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Imperialismo e colonialismo.

Il termine “imperialismo” indica in generale le tendenze all’espansione territoriale di un determinato


stato a spese di altri, sui quali stabilire il proprio dominio e costruire in tal modo un impero. In un
senso più specifico, il periodo che va dal 1880 alla Prima guerra mondiale è stato definito “età
dell’imperialismo” ed è caratterizzato dalla rapida conquista di nuovi territori e di nuovi mercati da
parte delle grandi potenze europee e dallo svilupparsi di ideologie nazionaliste e razziste che ne
giustificavano il dominio.
A partire dal 1880 le nazioni più industrializzate come Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Giappone
imposero il loro dominio sui continenti più arretrati, ma ricchi di materie prime: Africa, parte
dell’Asia, America centro-meridionale, Australia, Canada. Anche nei secoli precedenti alcuni Stati
avevano imposto il loro controllo su territori extra-europei, ma si era trattato di un colonialismo di
tipo mercantile, che mirava al controllo di porti, scali, punti strategici, lasciando questi paesi
formalmente indipendenti sul piano politico. Negli ultimi due decenni dell’Ottocento le grandi
potenze procedettero invece alla conquista vera e propria di interi continenti e alla creazione di
immensi imperi coloniali.
Imperialismo e Seconda rivoluzione industriale furono due fenomeni strettamente collegati.
Immaginiamo che una grande Potenza europea possedesse grandi impianti industriali per produrre
alluminio. Questo non bastava a garantirle la supremazia nel settore, perché serviva la materia
prima, la bauxite. Era quindi, fondamentale avere a disposizione dei giacimenti di bauxite per evitare
di doverla acquistare da potenze rivali: I giacimenti si trovavano in aree del mondo lontane
dall’Europa, in Asia e Africa, che divennero obiettivi di espansione coloniale.
Nel mondo attuale è ancora netta ed evidente la divisione tra paesi ricchi e paesi poveri. Oggi nel
mondo esistono, schematizzando, tre tipi di paesi caratterizzati dalla differente economia:
● paesi “sottosviluppati” (paesi poveri ad economia tradizionale)
● paesi industrializzati
● paesi in via di sviluppo e di industrializzazione (per es. la Cina, l'India e il Brasile); in questi
paesi l'industrializzazione può seguire ritmi elevatissimi, come accade in questi giorni in Cina.
Questa profonda divisione si è formata dopo la Rivoluzione Industriale quando il divario tra paesi
ricchi e poveri si ampliò enormemente. Storicamente una fase di depressione economica si è avuta
nel 1873 (La grande depressione); proprio in questo periodo le nazioni industrializzate, per
fronteggiare la crisi, ricorsero a due strumenti politico economici: l'ampliamento del mercato interno
con la conquista di nuovi territori (colonie) e una politica protezionista. Il protezionismo è una
politica economica che vuole proteggere la produzione nazionale con l'imposizione di dazi sulle merci
in entrata. Protezionismo e colonialismo sono stati strumenti politici ed economici usati dalle
potenze industriali quasi contemporaneamente.
La fondazione di colonie è stata una pratica antichissima, ricordiamo le colonie fenicie e greche
nell'antichità e nell'età moderna la colonizzazione delle Americhe da parte degli europei.
Tuttavia il colonialismo contemporaneo, conseguente alla Seconda rivoluzione industriale, ha
caratteristiche proprie. Prima di tutto fu un fenomeno rapidissimo: pochi decenni (a differenza dei
secoli che occorsero per la colonizzazione delle Americhe); in secondo luogo ebbe uno sviluppo
planetario. In terzo luogo, gli Stati seguirono un modello di conquista militare, mentre prima la
colonizzazione veniva attraverso la penetrazione economica.
Sicuramente la conquista dei territori veniva accuratamente pianificata.
La colonizzazione è stata un fenomeno storico imponente, ma come è stata giustificata dalle potenze
europee?
E' chiaro che le ragioni principali erano economiche, ma il colonialismo venne giustificato con la
necessità di portare il progresso, la civiltà e persino la religione cristiane in popolazioni giudicate
arretrate e inferiori;(in alcuni casi si trattava di vero e proprio razzismo).
Oltre a queste ragioni vi sono state anche motivazioni politiche; in primo luogo di politica estera:
perché la conquista di nuove colonie dava prestigio internazionale, particolarmente alle nuove
potenze “ultime arrivate” come Italia e Germania, che videro nel colonialismo un modo per affermare
la propria “politica di potenza”. Ma non mancarono motivazioni di politica interna, ovvero le guerre
coloniali scaricavano all'esterno le tensioni sociali e guadagnavano alle classi dirigenti il consenso
delle masse popolari. Inoltre, una grande spinta alle guerre coloniali venne dal sempre più spinto
Nazionalismo, che da dottrina politica rivoluzionaria si era trasformata in dottrina imperialista. Le
potenze europee esercitarono un vero e proprio dominio politico ed economico su numerose regioni
sparse per il mondo. L’obiettivo era che le colonie contribuissero allo sviluppo della madrepatria
senza sviluppare un sistema produttivo che potesse entrare in concorrenza. Per questo motivo la
colonia doveva importare i prodotti industriali solo in quel Paese e doveva esportare i suoi prodotti
solo in quel Paese. In queste condizioni gli Stati europei aumentarono rapidamente le loro ricchezze.
