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L’ITALIANO IMBASTARDITO

Quando, all’incirca mezzo secolo fa, mi capitavano tra le mani vocabolari


della lingua italiana con appendici (magari di qualche ventina di pagine) di
voci straniere, non ne ero, in verità, molto entusiasta. Una voce straniera – mi
dicevo – può accogliersi nella nostra lingua se esprime un concetto a noi estra-
neo e, quindi, in assenza del corrispondente vocabolo italiano; può anche ac-
cogliersi se dal corrispondente italiano si è semanticamente differenziata (per
es. boutique rispetto a bottega) oppure suscita una particolare atmosfera; può
benissimo accogliersi se il suo uso si è ormai elevato a livello internazionale
(blitz, bluff, embargo, film, garage, hobby, hotel, intellighenzia, leader, leitmotiv, manager,
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racket, self-service, shopping, scooter, spray, star, toilette…). Questi miei rilievi dovet-
tero essere anche di molti altri, se i vocabolari posteriori eliminarono appendi-
ci del genere suddetto, finendo con l’accogliere le voci eterogenee all’interno
del materiale prettamente italiano.
Da allora ad oggi tuttavia l’esterofilia ha fatto passi da gigante, fuori di ogni
senso di misura, e sarebbe l’ora non dico di tornare alle appendici, ma di radia-
re totalmente le voci straniere che sempre più numerose imbastardiscono ogni
giorno il nostro idioma, fatta ovviamente eccezione di quelle poche che, per i
motivi che ho sopra indicati, possono anche considerarsi parte integrante del
lessico italiano e che andrebbero quindi incorporate (come del resto tante
espressioni latine) nel patrimonio linguistico italiano. Quando insomma si perde
il senso di misura, quando si procede a rotta di collo, bisogna pur ricorrere a
rimedi estremi. E le istituzioni che vigilano sulla lingua e le scuole che la in-
segnano dovrebbero tentar di fare la loro parte.
La mia impressione è che oggi si proceda a rotta di collo. Ad ogni piè so-
spinto, in ciò che leggo e in ciò che si sente, le voci straniere la fanno da pa-
drone. Molti le usano per dimostrar di conoscere (e poco importa se approssi-
mativamente) l’inglese; le usano per snobismo, per darsi arie, per apparire,
rispetto agli altri miseri mortali che non le conoscono, colti e raffinati. Fanno
tuttavia esternazione, almeno a mio giudizio, di gusti pacchiani, volgari cioè
o cafoneschi. Né manca chi le usa per pigrizia, per evitare di cercare il termine
italiano corrispondente.
Ricorrono così, tanto per far qualche esempio, check point, gossip, low cost,
« rimedi anti-aging», invece degli italianissimi posto di blocco, pettegolezzo, basso
costo, «rimedi contro l’invecchiamento »; long life esprime un pregio delle pile Varta;
in ricette culinarie o di argomento affine leggo « agitate nello shaker» o m’im-
batto in « bibite vìntage »; la formula last minute caratterizza un tipo di viaggi
superscontati; una recente circolare d’annunci del Ministero dell’Agricoltura è
definita «la newsletter per gli operatori agricoli»; gli articoli da spiaggia diventa-
no beachwear. Per ogni benestare che si dà, ormai sento solo, intorno a me, l’in-
teriezione okay.
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l’italiano imbastardito

C’è anche dell’altro, lo so. Siamo nell’era dei computer e delle tante diavolerie
che spesso sento accompagnate dal termine digitale, e le nuove invenzioni ci
pervengono attraverso la lingua degli inventori. Ma sforziamoci, per quanto è
possibile, di venire italianizzando, man mano che ne facciamo uso, i termini
barbari, magari piegando a nuovi significati, attraverso l’estensione semantica,
termini italiani in qualche modo affini.
Nel corso dei secoli l’italiano si è arricchito di voci straniere di varia prove-
nienza (bianco, divano, bottiglia, bistecca, zucchero, limone, marmellata, uragano), ma
rimanendo pur sempre italiano. Quelle voci straniere che abbiamo incorpora-
to sono state dunque una conquista, un progresso. Oggi le voci straniere resta-
no tali. Il lessico italiano si gonfia sempre di più di voci straniere, ma non pro-
gredisce. E quando non c’è progresso, c’è impoverimento e stagnazione, in-
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dubbia anticamera di un sia pur lontano declino.


