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LE STRATEGIE COVERED CALL

E COVERED PUT
INTRODUZIONE

Chi mi conosce da anni, sa che mi piace insegnare cose complicate, perché sono perfettamente
nelle mie corde, frutto dell’apprendimento di tanti anni di esperienza sul campo, per cui spesso
mi capita di risultare incomprensibile ad un principiante.
Avere creato Eduweb nel 2013 ha contribuito tantissimo alla mia crescita professionale, non
tanto come trader, ma proprio come formatore: in questi anni saprai che ho creato diversi
percorsi formativi sotto forma di video corsi dai più basici ai più complessi e su diversi
strumenti e strategie, tra cui le opzioni.
Il video corso, così come un libro, ha l’indubbio vantaggio che se non hai capito un concetto
puoi tornare sui tuoi passi e rivedere più volte il passaggio che ti risulta difficile comprendere.
Scopo dell’azienda è rendere sempre più semplici e completi i vari percorsi formativi supportati
dagli alert dove pubblico la mia operatività in tempo reale : prima del 2016 ho sempre trattato
le opzioni da un punto di vista prettamente speculativo, ma in questo manuale voglio farti
vedere come si possono utilizzare le opzioni per gestire un portafoglio azionario (long e short)
utilizzando le opzioni solo in vendita e come strumento di copertura, che tra l’altro è la
funzione originaria per cui sono state concepite le opzioni.
Ma andiamo per gradi e partiamo proprio dalle basi come se tu non sapessi neanche che cosa è
un’opzione
DEFINIZIONE DI OPZIONE

L’opzione è uno strumento finanziario derivato.

Derivato significa che il proprio prezzo deriva dal prezzo dello strumento sottostante.

Ti riporto un esempio:
• i formaggi sono derivati del latte: se il prezzo del latte aumenta, aumenta di conseguenza
anche il prezzo dei formaggi di cui il latte è materia prima.

L’opzione è un derivato di un’attività finanziaria, come ad esempio un’opzione sulle azioni Fiat.

Prima di vedere come funziona l’opzione, nota cosa succede operando direttamente sull’azione,
cioè comprando e vendendo le azioni Fiat. Se compro 1000 azioni Fiat a 6€ significa che
investo 6000€ nelle azioni Fiat e che ho previsioni rialziste su questo titolo.

Cosa potrebbe succedere?? Se l’azione sale io guadagno, se l’azione scende io perdo, e nella
peggiore delle ipotesi, potrei anche perdere tutti i 6.000€. Ipotizzando che l’azione salga sino a
6.50€, io guadagnerei 0.50€ per azione, pari a 500€; se al contrario l’azione scendesse a 5€, io
perderei 1€ per azione, pari a 1.000€.

Comprando e vendendo azioni è facile capire il potenziale profitto che si può realizzare, così
come è facile calcolare il massimo rischio, che è il capitale investito . Se compro 1000 azioni
Fiat, il profitto massimo è illimitato, mentre il rischio massimo è il 100% del capitale investito.

Questo è quello che avviene normalmente acquistando un’azione.

Se invece decidessi di comprare un’opzione sulle azioni Fiat, a che rischi andrei incontro?
Partirò dalla definizione di opzione e poi passerò ad esempi pratici.
L'opzione è un contratto in base al quale una parte (venditore) cede all'altra (compratore), a
fronte del pagamento di un corrispettivo (premio), il diritto di acquistare (opzione call) o
vendere (opzione put) una determinata quantità di attività finanziarie (sottostante) a una certa
data (scadenza) a un determinato prezzo (prezzo di esercizio o strike price). Se volessi
comprare 1000 azioni Fiat, comprerei un’opzione, pagando un corrispettivo (premio) che mi dà
il diritto ad acquistare 1000 azioni Fiat entro una certa data ad un prezzo prestabilito.

Visto che c’è un regolamento che prevede che ogni opzione su Fiat corrisponda ad un contratto
su 500 azioni Fiat, se volessi comprare un’opzione su 1000 azioni Fiat dovrò comprare 2
opzioni.

Se scegliessi lo strike 6.50€ con scadenza dicembre 2013 al prezzo di 0.30€, significherebbe
che, pagando un premio di 0.30€ ad azione, mi garantirei il diritto di acquistare l’azione Fiat al
prezzo di 6,50€ entro la data di scadenza di dicembre 2013.

Pagando quindi un premio di 300€ complessivi, che è la mia massima spesa, avrei il diritto di
acquistare 1000 azioni FIAT al prezzo di 6,50€ entro dicembre 2013, potendo guadagnare
quindi come se avessi comprato 1000 azioni Fiat.

Di seguito, gli elementi che caratterizzano ogni contratto di opzione:


1) il sottostante: può essere una valuta, un indice, un’azione o una materia prima
(nell’esempio sono le 1000 azioni Fiat);
2) il diritto: può essere di acquisto (call) o di vendita (put) (nell’esempio, visto che voglio
assumere una posizione rialzista sulle azioni Fiat, sto parlando di call);
3) la scadenza: è la data ultima in cui il possessore del diritto può esercitare la sua opzione
(nell’esempio è dicembre 2013);
4) il prezzo di esercizio o strike price: è il prezzo a cui le quote del sottostante possono
essere comprate (call) o vendute (put) (nell’esempio lo strike è 6.50€).

Il grafico precedente raffigura il payoff in caso di acquisto o di vendita dell’azione.


Ma se comprassi un’opzione, cosa cambierebbe?
Pagando il premio di 0,30€, rispetto all’acquisto diretto dell’azione posso limitare il rischio al
solo premio pagato e, confrontando i due grafici, il primo dove ho comprato 1000 Fiat a 6€ ed
il secondo dove ho comprato 1000 Fiat con 2 call strike 6.50€ scadenza dicembre pagando solo
300€, balza all’occhio subito che usando un’opzione call il rischio è limitato al premio pagato!!
E posso comunque guadagnare come se avessi investito 6000€, pur avendone impegnati solo
300€, quindi con una leva 20 volte superiore!

Le opzioni possono essere utilizzate a fini sia di copertura, sia di speculazione; nei prossimi
esempi, ti mostrerò come possono essere utilizzate con lo scopo di copertura.

ESEMPIO N.1 pensiamo al mercato delle materie prime, dove le opzioni vengono utilizzate
come strumenti molto importanti per permettere alle aziende, che si devono approvvigionare
di materie prime per il loro ciclo produttivo, di garantirsi dalle oscillazioni che queste hanno nel
corso dell’anno.
Pensiamo ora ad una grande raffineria che deve comprare il petrolio per trasformarlo nei suoi
derivati (benzina, gasolio o altri prodotti chimici): supponiamo che ad oggi il valore del petrolio
sul mercato sia di 90$ al barile e che la raffineria non si possa permettere di pagare il petrolio
più di 110$, in quanto sopra a quel prezzo vedrebbe svanire il suo margine di raffinazione.
Ti sei mai chiesto come fanno le grandi aziende a garantirsi comunque un margine di
guadagno? Nel caso specifico la raffineria, per tutelarsi potrebbe comprare una call strike
100$ scadenza 6 mesi pagando un premio di 5$. Cosa significa ciò? Significa che, a fronte di
un premio di 5$ che si paga subito, la raffineria si garantisce la possibilità di pagare tra 6 mesi
il petrolio al massimo 100$ al barile, esercitando il suo diritto di acquisto (ossia la call),
garantendosi di fatto che al massimo il petrolio le sarà costato complessivamente 105$ (100$
+ i 5$ di premio già pagati). Si potrebbe obiettare che così facendo la raffineria rischia di
pagare il petrolio molto di più di quello che vale adesso, ossia 90$; il problema è che non
sempre le aziende hanno la liquidità per poterlo fare e quindi devono ricorrere a strumenti
derivati come possono essere le opzioni per poter dare stabilità ai propri conti, per non
rimanere in balia degli alti e bassi tipici di una materia prima come il petrolio, le cui oscillazioni
di prezzo sono dovute non solo a fattori economici, ma anche a situazioni geo-politiche spesso
imprevedibili. Le opzioni hanno l’effetto leva: con solo 5$, la raffineria si è garantita la
prossima fornitura di petrolio ad un prezzo che al massimo sarà pari a 100$ (strike price) e di
fatto ha assicurato il suo processo produttivo. Il prezzo del petrolio varia tutti i giorni a
seconda di tante variabili; supponiamo che dopo 6 mesi il prezzo sia di 80$, quindi si sia
abbassato. A questo punto la raffineria, anziché esercitare il suo diritto di acquisto a 100$,
avrà convenienza ad acquistare il petrolio sul mercato a 80$. Ovviamente, perderà tutto il
valore del premio già pagato, pari a 5$, ma ne sarà ben contenta, perché comunque il costo
del suo approvvigionamento sarà stato pari a 80+5=85$, meno che se lo avesse comprato 6
mesi prima. E’ importante capire una caratteristica essenziale delle opzioni: l’acquirente
dell’opzione ha il diritto di comprare al prezzo prefissato, ma non è assolutamente
obbligato ad esercitare l’opzione. Quindi, nel caso specifico, se il prezzo del petrolio
scendesse, l’acquirente avrebbe più convenienza ad acquistarlo direttamente sul mercato,
perdendo il valore del premio. Se invece il petrolio fosse schizzato a 120$, la raffineria avrebbe
avuto convenienza ad esercitare la sua opzione per assicurarsi il petrolio a 100$; ovviamente,
il suo costo complessivo sarebbe stato pari al prezzo di esercizio (100$) più il premio pagato,
quindi ben 105$, ma pur sempre meno del valore di mercato di quel momento. Certo, la
raffineria pagherà il petrolio ben 15$ in più di quanto lo avrebbe potuto pagare sei mesi prima,
ma il motivo di ricorrere all’opzione è che gli impegni finanziari di un’azienda sono molteplici
mentre la liquidità è limitata, per cui le risorse vanno impegnate in maniera oculata per
garantire al processo produttivo una stabilità nei profitti, indipendentemente dalle oscillazioni
che possono avere i prezzi degli acquisti relative agli approvvigionamenti necessari al processo
produttivo o i prezzi delle vendite relativi al prodotto finito.
Riassumendo:
a) se il valore del petrolio salirà a 120$ al barile, la raffineria eserciterà la propria opzione e
così si sarà assicurata l’acquisto del petrolio a 105$, tutelandosi dall’aumento del prezzo del
petrolio;
b) se il valore del petrolio scendesse a 80$ al barile, la raffineria potrà non esercitare la sua
opzione, perché come abbiamo detto l’opzione call è un diritto di acquisto e non un obbligo, e
perderà solo il valore del premio, i 5$, ma potrà poi comprare direttamente sul mercato il
petrolio a 80$, spendendo complessivamente 85$.

