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PSICOLOGIA DI COMUNITA’

1. CHE COSA E’ LA PSICOLOGIA DI COMUNITA’


La psicologia di comunità è una disciplina che si occupa di individuare e sperimentare strategie professionali per
affrontare i problemi di una comunità, problemi che hanno rilevanti implicazioni comportamentali e psicologiche.
La mission della disciplina è ricondotta ai due punti seguenti:
1. Aiutare le persone a diventare consapevoli del ruolo che hanno le condizioni in cui vivono nel determinare la
loro salute e il loro benessere;
2. Aiutarle a unirsi affinché si attivino e diventino protagoniste di processi di cambiamento delle loro condizioni
di vita.
La relazione tra suicidi e crisi economica, al centro del dibattito politico e anche scientifico, risulta empiricamente
dimostrata così come il ruolo delle diseguaglianze economiche sulla salute mentale o la fiducia tra cittadini.
La psicologia di comunità “si occupa di convivenza, di “noi” e quindi necessariamente anche di “loro”. Si occupa, in
definitiva, dell’”altro necessario”, quell’altro senza cui l’essere umano non può darsi nella sua natura propriamente
umana, e che pur tuttavia pone il problema della differenza”.
L’interesse della psicologia di comunità è rivolto all’interdipendenza tra le componenti contestuali e quelle
individuali.
La tendenza a spiegare il comportamento essenzialmente in termini individuali ha portato all’elaborazione di
strategie di cambiamento basate sulla persona, al fine di renderla maggiormente in grado di adattarsi alle condizioni
sociali, alimentando in questo modo la propensione a colpevolizzare l’individuo per il proprio disagio.
La psicologia di comunità parte dall’assunto che il comportamento della persona possa essere meglio compreso se
studiato in relazione ai contesti sociali che caratterizzano la sua vita quotidiana. L’oggetto di studio viene collocato
nell’interfaccia tra la persona e l’ambiente, creando una unità di analisi e di intervento che può essere definita
“persona-nel-contesto”. Problematiche come la depressione, l’alcolismo, l’integrazione sociale, non vengono
studiate concentrandosi esclusivamente sulle difficoltà psicologiche individuali ma in relazione ai contesti di vita in
cui la persona è inserita.
Con la salute pubblica la psicologia di comunità condivide l’orientamento alla prevenzione e alla promozione della
salute, ma si discosta per una più marcata attenzione al benessere sociale e psicologico e alle relazioni
interpersonali.
Si avvicina al lavoro sociale, sa cui si differenzia per l’adozione di modelli teorici derivanti dalla ricerca.
È affine alla psicologia sociale e alla sociologia, con le quali condivide un approccio basato sui sistemi sociali, ma si
caratterizza per una maggiore attenzione ai processi psicologici e alla conoscenza finalizzata al cambiamento sociale.
Utilizza alcune tecniche della psicologia delle organizzazioni ma il focus è meno centrato su obiettivi aziendali.

Problemi del comportamentismo


(dal punto di vista della psicologia di comunità)
Si basa sullo studio in laboratorio di organismi singoli (spesso non umani); non considera rilevanti le relazioni di
potere; ricerca leggi universali (poca attenzione alle differenze individuali e soprattutto socio-culturali); non mostra l
funzionamento in ambiente naturale (massimo controllo); ignora le costrizioni strutturali ed istituzionali.
Similarità e differenze alla psicologia di comunità
Psicologia di comunità e psicologia comportamentale sono simili per l’interesse per l’apprendimento e i
comportamenti.
Differenziano per l’approccio alla persona e al problema: motivazioni esterne vs interne; analisi in laboratorio vs
naturalistica; universalità vs differenze individuali e culturali.

Problemi della psicologia sociale


(dal punto di vista della psicologia di comunità)
Storia ciclica della psicologia sociale:
- Più applicata in momenti di riforme e cambiamento
- Negli ultimi 20 anni -> studio di laboratorio dei fattori cognitivi relativi ai comportamenti sociali di individui e
piccoli gruppi.
Sta diventando sempre meno sociale:
- Basata quasi esclusivamente su studi di laboratorio
- Focalizzata su livello individuale o diadico
- Talvolta “irrilevanza sociale e pratica” dei fenomeni studiati.
Similarità e differenze alla psicologia di comunità
la psicologa sociale e di comunità hanno in comune l’interesse per gruppi e sistemi sociali allargati e condividono
anche le stesse basi (lezione di Kurt Lewin).
Ma la psicologia sociale ha minor applicabilità reale dei fenomeni indagati e minor interesse alla risoluzione di
problemi sociali.

Problemi della psicometria


(dal punto di vista della psicologia di comunità)

- Utilizzo spregiudicato dei risultati: etichettamento, esclusione, istituzionalizzazione


- Anteponeva gli interessi scientifici all’etica ed alla giustizia verso gruppi o individui svantaggiati.
- Non ha proposto soluzioni alternative ai risultati e con questi ha guidato applicazioni poco etiche.
- È stata spesso influenzata da influenze politiche e sociali.
Similarità e differenze alla psicologia di comunità
La psicometria condivide con la psicologia di comunità l’interesse per la maturazione dei fenomeni. Differiscono
invece per: centralità di misure universali vs linguisticamente e culturalmente appropriate; disponibilità a mixed
methods.

Problemi della psicologia del lavoro


(dal punto di vista della psicologia di comunità)
- Considera esclusivamente le aziende
- Ha come principale interesse la produttività
- Si limita a considerare solo fattori organizzativi
- Si focalizza soprattutto sul management (meno sul cliente e sul lavoratore, considerati in termini funzionali).
Similarità e differenze alla psicologia di comunità
Psicologia del lavoro e di comunità condividono: l’interesse per le organizzazioni; l’interesse per le reti di
organizzazioni; l’interesse per il flusso di “potere”; le metodologie e tecniche.
Differiscono invece per: l’obiettivo finale e per l’interesse per tutti gli attori coinvolti.

Confronto con la psicologia clinica


Psicologia clinica e psicologia di comunità condividono la finalità ultima di perseguire il benessere delle persone ma
elaborano percorsi differenti per il raggiungimento di tale scopo.
La psicologia di comunità è caratterizzata da un’ottica proattiva, e cerca di intervenire prima dell’insorgenza di
problemi al fine di prevenire il disagio e promuovere il benessere delle persone.
L’ottica reattiva caratterizza, invece, la psicologia clinica, che interviene quando gli individui hanno già sviluppato
una qualche forma di malessere psicologico.
Diversi i tempi per intervenire e differenti i luoghi in cui il problema viene collocato e affrontato. Alla tendenza della
psicologia clinica di situare i problemi di salute mentale dentro il funzionamento degli apparati emotivi/cognitivi
individuali, la psicologia di comunità contrappone la ricerca di possibili “minacce” al benessere psicologico negli
ambienti sociali; ambienti che vengono messi in discussione, e modificati, nel tentativo di migliorare l’adattamento
tra la persona e i suoi contesti di vita.
Agire in un’ottica di comunità significa guardare al territorio e alla comunità in modo diverso, concentrandosi sulla
salute invece che sulla malattia. Questo significa entrare in contatto con persone che vengono ritenute competenti,
risorse in grado di fornire sostegno e attivare i cambiamenti. Lo sviluppo di questo tipo di rapporto tra i professionisti
e gli utenti rimanda alla costruzione dell’alleanza terapeutica, e con questa condivide la volontà di lavorare insieme
per attivare a un risultato comune. Se ne differenzi per il tentativo di creare legami caratterizzati da una maggiore
simmetricità, che nascono all’interno di contesti molto diversi dal setting terapeutico.
Psicologia di comunità e psicologia clinica sono in un rapporto di complementarietà.
La cura della patologia si affianca alla ricerca e alla rimozione delle condizioni di vita in cui molti problemi di salute
mentale affondano le loro radici.

Similarità e differenze rispetto ad altre discipline


- PUBLIC-HEALTH (salute pubblica):
= promozione stili di vita adeguati e lavoro sui contesti, interventi, prevenzione
≠ visione ristretta della salute (fisica)
- SOCIAL WORK (assistenti sociali)
= importanza data ad aspetti applicativi, interesse per giustizia sociale, valori simili
≠ minore legame con teoria, maggior interesse a micro-contesti (counselling individuo-famiglia)
- SOCIOLOGIA
= TEMI COMUNI (studio dei macro sistemi)
≠ Descrittiva e teorica vs. ricerca attiva di cambiamento sociale, per un mondo più equo

I VALORI DELLA PSICOLOGIA DI COMUNITA’


Valori: una serie di credenze che sostengono la superiorità di un determinato modello di condotta, o di alcune
finalità di vita, rispetto a modalità alternative.
La psicologia di comunità, essendo una disciplina orientata al cambiamento sociale, fonda teoria, ricerca e azione
sia sulle evidenze empiriche sia sui valori.
I diversi valori operano in maniera sinergica e informano interventi efficaci solo quando è presente un certo grado di
equilibrio tra interessi personali e benessere collettivo.
Valori personali: permettono il raggiungimento del benessere a livello individuale. Sono autodeterminazione
(possibilità di perseguire in maniera autonoma i propri obiettivi di vita e sperimentare un certo grado di controllo
sulle condizioni che ne permettono il raggiungimento), salute (stato di benessere fisico e psicologico), cura e
interesse verso gli altri e la comunità (permettono di soddisfare bisogni come empatia, attaccamento e solidarietà).
Valori relazionali: consentono di congiungere la sfera individuale a quella collettiva e sono rappresentati da
collaborazione (volontà di instaurare relazioni basate su processi collaborativi, in grado di mediare tra differenti
punti di vista) e rispetto per la diversità (imprescindibile e complementare all’instaurarsi di relazioni di
collaborazione, sostiene il diritto di ogni persona ad avere un’identità sociale unica).
A livello collettivo i valori che promuovono il benessere sono quelli che assicurano un’equa distribuzione delle
risorse all’interno della comunità e che ne garantiscono l’accesso a tutti i membri.
I valori che guidano la promozione del benessere ai diversi livelli sono interdipendenti e la loro capacità di indirizzare
efficacemente gli interventi dipende dall’equilibrio con cui vengono perseguiti.
Il benessere individuale può avere ricadute positive sui contesti allargati con cui la persona entra in contatto e questi,
a loro volta, influenzano la capacità dell’individuo di scegliere e realizzare con un certo grado di autonomia i propri
obiettivi di vita. L’interdipendenza dei vari livelli del benessere permette dunque alla psicologia di comunità di
integrare la visione individualista e quella collettivista.

 Principio dell’inclusione: il diritto di ogni persona a essere unica e a non essere giudicata sulla base di un
unico standard convenzionalmente accettato.
i professionisti dovrebbero essere in grado di promuovere il benessere di gruppi svantaggiati.
L’approccio della psicologia di comunità risulta particolarmente adeguato al superamento della tendenza a
etichettare gli utenti sulla base dei loro deficit, in quanto fornisce a ogni persona la possibilità di accrescere il senso
di controllo sulla propria vita e di definire i propri bisogni coerentemente all’idea di benessere che si intende
perseguire.
La psicologia di comunità ha scelto di adottare valori che permettono di promuovere il benessere a vari livelli di
analisi, senza che uno di questi venga privilegiato a spese degli altri.

I PRINCIPI GUIDA DELLA PSICOLOGIA DI COMUNITA’


Metafora ecologica: le comunità sono sistemi composti da vari livelli interconnessi tra loro, e il comportamento delle
persone può essere meglio compreso quando viene studiato in relazione a molteplici livelli di analisi.
L’adozione di tale principio implica un’assunzione fondamentale sulle cause dei problemi, che vengono considerati
come il risultato dell’interazione nel tempo tra individui, setting e sistemi e possono essere efficacemente affrontati
attuando cambiamenti nei contesti di vita e promuovendo le capacità delle persone di utilizzarne le risorse.
Convive la concezione simbolica di “comunità” come spazio sociale multilivello, importante per la vita individuale e la
convivenza, ma contemporaneamente area di studio e azione professionale nella quale anche dimensioni oggettive
dell’ambiente fisico, interpersonale, economico, politico influenzano i comportamenti collettivi e individuali.

Prevenzione e promozione. La promozione del benessere e la prevenzione delle varie forme in cui si esprime il
disagio possono essere realizzate nei diversi livelli ecologici.
Adottare un approccio basato sulla prevenzione del disagio e sulla promozione del benessere significa, dal punto di
vista della pratica professionale, porsi in un’ottica proattiva di fronte alla pianificazione dei servizi.

Empowerment. Rappaport (1984) -> empowerment: approccio al lavoro di comunità centrato sul rafforzamento del
senso di controllo che le persone hanno sugli eventi della loro vita, in cui lo psicologo lavora con le persone
svantaggiate per promuoverne la capacità di autodeterminazione.
A livello individuale, si ritiene che per le persone sia essenziale poter esercitare un certo grado di controllo sulla
propria vita.
A livello collettivo, una prospettiva ancorata al principio del potere mette in evidenza come gran parte dei problemi
psicosociali derivi da situazioni di ineguaglianza.
Il principio di empowerment mette in rilievo la necessità di considerare le dinamiche di potere che caratterizzano la
relazione tra i professionisti e gli utenti di un servizio o i soggetti di una ricerca. Per favorire la capacità degli individui
di esercitare un maggior controllo sulla loro vita, infatti, i professionisti dovrebbero essere in grado di lavorare con i
membri della comunità. Istituendo con loro un rapporto di collaborazione e ponendosi come attivatori delle risorse
che possiedono.
La psicologia di comunità come disciplina si pone l’obiettivo di comprendere in che maniera fattori situati a diversi
livelli possano interagire tra loro e avere un’influenza sul benessere degli individui. Allo stesso tempo, si configura
come professione si aiuto, che si propone di trasmettere le conoscenze acquisite con la ricerca affinché le persone
divengano consapevoli del ruolo che le condizioni in cui vivono hanno nel determinare la loro salute e il loro
benessere.

Capitolo 2
Le origini della psicologia di comunità
Psicologia di comunità nasce in contrapposizione al modello medico (Cowen, 1980: “Tratto distintivo”). Ricerca
nell’ambiente sociale la causa dei problemi (la terza rivoluzione, Hobbs, 1964).
Le due anime della Psicologia di comunità:
1. Spostamento dell’ottica dell’intervento dalla cura alla prevenzione (Caplan, 1964)
2. Si svincola dal trattamento orientandosi a problematiche più generali (Levine & Perkins, 1987)

Contesto scientifico della nascita


•  II guerra mondiale: il mondo universitario nordamericano assiste a
–  l’apertura della psicologia accademica verso l’intervento sociale
–  e verso la psicologia clinica
•  Dal paradigma comportamentista che propone come obiettivo lo studio di causalità lineari in situazioni pulite ed
asettiche (laboratorio), alla selezione e formazione dei soldati, oppure a studiare forme efficaci di propaganda
politica a sostegno della guerra
•  La psicologia comincia a “sporcarsi le mani”

• Lewin [1948], in contrapposizione al tradizionale approccio scientifico di laboratorio che riduce al minimo la
presenza del ricercatore, teorizza la partecipazione attiva dello sperimentatore alle ricerche e la necessità di
occuparsi di problemi reali che interessano le persone
•  Jonas [1985, 4] molto elegantemente sintetizza: “per anni si è ritenuto che la fisica fosse il modello di scienza da
raggiungere, ma la fisica si occupa di materia inanimata [mentre] le persone sono fin troppo animate”

Contesto politico della nascita


• Kennedy e Johnson (le basi concrete per la realizzazione degli interventi di comunità).
– Community Mental Health Center Act (CMHCA), che riorganizza in chiave comunitaria il sistema sanitario relativo
alle cure psichiatriche stabilendo il principio della territorialità dei servizi alle persone
– War on Poverty, che prevede riforme in senso socioassistenziale. Il governo istituisce numerosi programmi, detti di
compensazione, per bambini svantaggiati (come ad esempio il programma Head Start), per giovani disoccupati e per
il recupero dei tossicodipendenti.

Head Start (Zigler & Styfco, 1994)


Implementato per la prima volta nel 1965:
- al 2005: più di 22 milioni di bambini in età scolare
- attraverso 1604 programmi differenti,
- costo medio stimato 7222 $ per bambino
- un coinvolgimento di 212000 professionisti ed almeno di sei volte tanto di volontari.

L’Office of Economic Opportunity ha lanciato per la prima volta il programma in forma sperimentale in un campo
estivo di 8 settimane.
Il programma è stato progettato per ridurre le disuguaglianze, cominciando nella fase pre-scolastica (forme di
sostegno emotivo e sociale, nonché di educazione alla salute ed alla nutrizione).

Esempi:
•  Early Head Start. promozione di un salubre funzionamento familiare (bambini fino ai tre anni)
•  Head Start. bambini di basso status socioeconomico dai 3-5 anni.
• Migrant and Seasonal Program Branch. Offre assistenza ai figli degli immigrati e dei lavoratori stagionali.

- parificare le condizioni di accesso alla scuola primaria.


- raggiungimento di alcuni standard definiti a livello nazionale per l’accesso alla scuola (es. fluenza verbale). -
screening, check-up sanitari e dentistici a cui le persone di basso status normalmente non accedono.
- i servizi sociali lavorano in collaborazione con la famiglia allo scopo soprattutto di accedere alle risorse presenti
nella comunità.

Quando nasce la psicologia di comunità?


•  1965 – In contrapposizione al concetto di igiene mentale di stampo medico, Swampscott (Massachusetts)

–  Terza rivoluzione (Levine e Perkins 1987)


•  follia come “malattia”
•  origine psicologica dei problemi comportamentali e dell’umore
•  invita a ricercare anche nell’ambiente sociale la causa dei problemi e le risorse per la loro risoluzione (paradigm
shift)
– si limita ad occuparsi della malattia mentale, continuando a utilizzare il modello medico e l’azione sul singolo

Quando nasce?
•  1970

–  Prospettiva ecologica “persona nel contesto” (Bronfenbrenner, 1979)


–  Autonomia rispetto alla psicologia clinica
•  Valutazione, disuguaglianze sociali, non professionisti, valori, reti
–  interdisciplinarietà una caratteristica distintiva

–  desiderio e necessità di ridurre le ineguaglianze e le ingiustizie sociali (Szasz, 1961)

–  ….. NON SOLO IDEOLOGIA …. MA EVIDENZE EMPIRICHE

•  1988
–  Interesse per i deboli ma centrato sulle risorse e sulle competenze (EMPOWERMENT)
–  Nuovi metodi di analisi (qualitativo, partecipato)

Come nasce?
•  Cavalcando l’idealismo degli anni sessanta
•  Sulla base degli studi, rassegne empiriche ed elaborazioni teoriche che riportarono l’interesse scientifico (anche
all’interno della psicologia tradizionale, su problemi quali:
–  la povertà
–  lo svantaggio sociale
–  le tensioni etniche

•  Condividendo una (diffusa) insoddisfazione verso le terapie individuali:


–  sostanzialmente inefficaci per la risoluzione di tali problematiche;
–  la crisi attraversata in quel periodo dovuta ai dubbi sorti circa l’efficacia delle psicoterapie, accanto ai tassi di drop-
out connessi [Tuckman e Lavell 1959; Reiss e Brandt 1965],
–  evidenza dell’ineguaglianza di trattamento offerto dal servizio sociosanitario, che presta maggiore attenzione alle
classi più abbienti [Hollingshead e Redlich 1958].

•  All’interno di questa visione ecologica del disagio, la crescita dell’intera comunità diviene dunque un obiettivo
fondamentale.
•  Questo sviluppo è ottenibile, secondo la psicologia di comunità, grazie alla redistribuzione delle risorse, mediante
la promozione della partecipazione attiva delle persone e la condivisione del potere (Rappaport 1977).
•  Principalmente a questa seconda anima della psicologia di comunità (la prima riguarda lo spostamento dalla cura
alla prevenzione) che fa riferimento Sarason, introducendo il costrutto di “senso di comunità”

ES.
•  Dohrenwend e Dohrenwend (1969), confrontando 25 studi sulle differenze di classe sociale:
–  in ben 20, più alto tasso di disturbi psichiatrici nelle persone provenienti dai livelli socioeconomici più disagiati.
–  ad esempio l’incidenza passa rispettivamente dal 7.1% negli occupati al 19.5% nei disoccupati
–  maggiore incidenza dei disturbi tra le donne coniugate e disoccupate (41.4%) e tra gli uomini non coniugati e
disoccupati (36%).
–  minore incidenza di disturbi psichiatrici risulta quella degli uomini spostati ed occupati (4.4%).

Quanto incide la povertà in Italia?


Es.
•  Istat 2008:
–  7 milioni 542mila poveri (12.8%).
–  22.5% nel mezzogiorno (5.5% al nord)
–  2 milioni 536 mila famiglie in condizione di povertà relativa (non possono spendere più di 986.35 euro al mese)
•  Ocse 2008:
–  Di trenta paesi siamo al 6 posto per livello di disuguaglianza in Italia.
–  Il 20% più povero riceve meno del 7% del reddito totale
–  20% più ricco più del 41% (il 10% delle famiglie più ricche detiene più del 50% della ricchezza reale)

•  Istat 2013:
–  Nel 2013 il 28,4% dei residenti a rischio povertà o esclusione sociale (-1,5 punti percentuali sul 2012)
–  Nel 2013 il 12,6% delle famiglie è in povertà relativa e il 7,9% è in povertà assoluta

Il modello di Dohrenwend
Ha spostato l’accento relativo all’eziologia dei disturbi dalle caratteristiche individuali alle caratteristiche di alcuni
gruppi sociali.
Il modello, oltre a mettere l’accento sull’interazione tra fattori contestuali e individuali nello sviluppo della
psicopatologia, pone particolare attenzione al concetto di stress psicosociale.
È stato dunque introdotto allo scopo di fornire una cornice concettuale euristica che pone al centro il concetto di
stress psicosociale e che aiuta a pensare ai problemi delle persone in termini alternativi rispetto a quelli di diagnosi e
malattia.
Un secondo aspetto rilevante è quello di permettere ai professionisti della salute mentale di pensare a interventi che
possano essere attivati prima che un individuo cerchi aiuto.
Come terzo aspetto, si pone l’accento sulla possibilità di concentrarsi sui singoli individui ma anche su interventi che
si occupano dell’ambiente più allargato.

Senso di comunità
Il senso di comunità è definito come la “percezione di similarità con gli altri, un’accresciuta interdipendenza con gli
altri e la disponibilità a mantenere questa interdipendenza offrendo o facendo per gli altri ciò che ci si aspetta da
loro, la sensazione di essere parte di una struttura pienamente affidabile e stabile” (Sarason, 1974; 157).

Durkheim, 1970
• “entità diversa dalla somma delle sue parti, che vive e segue leggi non applicabili all’individuo”

Sarason, 1974
• “una rete di relazioni da cui dipendere, facilmente accessibile e mutualmente supportiva (“interesse” reciproco)”
– Località
– Istituzione
– Piccola rete: famiglia, amici, gruppo religioso, organizzazione professionale
Heller, 1990
•  Località: quartieri, isolati, piccole città
– Vicinanza, prossimità, fiducia, appartenenza ed “identità”
– Non scelta attiva
•  Gruppo relazionale: gruppi religiosi, associazione di volontariato, partito politico
– Connessione interpersonale, amicizia, solidarietà, comunanza di valori, linguaggio, scopi cultura
Martini, Torti, 2003
• “un insieme di soggetti che condividono aspetti significativi della propria esistenza e per questa ragione sono in
rapporto di interdipendenza, sviluppano senso di appartenenza e fiducia”
– Spaziale -> vicinato
– Aspaziale -> associazione
• “valore da perseguire, come qualità relazionale e come possibilità di scelta”

Cos’hanno detto i diversi autori


•  Che esistono diversi tipi di comunità
–  Di suolo-territoriali-locali -> comune, quartiere, stato
–  Relazionali
•  Di sangue -> famiglia, etnia, cultura
•  Di spirito -> con “obiettivo” comune
•  Di partecipazione
•  Che possono avere grandezze diverse
–  Piccole -> conoscenza
–  Grandi -> aspetti in comune, riconoscibilità
•  Che hanno caratteristiche particolari
–  Interdipendenza tra individui: aiuto/interessi reciproci
–  Accessibilità del gruppo, vicinanza, “spazio” comune
–  Relazione, fiducia, amicizia, solidarietà
–  Comunanza di valori, linguaggio, storia, cultura
–  Significatività, “identità”, appartenenza
–  Partecipazione -> cambiamento
Un gruppo di persona diventa una comunità se è accomunata dal SENSO DI COMUNITA’.

