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La fabula

L’
ex ambasciatore era vestito di seta e, per quanto possa
sembrare strano, il cammino che avrebbe condotto ai
Memorabili ebbe inizio nel bicchiere di whisky scozze-
se che si trovava nelle sue mani. Un liquido uguale circolava per
i bicchieri di coloro che lo accompagnavano, e forse proprio per
questo le risate che risuonarono nell’ampio salone della casa era-
no così sguaiate, quando l’anfitrione disse a quello che gli stava
più vicino – «Figlioccio, adesso che un manipolo di mercanti è
impegnato a dimostrare che la Terra è piatta, non mancherà chi
viene a dire che la storia è rotonda. Vedete come si costruisce
una bella impostura? La Terra liscia come un tovagliolo, la sto-
ria senza capo né coda come se fosse una sfera. E ora, tu, Bob?
Come farai a sfatare un imbroglio così ben costruito?»

I vari uomini che l’accompagnavano si piegarono in due dal


ridere. Poi chiamarono la portoghese affinché anche lei rides-
se. Ella abbandonò l’angolino dove si trovava e andò a unirsi
al gruppo che si divertiva intorno all’anfitrione, ma nel giro di
poco tempo in quella stanza sarebbero rimasti soltanto l’uomo
vestito di seta, il figlioccio Robert Peterson e lei, o meglio, io
stessa. Allora il silenzio là dentro, in contrasto con l’allegria che
si propagava per gli altri vani della casa, creò un intervallo trop-
po lungo tra di noi, fino a che il padrino, con un gesto amiche-
vole, mi chiamò presso la grande finestra. Là fuori, delle briciole
bianche avevano iniziato a volare con qualche ora di ritardo ri-
spetto alla previsione meteorologica, e l’ex ambasciatore trovava

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interessante che io assistessi al loro arrivo. Disse: «Venga qui,


Miss Machado, venga a vedere cosa sta cadendo dal cielo sul
nostro giardino». Io ci andai e rimanemmo tutti e tre davanti al
vetro, toccati dall’incantesimo e dalla malinconia.

Ma quella fine contemplazione davanti al preannunzio della


neve non durò che un istante. Il padrino ben presto si divincolò
da quel fascino e chiese a Bob, come se la neve non esistesse
e io non mi trovassi lì: «A proposito, figlioccio, cos’hai deci-
so riguardo alla faccenda che ti ho proposto?» E allora, quei
due iniziarono a scambiarsi impressioni sul calendario dei fu-
turi spostamenti nei paesi del deserto, laddove, dopo sei mesi,
la guerra continuava senza posa né fine in vista. La partenza
era fissata, l’agenda era chiusa. Renitente, il padrino insistette:
«Non ti dimenticare che lei può essere sostituita facilmente in
questa missione. Migliaia di giovani reporter della sua età in
questo momento sono in cammino verso i deserti per parlare
con le vedove dei martiri. Che cosa va a cercare lei che altri non
possano fare al posto suo?» Padrino e figlioccio parlavano in
inglese e di nuovo quella she ero io. Fino a che l’uomo vestito di
seta non iniziò una lunga esposizione sul vizio di fare i reporta-
ge delle battaglie.

Ci sedemmo.

L’anfitrione parlava con il bicchiere in mano, rigirandolo, come


se fosse un orpello, e io pensavo che quel liquido sarebbe potuto
benissimo essere non whisky, ma acqua colorata. Parlava lenta-
mente, dirigendosi a Bob Peterson, una lunga esposizione sul
vizio di coprire conflitti armati, vizio nel quale il figlioccio Bob
era caduto, e probabilmente anche tutti quelli che gli passavano
per le mani, includendo lei, la ragazza che si trovava lì. Assai
disgustato da questo fatto, il padrino iniziò ad esporre la sua te-

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oria a proposito di tale triste vizio, che includeva sempre agende


in subbuglio, urgenze improcrastinabili e reporter indispensa-
bili. Ma potevamo stare tranquilli, perché non ci sarebbe mai
mancato per tutta la vita del materiale da coprire, e quanto a
carneficine e vedove, dovunque e in qualsiasi epoca, per la sfor-
tuna di tutti quanti, ne avremmo avute sempre. Era proprio per
controbilanciare la permanente legge della recidiva che valeva
la pena scegliere dalla sua spirale i momenti d’intervallo che
di quando in quando sarebbero sempre saltati fuori. Diceva il
diplomatico, e in mezzo a questo discorso, metodicamente mo-
notono, come se ascoltarlo di per sé già costituisse una prova,
finì per rivolgersi a me in portoghese: «Miss Machado, ho già
detto qui al mio figlioccio che non sempre la storia è un incubo
dal quale invano tentiamo di svegliarci per tornare al punto di
partenza. Guardi che qualche volta, anche se di rado, la storia è
anche un sogno gradevole, e può essere così pacificante che vale
la pena svegliarsi e tentare in tutti modi di conservare l’imma-
gine perché non svanisca. Siamo pratici. Quando accade che ci
svegliamo in mezzo a uno di questi sogni, quel che dobbiamo
fare è mantenerci in stato d’allerta, tenendoci il momento d’ec-
cezione, prolungandolo nella memoria anche in modo eccezio-
nale. Ho ragione o no?»
E girandosi verso Bob, si rivolse a lui in inglese: «Te l’ho
detto, figlioccio, non bisogna farsi cadere le braccia. Per comin-
ciare, ti suggerisco una sequenza di cinque o sei episodi, come
quelle serie dei bei vecchi tempi, quando eri un ragazzo geniale
e quello che producevi veniva fuori anche meglio di quanto ti
proponevi. Una cosa che si chiami La Storia si sveglia, o un’al-
tra designazione simile. Un primo numero, esemplare, e per
quest’inizio inaugurale suggerisco Miss Machado. La ragazza
che apre la serie con il caso del suo paese, quel caso straordinario
che è accaduto nella sua patria, venticinque anni fa o giù di lì. Il
tempo passa di continuo, sempre più rapido, sempre più rapido,

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il tempo che accelera sempre, non è proprio così, Bob? Accetta


il consiglio che ti do. Lei dovrebbe andare là, quanto prima, a
raccogliere il resto delle cartucce di fiori che ancora si trovano
infilzate tra i sampietrini dei marciapiedi di Lisbona. Inviacela,
figlioccio, inviala prima che sia troppo tardi. Suggerisco che la
serie si chiami The Waking History». E l’ex ambasciatore levò il
bicchiere all’altezza degli occhi e fece un lungo cin cin, come se
qualcuno dentro a quella sala aspettasse un bambino.

Non ho ancora detto che la casa dell’ambasciatore era di legno


e vetro, né che sorgeva sulla riva di un affluente del fiume Po-
tomac, un flusso ragguardevole da dove proveniva il suono ru-
moreggiante dell’acqua che ci raggiungeva di quando in quan-
do. Non ho ancora neanche menzionato il fatto che la casa era
circondata di querce rosse, e che i primi fiocchi di neve, anziché
coprirle, continuavano a mostrarle in forma di falò che brillava-
no per contrasto in mezzo all’umidità verde. Questa circostanza
non aveva nessuna importanza, se non che, all’improvviso, i due
americani mi conducevano verso luoghi che io non volevo rivi-
sitare, e la neve, che cadeva sul giardino, sempre con maggiore
intensità, mi paralizzava mentre i colori ardevano. Ero prigio-
niera dei colori. Così, non ci volle molto prima che l’ex diplo-
matico mi dicesse, con il suo portoghese dall’accento molto for-
te: «Miss Machado, facciamo un discorso. Quando avvenne il
miracolo portoghese, io non mi trovavo ancora nel suo paese. Vi
giunsi soltanto nove mesi dopo, le strade di Lisbona erano già
all’auge delle sue cartucce, il che mi creò un certo lavoro». E a
quel punto l’ambasciatore tornò a ridere con gusto, valutando il
volume del suo whisky e facendolo girare nel bicchiere. E disse
ancora: «Mi creò molto lavoro, sissignore. Ma mi diede anche
una delle più grandi soddisfazioni della mia vita. Tanto per ini-
ziare, posso garantirle che battei il mio Segretario di Stato in un
differendo che fu noto al tempo con un nome abbastanza cu-

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rioso. Vuole sapere come fu designato il nostro differendo? Era


noto nei corridoi del Dipartimento di Stato come “la guerra
delle unghiate portoghesi” tra Henry e Frank, il che nel suo caso
si capiva benissimo, visto che lo chiamavano criniera di leone, il
terribile. Era quel che si diceva qui, a Washington, benché nulla
di tutto ciò risultasse nel suo paese. A Lisbona si dipingevano
dei go home soon sotto il mio nome come se io fossi un impedi-
mento, mentre sulle pareti accanto si disegnavano dei fiori. Fu
lì, Miss Machado, in mezzo a quelle cartucce, che conobbi suo
padre».

