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Il papero rivoluzionario

e il papero controrivoluzionario

a Kassessa

G
li angolani, oltre ad amare le polemiche, a fare festa
fino al mattino, ad arrivare in ritardo agli appunta-
menti e a usare e abusare dello humour, perfino con-
tro se stessi, sono sempre stati postmoderni ante litteram. Ico-
noclasti, non prendono mai nulla sul serio, arrivano al punto
di sputtanare – questo termine può essere poco letterario, ma,
in fondo, che cosa possiamo fare, se lo stesso scrittore è ango-
lano? – completamente le lezioni, i modelli e le regole che il
mondo ha tentato, fin da sempre, di imporgli.
La storia contemporanea è piena di esempi che conferma-
no la profonda e multiforme irresponsabilità degli angolani.
Dapprima, portati a milioni nelle Americhe, come schiavi,
non si lasciarono decimare né dal brutale sfruttamento del
quale furono vittime, né dalle sconosciute malattie che do-
vettero affrontare, come l’influenza o la sifilide. Al contrario,
insegnarono ai loro stessi sfruttatori come si forgiava il ferro,
come si estraevano dalla terra i diamanti o l’oro o come si
piantava (e raccoglieva) la canna da zucchero e il caffè.
Alla stessa stregua, hanno insegnato loro a suonare e a bal-
lare, e i ritmi ancestrali che portavano nel sangue si sparsero
dai campi di cotone del Nord del continente americano fino
alla pampa, a Sud. Hanno ricreato le lingue che avevano ten-
tato di imporgli, introducendovi migliaia di nuovi vocaboli
ed espressioni. Hanno contribuito all’africanizzazione del-
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le regioni indoeuropee che trovarono nel nuovo continente.


Hanno generato eroi, come Zumbi, in Brasile, e i diciannove
angolani che parteciparono alla lotta per l’indipendenza del
Cile. Infine, hanno trasformato la vasta e soleggiata regione
tra i Caraibi e il Brasile in un deposito di mulatte, considerate
oggi a pieno titolo un autentico prodotto globale.
Mentre accadeva tutto ciò, quelli che erano rimasti acco-
glievano gli aggressori stranieri in un modo che rimarrà per
sempre registrato negli annali della convivenza umana: com-
battendoli ferocemente, ma facendo affari con loro e dandogli
le loro figlie in spose; adottando le loro religioni, ma insegnan-
dogli dei riti fantasmagorici, che li facevano impazzire; assag-
giando il loro vino annacquato, ma dandogli a provare delle
bibite sconosciute; e, infine, portandoli fino alle profondità
dei sertões più reconditi, dove essi contraevano la febbre gial-
la e soccombevano irrimediabilmente. Per chi non lo sapesse,
sia detto che queste differenti e multiple strategie erano usate
non alternativamente, ma simultaneamente per la disperazio-
ne degli invasori che tutt’ora sono assolutamente incapaci di
conoscere gli angolani, e in particolar modo il loro istinto di
sopravvivenza e la loro flessibilità.
Un dettaglio particolarmente incomprensibile, per i sud-
detti invasori, è come, nel corso di questo fantastico processo,
gli angolani si siano andati mischiando tra di loro, ma anche
con essi, entrambi uccidendo e fornicando disperatamente
gli uni con gli altri, cioè, inghiottendosi reciprocamente, in
una storia straordinaria di sangue e risa, di minacce e pro-
messe, di giuramenti e tradimenti, di crimini e redenzioni,
diventando tutti ogni giorno più angolani. Dimostrando che,
effettivamente, gli estremi si toccano, questo è considerato il
colmo dell’irresponsabilità, non solo per gli antichi invasori
ma anche per gli attuali fantasmi ultranazionalisti e neoraz-
zisti.
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Infine, e più recentemente, gli angolani si sono resi autori


