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Case di ferro

I
l primo tentativo fu messo in atto dalla Polizia Municipa-
le. Arrivò con grande spiegamento di forze, commettendo
il grossolano errore di voler approfittare dell’opportunità
per inaugurare il nuovo equipaggiamento – caschi con visiera,
scudi, manganelli – sarebbe stato meglio farlo in un’altra occa-
sione, mai e poi mai lì dove quello che serviva era la persuasio-
ne, anche perché riesaminando l’operazione col senno di poi,
coscienti del fallimento a cui è approdata, appare evidente che
non c’era, sin dall’inizio, la benché minima possibilità che le
cose potessero andare come ci si aspettava, tenuto conto della
stragrande sproporzione tra Forze dell’Ordine e manifestanti,
nonché di altri fattori che non vale la pena elencare. Manife-
stanti per modo di dire, in effetti quella gente non manifestava
niente, si limitava a vivere lì. A meno che vivere, con i tempi
che corrono, non costituisca già in sé un manifesto.
Pensandoci bene, forse lo è.
Arrivarono con divise nuove e un foglio di carta bollata,
timbrata e firmata da chi di diritto, dopo il dovuto preambo-
lo, ordina lo sgombero. Proprio così, senza girarci troppo in-
torno, fatta eccezione il suddetto preambolo che, a sua volta,
elencava una serie di considerazioni: prima di tutte l’evidente
preoccupazione delle Autorità per la sicurezza di un edificio
che poteva crollare da un momento all’altro; la seconda che
peggio di come stava, la Popolazione – sempre la Popolazio-
ne! – non poteva stare, quindi la prospettiva era quella di mi-
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gliorare la loro condizione; e la terza, un po’ più enigmatica,


diceva qualcosa che aveva a che fare con il turismo come mo-
tore di uno Sviluppo che prima o poi doveva essere avviato,
favorendo l’afflusso di turisti e delle loro valute, e che pertan-
to prima lo si faceva e meglio era.
Qui terminava il preambolo, e il contenuto passava diretta-
mente a quello che più interessava, lo sgombero. Molte volte
è proprio così che si stimola l’efficacia, presentando la realtà
in maniera brusca e senza perdersi in inutili sottigliezze. E
avrebbe funzionato anche stavolta se ci fosse stato qualcuno
a cui consegnare la notifica, un’Autorità Locale autorizzata
ad apporre in calce alla stessa un «per presa conoscenza», se-
guito dalla data e da uno scarabocchio (non c’era neanche
bisogno di un timbro). Vivevano lì persone le cui occupazioni
si incastravano in complementare armonia – calzolai e gente
scalza, cuochi e gente affamata, ladri che rubavano e poliziotti
che li arrestavano – il che legittimava la supposizione che ci
fosse qualcuno a coordinare tutta quella coreografia.
La coreografia racchiusa nel vivere e funzionare.
Ma nel Grand Hotel di Beira l’autorità era qualcosa di tacito
e soggiacente, non inquadrabile in normali organigrammi né
tanto meno individuabile in qualcuno di concreto e visibile. Il
primo ostacolo nel quale si imbatté il Comandante della Mu-
nicipale, prima ancora di quello essenziale, fu pertanto l’inesi-
stenza di qualcuno a cui consegnare il menzionato foglio. Per
comprendere la sua afflizione è necessario ricorrere all’uso
della metafora e immaginare il mondo come una grande torta,
della quale il Grand Hotel costituiva una fetta con almeno tre
strati: quello superiore destinato ai vecchi abitanti, i primi ad
arrivare quando era ancora possibile scegliersi la sistemazio-
ne; nel mezzo il popolo in transito, ancora ignaro della sua
futura posizione che poteva essere dettata dall’ascesa o dal
declino; in fondo gli ultimi arrivati, ad occupare quello che ri-
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maneva. Stando alle leggi della natura l’autorità, locale o altra,


si trova in cima, pertanto le Forze dell’Ordine salirono su per
le scale pensando che se mai ci fosse stato qualcuno in grado
di fornire informazioni quelli erano i vecchi abitanti, coloro
che vivevano più vicino al cielo, insieme ai ragni e agli uccel-
li. Proposito vano, tutti rispondevano di bussare alla porta
successiva, giustificandosi con argomenti vaghi o rifugiandosi
in un’ostinata reticenza. Se c’era – e poteva anche darsi di sì
– loro non lo sapevano. Scesero allora a parlare con quelli del
piano di mezzo, chissà che quella strana residenza non costi-
tuisse, in quel caso, un’eccezione. Ma anche lì non trovarono
nessuno in grado di fornire informazioni: come detto questi
erano gli abitanti provvisori, sospesi tra la ventura di poter
migliorare e il timore di dover scendere, pertanto senza tem-
po né aspirazione per l’autorità, posizione che richiede una
prospettiva collettiva e una postura stabile. A questo punto
le Autorità si videro costrette a scendere ancora più giù, fino
ai sotterranei, antri e tuguri dove vivevano i più diseredati, i
quali non comprendendo neppure cosa fossero venuti a fare,
manco gli risposero.
L’unica Autorità che conoscevano era quella, inesorabile,
del destino.
Il Comandante della Forza Pubblica allora uscì dall’edi-
ficio. Riteneva, in base alla sua esperienza, che l’altra metà
del comandare è costituita da qualcuno incaricato a ricevere e
riconoscere l’ordine, e poiché nel Grand Hotel questo criterio
non era applicabile, non sapeva che fare. Sedette in quella
che in altri tempi era stata una sfarzosa hall dove passavano
antichi notabili, e che oggi era appena la zona di passaggio di
un piccolo e disordinato bazar, vi raggruppò i suoi uomini e si
fermò a pensare. Non poteva sapere – nessuno sapeva, tranne
alcuni inquilini, troppo vecchi perché qualcuno gli prestasse
ascolto – che quell’ Hotel esisteva da prima del tempo dei co-
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loni e che già allora, quando questa a mala pena si presagiva,


