Sei sulla pagina 1di 20

Ibo Azul

O
gni strada come fosse ancora la strada che fu, nel tem-
po in cui era viva l’attesa dei quieti abitanti di questo
minuscolo quartiere di Munaua dal 1886 chiamato
cimitero. Nel tempo in cui passeggiavano per queste strade
nei loro abiti antichi, magari in frac anche se in piena estate,
magari affaccendati nonostante l’ecumenica lentezza. Ad ogni
angolo il sussurro esalato da una lingua che si è persa, passata
dal suono alla scrittura, dalla carta alla polvere.
E ogni casa di pietra un animale addormentato. Dalle pa-
reti interne scorre una bava senza età, un anelito di vita che
soffia dal di dentro ma non spiega. Ci dice che qualcuno si è
svegliato e si è addormentato qui, ma di costui oggi poco vi
possiamo raccontare. Su queste verande tumide come bran-
chie ansanti si fumarono sigarette di paglia quando soffiava
il fresco; si scrissero lettere verso luoghi lontani, l’inchiostro
che colava dalla piuma il suo disperato appello; si cantarono
dolci cantigas, oggi pietrificate. Qui si amò e si ammazzò,
si vendette e si comprò. I pavimenti di fredda pietra con-
sumati dai tanti piedi nudi che li calpestarono, correndo
furtivamente da un’abitazione all’altra, assetati di clande-
stini piaceri, sete e bianchi cotoni fluttuanti nel buio. Qui
si intrecciarono trame che il passare dei giorni polverizzò
e disperse. Dalle finestre profonde come occhi i lampadari
baluginavano la loro fragile luce, eppure ancora visibile fin
da molto lontano nell’azzurra pianura, simile alla luce dei
fari quando guidano le imbarcazioni che hanno smarrito la
rotta. Lunga e tenace.
186 joão paulo borges coelho

Case di pietra e fango, animali ostinati nella loro quiete.


Pazienti, cullati dal viavai delle maree. Lasciando che il sale
gli corroda la pelle avendo desistito già da tanto di contrastare
il tempo.
Solo gli alberi del mangal sfuggono a questo divoratore di
cose, solo loro, perché il tempo non può raggiungerli rigene-
rati come sono ogni giorno, due volte al giorno, dalla fredda
lingua del mare. Come una madre che carezza la prole.
A un certo punto cominciò ad avvicinarsi un uomo. Anda-
va di pressa, come diretto a un incontro da tanto prefissato.
E, solo il fatto che si soffermasse ogni tanto a osservare incu-
riosito le minuscole creature disseminate sulla spiaggia, per-
metteva di indovinare che in fondo era mosso solo dall’ansia,
solo l’impazienza di rimanere nello stesso posto. Indagatore,
come lo sono tutti gli stranieri, passava in rassegna le piccole
creature come un veloce imbalsamatore e nel mentre registra-
va voracemente tutti i frammenti di paesaggio, una libellula
nervosa che posava lo sguardo su di essi. Immune alla lentezza
delle cose intorno, era questa la sua urgenza, non altra. Quasi
correva per poi tornare a fermarsi. Riprendeva a camminare, e
attraverso questo strano processo cercava una qualche rispo-
sta da quel luogo.
Più avanti, dopo la curva, la figura nitida di una donna.
Calma e luminosa, la faccia coperta dalla pasta chiara del
m’siro.
Da essa mascherata,
dirà l’uomo più tardi, nel vederla arrivare, proiettando su
quella donna il feroce individualismo che lo perseguita e tor-
menta. Nonostante possa essere stata mossa da qualsiasi altra
ragione, meno ricercata della vanità. Avrebbe potuto farlo, per
esempio, perché lo fanno tutte le altre donne, in questa terra
di cori femminili e dolenti dove il segreto consiste nell’econo-
mizzare i gesti e le azioni. Nel ripetere.
indizi indiani | settentrione 187

Anche se sonda, come fa l’uomo, le minuscole tane da cui


si affacciano i granchi, la donna è mossa da propositi meno
enigmatici. Non ci illudiamo: procura qualcosa da mangiare
o da dar da mangiare ai suoi, chiunque essi siano. Apre le sue
forti gambe, piantate nella sabbia della spiaggia simili ai pila-
stri di sostegno di un ponte – cosce salde, polpacci ampi, pie-
di sicuri – e piega il tronco fino a terra. Su di un lato e gli risal-
ta un’anca, sull’altro e gli risalta l’anca opposta, con estrema
agilità. Si muove poco nello spazio dell’arenile, se escludiamo
la lenta successione di pose di quella sua danza solitaria, più
che un movimento una successione di immobili scatti. Presa
com’è dal lavoro di scoprire quello che il paesaggio solo ap-
parentemente spoglio può offrire, solo se dotati di particolare
arguzia. Avanza con movimenti circolari, e si allontana da un
punto solo dopo averlo prosciugato oppure perché i minu-
scoli organismi hanno trovato un metodo efficace per mime-
tizzarsi, di smettere di esistere ai suoi occhi. Non suda, questa
veneziana calata sull’imperscrutabile espressione celata dietro
la chiara maschera di m’siro. E, pertanto, non scorre e non si
scioglie. Permane intatto il bianco velo.
L’ansia spinge l’uomo a muoversi più rapidamente di quan-
to faccia la donna nella sua diligente attività. Ancora non si
sono visti, e, per questo motivo, tutto porta a credere che sarà
lui per primo a vedere lei.
Addossate alla spiaggia, come una schiera di animali man-
sueti, le case seguono le soavi curve del litorale. Non c’è ac-
qua, manca il suo suono cristallino che scorrendo picchiet-
ta sulle spesse pareti o fermenta nel buio delle cisterne, ma
questo adesso poco importa. E dietro questa filiera di case il
sentiero che già fu strada, largo viale di sabbia bianca simile
a spiaggia senza mare, una spiaggia senza confini liquidi a cui
appoggiarsi. E sull’altro lato, ancora una schiera di animali
senza vita, ancora un cumulo di pietra informe. Viale deser-
188 joão paulo borges coelho

