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Trotsky e la battaglia per la Quarta Internazionale (1933-1940)

Valerio Torre

In letteratura, nel teatro e nella cinematografia si può narrare una storia partendo dall’inizio;
oppure, si possono usare dei flashback come tessere di un mosaico da comporre; oppure, anco-
ra, si può raccontare subito la fine, salvo riprendere poi lo sviluppo narrativo per far compren-
dere al lettore o allo spettatore come si sia giunti all’evento appena descritto.
Queste modalità – e tante altre possibili – sono tutte lecite e possono essere più o meno efficaci
nell’economia della storia da raccontare.
Nel caso di questo testo, dovendo illustrare quel periodo breve – che va dal 1933 al 1940 – ma
intensissimo (in cui poche settimane possono equivalere a decenni), quel periodo cioè che se-
gnò la gestazione e poi la nascita della Quarta Internazionale, pensiamo sia giusto partire pro-
prio da quest’ultimo evento, e cioè dalla sua fondazione, per poi risalire al contesto storico poli-
tico in cui essa maturò. Non perché la creazione della Quarta Internazionale rappresenti “la fine”
della storia di cui andremo ad occuparci. Al contrario: perché anzi questo che sembra un epilogo
ne rappresenta invece “l’inizio”. L’inizio di una storia più grande in cui tutti coloro che ancor oggi
si richiamano ai principi del marxismo rivoluzionario sono totalmente coinvolti. Un compito im-
menso. Perché, per usare le parole di saluto che nell’ottobre 1938 Trotsky rivolse ad un meeting
per la celebrazione del decimo anniversario della nascita dell’organizzazione americana e per la
Conferenza fondativa della Quarta appena svolta:

«Non siamo un partito uguale agli altri […] Il nostro obiettivo è la totale liberazione, ma-
teriale e spirituale, dei lavoratori e degli sfruttati mediante la rivoluzione socialista […] Il
nostro partito ci richiede una dedizione totale e completa […] Ma, in compenso, ci dà la
più grande delle felicità, la consapevolezza di partecipare alla costruzione di un futuro
migliore, di portare sulle nostre spalle una particella del destino dell’umanità e di non vi-
vere invano la nostra vita»1.

Trotsky dedicò, nel periodo dal 1933 al 1940, la maggior parte dei suoi sforzi e del suo lavoro
alla costruzione della Quarta Internazionale, che venne formalmente costituita – come vedremo
– nel settembre del 1938. E lui stesso era tanto consapevole dell’impegno profuso in questo
compito, che nel marzo del 1935, lungi da ogni intento autoproclamatorio, scriveva:

«… penso che l’opera nella quale sono impegnato, malgrado il suo carattere insufficiente
e frammentario, sia la più importante della mia vita, più importante che il 1917, più im-
portante che lo stesso periodo della Guerra civile o qualunque altro […] Non posso dun-
que parlare della “indispensabilità” della mia opera, nemmeno per il periodo 1917-1921.
Ma oggi essa è indispensabile nel senso pieno del termine. Non v’è ombra di arroganza in
questa pretesa […] All’infuori di me, non v’è nessuno per compiere la missione di armare
del metodo rivoluzionario una generazione nuova»2.

E dunque, il dirigente più illustre insieme a Lenin dell’Assalto al Cielo dell’Ottobre del 1917,
l’oratore più autorevole e più popolare della rivoluzione, il creatore dell’Armata Rossa che riuscì
a spezzare l’assedio al neonato Stato rivoluzionario da parte di quattordici eserciti di Paesi im-
perialisti, riteneva che non fossero questi gli aspetti e gli eventi importanti della sua vita. Consi-
derava invece “indispensabile” la sua opera solo per la costruzione della Quarta Internazionale.
Trotsky aveva ragione. Grazie al suo instancabile impegno, la fondazione della Quarta Interna-
zionale, al di là di tutte le sue debolezze, ha reso innanzitutto possibile preservare la continuità
organica e storica del marxismo rivoluzionario che era stato sconfitto nei grandi conflitti della
lotta di classe sia nell’Urss che nel resto d’Europa.
Ma non è solo questo il merito della nascita della Quarta Internazionale. Essa non fu fondata
(come anche alcuni settori che si richiamano al trotskismo fanno apparire in conseguenza della
loro politica erronea) come una setta dottrinale destinata a preservare come un feticcio l’eredità

1
L. Trotsky, “La fondation de la IVe Internationale”, in Œuvres, vol. 19, EDI, 1978, pp. 99 e ss.
2
L. Trotsky, Diario d’esilio, Il Saggiatore, 1969, pp. 72-73.
ideologica rivoluzionaria in circostanze che ne rendevano impossibile l’utilizzazione. Quando Tro-
tsky insisteva sul fatto che la Quarta Internazionale nuotava contro la corrente, giungendo ad
usare per i trotskisti l’espressione “esiliati dalla loro stessa classe”, in realtà stava sottolineando
difficoltà e compiti politici oggettivi, non una impossibilità storico-metafisica di agire. Lo sforzo
di Trotsky e dei suoi compagni non deve essere rivendicato allora solo per aver preservato la
continuità del programma rivoluzionario, ma anche per aver messo in piedi un’organizzazione
attiva nell’arena della lotta di classe mondiale per mezzo di un programma rivoluzionario. In
questo senso, se è vero che, come affermava Trotsky, “il partito è il suo programma”, non è
meno vera l’espressione opposta: “il programma è il partito”. Ecco perché la corrente che si
ispira al trotskismo insiste tanto nell’idea della costruzione del partito, a differenza di altre ten-
denze della sinistra internazionale per le quali il partito rappresenta ormai una cosa superata,
un residuo novecentesco.

La Conferenza di fondazione
Dunque, per tener fede alla scelta di partire dalla fine (che, abbiamo visto, poi “fine” non è) del-
la storia della nascita della Quarta Internazionale, diciamo che la Conferenza di fondazione si
svolse il 3 settembre del 1938 a Périgny, alla periferia di Parigi, in un granaio messo a disposi-
zione da Alfred Rosmer. Fu un congresso che durò un solo giorno, realizzato nella più assoluta
clandestinità sotto l’incombente minaccia della persecuzione stalinista, tanto che era stato uffi-
cialmente convocato in un luogo della Svizzera, e al quale il suo principale ispiratore, León Tro-
tsky, esiliato in Messico, non poté partecipare. Vi prese invece parte una trentina di delegati in
rappresentanza di dodici Paesi, cui vennero attribuite le deleghe per altre sezioni che furono im-
possibilitate ad intervenire per problemi organizzativi o di sicurezza3.
La discussione fu molto limitata, sia per ragioni di tempo, sia per il fatto che molti documenti
erano scomparsi nel rapimento e nell’assassinio ad opera della Gpu staliniana, poco prima della
Conferenza, di Rudolf Klement, segretario organizzativo e collaboratore di Trotsky nel periodo
d’esilio in Turchia e in Francia. Tuttavia, nonostante queste limitazioni, la Conferenza fondativa
era stata preceduta da una prolungata discussione delle tesi politiche generali, sia nelle sezioni
che in due preconferenze. La discussione programmatica centrale della Conferenza fu quella sul
Programma di transizione, elaborato da Trotsky a partire da un confronto con i dirigenti del So-
cialist Workers Party (Swp) americano (la più grande sezione della Quarta Internazionale) e che
non costituisce, come spesso si dice, il programma della Quarta Internazionale, quanto piuttosto
il programma della Quarta Internazionale «per il passaggio alla rivoluzione proletaria a partire
dalla crisi della società capitalistica»4.
Oltre al Programma di transizione, vennero approvati, tra gli altri, lo Statuto, un manifesto con-
tro la guerra imperialista (ricordiamo che già soffiavano sull’Europa i venti della Seconda Guerra
mondiale) ed altre risoluzioni, tra cui le tesi sul ruolo mondiale dell’imperialismo nordamericano.
Il punto relativo alla “proclamazione” della Quarta Internazionale registrò una divergenza, che,
come poi vedremo nel prosieguo di questo testo, era il portato della lunga fase di gestazione
che portò alla sua nascita e delle approfondite discussioni sviluppatesi in seno all’Opposizione di
Sinistra Internazionale (Osi: l’organizzazione a partire dalla quale nacque la Quarta Internazio-
nale). Tre delegati (Lamed e Stockfish della Polonia; Craipeau della Francia) si espressero con-
tro la proclamazione già in quella Conferenza, sostenendo l’immaturità di una simile decisione;
ma due di essi (i due polacchi) rilasciarono una dichiarazione di voto in cui sostennero che, pur
considerando un errore la decisione positiva su questo punto, avrebbero rispettato lo Statuto e
la disciplina della Quarta5.
Fu, quindi, eletto un Comitato Esecutivo. Vale la pena di sottolineare alcune curiosità, riguardo
ai delegati e ai membri di quest’organismo.
Per l’Italia era presente come delegato – e venne eletto nel Comitato – Pietro Tresso, uno dei
tre militanti (insieme a Leonetti e Ravazzoli) espulsi dal Partito comunista d’Italia (Pcd’I) e che
diedero vita alla Noi (Nuova Opposizione Italiana) 6, successivamente assassinato in Francia per

