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Il libro della deambulazione

O
ggi, per una ragione qualsiasi, ho deciso di condi-
videre con voi certe indiscrezioni che neanche la
mia stessa moglie conosce. È chiaro che questo è un
semplice modo di dire, dato che in realtà le mogli raramente
sanno tutto quello che i propri mariti pensano e soprattutto
fanno, essendo soltanto necessario aggiungere – come con-
forto per le mie eventuali lettrici o, se no, per alimentare il
cinismo dei miei lettori – che, evidentemente, coi tempi che
corrono, anche il contrario è sempre più vero, dato che tutti,
uomini e donne, anche i più a modino, hanno una doppia vita,
per non dire tripla. In realtà oggi, quando mi sono alzato, il
sole mi è parso leggermente diverso e propizio a certe libertà
o licenziosità, come più vi piace.
Sono perfettamente conscio del fatto di essere forse trop-
po pericolosamente sconsiderato nel cedere a tali impulsi,
proprio oggi, quando non si può più fumare nei ristoranti
né elogiare gli occhi o la bocca di una donna, figuriamoci il
culo o le tette. La mia fortuna è che non sono uno scrittore e,
di conseguenza, nessuno può esigere da me che contribuisca
all’integrazione morale e civica della nazione; sono un sempli-
ce cittadino, la cui biografia, in realtà, non è del minimo inte-
resse pubblico e al quale piace, di tanto in tanto, deambulare
per la città nella sua jeep 4x4, con vetri oscurati e un lettore
CD che fa impazzire tutte le ragazze al semplice suono che
esala, sia dolce o aggressivo, secondo la preferenza di ognuna
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di loro (dovete conoscere il mio lettore CD per sapere come


il verbo esalare corrisponde, letteralmente, alla qualità del ri-
spettivo suono).
Non è per vantarmi, ma in realtà dopo tanto deambu-
lare per la città posso inorgoglirmi di essere uno dei suoi
più profondi conoscitori, inclusi i suoi segreti più scabro-
si e impubblicabili. Se lo avete pensato, ci avete azzeccato.
È proprio per questo che mi piace deambulare per la città.
Si tratta di un esercizio altamente ricostituente ed esaltan-
te, non solo per l’equilibrio cardiovascolare, ma anche per
altre attrezzature anatomiche che il pudore nazionale mi
impedisce di menzionare nonostante tutti, come direbbero
Freud o William Reich, finiscano per cedere al suo potere.
Inoltre, e perlomeno quando è possibile andare al di là del
riconoscimento visivo, ciò è anche, diciamo così, una specie
di meritato risarcimento al vasto contingente di donne appe-
na appena amate, o addirittura non amate, che tutti i giorni
circola in città.
Dopotutto, nessuno può negare che, certamente a causa
della guerra e altre endemie, in questa vecchia città ci sia un
vero e proprio esercito di donne bisognose di uomini autenti-
ci, di quelli con una parlantina importante, che sono sempre
pronti a infilare il loro organo sessuale dentro qualsivoglia
donna e, soprattutto, che non si dimenticano di girare con
qualche soldo in tasca (non molti, perché è imperativo non
pregiudicare il latte per i bambini e altre spese fisse). Perciò,
se il lettore appartiene a tale categoria, può cominciare a pra-
ticare l’esercizio della deambulazione, che la cacciagione è
garantita a priori.
In tal senso, un valore aggiunto caratteristico della città è la
varietà dell’offerta. Così, si può trovare praticamente di tutto,
in termini di colore, età, occupazioni, dimensioni e formati. I
difensori della perduta autenticità, sia quella che sia, di certo
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non sono consapevoli di essere irrimediabilmente condanna-


ti all’infelicità, poiché quale più grande benedizione può un
uomo chiedere agli dèi se non la possibilità di farsi tutti i tipi
di donna, nere, bianche, mulatte, indiane, cinesi, giapponesi
e – miracolo dei miracoli – una che sia il risultato della com-
binazione di tutti, o perlomeno di alcuni di questi tipi? In
questo senso, Luanda è quasi la vera terra promessa, infatti
finora ho visto alcune asiatiche deambulare per la città che,
francamente, non sono da buttar via.
Da qualche giorno ho in testa un’idea assurda, ma che forse
mi potrebbe fruttare qualche spiccio, se io fossi di quelli che
vedono soldi dappertutto: scrivere un libro sulle strategie, le
tattiche e le tecniche di abbordaggio di questa enorme quan-
tità di donne che vanno per le vie della città, per portarle ad
aprire spontaneamente le gambe, pensando di aver trovato,
finalmente, il loro principe azzurro o, almeno, qualcuno di-
sposto a patrocinarle, come si dice adesso, in cambio di favori
sessuali (non mi piace granché questo linguaggio così formale,
ma lo uso giusto per dimostrare che non sempre sono volgare
e osceno).
Il libro della deambulazione – ecco come si chiamerebbe
il mio testo, il cui successo sarebbe più che sicuro, dato che,
senza darmi tante futili arie, con il passare del tempo ho rifini-
to sempre di più la mia expertise in materia. Eppure, sono tal-
mente occupato con la prassi, ossia con l’atto di deambulare
in sé, che la teoria può tranquillamente aspettare, per quando
sarò in pensione e il kinjango, disgraziatamente, smetterà di
obbedirmi.
In ogni caso, e giusto per aguzzare il vostro sordido (perché
no? Anche voi sarete pure figli del Creatore…) appetito per
i dettagli di questo futuro libro, lascerò qui due o tre dritte
realmente essenziali di quello che si può chiamare, con tutta
proprietà, l’arte della deambulazione.
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Il primo capitolo del libro, ovviamente, dovrebbe essere


