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Indice

in Autunno
Lettera a una figlia che sta per nascere
Settembre
Mele
Vespe
Sacchetti di plastica
Il sole
Denti
Focene
Benzina
Rane
Chiese
La pipì
Cornici
Crepuscolo
Apicoltura
Sangue
Fulmini
La gomma da masticare
Calce
Vipere
Bocca
Dagherrotipo
Lettera a una figlia che sta per nascere
Ottobre
Febbre
Stivali di gomma
Meduse
Guerra
Le labbra pubiche
Letti
Dita
Foglie
Bottiglie
Campi di stoppie
Tassi
Neonati
Automobili
Solitudine
Esperienza
Pidocchi
Van Gogh
La migrazione degli uccelli
Petroliere
Terra
Lettera a una figlia che sta per nascere
Novembre
Lattine
Volti
Dolore
Crepuscolo
Telefoni
Flaubert
Vomito
Mosche
Perdono
Bottoni
Thermos
Il salice
Tazze del water
Ambulanze
August Sander
Comignoli
L’uccello rapace
Silenzio
Tamburi
Occhi
Karl Ove Knausgård
in Autunno
Illustrazioni di Vanessa Baird
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Titolo dell’opera originale
OM HØSTEN

Traduzione dal norvegese di


MARGHERITA PODESTÀ HEIR

Illustrazioni di
VANESSA BAIRD

© Karl Ove Knausgård, 2015


First published with the title Om høsten in 2015

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano


Prima edizione digitale 2020
da prima edizione ne “I Narratori” ottobre 2020

Ebook ISBN: 9788858841327

In copertina: illustrazione di Vanessa Baird.

La presente traduzione è stata pubblicata grazie al sostegno economico di


NORLA, Norwegian Literature Abroad.

Quest’opera è protetta dalla legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
in Autunno
Lettera a una figlia che sta per nascere

28 AGOSTO. Adesso, mentre ti scrivo queste parole, sei all’oscuro


di tutto, di cosa ti aspetta, del tipo di mondo in cui nascerai. E io non
so nulla di te. Ho visto l’immagine di un’ecografia e appoggiato la
mano sul pancione dove sei, nient’altro. Nascerai tra sei mesi e in
questo arco di tempo può succedere di tutto, ma credo che la vita sia
forte e indomita, credo che andrà bene e che sarai sana, robusta e
vigorosa. Vedrai la luce, come si dice. Quando è nata la tua sorella
maggiore, Vanja, fuori era notte, il buio saturo della neve che
volteggiava. Un attimo prima che lei uscisse, una delle ostetriche mi
ha toccato dicendomi prendila tu, così ho fatto, e mi è sgusciata
nelle mani una creaturina, liscia e scivolosa come una foca. Ero così
felice che mi sono messo a piangere. Quando diciotto mesi dopo è
nata Heidi, era autunno e nuvoloso, freddo e umido come lo può
essere in ottobre, è venuta al mondo di mattina, il parto è stato
veloce e quando è spuntata la testa, ma non il resto del corpo, ha
emesso un flebile suono con le labbra, è stato un momento di
grande gioia. John, così si chiama tuo fratello, è arrivato tra una
cascata di acqua e sangue, la stanza era senza finestre, come in un
bunker, quella era la sensazione che avevo e, quando sono uscito
per chiamare i due nonni, sono rimasto sorpreso da tutta quella luce
esterna e dal fatto che la vita procedesse come se non fosse
accaduto nulla di speciale. Era il 15 agosto 2007, erano le cinque,
forse le sei, era a Malmö, dove c’eravamo trasferiti l’estate prima.
Quella sera stessa ci siamo recati in un albergo per familiari e
degenti e il giorno dopo sono andato a prendere le tue sorelle, che si
sono divertite un sacco a mettergli una lucertola di gomma verde
sulla testa. Allora avevano rispettivamente tre anni e mezzo e quasi
due. Ho scattato delle foto, un giorno le vedrai.
Sono venuti alla luce così. Ora sono grandi, ora sono abituati al
mondo e la cosa strana è che sono così diversi, individui con una
personalità propria, e lo sono sempre stati, fin dal primo istante.
Suppongo che sarà così anche per te, che tu sei già quello o quella
che diventerai.
Due sorelle, un fratello, una madre e un padre, siamo noi. Siamo la
tua famiglia. È questa la prima cosa che nomino perché è la più
importante. Buona o cattiva, calda o fredda, severa o indulgente,
non ha nessuna importanza, sono le relazioni attraverso cui vedrai il
mondo e che plasmeranno le tue concezioni su quasi tutto,
direttamente o indirettamente, sotto forma sia di dissenso sia di
sostegno.
Proprio adesso, in questi giorni, stiamo bene. Mentre oggi i
bambini erano a scuola, io e tua madre siamo andati a Limhamn e in
un caffè del posto, avvolti dal calore dell’estate inoltrata – oggi era
una giornata fantastica, sole, cielo azzurro, un leggero sentore di
autunno nell’aria – abbiamo parlato di quale sarebbe stato il tuo
nome. Io ho suggerito Anne, se sarai una femmina, e Linda ha
commentato che le piaceva molto, ha un che di leggero e luminoso
in sé, una qualità che vogliamo venga associata a te. Se sarai un
maschio, abbiamo pensato a Eirik. In tal caso il tuo nome
conterrebbe lo stesso suono di quello dei tuoi fratelli – i – perché se
pronunci la “j” come si fa in svedese o norvegese lo contengono tutti
– Vanja, Heidi, John.
Ora stanno dormendo, tutti e quattro. Io invece sono nel mio
studio, in realtà si tratta di una casetta di due stanze e una soffitta,
sto osservando il prato adiacente alla casa in cui riposano, le finestre
buie che risulterebbero invisibili se non fosse per i lampioni sul lato
opposto, la cui luce riempie la cucina di un chiarore fioco, spettrale.
A dire il vero, l’abitazione è composta di tre edifici che si
susseguono, costruiti in modo da formare un corpo unico. Due di
essi sono in legno verniciato di rosso, uno in muratura con
l’intonaco. Un tempo ci abitavano le famiglie che lavoravano in una
delle grandi fattorie limitrofe. Tra queste due costruzioni c’è quella
degli ospiti, che noi chiamiamo casa estiva. All’interno di questa
struttura a ferro di cavallo si trova il giardino, che si estende per una
trentina di metri fino a un muro bianco. Lì ci sono due pruni, quello
vecchio ha un ramo che è diventato così grosso e pesante che ci
vogliono due forcelle per sostenerlo, e uno giovane, l’ho piantato
l’estate scorsa e per la prima volta sta producendo frutti, poi ci sono
un pero, anch’esso vecchio, molto più alto della casa, e tre meli. Uno
dei meli era piuttosto malconcio, molti rami erano ormai avvizziti,
sembrava secco, ma all’inizio dell’estate l’ho potato, era la prima
volta che facevo una cosa del genere e mi sono fatto prendere la
mano, ho continuato a tagliare senza guardare fino a quando, a sera
inoltrata, sono sceso finalmente dalla pianta e mi sono allontanato di
qualche passo. La prima parola che mi è venuta in mente è stata
mutilato. Adesso i rami sono ricresciuti, le foglie sono fitte ed è
carico di mele. È questa l’esperienza che ho maturato lavorando in
giardino, non c’è motivo di procedere con cautela né di aver paura di
nulla, la vita è così robusta, giunge a ondate, cieca e verde, a volte è
spaventosa, perché anche noi viviamo, ma sotto una sorta di
circostanze controllate che ci inducono a temere il cieco, il selvaggio,
il caotico, pur tendendo verso il sole. Ma di norma la vita è bella, in
una maniera più profonda della dimensione prettamente visiva,
perché la terra odora di marcio e di buio, pullula di insetti che
sfrecciano via e di vermi che si contorcono, gli steli dei fiori sono
gonfi di linfa, le corolle traboccano di profumi e l’aria, fredda e
tagliente, calda e umida, densa di raggi di sole o di pioggia, avvolge
la pelle, abituata agli spazi chiusi, come una pellicola di presenza.
Dietro la casa principale c’è la strada che termina cento metri dopo,
verso l’interno, in una specie di piccola area semi-industriale ormai
abbandonata, gli edifici hanno il tetto di lamiera ondulata e i vetri
delle finestre sono rotti, mentre motori e semiassi abbandonati
arrugginiscono all’esterno, per metà inghiottiti dall’erba. Sul lato
opposto, dietro la casetta dove mi trovo, c’è un grande fabbricato
agricolo di mattoni rossi, è bello questo suo stagliarsi fra tutto il
verde del fogliame.
Rosso e verde.
A te non dice nulla, ma per me questi due colori racchiudono
tantissimo, c’è in essi un potere d’attrazione enorme e credo che
questo sia uno dei motivi per cui sono diventato scrittore, perché
avverto questa pulsione in maniera così forte e capisco che è
importante, anche se non ho parole capaci per esprimerla, dunque
non so cosa sia. Ci ho provato e ho capitolato. I libri che ho
pubblicato rappresentano questa capitolazione. Un giorno potrai
leggerli e forse capirai cosa intendo dire.
Il sangue che scorre nelle vene, l’erba che cresce sulla terra, gli
alberi, oh, gli alberi che oscillano al vento.
È così facile perdere di vista il fantastico, che presto avrai modo di
incontrare e vedere da te, ed esistono tanti modi per farlo quasi
quanto il numero di esseri umani. Ecco perché ti sto scrivendo
questo libro. Voglio mostrarti il mondo, così com’è, intorno a noi,
tutto il tempo. Soltanto così anch’io sarò in grado di scorgerlo.
Per quale motivo vale la pena vivere?
Nessun bambino si pone questa domanda. Per i bambini la vita è
scontata. La vita parla da sé: se è bella o brutta non importa. È così
perché non vedono il mondo, non lo osservano, non ci riflettono
sopra, ma vi sono così profondamente immersi che non distinguono
tra esso e se stessi. Soltanto quando ciò avviene, quando si crea
una distanza tra quello che sono e quello che è il mondo, si presenta
la questione: per quale motivo vale la pena vivere?
È la sensazione che si prova nell’abbassare la maniglia e spingere
la porta, nel sentirla oscillare sui cardini mentre si apre verso
l’interno o l’esterno, in modo sempre facile e disponibile, ed entrare
in una stanza nuova?
Sì, la porta si schiude come un’ala e soltanto questo fa sì che
valga la pena vivere.
Per chi vive da molti anni, la porta è ovvia. La casa è ovvia, il
giardino è ovvio, il cielo e il mare sono ovvi, anche la luna, che
sospesa nella notte splende sopra i tetti, è ovvia. Il mondo parla da
sé, ma non ascoltiamo e, dal momento che non ci troviamo più nelle
sue profondità e non lo esperiamo più come una parte di noi, è come
se scomparisse a noi stessi. Apriamo la porta, ma ciò non significa
niente, non è nulla, soltanto qualcosa che facciamo per passare da
una stanza all’altra.
Voglio mostrarti il nostro mondo, così com’è adesso: la porta, il
pavimento, il rubinetto e il lavello, la sedia da giardino attaccata al
muro sotto la finestra della cucina, il sole, l’acqua, gli alberi. Lo
vedrai a modo tuo, ti farai le tue esperienze e vivrai la tua vita, per
cui, in primis, è soprattutto per me stesso che lo faccio: mostrarti il
mondo, piccolo mio o piccola mia, renderà la mia vita degna di
essere vissuta.
Settembre
Mele

Per qualche strana ragione i frutti presenti nei paesi dell’Europa


settentrionale sono facilmente accessibili, hanno solo una buccia
sottile, che si addenta senza problemi, a protezione della polpa,
questo vale per le pere e le mele, come per le prugne, basta soltanto
trangugiarle, mentre i frutti che crescono più a sud sono spesso
coperti da bucce spesse, non commestibili, come arance, mandarini,
banane, melograni, manghi e frutti della passione. Di solito, in
sintonia con altre mie preferenze di vita, prediligo i secondi, sia
perché è radicato in me il pensiero secondo cui il godimento va
guadagnato per mezzo del lavoro svolto in precedenza, sia perché
ho sempre provato un’attrazione verso il nascosto e il segreto.
Anche il mordere un pezzo di buccia alla sommità di un’arancia e
sentire per un attimo il suo sapore acre sprigionarsi nella cavità
orale, poi procedere inserendo il pollice tra la buccia e la polpa e
infine staccarla, a volte scaglia dopo scaglia quando la buccia è
sottile, in frammenti piccolissimi, a volte in un unico lungo spicchio,
quando la buccia è spessa e il legame con la polpa risulta reciso, ha
in sé un che di rituale. È quasi come trovarsi prima nel peristilio di un
tempio e lentamente muoversi verso lo spazio più interno, quando i
denti affondano nella membrana sottile e lucida e il succo si sparge
nella bocca riempiendola di dolcezza. Sia il lavoro sia la componente
segreta, dunque l’inaccessibilità, aumentano il valore del godimento.
La mela rappresenta un’eccezione a tutto questo. È sufficiente
allungare la mano, afferrarla e morderla. Non c’è nessun lavoro,
nessun segreto, si passa subito al piacere, la liberazione quasi
esplosiva nella bocca dell’elemento marcato, fresco e acidulo della
mela, ma anche del suo sapore sempre dolce, capace di scatenare
la sensibilità delle terminazioni nervose dei denti e magari anche la
contrazione dei muscoli facciali, come se la distanza esistente tra
l’essere umano e la mela fosse sufficientemente ampia da impedire
la scomparsa di questo shock in scala ridotta, a prescindere da
quante mele uno abbia fagocitato in vita sua.
Ho cominciato a mangiare tutta quanta la mela fin da piccolo. Non
soltanto la polpa, ma anche il torsolo con tutti i semini, picciolo
incluso. Non perché fosse buono, non credo neppure perché avessi
la vaga intenzione di non sprecare nulla, ma perché mangiare il
torsolo e il picciolo creava un ostacolo al piacere. Era una specie di
lavoro, ma seguendo la sequenza a ritroso: prima la ricompensa, poi
il lavoro. Per me è tuttora impensabile buttare un torsolo e quando
vedo i miei figli che lo fanno – a volte buttano le mele rosicchiate a
metà – mi indigno, ma non ne faccio parola con loro perché voglio
che assaporino la vita e abbiano con essa un rapporto di
abbondanza. Voglio che abbiano la percezione che la vita sia facile
da vivere. Per questo anch’io ho cambiato atteggiamento verso le
mele, non come atto di volontà, ma come un risultato a cui sono
giunto perché ho visto di più e ho capito di più, credo, e adesso so
che non si tratta mai del mondo in sé, ma solo del modo in cui noi ci
relazioniamo a esso. Contrapposto al segreto c’è l’aperto,
contrapposto al lavoro c’è la libertà. Domenica scorsa siamo andati
in una spiaggia che dista da qui una decina di chilometri, era una
delle prime giornate d’autunno che l’estate, espandendosi, ha
colmato quasi totalmente della sua calma e del suo calore, mentre i
turisti se n’erano già tornati a casa da un pezzo e il posto era
deserto. Ho portato i bambini a fare una passeggiata nel bosco che
cresce fino al limitare della sabbia e consiste per lo più di alberi a
foglie caduche, inframmezzate di tanto in tanto da qualche pino dal
tronco rossiccio. L’aria era calda e ferma, il sole pendeva pesante di
luce nel cielo di una sfumatura più tenue di blu scuro. Abbiamo
seguito un sentiero che portava verso l’interno e lì, in mezzo a tutte
quelle piante, c’era un melo carico di frutti. Anche i bambini sono
rimasti stupiti quanto me, i meli erano qualcosa che cresceva nei
giardini, non in maniera selvaggia nei boschi. Possiamo mangiarle,
mi hanno chiesto. Ho risposto sì, fate pure. In un guizzo improvviso,
carico di gioia come di dolore, ho capito che cos’era la libertà.
Vespe

Il corpo della vespa consta di due parti, quella posteriore ricorda la


forma di un cono leggermente smussato, dalla superficie liscia,
mentre quella anteriore è più sferica e, sebbene sia grande soltanto
un terzo rispetto all’altra, è da lì che si diramano le zampe, le ali e le
antenne. Il disegno giallo e nero, la superficie lucida e la forma
arrotondata fanno sì che la parte posteriore assomigli a un piccolo
uovo di Pasqua, o forse a un uovo Fabergé in miniatura perché, se
la si osserva con attenzione, la regolarità e la bellezza del disegno
sono sorprendenti: le strisce nere separano il giallo a guisa di nastri
sottili e, dove in prossimità delle strisce ci sono i puntini neri, paiono
rifiniture ornamentali dipinte con estrema meticolosità. La sua
durezza, che a noi non pare molto grande, ci basta una leggera
pressione delle dita per spaccare l’involucro causando la fuoriuscita
delle viscere pastose, ma che nel mondo della vespa deve essere
simile a una corazza, ci induce a pensare a un’armatura e, quando
vola, con le sue sei zampe, due paia di ali e due antenne, la vespa
pare un cavaliere armato di tutto punto. Ci stavo pensando la
settimana scorsa, quando il tempo era ancora meravigliosamente
estivo e avevo deciso di sfruttare l’occasione per verniciare la parete
ovest della casa. Sapevo che nel condotto d’areazione c’era un nido
di vespe perché, quando la sera andavamo a dormire, sentivamo
spesso il ronzio che giungeva da fuori e cessava proprio quando
strisciavano all’interno, tanto che a volte alcune entravano in
camera, anche quando la finestra e la porta erano chiuse. Quando
ho appoggiato la scala, e con in mano secchio di vernice e pennello
mi sono arrampicato abbastanza da raggiungere le assi sotto il
colmo del tetto, non avevo affatto pensato a loro perché non si erano
mai scagliate su di noi, era come se non esistessimo, o fossimo
soltanto un elemento dello sfondo su cui vivevano la loro vita. Ma
quel pomeriggio la situazione è cambiata. Non avevo ancora
cominciato a dipingere che ho sentito un debole fruscio provenire
dalla bocchetta dell’aria, strisciando è sbucata una vespa che con un
ronzio si è librata in aria ed è volata fino a raggiungere forse i venti
metri d’altezza, un puntino piccolissimo nell’azzurro intenso del cielo,
poi è scesa puntando verso di me, mentre un’altra vespa usciva dal
condotto, a cui ne sono seguite una terza e una quarta. Cinque
vespe in tutto hanno iniziato a ruotarmi intorno. Ho cercato di
allontanarle con la mano sinistra, con cautela per non cadere,
ovviamente non è servito a nulla. Non mi hanno punto, ma i
movimenti aggressivi e il ronzio inferocito sono stati sufficienti per
farmi scendere e, mentre mi fumavo una sigaretta, ho meditato sul
da farsi. C’era un che di umiliante in quella situazione, paragonate a
me erano così microscopiche, non più lunghe delle ultime falangi
delle mie dita e decisamente più sottili. Sono andato in cucina a
prendere lo scacciamosche e mi sono arrampicato di nuovo sulla
scala. Ero riuscito a malapena a intingere il pennello nella vernice
rossa e densa e a passare la prima pennellata che ecco di nuovo
quel fruscio. Sul limitare del condotto d’aerazione è apparsa la prima
vespa, che si è lasciata cadere verso il basso prima di cominciare a
ronzarmi intorno: poco dopo ero di nuovo circondato. Mi sono
allungato per colpirle e ne ho centrate un paio, ma soltanto a
mezz’aria, quindi tutto quello che è successo è stato farle deviare
dalla loro traiettoria. Non sono riuscito a verniciare quasi nulla. Ci ho
rinunciato, ho versato la pittura nel secchio più grande, ho lavato il
pennello. Qualche ora dopo, con la massima precauzione, sono
risalito sulla scala e ho tappato il condotto con del nastro adesivo,
sono sceso furtivamente, mi sono affrettato a entrare in casa e sono
salito in camera, dove ho sigillato anche l’interno. Quando quella
sera siamo andati a dormire, il ronzio all’esterno non era cessato. Lo
stesso anche la sera dopo. Poi il silenzio.
Sacchetti di plastica

Dal momento che la plastica ha un tempo di decomposizione


estremamente lungo, dal momento che nel mondo il numero di
sacchetti è enorme e cresce a dismisura ogni giorno che passa, dal
momento che sono così leggeri e capaci di catturare il vento come
fanno una vela e un palloncino, ci si imbatte in essi nei posti più
impensati. Ieri, quando ho parcheggiato la macchina dopo essere
andato a fare la spesa, sul tetto di casa ne sventolava uno, il manico
era rimasto impigliato nella pianta rampicante che cresce proprio lì.
E qualche giorno prima, quando volevo piantare quattro cespugli di
ribes rossi che avevo comprato, mentre scavavo una buca a qualche
metro di distanza dal recinto che delimita un’estremità del terreno,
ho trovato uno strato di tegole usate e delle strisce di plastica, che a
partire dal logo ho capito appartenere a sacchetti della spesa. Come
fossero finiti lì non lo so, ma c’era un che di inquietante in quella
vista perché la plastica sottile, così bianca e liscia sul terriccio nero e
friabile, era palesemente un corpo estraneo. La proprietà della terra
di trasformare in se stessa tutto ciò che vi finisce dentro non vale per
la plastica, che è prodotta in modo tale da respingere qualsiasi altra
cosa: il terriccio scivola via sulla sua superficie, non può attaccarsi in
nessun punto, non trova nessuno spazio attraverso cui penetrare e
lo stesso vale per l’acqua. Il sacchetto di plastica ha in sé qualcosa
di inviolabile, è come se esistesse al di fuori di tutto, anche del
tempo e della sua inesorabile modalità. Ho avvertito una leggera
scossa di dolore alla vista di quelle strisce, senza capire
esattamente il perché. Poteva essere il pensiero dell’inquinamento,
poteva essere il pensiero della morte, ma può anche essere stato il
pensiero che non avrei potuto piantare i cespugli di ribes.
Probabilmente era tutto l’insieme. Quando con il piede ho spinto la
vanga in un punto un po’ più lontano e mi sono messo a scavare, ho
riflettuto sul perché quasi tutti i pensieri e le associazioni che mi
facevano andare in quella direzione sfociassero in problemi,
preoccupazioni e buio invece di gioia, leggerezza e luce. Una delle
cose più belle che io abbia mai visto è stato un sacchetto di plastica
che fluttuava davanti al molo di un’isola, perché non l’avevo
associato a quello? L’acqua era cristallina, come lo diventa quando è
fredda e calma, con una leggera sfumatura verdognola, il sacchetto
si trovava a forse tre metri di profondità, disteso e immobile. Non
assomigliava a nient’altro che a se stesso, a nessuna creatura, a
nessuna medusa, neppure a un palloncino, era soltanto un
sacchetto di plastica. Eppure, ero rimasto a guardarlo. Ero a
Sandøya, l’isola più estrema dell’arcipelago di Bulandet, che si trova
al largo delle coste della Norvegia occidentale. A parte me, ci
vivevano soltanto tre persone. L’aria era gelida, il cielo blu, il molo su
cui mi trovavo era in parte coperto di neve. Ci andavo tutti i giorni,
attratto dal mondo subacqueo, in cui scomparivano catene e funi,
dalla sua limpidezza e inaccessibilità. Dalle stelle marine, dai
grappoli di conchiglie, dalle alghe, ma soprattutto dallo spazio
immenso in cui comparivano, il mare, che sull’altro lato dell’isola si
frangeva sulla riva con le sue onde lunghe e pesanti, ma che qui
invece, tra le pareti degli scogli e i muri della banchina, sopra il
fondale sabbioso del bacino portuale che colmava con la sua
trasparenza, era calmo. O meglio, l’acqua non era del tutto
trasparente, distorceva debolmente la luce, pressappoco come fa il
vetro quando è spesso, e in questo modo il sacchetto bianco che,
mentre ero lì, rimaneva perfettamente immobile, sospeso tra la
superficie del mare e il fondo, luccicava di un tenue bagliore
verdastro ed era privo di quella nitidezza che la plastica bianca ha
sulla terra, alla luce del giorno, quando tra di essa e la luce c’è solo
l’aria, ma risultava debolmente offuscato e quasi ingentilito.
Perché era così difficile distogliere gli occhi da quel sacchetto
affondato?
Quella vista non mi colmava di gioia, non me ne andavo
sentendomi felice. Neppure il senso di soddisfazione che mi
riempiva quando lo vedevo era tale da far sì che in me qualcosa si
placasse, come avviene con la fame e la sete quando sono
appagate. Ma vederlo mi faceva star bene, proprio come ci si sente
bene leggendo una poesia che si conclude con un’immagine di
qualcosa di concreto a cui sembra aggrapparsi e che permette
all’inesauribile presente in essa di dispiegarsi con calma. Gonfio
d’acqua, con i manici che puntavano verso l’alto, quel giorno di
febbraio del 2002 il sacchetto si trovava a qualche metro sotto il
livello dell’acqua. Quell’istante non fu l’inizio di qualcosa, neppure di
una conoscenza più profonda, non fu neanche la fine di qualcosa e
forse era proprio quello che pensavo mentre qualche giorno fa stavo
scavando, che continuavo a essere al centro di qualcosa e lo sarei
sempre stato.
Il sole

Ogni singolo giorno da quando sono nato il sole è lì, eppure non
ho mai conseguito nei suoi confronti una vera familiarità, forse
perché è così diverso da tutto ciò che conosciamo. È uno dei pochi
fenomeni del nostro mondo vitale a cui non possiamo avvicinarci,
altrimenti ne verremmo disintegrati, e non possiamo neppure inviare
sonde, satelliti né velivoli: anch’essi sarebbero annientati. Il fatto che
non ci sia neppure permesso di guardare il sole a occhio nudo senza
diventare ciechi o subire lesioni alla vista, a volte viene percepito
come una limitazione irragionevole, sì, quasi un’offesa: lassù, visibile
a tutti gli esseri umani e a tutti gli animali esistenti sulla terra, è
sospeso un enorme corpo celeste incandescente e noi non
possiamo neppure guardarlo! Ma è così. Se osserviamo il sole per
qualche secondo, la retina viene costellata da puntini neri e
tremolanti, mentre, se teniamo lo sguardo fisso su di esso, il nero si
espande sulla parte interna degli occhi come inchiostro su un foglio
di carta assorbente. Sopra di noi pende dunque una sfera infuocata
che non solo ci fornisce tutta la luce e il calore che abbiamo, ma che
rappresenta anche l’origine e la sorgente di tutta la vita, e al
contempo è assolutamente inavvicinabile e completamente
indifferente verso quanto ha creato. È difficile leggere della divinità
monoteista dell’Antico Testamento senza pensare al sole. Una delle
caratteristiche essenziali della relazione tra gli uomini e Dio è che gli
esseri umani non possono guardarlo direttamente, ma devono
chinare la testa. Nella Bibbia l’immagine stessa della presenza di Dio
è il fuoco, rappresenta il divino, ma è anche e sempre il sole poiché
tutte le fiamme e tutti i fuochi qui sulla terra sono sue propaggini. Dio
è il motore immobile, scriveva Tommaso d’Aquino e Dante, suo
contemporaneo, descriveva il divino come un fiume di luce e
conclude La Divina Commedia con un guizzo di Dio stesso, sotto
forma di un cerchio eterno e luminoso. In questo modo, gli esseri
umani, che, pur sotto il sole, erano senza la religione soltanto mere
creature arbitrarie, schiavi sottoposti a costrizioni, assunsero invece
un enorme significato, mentre il sole fu ridotto a una stella. Però,
mentre le concezioni della realtà subiscono ascese e cadute,
divampano e svaniscono, la realtà stessa è inflessibile, le sue
condizioni sono immutabili: l’alba sorge a est, lentamente il buio
cede terreno e, mentre l’aria si riempie del cinguettio degli uccelli, il
sole brilla alle spalle delle nuvole, che passano dal grigio al rosa al
bianco scintillante, mentre il cielo che fino a pochi minuti prima era
nerastro tende all’azzurro e i primi raggi colmano di luce il giardino.
È giorno. La gente va e torna dalle proprie faccende quotidiane, le
ombre si accorciano sempre più, poi si allungano sempre più
seguendo la rotazione della Terra. Quando ceniamo all’aperto, sotto
il melo, l’aria si riempie delle voci dei bambini, del tintinnio delle
posate, dello stormire delle foglie nella brezza leggera e nessuno si
accorge che il sole è proprio sopra il tetto della foresteria, non giallo
sfolgorante, ma arancione, e continua ad ardere silenzioso.
Denti

Quando spuntano i primi denti, queste pietruzze che lentamente


vengono spinte fuori dalle gengive rosse del bambino e compaiono
nella bocca prima sotto forma di minuscole punte acuminate, poi
come torri bianche in miniatura, è difficile non stupirsi, perché da
dove arrivano? Nulla di quello che assume il neonato, per lo più
latte, ma anche un po’ di banana e patata schiacciata, ha la minima
somiglianza con i denti che, al contrario di questi alimenti, sono duri.
Eppure deve essere così, che alcune sostanze vengono estratte da
questo nutrimento in parte liquido, in parte molle, e condotte alle
mascelle, dove sono compattate e trasformate nel materiale di cui
sono composti i denti. Ma come succede? Che la pelle e la carne, i
nervi e i tendini si formino e crescano, è forse un mistero altrettanto
grande, ma non viene percepito come tale. Il tessuto è morbido e
vivo, le cellule sono aperte l’una all’altra e il mondo è in una
relazione di mutuo scambio. Le permeano luce, aria e acqua, negli
esseri umani e negli animali così come nelle piante e negli alberi.
Invece i denti sono chiusi, respingono tutto e sono più vicini al
mondo minerale delle montagne e delle rocce, della ghiaia e della
sabbia. Quindi quale è in realtà la differenza tra le pietre formate
dall’indurimento della lava, che vengono molate ed erose dal clima e
dal vento nel corso di milioni di anni, o tra i sassi che sono il risultato
di processi di sedimentazione infinitamente lenti, dove qualcosa che
in origine era morbido viene compresso fino a diventare duro come il
diamante, e le pietruzze smaltate che proprio mentre sto scrivendo
crescono dalle mandibole dei miei figli mentre dormono nel buio
delle loro camerette? Per le due più grandi veder spuntare e perdere
i denti è diventata una routine, ma per il più piccolo si tratta ancora di
una fonte di grande eccitazione e attenzione. Perdere il primo
dentino è un evento, e anche il secondo e forse il terzo, ma poi
diventa un’inflazione e i denti sembrano cadere a raffica, si staccano
la sera a letto e il mattino dopo devo chiedere da dove arrivano le
macchie di sangue sul cuscino, o nel pomeriggio in soggiorno,
masticando una mela, senza che non sia più qualcosa di importante.
“Tieni, papà,” mi può dire uno di loro porgendomi il dente, che stringo
in mano mentre lo porto in cucina. Che cosa devo farne? Sono
davanti al ripiano, la luce soffusa del cielo autunnale che penetra
dalle finestre brilla tenue sul rubinetto e sul lavello davanti a me. Il
dentino, bianchissimo, rosso scuro di sangue alla radice, si delinea
con un’evidenza quasi oscena sulla pelle rosea del mio palmo.
Buttarlo via sa di sbagliato. Il dente è una parte di lei. Al contempo
non posso conservarlo, tanto che cosa ne faremmo? Tireremo fuori
una scatola tintinnante di dentini quando saremo vecchi per
ricordarci chi erano allora? I denti non invecchiano allo stesso modo
del resto del corpo, non sono intaccati neppure dal tempo: in questo
dentino mia figlia avrà per sempre dieci anni. Apro l’anta
dell’armadietto sotto il lavello e lo faccio cadere nel cestino della
spazzatura, dove giace sopra un filtro inzuppato, ingrigito dal fondo
del caffè nero che ospita ancora al suo interno. Prendo un sacchetto
appallottolato di muesli e ce lo metto sopra in modo che il dente non
sia più visibile.
Focene

