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Platone e l’Accademia
Cittadinanza e Costituzione letture

2 Hannah Arendt La politica, la parola, l’azione


Secondo Hannah Arendt il patrimonio politico dei Greci rappresenta un modello ideale. La
pòlis è considerata il luogo dove la politica è l’ambito per eccellenza della libertà e lo spazio in
cui è possibile realizzare l’uguaglianza politica (l’isonomìa), pur nella diversità sociale. Nella
vita pubblica, in cui gli uomini entrano in rapporto tra loro, ognuno, attraverso il linguaggio e
la comunicazione significativa, può mostrare chi è ed agire in vista del bene collettivo.
Questa concezione della vita associata si sarebbe gradualmente snaturata, per la Arendt, nel-
la tradizione politica occidentale, fino ad arrivare al Novecento, in cui la dimensione politica,
tipica della società di massa, sarebbe basata in gran parte sul calcolo dell’utile e sulla rifles-
sione dei mezzi più idonei per raggiungere un fine spesso egoistico o particolare. Del modello
greco conserveremmo soltanto la terminologia.

D i tutte le attività necessarie e presenti nelle comunità umane, solo due erano stimate
politiche e costitutive di quello che Aristotele chiamò il bìos politikòs, cioè l’azione
(pràxis) e il discorso (lèxis), che realizzarono il regno delle cose umane (tà tòn antròpon pràg-
mata, come soleva chiamarlo Platone). […]
Tuttavia, se è vero che solo la fondazione della città-Stato permise agli uomini di
spendere tutta la loro vita nell’attività politica, nell’azione e nel discorso, non bisogna
dimenticare come la convinzione che queste due facoltà umane fossero complementari
e fossero superiori a tutte le altre sembra abbia preceduto la pòlis e fosse già presente nel
pensiero pre-socratico.
La grandezza dell’Achille omerico può essere compresa solo se lo si vede come “l’au-
tore di grandi imprese e il pronunciatore di grandi discorsi”.
Diversamente dal modo moderno di intenderle, tali parole non erano considerate
grandi perché esprimevano grandi pensieri; al contrario, come sappiamo dagli ultimi
versi dell’Antigone, era piuttosto la capacità di pronunciare “parole grandi” (megàloi lògoi)
con cui rispondere ai colpi degli dèi che avrebbe insegnato a pensare in vecchiaia. Il
pensiero era secondario rispetto al discorso, ma discorso e azione erano considerati della
stessa origine, dello stesso rango e dello stesso genere; il che originariamente significava
non solo che l’azione più politica, nella misura in cui rimane estranea alla sfera della
violenza, si realizza nel discorso, ma anche, aspetto questo essenziale, che trovare le
parole opportune al momento opportuno, indipendentemente da quanto esse vogliano
comunicare, è azione. Solo la mera violenza è muta, e per questa ragione solo la violen-
za non può mai essere grande.
Anche quando, relativamente tardi nell’antichità, le arti della guerra e del discorso
(retorica) si affermarono come le due principali materie politiche di educazione, tale
sviluppo era ancora ispirato a queste vecchie esperienze e tradizioni anteriori alla pòlis e
rimaneva loro soggetto.
Nell’esperienza della pòlis, che non a caso è stata definita come il corpo politico più
d’ogni altro basato sulla parola, e ancor più nella filosofia politica che da essa scaturì,
azione e discorso si separarono diventando attività sempre più indipendenti. Si diede
preminenza al discorso inteso come mezzo di persuasione piuttosto che come modo
specificamente umano di rispondere, reagire e opporsi a tutto ciò che accadeva o si face-
va.
Essere politici, vivere nella pòlis, voleva dire che tutto si decideva con le parole e la
persuasione e non con la forza e la violenza.
Nella concezione greca, costringere la gente con la violenza, comandare piuttosto
che persuadere, erano modi di trattare prepolitici caratteristici della vita fuori della pòlis,
di quella domestica e familiare, dove il capofamiglia dettava legge con incontestato pote-
re dispotico, o di quella degli imperi barbari dell’Asia, il cui dispotismo era spesso para-
gonato all’organizzazione domestica.
[H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, trad. it. di S. Finzi, Milano, Bompiani, 1964, pp. 30-33 passim]

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