dedicato all’abbordaggio. In tal senso, la regola numero uno è
identificare il bersaglio con maggior precisione possibile, poi-
ché vale la pena sprecare immaginazione e energia con quelle
donne che effettivamente necessitano di un uomo, sia anche
solo per farsi dare un passaggio; le funzionarie pubbliche, ad
esempio, di norma sono una pura perdita di tempo (quasi
sempre qualcuno le aspetta all’uscita dagli uffici), mentre le
studentesse sono le più vulnerabili.
La seconda regola è conoscere i posti e sapere gli orari in
cui le donne sono disponibili, isolatamente, come in certe ore
del giorno (per esempio, all’ora di pranzo); in gruppi ristret-
ti, come all’uscita dalla pasticceria; o in agglomerati, come
all’entrata di scuola, ma anche in chiesa.
Infine, la terza regola è non infrangere mai la prima, per
varie ragioni: alcune possono sembrare spettacolari, se viste
da dietro, ma sono davvero terrificanti quando viste da da-
vanti; altre hanno il fidanzato o l’amante nei paraggi, molto
spesso in incognito; e altre ancora sono a un solo passo dalla
loro destinazione e non c’è risposta più spiacevole, quando un
uomo, gentilmente, offre un passaggio a una bellissima donna
e questa gli dice, con una presunta aria dispiaciuta, Ah, che
peccato, sono già arrivata!…
I vari tipi di dialogo da usare, naturalmente nel caso in cui
l’abbordaggio sia ben riuscito, costituirebbero il secondo capi-
tolo di questo libro. Per cominciare, un’indagine basilare: nome,
cognome e indirizzo. Se la potenziale vittima risponde con natu-
ralezza, la domanda successiva può essere: Cosa fa suo marito?
Oppure (in caso la stessa non abbia l’aria di essere sposata):
Allora, il fidanzato sta bene? Se per caso sentisse una di queste
due possibili risposte: Mio marito lavora in un’azienda straniera,
è sempre molto occupato, ma io mi faccio la mia vita… O Il mio
ragazzo è andato a seguire un corso e sta via circa tre mesi… Al-
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lora può cominciare a fregarsi le mani (o qualsiasi altra cosa) di


gioia, cercando, tuttavia, di non mostrare troppa trepidazione.
È chiaro che non sempre le cose vanno così, diciamo, flu-
idamente, per cui se si accorge che le sue domande non sono
molto ben accolte, si deve scusare immediatamente e spiegare
che la curiosità è uno dei suoi vizi più atroci e compulsivi,
così forti che, per esempio, in quel preciso istante gli ha dato
una voglia irreprimibile di domandarle come si chiama il suo
cagnolino (o il pappagallino, o il gattino). Ma, subito dopo,
cerchi di fuggire a gambe levate.
A parte questa eccezione, deve fare una piccola pausa subi-
to dopo la presentazione, per aiutarla a rilassarsi, dopodiché
deve domandarle, obbligatoriamente e necessariamente, se ha
fretta di tornare a casa o se non preferisce prima fare un giro
e prendersi un succo naturale o una coca cola. Se lei preferis-
se essere direttamente portata a casa, non si dimentichi, nel
salutarla, di chiedere se può vederla di nuovo o, perlomeno,
telefonarle, senza correre il rischio di farsi sgozzare. La rispo-
sta, quasi sempre, sarà positiva, visto che di solito le donne
detestano la violenza.
Queste due tappe – l’abbordaggio e la chiacchierata – fanno
ancora parte della fase di assedio. Se vanno per il verso giu-
sto, allora si passa alla fase dell’annientamento, come direbbe
il mais-velho Mao Tsé-Tung (chi avrebbe detto che al nonnetto,
oltre ad essere un teorico della combattimento di guerriglia,
piacesse anche un altro tipo di combattimenti, eh?). Nel frat-
tempo, ho ammainato le vele, perché non rivelerò qui le diverse
tecniche di annientamento che ho utilizzato nel corso della mia
esistenza. È vero che, attualmente, non corro più il rischio di
essere considerato anti-rivoluzionario, ma qualcuno potrà dar-
mi del tarato o dell’Anticristo, il che è altrettanto scomodo. È
anche vero che, come affermò un critico, tutti i grandi scrittori
sono misogini, ma io ho già detto che non sono uno scrittore.
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D’altro canto, mia moglie è appena entrata in camera e


non potrà mai scoprire la mia doppia vita. Qual è la donna
alla quale piacerebbe, sinceramente, che suo marito corresse
dietro ad altre per strade, larghi e viali, come un cane in ca-
lore? Infatti devo interrompere questi miei pensieri perversi.
È ora del bagno pomeridiano e lei sta venendo ad aiutarmi a
scendere dalla sedia a rotelle per entrare in vasca. Per la veri-
tà, vivo su questa sedia a rotelle da quando ero bambino e –
confesso – non so cosa ne sarebbe della mia vita senza l’unica
donna che ho conosciuto per davvero.