Eravamo sul fiordo con la barca a remi, il cielo era grigio e


pesante. Davanti a noi si stagliava Lihesten, una montagna lunga e
stretta a picco sul mare che, con un’altezza di parecchie centinaia di
metri, emergeva direttamente dall’acqua, in alcuni punti si
presentava come una parete più scura, color ardesia, avvolta dallo
spessore della nebbia. Avevo i capelli bagnati per via dell’umidità.
Se facevo scorrere un dito sulla manica della giacca impermeabile,
al passaggio si raccoglieva dell’acqua. Il cigolio e il tonfo dei remi
negli scalmi riecheggiavano in maniera più distinta del solito: i suoni
lasciati dalla barca e che si dissolvevano su quelle distese aperte,
adesso erano come trattenuti, impacchettati dalla nebbia, che
impediva anche agli altri rumori di raggiungerci. Quando il nonno si
fermò e tirò i remi in barca, calò il silenzio. L’acqua si muoveva
lentamente, in ampie oscillazioni, la superficie era quasi
completamente liscia. Mio cugino e io lasciammo cadere i piombini,
che affondarono nelle profondità sotto di noi. Poi da qualche parte
nelle vicinanze si sentì una specie di fruscio. Mio cugino alzò lo
sguardo. Sulle prime il nonno non reagì. Il suono aumentò
d’intensità, a quella specie di ronzio si aggiunse un debole
sciabordio, qualcosa stava emergendo dall’acqua. Mio cugino indicò,
il nonno si girò. A pochi metri da noi si alzarono e abbassarono i
dorsi e le teste di un banco di animali marini.
Sentii qualcosa levarsi in me.
Erano cinque, sei esemplari, nuotavano compatti, fendevano
l’acqua che si imbiancava appena ogni volta che ne infrangevano la
superficie. Quel fruscio lo ricorderò per sempre. Come quella vista, il
modo in cui guizzavano davanti a noi, con movimenti che parevano
allo stesso tempo spensierati e concentrati. La loro pelle tra il grigio
e il marroncino, liscia, i corpi tozzi, della lunghezza di un bambino, il
bagliore di quelli che dovevano essere gli occhi, i piccoli cerchi neri
sopra i musi marcati. E le loro bocche che sembravano sorridere.
Più tardi, quando erano sparite, il nonno commentò che vedere le
focene portava fortuna. Diceva cose del genere, credeva ai segni
premonitori e ai presagi ma, anche se mi piaceva ascoltarlo, non
pensavo neanche per un attimo che quelle cose potessero essere
vere. Adesso invece sì. Perché in realtà cosa sappiamo del modo in
cui vengono dispensate fortuna e sfortuna? Se esse hanno origine
all’interno dell’umano, così come ritengono i più nella nostra era
contrassegnata dal raziocinio, e cioè che noi stessi siamo i fautori
della nostra felicità e infelicità, la domanda da porsi è cosa sia
questo “stessi” in tempi come questi – un mero aggregato di cellule
che, elaborato un tratto ereditario, si sono modificate in base
all’esperienza e vengono attivate e disattivate grazie a piccole
tempeste elettrochimiche in modo che percepiamo, pensiamo,
diciamo, facciamo qualcosa di preciso? E le conseguenze estreme
di questo creano una nuova tempesta interiore e una successiva
serie di sensazioni, sentimenti, pensieri, affermazioni, azioni? Una
tale riduzione è assurda e meccanicista, ma non è più assurda e
meccanicista del ridurre le focene a un animale marino dalle
caratteristiche e dai modelli comportamentali definiti, perché tutti
coloro che ne hanno fatto esperienza, non soltanto quando
emergono dalle profondità del mare, ma anche dal tempo stesso,
immutabili come lo sono da milioni di anni, sanno che vederle
significa rimanere scossi da qualcosa, è come se ti toccassero
dichiarando così che tu sei il prescelto.
Benzina

Nei giorni piovosi dell’autunno, quando il cielo era grigio scuro, gli
abeti lungo la via di un verde cupo e l’asfalto della strada nero,
mentre tutti gli altri colori erano affievoliti dalla luce trattenuta e
dall’umidità, la benzina, che giaceva a volte sulla strada, scintillava
nelle tonalità più belle e insolite. Era così diversa da tutto quello che
conoscevamo che poteva anche arrivare da un altro mondo. Un
mondo meraviglioso pieno di avventura, immaginavamo, cangiante e
munifico. Munifico perché il gioco cromatico della benzina, che
appariva e spariva in maniera apparentemente arbitraria, era
connesso ai posti più desolati e brutti. Non era possibile vedere
quell’iridescenza nei prati o nei campi, sugli scogli o sulle spiagge,
ma spuntava nei parcheggi, sulle strade sterrate o asfaltate, nei
porticcioli e nei cantieri edili. Sulla superficie giallo-grigia delle
pozzanghere resa opaca dalla polvere della ghiaia, la benzina
galleggiava di colpo, disgregata dall’acqua come da tutto il resto
presente nell’ambiente circostante, e immergendo la punta di un
bastoncino si creavano colori nuovi – porpora, viola, blu reale –
all’interno di disegni pieni di insenature e lagune, belli come
conchiglie o galassie. Quelle convoluzioni mutevoli, simili a miraggi,
erano un mistero in sé, erano come l’immagine di questo mistero.
Soprattutto perché tutti sapevano che in realtà la benzina non aveva
colore. Tutti l’avevano vista mentre con un imbuto veniva versata da
una tanica dentro il serbatoio rosso di una delle barche ormeggiate
ai pontili galleggianti. In quel momento la benzina era incolore e
trasparente, e faceva vibrare l’aria intorno a sé. E tutti noi eravamo a
conoscenza del suo enorme potere. I giganteschi escavatori che
ripulivano le aree fatte saltare con l’esplosivo, a cui bastava spingere
la benna dentro i massi e le macerie, sollevarli mentre procedevano
in retromarcia e poi scaricarli rumorosamente sul pianale di un
camion in attesa, andavano a benzina, e anche il camion che subito
dopo si immetteva pesante sulla strada andava a benzina e lo
stesso valeva per rimorchi, autobus, petroliere e aerei. I motoscafi
da competizione che sembravano quasi volare sulle onde al largo
dello stretto andavano a benzina e anche le auto da corsa, di cui
leggevamo, ma che non avevamo mai visto. Per non parlare delle
automobili dei nostri genitori, quei veicoli larghi che beccheggiavano
tutti i giorni sulle strade, delle moto e dei motorini che guidavano i
giovani. Spazzaneve, trattori, escavatori, motoseghe, motori
fuoribordo. Tutta la potenza e tutta la forza di cui eravamo circondati,
tutti i motori che tuonavano, ruggivano e martellavano,
consumavano benzina. Che venisse ricavata dal petrolio, che si
estraeva da giacimenti presenti nelle viscere della terra ed era
composto da materiale organico trasformato ai tempi in cui non
esistevano gli uomini, soltanto dinosauri, queste creature
gigantesche, ma semplici, e quando anche gli alberi e le piante
erano più grandi e più semplici, e che fosse la forza preistorica di
questa componente zoologica e biologica a svilupparsi intorno a noi,
aveva un senso – per tutti i bambini l’affinità tra escavatore e
dinosauro era scontata – ma così non era per la relazione esistente
tra la potenza e la bellezza misteriosa delle piccole iridescenze
tremolanti di molte pozzanghere degli anni settanta.
Rane

Quest’estate abbiamo partecipato a una festa di compleanno per i


sessant’anni. Si è tenuta in un locale sul fiordo della Norvegia
occidentale, non lontano dal mare. Ha piovuto tutto il giorno e
pioveva quando siamo tornati a sera inoltrata. Abbiamo raggiunto di
corsa l’auto, lungo la strada sterrata e fangosa, ho infilato le borse
nel bagagliaio mentre i bambini, intontiti dalla stanchezza e dalla
noia, si mettevano le cinture di sicurezza dentro lo spazioso minibus
che avevo noleggiato quella settimana. Diluviava sul paesaggio buio.
Era il tipo di oscurità che si crea soltanto durante condizioni
atmosferiche di questo tipo, perché di solito le notti estive sono
chiare, appena velate dalle tenebre, che non sono nere, ma bluastre
e in un certo senso impalpabili. La nebbia e i pesanti nuvoloni, che
per tutta la giornata si erano depositati come un coperchio
sull’avvallamento tra le montagne, aggiungevano densità al buio,
che però non era totale, ma continuava a non essere nero perché,
attraverso l’aria grigio scura e umida, gli abeti intorno a noi brillavano
e quelli, sì, erano neri come la pece.
Dopo aver acceso il motore e inserito gli abbaglianti, ho imboccato
l’angusta strada asfaltata sottostante. Si snodava lungo il fiordo ed
era così stretta che dovevo frenare ogni volta che incrociavo un altro
veicolo. A volte era necessario raggiungere in retromarcia la
piazzola di scambio più vicina e in alcuni punti l’unica forma di
protezione dai dirupi e pendii scoscesi erano ancora le vecchie
pietre di un tempo che fungevano da guardrail. La luce dei fari
squarciava il buio davanti a noi, dando l’impressione di guidare in un
tunnel senza fine. Lasciato il fiordo, la strada proseguiva attraverso
una valle, poi risaliva lungo una montagna e riprendeva a scendere
sul versante opposto, prima di costeggiare un altro fiordo per una
ventina di chilometri.
All’improvviso sono cominciati a spuntare sull’asfalto tanti piccoli
sassi. Mia figlia, che, seduta immobile accanto a me, fissava la
strada, come ipnotizzata dal fascio di luce che fendeva il buio, ha
esclamato di colpo che i sassi si muovevano. Mentre lo diceva, me
ne sono accorto anch’io. Facevano dei piccoli salti sull’asfalto. Non
erano pietre, ma rane. Il cui numero è aumentato sempre più. In
alcuni punti ce n’erano forse trenta, quaranta sull’asfalto davanti a
noi. Era impossibile evitarle tutte, specialmente dove erano più
concentrate, quindi sono stato costretto a passarci sopra. Hanno
continuato a saltar fuori per parecchi chilometri, ce n’erano a
centinaia, quella notte sbucavano tutte dal ciglio della strada e a
saltelli raggiungevano il lato opposto. Era per via della pioggia?
Oppure era il periodo dell’anno, magari ogni estate, in una notte
precisa, si trasferivano in contemporanea in un’altra zona?
Probabilmente non lo saprò mai, ho pensato mentre sotto la pioggia
e al buio guidavo lungo la strada tortuosa sopra il fiordo. Come in
tutti gli anfibi, c’era in esse un che di primordiale, venivano da un’era
diversa dalla nostra, da un mondo più semplice perché allora anche
gli alberi e le piante erano più primitivi e il fatto che fossero ancora
qui, a differenza di quasi tutte le altre creature che esistevano a quei
tempi, era presumibilmente dovuto al loro modo di vivere così
efficace e non influenzato da tutti i mutamenti che il mondo
circostante aveva vissuto. Per loro il mondo doveva essere ancora
identico a quello di un tempo, vedevano, facevano, pensavano e
avvertivano le stesse cose, e questa immutabilità, dove non esisteva
né futuro né passato, in linea di principio non era differente da quella
di creature più recenti, come scoiattoli o tassi, con l’unica eccezione
che la loro durata infinitamente più tempo. Eppure vederle così da
vicino è stato uno shock, come quella volta in cui ero andato a fare
una gita nel bosco con l’asilo delle mie figlie e di colpo tra il fogliame
era apparso un mucchio di ranocchi saltellanti. Uno dei genitori
aveva preso una rana e l’aveva tenuta in mano in modo che i
bambini potessero vederla. C’era in essa un che di repellente e
avevo pensato che fossero gli occhi, che contenevano tutto quello
che colleghiamo al male. Erano freddi e vuoti, non conducevano a
nessun’anima, come per esempio avviene con gli occhi di un gatto.
Quegli occhi non vedevano gli esseri umani, ma qualcos’altro, e non
sapremo mai cosa.
Chiese

Dal crinale collinoso sopra Glemmingebro, dove abitiamo, sono


visibili tre chiese nel paesaggio circostante. Una di mattoni rossi con
il campanile color rame, la chiesa di Glemminge, che risale all’inizio
del secolo scorso quando quella preesistente fu demolita perché
insufficiente ad accogliere la crescente comunità, e due medievali,
dall’intonaco bianco e senza campanile, la chiesa di Ingelstorp e
quella di Valleberga. Furono costruite ai tempi in cui ogni villaggio
costituiva un’unità a sé stante, con le case basse che si stringevano
intorno alla chiesa come fanno gli anatroccoli con mamma anatra,
circondati ovunque dai campi e questa struttura, anche se è la
stessa, ha perso il proprio significato, seppur continui a testimoniare
un modo passato di vivere e pensare. Non esiste più nulla che si
concentri in un unico luogo, come simboleggiava la chiesa, dove si
celebravano battesimo, cresima, matrimonio e funerali per gli abitanti
che vi si riunivano tutte le domeniche, secondo rituali scanditi dalla
stanzialità, sotto un cielo immutabile. Qui il suolo è tra i più fertili
d’Europa e il clima è favorevole, caratteristiche che un tempo erano
sinonimo di ricchezza: persino il paesino più piccolo poteva fregiarsi
della propria chiesa. Oggi la ricchezza si trova nelle città: qua invece
ci sono ovunque case vuote in vendita a poco prezzo. Vengono
chiusi negozi, biblioteche e scuole. Si coltiva ancora la terra, ma con
piccoli margini e solo a opera di un numero ristretto di contadini.
Penso a queste cose quando percorro in macchina questo
paesaggio, a come quasi tutto ciò che vedo corrisponde
pressappoco a come doveva essere nell’Ottocento. Chiese, villaggi, i
vasti campi, grandi alberi di latifoglie, cielo, mare. Eppure, è tutto
diverso. Il dolore che provo per questo stato di cose non solo è
immotivato, dal momento che non ho nessuna esperienza di come si
svolgesse la vita nel diciannovesimo secolo, ma smorza a tal punto
anche la gioia per ciò che è, per ciò che abbiamo, che andrebbe
categorizzato come malattia. La nostalgia, l’anelito per quello che
c’era una volta, la malattia dell’ombra. Il sentimento naturale
corrispondente è il desiderio di quanto ancora non esiste, il futuro,
che è pieno di speranza e vigore e che non è impossibile, non è
connesso al perduto, ma a quello che si può ottenere. E forse è per
questo che la nostalgia che provo è così forte, l’utopia è scomparsa
dalla nostra epoca, per cui questa brama non può più convogliarsi in
avanti, ma solo a ritroso, dove è concentrata tutta la sua forza. Sotto
questa luce le chiese erano anche opere d’ingegno spirituali, perché
non solo erano una visualizzazione dell’identità locale, ma
rappresentavano anche un altro livello di realtà, il divino, che si
trovava al centro della fatica e del sudore quotidiani, e che si ergeva
aperto verso il futuro, quando il regno dei cieli si sarebbe realizzato
sulla terra. Il fatto che nessuno cerchi più il livello di realtà del divino
e che le chiese siano vuote significa che non è più necessario. Che
non sia più necessario vuol dire che il regno dei cieli è giunto. Non
c’è più nulla da anelare se non l’anelito stesso, di cui le chiese vuote
che io vedo da quassù sono diventate il simbolo.
La pipì

Di tutte le cose che facciamo, pisciare è la più consueta. In questo


momento, mentre scrivo, ho alle spalle circa 16.500 giorni di vita. Se
calcoliamo che in ognuno di questi giorni ho pisciato in media cinque
volte, il numero complessivo di volte in cui l’ho fatto ammonta a più o
meno 82.000. Neppure una volta mi sono meravigliato del
fenomeno, neppure una volta l’ho percepito come qualcosa di
estraneo, come può accadere nei confronti di altre funzioni e attività
fisiche, per esempio i battiti cardiaci o gli impulsi mentali, anche se
per il corpo, poiché lo collega al mondo esterno, è un atto unico che,
attraverso la minzione, si trasforma in qualcosa che fluisce e scorre
attraverso di noi. No, mi piazzo semplicemente davanti alla tazza del
gabinetto e piscio nell’acqua sul fondo, che lentamente cambia tinta
e consistenza: dall’essere chiara e trasparente assume una tonalità
lievemente verde-giallastra o un colore decisamente giallo-marrone
scuro a seconda di quanto è concentrata l’urina, e si riempie di
bollicine. L’odore che si leva dalla tazza sa vagamente di sale, ma
c’è anche qualcos’altro, un che di acre, di più pungente quando la
pipì è concentrata piuttosto che diluita e che, quando molte persone
hanno pisciato nello stesso posto e il liquido in questione è
evaporato o è stato assorbito dal terreno, crea come un muro fatto di
puzza. Questo fetore, così forte e acido da risultare insopportabile
per più di qualche secondo alla volta, ci dice qualcosa della forza
insita nella massa perché, anche se l’urina di una persona
contribuisce a formare il cattivo odore, si tratta sempre e solo di un
accenno, un che di quasi impercettibile, che può addirittura risultare
piacevole. Il lieve puzzo della pipì del singolo rispetto al fetore deciso
è più o meno comparabile alla relazione esistente tra la singola
sigaretta e la morte: un leggero solleticare.
Ma a prescindere da quanto l’atto del pisciare sia per noi una
routine, e ci risulti facile, dobbiamo imparare a eseguirlo. Chiunque
si sia mai preso cura di un neonato sa cosa significa quando l’azione
di urinare non è controllata: il bebè è sul fasciatoio e di colpo, simile
a un ruscello, comincia a scrosciare dalla fessura tra le gambe un
rivolo dorato, se si tratta di una bimba, oppure dal pisellino di un
bimbo si alza uno schizzo dorato a mo’ di fontana, mentre loro
guardano indifferenti in aria, sorridendo e gorgogliando, come se
quello che è successo non li riguardasse. Basta solo qualche anno e
pisciarsi addosso, come si dice, sarà per loro motivo di vergogna. Da
dove arrivi questa vergogna non lo so. La mia esperienza è che si
presenta comunque, indipendentemente dal modo in cui si gestisce
e si disinnesca l’episodio. Forse non è l’evento in sé a essere così
umiliante, ma i sentimenti che lo colmano, il non sentirsi un insieme
compatto, il non essere definiti e indipendenti – alla stregua di una
pretesa invisibile e inudibile, eppure non per questo meno forte e
assoluta nei loro confronti –, bensì percepirsi come qualcosa di
informe, stillante, incontrollato. L’ultima volta che mi sono pisciato
addosso è avvenuto tardi, ecco perché me lo ricordo in dettaglio.
Avevo quindici anni e frequentavo la nona. Eravamo in montagna a
sciare con la classe che aveva attività all’aria aperta come materia a
scelta. Era inverno inoltrato, febbraio, marzo, e quando la sera
eravamo arrivati al rifugio, avevamo deciso di fare una gara: chi di
noi avrebbe mangiato il maggior numero di scatolette d’ananas?
Avevo vinto io, ma ero così pieno d’ananas e del suo succo che
facevo fatica a camminare, tant’è che ancora oggi ho problemi con
quel sapore. Dopo un po’ eravamo andati a letto, dodici tra ragazzi e
ragazze, ognuno nel rispettivo sacco a pelo sul pavimento del
soppalco. Mi ero svegliato in piena notte perché mi ero pisciato
addosso. Gli slip e la calzamaglia erano fradici. Quando mi ero reso
conto di cosa era successo, ero stato preso dal terrore. Non
sarebbero esistite catastrofi maggiori se mi avessero scoperto.
Avevo quindici anni, mi ero innamorato di una delle ragazze presenti
e mi ero pisciato addosso. Con cautela ero sgusciato fuori dal sacco
a pelo, pure quello bagnato, e in ginocchio avevo aperto lo zaino per
prendere un altro paio di mutande e un asciugamano. Dalla finestra
penetrava il chiarore della luna piena. Intorno a me tutti respiravano
profondamente quando, dopo aver attraversato furtivo la stanza, ero
sceso al pianterreno. Avevo aperto con cautela la porta ed ero
uscito. Sopra di me brillavano le stelle e il bagliore lunare faceva
scintillare la crosta della neve circostante. Mi ero diretto verso il lato
più corto dell’edificio e, dopo essermi spogliato e asciugato le cosce
bagnate e l’inguine con l’asciugamano, mi ero infilato gli slip, avevo
strofinato più volte il fagotto di indumenti intrisi di urina nella neve, in
cucina avevo trovato un sacchetto di plastica in cui avevo infilato i
vestiti e, tornato di sopra, mi ero coricato di nuovo dopo aver coperto
con l’ultimo asciugamano rimasto la macchia grande come un
frisbee che c’era dentro il sacco a pelo. Quando avevo capito che
nessuno mi aveva visto e che nessuno avrebbe mai saputo quello
che era successo, la vergogna che mi aveva lasciato quasi in uno
stato di shock era scomparsa per essere sostituita da una forte ma
strana sensazione di felicità perché potevo finalmente indulgere
nella percezione vaga, eppure palese, che avevo avuto nel sonno:
oddio, quant’è bello pisciarsi addosso.
Cornici

Le cornici costituiscono i limiti esterni di un dipinto e rimarcano il


confine esistente tra ciò che è parte del quadro e ciò che non lo è.
Le cornici in sé non appartengono al dipinto, ma neppure a quanto
esiste al di fuori, le pareti a cui sono appese. Da sole le cornici non
sono mai portatrici di significato, una cornice senza immagine è
vuota, è la forma di niente. La cornice è strettamente imparentata
con il telaio della finestra e la montatura degli occhiali e in maniera
più ampia con il muro, la palizzata, la recinzione, i confini nazionali,
la categoria. La cornice fisica, per lo più di legno, viene creata su
misura da un corniciaio o prodotta in una fabbrica di cornici. Però la
cornice viene usata anche in senso figurato per indicare ciò che
pone un limite o inquadra qualcosa, ad esempio nell’espressione
“fare da cornice” o quando si parla di cornice narrativa o di cornice
legislativa. In altre parole, ricorrendo a questo termine si crea in
maniera netta il dentro e il fuori di un fenomeno che, così isolato,
risulta ben definito, cioè qualcosa in sé. Acquista un’identità.
L’identità significa essere una cosa e non un’altra.
In natura non esistono cornici, tutti gli elementi e i fenomeni
convergono l’uno nell’altro, la terra è rotonda, l’universo è infinito e il
tempo è eterno. Non ci è dato capire cosa significhi, perché la
peculiarità dell’essere umano è categorizzare, suddividere,
identificare e definire, limitare e inquadrare. Riguarda le nostre
stesse vite che trascorriamo nelle nostre case, minuziosamente
separate dal resto del mondo grazie a tetti, pavimenti, pareti e
all’esterno, se abitiamo in una casa indipendente, dai confini della
proprietà. Riguarda noi stessi, che associamo al corpo e ai suoi limiti
e a una serie precisa di pensieri, rappresentazioni, idee, opinioni ed
esperienze. E riguarda la nostra realtà, ciò che chiamiamo mondo,
che suddividiamo in oggetti, gruppi di oggetti, fenomeni e gruppi di
fenomeni, e che comprendiamo in base al modo in cui si distinguono
dagli altri oggetti e fenomeni. Questa divisione è una cornice, crea
un dentro e un fuori, che in sé non viene percepita come parte della
realtà vista o compresa.
Queste cornici, senza cui non è possibile concepire né noi né il
mondo, esistono in tutti gli ambiti dell’esistenza, non valgono
soltanto per ciò che è, ma anche per ciò che dovrebbe essere,
poiché anche il modo in cui agiamo ha cornici comportamentali
precise. Dal momento che la vita è in movimento, sorge a intervalli
regolari una divergenza tra quello che dovremmo fare e quello che
vogliamo fare, che si manifesta nel bisogno di superare i limiti che ci
vengono imposti. Se questa pulsione trova uno sbocco, si crea un
nuovo periodo di sconfinatezza, prima che nella vita sopraggiungano
nuove limitazioni. È così nell’esistenza del singolo individuo, dove
viene chiamata ribellione giovanile, e nella vita culturale, dove si
parla di rivolta generazionale o rivoluzione o guerra. Comune a tutti
questi movimenti è il desiderio di autenticità, di vero, che è
semplicemente il luogo dove le concezioni sulla realtà e la realtà
sono una cosa sola. O, in altre parole, una vita, un’esistenza, un
mondo senza cornici.
Crepuscolo

Mentre scrivo queste parole, fuori sta imbrunendo. Non si può più
distinguere il colore dell’erba o quello della parete di legno della casa
sul lato opposto, solo il muro intonacato riflette un po’ di luce ed è
biancastro. Il cielo sopra i tetti è più chiaro: è quaggiù, in basso,
dove il crepuscolo cala per primo. A una trentina di metri dietro i tetti,
lungo la strada che costeggia il cimitero, ci sono sette grandi alberi
con i loro rami sporgenti. Anche il più piccolo dettaglio di questo
reticolo formato dai rami risulta visibile sullo sfondo più chiaro.
Quando rivolgo nuovamente l’attenzione sull’erba, è già impossibile
vedere: il buio vi giace sopra come un piccolo lago. Al contempo è
come se emergessero le stanze della casa, la luce gialla che le
riempie brilla sempre più forte attraverso le finestre. Stasera, lì
dentro, ci sono sei bambini: la più piccola è appena andata a letto
con una bottiglia di latte tra le mani, sicuramente adesso dorme.
Quelli che hanno sei e sette anni probabilmente sono seduti sul letto
intenti a giocare con i loro iPad mentre commentano ad alta voce
quello che stanno facendo. Suppongo che i due che ne hanno otto, e
che poco tempo fa si sono arrampicati sul recinto in fondo al giardino
e da lì sono saliti su un albero, stiano guardando la tivù in soggiorno,
mentre quella di dieci anni, che è appena tornata dopo essere stata
da un’amica, si è sdraiata sul letto al primo piano per giocare a The
Sims. Che la luce all’esterno stia scemando è qualcosa a cui non
pensano. Per loro è una sera come tutte le altre, una di quella serie
infinita la cui somma costituisce la loro infanzia. Forse per un paio di
settimane saranno in grado di ricordarne qualche dettaglio, che per
cena c’erano le lasagne, per esempio, ma poi scomparirà per
sempre dalla memoria. Anche se non è sempre facile sapere che
cosa vi rimanga impresso. Nel fine settimana, mentre camminavo in
città con mia figlia di otto anni, lei ha cominciato a raccontarmi quello
che si ricordava di quando “era piccola”, così si è espressa. Erano
particolari minimi e attimi di cui non conosceva sempre l’origine, se
era Malmö, Stoccolma, Jølster o uno dei luoghi in cui siamo andati in
vacanza. Un parapetto con dietro il mare, un trenino che
attraversava un museo, la panchina di un bosco dove aveva
mangiato la merenda al sacco. Dell’appartamento di Malmö, dove ha
abitato da quando aveva un anno fino ai cinque, ciò che ricordava e
mi ha descritto era la scala che portava alla porta della veranda in
camera da letto, e una volta si era seduta lì.
Nell’arco di tempo che ho impiegato nello scrivere queste cose,
due madri sono passate da noi a prendere i rispettivi figli e
all’esterno il buio è totale: tutto è nero. L’unica cosa che è illuminata
sono le stanze che si aprono dietro le finestre, che da qui, nella
casetta in cui sono, paiono un acquario. Sotto il lampadario della
sala da pranzo vedo la testa del bambino di sei anni, è chino in
avanti, sicuramente sta guardando un episodio di una serie
televisiva sull’iPad. Quella di otto anni è appena andata in cucina e
dai suoi movimenti ho intuito che stesse spalmando qualcosa su una
fetta di pane. Tra poco mi alzerò per andare da loro, spegnere il
televisore nonostante le proteste, gli dirò di andare a lavarsi i denti e
alla fine leggerò per loro. Poi chiuderanno gli occhi e rimarranno
sdraiati al buio in attesa di prendere sonno, il ponte che li condurrà
nel domani, mentre io concluderò questo testo, su come lunedì 15
settembre 2013 qui, a Glemmingebro, è trascorsa l’ora del
crepuscolo.
Apicoltura

La zootecnia consiste in parte nell’orientare gli animali verso


l’umano, per esempio facendo in modo di includerli nella nostra
comunicazione – si schioccano le labbra e il cavallo si mette a
trottare, la sera si modulano canti malinconici per richiamare le
mucche dal pascolo, si dice seduto e il cane si accuccia sulle zampe
posteriori – e in parte implica l’indirizzare l’umano verso gli animali,
cioè fornire loro uno spazio e soddisfarne i bisogni. Costruire stalle e
box per i bovini, dare loro fieno, foraggio e acqua, spalar via il
letame, cavalcare i cavalli, tenere i cani in esercizio, accarezzare i
gatti. Nell’intera zootecnia esiste un punto dove gli esseri umani e gli
animali si incontrano. Solo in rarissimi casi questo spazio non esiste,
l’approccio è unilaterale, l’essere umano incontra l’animale
appagando i suoi bisogni, ma questo non vale per l’animale e, a
questo proposito, sorge la domanda se si può parlare ancora di
zootecnia. L’allevamento di visoni rappresenta uno di questi casi
limite. Il visone riceve cibo, acqua e calore, ma è aggressivo e
impaurito, in questo animale nulla è sottomesso all’umano: se ne ha
la possibilità, morde la mano che lo nutre o scappa dalla gabbia per
rifugiarsi nei boschi. Il visone è più un prigioniero che un animale
domestico. Teme l’umano. Anche l’apicoltura è un caso limite, ma
per un’altra ragione. Le api non sanno di essere racchiuse e
circondate dall’umano, dalle sue cure, dai suoi pensieri e progetti di
scambio. L’apicoltura parte dall’idea di ricreare al meglio l’ambiente
naturale in cui vivono le api per avere accesso e controllo al loro
prodotto, il miele, e impedire che scappino via. O meglio, scappare è
la parola sbagliata dal momento che presuppone l’esistenza di una
volontà che vuole andarsene, mentre, per le api, lo sciamare è un
istinto naturale, che l’apicoltore, è questo il suo compito, cerca di
sopire o sviare. La comunicazione con le api è del tutto unilaterale:
mentre l’apicoltore si relaziona a esse e costruisce per loro un
mondo artificiale, le api si relazionano soltanto tra di loro e la propria
realtà di api. Se l’apicoltore è sfortunato o incapace e in qualche
modo rompe l’illusione, uno sciame massiccio abbandona l’alveare
per ricostruire la propria società da un’altra parte. Il problema
dell’apicoltore risiede nel fatto che non è possibile offrire nulla alle
api che esse non siano in grado di procacciarsi da sole, sono del
tutto autosufficienti e che debbano rimanere proprio lì, nelle cassette
dell’apicoltore, non è scontato. Quando quest’ultimo estrae i telaini
con il miele, è come un intruso qualsiasi che deve tener conto della
possibilità di essere punto. Per fare in modo che questa particolare
forma di zootecnia funzioni, l’apicoltore ha sviluppato una sensibilità
speciale e si avvicina il più possibile alla realtà delle api, per quanto
gli viene permesso in qualità di essere umano, ed è ciò a cui
assistiamo quando, con indosso le loro tute bianche, i caschi dello
stesso colore e il volto coperto da una maschera protettiva, lavorano
alle arnie con grande cautela e compiendo movenze estranee,
mentre eseguono quella danza lenta e bizzarra che mostra l’essere
umano al massimo della propria sottomissione e forse anche al
meglio della propria bellezza.
Sangue