to, simile a specchio che riceve sulla pelle la cruda luce del
giorno.
Tornando alla spiaggia. La donna si allontana da Vila Ru-
ben, con i suoi movimenti lenti e circolari. O meglio, si allon-
tana lentamente quasi gli costasse separarsi da essa e ripartire,
dubitando di quel poco che la spiaggia ha da offrirle. Intanto
dall’altro lato, subito dopo la curva, nella sua smania di ingo-
iare la strada l’uomo passa quasi volando davanti alla casa che
fu di Sá Flora. Seguito solo dal suono sordo dei suoi stivali
che calpestano la sabbia e da un ruminare come di voci che
discutono dentro di lui.
Per un momento, la donna si tira su e permane eretta come
se fiutasse una presenza nel futuro. Volto poderoso, le forti
gambe semiaperte, pronte a permetterle di inclinarsi nuova-
mente verso il suolo senza essere costretta a spostare i piedi
dal punto in cui si trova. La testa si muove lentamente per
permettere allo sguardo di abbracciare tutto quanto le sta in-
torno. Per stimare l’area già ispezionata e quella che ancora gli
manca da ispezionare. E per riposare, perdendosi per un mo-
mento nel mare piatto come un avanzo d’acqua in un catino,
tra i cordoni neri dei mangais, tra le altre isole in lontananza.
Filza di scure perline.
E nelle pietre,
dirà l’uomo,
affiorano come bolle antiche, grumi perenni. Ancora non
vede lo sguardo di lei che spazia, perché tra i due si interpone
la curva e la distanza. Se l’avesse visto, la sua ansia assume-
rebbe una natura diversa, catturata infine dalla nitidezza di
un oggetto.
Per un momento, mentre l’uomo dall’altro lato prosegue la
sua passeggiata, la donna rimane così, il tronco dritto, le mani
schiudono il tessuto che ricopre il suo morbido ventre per
rifare il nodo, richiudendolo sui suoi seni abbondanti. Len-
indizi indiani | settentrione 189

tamente, dita precise afferrano le punte, le manipolano, e il


nodo ormai largo e lasso torna ad essere fine e stretto. È molto
giovane questa donna, ma l’uomo noterà antichissimi segnali
in quello sguardo irrequieto, quando avrà modo di incrociar-
lo. Quando tra i due non ci sarà più la distanza che ancora
li separa. Noterà che lo sguardo che si posa sulla sua barba
rada, sui nodi delle sue dita, sui quei grossi cordoni che sono
le sue vene, è uno sguardo che va oltre la sorpresa.
Dove saranno emigrati i suoni che una volta coloravano le
strade tra le case, quando era giorno, o ferivano come dispoti-
ci coltelli, se di notte? Dove sono finiti quelli che adesso non
possiamo più sentire?
È quello che si chiede l’uomo mentre avanza, come se li
avesse conosciuti e adesso ne sentisse la mancanza. Fiancheg-
giando la vecchia chiesa nata così, di spalle al mare, rivolta
alla piazza e alla parte interna da dove arrivavano i credenti a
testa bassa, silenziosa perché i batacchi delle sue campane se
li è portati via il tempo o un’anonima necessità, e perché l’im-
mobilità prevalente non rischi di essere macchiata dal minimo
accenno di movimento, dall’oscillare delle campane. Ancora
il tempo, inattingibile tempo. E misterioso, perché oggi come
ieri non lo vedemmo progredire e la speranza di poterlo mai
vedere si riduce giorno dopo giorno.
In quanto alla donna, è liscia e tesa la pelle delle sue grosse
cosce, tirata come la pelle di un tamburo. Sembra fatta su
misura per contenere i muscoli sviluppati da quel suo passo
veloce e diligente. Ma, nonostante lo sforzo sopportato, i suoi
piedi ricordano i piedi di una bambina. Chissà per essere pas-
sata per la vita con i piedi bagnati dall’acqua, e l’umidità che
arrivava sempre prima dello sviluppo e della forma. Piedi di
bambina. Mani di bambina. Agili, da sempre immerse negli
specchi d’acqua lasciati dalla bassa marea, ad annodare i lem-
bi delle piccole cose con la stessa paziente precisione con la
190 joão paulo borges coelho

