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Trattazione sintetica.

Il pensiero politico di Francesco Guicciardini, quale


emerge dalle sue opere più importanti. Confronto con Niccolò Machiavelli.

Come Machiavelli anche Guicciardini poté vantare una vasta e profonda conoscenza dell’arte
politica. Nato da una nobile famiglia, gli fu subito possibile ottenere importanti cariche politiche
quali ambasciatore della Repubblica Fiorentina, commissario generale dell’esercito pontificio o
governatore della Romagna.
Guicciardini riesce a formulare un chiaro e coinciso pensiero politico sin dalla sua giovinezza, in
tal senso coglie l’occasione per esprimere le sue idee riguardo l’invasione Francese avvenuta nel
1494. Tale avvenimento è interpretato come lo spartiacque di due fondamentali epoche storiche: la
prima, pacifica e contrassegnata da contrattazioni diplomatiche e la seconda, sanguinosa e
dominata da guerre e scontri. Le opere di Guicciardini sono state fondamentali a delineare il suo
pensiero politico, anche in seguito alla sua completa realizzazione: Le Istorie Fiorentine, per
esempio, contengono una “bozza” dei temi che maturerà delle sue opere finali.
Egli fu uno spirito lucido ed obiettivo che meditò sugli avvenimenti del suo tempo:
contrariamente da Machiavelli, era convinto che fosse impossibile dedurre dai fatti concreti leggi
universali che potessero essere sempre valide, anzi basava le sue teorie su osservazioni concrete e
attente, poiché solo queste si dimostravano rilevanti. Analizzando la realtà dei suoi tempi,
costruisce un quadro preciso e completo, dal quale emergerà lo squallore dell’epoca ricoperto dal
suo splendore superficiale; in questo modo da origine al suo pessimismo, che in Machiavelli non si
era concretizzato. Aveva compreso lo sconvolgimento politico, culturale e militare che interessava
l’intera penisola e anche Firenze, destinata al fallimento a causa del suo vecchio ordinamento
comunale mantenuto nell’Umanesimo, che poneva la situazione dei conflitti e l’articolazione
politica italiana in piccoli stati liberi e indipendenti alla base della diplomazia.
I due fiorentini giudicano con durezza l’operato dei principi italiani, che illusi della loro
superiorità culturale in confronto al fronte europeo, tentano di manovrare il re francese con astuzia.
Per sviare l’eccezionale gravità della situazione, Guicciardini richiede un’intelligenza in grado di
individuare le cause e a prevedere le conseguenze e i futuri sviluppi (virtù). Al contrario Machiavelli,
richiedeva un’intelligenza in grado di trarre dal passato gli insegnamenti necessari a comprendere
in che modo agire.
Con Guicciardini, i principi elaborati da Machiavelli perdono quasi totalmente significato: nei
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio Machiavelli aveva infatti posto come modello perfetto la
repubblica romana, Guicciardini annulla totalmente questa concezione, definendola unicamente
come un un’utopia.
Per Machiavelli è possibile formare una milizia nazionale, con un reclutamento popolare, in vista
della costituzione di uno Stato Italiano. Pertanto Machiavelli si può definire ottimista in politica, o
quanto meno fiducioso in un futuro più prospero per le sorti italiane.
Per Guicciardini è impossibile formare una milizia nazionale, anzi non bisogna disdegnare
l’utilizzo dei mercenari, spesso più esperti nell’arte militare. Egli infatti si dimostra scettico di
fronte al progetto di unificazione italiana, esprimendo un sostanziale pessimismo in senso politico,
o quanto meno accontentandosi di un equilibrio fra gli stati italiani come ai tempi di Lorenzo il
Magnifico.