chiuso e silenzioso stava lì a preannunciare la loro fine. Era
una casa più antica del tempo in cui i coloni non erano ancora
coloni ma signori e muzungos, un tempo scevro di coscienza
e rivendicazioni.
Pertanto, di assoluto splendore.
Lunghi vestiti di seta e décolleté, dai colori opachi, appa-
iati a severi smoking di stoffa o a più informali vestiti di lino,
allineati su una delle tante verande a mirare uno dei tanti tra-
monti che inevitabilmente dovevano essere passati da lì; flûte
di champagne dalle forme allungate come colli di giraffe e
imperlati di goccioline ghiacciate, sui bordi leggere tracce di
rossetto; posate d’argento impegnate in sensuali operazioni,
umide uova di caviale appiccicate ai denti delle forchette, il
coltello a separare la punta dell’asparago, tintinnando in un
candido letto di porcellana di Limoges. Dal soffitto sfolgoran-
ti candelabri di cristallo dissimulavano il loro immenso peso
con uno splendore translucido che li rendeva chiari come l’ac-
qua, stillavano suoni simili a gocce d’acqua. Sul pavimento, a
ovattare i passi e spargere mistero, una moquette scura come
la notte, sulla quale ampi tappeti persiani adagiavano i loro
intricati arabeschi floreali. E le lunghe scale dove si saliva e
si scendeva piano. In basso, nei sotterranei, il borbottio delle
caldaie che alimentavano questo mondo, e il respiro malato di
chi le faceva funzionare.
Il Comandante della Polizia Municipale non avrebbe mai
saputo niente di tutto questo, neanche se fosse arrivato a in-
tendersi con il Popolo e questi si fosse mostrato collaborativo,
poiché si trattava di un universo estintosi prima che quelle
persone arrivassero lì, un mondo vecchio che si era perso sci-
volando attraverso le larghe maglie della memoria. Solo fram-
menti dispersi, vestigia senza significato che il Popolo aveva
strappato e rivenduto agli angoli di strada, quando trovava
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qualcuno disposto a comprarle, fino a che rimasero solo le


nudi pareti della speranza.
Lo splendore dei candelabri superstiti era intaccato da una
polvere antica e sottile, malgrado diligenti ragni si prodigasse-
ro a perfezionarne il decoro; i letti erano freddi; gli uccelli co-
struivano nidi nelle mantovane dei pesanti drappi di velluto,
esitando in timorosi voli esplorativi. Dalle finestre aperte nei
corridoi dei piani di mezzo entravano semi volanti che si insi-
nuavano nel caldo umido dei tappeti, gli alberi vi crescevano
rigogliosi manco si trattasse di una strada qualunque, o di un
campo. Ansimando, come i loro predecessori, gli abitanti dei
sotterranei camminavano curvi, non più per sottomissione
ma perché costretti dallo scuro cielo di aguzze stalattiti, in
un mondo fatto di umidità, radici, pipistrelli intrappolati che
volavano in circolo alla ricerca di una via d’uscita, scarafaggi,
che trascinavano lentamente la loro pesante corazza, ratti in-
solenti.
Uguale a prima c’era, forse, solo la luce del giorno che pe-
netrava dai finestroni.
Sbagliava il Comandante della Polizia nel credere che tutta
quella decadenza fosse colpa del Popolo. Era cominciata da
tempo, e era inesorabile. Il Popolo aveva contribuito solo a
rallegrarla.
L’ingiunzione però non riguardava il passato bensì il pre-
sente, con tutto il suo carico di necessità e urgenze da risol-
vere.
Non io, che non ne sono capace, pensò il Comandante del-
la Polizia con il foglio in mano, temendo che se avesse dato
l’ordine avrebbe aggiunto a tutta quell’oscura storia e a tutto
quell’incerto presente, un futuro prossimo tinto di sangue.
Si sa che il Popolo, per quanto sottomesso, sa essere furente
quando lo decide. Vivevano in quel posto noti ricercati, la
cui cattura non era contemplata nel mandato ricevuto dalla
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Municipale; c’erano anche dei poliziotti, ed è risaputo che si


cerca sempre di rispettare i colleghi. La Forza Pubblica, in
democrazia, deve stare dietro la legge per supportarla, mai
davanti ad aprirle la strada.
Il Comandante piegò il mandato e se lo mise in tasca, do-
podiché diede l’ordine di ritirarsi.
Le Autorità, dopo aver censurato duramente la decisione,
affrontarono l’argomento con gli Imprenditori. La situazione
era grave, argomentavano, giacché si era sull’orlo di una cata-
strofe: dal terzo piano scorrevano cascate, nel secondo cresce-
va una vera e propria foresta, negli scantinati esistevano vere
e proprie miniere di metalli sconosciuti. E comunque, che le
autorità ponderassero bene il da farsi, perché in gioco non
c’era solo una catastrofe annunciata ma una tragedia ancora
più imminente, la tragedia di un paese che ignorava il suo
dovere.
Lo sviluppo si costruisce mettendo da parte il passato e
organizzando il presente in funzione del futuro. Arare e se-
minare per poi raccogliere, proclamavano, ben sapendo che
quella stanca metafora fosse ancora capace di toccare cuori e
sensibilità diverse. Ma a cosa toccava assistere? Inerti davanti
a un passato che marciva senza poter essere compreso né di-
gerito; con l’unico risultato di alimentare un focolaio di infe-
zioni che comprometteva enormemente il presente e ancor di
più il futuro! E di nuovo l’ausilio della metafora: non si arava,
si seminava male, sicuramente non si sarebbe raccolto. Im-
pressionate dalle argomentazioni le Autorità, che tanto testo
introduttivo avevano somministrato a chi non sapeva leggere,
regalarono carta bianca, senza scritto alcuno, a chi per canto
suo si era formato nelle migliori università.
Gli imprenditori lessero quel non-testo come più gli face-
va comodo. Promisero attrezzature adeguate e, in attesa che
arrivassero, costruirono nelle adiacenze del Grand Hotel una
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solida parete di cemento. Le Autorità rimasero sbigottite: alla