quale allaccia i nodi della capulana. Se anche il viso è un viso


di bambina l’uomo non potrà dirlo quando, poco più tardi, se
lo troverà di fronte, nascosto com’è, e come sarà, dall’espres-
sione immobile della maschera di m’siro, che tutto gela a ec-
cezione dello sguardo.
Ah, quello sguardo!
Ma non è ancora il momento di soffermarci su di esso, per-
ché l’uomo ancora non lo conosce, si è appena lasciato la chie-
sa alle spalle in quel suo incedere inquieto, fatto di tappe brevi
e nervose, e di curiosità che si intromettono per interromper-
le. Avanza leggermente curvo in avanti, come se portasse un
peso o come se tentasse di contrastare un vento contrario che
gli pregiudica l’equilibrio. Un gruppo di bambino lo avrebbe
seguito gridando.
Njungo! Eh, njungo!,
non fosse per quel turbamento che da lui esala come un
sudore dolciastro, un ostile avviso. Lo avranno sentito pri-
ma, quando ancora non era arrivato nei pressi della casa di
Sá Flora, e l’hanno lasciato solo. I bambini non avrebbero
saputo cosa chiedergli, lui cosa concedergli. Per questo mo-
tivo avanza solitario, immune alle richieste di quello sciame
allegro, libero dal suo suono.
Quanto alla solitudine della donna, sarà frutto di un caso
o magari si spiega con il fatto che lei in questo posto non rap-
presenta una novità. La sua presenza risalterà nel paesaggio
solo davanti a uno sguardo estraneo, per gli sguardi di sempre
è già parte di esso.
Manca poco al loro incontro, perché entrambi convergono
nella medesima direzione. L’uomo, ovviamente, ha già visto
molte donne come questa passeggiare indolenti o setacciare
la sabbia dell’arenile, assorte nel loro lavoro quotidiano. Gli
passavano di fianco o sfilavano immobili mentre lui cammina-
va. Gli sembrerà strano quindi, quando se la troverà di fronte,
indizi indiani | settentrione 191

che lei faccia queste cose in solitudine. Che non ci siano nelle
vicinanze altre donne chinate al suolo, a fare quello che fa lei;
che non ci sia lì intorno un piccoletto aggrappato alle sue forti
gambe, con il suo pianto intermittente e i suoi passettini incer-
ti. Tutto questo gli sembrerà strano, quando la vedrà.
Le imbarcazioni vanno e vengono, dirette a Tandanhan-
gue e altri luoghi, oppure veleggiano intorno all’isola. Grandi
kavokos di legno massiccio sospinti dal vigoroso e cadenzato
remare dei marinai; kalawas con le vele nere come in ossequio
a un presagio di lutto, pinne di squalo si aggirano al largo sini-
stre; piccoli ntumbuwés con velature leggere fluttuano sull’ac-
qua simili al battito d’ali di una farfalla, altrettanto timide;
pigre barche a motore in mezzo a nuvole di fumo tagliano
attraverso i canali del mangal, quando l’alta marea lo consen-
te, lasciando i passeggeri, chiunque essi siano, a bocca aperta
davanti alla visione dell’Ibo che emerge dalle fronde. Gemma
luccicante, illusione.
Vanno e vengono, o se ne stanno sospese intorno all’isola,
ma l’uomo a malapena le vede. Come se già sapesse dell’im-
portante incontro che lo aspetta e per tale motivo trascurasse
ogni indizio intorno, lasciando che per questi se ne stiano as-
sopiti i suoi occhi di nibbio.
Tutto ciò che l’uomo porta con sé sono vantaggi. Detie-
ne conoscenze universali mentre la donna conserva soltanto
i piccoli segreti della cerchia dei suoi avi, segreti sedimentati
nella ripetizione del vivere quotidiano, massime popolari e
tuttavia potenti, perché antiche. Presumibilmente sarà lui a
fare la prima domanda, e lei risponderà con pudici monosil-
labi o schiette risate. È lui che avanza, lei aspetta. Intanto, e
senza che l’uomo ne sia ancora consapevole, quando i due si
incontreranno tutti i suoi vantaggi saranno polverizzati. Per-
ché chi fa domande ha bisogno, chi risponde dà. La fragilità
della sua posizione la scoprirà soltanto dopo aver oltrepassato
192 joão paulo borges coelho

il vecchio pontile, dall’altra parte, o da questa se sarà lei a


farlo, a seconda di chi dei due vi arriverà per primo, e i due si
troveranno finalmente faccia a faccia. Lui possiede il vantag-
gio dell’età e delle idee, lei quello della terra sulla quale pog-
giano le sue gambe vigorose, dello scalpitare di questa terra
e di tutto quanto ancora manca da scoprire nella vita che la
attende.
Il pontile è un miraggio, l’impronta di un’ambizione. Chi
lo costruì sperava che l’isola diventasse dieci volte più grande
di quello che era, cento più di quanto è. Folle viale che si per-
se nel cammino, alla ricerca del mare con la stessa disinvoltura
con la quale avrebbe poi separato le due ali di quelle case oggi
inerti, due file di docili bestie, che deviano soltanto per evitare
un albero millenario, lambendo questo ostacolo topografico
per poi proseguire dritte. Il pontile è una strada altezzosa alla
quale i teodoliti non consigliarono diverse opzioni. Partì alla
ricerca del mare e in esso si perse.
Alla stessa maniera con la quale il pontile si ubriacò e si
perse, cammina l’uomo in direzione dell’incontro. La donna
sorride. Una risata che deflagra come un ventaglio etereo e
colorato, sorprendente come quando si dispiega, ondeggiante
come l’aria che movimenta. Probabilmente sarà stata sfiorata
da qualche piacevole ricordo, certamente non immagina an-
cora l’incontro che sta per accadere. Se potesse immaginarlo,
se il benessere che adesso la invade potesse durare, non ri-
derebbe così. Tutt’al più abbozzerebbe un insonoro sorriso.
C’è nella risata un abbandono al quale ci consegniamo solo
quando siamo soli. La donna crede di essere sola, non sa an-
cora niente di quanto sta per succedere. La solitudine unita
al ricordo liberano la risata. Cristallina risata. Poi si placa e il
silenzio di prima torna a imporre il suo peso, interrotto qua e
là dal crocidare di un corvo, un richiamo distante. Qualcuno
che si è perso, un bambino che non arriva, un messaggio che
indizi indiani | settentrione 193