3
Per un resoconto sullo svolgimento del Congresso fondativo rinviamo a Les congrès de la Quatrième Internationale,
vol. 1 (1930-1940), Éditions La Brèche, 1978, pp. 199 e ss.
4
P. Broué, La rivoluzione perduta. Vita di Trotsky, 1879-1940, Bollati Boringhieri, 1991, p. 882.
5
Les congrès de la Quatrième Internationale, cit., p. 251.
6
Per approfondire le vicende della Noi è utile riferirsi al testo All’opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci. Bollettino
dell’Opposizione Comunista Italiana (1931-1933), Massari editore, 2004.
mano degli stalinisti7. Per la Grecia era presente come delegato Michel Raptis (conosciuto con lo
pseudonimo di Pablo) che fu in seguito uno dei più noti dirigenti della Quarta Internazionale do-
po la morte di Trotsky e sicuramente uno dei massimi responsabili della profonda e violenta crisi
che l’ha attanagliata e che portò a una serie di rotture. Ta Thu Thau, dirigente della sezione
dell’Indocina (l’attuale Vietnam) era in carcere al momento della Conferenza, eppure venne
eletto nel Comitato Esecutivo.
Così pure Trotsky, assente sia perché esiliato in Messico, sia per ragioni di sicurezza, venne
eletto quale membro segreto nell’organismo in rappresentanza dell’Opposizione di Sinistra
dell’Unione Sovietica. Il delegato russo alla Conferenza, Mordka Zborowski (conosciuto con lo
pseudonimo di Étienne), sottolineò insistentemente quest’assenza8 proponendosi per sostituirlo.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si scoprì che “Etienne” era in realtà un agente del Nkvd, infil-
trato nel movimento trotskista e responsabile per l’assassinio del figlio di Trotsky, Lev Sedov, di
cui era riuscito a diventare stretto collaboratore9. Lev Sedov era, al momento della sua uccisio-
ne, responsabile della costruzione europea dell’Opposizione di Sinistra Internazionale.

La battaglia per la riforma del partito e dell’Internazionale


Come nasce in Trotsky la consapevolezza della necessità di fondare la Quarta Internazionale?
A partire dal 1923, di fronte al sorgere dei primi elementi di quella che sarebbe stata la burocra-
tizzazione del partito bolscevico, Trotsky iniziò ad ingaggiare una dura battaglia per il recupero
della democrazia interna di partito e, quindi, per il recupero del partito stesso 10. Ciò lo portò ad
uno scontro aperto nei confronti della cosiddetta “troika”, cioè quel blocco fra Stalin, Kamenev e
Zinoviev, che, grazie ad un mutuo appoggio per mantenere le proprie cariche di principali diri-
genti del partito, riuscirono ad avere e consolidare la maggioranza nel Comitato centrale, con-
trollando di fatto l’intera macchina dell’organizzazione e dell’apparato.
Per dieci lunghi anni, Trotsky continuò nella politica di riforma del partito organizzando
l’Opposizione di Sinistra, la cui battaglia non era solo diretta, dopo la rottura della “troika”, con-
tro la politica economica di Stalin e Bucharin, ma anche contro la teorizzazione staliniana della
costruzione del “socialismo in un paese solo”.
Analogamente, Trotsky riteneva necessario riformare l’Internazionale. Convinto che il processo
di burocratizzazione non fosse irreversibile e che l’avanguardia del proletariato mondiale era an-
cora concentrata nelle file dell’Internazionale comunista, una delle prime attività su cui si con-
centrò una volta espulso dal Paese ed esiliato in Turchia fu di stabilire contatti con i diversi
gruppi che, in tutto il mondo, erano stati espulsi dai partiti comunisti stalinizzati e avevano di-
chiarato il loro appoggio all’Opposizione russa.
Fu così che il 6 aprile 1930 rappresentanti di otto gruppi di opposizione di vari partiti comunisti
si riunirono a Parigi fondando l’Opposizione di Sinistra Internazionale e caratterizzandola come
frazione dell’Internazionale comunista. Altri gruppi di diversi Paesi che non erano potuti interve-
nire alla conferenza di Parigi diedero comunque il loro appoggio.
Ciò che però contrassegnava la neonata Osi era l’estrema eterogeneità dei settori che la com-
ponevano. Questo indusse Trotsky ad ingaggiare un’importante battaglia politica di delimitazio-
ne depurando le fila dell’Osi da tutti gli elementi casuali, piccolo-borghesi, propagandisti e setta-
ri, poiché l’obiettivo non era solo rimpiazzare Stalin, ma porre alla testa del movimento comuni-
sta una direzione marxista rivoluzionaria. Perciò, nel febbraio del 1932 fu approvata una dichia-
razione che fissava undici condizioni di principio per poter entrare nell’Osi.
In un testo del dicembre del 193211, Trotsky chiarisce che l’Osi e le sue sezioni nazionali si con-

7
Per conoscere la vita, l’attività politica e le circostanze della morte di Pietro Tresso non si può prescindere da P. Ca-
sciola-G. Sermasi, Vita di Blasco. Pietro Tresso, dirigente del movimento operaio internazionale, Odeonlibri ISMOS,
1985; U. De Grandis, “È perché siamo rimasti giovani”. Vita e morte di Pietro Tresso “Blasco”, rivoluzionario scledense,
Libera Assoc. Cult. “Livio Cracco”, 2012; A. Azzaroni, Blasco. La riabilitazione di un militante rivoluzionario, Edizioni
Azione Comune, 1963; P. Broué-R. Vacheron, Assassinii nel maquis. La tragica morte di Pietro Tresso, Prospettiva Edi-
zioni, 1995; A. Bianchi, Pietro Tresso (1893-1943) e “l’opposizione dei tre”, su questo stesso sito.
8
I. Deutscher, Il profeta esiliato, Longanesi, 1965, pp. 532-533.
9
Tra gli altri, P. Broué, La rivoluzione perduta. Vita di Trotsky, 1879-1940, cit., pp. 839-841; ancora P. Broué, “Les
trotskystes en Union soviétique (1929-1938)”, in Cahiers Léon Trotsky, n. 6, EDI, 1980, p. 53.
10
Per una minuziosa descrizione di questa battaglia, sorta all’interno del Comitato centrale, si veda E.H. Carr, La morte
di Lenin. L’interregno 1923-1924, Einaudi, 1965, pp. 274 e ss. Una sintesi degli eventi si trova in L. Trotsky, La mia
vita, Mondadori, 1961, pp. 410 e ss.
11
L. Trotsky, “Tareas y métodos de la Oposición de Izquierda Internacional”, Ceip León Trotsky, all’indirizzo
http://tiny.cc/jfs5bz.
siderano frazioni del Comintern e dei partiti comunisti nazionali, prefigurando tuttavia la possibi-
lità che una catastrofe storica di immense proporzioni, come la caduta dello Stato sovietico o la
vittoria del nazismo e la sconfitta del proletariato tedesco, avrebbero messo in questione la so-
pravvivenza dell’Internazionale Comunista. Quella catastrofe si verificò.