In entrambi i casi, sia che il petrolio salga o scenda, la raffineria si è assicurata la tranquillità di
ottenere un buon prezzo del petrolio, tale da poter avere sempre dei buoni margini di
guadagno nella sua attività di raffinazione.

Allora chi ha interesse a vendere una call?

ESEMPIO N.2 il venditore della call sul petrolio potrebbe essere un produttore/estrattore, che
ha un costo di produzione pari a 80$ al barile. Supponiamo che il petrolio valga 90$ al barile
oggi, ma non si può sapere quanto varrà tra 6 mesi. Un ribasso del 10% delle quotazioni
potrebbe azzerare il suo guadagno e gli farebbe correre dei rischi troppo alti. A questo punto,
potrebbe vendere un’opzione call strike 100 per incassare almeno i 5$ di premio ed assicurarsi
di avere un profitto sia che il mercato salga, sia che il mercato stia fermo, sia che il mercato
scenda anche del 10-15%. Se il petrolio sarà schizzato a 120$ poco male: lo avrà venduto a
100$ + i 5$ del premio, ma comunque avrà realizzato un buon margine di guadagno e poi
comunque, continuando ad estrarre petrolio, beneficerà in futuro di un prezzo molto più
remunerativo per le future estrazioni di petrolio. Se fossi il produttore ti arrabbieresti? Solo
perché hai venduto una fornitura a 105$, quando in quel momento il petrolio è schizzato a
120$ ? O saresti contento, pensando che, probabilmente il tuo costo di estrazione è cambiato
di poco e che ora hai grandi margini di guadagno sulle future estrazioni? Se invece il petrolio
sarà sceso a 80$, l’incasso del premio di 5$ compenserà almeno in parte la discesa del prezzo
del petrolio e manterrà la sua attività di estrazione in profitto.
In tutti e 2 i casi comunque l’attività resta in profitto!

Come vedi, a fronte di un compratore che si vuole garantire un prezzo massimo, c’è un
venditore che comunque è ben contento di impegnarsi di vendere a quel prezzo, probabilmente
perché ha il prodotto o lo avrà alla scadenza del premio, per cui non si espone ad un rischio
illimitato, ma solo all’impegno di vendere qualcosa che ha ad un determinato prezzo.

Anche quando compriamo le call su 1000 azioni Fiat, la controparte è facile che abbia le azioni
Fiat in portafoglio, magari da tempo, magari addirittura pagate molto meno di 6€, per cui se
l’azione dovesse salire a 7€ ed io che ho comprato call guadagno, non significa che chi mi ha
venduto il premio stia dando le testate contro il muro!

Certo, può rammaricarsi di aver venduto le Fiat a 6.50€ + 0.30€ di premio, ossia di aver
venduto a 6.80€ quando il titolo è arrivato a valere 7€; se non avesse venduto la call, avrebbe
potuto incassare qualcosa in più, ma in ogni caso non ha perso soldi, ha solo guadagnato
meno.

Sul mercato ci sono sempre interessi contrapposti e, mano a mano che andremo avanti, capirai
perché è facile che si incrocino la domanda e l’offerta. Vedrai che se vuoi comprare un’opzione,
sarà facile per te trovare un venditore!

Da questi esempi, si capisce l’importanza dell’uso delle opzioni nell’attività economica in


generale, in cui solitamente queste vengono usate a scopi di copertura del rischio.

Di solito, si comprano call per garantirsi di pagare un prezzo massimo, mentre si comprano
opzioni put per garantirsi di vendere ad un prezzo minimo; in entrambi i casi, sono da
intendersi come operazioni di copertura e non di speculazione.
Ti faccio ora un esempio di opzione put:

ESEMPIO N.3 una miniera d’oro, che ha un costo di produzione dell’oro pari a 1000$ l’oncia,
vuole assicurarsi di vendere l’oro che estrarrà nei prossimi mesi ad un prezzo almeno pari a
1250$ l’oncia. Al momento dell’operazione, l’oro vale 1500$ l’oncia; supponiamo che l’opzione
put a sei mesi sullo strike 1300$ costi 30$. Se compro questa opzione put, mi riservo il diritto
di vendere l’oro a 1300$ l’oncia a fronte di un premio che pago oggi pari a 30$ l’oncia.
Cosa significa? Significa che l’assicurazione (premio) costa 30$ e comprarla le permette, nella
peggiore delle ipotesi, di vendere l’oro a 1270$ (i 1300$ dell’esercizio meno il costo dei 30 $
del premio). La miniera avrà tutto l’interesse a perdere il premio pagato, perché ciò vorrebbe
dire che il prezzo dell’oro alla scadenza dell’opzione è molto più alto dei 1300$.
Possono verificarsi a scadenza 2 possibili scenari:
a) se alla scadenza dell’opzione l’oro vale 1200$, la miniera che ha comprato un diritto alla
vendita ha tutta la convenienza ad esercitarla e può dire che la sua assicurazione le ha
permesso di incassare almeno 1270$ all’oncia (1300$ che è il prezzo a cui vende esercitando il
diritto – i 30$ che ha pagato nel momento dell’acquisto dell’opzione put);
b) Se alla scadenza dell’opzione l’oro vale 1700$, la miniera ha perso sì il premio di 30$, ma
potrebbe vendere l’oro a ben 1700$ l’oncia, incassando di fatto 1670$, al netto del premio
pagato 6 mesi prima.In questo caso il premio permette di “assicurarci” una vendita con
profitto.

E’ un po’ come l’assicurazione dell’auto: il premio annuo che paghiamo serve ad evitarci che, in
caso di sinistro, il nostro esborso per coprire il danno causato sia molto più elevato del premio.

Ho analizzato sinora il concetto di opzione pensato per l’uso che ne fa un operatore economico,
un’azienda in primis, ma le opzioni, agli occhi dei più, sono considerate come uno strumento
speculativo, adatto dunque solo ad investitori esperti.

In effetti, la loro versatilità è tale che ne fanno uno degli strumenti maggiormente flessibili e
con possibilità di ritorni economici incredibili.

Le opzioni possono dunque proteggere oppure potenziare il portafoglio dell'investitore in tutte


le fasi di mercato, siano esse rialziste, ribassiste o di andamento laterale (trading range).
Per molti investitori, le opzioni sono gli strumenti migliori da utilizzare come copertura del
rischio, come assicurazione contro la discesa dei prezzi: questi investitori, spesso, se
preoccupati da una eventuale discesa dei prezzi, anziché vendere il proprio portafoglio titoli,
possono comprare delle opzioni put che danno loro il diritto di vendere le azioni sottostanti ad
un prezzo da loro stabilito entro una certa scadenza; a fronte del versamento del premio,
l'investitore si assicura contro perdite dettate da movimenti del prezzo del sottostante sotto il
prezzo di esercizio, mantenendo però intatte le possibilità di beneficiare dell'apprezzamento dei
titoli avendo mantenuto le posizioni rialziste. Gli investitori che usano le opzioni in questo
modo, chiamato hedging o copertura, cercano di tenere sotto controllo le perdite potenziali,
lasciando intatto il guadagno potenziale del loro investimento sull’attività sottostante.

Le opzioni possono essere di stile americano o europeo; nel primo caso, l'esercizio
dell'opzione può essere fatto in qualsiasi momento prima della scadenza da parte del
compratore (come avviene nel caso dei singoli titoli azionari, come nel caso di Fiat), mentre nel
caso di opzioni di tipo europeo l'acquirente dell'opzione può esercitarla solo alla scadenza del
contratto.
I DUE TIPI DI OPZIONE: CALL E PUT

Come abbiamo detto nel capitolo precedente, esistono due tipi di opzioni: la call e la put.
La CALL è un diritto di acquisto di un sottostante (che può essere un titolo, un indice, una
materia prima, una valuta…) ad un prezzo prestabilito entro una determinata scadenza.
Comprare una call significa avere una visione rialzista del sottostante, ossia si ritiene di poter
realizzare un guadagno in ragione dell’aumento di prezzo del sottostante, purché questo
avvenga entro la scadenza dell’opzione.

Ad esempio, supponiamo che una call strike 100 a 6 mesi valga 12 e che il sottostante valga
100 al momento dell’acquisto dell’opzione.
Da qui in avanti, userò un grafico così impostato: sull’asse Y avrò i profitti e le perdite e
sull’asse X il prezzo del sottostante, così da avere l’idea immediata di cosa mi potrebbe
succedere, sia che il mercato scenda, sia che il mercato salga, sia che il mercato oscilli
all’interno di un range di prezzi piuttosto contenuto.

dal grafico già vediamo come il rischio sia limitato al premio pagato e quale sia il punto di
pareggio o punto di breakeven ossia il punto a partire dal quale a scadenza si comincia a
guadagnare.