Perché un nuovo concetto


rispetto ai meccanismi legati all’identità sociale o all’attaccamento, è l’oggetto stesso d’interesse, ovvero la
comunità. Sia le teorie dell’identità sociale che quelle sull’attaccamento sembrano principalmente basarsi su
motivazioni di natura utilitaristica. L’idea di “comunità”, al contrario, intende esprimere il senso di una vita sociale
fondata su rapporti più spontanei, meno diretti dal calcolo dell’utilità, più ricchi di affetti, solidarietà e sostegno,
sostenuti dal sentimento di appartenenza comune al nucleo sociale di cui è parte.

Il senso di comunità (McMillan & Chavis, 1986)


1. Appartenenza
Il senso di avere investito parte di sè stessi nella comunità e di appartenervi. E’ contraddistinta da quattro attributi:
chiari confini, un sistema di simboli comuni, sicurezza emozionale, senso di appartenenza e identificazione e
investimento personale
2. Influenza
Il potere che i membri esercitano sul gruppo e il reciproco potere che le dinamiche di gruppo esercitano sui membri
3. Integrazione e soddisfazione dei bisogni
I valori condivisi tra i membri, come anche lo scambio di risorse e la soddisfazione dei bisogni individuali dei membri
4. Connessione emotiva condivisa
Un “legame spirituale” basato sulla condivisione di storie tra i membri della comunità. In pratica l’elemento che
chiaramente distingue la comunità dalle altre.

Soc e Benessere
- maggiori livelli di competenza ed autonomia (Chirkov, Ryan, Kim, Kaplan, 2003);
- più alto rispetto delle norme, valori e meccanismi regolativi relativamente al loro comportamento (Deci, Ryan,
2002);
- maggiori livelli di motivazione intrinseca e aspettative di successo scolastico (Battistich et al., 1995);
- migliore senso d’identità personale, autostima e auto-efficacia (Battistich et al., 1995; Bishop, Inderbizen, 1995).
- atteggiamenti positivi, maggiore disponibilità a sostegno e cooperazione nei confronti degli altri membri del gruppo
(Baumeister & Leary, 1995)

D’altro canto, scarso SOC


- minor autostima
- minor predisposizione a chiedere aiuto (Ryan & Lynch, 1989)
- esperienza scolastica molto negativa (Ladd, 1990)
- non adeguamento alle regole e scarsa indipendenza (Wentzel & Asher, 1995)
- aggressioni fisiche e verbali e drop out (Vieno et al., 2005)

La depressione: Tra Famiglia e Scuola (un esempio)

-  La scuola può offrire ai preadolescenti l’opportunità di sviluppare la capacità intellettiva, di soddisfare la necessità
di appartenere e di verificare le proprie capacità, oltre ad interagire con figure di sostegno alternative a quelle
familiari (Chipuer, 2001; Osterman, 2000; Pretty et al., 1994).
-  Può anche mitigare gli effetti negativi di una relazione poco supportiva con i propri genitori

Sviluppo anni ‘80?


•  In questa fase gli psicologi di comunità aprono il loro campo d’azione a settori applicativi (tuttora rilevanti, anche
nel contesto italiano) come ad esempio:
- la valutazione degli interventi nel sociale ed in particolare dei programmi di prevenzione [vedi su questo argomento
Dallago, Santinello e Vieno 2004];
- la consulenza ai gruppi spontanei e ai gruppi di auto-mutuoaiuto [Albanesi 2004];
-  il lavoro di rete e la promozione del coordinamento tra enti pubblici diversi [Albanesi e Migani 2004];
-  la consulenza alla programmazione e lo sviluppo di interventi nella scuola [Ghirelli e Signani 1998].

Clima della nascita in Italia


• 1968, Franco Basaglia (“Morire di classe”) e 10 anni dopo, la legge
•  statuto dei lavoratori (1970)
•  la legge che istituiva le Unità territoriali di riabilitazione (1971)
•  la legge che introduceva le forme di partecipazione diretta alla vita della scuola da parte di studenti e genitori
(decreti delegati del 1974).
•  prime forme di decentramento amministrativo, ovvero l’istituzione delle Regioni (1975)
•  la costituzione dei consultori familiari (che avrebbero dovuto tutelare la procreazione responsabile, diffondere la
prevenzione, ecc.), l’inserimento dei disabili nel sistema scolastico statale fino alla legge sull’interruzione volontaria
della gravidanza (1978)
•  creazione delle unità sanitarie locali che prevedevano forme di partecipazione dei cittadini agli organi di gestione

Psicologia di Comunità in Italia


• Iniziava il Welfare State all’italiana mentre si stava uscendo dal picco degli “anni di piombo”. Il paese stava
mettendo al centro la necessità di sostenere la crescita e la salute, in parallelo alla rigenerazione dei territori.
•  1977: primo testo italiano sulla Psicologia di Comunità. Di Donata Francescato
•  1979: 1°Convegno Italiano
Psicologia di comunità-Psicologia del territorio, tenuto a Mazzano (BS).
•  riconoscimento della Psicologia di comunità da parte della comunità degli psicologi riunita per il XVIII Congresso
della SIPS, tenutosi ad Acireale nel 1979
•  1994 viene fondata la Società Italiana di Psicologia di Comunità (SIPCO)

•  2 correnti:
– ACCADEMICA: ha al centro l’individuo e considera la comunità come contesto, contenitore,
supporto-> Francescato
– PROFESSIONALE: mette al centro la comunità come oggetto di studio e soggetto dell’intervento -> Martini
Capitolo 3
La metafora ecologica: implicazioni e applicazioni
Che cosa di quello che abbiamo intorno è in grado di promuovere o ostacolare il nostro benessere?
Se un 10% in più della popolazione avesse qualcun su cui contare, l’aumento della soddisfazione nei confronti della
vita a livello nazionale sarebbe maggiore rispetto a un aumento del 50% dello stipendio di tutta la popolazione.
L’ecosistema del nostro benessere è l’oggetto principale della psicologia di comunità, che si propone di comprendere
come l’individuo e i diversi ambienti di vita si influenzino reciprocamente. Il principale obiettivo dello psicologo di
comunità è quello di comprendere quali caratteristiche ambientali influenzano i comportamenti degli individui, per
riuscire a creare contesti in grado di promuovere il loro benessere -> metafora ecologica.
La metafora ecologica viene adottata da quelle discipline che si propongono di analizzare le “relazioni reciproche tra
gli individui e i sistemi sociali con cui interagiscono”. Per la psicologia di comunità essa costituisce il filtro attraverso
cui i fenomeni vengono definiti e analizzati.
Da una parte, la ricerca ha come principale oggetto di studio l’individuo-nel-contesto, attraverso l’analisi congiunta
di fattori individuali e contestuali; dall’altra, gli interventi si propongono di modificare gli ambienti di vita e le
relazioni tra contesti e individui, al fine di promuovere il benessere di questi ultimi.
L’idea di società che guida il lavoro dello psicologo di comunità è una società in cui la soddisfazione di bisogni
individuali e il benessere collettivo non sono in contrapposizione ma, al contrario si rinforzano reciprocamente.
Adottare la metafora ecologica in psicologia significa partire dal presupposto che gli ambienti in cui siamo inseriti
esercitano un’influenza significativa sul nostro comportamento.
- Se il comportamento individuale è strettamente connesso all’ambente in cui le persone sono inserite, per
promuovere il loro benessere è necessario modificare i contesti di vita;
- Per decidere quali modifiche apportare agli ambienti di vita, è necessario innanzitutto sapere quali
caratteristiche contestuali sono associate a maggiori o minori livelli di benessere.
- Prima di intervenire su un contesto, bisogna studiarne le caratteristiche di partenza, cercando di stabilire
quali sono gli aspetti che devono essere modificati in quel particolare contesto e quali sono invece le risorse
che possono essere utilizzate per favorire e sostenere il cambiamento;
- Quando un contesto viene modificato, i potenziali benefici si estendono a tutti gli individui che sperimentano
tale ambiente in quel momento ma anche alle persone che entreranno in contatto con quel particolare
contesto in futuro.
Se da una parte i comportamenti vengono appresi tramite l’osservazione delle altre persone e delle conseguenze
associate al modo in cui si comportano, dall’altra il comportamento dei nostri genitori, amici, insegnanti, colleghi di
lavoro costituisce un sistema di norme sociali che ci indicano chiaramente quali sono i comportamenti promossi
all’interno di quel particolare gruppo sociale.
Ogni comportamento e ogni aspetto del nostro benessere sono soggetti a una complessa combinazione di influenze
ambientali.

Anche un comportamento apparentemente semplice come il saluto, considerato al di fuori del suo ambiente, è
difficile da interpretare. Secondo la psicologia di comunità, questa regola si estende a tutti i comportamenti umani, e
ai diversi aspetti del nostro benessere: guardando solo all’individuo, la nostra comprensione sarà soltanto parziale, e
di conseguenza lo sarà anche la nostra capacità di influenzare quel comportamento o di promuovere il benessere.
Diversi sono gli approcci teorici che hanno contribuito a descrivere l’interazione tra individuo e ambiente e a
delineare il modello ecologico in psicologia di comunità.

Kurt Lewin -> teoria di campo


Lewin sviluppa un metodo di analisi dei problemi sociali orientato a comprendere che cosa influenza il
comportamento degli individui. Qualsiasi comportamento dipende dalla particolare configurazione del campo
psicologico entro cui avviene in quel dato momento.
C = f (P,A) -> il comportamento individuale (C) dipende dalla relazione tra la persona (P) e l’ambiente psicologico
percepito dalla persona (A), definito come “spazio di vita”.
La teoria dunque, da una parte sottolinea l’influenza dell’ambiente, dall’altra sostiene che tale influenza dipenda dal
modo in cui l’individuo percepisce l’ambiente.

Roger Barker -> psicologia ecologica


Studi sulla relazione individuo-ambiente in condizioni naturali, attraverso il metodo osservativo.
L’autore ha cercato di evidenziare la sincronia tra ambiente, inteso in termini oggettivi, e comportamento umano,
individuando dei pattern di comportamenti stabili, che si presentavano in alcuni contesti.
“setting comportamentale” -> descrive la sintonia all’interno di un setting tra ambiente sociale e comportamento. La
sintonia tra ambiente e comportamento deriva dalla struttura fisica dell’ambiente, delle pressioni sociali al
conformismo e della selezione degli individui.
Barker elabora la “teoria del dimensionamento relativo” secondo cui i setting sottodimensionati offrono maggiori
opportunità ai propri abitanti rispetto ai setting sovradimensionati.

Determinanti della salute della popolazione


- Geni e biologia
- Comportamenti orientati alla salute
- Assistenza sanitaria
ma soprattutto
- Ecologia
- Caratteristiche sociale e della società

1) I problemi sanitari e sociali sono strettamente correlati alla diseguaglianza in un campione di paesi ricchi.
2) L’indice Unicef del benessere dei bambini nei paesi ricchi è correlato alla diseguaglianza.
3) Nei paesi contraddistinti da maggior diseguaglianza la percentuale di individui obesi è più alta.
4) Nei paesi affetti da maggiore diseguaglianza una maggiore percentuale di individui soffre di disturbi mentali.
5) La percentuale di individui d’accordo con l’affermazione “la maggior parte delle persone merita fiducia” è più
alta nei paesi con minori disparità economiche.

Urie Bronfenbrenner -> ecologia del benessere a vari livelli


Per comprendere il comportamento umano non è sufficiente limitarsi all’analisi delle caratteristiche oggettive
dell’ambiente ma è indispensabile considerare alcuni aspetti che vanno al si là della situazione immediata in cui
l’individuo è inserito.
È fondamentale la prospettiva temporale: l’interesse si concentra sul progressivo adattamento tra l’essere umano in
crescita e gli ambienti fisici e sociali con cui la persona entra in contatto quotidianamente.
Bronfebrenner rappresenta l’ambiente ecologico come una serie ordinata di strutture concentriche, incluse l’una
nell’altra -> nicchie ecologiche -> regioni dell’ambiente che possono avere condizioni particolarmente favorevoli o
sfavorevoli per lo sviluppo di individui con determinate caratteristiche.
Quattro livelli concentrici:
1- Microsistema: include tutti gli ambienti con cui l’individuo ha un contatto diretto. Costituito dall’insieme
delle relazioni che si instaurano tra un individuo e i setting con cui ha una relazione diretta.
2- Mesosistema: composto dalla rete di microsistemi in cui l’individuo è inserito e dalle loro reciproche
interconnessioni.
3- Esosistema: comprende tutti quegli ambienti con cui l’individuo non ha un contatto diretto ma che
influenzano gli altri contesti in cui egli stesso è inserito.
4- Macrosistema: livello che condiziona tutti i livelli inferiori ed è rappresentato da leggi, norme e credenze che
guidano la società allargata.
Il comportamento degli individui è il risultato dell’adattamento dell’individuo alle caratteristiche degli ambienti in cui
è inserito. Tale adattamento, a sua volta, deriva dall’interazione tra gli individui e le loro nicchie ecologiche, e da
come questa si sviluppa nel tempo.

James G. Kelly -> principi dell’ecologia


Popolazione: insieme degli individui che condividono determinati interessi o caratteristiche.
Comunità: particolare area geografica, nella quale convivono individui che possono avere interessi simili o molto
diversi tra loro.
Ecosistema: comunità allargata, comprende l’ambiente fisico e sociale e l’insieme di norme, valori, regole e
tradizioni che regolano le interazioni tra gli individui.
Biosfera: sistema politico, sociale ed economico che governa le diverse società.
Kelly elabora quattro principi ecologici che descrivono la relazione tra gli individui e i vari sistemi sociali. Tali principi
sono linee guida fondamentali per la ricerca e l’intervento nella comunità.
1) Interdipendenza: relazioni che si instaurano tra i diversi ambienti. I diversi contesti di influenzano
reciprocamente e i cambiamenti in un ambiente avranno delle ripercussioni sugli altri setting e sulle loro
relazioni. La prospettiva temporale è fondamentale.
2) Circolo delle risorse: le risorse possono includere conoscenze, competenze, beni materiali, denaro, e
vengono scambiate, utilizzate all’interno dei vari sistemi sociali. Qualunque intervento nelle politiche sociali
e sanitarie nel territorio implica un cambiamento nel modo in cui lee risorse sono distribuite.
3) Adattamento: descrive il sistema di influenze reciproche tra gli individui e gli ambienti in cui vivono. Quando
un aspetto dell’ambiente cambia, l’individuo si adatta. Quando il comportamento degli individui subisce un
cambiamento, anche l’ambiente viene plasmato da un processo di adattamento. L’ambiente è in grado di
favorire o contrastare alcuni comportamenti a seconda delle risorse che offre agli individui: la qualità e la
quantità delle risorse disponibili nell’ambiente, infatti, scatenano una risposta adattiva da parte
dell’individuo. Oltre a cambiamenti nelle risorse disponibili, anche le problematiche presenti nei vari contesti
richiedono un adattamento agli individui. L’equilibrio tra risorse e problematiche presenti in un determinato
ambiente, dunque, può stimolare risposte adattive differenti, a seconda del modo in cui queste
interagiscono con le caratteristiche degli individui e delle loro relazioni.
4) Successione. Ambienti e individui sono in costante cambiamento.
I quattro principi ecologici di Kelly sono fondamentali per comprendere le reciproche relazioni che si instaurano tra
le nicchie ecologiche di Bronfenbrenner e il modo in cui queste influenzano gli individui.
Allo stesso tempo, la conoscenza dei principi che regolano le interazioni tra contesti e individui costituisce uno
strumento fondamentale per lo sviluppo di interventi di comunità.
Anche se i diversi modelli teorici hanno definito i livelli ecologici in modo diverso, tutti concordano sull’importanza di
pensare all’ambiente come composto da livelli concentrici che si influenzano reciprocamente.

Definire gli ambienti a vari livelli ecologici: un modello per l’analisi e l’intervento nei contesti di vita
La prima competenza dello psicologo di comunità è quella di riuscire a identificare le caratteristiche dell’individuo e
del contesto che possono promuovere il benessere.
L’analisi dei fattori individuali e contestuali è funzionale non solo per fini conoscitivi ma anche per fini applicativi:
comprendere i fattori preponderanti nel determinare un fenomeno permette di sviluppare interventi mirati a mutare
tali fattori.
Es. comportamento antisociale -> individuare alla base del comportamento antisociale fattori individuali,
caratteristiche dei contesti di vita e la loro interazione.

Livello individuale
Fattori organico-ereditari e demografici -> tutte quelle caratteristiche che connotano l’individuo. Sebbene tali
caratteristiche individuali siano immodificabili, o difficilmente modificabili, è comunque utile avere informazioni
riguardo perché permettono di individuare gruppi maggiormente a rischio per un determinato fenomeno.
Es. comportamento antisociale: più frequente nei maschi, ha delle basi genetiche -> sforzi preventivi sui ragazzi ->
queste informazioni fondamentali per rispondere prima di tutto alle situazioni di maggiore bisogno e per
diversificare le tipologie di intervento sulla base delle caratteristiche dei sottogruppi più a rischio.
Competenze e abilità -> abilità, conoscenze, credenze che possiedono le persone e quali di questi aspetti si legano
maggiormente ai fenomeni di interesse. Focus su abilità relazionali e sociali, abilità di coping rispetto a eventi
stressanti e a cambiamenti di vita, conoscenze e credenze, oltre a caratteristiche emotive e cognitive.
Es. antisocialità: per ridurre rischio di sviluppare comportamenti antisociali c’è bisogno di possedere buone
competenze emotive ed essere dotati di elevati livelli di empatia.
Comportamenti e stili di vita -> che cosa fanno le persone e come i diversi comportamenti interagiscono tra loro.
Focus su fattori comportamentali che si caratterizzano come fattori di rischio o di protezione per un determinato
fenomeno.
Es. comportamento antisociale: partecipazione ad attività strutturate nel tempo libero riduce il rischio di sviluppare
condotte antisociali, inoltre implica il rispetto di una serie di nore, tempi e condotte in grado di diminuire il rischio di
comportamenti antisociali.
Comprendere i comportamenti che la persona mette in atto permette di capire quali aspetti andrebbero modificati
per limitare il rischio di problematiche comportamentali sia nell’immediato sia nel lungo periodo.
In generale si può pensare ad attività specifiche sui singoli comportamenti ma solitamente si ricerca un’azione
indiretta, modificando fattori individuali e contestuali in grado di limitare i comportamenti adeguati o di favorire
condotte inappropriate.

Microsistema
tutti quei contesti di vita e le persone con cui l’individuo ha un contatto diretto. La connessione tra individui e
microsistema avviene attraverso la creazione di relazioni sociali -> rete sociale della persona.
Es. comportamento antisociale: influenzato da famiglia e gruppo dei pari. Più frequente nei ragazzi che
sperimentano bassi livelli di monitoring da parte dei genitori o in coloro che frequentano coetanei che a loro volta
mettono in atto queste condotte. Far parte di una famiglia con un basso status socioeconomico o monoparentale si
associa a una maggiore probabilità di mettere in atto comportamenti antisociali.
L’intervento è più complesso ma anche più efficace.
I programmi di intervento potrebbero essere orientati a potenziare o modificare la rete sociale, a favorire un buon
clima sociale nei diversi ambienti, a promuovere il sostegno sociale e un’adeguata comunicazione tra microsistemi
diversi.
Per esempio, considerando il microsistema famigliare potrebbero essere implementati dei training per migliorare le
conoscenze genitoriali. Per migliorare le relazioni con i pari, sarebbe utile ad esempio organizzare percorsi di
apprendimento cooperativo all’interno del gruppo classe.
Fare attività in gruppo non è sufficiente per definire un programma a microlivello. Per potersi considerare tale, ogni
intervento deve prevedere una reale “modificazione del contesto relazionale”, in termini strutturali, relazionali o
funzionali, in modo che la rete sociale in cui il soggetto è inserito veicoli il cambiamento.

Il sostegno sociale
La rete sociale è l’insieme di individui, gruppi o istituzioni su cui ognuno di noi può contare e con cui è in contatto. La
rete sociale è costituita da nodi legati tra di loro e viene definita da carateristiche strutturali e di interazioni.
Caratteristiche strutturali: ampiezza, densità, frequenza.
Caratteristiche di interazione: vicinanza, intimità, multiplessità (numero di ruoli svolti da ogni nodo) e simmetria
(scambio reciproco con le persone della rete).
Il sostegno sociale è la funzione principale della rete sociale. Il sostegno può svilupparsi e prendere forma attraverso
diverse modalità.
1. Strumentale: l’aiuto concreto che posso ottenere dalle persone che mi stanno accanto.
2. Emotivo: il sostegno affettivo che ricevo dalle persone e può esprimersi attraverso l’ascolto, l’attenzione,
l’affetto, la consolazione, l’incoraggiamento.
3. Informativo: si esplicita nei consigli e nelle informazioni che altri mi possono dare. Gli altri diventano, quindi,
una guida con cui confrontarsi e chiarire alcune idee.
4. Affiliativo: deriva dal “far parte”, o meglio dal “sentirsi parte” di gruppi o associazioni. Il sentirsi accomunati
ad altri e il sentirsi parte di un gruppo più o meno formale mi dà la possibilità di avere contatti sociali
soddisfacenti e di occupare positivamente il mio tempo libero con altri.
Il sostegno può essere:
- Diretto o indiretto: l’aiuto può arrivare direttamente dalle persone della mia rete sociale oppure da altri.
- Formale o informale: informale riguarda le relazioni quotidiane con amici, parenti e conoscenti; le relazioni
formali si riferiscono a tutti i legami che ho con persone “istituzionali”.
- Ricevuto o percepito: queste due tipologie spesso coincidono, ma talvolta vi è discrepanza. È soprattutto in
questi casi che lo psicologo di comunità può lavorare, aumentando la quantità e la qualità del sostegno
percepito o incrementando la capacità individuale di sentirsi aiutati o di vedere le possibili fonti d’aiuto.
Lo psicologo di comunità può modificare la rete e il sostegno sociale per migliorare la qualità della vita di
ognuno.
Il lavoro di intervento può vertere su:
- Riorganizzazione dei sistemi di sostegno, facilitandone una più efficiente strutturazione o rendendo
operative risorse potenziali;
- Allentamento di specifici legami, per rompere le dipendenze negative ed evitare modelli disfunzionali;
questo può essere fatto allargando la rete del soggetto e della sua famiglia;
- Reperimento di nuove risorse, favorendo la presa in carico del problema e la ricerca di possibili soluzioni;
- Costruzione o ricostruzione della rete sociale, soprattutto se la rete disponibile è molto ridotta;
- Contattare gli irraggiungibili, usare la rete informale per raggiungere e coinvolgere chi ha bisogno.
Il sostegno sociale è importante perché è collegato alla salute, ai comportamenti e al benessere delle persone,
soprattutto nell’adolescenza.
Il legame tra sostegno e salute può essere descritto da due modelli:
1. Modello diretto: a un maggior sostegno sociale corrispondono un maggior benessere e una migliore salute
psicofisica.
2. Modello indiretto o tampone: l’effetto negativo sul benessere di situazioni stressanti viene mitigato dal
sostegno sociale.
Organizzazioni
Organizzazione: insieme strutturato di microsistemi.
Vi sono alcuni aspetti della vita organizzativa su cui il controllo dell’individuo è minimo (es. decisioni del collegio
docenti).
A tale livello di analisi è possibile considerare, sia le caratteristiche strutturali sia le caratteristiche organizzative, sia il
clima relazionale.
Nell’ambito dei comportamenti antisociali, le caratteristiche delle scuole che presentano un altro tasso di
comportamenti antisociali sono: regole spesso poco chiare, ambigue, ingiuste e applicate in maniera incoerente; gli
insegnanti o il personale non conoscono le regole del contesto scolastico; gli insegnanti tendono a ignorare le
condotte antisociali.
Le scuole che riducono il rischio di comportamenti antisociali sono dotate di un chiaro sistema di regole, buone
condizioni lavorative per il personale, buone relazioni tra insegnanti e studenti e un sistema di rinforzi per i
comportamenti positivi e rispettosi della disciplina scolastica.
È possibile agire su questi aspetti, rendendo così la scuola un contesto protettivo per i comportamenti antisociali,
attraverso modifiche strutturali sia dell’organizzazione sia del clima sociale.