Il “4 agosto dello stalinismo”. Il “Blocco dei Quattro”


La crisi economica del 1929 e i suoi effetti sulla Germania non avevano colto alla sprovvista Tro-
tsky, che aveva ben compreso la portata degli avvenimenti che si stavano verificando in terra
tedesca, producendo analisi ancora oggi insuperate sulla nascita, il consolidamento e la vittoria
del nazismo.
In questi articoli12, Trotsky tentò invano di allertare il Kpd – cioè il Partito comunista tedesco –
contro i pericoli dell’adozione della politica staliniana del “socialfascismo”13, invitando i comunisti
a formare un fronte unico col potente partito socialdemocratico per contrastare il nazismo finché
si fosse in tempo. Ma tutto fu inutile. La suicida politica settaria dettata dal Comintern venne
ciecamente applicata e in breve tutte le organizzazioni del movimento operaio distrutte.
Il 30 gennaio 1933, Hitler fu designato Cancelliere della Germania. Per chi volesse qualche di-
mostrazione della “lungimirante analisi” della burocrazia staliniana di fronte all’inverarsi del pe-
ricolo nazista, basti sapere che il giorno successivo, il 31 gennaio, l’organo del Partito comunista
francese, L’Humanité, relegava la notizia nelle pagine interne titolando “Risultati della politica
del male minore: Hitler Cancelliere”. E nei giorni seguenti, Palmiro Togliatti, massimo dirigente
del Pcd’l e fra i più in vista dell’Internazionale comunista, affermava che l’avvenimento non era
paragonabile alla Marcia su Roma di Mussolini, e anzi prevedeva “una nuova ascesa delle mas-
se”.
Nel successivo mese di marzo, Hitler assunse poteri dittatoriali. Il 1° marzo, il Partito comunista
tedesco venne posto fuorilegge. Nel giro di sole ventiquattr’ore, 4.000 dei suoi membri vennero
arrestati praticamente senza opporre nessuna resistenza e, a partire dal 3 marzo, si scatenò
una vera e propria caccia al comunista. Thälmann, il più importante dirigente del Kpd, venne ar-
restato proprio mentre a Mosca la Pravda assicurava che il nazismo non sarebbe riuscito a spez-
zare il partito comunista, perché non si poteva “sterminare l’avanguardia operaia”, né distrug-
gere un partito che aveva ottenuto “sei milioni di voti operai”14. Il poderoso proletariato tede-
sco, insomma, ingannato e demoralizzato dai suoi partiti, si schiantò senza opporre alcuna resi-
stenza.
Il 12 marzo 1933, Trotsky scrisse che lo stalinismo tedesco crollava più per il suo putridume in-
terno che per i colpi del fascismo e che non era più tempo di pensare alla riforma di un partito
che ormai altro non era se non un “cadavere”15. Era ora di pensare a "creare un partito nuovo",
poiché egli riteneva che si fosse consumato un nuovo “4 agosto”16 (riferendosi all’ignominioso

12
Si veda la serie di scritti raggruppati sotto il titolo “La crisi della Germania e l’avvento di Hitler (1930-1933)”, raccolti
in L. Trotsky, I problemi della rivoluzione cinese e altri scritti su questioni internazionali, 1924-1940, Einaudi, 1970, pp.
301 e ss. Si veda anche l’altra serie di testi della sezione Il proletariato tedesco e la lotta contro il nazismo
(1931-1933), in L. Trotsky, Scritti 1929-1936, Mondadori, 1970, pp. 291 e ss.
13
La politica del socialfascismo fu il frutto di una teorizzazione che prendeva le mosse da un testo di Stalin in cui la so-
cialdemocrazia veniva definita «l’ala moderata del fascismo», con la conseguenza che «queste organizzazioni non si
escludono tra di loro, ma si completano a vicenda. Non sono antagoniste, ma gemelle» (J. Stalin, “La situazione inter-
nazionale”, 20/9/1924, in Opere complete, vol. 6, Edizioni Rinascita, 1952, pp. 339-340). Sulla base di questo assunto,
nel 1928 l’analisi del Comintern si fondò su una lettura completamente errata della realtà internazionale, secondo cui,
dopo un primo periodo (1917-1924) di crisi del capitalismo e ascesa rivoluzionaria e un secondo (1925-1928) di sua
stabilizzazione, si apriva una nuova e più imponente fase di ascesa rivoluzionaria (il c.d. “terzo periodo”) in cui i partiti
riformisti e socialisti rappresentavano un nemico del proletariato, in quanto freno delle lotte. Dalla stolta equiparazione
staliniana tra fascismo e socialdemocrazia alla definizione di “socialfascisti” dei socialisti il passo fu breve e avrebbe poi
avuto conseguenze tragiche, come vedremo nel prosieguo del testo. La suicida tattica del “terzo periodo” – che solo
Trotsky denunciò e vanamente tentò di contrastare – portò alla disfatta senza alcuna resistenza del pur gigantesco e
organizzato proletariato tedesco. Per un’analisi approfondita della tattica del “terzo periodo”, L. Trotsky, “El ‘Tercer pe-
ríodo’ de los errores de la Internacional Comunista”, Ceip León Trotsky, all’indirizzo http://tiny.cc/ovx4bz. Per un ap-
profondimento più generale sulle tragiche conseguenze dell’applicazione di questa tattica ultrasinistra, L. Trotsky, I
problemi della rivoluzione cinese e altri scritti su questioni internazionali, 1924-1940, cit., pp. 301 e ss.; L. Trotsky, La
Terza Internazionale dopo Lenin, Schwarz editore, 1957, pp. 241 e ss.; L. Trotsky, Revolucão e contrarrevolucão na
Alemanha, Editora Instituto José Luís e Rosa Sundermann, 2011.
14
Riportato in P. Broué, La rivoluzione perduta. Vita di Trotsky, 1879-1940, cit., p. 704.
15
L. Trotsky, “Il faut un nouveau parti en Allemagne”, in Œuvres, cit., vol. 1, p. 55.
16
Concetto, questo, ripreso e ampliato in L. Trotsky, “La tragedia del proletariato tedesco”, da I problemi della rivolu-
zione cinese e altri scritti su questioni internazionali 1924-1940, cit., p. 413.
crollo della Seconda Internazionale, i cui partiti avevano votato nel 1914, appunto il 4 agosto, i
crediti di guerra decretando lo scoppio della Prima guerra mondiale). Ma non era ancora giunto
il momento di creare una nuova Internazionale. Trotsky, infatti, pensava che vi fosse ancora
spazio per sane reazioni in un certo numero di sezioni del Comintern: «Non si tratta di fondare
la Quarta Internazionale ma di salvare la Terza», spiegava17.
Questa illusione durò davvero molto poco. Il 5 aprile 1933 una risoluzione adottata all’unanimità
dal presidium del Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista e supinamente accettata da
tutte le sue sezioni, proclamava che la politica seguita in Germania era l’unica giusta18. Ma il na-
zismo non era – diciamo così – molto d’accordo con questa risoluzione: il 26 maggio venne
sciolto senza nessuna reazione il Partito comunista austriaco, mentre poco dopo quello bulgaro
vedeva limitata la propria attività da restrizioni tali da impedirgli di fatto qualsiasi espressione
indipendente19.
Ciò indusse Trotsky, a partire da un importante testo del 15 giugno 20, a prefigurare il crollo
completo dell’Internazionale comunista e la rottura dei rivoluzionari con essa. Da questo mo-
mento in poi, il “Vecchio” (così Trotsky veniva affettuosamente chiamato dai militanti dell’Osi, a
dispetto dei suoi soli 53 anni, benché il suo segretario dell’epoca, Jean Van Heijenoort, lo avesse
visto incanutire nel giro di pochi mesi 21), il “Vecchio”, dunque, mutò progressivamente la pro-
pria analisi politica. A partire da un testo del 15 luglio22, si pronunciò per la creazione di nuovi
partiti comunisti e per una nuova Internazionale. E, vista l’esiguità delle forze in campo, andò
via via affinando la propria proposta politica di costruzione sostenendo la necessità di rivolgersi
verso quelle organizzazioni socialiste di sinistra che, nella situazione data dal fallimento
dell’Internazionale comunista da una parte e dalla decomposizione della socialdemocrazia
dall’altra, andavano evolvendo verso posizioni rivoluzionarie: indirizzare, dunque, i propri sforzi
organizzativi verso queste correnti centriste in evoluzione verso sinistra 23 doveva costituire il
nuovo compito dei bolscevico-leninisti, cioè dei trotskisti.
Il 27 e 28 agosto del 1933, si svolse a Parigi la Conferenza delle organizzazioni socialiste e co-
muniste di sinistra, cui partecipò anche l’Osi, che pose in discussione il proprio programma ba-
sato sugli undici punti di principio di cui abbiamo già riferito. La partecipazione a questa Confe-
renza valse all’Osi la possibilità di attrarre altre tre organizzazioni: il Sap tedesco (di cui faceva
parte il giovane Willy Brandt, futuro Cancelliere della Germania dal 1969 al 1974) e l’Osp e il
Rsp olandesi. Insieme, sottoscrissero una dichiarazione, conosciuta poi come “Dichiarazione dei
Quattro”, in cui convenivano sulla necessità della fusione dell’avanguardia rivoluzionaria in una
nuova Internazionale: la Quarta.
Certamente, il c.d. “Blocco dei Quattro” si formò intorno a un testo che non costituiva il riassun-
to del pensiero politico di Trotsky, ma solo la presa d’atto del “minimo comun denominatore”
esistente fra le organizzazioni firmatarie, e cioè di un quadro per la costruzione e la discussione
che fosse allo stesso tempo uno strumento di lotta politica24. Nondimeno, per Trotsky si trattò di
un avvenimento importante, che costituiva un rilevante punto di partenza per la costruzione
della Quarta Internazionale intorno all’Osi, che frattanto aveva cambiato nome in Lega Comuni-
sta Internazionalista (Lci).
Trotsky non pensava di costruire la nuova Internazionale con i socialisti di sinistra nel loro com-
plesso, ma di guadagnarne le avanguardie. Si trattava, insomma, di un’esperienza da praticare
per rompere il muro di isolamento che limitava la sua organizzazione.
Tuttavia, si trovò di fronte a difficoltà provenienti dall’interno della stessa Lci, con settori che
criticavano la scelta di puntare sul “Blocco” con le altre tre organizzazioni in ragione del loro