Sottolineo “a scadenza”, perché se il mercato sale subito pur non superando il punto di
breakeven, il prezzo dell’opzione sale, perché maggiori sono le probabilità che raggiunga quel
prezzo entro la scadenza, dando la possibilità di rivendere l’opzione in guadagno prima della
sua scadenza.
Attenzione: il grafico di payoff è il grafico degli utili e delle perdite alla scadenza
dell’opzione: nel caso dell’esempio della call strike 100 + 12 di premio pagato per l’acquisto
dell’opzione, il punto di breakeven è 112 ed, a scadenza, si comincerà a guadagnare solo da
112 in su ma se il mercato sale subito, anche il prezzo dell’opzione sale, permettendo
l’eventuale chiusura anticipata dell’operazione in profitto, senza dover aspettare per forza la
scadenza.

Vendere una call invece presuppone una visione laterale o ribassista del mercato, di certo
una visione assolutamente non rialzista. Rispetto all’acquisto, con la vendita di opzioni si
incassa subito il premio e questo importo rappresenta il massimo potenziale guadagno
dell’operazione.

Se con l’acquisto della call si guadagnava in caso di rialzo del sottostante, con la vendita della
call si guadagna sia che il mercato stia fermo, sia che il mercato scenda. Il massimo profitto,
ossia l’incasso del premio, si può ottenere integralmente solo alla scadenza e questo avverrà
nel caso in cui non sarà conveniente l’esercizio dell’opzione da parte del compratore, così che il
premio incassato rimarrà tutto in tasca al venditore, in quanto l’opzione si dice in gergo che è
scaduta priva di valore.

Il rischio associato a questa operazione è teoricamente illimitato, dal momento che non esiste
un limite al potenziale incremento del sottostante: se il sottostante dovesse salire bruscamente
e ci si dovesse trovare a dover rispettare i termini contrattuali avendo venduto una call, si
sarebbe costretti a comprare sul mercato il sottostante al prezzo corrente molto più alto dello
strike venduto.

L’andamento della call è direttamente proporzionale all’andamento del sottostante: sale di


valore se il prezzo del sottostante sale e scende di valore se il prezzo del sottostante scende;
Il venditore, al contrario del compratore, si trova nella posizione di avere un obbligo nei
confronti della controparte.

Se il sottostante scende, il venditore della call incassa totalmente il premio ricavato al


momento della vendita.

Perché allora il venditore dovrebbe assumersi un rischio così grande per un guadagno limitato?
Lo vedremo più in dettaglio successivamente, per ora ti anticipo solo che nell’80% dei casi le
opzioni scadono senza valore, dando ragione ai venditori di opzioni, che hanno dalla loro parte
il trascorrere del tempo.

Infatti, se la previsione del rialzo si rivela corretta, ma non si realizza entro la scadenza,
l’opzione scade senza valore e l’acquirente perde comunque il 100% del capitale investito.
L’opzione PUT è un diritto di vendere un sottostante a un prezzo stabilito entro una data
scadenza.

Comprare put significa avere il diritto, ma non l’obbligo di vendere il sottostante al prezzo
pattuito se ciò sarà conveniente farlo, ossia se il prezzo nel frattempo sarà sceso sotto al
prezzo di esercizio.

Il compratore di put pertanto ha una visione ribassista del sottostante e si accolla il solo rischio
di perdere il premio investito, ma se la sua previsione si rivela corretta entro la scadenza
dell’opzione, il suo guadagno può essere molto elevato (non è illimitato, solo perché al
massimo il sottostante può arrivare a zero, ma non può andare negativo).

Specularmente alla call, la put aumenta di valore se il mercato scende e perde valore se il
mercato sale. L’area di profitto alla data di scadenza è da 88 in giù, cioè potenzialmente si può
guadagnare dall’88 allo zero; da 88 in giù, perché nel caso delle put il punto di pareggio a
scadenza è lo strike price meno il costo del premio.
Vendere put invece significa avere una visione o neutra o rialzista, ma non ribassista.
Come nella vendita di call, anche nella vendita di put si incassa subito il premio che
rappresenta anche il massimo guadagno potenziale possibile.

Anche in questo caso, il venditore assume un obbligo nei confronti del compratore, nel senso
che se il mercato scende e quindi il compratore esercita il proprio diritto alla vendita, il
venditore dell’opzione put si trova a dover per forza comprare il sottostante al prezzo dello
strike, subendo una perdita, in quanto, se il compratore ha esercitato il premio, lo ha
esercitato perché aveva convenienza a farlo e questo significa che l’attività finanziaria
sottostante è scesa molto, tanto da valere molto meno dello strike price a cui il venditore deve
comprare necessariamente il sottostante.

Agendo sulla singola opzione abbiamo 4 possibilità:

Se compro call, faccio un’operazione rialzista e se compro put, faccio un’operazione ribassista.
Se vendo call, faccio un’operazione neutro/ribassista e se vendo put faccio un’operazione
neutro/rialzista, in quanto, se sono venditore, sono premiato anche se il mercato sta fermo,
bastandomi il trascorrere del tempo.
Quanto detto sopra lo potremmo riassumere così:
Comprare call significa comprare un diritto di acquisto e comprare put significa comprare un
diritto di vendita.
Vendere call significa assumersi un obbligo di vendere e vendere put significa assumersi un
obbligo di acquistare.
Adesso che abbiamo imparato i diversi tipi di opzioni dobbiamo cominciare a familiarizzare con
alcune terminologie tecniche:
Le espressioni in the money (ITM), at the money (ATM) e Out of the money (OTM) definiscono
i 3 tipi fondamentali di relazioni esistenti tra strike e quotazione attuale del sottostante, infatti
un’opzione (call o put) può essere definita ITM, ATM, OTM a seconda che lo strike sia
maggiore, inferiore o circa uguale al prezzo corrente del titolo sottostante.

CALL ATM: Quando il prezzo del sottostante è uguale o molto vicino al valore dello strike
CALL OTM: quando il prezzo del sottostante è inferiore al valore dello strike (l’esercizio
dell’opzione non è conveniente)
CALL ITM: quando il prezzo del sottostante è maggiore del valore dello strike (l’esercizio
dell’opzione risulta conveniente)

Per le Put vale il discorso inverso:

PUT ATM: Quando il prezzo del sottostante è uguale o molto vicino al valore dello strike
PUT ITM: quando il prezzo del sottostante è inferiore al valore dello strike (l’esercizio
dell’opzione risulta conveniente)
PUT OTM: quando il prezzo del sottostante è maggiore del valore dello strike (l’esercizio
dell’opzione non risulta conveniente)
CARATTERISTICHE DI UN’OPZIONE

Riassumendo quanto visto fino ad ora possiamo definire quali sono le caratteristiche principali
delle opzioni:

Attività sottostante: è l’azione che si decide di acquistare (o vendere) o sulla quale si vanno
a vendere ed acquistare opzioni Put e Call
Stile dell’opzione: Stile americano o europeo. Si differenziano per la diversa possibilità di
esercizio durante la vita dell’opzione. Quelle di stile americano permettono l’esercizio in
qualsiasi momento durante il periodo di vita dell’opzione stessa mentre quelle di stile europeo
permettono l’esercizio solo a scadenza. Le opzioni su azioni italiane sono di tipo americano.
Orario di negoziazione: dalle 9.00 alle 17.30 per le opzioni sulle azioni.
Quotazione: la quotazione è in euro.
Dimensione del contratto: le opzioni si negoziano a lotti, che di fatto rappresentano la
dimensione del contratto: il lotto minimo di negoziazione definisce quante unità del sottostante
sono controllate da un unico contratto di opzione negoziato (ad esempio, per il titolo Eni, Borsa
Italiana ha stabilito che il lotto minimo è pari a 500 azioni, ciò significa che ciascun contratto di
opzione o lotto controlla 500 azioni Eni). La dimensione del contratto è un fattore necessario
per calcolare il prezzo finale che l'investitore deve pagare all'acquisto dell'opzione (se compro
un lotto e quindi un’opzione strike 17 su Eni a 0,50€ dovrò sostenere un costo pari a 0,50€
moltiplicato per 500 azioni Eni).
Premio del contratto: è pari al valore del premio dell’opzione espresso in euro moltiplicato
per il moltiplicatore del lotto minimo.
Giorno di scadenza: il contratto scade il terzo venerdì del mese di scadenza. Come valore di
riferimento (settlement) si prende il valore di chiusura del giovedì sera
Se si tratta di un giorno di borsa chiusa, il contratto scade il primo giorno di borsa aperta
antecedente; questo avviene solitamente se le scadenze tecniche coincidono con la Pasqua, in
quanto il venerdì santo le Borse mondiali sono chiuse.
Ultimo giorno di negoziazione: coincide con il giorno di scadenza, le opzioni si possono
trattare anche sino a pochi secondi prima della scadenza.
Prezzi di esercizio o strike: per ciascuna scadenza, i prezzi di esercizio sono generati con
intervalli prestabiliti a seconda del sottostante. Questi di riferimento in caso di esercizio
Esercizio dell’opzione a scadenza: il giorno di scadenza (per le opzioni di tipo europeo), o
durante tutta la vita delle opzioni (per quelle di tipo americano) in base al prezzo di
regolamento (o prezzo di settlement), le opzioni in the money, ossia quelle per le quali è
conveniente l’esercizio, vengono esercitate automaticamente.
Il prezzo di regolamento (o settlement): è stabilito dalla Cassa di Compensazione ed è il
prezzo di riferimento sulla base del quale vengono o meno esercitate le opzioni
Liquidazione: avviene per quelle opzioni che scadono con un valore, le cd. ITM

ESERCIZIO PER ECCEZIONE


Come abbiamo detto in precedenza se il prezzo di regolamento (o settlement) del sottostante
di una opzione Call è maggiore dello stike allora automaticamente avverrà l’esercizio
dell’opzione. Allo stesso modo se il prezzo di settlement del sottostante è minore dello strike di
una opzione Put questa verrà esercitata automaticamente.