tarda ad essere consegnato. Nell’uomo, dall’altro lato, anche


un lieve sorriso sarebbe inopportuno. Digrigna i denti e le
mascelle fremono come fossero agitate da serpenti vivi. Lo
sguardo corrucciato. L’incedere torvo.
In lontananza, punti scuri affiorano nel deserto azzurro e
liquido, forse tronchi di mangal che non sono arrivati a diven-
tare alberi, ancora case di pietra che qui sbucano dal suolo in
numero esagerato e, infine, donne che fanno la stessa cosa che
sta facendo in solitudine la donna. Quesiti immobili perché la
distanza non permette di distinguere se si piegano o si tirano
su come fa lei.
La donna avrà già l’età per avere un figlio.
O l’ha avuto ed è morto, oppure non l’ha portato con sé,
penserà l’uomo quando la vedrà, a causa delle sue anche lar-
ghe e perché il suo sguardo rivela di aver già svelato questo
segreto. C’è nella donna l’atteggiamento di chi sa cos’è la stir-
pe. Oppure l’ha avuto ed è morto, perché in questi posti per
i bambini vivere o morire è solo un’eventualità come tante, o
più semplicemente l’ha lasciato con una nonna, insieme ad al-
tri bambini, perché non la intralciasse nei movimenti che deve
fare per trovare il sostentamento per sé e per i suoi, chiunque
essi siano, nascosto tra la sabbia.
Può anche darsi, ovviamente, che non abbia ancora avuto
nessun figlio,
capiterà di pensare all’uomo quando sarà il momento. Le
fattezze di un corpo tanto possono raccontare una storia, es-
sere l’impronta di un qualcosa che è accaduto, come prove-
nire semplicemente dalla natura. Per esserne certo avrebbe
dovuto chiederglielo, ma non lo fece.
Quanto a lui, aveva giocato troppo a lungo con il tempo.
Aveva desiderato di avere un’età quando ancora non la po-
teva avere, cercato l’infanzia quando questa si era già persa
nel passato. Quello che rimane di questi insensati esercizi è
194 joão paulo borges coelho

un presente nel quale non riesce più a trovare la giusta col-


locazione nella corda del tempo, non è in grado di dire se i
nodi che sente al tatto sono nodi per i quali è già passato o se
ancora mancano alla conta. Risalito il piccolo pendio, passan-
do tra pietre ed erbacce, comincia a intravedere la piazza. Da
qui, da questo spazio ampio dove il tempo ha lasciato cadere
il suo sudario dell’oblio, è passata un giorno quasi tutta la vita
di quest’isola. Qui si ostentarono vanità e pudori, si ordirono
affari ed inganni. Si affermarono verità che altro non erano
se non versioni della stessa, lodate da alcuni e disprezzate da
altri. In questo spazio è chiaro che l’isola si immaginò come
il centro del mondo. Un centro distante, ma tuttavia fiero e
diligente. Ai margini, ma tuttavia vissuto con fervore.
In fondo alla piazza, le tre panchine della malalingua dove
tre uomini se ne stavano seduti a commentare il passaggio
delle donne dirette in chiesa, a mondare i loro peccati. Quali
saranno stati quei peccati, è difficile stabilirlo oggi. Nel per-
petuo gioco dei significati oggi potrebbe essere innocenza ciò
che ieri era peccato, e viceversa.
Più avanti il cortile di njungo Santinho WaMucojo, dove
generazioni di maçanicas gialle e rosse raggrinzivano al sole,
come la pelle di questo vecchio se ancora fosse in vita, sparpa-
gliate sulle stuoie ad esalare la lussuria del loro odore. E dove
castagne di caju, lisce come pietre preziose, si allineavano sui
tavoloni simili a un piccolo esercito disciplinato e luccican-
te. Un bancone davanti alla porta dove la gente comprava la
merce sfusa al prezzo convenuto, l’aria satura dell’aroma delle
mangueiras, le galline che razzolavano o dormivano sui rami
bassi degli alberi col becco nascosto tra le ali. Il vociare con-
fuso delle donne, le risate che scuotevano i corpi, i nomi che
risuonavano nell’aria. Gente che ordinava e obbediva in por-
toghese antico o in un kimwane limpido come l’acqua delle
cisterne. Simile a questa, fresco e scuro.
indizi indiani | settentrione 195