Livello di comunità
È rappresentato dalla comunità sia in senso geografico sia in termini di interconnessione tra gli individui. Molti sono
gli aspetti che a questo livello sono in grado di influenzare il nostro comportamento e il nostro benessere (fattori
strutturali, organizzativi, relazionali, ma anche valorali). La raccolta di informazioni, strettamente collegata al
fenomeno che si vuole comprendere, può avvenire attraverso differenti strumenti, come la mappatura del territorio,
i profili geografici di comunità o l’utilizzo dei dati d’archivio.
La comunità è una vasta rete di organizzazioni.
Molte sono le caratteristiche della comunità che hanno mostrato un legame con il benessere e il comportamento
degli individui che ne fanno parte (caratteristiche strutturali: composizione demografica, mobilità residenziale, status
socioeconomico; caratteristiche sociali: capitale sociale, coesione, efficacia collettiva).
Nei quartieri caratterizzati da uno status socioeconomico basso, da forte diversità etnica e da un’elevata mobilità
residenziale, i comportamenti antisociali sono più frequenti.
Al contrario, comunità stabili dal punto di vista strutturale e demografico promuovono elevati livelli di capitale
sociale, in grado non solo di rendere meno probabili condotte antisociali, ma anche di favorire la trasmissione di
norme legate alla responsabilità civica e alla partecipazione attiva alla vita del quartiere.

Macrosistema
È il livello più ampio, che include tutti gli altri. Costituito dalle istituzioni nazionali e sovranazionali ma anche
condizioni economiche, culturali, politiche e sociali di un dato territorio.
È fondamentale l’approfondimento delle credenze culturali, delle tradizioni, delle leggi e delle infrastrutture
ideologiche, culturali, religiose ed economiche.
Molti sono i fattori di macrolivello che hanno mostrato un’associazione con comportamenti antisociali. Molte di
queste caratteristiche hanno a che fare con la struttura economica del paese, come la povertà, la scarsità di risorse e
le diseguaglianze di reddito.
Sempre più numerosi sono gli studi che mostrano come nelle nazioni dove le differenze tra ricchi e poveri sono più
pronunciate sia più frequente una molteplicità di problematiche sanitarie e sociali.
Maggiori diseguaglianze di reddito a livello nazionale si traducono in minori livelli di fiducia tra le persone, minore
partecipazione civica, meno cooperazione internazionale e meno comportamenti sostenibili.
Interventi mirati a ridurre le disuguaglianze hanno dunque la potenzialità di migliorare il benessere fisico e mentale
dell’intera popolazione di un paese, riducendo l’incidenza non solo di comportamenti violenti e antisociali, ma di una
vasta gamma di problemi sanitari e sociali.

Analisi e intervento a diversi livelli


Analisi della letteratura esistente: permette di conoscere i fattori che la comunità scientifica considera come
rilevanti rispetto al problema che si sta analizzando. Consente di approfondire lo sviluppo teorico dell’oggetto di
studio. Il limite è che non sempre ciò che viene evidenziato in letteratura è applicabile al contesto storico e culturale
in cui l’operatore vuole agire.
Approccio epidemiologioco: permette allo psicologo di comunità di conoscere come si distribuisce all’interno della
popolazione un fenomeno. Supporta lo psicologo nell’identificazione delle fasce della popolazione maggiormente a
rischio.
Analisi delle ricerche locali già implementate: permette di approfondire a livello territoriale quali ricerche sono già
state svolte e quali risultati hanno evidenziato. Presentano una maggiore attenzione al contesto culturale specifico.
Questa analisi permette di non creare sovrapposizioni locali e di distribuire le risorse in modo più funzionale
all’interno del territorio. Il limite principale è la reperibilità di queste informazioni.
Ideazione e attuazione di una nuova ricerca: permettono di raccogliere nuove informazioni specifiche rispetto agli
obiettivi dell’operatore. Favoriscono la conoscenza dei bisogni della comunità in un determinato momento e
consentono di raccogliere informazioni rispetto alle variabili più recenti evidenziate dall’analisi della letteratura.
A livello di intervento, è auspicabile cercare di promuovere e potenziare i fattori che risultano protettivi rispetto a un
potenziale rischio. Per comprendere e intervenire su un fenomeno è quindi necessario considerare non solo i fattori
individuali ma anche quelli relativi alla rete di sostegno sociale.
Agire sugli ambienti permette di intervenire indirettamente sull’individuo.
Nel caso in cui si presentino cambiamenti a livello sociale ma non individuale, non si potrebbe parlare di
cambiamento per l’individuo, ma solo di cambiamento potenziale. Tale potenzialità cresce all’aumentare del numero
di azioni svolte e dei contesti considerati. Al contrario, un cambiamento individuale, non sostenute a livello sociale,
basato esclusivamente sulla motivazione intrinseca del soggetto, porterebbe a un miglioramento limitato nella vita
dell’individuo, perché non sono presenti le condizioni di sostegno e le risorse necessarie per favorire un
cambiamento stabile.

I processi sociali sono cui agiscono i contesti


Mettere immagine slide
I processi di primo ordine sono costituiti dalle influenze dirette che i contesti di vita hanno sull’individuo (es. vita di
un adolescente sono rappresentati dalla famiglia, dalla classe, dal gruppo dei pari).
Non esiste una spiegazione condivida tra gli studiosi circa quali siano i meccanismi microsistemici che favoriscono o
inibiscono il benessere psicosociale dell’adolescente.
(es. modello dell’apprendimento sociale -> i ragazzi acquisiscono stili di vita e comportamenti dagli altri adulti
attraverso l’osservazione e il rinforzo; teoria dell’attaccamento -> le esperienze dei primi anni di vita costituiscono gli
schemi cognitivi).
Anche se sarebbe utile conoscere l’influenza esercitata da ogni singolo setting sul comportamento, questo non
permette una completa visione dei processi e dei fenomeni attivi nella comunità.
I processi di secondo ordine sono costituiti dalle “interconnessioni tra due o più setting all’interno dei quali la
persona partecipa attivamente”. I diversi contesti interagiscono e, influenzandosi tra loro, provocano ulteriori effetti
sull’individuo.
Uno dei processi che sembrano agire a questo livello di analisi è quello imputabile all’effetto coerenza, che si attiva
quando fra i diversi contesti di vita può essere identificata una comunanza di intenti e di valori: l’esposizione a
setting contraddistinti da messaggi normativi comuni e condivisi dall’intera comunità favorisce la presenza e
l’apprendimento di determinati valori e comportamenti.
Il secondo fenomeno si riferisce alla presenza in diversi setting delle stesse figure adulte significative: questa
“costante presenza” rinforza alcuni valori e principi condivisi nella comunità.
Le caratteristiche in un contesto possono anche modificare l’intensità dell’effetto che altri contesti hanno sul
comportamento e sul benessere delle persone.
Le caratteristiche di un contesto possono anche modificare l’intensità dell’effetto che altri contesti hanno sul
comportamento e sul benessere delle persone (es. relazione conflittuale con insegnanti + relazione conflittuale con
genitori -> rendimento scolastico più negativo; al contrario, relazioni di fiducia e sostegno con figure non familiari
possono compensare le relazioni conflittuali in famiglia rendendole meno negative).
Nell’ambito della ricerca psicologica, tali effetti vengono chiamati “di moderazione”, in quanto le caratteristiche di
un ambiente di vita sono in grado di moderare l’influenza di altri contesti. Inoltre, non sempre le caratteristiche di un
setting agiscono influenzando direttamente il comportamento degli individui: in alcuni casi, la presenza di alcuni
fattori in un contesto va a plasmare caratteristiche di altri ambienti di vita che, a loro volta, influenzano il benessere
e il comportamento della persona (es. le caratteristiche del quartiere si ripercuotono sulla vita dei bambini e
adolescenti attraverso l’effetto che hanno sulla qualità della relazione genitore-figlio). In questo caso si parla di effetti
“di mediazione”.
Esiste un ulteriore fattore da considerare, ovvero quello della qualità della comunicazione tra i diversi setting (es.
buona comunicazione tra scuola e famiglia -> influenza positiva sulle prestazioni scolastiche).
I processi di terzo ordine sono il prodotto delle interazioni dei vari elementi del sistema “comunità” e sono la
manifestazione di fenomeni che si sviluppano al livello gerarchicamente più basso. Questi processi non sono
semplicemente l’aggregazione dei processi derivanti da tutti i setting microcontestuali, o dall’interazione tra questi,
ma generano effetti imputabili al sistema comunitario nel suo insieme.
Un esempio è il capitale sociale. Una comunità caratterizzata da elevato capitale sociale si contraddistingue per la
diffusa presenza di relazioni interpersonali basate sulla fiducia e sulla solidarietà tra i membri (es. presenza sul
territorio di associazioni no-profit che agiscono nella comunità -> opportunità per l’adolescente di trovare un
significato esistenziale al proprio vivere. La partecipazione attiva dei ragazzi insieme a un elevato numero di
associazioni può rivelarsi un importante fattore protettivo, per esempio per
All’interno di una comunità ove esistono associazioni ben connesse tra loro si stabiliscono le condizioni per
incrementare l’efficacia collettiva di tali organizzazioni e dei loro membri.
Le condizioni affinché si possano attivare e sviluppare processi di terzo ordine sono quelle di avere a disposizione dei
setting sufficientemente interconnessi tra loro.
Il benessere è dunque la risultante non solo di caratteristiche individuali o intrapsichiche ma anche delle condizioni di
vita e dei processi che si instaurano tra i diversi contesti di vita.

Key integrated social sistem (KISS)


Rappresenta tutti i setting formali ed informali attraverso i quali un individuo passa dalla concezione fino alla
maturità:
1. Sistema sanitario: include formazione dei genitori, assistenza pre-during-port parto.
2. Famiglia, ovvero il setting primario ove di costruiscono importanti abilità cognitive, affettive, interpersonali ed
accademiche.
3. Scuola: acquisisce particolare rilevanza per le famiglie più disagiate.
4. Associazioni: un tempo solo “religiose”… importante per lo sviluppo ed il riconoscimento di abilità
extrascolastiche.

In seguito vengono introdotti i contesti KISS secondari:


5. Posto di lavoro: condiziona i tempi a disposizione (genitori), i pattern di interazione con i figli (frustrazioni),
occasioni di socializzazione per i figli
6. Organizzazioni comunitarie: gruppi che incrementano il capitale sociale della zona e possono “advocate” spazi di
socializzazione per i ragazzi
7. Mass-Media: influenzano le strategie di parenting dei genitori
8. Internet: forme di sostegno e di comunicazione non tradizionali (rischi)
Non tutti i bambini passano attraverso un adeguato KISS

Ailing-in-Difficulties (AID) ist.


La società offre dei sistemi di sostegno e assistenza a breve termine:
1. Sportelli psicologici a scuola
2. Conseling dei servizi tradizionali (consultorio, Set.T., etc.)

Illness Correctional Endeavors (ICE)


Lo step finale del modello di Bower è dunque l’ICE, che definisce, nonostante la mission (“riportare l’individuo prima
al livello AID e poi KISS”), sistemi di controllo:
1. Centri psichiatrici di degenza
2. Centri per l’affido minorile
3. Prigioni minorili

I cinque principi di Levine: il significato dell’approccio ecologico nella pratica


Levine ha proposto cinque principi pratici da applicare in psicologia di comunità e che riassumono alcuni degli aspetti
più salienti trattati in questo capitolo.
1. Un problema sorge in un setting o in una situazione: i fattori situazionali causano, innescano, esacerbano e/o
mantengono il problema.
Gli sforzi degli operatori non devono essere diretti esclusivamente alla comprensione delle caratteristiche
individuali ma anche alla conoscenza delle caratteristiche dei setting in cui l’individuo è inserito.
2. Un problema sorge perché la capacità adattiva del setting (di “problem-solving” è bloccata.
La prospettiva ecologica presuppone una relazione di interdipendenza tra persone e setting, come parte di
uno stesso sistema integrato. Pertanto, le capacità adattive delle persone in un determinato setting soni
limitate dalla natura del setting stesso.
3. Per essere efficace, un aiuto deve essere collocato in modo strategico rispetto all’insorgere del problema.
È necessario fare uno sforzo per cambiare il proprio punto di vista, superando la nostra idea soggettiva di
come dovrebbe essere elargito l’aiuto. Piuttosto che inviare la persona a chiedere aiuto, bisognerebbe
portare aiuto alla persona, o meglio al setting in cui la persona è percepita come problema. È necessario
tenere presenti le dimensioni temporali e spaziali del problema, in modo da intervenire strategicamente nel
momento più idoneo rispetto allo sviluppo dello stesso.
4. Gli scopi e i valori dell’operatore o del servizio di aiuto devono essere coerenti con gli scopi e i valori del
setting.
Ciascun setting presenta scopi e valori sia a livello manifesto che latente. Nel caso in cui gli obiettivi del
cambiamento siano coerenti con gli scopi latenti e manifesti di quel setting, il processo di cambiamento non
susciterà resistenze da parte degli attori. Se, invece, gli obiettivi del cambiamento proposto sono in conflitto
con i valori del setting, potrebbero verificarsi conflitti e tentativi di bloccare e ostacolare il cambiamento.
Questo principio suggerisce anche che il servizio o l’operatore che introducono il cambiamento debbano
confrontarsi relativamente al rapporto tra i propri valori personali e i valori del setting e della committenza.
Nonostante i cambiamenti si basi su conoscenze e metodi che possono sembrare senza una base valoriale,
non tutti i cambiamenti sono ugualmente desiderabili e una richiesta di aiuto da parte di un sistema implica
una riflessione sui valori personali a essa legati.
5. La forma d’aiuto deve essere stabilita in modo sistematico, usando le risorse naturali del setting o mediante
l’introduzione di risorse che possono diventare istituzionalizzate come parte del setting.
L’operatore dovrebbe cercare di comprendere quali sono le risorse presenti e come il setting le utilizza. È
preferibile introdurre all’interno di un sistema un cambiamento che sia duraturo nel tempo e che continui a
essere una risorsa nella risoluzione dei problemi in un dato setting.
Gli operatori che scelgono di adottare un modello teorico basato sulla metafora ecologica per la progettazione di
programmi di intervento devono tenere in considerazione la complessità relativa al cambiamento di un sistema
come la comunità.
La metafora ecologica, infatti, evidenzia come il cambiamento non sia un processo lineare: gli interventi volti alla
risoluzione di un problema, infatti, possono generare nuove difficoltà in altri contesti.
Un0ulteriore implicazione, derivante dall’uso della metafora ecologica, è relativa al ruolo degli operatori che attuano
l’intervento. Gli operatori dovrebbero essere in grado di costruire relazioni con diversi partner presenti nel setting,
prendersi il tempo necessario per la conoscenza del contesto e creare soluzioni con le persone utilizzando modalità
partecipative.
Anche dal punto di vista della ricerca, l’adozione della metafora ecologica, come chiave di lettura della realtà, ha
implicazioni importanti, in quanto prevede l’utilizzo di diverse tipologie di misurazione con lo scopo di preservare il
maggior grado di complessità possibile per la comprensione dei fenomeni oggetto di studio, così come si presentano
naturalmente nei setting analizzati.

Capitolo 4
La voce (public health e prevenzione collettiva) si attesta a circa lo 0,6% della spesa (lo 0,1% del PIL).
Si investe poco nella prevenzione rispetto agli altri paesi: in Canada la prevenzione pesa per il 6,9% sul totale della
spesa sanitaria, in Finlandia il 5,4%.

Prevenzione e promozione del benessere


Lavorare nella prevenzione significa fare delle previsioni sui comportamenti futuri di comunità o gruppi di persone e
agire affinché alcune cose non avvengano.
Il professionista che lavorai n prevenzione dispone di una serie di dati di partenza che descrivono la situazione di una
comunità rispetto a un certo problema, di un insieme di indicatori di rischio e protezione sui quali si stimano le
probabilità che alcuni comportamenti si possano verificare in futuro. In base a queste evidenze il professionista
metterà in atto delle azioni per modificare quelle condizioni che favoriscono o scoraggiano l’attuazione del
comportamento o l’insorgenza del problema target.
L’idea della prevenzione si basa su una serie di assunti di cui non sempre si è consapevoli:
1. L’immortalità
2. I rischi vanno sempre evitati o ridotti (mentre potrebbero essere considerati, in alcune condizioni, esperienze
di crescita)
3. I comportamenti attesi tendenzialmente riprodurranno quelli passati, mentre le condizioni storiche
cambiano e occorre considerare la variabilità umana.
È disponibile un numero sempre maggiore di programmi la cui efficacia è ormai acquisita e i vantaggi di prevenire
disturbi e problemi cognitivi, emotivi e comportamentali sono ben documentati.
Inoltre, le indicazioni che provengono da diversi organismi internazionali sono sostanzialmente due:
- Fare in modo che i soggetti a rischio ricevano il miglior intervento di prevenzione disponibile prima che il
problema insorga;
- Promuovere lo sviluppo positivo per bambini, adolescenti e giovani adulti per i quali la plasticità e il
cambiamento sono parte del processo di sviluppo.

La prevenzione in azione
Gli investimenti del Servizio sanitario nazionale per la prevenzione nel 2013 rappresentano il 4,18% del budget
complessivo. Appare dunque evidente come gran parte degli investimenti per la salute pubblica siano orientati alla
cura e al trattamento e davvero poco si faccia ancora per le attività preventive.
La maggior parte dei fondi per la prevenzione viene spesa così: brevi incontri o cicli di incontri formativi, spesso
tenuti da “esperti”, volti a informare i giovani dei rischi e delle conseguenze connessi a un determinato
comportamento.
La letteratura scientifica da anni ne ha dimostrato gli scarsi risultati, se non addirittura opposto agli obiettivi
perseguiti.
Non esiste contrapposizione tra terapia e prevenzione (complementarietà).
Un fondamentale limite dell’approccio clinico-individualistico è la semplice constatazione aritmetica che i servizi per
le persone riescono a raggiungere soltanto una minima parte di coloro che vivono situazioni di disagio e di
malessere.
Se da un lato gli interventi preventivi e di promozione della salute e del benessere rientrano nelle pratiche
professionali legate alla salute mentale e quindi alla salute pubblica, riteniamo che la prevenzione consista nel
lavorare con tutta la popolazione di una comunità, oppure con gruppi e/o soggetti a rischio, e/o con soggetti che
hanno qualche comportamento o sintomo subclinico; in altre parole, con quei soggetti che ancora non costituiscono
un “caso” da trattare, da curare.
Psicologia di comunità nasce in contrapposizione al modello medico (Cowen, 1980: “Tratto distintivo”)
Ricerca nell’ambiente sociale la causa dei problemi (la terza rivoluzione, Hobbs, 1964)
Le due anime della psicologia di comunità:
- Spostamento dell’ottica dell’intervento della cura alla prevenzione (Caplan, 1964)
- Si svincola dal trattamento orientandosi a problematiche più generali.
Es. in adolescenza (Center for Desease Control, 2019)
Il tasso di suicidi (tra 10-24 anni) è aumentato del 56% (dal 2007-2017).
Per i preadolescenti (10-24) è triplicato
Tra 2007 e 2013 è cresciuto del 3% l’anno e tra 2013 e 2017 del 7%

Prevenire è davvero meglio che curare: es. depressione


In Italia sono almeno 800 mila i giovani depressi (fenomeno in aumento)
La percentuale di suicidi tra gli adolescenti dai 15 ai 19 anni si è triplicata negli ultimi 30 anni, diventando la seconda
causa di morte in questa fascia d’età.
Inoltre si stima che circa il 25% dei ragazzi di 18 anni abbia vissuto, nel corso della vita, almeno un episodio
depressivo.

Valutare il rapporto costi/benefici di un programma di intervento psicologico preventivo in adolescenti, figli di


genitori depressi, affetti da stati depressivi minori.
94 (13-18 anni), metà dei quali sono stati sottoposti a 15 sessioni (da 1 ora ciascuna) di terapia cognitivo-
comportamentale, condotte da terapisti esperti presso un centro specializzato, mentre l’altra metà rappresentava il
gruppo di controllo.
Dopo un anno dall'inizio dello studio, sono stati valutati sia i parametri clinici (convertiti in numero di giorni liberi da
depressione e in QALY, indice che tiene conto non solo del numero di anni di vita guadagnati, ma anche della qualità
della vita stessa), sia i parametri economici. Questi ultimi comprendevano, oltre ai costi diretti del trattamento, come
la formazione dei terapisti, il materiale per le sessioni di terapia e tutti gli ulteriori interventi di cura necessari, anche
i costi indiretti, cioè il tempo speso dai giovani e dai loro genitori e le spese di viaggio sostenute per accedere alle
cure.
Risultati: 53 giorni in meno di depressione e un significativo aumento dell’indice QUALY che si traduce non solo in
un’aspettativa di vita più lunga, ma anche migliore.

Prevenzione e “Moda”
I problemi che si affrontano subiscono la moda
–  Anni 60: povertà e svantaggio sociale
–  Anni 70: giustizia economica e sociale
–  Anni 80: guerra alle droghe
–  Anni 90: guerra alla violenza (HIV)
–  Anni 90-00: immigrazione/integrazione

Livelli e classificazione degli interventi


Sono cinque le maggiori categorie di fattori che si sono rivelate connesse alla salute e al benessere:
- Fattori genetici e associati fattori biologici
- Stili di vita, come l’uso e l’abuso di sostanze, e stili alimentari
- Assistenza sanitaria
- Ecologia e condizioni di vita
- Strettamente connesse e spesso sovrapposte ad aspetti ecologici e alle condizioni di vita sono le
caratteristiche sociali e della società.
In accordo con queste evidenze empiriche, il più recente rapporto sulle ineguaglianze sociali dell’Ufficio europeo
dell’OMS raccomanda che gli operatori della salute si concentrino sui seguenti aspetti:
- Migliorare le condizioni ambientali e sociali di vita delle persone;
- Contrastare le ineguaglianze nella distribuzione economica, di potere e delle risorse troppo concentrate in
mano a pochi;
- Misurare e comprendere la dimensione dei problemi e misurare gli effetti delle proprie azioni professionali.
L’obiettivo dell’approccio preventivo è quello di raggiungere molte più persone e, in particolare, le più bisognose.
La prevenzione si pone in particolare come uno degli argomenti fondanti della psicologia di comunità, al punto che
uno dei suoi padri fondatori, Emory Cowen, vede in questo tratto la caratteristica distintiva della psicologia di
comunità nello spetto delle psicologie.

DEFINIZIONE DI PREVENZIONE
Prevenzione o promozione della salute?
Prevenzione
- Agisce per eliminare i fattori che aumentano la probabilità che un disturbo si manifesti  fattori di rischio
- Agisce per aumentare i fattori che limitano la probabilità che un disturbo si manifesti  fattori di protezione
- Resilienza: capacità di un soggetto di reagire di fronte alle condizioni avverse, imparando dalle difficoltà.
DEFINIZIONE DI PROMOZIONE
Promozione della salute
- Crea le condizioni per favorire o aumentare una condizione di benessere o sviluppo positivo
- Sviluppo positivo: competenza, fiducia, connessione, qualità morali e cura
- In psicologia di comunità non c’è contrapposizione ma integrazione.

