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1 canto divina commedia

Il Canto I dell’Inferno ha una doppia funzione: non solo il canto apre la prima cantica
della Commedia, quella di ambientazione infernale, ma assume anche il ruolo di prologo
dell’intero poema. È qui che Dante presenta la situazione iniziale e illustra le motivazioni del
suo viaggio nei tre regni ultraterreni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso:
smarritosi, all’età di trentacinque anni in una foresta buia e impervia (allegoria del peccato),
egli racconta di esserne uscito solo dopo un lungo viaggio, in un percorso di purificazione e
redenzione spirituale. Ad accompagnarlo per due terzi di questo percorso vi è il poeta
latino Virgilio, che fa la sua prima comparsa nel poema proprio in questo canto; dopodiché a
guidare Dante sarà un’anima più degna, che sappiamo essere Beatrice.     
Nel primo Canto dell’Inferno vengono quindi esplicati da Dante:  
 La situazione iniziale: la perdita della «diritta via», con il conseguente smarrimento
nella selva del peccato, e l’inizio del viaggio redentore in compagnia di una guida, Virgilio,
emblema della ragione.
 Le motivazioni del viaggio: la purificazione dell’anima di Dante, ma non solo. Il
percorso di redenzione intrapreso dal poeta deve, infatti, rappresentare un modello per
l’intera umanità .
 La struttura dell’intero poema:Dante, per bocca di Virgilio, illustra per sommi capi
l’itinerario del suo viaggio attraverso i regni ultraterreni dell’Inferno, del Purgatorio e del
Paradiso.

Curiosità: Perché "nel mezzo del cammin di nostra vita" si traduce con "A trentacinque
anni"? Perché, secondo il Salmo XC,10, "I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni e per i
più forti a ottanta". Se si considera perciò che l'età media di un uomo è di circa settant'anni, la
metà di questa cade proprio a 35.

2i personaggi
Protagonisti del 1° canto
 Il Canto dell’Inferno ci presenta innanzitutto il protagonista della Commedia, Dante,
accompagnato da colui che costituirà la sua guida per due terzi del viaggio, il poeta
latino Virgilio. Altri personaggi di fondamentale importanza, per la comprensione non solo
del Canto in questione ma del poema intero, sono le tre fiere, le belve che precludono a
Dante il cammino.
  
2.1La figura di Dante nel primo canto dell'Inferno
Il duplice ruolo di Dante
Già dal Canto I dell’Inferno emerge, in modo chiaro, il duplice ruolo di Dante all’interno del
poema. Egli è, infatti, sia personaggio (agens) che autore (auctor). Vediamo insieme le
differenze tra i due diversi ruoli:  
 Dante agens è colui che compie il viaggio dall’Inferno al Paradiso, attraversando i
tre regni ultraterreni nell’ottica di un percorso di redenzione. Dovendo ancora percorrere il
suo itinerario e non essendo a conoscenza di ciò che incontrerà , egli appare insicuro,
impaurito, timoroso e pieno di dubbi; per questo motivo ha bisogno di una guida che dia lui le
giuste indicazioni per muoversi nel regno dell’aldilà . È sottomesso al tempo della storia, che è
il tempo passato.
 Dante auctor è soggetto della scrittura e narratore dell’intera vicenda. Avendola
già vissuta (la sta, infatti, raccontando a posteriori), egli possiede già la verità e si dimostra
quindi sicuro e saggio. Ad egli compete il tempo della narrazione, che è il tempo presente.
Nel I Canto dell’Inferno, questa distinzione appare particolarmente chiara all’altezza del
verso 4, «Ahi quanto a dir qual era è cosa dura», in cui Dante auctor usa il tempo presente (è
cosa dura) per spiegare la sua difficoltà nel descrivere la foresta in cui Dante agens si perde,
evento narrativo caratterizzato dall’utilizzo del tempo passato (qual era). 

