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L’esiliato

N
golo Valentim vive a Stoccolma dagli anni ’50. Se ne
andò da Andulo, dove era nato, quando aveva solo
diciotto anni, con una borsa di una missione ameri-
cana nella regione, per studiare Filologia Romanza a Lisbo-
na. Ma finì per fermarsi nella capitale svedese, dove ancora
oggi vive, come oscuro ma rispettato musicista jazz all’Hot
Swedish Club. Non pensa di lasciare la città neanche morto,
poiché ha già detto a Ingrid, sua moglie, che quando morirà
vuole essere sepolto proprio lì, possibilmente senza che alcun
suo parente africano sia presente.
Decisamente, lui ama quella città. Quando, alcuni anni
dopo averla conosciuta, lesse in una guida turistica qualsia-
si che Stoccolma è anche conosciuta come “la Venezia del
Nord”, si trovò pienamente d’accordo. L’analogia con la ce-
lebre città italiana viene dal fatto che la capitale svedese è co-
struita su quattordici isole, attorniate dal lago Saltsjön e da
Mälaren, un’insenatura del mar Baltico. In questo modo, una
serie di porti e canali si espande per tutta la città, unendo le
sue diverse parti, e allo stesso tempo fornendo ai suoi abitanti
un insieme di attività imparagonabili alla maggior parte del-
le capitali del pianeta. Secondo le possibilità di ciascuno, a
Stoccolma è possibile andare in giro in kayak, pedalò, barca a
remi o a motore e persino piccole barchette a vela, nuotare (in
estate, è chiaro) a Längholmen, in pieno centro città, pescare
trote di mare o persici nelle acque limpide del suo interno, e
perfino partecipare a regate o a spettacolari slalom per canoa
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nelle acque tumultuose del canale Strömmen, sotto il ponte di


Gustav Adolf Torg.
Ancora oggi si ricorda come la geografia della capitale sve-
dese lo impressionò quando arrivò per la prima volta nella
città. Il suo incanto aumentò ancor di più quando cominciò a
scoprire che, in incredibile armonia con il paesaggio campe-
stre che si estende fino al cuore della zona urbana, Stoccolma
ha allo stesso modo un lato monumentale carico di tradizione
e coraggio. Siccome alla Svezia fu risparmiata la distruzione
della Seconda Guerra Mondiale, la sua capitale ha conservato
un’enorme varietà di reliquie architettoniche. La Gamla Stan
(Città Vecchia), ad esempio, la prima area della città a essere
costruita nel Medioevo, è nella sua interezza un autentico pa-
trimonio storico. Ma, oltre agli edifici storici, forse il meglio di
Stoccolma sono i suoi musei – esattamente un centinaio –, che
hanno fin da subito letteralmente incantato Ngolo Valentim,
il quale conserva l’abitudine, ancora oggi, di visitarli perio-
dicamente e quasi religiosamente. In realtà, in quella “città
verde accanto all’acqua”, con più di sette secoli di storia e tan-
to lontana da Andulo, nel cuore sperduto dell’Angola, ebbe
luogo la sua seconda nascita. Sarebbe stato eternamente grato
agli “dèi bianchi” che lo accolsero e gli diedero una specie di
seconda esistenza.
L’unica cosa che lo irrita, non solo a Stoccolma ma in tutte
le città europee che conosce, è il fatto che i cani defecano
per strada, il che obbliga a metterci il doppio dell’attenzione
quando si cammina. Fino a oggi, sono già più di cinquant’an-
ni, non riesce a spiegarsi com’è che gli europei siano davvero
dei periti del camminare tra le feci canine, sparse liberamente
per la strada come se non esistessero. Al contrario, lui le pesta
costantemente, sporcandosi le scarpe laccate che tanto gli pia-
ce portare (nere in inverno e bianche in estate), che poi hanno
un odore insopportabile. Gli improperi che allora gli escono
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di bocca non possono essere riportati, sfortunatamente, dato


che il narratore non sa neanche una parola di svedese.
Ad Andulo, dov’è nato e cresciuto, l’ambiente era, dicia-
mocelo, ecologicamente più equilibrato. In tal senso, i cani de-
fecavano comunque liberamente, ma nessuno ci faceva caso.
Gli escrementi prodotti dai cani della sua infanzia, sebbene i
rituali espulsori che li producevano fossero biologicamente
simili a quelli dei loro corrispondenti europei, si integravano
con più facilità nella natura, senza esalare alcun odore tossico,
né costituire imprevedibili ostacoli o trappole fisiche per nes-
suno, neppure per i ragazzini che, ogni tanto, li rincorrevano,
mossi dalle loro naturali cattive intenzioni.
Si ricorda, come se fosse oggi, che fu questo contrasto bru-
tale a dargli una prima impressione che lo segnò una volta
sbarcato a Lisbona dal piroscafo Vera Cruz. Non sa se fu per
quello o per aver scoperto subito che la Filologia Romanza
era davvero l’ultima cosa che volesse fare in vita sua, dete-
stò la capitale portoghese, così come, per dirla con il popolo,
il diavolo detesta l’acqua santa. Durante i primi mesi, pensò
seriamente di radunare tutte le sue cose e tornarsene in An-
gola.
In quel periodo, tra gli studenti africani di Lisbona si vi-
veva in un clima abbastanza effervescente, a causa delle idee
pro-indipendenza che cominciavano a circolare allora; ma in
realtà tutto ciò non lo entusiasmava. Andò ad alcune riunio-
ni della celebre Casa degli Studenti dell’Impero, ma, forse
inspiegabilmente, aveva trovato l’ambiente un po’ troppo ra-
dicale per i suoi gusti. Un cugino alla lontana, Ndongala Sa-
makuva, anche lui andato in Portogallo a studiare, gli diceva
che la suddetta Casa era diretta dai bianchi e dai mulatti, ma
per lui il problema non era quello. D’altronde, nonostante
non sarebbe mai riuscito a formularlo, dubitava che quello
fosse realmente un problema. Si limitava a osservare, fra sé
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e sé, che Samakuva era sposato con una bianca portoghese,