fine il progetto era di erigere per poi abbattere? Per conto
suo, il Popolo fingeva di non vedere. Si difendeva vivendo in
una dimensione altra, cieco davanti alla minaccia che arrivava
dalla dimensione del reale.
Finché un giorno l’attrezzatura arrivò. Tirato via con so-
lenne cerimoniale il telone che la ricopriva, apparve una gi-
gantesca e minacciosa ruspa, una macchina possente che i tec-
nici si affrettarono a montare e approntare all’uso; dopodiché
azionarono il comando e il mostro cominciò a oscillare per
andare a percuotere, polverizzandola con un solo colpo, secco
e assordante, la parete di cemento che avevano innalzato. Si
trattava di un test per verificare la funzionalità della macchina
dopo che la poverina aveva percorso migliaia di chilometri di
strade orribili; ma era anche un avvertimento per il Popolo,
nel caso si mostrasse recalcitrante. Le Autorità compresero
e tirarono finalmente un sospiro di sollievo: gli Imprenditori
sapevano il fatto loro. Il Popolo fu scosso da un sussulto. Alla
fine stavano così le cose, questi erano peggio della polizia?
Ma che modi di fare erano quelli, passare direttamente ai fatti
senza prima discuterne?
Quando iniziarono i lavori – o meglio quelle che sembrava-
no minacce più che lavori – il Popolo, dall’alto della sua pro-
verbiale sapienza, aveva già messo da parte lo sgomento ed
era alla ricerca di una soluzione. Ovviamente, non nella forma
organizzata con la quale si discute una soluzione unica e col-
lettiva, perché il Popolo in questi termini non esiste. Il Popolo
coeso, che respira all’unisono come una cosa sola, è un’inven-
zione di chi Popolo non è e che con esso deve avere a che fare,
magari con l’intento di capeggiarlo. A tal fine, ne fa un ritratto
semplificato, un riassunto di tanti e differenti ritratti: mette
insieme un magro e un grasso per ottenere uno così così, un
uomo e una donna per non definire nessun sesso.
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Fa medie, astrazioni, allontanandosi dalla realtà.


In verità la soluzione fu trovata – non si sa se per caso, o
perché la stava cercando – da qualcuno che stava al di fuori
del Popolo e molto più vicino al mondo del concreto, il quale
stava pensando solo a come risolvere il problema della sua
famiglia, ma la notizia si sparse e tutti cominciarono a seguir-
ne l’esempio. Così andarono le cose, anche se in realtà non si
conosce con esattezza chi fu il vero artefice, ché in quanto a
inventar notizie il cosiddetto Popolo, il quale pur non esisten-
do esiste eccome, è abilissimo. Così come è abile nel crederci.
Secondo la versione più verosimile fu un ragazzino chiamato
302, perché viveva con sua nonna nella stanza 302 del Grand
Hotel, il quale era solito marinare la scuola e passare intere
mattinate gironzolando sull’arenile della baia, quando la bas-
sa marea lo riconsegnava alla costa.
Quel che è certo è che il giorno seguente alla minacciosa
esibizione della ruspa, e prima che questa passasse alle vie
di fatto scagliandosi contro il Grand Hotel, una mezza doz-
zina di famiglie abbandonarono il vecchio edificio, presero
le loro cose, se le caricarono sulla testa e si incamminarono
verso la spiaggia. Una volta arrivati attraversarono l’ampio
arenile come se volessero raggiungere l’acqua alta per affo-
garvici dentro tutti assieme. Dalle verande del Grand Hotel,
all’ombra dei frondosi alberi che vi crescevano dentro, il resto
degli abitanti li seguì con lo sguardo. Li seguirono finché la
distanza non cominciò a inghiottirli, piccoli punti scuri, caga-
tine di passero sparse su quell’immenso foglio bianco che era
l’arenile.
Affioravano su quel foglio bianco, mezzo interrate in esso,
grandi imbarcazioni che sembravano sparse a caso da Dio
in persona quando, ancora bambino, amava giocare in quei
posti. Un’enorme petroliera che conservava la stessa, solen-
ne, maestosità dei tempi in cui ancora solcava gli oceani; più
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avanti, inclinata, una modesta nave da cabotaggio di oscura


storia e ancor più oscura funzione; in mezzo alle due, una pic-
cola ma robusta barca da pesca con l’irsuta chioma di bizzarri
paranchi e enormi bozzelli da dove penzolavano catene ar-
rugginite, a poppa un boccaporto così spalancato che veniva
da chiedersi come facesse a impedire al mare di invadere la
stiva, quando ancora giovane soleva navigare i mari. Lontano,
altre imbarcazioni più piccole e meno interessanti, forse per
la distanza o forse perché impossibili da raggiungere, anche
con la bassa marea. Tutte così diverse, per forma ed altezza,
avevano in comune soltanto la materia di cui erano fatte: un
ferro di colore scuro nelle giornate uggiose, di un arancione
quasi vivo in quelle soleggiate, con striature dai toni verdeg-
gianti, resti dei sedimenti lasciati dalla saliva del mare che tutti
i giorni le lambiva. Alla luce rossa del tardo pomeriggio riflet-
tevano un intenso luccichio, disordinato riflesso del sole che si
specchiava nelle milioni di lepadi avvinghiate ai loro fianchi.
E durante le notti più buie del buio stesso si trasformavano
in volti immobili, strani animali che si erano lasciati pietrifi-
care con preistorica pazienza. Quando il mare si ritirava e le
barche rimanevano a seccare sotto il sole le lepadi fervevano
in una respirazione cutanea, da vicino si poteva cogliere il ru-
more intenso che producevano, come se stessero friggendo
al calore dei raggi. Più tardi, lentamente, il mare tornava a
bagnare i loro gusci arrugginiti, poi saliva fino a ricoprire per
intero quelle più basse, in un susseguirsi di mulinelli, e quasi
per intero le altre, delle quali rimaneva fuori solo la punta; e
loro, pazienti, si dilatavano e si contorcevano, gemendo per il
dolore provocato dal viavai dei giorni e delle maree.
Erano queste le camaleontiche abitazioni – cangianti ai ca-
pricci della luce: splendenti se il giorno risplendeva, smorte
quando era grigio – che quel piccolo gruppo allontanatosi dal
Grand Hotel voleva raggiungere. 302, alla testa del gruppo,
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camminava spedito perché conosceva bene quel posto; fu il