Al suo interno la maggior parte del corpo, i suoi organi e le cavità


molli e umide, è caratterizzata da tinte scialbe. In alcuni punti è del
tutto incolore, come il grigio del cervello, in altri campeggiano tonalità
vaghe, annacquate, indistinte. La scala cromatica è tipica di ciò che
cresce all’interno di qualcosa, o sotto. La polpa delle conchiglie, i
lombrichi nel terreno, i grappoli di alghe sott’acqua. All’interno del
corpo, l’eccezione a questa regola è rappresentata dal sangue, che
con il suo rosso fresco, forte e brillante sembra provenire
dall’esterno ed essere più affine al verde indubitabile dell’erba e
all’azzurro del cielo piuttosto che all’opaco grigio-beige-marrone
delle pareti intestinali. Quando ero più piccolo, pensavo che il corpo
fosse una specie di contenitore del sangue, cioè che dentro di noi ne
esistessero grandi concentrazioni, forse perché il colore del sangue
possedeva una dignità del tutto diversa rispetto a quella che aveva il
resto del corpo, che quindi pareva di secondo ordine e subordinato,
più o meno come il colore grigio del secchio è secondario e
subalterno al bianco del latte, di cui è il palese servitore. Adesso so
che il sangue costituisce una parte relativamente piccola del volume
totale corporeo e che non esistono parti dove è presente in pozze
più grandi né in condotti, ma al contrario si caratterizza per il fatto di
diffondersi in vasi microscopici che permeano tutto l’organismo,
come una specie di tessuto, attraverso cui viene trasportato ogni
genere di sostanze nutritive e gassose. Analogamente a tutto ciò
che si trova nel corpo, con una parziale eccezione del cervello, il
sangue non sa cosa sta facendo. In perenne movimento, è pompato
nel sistema circolatorio dai battiti cardiaci e, scorrendo attraverso la
carne, raggiunge i capillari. Quando vediamo il sangue, spesso è
perché nel mondo esterno qualcosa non è andato per il verso giusto:
una sera di settembre dentro un edificio grande e freddo pieno di
casse di patate, carote e cipolle, tagliando il fusto della cipolla, il
falcetto è scivolato via, e il sangue, che colava copioso, è gocciolato
a pozze sul pavimento di cemento. La bambina è salita sulla sedia
che si è rovesciata all’indietro, la piccola ha battuto il viso per terra e
la bocca le si è riempita di sangue. Durante un’afosa notte d’agosto,
dopo che per parecchie ore i lampi avevano riempito il cielo cittadino
e si era sentito il rimbombo continuo dei tuoni, alle due sorelle, che
dormivano nel letto a castello, è cominciato a uscire sangue dal
naso, la federa bianca del cuscino e il copripiumone con i disegni dei
Mumin erano intrisi di rosso.
La vista del sangue può essere qualcosa di insignificante,
qualcosa di inquietante e qualcosa di catastrofico. Il fatto che il
sangue e la morte siano spesso in relazione, avrebbe potuto far sì
che il rosso diventasse il colore della morte, ma così non è, è il nero,
connesso alla notte e al nulla, mentre il rosso rappresenta invece
quello della vita e dell’amore. Esistono poche cose più belle del
vedere il sangue che all’improvviso affiora sul volto di un giovane
confuso e gli imporpora le guance nell’attimo in cui il suo sguardo
incrocia gli occhi di un’altra persona giovane.
Comunque, nei tempi che furono e sotto un cielo azzurro, sarebbe
stata l’erba verde a tingersi di rosso del sangue dell’eroe morente
nel furore della battaglia, i cui rumori risultano sempre più fievoli al
suo orecchio e i colori del mondo impallidiscono sempre più, mentre
il corpo che tremava solo pochi minuti fa adesso giace immobile,
bianco come la neve.
Fulmini

In un grande prato stavano pascolando delle mucche e, quando si


era messo a piovere, cinque erano andate a ripararsi sotto un
grosso albero. Sulla pianta si era abbattuto un fulmine e gli animali
erano morti stecchiti. Avevo visto la foto su un giornale e per qualche
motivo la cosa mi aveva fatto una tale impressione, cinque corpi
robusti che giacevano a terra intorno a un albero, che me lo ricordo
ancora. (Può anche essere che non ho visto nessuna foto del
genere, ma che abbia letto dell’episodio e lo abbia convertito nella
mia memoria in un’immagine.) Anche le persone muoiono ogni anno
per colpa delle scariche dei fulmini, eppure quello che ricordo sono
le cinque carcasse delle mucche, forse perché non conoscevano il
pericolo insito nel mettersi sotto un albero durante un temporale, né
sapevano cosa fossero gli squarci di luce che illuminano per brevi
attimi il cielo, e neppure associavano nulla al rombo del tuono che si
era diffuso poco dopo nel cielo. I movimenti del lampo sono
meccanici, all’improvviso una luce e un calore immensi si schiantano
in cielo lungo dei canali, le forze che si sprigionano sono violente e,
mentre pensiamo che un uomo centrato da un fulmine sia stato
incredibilmente sfortunato e con questo abbiamo già collocato
l’episodio entro un orizzonte umano, qualcosa nell’ignoranza degli
animali rende la scarica del lampo un avvenimento aperto e che lega
tutto quanto: il campo con l’erba verde, la pioggia che cade dal cielo
grigio, le mucche riunite sotto la vecchia quercia, il tuono che
riecheggia nel cielo, la scarica di elettricità che prima si abbatte
sull’albero, poi viene condotta attraverso la pianta e nel terreno, per
risalire nei loro corpi, i cui grossi cuori smettono di battere. Lo
schianto quando colpisce il fulmine, il silenzio successivo. La pioggia
che continua a cadere sugli animali morti. Era questo a cui pensavo
ieri sera quando fuori c’erano lampi e tuoni. Prima eravamo seduti in
soggiorno, dove contavamo i secondi che passavano dal momento
in cui si vedeva il guizzo del fulmine a quando si sentiva il rombo del
tuono: erano a parecchi chilometri di distanza. La pioggia batteva
così forte che le gocce rimbalzavano sul terreno. Dopo essersi lavati
i denti, i bambini sono andati a dormire e noi abbiamo letto per loro.
Una volta spenta la luce, mi sono coricato in camera e mi sono
messo a leggere le notizie sul cellulare. All’esterno si è illuminato
tutto e il tuono, che è susseguito solo dopo pochi secondi, era così
forte che sembrava che il cielo si fosse lacerato. Pochi secondi
ancora ed è rimbombato un frastuono enorme, come se si trattasse
di un’esplosione. Tutta la casa sembrava tremare. Sono balzato in
piedi e mi sono messo davanti alla finestra. Il fulmine doveva essersi
abbattuto proprio lì davanti. Eppure, non c’erano né edifici né alberi
in fiamme. Forse aveva colpito la strada? Sono entrati i bambini,
avevano paura e insieme siamo rimasti a guardare la via deserta e
l’acqua che scrosciava. Anch’io ero terribilmente scosso, ma lo ero
soprattutto di gioia. Mi hanno chiesto se era pericoloso, ho risposto
di no, nelle vicinanze c’erano molti punti più alti del tetto della nostra
casa. Dopo un po’ sono tornati a letto. Prima di addormentarmi, ho
pensato al fragore, a quanto fosse stato particolarmente violento. E
a una sera a Malmö, quando eravamo rimasti sulla terrazza a
guardare la città, dove il cielo nero e pesante era stato diviso da un
fulmine dopo l’altro, sembrava che non avesse mai fine, e il cielo di
quella sera è una delle cose più belle che io abbia mai visto. Sono
poche le cose che considero più belle della vista di un fulmine,
inoltre il brontolio del tuono aumenta sempre la sensazione di vivere.
Anche l’acqua e l’aria, la pioggia e le nuvole ci sono sempre stati,
ma sono una parte così integrata dell’esistenza che la loro arcaicità
non compare mai a livello di pensiero o sentimento, al contrario del
lampo e del tuono, che scaturiscono soltanto di tanto in tanto, per
brevi sequenze, e verso cui proviamo subito una certa familiarità,
anche se al contempo ci risultano estranei, proprio come proviamo
un senso di familiarità ed estraneità nei confronti di noi stessi e del
mondo di cui siamo parte.
La gomma da masticare

Di solito la gomma da masticare si presenta in due tipologie,


confetti che ricordano un cuscino in miniatura o sotto forma di
piccole lastre piatte e oblunghe. I confetti hanno uno strato esterno
piuttosto duro e liscio, simile allo smalto, una sorta di guscio che
produce un suono crocchiante quando viene schiacciato in bocca, e
un cuore più tenero il cui forte sapore viene rilasciato non appena lo
raggiungono i denti, in maniera non molto diversa da una capsula.
Queste due consistenze diverse mutano velocemente carattere non
appena si comincia a masticare: nei primi due secondi si forma una
massa simile a una poltiglia, poi emerge ciò che, a livello di
pensiero, riconduciamo alla vera natura della gomma da masticare:
soda e appiccicosa, liscia ed elastica. L’altra forma della gomma, le
piccole lastre piatte e oblunghe, assomigliano a rettangoli di sfoglia
di pasta fresca e hanno una consistenza del tutto differente dai
confetti, dal momento che sono prive di guscio e per questo sono più
morbide e non hanno nessun nucleo dove è concentrato il gusto.
Quello che succede in questo caso è che saltano sia la cosiddetta
fase capsula, quando il sapore si diffonde nella massa circostante,
sia quella di poltiglia, ma si passa direttamente allo stato vero e
proprio della gomma da masticare.
Masticare qualcosa senza deglutire, da un punto di vista
prettamente fisiologico, risulta privo di senso. Lo stesso vale anche
per il fumo, ma quando si fuma vengono liberate sostanze stimolanti
che creano assuefazione, ciò spiega il motivo per cui persone adulte
succhiano le sigarette. La gomma da masticare non produce tali
effetti e forse è più affine al ciuccio usato dai bambini piccoli, dove il
riflesso di suzione che viene messo in moto inganna il corpo
inducendolo a credere che stia lavorando per assimilare cibo, poi
prende il controllo totale e trasforma il succhiare in qualcosa dotato
di valore intrinseco. Per questo, masticare la gomma possiede in sé
un che di palesemente infantile. Trascorro così tanto tempo da solo
che non ci avevo mai pensato prima della settimana scorsa, quando
sono andato in un paese di pescatori a una ventina di chilometri di
distanza a trovare un redattore culturale tedesco che ci abita
qualche mese all’anno. Quando scrivo e quando guido, mastico
sempre una gomma, e non soltanto una o due di quelle a forma di
confetto, ma un pacchetto intero. Quando ho parcheggiato la
macchina davanti alla vecchia casa dove risiedeva l’uomo e che un
tempo era di proprietà di un capitano di navi, in bocca avevo una
massa enorme. Me ne sono reso conto soltanto quando ho suonato
il campanello e il critico è venuto ad aprire la porta. Dopo averla
spinta con la lingua in un angolo della cavità orale, mi sono imposto
di non masticare mentre mi mostrava la casa. Era molto bella,
ristrutturata e ammobiliata in stile modernista, non c’era un unico
dettaglio sbagliato o fuori posto. Continuavo a guardarmi in giro alla
ricerca di un luogo dove buttarla, ma invano. Ci siamo seduti e
quando ha servito il caffè, con discrezione ho preso la gomma e l’ho
nascosta nel palmo della mano. Il pollice e l’indice stretti intorno al
manico della tazza da caffè sottile e antica, le altre tre piegate sulla
gomma. Abbiamo parlato di letteratura, mi ha raccontato dei due libri
su cui stava lavorando. L’aderenza della gomma alla pelle non era
più così leggera, era sparito lo strato protettivo di saliva, adesso si
era appiccicata con forza. Pensando che al momento del commiato
probabilmente mi avrebbe stretto la mano, mi sono fatto coraggio.
“Dove posso buttarla?” ho chiesto alla fine. “La gomma da
masticare?” ha detto. L’espressione del suo viso e l’atteggiamento
immediati, il modo in cui lasciavano trasparire in parte la sorpresa, in
parte la disapprovazione, forse anche il disprezzo, ce li ho ancora
davanti agli occhi. “La gomma da masticare?” ha detto. Passato quel
momento iniziale, la gomma era diventata la cosa più normale del
mondo. Dopo aver strappato un pezzo di carta, me l’ha porto.
“Accanto alla scrivania c’è il cestino della carta,” ha aggiunto. Quasi
qualsiasi altro difetto sarebbe stato accolto con indulgenza, perché
ero lì in qualità di scrittore, dunque di artista, dunque di uno che
poteva recidersi un orecchio, uscirsene con qualche oscenità,
essere ubriaco, magari iniettarsi una dose di eroina nel suo bagno.
Perché se l’abuso di qualsiasi sostanza è stupido e infantile, allo
stesso tempo è grandioso, almeno nell’artista, la cui mente non si
adegua a ciò che è conforme. Masticare la gomma era trasgressivo
soltanto quando avevamo sette, otto anni, quando masticare una
piccola gomma con la bocca aperta era da duri e averne la bocca
piena conferiva un certo status. Ricordo che avevo l’abitudine di
conservare le mie. Ai tempi una gomma poteva durare parecchie
settimane. Il sapore spariva dopo qualche ora, ma non la
consistenza. Adesso non è più così. Dal momento che ora è tutto
senza zucchero, il gusto scompare già dopo qualche minuto e la
consistenza diventa molle e granulosa, poiché ha perso
completamente la sua caratteristica di elasticità. Con un’unica
eccezione: le Juicy Fruit. In tutti i posti dove ho abitato e scritto, a
Volda e Bergen, a Stoccolma e Malmö, sapevo quali erano i negozi
che le avevano. Sono diventati sempre meno e io ho cominciato a
farne scorta. La mia scrivania è tuttora sempre piena di vecchie
gomme che, con il loro colore grigio, la forma emisferica e i numerosi
solchi, assomigliano a cervelli raggrinziti. Non posso scrivere senza
e non le butto fino a quando non hanno assunto una fase granulare.
Che fortunatamente non sono il solo a soffrire di questo vizio,
indegno in tutta la sua insignificanza, mi viene ricordato ogni volta
che sono in città, dove marciapiedi e piazze davanti ai più importanti
edifici di ritrovo sono disseminati di macchie bianche, distribuite in
maniera altrettanto casuale come le stelle in cielo e, al buio, questi
spazi illuminati dai lampioni, vagamente scintillanti sull’asfalto nero,
assomigliano anche in questo caso a un cielo stellato.
Calce

Oggi fuori c’era la nebbia. L’aria, di solito trasparente e nella sua


leggerezza priva di resistenza, era velata d’umidità. Tutto brillava,
tutto era immobile e silenzioso, la nostra macchina bianca riluceva
sulla ghiaia quando sono uscito per portare i bambini a scuola. La
nebbia era così fitta che non eravamo in grado di vedere i campi
durante il tragitto. Era come solcare un mare. Riflettevo su come una
minuscola variazione atmosferica come quella fosse sufficiente per
mutare una intera logica. Infatti, precludendo la vista, la nebbia crea
un’altra dinamica dello spazio. Di colpo a emergere sono le piccole
cose, quelle di tutti i giorni. L’acqua piovana che si è raccolta limpida
nei solchi lasciati dagli pneumatici dentro la ghiaia. L’antenna nera
dell’automobile, che non avevo mai notato prima. La cassetta lucida
del contatore attaccata alla parete rossa della casa e nascosta per
metà dalle piante rampicanti. È così che gli oggetti appaiono in
sogno, dove vengono soppesati partendo da una logica differente da
quella del paesaggio. Anche la dinamica dei suoni era diversa, i
nostri passi sulla ghiaia sembravano soli, privi di uno sfondo, il clic
della portiera, quando ho premuto la maniglia, è riecheggiato come
una piccola esplosione.
Adesso è sera e la nebbia si è dissolta. C’è vento, soffia da est, dal
mare, ed è carico di pioggia, che scroscia sul tetto. È come se si
fosse aperta una parete: dopo un’estate lunga e bella tutto accelera
verso l’autunno. Le foglie cadono dagli alberi, i colori si convertono
passando dal verde al giallo, al marrone, l’aria odora di terra. È una
bella sensazione. Intonacare, come ho intenzione di fare domani,
anche in questo c’è un che di piacevole, di positivo, come quando si
accende il camino e si bruciano i ciocchi, o si vernicia una parete
esterna, come ho fatto alcune settimane fa.
Perché è bello?
Non lo so. Quando sono in ballo, non c’è nulla di bello, non vedo
l’ora di finire. Quindi deve essere l’idea di lavorare ad appagarmi. Il
pensare all’aspetto manuale della cosa, e a quello materiale. Il legno
che assorbe la vernice e che sarà in grado di sopportare pioggia,
vento, neve per molti anni. La tinta ottenuta con sostanze estratte da
una miniera di rame tra i monti di Falun: rendono asciutta e in
qualche modo metallica la vernice, che lascia il colore quando si
passa la mano sul legno. Provo la stessa sensazione con la birra,
che viene sempre prodotta allo stesso modo, con acqua, malto e
luppolo, e con il pane, soprattutto quando lo faccio io: lavoro la
farina, l’acqua, il sale e il lievito fino a trasformarli in un impasto,
prima appiccicaticcio, poi colloso che, quando è pronto, si attacca
appena alla pelle, lo lascio lievitare, lo suddivido in pani, li metto nel
forno, dove sviluppano una superficie dura, leggermente
bruciacchiata e una parte interna asciutta e morbida. Il basilare,
semplice, fondamentale in questo. La sua concretezza e arcaicità:
gesti che gli uomini compiono da millenni. A dire il vero per me tutta
quella realtà è qualcosa di estraneo, ma mi è sempre piaciuta
quando ci sono entrato in contatto. La sensazione di essere nel
mondo e di farne parte. Capire che, quando si tocca qualcosa, la si
tocca per davvero. Non solo vedendo, non soltanto pensando, ma
afferrandola.
Così non vedo l’ora di intonacare domani la casa, di bagnare per
bene il muro, applicare la calce in strati sottili in modo che il muro
l’assorba, e sentire come perdo il controllo, quando l’acqua, la
pioggia e l’impasto molle e umido della malta cola e sgocciola
ovunque, per riacquistarlo decuplicato, quando il muro splenderà
bianco e nitido sul grigio. O, ancora meglio, sul grigio e sul verde,
come faceva l’anno scorso quello all’estremità del giardino. Non era
soltanto il muro a emergere dall’oblio, rivendicando così i propri
diritti, ma anche tutta quella parte del giardino che di colpo è
riapparsa alla vista, più o meno come quando un vecchio concetto
viene inserito in un contesto nuovo e tutto ciò che rappresentava un
tempo filtra e pervade i pensieri che abbiamo sul mondo.
Vipere

Le vipere non sono in grado di sentire, e basta questo particolare


per rendere il loro mondo diverso dal nostro. D’altro canto, è vero
che possono percepire le vibrazioni del terreno, che rappresenta una
forma primitiva di udito, ma se vogliamo immaginarci quale sia la
loro esistenza, mentre strisciano nel sottobosco, la prima cosa che
dobbiamo sottrarre sono le risonanze e le acustiche. Non esistono
suoni. Nessun cinguettio degli uccelli, nessuno strepito dei gabbiani,
nessun fruscio delle foglie che aumenta o diminuisce quando il vento
soffia tra le piante, nessun mormorio dell’acqua. E questo non
significa che la vipera non sappia che in realtà esistono i rumori, ma
che semplicemente non li può udire. No, per la vipera il vento che
scuote il bosco in una giornata di tempesta è del tutto privo di suono,
e gli uccelli che alzano la testa verso il cielo e aprono il becco lo
fanno senza produrre il minimo rumore. Neanche la sua vista è un
granché, la sua testa piccola e piatta è perennemente a contatto con
il terreno, quindi gli occhi rossicci vedono l’erba, l’erica, la roccia, il
suolo coperto di aghi di pino, le radici messe a nudo, ma senza
notarli, perché ciò che attira la sua attenzione sono il movimento e
gli odori. La lingua, che la vipera fa vibrare in continuazione, coglie le
molecole odorose che legge e a cui assegna un significato, poiché
un animale lascia al proprio passaggio delle tracce olfattive che la
vipera è in grado di seguire. Il mondo della vipera è silenzioso,
invaso dalla vegetazione, pieno di tremolii e odori. Sa sempre se ci
sono altre vipere nelle vicinanze. D’inverno si cercano a vicenda e
anche cento esemplari trascorrono insieme il letargo dentro buche
scavate nel terreno o mucchi di pietre, dove rimangono immobili per
mesi. Quando arriva la primavera, sono gelate e si muovono in
modo lento e fiacco. Come ci si sente, svegliarsi dopo un lungo
periodo trascorso come se si fosse morti, senza cibo né acqua, con
un corpo freddo come il ghiaccio e che adesso riacquista lentamente
calore, ma non troppo, solo sufficiente per destarsi, per sentire di
esistere e per strisciare fuori dal proprio rifugio, è difficile a dirsi. Ma
sanno cos’è il calore e lo cercano. Lentamente la vipera sguscia nel
suo mondo basso e silenzioso per raggiungere un pendio rivolto a
sud dove il sole la può scaldare. Se qualcuno cammina nel bosco,
cosa che nella nostra realtà equivarrebbe a qualcuno che urla nelle
vicinanze, la vipera scivola via e va a nascondersi, poi rimane
perfettamente immobile. Ogni passo compiuto da uno stivale si
propaga dentro di essa. È aprile e, anche se il sole splende nel cielo,
l’aria è fredda. La vipera prosegue a zig-zag, emerge dalla boscaglia
e sguscia sulla parte superiore di una spiaggia formata da sassi lisci
e rotondi, forse a cento metri dal mare, dove rimane distesa su una
grande pietra che pare una lastra. Stanno arrivando un uomo e un
bambino e le rocce impediscono alla vipera di accorgersene. L’uomo
si ferma, la indica al bambino, si china e prende un sasso, che la
centra nel mezzo. La vipera striscia via, viene colpita da un altro
sasso, e da un altro ancora. Si contorce, coperta sempre più dalle
pietre. Ma tra le rocce ci sono degli anfratti e vi si infila. Quando il
suo capo spunta fuori, l’uomo si trova a solo un metro di distanza e il
sasso la colpisce sulla testa piatta schiacciandola.
Sono passati quarant’anni da quando è successo. Continuo
ancora a sperare che lui non lo avesse fatto, e continuo a non capire
il perché, ma era come se odiasse quella vipera più di ogni altra
cosa. Non lo avevo mai visto così, e non l’ho mai più visto a quel
modo.
Bocca

La bocca è uno dei cinque orifizi corporei e di conseguenza un


luogo di scambio tra il corpo e il mondo. La parte più esterna della
bocca è formata dalle labbra, due cuscinetti relativamente lunghi e
stretti che poggiano orizzontalmente l’uno sull’altro sul lato anteriore
della testa, nella parte bassa del viso, sotto il naso. Queste
protuberanze si distinguono dalle altre componenti visibili del corpo
perché sono rossastre, a differenza della pelle bianca, giallastra,
marrone o nera tesa sul resto della faccia, e umide. L’umidità e il
colore sono caratteristiche tipiche dell’interno del corpo. È così
perché le labbra appartengono sia all’interno sia all’esterno: sono lo
sbocco. Zone indeterminate come questa, che non sono né una
cosa né l’altra, si creano ovunque nei punti in cui convergono il
dentro e il fuori, il bagnato e l’asciutto. Nel corpo ciò vale per l’ano,
che analogamente alle labbra è umido e ha un colore e un tessuto
diversi dalla pelle circostante, infatti si presenta leggermente
rossastro-beige e molliccio-viscido. In natura queste caratteristiche si
riscontrano nelle aree dove si incontrano acqua e terra, sulla
battigia, lungo gli argini di un fiume e alla sua foce, dove il terreno è
bagnato, ma esso non è paragonabile al suo alveo, né a un prato o a
un campo, ma a una via di mezzo, qualcosa che contraddistingue
anche la vita che vi è presente, con le sue creature simili a pesci che
si muovono con la stessa disinvoltura sopra e sotto la superficie
dell’acqua. Le labbra e l’ano sono sbocchi e aperture che collegano
l’interno del corpo ma, mentre il secondo è un canale preposto
all’espulsione degli scarti, chiuso da un muscolo che si apre grazie
alla pressione esercitata dall’interno, le labbra rappresentano l’esatto
contrario, proteggono l’apertura attraverso cui la materia proveniente
dall’esterno viene introdotta nel corpo. Dietro le labbra, come una
palizzata, solida e compatta, ci sono i denti e dietro questo recinto si
apre una grotta, è la cavità orale. Le sue pareti, cioè il palato, sono
rivestite da una mucosa di colore rosso pallido, che è sempre
bagnata, e al centro di questa caverna troneggia la lingua, un
muscolo grande, simile a un mollusco, anch’essa di un rosso pallido,
ma che al contrario delle gengive e del palato è morbida, più
morbida delle labbra, ma non altrettanto liscia, anzi leggermente
ruvida. Quando la bocca è chiusa e i denti e le labbra sono serrati, la
lingua occupa quasi tutta la cavità. È fissata al pavimento della
bocca allo stesso modo in cui la parte interna della cozza è attaccata
alla valva. Sopra la radice della lingua si apre la gola, un tunnel che
conduce veloce nelle profondità corporee. Dalla sommità di questa
galleria pende l’ugola, un minuscolo prolungamento carnoso simile a
una stalattite e, dietro di essa, si apre un altro piccolo passaggio che
conduce al naso e di conseguenza è direttamente connesso al
mondo esterno attraverso le due narici che, al contrario della bocca
e dell’ano, sono sempre aperte.
Il senso del gusto si trova nella bocca. È qui che viene deciso se
qualcosa ha un sapore buono o cattivo, aspro o dolce, salato o
amaro. È sempre nella bocca che il cibo viene triturato, grazie
all’operato dei denti, con l’assistenza della lingua che spinge i pezzi
di cibo durante la masticazione, quale primo passo del processo di
digestione il cui scopo è trasformare il più possibile questo apporto
esterno in qualcosa di intrinseco. Questo lavoro è accompagnato da
molte sensazioni piacevoli, per esempio la percezione del sapore
leggermente acidulo che riempie la cavità orale quando una succosa
foglia di insalata incontra la lingua, e il meraviglioso senso di friabilità
che si sprigiona quando i denti ne sgranocchiano la superficie fresca
e croccante. Non c’è nessun motivo di ritenere che altri tipi di
bocche, come per esempio quella di un coniglio o di un porcellino
d’India, prendano parte a questa festa con un piacere inferiore alle
nostre. Soltanto questo fatto in sé, che tutti gli animali hanno la
bocca ed è difficile pensarli privi – in contrapposizione per esempio
alle orecchie o agli occhi –, ci porta a dare ragione ad Aristotele
quando scrive che tutto ciò che vive possiede un’anima e magari
andrebbe aggiunto che tutto ciò che vive prova piacere, o almeno
soddisfazione, quando la bocca si apre e qualcosa di buono
dall’esterno viene introdotto e viene masticato mentre piccole
scariche di sapore balenano per la testa e si assopisce lentamente
la fastidiosa sensazione di fame.
Dagherrotipo

La fotografia è associata alla modernità e a qualcosa di


meccanico, è una componente della nostra era tecnologica e parte
di ciò che rende la nostra cultura differente da quella precedente. Ma
il principio, secondo cui alcune sostanze sono sensibili alla luce e
che la luce può imprimersi su di esse, era già noto almeno fin dai
tempi del Medioevo, per esempio da Alberto Magno, maestro di
Tommaso d’Aquino. Teologo e filosofo, Alberto Magno fu
canonizzato dopo la sua morte, ma correva voce che fosse anche un
alchimista. C’è un che di suggestivo nel pensare che lui, o qualche
altro aristotelico medievale e rinascimentale, si trovasse nel suo
studio circondato da liquidi e sostanze, intento a condurre
esperimenti con nitrati d’argento, mercurio, rame e vetro, e che un
giorno, all’improvviso, fosse riuscito a fissare la luce su una lastra in
modo che lo spazio in cui si trovava apparisse in negativo. Dal punto
di vista tecnico non sarebbe stato impossibile poiché tutte le
sostanze e i materiali necessari esistevano allora come adesso. Ma
che venissero utilizzati per riprodurre il mondo era così lontano dal
loro orizzonte concettuale, dalle loro rappresentazioni su cosa fosse
il mondo e cosa significasse essere un essere umano da risultare
impensabile. Eppure, in un certo senso, è proprio lì dove ebbe inizio
la fotografia, non per via della conoscenza che i nitrati d’argento
fossero influenzati dalla luce, ma grazie alla lenta svolta del pensiero
verso il mondo materiale così come era rappresentato dalla filosofia
della natura. Nel 1820 non era più qualcosa di inconcepibile e molti
compivano esperimenti con sostanze fotosensibili, tra cui Joseph
Niépce, la cui immagine della Borgogna, scattata nel 1826 o 1827, è
considerata la foto più antica. Consiste di parti più chiare e più scure
impresse su una lastra di metallo e risulta così sfocata che ci vuole
un po’ di tempo prima di capire che le zone scure sono i muri e i tetti
delle case, mentre quella chiara è il cielo. Niépce fece la foto dalla
finestra di un attico e ciò che è fissato sulla lastra è quanto vide quel
giorno. Che tutte le immagini risalenti a quell’epoca abbiano un che
di spettrale non era dovuto soltanto alla componente nebulosa,
indistinta, quasi fluttuante dei soggetti, come se il loro elemento
materiale appartenesse a un’altra dimensione, ma anche al fatto che
non raffiguravano persone. Il tempo di esposizione era di parecchie
ore, per cui rimaneva impresso soltanto ciò che non si muoveva.
Forse è questo l’aspetto più incredibile di queste prime fotografie,
che si rapportano al tempo in modo tale che risulta visibile soltanto
ciò che è più duraturo e durevole, mentre l’umano appare come
talmente fugace ed effimero da non lasciare alcuna traccia da
nessuna parte. Alle creature che vivevano il tempo in maniera più
lenta della nostra è così che sarebbe apparso il mondo. Una tale
prospettiva esterna non era sconosciuta perché il divino, con il
Signore e i suoi angeli, a cui si continuava a credere, era immutabile
e si trovava al di fuori del tempo. Ai loro occhi l’umano doveva
essere qualcosa di tanto breve e veloce da non rimanere impresso.
La prima fotografia in assoluto di un essere umano fu eseguita da
Louis Daguerre undici o dodici anni dopo che Niépce aveva
immortalato il panorama che vide dalla sua finestra. Anche in questo
caso il punto di partenza era una finestra, quella che dava su
Boulevard du Temple una mattina del 1838, e analogamente il tempo
di esposizione fu così lungo che rimase impresso soltanto quanto
era immobile. La via è soleggiata, il filare di alberi getta la propria
ombra attraverso il marciapiede e tutti i dettagli, dai numerosi
comignoli ai colmi dei tetti fino ai riquadri delle finestre della
palazzina bianca più vicina, sono nitidi e distinti. È un’immagine
inquietante perché, a giudicare dall’ora del giorno, dovrebbero
esserci tantissime persone, cavalli e carrozze. Invece ci sono solo
due soggetti. Proprio nella sezione aurea, nella parte in basso a
sinistra, dove comincia il marciapiede illuminato dal sole, c’è un
uomo con una gamba alzata. Fin da quando ho visto questa foto per
la prima volta, ho pensato che fosse un’immagine del diavolo.
Essendo l’unica persona che si vede chiaramente in quella che di
fatto era una via molto trafficata, l’uomo possiede una durevolezza e
una perennità che permette alla propria immagine di rimanere
consolidata nel dagherrotipo. Un qualcosa di questa figura mi fa
pensare che nell’attimo dopo abbia girato la testa e levato lo sguardo
verso il fotografo. Ma il fotografo non vide mai quello che mostra
l’immagine. Louis Daguerre scorse una via animata e forse non notò
neppure quell’uomo fino a quando, molte ore dopo, ebbe modo di
sviluppare la fotografia e tutte le altre figure, a parte quella, erano
scomparse.
Lettera a una figlia che sta per nascere