Ma l’uomo non conoscerà niente di tutto questo, perché


niente è rimasto. E, nel suo indugiare, incontra solo echi e
brezze tra le foglie, un vago odore di frutta matura, di linfa
lieve come un acquerello. Una pietra ci dice che qui un giorno
si è seduto njungo Santinho per impartire i suoi ordini; una
maçaniqueira nata da un nocciolo scivolato dalla stuoia e finita
sul terreno; la pianta di limoni fresca e generosa, i suoi frutti
gialli che brillano come una benedizione; la fragile buccia del
tamarindo che si rompe per lasciare intravedere la sua acida
polpa; il sesamo sparso sul tavolone a tostare, il suo profumo
che ci attrae; una grossa plancia di legno che già fu la vertebra
di una nave prima di diventare il puntello del tetto, oggi nido
delle piccole formiche che attraversano il cammino dell’uo-
mo. Segreti.
Distoglie lo sguardo da tutto questo e torna, impaziente,
all’estensione della spiaggia. Se prima erano pietre e assi che
gli abitanti di Munaua, noncuranti, lasciavano sparsi qua e là
sulla spiaggia, adesso è la natura che lascia affiorare le rocce
a suo piacimento. L’uomo inciampa in una di esse. Impreca.
Riprende l’andatura nervosa in direzione al ponte. L’atteggia-
mento sempre cupo.
Per avere luogo l’incontro che sta per accadere non ba-
sta che ognuno cammini nella giusta direzione. È necessaria
anche l’attesa. Diversamente sarebbe come sempre accade,
spazio e tempo che si fraintendono, ritardi che si accumula-
no, e aspre solitudini che si consolidano. Aspetta la donna, la
mano del bambino richiusa nel pugno, stretta al collo come
di chi nasconde un oggetto caro; come di chi riflette. Sulle
labbra un sorriso immobile, il suo volto adesso più che mai è
una veneziana perché quel sorriso contiene l’intero mondo,
senza eccezioni. È il sorriso intimo di chi è cortese, o, più ve-
rosimilmente, di chi assapora un ricordo che si è lasciato im-
prigionare. Sorriso fugace, come fugace è questa impalpabile
196 joão paulo borges coelho

prigioniera. Potremmo saperne di più, non fosse per quella


maschera di m’siro che ci conduce lungo sentieri sconosciuti,
sentieri che non sappiamo se certi, se ingannevoli. La donna
se ne sta immobile, dimentica di quanto stava facendo fino
a poco fa, persa in qualcosa che è distante da lì, chissà cosa.
Aspetta.
Aspetta nella forma pura con la quale aspettano gli abitan-
ti di Munaua. Aspettano da tanto, aspetteranno sempre. Qui
giace Ana de Miranda Batista Rezende, nata nell’isola di Que-
rimba il 1 Ottobre del 1827, morta a Ibo il 5 Gennaio del 1913,
ottantasei anni di attesa da viva, novantasei da morta. Qui giace
Rodrigo José Rezende, nato nell’isola di Querimba il 23 Gen-
naio del 1865, morto a Ibo il 5 di Marzo del 1918, cinquantatré
anni di attesa da vivo, ottantasette da morto consacrati in lapi-
de dalla sua amata sposa Divina P. Dias, in segno di riconoscen-
za. Qui giace, infine, Manuel da Silva Rezende, 1866-1935, PN
AM, Padre Nostro e Ave Maria, Caetana e António pregarono
per ognuno di loro, per tutti coloro che fu necessario. Qui giac-
ciono tutti gli abitanti di questo piccolo quartiere di Munaua,
aspettando attese da vivi e attese da morti. Qui aspettano gli
abitanti di Ibo queste attese infinite, che pur sembrando morte
e serene sono in realtà vive e inquiete. Che pur sembrando ras-
segnate, ancora interrogano. Aspettano l’attesa che si aspetta su
un’isola, l’attesa di vedere le barche arrivare, di vederle partire,
a questo si aggiunge l’attesa particolare di un luogo dove il tem-
po si è assopito. Aspettano nel reticolo di strette staccionate, la
polvere di paglia sospesa nell’aria rarefatta. Solo qui esistono
ancora suoni dispersi, tremule luci, un po’ di calore e qualche
odore. Solo qui, poiché le pietre oggi non sono altro che luoghi
abbandonati al loro destino, dove perfino la memoria si è estin-
ta. Oggi non sono altro che rugose superfici, lapidi vuote dove
non si secca più il pesce né bolle l’acqua. Foreste dove perfino
il suono si è mineralizzato.
indizi indiani | settentrione 197