di cinque anni più grande, sarta, che diceva la “b” al posto
della “v”.
Lasciò perdere l’idea di tornare in Angola solo quando,
durante la prima estate che passò in Portogallo, andò in Al-
garve e conobbe tre donne biondissime, le quali potevano
dirsi svedesi, come d’altronde dissero di essere. Si dà il caso
che, per tutto il periodo di vacanza che passò lì, si fece meti-
colosamente le tre donne, singolarmente o tutt’e tre insieme,
il che – posso garantire – non si tratta di quattro chiacchie-
re pseudomaschiliste basate su stereotipi volgarizzati circa la
liberalità delle scandinave o della potenza sessuale dei neri
africani. Giusto perché si sappia, ricordo che all’epoca la ma-
lattia del secolo era ancora completamente sconosciuta, per
cui uomini e donne si permettevano certi comportamenti che
oggi si tende a reprimere.
Inoltre, Ngolo Valentim non si sentiva affatto un mandin-
go, al contrario, prima era un uomo dolce e discreto, relativa-
mente timido, ma che sapeva approfittare delle opportunità
che la vita gli offriva, come del resto a tutti noi, a patto che
non siamo distratti. D’altro canto, nessuna delle tre donne
che aveva conosciuto era svedese, anzi: una era spagnola e le
altre italiane. Ma lui non lo scoprì mai.
Il fatto è che questa esperienza con le tre false e focose
svedesi gli mostrò, per la prima volta, qual era il suo destino:
sarebbe andato a Stoccolma a suonare jazz. Questo sinuoso
e sofisticato genere musicale entra nel racconto solo perché
è così che Ngolo Valentim ha conosciuto le tre bionde che
hanno cambiato completamente la sua vita: suonando il sas-
sofono in un jazz club in Algarve.
Questo succedeva circa cinquant’anni prima. Per riassu-
mere in altre due o tre righe questi cinque decenni, posso dire
che Ngolo Valentim passò per tutte le difficoltà di adattamen-
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to comuni ad ogni esiliato, ha avuto problemi di documenta-


zione, è stato obbligato a passare per lavori umili e addirittura
rivoltanti, finché finalmente non è riuscito a entrare come sas-
sofonista all’Hot Swedish Club. Tre anni dopo essere arrivato
a Stoccolma, ha conosciuto Ingrid – un’assistente sociale che,
nonostante fosse svedese per davvero, era olivastra e aveva i
capelli scuri –, con cui si è sposato poco dopo.
Tutti questi cambiamenti pian piano avevano fatto di-
menticare a Ngolo Valentim l’Angola, i suoi amici d’infan-
zia e perfino i suoi familiari. Ogni tanto gli arrivava qualche
notizia, inavvertitamente, su quel che succedeva nel paese,
principalmente riguardo le tragedie che lo attanagliavano
negli ultimi decenni: guerra, fame, malattie, corruzione.
Tutt’oggi questo continua a succedere. Ma, fortunatamente,
è tutto distante. Ad essere sinceri non lo tange molto. Sta
benissimo nel suo esilio volontario, il suo lavoro gli piace,
guadagna decentemente, è rispettato e, oltretutto, è molto
soddisfatto di Ingrid, sebbene lei non abbia mai voluto ave-
re figli (il che, deve ammetterlo, in quanto africano gli fa un
po’ specie).
Ma, ad ogni modo, l’unico problema serio che ha è quello
con gli escrementi che i cani spargono per tutti i marciapiedi e
per le vie della città. Non riesce a farci l’abitudine. La cosa più
strana è che lui stesso ha un cane, decisione che ha preso vo-
lontariamente, senza alcuna imposizione di Ingrid. D’altronde
lei non ha mai tempo di prendersi cura dell’animale, visto che
torna a casa sempre tardi. Questo compito è riservato a lui,
che lavora solo di notte. Le sue responsabilità includono, au-
tomaticamente, portare il cane a spasso per il quartiere tutti i
pomeriggi, prima di andare al jazz club dove suona. In questo
modo, anche il suo cane deposita tutti i giorni il suo contribu-
to di merda sulle strade di Stoccolma. Questa contraddizione,
però, non riesce a farlo sorridere.
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Difatti, in quei momenti, una strana nostalgia lo invade


sempre.
«Chissà se anche in Angola i cani cagano per strada?»