2.2La figura di Virgilio nel canto 1 dell'Inferno


Perché Dante sceglie Virgilio come guida?Dal verso 61 fa il suo ingresso, all’interno del I Canto
dell’Inferno e dell’intera Commedia, Virgilio, che sarà la guida di Dante nei regni
ultraterreni dell’Inferno e del Purgatorio.
Nato nel 70 a.C. ad Andes, nei pressi di Mantova, Virgilio fu il più grande poeta dell’antica
Roma. Autore delle Bucoliche e delle Georgiche, divenne celebre in particolar modo per la
composizione dell’Eneide. Entrò nel circolo di Mecenate e fu protetto dallo stesso
imperatore Augusto; morì a Brindisi nel 19 a.C., quindi prima della venuta di Gesù : per questo
motivo si trova nel limbo infernale, dove risiedono le anime dei morti non battezzati e degli
uomini virtuosi vissuti prima di Cristo.  
Virgilio come poeta ideale
Perché la scelta di guida ricade proprio su Virgilio? Diverse sono le motivazioni. La
prima è Dante stesso a suggerircela quando, ai versi 85-87 del Canto I dell’Inferno, elogia il
poeta latino come suo «maestro» e suo «autore», colui dal quale ha appreso «lo bello stilo» che
lo ha reso celebre. Virgilio viene quindi scelto innanzitutto in quanto poeta ideale, indicato
come più alto esempio di stile sublime e di perfezione formale. Egli era, inoltre, il modello
latino da seguire per i poemi epici, e tanto più per un poema che raccontasse l’oltretomba in
quanto, nel VI libro dell’Eneide, aveva raccontato proprio della discesa di Enea agli Inferi.   

Le tre fiere
Il significato delle tre fiere
A partire dal v. 31 del primo Canto dell’Inferno, il cammino di Dante – e, nello specifico, la
sua salita al colle – è ostacolato dall’apparizione in sequenza delle tre fiere, tre belve che non
permettono a Dante di proseguire e, anzi lo spingono a tornare indietro, verso la
terribile selva. Si tratta, nel dettaglio, di:  
 una lonza
 un leone
 una lupa
Le tre fiere hanno, senza ombra di dubbio, un significato allegorico; diverse però sono state
nei secoli le interpretazioni e le teorie.
 Secondo la più accreditata – basata su San Giovanni, su San Tommaso e supportata
anche dalla maggior parte dei primi commentatori di Dante – esse rappresenterebbero
lussuria (lonza), superbia (leone) e cupidigia-avarizia (lupa), le tre colpe più diffuse nel
Medioevo, nonché le più biasimate dalla letteratura religiosa del Duecento. Le tre fiere
sarebbero quindi allegoria di tre pericolosissimi vizi, a causa dei quali è impossibile
condurre una vita retta e proseguire nell’ascesa verso Dio.  
   Esistono, tuttavia, altre ipotesi: secondo alcuni, ad esempio, la lonza, il leone e la lupa
rappresenterebbero rispettivamente l’ incontinenza, la violenza e la frode, le tre
disposizioni al male punite nell’Alto, Medio e Basso Inferno. Secondo altri ancora,
invece, sarebbero allegoria delle tre potenze guelfe – Firenze, Francia, Roma – che,
opponendosi agli ideali imperiali, avrebbero contribuito alla corruzione della società .  

Canto I Inferno: sintesi e spiegazione


Versi 1-27. All’età di trentacinque anni, Dante si ritrova smarrito in una foresta oscura e
intricata, il cui pensiero ancora lo turba. Non è in grado di dire come vi sia entrato. Al mattino,
però , riesce ad uscire da essa, ritrovandosi ai piedi di un colle la cui sommità è illuminata dai
primi raggi dell’alba; è un’immagine che riesce un poco ad acquietare la sua paura e a
ridonargli speranza.
Versi 28-60. Dopo essersi riposato, Dante riprende il cammino su un pendìo che conduce al
colle ma, non appena iniziata la salita, gli si presenta davanti una minacciosa lonza dal manto
maculato. La luce del sole e la stagione primaverile gli donano la speranza di riuscire ad
oltrepassare quel primo ostacolo, ma ecco comparire di fronte a lui un leone affamato che gli
sbarra il cammino. Dopodiché compare anche una lupa, magra e vorace, che lo spinge a
indietreggiare verso la foresta. 
Versi 61-90. Mentre torna sui suoi passi, Dante vede una figura umana nella penombra e
chiede aiuto. Questa si presenta: dice di essere un’anima e fornisce ulteriori dettagli sulla sua
persona, come di aver avuto genitori lombardi, di aver vissuto all’epoca di Giulio Cesare e
sotto l’imperatore Augusto e di aver cantato le gesta di Enea. Dopodiché chiede
a Dante perché non stia proseguendo il suo cammino verso la vetta del colle. Dante, a questo
punto, lo riconosce: si tratta di Virgilio, poeta latino che definisce suo maestro di alto stile
poetico e a cui dichiara tutta la sua devozione artistica. Infine, spiega a Virgilio il motivo del
suo indietreggiare indicandogli la lupa. 
Versi 91-136. Virgilio suggerisce a Dante di prendere un altro percorso dal momento che la
lupa costituisce, per ora, un ostacolo insormontabile. Contro di essa però , spiega ancora il
poeta latino, si batterà un giorno un Veltro – modello di sapienza, amore e virtù – che la
sconfiggerà e la ricaccerà all’Inferno, luogo da cui era uscita. Virgilio, a questo punto, si offre
come guida di Dante: lo condurrà nei luoghi dell’Inferno e del Purgatorio, per poi affidarlo in
Paradiso a un’anima più degna. Dante, allora, lo prega di guidarlo e inizia a seguirlo. 