17
L. Trotsky, “Il faut un nouveau parti en Allemagne”, cit., p. 57.
18
Jane Degras, Storia dell’Internazionale Comunista, t. III (1929/1943), Feltrinelli, 1975, pp. 278 e ss.
19
Michel Dreyfus, “Trotsky dall’opposizione di sinistra ai fondamenti di una nuova Internazionale (1930-1935)”, in Tro-
tsky nel movimento operaio del XX secolo, Il Ponte – La Nuova Italia, 1980, p. 1324.
20
L. Trotsky, “Les organisations socialistes de gauche et nos tâches”, in Œuvres, cit., vol. 1, pp. 209 e ss.
21
Jean Van Heijenoort, Con Trotsky, de Prinkipo a Coyoacán (Testimonio de siete años de exilio), Editorial Nueva Ima-
gen, 1979, pp. 53 e ss.
22
L. Trotsky, “Il faut construir de nouveau des partis communistes et un nouvelle Internationale”, in Œuvres, cit., pp.
251 e ss.
23
«Nei partiti socialisti si sta formando una tendenza verso la sinistra. Dobbiamo orientarci verso queste correnti»: L.
Trotsky, “Por nuevos partidos comunistas y una nueva Internacional”, Ceip León Trotsky, all’indirizzo
http://tiny.cc/32b5bz.
24
P. Broué, “Trotsky et la IVe Internationale”, in Pensiero e azione politica in Lev Trotsky, Olschki, 1982, vol. II, p.
501.
centrismo; e difficoltà provenienti da alcune di queste ultime, che non avevano un reale interes-
se a “compromettersi” con il trotskismo.
Trotsky si vide quindi costretto a difendere vigorosamente le proprie posizioni nei confronti dei
suoi stessi militanti (il che non impedirà alcune scissioni nei ranghi della Lci); e ad ingaggiare
un’energica battaglia teorica nei confronti delle altre organizzazioni firmatarie della “Dichiarazio-
ne” per indurle ad evolvere definitivamente verso posizioni coerentemente rivoluzionarie.
Ciò, tuttavia, non si verificò, sicché l’esperienza del “Blocco dei Quattro” si consumò in una rot-
tura di fatto. Essa, però, non si tradusse in un fallimento: innanzitutto, dimostrò agli occhi
dell’avanguardia rivoluzionaria europea che per i trotskisti quella della Quarta Internazionale
non era una rivendicazione settaria; in secondo luogo, evidenziò, all’interno della stessa Lci,
l’esistenza di divergenze simili a quelle poste dai centristi, ma che furono discusse e poi sconfit-
te; infine, consentì di reclutare quadri e gruppi che sarebbero poi stati decisivi per la costruzio-
ne della Quarta Internazionale: basti pensare alla fusione dell’Osp e del Rsp olandesi in un nuo-
vo partito, il Rsap, che aderì poi alla Lci; e, dall’altro lato dell’oceano, alla fusione, nata
all’interno della lotta di classe, della sezione americana della Lci con un partito operaio guidato
da un pastore protestante; fusione fondata sulla base del comune riconoscimento della necessi-
tà di creare una nuova Internazionale.

La “svolta francese”: l’entrismo


La vittoria di Hitler produsse una profonda inquietudine nel movimento operaio europeo, specie
nei quadri della socialdemocrazia, in cui cominciarono a sorgere tendenze verso la sinistra. Nel
febbraio del 1934, gli operai socialdemocratici austriaci sostennero eroiche, benché infruttuose,
lotte armate contro il loro governo, seguiti con la medesima sorte dagli operai spagnoli in otto-
bre. In Spagna, Francia, Belgio e Svizzera, settori della gioventù socialista manifestavano sim-
patie per le idee trotskiste. Insomma, benché ancora influenzate dalla socialdemocrazia, le
masse erano in via di radicalizzazione.
Trotsky – per il quale l’idea della costruzione della Quarta Internazionale non doveva essere
meccanicamente sviluppata a tavolino, ma doveva fare i conti con la realtà del movimento di
massa – approfondì, dopo averla avviata con la politica che aveva portato al “Blocco dei Quat-
tro”, la sua riflessione sul lavoro politico da compiere in direzione delle masse in via di radicaliz-
zazione.
Lo stalinismo, che aveva aperto un’autostrada alla presa del potere da parte di Hitler con la teo-
rizzazione del socialfascismo, senza neanche giustificare l’abbandono di questa politica concluse,
a partire dalla Francia, patti d’unità d’azione con i partiti socialisti (che solo pochi mesi prima
aveva definito, appunto, “socialfascisti”) per resistere all’avanzata del nazismo.
In realtà, questo processo era il prodotto della pressione di settori, soprattutto giovanili, che in
Francia respingevano la politica di divisione all’interno della classe operaia fino ad allora propu-
gnata dalla screditata Internazionale stalinizzata e si rivolgevano prioritariamente ai partiti so-
cialisti, sensibili alle loro aspirazioni ma sostanzialmente incapaci di rispondervi.
Trotsky, sempre attento ai processi politici, comprese subito che la crisi di questi partiti – non
congiunturale, bensì storica, nell’epoca di declino dell’imperialismo – offriva ai trotskisti uno
spazio enorme per un lavoro, al loro interno, di conquista di quei settori che, su basi confuse, si
collocavano all’ala sinistra: un lavoro, come sempre nella visione trotskiana, finalizzato alla co-
struzione del nuovo partito rivoluzionario. Inoltre, questa politica avrebbe aiutato la Lega a su-
perare il pericolo della marginalità: rifiutarla avrebbe significato essere respinti con irritazione
dalle masse.
È per questo motivo che Trotsky definì quella che venne chiamata “svolta francese” – e cioè
l’entrismo nel partito socialista francese – come una “svolta decisiva”25.
Benché il “Vecchio” avesse da subito raccomandato «audacia, rapidità e unanimità» 26
nell’applicazione di questa tattica, si aprì una crisi sia nella Lega francese che nella Lega inter-
nazionale. Alcuni settori la considerarono una capitolazione alla socialdemocrazia e si sviluppa-
rono appassionate discussioni nel movimento trotskista internazionale. Tuttavia, nonostante al-
cune scissioni, la tattica dell’entrismo fu applicata in vari Paesi oltre alla Francia, con alcuni no-
tevoli successi, il più significativo dei quali si registrò negli Stati Uniti dove il prodotto di questa
politica fu la successiva nascita del Swp, che divenne la sezione più importante e di maggior pe-