Sentivo l’odore della neve che veniva da fuori, e l’odore del peri-
colo che incubava là dentro, all’interno di quell’immenso salone.
Quel giorno, Bob Peterson mi aveva portato con sé soltanto per
farmi parlare un po’ nella mia lingua, esprimermi in portoghese
sul disastro del quale ero stata testimone sulla strada del cimi-
tero di Wadi al-Salam, ma in modo inaspettato non soltanto si
parlò del mio paese: finimmo anche per andare a sbattere con la
figura distante di mio padre, e mi pareva che i due temi fossero
un tema unico. Mi sembrava incredibile. L’ex ambasciatore disse
in inglese: «Oh, sì! Bob, sai come la penso». Il figlioccio non
rispondeva, ascoltava. Per strada, lui stesso mi aveva consigliato
di stare in guardia, che a partire da una certa età ogni uomo
che vale qualcosa ha un’iliade da raccontare, e il suo padrino ne
aveva varie. Quella faccenda si confermava. Il padrino diceva
– «Bob sa bene come in quegli anni, non appena si spiegava il
planisfero sul tavolo da conferenza, alle otto di mattina, ogni
giorno che passava trovavamo sparse un po’ dappertutto delle
nuove bandierine di sangue. La nostra notte di riposo era stata
per loro una giornata di fervore. I fusi orari sono così, i meri-
diani terrestri sono così. Le bandierine insanguinate erano così.
La guerra fredda, in certe regioni della Terra era abbastanza
calda. Ma almeno avevamo imparato a fare le divisioni e le sot-

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trazioni sul planisfero. La divisione del mondo in due sempli-


ficava molto. Almeno questo lo avevamo imparato. E quanto
alle sottrazioni, avevamo imparato moltissimo. Guardavamo la
mappa stesa sul tavolino e facevamo i nostri conti. Per ottene-
re un risparmio ragguardevole di caduti qui, dovevano essere
sacrificate due o tre teste, più in là. Divisioni. Si sacrificavano
trenta vite per evitare la perdita di tremila, un centinaio per
risparmiarne un milione. La guerra fredda fu questo, un conto
di risparmio. La legge del macellaio perpetuo ridotta al massi-
mo. Era così, tutte le mattine. Poi all’improvviso, quando meno
te l’aspettavi, all’estremità occidentale dell’Europa veniva fuori
una cosa del genere. Le otto in punto. Una movimentazione
strana stava avendo luogo nel suo paese. Una deposizione paci-
fica. Nessuno credeva a una movimentazione che si diceva paci-
fica. Attendevamo con serenità, volevamo mettere al suo posto
la bandierina rossa, sembrava naturale che così fosse. Eppure,
erano già passati due giorni e non era accaduto nulla di grave.
Era stata in effetti una deposizione senza sangue. Il mondo in-
tero, trepidante, guardava al suo paese. Com’era possibile? Un
caso senza precedenti. Una strisciolina di terra delle dimensioni
di un asciugamano, senza alcuna importanza, all’improvviso, si
trasformava nella fidanzata desiderata da tutti. Di conseguenza,
sul tavolo da conferenza, la partita a scacchi avrebbe cambiato
aspetto. A partire da allora, la mappa dei sospetti non si sarebbe
più aperta allo stesso modo. Ma la differenza non era dovuta a
tutti i tipi di esultanti che accorsero là a partire dalla mattina
dopo, molti dei quali con la missione di spiare, intrigare, vigilare
e occupare il suo paese, tutto fu dovuto, soltanto, alla qualità
della sua gente».

L’ex ambasciatore s’inclinò verso il vassoio del coppiere, aggiu-


stò la giaccia di seta nella cui tasca si trovavano delle penne
dorate, e parlò in portoghese: «Può ben credere, miss Machado,

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che non ho mai trovato sul mio percorso un popolo così sen-
sato come quello a cui lei appartiene. Un popolo povero, senza
algebra, senza lettere, cinquant’anni di dittatura sulle spalle, con
i piedi incatenati alla terra, e all’improvviso viene fuori un col-
po di Stato, tutti scendono in strada a gridare, ognuno con la
sua allucinazione, il suo progetto e il suo interesse, gli uni che
minacciano gli altri, corpo a corpo, faccia a faccia, molti con le
armi in mano, e alla fine della fiera s’insultano, si picchiano, si
arrestano a vicenda e non si uccidono. Io ho visto questo, ho
assistito. È questa realtà che è necessario raccontare prima che
sia troppo tardi. Capisce quello che le dico?»

Io non avevo bisogno di capire.

Del resto, adesso, a distanza di sei anni, credo di ricostrui-


re con più fedeltà di allora le parole dell’ambasciatore, quan-
do le ascoltavo direttamente, e mi trovavo seduta davanti a lui.
Al tempo, mi interessava ben poco l’esaltazione delle virtù di
un popolo lontano che solo per caso era il mio. Lo riconosco.
Quel discorrere grandioso, mascherato sotto un tono comune,
che da comune si faceva intenso, alternato in due lingue, non
mi colpiva. Si trattava del suo popolo. E il padrino invocava una
gente mansueta, una gente della quale ogni ministro vorrebbe
essere il dirigente, ogni sacerdote vorrebbe essere il pastore, che
ogni difensore pubblico vorrebbe difendere. Il padrino parlava
con vivacità contenuta, come se il paese che invocava fosse una
persona amata, si riferiva a un nobile popolo con le sue armi
inoffensive, le sue manifestazioni di giubilo e grandi proteste
pacifiche, invocando in mezzo a tale quadro quella che era stata
la sua stessa strategia, l’attesa che aveva alimentato di cautele
fino a che la strada dove quel nobile popolo ferveva si calmasse,
una mossa sicura che aveva preteso dalla sua parte un fine eser-
cizio di pazienza durante tutto il settantacinque. Se ne ricor-

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dava molto bene. A quel tempo, davanti alla sua moderazione,


quel criniera di leone che era il Segretario di Stato si esasperava
eccome, dicendo che aveva inviato a Lisbona un duro che alla
fine dei conti s’era rivelato un pappamolle. Un pappamolle che,
anziché agire, faceva lezione. E il padrino di Bob, divertito, in-
vocava la maniera in cui lui stesso e il suo staff, contravvenendo
alle istruzioni che gli arrivavano, senza alcun intervento diretto
invasivo, nessun lavoro notturno difficile, un gioco di perseve-
ranza fatto di registra e attendi, come non c’era memoria fin da
quando la guerra era un piatto che si serviva freddo, avevano
vinto la partita. Una bella partita. Lo sentivo dire, mentre al
piano di sopra gli invitati ridevano, e anche a me venne voglia di
ridere, soprattutto nel momento in cui l’ex ambasciatore voleva
ricordarsi il nome dei fiori che i portoghesi nel settantaquattro
avevano infilato nelle canne dei fucili e non gli veniva in mente.
Tutti e tre, come se i nostri cervelli fossero stati programmati
per l’oblio simultaneo, ci bloccammo sul nome. Io stessa finsi
di non ricordarmelo. L’anfitrione rimase sospeso. Chiese: «Già,
come si chiamavano quei fiori?»

Sì, quei fiori rossi?

Nessuno di noi se lo ricordava. Era incredibile che tutti e tre


sapessimo che le pagine del petalo di quei fiori erano dentate,
un’unghia lunga in un piccolo fortino, che erano stati regalati
dalle fioraie già nella mattinata del venticinque, mentre i ribel-
li salivano su per la Baixa, e persino Bob conosceva la storia,
sapeva che all’inizio era stato il regalo di una fioraia quando
la colonna di ribelli girava intorno a una piazza, persino lui lo
sapeva, e tuttavia, nessuno di noi si ricordava il nome del fiore.
Come è possibile che non lo sa? Inquieto, l’anfitrione confessa-
va di essere sorpreso del fatto che tale parola non fosse incollata
nella mia testa, ma lui conosceva questo processo, sapeva che