di due delle più prodigiose operazioni di ingegneria sociale
conosciute nella storia contemporanea: hanno trasformato il
socialismo marxista-leninista in socialismo “schematico” e il
capitalismo neoliberale in capitalismo mafioso. Alcuni auto-
ri chiamano il primo afro-stalinismo e il secondo capitalismo
selvaggio, ma sono solo designazioni ideologiche, senza la mi-
nima utilità, con le quali la buona letteratura postmoderna
non deve perdere tempo.
Se il compagno Chung Park Li avesse conosciuto un po’ di
storia angolana – non quella insegnata nei manuali e nei com-
pendi, ma la storia quotidiana, la quale in realtà ancora deve
essere scritta, in quanto si tratta di un lavoraccio che implica
il superamento di una serie di idee fisse e pregiudizi generali,
avrebbe sospettato subito della domanda di quel guerrigliero
dell’mpla, giunto in Corea del Nord solo da due settimane,
con lo scopo di fare un’esercitazione militare:
«Se un papero depone un uovo sulla frontiera tra la Corea
del Nord e la Corea del Sud, a chi appartiene l’uovo?»
Il compagno Li, come si suol dire, aveva voglia di grat-
tarsi sulla sedia. Si era appena seduto, dopo aver concluso
una lezione sul tradimento storico del regime della Corea del
Sud, i cui dirigenti altro non erano che una banda di venduti
totalmente asserviti all’esecrabile e abominevole imperialismo
nordamericano, avendo domandato agli studenti – un amal-
gama di giovani rivoluzionari provenienti da diverse regioni
dell’allora chiamato Terzo Mondo, dal vicino Vietnam fino
al lontanissimo Nicaragua, tutti loro comprensibilmente ben
intenzionati, come tutti i giovani, rivoluzionari o meno – se
qualcuno di loro avesse dei dubbi o se volesse fare una do-
manda.
«Come?», chiese, mentre pensava alla migliore risposta a
quella questione inusitata.
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«È molto semplice», rispose il giovane guerrigliero angola-


no, «il compagno professore immagini che un papero depon-
ga un uovo proprio sulla frontiera tra la Corea del Nord e la
Corea del Sud. A quale paese apparterrà quell’uovo?»
Il professore non resistette e si grattò discretamente prima
di rispondere, con l’aria più convinta di cui fu capace:
«Beh, l’uovo si troverebbe un po’ più verso di qua, e allora
apparterrebbe solo alla Corea del Nord».
«No, no… l’uovo sta esattamente in mezzo alla frontiera,
né un millimetro più in qua, né un millimetro più in là».
«In questo caso, dunque», rispose il professore, «il pape-
ro doveva essere in fuga dalla Corea del Sud per unirsi alla
gloriosa rivoluzione del popolo coreano, condotta dal nostro
grande leader, il Compagno Presidente Kim Il Sung. Dunque,
l’uovo deve essere della Corea del Nord!…»
Il guerrigliero questionante doveva essere di Malange o di
Catete, luoghi che, secondo la mappa idiosincratica degli an-
golani, producono individui che hanno la mania di essere più
furbacchioni degli altri. Parlando quasi in sordina, misurando
bene le parole e con una certa espressione di scherno che tra-
spariva discretamente negli occhi, insistette:
«Compagno professore, scusi, il papero non veniva dalla
Corea del Sud, poiché era originario della Corea del Nord…
Era un papero rivoluzionario!…»
Il professore rispose istintivamente:
«Era un traditore! Se ha deposto l’uovo sulla frontiera,
vuol dire che stava fuggendo…»
«Non discuto, compagno professore! Ma ancora non mi
ha risposto. L’uovo?»
Il compagno Chung Park Li pensò, con un lieve turbamen-
to, che il giovane guerrigliero dell’mpla volesse mettere alla
prova la sua fedeltà alla giusta causa della rivoluzione coreana
e agli insegnamenti del Grande Leader, Kim Il Sung. Decise,
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perciò, di farla finita con quel gioco di cattivo gusto una volta
per tutte. Quasi gridò:
«Il papero era un controrivoluzionario! Ma, comunque, i
nostri valorosi combattenti che sorvegliano la nostra frontiera
non permetterebbero mai agli sbirri del Sud di avvicinarsi a
quell’uovo!…»
Davanti a questa perentoria e definitiva affermazione, chi
rimase turbato fu il guerrigliero angolano. Immaginò l’uovo
tutto sforacchiato in mezzo alla frontiera, nella zona di sicu-
rezza tra le due Coree, mentre il povero papero si sfaceva in
penne e piccoli movimenti scoordinati, seguiti da un lieve fra-
gore di ossa e grida esigue, che si liberavano con difficoltà
dalla sua gola asfissiata dal dolore. Un’aureola gialla e bian-
ca, lievemente viscosa, tingeva il suolo, allargandosi sempre
di più, in cerchi crescenti. Rapidamente, la chiara e il tuorlo
dell’uovo, totalmente sfatti, si mischiarono al sangue del pa-
pero sacrificato dalla sempre pronta sorveglianza rivoluziona-
ria delle guardie coreane. «La Rivoluzione, in fin dei conti, è
questo?», si chiese, prima di rispondere al Compagno Li.
Senza voler rimandare questa risposta per molto tempo, il
narratore è obbligato, tuttavia, a fare una breve interruzione
a questo punto della narrazione, per tracciare, nel giro di due
o tre righe, il profilo del giovane guerrigliero, poiché la cosa
potrebbe essere utile per capire il suo dubbio esistenziale, di-
ciamo, quanto al destino di quell’uovo. Pedro Muanza Ago-
stinho – si chiamava così – era un ex-studente di poco più di
diciotto anni, che aveva aderito all’mpla per aiutare a realizza-
re un sogno che, al tempo, era ardentemente condiviso dalla
maggioranza degli angolani: cacciare i colonialisti portoghesi
e fare dell’Angola un paese indipendente. Come e a quale fine,
lo intuiva solo lontanamente e, di certe parole che cominciò
a sentire unendosi al movimento – tali come “socialismo”, o
“rivoluzione” – conosceva solo la configurazione sonora. Al-
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cuni mesi dopo essere arrivato in Congo, dove si trovavano le