25
L. Trotsky, “La Ligue devant un tournant décisif”, in Œuvres, cit., vol. 4, pp.105 e ss.
26
Ibidem.
so operaio della Quarta Internazionale.
Nel 1935, Trotsky si sentì in dovere di tracciare un bilancio del complesso delle politiche che
aveva avviato a partire dalla constatazione del crollo della Terza Internazionale. Preso formal-
mente atto che l’esperienza del “Blocco dei Quattro” era giunta al termine, Trotsky sottolineò
che l’adozione generalizzata e su scala internazionale della politica staliniana del fronte popolare
decretava la definitiva liquidazione del Comintern. In questo quadro, i sintomi di una rapida
marcia verso la guerra, lo indussero a ritenere giunto il momento di accelerare il ritmo della co-
struzione della Quarta Internazionale. In questo senso deve essere letta la “Lettera aperta per
la Quarta Internazionale”27 rivolta alle organizzazioni rivoluzionarie di tutto il mondo e firmata
dalla Lci e da altri partiti.
La “Lettera aperta” segnò l’inizio di un nuovo periodo nella preistoria della Quarta Internaziona-
le: messi da parte l’affermazione dei principi generali e l’aspetto della propaganda, Trotsky sot-
tolineava la necessità di mettere in campo il primo atto concreto della costruzione della nuova
Internazionale, poiché le condizioni storico-politiche della nuova fase imponevano urgentemente
che i rivoluzionari si dedicassero al compito immediato della sua creazione.
A quell’epoca, Trotsky sperava ancora che la fondazione della Quarta Internazionale non avreb-
be coinvolto la sola Lci. Pensava che i bolscevico-leninisti sarebbero stati solo una frazione
dell’Internazionale in costruzione, ma alla fine le cose non andarono in questo modo. Tra l’altro,
anche all’interno della sua stessa organizzazione Trotsky incontrava parecchie resistenze: non
più ad opera delle organizzazioni centriste guadagnate al movimento per la Quarta Internazio-
nale nel periodo 1933-1936 (che, anzi, dall’esterno si impegnarono in permanenti polemiche
contro il “trotskismo”), quanto ad opera di dirigenti stessi del movimento (Vereeken, Victor Ser-
ge, Sneevliet) che vi veicolavano posizioni centriste28.
In ogni caso, sul finire del mese di luglio del 1936, si svolse a Parigi una Conferenza internazio-
nale della Lci in cui si decise che quella sarebbe stata la prima conferenza per la Quarta Inter-
nazionale e in cui si determinò altresì di sciogliere la Lci e di proclamare al suo posto la nascita
del Movimento per la Quarta Internazionale.
In questo periodo, e fino alla Conferenza fondativa di cui abbiamo in precedenza parlato, Tro-
tsky si dovette misurare con numerose obiezioni rispetto alla “maturità” delle condizioni per
“fondare” la Quarta Internazionale. A queste critiche egli contrappose argomenti contenuti in
decine di scritti su cui non possiamo, nell’economia di questo testo, soffermarci.
Giova, tuttavia, ricordare a mo’ di sintesi alcune poche frasi di Trotsky, il quale era convinto – e
lo ripeteva in ogni occasione utile – che la Quarta Internazionale non andava “proclamata”, ben-
sì “forgiata nella lotta”. E, dunque, il “Vecchio” diceva:

«È ridicolo, quanto assurdo, discutere se sia opportuno “fondarla”. Un’Internazionale non


si “fonda” come fosse una cooperativa: la si costruisce nella lotta»29.

Oppure, ancora, rispetto alla critica di un’elaborazione teorica non del tutto completa:

«La Quarta Internazionale non uscirà completamente elaborata dalle nostre mani come
Minerva dalla testa di Giove. Crescerà e si svilupperà nella teoria come nell’azione»30.

L’Opposizione in Unione Sovietica


La “testardaggine” e il puntiglio di Trotsky nell’insistere sulla costruzione in Europa trova la sua
spiegazione nel fatto che proprio questo continente egli reputava centrale per la nascita di un
partito rivoluzionario mondiale, dal momento che qui erano gravide le condizioni per un conflitto
bellico; qui egli vedeva concentrarsi le contraddizioni che avrebbero potuto determinare
un’ascesa rivoluzionaria.
Perciò, la tattica dell’entrismo produsse, ad esempio in Francia, dei rilevanti successi; mentre la
politica verso quei settori della socialdemocrazia che sviluppavano una tendenza a sinistra con-
sentì al movimento trotskista di reclutare gruppi e quadri che avrebbero in seguito avuto un

27
L. Trotsky, “Pour la IVe Internationale. Lettre ouverte aux organisations et groupes revolutionnaires prolétariens”, in
op. ult. cit., pp. 346 e ss.
28
P. Broué, “Trotsky et la IVe Internationale”, cit., pag. 520.
29
L. Trotsky, “La nouvelle montée et les tâches de la IVe Internationale”, in Œuvres, cit., vol. 10, p. 157.
30
L. Trotsky, “«Pour» la IVe Internationale? Non! La IVe Internationale!”, in Œuvres, cit., vol. 17, p. 157.
ruolo importante nella costruzione della Quarta Internazionale.
Ma la sezione più importante dell’Osi, numericamente e per radicamento, era nell’Unione Sovie-
tica.
La grande battaglia politica del 1926-1927 si era conclusa con la sconfitta dell’Opposizione e la
deportazione di Trotsky ad Alma-Ata. Millecinquecento trotskisti vennero espulsi dal partito e
presto altre migliaia ne avrebbero seguito le sorti insieme ai militanti più in vista
dell’Opposizione31: un’avanguardia avviata su un cammino che verrà percorso dalla quasi totali-
tà dei bolscevichi della rivoluzione, giovani o vecchi, indipendentemente dalla loro posizione nel-
lo scontro del 1926-1927. In realtà, l’obiettivo dei primi arresti – già nel 1927 – e più tardi, nel
1928, dell’inizio delle deportazioni di massa, era di spezzare l’Opposizione come organizzazione,
privandola di tutti i suoi dirigenti e quadri.
Nel 1929, Trotsky venne espulso dal territorio dell’Unione Sovietica. Secondo i verbali della riu-
nione dell’Ufficio politico32, Stalin argomentò la proposta di espulsione basandola, tra l’altro, sul
fatto che finché egli fosse restato nel Paese avrebbe potuto dirigere ideologicamente
l’opposizione, la cui forza numerica non smetteva di aumentare.
In realtà, ciò che, per bocca dello stesso Stalin, era vero nel 1929 – e Trotsky stesso stimava,
sulla base di atti ufficiali, che nel solo 1928 ben 8.000 oppositori erano stati arrestati, deportati
e condannati a pene detentive – si confermò negli anni successivi.
Nonostante la dura repressione, gli oppositori si mostravano sempre più come gli unici continua-
tori delle tradizioni del Partito bolscevico. Ad essi si avvicinavano settori di massa che conserva-
vano quelle tradizioni, riconoscendo in tal modo questo ruolo all’Opposizione, la quale, facendosi
portavoce del malcontento sociale prodotto dalle vistose diseguaglianze, rappresentava perciò
una minaccia potenziale contro la dominazione della burocrazia sovietica. È per questo che, co-
me sottolinea bene Pierre Broué:

«… la lotta contro il “trotskismo” rappresentò una tappa decisiva nello sviluppo e


nell’instaurazione del totalitarismo staliniano, e fu contro i “bolscevico-leninisti” che fu
messo a punto e perfezionato il sistema contemporaneo dell’apparato poliziesco, dalla
Gpu ai Gulag»33.