primo a infilarsi nel foro che la natura aveva aperto nello scafo
della vecchia petroliera chiamata Kaiser Wilhelm 2, nel tempo
in cui attraversava i mari trasportando il greggio che consen-
tiva a lontane macchine di funzionare. Oggi più conosciuta
con il nome locale di Asiswa?, attribuitole dopo che si era
arenata qui; proprio così, con il punto interrogativo finale,
forse perché si usa asiswa quasi sempre per chiedere qualco-
sa, o forse perché il tempo aveva corroso il nome sulla fian-
cata trasformando il 2 in un punto interrogativo. Quel pun-
to interrogativo che ci fa chiedere dove sarà mai suo fratello
Kaiser Wilhelm 1, se sta ancora navigando nonostante sia più
vecchio, nel suo affanno di unire luoghi distanti, oppure è già
agonizzante, anch’esso incagliato su qualche spiaggia dall’al-
tro estremo mondo, magari a sua volta con un nuovo nome.
Asiswa!, per esempio, l’1 trasformato in esclamazione per af-
fermare con maggior forza la sua presenza su quella spiaggia
sconosciuta.
Entrati nella pancia del gigante addormentato, dopo es-
sere passati attraverso la profonda ferita aperta sul guscio,
cominciarono a camminare lungo le stive, l’eco ondulava,
prolungandoli, i loro timorosi dialoghi e trasformava i pas-
si in rumore solido e martellante. Percorsero le labirintiche
viscere, svoltando angoli che non erano più angoli e salendo
scale scalcinate che non erano più scale, il ragazzino li guidò
nella penombra conducendoli fino in cima, da lì si poteva am-
mirare la spiaggia tutto intorno e la linea bassa della città in
lontananza.
Che splendore!
Divisero l’esiguo spazio disponibile, alcuni occuparono
vecchie cabine sventrate ma ancora in grado di offrire un mi-
nimo di riparo, altri, i meno importanti e i più ritardatari, i
vani di scale che non erano più vani (giacché le scale non era-
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no più scale) e gli stretti corridoi. Sistemarono lì le loro cose,


ognuno nello spazio che gli era toccato; nei giorni seguenti
portarono la paglia e il caniço e cominciarono a costruire le
capanne del nuovo villaggio che stava sorgendo. Nella cabina
del vecchio comandante, quella più in alto, si installarono 302
e sua nonna, un piccolo privilegio concesso a chi non solo
aveva avuto l’idea, ma li aveva anche condotti fino a lì.
Di notte la marea saliva. Dapprima timidi rigagnoli, subito
dopo veri e propri bracci di fiume che trasformavano quello
che prima era un deserto in un arcipelago di isolette prive di
vegetazione. Poi, rapidamente, le isole rimpicciolivano fino a
scomparire e la grande petroliera diveniva essa stessa un’ar-
rugginita e isolata isola. La furia del mare ingoiava una dopo
l’altra le isole di sabbia, tutt’intorno si formavano disordinate
correnti che si scontravano tra loro, il ruggito del mare cre-
sceva di tono e onde voraci arrivavano a lambire il vecchio
scafo. Asiswa?, si chiedevano l’uno all’altro, sopraffatti dal-
lo spaventoso ruggito. La piccola comunità, impaurita, non
sapeva fin dove sarebbe potuto arrivare il mare quel giorno.
Non erano abituati a farsi domande sul domani.
Li tranquillizzò l’esperto 302. Sicuramente il mare salirà
ancora un po’; arriverà ad inondare le vecchie e misteriose sti-
ve, popolandole di pesci e suoni secchi che dilaniano la notte
come un mostro che tossisce nella pancia di un altro mostro.
Ma non così in alto da arrivare a bagnarvi, disse 302 rivol-
to ai più diffidenti. Col passare del tempo andrà meglio, ci
abitueremo al rumore roco delle onde che sbattono contro il
ferro e ai cicli delle maree, sarà come essere sulla terraferma.
Torneremo ad accendere gli stessi piccoli fuochi per la cena e
a dormire gli stessi sonni che dormivamo prima.
E infatti la marea, come una belva feroce che si rassegna a
entrare nel recinto, saliva fin dove poteva, la vecchia petrolie-
ra resisteva senza un sussulto. Non era la forza dei frangenti a
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incuterle timore, da quella si difendeva benissimo. Era piut-


tosto il sale che, invisibile, giorno dopo giorno le erodeva il
corpo facendole versare lacrime di ruggine. Tuttavia, quella
lenta aggressione al momento non preoccupava gli abitanti
del piccolo villaggio che stava prendendo forma.
Ma la vecchia Asiswa? non poteva ospitare troppa gente,
quindi i restanti dovettero cercarsi altri ripari. Scelsero quello
che gli parve più sicuro, una modesta imbarcazione da cabo-
taggio che da quel giorno prese il nome di Maria Luísa, dal
nome della donna che stava davanti al gruppo quando entra-
rono (non c’era sullo scafo nessuna indicazione che permet-
tesse di sapere il vero nome, né di inventarne un altro a partire
da quello). Tentarono di imitare in ogni cosa gli abitanti della
petroliera, sebbene lo spazio fosse più esiguo e il gruppo più
numeroso.
Presto si ritrovarono tutti accalcati.
Si sa che le persone parlano e le notizie si diffondono, e
presto le Autorità vennero a conoscenza di quanto stava acca-
dendo: il Popolo, pazzo come solo il Popolo sa essere, sempre
pronto a complicare le cose, migrava in massa verso le carcas-
se della baia! Le prime reazioni furono di sdegno – bisogna-
va punire quella decisione non autorizzata (quella resistenza
alla sofferenza), che conteneva in sé i semi della ribellione –
ma per fortuna non mancarono voci ispirate dal buon senso
all’interno dell’Autorità stessa che, a conti fatti, come accade
con il Popolo, non sempre è espressione di una voce sola, c’è
sempre chi comanda in un modo e chi lo fa in un altro. È la
ragione per cui viene da chiedersi se esiste veramente un’Au-
torità o soltanto semplici individui che la inventano per poi
poterla esercitare.
Ma, tornando alle voci giudiziose, non si dava il caso che
l’emigrazione popolare stesse risolvendo il problema princi-
pale, che era quello di fare spazio alla ruspa permettendole di
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continuare a funzionare? Allora perché complicare le cose?