Ma esiste la possibilità sia per le opzioni Call che per le Put del cosiddetto “Esercizio per
Eccezione”, cioè il detentore (compratore) dell’opzioni può entro le 8:15 del giorno di scadenza
dell’opzione dare disposizione al proprio broker della volontà dell’esercizio della sua opzione
OTM e cioè prezzo di settlement inferiore allo strike di una opzione Call o specularmente
superiore per una opzione Put.

Questo avviene quando il compratore si aspetta che nel giorno stesso della scadenza
dell’opzione ci sia un’inversione di trend del sottostante.
COME IMPOSTARE UNA STRETEGIA COVERED CALL

Iniziamo riassumendo brevemente la strategia: le Covered Call consistono nell’acquisto di un


titolo azionario e nella contestuale vendita di una relativa Opzione Call, che appunto funge da
copertura al titolo stesso.

Se avrò aspettative rialziste sul titolo, è ovvio che comprerò il titolo e basta, ma se temo che il
titolo salga poco o stia stabile nel giro del prossimo mese, posso vendere una Opzione Call così
da incassare subito il premio e, una volta scaduta l’opzione, valutare se ripetere la vendita di
un’altra Opzione Call su una scadenza successiva, sempre che nel frattempo non mi abbiano
ritirato i titoli. In quel caso sarò flat e libero di ripartire coi ragionamenti da zero.

Le Opzioni Call in questo caso si dice che sono coperte, perché sono coperte dal sottostante
stesso, ossia se l’azione sale tanto e la Opzione Call viene esercitata da colui che l’ha comprata
in quanto gli è vantaggioso esercitare il proprio diritto, io ho le azioni in portafoglio, le posso
consegnare e non vado incontro a nessun problema.

Nessun Broker efficiente, infatti richiede alcuna marginazione per questo tipo di operatività (se
il broker/banca dovessero richiedere una marginazione o non permettere l’operatività è meglio
dotarsi di un conto dedicato ed idoneo per fare queste operazioni).

Quando lavoravo in banca oltre 25 anni fa, proprio all’inizio della mia carriera, le mie prime
operazioni evolute furono proprio le covered call: vedevo ogni giorno quattro o cinque
fedelissimi che venivano nel salottino della banca a vedere le quotazioni ed a fare i loro
commenti e le loro scommesse…… sale questo sale quello, quasi a gara per vedere chi era più
bravo…….In realtà nessuno di loro guadagnava, ogni tanto qualcuno ci prendeva, ma erano più
le volte che perdeva soldi e trasformava un’operazione veloce in un’operazione da cassettista.

Gli anni passano, ma certe dinamiche comportamentali rimangono identiche nel tempo e nelle
persone. Ogni tanto, forse giusto una volta al mese, arrivava in Banca il Geom. Ceruti, che già
nel 1989 aveva quasi 80 anni. In poco tempo imparai che il buon geometra con 2 soli titoli in
portafoglio (Mediobanca e Generali, che ai tempi erano le due regine del nostro listino) non
faceva altro che vendere tutti i mesi qualche Opzione Call coperta sui titoli che aveva in
portafoglio, senza neanche venderli tutti così che, se il mercato fosse salito tanto, non avrebbe
mai corso il rischio essere fuori mercato proprio nel momento del suo massimo splendore.

Come la statistica ci ha già sottolineato, l’80% delle opzioni scade otm, ossia senza valore, per
cui il geometra il più delle volte a fine mese borsistico incassava la Opzione Call (ai tempi si
chiamava dont) e vedeva crescere il suo portafoglio costantemente, anche se il titolo rimaneva
relativamente fermo.

Aveva decisamente due doti che forse aveva affinato con l’età:
- la pazienza: faceva poche operazioni e lasciava che il tempo trascorresse a suo favore
- il metodo: pur nella sua semplicità, sapeva dosare le vendite ed era paziente nel ricomprare i
titoli una volta che questi fossero usciti dal suo portafoglio

Premetto che questo metodo può sembrare banale, ma non lo è: il rischio c’è sempre e la
differenza la fanno: la scelta di un buon sottostante, il momento in cui si apre l’operazione e la
scelta della scadenza e dello strike della call da vendere, preferibilmente in vicinanza di una
resistenza.
In questo grafico del pay-off a scadenza, si capisce la differenza tra l’acquisto diretto
dell’azione, rappresentato dalla linea ascendente rossa e l’acquisto dell’azione + la vendita
della call, rappresentata dalla linea blu che, come si vede, mette uno stop ai guadagni al rialzo,
ecco perché non va venduta la call se ci si aspetta un rialzo imponente e rapido del titolo in
questione.

Con questa strategia, incassando il premio della Opzione Call, si abbassa il prezzo di carico e di
conseguenza si abbassa la perdita in caso di ribasso del titolo.
A scadenza possono verificarsi 3 scenari:
- il titolo scende molto, scende più di quanto io incasso dalla Opzioni Call quindi sono in
perdita
- il titolo ondeggia ma rimane sotto il prezzo dello strike. Questa è la condizione ottimale,
perché incasso il premio e a scadenza eventualmente ripeto l’operazione
- il titolo sale oltre lo strike: in questo caso non ci sono svantaggi, ma solo eventuali minori
guadagni, perché le Opzioni Call diventano ITM, possono essere esercitate dall’acquirente a cui
sarò obbligato a consegnare le azioni in mio possesso.

Di seguito, elenco quelle che per me sono le 5 regole base per approcciare questo tipo di
strategia, i requisiti minimi che devono essere soddisfatti affinché io decida di entrare in
posizione.

REGOLA NUMERO UNO: non bisogna comprare i titoli che per noi saliranno di più, ma
i titoli che per noi hanno meno probabilità di scendere tanto: questo perché, se vendo
Opzioni Call e il titolo sale tanto, guadagno come se il titolo fosse salito poco, e soprattutto poi
cosa faccio una volta che sono tornato flat? Ricompro il titolo molto più alto e vendo un’altra
call che vale poco perché la volatilità nel frattempo è scesa e così mi espongo pure al rischio
che il titolo ritracci fortemente dopo una bella corsa al rialzo?

Faccio un esempio:
Compro Saipem a € 0,36 e vendo Opzioni Call strike € 0,37 + € 0,015
A scadenza Saipem vale € 0,43€, ovviamente mi ritirano i titoli ed io avrò incassato € 0,385€
(ossia strike + premio)come se avessi venduto le azioni Saipem guadagnando 0.025€ per
azione, ma se volessi ripetere l’operazione cosa faccio?
Compro a € 0,43€ e vendo Opzioni Call € 0,44 + € 0,016 esponendomi al rischio che Saipem
torni a € 0,36 e perdo oltre il 10% al netto del premio incassato? Facendo così, perderei anche
considerando la prima operazione in gain!
Se invece avessi comprato Saipem a € 0,36 e venduto Opzioni Call € 0,37 + € 0,015 e mi
rimangono i titoli in portafoglio, avrò guadagnato meno (solo il premio) ma potrò ripetere
ancora l’operazione magari sullo stesso strike ed incassando altri € 0,015 di premio il mese
dopo, ma senza correre il rischio di guadagnare poco quando il titolo sale tanto e perdere tanto
quando il titolo scende tanto!

Per cui se penso che il titolo salga tanto lo compro e non vendo l’Opzione Call!

REGOLA NUMERO DUE: comprare titoli che abbiano fondamentali solidi e su cui non ci
siano operazioni annunciate su aumenti di capitale o di altre operazioni straordinarie
Con la Covered Call, la perdita si può avere solo se i titoli perdono tanto, più del premio
incassato al momento della vendita della call.

Nella scelta del titolo da comprare, vale decisamente di più l’analisi fondamentale come criterio
di selezione e, per quanto riguarda l’analisi tecnica, è meglio se il titolo ha dei buoni supporti di
lungo periodo abbastanza vicini.

Anche se il titolo dovesse perdere un 10% improvviso subito dopo l’apertura della nostra
operazione, si potrebbe inizialmente abbassare l’Opzione Call per tutelarsi di più, per poi
spostarle anche in avanti per assorbire almeno questo -10% nel giro di un paio di mesi e
tornare alla normalità.

Per cui, è molto importante evitare titoli che possano avvitarsi verso il basso, cosa che spesso
vediamo fare solo in caso di aumenti di capitale fortemente diluitivi.

REGOLA NUMERO TRE: guardare bene la tabella dei lotti minimi, così da evitare di
andare su titoli con lotti troppo piccoli, come ad esempio Banco Popolare, in cui il lotto era
prima della fusione di solo 100 azioni, pari a poco più di € 200,00, perché in questo caso le
commissioni mangerebbero buona parte dei gain.

REGOLA NUMERO QUATTRO: fare queste operazioni su titoli sufficientemente volatili,


così da avere un ritorno dal premio tra il 4 e il 10% (mensili senza leva – da 16% al 40%
mensili esempio con leva 1:4) a seconda del titolo. In questo caso, come anche per i certificati,
stiamo parlando di azioni per cui devo cercare e pretendere il giusto premio al rischio.

REGOLA NUMERO CINQUE: diversificare su almeno 4 o 5 titoli, perché difficilmente tutte


le operazioni andranno in porto correttamente, ma una singola operazione che va storta
raramente porta il risultato complessivo negativo. Questa strategia può davvero fare la
differenza nei portafogli e non richiede una mole di energia, di tempo e di conoscenze
esagerate, visto che si tratta di 4 o 5 eseguiti al mese che chiunque trova il tempo di fare e
non è di certo un’operatività complessa come la creazione di strategie sugli indici con opzioni
sia comperate che vendute adatte ai più esperti.