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la distanza geografica e la mistura di lingue creano a volte dei


buchi inimmaginabili nella memoria linguistica della persona
che migra. Una questione di sinapsi allucinate nell’apparecchio
cerebrale quando si cambia lingua. Stando così le cose, dunque
qual era il nome di quel fiore? Tutti e tre con gli occhi sul sof-
fitto del salone, mentre Bob non si decideva. Perché all’improv-
viso Bob sospettò, si decise, fece un salto, aprì la porta di col-
legamento, salì al piano di sopra da dove provenivano le risate,
e quando scese, portava con sé il nome del fiore. Era arrossito.
Che indecenza. Come potevamo non ricordarci che si trattava
di carnations? Red carnations? Disse in inglese.
Anche l’ex ambasciatore sentiva una specie di affronto.
Garofani, chiaro che erano garofani. How awful, it’s carna-
tions, of course, dear Bob! Com’era possibile che non gli fosse ve-
nuto in mente il nome di questa pianta? Come? E in quell’istan-
te, girò la sua sedia verso di me: «Sa, Miss Machado, se torna a
Lisbona e cerca tra i piccoli sampietrini dei marciapiedi che là
sono dappertutto, vedrà che trova ancora i resti di quei fiori, le
uniche cartucce di cui si soccorse il suo popolo per far cadere
quei vecchi tizi, e anche per capirsi tra le varie parti. È una cosa
che dà da pensare a chi è passato per altri luoghi della Terra e
ha testimoniato molte e varie peripezie. Soltanto l’anno prima
era successo tutto quello che sappiamo negli stadi di Santiago.
Luoghi di cattiva memoria. Il caso di quel ragazzo che com-
poneva e cantava delle ballate e al quale spappolarono le dita
col calcio del fucile, e gli infilarono quarantaquattro proiettili
in corpo, fu uno scherzo di un gran cattivo gusto. Gli autori di
quella prodezza scrissero agli amici raccontando di aver esploso
dieci proiettili perché non cantasse, dieci perché non scrivesse,
dieci perché non componesse, dieci perché non raccontasse, e gli
ultimi quattro affinché si pensasse che era stata opera degli Stati
Uniti d’America. Quattro proiettili nel petto. L’alibi per gli ulti-
mi quattro fu davvero di pessimo gusto. Un pamphlet in carne e

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ossa, redatto dai cileni, che fa il giro del mondo per incriminare
noi. Sappiamo benissimo che, nascosto dall’invasore, salta fuori
l’invaso. Molto delicato. Ma nel caso del suo paese fu diverso,
una realtà unica. Armi portoghesi, rivoluzione portoghese, un
buon popolo, generoso, pacifico, a tal punto che le sue cartucce
erano fatte di soli fiori. Gente di buon senso. Eh già, sa, Miss
Machado, quando ho sentito il suo nome nei reportage della
CBS e mi sono reso conto del suo leggero accento, il suo co-
gnome e la sua maniera di fare mi hanno ricordato quel popolo
e quel tempo, e i racconti di António Machado, suo padre».
«Devo molto a suo padre, lo sa? Personalmente, non ci sia-
mo mai incrociati, ma lo conoscevo bene, lo conoscevo come
gli uomini si debbono conoscere, attraverso le preoccupazioni
che gli passano per la testa, quando proferite a voce alta. È que-
sto, Miss Machado, che significa essere un buon compagno nel
tempo, è avere il coraggio di darsi a conoscere per intero. Ed
era questo il caso. Mi ricordo molto bene la storia di António
Machado, l’uomo che anticipava il futuro sull’ultima pagina del
suo quotidiano. Due colonne. Si leggeva molto quello che scri-
veva l’uomo che anticipava il futuro. Premonitore, giorno dopo
giorno, andava presagendo, presagendo il futuro, e io, in qualità
di rappresentante di un paese straniero, pian piano decifravo il
vaticinio, dribblavo il vaticinio, godendo di quella sua maniera
di vaticinare. In effetti, se un cronista non serve a vaticinare, a
cosa serve allora? Che ne dice, Miss Machado?»

Sentivo dire il padrino di Bob.

Sentivo e pensavo che non mi conveniva pronunciare una paro-


la che mi legasse a questa fabula antica i cui dettagli conosce-
vo fino alla nausea, mentre l’anfitrione parlava in inglese delle
cronache di mio padre, là fuori, il ritmo di caduta della prima
tempesta di neve dell’autunno rallentava, ma nel giardino non

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si distinguevano i contorni degli alberi. Diceva l’ambasciatore:


«Molto curioso, Miss Machado. Nel febbraio del settantacin-
que, ero appena arrivato e António Machado già scriveva che
io ero il cavallo di un Attila chiamato capitalismo, che laddove
mettevo le mie zampe posteriori l’erba si seccava e gli uomini
liberi morivano. Usava un linguaggio troppo colorito, ne conve-
niamo, anche se a me quei colori piacevano. Facevano conoscere
quello che si vedeva e quello che s’immaginava. Quando una
persona legge simili accuse sul proprio conto, deve esamina-
re molto bene il materiale di cui è fatta la suola delle proprie
scarpe. Tutto qui. Del resto, poco m’importava di quello che
gli sciocchi scrivevano sulle pareti. M’importava di quello che
pensavano gli uomini intelligenti. L’uomo che leggeva il futuro,
suo padre, era intelligente e scriveva molto sulla mia persona. A
lui piaceva che io non gli piacessi. Sei mesi dopo, nell’autunno
del settantacinque, arrivò a scrivere che io rappresentavo tutti
quelli che volevano assolutamente cancellare da quell’angolino,
l’angolino che segnò l’inizio della rivolta del settantaquattro, i
passi con cui si apriva la canzone, quella marcia lenta, quel coro
di campagna che parlava di un certo albero…»
E a quel punto l’anfitrione guardò inerme verso Bob Peter-
son: «Come si chiamava la canzone, Bob? Quella marcia lenta,
Bob? Quella che iniziava con il movimento dei passi?»

Ma quali passi?

Che curioso, in quel momento nessuno di noi si ricordava il


nome della canzone. Eravamo di nuovo smemorati. Qualche
tempo prima, tutti lo sapevamo, incluso Bob Peterson, che in
Portogallo non c’era mai stato, ma ben presto s’era reso conto
dell’esistenza di un certo tema country che veniva diffuso nei
programmi di World Music. In un paese civile, chi mai pote-
va non essersi reso conto? Chi non aveva ascoltato, una vol-

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ta almeno, quei passi? Bob nel settantaquattro aveva quindici


anni, viveva allora nella provincia dell’Alabama, pensava solo al
baseball, e malgrado ciò aveva prestato attenzione alla canzo-
ne portoghese, quella che iniziava con i passi di alcuni uomini,
che gli americani immaginavano inseguiti da lupi e carichi di
stracci, che camminavano abbracciati, partendo finalmente, con
un secolo di ritardo, verso l’aurora sacra della produzione, della
santa fraternità della libertà delle vendite e degli acquisti. I buo-
ni cittadini americani emozionati. Visto che a oriente, dall’altra
parte del mare, un manipolo di europei straccioni, come quelli
che a volte emigravano in California con una mano davanti e
l’altra di dietro, conquistava il cammino che li avrebbe condotti
alla prosperità, facendo il loro penoso percorso con dei duri sti-
vali chiodati ai piedi. Il suono di quei passi. Com’era possibile
che lei, la ragazza portoghese che stava lì, non lo sapesse? È
chiaro che Robert Peterson non aveva il dovere di ricordarsi il
nome di quella canzone, ma la portoghese che fingeva di non
saperlo, sì, lei ce l’aveva questo dovere. Innervosito, offeso. L’ex
ambasciatore, però, comprendeva la mia amnesia. Mentre Bob
le dava nomi diversi. A trick, uno scherzo, o per lo meno, un’in-
convenienza. Una mancanza di cortesia fingere di non saperlo.
Fingere che non si ricordava il nome dei garofani, fingere che
non si ricordava il nome di quel canto. Gli occhi di Bob pas-
savano da marroni a grigi. Cosa accadeva tra di noi, proprio
lì, nella sala del padrino? Era semplice, lottavamo. Un braccio
di ferro sereno, una lotta mansueta, sottintesa, che non aveva
alcuna importanza, rispetto all’oggetto in causa. Ma Bob salì
al piano intermedio della villa e, quando tornò disse in inglese:
«Non abbiamo bisogno del tuo aiuto. Per fortuna di sopra c’è
chi ha dentro la testa un glossario onomastico sulle rivoluzioni.
È bastato riferire il caso portoghese ed è stato un parapiglia».
E Bob consegnò al padrino un biglietto, che questi lesse: «Gan
do la».