La classificazione di Caplan
- Prevenzione primaria: volta a ridurre l’incidenza di un disturbo, agendo sulla popolazione sana e
prevenendo lo sviluppo di nuovi casi. Questo tipo di interventi è orientato a prevenire l’insorgere di disturbi
o patologie (es. interventi di educazione sessuale e prevenzione dell’HIV).
- Prevenzione secondaria: ha lo scopo di individuare precocemente nuovi casi problematici e di fornire
trattamenti a uno stadio precoce o latente dello sviluppo del disturbo (es. sostegno per le madri post-parto).
- Prevenzione terziaria: obiettivo di ridurre la durata, l’impatto e la cronicizzazione di un particolare disagio o
disturbo. L’idea che un disturbo non debba necessariamente produrre disabilità e che la disabilità non debba
necessariamente diventare handicap è centrale in questa definizione.
Il limite di questa classificazione è che non riesce a discriminare in maniera netta il confine tra interventi di
prevenzione secondaria e terziaria e forme di trattamento, terapia o di riabilitazione.

L’incidenza rappresenta la proporzione di individui che vengono colpiti da un disturbo in un determinato periodo di
tempo. Misura il numero di nuovi casi nel periodo di tempo e individua il rischio di ammalarsi cui è soggetto un
individuo che appartiene a quella popolazione.  l’incidenza misura la velocità di transizione dallo stato di salute
allo stato di “malattia”.
Formula: nuovi casi in un periodo di tempo / nuovi casi + popolazione (inizialmente non interessata).

La prevalenza misura la proporzione di individui di una popolazione che, in un dato momento, presenta il disturbo a
cui siamo interessati. Questa misura è di tipo statico e non può essere definita come “tasso”.
Formula: casi / casi + popolazione “sana”
Classificazione basata sul modello di Bronfenbrenner
Il modello di Bronfenbrenner consente di considerare le forme di prevenzione che non si limitano ad agire a livello
individuale, ma che propongono interventi che sono riconducibili ai diversi contesti di vita dei soggetti.
A microlivello si possono collocare quei progetti che agiscono sulle relazioni diadiche; a mesolivello quegli interventi
che puntano a favorire le relazioni tra i diversi microlivelli; a macrolivello quelle azioni che introducono o modificano
le norme o l’organizzazione dell’ambiente socioculturale ampiamente inteso.

Classificazione dell’Institute of Medicine


La più recente e convincente concettualizzazione degli interventi preventivi è quella proposta dell’Institute of
Medicine:
- Universali, gli interventi considerati desiderabili per l’intera popolazione;
- Selettivi, auspicabili per quei sottogruppi della popolazione il cui rischio di sviluppare un qualsiasi disturbo è
significativamente maggiore rispetto alla media (es. figli di tossicodipendenti);
- Indicati, applicabili a persone che sono state identificate come portatrici di chiari segni o sintomi prodromici,
tali da doverli considerare ad alto rischio per quanto riguarda lo sviluppo futuro di un determinato disturbo.
Questa classificazione offe il vantaggio di proporre delle categorie tassonomiche ben definite, senza sovrapposizioni
con gli interventi terapeutici rivolti a soggetti per i quali è stata fatta una chiara diagnosi.
Il confine tra interventi indicati e diagnosi precoce non è così netto, anche a causa dell’imperfezione degli strumenti
diagnostici e di screening.
Proposta di Durlak  combinare target e livello di intervento
Es. interventi di prevenzione universale del consumo di sostanze:
- A livello individuale, progetti di promozione delle life skills;
- A livello di microsistema, progetti finalizzati a migliorare la qualità delle relazioni familiare e a evitare la
frequentazione di coetanei devianti;
- A livello di comunità/macrosistema, legge che vieta il consumo di tabacco nei luoghi pubblici.
In generali, i progetti focalizzati sull’individuo hanno l’obiettivo di indurre un cambiamento a livello informativo o di
incrementare competenze e abilità sociali.
Con “azioni a microsistema” si intendono quei progetti che si pongono l’obiettivo di migliorare la qualità degli
ambienti relazionali delle persone, agendo però non sul target ultimo dell’intervento, ma sulle persone che vi stanno
intorno.
Gli interventi possono poi allargare il livello di analisi, agendo sull’ambiente inteso in senso più ampio, modificando
per esempio alcuni aspetti dell’ambiente fisico come la rimozione dei distributori di cibi spazzatura. Allo stesso livello
si possono prefigurare interventi di sviluppo di comunità o modificazioni legislative.
Per individuare e classificare correttamente un intervento, oltre a identificare il problema da prevenire, va definita la
comunità a cui ci si riferisce, ed eventualmente all’interno di questa vanno definiti i sottogruppi con cui agire.
Ci sono altri due aspetti da considerare quando si parla di progetti di prevenzione: si tratta dei compiti di sviluppo e
di come alcuni problemi insorgano in specifiche età o fasi di sviluppo.
Gli interventi di prevenzione possono considerarsi delle azioni professionali intenzionali con lo scopo di alterare i
processi di sviluppo. Uno sviluppo sano o ottimale è caratterizzato dallo sviluppo di competenze che vengono
acquisite progressivamente grazie all’interazione con l’ambiente e i contesti di vita. L’acquisizione di alcune
competenze a una certa età costituisce la base per lo sviluppo di altri comportamenti in età più avanzate.
Inoltre, ogni contesto sociale pone agli individui che lo popolano delle aspettative specifiche circa i comportamenti
da tenere sulla base di determinare norme sociali. Queste aspettative a volte vengono definite come “compiti di
sviluppo” e naturalmente differiscono a seconda della cultura, del genere e del periodo storico.
Affrontare questi compiti con successo o meno è importante per l’acquisizione di competenze in grado di favorire
l’adattamento e l’integrazione sociale.

Dai fattori di rischio alla promozione di benessere


Fattori di rischio: caratteristiche individuali o condizioni ambientali misurabili, la cui presenza si associa a una
maggiore probabilità di sviluppare disagio.
Fattori di protezione: caratteristiche individuali o condizioni ambientali che aumentano le probabilità e le capacità di
una persona di adattamento e di mantenere-aumentare uno stato di benessere).
Ciò che connota un intervento di prevenzione è l’obiettivo di agire sui fattori modificabili specificatamente per
ridurre la probabilità ce un disturbo si manifesti.
A volte, in letteratura con il termine “protettivo” vengono indicati anche quei fattori che interagiscono nella
relazione tra fattore di rischio e conseguenze, quelli che sono in grado di ridurre l’impatto negativo del fattore di
rischio sull’insorgenza del problema.
Lo studio metanalitico di Crews e colleghi riporta che la scarsa riuscita scolastica è un fattore di rischio per problemi
legati a comportamenti aggressivi, mentre avere adeguate prestazioni scolastiche risulta un fattore protettivo.
Gli interventi di promozione della salute si caratterizzano per un orientamento alla creazione delle condizioni che
permettono o migliorano una situazione di benessere o di sviluppo positivo.
Nell’ambito della psicologia di comunità si auspica naturalmente un’integrazione tra interventi di tipo preventivo e
interventi di promozione della salute che vengono considerati non come azioni contrapposte bensì congiunte.
I fattori di rischio e di protezione possono essere individuati sia a livello delle singole persone, sia a livello ambientale
e sono a volte due facce della stessa medaglia.
Esempio: se da un lato una buona comunicazione genitori-figli e adeguate strategie di controllo possono essere un
fattore protettivo rispetto allo sviluppo di problemi comportamentali ed emotivi, la loro mancanza può costituire un
fattore di rischio. D’altro canto, se una bassa autostima risulta un fattore di rischio per la vittimizzazione del bullismo,
non è vero che un’alta autostima sia un fattore protettivo.

Resilienza. Questo costrutto si riferisce alla capacità di un soggetto di resistere all’influenza dei fattori di rischio.
L’abilità di lottare e imparare dalle avversità e cercare di integrare anche queste esperienze nella propria vita.

Ciò che contraddistingue l’approccio dei fattori di rischio e protezione è che l’attenzione a questi fattori è finalizzata
alla prevenzione di un disagio: quindi, il fine è la riduzione della probabilità di incorrere in problematiche.
Dall’altro lato, il cosiddetto approccio delle scienze applicate dello sviluppo sostiene che le persone hanno la
potenzialità per raggiungere uno sviluppo positivo, inteso come realizzazione del proprio potenziale e di un positivo
e attivo coinvolgimento con la comunità: l’attenzione, in questo caso, viene posta sullo sviluppo positivo.
Questo approccio non considera esplicitamente i fattori di rischio, viceversa si concentra sulle componenti dello
sviluppo positivo: competenza, fiducia (in sé stessi, nelle proprie capacità, autoefficacia), connessione (con la
famiglia, i coetanei, la scuola), qualità morali (rispetto per le norme e i valori sociali e culturali), cura (empatia verso
gli altri).
Uno sguardo più attento rivela comunque che gli obiettivo primari degli interventi di prevenzione corrispondono
spesso agli obiettivo secondari degli interventi di promozione dello sviluppo positivo e viceversa.
Esempio: alcuni interventi di prevenzione mirano a ridurre l’incidenza di comportamenti problematici attraverso lo
sviluppo di competenze e il coinvolgimento attivo nella scuola e nella comunità. L’obiettivo primario di “prevenire i
comportamenti problematici” viene raggiunto attraverso la promozione di competenze e coinvolgimento. La
promozione di competenze e coinvolgimento risulta spesso essere proprio l’obiettivo primario degli interventi per lo
sviluppo positivo.

L’integrazione tra i due approcci ha condotto allo sviluppo di modelli e interventi che sono in grado di spiegare e
promuovere sia i processi che proteggono da esiti di sviluppo negativi, sia quelli che promuovono uno sviluppo
negativo.

Approccio dei fattori di rischio e Approccio dello sviluppo


di protezione positivo
Teorie di base Psicopatologia dello sviluppo Studi sulla plasticità dello
(Cicchetti e Rogosch 2002) sviluppo umano; psicologia
positiva
Focus dell’attenzione Comportamenti problematici Risorse dell’ambiente e della
quali consumo di sostanze, persona; sviluppo positivo inteso
delinquenza e comportamenti come realizzazione del proprio
sessuali a rischio. potenziale, e positivo e attivo
coinvolgimento con la comunità.
Finalità degli interventi Ridurre e prevenire i Promuovere le risorse personali,
comportamenti problematici quali per esempio: competenza,
attraverso l’azione su variabili di fiducia, connessione, carattere,
tipo sociocognitivo, quali cura, lo sviluppo di un’identità
atteggiamenti, credenze e positiva e l’attivo e positivo
intenzioni, oppure capacità di coinvolgimento con il proprio
problem-solving e capacità di ambiente sociale.
rifiutare il coinvolgimento in
comportamenti a rischio.
Azioni proattive e reattive
La psicologia di comunità tenta di includere prevenzione e promozione del benessere sotto un ombrello di interventi
che cercano di collegarsi tra loro da adottando sempre un’ottica “proattiva”.
Azioni connotate dalla massima proattività e che si occupano di promuovere il benessere su intere popolazioni. Ci si
può spostare individuando dei gruppi o delle persone maggiormente a rischio ma ancora con un’ottica proattiva,
ovvero senza aspettare che queste persone si rivolgano ai servizi. Infine, allo scopo di prevenire il deterioramento di
situazioni già compromesse, gli interventi non possono che assumere valenza reattiva e rispondere dunque a delle
problematiche già conclamate.
Es. maltrattamento dei figli  tra le strategie che possono promuovere il benessere delle famiglie si possono
identificare dei progetti orientati a tutte le famiglie di una comunità come il sostegno sanitario gratuito alle madri, o i
contribuiti finanziari per i figli.
A livello individuale i parent training.
Considerando nello specifico le famiglie che si trovano ad affrontare dei momenti di crisi si possono identificare degli
interventi specifici per questo particolare gruppo di famiglie, per esempio assegni di disoccupazione. Mentre a livello
territoriale, counselling/formazione/orientamento che vengono attivati per assistere queste persone.
Anche in questo caso non si attende (proattività) che qualcuno si rivolga ai servizi per denunciare un caso di
maltrattamento.
Nell’ambito degli interventi “proattivi”, ci possono essere degli interventi specificamente mirati a famiglie che si
ritrovano, al proprio interno, membri che hanno avuto nella loro vita problemi di maltrattamento familiare.
Nel momento in cui il maltrattamento si viene a manifestare,, gli interventi divengono di natura “reattiva” (ovvero in
reazione a un disturbo o a delle conseguenze già in atto). Anche in questo caso esistono delle strategie
maggiormente caratterizzanti la psicologia di comunità e si riferiscono in particolare ai gruppi di auto-mutuo-aiuto 
ecologia dell’aiuto informale  fornire ai ragazzi con storie di maltrattamento dei momenti di gruppo, gestiti da
professionisti.

Che cosa funziona di più in ambito preventivo e di promozione


La ricerca scientifica in ambito preventivo, insieme alla letteratura sulla valutazione dei progetti di prevenzione, ha
evidenziato in maniera consistente quelli che sono gli elementi su cui puntare affinché aumenti la probabilità di
efficacia dei progetti.
In campo preventivo, si è arrivati a una sufficiente base di conoscenze delle caratteristiche che i progetti devono
avere per essere efficaci e per assistere gli operatori nella scelta dei progetti che sono destinati ad avere maggiore
successo.
Caratteristiche Definizioni
Molteplicità dei livelli di azione Interventi a diversi livelli o domini (es. famiglia,
comunità, pari).
I progetti efficaci di prevenzione e promozione
sono quelli che agiscono congiuntamente sui
fattori di rischio e di protezione collocabili a diversi
livelli di analisi.
Teoricamente fondati I progetti costruiti sulla base di un modello teorico,
ovvero la cui definizione di obiettivi e strategie è
guidata e giustificata da una teoria, sono
maggiormente efficaci. Nell’ambito della
prevenzione, due tipologie di teorie alla base di un
progetto svolgono un ruolo importante: quelle di
tipo eziologico che spiegano le cause del problema
su cui si vuole agire e quelle che illustrano quali
sono i metodi migliori per modificare questi fattori
eziologici (modelli di cambiamento)
Dopo aver identificato i fattori di rischio e di
protezione peri l disturbo che si intende prevenire
in base a un modello teorico, i progetti efficaci
utilizzano teorie empiricamente verificate che
illustrano come ottenere i cambiamenti desiderati
sui fattori eziologici e sul comportamento finale.
Metodi misti d’insegnamento e coinvolgimento Le strategie di tipo interattivo, ovvero quelle che
promuovono l’interazione e il coinvolgimento
attivo dei partecipanti, sono più efficaci delle
metodologie di natura strettamente informativo-
nozionistica. Incremento di efficacia imputabile ai
progetti caratterizzati dall’uso congiunto di diverse
strategie.
Sufficiente dosaggio Grado di esposizione alle attività del progetto in cui
sono coinvolti i soggetti target.
I progetti che si sono rivelati maggiormente efficaci
sono quelli che prevedono un ampio dosaggio di
attività e che non risultano estemporanei.
Culturalmente rilevante Capita molto spesso che training e progetti
vengano importati e tradotti da altre realtà
culturali. È opportuno che queste attività vengano
pilotate per verificare l’applicabilità.
Formazione adeguata dello staff L’efficacia dei progetti di prevenzione è fortemente
influenzata dal livello di formazione e competenza
di coloro che ne devono realizzare le azioni.
Valutazione degli esiti Analisi della capacità del progetto di raggiungere i
risultati prefissati. Il progetto deve avere obiettivi
chiaramente definiti ed essere appropriatamente
valutato e monitorato.

Prevenzione e promozione del benessere a livello macro


Le azioni di prevenzione e promozione del benessere a macrolivello si esplicano principalmente, da un lato, a livello
nazionale attraverso le leggi e le decisioni politiche prese dai singoli paesi rispetto alle questioni di salute pubblica,
dall’altro, a livello internazionale attraverso linee guida e leggi elaborate in accordo tra diversi paesi, quali per
esempio le decisioni dell’OMS.
Le leggi e le normative, inoltre, agiscono in interazione sia con le azioni che si esplicano a livello indivdiuale, a
microlivello, di organizzazioni e di comunità, sia con altre azioni che si esplicano a macrolivello.
Un ulteriore fattore di macrolivello è rappresentato dalla cultura e dai valori, ovvero la percezione che persone
hanno che nella comunità un comportamento sia considerato negativamente oppure socialmente approvato.
Carta di Ottawa, Prima conferenza internazionale di promozione della salute  il focus di questa prima conferenza
venne posto sull’ampliamento delle strategie di promozione della salute in modo da realizzare azioni congiunte a
livello individuale, di organizzazioni e di comunità.
Cinque strategie:
1. la definizione di politiche pubbliche finalizzate alla promozione della salute;
2. la creazione di ambienti supportivi;
3. il rafforzamento delle azioni di comunità;
5. la riorganizzazione e il miglioramento dei servizi destinati alla promozione della salute.

La strategia europea di promozione della salute è stata articolata su due linee: la valutazione delle principali
problematiche in termini di salute pubblica e delle loro cause, l’analisi delle strategie e delle organizzazioni a livello
politico rispetto alla promozione della salute. Dall’analisi delle problematiche di salute è risultato evidente come alla
radice di gran parte di esse vi siano i massicci cambiamenti sociali ed economici verificatisi nell’ultimo decennio del
XX secolo.
Approccio Investment for Health  veicola un’idea di promozione della salute come strategia innovativa che
garantisca effettivi miglioramenti economici e sociali.
- Migliorare e mantenere la salute pubblica è un investimento;
- Gli investimenti nel settore della promozione della salute devono essere basati sull’analisi dei determinanti
della salute a livello di popolazione;
- Gli investimenti nel settore della promozione della salute implicano la riorganizzazione dei servizi e il
generale sviluppo sociale ed economico;
- Diversi investimenti nel settore della promozione della salute dovrebbero essere comparati tra loro rispetto
ai risultati ottenuti a livello di popolazione;
- Gli investimenti nel settore della promozione della salute dovrebbero ridurre le ineguaglianze sociali ed
economiche.
La finalità dell’approccio Investment for Health è quella di intervenire sulle cause di malattie e problematiche in
modo credibile, efficace ed etico.
L’approccio Investment for Health propone di agire attraverso una combinazione di azioni che intervengono per
modificare comportamenti e stili di vita e politiche finalizzate a migliorare le caratteristiche dei contesti e delle
condizioni di vita.

La prevenzione all’interno del contesto nazionale


Sottoponendo a un rapido esami gli interventi di prevenzione e promozione del benessere che, a livello nazionale e
internazionale, hanno dedicato attenzione al momento valutativo in modo rigoroso e con metodologie adeguate, si
può notare che nella maggior parte dei casi essi sono progetti ideati in ambito accademico e realizzati con finalità
sperimentale. Tale constatazione denuncia una distanza mai completamente superata tra la ricerca e il lavoro sul
campo.
La valutazione di un progetto può costituire uno strumento per colmare il gap tra ricerca e pratica in prevenzione.
Il processo di valutazione, infatti, può coniugare la promozione di conoscenze, competenze ed empowerment di tutti
gli attori coinvolti e l’analisi dei risultati del progetto e dei processi innescati on adeguati standard di rigore
metodologico.
Emergono chiare indicazioni circa la necessità di programmare interventi preventivi sostenuti da più solide basi
teoriche. In tal senso, risulta centrale per insegnanti, amministratori, psicologi scolastici, educatori e tutti coloro che
si occupano di progetti a livello di territorio e scolastico, poter disporre di strumenti teorici e pratici affinché gli
interventi siano più congruentemente strutturati.
Un altro chiaro elemento, riguarda la scarsa propensione al confronto e alla documentazione dell’efficacia in riviste
specialistiche da parte degli organi competenti.

Esempi interventi:
- Una scuola decide di commissionare ad una cooperativa di psicologi dei training sulle abilità sociali da svolgere in
classe  individuo universale

- Un comune decide di istituire un servizio di “visite” a casa da parte delle infermiere (adeguatamente formate) nella
fase pre e post natale per le madri in attesa divorziate  macro selettivo

- Alcuni studenti vengono formati allo scopo di fornire sostegno on line ai ragazzi che sono vittime di cyvberbullying
(progetto cyber-mentoring)  micro indicato

- In seguito ad eclatanti atti di bullismo, una scuola decide di istituire un programma volto all’acquisizione della
consapevolezza del problema del bullismo da parte degli alunni e prevede, durante l’attività curricolare, la
spiegazione di alcuni concetti strettamente legati alla comprensione dei fenomeni di violenza e bullismo. 
individuo universale/selettivo

- All’interno della scuola si decide di attivare un servizio mensa differenziato, con menù vari, allo scopo di includere
anche gli studenti immigrati che altrimenti avrebbero dovuto tornare a casa  macro selettivo

- In una scuola, con al collaborazione degli studenti, si decide di procedere con la predisposizione delle linee guida di
un regolamento interno alla scuola, che definisca in maniera chiara e precisa quali sono gli ambienti “senza fumo”,
quali le procedure per la pulizia degli ambienti dove questo fosse consentito, i nominativi delle persone deputate al
controllo dei divieti, le sanzioni e le procedure per l’accertamento delle infrazioni  macro universale

- Per ridurre il drop-out scolastico una scuola decide di attivare un progetto di mentoring per ragazzi segnalati dagli
insegnanti per scarse abilità sociali ed scolastiche  individuo indicato

- Per lo stesso problema, decide inoltre di attivare un intervento che si pone l’obiettivo di potenziare le abilità sociali
dei ragazzi agendo in classe sull’empatia e sulla comunicazione emotiva.  micro indicato

- Per i ragazzi che subiscono atti di bullismo, una preside decide l’attivazione della figura di sostegno flessibile e
polivalente, denominata “Operatore-Amico”. Nel progetto, vengono selezionati coloro che diventeranno operatori-
amici (in media 3/4 per ogni classe). Questi ragazzi partecipano ad un training di addestramento finalizzato ad
acquisire competenze specifiche quali: sviluppare la capacità di ascolto, saper leggere e fornire messaggi non-verbali
(di disponibilità e ascolto), comprendere le emozioni degli altri e fronteggiare le proprie, favorire la comunicazione
utilizzando domande aperte e messaggi centrati sul proprio vissuto, ed infine, utilizzare l’approccio del problem-
solving per aiutare il compagno in difficoltà. Successivamente, il programma prevede l’intervento degli “operatori”
nelle classi con lo scopo di: fornire sostegno immediato ai compagni soli e rifiutati, fermare le prepotenze, migliorare
il clima sociale ed affettivo della classe  micro indicato

- con un gruppo di ragazze sottopeso si procede ad un intervento basato sull’incremento delle conoscenze sulle
pressioni socioculturali relative alla bellezza, allo scopo di agire sulle distorsioni cognitive, di sviluppare
l’autoaccettazione e di promuovere stili di vita salutari.  individuale indicato

- In collaborazione con i ragazzi vengono prodotti dei materiali multimediali (che verranno successivamente messi in
rete) allo scopo di informare i ragazzi sui rischi legati al fenomeno del bullismo.  micro universale

- parallelamente a tutta una serie di attività volte a migliore l’integrazione degli studenti immigrati, una scuola decide
di attivare degli incontri per genitori immigrati.  micro selettivo

- Il ministero decide di implementare sul territorio nazionale un programma di Educazione alla sessualità per i ragazzi
di scuola elementare e media  individuo universale

- un comune decide di formare tutti gli allenatori presenti sul territorio per sensibilizzarli al tema dell’integrazione e
fornirgli competenze di gestione dei conflitti tra gruppi  micro selettivo