29 SETTEMBRE. La giornata è cominciata come al solito, tirando


giù dal letto i tuoi fratelli, facendogli fare colazione e
accompagnandoli fino allo scuolabus, poi ho lavorato un po’ prima di
salire in macchina e recarci a Ystad. Avevamo appuntamento con
l’ostetrica. Anche se ci eravamo già sottoposti tre volte a tutte le fasi
di questo processo lungo nove mesi, questo genere di visite ha
sempre un’aura di solennità. Linda era seduta accanto a me, con la
cintura di sicurezza tesa sulla pancia. Ho pensato che lì dentro c’eri
tu e che dovevo guidare con prudenza. Lo studio dell’ostetrica era in
un piccolo edificio lontano dal centro, vicino ai vari centri
commerciali. Nell’attimo in cui ho parcheggiato nel grande spiazzo
esterno, era una giornata grigia e l’ambiente circostante sconfortante
ma, quando è arrivato il nostro turno e siamo entrati nell’ambulatorio,
era tutto dimenticato perché eravamo lì per vedere te. Dopo una
breve conversazione l’ostetrica ha chiesto a Linda di sdraiarsi sul
lettino. Mi sono seduto accanto a lei. Ha sollevato il maglioncino
mettendo a nudo la pancia. L’ostetrica ci ha spalmato sopra un po’ di
gel trasparente prima di passare la piccola sonda e sullo schermo,
sulla parte opposta della stanza, è apparso il tuo corpo, circondato
da liquidi scuri e pareti compatte. L’immagine, con tutte le sue zone
sgranate e offuscate, i movimenti quasi onirici, sembrava trasmessa
da un punto molto, molto lontano dello spazio o dalle profondità
marine, ed era impossibile collegarla con la stanza del tutto ordinaria
in cui ci trovavamo né con la pancia appena pronunciata di Linda,
benché sapessi che proveniva da là. In un certo senso, la
percezione che avevo di trovarmi di fronte a una distanza enorme
era esatta, perché lo stato prenatale, la creatura che cresce in una
cavità piena di liquido all’interno del corpo materno dove
apparentemente si ripetono tutti i passaggi riguardanti l’evoluzione
dell’essere umano, è connesso al primordiale ed è separato da noi
da un abisso, non spaziale, ma temporale. Al contempo è la
tecnologia moderna a rendere possibile quest’immagine. E chi c’era
su questa immagine, eri tu. Eri tu l’essere vivente che muoveva gli
arti in modo così lento, e non una lucertola né una tartaruga.
Abbiamo visto il tuo cuore, batteva veloce e aveva tutte le camere,
così come doveva essere. Abbiamo visto il tuo viso, il tuo nasino e
poi il cervello, piccolo, ma completo. Abbiamo visto la spina dorsale,
le mani, le dita, il perone, il femore. Avevi le gambe ripiegate sul
petto e muovevi continuamente una mano che sembrava librarsi da
sola, l’aprivi, la chiudevi. Ci hanno detto che con tutta probabilità sei
una bambina.
Sei dunque Anne.
I genitori danno al figlio la vita, il figlio dà ai genitori la speranza. È
una transazione.
Suona come un fardello?
No. La speranza non ha pretese.
E io sono un sentimentale. Ma come scrivere di tutto questo, tanto
piccolo e tanto grande, così semplice e così complicato, tanto triviale
e tanto… sì, sacro?
Sentimentale è un’altra parola per emotivo. Ma cosa sono le
emozioni e i sentimenti? Che cosa proviamo quando sentiamo?
Definiamo sentimentale qualcosa che esagera con i sentimenti e gli
affetti, che li spreca. Vuol dire che la sobrietà rappresenterebbe il
valore più alto?
Stanotte ci sono le stelle. Sono appena andato fuori a pisciare sul
prato, cosa che faccio solo quando tutti dormono e sono solo. Un
giorno dopo l’altro di cielo sconfinato, terso, è stata questa, da
maggio a oggi, l’estate che abbiamo avuto, sole durante la giornata,
stelle di notte. Non c’è niente di più bello di quando un’estate
stupenda scema a poco a poco lasciandosi alle spalle una sorta di
sazietà, qualcosa che è stato colmato, e adesso tutto cambia,
adesso i campi ondeggianti che circondano il villaggio non sono più
così indescrivibilmente dorati quando si stagliano sotto il cielo alto e
azzurro – visti dalla strada assomigliano a laghi che si estendono tra
i drappelli di case –, ma distese di stoppie, perché nelle ultime
settimane mietitrebbie e trattori li hanno attraversati instancabili e ora
schiere imponenti di balle di fieno compresso si ergono qua e là,
sole e simili a muraglie nel vento che con sempre maggiore
frequenza spira dal Mar Baltico.
Ciò che è stato colmato, adesso si svuota, l’aria del calore, gli
alberi dei frutti e delle foglie, i campi del grano. Tutto mentre tu cresci
silenziosa avvolta nell’oscurità.
Ottobre
Febbre

Ho la febbre. Ho freddo, anche se la temperatura del corpo risulta


più alta del normale di un paio di gradi. Anche la pelle è più sensibile
del solito: ogni forma di contatto risulta sgradevole, persino la
leggera pressione esercitata dagli indumenti. Questo mi fa capire
come normalmente il corpo si adatta al mondo, si fonde con esso,
come se quest’ultimo trasmettesse su una frequenza precisa e il
corpo fosse sintonizzato proprio su quella. In questo ambiente, dove
la frequenza del corpo e del mondo è la stessa, tutto avviene senza
attriti. Il corpo si muove nel mondo, viene avvolto dalla sua aria,
tocca i suoi oggetti e le sue superfici e, anche se essi fossero diversi
tra di loro, come la lavetta morbida e bagnata stretta in una mano e il
bordo duro della vasca da bagno a cui si appoggia l’altra, entrambi
rientrano nella gamma di oggetti e cose a cui siamo aperti, che
quindi spariscono quasi totalmente a noi per via della sensazione
mai formulata, eppure costante, che il mondo sia un’estensione del
nostro corpo. Quando arriva la febbre, aumenta il grado di sensibilità
e il corpo viene in qualche modo sollevato dalla sua intimità con il
mondo, che di colpo preme e diventa percettibile, non in maniera
direttamente ostile, ma estranea. Però la febbre non fa soltanto parte
delle relazioni orizzontali, con gli oggetti che la circondano, ma apre
anche un’asse verticale che affonda nel passato poiché, in virtù del
suo essere uno stato di emergenza, evoca anche le sue
manifestazioni precedenti. È per questo che la febbre ha in sé anche
un che di positivo. Sto scrivendo queste cose in una piccola casa a
Glemmingebro, nella parte più meridionale della Svezia, sotto tutti i
punti di vista in un luogo molto lontano da quello in cui sono
cresciuto e dalla persona che ero allora. Eppure, quel mondo mi è
così stranamente presente dal momento in cui mi sono alzato dal
letto qualche ora fa. Ricordi sempre nuovi mi affiorano alla mente. La
percezione del tempo muta durante la febbre, di colpo potevo
trovarmi perfettamente sveglio in una casa avvolta nel silenzio più
totale e circondata dal buio, come se la notte fosse paragonabile a
una spiaggia su cui ero stato depositato. Ma più importanti, ed è ciò
che rende positivo questo stato, erano le premure che ricevevo.
Scotti? mi veniva chiesto ed ecco la mano che mi toccava la fronte.
Hai la febbre! E con la febbre giungevano i privilegi. Il cibo servito a
letto. L’uva. Album di fumetti nuovi. Con la febbre arrivavano le
attenzioni. Domande continue su come mi sentivo, come stavo. La
mano sulla fronte, la mano che mi arruffava i capelli. Di solito non
c’era mai nessuno che mi toccava, nella nostra famiglia le carezze
erano rare, a parte quando uno stava male e aveva la febbre, e
ricordo ancora quella situazione paradossale, quanto risultassero
sgradevoli quei tocchi sulla pelle febbricitante e quanto risultassero
gradevoli a me.
Stivali di gomma

Dal momento che gli stivali di gomma seguono la forma del piede
e della parte superiore del polpaccio, come una specie di guaina,
quando rimangono inutilizzati sul pavimento dell’ingresso di primo
acchito potrebbero sembrare un piede e la parte inferiore di una
gamba, come se fosse stata amputata sotto il ginocchio. È un
qualcosa che hanno in comune con le giacche e le camicie appese,
che paiono anch’esse i corpi a cui fanno da fodera. Quando la sera
tardi o il mattino presto mi trovo nel corridoio dell’ingresso, è come
se l’impronta di tutta la famiglia fosse appesa ai ganci o per terra, al
buio, come una sorta di negativi. Mi capita allora di riflettere su come
sarebbe stata la vita se tutti fossero deceduti in un incidente e fosse
rimasto soltanto ciò che un tempo riempivano con i loro corpi. Per
quanto riguarda i miei stivali, in effetti è così dal momento che li ho
ereditati alla morte di mio padre. Lo spazio che un tempo veniva
colmato dai suoi piedi e polpacci è ora qui sul pavimento, attaccato
alla parete dell’ingresso. Non penso più a lui con la stessa
frequenza, ma lo faccio ogni volta che infilo i piedi in questi stivali,
che mi calzano come un guanto e con cui giro per il giardino. Di tutte
le cose che ha lasciato ne ho prese soltanto due, il binocolo e gli
stivali di gomma. Perché proprio queste due, non lo so. Forse
perché erano allo stesso tempo neutri e utili? Non avrei mai potuto
prendere né indossare il suo giaccone di pelle d’agnello, per
esempio, era troppo vicino a lui, era un’espressione così peculiare
della sua persona che non avrei voluto né potuto accollarmela,
invece gli stivali non esprimono l’individualità con la stessa valenza,
ma sono più simili per tutti. Non avrei potuto prendermi neppure i
suoi quadri, anch’essi gli erano vicini allo stesso modo, dal momento
che aveva scelto proprio quelli e provava piacere nel guardarli e
possederli, mentre il binocolo non presenta alcuna componente di
questa individualità, è soltanto un binocolo, fatto per ingigantire
qualcosa che si trova molto lontano, proprio come gli stivali sono fatti
per tenere fuori l’acqua. In questo sono perfetti. La superficie della
gomma, spessa e piuttosto rigida, è perfettamente liscia e questo
impedisce all’acqua di aderire, inoltre non presenta fessure né tagli
attraverso cui essa riesca a penetrare, così l’acqua o scivola verso il
basso finendo nel terreno o si posa impercettibilmente sulla gomma
stessa formando una patina di umidità, al contempo il gambale si
stringe in maniera così compatta intorno al polpaccio che l’accesso
alla parte interna dello stivale risulta sigillato. La felicità che ne
deriva, il fatto che lo stivale sia completamente impermeabile, può
essere davvero grande – basti pensare alla sensazione che si prova
quando camminiamo su un campo melmoso e il piede sprofonda,
ma nulla penetra all’interno, il fango trabocca intorno allo stivale,
mentre il piede rimane asciutto – e maestosa, in un certo senso. Sì,
non è forse questa sensazione di sovranità a scatenare una tale
gioia, quando attraversiamo una palude e magari guadiamo un
ruscello con indosso degli stivali robusti e impermeabili? Sentirsi
invulnerabili, sentirsi protetti, sentirsi un’entità autonoma del mondo?
Sì, oh sì, è proprio in questo che risiede la gioia verso le qualità
specifiche di un paio di stivali di gomma.
Meduse

Mentre è ancora possibile relazionarsi con creature primitive come


squali, coccodrilli e struzzi, nel senso che, dotate di occhi, sono in
grado di vedere, e possiedono un cervello, seppur piccolo, che
permette loro di agire partendo dai propri stati emotivi come
desiderio o paura, le meduse sono così primordiali e semplici che
non è più possibile nessuna forma d’identificazione. In esse non
riscontriamo più nulla di ciò che caratterizza le nostre vite. Eppure,
anche se le meduse sono apparse sulla terra seicento milioni di anni
fa e sono state le prime forme viventi che si sono evolute passando
da organismi monocellulari a organismi pluricellulari, sono anche
nostre contemporanee. Ciò che chiamiamo vita, essere vivi, è una
grazia che comprende anch’esse. Come aspetto le meduse
ricordano delle campane che si muovono trascinandosi dietro lunghi
veli. Alcune sono quasi del tutto trasparenti, sono le cosiddette
meduse quadrifoglio. Altre invece sono arancioni o bluastre, si
chiamano meduse criniera di leone e meduse blu. Vivono nel mare
e, quando fluttuano nell’acqua, posseggono una dignità strana, quasi
maestosa. Avanzano contraendo e poi dilatando i propri corpi, come
un muscolo che pompa lentamente, ma contro le correnti oceaniche
il loro potere di movimento è infinitamente piccolo, per cui non hanno
nessun controllo su dove andranno a finire. Queste campane
dell’oceano sono cieche e mute, ma non insensibili perché, anche se
sono prive di cervello, una serie di filamenti nervosi percorrono tutto
il loro organismo e, pur non avvertendo probabilmente la fame o il
desiderio partendo dalla nostra comprensione di questi concetti, si
nutrono e si riproducono. Se vogliamo riflettere sul significato
dell’esistenza, dobbiamo guardare alla medusa o al fungo, che
rappresentano entrambi i primi organismi pluricellulari presenti sulla
terra. Perché vivono? In cosa consiste la loro vita? E forse la
questione più importante: quanto vale? Durante la mia infanzia
prendevamo le meduse quadrifoglio e ce le buttavamo addosso,
come palle di neve, stavano perfettamente nel palmo della mano, e
nel momento in cui si spiaccicavano sulla schiena o su una coscia
producevano un suono orribile. Quando facevamo il bagno,
controllavamo sempre se ci fossero quelle criniera di leone e quelle
blu, tutti eravamo stati pizzicati dai loro tentacoli lunghi e invisibili e
tutti avevamo patito quel bruciore doloroso, tanto più forte di quello
prodotto dalle ortiche, forse perché spesso coinvolgeva parti del
corpo più estese se uno ci rimaneva avviluppato. Mentre si libravano
nell’acqua, queste meduse parevano tanti piccoli soli, con i loro corpi
arancioni e circolari da cui si irradiavano i raggi. La loro singolarità,
in quell’essere così diverse da tutto quanto conoscevamo, non ci
aveva mai colpito. Erano una parte del mondo, alla stessa stregua
del muschio o delle alghe, dell’erba o del fuoco. Soltanto quando
all’età di undici anni stavo camminando con mio padre sugli scogli
lisci che delimitavano l’isola dove abitavamo, mi ero reso conto di
quanto ci fosse di fantastico in esse. Avevamo raggiunto la fine della
scogliera e nel mare sotto di noi, a circa sette metri, ce n’erano a
centinaia, galleggiavano come relitti tra le onde che si infrangevano
in quel punto sperduto dell’universo.
Guerra

Porto spesso i bambini a scuola a Ystad e durante il tragitto in auto


passiamo davanti a un poligono di tiro che si estende per parecchi
chilometri. Si trova sul mare e include spiagge, campi e la fascia di
colline verdi che prosegue fino al limitare della scogliera, da cui è
possibile vedere per decine di chilometri in tutte le direzioni.
Stamattina hanno issato la bandiera, questo significa che si terranno
le esercitazioni militari. Anche se abitiamo a cinque chilometri di
distanza, ogni tanto sentiamo il rimbombo delle esplosioni, un
rumore strano, onirico, quasi ipnotico. La Russia sta procedendo al
riarmo, l’attività lungo i confini è in aumento, il che ha riaperto il
dibattito sulla riduzione dell’apparato militare svedese portato avanti
negli ultimi decenni. Tuttavia, in questo bel paesaggio, il pensiero
della guerra rimane remoto, tanto irreale quanto il tuonare sordo dei
cannoni che sento quando il pomeriggio rastrello le foglie in giardino.
Che cosa implichi la guerra non lo so, ma a volte immagino di
riuscire a coglierne alcuni aspetti, come quando alcune settimane fa
ho letto un articolo sui decessi nel mondo dell’automobilismo che
diceva che nel decennio successivo alla Seconda guerra mondiale
non esisteva nessuna cultura della sicurezza perché la gente era
abituata al pensiero che le persone potessero morire, lo trovava
quasi accettabile. È una teoria ragionevole e probabile, eppure mi ha
scosso perché potevo relazionarla ai nostri giorni e individuare così
una delle conseguenze della guerra. Dal momento che costituisce
uno stato di emergenza, un ambito dell’umano devastato da atrocità
e supplizi che la maggior parte di noi osserva dall’esterno quasi allo
stesso modo con cui ci rapportiamo alle crudeltà della fiction, la
guerra tocca di noi soltanto la componente razionale, quella che
capisce e condanna, eventualmente quella che capisce e accetta. La
natura della guerra risiede comunque proprio nello smembrare il
razionale, infrangere ogni regola, legge e accordo, distruggere tutti i
valori esistenti e in questo modo penetrare nel profondo delle nostre
convinzioni più intime, quelle che riguardano chi siamo. Non riesco a
pensare a un’unica guerra che non riguardi l’identità. E l’identità è
una dimensione così fondamentale, così strettamente collegata a
sentimenti, emozioni e pulsioni, così lontana dalla portata della
ragione che non la si può né ideare né far sparire con il pensiero, per
cui ciò che la guerra lacera, le sue conseguenze, rimane
sconosciuto a tutti tranne che a coloro che vi hanno preso parte.
In Svezia, dove abito, non si combattono guerre dal
diciassettesimo secolo, cioè dai tempi di Montaigne, Cervantes e
Shakespeare. Questo non significa però che la guerra sia un
retaggio del passato dal momento che è sempre presente nella
cultura, non c’è sera dove alla tivù non si veda un soldato, non
passa giorno senza che sui giornali si parli di guerra. Nel vicinato
abita un bambino di nove anni che gioca sempre alla guerra. Per lui
qualsiasi situazione si trasforma in una di carattere bellico. A casa
possiede un vero arsenale di armi giocattolo. Spade e scudi, frecce
e archi, balestre, pistole, revolver, fucili, fucili automatici, grandi
pseudo-armi futuriste di plastica. Insieme a suo padre vede film della
Seconda guerra mondiale, lunghe sequenze in bianco e nero
dall’Oceano Pacifico con gli aerei giapponesi che venivano abbattuti
dalle navi della marina americana oppure vi si schiantavano sopra,
sottomarini che siluravano le imbarcazioni, sequenze dell’Europa
continentale con i soldati che strisciavano nella neve o nel fango e il
balenare continuo e repentino dei razzi Katiuscia di Stalin. Una volta
che ho bussato a casa loro, ho trovato il bambino sdraiato per terra
con in testa un elmetto, un fucile in mano ed entrambi i genitori che
lo stavano bendando con la carta igienica, perché stava giocando a
fare il soldato ferito.
Ovviamente non conosco il motivo per cui deve sempre andare in
guerra, piccolo come è. Ma può anche essere che questo genere di
giochi sia l’unico modo che conosce per scaricare l’aggressività
impedendo che rimanga rinchiusa dentro di lui, cosicché trovi sfogo
non in maniera libera, indomabile e portatrice d’ansia, ma secondo
canali e corridoi precisi che fanno parte del suo mondo. Perché
questo è l’altro aspetto della guerra: semplifica la vita, pone obiettivi
concreti e assegna a tutti compiti precisi che vanno risolti seguendo
metodi ben definiti. La guerra non libera soltanto le forze irrazionali
latenti presenti nell’essere umano, ma anche quelle razionali. La
guerra è al contempo la forma semplice della punta di una freccia e
la vita complicata che annichilisce. Il semplice e duro aiuta il
bambino a fare ordine nel morbido e complesso e i rimbombi, che
sentirà quando oggi torna da scuola, lo riempiranno di gioia perché
in essi esiste la promessa di qualcosa di ancora più semplice e duro,
verso cui tutti noi abbiamo provato una certa attrazione.
Le labbra pubiche

Labbra è il nome dato alle pieghe oblunghe che, partendo da


ciascun lato, si incontrano sopra l’orifizio uretrale e l’apertura
vaginale delle donne e coprono questi varchi come una specie di
tenda fatta di tessuto cutaneo. Esistono due paia di labbra, quelle
esterne e quelle interne. Nelle neonate l’epidermide è liscia e
uniforme, mentre la spaccatura leggermente arrotondata che si crea
tra le due parti più paffute e simili a cuscini possiede una forma e
dimensioni che ricordano la fessura per infilare le monete o una
bocca in miniatura. Quando è distesa sul fasciatoio, una neonata vi
può infilare a volte la mano scoprendo le zone più interne di colore
rossastro e luccicanti di umori. Un padre può pulire questa parte del
corpo femminile soltanto durante i primi anni, o almeno io l’ho
vissuta così: non appena le mie figlie erano abbastanza grandi, ho
sempre dato loro una lavetta insaponata, chiedendo di lavarsi da
sole mentre erano sedute nella vasca da bagno. È stato così perché
negli ultimi decenni lo sguardo maschile è stato sottoposto a dubbi e
critiche e la colpa vaga, ma costante che evoca, è penetrata
profondamente nel rapporto tra padre e figlia che, quando si è
arrivati alla nudità, è stato improntato da cautele esagerate. Sì,
anche in questo testo si è infiltrato il senso di colpa, perché non è
intollerabile e profondamente misogino il paragone con la fessura in
cui inserire le monete che rende tutto un oggetto? Ma un corpo
rimane sempre e comunque corpo, anatomia, biologia, che va
decodificato come tale la prima volta che appare al mondo, durante
le ecografie, dove vengono contate le dita dei piedi e delle mani,
misurati la lunghezza delle ossa e il diametro del cranio, controllata
la funzione cardiaca e determinato il sesso del nascituro. Che nel
corso della vita alcuni organi del corpo siano tenuti nascosti e non
possano essere neppure nominati o descritti senza destare
vergogna, è forse l’elemento umano più caratteristico. La vergogna è
come un lucchetto, rinchiude ciò che va chiuso dentro ed è uno dei
meccanismi più importanti della vita sociale. La vergogna regola le
differenze, crea segreti, scatena tensioni. La forza opposta, nonché
antitesi della vergogna, è il desiderio, che con tutta la sua essenza
cerca di cancellare le differenze, liberarsi dei segreti, risolvere le
tensioni. La battaglia principale tra vergogna e desiderio risiede nella
sessualità. Uno degli aspetti più interessanti di queste due
dimensioni è che sono affini alla finzione, nel senso che entrambe
operano con realtà alternative. La vergogna si relaziona alla realtà
così come dovrebbe essere, non come essa è. Dal canto suo il
desiderio trascende la realtà materiale trasformandola in immagini
proprie che, fino a quando il desiderio persiste, paiono
immensamente godibili, ma la realtà riprende le sue forme più neutre
non appena svanisce il desiderio. Per me questi tre livelli di realtà si
concentrano negli organi genitali esterni femminili, con le loro doppie
labbra che un tempo venivano chiamate pudende, ossia vergogne.
Avverto spesso il desiderio selvaggio di infilare la lingua in queste
pieghe che odorano leggermente di urina e sono rugose come la
pelle d’elefante, ma infinitamente più morbide. Quando le secrezioni
le lubrificano, tanto da farle sembrare quasi liquefatte, la mia brama
si espande a tal punto che vorrei premerci sopra il viso, far scivolare
il naso tra queste labbra della vergogna, succhiarle, suggerle e
leccarle. Mentre scrivo queste cose, questo comportamento mi
risulta del tutto alieno, e indesiderato, perché l’urina, le feci e i canali
che le trasportano di solito sono un qualcosa che preferisco tenere
lontano dai miei pensieri e dal mio volto. E sono felice di non
essermi mai visto dall’esterno in questa situazione perché in tal caso
a cosa assomiglierei, se non a un animale che sta mangiando e
bevendo rumorosamente? Ma non appena l’amplesso è stato
consumato e, sdraiati supini sul letto, fissiamo il soffitto o ci
guardiamo, è come essere ritornati da un viaggio. Ci copriamo e ci
relazioniamo ancora una volta con i nostri visi, con la rassicurante
familiarità degli occhi, lo specchio dell’anima, la luce della propria
personalità, ed è di nuovo possibile considerare l’unione tra uomo e
donna come qualcosa di sacro e di sublime.
Letti

Con le sue quattro gambe e la sua superficie morbida e piatta, il


letto soddisfa con gentilezza uno dei nostri bisogni fondamentali: è
bello coricarsi e dormire bene per tutta la notte. Il letto si trova in
camera, che spesso rappresenta la stanza più interna della casa o
dell’appartamento e, nelle abitazioni su due piani, si trova il più delle
volte a quello superiore. È così perché non siamo mai tanto
vulnerabili come quando dormiamo, la notte siamo distesi inermi sul
letto, senza sapere che cosa succede intorno a noi, e sottrarsi alla
vista, nascondersi agli animali e agli altri esseri umani è un istinto
profondamente radicato in noi. Il letto è anche un luogo dove ci
ritiriamo per godere di un po’ di pace dal momento che per la
maggior parte delle persone il sonno richiede calma e solitudine
affinché subentri. Inoltre il letto è una specie di nascondiglio, ma, in
quanto tutti ne hanno uno, non è connesso al segreto, bensì
piuttosto a una sorta di discrezione. Di solito non pensiamo a quanto
siano fondamentali il letto, la camera da letto e il sonno perché
questi elementi sono impregnati di un’abitudine che dura da una vita
e per l’appunto sono sempre connessi alla riservatezza. Ma se fosse
possibile vedere tutti coloro che in una grande città, per esempio a
Londra, New York o Tokyo, si sono ritirati la notte nel proprio letto, se
immaginassimo che le case fossero fatte di vetro e che tutte le
camere fossero illuminate, la vista sarebbe sconvolgente. Ovunque
ci sarebbero persone che giacciono immobili nei propri bozzoli,
camera dopo camera per chilometri e chilometri, e non soltanto a
livello della strada, lungo le vie e agli incroci, ma persino in aria,
separate da superfici piane, alcune poste a venti metri da terra, altre
a cinquanta, altre ancora a cento. Saremmo in grado di vedere
milioni di persone ferme che si sono allontanate dagli altri per
rimanere in uno stato quasi comatoso per tutta la notte. Sarebbe
risultato visibile il collegamento vertiginoso che il sonno ha con i
tempi primordiali, non solo nei confronti della prima vita umana che
si è evoluta sulle pianure africane trecentomila anni fa, ma con la
vita in tutte le sue primissime forme, quando dalle acque si è diffusa
sulla terra quattrocento milioni di anni or sono. Allora i letti non
sarebbero più soltanto un mobile presente in camera e acquistato in
un negozio d’arredamento, ma una barca che ogni essere umano
possiede e su cui saliamo tutte le sere per farci trasportare
attraverso la notte.
Dita

Mentre scrivo, Linda e Christina stanno bevendo un caffè


all’aperto. Sono sedute al tavolino, che è attaccato alla parete della
casa sul lato opposto del prato, a una dozzina di metri di distanza. È
una mattina piuttosto fredda, indossano i giacconi pesanti, le uniche
parti scoperte sono i volti e le mani. Per un attimo si guardano e si
sorridono con familiarità, in quello dopo i loro occhi si separano e le
mani prendono la rispettiva tazza, che portano alla bocca e da cui
bevono un sorso di caffè prima di appoggiarla di nuovo sul tavolino
in ferro battuto. Christina sbadiglia, Linda si porta la mano sul lato
della faccia come per proteggersi dal riverbero del sole basso e
freddo mentre dice qualcosa. Non so cosa, ma vedo le sue labbra
muoversi e poi Christina annuire. Tiene le mani appoggiate sulle
ginocchia, le dita sono divaricate, la stoffa blu dei pantaloni è visibile
tra le nocche. Sto con Linda da undici anni e conosco Christina dallo
stesso arco di tempo. Quando le osservo, è come se lo sguardo
partisse sempre da ciò che sono per me, una dimensione completa,
un’entità indiscutibile (ma non immutabile), prima di passare ai
dettagli, come per esempio il viso e gli occhi, le mani, le dita. Che le
dita sono di Linda o di Christina è un aspetto sempre presente nella
mia mente, sono dimensioni che ricordano una sineddoche, una
parte che in quel momento rappresenta il tutto. Se non fosse così,
vedremmo ogni essere umano come una cacofonia di parti del
corpo, organi e movimenti che producono un flusso infinito di umori,
frasi ed espressioni diversi e ci troveremmo in uno stato di
confusione permanente. Concepiamo noi stessi in maniera simile,
quando si tratta di definire chi siamo postuliamo un’entità analoga,
ciononostante esiste una profonda differenza dal momento che
l’entità in cui noi incapsuliamo gli altri non è una dimensione
esteriore, ma interiore. In altre parole, gli altri esistono dentro di noi,
gomito a gomito con quanto siamo per noi stessi, e poiché elementi
quali divisori o pareti sono sconosciuti al mondo dei pensieri e delle
emozioni, non è irragionevole immaginare che tutte queste diverse
entità – che non riguardano soltanto gli esseri umani, ma alberi,
tavoli, biciclette, case, pianure, laghi, gatti, tazze, telefoni e torce,
giusto per prendere gli esempi che mi sono venuti in mente per primi
– siano anche componenti della nostra personalità, siano anche
elementi di chi siamo che si relazionano all’identità così come le dita
di Christina si relazionano per me alla sua persona.
Con le mie dita è diverso. Quando le guardo, non riesco a
collegarle in nessun modo a chi sono. Quando le richiudo sul palmo
della mano e le giro verso l’alto, vedo quattro fratelli che si
assomigliano l’un l’altro e rimangono stretti e uniti nei confronti del
padre, che si trova sempre a una certa distanza da loro, più
massiccio, più forte. I loro volti, che sono le unghie, sono lisci come i
vetri delle finestre e per questo danno adito alla promessa che si
possa vedere attraverso di loro, ma così non è, il loro colore grigio-
bianco è impenetrabile: sembrano dei ciechi.
Se giro la mano e distendo le dita, assomigliano a vermi o
serpentelli, le cui teste sono le unghie, intenti ad avviarsi ognuno
nella propria direzione.
Quando i bambini erano piccoli, spesso muovevo due dita in modo
che camminassero verso di loro, le fermavo, sollevavo la falange
come se fosse un piede e la piegavo a mo’ di saluto mentre dicevo
Ciao, ciao con una vocina acuta. Avevo soprannominato quella
creatura Uomodito. Per loro era una magia, la connessione tra me e
le dita cessava di esistere nel momento in cui cominciavano a
muoversi e per loro diventavano un’identità a sé stante, una creatura
indipendente che camminava sul tavolo e si fermava a salutarli. Gli
piaceva, sorridevano e, quando Uomodito correva verso di loro,
superava con un balzo la fenditura tra il tavolo e la sedia, atterrava
sulla loro pancia e correva su per il collo per fargli il solletico,
ridevano dalla gioia.
Adesso se una rara volta lo ripropongo, una delle mie figlie
comincia a inquietarsi. È quasi un’adolescente ed è tosta e
vulnerabile come possono essere i giovani a quell’età. Se vede
Uomodito levarsi sul tavolo e dirigersi verso di lei, esclama No, papà.
Non farlo. Se continuo, si alza e dice Non voglio. Ride perché sa che
è qualcosa di stupido e infantile, ma è anche genuinamente turbata,
glielo vedo negli occhi e glielo sento nella voce. È così, penso,
perché la domanda su chi è lei ha cominciato a occuparle la mente
e, con essa, chi siamo noi, i suoi genitori e la sua famiglia. Uomodito
mi trasforma in parti del corpo e le parti del corpo diventano creature
autonome e, dal momento che una delle tante possibili verità sulla
realtà è che essa è essenzialmente priva di connessioni e
distaccata, come un occhio cieco, il gioco schiude un abisso. Gli altri
sono troppo piccoli per sentirsi minacciati, io troppo vecchio. Questa
voragine al centro del mondo risulta aperta solo per chi si trova in
una fase intermedia tra l’essere un bambino e l’essere un adulto.
Foglie

Sono cominciate a cadere le foglie del castagno, sul sentiero


lastricato che scorre sul terreno ed è visibile soltanto qua e là. Anche
il salice ha perso le sue e ha bisogno di essere potato, cresce in
maniera mostruosamente veloce. Pure la chioma del melo risulta
sfoltita, ma tra il fogliame pendono le mele, in mezzo a tutti quei rami
spogli assomigliano a piccole lanterne rosse. Oggi ne ho mangiata
una, sono grandi, più rosse che verdi, e succose, forse un pochino
asprigne, probabilmente sarebbero dovute rimanere sulla pianta
un’altra settimana. Ho camminato sull’erba, alta, morbida e verde,
con quel gusto acidulo in bocca mentre pensavo ai sapori, ai sapori
dei differenti tipi di mele, all’età di questi sapori. Quando sono stati
incrociati tra di loro? Nell’Ottocento? Nel Novecento? Alcuni sapori
esistenti oggi sono identici a quelli di duemila anni fa. Quella
fragranza un po’ strana, quel pizzico di insolito in cui ci si imbatte
quando si mangia una mela coltivata da un privato, mi rende felice.
In quei casi penso spesso alla mia nonna paterna, alle mele del loro
giardino che ci regalavano in autunno, a volte una cassa intera, che
rimaneva in cantina per settimane. Sì, l’odore della loro cantina, di
mele e susine. La nonna era interessata a tutto quello che aveva a
che fare con le piante e il giardino. Suo figlio, mio padre, condivideva
questa sua passione. Eppure, quando penso a loro in questo modo,
non provo nessun tipo di continuità, li percepisco come estranei. Ed
è una bella sensazione. È come se avessi cominciato qualcosa di
nuovo, qualcosa di completamente diverso ed è questa famiglia. Ci
penso tutti i giorni, che è adesso, in questi anni, che succede tutto
quello che c’è di importante. La mia vita precedente pare sempre più
lontana. La mia attenzione non è più concentrata sulla mia infanzia.
Né sul periodo degli studi, i miei vent’anni. Tutto è molto, molto
distante. E riesco a immaginare come sarà quando ciò che sta
accadendo ora sarà finito, quando i miei figli saranno andati a vivere
per conto loro, il pensiero che era allora che sono avvenute le cose
più importanti, che era quello il momento in cui ho davvero vissuto.
Perché non ho apprezzato tutto questo mentre ce l’avevo? Perché,
penso a volte, altrimenti non l’avrei avuto. Soltanto ciò che ti sfugge
fra le dita, soltanto ciò che non trova parole, non ha pensieri, esiste
in maniera totale e piena. È il prezzo della vicinanza: non la vedi.
Non sai che c’è. La noti solo quando scompare.
Le foglie giallo-rosse che giacciono fradice e scivolose sulle pietre
tra le case. Le pietre del selciato che scuriscono quando piove e si
illuminano quando tornano asciutte.
Bottiglie