L’obiettivo di questa strategia è proteggere l’azione acquistata, dovrebbe essere diffusa e fatta
conoscere prima di tutto in Banca, così non ci sarebbero tutti i portafogli ingessati che
purtroppo ci sono in giro, perché la gente fatica a vendere in perdita, ma ormai è paralizzata
con dei prezzi di carico lontanissimi dai prezzi correnti e molto difficilmente raggiungibili in
tempi ragionevoli.

Concludendo, ribadisco l’importanza di sapersi destreggiare con la vendita di Opzioni Call se si


vuole avere un portafoglio azionario, in maniera che questo non corra il rischio di paralizzarsi,
ma rimanga sempre dinamico e facilmente liquidabile, due caratteristiche irrinunciabili per
potere essere attivi sui mercati.
STRATEGIA N°1: Compro il sottostante e vendo Call (covered call)

Supponiamo di acquistare 1000 azioni Azimut a 16€ e di vendere contestualmente un’opzione


Call Scadenza il mese successivo con strike price 16.50€ a 0.50€, incassando un premio di 50
centesimi per azione pari a 500€ (0.50€ x 1.000 = 500€). Nel caso specifico dell’Azimut, il
multiplo dell’opzione è pari a 500 azioni, per cui bisogna vendere 2 opzioni call a copertura
delle 1000 azioni Azimut (puoi scaricare dal sito di borsa italiana la tabella dei “LOTTI MINIMI
OPZIONI SU AZIONI”). Questa tabella indica il multiplo di tutti i titoli italiani su cui sono
negoziate le opzioni, ti consiglio inoltre di tenere periodicamente controllato il sito perché
l’elenco è soggetto a periodiche variazioni.
Quando si vende una call coperta dall’acquisto dei titoli sottostanti:
1) se il titolo sottostante sale entro la scadenza, il rischio è che vengano ritirati i titoli che si
detengono in portafoglio, al massimo si rischia di averli venduti male rispetto ai prezzi di
mercato;
2) se il titolo sottostante sta fermo o scende entro la scadenza, si guadagna il premio incassato
e, in più, rimane il titolo in portafoglio. Il rischio è che se il titolo crolla, l’importo del premio
incassato non è sufficiente a coprire la perdita subita sul titolo; ossia, se Azimut, comprata a
16€ su cui ho venduto call strike 16.50€ incassando 50 centesimi, dovesse scendere a 15€,
incasserei i 50 centesimi, ma mi rimarrebbero i titoli in portafoglio con una perdita potenziale
di 1€ solo parzialmente neutralizzata dall’incasso del premio di 50 centesimi.

STRATEGIA N°2: Vendo Put (operazione che ha lo stesso payoff della strategia
precedente)

Se riteniamo che il sottostante non possa scendere oltre il livello di strike o se vogliamo avere
la possibilità di acquistare il titolo a quel determinato prezzo possiamo vendere Put senza
contestualmente vendere (short) il sottostante per creare una covered put come nella strategia
n°3. Vendendo put il guadagno si realizza se a scadenza il sottostante si trova ad un prezzo
superiore allo strike price. In questo modo si andrà ad incassare il premio.
Quando si vende una Put in modo speculativo, ossia senza detenere anche lo short sull’attività
finanziaria sottostante si possono avere queste situazioni:
1) se il titolo sottostante a scadenza scende sotto al prezzo di strike, verrà esercitata l’opzione
e mi consegneranno i titoli (long) con un valore di carico pari allo strike price.
2) se il titolo sottostante sta fermo o sale a scadenza, si guadagna il premio incassato al
momento della vendita iniziale.
Perchè ho scritto che la vendita di put ha lo stesso payoff della covered call? Perché se prendo
l’esempio precedente su Azimut se io anziché comprare le azioni con contestuale vendita di call
vendessi subito la put con lo stesso strike della call ossia la 16.50 a 1€ otterei il medesimo
risultato, in quanto se l’azione sale sopra i 16.50 € io guadagno tutto il premio, ma anche se io
possiedo le azioni pagate 16€ e ho venduto la call 16,50 a 0,50€ otterrei il medesimo
guadagno di 1€; e se Azimut scende, nel caso di titolo più call venduta mi rimarrebbero i titoli
a un prezzo di carico di 15,50€ (avendo incassato 50 centesimi di premio) ma anche vendendo
put strike 16,50 mi troverei a scadenza la consegna dei titoli a 16,50€ che mi risulteranno in
carico a 15,50€ avendo in questo caso incassato 1 € di premio.

Azimut > 16,50 Azimut < 16,50


Azioni Long in carico a
Vendita di PUT Strike Incasso totalmente il premio di
15,50 (strike 16,50 – 1€ del
16,50 premio 1€ 1€ per azione
premio incassato)
Incasso il premio della Call
venduta pari a 0,50 € + 0,50€
Acquisto di Azioni a che è il gain tra il prezzo di Azioni Long in carico a
16,00 e contestuale carico delle azioni e lo strike a 15,50 (Azioni acquistate a
Vendita di CALL Strike cui mi viene esercitata la Call 16,00 – 0,50 premio
16,50 premio 0,50€ (come dire che ho comprato le incassato dalla Call venduta)
azioni a 16,00 e le ho rivendute
a 16,50)
Solitamente la put si vende su uno strike sotto al prezzo di mercato del titolo e lo si fa quando
non si hanno i titoli in portafoglio e si pensa che tutto sommato anche dovesse scendere il
titolo non mi dispiacerebbe mettermelo in portafoglio a un prezzo di carico che solitamente è
almeno del 4-5 % più basso del prezzo di mercato del momento in cui ho eseguito la vendita di
put (solitamente è interessante farlo su una discesa del titolo con volatilità in aumento).

STRATEGIA N°3: Vendo il sottostante e vendo Put (covered put)

Supponiamo di vendere 1000 azioni Azimut a 16€ e di vendere contestualmente un’opzione Put
Scadenza il mese successivo con strike price 15.50€, incassando un premio di 50 centesimi.
Come abbiamo visto prima il multiplo è pari a 500 azioni, per cui devo vendere 2 opzioni se
voglio vendere una put sulle 1000 azioni Azimut.
Quando si vende una Put coperta dalla vendita dei titoli sottostanti:
1) se il titolo sottostante scende entro la scadenza, il rischio è che vengano ritirati i titoli
venduti (short) che si detengono in portafoglio.
2) se il titolo sottostante sta fermo o sale entro la scadenza, si guadagna il premio incassato e
mi rimane il titolo venduto (short) in portafoglio. Il rischio è che con una grossa salita del
sottostante, l’importo del premio incassato non sia sufficiente a coprire la perdita subita sul
titolo; ossia, se Azimut, venduta (short) a 16€ su cui ho venduto la Put con strike 15.50€
incassando 50 centesimi, dovesse salire a 17€, si incasserebbero i 50 centesimi, ma si
avrebbero i titoli in portafoglio in perdita di 1 euro.
Questa strategia però prevede una spesa aggiuntiva: per poter vendere un titolo senza
possederlo (vendita short) si deve pagare una somma giornaliera alla banca come
commissione di PRESTITO TITOLI. L’importo di tale commissione può variare da poche decine
di centesimi a diverse decine di euro a seconda del proprio intermediario. Vi invito a chiedere
informazioni in merito a questo alla vostra banca preventivamente, così da non incappare in
amare sorprese.

STRATEGIA N°4: Vendo call e non possiedo l’attività sottostante (operazione che ha
lo stesso payoff della strategia precedente)

Se non possediamo le azioni Azimut, ma si ritiene che il titolo non possa ne crescere, ne
crollare possiamo decidere di vendere opzioni call su Azimut. Quando si vende una call senza
avere i titoli, il guadagno è limitato al premio incassato inizialmente, mentre il rischio di perdita
è potenzialmente illimitato.
Se il sottostante aumenta molto di valore, ci si deve aspettare che da un momento all’altro
venga esercitata l’opzione e, se non si hanno i titoli oggetto dell’opzione venduta, si perde
denaro in proporzione a quanto sale di valore il titolo sottostante, in quanto, nel momento in
cui la call verrà esercitata, si dovranno consegnare i titoli comprandoli sul mercato e, più sarà
alto il prezzo, e maggiore ovviamente sarà la perdita.
Vendendo call, il guadagno a scadenza si realizza quando il mercato scende o resta pressoché
fermo e consiste nell’incasso iniziale del premio, dal momento che non si subisce l’esercizio da
parte del compratore, il quale appunto non ha convenienza ad esercitare la sua call comprata.
Si può prediligere la vendita delle call se si ha una visione neutrale ribassista del mercato
sperando che il titolo comunque non salirà o ancor meglio scenderà, così che alla scadenza del
contratto l’incasso del premio ottenuto inizialmente si tradurrà in guadagno effettivo.
Quando si vende una call in modo speculativo, ossia senza detenere l’attività finanziaria
sottostante:
1) se il titolo sottostante sale entro la scadenza, si rischia di perdere se il prezzo va oltre il
punto di breakeven e la perdita può anche essere illimitata;
2) se il titolo sottostante sta fermo o scende entro la scadenza, si guadagna il premio incassato
al momento della vendita iniziale.
Perché ho scritto che la vendita di call ha lo stesso payoff della covered put? Perché se prendo
l’esempio precedente su Azimut se io anziché vendere le azioni con contestuale vendita di put
vendessi subito la call con lo stesso strike della put ossia la 15.50 a 1€ otterrei il medesimo
risultato, in quanto se l’azione scende sotto 15.50€ io guadagno tutto il premio, ma anche se io
possiedo le azioni short (al ribasso con prestito titoli) vendute a 16€ e ho venduto la put 15,50
a 0,50€ otterrei il medesimo guadagno di 1€; e se Azimut sale nel caso di titolo venduto più
put venduta mi rimarrebbero i titoli short a un prezzo di carico di 16,50€ (avendo incassato 50
centesimi di premio) ma anche vendendo call strike 15,50 mi troverei a scadenza di dover
consegnare i titoli a 15,50€ (aprendo dunque una posizione short) che mi risulteranno in carico
a 16,50€ avendo in questo caso incassato 1 € di premio.