Andava insomma emergendo nel movimento di massa un orientamento verso l’Opposizione di


Sinistra; e il grande timore della burocrazia era che quest’avanguardia, diretta dall’Opposizione,
avrebbe potuto intercettare un’eventuale ascesa di massa in un contesto internazionale che lo
rendeva altamente probabile.
In carcere gli “irriducibili” (così erano definiti i trotskisti, che perfino nelle durissime condizioni
della detenzione riuscivano a spezzare l’isolamento guadagnando anche nella prigionia nuovi
adepti e simpatizzanti) discutevano, riuscivano a pubblicare e a far circolare articoli, dibattevano
le divergenze, affrontavano questioni teoriche e di attualità. Fu per questo che il carcere di Ver-
khneuralsk venne definito “l’unica università indipendente dell’Urss”34.
Fedeli alle proprie idee e in virtù della ferrea disciplina cui erano stati abituati durante la clande-
stinità sotto lo zarismo, i trotskisti deportati commemorarono sempre le due date del 1° Maggio
e del 7 Novembre inscenando manifestazioni interne, cantando L’Internazionale nonostante il
divieto e inalberando stracci rossi a mo’ di bandiere. Certo, queste manifestazioni costavano lo-
ro molto care: celle di isolamento, aggravamento delle pene inflitte. E quando il regime carcera-
rio diventava insopportabile non restava che l’estrema protesta: lo sciopero della fame, di cui i
trotskisti furono protagonisti, dirigendo dei veri e propri “comitati di sciopero” e coinvolgendo
anche gli altri prigionieri. E alla Gpu non restava altro che ricorrere alla terribile alimentazione
forzata per mezzo di grossi tubi di gomma infilati a forza nelle gole dei deportati, alcuni dei quali
tentavano anche il suicidio per sfuggire a questo tremendo sistema.
Valga perciò il riconoscimento fatto ai trotskisti in carcere da Leopold Trepper, fondatore e capo
della rete di spionaggio sovietico denominata “l’Orchestra rossa”, e dunque uomo del regime,
ma stalinista disilluso, che, arrestato e condannato a dieci anni di carcere per aver osato esigere

31
V. Serge, Memorie di un rivoluzionario, Edizioni e/o, 1999, p. 263. Analogamente, P. Broué, El partido bolchevique,
Editora Instituto José Luís e Rosa Sundermann, vol. 1, p. 362.
32
P. Broué, op. ult. cit., p. 387. Si veda anche, dello stesso Autore, La rivoluzione perduta, cit., p. 557.
33
P. Broué, “Les trotskystes en Union soviétique”, cit., p. 9.
34
Così A. Ciliga, Nel Paese della grande menzogna, ripreso da P. Broué, op. ult. cit., p. 34.
dai propri superiori una spiegazione sul perché non si fosse tenuto conto delle informazioni da
lui fornite per tempo sui piani di Hitler per invadere l’Unione Sovietica, ebbe modo di conoscere
durante il suo peregrinare da una prigione all’altra molti militanti trotskisti che divisero con lui il
destino della prigionia e a cui dedicò queste parole:

«I bagliori dell’Ottobre si spegnevano nel crepuscolo carcerario. La rivoluzione degenera-


ta aveva dato vita a un sistema di terrore e d’orrore in cui gli ideali del socialismo veni-
vano cancellati in nome di un dogma fossilizzato che i carnefici avevano ancora il corag-
gio di chiamare marxismo. E tuttavia noi seguimmo la corrente, interiormente lacerati ma
docili, stritolati dall’ingranaggio che avevamo messo in moto con le nostre stesse mani.
Rotelle dell’apparato, terrorizzati fino all’angoscia, ci costruimmo gli strumenti della sot-
tomissione. Tutti coloro che non si sono erti contro la macchina staliniana sono responsa-
bili, collettivamente responsabili: io non sfuggo a questo giudizio. Ma chi, in quel periodo,
protestò? Chi si levò per gridare il proprio disgusto? I trotskisti possono rivendicare
quell’onore. Sull’esempio del loro capo, che pagò la sua testardaggine con un colpo di
piccone, essi combatterono totalmente lo stalinismo: e furono i soli. All’epoca delle grandi
purghe, essi potevano urlare la loro rivolta solo negli immensi spazi ghiacciati ove erano
stati trascinati per meglio essere sterminati. Nei campi, la loro condotta fu degna e anche
esemplare: ma la loro voce si perse nella tundra. Oggi i trotskisti hanno il diritto di accu-
sare coloro che un tempo urlarono sfrenatamente con i lupi. Essi non devono però dimen-
ticare che su di noi possedevano l’immenso vantaggio di avere una visione politica com-
plessivamente coerente, suscettibile di sostituire lo stalinismo, e alla quale potevano ag-
grapparsi nel profondo sconforto della rivoluzione tradita» 35.

Il Terrore staliniano. La “soluzione finale”


In questo quadro, il Terrore staliniano, cioè i tre Processi di Mosca – in cui vennero condannati a
morte e giustiziati grazie a false accuse estorte con la tortura quasi tutti i più importanti dirigen-
ti della Rivoluzione d’Ottobre, indipendentemente dalla loro adesione all’Opposizione di Sinistra
– e le Grandi Purghe, costituirono una sorta di guerra civile preventiva per impedire il trionfo di
una rivoluzione politica che, sconfiggendo la burocrazia stalinista, ristabilisse la prospettiva rivo-
luzionaria in Urss. E fu esattamente per queste ragioni che Stalin decise quella che sarebbe sta-
ta la “soluzione finale”.
Sul finire del 1936, la quasi totalità dei bolscevico-leninisti ancora vivi era stata internata nei
campi di Vorkuta, al di là del circolo polare artico con temperature di -50°. Nonostante le condi-
zioni inumane, i trotskisti rifiutavano di lavorare oltre le otto ore, ignoravano sistematicamente
il regolamento carcerario, criticavano apertamente Stalin e, nell’autunno del 1936, dopo il primo
Processo di Mosca, organizzarono manifestazioni di protesta mentre un’assemblea generale vo-
tava lo sciopero della fame con una serie di rivendicazioni: separazione dei prigionieri politici dai
comuni; riunificazione in un unico campo dei nuclei familiari dispersi; lavoro conforme alla spe-
cializzazione professionale di ciascuno; diritto a ricevere libri e giornali; miglioramento delle
condizioni di alimentazione e di vita.
Lo sciopero della fame durò 132 giorni. Furono impiegati tutti i mezzi per farlo cessare (alimen-
tazione forzata, sospensione del riscaldamento), ma inutilmente: gli scioperanti resistettero.
Improvvisamente, agli inizi di marzo del 1937, da Mosca giunse l’ordine di soddisfare le rivendi-
cazioni.
Ma la tregua durò poco: qualche mese dopo, l’alimentazione fu ridotta e i carcerieri incitavano i
prigionieri comuni alla violenza contro i trotskisti, che infine vennero tutti radunati in un campo
apposito, ricavato da una vecchia fabbrica di mattoni, circondato da filo spinato e sorvegliato da
guardie armate giorno e notte.
Una mattina del marzo 1938 trentacinque di loro, uomini e donne, vennero portati nella tundra,
allineati vicino a fosse già scavate e uccisi a colpi di mitragliatrice. Giorno dopo giorno, a gruppi
di una quarantina circa, vennero tutti sterminati36. L’uomo che era stato incaricato da Stalin del-