basi della guerriglia, fu mandato in Corea del Nord – che gli
dissero essere un paese rivoluzionario e antimperialista – con
lo scopo di fare un’esercitazione militare di sei mesi.
Pedro arrivò in Corea del Nord pieno di domande.
Quell’assurdo dialogo con il compagno Chug Park Li, tut-
tavia, lo faceva iniziare a pensare che le sue domande non
avrebbero mai avuto risposta. Dato che aveva appena diciotto
anni, non capì la portata di tutto ciò. Forse per questo, si de-
cise di dare lo stesso uno scacco matto. Da buon angolano, lo
fece con tutta la serenità del mondo, godendosi ogni parola
che pronunciava come se avesse un orgasmo fisico:
«Mi dispiace informarLa, professore: i paperi non depon-
gono le uova, solo le papere lo fanno!…»
Ciò che accadde in seguito si racconta in tre paragrafi. Il
compagno Chung Park Li, mortalmente turbato dall’angola-
no, fece una relazione completa al Dipartimento di Relazioni
Esterne del Partito, il quale dispacciò il caso alla riunione del
Segretariato, che, dopo averlo analizzato, lo mandò alla se-
guente sessione del Comitato Centrale, da lì a due settimane,
accompagnato da un dossier completo, nel quale, oltre a di-
verse informazioni preziose, assolutamente rigorose e ogget-
tive, veniva accusato il compagno Pedro Muanza Agostinho,
guerrigliero angolano inviato dall’mpla per fare un allena-
mento militare di sei mesi nella Repubblica Democratica e
Popolare di Corea, di aver tentato di facilitare la fuga di un
papero nordcoreano nel territorio illegalmente controllato
dagli sbirri dell’imperialismo nordamericano. Inoltre, affer-
mava il dossier, lo stesso compagno aveva l’abitudine di fare
domande provocatorie ai suoi professori, che non sapevano
che fare, poiché si trattava di questioni che non erano pre-
viste nei libri di insegnamento del Grande Leader, Kim Il
Sung.
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A tali gravissime accuse, si aggiungeva ancora il fatto mai