4Analisi del Canto I dell’Inferno: elementi tematici e narrativi

Il viaggio di Dante
La vita umana come cammino di redenzione
Fin dal primo Canto dell’Inferno emerge chiaramente l’idea – tipicamente cristiana e
appartenente, soprattutto, al Cristianesimo medievale – di vita umana come itinerarium
mentis, cammino di redenzione ed espiazione dei propri peccati in un percorso di
ascensione verso Dio. Dante, paradigma dell’umanità intera, intraprende il suo viaggio
ultraterreno partendo dal basso, dal buio della selva, per poi giungere alla visione di Dio. Il
poeta si prefigura quindi, al pari di ogni uomo, come viator, pellegrino in cammino verso la
salvezza eterna, essere imperfetto alla ricerca della perfezione divina. Per questo motivo,
nel Canto I dell’Inferno prevalgono immagini e lessico appartenenti al viaggio e al
movimento.  
4.2La «Selva Oscura»
La selva oscura come allegoria del peccato
Quello della selva è un motivo ricorrente in tutta la cultura occidentale, sia classica che
medioevale, in quanto luogo misterioso, intricato e pieno di sorprese/pericoli. In particolare,
la connotazione negativa che Dante le dà nel Canto I della Commedia proviene da una
tradizione biblico-patristica, e in particolar modo da sant’Agostino.
È in quest’ottica che la «selva» diviene, per il poeta, allegoria del peccato in cui un uomo
può cadere nel corso della propria vita; essa è «oscura» perché non vi batte la luce divina. Si
tratta, nello specifico, della «selva erronea di questa vita» di cui Dante parla nel Convivio (IV,
XXIV, 12), nella quale è difficile «tenere lo buono cammino».
Non sappiamo dove si trovi precisamente, nonostante negli anni gli studiosi abbiano avanzato
diverse ipotesi: secondo alcuni si tratterebbe della selva nei pressi di Gerusalemme, secondo
altri vicino Firenze. Non ci sono, tuttavia, elementi sufficienti per accogliere queste ipotesi.  

La profezia del Veltro: significato allegorico e spiegazione


A partire dal verso 100 del primo Canto dell’Inferno – in un luogo, quindi, topico del testo
– Dante inserisce la prima profezia della Commedia, nonché la più celebre e problematica
dell’intero poema: quella del Veltro. È d’obbligo, però , una premessa riguardo la componente
profetica dell’opera dantesca.
Uno dei mezzi con i quali Dante tenta maggiormente di dare una dimensione divina alla
propria opera è quello delle profezie. L’intera Commedia è costellata da predizioni, visioni,
sogni anticipatori, capaci di dare al lettore la sensazione di trovarsi di fronte ad un qualcosa
scritto per ispirazione di Dio. Bisogna stare ben attenti a non confondere la finzione con il
reale: come ben sappiamo, tra il viaggio di Dante nei mondi ultraterreni e la stesura del
poema intercorrono diversi anni. Risulta quindi facile per l’autore “profetizzare” nel tempo
della storia narrata (quello che appartiene, come abbiamo visto, a Dante agens) qualcosa che,
nel tempo della scrittura (appartenente invece a Dante auctor), è già accaduto.  
Tradizionalmente, perciò , sono state suddivise le profezie della Commedia in due diverse
tipologie:
 Le profezie post eventum: si tratta di quelle “predizioni” che si riferiscono a momenti
compresi tra la primavera del 1300 e la loro scrittura e che giocano quindi sull’espediente
della retrodatazione dantesca.
 Le profezie ante eventum: si tratta di pochi ed isolati casi in cui le predizioni fanno
riferimento a fatti che, al momento della scrittura dell’opera, devono ancora accadere.
 La profezia del Veltro, presente nel Canto I dell’Inferno, appartiene alla seconda
tipologia, ben più rara della prima. In essa viene predetto l’arrivo del Veltro, un
cane che si nutre di «sapienza, amore e virtute» e che salverà «quella umile Italia»
uccidendo la bestia che è causa dei mali dell’intero Paese: la Lupa, una delle tre fiere
che appaiono a Dante nella selva.  
 Identificare questo cane, destinato secondo la profezia a salvare l’Italia, con un
personaggio/evento storico è cosa difficile: diversi sono stati i commentatori e i critici
che, nel corso dei secoli, hanno cercato invano di dargli un volto. La profezia del Veltro
perciò non si risolve in una sola, definitiva interpretazione, ma resta indefinita, aperta
a letture multiple; probabilmente era proprio questa la volontà di Dante. 