35
L. Trepper, Il grande gioco, Arnoldo Mondadori Editore, 1976, p. 63.
36
J.J. Marie, “Les trotskystes à Vorkouta”, in Cahiers du mouvement ouvrier, n. 34, Cermtri, 2007, pp. 91 e ss. Sul
campo di Vorkuta si veda pure M.B., “Les trotskystes à Vorkouta (1937-1938)”, Marxists Internet Archive, all’indirizzo
http://tiny.cc/d3m6bz. Può anche essere utile riferirsi alle memorie di D. Corneli, Il redivivo tiburtino. Un operaio ita-
liano nei lager di Stalin, Libri Liberal, 2000.
la “soluzione finale” si chiamava Kachketin, era il comandante del campo e a lui si attribuisce
l’uccisione di decine di migliaia di oppositori, un compito che egli eseguiva con zelo nella spe-
ranza di una promozione: promozione che non arrivò. Arrivò invece una convocazione a Mosca,
dove, appena messo piede, fu arrestato e fucilato. Era un testimone troppo scomodo e troppo
ben informato sul massacro.
L’epurazione non riguardò solo i comunisti sovietici: decine di migliaia di comunisti stranieri che
vivevano in Unione Sovietica furono sterminati e le purghe si abbatterono sui militanti in tutti i
partiti comunisti del mondo, facendo registrare gli assassini selettivi di chi si fosse collocato po-
liticamente alla sinistra del Cremlino.
Il grande Terrore staliniano equivalse dunque a un genocidio politico: venne massacrata l’intera
specie dei bolscevichi antistalinisti. Si consumò così quella che Victor Serge avrebbe chiamato
“la mezzanotte del secolo”37.

L’atto finale: l’assassinio di Trotsky


Eppure, nonostante la portata tragica e macabra di questi eventi, restava in vita colui che incar-
nava la tradizione rivoluzionaria bolscevica. La farsa dei Processi di Mosca non era riuscita a
macchiare l’onore e la figura di Leon Trotsky, principale accusato e condannato a morte in con-
tumacia. Se la Quarta Internazionale appena fondata rappresentava, per le condizioni in cui era
nata, il corpo di un nano, su quel corpo si ergeva la testa di un gigante. E appunto contro quella
testa si indirizzarono tutti gli sforzi della mostruosa macchina burocratica e dell’apparato poli-
ziesco di Stalin. Anche da un punto di vista simbolico, l’assassinio di Trotsky con un colpo di pic-
cozza sul capo era diretto a spegnere l’unica voce ancora in grado di far tremare la burocrazia
sovietica.
Dopo aver fatto terra bruciata intorno a lui eliminando i suoi più stretti collaboratori, dopo aver-
lo privato anche dei suoi affetti familiari, uccidendo o determinando la morte dei suoi quattro fi-
gli, dei due generi, della prima moglie, dopo un fallito tentativo nel maggio 1940, infine la Gpu
staliniana riuscì ad eliminare nel successivo mese di agosto l’ultimo autentico erede degli ideali
della Rivoluzione d’Ottobre.
Nei due anni successivi alla sua fondazione, la Quarta Internazionale aveva avuto nel movimen-
to operaio mondiale un ruolo fondamentale per le sue analisi sull’incipiente Seconda guerra
mondiale: le elaborazioni di Trotsky e della sua neonata organizzazione restano insuperate per
lo studio minuzioso e l’inquadramento preciso delle condizioni che portavano ineluttabilmente
allo scoppio del conflitto bellico. Analogamente, la disamina sul ruolo degli Usa rispetto alla
guerra appare di una precisione che nessun commentatore politico dell’epoca riuscì a raggiunge-
re.
La giovane Quarta aveva rivolto una speciale attenzione al lavoro e all’organizzazione della gio-
ventù e considerò l’importanza di guadagnare a una politica rivoluzionaria gli intellettuali e gli
artisti: esemplare, in questo senso, è il Manifesto per un’Arte Rivoluzionaria, scritto da Trotsky
insieme a André Breton e Diego Rivera. Un altro tema affrontato era stato quello delle nazionali-
tà oppresse, riprendendo e ampliando la questione del diritto all’autodeterminazione dei popoli
che fu centrale per la Terza Internazionale prima della stalinizzazione.
Tuttavia, la direzione politica della Quarta subì la cesura dovuta all’assassinio di Trotsky per

37
Una mezzanotte che trova riscontro in alcuni numeri. Dei 21 membri del Cc bolscevico del 1917, solo sette morirono
per cause naturali; due furono uccisi dai russi bianchi; uno – Trotsky – assassinato da un agente della Gpu; dieci ven-
nero fucilati nelle prigioni staliniste e l’ultimo scomparve senza lasciare traccia, probabilmente assassinato nel 1938.
Fra il 1918 e il 1921, 31 bolscevichi furono membri del Cc: solo otto morirono per cause naturali; 18 furono assassinati
dal terrore stalinista. Il primo Ufficio politico del Cc nell’ottobre del 1917 era composto di sette membri: solo due mori-
rono per cause naturali; gli altri cinque vennero assassinati dal terrore stalinista. Cinque erano i membri sovietici del
primo Comitato Esecutivo della Terza Internazionale: solo uno – Lenin – morì per cause naturali. Dei 139 membri effet-
tivi e supplenti del Cc eletto nel XV Congresso del partito nel 1934, dieci erano già stati imprigionati nella primavera
del 1937; 98 furono arrestati e uccisi nel 1937-1938. Dei 1.956 delegati a questo congresso, 1.108 furono arrestati e
accusati di attività controrivoluzionarie. Nel periodo fra il 1937 e il 1938 furono arrestate 1.548.366 persone accusate
di attività antisovietiche: di esse 681.692 vennero fucilate. Lo stesso Trotsky, pochi giorni prima della sua morte, scris-
se: «Non è casuale se il 90% dei rivoluzionari che costituirono il Partito Bolscevico, fecero la Rivoluzione d’ottobre,
crearono lo Stato sovietico e l’Armata Rossa, diressero la guerra civile, è stato sterminato con l’accusa di “tradimento”
negli ultimi dodici anni. In cambio, l’apparato stalinista ha portato nelle sue file, in questo stesso periodo, la grande
maggioranza di quelli che, negli anni della rivoluzione, erano stati dall’altro lato della barricata» (L. Trotsky, “L’attentat
du 24 Mai et le Parti communiste mexicain. Le Comintern e le Gpu”, in Œuvres, cit., vol. 24, pp. 312-313). Per un pa-
norama complessivo delle vicende che culminarono in quello che è stato definito “il massacro di una generazione”, non
possiamo esimerci dal raccomandare la lettura del libro di P. Broué, Comunisti contro Stalin, AC Editoriale, 2016.
mano del sicario di Stalin, Ramón Mercader. Fu così che la giovane organizzazione rivoluzionaria
entrò nei grandi avvenimenti della Seconda guerra mondiale orfana di direzione. Eppure, nono-
stante le difficili condizioni dettate dal dominio nazista in Europa e la limitatezza delle proprie
forze, i trotskisti svolsero anche nella resistenza un ruolo addirittura eroico, perseguitati e incar-
cerati dai governi “democratici” di Inghilterra e Stati Uniti e braccati dagli stalinisti e dai nazisti.