visto prima che, a sole due settimane dal suo arrivo, il compa-
gno Agostinho aveva organizzato nel dormitorio una festa per
la quale arruolò cubani, brasiliani, messicani, congolesi, capo-
verdiani e altri terzomondisti irresponsabili, dove tutti loro,
alternandosi, suonavano strani ritmi, ballavano lascivamente,
mangiavano e bevevano come borghesi e fornicavano tra di
loro con scandaloso piacere e allegria. Dopo tali orge – com-
mentava, stupefatto, l’anonimo autore del dossier – lo stesso
passava le giornate emettendo risate fuori dal comune per i
corridoi dell’accademia.
Il verdetto fu implacabile. Il guerrigliero angolano fu as-
solto «per assenza del corpo del delitto», dall’accusa di soste-
gno alla fuga del papero, ma, in compenso, fu condannato per
tutte le altre accuse, quelle che erano nel dossier e quelle che,
con un’improvvisazione creativa, furono costruite per l’occa-
sione, in particolare quelle di non dominare i fondamenti es-
senziali della zoologia rivoluzionaria, in quanto ignorava che,
nella patria dei lavoratori coreani, anche i paperi riescono a
deporre le uova, grazie alle teorie sviluppate dal Grande Lea-
der, il Compagno Kim Il Sung. Sarebbe dunque stato espulso
e rimandato in Angola. Così, a meno di un mese dalla sua
partenza, Pedro Muanza Agostinho tornò nella tradizionale
base dell’mpla a Dolisie, nel Congo.
Questa storia è accaduta negli anni Sessanta, in pieno apo-
geo delle due metanarrative fondamentali combattutesi negli
ultimi duecento anni. In quel periodo, nessuno sapeva cosa
fossero delle metanarrative, anche perché, in nome delle due
grandi ideologie dell’epoca – il liberalismo e il marxismo – gli
uomini si affrontavano fisicamente nei campi di battaglia e
le mortifere armi che utilizzavano per tentare di eliminare,
nel senso più materiale del termine, gli avversari, non erano
ovviamente meri giochi di linguaggio. Nel frattempo, uno
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sconosciuto guerrigliero angolano, che solo oggi entra nella


letteratura mondiale, anticipò Lyotard, riuscendo a dimostra-
re, con una sciarada apparentemente ingenua, come i discorsi
magniloquenti possono essere sviliti e pervertiti dalla pratica,
divenendo semplici simulacri della realtà. Non è spaventoso
tutto ciò?
Per la parte che mi tocca, sono fermamente convinto che
questa storia finirà per entrare in una raccolta di racconti
postmoderni esemplari. Ma, se essa non ha soddisfatto i letto-
ri, si sappia, dunque, ciò che accadde al giovane guerrigliero
dell’mpla e al professore coreano che egli affrontò gagliarda-
mente, in pieno contesto duro e puro dell’epoca, tipo pane al
pane e vino al vino, distruggendo inappellabilmente la rigi-
dezza del suo monolitico discorso rivoluzionario.
Il compagno Chung Park Li disertò, all’inizio degli anni
Novanta, in Corea del Sud, dove divenne un importante
manager di una grande compagnia di produzione agro-pa-
storale. Alla fine del decennio, la suddetta compagnia firmò
un contratto con il governo angolano e si installò nel paese,
al che l’ex professore di Storia della Rivoluzione Coreana fu
mandato in Angola, per dirigere gli affari della compagnia.
Pedro Muanza Agostinho, malgrado fosse arrivato al grado
di comandante durante la guerriglia nazionalista angolana,
non riuscì ad ogni modo a diventare uno dei neo-capitalisti
del paese, infatti il coraggio che aveva dimostrato nella lotta
per l’indipendenza, quando armi in mano aveva affrontato
risolutamente i colonialisti, gli mancava ora per – lo dirò
senza giochi di parole – metter mano alla grana statale e
diventare anch’egli proprietario privato, come alcuni ex ri-
voluzionari. Siccome lui era uno dei tecnici dell’impresa che
fu ceduta ai coreani per sviluppare il loro progetto, finì, per
una di quelle ironie della vita, come si dice in questi casi,
per diventare un dipendente dell’adesso Mister Li. Questo
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è più spaventoso della presunta natura postmoderna di que-


sta storia.
Ah, mi dimenticavo, il core business della nuova compagnia
è l’allevamento di papere.

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