- allo scopo di rispondere in maniera più adeguata al problema della violenza a scuola e dei ragazzi che manifestano
segnali di disagio comportamentale, un servizio di neuropsichiatria infantile decide di attivare una rete di istituzioni
(scuola, parrocchia, asl) e di privato sociale (associazioni che lavorano con i bambini, associazioni sportive) allo scopo
di condividere strumenti di azioni coerenti e condivise sul territorio.  macro indicato

- allo scopo di ridurre i problemi di discriminazione, una scuola decide di istituire dei corsi di formazione per
insegnanti volti all’acquisizione di competenze comunicative fondate sull’interculturalità  micro selettivo

- per ridurre il drop-out scolastico una scuola decide di attivare un progetto di mentoring per ragazzi immigrati 
individuo selettivo

- Il ministero decide di inviare a tutti gli studenti italiani un’informativa connessa al rischio dell’uso di tabacco in età
preadolescenziale.  individuo universale

- una scuola decide che tra i criteri di assunzione dei suoi insegnanti vi sia la conoscenza delle strategie di
cooperative learning.  macro universale

- per facilitare la “conoscenza delle culture” presenti sul territorio, un comune decide di riservare un giorno alla
settimana il servizio mensa della scuola ad un catering “multietnico”. Insieme alle somministrazioni de cibi viene
prevista una breve descrizione della cultura di provenienza da parte di un mediatore.  macro selettivo

- In una scuola vengono selezionate delle persone vittime di bullismo di vario genere per partecipare a gruppi di
counseling tenuti da consulenti esperti del settore. In tali incontri si affrontano temi riguardanti l’assertività, la
denominazione e l’espressione di emozioni.  individuale indicato
- Un comune decide di offrire delle lezioni formative ai genitori immigrati allo scopo di aiutarli nel difficile compito di
educatori  micro selettivo
- In una scuola, allo scopo di migliorare il clima di classe, vengono attivati dei corsi di formazione per insegnati sulla
cooperative learning  micro universale
- All’interno di un quartiere viene istituito l’orto comunitario (spazi verdi pubblici dati in gestione a gruppi di
persone) con lo scopo di incrementare le interazioni tra gli anziani e diminuirne la loro percezione di insicurezza 
macro selettivo
- Allo scopo di ridurre il pregiudizio nei confronti degli extracomunitari, il giornale della scuola decide di auto-dotarsi
di un nuovo “codice che impone” almeno una notizia settimanale che metta in evidenza un “atto positivo” di
immigrati  macro selettivo
- Il comune di Arzignano decide di applicare lo strumento dell’”autocostruzione” allo scopo di incrementare il senso
di comunità nelle zone adiacenti le case popolari  macro selettivo
Le visite a casa delle infermiere (Olds et al., 1998)
Cosa ci dice la letteratura scientifica
Programma orientato ad intervenire sui fattori di rischio del comportamento antisociale:
a) disabilità neurologica fin dalla fase fetale legata a comportamenti a rischio della madre (sostanze , violenze…) 
deficit verbali, regolazione attentiva, problem solving, controllo degli impulsi  disordini della condotta.
b) profusione di cura e sostegno dis-funzionale da parte dei genitori  problemi comportamentali  drop-out 
delinquenza  personalità antisociale
c) sviluppo e traiettoria futura della madre  dimensioni familiari  inconsistenti strategie di monitoring  scarsa
autostima  comportamento antisociale del figlio

Intervento:
a) individuazione madri a rischio (low SES, minorenni, non sposate, problemi di abuso di sostanze, problemi
psicologici).
b) le operatrici (infermiere adeguatamente formate e supervisionate da un’equipe di psicologi) svolgono un ruolo
informativo/clinico.
c) visite di 90 minuti, una volta a settimana fino a 6 mesi dopo il parto (poi 1 ogni 2 sett.)
d) il programma di Olds ha visto il coinvolgimento di 70 comunità negli States seguendo circa 2500 madri.

Intervento:
a) favorire esiti positivi durante la gravidanza (aiutando a gestante a modificare alcuni comportamenti; ridurre
complicazioni, nascite premature e sottopeso).
b) favorire la salute del bambino (aiutando i genitori a fornire cure più responsabili e competenti).
c) favorire l’autosufficienza economica (es. pianificazione delle gravidanze).
d) favorire l’utilizzo delle risorse di comunità (più prossimale e più allargata).

L’intervento si basa tra le altre su modelli molto psicologici:


a) auto-efficacia (Bandura, 1977): la donna viene aiutata a porsi piccoli obiettivi realistici che, se raggiunti, rafforzano
la fiducia nell’affrontare problemi (anche simili) in futuro.
b) autostima e auto-efficacia nel ruolo genitoriale, favorite dalle attività formativo-educative che riguardano la
comprensione delle fasi di sviluppo del bambino e le modalità di accudimento più adeguate (anche attraverso
l’ausilio di audio-video… studiato da esperti della comunicazione).
c) teoria dell’attaccamento che guida il lavoro sula qualità della relazione fra operatrice e madre (empatia, sostegno,
modeling).

Effetti del programma


Disabilità neurologica:
- A 3-4 anni i figli di madre fumatrice (+ di 10 sigarette durante la gravidanza) hanno un punteggio di 9-10 punti
inferiori ai figli di non fumatrici (Olds et al., 1994)  altre ricerche 4-5 punti

-Obst et al. Dimostrano però che il loro programma, a parità di sigarette non si verifica lo stesso declino  sigarette
come proxy di altri deficit comportamentali.

Profusione di cura e sostegno dis-funzionale da parte dei genitori


- Riduzione dei casi del numero di maltrattamenti, incidenti ed ingestioni (Olds et al., 1986)  19% di
maltrattamenti nel gruppo di controllo e 4% in quello sperimentale.
- Maggior coinvolgimento delle madri con i figli
- Utilizzo da parte delle madri di tecniche e consistenti per la disciplina dei figli.

Sviluppo e traiettoria futura della madre


Maggiori benefici per le madri più disagiate (es. low SES e abbandonate):
- 43% di tasso di nuove maternità rispetto al 84%
- Minor appoggio alle AFDCP (agenzie di sostegno)

Troppo bello per essere tutto vero. Non tutti i risultati sono univoci.
Da cosa dipende:
- Intensità delle visite
- Spostamenti delle famiglie
- Tempo con le famiglie
- Calore umano
- Adeguata formazione staff (es. problem solving familiar)
- Non esiste una “laurea” specifica che si è dimostrata più efficace … equipe multidisciplinare.

Capitolo 5
Empowerment: il potere attraverso la partecipazione
L’empowerment è l’obiettivo che si auspica di ottenere lo psicologo di comunità per le persone con cui lavora.
Carta di Ottawa  l’Organizzazione mondiale della sanità usava il termine empowerment per individuare uno degli
obiettivi della promozione della salute  empowerment di comunità, ossia il fatto che le comunità avessero la
possibilità di identificare i propri problemi di salute e acquisissero controllo sui modi per risolverli.

Spesso il potere viene legato alla nostra abilità di far fare ad altri quello che vogliamo, indipendentemente dalla loro
volontà.
Anche nell’ambito delle scienze sociali si indicano con il concetto di “potere” l’influenza e il controllo che si possono
avere su altri.
Weber sottolinea come il potere non esista in isolamento, ma implichi un contesto relazionale tra persone o cose.
Il potere, inoltre, può anche non essere a somma zero, ma condiviso (es. esperienza dei movimenti di protesta, dei
gruppi etnici, quella che ognuno di noi può vivere nella sua famiglia o nel gruppo di classe).
 Potere positivo caratterizzato da collaborazione, condivisione, mutualità. Questo potere è stato definito in
vario modo da diversi autori: potere relazionale, potere generativo, potere integrativo e potere condiviso.
Foucault:
1. “Il potere può essere esercitato solo da soggetti liberi, che possono confrontarsi con un ampio spettro di
possibilità, reazioni e comportamenti realizzabili”  la possibilità di scelta diventa lo strumento attraverso cui
esprimere la propria liberà e acquisire potere.
2. “L’esercizio del potere crea continuamente nuove conoscenze e le nuove conoscenze portano a maggiore
potere. Potere e conoscenza sono integrati”  concretamente: solo se conosco i servizi del mio territorio e i miei
diritti posso concretamente contribuire al loro miglioramento ed esercitare il mio potere.
3. “L’onnipresenza del potere: non tanto perché ha il privilegio di consolidare tutto sotto un’unità indissolubile,
ma perché è prodotto da un momento all’altro, da ogni relazione. Il potere è ovunque, non tanto perché è presente in
ogni cosa, quanto perché deriva da ogni cosa”.
Ogni situazione della vita è intrinseca a i dà la possibilità di esprimere il mio potere: la comunità a cui appartengo, i
gruppi, la famiglia sono caratterizzati da particolari flussi di potere e danno quotidianamente la possibilità di agire in
modo attivo, e contemporaneamente subire le conseguenze ed essere influenzati da decisioni che vengono prese da
organismi e strutture sociali complesse.
Lukes, modello a tre dimensioni:
1. Presa di decisioni reale e concreta nelle società o nel gruppo che si sta considerando  “Come vengono
prese le decisioni e come vengono risolti i conflitti?”. Le opzioni sono diverse (oligarchia, poliarchia, monarchia, ecc.).
2. Quali aspetti o opzioni sono presentati ai decisori ultimi: “Come di decide quali temi verranno inclusi o meno
nell’agenda dei decisori finali?”  rapporto con la politica e gli organi di informazione. In teoria, ogni gruppo,
persona, organizzazione all’interno della comunità dovrebbe avere la possibilità di indiare le priorità, quali problemi
considerare e, successivamente, se e come collaborare alla soluzione dei problemi stessi.
3. Le forze che determinano quali bisogni le persone riconoscono come propri: “Come decido quali sono i miei
bisogni?”  implica un collegamento con aspetti individuali, che riguardano la percezione, le capacità cognitive e la
visione di sé, ma anche la comprensione del contesto in cui si vive.
Concretamente il modello di Lukes propone azioni a diversi livelli per fare in modo che ogni individuo o gruppo in un
contesto abbia le competenze e la possibilità di incidere sulle scelte che lo riguardano. Azioni di questo tipo spesso si
scontrano con tempi dilatati, con conflitti tra gruppi, con dinamiche che distolgono, più che avvicinare, il
raggiungimento degli obiettivi.
Il potere nel contesto di empowerment rappresenta una ricchezza, una risorsa positiva per chi lo possiede e per chi
gli sta attorno. Se accogliamo questa connotazione di potere ci rendiamo conto di come il potere non sia stabile, ma
mutevole, con possibilità di cambiamento e di sviluppo.
Solo se il potere è fluido, in divenire, conquistabile da tutti, allora si può comprendere il costrutto di empowerment.
Marmot  un ridotto senso di controllo sulla propria vita è associato a un maggior rischio di patologie coronariche;
il potere è una delle chiavi principali per capire la salute della comunità.
La partecipazione è l’ingrediente principale di un processo di empowerment, ossia è attraverso la partecipazione alla
vita di comunità che la possibilità di influenzare decisioni e avere più controllo sulla propria vita viene accresciuta.
La partecipazione è stata definita in psicologia di comunità come un processo in cui i soggetti prendono attivamente
parte ai processi decisionali nelle istituzioni, nei programmi e negli ambienti che li riguardano. Viene intesa come un
processo per condividere decisioni e si stabilisce come un diritto per tutta la popolazione. Inoltre, si riferisce
all’impegno e alla responsabilità del singolo all’interno di un progetto volto a raggiungere un obiettivo
collettivamente determinato.
“Crisi della partecipazione”  appare sempre minore la partecipazione spontanea a favore del bene comune,
soppiantata da un maggior individualismo e dalla tendenza a demandare a terzi, spesso al settore pubblico, la
soluzione dei propri problemi.
Il nesso tra partecipazione e comunità va analizzato su due piani distinti:
1. sul piano soggettivo, non s’è senso di comunità senza coinvolgimento nell’azione collettiva. L’appartenenza, la
condivisione di un’identità e i fini comuni presuppongono un certo grado di “presenza sociale”.
2. sul piano oggettivo, la comunità, in quanto sistema sociale, è regolata da norme che presiedono ai processi di
rappresentanza, alle decisioni pubbliche e, più in generale, all’interazione finalizzata di quell’insieme di istituzioni,
reti, regolamenti, norme e usi politici che contribuiscono alla governance del territorio.
La partecipazione può assumere sia le forme di partecipazione “spontanea”, dal basso all’alto (bottom-up) sia quelle
di tipo provocato, che potremmo definire dall’alto al basso (top-down). Nei processi di tipo bottom-up sono i
cittadini stessi che si attivano per creare pressioni sui politici. Nei processi di tipo top-down vi è un attore forte,
solitamente l’ente pubblico, che stimola e facilita la partecipazione della popolazione, favorendo le condizioni
affinché questa possa svilupparsi al meglio.
Studiosi come Zimmerman e Rappaport evidenziano la necessità di lavorare contemporaneamente sui soggetti e
sulle condizioni, integrando le due prospettive, bottom-up e top-down, precedentemente esposte.

Partecipazione provocata  un modello che aiuta a comprendere i diversi livelli di partecipazione è la scala della
partecipazione (Arnstein, 1969)  tale modello ritiene che la partecipazione possa essere intesa come un
continuum.
Si parte da un livello di informazione in cui il ruolo delle persone è marginale e “senza potere” reale. Il
coinvolgimento dei cittadini avviene quando le decisioni sono state già prese.
Il successivo grado è la consultazione e prevede l’integrazione di un elemento qualitativamente importante, cioè
l’interazione strutturata su un tema o su un problema specifici. Avendo definito un quadro conoscitivo comune del
problema, si presentano e ascoltano le diverse opinioni e si valutano le possibili soluzioni. A questo livello di
partecipazione, il decisore “rilascia” informazioni e si avvale delle opinioni emerse per definire il problema, scegliere
una soluzione alternativa e costruire consenso.
Il terzo livello riguarda le strategie di concertazione. Si tratta, per esempio, dell’inserimento di rappresentanze, in
numero limitato, nei gruppi/organi decisionali. Tuttavia, in molti casi per questi cittadini non è possibile esercitare
una reale influenza sulle decisioni.
Il livello di partecipazione sostanziale corrisponde alla partecipazione vera e propria: il potere è redistribuito,
attraverso processi di negoziazione tra cittadini e “detentori di potere”, che accettano di condividere le
responsabilità del processo di pianificazione e di decisione con la popolazione.
La “scala” di Arnstein ha avuto il pregio di evidenziare come esistano vari livelli di partecipazione, ma anche come
situazioni comunemente considerate partecipative possano in realtà essere ritenute di “falsa partecipazione”.
Favorire varie forme di partecipazione implica indurre nei cittadini l’idea di poter contare, influire sulle decisioni. Ed è
qui l’intreccio chiave con il costrutto di empowerment: influire sulle decisioni implica che queste non siano già state
prese in precedenza da politici, tecnici, professionisti ecc.
Il tema della partecipazione spesso oscura quello della leadership. La partecipazione non riguarda solo il
coinvolgimento di singoli cittadini, ma anche di soggetti collettivi, come le associazioni, attivando reti, tavoli di lavoro
la cui gestione implica delle riflessioni sul tema della leadership.

Che cosa favorisce la partecipazione?


Perkins e colleghi  i fattori prossimali (cognizioni e comportamenti in relazione alla comunità) sono fortemente
predittivi della partecipazione; quelli demografici ed economici hanno un peso trascurabile, mentre gli aspetti
ambientali influiscono talvolta positivamente, talvolta negativamente.
Il motore della partecipazione sarebbe costituito dall’attaccamento territoriale, dalle relazioni collaborative, dalla
fiducia e dal mutuo sostegno.
L’attivazione degli individui su temi locali di interesse collettivo risulterebbe favorita dal verificarsi delle seguenti
condizioni:
- La percezione di appartenere a comunità sufficientemente coese, ma anche la presenza di modelli
socioculturali orientati alla tolleranza della diversità e al pluralismo;
- La percezione della situazione in termini di bisogni e problemi, e quindi la visione di possibili soluzioni;
- Un senso di autoefficacia individuale e soprattutto collettiva, sufficientemente elevato da ritenere di avere
competenze adeguate per raggiungere l’obiettivo desiderato.
Per favorire la partecipazione bisognerebbe:
- Pensare a degli spazi e a dei temi per la partecipazione dove le persone si sentano a “proprio agio”;
- Dare modo alle persone di “aiutare concretamente”, attraverso l’azione di gruppo e la possibilità di usare e
mostrare le loro capacità;
- Dare sostegno al lavoro e, quindi, favorire la continuità e la realizzazione delle iniziative, continuando a
fornire condizioni perché i gruppi possano trovarsi, mantenendo alta la visibilità delle azioni svolte.

Livello istituzionale  bisognerebbe far capire come un lavoro condiviso tra operatori istituzionali e cittadini possa
facilitare la continuità dei progetti e la loro efficacia: la partecipazione è quindi una risorsa, che deve essere gestita e
conosciuta adeguatamente e non un problema.
Anche dal punto di vista dei possibili effetti della partecipazione, appare necessario utilizzare un’ottica ecologica, che
consideri sia l’individuo sia i contesti di vita. A livello individuale, partecipare sembra contribuire al benessere
psicosociale delle persone. A livello collettivo, la partecipazione costituisce la base dei processi di sviluppo della
società locale. In termini più generali, la partecipazione, qualunque sia la forma in cui si manifesta, mette in moto
processi di influenza sociale.
Interessante notare come i benefici della partecipazione sembrano forti nei soggetti più giovani  partecipazione
dei bambini ha la capacità di favorire lo sviluppo individuale e di rafforzare la fiducia nelle proprie competenze e la
partecipazione attiva nei contesti di vita.
Inoltre, la partecipazione può essere considerata un importante fattore protettivo per i comportamenti legati alla
salute e al benessere.

L’empowerment tra individuo e contesto


Zimmerman e Rappaport  l’empowerment è sì un processo ma è anche un risultato. Implica la presenza sia di
fattori in grado di delineare e definire il percorso di crescita sia di altri che ne definiscono gli esiti ultimi.
- I processi di empowerment sono basati su quelle azioni che permettono agli individui, ai gruppi o alle
comunità di acquisire o di far acquisire maggior potere, di ottenere le risorse necessarie, di sviluppare una
visione critica si ciò che li circonda.
- I risultati dell’empowerment si riferiscono invece alle conseguenze dei processi stessi, a ciò che le persone
riescono a ottenere partecipando attivamente nei loro contesti.
Lo sviluppo di empowerment diventa un processo iterativo, nel quale gli individui e gruppi caratterizzati da scarsa
influenza e potere individuano degli obiettivi ritenuti importanti e significativi, e intraprendono delle azioni per
raggiungerli. Attraverso la partecipazione a questo processo le persone acquisiscono conoscenze e competenze,
interagiscono con la comunità più ampia e riflettono sui risultati e sulle conseguenze delle loro azioni.
Il processo può essere facilitato dal punto di vista professionale ma non può essere imposto; sono i partecipanti a
definire quelli che loro riterranno obiettivi significativi.
L’empowerment diventa, quindi, il processo con cui si raggiungono degli obiettivi, che non possono essere solo di
crescita interiore ma di cambiamenti anche della situazione esterna, delle condizioni di vita.

Livello individuale: controllo, consapevolezza critica e partecipazione


Zimmerman considera l’empowerment individuale come un costrutto comporto da tre fattori principali, che possono
declinarsi in competenze specifiche nei diversi contesti: il controllo, la consapevolezza critica e la partecipazione.
Controllo: credere nelle proprie capacità. Il controllo si lega a caratteristiche proprie dell’individuo, includendo
aspetti della personalità, cognitivi e motivazionali che possono riguardare diversi ambiti. È necessario attivare una
“pensabilità positiva”, facendo in modo che l’individuo apprenda dalle proprie esperienze, anche negative, e si
appropri di un senso di speranza.
Consapevolezza critica: capacità di comprendere e analizzare i propri contesti di vita e di capirne i meccanismi di
influenza. In modo particolare si riferisce all’abilità di capire: i legami di potere, il ciclo delle risorse, gli ostacoli al
cambiamento, i fattori che influenzano il tema affrontato.
La consapevolezza critica rende più facile la comprensione dei momenti in cui l’azione può essere più saliente ed
efficace, quando è necessario imporre le proprie idee e quando, invece, è importate saper aspettare. Facilita anche la
comprensione di quali risorse sono necessarie all’azione. S’intende però anche la capacità di “desiderare il
cambiamento” e di considerarlo possibile.
Partecipazione: componente comportamentale e riguarda le azioni vere e proprie; inoltre, prende forma attraverso
la messa in atto di un piano condiviso e accettato da più individui.
La partecipazione è il motore del cambiamento, l’insieme delle strategie messe in atto per ottenere un cambiamento
sociale.

Il livello micro: il piccolo gruppo come promotore di cambiamento


Il gruppo in quanto tale, inteso come situazione in cui le persone entrano in relazione, risulta un importante luogo
per la socializzazione, per la sperimentazione di abilità e competenze, per la condivisione di processi decisionali e di
problemi.
Il gruppo diventa quindi il primo contesto in cui poter sperimentare il proprio potere.
Pearlstein  di estrema rilevanza per l’empowerment di un gruppo è la presenza di un leader efficace.
La persona che ricopre tale ruolo ha lo scopo di incoraggiare e consentire lo svolgimento dei compiti del gruppo al
massimo delle proprie possibilità. Il suo ruolo è, inoltre, fondamentale per dare sentire le persone capaci e
autonome.
Il “capo” empowering deve avere una concezione del potere di tipo integrativo: non dovrebbe porre sé stesso al
vertice del proprio gruppo ma condividere con gli altri membri le decisioni.
Un leader empowering dovrebbe quindi: incoraggiare i propri collaboratori a condividere informazioni, creare un
clima di sperimentazione e ricerca, aiutare a vedere le opportunità di apprendimento, tollerare gli errori,
incoraggiare discussioni, combinare riflessioni e azioni.
Gruppi di auto-aiuto  il lavoro svolto all’interno del gruppo, di condivisione, passaggio di informazioni, sostegno
reciproco, ha come risultato quello di aumentare la forza e il controllo in soggetti scoraggiati.
Spesso il gruppo realizza che solo attraverso relazioni con altri gruppi e associazioni può portare il problema per cui è
sorto a un livello di attenzione più diffuso. Solitamente tali gruppi si pongono in dialogo con altre associazioni
analoghe e/o con le istituzioni chiedendo modifiche legislative o esigendo una maggiore attenzione al problema.

Il livello organizzativo
Il livello organizzativo è quello che si pone in una situazione intermedia tra gruppo e comunità. L’organizzazione è un
insieme di microsistemi e la comunità risulta essere un insieme di organizzazioni.
Anche in questo caso si possono distinguere:
- Organizzazioni empowered: che riescono a manifestare il loro potere nel contesto allargato, promuovendo il
cambiamento sociale in generale e raggiungendo obiettivi importanti per l’intera comunità;
- Organizzazioni empowering: che riescono a favorire l’empwerment delle persone all’interno
dell’organizzazione.
Un’organizzazione attenta a coinvolgente nei confronti degli individui che vi lavorano è maggiormente favorita
nell’avere un impatto reale sui processi decisionali allargati, in quanto gli individui stessi che la compongono
diventano promotori di cambiamento sociale, risultando più motivati, desiderosi di apportare miglioramenti concreti
all’organizzazione ma anche al contesto allargato.
Le organizzazioni empowered sono caratterizzate da controllo, consapevolezza critica e partecipazione. Forti di
queste tre caratteristiche, queste organizzazioni sono in grado di allargare quindi il loro specifico obiettivo per avere
un impatto maggiore sul benessere della comunità.
Lo strumento più spesso usato per raggiungere finalità empowered riguarda il lavoro di rete. Solo attraverso
l’aggregazione e il lavoro coordinato si può sperare in un effettivo cambiamento delle condizioni dei contesti.