Anche se la forma base della bottiglia è sempre la stessa, un


corpo liscio, cilindrico che si restringe in un collo, la sua fisionomia è
sorprendentemente poliedrica. Tra la bottiglia tozza, dal collo corto, e
quella slanciata, dal collo lungo, esiste un’infinità di varianti. Le
bottiglie sono fatte per conservare i liquidi, nella maggior parte dei
casi quelli che beviamo – quelli che non beviamo, come il profumo,
la benzina, la vernice, vengono immagazzinati in flaconi, taniche e
latte – e come nel caso della maggior parte delle forme, quella delle
bottiglie scompare quasi a vantaggio del contenuto, che è ciò che
vediamo, a cui pensiamo e che associamo a essa: vino, birra,
superalcolici, bibite. Il fatto che la bottiglia in sé sia quasi del tutto
invisibile, che i pensieri che seguono lo sguardo non si soffermino
quasi mai su di essa, è sorprendente, dal momento che è sempre la
bottiglia che decide ciò che pensiamo in merito al contenuto. Sono
poche le cose a essere più indifferenziate dei liquidi e nessuno è in
grado di vedere la diversità esistente tra le birre quando si trovano
nelle apposite vasche o nei fusti: è soltanto quando viene
imbottigliata che la birra acquista la propria identità e diventa quella
a cui pensiamo quando la vediamo, e al contempo ciò che
costituisce l’identità, la bottiglia, la sua forma e colore distintivi,
sparisce. In letteratura questo fenomeno viene considerato un
ideale, la forma plasma il testo, ma in sé non deve essere
appariscente, sono i sentimenti, le emozioni e i pensieri che evoca a
essere l’elemento peculiare, mentre lo stesso testo, per chi lo coglie,
dovrebbe essere freddo e chiaro come il vetro. Un’altra caratteristica
tipica delle bottiglie è che sono prodotte in serie. Vengono stoccate e
distribuite in pallet che dai grandi impianti di produzione attraverso i
vari punti di vendita arrivano ai diversi nuclei familiari, dove sono
così comuni che è difficile immaginare una casa che ne è priva. Da
piccolo pensavo alle bottiglie come a fratelli e, se ce n’era una sola
sul tavolo, per esempio quella grande e marrone da un litro del
birrificio Arendal Bryggeri, con la sua caratteristica etichetta gialla
raffigurante l’immagine di una nave a vele spiegate, mi faceva pena,
mentre al contrario ero felice le volte in cui era in compagnia di due o
tre dei suoi gioviali fratelli, o stava nella cassa in cantina insieme a
tutta la banda, come se stesse dormendo. Ma, anche se le bottiglie
erano identiche, avevano significati diversi. A casa, sul tavolino del
soggiorno, erano sinonimo di gioia, ché papà si concedeva un
piccolo extra, mentre all’esterno, tra le mani dei giovani, diventavano
l’incarnazione del proibito e del vizio, o nelle mani degli adulti, affetti
da alcolismo, erano qualcosa di terribile, senza che io sapessi
esattamente perché, a eccezione del fatto che la cosa implicava una
orribile perdita di dignità. Nel vicinato dove sono cresciuto abitava un
unico ubriacone, viveva in una delle case che esistevano già prima
che la zona fosse trasformata in un’area residenziale, e non
sapevamo nulla di lui a parte quello. Una volta che stava spingendo
la bicicletta su per la collina, con due sacchetti bianchi appesi al
manubrio, sono corso verso di lui, incitato dai miei amici. Con un
guizzo ho sollevato di lato i manici di plastica e ho sbirciato nel
sacchetto. È pieno di birra! ho urlato prima di allontanarmi di corsa il
più in fretta possibile. Nel sacchetto ha la birra! hanno gridato gli altri
e poi Egge è un ubriacone, mentre l’uomo si sedeva pesantemente
sulla bicicletta e proseguiva ondeggiando con il manubrio per via
delle borse. Avverto ancora la stessa sensazione che ho provato in
quel momento mentre urlavo agli altri dal momento che nelle buste
non c’era birra, ma pane e latte: la sicurezza insita nel pensiero che
la verità non contava nulla, che potevo mentire su di lui perché tanto
non era altro che un alcolizzato.
Campi di stoppie

Perché non siamo in trepidazione quando giriamo l’angolo di un


edificio cittadino? In effetti, dall’altra parte potrebbe attenderci di
tutto. È Witold Gombrowicz a esprimere questo stupore nel suo
diario. L’incerto e l’insicuro, ciò di cui non sappiamo nulla,
appartengono non soltanto alla metafisica, non riguardano
unicamente le grandi questioni sull’esistenza di Dio o su cosa ci
aspetta dopo la morte, ma investono anche quanto c’è di più
quotidiano. Gombrowicz non aveva figli e, se ne avesse avuti, non è
implicito che questo avrebbe influenzato la sua visione del mondo o
come esso venga dato per scontato, ma, per quanto mi riguarda, ho
vissuto due esperienze diverse nel leggere il suo diario quando non
avevo figli e nel farlo in veste di padre dal momento che l’aspetto più
importante dell’educarli, o del vivere con loro, è proprio fare in modo
che abbiamo la sensazione che il mondo sia prevedibile, afferrabile
e in qualsiasi momento riconoscibile. Per un bambino la cosa
peggiore è quando non sa cosa sta per accadere, sì, quando ha la
sensazione che possa capitare qualsiasi cosa. Ecco perché si mette
a piangere quando un Babbo Natale mascherato compare di punto
in bianco in famiglia la sera della vigilia. La paura verso l’ignoto o
l’imprevedibile fa parte della nostra essenza, sicuramente perché un
tempo ci potevano essere fattori che rappresentavano un pericolo, e
a essa si contrappone uno sforzo altrettanto peculiare finalizzato a
neutralizzare questo ignoto. Il neonato si tranquillizza grazie alla
ripetizione, per un dodicenne è fondamentale che qualcosa rimanga
sempre lo stesso quando il mondo esterno si apre in maniera
incontrollata. E così, quando il quarantaseienne gira l’angolo di un
edificio, la convinzione che tutto sarà come previsto è così
profondamente radicata in lui da diventare la natura stessa della
realtà, e non soltanto l’idea di essa.
Quando il poeta norvegese Olav H. Hauge scrisse che è possibile
vivere anche nella quotidianità, doveva essere questo che intendeva
dire. Ma lo faceva con rassegnazione perché, anche se per lui il
fantastico era associato alla pazzia e aveva come conseguenza la
camicia di forza, l’assunzione coatta di farmaci e le routine sempre
uguali delle istituzioni psichiatriche, a volte sotto forma di ricoveri che
duravano anni, il valore del fantastico era grande perché non solo
infondeva una sensazione, ma anche una certezza, che esistesse
un altro livello di realtà che comportava un’intensità di vita del tutto
diversa.
Per me questo, che equivarrebbe a una delle forme che può
assumere l’estasi, rimane pura teoria. Quando leggo le prime poesie
di Hauge, penso che incarnino una forma imbrigliata di estasi, un
modo di ricondurla a un piano terreno, mentre le ultime liriche, che
nel suo diario definisce con disprezzo un forgiare a freddo, non
hanno nessun contatto con questa dimensione. Sì, mentre nelle sue
prime poesie Hauge cercava di attenuare l’impatto dell’estasi, che
proveniva dall’alto, nelle ultime si sforzava invece di invocarla dal
basso con i mezzi che aveva a disposizione, uccelli e mele, neve e
asce. Senza riuscirci: oggetti e animali rimanevano ancorati al
tangibile, benché non in modo del tutto identico a prima perché,
dopo essere stati toccati dallo sguardo e dalle parole di Hauge,
splendevano debolmente.
Arrivo a pensare fino a questo punto, ma non oltre, quando porto i
bambini a scuola e vado a riprenderli e, mentre guido, guardo il
campo di stoppie marrone pallido tra quelli lungo la strada perché in
casi eccezionali anch’esso brilla fievole quando il sole basso
d’autunno lo accende con la sua luce gialla come il fuoco. Ma di
solito avviene il contrario, è come se fossero le stoppie ad assorbire
la luce, come in autunno fa tutto il paesaggio quando giace cereo e
intriso d’acqua sotto il cielo incolore, fiaccamente illuminato. Persino
quando il paesaggio si contrae, come avviene quando gli eventi
numerosi e diversi che lo coinvolgono puntano tutti nella stessa
direzione – il vento soffia, la pioggia fende l’aria, l’auto affronta la
salita, a sinistra il campo di stoppie, a destra la terra, il cielo grigio
azzurro, la luce esigua, la vista del mare coperta dalla nebbia che
pare ricrescere selvaggia, il conducente si china in avanti per vedere
meglio attraverso il parabrezza tremolante di pioggia e all’improvviso
un falco gli sfreccia davanti con le grandi ali spiegate –, il paesaggio
non è altro che se stesso e la percezione che il conducente può
avere, pochi secondi di vertiginosa intensità di vita, non è dovuta al
fatto che qualcosa si apra, ma al contrario, che si condensi. Il dolore
che ne consegue, che dunque non esiste niente altro, è ciò che
Gombrowicz, che aborriva il concetto di sublime, dissolve nelle sue
riflessioni sul piccolo.
Tassi

Si sarebbe indotti a credere che il tasso, con il suo caratteristico


muso che, bianco e nero, non conosce eguali nella fauna nordica e il
suo corpo largo, in un certo senso piatto, fosse considerato
abbastanza singolare da far nascere dei racconti sul suo conto.
Invece non è così. Mentre l’orso, la volpe e il lupo occupano una
posizione prominente nella mitologia popolare, il tasso viene
nominato appena. A questo animale non sono assegnate
caratteristiche umane come avviene per gli altri, non è né
bonaccione né astuto né credulone né malvagio, ma ha un che di
vago e sfuggente. Com’è in realtà il tasso? Dal punto di vista
dell’aspetto ha qualcosa della martora, ma anche dell’orso perché in
inverno va in letargo. Vive in branchi composti da dieci o quindici
esemplari, soprattutto nei boschi più fitti, spesso nelle vicinanze di
campi aperti dove la notte si procura il cibo. Il tasso è strettamente
legato alla terra: scava sistemi di cunicoli sotterranei che a volte
sono utilizzati per centinaia d’anni. È lì che dorme di giorno e per
tutto l’inverno. Sempre nel terriccio trova molto del suo nutrimento,
infatti mangia in particolare lombrichi. Il fatto che il tasso non sia
stato inglobato nella cultura ci permette di vedere che cosa fa questa
stessa cultura con gli altri animali su cui abbiamo una specie di
presa, ci risultano familiari e animano le storie che raccontiamo ai
nostri figli. Il tasso viene percepito come un qualcosa al di fuori di
questa sfera, è come se fosse considerato una specie protetta e,
quando si trova sul limitare del bosco e ci guarda, senza che ne
siamo consapevoli, lo fa con lo stesso sguardo di tutti gli altri animali
selvaggi, accorto, vigile, riflessivo, ma in un modo che non capiamo
fino in fondo a pieno titolo. Il suo mondo è ciò che appartiene al
basso. È il sottobosco, che il tasso sembra spazzare via al suo
passaggio quando avanza con il corpo ampio, ed è la terra, in cui
infila le zampe e il muso e attraverso cui sguscia nelle gallerie per
dormirci d’inverno per parecchi mesi. Deve essere un animale carico
degli odori cupi della terra. Personalmente ho visto i tassi
pochissime volte, tutti nello stesso posto, davanti alla casa dove
vivevo da adolescente al limitare del bosco, con la vista che
spaziava su un campo e un fiume, un habitat perfetto per loro. I
boschi erano formati da una vegetazione mista, fitta e difficile da
penetrare e al suo interno, forse a venti metri di distanza dalla casa,
c’era un ruscello che scorreva giù verso il fiume. Partendo dalla
strada, avevo l’abitudine di camminare in salita lungo il ruscello, era
una scorciatoia. Una sera in cui stavo rincasando, era estate e il
cielo era luminoso, sulla strada era apparso trotterellando un tasso.
Avevo sentito dire che il loro morso era in grado di penetrare anche
attraverso le ossa ed ero balzato su un masso con il cuore che
batteva. Si era fermato e mi fissava, evidentemente stava valutando
la situazione, se mi poteva superare. Non poteva, così si era girato e
aveva ripreso a muoversi nella direzione opposta prima di
scomparire lungo il ruscello. Quell’estate lavoravo in una radio locale
e prendevo il pullman per andare e tornare dalla città, per cui
parecchie volte alla settimana mi presentavo allo stesso punto e alla
stessa ora. A quanto pareva, anche il tasso era un abitudinario
perché avevo avuto modo di incontrarlo spesso, ammesso che fosse
lo stesso esemplare. Ogni tanto, quando arrivava dal ruscello,
sentivo il suo fruscio e allora correvo sulla strada e lo seguivo per un
pezzo facendo in modo di non ostruirgli il passaggio. In quei casi non
mi guardava, ma si limitava a sbucare sulla strada e a proseguire
verso l’alto con la sua andatura dinoccolata. Eravamo noi due, era
quella la sensazione. Gli auguravo davvero ogni bene. Adesso,
quando prendo l’autostrada per Malmö e vedo uno di questi
bellissimi tassi dal muso bianco e nero giacere immobili e
sanguinolenti sulla carreggiata, mi sento riempire da una rabbia
sorda e impotente perché ciò che lo ha ucciso è una struttura che io
stesso contribuisco a mantenere e che per me funziona così bene
da non essere disposto a rinunciarci. E anche se lo avessi fatto, se
avessi smesso di guidare, non sarebbe cambiato nulla, né la
temperatura globale in aumento né gli animali morti sulle strade. È
un peccato originale, appartiene a tutti e può essere estinto soltanto
da tutti quanti insieme.
Neonati

Stringere a sé un bebè è una delle grandi gioie della vita, forse la


più grande. Mi riferisco a quando il bambino è appena nato ed è così
piccolo che il palmo delle mani dell’adulto copre quasi totalmente il
suo corpicino, quando il suo sguardo sembra vagare e si fissa solo
in casi molto rari su un elemento dell’ambiente circostante, quando
percepiamo che la sua presenza nel mondo si basa quasi
esclusivamente sui sensi: il calore e la morbidezza corporei in cui il
neonato si annida, il latte tiepido che gli riempie il pancino, il sonno
che lo sopraffà in maniera tanto soave a intervalli di sole poche ore.
Per il neonato ogni cosa verte sulla possibilità di armonizzare le
differenze esistenti tra se stesso e ciò che lo circonda, fare in modo
che tutto sia caldo, vicino, morbido. Un improvviso calo della
temperatura apre una voragine tra il neonato e la realtà, lo stesso
vale per un suono brusco o un movimento improvviso, e il piccolo si
mette a piangere.
Soddisfare queste semplici esigenze è un piacere perché sono per
l’appunto semplici, perché implicano un’interazione, un ritmo, un
canto, e perché la vicinanza richiesta colma un desiderio che è quasi
una voglia: proteggere, dare, prendersi cura. Per me, in quanto
uomo, stringere un bambino è l’unica forma di intimità di carattere
fisico che conosco che non sia di natura sessuale. Non so come è
per le donne, ma che sia diverso non è un’affermazione azzardata.
Forse è questo il motivo per cui un uomo deve essere molto uomo
per non diventare una donna quando vive questa intimità simbiotica
nel momento in cui tiene il neonato stretto a sé.
Quando il bambino è cresciuto e ha quasi un anno, tutto cambia
tranne la gioia di stringerlo tra le braccia. Avviene più raramente
perché ciò che si richiede adesso è l’esatto contrario, il bambino
deve – e vuole – esporsi alla voragine che lo separa dal mondo.
Gattona sul pavimento, ha delle stazioni precise che esplora: un
cavo qui, un ripiano per le scarpe là, un aspirapolvere, e durante i
pasti cerca il contatto visivo con gli altri membri della famiglia, ride
quando gli altri ridono, muove la manina quando gli altri lo fanno. Gli
occhi sono svegli, a volte addirittura scaltri, spesso felici. Molte delle
parole che ronzano intorno al neonato sono da tempo memorizzate
e identificate, ma risultano per il momento ancora inutilizzabili, sono
come immagazzinate in un deposito. Lo stesso avviene con i
movimenti futuri. Tenersi alla gamba del tavolo e tirarsi su
lentamente, rimanere eretto e nel giro di poco tempo, con il petto
colmo di sorpresa, eccitazione, paura e gioia: i primi passi. Però,
quando ha esplorato da solo il mondo per un arco di tempo
abbastanza lungo, magari soltanto dieci minuti, magari addirittura
trenta, ecco che il bambino vuole ritornare alla vicinanza, al corpo
adulto che lo solleva e lo stringe a sé. Quando appoggia la testina
sul petto, in un gesto di fiducia totale, i sentimenti che si scatenano
in un adulto sono irresistibilmente buoni e positivi. Perché? Non
credo che ciò che ci colpisce dritto al cuore sia l’impotenza davanti a
cui ci troviamo indifesi, ma l’innocenza. Perché sappiamo quanto
dolore infligge il mondo, sappiamo quanto sarà complicata e difficile
l’esistenza e sappiamo che il bambino svilupperà serie intere di
meccanismi di difesa, strategie di elusione e metodi di
autopreservazione nella sua intricata interazione con gli ambienti
sociali circostanti, è tutto ciò che implica una vita vissuta a pieno
titolo, nel bene e nel male. Nulla di tutto questo è presente nel
neonato, la gioia che brilla nei suoi occhi è assolutamente pura e il
corpo adulto su cui china la testa è ancora il luogo più sicuro che
possiede.
Automobili

Per molto tempo ho pensato di non essere il tipo da guidare


un’auto, di non esserne capace, che la mia forza risiedeva nelle frasi
e nelle astrazioni, mentre tutto quello che coinvolgeva mani e piedi,
pedali e leve fosse al di fuori della mia portata. Uno dei miei incubi
ricorrenti di allora era trovarmi al volante su una strada senza avere
la patente: mi svegliavo con la stessa angoscia che provavo quando
sognavo di aver ucciso qualcuno o di essere stato infedele. Quando
l’ho presa avevo trentanove anni, e per tutto il primo ho avuto la
sensazione che guidare, soprattutto in autostrada, equivalesse a una
trasgressione. Avevo sempre paura quando la domenica pomeriggio
riconsegnavo le chiavi all’autonoleggio, paura non diversa dall’ansia
che mi assale quando ho bevuto il giorno prima. Ad attivarsi doveva
essere il riflesso della componente protestante, per cui ogni genere
di libertà ha un prezzo, che nel mio caso si manifestava con questi
attacchi di ansia. Per mia madre, da cui scaturisce quest’eredità
protestante, guidare una macchina non è associato alla colpa,
probabilmente perché è direttamente connesso alla sua etica del
lavoro: di fatto, tutti i giorni da quasi cinquant’anni va a lavorare e
torna in auto, con il sudore della sua fronte. Per mio padre la
componente protestante era connessa alla rettitudine di mia madre e
che lui guidasse sempre veloce, superasse sempre gli altri veicoli,
non avesse mai paura di correre rischi, lo interpreto ora come un
tentativo di affrancarsi da tutte le regole, da tutti gli obblighi e da tutte
le tutele e le protezioni che facevano parte del suo mondo. Dal punto
di vista politico era un liberale, a favore della libertà dell’individuo e
contro uno stato forte, mentre mia madre era fautrice di uno stato
forte ed era impegnata nella solidarietà verso i deboli. È necessario
che aggiunga che mia madre guida sempre in modo lento e
prudente? Personalmente mi sono comprato la prima automobile
quattro anni fa, una Volkswagen Multivan bianca, che guido tuttora.
È grande e pesante, il motore è piccolo e impiega un’eternità ad
accelerare. Eppure, mi piace molto, ha sette posti e parecchio
spazio e, dopo che il primo anno l’ho ammaccata e rigata tre volte,
ho anche imparato a parcheggiarla in spazi ristretti. La paura di
trasgredire è scomparsa, adesso guido con la coscienza pulita, forse
perché stare al volante non è più connesso al pensiero di libertà, ma
all’abitudine e alla sua utilità. Guido veloce, ma senza esagerare, e
non corro mai rischi. Quando sono al volante, ciò che amo di più è
parlare con i bambini perché, mentre attraversiamo questo
paesaggio aperto, tra di noi si crea uno spazio, è come se la
distanza tra quello che pensiamo e quello che diciamo svanisse
all’interno dell’abitacolo, come se potessero parlare con me di
qualsiasi cosa. Se al contempo gli enormi massicci nuvolosi
pendono immobili all’orizzonte nel cielo azzurro, o la pioggia si
abbatte sul parabrezza formando i suoi disegni irregolari che
nell’attimo successivo vengono spazzati via dai tergicristalli, avverto
a volte un’intensa felicità. Questa sensazione può diventare
particolarmente forte quando procediamo in questi pomeriggi
autunnali lungo le strade tra i boschi che costeggiano il mare, nei
tratti lunghi e dritti tra gli alberi, senza foglie e dai rami divaricati e
spogli, quando al crepuscolo le macchine arrivano verso di noi in
senso contrario con i loro fari luminosi, i loro finestrini bui e le
carrozzerie scintillanti sotto la cui superficie cova un fuoco arcaico.
Solitudine

È bello essere soli. È bello chiudersi la porta alle spalle e non stare
insieme agli altri per un po’. Non è sempre stato così. Da bambini
essere soli era un difetto o una carenza, spesso dolorosi. Se si era
soli, era perché nessuno voleva stare con quella persona o perché
non c’era nessuno con cui stare. L’assenza degli altri era
incondizionatamente negativa. Più persone era un bene, da soli non
lo era, questa era la regola. Eppure, non mi sono mai chiesto come
questo si applicasse a mio padre, che passava così tanto tempo in
solitudine. Era una creatura meravigliosa, ogni cosa in lui era come
doveva essere, non mi è mai venuto in mente che il suo stare per
conto suo potesse essere un difetto o una carenza, qualcosa di
doloroso. Non aveva amici, solo colleghi, e trascorreva la maggior
parte delle sere da solo nel soggiorno del seminterrato, dove
ascoltava la musica o si occupava della sua collezione di francobolli.
Evitava ogni forma di intimità sociale, non prendeva mai l’autobus,
non si tagliava mai i capelli dal barbiere, non era mai uno dei genitori
che avevano la macchina carica di bambini da portare alla partita di
calcio. Allora non ci avevo ancora fatto caso. Soltanto dopo la sua
morte, quando abbiamo trovato il suo diario, ho potuto vedere la sua
vita sotto questa luce. La solitudine lo interessava, ci aveva pensato
molto. “Sono sempre stato capace di riconoscere le persone sole,”
aveva scritto nel diario. “Non camminano come gli altri. È come se
dentro di sé non portassero nessuna gioia, nessuna scintilla, uomini
o donne che siano.” In un’altra parte ha scritto: “Sto cercando una
parola che sia l’opposto di solitudine. Mi piacerebbe trovarne una
che non sia amore, che è troppo compromessa e insufficiente.
Tenerezza, pace dell’anima e della mente, comunità?”. Comunità è
una buona parola. Rappresenta il contrario della solitudine. Non so
perché non l’abbia mai provata. È una delle sensazioni positive della
vita, forse la migliore. Ciononostante, faccio spesso come lui, mi
chiudo la porta alle spalle e sono solo. Non so perché mi comporto
così, è bello stare da soli, rimanere per qualche ora al di fuori di tutti i
legami complicati, tutti i conflitti piccoli e grandi, tutte le pretese e le
aspettative, tutte le volontà e i desideri che sorgono tra le persone e
che, già poco tempo dopo, diventano così strettamente intrecciati
che sia lo spazio d’azione sia quello di riflessione risultano
circoscritti. Se tutto quello che si agita tra le persone avesse un
suono, sarebbe paragonabile a un coro e al benché minimo
scintillare degli occhi si sarebbe levato un grande brusio di voci. Mio
padre doveva aver sentito anche questo, giusto? Magari in maniera
più forte di me? Perché si era messo a bere e il bere attutisce questo
coro e permette di stare con gli altri senza sentirlo. Sì, deve essere
così. Perché la frase con cui ha concluso questo passaggio del
diario, io non sarei mai stato in grado di scriverla. Ha scritto: “In
breve, ciò che ho appena cercato di dire in modo così goffo è che
sono sempre stato un uomo solo”. O invece, mi viene in mente
adesso con terrore, è forse il contrario? Forse questo coro non lo
sentiva davvero, non lo conosceva ed era per questo che non era
mai riuscito a legarsi, ma era rimasto sempre all’esterno a guardare
come gli altri fossero uniti da qualcosa che non considerava?
Esperienza

Ieri ho letto un libro contenente una frase che mi è rimasta


impressa perché era così giovane. La persona che parla in prima
persona esprime la sua inquietudine per il proprio recente ristagno
intellettuale. Ricordo che anch’io, quando avevo vent’anni, avvertivo
la stessa sensazione. Be’, a dire il vero era anche peggio perché, se
si ristagna, significa che almeno prima c’è stata una progressione.
Consideravo le mie lacune intellettuali, la stasi cognitiva che mi
caratterizzava, come qualcosa di fondamentalmente immutabile, una
componente del mio carattere. L’ansia che mi prendeva quando non
capivo quello che leggevo, per esempio La rivoluzione del linguaggio
poetico di Julia Kristeva o qualsiasi opera di Lacan. In un certo
senso avevo ragione, che era una pecca, che il sapere appartenente
a un certo livello di difficoltà non faceva per me, che ero troppo
stupido, perché da questo punto di vista non è cambiato nulla:
quando durante le serate di primavera leggo il libro di Safranski su
Heidegger non colgo le sue spiegazioni filosofiche, non capisco che
cosa significhino, benché mi sforzi al massimo. Ancora peggio è
quando leggo quello che ha scritto lo stesso Heidegger. Anche se
ritengo che Heidegger scriva su cosa significhi essere un essere
umano, e anch’io lo sono, per cui questi pensieri e intuizioni
riguardano anche me, la cosa non mi aiuta: non fa per me. Quando
avevo venticinque anni, era doloroso relazionarsi a questa certezza
e, se non la reprimevo direttamente, la distorcevo e mi ingannavo da
solo illudendomi che non fosse necessariamente così. Allora molti
aspetti della vita si concentravano sul desiderio di diventare
qualcuno, l’ambizione era grande e, dal momento che l’ambizione è
cieca, un’esistenza basata su di essa risulta limitata, per quanto
sono del tutto convinto che avere vent’anni significhi essere limitati.
A quell’età il vigore è grande e si guarda in avanti, si tiene lo sguardo
fisso su ciò che sarà a venire e di quello che esiste nell’ambiente
circostante la componente più importante è sempre ciò che
mantiene viva la sua carica di promesse. Allo stesso tempo, e
questa è la parte più crudele, questo sguardo proiettato in avanti si
imbatte continuamente nelle limitazioni esistenti nel carattere
individuale, si scontra continuamente con la sensazione di stasi – da
cui consegue la paura giovanile di ristagnare sul piano intellettuale.
Compiere quarant’anni significa rendersi conto che le limitazioni
dureranno per tutta la vita, ma sapere anche che per tutto il tempo,
che lo si voglia o meno, o che ne siamo consapevoli o no, si
aggiungono al nostro carattere strati nuovi, un tipo di sapere e di
conoscenze che non è proiettato verso il futuro, verso ciò che verrà
o si compirà un giorno, ma verso ciò che è qui e in questo momento,
in quello che fai tutti i giorni, in quello che pensi e capisci al riguardo.
È l’esperienza. Il vigore dei vent’anni non c’è più, la volontà è più
debole, ma la vita è più ricca. Non da un punto di vista qualitativo,
ma quantitativo. Quando la sera leggo la biografia su Heidegger di
Safranski, non ci capisco nulla della sua filosofia, ma capisco lui, nel
senso che ciò che costituisce la sua vita non è estraneo e difficile,
ma tangibile e significativo. E la mattina, quando tutti e tre i bambini
devono alzarsi, vestirsi, magari farsi la doccia, mangiare, tutti con
umori e stadi di sviluppo differenti, con problemi e gioie diversi, fare
in modo che tutto si svolga senza problemi, che tutto funzioni
richiede un sapere che non è scritto da nessuna parte, che non è
possibile acquisire né leggendo né studiando, ma che tutti i genitori
posseggono, forse senza dargli il dovuto valore proprio perché
rappresenta l’opposto dell’ambizione, non è orientato verso qualcosa
che sarà, un trionfo futuro, e per questo risulta quasi del tutto
invisibile. È così che funziona l’esperienza, si sedimenta intorno all’io
che, avendo a disposizione sempre più possibilità, diventa sempre
più difficile da inchiodare: la persona più saggia sa che l’io in sé non
è niente.
Pidocchi

Una dei miei figli è seduta davanti a me con la testa leggermente


china sopra il tavolo, proprio sotto il lampadario che pende dal
soffitto della sala da pranzo. Le sto pettinando i capelli con un
pettine particolare. I denti sono lunghi, di metallo, e sono così fitti
che qualsiasi residuo e impurità presente nei capelli viene eliminato.
Ogni volta che lo passo tra le ciocche, poi batto i denti su un foglio di
carta bianca sul tavolo. Ogni tanto vi cadono sopra dei puntini piccoli
e neri. Non siamo del tutto certi di cosa siano, ma supponiamo che si
tratti di uova di pidocchi. Se le macchioline sono grandi, le fissiamo
per un po’ per vedere se si muovono. Ahi! esclama mia figlia quando
il pettine rimane impigliato tra le ciocche e tiro con forza per farlo
scorrere. Scusa, dico. Ma dobbiamo farlo. Lo so, risponde. Però non
devi mica strapparmi via i capelli, ti pare? No, commento prima di
picchiettare il pettine sul tavolo e vedere sul foglio una creatura
piccola e argentata che sembra quasi frastornata. Si muove di
qualche passo lungo la superficie spietatamente bianca. Papà, un
pidocchio, dice mia figlia. Vedo, rispondo. E allora uccidilo,
aggiunge. Piazzo il dente più esterno sull’animaletto e lo schiaccio
sul foglio. Quando abbiamo finito di passare al setaccio tutti i capelli
e abbiamo trovato altri due pidocchi, andiamo in bagno. Mia figlia si
toglie il maglione, le appoggio un asciugamano sulle spalle, spruzzo
l’apposita lozione sul palmo della mano e gliela massaggio sui
capelli e sul cuoio capelluto. Un quarto d’ora dopo è china sul bordo
della vasca con la testa sotto il getto del soffione della doccia che
tengo in mano, mentre la lozione schiumosa e bianca veleggia
lentamente verso lo scarico trasportata da un fiotto d’acqua. Poi
viene ripetuta la procedura con gli altri due figli prima che io la
esegua su me stesso. Un bel daffare per un minuscolo insetto, il
pidocchio misura solo pochi millimetri e non crea danni significativi,
succhia un po’ di sangue e depone qualche uovo. Vive un mese
prima di morire, secca e cade dai capelli mentre i suoi discendenti
continuano a causare una lieve e urticante irritazione al cuoio
capelluto. Una generazione fa quel prurito era sufficiente per
scatenare un maremoto: tutte le lenzuola venivano lavate a novanta
gradi, tutti i pettini e le spazzole venivano fatti bollire o messi nel
freezer, e tutti i berretti e le sciarpe ricevevano lo stesso trattamento.
Era una vergogna avere i pidocchi e non se ne parlava volentieri. La
vergogna era un’eredità dei tempi in cui i pidocchi erano sinonimo di
sporcizia e povertà e aveva anche in sé un che di animalesco: erano
i cani che si riempivano la pelliccia di parassiti e le scimmie che si
grattavano di continuo. La prima volta che abbiamo avuto i pidocchi
in casa, tre anni fa, non ci siamo vergognati, eravamo persone
moderne e sapevamo che i pidocchi erano semplicemente qualcosa
che si diffondeva a scuola e negli asili, nei capelli appena lavati
come in quelli sporchi. Su internet abbiamo letto che si
trasmettevano soltanto attraverso il contatto diretto con i capelli altrui
e che per questo non era necessario far bollire né congelare le
lenzuola. Era più un atto simbolico, abbiamo capito, una specie di
rituale di purificazione. Adesso, quando seduti a tavola a fare
colazione ci grattiamo come scimmie e i pidocchi, che arrivano in
autunno e sembrano essersi attaccati a noi, ritornano dopo qualche
settimana di assenza per via del trattamento, non sono più moderno,
ma mi sento carico di qualcosa di antico: la vergogna di essere una
famiglia che ha i pidocchi.
Van Gogh