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Il padrino lesse quel che stava scritto sul pezzo di carta, sil-
labando, rigirò varie volte il liquido che ancora restava in fondo
al bicchiere, e guardò verso di me, investito d’infinita pazienza.
Bob andò verso di lui come se io non fossi presente: «Noti bene,
padrino, che lei è anche capace di dire che non sa se Gandola è
un albero o una città. Non c’è niente da fare, sta sulla difensiva,
non vuole partecipare. Capisce? Non si ricorda Gandola, non si
ricorda il nome dei garofani. She’s quite a flaky person, my dear
uncle. That’s the truth».
Quella she ero io.
Ma il padrino era nato tre decenni prima di Bob, e inoltre
era stato un abile negoziatore, mentre il figlioccio era soltanto
un uomo nervoso che si esercitava nel dominio di se stesso, e
poteva parlare a partire da rovine sulle quali si ammucchiavano
cadaveri di cinque giorni con l’immobilità facciale di una pietra.
Bob s’arrendeva facilmente davanti ai vivi. Il nostro anfitrione,
al contrario, si animò, accostò il suo braccio al mio e io sentii la
sua mano ossuta che mi precludeva la fuga. «Vediamo un po’.
Qual è davvero il nome?» Chiese. «Siamo franchi, Ana Maria
Machado. Noti bene che nessuno si ricorderà di qui a poco del
significato del suono di quei passi di cui lei stessa non si ricorda.
Io so che per lei tutto questo è accaduto molto tempo fa, pri-
ma che nascesse, prima dell’inizio del mondo, del suo mondo,
ma anche così vale la pena pensare a questa faccenda. In tutta
questa storia c’è qualcosa che non quadra. Non vede come la
memoria di ciò che è orribile perdura, e come il ricordo dei
momenti di grazia si spegne così in fretta?» E l’anfitrione chiese
come se rispondesse a qualcuno che lo aveva interpellato: «Cre-
de, dunque, che la mente umana sia definitivamente formattata
per dimenticarsi del bene? Per dimenticarsi i momenti in cui
l’angelo dell’allegria passa per il mondo? I momenti in cui esiste
una pausa all’incessante selvaggeria umana? I momenti in cui
l’angelo amico dell’umanità mostra la sua faccia? Sbatte le ali

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mansuete sulla nostra testa? Ci invita a mangiare e a bere alla


sua tavola? Lei crede, Miss Machado? Se non lo crede, perché,
dunque, non è disposta a collaborare con l’angelo che la riguar-
da? Perché?»
«Scusi se forse la metto sotto una pressione eccessiva».

Al di là del vetro, aveva smesso di nevicare.

Le querce e gli abeti con i rami aperti erano scomparsi nell’al-


bore del giardino. Risuonavano passi e commiati nella stanza
accanto. Io pensai, di già? Così presto? Di già? Il coppiere com-
parve gesticolando e il nostro anfitrione si diresse verso l’ingres-
so. Bob lo accompagnò. Gli invitati, due decine di persone di
buon umore, si congedavano dall’anfitrione, una gazzarra not-
turna, ridente, garrula. L’ex ambasciatore rientrò rapidamente,
venendo dai saluti come se non ci fosse stato alcun intervallo, e
Bob camminava dietro al padrino come se fosse il suo paggio.
Io avrei scommesso che avremmo dovuto comportarci come gli
altri invitati e andarcene, era arrivato il momento di congedarci
rapidamente, approfittando della pausa della neve. Invece no.
Eravamo come legati a quella sala. E infatti l’anfitrione tornò
al punto in cui ci aveva lasciati: «Mi scusi, Miss Machado, se le
parlo di temi così rari. Debbo anche dirle che l’entità luminosa
di rado sorvola la Terra e non appena ciò accade, subito dopo
scompare lasciando il mondo al buio, anche noi facciamo parte
di quest’oscurità. Le giuro, noi non siamo altro che un disegno
che si muove nel buio. L’ho testimoniato dappertutto. Con una
sola eccezione. Del resto, l’ho già raccontato a Bob».

Bob Peterson si sedette.

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Il padrino continuò: «Miss Machado, si senta libera. Io le ho


detto quello che avevo da dirle. Per quanto mi riguarda è stata
una questione di ammirazione per la gente della sua città. Dal-
le finestre della nostra residenza osservavo il ritmo di quella
popolazione, e ogni giorno che passava apprezzavo di più quel
popolo, il suo popolo. Sapevo che al momento della verità,
passata l’ora del manicomio di Lisbona, come lo chiamò la
corrispondente del New York Times, quelle persone avrebbero
riposto le armi nell’armadio e si sarebbero perdonate a vicen-
da. Sapevo che i portoghesi avrebbero dimenticato le offese
commesse dai vecchi sbirri, così come questi avrebbero di-
menticato le offese perpetrate dai neoammutinati, che gli uni
e gli altri ben presto si sarebbero seduti gli uni accanto agli al-
tri negli stessi ristoranti e bar, poi si sarebbero salutati dandosi
la mano, e tutto sarebbe tornato alla pace di prima. Secondo la
loro tradizione, si sarebbero perdonati a vicenda come ognuno
perdona se stesso. Scene di cavalleria all’antica che saranno
considerate moderne, un giorno, se finalmente ben raccontate.
E così accadrà, lo spero bene, visto che Bob sarà capace di
ricostruire quel momento di rara felicità, lui saprà applicare il
suo metodo di cacciatore come una volta, quando era un bravo
ragazzo e correva dietro a quei sopravvissuti della Normandia
che gli raccontarono, uno a uno, com’era stato lo sbarco. O
come era avvenuta l’entrata degli Alleati a Parigi attraverso
la testimonianza delle venditrici che in quell’occasione cam-
minavano per il boulevard. L’ha già visto, conosce tutto quello
che ha fatto Bob». E colui che ci ospitava assunse un’aria di
costruttore di ponti e dighe: «Dunque, secondo i miei calcoli,
sarà così». Continuò. «Prima lei prenderà i suoi appunti grezzi,
poi viaggerà con il resto della squadra, per registrare pezzo per
pezzo, con l’occhio alla montagna e al risultato finale. Clean,
cleanissimo. Un mese per lei, un mese per Bob, tre mesi in
tutto. Adesso lei potrebbe tranquillamente girare i tacchi, ac-

21
Lídia Jorge

cettando fin da subito questa proposta. Tuttavia, non voglio


metterla sotto pressione, come ben sa».
L’anfitrione sembrava aver terminato l’invito nelle cui pa-
role leggevo i piani di Bob e non un metodo che lo riguar-
dasse. A quanto ne sapevo, il padrino in questa materia non
aveva metodo, né era quello il suo campo d’azione. Ma c’era
qualcosa di discendente nella sua voce, un tono terminante, un
tocco grave nel suo accento che mi confondeva, visto che tan-
to poteva essere di resa davanti alla mia intransigenza, come
d’apoteosi per la sua convinzione del fatto che avrei finito per
accondiscendere. Non sapevo come interpretarlo. Nel frat-
tempo, l’ex ambasciatore disse: «Andiamo, dunque, di sopra,
Miss Machado?»
«Andiamo, sì», rispose il figlioccio.

E andai su anch’io.

Bob conosceva la casa come se fosse stata la sua, e saliva su. Tut-
ti e tre ci arrampicavamo in silenzio su per le scale che conduce-
vano all’ultimo piano. Nessuno parlava. A metà di quei gradini,
mi venne in mente che il pericolo fosse passato. Bob sapeva che
il mio rifiuto era definitivo, senza discussioni possibili. Inoltre,
mentre salivamo, pensavo che anche se Bob non abbandonasse
il progetto, e nulla faceva pensare a ciò, la soluzione sarebbe
stata semplice. Per quanto riguardava il primo caso, in concreto,
avrebbero dovuto soltanto fare senza di me. Non erano quattro
o cinque o anche di più, gli episodi? Allora, perché quell’insi-
stenza relativamente al primo? E perché il primo? Salivamo,
e arrivammo dunque in uno spazio in cui la finestra a forma
di oblò mostrava che gli altri invitati se n’erano andati all’ora
giusta, visto che i fiocchi bianchi avevano preso volume, non
rimanevano più sospesi in aria, e anzi volavano, obliqui e precisi,
verso il suolo come delle biglie.

22
I Memorabili

Ad ogni modo, lo spazio semicircolare nel quale ci trovava-


mo era la biblioteca della casa, e di sicuro anche l’ufficio pri-
vato del padrino. Anche lì l’ambiente era tiepido, come se ci
trovassimo alle Antille, la regione dalla quale proveniva il volo
che aveva portato il padrino di Bob con varie ore di ritardo. Il
padrino continuava a essere vestito con gli abiti del viaggio, e il
coppiere ci seguiva come fin dalla prima ora. Su un tavolo, varie
pile di carte e buste, e una lampada che le illuminava. L’anfi-
trione si avvicinò al tavolo e iniziò a interpellarmi, come se il
suo discorso si rivolgesse da un’altra parte, benché il fine in vista
fosse esattamente lo stesso. Facendo girare il liquido nel nuo-
vo bicchiere e fingendo di divagare mi chiese: «Miss Machado,
prima di mostrarle quello che ho qui in serbo per lei, vorrei che
mi desse un’informazione».
«Sa per caso se Carvalho è vivo?»