Figure retoriche nel Canto I dell’Inferno


1. 2, «selva oscura»: allegoria del peccato
2. 5, «selva selvaggia»: paronomasia
3. 13, «colle»: allegoria della virtù
4. 17-18, «pianeta / che mena dritto altrui per ogne calle»: perifrasi per indicare il Sole
5. 22-27, «E come quei che con lena affannata, / uscito fuor del pelago a la riva, / si volge
a l’acqua perigliosa e guata, // così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo
passo / che non lasciò già mai persona viva.»: similitudine
v. 32 «lonza»: allegoria, probabilmente della lussuria
6. 36, «volte vò lto»: paronomasia
7. 45 «leone»: allegoria, probabilmente della superbia
v.49, «lupa»: allegoria, probabilmente della cupidigia-avarizia  

1. 60, «dove ’l sol tace»: sinestesia


2. 67, «Non omo, omo già fui»: anadiplosi
3. 73-75, «quel giusto / figliuol d’Anchise che venne di Troia, / poi che ’l superbo Ilïó n fu
combusto»: perifrasi per indicare Enea
4. 81, «fronte»: sineddoche per indicare la testa
v.97, «malvagia e ria»: dittologia   
1. 118-119, «color che son contenti / nel foco»: perifrasi per indicare le anime del
Purgatorio.

5 canto divina commedia


Il canto V inizia con la discesa dal primo al secondo cerchio dove Minosse, il guardiano
demoniaco di

questo luogo, giudica i peccati delle anime dannate avvolgendo la sua coda intorno al corpo
per indicare il

cerchio al quale si è condannati. Quando Minosse si rivolge a Dante, Virgilio usa la sua formula
rituale,
già presente nel canto III, in cui chiarisce che questo viaggio è per volere di Dio: “vuolsi così
colà dove si

puote / ciò che si vuole, e più non dimandare” (vv. 23-24).

Dopo aver superato Minosse, comincia la descrizione dell’ambiente del secondo cerchio: nelle
tenebre

eterne di questo luogo risuonano le grida e i lamenti dei lussuriosi che vengono trascinati
dalla bufera

infernale. Questa pena, per la legge del contrappasso, simboleggia per analogia la bufera della
passione

amorosa a cui non seppero resistere in vita. Il verso 39 costituisce un’importante chiave di
lettura

dell’intero canto, questi dannati sono “coloro che la ragione sommettono al talento”, infatti,
secondo

Dante, anche l’amore, se sfugge al controllo della ragione, può diventare peccato e portare alla
morte

spirituale e fisica. Si può desumere che da questi versi abbia inizio per Dante il processo di
revisione del

concetto di amore stilnovistico e la sua presa di distanza dalla letteratura cortese, fonte di
perfezione

morale ma non di salvezza eterna. La schiera dei dannati viene confrontata, attraverso due
similitudini,

agli uccelli come storni e gru che vengono usati come termine di paragone con le anime
dannate di questo

cerchio perchè considerati lussuriosi nei testi antichi. Gli storni, che si muovono in gruppo
nell’aria, si

riferiscono alla moltitudine di questi peccatori carnali: “E come li stornei ne portan l’ali / nel
freddo

tempo, a schiera larga e piena, così quel fiato li spiriti mali / di qua, di là , di giù , di sù li mena”
(vv. 40-

