Sei sulla pagina 1di 7

Lo scrittore

L
o scrittore viveva angustiato in attesa del successo.
Quest’ultimo, però, tardava ad arrivare, la qual cosa
lo rendeva ogni giorno più triste e amareggiato. Con il
tempo che passava inesorabile, era proprio risentito, sull’orlo,
diciamo così, d’un attacco d’odio. Il fatto più deplorevole era
che non sapeva bene contro chi indirizzare l’odio viscerale
che gli rodeva le interiora.
In realtà, lo scrittore si sentiva perso, non sapeva cosa fare.
Non capiva per quale ragione il successo tardasse tanto. In fin
dei conti, aveva già scritto, nella sua vita, chilometri di poesie,
storie, tesi, saggi e recensioni letterarie. Una sua citazione era
stata tradotta in romeno. Un paragrafo intero era stato usato
da uno studente galego, in una dissertazione su un altro scrit-
tore. Malgrado ciò, il successo, nulla.
Lo scrittore si guardava intorno e, dalla rabbia, gli veniva
solo da vomitare. Uno scrittore trenta anni più giovane di lui
aveva riscosso un successo clamoroso in Portogallo, perché
in tutti i suoi libri parlava male del presidente. Il libro poteva
essere un’avventura ambientata nelle favelas del Messico – lo
scrittore era stato tra i primi a scrivere per il mercato globale,
abbandonando, dunque, il localismo tipico della letteratura
angolana – ma lui improvvisamente piazzava il presidente con
tutta la sua famiglia in quell’insolito scenario, magari in va-
canza a Cancún, indaffarato in qualcosa ideato apposta per
mettere nei guai gli indigeni messicani. I giornalisti portoghesi
adoravano quello scrittore, a causa della vecchia relazione di
152 joão melo

amore e odio tra l’Angola e il Portogallo e di altri fattori ancor


più spuri.
Un altro scrittore, che non aveva neppure un nome angola-
no, era apparso sulla copertina di una rivista lituana. Secondo
le malelingue – che, al contrario di quello che pensano i lettori
ingenui, esistono a vagonate negli ambienti intellettuali – quel-
lo scrittore, che era un uomo bello e dalla lingua lunga, aveva
conosciuto una giornalista della suddetta rivista a Parigi, du-
rante un congresso internazionale, e se l’era sbattuta per tre
giorni. Per ricompensa, la giornalista aveva scritto un ampio
articolo su di lui, con tanto di diritto alla foto in copertina.
Lo scrittore era particolarmente crucciato dal fatto che la
maggior parte dei premi letterari venivano attribuiti a scritto-
ri con noti problemi di pelle. Per lui, tutti i premi dovevano
essere consegnati a individui autenticamente rappresentativi,
forti e in salute e non a esseri estranei, e per di più, come ac-
cadeva spesso, con problemi dermatologici che la medicina
non è ancora riuscita a risolvere. Le giurie che attribuivano
tali premi non potevano che essere daltoniche, il che era pro-
fondamente deplorevole.
Un giorno, lo Scrittore decise di uscire dal suo torpore. Se
Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maomet-
to. In altre parole: se il successo tardava ad arrivare, sarebbe
andato lui incontro al successo. Elaborò, dunque, una stra-
tegia in tre tappe, al fine di raggiungere il successo. Ci mise
qualche giorno e, naturalmente, sprecò alcune risme di carta
per tramare – questo il termine preciso ed esatto – la suddetta
strategia, ma, per chi aveva già scritto chilometri di testi, tutti
di grande valore letterario, benché non ancora riconosciuto,
questo non era un problema.
Da buono stratega, lo Scrittore era perfettamente conscio
di non poter bruciare le tappe. Così, la prima strategia che
decise di mettere in pratica fu accusare pubblicamente gli
il giorno in cui paperino... 153

