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Portare il sociale nella medicina.

La lezione di
Basaglia e la sanità dopo la pandemia
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(disegno di cristina moccia)


Tra le pieghe di questo “tempo infetto”, a essere sospesa non è solo la
dimensione relazionale che, grazie alle nuove tecnologie, seppure
menomata della corporeità, si riesce ancora a sostenere (benché non
per tutti), ma soprattutto quella sociale, scarnificata e sospesa in nome
delle ragioni sanitarie.
Eppure, sforzandoci di immaginare il momento successivo al grande
isolamento, è forse proprio dalla dimensione sociale, dal suo significato
e valore, che dovremo ripartire. Dovremo farlo anche e soprattutto in
campo medico, e se non saremo così miopi da ricominciare tutto come
se nulla fosse accaduto, il portato “sociale” della legge 180 potrebbe
rappresentare un importante strumento di rivalutazione e trasformazione
dell’impianto del sistema sanitario e, più complessivamente, delle
politiche e delle prassi di cura.
L’azione di deistituzionalizzazione realizzata con la chiusura dei
manicomi parte proprio dalla capacità di recuperare “il sociale” all’interno
dell’intervento medico. Basaglia, durante l’incontro del 21 novembre
1979 a Belo Horizonte, nel corso delle Conferenze brasiliane, lo esprime
con chiarezza: «Prevenire la malattia vuol dire operare per mantenere la
salute. Ma noi medici, che siamo istruiti nelle università per curare le
malattie, non sappiamo cos’è la salute, sappiamo solo cos’è la malattia.
Se vogliamo cambiare veramente le cose dobbiamo incominciare a
imparare all’università cosa vuol dire il sociale nella medicina, perché
l’uomo non è fatto di corpo – è fatto anche di corpo – ma è fatto di
sociale, e nel momento in cui il sociale entra nella medicina il medico
non capisce più niente, perché è abituato a pensare che il suo malato
sia un corpo malato, un tumore, un fegato malato, una testa malata. Non
gli viene mai in mente che questa persona, che questa malattia, che
questa situazione possano essere conseguenza della vita. Allora,
evidentemente, prevenzione della malattia o mantenimento della salute
non vuol dire fare diagnosi precoci ma vedere nei posti di lavoro, nei
luoghi della vita, quali sono le situazioni che determinano la malattia».
Se, nell’ambito prettamente psichiatrico, questa dimensione sociale
diventa una lotta alle condizioni che generano la sofferenza psichica
(ancora nel corso delle Conferenze brasiliane lo psichiatra veneziano
dirà: «Credo che una delle principali prevenzioni della follia e della
malattia mentale sia la lotta contro la miseria»), è al più complessivo
sistema sanitario che pensa Basaglia, riflettendo sul portato che avrebbe
potuto assumere non solo la legge 180 ma anche la 194.
Durante la trasmissione Acquario di Maurizio Costanzo, il 15 gennaio
1979, confrontandosi con Bruno Orsini, il padre della 180 afferma:
«Nella medicina, oggi, c’è il sociale per due leggi: per l’aborto e per la
legge sulla psichiatria. Queste due leggi sono i momenti trainanti della
riforma sanitaria. […] Questa è la cosa importante: storificare il malato, e
un malato otorinolaringoiatra o un malato mentale deve essere un
malato che ha una storia, non un malato con una storia clinica, ma una
storia di vita propria. […] Devo prendere la persona per quello che è,
cioè una persona che soffre, che vive con la sua storia. […] Non dico
che la legge sulla psichiatria modifica la medicina, dico che la legge
sulla psichiatria porta nella medicina un fatto estremamente importante,
che è il fatto sociale, il fatto storico dell’uomo».
In quegli stessi anni, in Italia, si sono sviluppate significative realtà di
medicina sociale, capaci anche di superare il gap esistente tra il nord e il
sud del paese. Non a caso, per esempio, tra le più importanti vi è quella
che si è realizzata a Giugliano di Napoli. Con alcuni psichiatri “triestini”
(a partire da Luciano Carrino) e soprattutto grazie all’opera di medici
come Pietro Cerato e Teresa Pini, e la collaborazione di attivisti, forze
politiche e sociali (dagli operatori della Mensa proletaria al circolo
territoriale di Lotta Continua, insieme a sindacalisti, operai, studenti), si
diede vita al Centro di medicina sociale che ha rappresentato, in settori
come la psichiatria, la medicina sul lavoro, la materno-infantile, la salute
della donna, un’esperienza straordinaria, soprattutto dal punto di vista
della prevenzione, a cui, purtroppo, non si è voluto e saputo dare
continuità.
Smantellare secondo logiche economicistiche il sistema sanitario
nazionale, come definito dalla legge 833/1978, è stato un “crimine di
pace”, e ne stiamo pagando oggi le conseguenze. In questi anni, anche
attraverso l’impoverimento della medicina territoriale, si è realizzata una
desertificazione dell’elemento sociale dalla sanità, perseguendo un
paradigma di clinicizzazione dell’intervento medico, diventato, in realtà
come quella lombarda, con il concorso (e l’enorme profitto) di grandi
operatori privati, sempre più asettico, spersonalizzato e
ospedalizzato/istituzionalizzato. Ci chiediamo, allora, se, quando il
periodo emergenziale allenterà la sua morsa, perché non si ripresenti
ancora con la stessa violenza, oltre che attrezzare centinaia di nuove
rianimazioni, non sarà necessario rovesciare questo paradigma
sanitario, tornare alla dimensione sociale della medicina, investire con
forza sui medici di base, sulla medicina del lavoro e su quella
ambientale, su una nuova dimensione territoriale della sanità, capace di
superare le forme più retrive di internamento/ricovero residenziale, ma
anche di ripensare l’ospedale come una parte, certamente importante,
ma non più totemica, delle politiche e degli investimenti sanitari.
Il 26 giugno 1977, sulle colonne de l’Unità, commentando il film Matti da
slegare di Bellocchio e Agosti, Basaglia scrive: “La malattia si costituisce
nel sociale come processi di sanzioni, di restrizioni, di scambi, di
resistenze accumulate – che rafforzano il ‘germe’”. Averlo presente,
forse, ci avrebbe aiutato anche ad affrontare meglio questa crisi. Oggi,
però, avvertiamo soprattutto la necessità, ancora con Basaglia, di
opporre al pessimismo della ragione l’ottimismo della prassi: “Per quanti
sono costretti, dalla pratica del lavoro quotidiano, a un impegno attento
a cogliere le domande, i bisogni, le contraddizioni che emergono, il
‘pessimismo della ragione’ non si traduce in ‘pessimismo della pratica’.
È, al contrario, stimolo a una rifondazione costante del proprio ambito e
del proprio ruolo per riconoscere, nella concretezza del presente, il
nuovo livello di contraddizione, lo spazio per una critica pratica, per la
distruzione, ancora, dell’ideologia nella lotta”. Ecco, forse è proprio
questa una delle sfide più grandi che ci attende. (antonio esposito)