Il livello di comunità locale


Anche per le comunità locali si possono distinguere comunità empowered, che riescono a rendere priorità i bisogni
delle persone, e comunità empowering, che riescono a favorire l’empowerment delle persone all’interno delle
comunità stesse.
Ma le azioni che si attivano in questo campo hanno l’obiettivo principale di coinvolgere e influenzare decisioni
politiche.
Alcune volte le comunità usano un’ottica empowering quando strutturano le condizioni per una reale partecipazione
dei cittadini, attraverso la creazione di spazi per la condivisione e l’ascolto e un equo accesso alle risorse.
In un certo senso, quindi, i cambiamenti per rendere una comunità empowering devono essere sia amministrativo-
funzionali sia di tipo strutturale.
Insicurezza urbana: ricominciare dal capitale sociale
Perché parlare di insicurezza in città
- Problema “massimo” anche più di quelli oggettivamente più gravi … fenomeno “vicino” … dentro alle nostre
città.
- La città a due volti: quello “relazionale” (“la città rende liberi”) e quello a “cerchio chiuso” (“barriere”).
- Sentirsi sicuri in città diviene dunque un importante obiettivo che deve trascendere la “chiusura”: la
sicurezza assoluta confina con l’inazione.
- Cerchiamo sicurezza ma “generiamo” l’esatto contrario (da come educhiamo i figli alle informazioni che
passiamo al TG).
Sfaccettatura del sentimento d’insicurezza
Confusione: insicurezza come sinonimo di criminalità.
Piuttosto, il crimine potrebbe essere considerato un fenomeno attorno al quale si catalizzano una serie di
preoccupazioni e ansie, indicatori particolari di più ampie difficoltà di integrazione sociale che le istituzioni non
riescono ad affrontare in modo efficace.
- Crisi dei valori forti (religioso, morale e sociale)
- Instabilità economica e politica
- Difficoltà dei giovani ad immaginare il loro futuro
- Difficoltà degli anziani di immaginare il presente
- Vecchie nuove povertà
- Conflitti etnici
 INSICUREZZA
La sicurezza ontologica è alla base di quell’atteggiamento della maggior parte delle persone che confidano nella
continuità della propria identità e nella costanza dell’ambiente sociale e materiale in cui agiscono.
Essa è quindi intimamente connessa alla routine, e dipende dalla diffusione delle abitudini e dalla familiarità delle
relazioni.
La prevedibilità delle piccole routine quotidiane fornisce generalmente un senso di sicurezza psicologica, ma quando
quelle vengono sconvolte per una qualsiasi ragione, subentrano stati d’ansia capaci di scuotere e alterare anche gli
aspetti più saldamente radicati delle personalità (Giddens, 1990).

Ultimo rapporto ISTAT


Le famiglie che ritengono sia presente il rischio di criminalità nella zona in cui vivono sono in leggero calo (dal 41,1 %
del 2015 al 38,9% nel 2016).

Sfaccettature del sentimento d’insicurezza


- Instabilità economica, politica e residenziale insieme alla crisi dei valori “forti” di non molti anni fa (religiosi,
morali e sociali)
- Il tema dell’IN-sicurezza non può dunque essere trattato come un problema del singolo individuo
- In effetti, gli approcci psicologici “tradizionali” attribuiscono all’individuo (storia pregressa) i vissuti attuali.

Insicurezza e paura della criminalità


- A livello politico prevale uno schema riduzionistico basato su una “razionalità” di tipo criminologico …
repressione e controllo
- Esistono comunque eccezioni, almeno dal punto di vista della riflessione empirica
- Non è possibile trattare il problema solo in termini di ordine pubblico … le ragioni vanno trovate altrove.
Che direzione stiamo prendendo…
- Soluzioni: comunità blindate (gate community), difesa individualizzata (depenalizzazione)
- Conseguenze: la casa fortezza, poche interazioni …
- Ronde
- Non dimentichiamo però la funzione adattiva della paura (La Grange e Ferraro, 1987)

Bauman
… “Dietro le mura l'ansia, anziché dissiparsi, si fa più intensa, così come la dipendenza da soluzioni tecnologiche che
promettono di tenere lontani i pericoli.
Più ci si circonda di simili strumenti, maggiore è la paura che possano fare cilecca. Più ci preoccupiamo delle minacce
che possono nascondersi dietro agli sconosciuti più ce ne teniamo lontani e la nostra capacità di tollerare e
apprezzare l'imprevisto diminuisce, sino a renderci incapaci di affrontare e apprezzare la vivacità e la varietà della
vita urbana.
Sarebbe come svuotare una piscina per impedire che i bambini affoghino” ….

La paura del crimine


- La paura condivide con molti sentimenti umani la duplice natura razionale ed irrazionale
- L’ambivalenza di questo sentimento rende complessa la relazione tra l’emozione ed il dato di fatto (ovvero il
crimine).

Di cosa abbiamo paura


Nella rivendicazione dell’insicurezza e nella conseguente richiesta di sicurezza e di ordine allo Stato, così come nella
scelta di operare in tale direzione privatamente, vi sia qualcosa di più della paura della criminalità e venga invece
direttamente posta la questione dei costumi e della moralità, il problema più ampio del disordine sociale ….

Le origini
How safe do you feel walking alone in your neighborhood at night? (NCS, 1973)

-  La pdc come epifenomeno della criminalità/vittimizzazione (Skogan & Maxfield, 1981)


-  La crescita del fenomeno pdc non supportata dai tassi di criminalità viene connotata come “reazione irrazionale”
conseguente all’esposizione indiretta (mass-media) o come conseguenza della stereotipizzazione - La pdc continua
ad assumere le caratteristiche individualistiche (timore personale) come risposta ad uno stimolo …. la criminalità.

Le critiche
- L’importanza del fenomeno spinge a chiedersi quali sono le ragioni (commissione Katzenbach)
-  La relazione vittimizzazione-pdc viene sconfermata anche dal fatto che i gruppi sociali che hanno più paura sono i
meno vittimizzati (NCS, 1973; Garofalo e Laub, 1978; Covington e Taylor, 1991; Santinello et al., 2002)

Per superare il paradosso


Una risposta individuale
Considerando la pdc una reazione razionale cercano di indagare i fattori di rischio tra quelli individuali
-  McPherson (1975) aggira il paradosso sostenendo che donne e anziani si percepirebbero più vulnerabili (minor
vittimizzazione perché si modifica il comportamento)
-  DuBow et al. (1979) giustifica in termini di maggiori conseguenze per alcuni gruppi sociali (es viol. sex.) e diverse
modalità di socializzazione
Si spiega il paradosso … ma non la diversa crescita di tassi di criminalità e pdc
- Skogan e Maxfield spiegano il paradosso introducendo il concetto di vittimizzazione indiretta.

La teoria della disorganizzazione sociale


- Park et al. Nasce la scuola dell’ecologia umana: applicando i principi della biologia, la crescita urbana viene
considerata il risultato di un ciclico succedersi di organizzazione-disorganizzazione conseguente alle ondate
migratorie:
- Rivalità  conflitto  adattamento  assimilazione
- Criminalità come effetto della disorganizzazione (Shaw & McKay)
Hunter (1979) sostiene che ogni comunità è caratterizzata da norme che divengono labili in seguito alla
disorganizzazione e generano segni d’inciviltà.

- Lewis e Maxfield riprendono il precedente modello contestualizzando la pdc in un contesto di declino delle
istituzioni locali
- Questo modello viene esplicitato in un modello più complesso proposto da Wilson e Kelling (1982): secondo
questo modello i segni di inciviltà forniscono un segnale che i comportamenti antisociali sono tollerati dalle
forze dell’ordine e dalla comunità.
- Effetto Broken Windows: quartiere di Amsterdam -> cartello no graffiti -> manipolazione: mettere una
pubblicità sulle biciclette, una settimana c’erano dei graffiti  1/3 getta per terra la pubblicità nella
situazione no-graf, 2/3 nella situazione graf.
- 5 euro penzolano da una cassetta della posta, le persone che ci passano di fronte raddoppiano la probabilità
di fregare la busta nel momento in cui il contesto è sporco, con minor controllo sociale.

La reazione più naturale è chiudersi in casa, si evita di uscire. Questa limitazione non può però essere solo
interpretata come una reazione individuale.

La Territorialità
Altman (1975) la definisce come un sistema di atteggiamenti, sentimenti e comportamenti relativi ad un luogo
-  L’attaccamento al luogo, il suo controllo e la sua difesa portano a demarcare la zona (markers, Brown e Altman,
1987)
-  Distinzione tra spazio pubblico (secondario) e quello primario
-  Taylor (1987): le aree più territorializzate sono più controllate (informalmente)
-  Spazi pubblici (vuoti/anonimi) provocano più inquietudine

Articolo: il modello contesto-coping-adattamento per la spiegazione della paura della criminalità.


Forte relazione tra paura della criminalità e salute.
La paura della criminalità può essere considerata un elemento critico in quei processi che determinano:
- Ansia e tensione;
- Limitazione dei comportamenti e dei movimenti delle persone;
- Indebolimento delle reti sociali di sostegno, disinvestimento dai legami e diminuzione della fiducia nell’altro;
- Aumento della conflittualità tra i diversi gruppi sociali.
La percentuale di italiani preoccupati per la diffusione del crimine nel periodo dal 1997 al 2000 passa dal 24.8% al
37.1%. Ciononostante, il dato relativo al numero di crimini è rimasto costante.

 paradosso vittimizzazione-paura  incoerenza riscontrabile nel fatto che a dichiarare maggiori livelli di paura
(donne e anziani) siano proprio i gruppi a risultare meno vittimizzati (giovani adulti maschi).
Caratteristiche personali:
- Sesso, età, livello socioeconomico e alcune caratteristiche di personalità. A dichiarare maggiori livelli di paura
del crimine sono le donne, gli anziani e i più poveri, i più ansiosi e coloro che sono caratterizzati da controllo
esterno;
- Il pregiudizio, forma di paura del diverso o di sovrastima nell’attribuzione di reati agli extracomunitari.
Relazione diretta tra paura della diversità e paura del crimine;
- La vittimizzazione diretta e indiretta. Vittimizzazione diretta: relazione tra la paura del crimine e il fatto di
essere stati precedentemente vittime di un qualche reato. Vittimizzazione indiretta: effetto diretto sulla
paura della criminalità dall’esposizione ad informazioni relative alla diffusione del fenomeno criminalità;
- Le strategie di coping, comportamenti messi in atto al fine di evitare di essere vittimizzati (es, installazione di
sistemi antifurto, vicini di casa come fonte di controllo informale).

Influenza della percezione degli ambienti di vita


Teoria del disorder  “scuola dell’ecologia umana”  ruolo dell’ambiente percepito. Maggior diffusione della paura
del crimine nelle zone dove si percepisce un aumento di elementi di disordine fisico (es. degrado edilizio o rifiuti,
disordine sociale come presenza di persone ubriache e spacciatori).
Il proliferare di segni di inciviltà fornirebbe un segnale che i comportamenti antisociali vengono più facilmente
tollerati dalle forze dell’ordine e dalla comunità. Maggior preoccupazione per la propria sicurezza personale.
L’erosione del controllo sociale renderebbe il quartiere più appetibile a possibili “offensori esterni”.

Il modello teorico “contesto-coping-adattamento”


Le condizioni stabili dell’ambiente ed alcune condizioni transitorie (vittimizzazione) svolgono innanzitutto un ruolo
diretto nel determinare i vissuti di paura.
L’effetto delle condizioni stabili e transitorie viene mediato da alcune caratteristiche proprie degli individui (es. tratto
d’ansia, locus of control e pregiudizio). Questi tre fattori inducono delle reazioni individuali di fronteggiamento le
quali, a loro volta, si traducono in un adattamento più o meno favorevole, ovvero in diversi livelli di paura.
Si ipotizza sussista un mutuo influenzamento per il quale l’individuo selezionerebbe e influenzerebbe i propri
contesti sociali, dai quali risulterebbe a sua volta condizionato.
Perkins e Taylor hanno riscontrato come la percezione della propria zona come svantaggiata e connotata dalla
presenza di inciviltà fisiche e sociali abbia un effetto diretto sulla paura della criminalità.
Grande interesse è stato attribuito ad un particolare aspetto di disordine sociale legato alla percezione di
extracomunitari.
Il legame “immigrato-criminale” deriva da una rappresentazione sociale collettivamente costruita e condivisa che,
attraverso alcuni stereotipi, offe una spiegazione della diffusione dei sentimenti di paura e di insicurezza.
Il pregiudizio nei confronti degli extracomunitari amplificherebbe l’effetto esercitato dalla percezione di disordine
sulla paura della criminalità.
Un’altra importante determinante della paura della criminalità è la vittimizzazione, eventi di natura transitoria che
influenzano la vita delle persone. Anche per questa variabile si ipotizza un effetto mediato da alcune caratteristiche
di personalità come il tratto d’ansia e il locus of control.
Le condizioni stabili dell’ambiente, la vittimizzazione e le caratteristiche individuali dovrebbero indurre delle reazioni
individuali di fronteggiamento (strategie di coping) le quali, a loro volta, si tradurranno in un adattamento più o
meno favorevole ai contesti di vita.

Risultati della ricerca


Dimensioni del locus of control legate alla sfera psicosociale e comportamentale, come la convinzione circa le
proprie capacità di far fronte ad avvenimenti stressanti del vivere quotidiano, sono implicate nella determinazione
della paura.
I ripetuti contatti con le situazioni ambientali in esame (disorder) inducono nell’individuo processi di autocontrollo
dell’ansia o di difesa attraverso la minimizzazione della minaccia.
Strategie di coping. Individui ad alto tratto d’ansia dimostrano una maggiore attenzione nei confronti dei vissuti
interni e attribuiscono minore importanza alle caratteristiche dell’ambiente sociale e fisico esterno.
Le condizioni transitorie, ovvero l’aver subito in passato esperienze di vittimizzazione, influenzano direttamente la
paura della criminalità.
Le strategie di fronteggiamento della criminalità riducono i vissuti di paura legati al crimine, dai quali sono per altro
originati.
Percepire il proprio quartiere frequentato da gruppi equivoci di giovani, tossicodipendenti o ubriachi induce nei
residenti più alti livelli di paura.
Il percepire la presenza di cittadini extracomunitari incrementa i punteggi di paura della criminalità solo attraverso la
mediazione di un indicatore di pregiudizio. Questo dato sembra apportare un miglioramento alla teoria del disorder,
per la quale la percezione di extracomunitari, in quanto social incivilities, porterebbe direttamente ad un aumento
della paura del crimine.
Non è solo l’esperienza della vittimizzazione diretta ad aumentare la paura della criminalità. Essa è il prodotto della
relazione tra componenti percepite dell’ambiente sociale e fisico, oltre che di alcune caratteristiche del sistema
individuale.
L’adottare misure di sicurezza, come i sistemi di allarme o l’evitare strade percepite come pericolose, comporta un
indubbio beneficio dal punto di vita della riduzione della paura, anche se in qualche modo limita la libertà individuale
di movimento e favorisce una concezione di sicurezza basata esclusivamente sulla realizzazione di “case fortezza”.

Articolo 2
Il capitale sociale secondo un’ottica di psicologia di comunità
Il capitale sociale viene definito come l’insieme di relazioni sociali formali (bridging) e legami informali (bonding) di
un’area geografica.
1. E’ un costrutto trasversale a diversi livelli di analisi: in particolare, il concetto può essere scomposto a livello
individuale, al quale sono riconducibili gli aspetti psicologici e relazionali; a microlivello, in termini di rete sociale di
sostegno; a livello istituzionale e di comunità locale, al quale sono riconducibili le relazioni tra i vari soggetti collettivi
della comunità.
2. I legami interpersonali sono il catalizzatore per la partecipazione e l’impegno sociale, e le relazioni tra diverse reti
incrementando l’accesso e la condivisione del potere, offrendo al cittadino l’occasione per accrescere
l’empowerment.

Loury  critica fortemente la posizione individualistica, relativamente alla concezione di “capitale umano”.

Bordieu  intende il capitale sociale simultaneamente in termini economici e di importanti relazioni sociali
introducendo due fondamentali componenti:
1) la produzione di capitale è un processo inestricabilmente connesso al potere ed alla sua condivisione;
2) l’autore distingue chiaramente il concetto di rete sociale all’interno del quale i soggetti sono coinvolti e i benefici
che da essa si possono trarre.

Coleman  il capitale sociale permette a persone, istituzioni e comunità di agire produttivamente, più di quanto i
singoli elementi potrebbero fare da soli.

Putnam  trasforma il capitale sociale da qualche cosa di realizzato dagli individui a un oggetto posseduto da gruppi
di persone.

Le posizioni presentate possono essere sostanzialmente raggruppate in due filoni epistemologici diversi. Il primo
comprende le proposte di Bordieu, Coleman e Loury, secondo il quale il capitale sociale è individuabile all’interno
della relazione tra persone e come tale sarebbe prodotto dagli individui.
Per il secondo filone, riferibile a Putnam, il capitale sociale sarebbe una risorsa che gli individui, o gruppi di individui,
hanno a disposizione: secondo questa concezione corrisponderebbe ad una caratteristica di comunità, o di
un’istituzione, e non dei singoli elementi che vi appartengono.
Critica: nonostante l’enfasi posta da Putnam su livelli di analisi superiori, la misura di capitale sociale che ha
continuato ad utilizzare è a livello individuale.

Una concettualizzazione multilivello del capitale sociale


Il concetto di capitale sociale è riconducibile alle reti social e alle norme di fiducia e reciprocità della società civile che
facilitano la cooperazione e l’azione dei cittadini e delle istituzioni.
Il concetto di capitale sociale va visto in termini di aspetti collettivi della vita sociale, interpretati all’interno di
un’ottica sistemica/multilivello, in cui l’individuo risulta una delle componenti di un complesso sistema sociale che si
snoda dal microlivello al macrolivello  prevede che il concetto di capitale sociale venga interpretato attraverso un
orientamento ecologico attento alle caratteristiche dell’ambiente sociale all’interno del quale gli individui vivono e
interagiscono.
Il concetto di capitale sociale offre la possibilità di superare le limitazioni di un approccio strettamente individuale e
può essere articolato in due livelli che permettono di conciliare un approccio attento sia alle caratteristiche
individuali, sia a quelle del contesto all’interno del quale le persone interagiscono.
A livello individuale il capitale sociale è riconducibile ad alcuni aspetti psicologici (senso di comunità, empowerment)
e relazionali (sostegno sociale, partecipazione) della vita sociale. Il secondo livello può essere identificato nelle
norme di apertura di questi nei confronti di altre istituzioni e gruppi.
Il capitale sociale a livello individuale
Saegert e Winkel  distinzione tra legami informali (es. vicinato) e formali (partecipazione ed attività di leadership)
 categorizzazione limitata perché non si può trascurare l’importanza della componente psichica del
comportamento. Costrutti quali quello di empowerment e di senso di comunità giocano probabilmente un ruolo
importante. L’empowerment, inteso come processo che permette ad individui, gruppi e comunità di accrescere la
capacità di controllare attivamente la propria vita e che si sviluppa soprattutto attraverso le vie formali di
partecipazione alla vita della comunità; il senso di comunità, considerato come caratteristica emotivo-cognitiva he si
sviluppa soprattutto grazie alle interazioni informali.
La componente individuale del capitale sociale viene intesa in termini di:
- Empowerment e senso di comunità, le due componenti psicologiche;
- Sostegno sociale e partecipazione alle associazioni formalmente strutturate.

Empowerment
Inteso all’interno del presente lavoro secondo una prospettiva “organizzativo-politica” , ci si riferisce allo sviluppo del
senso di efficacia collettiva e/o al potere che gli individui ritengono di esercitare sulle istituzioni che influenzano la
loro vita.
La fiducia nella possibilità di poter contribuire alla presa di decisioni relative ad aspetti legati alla propria vita
esercitando una influenza attraverso la partecipazione a gruppi o associazioni.
L’attuazione di strategie mirate alla condivisione del potere si lega al costrutto di capitale sociale offrendo, a livello
individuale, la possibilità di aumentare la propria influenza favorendo la presa di coscienza individuale del problema
e dell’importanza dell’azione collettiva.

Senso di comunità
“percezione di similarità con gli altri, un’accresciuta interdipendenza con gli altri e la disponibilità a mantenere
questa interdipendenza offrendo o facendo per gli altri ciò che ci si aspetta da loro, la sensazione di essere parte di
una struttura pienamente affidabile e stabile”.
McMillan e Chavis  il senso di comunità comprenderebbe quattro dimensioni: appartenenza, connessione
emotiva, influenza e soddisfazione dei bisogni.
Questo costrutto può essere utilizzato sia a livello individuale, sia a livello aggregato, come indicatore della qualità
della vita di una comunità, e risulta associato a benessere, soddisfazione per la vita, controllo informale, minori livelli
di paura del crimine e di solitudine. Altre ricerche hanno evidenziato come il senso di comunità sia un buon
predittore di empowerment a livello di organizzazione.
Oltre alle componenti psicologiche ci sono due aspetti relazionali: legami informali tra le persone che abitano la
comunità e la partecipazione attiva che si esplica soprattutto attraverso strutture formali come associazioni, partiti,
ecc. che caratterizzano la vita sociale di una comunità.

Sostegno sociale
Le dimensioni e la qualità della rete di sostegno individuale (famiglia, amici) sono in grado di ridurre i danni psicofisici
dovuti all’esposizione a situazioni stressanti.
Le relazioni sociali offrono notevoli possibilità di accedere a varie forme di sostegno sociale (es. lo scambio di alcuni
beni di consumo); tali forme di sostegno possono anche riguardare, quando il rapporto diventa più intimo, aspetti
emotivi.

Partecipazione
La partecipazione ad associazioni o organizzazioni rappresenta la dimensione formale del capitale sociale.
Le associazioni che potenzialmente offrono maggiori possibilità per lo sviluppo del capitale sociale hanno in comune
il raggiungimento di obiettivi condivisi dai membri e utili alla comunità.
Complessivamente, a livello individuale, il capitale sociale rappresenta l’insieme delle caratteristiche psicologiche e
relazionali degli individui che fungono da catalizzatore di energia per aumentare la qualità della vita di un’intera
comunità, o di un gruppo.
Per capire quali elementi facilitino la crescita e lo sviluppo del capitale sociale a disposizione degli individui appare
importante allargare il livello di analisi alla organizzazioni/istituzioni ed alle comunità.

Il capitale sociale e livello di istituzione/comunità


Per lo sviluppo del capitale sociale, viene ritenuta necessaria la presenza all’interno di una comunità di associazioni,
istituzioni e gruppi nei quali i cittadini possano partecipare attivamente.
Solo attraverso la creazione di reti di istituzioni/associazioni l’efficacia e l’empowerment individuale possono
trasformarsi in efficacia collettiva.
Putnam sottolinea l’importanza in termini di soddisfazione dei cittadini, di alcune forme di condivisione del potere,
come ad esempio l’applicazione di leggi “innovative” che favoriscono l’ascolto a la partecipazione dei cittadini.
Proprio le associazioni presenti nel territorio rappresentano la possibilità, per le istituzioni di quell’area geografica, di
avere dei continui feedback, oltre naturalmente ad offrire la possibilità ai cittadini di intervenire attivamente nelle
decisioni che li riguardano.
Falk e Kilpatrick  le associazioni acquisiscono un ruolo vitale nella trasposizione dei problemi individuali, dii gruppi
e di intere comunità al livello politico-decisionale.

Conclusioni
Le zone più sfavorite dal punto di vista socioeconomico sono quelle dove risultano maggiormente diffuse molte
problematiche (depressione, delinquenza, paura della criminalità) che a loro volta contribuiscono ad incrementare la
deriva socioeconomica dei suoi residenti.

Capitolo 6
I metodi di ricerca in psicologia di comunità: tra ricerca a ricerca-azione

Conoscere un contesto significa per prima cosa definirlo.