Azimut < 15,50 Azimut > 15,50


Azioni Short in carico a
Vendita di CALL Strike Incasso totalmente il premio di
16,50 (strike 15,50 + 1€ del
15,50 premio 1€ 1€ per azione
premio incassato)
Incasso il premio della Put
venduta pari a 0,50 € + 0,50€
Vendita di Azioni a 16,00 che è il gain tra il prezzo di Azioni Short in carico a
e contestuale Vendita di carico delle azioni e lo strike a 16,50 (Azioni vendute a
PUT Strike 15,50 premio cui mi viene esercitata la Put 16,00 + 0,50 premio
0,50€ (come dire che ho venduto le incassato dalla Put venduta)
azioni a 16,00 e le ho
ricomprate a 15,50)

Questa soluzione è migliorativa rispetto alla covered put in quanto si risparmiano i costi del
prestito titoli.

IL PRINCIPIO DELL'EQUIVALENZA FINANZIARIA

Il principio dell’equivalenza finanziaria è molto importante per capire a fondo le strategie


COVERED CALL e COVERED PUT

Lo abbiamo visto proprio nelle due strategie n.2 e n.4 in cui non agisco sui titoli ma solo sulle
opzioni, per cui riepilogando sfruttando i due esempi utilizzati

ACQUISTO AZIONE + VENDITA CALL STRIKE X = VENDITA DI PUT STRIKE X


l'importante è che la put abbia il medesimo strike della call

stessa cosa

VENDITA AZIONE + VENDITA PUT STRIKE X = VENDITA DI CALL STRIKE X


STRATEGY CALCULATOR

2
3 4 5

Lo STRATEGY CALCULATOR è il file excel che è stato creato a supporto della propria operatività
per poter mantenere aggiornate le strategie e poter vedere in ogni momento l’ampiezza della
zona di gain o loss, dell’operazione che abbiamo messo a mercato.

Quando si parte con una nuova strategia occorre pertanto compilare il file excel in questo
modo:

- per prima cosa sostituire a “TITOLO EURO” il nome del sottostante oggetto della
strategia, sotto al quale verrà indicata anche la data di apertura o di ogni successiva
modifica (in questo caso come esempio ho inserito 07-12-16).
- nello spazio colorato di giallo sotto alla dicitura “AZIONI” si andrà ad inserire il valore
del sottostante al momento dell’apertura della strategia o di ogni sua modifica
successiva.

FRECCIA N°1: indica la casella nella quale deve essere inserito il lotto minimo delle opzioni
(indica la quantità di azioni del sottostante governate da un solo lotto di opzioni) in base al
sottostante. È possibile trovare l’elenco completo sul sito di borsa italiana nella sezione
derivati.

FRECCIA N°2-3 : inserire prezzo e quantità di eventuali azioni long in portafoglio

FRECCIA N°4-5: inserire prezzo e quantità di eventuali azioni short in portafoglio

FRECCIA N°6: modificare se necessario il valore griglia utilizzato per centrare i prezzi della
colonna centrale degli strike nel pannello sottostante
FRECCIA N°7: inserire in questa casella lo strike delle opzioni più vicino al prezzo del
sottostante nel momento di apertura della strategia (es: il titolo quota 4,96 inserire 5,00). In
questo modo compariranno sullo strategy tutti gli strike superiori e inferiori rispetto al valore
inserito distanziati tra di loro del valore inserito nella casella GRID (freccia 6 ). La colonna
centrale degli strike divide lo strategy in due parti: a sinistra c’è il lato Call e a destra quello
put (come indicato dalle colonne in alto). Nella colonna “QTY” si andrà ad inserire il numero di
opzioni senza segno se comprate o con il segno “-“ se vendute. A fianco sotto alla colonna
“PRICE” si metterà il prezzo lordo di acquisto o vendita (premio).

Il prezzo lordo è necessario perché come vedremo qui sotto si dovrà indicare anche il profilo
commissionale

Nelle colonne “Option”, “Future” e “azioni” dovranno essere indicate le commissioni pagate per
ogni singola operazione( nella figura sopra 2,5€ per ogni lotto di opzioni , 5€ sia per i future
che per le azioni)

Nella riga “total number of operation” lo strategy sommerà tutte le operazioni aperte e chiuse
riguardanti opzioni future e azioni durante tutta la vita della strategia
Per concludere nella tabella “EXTRAT CLOSED POSITION” si andranno ad elencare tutte le
operazioni chiuse andando a mettere la data nella prima colonna il tipo di operazione chiusa (è
presente in ogni casella nella seconda colonna un menù con le varie opzioni di scelta), la
quantità, lo strike il prezzo di acquisto e quello di vendita. Nell’ultima colonna verrà calcolato in
automatico il profitto o la perdita derivanti dalla chiusura di ogni singola operazione.
è necessario perché come vedremo qui sotto si dovrà indicare anche il profilo commissionale
Per avere un esempio dello strategy compilato con le posizioni correnti potete scaricarlo
direttamente dal sito eduwebalert.it
CONTABILITA’

Spesso la contabilità delle proprie operazioni con l’aggiornamento costante del proprio
portafoglio e del proprio patrimonio viene messa in secondo piano nonostante sia una delle
cose più importanti. La contabilità risulta fondamentale per avere sempre la situazione
aggiornata ed essere pronti ad apportare i correttivi migliori a tempo debito. Ci sono persone
che vedendo i prezzi di carico dei sottostanti dalla piattaforma si fanno prendere dal panico
credendo di avere perdite irrecuperabili tra i propri investimenti. Molte volte non è cosi in
quanto spesso precedentemente sono stati incassati premi di opzioni vendute che vanno ad
abbattere la potenziale perdita.

Ci sono tanti modi per farsi la propria contabilità, adesso voglio spiegarvi come ragiono io:
Sicuramente l’utilizzo dello strategy calculator può aiutare.

Quando si incassano i premi delle opzioni non devono essere considerati come guadagno
effettivo ma come un valore che mi va ad abbassare i prezzi di carico del sottostante.

Ma andiamo per gradi e facciamo un esempio:

Acquisto 1000 Azioni Mediaset a 2,30 e vendo 1 Call strike 2,50 sul mese successivo
incassando un premio di 0,15€. Essendo il lotto minimo di negoziazione pari a 1000 azioni per
lotto incasso (0,15x1000) 150 €. A questo punto il titolo scende a 2,10 e l’opzione scade
senza valore facendomi incassare il premio di 150€ visto sopra. La piattaforma in questo mi
indicherà sempre il prezzo di carico delle azioni a 2,30 indicando un potenziale Loss di 200€.
Questo prezzo non è reale in quanto è vero che ho acquistato le azioni a 2,30 ma è altrettanto
vero che ho incassato un premio di 150 euro dalla vendita delle opzioni scadute OTM. A
questo punto sullo strategy della mia contabilità andrò ad inserire le 1000 azioni non più a
2,30 ma a 2,15 (2,30-0,15). A questo punto dato il nuovo valore di carico del sottostante
valuterò sul mese successivo quale altra Call mi converrà vendere per portare avanti
l’operazione.

In alternativa, forse ancora meglio, potrei mantenere le azioni al prezzo che mi dice la
piattaforma ed inserire i premi scaduti nelle operazioni chiuse nello strategy in basso, così da
avere traccia di tutto quanto ho contabilizzato ma che non vedo più nella mia piattaforma.
NEGOZIAZIONE

Anche la negoziazione corretta delle opzioni ha una grande importanza per due motivi:

1) Evitare di buttare al vento soldi che alla chiusura della strategia si possono rivelare
importanti e fare la differenza tra gain e loss
2) Evitare di far irrigidire il market maker, facendo alzare o abbassare inutilmente il prezzo
del BID e ASK rendendo meno vantaggiosa la negoziazione

Per fare questo bisogna evitare di vendere sul denaro e comprare sulla lettera a meno che la
differenza tra i due non sia irrisoria rispetto al valore del premio. Un’altra cosa molto
importante è cercare di capire se il prezzo è corretto rispetto al valore dell’opzione.

Per fare questo occorre calcolare la differenza tra il prezzo del sottostante e lo strike
dell’opzione e verificare se il valore ottenuto è congruo al prezzo dell’opzione in quel momento

Esempio: il titolo ENI quota 14,97 euro. L’opzione Call 14,00 per avere un prezzo “corretto”
dovrebbe costare intorno ad 0.97 € più il valore della put 14€ stessa scadenza (che esprime il
valore tempo dell’opzione strike 14); supponiamo che la call 14 scadenza gennaio 2017 prezzi
0.90 denaro (bid) e 1.20 lettera (ask) e la put 14 stessa scadenza esprima uno spread più
stretto (parlo in termini assoluti e non in percentuale) pari a 0.05 denaro e 0.10 lettera: in
questo caso se io vendo la call a 0.97 (valore intrinseco)+0.05 (valore denaro della put che
esprime il valore tempo dell’opzione) il Market Maker dovrebbe farmi subito in quanto gli do un
margine per eseguire un arbitraggio, ossia compra la call a me a 1.02€ vende la put (gli basta
incassare 0,06) e vende il titolo a 14.97.

