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unità 3

Platone e l’Accademia
Cittadinanza e Costituzione letture

1 Hannah Arendt Analizzare le parole per mettere


in moto il pensiero
La filosofa della politica Hannah Arendt (1906-1975) descrive in questo passo il metodo socra-
tico, quale ci è stato tramandato dai dialoghi di Platone, come una ricerca sul significato dei
concetti indispensabili per vivere con consapevolezza e senso di responsabilità all’interno di
una comunità politica. Secondo la Arendt la pòlis greca, considerata come un ideale di convi-
venza civile, rendeva possibile per i cittadini liberi agire in modo “politico”, ossia interagire
consapevolmente in una rete di relazioni significative: era cioè possibile per l’individuo realiz-
zare le forme più alte di attività umana, ossia il pensare, il volere e il giudicare. Queste attività,
nelle società di massa contemporanee, sono considerate sempre più problematiche e difficili
da praticare.
L’attività del pensiero viene descritta sia attraverso i noti confronti tra Socrate, la levatrice, il
tafano e la torpedine di mare sia attraverso la metafora del vento che “scongela” i significati
superficiali che abitualmente diamo alle parole, che mette in dubbio e ci aiuta a indagare in
modo critico, ossia più profondo, meno superficiale, la realtà che ci circonda.
La Arendt accenna anche alle critiche mosse dalla democrazia ateniese a Socrate, evidenzian-
do i difficili rapporti che spesso si instaurano tra i filosofi e il potere politico.

L a prima cosa che ci colpisce nei dialoghi socratici di Platone è che sono tutti aporeti-
ci. […] Nessuno dei lògoi, degli argomenti pro e contro, giunge mai a un punto fer-
mo; sono sempre in movimento, perché Socrate, ponendo domande alle quali non sa
rispondere, li mette in moto. E una volta che gli enunciati hanno compiuto tutto il loro
percorso in circolo, di solito Socrate propone di ricominciare daccapo per cercare di
capire che cosa siano l’ingiustizia, la bontà, la conoscenza, la felicità.
Questi primi dialoghi ruotano intorno a concetti molto semplici, quasi quotidiani, di
quelli che la gente proferisce non appena apre bocca. L’introduzione, in genere, procede
come segue: è vero, esistono persone felici, azioni giuste, uomini coraggiosi, cose belle
da vedere e da ammirare, tutti ne sono al corrente, i problemi cominciano però con il
nostro uso dei sostantivi, probabilmente derivati da quegli aggettivi che applichiamo ai
casi particolari che via via ci appaiono (vediamo un uomo felice, percepiamo un’azione
coraggiosa o una giusta decisione). I problemi, cioè, cominciano con parole come “feli-
cità”, “coraggio”, “giustizia”, ecc., che noi oggi chiamiamo concetti e che Solone chia-
mava la “misura in apparente”, “difficilissima da afferrare per la mente, ma che defini-
sce i limiti di ogni cosa”. È a proposito di queste parole che Platone avrebbe parlato un
po’ più tardi di idee percepibili solo dagli occhi della mente. Queste parole, usate per
raggruppare eventi e proprietà viste e manifeste, ma relative tuttavia a qualcosa di non
visto, sono parte integrante del nostro discorso quotidiano, di cui però non riusciamo a
rendere conto. Quando cerchiamo di definirle diventano viscide; quando parliamo del
loro significato, nulla resta al loro posto, tutto prende a muoversi. Così, invece di ripetere
meccanicamente quanto abbiamo imparato da Aristotele, ossia che Socrate scoprì il
“concetto”, dovremmo chiederci invece che cosa fece Socrate quando compì tale sco-
perta. Poiché di sicuro queste parole facevano parte della lingua greca anche prima che
egli cercasse di forzare se stesso e gli ateniesi a rendere conto di ciò che significavano,
nella convinzione che senza di esse non sarebbe stato possibile tenere alcun discorso.
[…]
Secondo Socrate pensare e parlare, ad esempio, della pietà, della giustizia, del corag-
gio e via dicendo, erano attività che potevano rendere gli uomini più pii, più giusti, più
coraggiosi, anche se non si giungeva in tal modo alla definizione di “valori” che potesse-
ro guidare la loro condotta. Ciò in cui Socrate davvero credeva è ben illustrato dalle cose
cui egli stesso si paragonava. Si definiva un tafano e una levatrice.
Stando a quanto racconta Platone, fu anche paragonato da altri a una “torpedine
marina”, un pesce che paralizza e intorpidisce chi lo tocca – un paragone questo che