Già l’attesa, nel caso di questo incontro, è un’annuncia-


zione. L’uomo arriva finalmente al pontile. Sale la scala che
lo porta in cima, si guarda intorno aspirando lo splendore di
quel pianeggiato azzurro, di quel mangal pulsante. Una, due
volte. Poi si gira di spalle per scendere dal lato opposto e pro-
seguire la passeggiata.
Ed è questo il gesto che gli permette di vedere, infine, per
la prima volta la donna.
Anche se, penserà più tardi, forse già da tanto l’aveva pre-
sentita. Forse già da tanto ne aveva indovinato il profilo anco-
ra scuro e vago in lontananza, al quale, assorto com’è nelle sue
cose, non dà molta importanza.
Lei, invece, l’attenzione diluita nell’orizzonte, lo vede solo
perché la sua acuta intuizione gli permette di indovinare una
presenza che non cammina come camminano i volti che le
sono familiari. Questo volto nuovo non calpestava il terreno
come sono soliti fare i pescatori. Non si muoveva come loro
che arrivano sulla terraferma con ancora i resti di chi è abitua-
to a stare sulle onde, dondolando e dando valore allo spazio,
così esiguo sul kavoko perciò prezioso. Di più; poteva sentire
l’ondata di impazienza emanata da quell’uomo attraversare
l’aria e arrivare fino a lei, sfiorandola. Quando l’impeto arrivò
così vicino al collo da sentirlo soffiare dietro l’orecchio si girò
lentamente, e allora vide l’uomo che camminava piegato in
avanti, l’andatura spedita di chi non vuole perdere altro tem-
po. Quello straniero arrivava dal lato di Munuaua, la cosa le
procurò un brivido lungo la schiena perché in quel lato vive la
gente del passato. Divaricò leggermente le forti gambe, i fian-
chi larghi, i piedi infantili ben piantati nella sabbia, ma ritardò
il consueto gesto di rivolgere lo sguardo al suolo. Rimase in
posizione eretta ancora un po’, adesso fissava l’uomo di fronte
a lei con un’intensità resa possibile soltanto dall’innocenza.
Chi sei? Che fai?
198 joão paulo borges coelho

Soltanto l’innocenza permette una tale disinvoltura. L’in-


nocenza o la sfida, atteggiamento che in questo caso non
avrebbe avuto motivo di manifestarsi.
Quanto all’uomo, neanche lui sente l’esigenza di sviare lo
sguardo. Nel suo caso contano però altri fattori. Guarda da-
vanti a sé, ancora lontano dal sussulto da cui sarà pervaso da
lì a poco. Perché fin quando non si avvicina quello che vede è
solo il volto di una donna piantato nell’estensione della spiag-
gia, niente di più. Vedere un volto è ben altra cosa che trovarsi
di fronte alla bellezza di uno sguardo: siamo noi che diamo
un senso al volto, mentre lo sguardo ci esamina e interpreta.
Riprende la sua passeggiata, l’attenzione vaga senza meta, di
tanto in tanto ritorna per inciampare in quel volto di donna
che cresce col diminuire della distanza.
Sono oramai a un passo l’uno dall’altra quando avverte
quello sconosciuto turbamento, più tardi dolce tortura. Sor-
preso dal fatto che sarà lei la prima a indugiare nello sguardo,
e non il contrario. Tuttavia, non c’è niente di straordinario
in questo visto che è sempre chi arriva a suscitare curiosità,
rispetto a chi già si trova lì. Non dimentichiamo che il sape-
re dell’uomo è universale, mentre quello della donna si fon-
da soltanto nelle storie dei suoi avi e in quello che le sponde
dell’Indico lasciano scorgere. Il che, non è poco, ma nemme-
no infinito. Per questo motivo lui le restituisce lo sguardo,
come se non gli chiedesse una cosa qualsiasi ma, soltanto,
Perché mi guardi, ragazza? Perché non punti il tuo sguardo
sulla superficie piatta della sabbia dell’arenile, sulla sinuosa
ruvidezza delle basse rocce che da essa affiorano, sul velluta-
to delle alghe che le macchiano disordinatamente, sul riflesso
liquido e trasparente delle piccole pozze che la marea si lascia
dietro quando si ritira, sui granchi agitati, sulle telline furtive,
sulle conchiglie inerti e sulle stelle di mare agonizzanti? Sulle
missangas di Venezia che qualche mano prodiga ha sparpa-
indizi indiani | settentrione 199

gliato, già da tempo, perché qualcuno potesse raccoglierle


prima che quei semini colorati germoglino trasformandosi in
grandi e spropositati alberi missangueiras? Perché mi guardi
così donna?
Lei, impavida, malgrado l’autoritario interrogativo, con-
tinua a guardare diretta davanti a sé. Uno sguardo audace,
lento nello sviare lo sguardo obliquo dell’uomo, rapido nel
tornarvi qualora lo volesse.
Guarderò in altra direzione quando la mia attenzione sarà
attirata da qualcos’altro. Quando ci sarà una novità maggiore
di questo tuo corpo che avanza piegato dal vento di bolina,
facendolo zigzagare come un ostinato dhow. Non mi incuti
timore, uomo, non mi incuti timore perché non riconosco la
tua autorità. Zigzagando si tracciano i cammini dei quartieri
popolari, al di là del rettilineo disegnato dalla Rua Almiran-
te Reis, dalla Rua 27, fino al Matadouro, che è già linea di
confine, nel tempo in cui la grande divisone era quella che
separava il mondo di pietra dei njungos dal mondo di paglia
dei kimwane. Non oggi, quando il tempo ha ormai azzerato
questa differenza.
Sono irrimediabilmente vicini l’uno all’altra. La donna è
immobile, le forti gambe piantate al suolo come una statua
sul suo piedistallo. I gemelli in tutto il loro vigore. I piedi da
bambina.
L’uomo si avvicina, ricurvo.
Sono adesso così vicini da potersi studiare senza che la
cosa comporti nessuna implicazione, pensa lui. Si sofferma
sulla pelle di lei, sulle piccole cicatrici che il caso le ha dise-
gnato sul corpo. Uno spuntone aguzzo, una conchiglia sottile
e tagliente come una lametta che la esorta ad essere più pru-
dente la prossima volta che cerca qualcosa nella profondità
opaca di una pozza, gli occhi che non vedono, le mani come
se avessero occhi. E quello che l’uomo vede alimenta quello
200 joão paulo borges coelho