44).Inoltre, il dato naturalistico del volo assume quasi il tono della favola. E’ da notare che il v.
43 è

quasi interamente formato da monosillabi (tranne “mena”) che esprimono in modo efficace il
turbinio
delle anime. Le gru invece, con la loro fila indiana, rimandano alla lunga riga dei dannati e al
loro

lamento: “E come i gru van cantando lor lai,/ faccendo in aere di sé lunga riga” (vv. 46-47). In
questa

schiera di peccatori si trovano noti personaggi storici della tradizione classica e medievale
come

Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride e Tristano. Solo in questo canto
dell’Inferno, i

personaggi femminili superano in numero quelli maschili; secondo la visione medievale, la


donna era una

creatura difettosa e incapace di resistere agli impulsi della carne, sorda alla ragione.

L’enumerazione di questi personaggi lussuriosi non è una semplice rassegna di nomi ma serve
come

passaggio dalla descrizione generale dell’ambiente e della pena infernale, della prima parte
del canto,

all’illustrazione del caso particolare dell’episodio di Francesca e Paolo, protagonisti della II


parte. Dopo aver

sentito dire di tutti questi personaggi, Dante si sente commosso: “Poscia ch’io ebbi il mio
dottore udito /

nomar le donne antiche e’ cavalieri, / pietà mi giunse, e fui quasi smarrito” (vv. 70-72). Queste
sono le

ultime parole della prima parte e costituiscono una cerniera in quanto la forte commozione di
Dante ha la

funzione di preparare un “clima psicologico e morale” per la prossima narrazione. Dalla


schiera dei

lussuriosi si staccano i personaggi di Paolo e Francesca. Il narratore di I grado, Dante, cede la


parola alla

donna, che narra in flashback la sua storia d’amore, di adulterio e di morte violenta. Era la
figlia di Guido da

Polenta, signore di Ravenna, che sposò nel 1275 Gianciotto Malatesta, brutto nell’aspetto
esteriore (Ciotto
significa “zoppo”) e nell’animo, figlio di Malatesta da Verruchio, signore di Rimini. Questo
matrimonio

serviva per confermare la riconciliazione tra le due famiglie dopo un lungo periodo di lotte.
Però Francesca

s’innamorò di Paolo, il fratello di Gianciotto che sorprese e uccise i due amanti tra il 1283 e il
1285. Questa

storia, che era basata su fatti realmente accaduti, è salvata grazie a Dante (1265-1321)
dall’oblio infatti, oltre

ai versi del V canto, si conoscono pochissimi documenti sulla vicenda. Forse Dante conobbe
Paolo Malatesta

che era stato Capitano del Popolo a Firenze nel 1282 e, comunque, negli ultimi anni della vita,
da esule a

Ravenna, il poeta era stato ospite di Guido Novello da Polenta, il nipote di Francesca. Dunque,

probabilmente aveva sentito parlare della storia di Francesca, presso i suoi benefattori.
Comincia la seconda

parte del canto dal verso 73. Fra la turba dei dannati, Dante nota due anime “che ‘nsieme
vanno, / e paion sì

al vento esser leggieri” (vv. 74-75), si distinguono dalle altre anime perché volano accoppiate
e sembrano

essere leggere e fragili. Egli esprime a Virgilio il desiderio di parlare con loro, i due si staccano
dalla schiera

e vengono apostrofate come “anime affannate”, l’affanno indica il tormento legato alla forza
dell’amore che

li accompagnò in vita ma anche il tormento della loro pena. Sono paragonate a due colombe, la
similitudine

è tratta dall’”Eneide” di Virgilio e dalla simbologia dei bestiari in cui i piccioni


rappresentavano pace e

amore, ma anche lascivia, ad esempio la colomba bianca di Venere: “Quali colombe dal disio
chiamate / con

l’ali alzate e ferme al dolce nido/ vegnon per l’aere, dal voler portate” (vv. 82-84). Dopo questa

introduzione, prende la parola Francesca, narratrice di II grado, il cui discorso è divisibile in


cinque parti:
Parte I: esordio e presentazione (vv. 88-99);

Parte II: la condizione dei due amanti (vv. 100-107);

Parte III: domanda di Dante (vv. 108-120);

Parte IV: descrizione da parte di Francesca della “ prima radice del nostro amor” (vv.

121-138);

Parte V: epilogo (vv. 139-142).

