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Dal Pra

La duplice prospettiva della filosofia di Hume


A conclusione di un saggio sulla filosofia di Hume, Mario Dal Pra – uno dei maggiori studiosi del filosofo scozzese –
mette in luce come in essa convivano due prospettive.
La prima prospettiva sottolinea il valore della conoscenza umana in quanto principio di ordine razionale, che dà ori-
gine a un sistema organico delle scienze; la seconda prospettiva pone alla base della stessa conoscenza umana un
principio di natura extragnoseologica, istintivo e naturale come l’abitudine, determinando in tal modo una sorta di
primato dell’istinto sulla ragione.

La filosofia di Hume ci offre una duplice prospettiva: da un lato il coerente articolarsi


unitario della scienza della natura umana che con le sue distinzioni fondamentali della
logica, dell’etica, dell’estetica e della politica propone un sistema organico delle scienze e
della cultura; la conoscenza e la scienza estendono così i loro confini fino a comprendere
nel loro ambito tutto il mondo dell’uomo che si apre alla sterminata varietà dell’espe-
rienza e all’imprevedibile divenire della storia; alla conoscenza è possibile cogliere la
molteplicità nei suoi aspetti più individuati, seguirla nelle sue modalità meno consuete,
collocare al giusto posto le regole con le eccezioni e le eccezioni delle eccezioni, pene-
trando nelle pieghe più impensate e meno probabili della realtà.
Sotto l’impulso della conoscenza tutto si viene ordinando e disponendo secondo criteri;
la molteplicità si unifica, il vario supera la dispersione, l’esperienza viene ritrovando
le sue direzioni e il suo significato. Ma a questa direzione schiettamente “cogitativa”
se ne accompagna un’altra di schietta impronta pragmatica e naturalistica; mentre la
forma conoscitiva viene costruendo ovunque un ordine che non perde il contatto con
l’esperienza, i contenuti che si muovono all’interno di quella forma sono forze istintive
e passionali che oltrepassano l’ambito cogitativo e manifestano la radice pragmatica di
molti aspetti della natura umana, dell’esperienza e dello sviluppo storico.
Lo scetticismo di Hume si rivela appunto nella dottrina secondo la quale la stessa cono-
scenza non ha propriamente un fondamento conoscitivo, ma trova la sua giustificazione
nell’abitudine, cioè in un principio istintivo e naturale. L’ambito della conoscenza, per
quanto ampio sia il suo sviluppo e imponente la sua articolazione, non rivela alla pro-
pria base un fondamento autonomo; non è la ragione, afferma con forza Hume, che
governa la vita umana, ma la passione. La conoscenza accompagna la sua eteronomia
con uno sviluppo rigoroso di strutture e con la capacità di estendere il proprio intento
“cogitativo” anche a quelle stesse radici passionali che ne sono la più esplicita negazione.
La passione, d’altra parte, estende la sua efficacia naturalistica alle radici stesse della
conoscenza e, per ultimo, alla base stessa della considerazione filosofica che mira alla
sistemazione unitaria della cultura.
Anche nelle curiose note autobiografiche, trovate fra le carte di Hume, il filosofo scozze-
se definisce se stesso “un moralista che preferisce l’istinto alla ragione”; e a ben guardare,
l’istinto occupa nel quadro della scienza della natura umana, da lui delineato, un posto
centrale e soverchiante. L’istinto appare a volte, attraverso la filosofia humiana, l’ere-
de più diretto del vecchio principio teologico della provvidenza; infatti l’istinto salva
la conoscenza dallo scacco finale, arresta la forza distruttiva del pirronismo1, consente
all’intelletto di estendere la sua conoscenza dal passato al futuro, vincola l’individuo
alla società, genera la società e lo Stato, universalizza la valutazione morale, sviluppa la
regola del gusto.
Tutte le funzioni più delicate, dalle quali dipende lo sviluppo dell’iniziativa dell’indivi-
duo e della collettività, fanno capo all’istinto. E il giudizio finale che Hume pronuncia
1 Dal nome di Pirrone (secoli IV-
III a.C.), filosofo iniziatore dello sul suo significato è che all’istinto sono affidate tutte le funzioni troppo delicate e deci-
scetticismo. sive per essere affidate dalla natura all’incerto operare della ragione. L’istinto è inoltre

1
una divinità bifronte; mentre da un lato svolge un compito positivo fondamentale e fa
le veci di una forza provvidenziale immanente, dall’altro è il progenitore di anomalie e
arretratezze, di superstizioni e assurdità; le varie resistenze che si oppongono all’avanza-
mento della ragione hanno una radice psicologica nell’istinto; perciò appunto non pos-
sono essere rimosse che in tempi lunghi e con prospettive secolari; sono resistenze dure
a morire, anzi sono talmente connaturate con la mente dell’uomo e con la situazione in
cui opera che è utopia e illusione la pretesa di una loro rapida modificazione. In questo
versante della dottrina humiana hanno la loro radice un certo conservatorismo politico,
2 Cioè l’avversione al filosofo
francese Jean-Jacques Rousseau l’avversione alle prospettive rousseauiane2, l’adesione alla condizione media della vita, lo
(1740-1778), che auspicava un spiccato senso dell’isolamento dell’intellettuale.
pieno rinnovamento dell’uomo e E tuttavia il paradosso della filosofia di Hume è dato proprio dalla compresenza, nella
della società. L’autore intende di-
re che Hume, facendo riferimen-
sua visione dell’uomo e della realtà, dei due poli opposti della ragione e dell’istinto;
to all’istinto come a una forza at- perciò per avere un quadro intero dell’opera sua, bisognerebbe completare la sua nota
tiva nell’esperienza umana, tende autobiografica nel modo seguente: Hume è “un moralista che preferisce l’istinto alla
a rifiutare proposte innovative sul
ragione”, ma che, quanto più preferisce l’istinto, tanto più sviluppa la ragione. Del resto
piano politico-sociale. L’istinto è
per sua natura ripetitivo e dunque non ha egli proclamato se stesso, con sottile auto-ironia, “libero dai pregiudizi del volgo,
conservatore. pieno dei propri”?

[M. Dal Pra, Hume e la scienza della natura umana, Laterza, Roma-Bari 1973, pp. 390-392]

Competenze
Individuare e comprendere
1 Perché si parla di “scetticismo” di Hume? (max 3 righe)
2 Individua e spiega il punto in cui l’autore considera “il paradosso della filosofia di Hume” (max 3 righe).
3 Individua i punti in cui si parla di abitudine e istinto e definisci i due concetti secondo quanto emerge dal brano
(max 3 righe).
Riflettere e valutare
4 Qual è la duplice prospettiva della filosofia di Hume? Seguendo quanto emerge dal brano, illustra gli aspetti
fondamentali di entrambe le “prospettive” (max 5 righe).