In realtà Van Gogh non era un pittore. O almeno, non se con


pittore pensiamo a qualcuno a cui viene naturale dipingere, a
qualcuno che ha mostrato fin da piccolo un talento precoce e magari
a un bambino che disegnava persone e luoghi vicini in modo tale
che il cammino di vita successivo, una scuola d’arte, lezioni di pittura
e disegno sotto la guida di un artista, appariva ovvio, anche se non
necessariamente indiscutibile, agli occhi di famigliari e amici. A Van
Gogh non risultava facile né dipingere né disegnare e alle persone
intorno a lui non era evidente che il ragazzo sarebbe diventato un
artista. Iniziò soltanto a ventisette anni. Prima aveva lavorato come
mercante d’arte, libraio, aiuto insegnante e predicatore laico. Aveva
un temperamento nervoso e un fuoco che gli bruciava dentro, ma
nessuna delle professioni che aveva tentato seppe dargli una certa
quiete. I dipinti dei primi anni sono scarsi, lui non possiede nessuna
tecnica, le figure sono goffe, i colori scuri, l’insieme, quello che cerca
di raggiungere, dozzinale. La questione non sta nel fatto che in
realtà Van Gogh fosse un visionario che non padroneggiava ancora
la tecnica con cui esprimere le proprie visioni, quanto che lottasse
con i colori soltanto per essere in grado di produrre qualcosa che
almeno potesse definirsi un dipinto. Per lui è particolarmente difficile
ritrarre le persone, il corpo umano e le sue espressioni, cosa che
continuò per tutto il suo breve periodo di artista. Se Van Gogh fosse
vissuto durante il Rinascimento o il Barocco o, se è per questo,
durante l’Impressionismo, non sarebbe stato preso sul serio.
Sarebbe stato l’amico ancora più privo di talento dell’amico senza
talento, quello dagli occhi ardenti, quello che beveva troppo e che
non piaceva a nessuno perché per funzionare i tratti del suo
carattere dipendevano dall’essere perdonati, e chi perdona un
pessimo pittore?
Ciò che contraddistingue le pitture rinascimentali, barocche o
impressioniste è la loro capacità di catturare qualcosa dell’essenza
dei soggetti ritratti, di riprodurre qualcosa del loro essere oggettivo, il
volto, l’albero, le cose, come per esempio l’ermellino di Leonardo in
braccio alla donna, dove l’incontro tra l’elemento animale e quello
umano è inesauribile e, cinquecento anni dopo, ancora efficace. O
l’uso della luce da parte degli impressionisti che riconduce lo spazio
a un momento particolare del tempo e in questo modo ne sospende
la caducità, che può essere mostrata solo in questo modo. Questa
emanazione della componente oggettiva è del tutto assente in Van
Gogh, persino quando arriva la svolta che comporta la valanga di
quadri e cornici dei suoi ultimi anni. I suoi paesaggi non innescano
nessuna delle emozioni che evocano di solito i paesaggi, è come se
lui non vi fosse né collegato né presente, ma stesse per andarsene
per sempre e intendesse lanciare un’ultima occhiata al mondo. La
leggerezza che ne scaturisce è singolare, non è paragonabile a
niente altro. La leggerezza non risiede nella tecnica, come in altri
pittori, perché Van Gogh ha perso la sua battaglia con la tecnica, la
sua leggerezza è di un altro carattere. Nel rinunciarci ha acquisito
qualcos’altro, una disinvoltura che permette al mondo di apparire
svincolato da ciò che dovevamo aver pensato di esso. Van Gogh si
sforzò di assumersi il proprio impegno nei confronti del mondo, ma
senza riuscirci, si sforzò di assumersi il proprio impegno nei confronti
della pittura, ma senza riuscirci, per questo si elevò al di sopra di
entrambi, vincolandosi alla morte, soltanto allora il mondo e la pittura
gli furono possibili perché tutta la forza di questi dipinti, tutta la loro
luce maniacale e tutta la loro eccezionale capacità di penetrazione
che li fa apparire come se il celestiale venisse profuso in ciò che è
terreno elevandolo, è subordinato al fatto che lo sguardo sia davvero
l’ultimo.
La migrazione degli uccelli

Un pomeriggio d’autunno tolgo i piatti puliti dalla lavastoviglie


mentre friggo i würstel e faccio cuocere la pasta e, quando la
lavastoviglie è vuota, ci infilo quelli della colazione. Spingo nel
cestino della spazzatura mezza scodella di cereali d’avena, così
intrisi di latte che la loro forma a cuscinetto si è quasi disintegrata, e
una scatoletta completamente ripulita di paté di fegato, annodo il
sacchetto, lo sollevo dal cestino, abbasso la temperatura dei fornelli
ed esco con il sacchetto in mano. Sta piovigginando, il cielo è grigio
e l’aria perfettamente immobile. In alto sopra di me si sente uno
starnazzo, poi un altro, alzo lo sguardo. Stanno arrivando una decina
di oche che volano in formazione a V. Riesco a sentire il battito delle
ali mentre beccheggiano con il collo teso in avanti. Dopo che si sono
allontanate, proseguo verso il bidone dell’immondizia, butto il
sacchetto e rimango per un attimo a guardare il giardino, giallo,
marrone e verde pallido. Ogni cosa presente al suo interno brilla di
umidità. Se mi inoltrassi nel prato, lo so, il tallone sprofonderebbe
nell’erba e nel terreno.
In cucina i pezzi di würstel presentano una patina marroncino-nera
dovuta al calore, soprattutto alle estremità, e allo stesso tempo si
sono gonfiati leggermente e paiono ingrossati. La pasta, che simile a
tante lumachine segue i mulinelli dell’acqua che bolle, è cotta. La
verso nello scolapasta nel lavello, lo scuoto. Dentro di me la
migrazione degli uccelli vive una vita propria. Non ci penso, ma c’è,
nel flusso di percezioni e sentimenti che ogni tanto si coagulano in
immagini. Non immagini nitide e chiare come nelle fotografie, perché
non è questo il modo in cui il mondo esterno viene ritratto dentro di
noi, ma come a squarci: alcune cime degli alberi nere, un cielo, e poi
quel suono, prodotto da numerose paia d’ali che si agitano nell’aria.
Quel suono risveglia i sentimenti? Quali? penso adesso, mentre
scrivo queste parole. Li conosco così bene, ma solo sotto forma di
emozioni, non come pensieri né concetti. Il suono di molteplici ali
d’uccello che battono a forse quindici metri di altezza lo sento due,
tre volte ogni autunno da quarant’anni.
Una volta, nell’infanzia, il mondo era infinito. Africa, Australia, Asia,
America, erano luoghi al di là dell’orizzonte, lontani da tutto, con
riserve inesauribili di animali e paesaggi. Che di fatto li si potesse
raggiungere era altrettanto impensabile come se si potesse
viaggiare in uno dei tanti libri che leggevo allora. Ma lentamente –
perché non mi è sopraggiunto come un sapere improvviso – ho
cominciato a capire cosa significasse la migrazione degli uccelli. Che
percorrevano tutta quella strada basandosi solo sulle proprie forze e
che il mondo non era infinito, ma limitato, e che né il luogo che
lasciavano né quello che raggiungevano erano astratti, ma concreti e
locali.
Sì, è stato questo che ho percepito mentre spingevo la paletta
sotto i pezzi di würstel prima di appoggiarli sul piatto da portata
verde e poi versare la pasta in una ciotola di vetro. Il mondo è
materiale. Ci troviamo sempre in un posto. Adesso io sono qui.
Petroliere

Quasi tutti i miei sogni si svolgono nei paesaggi che ho


abbandonato da tempo, come se vi avessi lasciato qualcosa che non
è stato portato a termine. Soprattutto Arendal, la piccola cittadina
all’estremità meridionale della Norvegia, nella cui periferia sono
cresciuto e da cui mi sono trasferito più di trent’anni fa, è la sede di
molti sogni.
Se si guardano le immagini di Arendal che risalgono alla fine
dell’Ottocento, è predominante la presenza di tutti gli alberi delle navi
ormeggiate nel porto. Arendal era un centro marittimo commerciale.
Ci vivevano armatori e marinai e, anche se la maggior parte delle
imbarcazioni trasportava legname proveniente dalle grandi foreste
interne verso il continente e la Gran Bretagna e navigava per lo più
nel Mare del Nord, era parte di una rete globale le cui coordinate
includevano anche paesi lontani ed esotici come la Cina e il Borneo.
Una nave negriera affondò al largo della costa di Arendal all’inizio
del Settecento, all’inizio dell’Ottocento una nave in avaria su cui si
trovava Wagner cercò rifugio nel suo porto, evento che viene
descritto nell’Olandese volante, e fu da Arendal che Fridtjof Nansen
salpò le vele per la sua primissima spedizione nell’Artico.
Quando ci sono cresciuto negli anni settanta, tutto questo non
c’era più. Nessun albero nel porto, nessuna imbarcazione di grande
stazza che attraversava lo stretto di Galtesund, a parte le navi
traghetto per la Danimarca. Ad Arendal c’era anche una scuola della
marina mercantile e cantieri navali, e armatori e capitani ci abitavano
ancora, ma la cultura marittima non caratterizzava più la città, stava
scomparendo o era diventata privata e parte della vita ricreativa, che
si mostrava attraverso la miriade di piccole imbarcazioni da diporto
che durante la stagione estiva solcavano le acque antistanti la città e
che nei giorni di sole riempivano l’arcipelago.
Ma poi successe qualcosa. Ci fu la crisi petrolifera e le enormi
petroliere che formalmente appartenevano ad Arendal, essendo di
proprietà degli armatori locali, e che navigavano per i mari senza mai
farsi vedere nella loro città natale, non ricevettero più incarichi.
Adesso erano tornate a casa. Un giorno eccole apparire di colpo,
ancorate nello stretto tra Hisøya e Tromøya. Erano gigantesche. Si
stagliavano sopra le case e i monti ed erano visibili ovunque.
Sembrava arrivassero da un’altra epoca. Anche se erano fatte di
metallo ed erano il risultato di una tecnologia e di un’arte
ingegneristica che non esistevano soltanto poche generazioni prima,
non parevano giungere dal futuro, ma dal passato. Forse perché
erano così semplici e primitive e al contempo così grandi che, in
un’epoca in cui tutto diventava sempre più piccolo, dovevano
provenire dagli abissi del passato, da quella che fu la dimora degli
dei. Qui non erano di casa, eppure erano più belle di qualsiasi altra
cosa, e nelle prime settimane era impossibile distogliere lo sguardo.
Giacevano perfettamente immobili, come chiuse su se stesse, era
impossibile accedervi, non c’era nulla che le aprisse, rifiutavano
tutto. Sono passati più di quarant’anni da quando le ho viste, ma
vivono tuttora dentro di me: le ho sognate stanotte. Mi trovavo in
prossimità della scuola della marina mercantile e dall’alto guardavo
verso lo stretto compreso tra le due isole dove erano ormeggiate le
petroliere. Un attimo dopo ero molto vicino a esse. Incantato
guardavo lo scafo che si ergeva sopra di me come il fianco di una
montagna, e l’ancora, spessa come il tronco di un albero, che
spariva muta nelle profondità marine. I sogni appartengono a un
substrato antico presente in noi e costituiscono una forma di
consapevolezza che abbiamo in comune con gli animali. Quando mi
sono svegliato, ho pensato che questo deve essere il modo con cui il
nostro mondo è presente in essi, che è così che gli animali vedono
tutte le nostre costruzioni, tutti i nostri grattacieli, ponti e
imbarcazioni. Perché nel sogno le petroliere non significavano nulla,
erano semplicemente presenti, al contempo l’impressione che
emanavano colmava tutto me stesso.
Terra

Questo pomeriggio tardi, quando stavano cominciando a calare le


tenebre e io rientravo con i bambini dopo essere andato a prenderli
a scuola, ho visto delle luci che si muovevano lentamente per i
campi, erano trattori. Più in là, al limitare della pianura, dove la
strada fa una curva di novanta gradi, siamo passati davanti a uno a
distanza ravvicinata. Era fermo e la luce proveniente dai potenti fari
apriva una grande cavità nel buio. La terra, nera, scintillante in alcuni
punti, si estendeva come un pavimento. Mi sono scoperto a pensare
a essa come a qualcosa di vivo, che rimane in letargo in questi mesi
e si risveglia in primavera, quando pare innalzarsi verso il cielo in
tutte le sue diverse espressioni: il giallo brillante dei campi di colza, il
verde pallido di quelli di grano che nel corso dell’estate diventano
giallo-beige e via via soltanto beige, i pascoli giallo-verdi, gli
appezzamenti di colore verde acceso coltivati a cipolle, patate,
carote, canna da zucchero. E che la terra dopo questo sforzo
enorme cerchi di nuovo il riposo e senza nemmeno una protesta
permetta che tutto venga reciso, estratto e raccolto, per poi essere a
sua volta arata in maniera tanto meravigliosa prima che giunga
l’inverno a offrirle il proprio ristoro.
Invece non è così. La terra è morta – o non-viva, che forse
sarebbe una definizione più calzante del suo stato essenziale. La
terra è non-viva, ma contiene la vita e in questo assomiglia al mare,
che è anch’esso non-vivo e contiene la vita. Ma a differenza
dell’acqua del mare, che rappresenta un legame puramente chimico
tra due elementi, l’idrogeno e l’ossigeno, in cui fluttuano altre
sostanze e minerali, ma senza mai penetrarla e che non può mutare
senza trasformarsi in qualcos’altro, la terra è sia impura sia
mutevole. La terra non è qualcosa che verrà a essere, ma ciò che
rimane, è formata da residui, come la sabbia che deriva dalle pietre,
il materiale organico che rappresenta i resti di animali e piante, e da
minerali che vi sono filtrati o portati con il vento, e da gas e liquidi. E
mentre l’acqua è trasparente e neutra, il colore della terra è il nero,
come la notte e come ciò che non è. Che sia proprio dalla terra che
ogni primavera spunti la vita, e con una tale forza selvaggia, come
per sfuggire alla morte in cui è radicata, mi induce a volte a pensare
che deve esserci qualcosa di vero nell’antica concezione gnostica
secondo cui la terra e la vita sulla terra sono opera di un demiurgo. A
chi altri sarebbe venuto in mente di plasmare il primo essere umano
modellandolo dal fango e chiamarlo Adamo, che è la parola ebraica
per terra?
Anche se non siamo attaccati a essa tramite radici, ma possiamo
percorrerla in superficie, le siamo inseparabilmente legati, sia per
mezzo della sua mutante capacità di sostenerci e spingerci intorno
con la sua forza, sia, quando la vita si affievolisce e la sua energia
non è più in grado di tenerci in piedi, con la sua capacità di attrarci a
sé in un crudele ultimo abbraccio prima che non solo diventiamo
come lei, ma diventiamo lei stessa.
Nell’attimo in cui siamo passati davanti al trattore, da dietro è
sbucato un uomo, si è arrampicato e ha preso posto nella cabina del
conducente. Dallo specchietto retrovisore ho visto come il trattore ha
cominciato a muoversi lungo il campo e poi, quando ci siamo
avvicinati all’estremità opposta di quella lunga pianura, a splendere
con le sue luci come una nave che procedeva al largo su un oceano
nero come la pece.
Lettera a una figlia che sta per nascere

22 OTTOBRE. Una giornata davvero magnifica quella di oggi.


Sole, cielo in parte nuvoloso, una luce morbida che inondava il
paesaggio aperto dove tutto splendeva, soprattutto l’erba, che,
ancora verde, crea un contrasto così speciale con i colori autunnali
degli alberi, come se fossero presenti due stagioni diverse allo
stesso tempo. Il cielo era chiaro e brillante, dalle tonalità pallide, ma
la luce che riversava sui campi era densa e piena. Mentre ero diretto
a scuola, mi sono fermato da Björn, ci siamo seduti all’aperto in
maniche di camicia a bere caffè e fumare. Dalle colline che si
stagliano lungo il mare, forse a quattro chilometri di distanza,
giungevano a intervalli regolari un rimbombare cupo, un suono
sinistro, quasi arcaico, e il crepitare delle raffiche delle mitragliatrici,
tutto proveniva dal campo di esercitazioni militari che si estende da
Hammar verso l’interno. Colline verdi che si interrompono
bruscamente trasformandosi in scogli sabbiosi a forse cinquanta
metri sopra il Mar Baltico. Quando ho proseguito per andare a
prendere i bambini, ho visto che avevano issato la bandiera rossa di
allerta. L’estate di quattro anni prima avevamo affittato una casa ai
piedi di quel pendio, dove avevamo trascorso dieci giorni di vacanza,
ed è stata in quell’occasione che abbiamo trovato quella dove
abitiamo adesso, in cui crescerai. Forse tutto quello che è successo
prima che tu nascessi diventerà per te una sorta di mitologia: riesco
a immaginarmi come chiederai ai tuoi fratelli di raccontarti ogni
genere di dettagli, mentre allo stesso tempo non sarai del tutto in
grado di concepire un tempo in cui ancora non esistevi.
Quando penso a mio padre, che è morto e che per questo non
avrai mai la possibilità di conoscere, è sorprendente quanto poco so
della sua vita prima che mettesse su famiglia e quanto poco mi
abbia incuriosito la cosa durante la crescita. Lo stesso vale per mia
madre, la tua nonna paterna, ma adesso a lei posso chiedere cosa
significasse crescere subito dopo la guerra, per esempio, o cosa
imparavano realmente a scuola. Di chi era innamorata prima di
incontrare mio padre, che tipi erano. Perché è così, quello che conta
è il tempo che viviamo in prima persona, almeno quando siamo
bambini e adolescenti, e l’importante sono le persone in quel
periodo, non cosa hanno portato con sé dalle esperienze precedenti
e da dove. Quando nascerai avrò quarantacinque anni, il che
significa che probabilmente non potrò condividere con te più di
trent’anni, forse gli ultimi malato o debole. Se un giorno avrai figli,
magari non ci sarò più. In un certo senso in questo c’è anche un che
di positivo, che sarai proiettata molto più in là nel futuro, e i tuoi figli
ancora di più, e i tuoi nipoti, per loro questo – la casa dove sei
cresciuta, la famiglia di cui hai fatto parte – sarà solo un immaginario
vago e indistinto. Ma l’erba sarà verde, il cielo sarà azzurro e i raggi
del sole che si levano da est inonderanno il paesaggio facendolo
brillare in tutti i suoi colori perché il mondo non muta, soltanto le
nostre rappresentazioni di esso.
Oggi Linda mi ha detto che hai scalciato e quando ho appoggiato
la mano sul pancione l’ho sentita, la pressione del tuo piedino.
Mancano ancora quattro mesi al momento del parto. Sono già
pronti un lettino con le sponde e un passeggino – sono andato a
prenderli lo scorso fine settimana a casa di alcuni amici a Malmö.
Tutta l’attrezzatura per la prima infanzia che abbiamo usato per gli
altri l’abbiamo buttata via o data in regalo: non ci aspettavamo di
averne di nuovo bisogno.
Adesso siamo qui in attesa. Le tue sorelle e tuo fratello hanno visto
una tua foto dell’ecografia e hanno fatto dei disegni per te. Non
vedono l’ora che arrivi.
E anch’io.
Novembre
Lattine

Le lattine sono fatte di metallo e di solito hanno una forma


cilindrica, forma che in natura non esiste, neppure su una spiaggia di
ciottoli dove nel corso di milioni d’anni il mare ha molato i sassi
sfregandoli l’uno contro l’altro e trasformandoli in ogni variazione
pensabile di sfere e coni, senza mai produrre la forma della lattina
con i suoi due dischi posti rispettivamente su ognuna delle due
estremità e connessi da un tubo. Se troviamo una lattina in natura,
non sorge mai il dubbio su cosa sia, non è confondibile con
nient’altro, ma è lì tra l’erica, è lì sulla spiaggia, è lì ai margini della
strada come qualcosa a sé stante, del tutto isolata dall’ambiente che
la circonda. È in questo che sussiste la concordanza tra la forma
della lattina e la sua funzione, che è quella di separare qualcosa dal
mondo. O piuttosto, dal decorrere del mondo, ciò a cui pensiamo in
termini di tempo, i processi a cui è soggetto tutto ciò che esiste.
Quanto è contenuto nella lattina rimane precluso a sostanze, gas e
organismi che lavorano sistematicamente per decomporre la
materia, o facendola arrugginire, marcire o modificandone in altri
modi forma e consistenza. Lo spazio all’interno della lattina è
ermetico e ciò che vi viene conservato è identico a come era quando
vi è stato sigillato. Nella credenza, dove vengono immagazzinate
lattine e scatolette, le forze della natura si accaniscono su tutto il
resto: il pane per gli hot dog viene ricoperto da un sottile strato di
muffa bluastra, comincia ad avere uno strano odore ed è
immangiabile, lo stesso vale per le tortillas, mentre i tacos diventano
molli e le bibite scadute sanno di acido e sono imbevibili. Protetti
nelle loro capsule del tempo, piselli, mais, ananas e spezzatino con
verdure sono immuni da tutto questo. È lo stesso principio per cui il
vascello svedese Vasa è stata l’unica nave del Seicento a essersi
conservata, proprio perché era immersa in acque povere d’ossigeno
coperte da fango e argilla, ed è lo stesso principio per cui in
Danimarca si sono potute estrarre dagli acquitrini le cosiddette
mummie di palude, cadaveri risalenti all’età della pietra, che erano in
uno stato tale da far pensare che le avessero sepolte di recente.
Nulla può vivere in uno spazio privo d’aria, e quindi neppure morirci.
Quando osserviamo delle lattine senza etichetta, il solo metallo a cui
è stata data questa forma inorganica, il loro aspetto ci fa venire in
mente macchinari e industria e si vede palesemente che il loro
compito è quello di respingere la vita. Mentre in una situazione di
emergenza o in circostanze estreme, come per esempio sul fronte
durante una guerra, non ci saremmo curati di questa caratteristica
che evoca morte e freddezza, se potessimo scegliere, nessuno,
facendo la spesa in un supermercato, le sceglierebbe. Per questo
motivo lo scatolame è fornito di etichette dove non è specificato
soltanto ciò che contengono, come per esempio PISELLI – perché
anche la lingua è in sé un elemento di morte e freddezza –, ma ci
sono in aggiunta immagini raffiguranti il tipo di piselli più freschi e
delicati, in modo da indurci a trascurare sia il metallo sia lo spazio
morto, per cui possiamo passare direttamente dai piselli appena colti
a quelli sul piatto da portata. Sì, quando l’apriscatole è penetrato nel
metallo e ha segato il disco superiore, che ho piegato all’indietro in
modo che stia come una visiera dentellata sull’apertura della lattina,
mi viene l’acquolina in bocca alla vista dei piselli piccoli, rotondi e di
colore verde scuro immersi nella loro salamoia trasparente e
leggermente viscosa. Hanno un sapore più ricco e decisamente
migliore di quelli pallidi e surgelati, il cui gusto sembra in qualche
modo più scuro, e si abbinano perfettamente ai bastoncini di pesce,
per esempio, insieme a cavolfiore bollito, carote grattugiate, patate e
burro.
Volti

È difficile immaginarsi qualcosa che superi la conoscenza che


abbiamo dei volti. È anche difficile immaginare un sapere che sia
distribuito in maniera più equa. Vedere non significa soltanto
registrare, significa anche differenziare. Mentre tutti sono in grado di
vedere che quello che cresce sul prato è un albero e mentre quasi
tutti sono in grado di vedere che si tratta di un melo, soltanto a
pochissimi è concesso il privilegio di vedere di che tipo di melo
stiamo parlando, quanti anni ha, in che stato si trova. La maggior
parte degli ambiti che riguardano il Lebenswelt, il mondo della vita,
richiede una forma di competenze ed esperienza per essere visti e
capiti. Questo non vale per i volti. Nell’attimo stesso in cui vediamo
una faccia, sappiamo se l’abbiamo vista prima, anche se fosse
successo soltanto una volta in passato. Sappiamo che cosa
esprime, se è gioia o dolore, sorpresa o indifferenza, zelo o
indolenza. Sappiamo anche stabilire immediatamente la fascia d’età
e se può essere considerata bella o brutta, comune o speciale e se
ci piace o no. E anche se abbiamo l’impressione che assomigli a un
altro viso, ci confondiamo raramente, percepiamo ogni singolo volto
come unico, persino il più comune tra tutti quelli comuni. In un certo
senso è una cosa strana dal momento che ogni faccia è composta
dagli stessi elementi, che non sono poi molti. Fronte, sopracciglia,
occhi con le ciglia, naso, guance, bocca con le labbra e i denti,
mento. Differenziare per noi scaturisce da una necessità, siamo
costretti, per esempio, a distinguere tra piante commestibili e no, e
da un interesse che, quando è grande, viene da sé: chiunque nutra
una minima passione per l’arte riconosce a colpo d’occhio se il
dipinto è di Van Gogh o Gauguin, Morisot o Pissarro. Che tutti
posseggano una conoscenza altrettanto grande sui volti è dovuto a
necessità, interesse e vicinanza, e ci fa capire che in realtà la nostra
vita non viene vissuta nel paesaggio, né tra gli oggetti, ma nella sua
componente umana, nella luce che si sprigiona da un volto umano.
Che gli sforzi dell’Illuminismo di razionalizzare il mondo della vita
conducessero la scienza anche verso il viso, tant’è che all’inizio del
secolo scorso si cominciarono a misurare distanze e dimensioni che,
insieme ai colori e ad altri valori, furono inserite in sistemi più grandi
così come erano classificati piante e animali, o si catalogavano le
diverse espressioni facciali disegnandole in serie, non è per questo
minimamente strano. Ma poiché il volto non solo appartiene
all’umano, perché questo vale anche per un braccio o un dito, ma lo
esprime anche, non può essere catturato. La componente umana è
mutevole, è mobile e insondabile. Non più tardi di stamattina, seduto
in soggiorno, ho lanciato un’occhiata verso il viso della mia figlia più
grande, uno dei volti che conosco benissimo, in tutte le sue fasi
connesse all’età e alla sua mimica. La faccia era appoggiata sulla
guancia al bracciolo del divano, lo sguardo diretto verso la
televisione. In esso ho visto qualcosa di nuovo, assomigliava a mia
madre, non era mai successo prima. La volta dopo in cui l’ho
guardato, la somiglianza era scomparsa. Per quanto mi concerne,
attualmente sono quasi identico a mio padre.
Dolore

Una delle caratteristiche peculiari del dolore è che è intraducibile.


Possiamo vedere che qualcuno sta soffrendo e siamo in grado di
capire che sente male, ma la distanza tra il concetto di dolore e il
dolore in sé è così grande che neppure l’empatia più profonda riesce
a costruire un ponte di connessione: davanti alla sofferenza altrui
rimaniamo sempre degli estranei. Questo significa che chi prova
dolore è sempre solo. Non soltanto esso è intraducibile da una
persona all’altra, ma anche all’interno della persona stessa perché,
non appena il dolore è passato, si crea in noi la medesima distanza:
ricordiamo che faceva male e siamo in grado di dirci che il dolore era
paragonabile a un buio in cui eravamo sprofondati e in questo modo
possiamo abbracciarlo con il pensiero, ma i pensieri esistono in un
mondo a sé, dove tutto è facile e immateriale, perché nel momento
in cui torna il dolore, e si sente di nuovo il male, i pensieri vengono
scostati come se fossero una tenda e noi ci ritroviamo immersi nel
reale: oh no, ecco com’era.
Per questo è facile credere che il dolore appartenga alla carne e
che risieda in una sorta di livello della realtà in cui i pensieri
assumono una dimensione corporea. Ma così non è. Perché, anche
se la causa del dolore ha origine da un evento relativo alla carne e
alla materia, il dolore stesso è immateriale, qualcosa che nasce nel
cervello, dove i segnali provenienti dai filamenti nervosi innescano
una reazione elettrochimica delle cellule che scatena il dolore con
una forza e un’intensità che stanno ai nostri pensieri più normali così
come la luce del lampadario sta alla combustione del magnesio. Si
ha la percezione che il dolore si trovi più vicino alla realtà fisica,
anche perché lo si avverte in tutto il corpo, nel punto che fa male,
che si tratti della mano, che si è fratturata per colpa di un sasso, o
nei reni dove si sta sviluppando un tumore maligno, ma non nel
cervello, dove sono concentrati i pensieri.
Ma fino a che punto il dolore sia una costruzione e quanto sia
affine ai pensieri risulta chiaro quando si sa che il dolore può sorgere
anche negli arti o nelle parti del corpo che non esistono più. La carne
è scomparsa, l’osso è stato amputato, ma il dolore ricrea ciò che non
c’è: il paziente avverte nettamente la gamba che non esiste più. La
gamba è una finzione e in questo modo il dolore mostra la propria
parentela con il pensiero, ma anche la propria superiorità perché,
benché il pensiero crei finzioni a cui possiamo credere, non le
esperiamo mai come realtà fisiche.
Ancora più complessa diventa la relazione tra dolore e realtà se
pensiamo al dolore che possiamo provare in sogno: quale status ha?
Una notte mentre stavo dormendo, era questa primavera, sono stato
preso da un mal di pancia incredibile. Era insopportabile, era come
se una mano mi stesse strappando via gli intestini. Mi torcevo dal
dolore, non esisteva nient’altro che quello. Poi di colpo tutto era
tornato normale. Disteso sul letto con gli occhi aperti, mi sentivo
infinitamente sollevato, come ci si sente quando il dolore cessa.
Stavo dormendo? Sì, doveva essere così. Il dolore era soltanto un
sogno? Non lo sapevo con certezza, ma molte cose facevano
propendere che fosse così. Che tipo di dolore era allora? Quando
era in grado di balzare dalla realtà al sogno mantenendo intatta la
sua forza? Ciò che emerge è la natura del sogno, che non è niente
altro che una cosiddetta “poetica dell’allerta” e il suo compito è
costruire un modello di realtà per cui può avvalersi di tutti i rami della
coscienza, che a sua volta ha a disposizione un proprio modello,
perché è quello in cui viviamo, un’immagine della realtà, una
semplificazione interiore.
Per noi la relazione esistente tra l’immagine interiore e la realtà
esteriore appare identica, ma in rare occasioni essa si lacera, per
esempio quando ci fa male qualcosa che non esiste oppure quando
abbiamo una sensazione chiara e distinta di aver già vissuto quello
che stiamo vivendo ora, quello che chiamiamo déjà vu, e che non è
nient’altro che una minuscola dislocazione dell’identità tra la nostra
immagine della realtà e la realtà stessa.
Crepuscolo