scrittori di successo di non essere altro che presunti angola-


ni, poiché, in fin dei conti, erano luso-angolani. È spaventoso
che, in pieno ventunesimo secolo, qualcuno perda il sonno a
causa di questo falso problema ma, secondo alcuni teorici, la
permanente tensione tra elementi centrifughi e centripeti è,
precisamente, uno dei paradossi della globalizzazione.
Ad ogni modo, questa strategia fallì fragorosamente, quan-
do si diffuse nel meccanismo informale di comunicazione
designato mujimbo, che in Angola è più efficace di internet,
la voce che lo scrittore, per coincidenza, era vissuto quindici
anni in Portogallo, a spese del rispettivo governo. Ciò era ac-
caduto nel periodo più duro del socialismo schematico, quan-
do il paese era diviso in due.
Per informazione delle generazioni più recenti, posso dire
che, a quell’epoca, era veramente difficile vivere in Ango-
la. Così, in quello che oggi, vent’anni dopo, possiamo chia-
mare il paese ufficiale, amministrato dal governo, i cittadini
passavano i giorni disperati tra una coda e l’altra, oppure a
pensare schemi multiformi di sopravvivenza. Nell’altro pa-
ese, controllato dai ribelli, i cittadini deambulavano per le
foreste, in attesa, sempre più inutilmente, del giorno in cui
sarebbero arrivati a Luanda, spezzando l’insopportabile mo-
notonia dei loro giorni solo quando il Fratello Più Vecchio
decideva di lanciare qualche sortilegio al fuoco o quando ar-
rivava qualche gruppo di giornalisti portoghesi in cerca del
vigile di Jamba.
Di fronte a queste due alternative, lo scrittore non esitò: se
ne andò a Massamá, una sconosciuta località vicino Lisbona,
dove visse tranquillamente finché non si iniziò, seppur timi-
damente, a intravedere la fine delle confusioni in Angola. Du-
rante quel periodo, nessuno sentì parlare di lui, né bene né
male. Si seppe più tardi che aveva dedicato quel lungo perio-
do a comporre una sinfonia in cui si mischiavano gli accordi
154 joão melo

di Wagner, il balanço do vira portoghese e i tamburi luvale, ma


non giunse a terminarla.
Quando la cosiddetta opinione pubblica venne a cono-
scenza di tutto ciò, lo scrittore, demoralizzato, pensò di desi-
stere dalla sua ardua ma gloriosa battaglia per raggiungere il
successo. Malgrado ciò, non poteva più farlo, poiché era sta-
to toccato irrimediabilmente dall’invidia, dal risentimento e
dall’odio. Per lui era chiaro che se non aveva riscosso successo
era solo a causa della perfida azione dei suoi nemici. Doveva
dunque annichilirli completamente.
Passò, dunque, all’affondo. Creò e divulgò, in sonori para-
goni – con l’aiuto di un amico giornalista, che si proclamava
antigovernativo, ma che, sempre secondo certi rumori, sareb-
be stato un agente della polizia – una tesi rivoluzionaria sul-
la letteratura angolana basata – credetemi – sulla relazione
tra il merito individuale degli scrittori e il colore della pelle
di ognuno, che lui continuava a chiamare «razza», un altro
arcaismo resistente, benché viviamo, coscienti o meno, nella
postmodernità.
Lo scrittore espose la sua tesi in un lungo articolo, pubbli-
cato in varie parti da un giornale presumibilmente indipen-
dente, sotto il titolo internazionalmente chiarificatore di Im-
portanza del fattore cromatico nell’equilibrio della letteratura e
della nazione. Come tutte le tesi geniali, anche la sua si basava
su un’idea abbastanza semplice: c’è una relazione intrinseca
tra l’equilibrio degli Stati, per cui, nelle nazioni spiacevolmen-
te multiculturali, come la nostra, il fattore cromatico disimpe-
gna un ruolo cruciale, non solo nella descrizione storico-line-
are, ma, principalmente, nella valutazione del valore di tutte
le letterature. Con il rischio di provocare rotture e conflitti
innecessari.
Alcuni potranno considerare questa tesi apparentemente
giudiziosa e perfino simpatica. Ma essa deve essere completata
il giorno in cui paperino... 155