Pertanto finsero di non vedere e lasciarono che il Popolo
del Grand Hotel continuasse, finché ci fu posto, la sua migra-
zione in direzione alle navi.
Mentre cresceva il clamore suscitato dalla partenza dei
gruppi di 302 e Maria Luísa le evoluzioni della ruspa pro-
seguivano minacciose e senza sosta, divenne inevitabile che
altre persone si spingessero fino alla spiaggia alla ricerca di
un posto dove stare, e così si imbatterono nella terza barca, il
famoso peschereccio dalla chioma irsuta di paranchi. La chia-
marono Chamuare e stavolta non dovettero inventare niente
perché si trattava del suo vero nome, quello che stava scritto
sulla fiancata. E dopo di questa, non essendoci più imbarca-
zioni, se non distanti e inaccessibili frammenti di metallo più
simili a deliranti sculture, sommerse o affioranti a seconda dei
capricci della marea, che ad abitazioni di fortuna, questo tipo
di soluzione non fu più praticabile per le masse di persone
che la ruspa, giorno dopo giorno, scacciava dalle proprie abi-
tazioni.
Dove andarono a finire quelli che non trovarono posto è
un mistero che non compete a questa storia svelare. Scivolati
dagli angoli delle pagine per perdersi in luoghi sconosciuti.
Confusi nella Chipangara, nei meandri di Matacuane o di
Munhava, nella Manga e nei mille altri quartieri delle aree ur-
bane già ripieni come cabaças in epoca di abbondanza, e che
nonostante questo continuano ad assorbire persone come la
spugna assorbe l’acqua. Magari avranno fatto ritorno ai cam-
pi, o forse vi avranno messo piede per la prima volta, confer-
mando un dato importantissimo, e cioè che non tutti coloro
che sono Popolo arrivano dalla campagna.
Ce ne sono anche di nati in città.
Tornando alle imbarcazioni incagliate, in quanto il Grand
Hotel si stava ormai trasformando in un cumulo di rovine che
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la ruspa ruminava incessantemente, e dove gli ultimi abitanti


renitenti si muovevano senza meta, con l’unica preoccupazio-
ne di sfuggire al mostro. Oramai solo cenere buona a conci-
mare il domani nascosto nei cassetti di chi comanda, pertanto
senza grande interesse fintanto che non arriva.
Chi vivrà vedrà.
Tornando alle imbarcazioni incagliate, come stavamo di-
cendo, la vita lentamente riprese il suo corso, e inevitabilmen-
te cominciarono le discussioni tra la gente dell’Asiswa? e del
Chamuare. C’è sempre una disputa, non per forza sostentata
da una qualche ragione; forse per provare che, come visto, nel
Popolo esistono varie fazioni, costituite a loro volta da per-
sone diverse, e dentro di ognuna di esse, sovente, abitate da
umori contrastanti! Forse perché l’Asiswa? appariva più alta
e imponente, o perché il Chamuare possedeva dei paranchi
e l’altra no. Noi vi guardiamo dall’alto, dicevano quelli del
gruppo di 302, e gli altri rispondevano che si è vero che abitia-
mo in una barca bassa ma almeno la nostra possiede un nome
vero, lo stesso che aveva all’origine, e che non ci si può fidare
di una barca il cui nome termina con un punto interrogativo,
come di chi non sa bene chi sia e passa la vita a chiedersi cosa
diventerà.
Asiswa? – nome vago, concludevano.
Di fianco, nella Maria Luísa, gli abitanti ascoltavano in
silenzio le astiose discussioni, astenendosi prudentemente
dall’intervenire. Il fatto è che la loro barca era ridotta in ma-
niera tale da non avere niente di cui vantarsi. Con una barca
in quelle condizioni, inclinata in quel modo, com’era possibi-
le assumere un protagonismo da spendere in maniera dignito-
sa in una contesa? I poverini avevano dovuto adattarsi, e col
tempo divennero un po’ strani. Per dormire si mettevano di
traverso, con la testa in alto e le gambe in basso, la qual cosa
in verità non gli dispiaceva poi così tanto, almeno potevano
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addormentarsi contemplando il paesaggio. Il peggio era tutto


il resto delle cose che erano abituati a fare prima e che non
potevano certo smettere di fare. I loro fuochi erano obliqui,
anche se le fiammate apparivano dritte; le pentole appoggiate
su di essi immancabilmente inclinate, sebbene dentro vi gor-
gogliasse un caril perfettamente orizzontale, esisteva insomma
una strana relazione tra gli oggetti che faceva sì che da contesti
storti sorgessero cose dritte, immuni alle inclinazioni. Cammi-
nare poi, neanche a parlarne: lo facevano lungo le murate, si
inclinavano verso il lato opposto per compensare il dislivel-
lo, assumendo un’andatura strana che li faceva apparire tutti
affetti dalla stessa malformazione. Tanto che anche quando
scendevano dalle navi e stavano sulla terraferma, era possibile
distinguere gli abitanti della Maria Luísa dalla loro andatura.
È comprensibile pertanto la prudenza di questa gente inclina-
ta, attenta ad evitare le discussioni per nascondere il proprio
difetto, solo se veramente messi alle strette dicevano, con un
filo di voce, che il male non stava in loro, che loro erano dirit-
ti. Era il mondo a essere diventato obliquo, come se tutte le
cose esistenti fossero scivolate da un lato.
Era il mondo a essere storto.
Insomma le Autorità sbagliavano nell’immaginarsi un Po-
polo delle barche unito e cospiratore. Visti da vicino appari-
vano più che altro coinvolti in una generale e invidiosa dispu-
ta, ognuno cercava di accendere fuochi più belli di quelli dei
vicini, gli uni più alti, gli altri più bassi, altri ancora un po’ più
obliqui. E intanto dalla terraferma la città osservava stupefat-
ta quelle navi scintillanti sorgere dall’oscurità della baia.
Villaggi illuminati.
Di giorno, quando c’era la bassa marea, il Popolo scende-
va dalle barche e stendeva i suoi prodotti sull’arenile. Allora
prendeva vita un bazar rumoroso e disordinato che, per quan-
to simile, era del tutto diverso dagli altri. Il pesce, freschissimo,
68 joão paulo borges coelho

veniva pescato direttamente sul posto durante l’alta marea.