Un bilancio
A mo’ di conclusione, possiamo tentare un bilancio per rispondere a quelle critiche, ancor oggi
ricorrenti, che descrivono Trotsky e i suoi seguaci come un gruppo di incorreggibili settari, infar-
citi di dottrinarismo slegato dalla realtà politica e dalla lotta di classe.
Chi avanza questi argomenti dovrebbe però spiegare perché Stalin mise in campo su larga scala
la repressione di massa dalla fine degli anni 30 contro tutti quelli che in qualche modo si erano
impegnati con il “trotskismo”; perché disegnò su misura per i trotskisti l’universo concentrazio-
nario dei gulag; perché, all’interno dei campi di concentramento, separava i trotskisti da tutti gli
altri detenuti creando per essi – e solo per essi – prigioni speciali; perché, se si trattava di set-
tari impenitenti o sognatori utopisti, fu necessario sterminarli fino all’ultimo uomo nei campi di
Vorkuta e di Kolyma; perché, infine, fra i milioni di detenuti liberati dai campi dopo la morte di
Stalin, sopravvissero menscevichi, socialisti rivoluzionari, zinovievisti, “destri”, mentre i trotski-
sti scampati alla morte si contarono sulle dita di una sola mano38.
Chi avanza queste critiche dovrebbe spiegare ancora perché una delle menti più lucide
dell’imperialismo, Winston Churchill, nel 1929, quando Trotsky era indubbiamente l’uomo più
indifeso del mondo, sconfitto insieme alla sua Opposizione di Sinistra, espulso dall’Urss ed esi-
liato nella recondita isola turca di Prinkipo, fu spinto a dedicargli un saggio intitolato “Trotsky,
l’orco d’Europa”, denotando perciò il timore per quel che il rivoluzionario russo rappresentava
per l’ordine capitalistico39; e perché, nel 1937, dopo aver appoggiato i Processi di Mosca, gli de-
dicò un intero capitolo di un suo libro definendolo "il morbo del cancro" (mentre nello stesso li-
bro parlava con ammirazione di Hitler)40.
Chi sostiene questa tesi dovrebbe, infine, spiegare perché, nel 1939, molte settimane dopo la
firma del patto Hitler-Stalin, in un incontro (su cui ebbero a riferire, sul finire dell’agosto 1939, i
quotidiani francesi Le Temps e Paris Soir) con l’ambasciatore francese presso il Terzo Reich, Ro-
bert Coulondre, il Führer si fosse vantato delle mani libere che il patto gli lasciava in Europa. E
quando Coulondre gli fece notare che in caso di guerra il vero vincitore sarebbe stato Trotsky,
Hitler saltò su tutte le furie rispondendo che lo sapeva bene ma che la colpa sarebbe stata tutta
dei suoi nemici (intendendo Francia e Inghilterra)41.
Tutto ciò dimostra senza dubbio che la borghesia percepiva chiaramente il pericolo per l’ordine
mondiale imperialista che, sullo sfondo di un conflitto bellico, potesse materializzarsi lo spettro
di una rivoluzione vittoriosa a cui dava il nome di Trotsky42.
L’assassinio di Trotsky, dunque, non fu il prodotto di una vendetta personale, né un regolamen-
to di conti fra diverse frazioni comuniste, quanto piuttosto un fatto politico di primaria importan-
za in cui la burocrazia staliniana agì per conto della borghesia imperialista che già le aveva dato
il proprio appoggio per quel che concerne i Processi di Mosca, nei quali Trotsky era l’accusato
principale e condannato a morte in contumacia.
D’altro canto, la pur giovane e debole Quarta Internazionale si andava trasformando in un fatto-

38
Così, espressamente, P. Broué, “Les trotskystes en Union soviétique”, cit., pp. 62-63. Si veda anche P. Merlet,
L’Opposition Communiste en Urss. Les trotskystes, t. II, pp. 119 e ss.
39
I. Deutscher, Il profeta esiliato, cit., pp. 43-44.
40
«Io odio Trotsky!», disse Churchill all’ambasciatore sovietico nel 1938, aggiungendo che era davvero un bene che
Stalin volesse fare i conti con lui (The New Yorker, 30/11/2009). In realtà, come notava C.L.R. James (“Trotsky’s Place
in History”, in The New International, settembre 1940, p. 166), «Winston Churchill lo odiava, animato da una malvagi-
tà personale che sembrava oltrepassare i limiti della ragione, [perché] consapevole della sua statura, del potere di ciò
che egli rappresentava e mai illudendosi dell’esiguità delle sue forze».
41
L’episodio è riportato dallo stesso Trotsky (“Encore une fois sur la nature de l’Urss”, in Œuvres, cit., vol. 22, pp.
109-110; ed è ripreso anche da I. Deutscher, Il profeta esiliato, cit., pp. 647-648, e da D. North, In defence of Leon
Trotsky, Mehring Books, 2010, p. 5.
42
«Beninteso, qui il nome di una persona non ha che un carattere convenzionale. Ma non è un caso se il diplomatico
democratico e il dittatore totalitario attribuiscano entrambi allo spettro della rivoluzione il nome dell’uomo che il Crem-
lino considera come il suo nemico principale. I due interlocutori sono d’accordo, come se andasse da sé, che la rivolu-
zione si svilupperebbe sotto una bandiera ostile al Cremlino» (L. Trotsky, “Hitler et Staline, étoiles jumelles”, in Œu-
vres, cit., vol. 22, p. 185).
re oggettivo della politica mondiale, tanto da giustificare, come abbiamo visto, la concordanza
fra Hitler e l’ambasciatore francese Coulondre e l’odio congiunto degli stalinisti, dei nazisti e dei
“democratici” liberali. Era perciò necessario soffocarla nella culla massacrandone i militanti e i
potenziali aderenti, uccidendone i principali dirigenti, Trotsky su tutti.
L’episodio appena riferito dimostra inequivocabilmente che i Paesi imperialisti da un lato, e la
cricca burocratica al potere in Urss dall’altro, avevano ben compreso che Trotsky – o, per meglio
dire, il progetto che egli incarnava col suo incessante sforzo di fondare un’Internazionale rivolu-
zionaria – costituiva un pericolo mortale per il dominio sul mondo della borghesia e di quella che
si stava affermando come suo organo e agente: la controrivoluzionaria burocrazia staliniana.
Quel progetto non doveva essere portato a compimento!
Nelle condizioni della “mezzanotte del secolo” in cui venne fondata la Quarta Internazionale, il
compito ideologico e politico di León Trotsky era stato gigantesco. Ed egli lo affrontò fino alle
estreme conseguenze, pagando con la propria vita ma creando anche le basi per un autentico
pensiero ed una vera azione rivoluzionaria nella tappa politica successiva, la nostra. Il gigante
rivoluzionario del XX secolo proietta la sua ombra sul XXI secolo, cioè sulla nostra stessa storia.
Per questo, fra tante citazioni che si potrebbero fare in chiusura di questo testo ci sembra ap-
propriato riportare un passo dell’orazione funebre per Trotsky pronunciata da James Cannon,
dirigente del Swp americano e della Quarta Internazionale:

«Noi non neghiamo che il dolore stringa i nostri cuori. Ma il nostro non è il dolore della
prostrazione, il dolore che consuma la volontà. Esso è temprato dalla rabbia, dall’odio e
dalla determinazione. Lo tramuteremo nella volontà di continuare a lottare con tutte le
nostre forze per continuare la battaglia del “Vecchio”. I suoi discepoli gli dicono addio nel
modo più degno, da buoni soldati dell’armata di Trotsky. Non rannicchiati nella debolezza
e nella disperazione, ma in piedi, con gli occhi asciutti e i pugni chiusi. Con la canzone
della lotta e della vittoria sulle nostre labbra. Con la canzone della fede nella Quarta In-
ternazionale di Trotsky, il Partito internazionale della razza umana!» 43.

43
J. Cannon, “To the Memory of the Old Man”, in Socialist Appeal, vol. IV, n. 36, 7/9/1940, pp. 2-3.