con un’altra idea dello scrittore. «Se fosse necessario, in nome


di questo equilibrio, si potrebbero anche realizzare interventi
in tale descrizione e in tale valutazione, sia eliminando tutti i
riferimenti, le immagini e i nomi che perturbano il desiderato
equilibrio, sia promuovendo azioni che contribuiscano allo
stesso» – aggiunse lui, nel saggio sopraddetto.
Questo passaggio alzò un enorme polverone. Considera-
to, non so perché, oscuro, allo Scrittore fu intimato da varie
voci, in particolare giornalisti, intellettuali e qualche politico,
di chiarire il suo vero significato al grande pubblico. Alcuni
giornalisti gli fecero perfino delle domande scomode, come,
per esempio, quali erano i nomi che lui avrebbe eliminato
dalla letteratura angolana o quali azioni proponesse per pro-
muovere il rispettivo equilibrio cromatico. Uno di essi, meno
rassegnato – purtroppo ce ne sono ancora – gli chiese se po-
teva succedere alle immagini di alcuni scrittori, fino ad allora
considerati angolani, la stessa cosa che è successa alla foto di
Trockij o di Nito Alves, al che egli rispose, stranamente, che le
lezioni positive dell’universalismo devono essere accolte sen-
za complessi.
In generale, lo scrittore, comprensibilmente turbato
dall’interesse dei media in relazione alle sue idee, commise un
errore di valutazione e, perciò, si sbracò completamente. Il
suo harakiri avvenne in una grande intervista alla televisione,
quando il giornalista, inaspettatamente, gli chiese quale fosse,
in fondo, la sua intenzione nel difendere e diffondere così ir-
responsabilmente quella sdrucciola tesi cromatico-letteraria.
Rispose:
«Il successo! È assolutamente imperioso ripartire più equi-
libratamente il successo!… Non si può ammettere che sia-
no sempre gli stessi scrittori a vincere tutti i premi!… Io, ad
esempio: per quale oscuro motivo il mio valore non è ancora
stato riconosciuto pubblicamente, benché abbia già scritto
156 joão melo

chilometri e chilometri di testi letterari e non solo? Ho dedi-


cato la mia vita a questo paese!… Durante il colonialismo do-
vevo andare tutte le settimane, appena uscito dallo studio, a
prestare dichiarazioni alla PIDE… Era sacro!… Inoltre, dopo
l’indipendenza, ho partecipato alla campagna nazionale di al-
fabetizzazione e mi sono arruolato volontariamente nelle bri-
gate che sono andate a raccogliere il caffè a Bengo. Durante la
guerra non sono mai fuggito dal paese… Perché non ho mai
ricevuto un premio letterario? Forse perché non sono metic-
cio né bianco?»
Decisamente, ci sono persone che, per quanto geniali, non
sanno parlare in pubblico (o alla stampa, che è peggio). La
verità è che, dopo quell’intervista, l’opinione pubblica si rese
conto, non si sa bene attraverso quali meccanismi, che la fa-
miglia dello scrittore era piena di mulatti, e che dunque, più
o meno alla lontana, c’era stato almeno un bianco. Messo di
fronte a quest’accusa assolutamente imprevista, a causa della
pelle color pece che possedeva, lo scrittore minacciò di de-
nunciare l’autore di quello che lui classificava come una vile
calunnia, ma l’avvocato che consultò gli consigliò di desistere,
poiché si trattava di una denuncia anonima. “Nero illegitti-
mo” – ecco come passò ad essere conosciuto lo scrittore, a
causa delle misture presenti nella sua famiglia.
Fallita la sua seconda strategia per eliminare i potenti ne-
mici che osavano interporsi tra lui e il successo, gli restava
solo una carta da giocare: l’abituale ignoranza della gioventù.
Lo scrittore decise, così, di trasmettere i suoi insegnamenti ai
giovani candidati poeti e aspiranti romanzieri. Perciò organiz-
zò, nel giardino di casa sua, delle riunioni letterarie, condite
invariabilmente con funje e birra, durante le quali tentava ar-
duamente di spiegare come sentirsi realizzato e personalmen-
te gratificato nell’attività letteraria, raggiungendo il successo
e la gloria (per lui, le due cose erano indissolubili). Un os-
il giorno in cui paperino... 157

servatore esterno rapidamente si sarebbe reso conto che tali


riunioni soffrivano di un problema di comunicazione fonda-
mentale, infatti gli alunni non capivano nulla di quello che
diceva lo Scrittore, ma quest’ultimo scambiava le loro facce
livide di terrore per ammirazione e riconoscimento davanti al
Maestro.
Al contrario, però, di quello che i lettori sicuramente si
aspettano, le riunioni furono un successo così grande che,
con il tempo, smisero di essere necessarie. Lo scrittore ebbe
la percezione esatta e confortante che la sua strategia stava
funzionando quando, un certo giorno, un giovane particolar-
mente irriverente gli chiese:
«Vuol dire, Maestro, questo vuole dire, dunque, che io non
ho bisogno di dominare la lingua, per esempio, come molti
sostengono, per essere scrittore, no? Basta essere cromatica-
mente predestinato!… Già che ci siamo, quanti punti per-
centuali di predestinazione cromatica, diciamo così, saranno
necessari?»
Lo scrittore sospirò, rappacificato con se stesso. Alla fine,
il successo.