Grasse donne vendevano le farine, i cavoli e le cipolle; cestai
con i loro cesti appena intrecciati, ancora esalanti l’acre odore
di linfa emanato dalla paglia; ragazzi che vendevano sigarette
sfuse e tastavano le capulanas per certificarsi della morbidezza
del tessuto di cui erano fatte; ragazze che giravano con cabaças
piene di bevande fermentate e barattoli di noccioline tostate
con tale maestria che bastava un leggero soffio di vento a far-
ne volare via, eterea, la buccia.
Il bazar si sviluppò chiazzando l’arenile intorno alla gri-
gia petroliera di innumerevoli e variegati colori, gli abitanti
del paese fluttuante non si recavano in città per le compere
in quanto era la città ad affluire alle navi, affascinata dal mo-
vimento e dall’agitazione. Le voci si rincorrevano, si diceva
che i prodotti lì erano più freschi, poiché costantemente
aspersi dall’umidità, e più convenienti in quanto i vendito-
ri non dovevano sopportare spese di elettricità e di acqua
corrente, ché non c’erano, né c’era la prospettiva di farle
arrivare.
Presto i bazar di città divennero vuoti e desolati.
Le Autorità chiudevano un occhio alleviate dalla soluzio-
ne del problema, la Polizia Municipale, invece, effettuava re-
golari incursioni sull’arenile per ricordare al Popolo che non
poteva vivere randagio come bestie senza pastore; fin quando
esisteva chi vigilasse su di loro, anche se da lontano. Ispezio-
navano le bancarelle con fiuto sopraffino e occhio giuridico,
volevano sapere tutto su ricevute, licenze e tasse, certificati
doganali, imposte pagate e contabilità aggiornata. E il Popolo
ribatteva: è una parola, qui si bagna tutto! Gli agenti allora,
con aria seccata e risentita, aggiravano il problema in cambio
di qualche regalino – una salsa di pesce, un taglio di stoffa –
piccole cose che li ripagava dello sforzo fatto per arrivare fino
a lì, e che non era mica roba da poco, costretti a sguazzare nel-
indizi indiani | settentrione 69

le pozze d’acqua e a percorrere il vasto litorale con gli stivali


ai piedi e la divisa abbottonata fino al collo.
Sotto quel sole torrido.
La vita trascorreva stancamente, tra alte e basse maree,
montaggio e smontaggio del bazar, arrivi e partenze della
Municipale, nel mentre le soavi curve delle alte verande del
Grand Hotel andavano scomparendo all’orizzonte. Il mostro
era ormai moribondo, nella grande bocca sdentata avanza-
vano solo un paio di molari, contro i quali la ruspa batteva
diligente – Pum! Pum! Pum! – e il suono del suo martellare,
benché attenuato, arrivava fino alle barche. Scandendo il rit-
mo alle contrattazioni e al compasso degli stivali dei militari
che marciavano sulla spiaggia.
Tutti si erano già adattati a quella nuova vita quando un gior-
no, senza nessun preavviso, scoppiò un violento temporale, di
quelli che sono soliti arrivare da queste parti. Venti fortissimi fi-
schiavano e spazzavano via la pioggia prima ancora che arrivasse
a terra. 302 diceva di non preoccuparsi, nonostante la giovane
età aveva già assistito a cose simili e sapeva che la Asiswa? fosse
in grado di resistergli. Rimarrà impavida al suo posto, assicurò.
Quasi come in una giornata di sole. Al massimo, un fastidioso
scricchiolìo del fasciame e sarà tutto finito. Di fianco, nella Cha-
muare, il popolo osservava preoccupato la grande bocca che si
trovava a poppa, ma anche con grande fede.
Nei momenti di bisogno diamo valore a quel poco che pos-
sediamo.
Nel frattempo, sotto la spinta dal vento, arrivarono i ma-
rosi d’alto mare, onde larghe e scure che sferzavano spiaggia
e barche. Così spaventose che perfino gli uccelli marini si ri-
fugiarono nelle cabine per mettersi a spiare dagli oblò simili a
normali umani impauriti.
Non si rese conto il Popolo – occupato a coltivare la fede
nelle parole di 302 – che quel segnale preannunciava una tem-
70 joão paulo borges coelho

pesta molto diversa dalle altre, la peggiore. Colpita dalla ma-


reggiata la Maria Luísa fu sollevata con un brusco scossone
dalla sua vecchia inclinazione, la nave per un attimo rimase
dritta, sembrava quasi volersi disporre a riprendere la navi-
gazione, poi ricadde sul fianco opposto, e tutto sembrò tor-
nare come prima, anche se al contrario e con quel violento
scossone nel mezzo. Gli abitanti delle altre barche pensarono
che non tutti i mali vengono per nuocere, da quello spaven-
to poteva arrivare qualcosa di positivo e cioè che i vicini, e
compagni, avrebbero finalmente corretto quella loro andatu-
ra obliqua: se prima pendevano dal lato destro magari grazie
al nuovo assetto avrebbero ripreso a camminare come tutti gli
altri esseri umani.
Seppure in maniera diversa, anche a bordo della Maria Luí-
sa non si resero conto di quello che stava per succedere. Sen-
tirono il suono che li aveva fatti sobbalzare e immaginarono
un mostro addormentato sul fianco mentre si girava dall’altra
parte senza svegliarsi, facendo gemere le vecchie molle del
suo altrettanto mostruoso materasso. Invece di farsi prendere
dal panico, come sarebbe stato logico, pensarono che tutto si
sarebbe ricomposto, avrebbero dormito al contrario, acceso
il fuoco al contrario, camminato al contrario. Se interpellati
avrebbero risposto che il mondo continuava storto, era cam-
biata solo l’inclinazione, e tutti avrebbero ripreso a fluttuarci
dentro in modo nuovo.
Tutti meno loro, gli orgogliosi e ostinati abitanti della Ma-
ria Luísa.
La furia del vento del sud – che irruppe nella baia simi-
le a una belva affamata in un recinto di bestiame – coincise
con l’alta marea. Salì fino a cancellare dall’orizzonte le lonta-
ne sculture di metallo. Continuò a salire fino a riversarsi con
un’esplosione di schiuma nella poppa della Chamuare, allora
gli abitanti della nave si arrampicarono sulle catene dei pa-
indizi indiani | settentrione 71