La domanda era stata posta in portoghese ed esigeva che mi con-


centrassi di nuovo sull’argomento, visto che quel carvalho non
era un albero, era di certo un cognome, ma non mi ricordavo di
nessun Carvalho. Stavolta, non fingevo di essermi scordata, m’ero
scordata davvero, e al contrario di quanto accaduto a piano terra,
anziché fingere di dimenticare, finsi di ricordare, rifugiandomi
nell’ambiguità, dicendo di sì, che mi pareva che fosse vivo. Per-
ché mai non avrebbe dovuto esserlo? L’anfitrione mi aiutò: «Mi
riferisco a Carvalho, quello che tracciò il piano del colpo di stato,
e alla fine, lo eseguì punto per punto. Geniale. The Portuguese red
oak, you know? The biggest one? Come dice lei, anch’io credo che
continui in vita. Ma Antunes, lui, non è più tra noi. Di lui so, da
fonte sicura, so molto bene che è defunto. Il che è un peccato, era
una bella testa, pensava molto bene, scriveva molto bene, anche
se con troppe parole. Pensava anche meglio di come discutesse,
parlavamo molto, e comunque, non è più tra noi. Quanto a Lou-
renço, sembra che sia ancora vivo e stia bene. Non è così?»

23
Lídia Jorge

Il padrino si mise a sognare in mezzo allo studio.


«Io parlo del popolo, ma il popolo ha la sua firma. Lourenço
è uno di quelli che compongono la sua firma, la firma del po-
polo. Abbiamo pranzato insieme varie volte. Lui è ancora vivo.
Cioè, è vivo Lourenço, è vivo il popolo, è vivo Carvalho, è morto
Antunes, e Salgueiro è morto. Salgueiro è morto. Quanto al
suo destino sa quello che è accaduto. Era una persona integer-
rima, e sfortunatamente aveva soltanto quarantasette anni e se
n’è andato. Quarantasette e ci ha lasciato. Dio mio, Salgueiro
era ancora un ragazzino ed è morto. Le persone meravigliose
che sono morte, che popolo meraviglioso, che città incantevole,
ci ho passato i migliori anni della mia vita, la mia missione più
importante è stata portata a termine lì. E molti amici stretti
ci ho lasciato. Sono tutti vivi, i miei amici. Alcuni di loro non
credo neanche che potranno mai morire. Se alcuni di loro mo-
rissero, allora sarebbe il segno che potrei morire anch’io, e non
credo che una cosa del genere accadrà».

Appoggiato sul tavolo, molto vicino a Bob, parlava soprattutto a


Bob, il padrino rideva delle sue stesse parole. Se un giorno fosse
morto, ripeteva, sarebbe stato il segno che anche lui era mortale.
Ma lui credeva alla propria immortalità, aveva persino già scelto
la sedia di cristallo sulla quale sarebbe rimasto seduto per sem-
pre. E il buon umore dell’anfitrione cresceva nella misura in cui
chiedeva di questo e di quello, e li trovava vivi in mezzo al buon
popolo portoghese. Vari nomi di gente viva che gli davano mol-
ta soddisfazione. Io prestavo attenzione a quei nomi, e soltanto
allora capii per quale ragione non identificavo quei cognomi.
Era perché da sempre, a casa nostra, quelle persone non veniva-
no chiamate con i loro nomi propri, ma con i soprannomi, abi-
tudine introdotta per mano della moglie di António Machado.
Tanto che, mentre l’ex ambasciatore continuava a parlare, mi
scorreva davanti agli occhi una fila di soprannomi domestici.

24
I Memorabili

Sfilava tutta una serie di epiteti privati, provenienti dalla casa di


mio padre, che io conoscevo bene, ma in quel momento, anche
se avessi voluto, non sarei riuscita ad associarli alle figure civili
a cui si riferivano. E non era neanche necessario, visto che il
padrino sembrava fare soltanto domande per le quali aveva già
trovato le risposte. Sapeva molto bene chi era vivo, chi sareb-
be morto e chi era già morto. Perché prolungava quella serata,
appoggiato agli scaffali di libri, gomito a gomito con Bob, nella
sala semicircolare?
Il padrino teneva in mano il bicchiere mostrando soddisfa-
zione, e adesso avevo ben chiaro che il suo whisky non era acqua
colorata, visto che il coppiere entrava e usciva servendoci tutti
e tre dalla stessa bottiglia. Non portava nessuna ulteriore pro-
tezione sul vestito che indossava, né faceva riferimento al fatto
che la neve del pomeriggio era arrivata con un’ora e mezza di
ritardo, e adesso la tempesta stava arrivando con due ore d’an-
ticipo. La questione era la seguente: durante una serata, il ne-
goziatore era tornato a una vecchia causa, una causa ossessiva, e
per questo dimenticava tutto il resto. Io ero uno degli strumenti
della causa. E così, il padrino di Bob Peterson pensava che la
cosa migliore sarebbe stata prolungare la serata dentro la notte,
fino a che la tempesta passasse.
Disse: «Rimanga pure qui, ché io e Bob, nel frattempo, an-
diamo giù di sotto»
In realtà, con la tempesta in arrivo, in anticipo o in ritardo,
o anche se fosse arrivata in orario spaccato, capitava che l’anfi-
trione aveva preparato una sorpresa destinata alla figlia dell’uo-
mo che prevedeva il futuro. Et voilà, disse con enfasi latina. Si
trattava di una cosa abbastanza importante per lui, anche se per
gli altri era soltanto una cosa assai modesta, soltanto un ricordo.
Ma un ricordo essenziale, oriundo di quel popolo rude, povero,
nobile, resistente, silenzioso, duro davvero, che in altri tempi era
stato un grande popolo di mare, era arrivato fino al Giappone e

25
Lídia Jorge

aveva fatto il giro del mondo, e adesso, dopo una serie di dissa-
pori, aveva saputo ritornare nel suo angolino, deponendo le armi
in modo negoziato e mantenendo le proprie promesse. Provava
molto piacere per essere vissuto in mezzo a quel popolo in un
altro tempo. Era molto felice per aver evitato che quel popolo
nel settantacinque servisse da cavia. Aveva molto piacere per
non aver permesso che Henry criniera di leone facesse di quel
popolo sereno un campo di vaccinazione per l’Europa. Che lo
trasformasse nell’incubatrice del bacillo socialista per mostrare
agli europei un caso di disgrazia esemplare. Una Cuba, affinché
Londra e Parigi soffrissero dei mali che il popolo nordamerica-
no attraversava, con i muchachos dell’Avana lì alla porta di casa
che fumavano i puros nelle loro ventas. Oh! Sì, sì, nel maggio del
settantacinque la siringa già era pronta, destinata alla pelle dei
portoghesi. Tutto preparato, per mano di criniera di leone. Ma
lui lo aveva evitato, lui ci era riuscito, aveva visto il cambiamento
in arrivo, aveva valutato la natura della vittima, e aveva concluso
che quel popolo mansueto, moderato, resistente alla fame e al
freddo, alla miseria e all’assenza di numeri e di lettere, coi baffi
neri e gli stivali chiodati, non meritava di essere abbandonato
al triste ruolo di vaccino. «Mi dica, Miss Machado, lei è stata
vaccinata? Lo sa cos’è, clinicamente, un vaccino? Non ha forse
ancora, sul braccio o sulla gamba, il marchio anti-vaiolo? Vedo
di sì. Ecco, proprio questo sarebbe successo al suo paese. Il suo
paese sarebbe stato quello spazio di pelle raggrinzita in cui viene
inoculato il vaccino. Capisce quello che sarebbe successo? Sa-
rebbe stato proprio così, esattamente». Disse l’ex ambasciatore,
procedendo al bilancio del suo disimpegno. Ovverosia, se nella
battaglia delle unghiate portoghesi, come era stato designato
quel malinteso, lui non avesse portato avanti la sua opinione, il
destino del continente europeo sarebbe stato ben diverso, a par-
tire dal settantacinque. E non sarebbe di certo stato un carton-
cino delicato ricoperto di pagliuzze e carta velina. E il menù che

26
I Memorabili

vi si sarebbe trovato scritto dentro non sarebbe di certo stato per


cucinare le pere dolci. Ben al contrario, ma per fortuna che così
non fu, e per il bene di tutti.

Era curioso come il padrino parlava con orgoglio di questa vit-


toria sul suo avversario.