Per cui sempre massima attenzione quando si vende un’opzione che ha uno spread molto
largo, è bene sempre sapere quale è l’esatto valore di mercato dell’opzione e quello che vi ho
appena spiegato è un modo molto efficace soprattutto poi quando l’opzione è talmente in the
money ed il Market Maker non espone neanche il prezzo
MARGINE DI GARANZIA

Il margine di garanzia è l’importo versato a titolo di deposito cauzionale ed a garanzia della


solvibilità delle operazioni sui derivati, in considerazione delle possibili variazioni dei valori di
mercato.

Il margine di garanzia è la somma di denaro che il Broker accantona su un conto, detto


«conto margini di garanzia», per garantire la controparte della nostra solvibilità in caso il
mercato vada contro alla nostra operazione.

I margini di garanzia non sono un costo, ma solo un semplice deposito cauzionale infatti,
rimangono sempre soldi di nostra proprietà, accantonati sul “conto margini”, fino a quando non
chiudiamo l’operazione.

Ciò vuol dire che si dovrà garantire sul proprio conto una liquidità tale da coprire i costi delle
opzioni acquistate più i margini di garanzia richiesti dall'intermediario, in caso di vendita di
opzioni non coperte dall’acquisto del relativo sottostante.

Le Covered Call quindi non richiedono un margine di garanzia, mentre le call vendute senza
l’acquisto relativo del sottostante si. Al valore di tale garanzia richiesta possono essere
apportati dei correttivi da parte della banca a seconda del sottostante scelto, della valuta
utilizzata (per operazioni fatte in $ c’è il rischio cambio) oppure a seconda della diversificazione
e al bilanciamento del portafoglio (margine di concentrazione del rischio).

E’ importante sapere che per le negoziazioni sui mercati dei derivati, l'acquirente ed il
venditore non sono obbligati tra loro per l'esecuzione contrattuale, ma sono obbligati solo nei
confronti della Clearing House (in Italia prende il nome di Cassa di Compensazione e
Garanzia).Questa diventa di fatto la controparte di tutte le contrattazioni eseguite sul
mercato, garantendo il buon fine della compensazione, nonché la liquidazione delle posizioni.

Quando si compra un'opzione, il rischio è limitato al premio pagato, quando invece si vende
un'opzione, il rischio è teoricamente illimitato.

Nel caso il valore del “conto margini di garanzia” scenda sotto il livello richiesto
dall'intermediario, il cliente riceverà dal Broker una “margin call”, ovvero la necessità di
aggiungere liquidità, solo per poter mantenere aperte le proprie posizioni in essere; se ciò non
dovesse avvenire nei tempi richiesti dall'intermediario, questo potrà liquidare le posizioni,
anche senza il consenso del cliente.

In caso di eccezionale volatilità del mercato o in altri casi particolari, la Cassa di


Compensazione e Garanzia può richiedere, durante la giornata, il versamento di ulteriori
margini a copertura della posizione dell'aderente.

In ogni caso il versamento di margini iniziali di garanzia avviene solo nel caso di acquisto o di
vendita di contratti futures, oppure nel caso di vendita di opzioni allo scoperto.

La Cassa non richiede il versamento di margini nei casi di acquisto di opzioni, acquisto di
spread o anche di vendita di opzioni call contro titoli depositati presso la Cassa; in questi casi,
si limita infatti ad addebitare la spesa delle operazioni effettuate o ad accreditare quanto
ricavato nella vendita di opzioni coperte dall’attività sottostante.
Esempio n°1: acquisto di call

Ho aperto un conto trading versando 3.000€.Il giorno 18 Dicembre 2016 decido di comprare 1
Call sul titolo azionario ENI che vale 15 €, scelgo di comprare la call scadenza marzo 2017
strike 16 al prezzo di 0,50 che è il premio (quindi controvalore di 250€ essendo il lotto minimo
pari a 500€). Il margine di garanzia richiesto in questo caso è nullo, perché essendo un
acquisto comporta solo la spesa dell’opzione più le commissioni che supponiamo ammontino a
2,5€ a contratto. Sul mio conto corrente mi troverò addebitati 252,5 €; avendo comprato
un’opzione, non ho alcun rischio se non quello pari al premio che ho pagato, per cui fintanto
che non andrò a fare un’altra operazione, il conto non subirà alcuna variazione né in dare né in
avere, presenterà un saldo disponibile di 2747,5 ed avrò un’opzione in portafoglio.
Contabilmente, comprare un’opzione è un po’ come comprare un qualsiasi titolo azionario:
quando compro, ho l’addebito del premio pagato ed in portafoglio avrò l’opzione, che cambierà
sì di valore giorno dopo giorno, ma fintanto che non la vendo, non avrò alcuna variazione, né
sul conto margini, né sul conto corrente ordinario. Acquistare opzioni è dunque decisamente
più semplice dal punto di vista della contabilità: quando compro ho l’addebito del premio e
quando vendo ho l’accredito e ovviamente, la differenza tra quanto ho pagato e quanto ho
incassato rappresenta l’utile o la perdita dell’operazione.

Esempio n°2: vendita di call

Ho aperto un conto trading versando i soliti 3.000€. Il giorno 18 Dicembre 2016 decido di
vendere 1 Call sul titolo azionario Eni che vale 15 €, scelgo di vendere una call scadenza marzo
2017 strike 16 al prezzo di 0,50 (controvalore di 250 €). Ricavo quindi dall’operazione 247.5€
al netto della commissione di 2,5€. Il margine di garanzia richiesto supponiamo sia di 500 €.
Sul conto corrente, a vendita avvenuta, troverò accreditati 247,5 € che rappresentano il ricavo
della vendita dell’opzioni al netto delle commissioni. Avendo venduto ed essendomi quindi
esposto ad un rischio illimitato, avrò anche un addebito, inteso come margine di garanzia che
verrà accantonato su un conto indisponibile (il conto margini).
Di fatto contabilmente vediamo dunque cosa avviene: sul conto ordinario verranno accreditati
247,5 € (ossia il ricavo netto del premio venduto) e mi crescerà la liquidità complessiva, ma se
prima avevo 3000 euro totalmente liquidi e disponibili ora ne avrò solo 2500€ per cui a
garanzia mi sono stati accantonati i soldi per ricomprare la call e i 500€ di garanzia.
Quindi avrò totale patrimonio sempre 3000€ ,margine disponibile 2497.50€, mentre il totale
della liquidità sarà pari alla somma versata inizialmente sul conto + il premio netto incassato
(che potrò dire mio solo alla scadenza, qualora l’opzione scada senza valore).
Per avere l’idea di quanti soldi ho, dovrò detrarre dal valore della liquidità complessiva il valore
di mercato dell’opzione che dovrei ricomprare. Anche in questo caso, come nel caso
dell’acquisto di un’opzione, il totale della liquidità sul conto non cambia, fintanto che non
chiudo l’operazione.
Supponiamo che il 19 dicembre il titolo sia salito di 0,50€ e l’opzione sia salita di 0,15 punti ed
il margine richiesto per quell’opzione non sia più di 500 €, ma bensì di 825 € (in quanto ora
l’opzione è più ITM). La Cassa di compensazione richiede ora 825 € (margine iniziale di
garanzia) + 325 € (che è il costo di riacquisto dell’opzione).
Rispetto al giorno precedente quindi (in cui la richiesta era di 750€ complessivi), viene
richiesto un adeguamento margini pari a 325€+75€, perciò il patrimonio del conto scende di
soli 75€ (che è quello che perdo sull’opzione se la chiudessi ora), il totale liquidità non si
modifica in quanto non ho fatto operazioni, mentre il margine disponibile si riduce di 400€ e
passa da 2497.5€ a 2097.50€.
Se il titolo continua a salire avrò una costante diminuzione del saldo disponibile. Nel caso
questo valore diventasse negativo mi verrà chiamata la cosiddetta MARGIN CALL. Questo
evento non sta ad indicare la perdita totale dei soldi sul conto corrente ma solo una liquidità
insufficiente per continuare a mantenere aperta la posizione.
I casi allora restano 2:o verso altra liquidità e tengo aperta l’operazione confidando nei 3 mesi
che mancano e vedere recuperata la perdita, o chiudo l’operazione accusando una perdita, ma
riavendo poi tutta la liquidità residua disponibile per nuove operazioni.
Esempio sul conto BINCK di un semplice acquisto azionario:
LE PRINCIPALI CORREZIONI IN CORSO D’OPERA

Prendiamo ora le 4 tipologie di partenza e vediamo cosa potrebbe capitare e quali correzioni
sia più conveniente fare

STRATEGIA N°1: Compro il sottostante e vendo Call (covered call)

Supponiamo di aver acquistato 500 azioni Azimut a 16€ e di aver venduto contestualmente
un’opzione Call Scadenza il mese successivo con strike price 16.50€ a 0.50€, incassando un
premio di 50 centesimi.
Nel caso specifico dell’Azimut, il multiplo dell’opzione è pari a 500 azioni, per cui ho venduto 1
sola opzione.