A proposito di declino o tramonto ci fu una decina di anni fa una disputa tra
linguisti che tale declino vedevano profilarsi e altri che lo negavano. Io, ritor-
nando sulla questione (prima in « Scuola e Didattica» del 15.5.1995, pp. 28-29, e
poi nel mio volumetto Fronde sparte, Acate, presso l’Autore, 1996, pp. 51-54), mi
schierai tra coloro che lo negavano: ma non già perché i termini stranieri
entrati nel nostro lessico fossero pochi, piuttosto per il fatto che la maggioran-
za degli italiani non li capiva e quindi li snobbava. Termini stranieri, pur nu-
merosi nel nostro lessico, continuavano praticamente ad essere come inesi-
stenti. Purtroppo, da allora ad ora, vado sempre più notando che il senso di
misura raramente ci guida, e che l’infiltrazione di termini stranieri si fa sempre
più preoccupante. Nelle scritte pubblicitarie poi gli esotismi addirittura si spre-
cano, spesso tanto più accattivanti quanto meno compresi. Quale possibile ri-
medio contro una siffatta invasione?
È vano, a mio credere (che è anche il creder dei più), sperare questo rime-
dio dall’alto, ossia fuori di noi. Dall’alto potrebbero solo venire suggerimenti
di forme sostitutive, che lasciano il tempo che trovano. Io sono del parere che
dovremmo anzitutto sforzarci noi di abbandonare i gusti esterofili, di sentir
cafonesca la tendenza all’uso dei termini stranieri. Una volta modificatosi il
gusto, la tendenza dell’italiano ad assimilare le voci straniere o ad esprimerle
attraverso l’estensione semantica di voci italiane esistenti a poco a poco risor-
gerebbe e, fra tante, le forme più accette prenderebbero a poco a poco piede,
come appunto è avvenuto nei secoli passati.
Tuttavia mi affretto anche ad aggiungere che quanto ho or ora detto non
esclude che se scuole e istituzioni che vigilano sulla lingua facessero la loro
parte contro il suo imbastardimento, farebbero in qualche modo da freno e, a
forza d’insistere, contribuirebbero anche all’educazione del gusto. Non risol-
verebbero – è pacifico – il problema, non sarebbero il toccasana; ma senza un
benché minimo freno, senza un campanello d’allarme, si corre – a mio avvi-
so – a briglie sciolte, e quindi verso il precipizio.
La lotta contro le parole straniere (che fu viva a partire dalle sanzioni eco-
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note e discussioni

nomiche imposte all’Italia durante la campagna etiopica) finì in fondo con lo


stabilizzare, contro le rispettive forme straniere prima in uso, termini quali per
esempio pallacanestro, calcio e calcio d’angolo, assegno (bancario), autista e regista,
scollatura (nel senso di décolleté). Pochino, invero. Ma barbarismi del tipo chauffeur
e football sono indubbiamente scomparsi grazie appunto a questa reazione, a
questa campagna di sensibilizzazione.
L’altro giorno, chiedendo a una mia nipotina novenne, afflitta perché si era
fratturata il ditino di un piede, come mai l’incidente era avvenuto, mi rispose:
« Mentre giocavo, al Baby Plànet». Io, sia perché ormai alquanto duro di orec-
chio, sia perché del tutto disinformato di simili nuovi locali di divertimento,
percepii solo un’emissione incomprensibile di suono. Mia nipote allora, co-
gliendo intelligentemente il mio imbarazzo, si affrettò a tradurre: Piccolo Piane-
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ta. Meglio forse avrebbe detto Pianeta dei bambini. Comunque l’immediata tra-
duzione fu per me come un raggio di luce che mi rischiarò il cervello. Mi
domando tuttavia: «Che male ci sarebbe stato se, trasferendosi questi giochi
fuori dalla terra d’origine, il loro nome si fosse contemporaneamente adattato
alla lingua del paese che li accoglieva?».

Alfonso Leone

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