che la sua febbre immagina. Finito l’inutile ricamo delle sue


elucubrazioni, oramai logorato da quella vana retorica, riposa
lo sguardo nella distanza per poi ritornare al punto di prima,
un nuovo pretesto che precede un nuovo ciclo, catturato da
quella pelle come quando si ha freddo e ci si lascia catturare
dai riflessi di un fuoco.
Sale con lo sguardo, poi lo sposta, sale ancora un po’,
torna a spostarlo, la sua avida curiosità si scontra con l’in-
giustizia di una mancata spiegazione. Sale ancora e si soffer-
ma sul gelo della maschera di m’siro, si sente invaso dall’am-
biguità di quel freddo. Una maschera che se da una parte
amplifica l’esplosione di quello sguardo, dall’altra ne cela il
significato.
È insondabile lo sguardo di questa donna. Forse vede
nell’uomo quello che ha da dare, quello che già possiede. Ciò
che cerca tra la sabbia sono solo nuove curiosità su cui fon-
dare malinconiche mistificazioni. Meritevoli, pertanto, di in-
comprensione e perfino di un certo disprezzo. Forse è questo,
o forse no. Forse l’espressione della maschera di m’siro coin-
cide con l’espressione imperscrutabile dello sguardo. E tutt’e
due fissano l’uomo come se fissassero uno scoglio qualsiasi,
un’onda, una parete antica i cui occhi sono due finestre, una
parete che stava già lì il giorno in cui la donna nacque e che
non interessa più a chi la eresse. Forse si tratta di uno sguardo
dove non c’è più posto per la sorpresa. Uno sguardo che l’uo-
mo non sa interpretare.
E si ferma. Scava nella sabbia con il tacco dello stivale,
per guadagnare e prendere tempo. Spera che la donna, co-
stretta all’iniziativa, faccia un qualche gesto capace di svelare
l’espressione nascosta dietro la maschera di m’siro. Lontano,
un cane insegue un corvo, il sole penetra tra i rami del mangal
lasciando nell’aria la sua intenzione di ritirarsi. La natura tutta
sospira.
indizi indiani | settentrione 201

La donna allora abbassa gli occhi, due soli che si ritirano.


Quasi come a chiedere scusa per essersi frapposta tra l’uo-
mo e i suoi pensieri. Quasi come se sua fosse la spiaggia e lei
appena un’intrusa, e non il contrario. Abbassa quei due soli
attenuando l’intensità del loro fuoco e li sposta in un punto
qualsiasi, lontano da lì. Forse dentro di sé, come un mollusco
che richiude la palpebra. In questo modo restituisce subito
l’iniziativa all’uomo, il quale si vede obbligato a sospendere
il solco che ormai da tanto stava scavando col suo stivale, e a
proseguire lungo il cammino che gli resta.
Buona sera, buona sera.
È l’unica cosa che dice quando le passa di fianco, fingendo
più interesse nel cammino che nel resto. Adesso un po’ più
lento. Dopo che è passato, il fuoco acceso da quello sguardo
gli brucia sulla schiena.
Adesso che è già passato l’uomo si accorge di aver sprecato
l’occasione. Vorrebbe che si fosse trattato solo di una prova,
vorrebbe poter tornare sui suoi passi per fare un passaggio
più attento, più consapevole. Ma sull’isola il tempo è inesora-
bile, lento ma inflessibile. Le ampie strade divennero cammini
tortuosi, le case bestie morte, gli abitanti, uno dopo l’altro
emigrarono verso Munaua, il quartiere dei silenzi e delle pie-
tre, senza nemmeno voltarsi indietro. I ricordi sono quanto
rimane ai vivi. Qui, solo gli alberi si rinnovano. E le maree.
L’uomo prosegue lentamente, senza avere il coraggio di gi-
rarsi indietro. Smanioso, continua a pensare a cosa farebbe di
diverso se gli fosse concessa una seconda possibilità. Ai gesti
che non ha fatto, alle risposte che non ha cercato. Distratto,
non ha fissato quel volto immobile e bianco, l’imprecisione
del ricordo lo lascia inquieto. Intimamente rimpiange la di-
stanza che ha lasciato crescere tra lui e le cose. Tra le sue vane
preoccupazioni narcisiste e le persone. Poco gli importerebbe
adesso di passare per curioso, perfino un po’ invadente, se in
202 joão paulo borges coelho