Esistono delle caratteristiche a cui lo psicologo di comunità solitamente è interessato.
- Aspetti strutturali: com’è composta la comunità, da quali gruppi, con quali servizi e risorse?
- Aspetti relazionali: come si comportano i membri della comunità, quali relazioni esistono tra loro, quali
forme di partecipazione vi sono?
- Aspetti di gestione: quali regole, controlli ecc., esistono nella comunità in esame?
Considerare tutti gli otto profili permette al ricercatore e ai partecipanti di avere una comprensione complessiva del
territorio, e di analizzarlo in profondità per capirne limiti e risorse.
Il profilo territoriale si riferisce a tutta quella serie di informazioni e di dati strutturali che caratterizzano l’aspetto
fisico-geografico di una comunità. Più ristretti sono i confini di una comunità più è probabile che i membri al suo
interno si conoscano e abbiano delle interazioni significative al loro interno. Altrettanto importanti sono i dati di
natura semistrutturale, cioè le modificazioni apportate dall’uomo.
Il profilo demografico, oltre a fornire stime circa l’andamento demografico della comunità, l’affollamento,
l’incremento annuo e la distribuzione per sesso, età, gruppo degli immigrati, può diventare un ottimo termometro
dei bisogni attuali o immediatamente futuri. Queste caratteristiche demografiche sono un importante fattore del
benessere della comunità.
Il profilo economico-occupazionale offre rilevanti informazioni circa la situazione professionale dei membri della
comunità (es. assenza di giovani e alta presenza di pensionati in una comunità montana porterebbero l’attenzione
dello psicologo di comunità su aspetti quali i servizi assistenziali (profilo dei servizi) destinati a questi target presenti
sul territorio). In effetti, le caratteristiche organizzative dei servizi costituiscono un valido indicatore del grado di
attenzione di una comunità, rispetto a come essa si struttura per rispondere ai bisogni dei suoi membri.
Il profilo psicosociale cerca di cogliere gli aspetti più affettivi della vita dei gruppi formali e informali, delle loro
relazioni e, in particolare, delle dinamiche e dei comportamenti collettivi.
Il profilo istituzionale risulta il meno applying ma rispetta modelli comportamentali che si riflettono in aspetti di
natura normativa e valoriale. Non dobbiamo limitare l’attenzione alle istituzioni dello Stato ma estendere
l’attenzione alle istituzioni religiose e ai partiti. Gli orientamenti culturali e i pregressi storici di una comunità fungono
da organizzatori dell’esperienza all’interno di una comunità. Per questa ragione, quello storico-antropologico è un
profilo che ci permette di ottenere rilevanti informazioni su come gli individui o i gruppi di una comunità
costruiscono la loro identità.
Il profilo relativo al futuro viene generalmente esplorato attraverso la richiesta di informazioni alle persone chiave.
Con l’intento di individuare quali modelli di comunità, di quartiere o di città si auspicano i residenti per il futuro.

Gli strumenti per conoscere una comunità


Il coinvolgimento tra ricercatore e cittadini della comunità può passare attraverso l’utilizzo di varie modalità ce si
dispongono nel seguente continuum: da strumenti a nessun contatto a minimo contatto, a moderato contatto, per
giungere fino a quelli a elevato contatto.
Gli strumenti a nessun contatto sono ricavabili da indicatori e database già disponibili, e includono sia le variabili
demografiche, sia gli indicatori sociali e globali di un’area o di un problema. Le informazioni che si possono trarre da
questi dati d’archivio sono molteplici: tassi di disoccupazione, numero di divorzi, informazioni sullo stato di salute,
indicazioni sui servizi e sul loro utilizzo.
Gli strumenti a nessun contatto sono in prevalenza quantitativi (numerici) ma possono essere anche qualitativi
(racconti tratti da libri o articoli). Pur non necessitando di alcun contatto con la popolazione interessata, questi dati
forniscono un’immagine complessiva della situazione e permettono di capire la rilevanza o l’esistenza di un
problema, o di comprendere alcune caratteristiche della comunità d’interesse.
Gli strumenti a minimo contatto riguardano prevalentemente metodi di osservazione del contesto fisico-strutturale
e sociale. Il contatto con la popolazione è minimo, poiché aumenta sì la vicinanza tra ricercatore e popolazione ma il
contatto con la popolazione è sporadico e occasionale. In questo caso possiamo parlare di osservazione qualitative
(es. girare per le strade del quartiere e annotare le impressioni e le caratteristiche che si osservano), oppure
quantitativa (griglie di osservazione).
Strumenti a moderato contatto, dove esiste un contatto intenzionale, anche se molto circoscritto, tra ricerca e
soggetti. Questi sono costituiti da questionari e scale self-report che possono ricoprire un gran numero di aree e
tematiche.
Anche in questo caso, possiamo distinguere tra quantitativi (questionario a domande chiuse) e qualitativi
(questionario a domande aperte).
Strumenti a elevato contatto (es. interviste individuali) dove il coinvolgimento della popolazione in esame è
considerevole. Tali strumenti riescono a entrare maggiormente in profondità, a rispettare di più le esigenze e le
necessità della popolazione coinvolta e sono molto più adatti a creare le condizioni per coinvolgere i soggetti in
successive attività d’intervento.

I focus groups: l’anello di congiunzione tra ricerca e ricerca-azione partecipata


I focus groups sono delle interviste di gruppo, solitamente centrate su un tema particolare o rivolte a un particolare
gruppo di persone.
L’assunto alla base dei focus groups è che l’interazione di gruppo favorisca l’emergere di informazioni originali e
basate su una maggior riflessione poiché, discutendo con gli altri, i partecipanti hanno la possibilità e l’opportunità di
dire la propria, ma anche e soprattutto di farsi un’idea riguardo a un certo argomento.
La psicologia di comunità fa del focus group un doppio utilizzo:
- In ricerca, come metodo qualitativo da affiancare ai questionari, all’osservazione, ai dati d’archivio per
analizzare una comunità o un fenomeno;
- Come metodo (o strumento) della ricerca-azione partecipata, per attivare la discussione su specifici temi
all’interno della comunità, far partecipare i cittadini e iniziare a riflettere sulle possibili soluzioni o azione da
mettere in atto.

Metodo di ricerca Strumento per la ricerca-azione


Obiettivi - Metodo unico - Metodo centrale per
- Metodo ausiliario (prima, promuovere la
durante o dopo la ricerca partecipazione e arrivare
quantitativa) a soluzioni comuni
- Metodo di valutazione
delle proposte
Selezione del gruppo di - Partecipanti selezionati - Gruppi selezionati per la
riferimento per far emergere punti di loro visione della
vista diversi su un comunità
argomento - Gruppi naturali
- Gruppi non naturali
Moderatore - Ricercatore - Ricercatore
professionista aiutato da professionista o
logista volontario formato (della
comunità)
Definizione delle domande - Griglia prestabilita per - Domande stimolo, non
l’intervista (protocollo rigide
con domande
d’apertura, introduttive,
di transizione, chiave e di
chiusura)
- Domande preformulate,
da ripetere nello stesso
modo e ordine
Numero di gruppi coinvolti - Minimo tre - Quanti sono i gruppi
interessanti nel territorio
Numero di incontri - Solitamente uno - Solitamente più di uno
Analisi dei dati - Svolta dal ricercatore - Svolta dai partecipanti o
- Più rigorosa (trascrizione dai cittadini attraverso il
e sbobinatura delle confronto dei vari gruppi
registrazioni) - Riassunta in cartelloni

La ricerca-azione
La ricerca-azione è il metodo che sposa maggiormente gli elementi della psicologia di comunità: permette di creare
un’alleanza inscindibile tra le due caratteristiche principali della disciplina, la ricerca e l’azione, l’aspetto conoscitivo e
quello applicativo.
Lewin comprese che il cambiamento era fonte di comprensione e che la teoria e la prativa dovevano diventare un
tutt’uno, ma capì anche come in questo percorso fosse estremamente rilevante il coinvolgimento attivo della
popolazione con cui si andava a lavorare, solitamente considerata solo come target dell’azione o campione della
ricerca.
Lewin comprese che il processo conoscitivo finiva con il divenire un’azione sociale proprio nel momento in cui la
popolazione veniva coinvolta. La conoscenza più efficacemente utilizzabile ai fini dell’azione sociale era proprio
quella che emergeva nel processo conoscitivo condiviso.
Le fasi della ricerca-azione
La ricerca-azione è costituita da diverse fasi:
- La fase di pianificazione, in cui si prevedono le diverse fasi di conoscenza e azione, si identificano ipotesi,
target e azioni possibili;
- La fase dell’azione, in cui il ricercatore propone un cambiamento possibile;
- La fase dell’osservazione degli effetti del cambiamento proposto sulla situazione;
- La fase della riflessione, intesa come momento di apprendimento attivo che permette sia di comprendere il
fenomeno sotto indagine, sia di procedere con nuove ipotesi di pianificazione per approfondire le
conoscenze.
La ricerca-azione per Lewin è un approccio che ingloba l’attore in un progetto, in una politica e in un’intenzionalità,
coinvolgendolo in un processo di riflessione e di analisi.
Kemmis  schematizzazione del modello di ricerca-azione.
- Idea inziale: nata da un interesse di ricerca particolare o da un problema sociale reale;
- Ricognizione: prima conoscenza del fenomeno d’interesse e, se previsto, del contesto d’azione,
- Piano generale suddiviso in fasi: schema generale dei momenti di ricerca e azione.
- Attuazione delle fasi del piano.
- Prima valutazione del cambiamento e del fenomeno sotto analisi.
- Revisione del piano
- Nuova suddivisione in fasi: elaborazione dei momenti salienti del piano d’azione.
- Nuova attuazione
- Nuova valutazione.
Le fasi di ricerca-azione devono essere viste come momenti essenziali del percorso, necessariamente presenti, ma
che seguono comunque una logica a spirale e non lineare, soprattutto quando si attiva la partecipazione.

La ricerca-azione partecipata
L’intento principale dell’uso della ricerca-azione in psicologia di comunità è quello di sviluppare percorsi in grado di
avere una comprovata utilità sociale.
La psicologia di comunità sviluppa soprattutto la ricerca-azione partecipata con un focus particolare sul
miglioramento della qualità della vita dei cittadini attraverso il loro coinvolgimento attivo.
Non è lo psicologo o il ricercatore o l’operatore in genere, che prima ricerca e poi comunica i risultati e
eventualmente la cura. Insieme alla popolazione viene fatta la diagnosi, simultaneamente cominciano ad avere luogo
delle modificazioni, e sempre collettivamente vengono studiate le strategie di intervento a lungo termine.
La ricerca-azione partecipata è, quindi, un approccio scientifico ma con finalità prevalentemente applicative.
Sul piano scientifico, nove sono le caratteristiche rilevanti della ricercazione partecipata:
1. approccio olistico al problema, senza la parcellizzazione, tipica della ricerca di base, in aspetti settoriali e
unilaterali. Viene affrontata la situazione sottoponendo all’attenzione tutti gli aspetti del processo.
2. significatività del tema di ricerca per gli attori coinvolti. Questi soggetti riflettono sui miglioramenti da apportare al
problema che sta loro a cuore e che vogliono risolvere. Il fine ultimo della ricerca è costituito dalla trasformazione
radicale della realtà sociale e dal miglioramento della qualità della vita delle persone coinvolte.
3. disponibilità del ricercatore a negoziare con gli attori le azioni da compiere. È necessario creare collaborazione e
confronto tra ricercatori, operatori e cittadini.
4. intervento del ricercatore nelle azioni. Il ricercatore diviene attore della comunità, in grado di instaurare,
all’interno del gruppo, dei rapporti educativi.
5. assenza di un metodo d’intervento predefinito da applicare, ma la sua costruzione insieme al gruppo della ricerca-
azione, a partire da alcuni principi strategici e sulla base delle reazioni rilevate in corso d’opera.
6. perseguimento dello sviluppo personale e professionale degli operatori-attori della ricerca-azione. Gli attori
cercano di migliorare la propria professionalità acquisendo una metodologia di lavoro che permetta loro di crescere
anche a livello personale.
7. emancipazione degli attori. I partecipanti diventano capaci di operare autonomamente grazie al miglioramento
della loro comprensione dei processi e della situazione che sta loro a cuore (empowerment).
8. impiego di strumenti descrittivi per la valutazione dei risultati durante e alla fine della ricerca. Si focalizza
l’attenzione sulla descrizione dei fenomeni cercando di comprenderne la complessità ma proponendo strumenti
descrittivi chiari e leggibili da tutti.
9. produzione di un mutamento sociale. Si tenta di definire nettamente la differenza tra la ricerca sperimentale,
basata maggiormente sulla conoscenza della realtà, e la ricerca-azione che si propone di cambiarla.
L’obiettivo della ricerca-azione partecipata è quello di risolvere i problemi provando diverse strade, che non possono
essere anticipate a priori ma che diventano prodotto e strumento del gruppo stesso.

Il photovoice come strumento per la ricerca-azione partecipata


Questo metodo rappresenta un nuovo modo di dare voce a persone spesso escluse dai processi decisionali, offrendo
loro la possibilità di mostrare, attraverso le immagini, la loro visione della comunità, delle risorse in essa presenti, dei
problemi maggiormente sentiti e delle modalità più efficaci per risolverli. L’obiettivo è attivare un processo di
empowerment tra i partecipanti, attraverso la condivisione delle immagini con gli altri membri della comunità e la
riflessione comune sulle storie che queste immagini raccontano.
L’impatto si colloca su diversi livelli: dal punto di vista della ricerca, il photovoice permette di conoscere una specifica
realtà così come viene vissuta dall’interno; per quanto riguarda l’impatto sui partecipanti, la tecnica dovrebbe essere
in grado di alimentare la consapevolezza di alcuni aspetti legati alla comunità di appartenenza, dei problemi
principali sentiti dai suoi membri e delle risorse che è possibile attivare per risolverli.
Aspetti interessanti di tale tecnica risultano sicuramente l’immediatezza dell’immagine visiva e la ricchezza delle
storie che l’accompagnano poiché facilitano la condivisione di pensieri e punti di vita.
I limiti maggiori riguardano il passaggio all’azione concreta, al cambiamento, che non dipende solamente dalla
qualità del lavoro svolto, ma dal coinvolgimento attivo degli organi decisionali.
Esperienze di questo tipo raggiungono l’obiettivo solo se sono in grado di garantire la possibilità di sperimentare
l’importanza e l’efficacia del lavoro svolto.

La ricerca epidemiologica
Rappresenta un valido strumento per stimare, all’interno di un dato contesto o popolazione, la prevalenza di
problemi psichiatrici e psicosociali, nonché le risorse e i punti di forza.
Buone stime richiedono però campioni accurati e spesso numericamente molto rilevanti e per questo sono molto
costosi in termini sia finanziari sia tempo.
Nonostante le limitazioni, la rilevanza di questo genere di studio riguarda la possibilità di stimare la reale diffusione
nella comunità di un particolare tipo di disagio e le sue variazioni nel tempo, oltre a permetterci di comprendere in
maniera affidabile le cause relative ai più comuni disturbi.
Esistono comunque altre modalità più indirette, ma sicuramente meno dispendiose, di misurare l’incidenza e la
prevalenza dei problemi che possono interessare una determinata comunità: a) lavorare sui dati forniti dai servizi; b)
l’uso di indicatori indiretti.

La ricerca HBSC
Health Behaviour in School-aged Children (HBSC)  studio transnazionale svolto in collaborazione con l’Ufficio
europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che coinvolge 44 nazioni e all’interno del quale collaborano
operatori di formazione molto diversa.
L’obiettivo è di migliorare i sistemi nazionali e regionali di informazione sulla salute e, quindi, verte su campioni
rappresentativi delle realtà nazionali.
Punto di partenza della ricerca sono alcuni studi che hanno dimostrato come specifici comportamenti possano
accrescere il rischio di insorgenza di alcune malattie e come possano talvolta esserne considerati la loro stessa causa.
I comportamenti legati alla salute e allo stile di vita in età adulta sono il prodotto delle fasi precedenti dello sviluppo:
l’adolescenza e la preadolescenza.
La ricerca consente di:
- Individuare specifici gruppi e aree a rischio a uno stato precoce;
- Raggiungere una migliore comprensione della gamma dei fattori che favoriscono la messa in atto di
comportamenti a rischio e lo sviluppo di problemi di salute a questi associati;
- Orientare effettive strategie di intervento e investimenti di risorse a scopo preventivo.
I dati vengono raccolti ogni quattro anni attraverso un questionario, messo a punto dal gruppo di lavoro
internazionale, e somministrato a un campione rappresentativo di ragazzi di 11, 13 e 15 anni.
Attualmente la ricerca HBSC è stata adottata dal ministero della Salute come parte integrante dei sistemi di
monitoraggio di questi comportamenti e viene svolta da tutte le regioni italiane.

Quali sono i metodi più adeguati per cogliere la complessità e per indagare gli effetti dei contesti?
Lo studio delle caratteristiche e dell’influenza dei contesti sullo sviluppo umano si è basato principalmente sulla
percezione individuale e quasi mai si è adottata un’adeguata metodologia di analisi dei dati che consentisse di
esplorare il ruolo svolto dai contesti in maniera distinta dagli aspetti di natura percettiva. Da anni si sta diffondendo
un settore di ricerca che si occupa dello studio dei contesti e del loro effetto sull’adattamento degli individui 
metodo dei modelli gerarchici lineari (HLM).
L’unità di analisi. Gli studi empirici sull’effetto dei contesti sono per loro natura gerarchici, dal momento che gli
individui sono raggruppati all’interno di gruppi che possono essere di diverso genere, esempio: cittadini di diversi
quartieri di una città, lavoratori di diverse unità operative, studenti di diverse classi.
Importanza delle cariabili contestuali che rimandano al clima o a costrutti sociali e della necessità di adottare
tecniche di analisi dei dati come quelle multilivello. Stimare effetti separati (a livello individuale e contestuale)
consente di comprendere meglio la complessità dei fenomeni e delle loro determinanti.

La ricerca valutativa: come si misura l’efficacia dei progetti?


Capire se effettivamente una serie di azioni ha modificato atteggiamenti, credenze, comportamenti in un certo
contesto è un odei maggiori crucci di chi cerca di introdurre dei cambiamenti con interventi professionali nel sociale.
La valutazione dei progetti si distingue tra:
1. valutazione ex ante, in cui ci si interroga su come il progetto è stato definito e scritto, sulla coerenza tra finalità e
obiettivi specifici, oltre che tra obiettivi e strategie;
2. valutazione di processo e monitoraggio, in cui ci si interroga circa i processi che caratterizzano il progetto, ovvero
se ci sono ostacoli in corso d’opera alla sua realizzazione, se sta raggiungendo il target designato, se le strategie
vengono realizzate come previsto;
3. valutazione di efficacia, in cui si stabilisce se il progetto è stato efficace, ovvero se ha raggiunto gli obiettivi
prefissati.
Per la valutazione di efficacia dei progetti, alcuni autori sostengono che l’oggettività e la validità dei risultati di un
progetto possono essere garantiti solamente utilizzando dati di tipo quantitativo e disegni rigorosi come quelli
sperimentali o quasi-sperimentali.
I disegni di ricerca sperimentali riescono a garantire i più alti livelli di validità interna: sono caratterizzati dalla
presenza di un gruppo sperimentale e un equivalente gruppo di controllo. Si distinguono per il fatto che i soggetti
sono casualmente attribuiti a uno di questi due gruppi. Inoltre, i disegni sperimentali sono nati per applicazioni in
contesti di laboratorio e non sono facilmente realizzabili per chi opera nel territorio in situazioni di realtà complesse,
dove lo sperimentatore ha scarso controllo su molte variabili che influenzano la situazione stessa. Infine, questi
disegni si scontrano spesso con il problema della generalizzazione dei risultati, ovvero l’ipotizzare che i medesimi
risultati possano essere ottenuti con diverse popolazioni o setting.
I disegni quasi-sperimentali tentano di superare i limiti dei disegni sperimentali.
I disegni quasi-sperimentali, pur dividendo i soggetti in gruppo sperimentale e gruppo di controllo, non prevedono
l’assegnazione causale dei soggetti a questi due gruppi.
Il disegno di ricerca quasi-sperimentale si è dimostrato particolarmente utile nella valutazione dell’efficacia di
interventi su intere aree locali, città o comunità.
La superiorità e i vantaggi associati all’adozione di disegni di ricerca sperimentali o quasi-sperimentali
nell’individuazione degli effetti causali legati a un intervento è ampiamente riconosciuta.
Spesso le circostanze in cui si realizza un intervento non permettono il controllo di tutte le variabili in grado di
influenzare i risultati del progetto stesso. Quando queste variabili non possono essere controllate, e il loro effetto è
tanto rilevante da non poter essere trascurato, si pone la necessità di misurarle e inserirle nelle analisi statistiche.
La ricerca valutativa deve essere in grado di rispettare la complessità dei fenomeni e dei contesti d cui si occupa per
cui si raccomanda l’utilizzo di metodologie che, da un lato, assicurino rigore e precisione metodologica e, dall’altro,
sappiano cogliere le diverse sfaccettature dei risultati di un progetto.
Con il termine “valutazione” si intende un insieme di processi che vanno ben oltre la ricerca valutativa e che, in
psicologia di comunità, spesso rendono la forma di consulenza di valutazione.
Una prima fase, fondamentale da affrontare quando si fa ricerca in psicologia di comunità, è quella di scegliere i
confini della comunità di interesse.
Questa definizione può seguire vari indicatori (statistici, amministrativi o fenomenologici) e in accordo con questa
decisione di provvede alla definizione degli strumenti per conoscerla.
Dopo aver analizzato il proprio contesto e individuato possibili soluzioni, lo psicologo di comunità dovrebbe attivarsi
con la comunità stessa per creare un progetto condiviso per raggiungere concretamente le soluzioni ipotizzate.

Capitolo 7
Lavorare per la comunità: gli strumenti di azione dello psicologo di comunità
Introduzione all’azione
La psicologia di comunità è una disciplina applicata: questo significa che lo psicologo di comunità, a fianco o, per
meglio dire, congiuntamente alla ricerca, mira sempre a finalità pratiche.
Strumento principe risulta essere la ricerca-azione. Accanto a ciò lo psicologo di comunità progetta, implementa e
valuta interventi in ambito sociale, spesso con finalità preventive per la comunità. Deve pertanto conoscere tecniche
e metodologie es.. peer aducation, mentoring, gruppi di auto-aiuto, lavoro di rete, training.
Tutte le metodologie hanno una forte connessione con i principi di base della disciplina.
- Il modello ecologico: in quanto molto spesso le azioni svolte dallo psicologo di comunità risultano azioni
indirette, svolte sui contesti di vita del target o sulle persone che entrano in relazione con lui.
- Un orientamento proattivo: le azioni sono spesso azioni di prevenzione e/o promozione del benessere. Si
collocano prevalentemente in un’ottica proattiva, ovvero intervengono prima che un disturbo si manifesti o
sia radicato.
- L’empowerment: considerato il filo conduttore di tutte le attività che presenteremo. Es. obiettivo comune a
tutte le attività è quello di aumentare le competenze, attraverso la partecipazione attiva deli soggetti
coinvolti, per fare in modo che le persone abbiano maggiore controllo e consapevolezza critica da sfruttare
nei diversi contesti di vita.
Lo psicologo di comunità, nella scelta delle azioni da svolgere, dovrebbe identificare:
1. qual è la comunità su cui vuole lavorare, analizzandone le caratteristiche peculiari e gli specifici bisogni;
2. quale cambiamento vuole perseguire, individuando gli obiettivi dell’azione, il livello a cui si vuole agire, il target o i
target a cui si vuole rivolgere;
3. come perseguire il cambiamento, ossi quali modelli di lavoro, quali buone prassi utilizzare che si siano già
dimostrate efficaci.

L’utilizzo congiunto di diverse tecniche, sebbene sia meno frequente, rende i progetti più efficaci nell’affrontare i
problemi da più punti di vista: veicolo il messaggio in diversi modi, rendo partecipi anche altre persone della rete di
relazioni in cui il soggetto target ultimo si trova e, in tal modo, creo anche maggior coerenza tra i diversi contesti in
cui questo è inserito.