Aveva vinto, sì, aveva vinto. Comunque, ci teneva a sottolineare


che l’Europa non gli doveva nulla, neanche il suo paese gli do-
veva nulla, nessuno gli doveva proprio un bel niente. Era stato
nel mero compimento della sua funzione che s’era comportato
così. Adesso voleva soltanto testimoniare che, almeno una volta
nella vita, aveva fatto parte della brezza benefica della storia.
Che almeno una volta era stato là, nel posto giusto al momento
giusto, quando l’angelo della pace era passato sorvolando il pa-
ese della figlia di António Machado, questa storia che meritava
di essere raccontata attraverso le telecamere del suo figlioccio
Bob. Sarebbe stato il primo di una mezza dozzina di capitoli di
The Waking History, o qualsiasi altra designazione che il figlioc-
cio gli volesse dare, a partire dal momento in cui contenesse,
nel rovescio della sua formulazione, l’idea che a volte un’entità
benefica passa illuminando come un lampo la tenebrosa oscu-
rità della Terra. L’anfitrione disse in inglese: «Scusa, Bob, se sto
parlando soltanto alla tua amica». Poi diede dei colpetti con le
mani sulle pile di buste, squilibrandole e poi riequilibrandole di
nuovo. Diminuì una delle pile, un mucchio di lettere legate con
uno spago, e poi lo sentii dire: «Ecco qui quello che le volevo
mostrare. Vedrà come ci sono processi in questo mondo che
vale la pena ricordare, e il cui intreccio, in fin dei conti, termina
con una bandiera bianca issata sulle città, termina bene. Ma sarà
lei a decidere».
«Si segga qui, Miss Machado, così». Disse l’anfitrione, prepa-
randomi la sedia, sistemandola sotto la luce, facendomi sedere,

27
Lídia Jorge

per avere la certezza che l’oggetto fosse aggrappato al soggetto.


Padrino e figlioccio si preparavano a scendere.
«Una temperatura gradevole, tè e caffè, si accomodi, Miss
Machado».

Ed ecco il pericolo.

Un tavolino coperto di pile di buste era l’elemento del pericolo.


Per qualche minuto, valutai la situazione e la natura dei suoi
elementi. Alla fine, riconsiderando, poteva darsi che non ci fos-
se un vero pericolo. Sarebbe bastato non lasciarmi sommergere
dai comandi errati che il sentimento mette in marcia quando
non lo teniamo a bada. Pensando bene, mentre avrei letto quat-
tro o cinque di quelle lettere, il padrino si sarebbe ritirato, Bob
Peterson sarebbe rimasto in mia attesa nel piano inferiore, e il
tutto non sarebbe stato altro che una rapida lettura della cor-
rispondenza propria di un tempo antico, quando ancora ci si
scambiavano delle lettere. Ne avrei lette al massimo quattro o
cinque, tra le decine che erano lì conservate dentro le buste del-
la prima pila, e poi saremmo partiti. Bob aveva portato il mez-
zo di trasporto, la sua macchina era protetta dalla tempesta di
neve, parcheggiata nel garage del giardino, mi avrebbe riportata
a casa. Saremmo passati per Dupont Circle, avremmo aleggiato
per il Black Fox Lounge, poi saremmo andati fino alla porta del
mio flat al 0907 di S Street, e là, se ci fosse stata un’occasione
per entrare, saremmo entrati. Fantasie della mia testa. Nessun
pericolo, paura zero, minaccia assente, la morte assente, i deserti
molto lontani, a quell’ora ancora immersa nel buio. Mi sedetti,
iniziai ad aprire le buste. Ne avrei aperte sei o sette, certa che
l’esame sarebbe stato rapido, estremamente rapido. Ma non fu
così.

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I Memorabili

In capo a due ore ne avrò lette trenta, ottanta, cento di quelle


lettere? Forse centocinquanta? Pian piano persi la nozione del
tempo.

Le prime che aprii, prese da un mazzo gonfio, mi sembraro-


no anodine e persino indegne di figurare nell’archivio privato
di un diplomatico. Erano lettere inviate a indirizzi privati che
nulla sembravano avere a che fare con il servizio d’ambasciata.
Qualche invito di privati per il tè e a cena e, nel mezzo, ricor-
di che soltanto le casalinghe hanno l’abitudine di conservare
tra le calze, in fondo agli armadi, immagini avulse, santini, fo-
tografie traviate inviate a Sua Eccellenza senza giustificazione
né motivo apparente. Era ancora un mazzo considerevole. Le
misi da parte, non m’interessavano. Le lettere del pacco succes-
sivo, invece, non presentavano nessun indirizzo postale, il che
significava che erano state consegnate brevi manu. Ma mentre
le prime erano messaggi che potevano essere stati inviati tanto
in tempo di tumulto quanto in tempo di pace, questo secondo
lotto era costituito da lettere che avevano in comune il fatto che
in tutte, o almeno in quelle che io aprivo a caso, si ripercuoteva
l’eco molto viva dello smantellamento di un regime in transi-
zione verso un altro. Erano lettere redatte in portoghese, sul
caso portoghese, che riportavano nomi portoghesi e che erano
andate a finire lì, nella casa di legno e vetro in riva all’affluente
del Potomac, testimoniando come era stata vissuta nell’intimità
la convulsione pacifica avvenuta quasi trent’anni prima.
Quelle che aprivo erano buste di formato domestico, conte-
nenti missive che descrivevano situazioni critiche vissute in seno
alle famiglie, casi particolari di fughe, espulsioni, disperazioni,
perdite, danni, racconti redatti da persone tornate dall’Africa
che al tempo non sapevano dove si trovassero i loro congiunti,
tra di esse il caso di una donna che non sapeva dove si trovasse
il marito e aveva appena scoperto un nodulo delle dimensioni di

29
Lídia Jorge

un mandarino nell’ascella di sua figlia. Cosa fare? A quale ospe-


dale rivolgersi? Delle mani frastornate avevano vergato quelle
righe. Ma ciò che più m’incuriosiva era che in nessuna delle
lettere c’era rivolta o ira, ma solo lamentele, lamentele a volte
cadenzate, il che faceva di quel mucchio di pagine una specie
di petizione collettiva rivolta non a un uomo, ma a una divinità.
Al contempo, erano racconti così vivi, così concreti, e alcuni di
essi così pungenti, che mi feci l’idea che i loro autori uscivano
dalla superficie delle lettere per piazzarsi in piedi, davanti al ta-
volino, a guardarmi da vicino, come se fossero venuti da lontano
nel tempo per puntarmi un dito, in mancanza di qualsiasi altro
imputato.

E così passai varie buste. Ne aprii delle altre.

Dentro ad alcune di esse, trovavo biglietti con richieste di de-


naro, passaporti, lavoro, viaggi gratuiti, sotterfugi comuni a tutte
le società e i paesi in stato di simile necessità. Conoscevo gli
effetti del caos, i limiti della vita scomposta e la sua irragione-
volezza, e anche quello stadio intermedio prima degli ultimi
limiti, quando le relazioni umane conservano ancora l’aspetto
della normalità, ma la quotidianità è già imputridita sotto il ru-
more delle sue dispute. Ciò che non mi pareva comune, questo
sì, era l’assenza di accuse, come se tutti gli autori di quelle let-
tere, alcune scritte in portoghese e altre in inglese, fossero nati
per arrivare ad essere, un bel giorno nella vita, dei mendicanti,
e quel giorno fosse arrivato. Una sottomissione di dimensioni
bibliche che ricordava le provazioni di Giobbe nella sua obbe-
dienza prigioniera. E capii anche che un mondo enigmatico per
la mia comprensione s’era congiunto per ingoiare quella mia
notte di sabato. Senza sapere come, a tante migliaia di chilome-
tri, il paese di António Machado mi veniva incontro, ed eccolo
là tutto intero, steso davanti a me, quando io ero soltanto uscita

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I Memorabili

di casa per partecipare a un cocktail a fine giornata. Per quale


ragione Robert Peterson e il suo padrino mi avevano preparato
un simile assedio? Perché?