Qui le case sono disposte a ferro di cavallo con l’apertura rivolta a


est, per cui durante tutto l’anno assisto ogni mattina al sorgere del
sole. È una vista a cui è difficile abituarsi. Non tanto perché sia
sorprendente, lo so che il sole spunta tutte le mattine e la sua luce
costringe il buio a ritrarsi, più che altro perché ciò avviene in così
tanti modi differenti e forse, ed è la cosa più importante, perché ti fa
stare così profondamente bene. La sensazione assomiglia a quella
che si prova quando, un po’ infreddoliti, si fa un bagno caldo, la
soddisfazione che si sprigiona perché il corpo è come ricondotto al
suo stato originario. Raggiunto questo stato, la soddisfazione
scompare, raramente pensiamo che il nostro corpo abbia una
temperatura perfetta. Lo stesso vale per il sorgere del sole. Non è la
luce in sé a farci sentire bene perché, una volta che è qui, diciamo
alle due e mezzo del pomeriggio, la diamo per scontata. Si tratta
invece del passaggio. Non la luce che proviene dal sole che
immobile trafigge l’orizzonte quando la terra ruota verso di esso, ma
il riflesso di questa luce nei minuti antecedenti, visibile sotto forma di
una pallida striscia nell’oscurità della notte, tanto fioca che non
sembra quasi possibile parlare di luce, ma solo di una sorta di
infiacchimento del buio. Il modo in cui questo bagliore infinitamente
sottile, tenue e composto da una mélange di grigi si diffonde piano,
pervadendo in maniera impercettibile anche il giardino intorno a me,
dove gli alberi e le pareti delle case paiono emergere con la stessa
lentezza. Se il cielo è terso, a est si tinge d’azzurro e poi spuntano i
primi raggi di sole di un arancione brillante. Prima è come se si
limitassero a mostrarsi e non possedessero nessun altro attributo
oltre a questo colore, ma nell’attimo successivo, quando piovono sul
paesaggio come condotti enormi, nell’attimo in cui il paesaggio si
riempie di colore e lucentezza, i raggi mostrano le loro vere qualità.
Se il cielo non è terso, ma nuvoloso, tutto questo avviene come in
sordina: gli alberi e le case emergono dal buio che svanisce e il
paesaggio si riempie di colore e lucentezza, ma senza che sia
visibile la fonte di questo mutamento, se non come un’area che in
cielo presenta una maggiore densità luminosa, a volte rotonda, se la
coltre di nubi è sottile, a volte sconfinata, quando sembra che siano
le nuvole stesse a brillare. Attraverso questo fenomeno, che avviene
ogni giorno della nostra vita, capiamo anche noi stessi. L’alba è
sempre l’inizio di qualcosa, come la sua antitesi, il tramonto, ne è la
fine e, quando sappiamo che in pratica in tutte le culture le tenebre
rappresentano la morte e il male, mentre la luce rappresenta la vita e
il bene, queste due zone di transizione tra la notte e il giorno
diventano le manifestazioni del grande dramma esistenziale in cui
siamo costretti, cosa a cui penso raramente quando sono in giardino
e osservo la luce che sorge a est, ma che in qualche modo deve
riecheggiare in me dal momento che ci si sente così bene nel
guardare. Perché il buio è la regola e la luce la sua eccezione, come
la morte è la regola e la vita la sua eccezione. La luce e la vita sono
anomalie, il crepuscolo la loro conferma continua.
Telefoni

Così lentamente avviene la rielaborazione interiore della realtà


che, quando penso al telefono, continuo a vedere davanti a me il
modello standard di colore grigio in uso in Norvegia negli anni
settanta e ottanta. Consisteva di due parti, un tubo leggermente
flesso che si espandeva su entrambe le estremità in una sorta di
semisfera, perforata sulla sua superficie da piccoli buchi. Una delle
due semisfere veniva tenuta premuta sull’orecchio, al suo interno
c’era un ricevitore che fungeva da altoparlante attraverso cui si
poteva sentire la voce della persona che chiamava, mentre l’altra
semisfera veniva posizionata davanti alla bocca poiché conteneva
un microfono in grado di captare la propria voce e trasmetterla.
L’altra componente del telefono era l’apparecchio stesso, collegato
alla cornetta da un cavo a spirale. Di solito l’apparecchio si trovava
su un tavolo ed era dominato da un disco girevole contenente un
foro per ognuna delle dieci cifre, delle dimensioni adatte per infilarci
l’indice. In cima aveva una forcella su cui poggiava la cornetta
quando non era in uso. Sulla forcella c’erano due pulsanti di plastica
che regolavano l’accesso della linea in uscita. Quando la cornetta si
trovava sopra di essi, venivano spinti verso il basso e la linea era
chiusa, mentre tornavano verso l’alto quando la si alzava, aprendo
così la linea. Quando ciò avveniva, si sentiva un segnale acustico
uniforme e ininterrotto giungere dall’altoparlante contenuto nel
ricevitore della cornetta. Se si componeva il numero della persona
con cui si voleva parlare servendosi del disco, il suono cambiava. O
si sentiva una serie di segnali brevi, quando la linea era occupata, o
una di segnali più lunghi, in tal caso la linea era aperta, e, se veniva
sollevata la cornetta dell’apparecchio all’altro capo, era possibile
cominciare a parlare.
In sé era una costruzione perfetta, era estremamente funzionale,
adatta al suo compito nella maniera più semplice immaginabile, allo
stesso tempo era anche sofisticata tenendo conto della sua capacità
di trasmettere le voci avanti e indietro per tutta la terra. Ma, dal
momento che ora è quasi del tutto scomparso, questo tipo di
telefono non poteva essere privo di punti deboli. Non riguardavano le
soluzioni meccaniche, neppure la forma, piuttosto la distanza che
creava. Poiché l’accesso ai telefoni era regolato – all’inizio degli anni
settanta c’era la coda per avere una linea telefonica e potevano
passare parecchi anni da quando si faceva la domanda a quando
veniva installata – e non esisteva più di una linea in uscita per ogni
abitazione, il telefono emanava una certa autorità, era connesso a
un certo grado di solennità. Telefonare era anche costoso,
soprattutto le interurbane, per non parlare delle chiamate
internazionali, che in effetti avvenivano di rado, l’apparecchio grigio
standard esisteva in un’epoca in cui la gente non si recava molto
all’estero né conosceva molte persone al di là dei confini nazionali. I
bambini potevano fare scherzi telefonici, cioè comporre un numero a
caso e dire qualche scemenza, mentre gli adolescenti erano capaci
di stare a parlare al telefono per ore, ma si trattava di trasgressioni
che avvenivano proprio per questo. Chiunque chiamasse dopo le
dieci di sera o prima delle nove del mattino, o era ubriaco o era per
annunciare che era morto qualcuno. Il telefono contribuiva a
mantenere una certa formalità, in esso c’era sempre una distanza e,
visto che era dovuta alla sua forma che chi lo utilizzava non poteva
superare, quando i tempi hanno cominciato a tendere verso
l’informale la forma andava modificata. La stessa cosa è accaduta
con la lettera. Le persone anziane, per cui il telefono fisso è
profondamente radicato nella propria vita, trattano il cellulare con la
stessa formalità e rispetto, e la cosa conferisce loro un’aria un po’
ridicola e commovente. La distanza, attraverso cui si controllava la
realtà, per non apparire impotenti e incapaci, adesso è diventata a
sua volta impotente e, anche se la differenza è grande, mi scopro a
pensare alla figura del dittatore, che un giorno è potente e controlla
tutto e quello dopo, quando il popolo insorge, è completamente
nudo.
Flaubert

Sin dall’età di dieci o undici anni ho cominciato a leggere i libri che


trovavo nella libreria dei miei genitori – che ai tempi chiamavo letture
per adulti – Flaubert e Tolstoj sono stati per me una specie di
compagni. Tolstoj perché ho letto una biografia di due tomi su di lui
che aveva mia madre, Flaubert perché ho letto Madame Bovary.
Non posso aver capito molto di quelle opere e non ricordo come
fosse, ma suppongo che ciò che mi attraeva fossero i mondi diversi
che si aprivano, la Russia degli zar e la Francia degli imperatori alla
metà dell’Ottocento. Devo aver letto Madame Bovary allo stesso
modo con cui ho affrontato tutti gli altri romanzi francesi, come La
primula rossa, Vent’anni dopo e I tre moschettieri, o a dirla tutta Il
rosso e il nero, che si trovava sulla stessa mensola. Non aveva
nessuna importanza di cosa parlassero, quello che cercavo era
l’atmosfera che per me in questi romanzi ottocenteschi era collegata
al paesaggio: strade polverose, cavalli che rilucevano di sudore,
mulini, fiumi, alberi di latifoglie ombrosi, piccoli villaggi. Madame
Bovary mi dava tutto questo, leggerlo a undici anni era come uscire
presto una mattina d’estate tersa e frizzante, dove il mare luccica
quieto, gli alberi sono immobili e il cielo è di un azzurro intenso,
come infinito, con il sole che sta sorgendo lentamente. Quando l’ho
riletto all’università, era come un esempio di romanzo realistico,
dove lo scrittore si era ritratto del tutto, lasciando soltanto le
descrizioni oggettive dei luoghi e degli eventi. Abbiamo imparato a
essere sospettosi nei confronti di questo realismo, la sua concezione
della lingua come una sorta di finestra attraverso cui era possibile
vedere era falsa e ingenua. Studiavo letteratura nell’epoca in cui
imperava il materialismo linguistico e il post strutturalismo, dove
l’ideale era penetrare così profondamente nella realtà stessa delle
parole che tutto ciò che si chiamava scrittore, biografia, intenzione e
realtà circostanti vennero sospese. Anche se le mie esperienze di
lettore erano basate proprio su questo, il vedere direttamente
attraverso la lingua e dentro la realtà che creavano, ero anche
affascinato dal peso intrinseco delle parole che si rapportavano a
un’immagine più grande pressappoco come gli atomi si rapportano
al mondo visibile: a prescindere da tutto, le parole roteano su se
stesse, formano agglomerati che non vengono chiamati molecole,
ma frasi, seguendo le proprie leggi, che, assorti nella sala di lettura,
si possono sfidare ed estrapolare con la sensazione di appartenere
al futuro. A partire da quel momento ho letto più volte Madame
Bovary. Un’estate la mia copia era rimasta sul prato per qualche
giorno, l’avevo letta lì sdraiato e me l’ero dimenticata, ma, anche se
in seguito l’avevo notata, non l’avevo portata dentro, c’era qualcosa
di così bello in quella vista, l’erba verde che cresceva lungo il
margine del dorso scarlatto, la copertina con l’immagine di una
donna vestita di bianco che giaceva sotto le chiazze scintillanti di
luce solare filtrata dalle foglie del melo. Quando alla fine mi sono
dato una regolata e sono andato a prenderlo, il libro era tutto
deformato, doveva essere stata la rugiada notturna ad averlo
inumidito e poi si era asciugato. Madame Bovary è il miglior romanzo
al mondo, di questo non ho dubbi: possiede un’acutezza, una
sensazione cristallina di spazio e materialità a cui nessuna opera
antecedente o successiva è mai riuscita ad avvicinarsi. Le frasi di
Flaubert sono come un panno che viene strofinato su una finestra
incrostata di gas di scarico e sporco attraverso cui ti sei abituato a
vedere il mondo. La sensazione che ricevi quando, per la prima volta
da tempo, il mondo risplende di nuovo nitido.
Vomito

Di solito il vomito è di colore giallognolo e la sua scala cromatica


varia dal giallo pallido a quello tendente al marroncino, mentre sono
presenti alcune parti caratterizzate da colori completamente diversi,
come il rosso o il verde. La consistenza è generalmente fluida e può
passare da una più densa, simile al porridge, a una del tutto liquida,
come la minestra. Il primo getto di vomito presenta una struttura più
grossolana, una massa umida contenente piccoli pezzi e grumi,
invece quello finale, ammesso che si tratti di una serie di attacchi
ripetuti, può ridursi a un liquido giallo, appiccicaticcio e membranoso
paragonabile all’albume delle uova crude. Sulla porcellana bianca e
liscia della tazza del gabinetto e sulla sua acqua lucente, il vomito, a
volte giallo ardente, quasi brillante, altre volte tenue come la paglia,
andrebbe visto come qualcosa di bello, soprattutto quando le sue
componenti non-solide, quelle sciolte dai succhi gastrici, si
mescolano all’acqua del water e formano lente composizioni a
carattere nubiforme o spirali di giallo. Anche il vomito sul parquet,
che, grazie al contrasto che si crea tra la superficie dura e brillante
del legno e la componente morbida e umida del vomito, ricorda una
frana accumulatasi sul fondovalle, andrebbe considerato qualcosa di
notevole. Soprattutto perché, secondo la regola che definisce il
concetto di bello, ciò che è raro ed eccezionale ricade di solito sotto
questa categoria. Eppure, quando parliamo di vomito, due fattori
battono questa regola di eccezionalità, e cioè che il vomito è
incompiuto, una concretizzazione delle espressioni negative
“indigesto, non digerito”, e appartiene al genere di liquidi e sostanze
corporei comuni a tutti, merda, piscio, sperma e moccio, che in
maniera più o meno grande sono considerati sgradevoli e, quando
provengono da corpi altrui, repellenti. A prescindere da quale
piacevole sfumatura di giallo abbia il piscio, o di verde il moccio, il
piscio e il moccio non hanno nessuna chance perché arrivano
dall’interno del corpo e sono associati all’idea di scorie.
Personalmente ho pulito tutti i tipi di vomito, da quello del cane, del
gatto, dei bambini al mio, e l’ho sempre trovato disgustoso, come
odore, colore e consistenza. Particolarmente rivoltante è il vomito
immediatamente successivo a un pasto, quando i pezzetti di pizza,
per esempio, sono ancora intatti e riconoscibili. In quel caso ho
pensato che si tratti di una reazione strana, dal momento che la
pizza, o il suo condimento, ricorda a sua volta l’aspetto del vomito.
Mangiarlo è impensabile, sarebbe fisicamente impossibile, il conato
che si scatena di riflesso farebbe sì che venisse ri-espulso,
probabilmente nello stesso istante in cui la poltiglia riempie la cavità
orale. Si tratta di una reazione così forte che non può essere dovuta
a una forma di condizionamento culturale, deve appartenere al corpo
e alla sua fisiologia, l’istinto che ci protegge dal mangiare qualcosa
di avariato e velenoso. Tutti i miei figli hanno paura di questo
impulso, quando sentono che stanno per vomitare si mettono a
piangere o addirittura a urlare in maniera straziante. Quando erano
più piccoli, non era così, il vomito era qualcosa che arrivava, come
quella volta in cui stavo rientrando dall’asilo con uno di loro, era
pomeriggio, il cielo era buio e l’autobus era pieno di persone
taciturne di ritorno dal lavoro. Mia figlia era seduta accanto a me e di
colpo, senza preavviso, mi aveva vomitato addosso. Una cascata
che mi aveva coperto tutto un lato della giacca. Una volta finito, mi
aveva guardato con aria terrorizzata. Una passeggera gentile si era
messa a rovistare nella borsa alla ricerca di fazzolettini e me ne
aveva porti alcuni, senza che fossero di grande aiuto, erano così
piccoli e fragili di fronte alla quantità impressionante di vomito. Avevo
tirato la corda della fermata a richiesta ed eravamo scesi a quella
successiva. La puzza mi riempiva le narici mentre il vomito mi
gocciolava lentamente dalla giacca, ma non lo trovavo né disgustoso
né spiacevole, al contrario corroborante. Il motivo era semplice:
amavo mia figlia e nulla può frapporsi alla forza di questo amore,
neppure il brutto, lo spiacevole, il disgustoso o l’orripilante.
Mosche

Le mosche sono scomparse. Deve essere avvenuto parecchie


settimane fa, ma me ne sono accorto soltanto oggi, quando, prima
della colazione, ho pulito il tavolo con un panno e già che ero in ballo
ho passato anche il davanzale delle finestre, su cui c’era una mosca
morta, leggera e secca come un minuscolo petalo caduto da un
fiore. L’ho presa e portata via con il panno e qualche secondo dopo
è finita senza rumore nel lavello, poi, quando ho aperto il rubinetto, si
è messa a turbinare in balia dell’acqua insieme al resto dello sporco,
prima di precipitare dentro uno dei piccoli fori del fondo e sparire.
Durante l’estate la casa è piena di mosche, soprattutto in cucina,
dove si posano ovunque e si strofinano le zampe o ronzano senza
sosta avanti e indietro. Di solito le lascio in pace fino a quando il loro
numero diventa così grande che di colpo perdo il controllo e
comincio a ucciderle con lo scacciamosche. Un colpo e perdono
momentaneamente l’equilibrio, cadono dalla trave bianca del soffitto
come un naufrago che, avvinghiato alla murata della scialuppa di
salvataggio, all’improvviso rinuncia e molla la presa, mi capita di
pensare, mentre le altre si alzano convulsamente in volo
spostandosi da un’altra parte. Se capiscono cosa stia succedendo,
non ne ho idea, ma si comportano come se lo sapessero perché,
dopo che ho ammazzato le prime cinque, sei, tutto d’un tratto
diventa più difficile stanarle, sembra che cerchino rifugio sulle
superfici scure, su cui risultano quasi invisibili.
Per molti aspetti le mosche sono creature estremamente avanzate.
Alcune sono in grado di volare a una velocità di centocinquanta
chilometri all’ora, altre di percorrere distanze superiori ai novanta
chilometri senza pause. Ma ciò che le caratterizza è la miriade di
occhi, ce ne possono essere migliaia, che in alcune specie di
mosche ricoprono quasi tutta la testa. Gli occhi sono formati da
sfaccettature esagonali poste una accanto all’altra in una
costruzione che sembra più meccanica che organica, qualcosa che
si sarebbe potuta assemblare in una fabbrica di prodotti elettronici. È
difficile dire che cosa siano in grado di vedere attraverso di essi. Se
nella testa delle mosche la realtà si delinea in maniera nitida e
distinta, o viene percepita soltanto attraverso i suoi movimenti,
sfocati e simili a ombre, come la sequenza di un film riprodotto ad
alta velocità. Sta di fatto che questi occhi composti permettono alle
mosche di captare il pericolo con un margine di tempo tale che
riescono a volare via prima che si abbatta su di loro. Un altro tratto
saliente di questi insetti risiede nel loro senso del gusto, infatti le
papille gustative sono sparse su tutto il corpo e non, come noi,
concentrate nella bocca. Per questo a loro basta premere una
zampa su ciò che vogliono mangiare per conoscerne il sapore.
Nell’insieme, queste due facoltà devono frammentare in modo
considerevole il loro mondo perché, se il riflesso di uno spazio viene
percepito con tutta la testa, la loro attenzione deve essere orientata
verso l’esterno a tal punto che per le mosche non può sussistere una
grande differenza tra se stesse e lo spazio in cui si trovano – e
quando tutto ciò con cui entrano in contatto passa attraverso il gusto
per loro sarà ancora meno chiaro capire cosa sono e cos’è il mondo.
Eppure, devono possedere una qualche forma di
autoconsapevolezza, se non altro insita nell’istinto che le spinge a
volare via quando si avvicina qualcosa.
Questa creatura compatta, estremamente sensoriale e veloce vive
soltanto per sei mesi, un’unica stagione estiva, e per molti aspetti
una durata della vita così breve pare priva di senso se si tiene in
considerazione la sua raffinata struttura corporea e qualitativa. Ma,
riflettendoci sopra, non è così, perché è proprio questa mancanza di
identità, proprio il fatto che la loro autoconsapevolezza sia così
debole da fondersi con lo spazio circostante, che rende impossibile
qualsiasi accumulo di esperienza, ecco perché le mosche sono
perfettamente intercambiabili e, se si vuole capire la loro essenza,
non c’è alcun dubbio che l’aspetto principale sia che alle mosche
non importa chi sia una mosca fintanto che sono mosche. Per
questo, quando comincia l’estate, lasciano i loro caldi ripari e si
riversano nei nostri soggiorni e cucine, in una sequenza infinita,
vecchia di milioni di anni. Forse era questo a cui pensava Leonardo
da Vinci quando scrisse nei suoi taccuini che le mosche erano le
anime dei morti. I morti hanno perso il proprio io e senza di esso non
sono niente, soltanto spazio, diventano tutt’uno con il mondo in cui
continueranno a nascere in eterno e da cui morranno, come le
mosche.
Perdono

È impossibile misurare il progresso dal momento che il valore


attribuito ai cambiamenti è relativo e dipende totalmente dal punto
da cui vengono osservati e compresi. Per quanto riguarda il mondo
materiale, il mutamento in sé è incontestabile, per esempio il fatto
che in un certo momento alcuni esseri umani siano passati dal
cacciare e raccogliere il cibo al coltivare la terra e ad allevare il
bestiame dando vita a un’esistenza nuova e sedentaria. O che in un
certo momento qualcuno abbia cominciato a confezionare indumenti
con l’aiuto di macchinari, cosa che ha trasformato radicalmente la
struttura dell’economia poiché la fabbricazione di merci non era più
limitata dalla capacità del singolo individuo o del nucleo familiare,
quando ognuno produceva da sé ciò che utilizzava e l’eventuale
esubero veniva venduto o barattato a livello locale, adesso il luogo
non costituiva più una costrizione e fu così sbloccato anche l’enorme
potenziale di illimitatezza insito nel sistema monetario.
Se questi mutamenti sono fattuali, non lo è la loro valutazione. Per
quanto concerne il progresso del mondo immateriale, ciò che ha a
che fare con le relazioni interpersonali, non è relativo soltanto il
valore attribuito ai cambiamenti, ma anche il cambiamento in sé. È
così perché tutto quello che riguarda lo spirito e l’anima appare solo
indirettamente e di conseguenza va interpretato. Inoltre, le persone
coinvolte da questi cambiamenti, se sono avvenuti molto tempo
prima, erano confinate in una lingua caratterizzata da modelli di
pensiero diversi dai nostri, per cui non è affatto scontato che persino
una frase identica, pronunciata per esempio in Norvegia nell’anno
976 e ripetuta nello stesso luogo nel 1976, avrebbe lo stesso
significato. Possiamo credere che loro fossero come noi, ma non ci è
dato saperlo. Possiamo riportare alla luce le loro imbarcazioni e
stabilire il modo in cui navigavano. Possiamo riportare alla luce le
mura delle loro case e stabilire come abitavano. Possiamo
analizzare il loro DNA e stabilire da dove arrivavano. Ma non
potremo mai stabilire quale fosse la relazione che avevano nei
confronti del perdono e cosa ne pensassero.
Visto da qui, a più di mille anni di distanza, sembra che l’antica
struttura sociale basata sulla stirpe seguisse parametri molto diversi
all’interno di un sistema culturale dove il perdono non esisteva o
rappresentava un’anomalia. Se qualcuno subiva un’offesa da parte
di un altro componente della famiglia, o qualche suo membro si
comportava male o in maniera indesiderata, non ci si vendicava, ma
non si perdonava neppure, se con perdono si intende un’azione
attiva e deliberata, un guizzo di pietà. Si parlava piuttosto di
accettare la situazione, partendo dall’idea che il carattere fosse una
dimensione immutabile – lei è così, lui è così. Se si subiva un’offesa
da parte di qualcuno esterno alla famiglia, verbale o fisica, si
valutava se l’offesa dovesse essere vendicata, ma questa
valutazione non prendeva mai in considerazione il fatto che il
responsabile venisse perdonato o meno, si trattava esclusivamente
di stabilire le conseguenze di una possibile vendetta. Forse era più
saggio lasciar perdere, perché tutti conoscevano le forze distruttive
insite nella vendetta e in particolare in quella di sangue, ma questo
avveniva soltanto se era possibile farlo senza perdere la faccia.
Perdere la faccia era la cosa peggiore che potesse capitare, era
peggio della morte, che in alcuni casi era l’unica soluzione in grado
di riscattare l’onore.
In una cultura di questo genere l’idea di perdono deve essere stata
una rivoluzione, un ribaltamento totale di tutti i valori. Mi hai offeso,
ma io rinuncio alla mia vendetta e ti perdono. Per molti questo è
considerato un progresso. Che il messaggio di Cristo di porgere
l’altra guancia fosse una rivoluzione della natura umana. Ma il fatto è
che la lotta è rimasta la stessa e così vale anche per l’esito, sono
cambiati soltanto gli strumenti di potere. Il debole non può perdonare
il forte, sarebbe privo di senso. Soltanto il forte può perdonare.
Perdonare qualcuno significa degradarlo e svilirlo, fare in modo che
perda la faccia. Se si perdona qualcuno, e questo non comporta la
perdita della faccia da parte dell’offeso, quest’ultimo rimane
comunque una vittima e il debole. Il segreto del perdono è che esso
crea un luogo, nella sfera interiore più profonda del singolo individuo
dove nessun altro ha potere. Una volta raggiunto questo luogo, dove
gli altri non significano nulla, troviamo la forza di cui nessuno ci può
privare ed è proprio questa forza che mette in ginocchio l’altro
attraverso il perdono.
Bottoni

I bottoni, questi piccoli dischi che usiamo per agganciare pezzi di


stoffa intorno al corpo, appartengono a una tecnologia così antica
che raramente pensiamo a essi da questo punto di vista. I bottoni
esistono al di là dell’area riservata alle invenzioni, alle innovazioni e
al progresso e, anche se nel corso degli anni sono apparsi nuovi
metodi per unire le varie parti di tessuto, per esempio la cerniera e il
velcro, i bottoni tengono il passo. È così perché nel loro caso il
rapporto tra forma e funzione è perfetto, non esistono spazi di
miglioramento. Un bottone di oggi è più o meno identico a uno del
quindicesimo secolo. Sì, sarebbe allettante dichiarare che fino a
quando ci saranno esseri umani, ci saranno anche bottoni – ma,
com’è ovvio, non lo sappiamo perché, se il bottone è perfetto e non
può essere elaborato ulteriormente, rischia comunque di cadere
nell’oblio in un futuro lontano, quando la civiltà, così come la
conosciamo, sarà implosa. È difficile immaginarselo perché anche gli
incivili esseri umani del futuro avranno bisogno di indumenti e, dal
momento che i loro corpi avranno come i nostri una forma cilindrica,
dovranno trovare il modo di allacciarli e, una volta che li avranno
uniti, o fissati per esempio con un bastoncino o un osso che,
presenti su un lato, vengono infilati dentro un’asola posta sull’altro,
probabilmente sarà soltanto una questione di tempo prima di
rendersi conto dei vantaggi offerti dalla forma a disco o prima che la
loro cultura raggiunga un grado di civilizzazione tale da apprezzare
la riservatezza e il controllo – perché sono una componente
importante della natura dei bottoni – e svilupperanno indumenti
corredati di uno o più piccoli buchi oblunghi su un lato e di piccoli
dischi corrispondenti sull’altro – di osso, bronzo, ferro, bachelite o
plastica, tutto in base al tipo di materiale verso cui punterà la loro
società.
Durante la mia crescita, mia madre aveva una scatola piena di
bottoni. Per un bambino era come uno scrigno che conteneva il
tesoro dei pirati. La forma rotonda dei bottoni ricordava quella delle
monete e i tanti colori che scintillavano alla luce del lampadario
inducevano a pensare alle pietre preziose. Zaffiri, rubini, topazi,
smeraldi. Il modo in cui frusciavano quando ci tuffavi dentro le dita.
La sensazione di ricchezza che suscitavano era ironica dal momento
che i bottoni rappresentavano spesso un esempio dell’esatto
contrario in espressioni norvegesi colloquiali come “lavorare in
cambio di bottoni”, quindi per due soldi. Inoltre, la scatola che li
conteneva era in realtà segno di parsimonia, visto che servivano a
sostituire quelli che si erano staccati in modo che i vestiti potessero
rimanere in circolazione più a lungo. I bottoni posseggono un’infinità
di forme e colori e ricordo mia madre quando cercava nella scatola
quelli rassomiglianti a quelli caduti. A suo tempo sua madre, la
madre di sua madre e anche la madre della madre di sua madre
dovevano aver agito allo stesso modo. Quei movimenti, le dita che
passano al setaccio la quantità di bottoni lisci e che poi ne tengono
uno posizionato sull’indumento mentre infilano l’ago in uno dei tre o
quattro fori, con il filo che pende come una coda lunga e sottile verso
il pavimento, erano un’eredità, una componente di ciò che legava
mia madre al passato, la vita in un villaggio norvegese nei secoli
antecedenti al nostro tempo.
I miei figli stanno crescendo senza una scatola dei bottoni e non
hanno mai visto i loro genitori cucire perché, quando se ne stacca
uno, scartiamo il capo in questione e ne compriamo uno nuovo. La
cosa non mi piace, ogni volta che succede mi sento colmare da una
tenue ombra di tristezza, non è così che dovrebbe essere. Ma
perché? Antepongo la parsimonia e la povertà all’abbondanza? Sì,
in qualche modo suppongo che sia così. L’opulenza è malvagia, la
frugalità è buona – anche questo fa parte dell’eredità. E pochi
concetti rappresentano la civiltà meglio di questo, no? Perché, se c’è
qualcosa che caratterizza la natura, è l’abbondanza, la ricchezza
selvaggia di foglie ed erba, petali, gambi e rami, uno spreco infinito
di clorofilla, nei confronti del quale l’essenza del bottone, che in
modo modesto, schivo, ma fermo, tiene insieme la camicia,
rappresenta l’esatto contrario. Questo appare evidente le volte in cui
si viene travolti dal desiderio e con la gola spessa e il sesso che
pulsa non siamo in grado di aspettare il tempo necessario per
sbottonare tutti i bottoni, ma afferriamo i due sparati della camicia o
della camicetta e li strappiamo con un gesto violento, aprendoci così
l’ingresso al mondo dell’illimitato, del selvaggio e dello spreco. Nel
regno dell’abbottonato questo costituisce da sempre la più grande
tentazione, proprio perché tutto è costretto e regolato dal principio
fondante dei bottoni. Questo principio non è frutto di un pensiero, ma
nasce dal lavoro quotidiano che le mani svolgono con i dischetti,
quando li spingono lentamente e di traverso nelle piccole fessure
che si aprono nel tessuto sulla parte opposta della camicia, e li
raddrizzano una volta che sono passati in modo da formare una
specie di lucchetto. In questo modo la tecnica a cui ricorriamo serve
a nascondere il nostro corpo dietro i vestiti e a esercitarci nell’arte
dell’autocontrollo.
Thermos

Il thermos d’acciaio sembra progettato per essere sparato e la sua


forma non differisce molto da quella di una granata o un bossolo. È
molto bello. Non trovo attraenti né le granate né i bossoli, forse
perché li si vede generalmente in grandi quantità e sanno di
automatizzato e monodimensionale. Invece i thermos d’acciaio
appaiono quasi sempre singolarmente e in ambienti in cui formano
un netto contrasto, in fondo a una morbida borsa di cuoio, nella
tasca laterale di uno zaino, sul tavolo di una baracca da cantiere. La
costruzione è semplice, un cilindro di acciaio cavo con una parete
interna di materiale termoisolante, un tappo a vite in cima, coperto a
sua volta da un cappuccio. Benché sia duro, lucido e assomigli a un
proiettile, il thermos si amalgama in maniera naturale e quasi
invisibile in ogni ambiente. Ha in sé un che di riservato che
probabilmente è dovuto al compito che svolge, fungere da
contenitore per le bevande calde, soprattutto il caffè, che tra tutte è
quella più democratica e senza distinzioni di classe, che non solo
gode di un favore quasi unanime, ma si può gustare a tutte le ore del
giorno e della notte. Tuttavia, esistono situazioni dove un thermos
non passerebbe inosservato. Lo si può tirare fuori alla mensa del
lavoro e nessuno reagirebbe, ma se lo si facesse durante una visita
di cortesia dal vicino attirerebbe su di sé l’attenzione generale.
Questo avviene perché il thermos costituisce una sorta di estensione
della propria casa nel mondo esterno. Non rappresenta una
minaccia negli spazi collettivi all’aperto, nei boschi o in campagna,
sui mezzi di trasporto pubblici o nei posti di lavoro, ma lo diventa
nelle case altrui, il cui diritto all’autodeterminazione e alla sovranità
verrebbero sfidati dalla presenza del thermos estraneo. Non hai
mica intenzione di portarti il tuo caffè qui nel nostro soggiorno? In
questo modo il thermos occupa una posizione unica tra i vari articoli
per la casa, che condivide solo con la borsa termica, un altro oggetto
studiato per mantenere costante la temperatura quando siamo in
gita o facciamo un viaggio fuori dalle quattro mura domestiche.
Mentre spatole, pentole, brocche dell’acqua e mestoli, ciotole di
plastica, fruste e teglie del forno restano in cucina e appaiono
alquanto inappropriati in altre circostanze dove è palese che sono
fuori posto – immaginiamoci una padella in bagno o un frullatore sul
prato –, il thermos e la borsa termica esprimono la loro vera natura
quando si trovano al di fuori della cucina, dove vengono soltanto
conservati. Per via delle sue dimensioni e del limitato raggio
d’azione, nella vita quotidiana la borsa termica è più di un’anomalia,
segnala qualcosa di extra e non passa mai inosservata in qualsiasi
contesto. Il thermos, invece, è affusolato e proporzionato, sta
comodamente nel palmo della mano, non richiede attrezzatura
supplementare dato che il cappuccio funge anche da tazza, e intorno
a sé tesse una rete di associazioni e ricordi perché era sempre
presente, nei viaggi in macchina, su quelli in barca, nelle escursioni
in montagna e nei boschi, e collegava tutto ciò che esisteva
all’esterno con quello che c’era a casa, senza che ci avessimo mai
pensato.
Soltanto dopo, quando vediamo tutte le foto di quel tempo, ci
rendiamo conto che al centro di tutte c’è il thermos, come una specie
di totem di famiglia. In maniera discreta visualizzava ciò che allora ci
univa e che adesso si è spezzato.
Il salice