Il cambiamento individuale
I traning
Per agire a livello individuale si utilizzano solitamente percorsi formativi (i training), volti a modificare alcuni aspetti
del singolo. Il termine “training” indica come sia possibile promuovere, attraverso percorsi specifici e strutturati,
l’acquisizione di nuove conoscenze, competenze e abilità.
I training si basano sull’assunto che molti aspetti della vita degli individui sono appresi, solitamente in modo
naturale, all’interno dei diversi contesti sociali in cui la persona si trova.
L’apprendimento, considerato come qualsiasi modificazione comportamentale che consegue o viene indotta da
un’interazione con l’ambiente, come risultato di esperienze che conducono allo stabilirsi di nuove configurazioni di
risposta agli stimoli esterni, avviene quotidianamente attraverso il contatto con diversi individui e contesti di vita, ma
può anche essere modellato con interventi specifici.
I training in psicologia di comunità si focalizzano soprattutto sul cambiamento dei seguenti aspetti.
- Conoscenze, le nozioni che l’individuo possiede rispetto a un certo tema. Le conoscenze sono importanti
soprattutto se date a soggetti che indirettamente possono portare dei cambiamenti nei soggetti target.
Inoltre, possono essere particolarmente utili per correggere delle opinioni fuorvianti.
- Abilità, intese come qualcosa che permette al soggetto di fare. Es. training per migliorare le capacità di
risolvere i problemi, per rendere più efficace la comunicazione e, soprattutto, per sviluppare le abilità sociali.
- Atteggiamenti, risultano essere gli aspetti più difficili da modificare. Richiedono di agire su processi talvolta
non espliciti. Gli atteggiamenti di cui la psicologia di comunità s’interessa maggiormente riguardano specifici
comportamenti (fumo), specifiche popolazioni (immigrati), specifici contesti (il proprio quartiere) oppure sé
stessi. Se fortemente polarizzati, questi tipi di atteggiamento possono dar luogo a pregiudizi e
comportamenti disfunzionali per sé e per gli altri. Richiedono l’utilizzo di attività mirate ma indirette che
permettono ai soggetti di riflettere sui loro atteggiamenti e comportamenti, sia di sperimentare le
conseguenze negative delle loro azioni, in un ambiente protetto.
La psicologia di comunità s’interessa soprattutto dello sviluppo di competenze relazionali, che facilitino gli individui a
stare in gruppo, a viverlo come risorsa, a gestire al meglio le relazioni con gli altri. Per questo, molto importanti
diventano le abilità sociali, intese come tutte quelle abilità della persona che permettono di relazionarsi in modo
efficace, lavorando in gruppo.
Modificando conoscenze, abilità e atteggiamenti dei singoli, i training vengono comunemente inseriti tra le attività di
tipo individuale. Possiamo considerare tale strumento come un’azione universale (la maggioranza dei training è
pensata per andare ad agire su tutta la popolazione target), ma che solitamente, considerati i costi dello sforzo, viene
utilizzato come azione di prevenzione selettiva indicata, in base al target prescelto.
I training che vengono attuati dagli psicologi di comunità si svolgono prevalentemente in gruppo, sia perché questo
risulta un approccio maggiormente economico, sai perché le attività svolte in gruppo consentono di sperimentare
situazioni più reali.
Lo psicologo di comunità può decidere di fare un training:
- Direttamente con il target di suo interesse;
- Con non professionisti che poi si troveranno a dover mettere in atto azioni per modificare i comportamenti
di, ad esempio, insegnati, volontari, allenatori ecc.
- Con operatori che metteranno in atto attività di formazione o che gestiscono interventi nel sociale.
Limiti:
- L’inadeguata preparazione dello psicologo nel gestire le tecniche formative;
- La mancata coincidenza tra bisogni del gruppo con cui si fa formazione e bisogni accolti dal training stesso;
- L’incapacità di “creare gruppo” e di saldare con i partecipanti un adeguato contratto formativo.
inoltre, tali azioni agiscono solo a livello individuale e bisogna lavorare sulle capacità di generalizzazione per fare in
modo che ciò che viene appreso venga utilizzato nella vita di ogni giorno. Infatti, è importante che all’interno dei
percorsi formativi vengano inserite attività e riflessioni rispetto a come possano essere utilizzate le nuove
conoscenze e abilità nei reali contesti di vita con cui i soggetti si trovano ad agire.
Vantaggi: i training sono una tecnica molto flessibile ed estremamente efficace per far passare messaggi e
apprendimenti a popolazioni target diverse.

Il Life Skills Training


È basato sulla teoria delle life skills  sebbene i comportamenti problematici o in generale rischiosi per la salute
siano il risultato di una complessa interazione tra fattori individuali, relazionali e ambientali, l’influenza di questi
fattori è mediata da variabili individuali e in particolare dalle abilità possedute dall’individuo. Le principali life skills
vengono raggruppate nelle seguenti aree: problem-solving, pensiero critico, abilità di comunicazione,
autoconsapevolezza e capacità di fronteggiare lo stress.
Esse sono dirette a promuovere alternative all’adozione di comportamenti problematici o a rischio attraverso:
- La promozione di autostima e fiducia in sé stessi;
- L’apprendimento di abilità per fronteggiare efficacemente l’ansia e lo stress;
- La promozione di abilità sociali per comunicare in modo efficace, superare la timidezza, non adottare
modalità relazionali aggressive al fine di costruire relazioni significative con i coetanei e gli adulti;
- L’aumento delle conoscenze sulle conseguenze e i rischi connessi al consumo di sostanze;
- L’insegnamento agli studenti delle necessarie abilità per resistere alla pressione dei coetanei;
- La promozione di generali competenze cognitive, sociali e di fronteggiamento, che hanno il ruolo di fattori di
protezione.
Le componenti del Life Skills Training possono essere distinte in tre aree:
1. abilità personali
2. abilità sociali
3. abilità e conoscenze per resistere alla pressione rispetto al consumo di sostanze.
Questo tipo di training enfatizza e coniuga sia l’acquisizione di abilità personali, che riguardano maggiormente la
relazione dell’individuo con sé stesso, i propri vissuti, emozioni e problemi, sia l’acquisizione di abilità sociali.

Lavorare sulla rete sociale (microlivello)


Il mentoring
Esempio di cambiamento a microlivello, ossia dell’agire sulle reti di relazioni prossimali.
Quando è usato con ragazzi a rischio, si colloca tra gli interventi di tipo selettivo o indicato. In questo caso parliamo
di un’azione di tipo indiretto che si avvale dell’uso di non professionisti.
Il mentoring può essere descritto come una relazione uno-a-uno, che nel tempo prevede l’affiancamento di un
soggetto adulto esperto (mentor) con un soggetto in possibile difficoltà (mentee). Si basa sulla teoria
dell’apprendimento Bandura che considera essenziale il ruolo di modelli positivi nello sviluppo dell’individuo.
Il mentee è solitamente un individuo in difficoltà. Il mentor è un volontario, che può diventare un adulto significativo
capace di posi come modello di riferimento positivo per il ragazzo.
La relazione di mentoring è asimmetrica ma tendente all’orizzontalità: il rapporto tra soggetto in difficoltà e adulto
esperto deve cercare di stimolare la partecipazione attiva e le iniziative del mentee, a favore dello sviluppo di una
maggiore autonomia.
L’obiettivo generale del mentoring è quello di potenziare l’empowerment sia del mentee sia del mentor, poiché
tende ad aumentare le competenze e la fiducia in sé di entrambi i soggetti coinvolti nella relazione.
Le difficoltà che si trova a dover gestire lo psicologo di comunità:
1. trovare e reclutare volontari che vogliano dedicare qualche ora alla settimana a un’altra persona;
2. dover affrontare cambiamenti da lui non previsti e condizionati da problemi esterni;
3. avvio del progetto stesso  difficile gestire gli incontri tra le coppie del mentoring e coinvolgere anche insegnanti
e genitori in questi primi momenti;
4. formazione dei mentors che deve essere sufficiente ma non eccessiva e, nel contempo, fornire strumenti pratici
per la gestione della relazione.
Se il progetto funziona bene alcuni segnali possono essere: un buon lavoro di rete tra soggetti coinvolti, famiglie,
scuola e istituzioni; situazioni di antistigmatizzazione, in cui la presenza del mentor viene vista dai compagni del
mentee come una risorsa invidiabile; aumentata efficacia dei mentors, sempre più in grado di risolvere
autonomamente e creativamente le difficoltà che incontrano.
Le diverse fasi:
- Ideazione del progetto e attivazione. Individuare le attività più adeguate a raggiungere gli obiettivi che ci si
prefigge  creazione del gruppo di lavoro e contatto con le scuole;
- Progettazione. Individuazione degli obiettivi specifici del progetto;
- Realizzazione. Promozione del programma e della ricerca dei mentors, individuazione dei ragazzi con
difficoltà, selezione e formazione dei mentors, affiancamento vero e proprio, inclusa la supervisione;
- Valutazione. Sia come monitoraggio continuo e valutazione di processo, sia come valutazione di efficacia.
Appaiono più efficaci i programmi di mentoring fortemente connessi con l’ambiente scolastico.
Complessivamente dopo aver partecipato al mentoring i soggetti evidenziavano un miglior benessere psicologico,
una più elevata autostima e un più adeguato sviluppo emotivo.
È comunque emerso che tutti i risultati ottenuti dai programmi di mentoring sono fortemente influenzati da variabili
inerenti alla realizzazione delle attività, quali la qualità della relazione che si instaura tra mentor e mentee.

Il progetto Mentor-UP
Gli obiettivi principali del progetto:
- Sostegno nella gestione di situazioni di disagio sociale;
- Promozione di partecipazione e cittadinanza attiva;
- Incremento dell’autostima, della fiducia nelle capacità relazionali e scolastiche, e nelle capacità di coping e
problem-solving del mentee;
- Incremento del sostegno sociale.
La selezione e formazione dei “mentors” rappresentano la fase iniziale del progetto. L’attività di mentoring viene
promossa attraverso volantini e una presentazione orale del progetto in alcuni corsi all’interno dell’università. I
ragazzi interessati sono successivamente selezionati sulla base delle informazioni ottenute da un’intervista
individuale. I mentors prescelti seguono un corso di formazione di 12 ore.
Parallelamente alla formazione dei mentors, viene attivata la selezione dei mentee. Vengono considerati candidati
idonei alla partecipazione al progetto i ragazzi provenienti da famiglie con basso status socioeconomico, poco
stimolati a livello sociale e familiare, con scarsa integrazione nel territorio o con elevati livelli di solitudine.
Successivamente si formano le coppie.
Alla conclusione di questa fase iniziano gli incontri tra mentor e mentee, che di solito si svolgono con frequenza
settimanale. Questa fase costituisce la parte centrale del progetto, in cui mentors e mentees stabiliscono i loro
obiettivi e lavorano insieme per raggiungerli.
Durante tutto il periodo di incontri con il mentee, i mentors partecipano a specifici incontri di supervisione per
piccoli gruppi. Questi momenti aiutano i mentors a identificare obiettivi specifici e a esplicitare le aspettative
personali circa la relazione di mentoring.
Durante tutto lo svolgimento del progetto sono previste diverse attività di valutazione attraverso questionari e
schede.

Lavorare con le famiglie


La famiglia è il primo luogo di socializzazione di ogni individuo. Difficilmente si otterrà un cambiamento duraturo
senza il coinvolgimento delle famiglie e, soprattutto, dei genitori.
Sempre più ricerche confermano l’importanza del ruolo dei genitori nello sviluppo positivo dei figli, dalla prima
infanzia alla tarda adolescenza. Inoltre, i genitori sono i principali modelli comportamentali per i figli. Ogni progetto
dovrebbe includere attività anche con i genitori.
Lavorare con le famiglie, in un’ottica preventiva, non è però facile.
I genitori, infatti, si pongono nei confronti della scuola e dei professionisti in modo ambivalente: da una parte,
richiedendo aiuto nella gestione dei figli e, dall’altra, guardando con estremo scettiscismo le attività proposte.
1. Il professionista deve comprendere la relazione esistente tra committente delle attività (spesso comune o scuola)
e genitori.
2. è importante comprendere quale è stata la risposta a precedenti iniziative e la modalità di rilevazione dei bisogni
dei genitori.
È molto importante saper creare le condizioni per la partecipazione.
Triple P Program: Positive Parenting Program  programma a sostegno della genitorialità e della famiglia, finalizzato
a sviluppare nei genitori conoscenze, abilità e fiducia in sé. Attraverso tale percorso, i genitori acquisiscono delle
abilità di base relative alla gestione di situazioni quotidiane. Per superare gli ostacoli che in genere limitano la
partecipazione a questi programmi, si è utilizzata la seguente procedura: a ogni genitore, precedentemente
informato attraverso la scuola, sono stati inviati un manuale cartaceo e una videocassetta che illustrava le principali
abilità genitoriali. Ogni famiglia riceveva una telefonata settimanale, per dieci settimane consecutive, effettuate da
operatori adeguatamente preparati che chiamavano i genitori a casa e chiedevano loro se avessero trovato il tempo
di leggere il testo e di vedere la videocassetta. La telefonata continuava con la discussione delle abilità presentate e il
loro possibile utilizzo.
Nonostante una modalità di questo genere sia necessaria con numeri elevati di famiglie coinvolte, manca tutto
l’entusiasmo che può nascere dal contatto e dal confronto con altri genitori.
Un metodo che appare più efficace è rendere il percorso un “appuntamento continuativo nel tempo” e, quindi,
ripetere più volte il ciclo d’incontri o le iniziative nell’arco dell’anno o degli anni. Questo permette di sfruttare una
risorsa importante, il passaparola dei genitori.
Questi accorgimenti tuttavia spesso non sono sufficienti a promuovere la partecipazione dei genitori maggiormente
problematici o a rischio, per cui un prezioso aiuto può derivare dalla collaborazione con i servizi del territorio e dalle
persone che vi lavorano.

La peer education
Finn  condividere informazioni, atteggiamenti o comportamenti attraverso ragazzi che non hanno qualifiche
professionali di educatori ma il cui obiettivo è educare.
Altri autori hanno enfatizzato il rapporto di educazione-influenza reciproca che, a livello formale e/o informale,
instaurano tra loro persone afferenti a un medesimo gruppo di riferimento.
Si sottolinea il particolare tipo di formazione-relazione caratterizzata da un rapporto di simmetria tra utente ed
esperto e il fatto che questa metodologia implichi l’uso di membri di un determinato gruppo per agire il
cambiamento sugli altri membri dello stesso gruppo.
I vantaggi del coinvolgimento di coetanei riguardano la possibilità di usare un gergo comune e modalità espressive
tipiche della popolazione target e il fatto che un pari non intimidisce quanto un adulto.
Diverse teorie sostengono l’efficacia dell’utilizzo dei pari:
1. la teoria dell’apprendimento sociale, importante ruolo dei pari come modello comportamentale;
2. la teoria dell’azione ragionata, per influenzare il comportamento è necessario agire sulle norme sociali;
3. la teoria della diffusione delle innovazioni, i pari possono fungere da opinion leaders e, diffondendo le proprie
idee, possono diventare agenti di cambiamento;
4. la teoria della “participatory education”, utilizza un’ottica di empowerment e partecipazione nell’educazione da
parte del target stesso e rende quest’ultima più efficace nel raggiungere obiettivi anche complessi.
Fasi di svolgimento del progetto:
- Reclutamento dei “peers”: devono essere fortemente accettati dal gruppo target, adatti alla formazione e
non coinvolti attivamente nel comportamento negativo.
- Formazione: prevede una partecipazione attiva fin dalle prime fasi, in modo da facilitare sia la conoscenza
dell’argomento, sia le abilità comunicative necessarie per passare il messaggio ai propri compagni.
- Azione dei “peers”: può avvenire sia in contesti e situazioni naturali sia in contesti di formazione specifici.
- Sostegno e monitoraggio ai “peers”: consiste principalmente in azioni di supervisione, sostegno tecnico,
sociale e personale ai peers educators e agli altri attori coinvolti nel programma.
- Valutazione: può riguardare la valutazione di efficacia finale sul target degli studenti a cui il programma è
diretto, oppure sui peer educators.
Le esperienze di peer education non funzionano:
- Se i peers sono solo strumento nelle mani degli adulti, che decidono quali obiettivi e strategie dovrà avere il
programma, senza interpellare i destinatari dell’intervento;
- Se i programmi sono focalizzati esclusivamente sul passaggio di informazione e si trascurano gli aspetti di
tipo relazionale e affettivo;
- Se non c’è condivisione di obiettivi e finalità, sia con i giovani, sia con le istituzioni coinvolte nel programma.

I gruppi di auto-aiuto
Il ruolo del professionista è ancora più marginale. Infatti, i componenti del gruppo non vengono né formati né
seguiti: il cambiamento avviene spontaneamente sfruttando le dinamiche naturali del gruppo e la motivazione dei
partecipanti stessi. Possiamo collocare tali esperienze a livello micro, in quanto è attraverso il gruppo e le sue
dinamiche che avviene il cambiamento individuale.
Gruppi di auto-aiuto  piccolo gruppo volontario, comporto da persone con un problema comune e il desiderio di
superare efficacemente il momento di difficoltà.
Gli aspetti principali sono i seguenti:
- Scopo: fornire aiuto, migliorare la propria e altrui situazione attraverso il confronto e il sostegno da parte di
persone che possono capire.
- Origine: dal gruppo stesso, non dipende da esterni. I gruppi si sviluppano solitamente perché le persone
sentono la necessità di un aiuto che i servizi ufficiali non sono pronti a dare.
- Fonte d’aiuto: sono i membri stessi.
- Composizione: membri con un problema, una difficoltà comune, senza distinzione di ruolo.
- Controllo: attività sotto il controllo dei membri, raramente è presente un consulente/supervisore che può
aiutare a gestire alcuni aspetti.

Le tipologie principali dei gruppi di auto-aiuto sono:


- Controllo del comportamento e riorganizzazione della condotta. L’intento è quello di fare in modo che
attraverso il sostegno degli altri si trovi la forza per modificare un comportamento inadeguato.
- Sostegno e difesa dallo stress: i componenti stanno affrontando un particolare momento o situazione di crisi,
che può essere negativa o positiva, ma comunque destabilizzante. Questa tipologia può essere ricondotta a
interventi prevalentemente selettivi, dove la situazione stessa può aumentare il rischio di difficoltà, o
indicati, quando il disturbo è già conclamato;
- Crescita personale e autorealizzazione: alcuni gruppi nascono con l’intento di divenire uno spazio per la
crescita e l’empowerment individuale dei soggetti che li compongono.
- Azione sociale: il problema comune è collettivo. Il gruppo si struttura per trovare risorse e lottare insieme per
l’affermazione dei propri diritti. L’azione è rivolta all’esterno, per portare dei cambiamenti generali alla
comunità in cui si vive.
Cosa può fare lo psicologo di comunità per tali gruppi?
- Fungere da consulente esperto;
- Creare o proporre lo sviluppo di nuovi gruppi;
- Aiutare i gruppi a integrarsi con il sistema formale di cura;
- Mappare i gruppi esistenti e analizzarne le caratteristiche.
Considerando l’ultimo punto, anche in questo caso l’aspetto difficile riguarda la valutazione, che risulta
particolarmente complessa in quanto deve integrare tre diverse prospettive: quella dei singoli partecipanti, quella
del gruppo e quella dell’osservatore esterno.

Attivare o potenziare reti di attori collettivi


Gli esempi riportati finora si collocano a livello individuale o micro, mentre, come affermato precedentemente, lo
psicologo di comunità lavora su tutto lo spettro del modello ecologico.
Lavoro di rete  lo psicologo di comunità può attivare una serie di legami tra gruppi presenti nel contesto
d’interesse e aiutare nella gestione della soluzione condivisa dei problemi.
Il lavoro di rete diventa pertanto lo sforzo per agire in modo efficace e per raggiungere obiettivi condivisi.
Il lavoro di rete permette di evitare la duplicazione degli interventi, di diminuire la competizione, nonché di far fronte
alle poche risorse, soprattutto di tipo economico.
Esistono diverse forme di collaborazione in una rete di gruppi e/o istituzioni.
Al livello minimo di collaborazione troviamo lo scambio di informazioni.
Un altro livello di collaborazione riguarda la segnalazione di un problema.
Il terzo livello riguarda la collaborazione su un caso.
Uno dei problemi nella soluzione dei singoli casi non è tanto l’inadeguata attivazione di iniziative, quanto il loro
mancato coordinamento.
Un ulteriore livello riguarda la collaborazione non tanto su un caso quanto su un problema.
L’ultima forma di collaborazione è la realizzazione congiunta di progetti.
Ostacoli di tale lavoro:
- La possibilità che i diversi gruppi vedano minacciata la propria autonomia;
- Sbilanciamento di costi e benefici;
- Gruppi diversi sono rappresentati da professionalità e ruoli diversi nella comunità, e questo porta a un
confronto tra background teorici di riferimento e priorità talvolta difficilmente coniugabili.
In questo lo psicologo di comunità deve lavorare per trovare un accordo sulla definizione del problema e del
territorio su cui lavorare. Tale complessità e tale possibilità di disaccordo crescono all’aumentare della complessità
del compito che si si propone, ma anche all’aumentare del numero di soggetti all’interno della rete.
Alcuni aspetti facilitanti:
- Buona comunicazione all’interno dei singoli gruppi e tra i gruppi;
- Presenza di organizzazioni simili, con obiettivi affini;
- Disponibilità di fondi,
- Comprensione dell’importanza di mettersi in gruppo per la realizzazione degli interventi;
- Gestione coordinata delle attività/decisioni.
Solitamente gli accordi e le regole della rete vengono esposti in un documento comune, denominato “protocollo
d’intesa”. Esso sancisce gli accorsi tra le diverse organizzazioni.

Consulenza a politici e introduzione di nuove norme sociali


Un’altra area su cui lo psicologo di comunità potrebbe e dovrebbe agire è quella della consulenza a politici o a
dirigenti di organizzazioni, rispetto al cambiamento di norme e regole, per facilitare da una parte un maggior
benessere della comunità, dall’altra una maggiore partecipazione dal basso.
Lo psicologo di comunità può, a fronte delle analisi effettuate attraverso le sue ricerche, presentare i risultati a
politici e decisori e discuterne con loro per fare in modo che vengano presi in considerazione per la formulazione
delle decisioni finali.
Un altro modo in cui gli psicologi di comunità possono sostenere la creazione di norme è diventando consulenti di
politici e decisori.
Un ultimo modo per sostenere la presa di decisioni rispetto a norme sociali è la modalità partecipativa. Lo psicologo
di comunità potrebbe essere il facilitatore di processi partecipativi volti a chiamare alcune norme, leggi e
regolamenti.

L’uso delle nuove tecnologie nella promozione del benessere di individui e comunità
Il ruolo delle nuove tecnologie: da una parte l’utilizzo di smartphone e l’accesso a una molteplicità di risorse online
stanno contribuendo a modificare il modo in cui entriamo in relazione con gli altri; dall’altra, le nuove forme di
comunicazione offrono un’ampia gamma di strumenti che possono essere utilizzati per promuovere il benessere
individuale e rafforzare le relazioni di comunità.

I telefoni cellulari permettono di raggiungere fasce della popolazione con caratteristiche demografiche molto
eterogenee. L’accesso costante e la portabilità forniscono grande flessibilità nell’implementazione degli interventi, le
cui attività possono essere proposte e svolte in momenti diversi della giornata.
Gli interventi che usano le tecnologie mobili possono aiutare la persona a consolidare abitudini in grado di
promuovere la salute fisica e mentale, perché possono essere facilmente ripetuti e collocati in momenti critici per il
comportamento che si mira a modificare.
Un altro vantaggio è la possibilità di implementare le varie attività in diversi setting; questo rende più semplice
generalizzare alcuni comportamenti appresi alle diverse situazioni della vita quotidiana.