Anche le lettere del mazzo successivo, che era molto volumi-


noso, riflettevano la stessa assenza di rivolta dell’anima. Que-
sta pila includeva lettere firmate e lettere anonime, la maggior
parte delle quali scritte da militari, lettere battute a macchina
in cui si vedevano ancora le tracce della carta carbone, di certo
copie molto utili trent’anni prima, quando non c’erano le foto-
copiatrici. Tuttavia, pur essendo scritte da militari, non erano
dirette a nessun nemico. Se fosse esistito, tale nemico sareb-
be stato astratto o veniva omesso in quelle lettere. Si trattava
di ufficiali molto preoccupati per la situazione portoghese, che
desideravano offrire le loro competenze in caso d’intervento
straniero, e che, non ottenendo udienza presso chi al tempo era
incaricato, si rivolgevano a chi deteneva il vero potere. In una
di esse, in appena due pagine, l’autore faceva l’inventario delle
forze di resistenza lusitana, valutate come deboli o inesistenti.
L’ufficiale di alto grado, che non nascondeva il suo nome, bensì
lo ostentava, sottolineandolo con un tratto, informava che la
realtà militare portoghese nel settantacinque s’era trasformata
in uno scenario da manicomio, e che sarebbe bastato un tor-
pedo americano detonato nella foce del Tago per mandare in
aria il paese intero. Ma era proprio per questo che si rivolgeva
all’ambasciatore, perché influenzasse i suoi compatrioti nella
direzione della pazienza. Che avessero con i portoghesi un po’
di pazienza portoghese. Era evidente che sarebbe stata necessa-
ria una pazienza senza limiti.
Del resto, aprendo una delle buste più voluminose di quel-
la pila, capii che essa conteneva un documento speciale alle-
gato alla lettera. Un foglio in formato A2, piegato in quattro,
ostentava un abbozzo dettagliato di una Lusitania Land, con

31
Lídia Jorge

tre frecce blu, che segnalavano i depositi di polvere da sparo e


di armi ancora in funzione, e nei quali c’erano ancora delle mu-
nizioni, e le istruzioni per il rispettivo assalto, che non doveva
durare più di due ore, una manovra rapida, in modo che non
ci sarebbe stato un significativo spargimento di sangue. Please,
don’t shed any blood, si leggeva in rosso, sotto le frecce blu. E
l’autore, stabilendo una piramide di priorità scriveva come nota
d’istruzioni, che i portoghesi preferivano essere sconfitti dalle
forze degli USA, o della NATO, che essere invasi dai blindati
della Divisione Brunete, agli ordini di Franco, un moribondo,
che in quel momento doveva già stare lungo disteso, con i piedi
poggiati su dei cuscini, nel palazzo della Moncloa. La fami-
glia è famiglia, gli affari sono un’altra cosa. I militari portoghesi
avrebbero accettato gli spagnoli soltanto in ultima istanza, e per
evitare la catastrofe delle catastrofi, per evitare che saltasse fuori,
venuta dalle steppe lontane, la lunga zampa pelosa di Brežnev
per catturarci. Per assoggettarci a quel lungo sguardo da orso
polare filtrato dallo spessore delle sue tremende sopracciglia.
Ma il nemico, quello concreto, quello che scatenava un simi-
le processo di corrispondenza, questo, non veniva menzionato
nelle lettere. Non si sapeva chi fosse.

Avrei dovuto continuare?

Sì, dovevo continuare, visto che venivo assalita da un dubbio


legittimo. Il mio dubbio consisteva nel non sapere per quale ra-
gione l’ex ambasciatore mi aveva chiamata a casa sua. Sarà stato
per valutare la disponibilità di coinvolgermi nel suo progetto, o
mi aveva scelta soltanto per istruirmi sul mio paese d’origine?
Per spingermi verso l’interno di un mondo che in fin dei conti,
nell’esuberanza della sua differenza, secondo lui, io avrei dovuto
amare? O tornare ad amare? E così trovare nella mia persona
un pezzo di materiale utile al servizio del suo figlioccio? O c’era

32
I Memorabili

qualcosa di più profondo, e per questo meno palpabile, che aveva


a che fare con il gomitolo inestricabile nascosto dentro se stes-
so? Con la sua propria ragione, la sua propria causa? Difficile da
comprendere. Fino a lì, le lettere mostravano stati d’animo, non
dimostravano né ragioni, né cause. Cioè, la predica del padrino
era stata densa, ma per contrasto, le lettere mostravano anime
leggere. Anime accomodatesi alla direzione del caso.
Del resto, nell’aprire le seguenti, quelle che rendicontavano
le storie di vita di gente che andava di casa in casa, la sensazione
di leggerezza era la stessa. In quelle, si trovava di tutto. Acclu-
sione di liste di agenti della PIDE fuggiti, liste di persone che
si erano installate nelle case degli agenti della vecchia polizia
politica, schizzi che indicavano dove quegli agenti passavano
la notte, informazioni di ogni sorta che erano giunte per vie
informali alle mani dell’ambasciatore, e al contempo, quello che
gli autori chiedevano, in tutte le lettere, era un aiuto nell’ar-
monizzare tutto e tutti. Tutto con tutto e con tutti. Dava da
pensare. Attraverso un allegato a una di quelle liste, una persona
faceva il resoconto di come alcuni agenti della PIDE e le loro
famiglie erano stati accolti nelle caserme, in mera attesa che gli
animi si calmassero per riprendere in pace le loro vite pacifiche.
C’erano rivoluzionari che accoglievano, nelle loro stesse case,
famiglie della PIDE, dando loro alimento e protezione. Veni-
vano menzionati i nomi di quei buoni rivoluzionari, in modo
che l’ambasciatore potesse sapere su chi potevano contare gli
americani quando ci sarebbe stata la ricostruzione del paese.
Persone ribellatesi, sì, ma capaci di sentire profonda pena per la
situazione altrui. In una delle lettere sull’alloggio – tutta quella
pila trattava di abitazioni occupate, perdute, abitazioni liberate
e così via – si diceva addirittura che la pena era il sentimento
che risiedeva par excellence nel petto dei portoghesi a partire dal
Colpo di Stato. Io guardavo il volume delle lettere già lette che
si ammucchiavano mano a mano alla mia destra, e deducevo

33
Lídia Jorge

che la pena, la grande pena, il sentimento che esaurisce i deboli


e dà alimento ai forti, a quel tempo, s’era generalizzata come
concetto rivoluzionario. La pena. Quelle lettere testimoniavano
che era in costruzione la repubblica della pena.
Certo che non sempre il sentimento dominante era questa
pena passiva che, allo spiegare le pagine, trovavo annidata tra
le righe, titubante e sottomessa. Poiché così come non ci sono
due persone uguali, e non ci sono due lettere uguali, non c’erano
neanche due pene uguali. In un’altra lettera, un autore meno
pusillanime chiedeva che un fulmine divino cadesse sulla testa
di figure concrete tra quelli che avevano comandato la ribellio-
ne, i loro nomi stavano là battuti a macchina in maiuscole ben
messe in evidenza, ma, subito dopo, la richiesta di clemenza per
ogni creatura umana inglobava indistintamente tutti quelli che,
nella pagina precedente, erano stati condannati. Arrivando lì,
non era più una questione di pena, passando per il vaglio della
ragione, si trattava di dottrina e bontà pura. In un’altra lettera,
un alto dignitario ecclesiastico si offriva di avviare un’azione
di difesa dei buoni principi con l’uso delle armi, se fosse ne-
cessario, ricordando l’esortazione alle Crociate nel xii secolo,
un’azione che riguardasse tutto il paese da Nord a Sud, le sue ex
colonie e le isole nel mare aperto, benché l’azione prevista altro
non fosse che un programma di processioni che avrebbero per-
corso le strade piene di palme, con tanto di immagini del Cristo
Glorioso portate a spalla. In quelle lettere sparse sul tavolino
dell’ambasciatore c’erano pallii e rosari, ma non c’era alcun ferro.
Ovverosia, deducevo che i ribelli erano considerati agenti del
Male, ma non responsabili per il male causato, da cui la diffi-
coltà ad accusarli. I ribelli, nelle lettere dirette all’ambasciatore,
e che adesso si trovavano tra le mie mani, avevano fatto molto
male al paese, ma non erano persone cattive. Erano stati inviati.
E il Male era misterioso ed enigmatico, diventava necessario
agire nella stessa atmosfera d’ombra e mistero. Per questo le

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I Memorabili

richieste all’ambasciatore venivano fatte tutte nello stesso senso.