© 2011 RCS Libri S.p.A./La Nuova Italia – A. La Vergata, F. Trabattoni, Filosofia, cultura, cittadinanza 1
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Socrate accettava, a patto però di precisare che la torpedine marina paralizza gli altri
solo con il paralizzare se stessa. “Giacché io non getto il dubbio nell’animo altrui, men-
tre posseggo io la certezza; ma perché dubito più di tutti, perciò rendo dubbiosi anche
gli altri”. […] Socrate è un tafano: sa come stuzzicare i cittadini che, senza di lui, “conti-
nuerebbero a dormire per il resto dei loro giorni”. Questo accadrebbe se qualcuno non
andasse a svegliarli. E come li sveglia Socrate? Stimolandoli a pensare, a esaminare pro-
blemi, un’attività senza la quale la vita non soltanto non sarebbe degna di essere vissuta,
ma non sarebbe neppure una vita reale, di gente davvero viva. […]
Socrate, sapendo che noi non sappiamo ma non volendo allentare la presa, rimane
saldamente aggrappato ai suoi dubbi e, come la torpedine marina, paralizza con essi
tutti coloro che gli si avvicinano. La torpedine marina, a prima vista, sembra l’opposto
del tafano: paralizza invece di stuzzicare. Eppure, ciò che ha l’aspetto di una paralisi se
visto da fuori, ossia nella prospettiva ordinaria del mondo, può essere sentito anche
come uno stato di somma vitalità.
Nonostante la scarsità di documenti che parlino dell’esperienza del pensare, esistono
alcune testimonianze di pensatori che vanno nella stessa direzione. Socrate in persona,
tra l’altro, consapevole del fatto che il pensiero non concerne cose visibili ed è in sé qual-
cosa di perfettamente invisibile, che difetta di manifestazioni esterne, pare che usasse in
proposito la metafora del vento: “I venti non sono visibili, ma le cose che fanno possia-
mo vederle e percepire quando si avvicinano”.1 […] Il problema – e la ragione per cui
uno stesso uomo poteva considerarsi un tafano e una torpedine marina – è che questo
vento, ogni volta che si solleva, ha la particolarità di abolire ogni sua precedente manife-
stazione. Per natura, esso disfa, scongela per così dire, ciò che il linguaggio, l’elemento in
cui si muove il pensiero, ha congelato in pensieri, parole (concetti, frasi, definizioni, dot-
trine) la cui debolezza e “rigidità” Platone denuncia magnificamente nella Settima lettera.
La conseguenza di ciò è che l’attività del pensiero scatena sempre effetti distruttivi, che
minano ogni criterio, ogni valore, ogni misura del bene e del male, che minano insom-
ma ogni insieme di usi e costumi, ogni insieme di regole di comportamento, su cui noi
poi edifichiamo i nostri discorsi etici e morali. Questi pensieri congelati, sembra dire
Socrate, diventano maneggevoli a tal punto che si possono manovrare anche in sonno;
ma se il vento del pensiero, che io sto per sollevare su di voi, vi sveglia dal vostro sonno e
vi rende davvero vivi, allora vedrete che in mano vi resteranno solo dubbi, e tutto quel
che potremo fare è condividerli assieme.
Così, la paralisi del pensiero è duplice: da un lato è un fermati a pensare, un’interru-
zione di ogni altra attività; dall’altra è l’effetto paralizzante cui il pensiero mette capo, è
quell’incertezza che ci coglie quando, pensando, poniamo in dubbio tutto ciò che fino a
un momento prima, mentre eravamo impegnati in altre attività, ci sembrava assoluta-
mente certo. […]
Gli ateniesi, a proposito di Socrate, dissero che pensare era sovversivo, che il vento del
pensiero era un uragano che travolgeva ogni cartello con cui gli uomini possono orien-
tarsi nel mondo; portava disordine nella città e confondeva i cittadini, soprattutto i gio-
vani. Pur negando che il pensiero potesse corrompere chicchessia, Socrate non fece finta
che esso potesse migliorare chicchessia. E pure dichiarando che “nulla di meglio era mai
capitato” alla pòlis, non fece finta di aver intrapreso la sua carriera di filosofo per diven-
tare un benefattore. Se “una vita che non dia luogo ad esame non merita di essere vissu-
ta”, allora il pensiero accompagna sempre la vita quando in gioco ci sono concetti come
la giustizia, la felicità, la temperanza, il piacere, quando in gioco cioè ci sono quelle
parole per cose invisibili che il linguaggio ci offre per esprimere il senso di quanto accade
nella vita e di quanto ci accade quando siamo in vita.
[H. Arendt, Il pensiero e le considerazioni morali, in “Responsabilità e giudizio”, trad. it. di D. Tarizzo,
Torino, Einaudi, 2004, pp. 148-155]

1. Senofonte, Memorabilia, 4.3.14.

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