ranchi nel disperato tentativo di mettersi in salvo. Calma, ri-


peteva 302 dentro la Asiswa? nel sentire l’agitazione crescere
tra la sua gente. Il mare si rivolterà nello stomaco della vec-
chia petroliera come se si trattasse di una cattiva digestione, e
inevitabilmente produrrà gli stessi rumori. Ma niente di più,
rassicurava.
Proprio in quel momento il mare, che come una ruspa li-
quida continuava a picchiare contro il fianco esposto della
Maria Luísa, aprì un grosso squarcio nello scafo e si riversò
dentro con tutta la sua furia. Nello scompiglio generale tutti
gridavano il nome di Maria Luísa, quella in carne ed ossa, ché
se li aveva trascinati fin lì doveva conoscere anche il modo di
condurli in salvo. Ma la poverina in fondo era solo una donna
come tutte le altre, non trovando niente di meglio disse di
buttare a mare tutte le cose pesanti che c’erano a bordo, nella
speranza che la nave sentendosi più leggera si rimettesse a
navigare.
Il Popolo obbedì immediatamente. Dagli oblò e dalle mu-
rate cominciarono a volare sacchi di farina e carbone, ceste e
pentole di coccio, cabaças, scarpe e vestiti, caschi di banane e
tanto altro ancora. Ma non servì a molto – non molto era quel-
lo che possedevano – più che alleggerire il carico sembrava
stessero lanciando offerte al mostro per placare la sua brama.
Quelle poche cose non servirono a smuovere la vecchia im-
barcazione dalla sua obliqua ostinazione. Speravano di resi-
stere, se non proprio navigare quantomeno galleggiare fino a
che il mare si fosse deciso a ritirarsi, come faceva tutti i giorni,
e la tempesta a partire per andare a fustigare altri luoghi.
Ma le cose andarono diversamente.
Uno schianto e la nave si spezzò in due separando le fa-
miglie, ognuno tentò di aggrapparsi a quello che capitava a
portata di mano. Ricominciarono le grida e le invocazioni a
Maria Luísa, ma la poverina seppur ancora intera rimaneva
72 joão paulo borges coelho

come già detto una semplice donna, cosa poteva fare. Disse ai
due gruppi separati, ognuno nella metà dello scafo che gli era
toccata, di stringersi l’uno all’altro e di pregare tutti insieme,
all’unisono, per la loro salvezza.
Fu quello l’ultimo appello che le udirono lanciare.
Dopo la disgrazia della Maria Luísa le cose dovettero per
forza cambiare. I giornali fornirono interpretazioni diverse
sull’accaduto, per qualcuno si era trattato di un suicidio di
massa, per altri una specie di sterminio perpetrato con la ne-
gligente complicità delle Autorità. I primi ritenevano che gli
abitanti della Maria Luísa, stanchi delle condizioni in cui si
vedevano costretti a vivere, avessero approfittato della tem-
pesta per porre fine alle loro sofferenze; i secondi scrissero
che chi comandava avesse in qualche modo pianificato quel
disastro fingendo di non vedere i rischi legati a quella infelice
soluzione, in altre parole una maniera meschina di evitare che
il Popolo tornasse sul posto dove si stava procedendo alla de-
molizione del vecchio Grand Hotel.
Dove già prendevano forma nuovi investimenti.
Ricominciò lo strisciante conflitto all’interno delle Autori-
tà, una parte pensava che era giunta l’ora di tappare la bocca
ai giornali, l’altra che a questo punto bisognava fermare la ru-
spa e permettere al Popolo di ritornare alle macerie che aveva
lasciato, almeno fino a quando non si fossero calmate le acque;
solo allora avrebbero pensato al da farsi. Alla fine prevalse un
consenso di opinioni, una via di mezzo tra le due fazioni.
Più che a una posizione si giunse alla media astratta di tutte
le posizioni.
Il giorno era limpido e azzurro. Nessuno avrebbe mai det-
to, a meno che non ne fosse stato al corrente, che la baia aves-
se appena vissuto un evento di tale portata. Forse avrebbe
pensato che quegli stracci sparsi sull’arenile, quelle casse e
quelle cesti, quelle scarpe spaiate, fossero solo i resti del bazar
indizi indiani | settentrione 73

del popolo delle navi che, incurante dell’igiene e dell’organiz-


zazione, spargeva immondizia dappertutto. Perché di corpi
nemmeno uno, il mare se li era portati via tutti come se avesse
scelto le persone disinteressandosi delle loro cose.
Come se avesse voluto solo l’essenziale.
Fu per questa ragione che alla cerimonia organizzata dal-
le Autorità non ci furono corpi ma solo parole, i corpi del-
le vittime furono sostituiti dalle parole di commemorazione.
Fu fatta perfino una menzione speciale a Maria Luísa, quella
vera, trasformata in eroina senza aver avuto nemmeno il tem-
po di accorgersene. Lo sapevano solo quelli dell’Asiswa? e del
Chamuare che la notte prima avevano udito i suoi coraggiosi
ordini perforare il vento e la scura schiuma. Furono date ga-
ranzie ufficiali che si sarebbe fatto di tutto per trovare una
soluzione ai problemi dei vivi e per risarcire le famiglie degli
annegati. Furono dati anche consigli impliciti, per una volta
non considerati velate minacce solo perché si trattava di un
giorno di lutto.
E di nuovo gli agenti di Polizia costretti a percorrere l’are-
nile durante la bassa marea, attenti a non pestare le pozzan-
ghere con gli stivali nuovi. Di nuovo quella pattuglia che si
avvicinava. Arrivato alle barche, intanto che riprendeva fiato
all’ombra dello scafo dell’Asiswa?, il Comandante ordinò che
gli portassero qualcuno autorizzato a ricevere la notifica che
aveva in mano. Con l’altra mano si asciugava il sudore dal-
la fronte e rimuginava. Conosceva bene quella gente. Sapeva
quanto fossero loquaci i loro silenzi e i loro indugi. Li aveva
conosciuti nei corridoi del Grand Hotel, quella confusione in-
fernale nella quale vivevano si arrestava immediatamente non
appena la Municipale si avvicinava. Come se questa recasse
un’aurea di silenzio. Aveva persino sentito (o immaginato?)
dei passi leggeri girare gli angoli dei corridoi, e pensato che si
trattasse di un rappresentante della tanto agognata Autorità
74 joão paulo borges coelho

Locale che si dileguava proprio davanti ai suoi occhi. Non


seppe mai se era lui.
Né mai lo incontrò.
Adesso tutto stava per ripetersi. Rassegnato, si preparò
a partecipare a quell’interminabile gioco che consisteva nel
cercare qualcuno, che non sarebbe mai arrivato, a cui con-
segnare il foglio. Perché non esisteva, stando a quanto gli di-
cevano, oppure, come invece sospettava, perché era proprio
in quello che risiedeva il trucco popolare: guardare senza ve-
dere; dire senza significare; mentire come si stesse dicendo
la verità.
Dissimulare per resistere al cambiamento e al progresso.
Per questo motivo il Comandante rimase sorpreso quando,
nel chiedere della suddetta Autorità, i presenti andarono su-
bito a chiamare 302. Pensò che ancora una volta lo avrebbero
attirato in un groviglio di mezze verità foderate di falsa umiltà
intrisa di ironia. E il peggio è che non riusciva mai a capire se
l’ironia fosse locale oppure se era lui stesso a fabbricarla per
consegnarla alle intenzioni altrui.
Di nuovo tornavano alla memoria le camminate per i cor-
ridoi del vecchio Grand Hotel, attaccato alle pareti per non
essere investito da gruppi di bambini malvestiti che passavano
correndo; uccelli imprigionati in quell’immensa gabbia, alla
ricerca di una via d’uscita. Il ricordo lo innervosì. E quindi,
visto che 302 aspettava con calma di conoscere il motivo della
visita, gli consegnò solennemente la notifica.
Il ragazzo la prese con entrambe le mani, aprì la busta re-
cante il timbro ufficiale, tirò fuori il foglio e dopo averlo spie-
gato cominciò a leggere con voce relativamente ferma (no-
nostante le numerose assenze da scuola v’erano giorni in cui
ci andava, e con profitto), esitando solo quando incontrava
parole che non conosceva.
Esitò tanto.
indizi indiani | settentrione 75