La donna si rivolge a Dante con le parole “O animal grazïoso e benigno” (v. 88), caratteristiche
del

linguaggio dell’amor cortese, adotta la tecnica retorica della captatio benevolentiae per
guadagnarsi il

favore dell’uditore, con questa sineddoche si riferisce alla specie umana classificandola come
genere

animale. Al v. 90, Francesca parla di sé e del suo amato come coloro che hanno tinto il mondo
di

“sanguigno”, è il colore del sangue ma anche dell’amore. Il termine era già stato usato da
Dante nella

“Vita nuova” in riferimento ai vestiti di Beatrice di colore rosso, simbolo della carità . Le parole
di

Francesca hanno una costruzione molto studiata “Di quel che udire e che parlar vi piace/ noi
udiremo e

parleremo a voi,/ mentre che ‘l vento, come fa, ci tace”. È presente un parallellismo fra “udire”
e

“udiremo” e fra “parlar” e “parleremo” e un’architettura a chiasmo fra l’”udire” di Dante e il


“parlare” di

Francesca e l’”udire” degli amanti e il “parlare” del poeta. Importanti le diverse interpretazioni
di “ci”,

inteso da alcuni come avverbio di luogo (il luogo in cui si trovano Dante, Virgilio e i due
amanti è riparato
dalla bufera), da altri come pronome personale, cioè “per noi” , per consentire il nostro
colloquio la bufera

cessa, altri intendono “si tace” considerando che, anche durante le bufere, si verificano delle
pause. Dopo

aver dichiarato la sua disponibilità a parlare con Dante e a rispondere alle sue domande,
Francesca si

presenta senza dire il suo nome, indicando solo il suo luogo di nascita, Ravenna: “Siede la
terra dove nata

fui / su la marina dove ’l Po discende / per aver pace co’ seguaci sui” (vv. 97-99).”Dove nata
fui” è un’

anastrofe per "dove sono nata" e “aver pace “ è metafora che richiama la sua
condizione di dannata in

cerca di pace.

Nella II parte del discorso, Francesca riprende temi e motivi della tradizione cortese
stilnovistica per

nobilitare il suo comportamento:

Amor,ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. 102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona. 105

Amor condusse noi ad una morte

Caina attende chi a vita ci spense 107


In queste terzine in cui è presente l’anafora della parola-chiave “Amor” , Francesca racconta
come prima

Paolo si innamorò di lei e come poi ella si innamorò di Paolo. “Amor, ch’al cor gentil ratto
s’apprende”

(v. 100) richiama la canzone-manifesto di Guinizzelli “Al cor gentil rempaira sempre amor” in
cui è

centrale il binomio amore-nobiltà d’animo. L’amore, inoltre, agisce attraverso la bellezza,


rivelata dallo

sguardo, che ne costituisce l’occasione “prese costui de la bella persona” e la sua forza è
irresistibile. Il

v.102, “e ‘l modo ancor m’offende” è interpretato diversamente dagli studiosi: secondo alcuni
“modo” è

da riferirsi a “prese”, cioè il modo in cui l’amore conquistò Paolo è stato talmente forte da far
compiere

adulterio a Francesca che espia la sua colpa all’Inferno; secondo altri “modo” è legato a “mi fu
tolta”, cioè

il modo in cui la donna fu uccisa la offende ancora in quanto, trovandosi in peccato mortale,
non ha avuto

la possibilità del pentimento. Il verso “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (v. 103), in cui è
presente

una paronomasia, riprende un concetto espresso da Andrea Cappellano nel suo trattato “De
amore”,

“Amore non può negare nulla all’amore”, cioè l’amore soccombe alla legge della reciprocità .
Inoltre viene

ribadita l’eternità del sentimento dell’amore, “che come vedi, ancor non mi abbandona” però ,
in questo

caso, si tratta dell’eternità della dannazione infernale perché il loro amore li aveva visti uniti
anche nella

morte. In queste terzine Francesca non parla mai di adulterio, non ammette la propria
colpevolezza. Negli

ultimi due versi spiega che quest’amore li condusse alla morte e che il loro assassino
Gianciotto, a cui si
fa riferimento nel verso 107, è anche condannato all’Inferno come loro, la Caina è infatti la
prima zona

del nono cerchio dove vengono puniti i traditori dei parenti (infatti Gianciotto era marito di
Francesca e

fratello di Paolo). Dante, commosso e turbato, dice: “Francesca, i tuoi martìri / a lagrimar mi
fanno tristo

e pio” (vv. 116-117). Quest’interruzione ha la funzione di una pausa meditativa nella


narrazione di

Francesca e riprende il tema della pietà . Poi Dante chiede a Francesca spiegazioni sull’origine
dell’amore