1) se il titolo sottostante sale entro la scadenza, il rischio è che vengano ritirati i titoli che
si detengono in portafoglio, e al massimo il rammarico è averli venduti male rispetto ai
prezzi di mercato, per cui di fatto non devo fare nulla e aspetto solo il rientro della
liquidità e la chiusura dell’operazione in utile
2) se il titolo sottostante sta fermo o sale poco e non mi viene esercitata la call, potrò poi
vendere un’opzione ulteriore sul mese successivo dopo la scadenza di quella già in
portafoglio e ritornare così nella posizione di partenza.
3) se il titolo invece dovesse scendere molto, tanto che il premio incassato non copra
totalmente la perdita posso intervenire in due modi: o abbassando lo strike della call
vendendo la call 15,50 (su Azimut risulta essere abbastanza oneroso per via dello
spread, il rischio è di dover comprare quasi sulla lettera la call 16,50 che devo chiudere
e vendere quasi sul denaro la call 15,50) oppure vendere una seconda call senza
chiudere quella precedentemente venduta, cosa che mi espone ad un successivo forte
rialzo del titolo. Solitamente la strategia che prediligo è di vendere la seconda call
(quella scoperta) sul mese successivo così che se mi esercitano la prima call venduta ho
comunque un mese di tempo prima di andare scoperto di titolo ed ho diversi modi di
intervenire (o ricompro il titolo e torno nella situazione di partenza o vendo una put
(così da avere sia put che call venduta sul mese successivo alla prima scadenza che è
andata a buon fine con l’esercizio dell’opzione coperta dal sottostante)

STRATEGIA N°2: Vendo Put (operazione che ha lo stesso payoff della strategia
precedente)

Come detto è un’equivalenza finanziaria alla Covered call per cui se io ho venduto una put
strike 15.50€ su Azimut l’ho fatto per due ragioni, o per incassare il premio, o, in caso di
esercizio dell’opzione, comprare le 500 azioni Azimut a 15€ (ossia un euro in meno del valore
di Azimut di quando ho venduto la put)
Come nel caso precedente cosa mi può capitare e cosa andrò a fare?

1) se il titolo sottostante sale molto entro la scadenza io avrò comunque incassato il


premio e se proprio vorrò mettermi in portafoglio il titolo venderò poi un’altra put sul
mese successivo, sapendo però che il rischio è di pagarlo caro (vendere put dopo una
grossa salita non è il massimo)
2) se il titolo sottostante sta fermo o sale poco e non mi viene esercitata la put, potrò poi
vendere a scadenza della prima opzione una ulteriore put anche sul mese successivo e
ripetere l’operazione speculare alla precedente
3) se il titolo invece dovesse scendere molto, tanto da far valere il titolo addirittura meno
di quello che sarà il mio prezzo di carico (15€ pari allo strike della put venduta meno il
premio incassato) posso intervenire prima dell’esercizio dell’opzione in due modi: o
abbassando lo strike della put venduta vendendo magari la put 14,50 (su Azimut risulta
essere abbastanza oneroso per via dello spread, il rischio è di comprare quasi sulla
lettera la put 15.50 che devo chiudere e vendere quasi sul denaro la put 14.50) oppure
vendere una call su Azimut con scadenza sul mese successivo, dando già per scontato
l’esercizio della put (sarebbe comunque una call scoperta fintanto che non mi
assegnano i titoli alla scadenza della put), cosa che mi espone ad un successivo forte
rialzo del titolo, perché potrei trovarmi poi il mancato esercizio della put (e la chiusura
in gain della prima operazione) e una call scoperta sul mese successivo. Solitamente la
strategia che prediligo è di vendere la call scoperta sul mese successivo proprio per
avere il tempo di intervenire qualora non dovessi trovarmi in possesso dei titoli alla
scadenza della put. Anche in questo caso ho diversi modi di intervenire: o compro il
titolo e mi trovo poi in una situazione come la strategia n.1 o vendo una put (così da
avere sia put che call venduta)

STRATEGIA N°3: Vendo il sottostante e vendo Put (covered put)

Supponiamo di aver venduto 500 azioni Azimut a 16€ e di aver venduto contestualmente
un’opzione Put Scadenza il mese successivo con strike price 15.50€, incassando un premio di
50 centesimi.

Come nei casi precedenti cosa mi può capitare e cosa andrò a fare?

1) se il titolo sottostante scende entro la scadenza, il rischio è che vengano consegnate le


azioni a 15.50€ chiudendo lo short non ci sono pericoli, al massimo si rischia di avere
comprato i titoli male rispetto ai prezzi di mercato, per cui di fatto non devo fare nulla e
aspetto solo il rientro della liquidità e la chiusura dell’operazione in utile
2) se il titolo sottostante sta fermo o scende poco e non mi viene esercitata la put, potrò
poi vendere a scadenza della prima opzione una ulteriore put sul mese successivo e
mantenere la posizione short sul titolo
3) se il titolo sottostante sale molto entro la scadenza , tanto che il premio incassato non
copra totalmente la perdita posso intervenire in due modi: o alzando lo strike della put
vendendo la 16,50 (su Azimut risulta essere abbastanza oneroso per via dello spread, il
rischio è quello di comprare quasi sulla lettera la put 15.50 da chiudere e vendere quasi
sul denaro la put 16.50) oppure vendere una seconda put senza chiudere quella
precedentemente venduta, cosa che mi espone ad un successivo forte ribasso del titolo.
Solitamente la strategia che prediligo è di vendere la seconda put (quella scoperta) sul
mese successivo così che se mi esercitano la prima put venduta ho comunque un mese
di tempo prima di andare long sul titolo ed ho diversi modi di intervenire (o rivendo il
titolo e torno nella situazione di partenza o vendo una call (così da avere sia put che
call venduta sul mese successivo)

STRATEGIA N°4: Vendo call e non possiedo l’attività sottostante (operazione che ha
lo stesso payoff della strategia precedente)

Avendo già spiegato il principio dell’equivalenza finanziaria alla covered put io preferisco
sempre la vendita secca di call in quanto ottengo comunque il risparmio di non dover pagare il
prestito titoli.
Poi la gestione dell’operazione è similare per cui se il titolo sale molto prima della scadenza
potrei
1) alzare il prezzo della call venduta andando a ricomprare la call venduta e vendendone
una con strike più alto;
2) comprare direttamente le azioni così da avere le azioni da consegnare alla scadenza
della prima opzione venduta e vendere contestualmente un’altra call sul mese
successivo (stessa cosa sarebbe vendere put sul mese successivo senza comprare i
titoli), col rischio che una veloce discesa porta ad abbandonare la prima call venduta mi
fa diventare rialzista (mi rimarrebbe il titolo con la call venduta sul mese successivo –
quindi passerei da una covered put (call secca venduta) ad una covered call
3) aspettare l’esercizio dell’opzione e poi solo dopo vendere put a copertura dello short (se
si è convinti del ribasso meglio non fare alcuna operazione che esponga al ribasso)
STRATEGIA N°5: mi ritrovo dopo il primo mese ad avere venduto sia put che call (di
fatto è come se avessi una covered call e una covered put sullo stesso titolo)

Supponiamo di aver venduto 1 call 16,50 su Azimut incassando 0,50€ ed aver venduto una put
15,50€ Azimut a 0.50€ sullo stesso mese di scadenza, di fatto potrei dire che l’operazione
equivale ad una covered call+una covered put

Acquisto 500 azioni a 16€ e vendita 1 call 16,50 (covered call)


Vendita 500 azioni a 16€ e vendita 1 put 15,50 (covered put)
L’acquisto e la vendita di azioni si elidono e mi rimangono solo le due opzioni

Se il titolo sta all’interno dei due strike a scadenza io incasso i due premi ed ho guadagnato 1€
per le 500 azioni= 500€
Se avessi fatto la doppia operazione covered call e covered put, magari su due conti diversi, ed
il titolo fosse andato sopra 16,50 avrei un guadagno di 500€ sulla covered call, incasserei 250€
della put e rimarrei short sul secondo conto delle 500 azioni vendute a 16€
Se invece non ho i titoli ed ho fatto solo la vendita di call e put io incasso 500€ dei due premi e
mi ritroverei short a 16,50 a seguito della salita del sottostante e del conseguente esercizio
della call.
Il risultato in termini economici non cambia, cambia al massimo la contabilizzazione del capital
gain per via del prezzo di carico che mi verrebbe segnalato sulla mia piattaforma.

CONCLUSIONI

Queste a mio avviso sono le linee guida da considerare e da applicare con metodo.

Il rischio più grosso è di subire grosse oscillazioni di segno contrario alle quali non c’è rimedio,
è sempre stato il problema di questo tipo di strategie, se sei long di Unicredit a 6€ e ti capita
un 2016 in forte discesa non c’è modo di coprire il ribasso con la vendita di call, così allo stesso
modo se sei short di Fca a 6€ ed il titolo fa come nell’ultimo trimestre del 2016 un rialzo di 4 €
è difficile poter coprire il rialzo con la vendita di put.
L’unico suggerimento potrebbe essere quello di partire con delle size basse per poi
incrementare la posizione strada facendo restando allo stesso tempo più aggressivi nella
copertura, accettando anche di chiudere l’operazione in perdita “accettabile”

Facciamo un esempio: sono short di 500 azioni FCA a 6€ ed ho incassato quasi 1 € di


protezione in questi mesi ma ora col titolo a quasi 10€ perdo di fatto 1500€ su 500 azioni : se
ritengo che il titolo possa fermarsi potrei vendere 1 call 10€ su febbraio 2017 a 0.50€ vendere
1 put 9.50€ scadenza febbraio a 0.40€e 1 put 9 scadenza febbraio a 0.22€ in questo modo se
il titolo dovesse scendere tra i 9€ e i 9.50€ io sarei riuscito a chiudere l’operazione in perdita
limitandola notevolmente perché avrei incassato 1.12€ di premi pagando di fatto i titoli 9.50-
1.12= 8.38€ direi quindi un’uscita onorevole, se invece il titolo rimarrà tra 9,50 e 10 avrei in
un solo mese alzato il mio breakeven di 1,1€ rimanendo sempre con 500 azioni short e potrei
ripetere l’operazione; se invece la Fca continuasse a salire è come se io avessi venduto altre
500 azioni Fca a 10+1.10€ di premi incassati, per cui il mio prezzo medio di carico sarà
passato da 7€ a 9.05€ (7+11.10=18.10 / 2 = 9.05€) e a questo punto potrei riprendere a
vendere solo put sperando di avvicinare sempre più il mio prezzo di carico al prezzo di
mercato.

Quindi: size basse e diversificazione, ma anche massima attenzione ai costi intesi sia come
costi espliciti (commissioni pagate) che come costi impliciti (spread di negoziazione).