cambio potesse conservare un ricordo più nitido, se non del


viso quantomeno della maschera che lo ricopre. Forse avreb-
be dovuto tentare di suscitare un breve dialogo, in modo da
ricavare dalle risposte alle sue domande la grazia di un’imma-
gine più fissa, il dono di indizi più tangibili, diversi da quelli
che adesso svaniscono ad ogni passo che si sussegue. Indizi
indiani.
Impreca contro le regole del mondo, quelle rigide gerar-
chie che impongono la direzione degli eventi sottomettendo i
docili effetti all’autorità delle cause, quasi mai il contrario, ne-
anche quando interviene l’illusorio stupore determinato dalla
casualità. Una buona casualità sarebbe potuta essere quella di
lasciar cadere qualcosa mentre le passava di fianco, un qual-
cosa di piccolo e magico, capace di stabilire un prezioso ponte
tra due margini la cui unione appare adesso vitale, e lei, accor-
gendosene, sarebbe stata così cortese o curiosa da chiamarlo.
Njungo, ehi njungo, ti è caduto qualcosa.
E lui, costretto a voltarsi indietro senza che la cosa inter-
rompesse il gioco, esagerando un po’ la sua finta sorpresa e
simulando gratitudine. Lei che la interpreta come è normale
che si interpreti, lui che nella realtà avrebbe voluto dirle
Grazie per avermi fatto tornare indietro, grazie per avermi
concesso di poter vedere di nuovo la tua maschera senza do-
ver calare la mia.
Avrebbe quindi, nell’atto di ricevere quello che gli veni-
va restituito, sfiorato quella pelle liscia con le sue dita umi-
de, e beneficiato di tutte le ulteriori risposte che il contatto
immancabilmente concede. Scoprire una tenue peluria, lievi
fili d’erba che stavano lì fin dal principio. E nel frattempo,
mentre godeva di quelle nuove scoperte, sondare un po’ più
da vicino il viso ovale e il collo, le soavi e simmetriche spor-
genze delle clavicole, le spalle tonde e tutto il resto, contorni
che circoscrivono e aiutano la comprensione dello sguardo.
indizi indiani | settentrione 203

Avendo appreso la lezione lo farebbe stavolta con la lentezza


necessaria, ignorando fermamente ogni convenzione. Il re-
sto, la nuova sequenza, è destinata a rimanere sconosciuta,
una volta infranta la vecchia regola che obbedisce al filo de-
gli avvenimenti. Il caso avrebbe aperto un nuovo cammino,
sconosciuto e incantato. A partire da quel momento, come si
suol dire, si sarebbe lasciato guidare dall’istinto, che è infine
la combinazione tra l’insicurezza che ci fa provare fame e il
fascino che ci alimenta.
Accadde anche, senza sapere quando tutto era cominciato,
che i due e la spiaggia intera si ritrovarono sommersi nelle
acque azzurrine e invertite di uno specchio. Solo per sape-
re come sarebbe stato. Per conoscere il pensiero della donna
che gli stava davanti e per liberarsi del suo. Stavolta era lui
ad aspettare con i piedi ben saldi nella sabbia, lei quella che
avanzava, mostrando sul volto quello che gli sembrava un mo-
saico di minuscole e meschine preoccupazioni, le sue stesse
antiche preoccupazioni. E fu proprio in quel preciso istante,
mentre la fantasia volgeva al termine, che la sua fisionomia si
distese fino all’orlo di un sorriso. E la donna, notando quel
sorriso che alleggeriva l’aria, sorrise a sua volta.
Buona sera, buona sera.
Fu la sola risposta che gli diede la donna dallo specchio,
prima di allontanarsi lungo il cammino che gli restava da fare.
Lungo la vita che gli restava da vivere.
Fragile e impotente ripiego, questo perdersi nell’esplora-
zione di cammini paralleli a quelli che di fatto si succedono.
E, del resto, per quale motivo dovrebbe meritare che le cose
fossero andate diversamente se non è nemmeno capace di
analizzarle? Se non è nemmeno capace di immaginarsele in
maniera diversa da come sono andate?
Quindi rimane a fissare il suolo come un corvo circospet-
to, facendo piccoli passi con le ali ripiegate dietro la schiena
204 joão paulo borges coelho

come se aspettasse, all’orizzonte, l’arrivo della nave da Tan-


danhangue. Apprende ad aspettare impossibili miracoli con
una nuova pazienza, come aspettano gli abitanti di questi luo-
ghi, a Munaua come nei quartieri popolari.
Perché la giornata finisca è necessario che la donna consi-
deri terminata la sua occupazione, lancia un’ultima occhiata
intorno mentre restringe, ancora una volta, il nodo che lega
la capulana al petto e che tende a disfarsi. Aggiustato il nodo,
è adesso necessario tirare su il piccolo cesto con entrambe le
mani e appoggiarlo sulla testa, prima di incamminarsi sulla via
del ritorno. E che l’uomo svanisca lentamente in lontananza,
leggermente curvo, in direzione della vecchia Fortezza. Ma
quest’ultimo è recalcitrante, mastica minuti salati, desideran-
do che in ognuno di essi ci sia posto per un’ora intera. Di
modo che lei, paziente, cominci i preparativi per la partenza,
gesti intimi, incompatibili con la presenza di altri.
Rimangono così i due, riempiendo ognuno a modo suo il
magico momento in cui il pomeriggio si dissolve con silenzio-
so furore; e in cui la notte arriva a chiudere per oggi il mondo.
Rimangono così i due, la donna concludendo il giorno con
rilassata lentezza, l’uomo andando incontro alla notte con an-
siosa fretta.
Poi, la luna spande la sua luce sulle case e sulle cose. E
l’Ibo diventa azzurro.