Come procedere, dunque, senza procedere?
Come aiutare a silenziare senza uccidere, come annichilire
senza che nessuno lo sapesse, come far sparire dalla memoria
senza che si conoscesse il processo per portare a termine tale
cancellazione? O meglio, come ottenere questi effetti, senza che
nessuno soffrisse, senza che ci fossero un carnefice e una vitti-
ma? Vediamo i responsabili, si diceva in una delle lettere. Come
eliminare il loro passato, il loro presente, ma soprattutto il loro
futuro? Magari fossero potuti scomparire in silenzio, come se
rapiti da un UFO, portati via da una luce blu. La CIA non si
sarebbe forse potuta occupare di questo? Sottrarre senza dolore,
senza cattiveria, senza far soffrire nessuno? Richieste delicate.
Si capiva che le lettere venivano messe sotto i piatti, nei risto-
ranti in cui l’ambasciatore prenotava pranzi e cene, o dentro le
tasche quando i vestiti tornavano dalla lavanderia. Dava l’im-
pressione che l’anfitrione non avesse mai risposto, si deduceva
dalle lamentele espresse nelle seconde copie. E il fatto che l’am-
basciatore non rispondesse doveva aver indurito quella ricerca,
visto che a un certo punto, dentro la pila dei silenziatori, potei
leggere la lettera più audace di tutte, già datata alla metà del
settantasette.
L’autrice era una donna pietosa. Aveva casa, disgraziata-
mente, vicino al principale Comando Militare della Regione di
Lisbona. E poiché lei e la sua famiglia non potevano più sop-
portare la presenza ominosa delle figure militari rivoluzionarie
mantenute in alte cariche per paura di una recrudescenza delle
forze rosse, chiedevano che un aereo americano si incaricasse di
portarli in alto mare. Quel procedimento era occulto, ma non
era del tutto sconosciuto. C’erano resoconti di casi che stavano
avvenendo in vari paraggi del Sudamerica, che l’ambasciatore
sicuramente conosceva bene, e il procedimento era semplice e
degno. Visto che rendere l’anima al Creatore in pieno volo, du-

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Lídia Jorge

rante la notte, non solo non costava nulla al corpo ma ripuliva


l’anima agli stessi, poiché tutto accadeva volando. Morire così
era come nascere, la persona non se ne rendeva neanche conto.
Seicentoventidue persone avevano firmato quella lettera, foglio
dopo foglio, il che la rendeva la più voluminosa di quella pila.
I sottoscrittori erano cittadini comuni, persone che volevano
soltanto mandare i bambini a scuola e vivere in pace nel proprio
paese. Secondo le loro parole, lasciavano lì la petizione nelle
mani dell’ambasciatore. Dal reclamo redatto nella lettera se-
guente, si capiva che quel documento era stato consegnato nel-
la residenza ufficiale dentro una scatola di pesche rosa, e pur-
troppo non avevano ricevuto neanche un ringraziamento per la
frutta. Seguivano biglietti di acido risentimento. E io temetti
nel continuare ad aprire le lettere di quel mazzo, poiché in esse
la pena, la prolungata pena, cambiando di stile, si trasformava
nel suo opposto.

Passai a un altro mazzo, e lo feci al momento giusto.

Alcune di queste altre lettere, per quanto erano vecchie, scritte


prima che io nascessi, mi sembravano oggetti di studio di valore
limitato, il che non invalidava l’interesse e la curiosità che mi ri-
svegliavano in quelle circostanze. Mi riferisco alle seguenti: alle
lettere dei visionari. Lettere che finalmente portavano con sé,
benché non fosse il loro proposito, una ventata d’allegria. Erano
benvenute, queste lettere, poiché i loro autori vi si rivolgevano
al futuro ove ogni fantasia era possibile, e il contrasto con la re-
altà accaduta successivamente le trasformava in tirate comiche,
oscillanti tra l’umoristico e il drammatico. Del resto, si vedeva
dalle spiegazzature pronunciate come alcune di esse dovevano
essere state lette innumerevoli volte, poiché si erano strappate
nelle pieghe, due di esse erano persino sporche dell’umidità del-
le mani. Ditate collegiali. Probabilmente l’ambasciatore aveva

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I Memorabili

letto troppe volte quelle lettere. O qualcuno per lui. Continuai


a leggerle durante la notte. Ognuna scritta nel suo tono. Ce
n’erano di pessimiste, quelle che, partendo da dati inquietanti,
immaginavano l’Europa devastata da una guerra chimica che
l’impero sovietico avrebbe scatenato contro l’Occidente, in un
ultimo rantolo del grande animale slavo mortalmente ferito, e
in tale guerra tra il rosso di là e il blu di qua, ci sarebbe stata una
spartizione dell’Atlantico Nord che avrebbe riguardato le per-
sone, gli animali terrestri, gli uccelli e i pesci. Ma lo scorrere del
tempo, che nel frattempo aveva evitato un epilogo così avverso,
permetteva di valutare l’errore, e faceva soltanto ridere. Dopo-
tutto, le lettere ottimiste facevano ridere, quelle provocatorie
facevano ridere, quelle reticenti facevano ridere, quelle tragi-
comiche facevano ridere per una doppia ragione. Le previsioni
fanno sempre ridere. Le previsioni fatte dagli autori di quelle
lettere, sul futuro del paese di António Machado, facevano ri-
dere chi le leggeva ventinove anni dopo che erano state scritte.
Era molto tempo che io, abbastanza depressa, non ridevo tanto.
La notte mi sembrava corta, le lettere inviate all’ambasciato-
re, testimone interessato alla ricomposizione della storia, non
avevano fine. Aprivo una lettera e poi un’altra, un’altra ancora,
capendo che non sarei riuscita a staccarmi dalla loro lava ancora
tiepida. Ecco il pericolo.

Senza aver fatto nulla affinché ciò accadesse, senza volerlo, né


desiderarlo, mi trovavo davanti a un tempo lontano, ricevevo
messaggi da un paese distante del quale avevo fatto a meno
al punto che, ultimamente, ero arrivata a dubitare dell’esisten-
za reale del suo presente, e a maggior ragione del suo passa-
to. Adesso, quel mondo, fuoriuscito da un buco della terra, mi
si parava dinanzi, muovendosi come un bruco che si contorce,
prendendo vita e spiegando le ali, in mezzo a quello studio, al
punto di farmi ridere come non ridevo da tanto tempo. Difat-

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Lídia Jorge

ti, l’ex ambasciatore aveva preparato con cura quella faccenda.


Nulla era stato lasciato al caso. C’era un metodo, e c’erano state
le prove generali di una progressione tattica. Era impossibile
leggere tutte quelle lettere. A un certo punto – gli occhi mi bru-
ciavano – mi avvicinai a un’altra scrivania sulla quale era monta-
ta una fotocopiatrice. Iniziai a fare delle copie. Nel silenzio della
casa, il rumore di quella macchina accesa mi sembrava quello di
una ruspa.
Quante copie avrei potuto fare? Mi sedetti a vedere la luce
biancastra che entrava dall’oblò. Irreale e incredibile. Chi lo
avrebbe mai detto? Ero entrata nella casa del padrino per un
incontro nel quale avrei parlato la mia lingua materna con
l’anfitrione, l’incontro era diventato una seduta di persuasione
mentre là fuori gelava, e ero finita per trattare di quella corri-
spondenza portoghese lungo la notte, per tutta la notte fino
all’alba. Tutte quelle lettere ammucchiate, che provocavano una
lettura compulsiva, mi avevano catturata. Era stato per questo
che mi avevano chiamata. Era stato per questo che quell’uomo
era tornato in fretta e furia, che sua moglie aveva invitato quella
gente in tutta fretta, e lui stesso, vestito di seta, non aveva nean-
che avuto il tempo di cambiarsi. Sembrava una menzogna, ma
alla fine era la verità. E così pensai a Robert Peterson.

«Bob?», chiamai alla porta della biblioteca.

Quando scesi, Bob camminava per il corridoio con un badile,


dicendo che la tempesta di neve aveva bloccato le porte, che
la strada per Washington era intransitabile, che ci trovavamo
bloccati nella villa del suo padrino. Una tempesta di neve d’au-
tunno come non se ne aveva memoria aveva circondato la casa.
Ma non era mattina. Al contrario di quanto immaginavo, era
già l’inizio del pomeriggio. Pranzammo da soli nella cucina
dell’ex ambasciatore. Il badile accostato a un angolo affinché

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I Memorabili

Bob facesse quel servizio. Rompesse il ghiaccio. Il che signifi-


cava che avrei disposto del tempo necessario per rivedere quello
che avevo già letto, più quello che avrei letto per la prima volta.
E così, contro ogni aspettativa, passai la fine di quella domenica
china sulle lettere provenienti dal mio paese d’origine, ascol-
tando voci che s’innalzavano da quei fogli e che prendevano la
forma di gente viva, che andava e veniva, che s’incrociava una
volta per tutte nel vano di quello spazio, come se ieri fosse oggi,
come se l’oggi fosse un tempo molto antico, come se il futuro
fosse in tutto ciò, e tra i tempi passati e futuri non ci fosse alcun
intervallo. Un’eccezione, un caso esemplare, come aveva detto il
padrino? Suvvia, Miss Machado, suvvia, che se cercherà molto
bene, vedrà come troverà ancora, tra i sampietrini del marcia-
piede, ciò che resta di quelle cartucce. Sentivo il padrino dire
una volta e un’altra ancora. Vada là e ci riporti qualcosa di buo-
no, qualcosa di pulito, una narrazione luminosa nella quale una
persona si possa rivedere. Loro vanno dicendo il contrario, ma
guardi che la bellezza è più importante della verità. La bellezza
è il grado più elevato della verità. Non se ne dimentichi.
E io ero quasi sicura che un qualche componente di quel
whisky potesse aver contribuito all’arte dell’imboscata.

Quest’episodio è accaduto a fine novembre 2003.


The Glassy House
Brookmont/On the Maryland side of the Potomac River.

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