Nel periodo dell’imperialismo si riaffermò il razzismo, un’ideologia fondata sull’idea che esistano
popoli e civiltà superiori e altre inferiori. A fine Ottocento, alcuni pensatori riaffermarono le teorie
razziste per giustificare il dominio coloniale degli europei su molti popoli del mondo: il “fardello
dell’uomo bianco” (dal titolo di una famosa poesia di R. Kipling) era quello di civilizzare i popoli
attraversando anche mille pericoli e insidie. Un impegno che l’uomo bianco doveva sostenere in
nome della civiltà.
La spartizione coloniale del mondo
La “grande spartizione” dell'Africa iniziò negli anni settanta del Ottocento. Allora non più del 10%
del territorio apparteneva a potenze europee, trent'anni più tardi il territorio conquistato dalle
potenze europee costituiva il 90% dell'Africa.
Perché avvenne questa colonizzazione?
Le motivazioni sono state economiche e politiche. Politicamente trovarono sfogo in Africa i conflitti
imperialisti tra le potenze industriali europee. Economicamente il colonialismo permetteva
l'ampliamento dei mercati e lo sfruttamento di materie prime. Nel 1878 ci fu il Congresso di Berlino:
le potenze europee si divisero l'Africa Settentrionale. Nel 1885 nella Conferenza di Berlino si stabilì
la spartizione delle aree coloniali "vuote" tra le potenze europee. Non più controllo economico ma
militare, il contrasto tra le potenze nelle aree extraeuropee funzionò da “valvola di sfogo” delle
tensioni europee e ritardò di fatto lo scoppio di una guerra in Europa.
L'espansione Imperialistica in Asia.
In Asia, a differenza dell'Africa, esistevano civiltà dalla cultura millenaria e paesi che solo un secolo
prima erano in grado di far fronte militarmente all'Europa. Queste antiche civiltà erano quella della
Cina e quella dell'India, per non parlare dell'Indocina. La penetrazione occidentale fu dunque più
difficoltosa. L'Inghilterra completò la sottomissione dell'India, già iniziata dalla Compagnia delle
Indie nel Settecento, poi combatté per la Birmania, Malesia, Borneo. In Africa gli Inglesi acquisirono
il controllo del Canale di Suez e dell’Egitto e, nell’Africa del Sud, combatterono a lungo contro le
repubbliche dei boeri (coloni di origini olandesi insediati da secoli in Africa) che furono poi sconfitti
dalla brutalità degli inglesi. Nel 1902 le due repubbliche boere furono annesse all’Inghilterra e
nacque l’unione sudafricana (1910). La Francia si concentrò sull'Indocina (Vietnam, Laos e
Cambogia).
Ma in Asia ci furono episodi di colonialismo da parte degli USA che conquistarono le Filippine. Gli
USA attuarono una politica imperialistica indiretta nei confronti dell'America centrale e del Sud
America. Cuba conquistò l’indipendenza nel 1895 ma di fatto era legata alla volontà del potente
vicino statunitense. Gli Stati Uniti appoggiarono poi il distacco di Panama dalla Repubblica di
Colombia e ne acquistarono il protettorato, realizzando tra il 1907 e il 1914 la costruzione del canale
che collegava l’Atlantico al Pacifico.
In Asia ci fu un imperialismo da parte della prima grande potenze industriale asiatica: il Giappone.
Il Giappone si interesso della Corea e conquistò Taiwan.
La struttura sociale del Giappone ottocentesco.
Il Giappone nell'Ottocento aveva ancora una struttura sociale e politica di tipo feudale. Inoltre,
perseguiva una politica di isolamento rispetto all'occidente. L'imperatore giapponese era allora una
figura essenzialmente simbolica, mentre il potere veniva esercitato dallo Shogun, il governatore
militare e dai grandi feudatari , proprietari terrieri.
Modernizzazione e sviluppo industriale.
Fino alla metà dell’Ottocento, il Giappone visse in totale isolamento. Il Paese aveva ancora una
struttura di tipo feudale: una casta di signori e una di guerrieri erano in costante lotta tra loro, mentre
una massa di contadini erano sottomessi al loro potere. Nel 1853, una squadra navale degli Stati
Uniti forzò il blocco commerciale giapponese, entrando con la forza nella baia di Uraga: gli americani
ritenevano fondamentale l’apertura degli scambi mercantili con il Giappone. Da quel momento,
stabiliti gli accordi diplomatici, il Giappone aprì le porte al commercio internazionale. La svolta,
però, portò a numerose rivolte contadine. Il sistema feudale fu abolito nel 1868: il governo imperiale
riacquistò il controllo effettivo del Paese, portando alla centralizzazione del potere e avviando una
rapida modernizzazione e industrializzazione. Così il Giappone divenne una potenza industriale.