
15/16 F sì 4 2 4 1 1 4 1 4 1 5
Tecnico no 3 5 3 6 6 3 6 3 6 2
17/18 F sì 15 5 10 6 1 14 7 8 8 11
Tecnico no 4 14 9 13 18 5 12 11 11 8
15/16
sì 11 6 11 10 2 9 7 6 5 9
M
Tecnico no 6 11 6 7 15 8 10 11 12 8
17/18
sì 5 2 4 2 1 6 1 2 5 5
M
Tecnico no 1 4 2 4 5 5 4 1 1
18/21 F sì 12 12 15 12 2 17 8 12 13 19
Locale no 18 18 15 18 28 13 22 18 17 11
22/25 F sì 22 16 20 13 3 23 5 14 14 18
Locale no 14 20 16 23 33 13 31 22 22 18
18/21
sì 13 9 17 12 4 16 7 11 14 14
M
Locale no 15 19 11 16 24 12 21 17 14 14
22/25
sì 24 23 29 19 7 28 10 9 15 19
M
Locale no 32 33 27 37 49 28 46 47 41 37
197
198
199