(parte III): “a che e come concedette amore” ( v.119) e la donna, confrontandosi con il
“dottore”, cioè

con Virgilio, entrambi hanno subito una perdita e sono condannati alla sofferenza, ricorda una
massima

dello scrittore latino-cristiano Severino Boezio “Nessun maggior dolore/ che ricordarsi del
tempo

felice/ne la miseria” Dante- personaggio vuole capire in quale momento l’amore, sentimento
per natura

nobile, si è trasformato in peccato, cioè come “la prima radice” (v.124), trappola della lussuria,
abbia

“incastrato” i due. Poi Francesca spiega che la lettura del romanzo su Lancillotto e Ginevra è
stata la

causa degli eventi tragici (parte IV):

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto. 129

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse. 132


Quando leggemmo il disïato riso

esser basciato da cotanto

amante,

questi, che mai da me non fia diviso, 135

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante. 138

Il pericolo della passione d’amore, cantata dalla letteratura cortese, è svelato dalla metonimia
usata da

Dante per indicare la bocca di Ginevra, “il disiato riso”  (vv. 133-134), che esprime delicatezza
e purezza,

invece per quella di Francesca viene usato il termine comune “bocca” che, in modo chiaro e

inequivocabile, allontana la vita reale dalla letteratura. I due amanti, leggendo il libro, si
riconoscono nelle

figure dei protagonisti del romanzo francese su Lancillotto, il cavaliere della Tavola Rotonda.
Dunque, si

può notare che si rispecchiano due episodi in quanto “si introduce il motivo della fiction che
diventa

realtà o della realtà che imita la fantasia.”

Presso il pubblico aristocratico delle corte feudali erano molto diffusi i romanzi del “ciclo
bretone-

arturiano”, in “Lancillotto” di Chretien de Troyes ( XII sec.) si narra dell’amore del cavaliere
per la regina

Ginevra, la moglie di re Artù . Francesca e Paolo, consapevoli dell’affinità tra la loro situazione
e quella

dei personaggi del romanzo, si scambiano occhiate d’intesa e finalmente, incapaci di resistere
ai loro
sentimenti, viene baciata Francesca da Paolo quando leggono del momento del bacio tra i due
protagonisti

del romanzo “la bocca mi basciò tutto tremante” (v. 136), come già detto, l’uso del termine
“bocca”

rimanda alla realtà del peccato. Infatti Dante-narratore conferma il suo giudizio morale
negativo sulla

concezione cortese-stilnovistica dell’amore (introdotto già al v.39), questo sentimento,


davanti alla prova

dell’attrazione fisica, diventa insana passione e motivo di dannazione. Francesca, attribuendo


la

responsabilità al libro, dice: “Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse” (v. 137). Quindi, come
Galeotto, araldo

di re Artù e fedele amico di Lancillotto, fece da intermediario amoroso fra questi e Ginevra,
allo stesso

modo il libro diventa “galeotto” dell’amore tra Paolo e Francesca. L’omaggio amoroso riflette
l’omaggio

feudale, in particolare il rito dell’investitura del cavaliere che, quando otteneva il feudo dal
feudatario,

riceveva un bacio come segno di protezione. Il bacio dato dalla dama aveva lo stesso
significato: il

servizio d’amore era accolto. Ancora una volta questi motivi rimandano ai precetti contenuti
nel trattato in

latino di Andrea Cappellano.

Gli ultimi versi del canto servono come epilogo (parte V). Paolo, rimasto sempre in silenzio,
piange

mentre Francesca conclude dicendo: “Quel giorno più non vi leggemmo avante” (v. 138), la
reticenza

del verso è voluta e lascia nel vago la vicenda. Dante-personaggio riconosce nei due cognati la
propria

debolezza, partecipa con una tale intensità al dolore di Francesca da svenire per la
commozione e il

turbamento, la sua pietà ha raggiunto il culmine “E caddi come corpo morto cade” (v.142), la
similitudine a un corpo privo di vita, l’allitterazione della “c” , l’assonanza (corpo morto) e i
cinque

accenti sulle cinque parole bisillabe rendono il ritmo del verso martellante e l’atmosfera della
situazione

molto intensa.

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