Di nuovo un lungo preambolo. Di nuovo il dovere da parte


delle Autorità di proteggere il Popolo dalle disgrazie che egli
stesso si procurava, di schiudergli prospettive, il tutto spiega-
to con frasi lunghe e aggettivate. Il solito vecchio proposito di
promuovere lo Sviluppo allontanando da quella baia apprez-
zata da futuri turisti, dall’aria che respireranno – appostati
sulle verande che saranno costruite dopo che la ruspa avrà
terminato il suo assordante lavoro – quello scenario di sporci-
zia e tragedia. Infine, secco, formulato in un solo paragrafo, in
un unico punto, l’ordine di sfratto.
Nuove date, nuovo posto, ma lo stesso vecchio ordine di
sfratto.
302 lesse come meglio poteva. E quando ebbe finito rimase
in silenzio. Il Comandante della Municipale lo guardò. Poi
si guardò intorno. Invece di reagire alle evidenti conseguen-
ze che quel foglio scatenava il Popolo rimase in attesa. Lo
stesso sguardo perplesso ma distante. La vecchia propensione
all’ironia?, era l’eterna domanda che si ripresentava ed esa-
sperava la mente del Comandante; o soltanto l’incapacità di
intendere l’obbedienza? Allora ragazzo cosa rispondi?
302 non aveva niente da dire perché quel preambolo era
zeppo di parole così distanti, come Sviluppo e Futuro, o così
vicine, come sporcizia e tragedia, che si perdeva in esse senza
riuscire a trovare il nesso che portasse alla conseguenza secca
e laconica dello sfratto.
Qui non ci sono padroni, queste barche ormai non sono
più in grado di prendere il largo, pensò qualcuno, credendo
che la ragione di tutto quello non fosse altro che l’invidia.
Facevano fatica a immaginarsi la ruspa attraversare la spiag-
gia con la bassa marea per venire a fare il suo lavoro anche lì.
Troppo pesante per quella sabbia così soffice, troppo lenta
per poter arrivare e ripartire prima che le onde dell’alta marea
le attraversassero il cammino. Ma il Comandante della Muni-
76 joão paulo borges coelho

cipale non prestava ascolto, l’unica cosa che gli interessava era
la decisione che avrebbe preso 302. Era lui l’Autorità Locale,
finalmente ce l’aveva tra le mani e non l’avrebbe più lasciata
andare. Ma 302 poteva parlare solo di quello che sapeva, del-
le promesse e tradimenti racchiusi nel saliscendi delle maree,
delle ombre e dei respiri di quelle case di ferro. Non di quanto
c’era scritto in quel foglio che aveva tra le mani, e che sentiva
attaccaticcio e pericoloso. Prudente, disse che prima doveva
mostrare il foglio alla nonna, era a lei che spettava l’ultima
parola.
Prudente e obbediente.
Il Comandante della Municipale si spazientì. Era o non era
lui l’Autorità? Gli sfuggiva la saggezza del ragazzino, dispo-
sto a parlare solo di quello che sapeva. Gli avesse chiesto dei
segreti che le barche custodivano, dei capricci della natura,
avrebbe ricevuto risposte adeguate. Era cresciuto qui, cono-
sceva il borbottio proveniente dal profondo della ruggine di
quelle barche, quando non erano ancora così necessarie come
lo sono adesso. Possedeva lo sguardo dei marinai. Ma del con-
tenuto di quel foglio, delle intenzioni celate in esso, non sa-
peva niente. Non si poté fare a meno di chiamare la nonna, la
quale ci mise un’eternità ad arrivare.
I vecchi sono così, hanno una peculiare percezione del
tempo, la lunga convivenza con le proprie idee li rende poco
inclini al pensiero di doverle conciliare con quelle degli altri.
La nonna ci mise tutto il tempo che ritenne necessario per
finire di fare le piccole cose che stava facendo, facilmente ri-
mandabili se solo avesse voluto. Tanto tempo che la marea
cominciò a salire, il Comandante vedendola arrivare alle sue
spalle e con gli stivali nuovi già bagnati, ordinò alla truppa di
rientrare a passo rapido sulla terraferma; non prima di riba-
dire, con sguardo minaccioso, che sarebbe tornato il giorno
dopo al mattino presto e preteso una risposta convincente,
indizi indiani | settentrione 77

oppure li avrebbe trascinati via da lì.


Il Popolo rimase a fissare 302, in attesa dell’agognata rispo-
sta. Il ragazzino fissava sua nonna.
Che pensava lui?
Che pensava lei?
La vecchia cocciuta sarebbe andata via da lì solo per far
ritorno alla stanza 302 di un vecchio hotel già da tempo di-
vorato dalla ruspa. È questa un’altra caratteristica dei vecchi,
sempre disposti a fare ritorno ai loro ricordi, mai disposti ad
andare in un posto qualunque.
Quel giorno il tempo cambiò di nuovo. Arrivò un’altra tem-
pesta, per fortuna meno violenta dell’altra ma in compenso
più duratura. Sono giorni che il vento si aggira brontolando,
e che le acque, ora scure, si rifiutano di aprire un passaggio
asciutto così da consentire agli agenti di arrivare fino a lì. Sulla
terraferma, sotto le casuarine, il Comandante aspetta un’op-
portunità. Dentro le imbarcazioni, è difficile sapere cosa sta
aspettando il Popolo.
Forse che la Asiswa? si decida a prendere il largo, seguita
nella sua scia dall’irsuta Chamuare.