Davanti alla finestra c’è un salice. La parte inferiore è composta da


un vecchio tronco, alto poco meno di un metro e diviso in due da una
spaccatura che prosegue fino al terreno. Tutto quello che riguarda
questo tronco sembra morto, all’interno della spaccatura il legno è
molle e nero, pieno di cavità, e in cima presenta le frastagliature
tipiche di un albero che ospita le termiti. La corteccia è secca e
screpolata, come una scorza che non ha più una vera connessione
con ciò che ricopre. Ma nella parte più alta il tronco si divide in tre
bracci corti e spessi e ognuno di essi termina in una specie di
protuberanza, da cui parte una miriade di rami sottili dalla corteccia
liscia e nuova. Adesso è novembre e il salice rimarrà così per tutto
l’inverno, proprio come è stato potato in autunno. Senza foglie e con
i rami corti, e così contorto e bitorzoluto pare l’interno di un
marchingegno che qualcuno ha tirato fuori per ripararlo e poi ha
abbandonato alla pioggia e al vento. Una specie di apparecchio di
cui si possono immaginare tubi e cavi collegati a ogni piccola
escrescenza o l’armatura di una costruzione. In inverno gli alberi
vengono spesso paragonati a dei polmoni perché questi ultimi
seguono lo stesso modello di ramificazione senza foglie degli alberi,
dove da ogni ramo ne parte uno nuovo sempre più sottile fino ad
arrivare a quelli più esterni e fini. Il salice non assomiglia ai polmoni,
invece le tre protuberanze ricordano un cuore, così come viene
rappresentato nei modelli in cui le arterie principali sono recise e
spuntano dal muscolo grande quanto un pugno come una sorta di
monconi. Ma il salice non appartiene a nessuna dimensione
interiore, non supporta nient’altro che se stesso, non tiene in piedi
nulla. Quando se ne sta lì, immutabile e scheletrico in inverno, per
poi riempirsi di vita nell’attimo in cui i rami cominciano a crescere e a
coprirsi di foglie, cosa che succede più velocemente che con
qualsiasi altro albero che io abbia mai visto, è facile pensare che la
vita sia un qualcosa che viene convogliato dentro il salice e che il
salice sia solo una specie di tubo attraverso cui la vita scorre per
manifestarsi trionfante in quel tripudio di foglie verdi che è il salice
d’estate, quando i rami si allungano ad arco verso terra e un fitto
fogliame avvolge il tronco come un vestito.
Agli inizi del cristianesimo, l’albero morto da cui cresceva un nuovo
germoglio era un simbolo chiave, rappresentava la risurrezione, in
realtà il simbolo è ancora più antico e in origine indicava la continuità
della vita. Non è soltanto un’immagine più umile dal momento che la
componente individuale è del tutto assente, a differenza del
cristianesimo, ma è anche più vera. Il salice è la torcia della vita e lo
siamo anche noi: quando la vita in noi si spegne, viene portata
avanti dai nostri figli.
Non ho idea di quanti anni abbia questo salice, ma suppongo che
abbia più o meno l’età di mia madre, forse una o due decine in più.
La spaccatura non esisteva quando ci siamo trasferiti qui, ma un
giorno un bambino alquanto vivace che era da noi si è arrampicato
sull’albero, poi si è messo a penzolare da un ramo e il tronco si era
spaccato. Avevo legato una corda intorno alla pianta per tenerla
insieme, pensando che le due metà sarebbero riuscite
miracolosamente a ricongiungersi, ma non è stato così. La
primavera successiva la linfa ha cominciato a circolare lungo due
canali invece di uno e la cascata di foglie si è sviluppata in due posti
diversi, pressappoco, si potrebbe immaginare, come avviene nel
corso della serata quando la festa si divide perché alcuni degli
invitati vanno a sedersi in cucina.
Tazze del water

C’è un qualcosa di elegante e grazioso nella forma della tazza del


water, anche se è pesante e massiccia e piantata come una roccia
sul pavimento del bagno. Il grazioso deriva dal fatto che la tazza è
stretta in fondo, alla base, e via via si allarga verso la sommità, tanto
da dare l’impressione che, seppur non voglia sfidare direttamente la
legge di gravità, almeno cerchi di contrastarla. Ma, come avviene per
molti dei nostri oggetti più belli, la tazza del gabinetto non è fatta per
compiacere l’occhio: la sua forma corrisponde in tutto e per tutto alla
sua funzione, che non ha nulla a che fare con l’estetica: lì dentro
pisciamo e caghiamo, a volte vomitiamo. Ogni dettaglio presente
nella tazza è pensato per espletare questa funzione. Il fatto che sia
larga in cima e stretta in fondo, è perché deve condurre le deiezioni
del nostro corpo fuori dall’abitazione nel modo più efficiente possibile
e, come sanno tutti quelli che hanno versato liquidi in bottiglie,
thermos o taniche, la forma a imbuto è insuperabile quando si vuole
evitare di sporcare. Come l’imbuto non rappresenta mai la meta
finale dei liquidi, anche la tazza del water è soltanto un momento di
passaggio, un punto di circolazione, una specie di sala di transito
degli escrementi. Che sia fatta di solida porcellana, sia caratterizzata
dalla sua superficie liscia e dura e la parte interna di questa
superficie sia irrigata d’acqua, dipende dal fatto che nulla deve
rimanere attaccato. Nella tazza non deve restare niente, né
espandersi, tutto deve proseguire. Sopra la tazza troneggia la
cisterna, il contenitore dell’acqua, anch’essa di porcellana, spesso
rettangolare, dai bordi leggermente arrotondati. In cima c’è un
pulsante che mette in azione un meccanismo di rilascio: quando lo si
preme, si apre una chiusa in miniatura e l’acqua contenuta nella
cisterna sgorga lungo l’interno della tazza. Nei modelli più vecchi
invece di un pulsante c’era una leva laterale, non molto diversa
come forma da quella del cambio, con una sfera di bachelite
all’estremità, e nei modelli ancora più vecchi lo sciacquone era
separato e montato sotto il soffitto e l’acqua veniva rilasciata per
mezzo di un’impugnatura connessa a una catenella che bisognava
tirare verso il basso. In fondo all’imbuto, all’interno della base della
tazza, c’è l’acqua, leggermente verdastra sul bianco della
porcellana, e quando il piscio e gli escrementi vi rimangono
intercettati, seguiti dalla carta igienica che rapida assorbe il liquido e
sprofonda sotto la superficie dell’acqua, rovesciandosi leggermente,
premiamo il pulsante e l’acqua che scroscia lungo l’interno della
tazza si porta via tutto ciò che giace sul fondo spingendolo
attraverso le condutture che lo portano fuori dalla casa fino alla rete
fognaria che si trova all’esterno, sotto la pavimentazione stradale. È
così che funziona la tazza del water, questo cigno della stanza da
bagno.
Ambulanze

In pianura la luce blu dell’ambulanza può essere visibile a molti


chilometri di distanza anche quando è buio. È diversa da tutte le
altre esistenti nella zona, sia quelle gialle delle case sia quelle rosse
che lampeggiano dalla cima delle pale eoliche e dei ripetitori
telefonici. La luce dell’ambulanza ricorda le scariche elettriche e si
muove rapida. Appare in lontananza, scompare per qualche
secondo e, quando ricompare, è già molto più vicina. Quando
l’oscurità è fitta, immagino a volte che sia come trovarsi all’interno di
un cervello, che le luci immobili delle fattorie provengano da
agglomerati di cellule che regolano le funzioni principali, come la
respirazione e il metabolismo, mentre la luce blu che giunge
sfrecciando è un’idea improvvisa, un pensiero terribile o un sogno.
La carica elettrica si trasmette di cellula in cellula, si avvicina sempre
più e io accosto lungo la strada avvolta nel buio perché adesso
l’ambulanza è a solo qualche centinaio di metri di distanza. Procede
veloce senza la sirena ed è come se questo aumentasse la
sensazione di angoscia perché l’intensità della sua luce viene come
potenziata dal silenzio. Passa senza rumore nelle tenebre e di colpo
non c’è più. Di giorno è tutto diverso, non soltanto perché la luce
diurna attenua quella blu, ma anche perché l’ambiente circostante, i
campi estesi con i loro grappoli di alberi e casolari, il leggero pendio
che sale verso gli scogli e il mare lì davanti in un certo senso si
congiungono all’ambulanza, il bianco metallico sul verde e il grigio, e
forniscono una spiegazione che giustifica la sua presenza: qualcuno
è rimasto ferito o si è ammalato, adesso viene portato all’ospedale.
Ma anche durante il giorno ci può essere un che di inquietante, che
non ha nulla a che vedere con quanto sta avvenendo al suo interno,
ma con l’effetto che causa. Il modo in cui un’automobile dopo l’altra
accostano e si fermano quando l’ambulanza compare dietro di loro.
È come se ci fosse uno spartiacque e quando l’ambulanza accelera
attraversando il varco che si è aperto, ora con la sirena in funzione
oltre alla luce blu intermittente, è come se per un attimo anche il
tempo stesso si fosse fermato, ogni cosa esterna a quest’unico
movimento è immobile e in realtà non esiste fino a quando l’istante è
passato, i veicoli cominciano lentamente a ripartire e tutto nell’arco di
qualche secondo ritorna alla normalità, come se non fosse successo
niente. Dentro l’ambulanza il tempo è un altro. La persona distesa e
legata alla barella non si accorge della velocità, non si accorge delle
auto all’esterno, ma è immersa nel proprio tempo, che dura una vita
e che adesso sta per chiudersi. Anche l’attività febbrile che circonda
questa persona, con il suo groviglio di tubi, cavi, macchinari,
maschere e siringhe, non viene percepita. In questo suo tempo non
esistono minuti né secondi, non esistono mesi né anni. In questo
nostro tempo individuale siamo come gli alberi, scuri e immobili,
immersi in una frequenza così bassa che non registriamo nessun
movimento, a parte quelli più grandi in assoluto, come il cambio delle
stagioni, e anche essi solo in maniera labile. Dentro l’ambulanza i
moribondi sfrecciano in questo modo lungo le strade, con la stessa
lentezza con cui crescono gli alberi.
August Sander

Per tutta la mattina ho sfogliato il capolavoro di August Sander


Uomini del ventesimo secolo. È formato da centinaia di ritratti. A essi
non è collegato un nome, solo la professione, e le foto sono
suddivise in base alle classi sociali: contadini, operai, borghesia.
Sono infinitamente affascinanti, sia a livello individuale sia
nell’insieme. Continuo a guardarli, i volti di queste persone che sono
vissute qui nel periodo intorno alla Prima guerra mondiale. Molti di
loro hanno un’espressione insondabile, come muta, eppure dicono
così tanto, come è possibile?
La fotografia non soltanto separa il suo soggetto dal tempo, ma lo
distacca anche dallo spazio, isolandolo dai contesti di cui è parte. Le
tensioni e le emozioni presenti in queste immagini sono dovute al
fatto che tutti i visi, tutte le persone possiedono una carica mentre
ciò che l’ha prodotta rimane invisibile. Questo deficit di spiegazioni
crea una enigmaticità singolare, apre questi volti chiusi, ma non
sappiamo verso cosa.
Molte delle facce di contadini sono rozze e tanto più sono vecchie,
tanto più paiono ruvide e grossolane: sicuramente è perché hanno
trascorso una vita all’aperto, sotto il sole, esposti al vento, alla
pioggia e al freddo. Molti hanno anche un che di caparbio in sé,
come se fossero abituati a respingere ciò che incontrano, o a
sopportarlo. Persino molti volti di uomini e donne giovani, per il resto
ancora lisci e inviolati dalla mano della vita, trasmettono questa
impressione. Il contrasto con i visi che vivono altri tipi di vita, per
esempio quella di un magnate dell’industria o di un artista, è
impressionante. Questi volti non sono grezzi e grossolani, ma leziosi
e raffinati, non sono chiusi e ostinati, ma aperti. Sorge facilmente il
pensiero che anche la loro sfera interiore possa essere differente.
Che la natura umana è uguale per tutti, ma che la vita che viviamo la
spinge a scorrere dentro di noi in modi diversi. Che i sentimenti, i
pensieri e le rappresentazioni mentali si aprono e si concentrano in
luoghi differenti, tutto in base a dove e come incontrano resistenza.
Alcune di queste persone dovevano essere infide, altre leali, altre
ancora oneste, altre menzognere, altre timorose di Dio, altre ancora
edoniste. Non è possibile decifrarlo dalle foto. Tutto quello che si
muoveva tra di loro non c’è più. Eppure, si ha la netta impressione di
chi sono. Quindi che cosa vediamo quando li osserviamo?
Se un fotografo fosse venuto qui, avesse riunito la famiglia sul
prato davanti alla casa e ci avesse scattato una foto, e questa fosse
finita in un libro che un uomo avrebbe aperto tra cent’anni, quanta
parte della nostra vita, così come si svolge qui e adesso, sarebbe
stato in grado di percepire?
Lo avremmo fissato muti. Vanja, Heidi, John, Linda, Karl Ove.
Tutto ciò che esiste tra di noi, ed è l’unica cosa che veramente conta
per noi, risulterebbe invisibile. Quello che quest’uomo avrebbe visto
è ciò che noi stessi non vediamo, che siamo volti tra altri volti, corpi
tra altri corpi, esseri umani tra altri esseri umani. E che le nostre vite
sono scritte sulle nostre facce e sui nostri corpi, ma in una lingua
così estranea e sconosciuta che neppure noi sappiamo che si tratta
di una lingua.
Comignoli

Dalla finestra della stanza in cui sto scrivendo, vedo la casa dove
abitiamo. Ha due comignoli: uno spunta dal tetto sopra la cucina,
l’altro dalla camera più lontana, che usiamo come studio e dove
scrivevo alcuni anni fa. I comignoli somigliano ai denti per il modo
con cui sbucano dal tetto e per il fatto che sono di un materiale
diverso, più duro, e poi perché soltanto questa parte superiore della
canna fumaria è visibile. Le canne fumarie proseguono all’interno del
tetto e del soffitto e si espandono nelle stanze sottostanti in modo
che, nella parte finale, in cucina e nello studio, formano un’intera
parete di mattoni. Attraverso queste cavità non passano i filamenti
nervosi, ma il fumo e, a differenza del dente, tutta la canna fumaria è
sempre aperta e in giornate come questa, dove il terreno è coperto
di brina quando ci alziamo e i vetri delle finestre hanno come dei
ricami di gelo lungo i bordi, il fumo sale lentamente dal comignolo e
si diffonde nell’aria, a volte quasi invisibile, come un fremito
nell’azzurro, a volte spesso e bianco come un cumulo di neve, dai
disegni strabordanti, a volte grigio e sottile, in un certo senso piatto,
come una pezza di tessuto estremamente delicato.
Il comignolo rappresenta anche una delle aperture della casa. Ma
mentre la porta è un’apertura per i residenti, siano essi adulti,
bambini, gatti o cani, e per tutti gli oggetti che questi abitanti portano
dentro e fuori la casa, e, mentre le finestre vengono spalancate per
cambiare l’aria, l’apertura del camino fa parte di un sistema chiuso, il
cui scopo è impedire che quanto circola al suo interno possa
penetrare nell’abitazione, e deve quindi rimanere separato. A
un’estremità di questo sistema c’è la stufa, che è uno spazio piccolo
e ignifugo, a cui si accede attraverso uno sportello. Si infila la legna,
che viene accesa, e quando brucia si chiude lo sportello in modo che
il fumo proveniente dal fuoco venga condotto verso l’alto attraverso
la canna fumaria, che è murata in un unico pezzo, e che, a
differenza delle altre stanze della casa, non subisce interruzioni tra
un piano e l’altro e ha una parte finale che emerge dal tetto, ed è
quella a cui pensiamo quando usiamo la parola “comignolo”.
Il comignolo non può mai essere visto per intero, a parte quando
brucia una casa e spesso la canna fumaria è l’unica parte che
rimane. Essa domina e controlla il fuoco anche se le fiamme fanno
del loro meglio per ridurla in cenere quando si sprigiona la loro
enorme forza, fiamme furiose per essere state soggiogate dalla
canna fumaria per tutti questi anni, come un figlio in affido, ci si
potrebbe immaginare, che dopo aver distrutto tutto quello che c’è
nella stanza si accanisce sul padre adottivo, quest’uomo ordinario e
noioso che parla soltanto dell’importanza di avere il controllo su se
stessi e sugli impulsi. Ma il fuoco fallisce nel suo tentativo di avere la
meglio sulla canna fumaria, non riesce neppure a scalfirne la
struttura, ma si estingue ai suoi piedi. Come trionfante, la canna
fumaria si erge verso il cielo dalle rovine nere e fumanti: finalmente
tutti possono vedere di cosa è capace.
L’uccello rapace

Quest’autunno mi alzo presto, verso le quattro del mattino, e


all’esterno tutto tace ed è buio. Dalla finestra scorgo il giardino e la
casa sul lato opposto. È novembre e da settimane il cielo è coperto e
non si vedono le stelle. La luce delle due lampade appese al muro
intonacato di bianco giace a semicerchio sul sentiero lastricato e
sulle desolate aiuole sottostanti, che brillano in maniera nitida e allo
stesso tempo indistinta nell’oscurità. Ascolto Ein Deutsches
Requiem di Brahms e fisso lo schermo vuoto del computer da più di
due ore mentre fumo e bevo caffè. Fuori comincia ad albeggiare.
Non si ha la sensazione che sia la luce ad arrivare, ma che siano le
tenebre a ritirarsi. Il cielo sopra il tetto impallidisce, non è più nero,
ma di un grigio molto scuro, mentre la fila di alberi schierata lungo la
via che sale al cimitero, forse a cento metri da qui, conserva la sua
nerezza e in questo modo le piante sembrano emergere
gradatamente a mano a mano che il cielo si illumina. Non hanno più
le foglie, soltanto i rami, spessi in prossimità del tronco, sempre più
sottili verso le estremità di ciò che in primavera e in estate
rappresenta la chioma, ma che adesso non c’è più ed esiste
unicamente sotto forma di speranza o ricordo. Ed ecco il giorno.
L’erba verde, la parete di legno della casa è rossa, i rami del salice
sono ocra, lo sgabello dietro di esso blu chiaro. Non ho ancora
scritto nulla, lo schermo davanti a me è come vuoto, è sabato, tra
poco dovrò unirmi agli altri. Di colpo avviene qualcosa davanti alla
finestra. Un uccello rapace sta scendendo in picchiata, è
un’esplosione di movimento che sembra cancellare qualsiasi altra
cosa. Atterra quasi accanto al salice, a pochi metri da me. Affonda
deciso il becco nell’erba con una aggressività inaudita, batte appena
le ali enormi, come per mantenersi in equilibrio. Mentre assisto alla
scena, il cuore mi martella nel petto. Gli occhi che fissano davanti a
sé come fossero sconnessi dalle movenze della testa, le zampe
possenti e le piume che vi crescono sopra, gli artigli gialli e il becco
giallo. Grande, a uncino, tagliente. Poi si gira e sembra scagliarsi
verso l’alto, dà un paio di colpi di ala, è già sopra il tetto. Rimango
seduto. Questo turbinio di avvenimenti che, mentre avveniva, ha
cancellato tutto il resto, da cui è impossibile staccare lo sguardo, mi
ha ricordato qualcosa. Ma cosa? Poi mi viene in mente. È stata la
prima volta che sono stato alla Galleria nazionale di Oslo. Dovevo
avere diciassette anni. Avevo girato per le sale, guardato i dipinti, mi
erano piaciuti, quasi tutti, soprattutto quelli nazional-romantici,
imponenti, bellissimi nel loro realismo fotografico e i colori erano
meravigliosi. Poi sono entrato nella sala dove c’erano i quadri di
Munch. All’improvviso tutto il resto era come sbiadito. Era di questo
che si trattava. L’eccezione era l’arte. L’eccezione apriva il momento,
sfondava il tempo compenetrandolo e creando una presenza nel cui
vortice tutto acquisiva significato. L’eccezione è una luce, non getta
ombra. Gli uccelli all’esterno, quelli che sono sempre qui, gazze,
tordi, passeri, appaiono adesso con una nitidezza nuova.
Silenzio

Una delle proprietà della lingua è la sua capacità di nominare ciò


che non è qui. In questo modo siamo in grado di mantenere nel
nostro Lebenswelt, mondo della vita, tutto ciò che si trova al di fuori
del raggio visivo e anche tutto ciò che si trova al di fuori del nostro
orizzonte temporale, sia quello che era ieri sia quello che verrà
domani. Anche se il piccolo rilievo che ora si trova fuori dalla mia
portata visiva rispetto al punto in cui sono seduto, ovviamente esiste
sempre, la sua esistenza, che io ho appena evocato, è correlata non
soltanto all’ipotetico, ma anche all’immaginario. Tu che stai leggendo
queste cose non puoi sapere se questo piccolo rilievo esiste per
davvero, anche se sei in grado di vederlo con la mente, e non puoi
neppure sapere se io che sto scrivendo queste cose esisto – magari
stai leggendo queste parole molti anni dopo che sono state scritte e
in questo momento sono morto. Questa enorme espansione del
mondo della vita che avviene attraverso la lingua, e che si mantiene
in essa, è forse la caratteristica più importante dell’umano. Senza la
lingua il mondo continuerebbe a ricrescere: ogni parola è come una
piccola radura. Ma è anche traditrice, nel senso che ciò che non
esiste – adesso non mi riferisco al fittizio, all’ipotetico o
all’immaginario, ma a ciò che è l’opposto dell’essere, il non-essere –
acquisisce nella lingua uno status impossibile dal momento che essa
trasforma ciò che non è nulla in qualcosa semplicemente
nominandolo. “Niente” è ciò che non esiste e che non è qualcosa,
ma se lo scriviamo, o lo diciamo, esiste ed è qualcosa: niente. Il
silenzio è un vocabolo di questo genere, designa l’assenza di suoni
e in sé non è nulla. Ma raramente seguiamo questa parola fino alla
sua conclusione logica più estrema, invece la usiamo per classificare
il suono e la colleghiamo alla quiete e al riposo – qui è così
silenzioso e tranquillo, diciamo quando ci troviamo in una casa di
campagna e il rumore del traffico è sparito, oppure quando ci
sediamo nel bosco e tutti i suoni causati dall’incessante dinamismo
umano si sono affievoliti. Tutto quello che sentiamo sono il cinguettio
degli uccelli e il movimento degli alberi al passare del vento, che noi
chiamiamo il silenzio della foresta. Se questo avviene in una
giornata invernale priva di vento, non si sente neppure. Questo
silenzio influenza il paesaggio e, attraverso di esso, noi stessi. Tutti i
suoni sono connessi al momento preciso, appartengono al presente,
a ciò che muta, mentre il silenzio è collegato all’immutabilità, dove
non esiste nessun tempo. È l’eternità, ma anche il nulla, che sono
due facce della stessa medaglia. Che cosa significhi l’ho capito una
volta per un attimo mentre guardavo il film Shoah, che parla dello
sterminio degli ebrei, e un impiegato delle ferrovie raccontava che un
pomeriggio la stazione si era riempita di vagoni, a bordo venivano
deportati gli ebrei, bambini, adulti e anziani, e quella sera tutta l’area
riecheggiava dei loro suoni. Non aveva specificato di che suoni si
trattassero, ma immagino che fossero i pianti dei bambini, le voci
degli uomini e delle donne, passi, grida, il tintinnio di piatti, forse
addirittura risate. Quando il mattino dopo era tornato presto al lavoro
in bicicletta, c’erano ancora tutti i vagoni, ma adesso regnava il
silenzio. Non si sentiva neanche un rumore. Soltanto quando ho
sentito parlare di quel silenzio ho capito che cosa implicasse
l’Olocausto, in un momento di comprensione più profonda che è
durato qualche secondo prima di svanire di nuovo. Tanta parte della
vita e del vivere riguarda il suono, dai piedi dei bambini che correndo
colpiscono con forza il pavimento, il loro pianto e le loro urla di gioia,
al loro respiro regolare la notte. Ma la letteratura sulla vita e su ciò
che vive è più strettamente connessa al nulla e a ciò che è privo di
vita, la notte e il silenzio, più di quanto pensiamo di solito. Le lettere
dell’alfabeto non sono altro che segni morti e i libri le loro bare.
Mentre lo leggevi, da questo testo non si è levato nessun suono.
Tamburi

Dietro di me, nella stanza in cui sto scrivendo, c’è una batteria. In
essa c’è un che di infantile, dai nomi dei rispettivi tamburi – che
potrebbero essere stati inventati da un bambino, il tamburo più
grande si chiama grancassa, quello dal suono più brillante e che
rulla più a lungo si chiama rullante, poi ci sono i piatti e i due tom-
tom – alla cromatura luccicante e alle aspettative che crea, quando è
pronta, di picchiare, colpire e battere. Dal punto di vista visivo la
batteria è affine all’automobile americana, all’aspetto che avevano
negli anni cinquanta, sessanta e settanta, con le loro pinne, le
superfici dai colori vividi e le griglie luccicanti, e al tir, non quello
grigio e anonimo con il telone e il nome della ditta sulla fiancata, ma
quello elaborato, verniciato a spruzzo e con tanto di accessori
supplementari, queste meraviglie di veicoli, e anche forse ai
motoscafi da competizione con i loro scafi lucidi e i grandi motori
fuoribordo. Chi ha visto da piccolo la batteria di Roger Taylor dei
Queen con la sua miriade di tom-tom, la sua moltitudine di piatti e il
gong enorme e accattivante sullo sfondo, capisce cosa intendo dire.
Ciò che la batteria ha in comune con l’auto americana, il tir dello
scapolone e i motoscafi da corsa, oltre all’aspetto, che esercita una
forte attrazione sui bambini, è la promessa di velocità e, attraverso di
essa, di libertà. Però quello che tutti i bambini che cominciano a
suonare la batteria sperimentano ben presto è che questa promessa
non viene mai esaudita perché, se c’è qualcosa che caratterizza il
suonare la batteria, è lo statico. Suonare la batteria significa
esercitare l’arte della limitazione, rinunciare a ogni forma di
esagerazione e in maniera consapevole seguire la via della
parsimonia e della sobrietà. Di tutti gli strumenti è quello più
ascetico. Una batteria composta da molti elementi di percussione
fornisce soltanto più possibilità per fare la stessa cosa.
Chi scrive questo è un uomo bianco, di mezz’età con una sfera
interiore congelata, che cammina in modo rigido e leggermente
curvo in avanti, e che non gioca mai, non balla mai, non si avventura
mai nell’oscurità selvaggia e disinibita che prendendo esempio dai
Greci chiamiamo orfica, il cui ingresso è rappresentato dalla
ripetizione di ciò che è rituale, o in altre parole del ritmico. Il ritmo, il
colpo, la battuta, la trance. Il cuore, il sangue, il sacrificio.
I tamburi comprendono entrambe le possibilità, sia l’apollineo sia
l’orfico. Come fanno tutta l’arte, tutte le sue forme, tutti gli strumenti
musicali, ma nessuno in modo altrettanto semplice e fondamentale
come i tamburi. L’apollineo è presente nei colpi che suddividono e
sistematizzano il tempo, in intervalli più corti e più lunghi, è
matematica pura, del resto tutta la musica è sempre matematica. Le
percussioni devono avvenire con la massima precisione, come in un
orologio, e se si apre a un passaggio, per sottolineare
un’interruzione o un cambio di ritmo, bisogna sempre ritornare a
battere il tempo giusto. I percussionisti jazz, che hanno trasformato
in arte il suonare la batteria e i tamburi, hanno ribaltato questo
rapporto, in modo che i passaggi, lo stacco, per loro sono diventati
l’essenza stessa del suonare e mantenere il ritmo è semplicemente
qualcosa di cui si occupano ogni tanto, in via del tutto indicativa, un
po’ come un lavoratore che ha fatto carriera all’interno della ditta e
adesso in qualità di direttore non ha più bisogno di timbrare il
cartellino, ma lo fa comunque, in nome dei vecchi tempi. I
percussionisti jazz sono dei virtuosi, non c’è cosa che non sappiano
fare alla batteria, da soli rappresentano un’intera orchestra, ma ciò
che creano, la loro trasgressione, è più affine al gioco, al
destreggiarsi senza impegno tra tutte le possibilità esistenti,
l’apollineo, ciò che più rappresenta il nocciolo della musica, il suo
cuore nero, tanto semplice e primitivo come la linea orizzontale che
ipnotizza la gallina: non il ritmo che suddivide il tempo, ma il ritmo
che lo annulla. Il tempo è distanza e quando viene annullato non
siamo più nel mondo, ma una parte di esso. Era ciò che la musica di
Orfeo faceva alle donne che in una specie di trance o ebbrezza
collettiva gli staccarono la testa e gliela gettarono in mare, dove
lentamente andò alla deriva, sempre cantando.
Occhi

Non riuscirò mai a capire come funzionano gli occhi. Non riuscirò
mai a comprendere come il riflesso del mondo esterno, con tutti i
suoi oggetti e movimenti, riesca a scorrere attraverso gli occhi e a
venire proiettato sotto forma di immagini nell’oscurità del cervello. So
che gli occhi sono formati da un corpo vitreo, una camera anteriore e
una posteriore, e una serie di membrane. So che l’energia luminosa
viene trasformata in impulsi nervosi quando la luce incontra l’occhio,
grazie alla scomposizione di una sostanza chiamata rodopsina e che
questi impulsi sono lanciati lungo le vie neurali fino a raggiungere la
corteccia visiva del cervello, dove vengono ricostituiti come
rappresentazioni interne. Per via di questo processo, affinato alla
perfezione, ci sono infatti più di centoventi milioni di cellule visive
nella retina, sono in grado di vedere le mie figlie che giocano a
badminton sul prato durante una giornata estiva, calda e tranquilla di
luglio, circondate da piante verdi, cespugli e alberi immobili, sotto un
cielo azzurro e limpido, vedo sia i loro movimenti un po’ impacciati
sia le espressioni concentrate dei loro volti che di tanto in tanto si
dissolvono in risate o accuse. Grazie allo stesso processo ho potuto
anche vedere la neve che cadeva nel buio quando stamattina presto
me ne stavo davanti alla finestra della cucina aspettando che il caffè
finisse di filtrare, il modo in cui i fiocchi di neve, piccoli e granulosi,
seguivano ogni minimo movimento dell’aria e uno alla volta si
depositavano, sotto o tra i fili dell’erba, che adesso, qualche ora
dopo, quando la luce del sole lontano, fortemente attutita dalla coltre
di nubi, splende sul paesaggio, sono del tutto coperti di neve bianca.
Non riesco a capire come avvenga, ma potrei accontentarmi della
spiegazione che si tratta di pura meccanica e materialità, una
trasmissione di energia, una questione di atomi e fotoni, se non
fosse per il fatto che i miei occhi non ricevono soltanto la luce, ma la
emettono anche. Di che tipo di luce si tratta? Oh, è la luce che
proviene da dentro, quella che brilla in tutti gli occhi che vediamo,
noti o sconosciuti. Negli occhi di coloro che non conosciamo, per
esempio a bordo di un autobus stracolmo un pomeriggio d’autunno,
la luce è debole, pare più un barlume quasi impercettibile su quei
volti striati e ciò che rivela è quasi unicamente che sono vivi. Ma
nell’attimo in cui queste piccole lanterne di vita si girano verso di te e
tu ci guardi dentro, ciò che vedi è proprio quell’essere umano
preciso. Forse ci fai caso, forse no, nel corso di una vita fissiamo
migliaia di occhi, la maggior parte scivola via inosservata, poi di
colpo c’è un qualcosa, proprio in quegli occhi, qualcosa che vuoi e
per cui faresti quasi di tutto pur di stargli vicino. Che cosa è? Be’,
non sono di certo le pupille quello che stai guardando, né tantomeno
l’iride né la sclera. È l’anima, la luce arcaica che riempie gli occhi, e
questo guardare dentro gli occhi della persona che ami, quando
l’amore è al massimo della sua potenza, è la gioia più alta.