Sei sulla pagina 1di 14

La forza del mare di Agosto

U
n giorno la baia si svegliò senz’acqua. Poiché era ago-
sto, mese del freddo e del cacimbo, gli abitanti pensa-
rono si trattasse di un altro giorno in cui l’assenza di
brezza, fosse anche il pur minimo spiffero, lasciava il mare im-
mobile e intatto come una lastra di marmo; uno di quei gior-
ni in cui le foglie pendono dagli alberi come pipistrelli dalle
palpebre serrate e tali rimangono per risparmiarsi la vertigine
di vedere il mondo al contrario. Ma quando il primo bambino
mattiniero lanciò una pietra levigata sull’acqua, per vederla
saltarci sopra come se avesse freddo, gli sembrò strano sen-
tirla battere su cosa solida, non bagnata; e quando il primo
pescatore spinse il suo xitatarru sulla rena della spiaggia, an-
cora bluastra al sorgere dell’alba, si accorse che il suo pesce di
legno non guadagnava la leggerezza che era solita guadagnare
al contatto con l’onda. Al contrario rimaneva pesante, e no-
nostante avesse già superato la suddetta onda lasciava alle sue
spalle un solco continuo, ornato ai due lati dagli arabeschi di-
segnati dai piedi del pescatore nello sforzo della spinta. Notò
anche che la sua pelle non risplendeva come era solita fare
quando veniva lambita dalle acque. Continuava spenta simi-
le al mattino appena sveglio, prima che il lavoro la scaldasse
rendendola luminosa.
Che strano!
Lasciò la barca dove capitava (in quella che una volta sa-
rebbe stata acqua, adesso non si capiva) e tornò al villaggio
308 joão paulo borges coelho

per avvisare i compagni di non uscire, non prima di aver capi-


to le cause di quella strana situazione.
Il mare non bagna,
disse allarmato.
Allora corsero tutti a vedere, spinti dal dubbio e dalla cu-
riosità.
Ma anche davanti a tutti quegli occhi e a tutti quegli inter-
rogativi il mistero rimase chiuso e ostinato nel suo mutismo.
Si sa che le risposte dipendono sempre dalla qualità delle no-
stre domande e forse erano loro, poveri pescatori incrostati
ai margini della città quasi non ne facessero parte, che non
sapevano chiedere. O forse era uno di quei tubi di scarico
utilizzati dalla città per riversare in mare i suoi fetidi umori
che per capriccio si era messo a funzionare al contrario, ingo-
iando avidamente invece di espellere, consumando così tutta
l’acqua della baia.
Quale che fosse, il problema non aspettò di essere esami-
nato e compreso prima di cominciare a mostrare le sue con-
seguenze. Fin dove la vista arrivava – e nel caso dei pescatori
è ben lontano, abituati come sono a scrutare la liquida super-
ficie liscia e senza ostacoli – era tutto un deserto. Un deserto
chiazzato di puntini argentati, bianchi e neri e di mille altri
colori. Erano i pesci che si contorcevano in cerca di aria o di
acqua, o di aria nell’acqua. Pesci e altre cose che nonostante
fossero lì da sempre lasciarono tutti a bocca aperta perché
nessuno sospettava della loro esistenza. Scomparsa l’acqua
che le ricopriva quelle cose si ritrovarono improvvisamente
nude sulla cima di nuovi monti e vallate di sabbia, così nu-
merose e varie che sarebbe impossibile riportarle tutte: boe
affondate che inviavano ancora segnali a navi che non sareb-
bero più arrivate; meduse e oloturie che seccavano al sole;
recondite foreste sottomarine esposte a una luce sconosciuta
che le ingialliva rubandogli l’incanto.
indizi indiani | meridione 309

Alcuni pesci più fortunati – perché sorpresi dallo strano


fenomeno in acque più profonde dove ancora avanzava qual-
che pozza di acqua – nuotavano in circolo come in un acqua-
rio; sembravano incuriositi dalla novità e non sapevano che
si trattava solo di una questione di tempo, presto avrebbero
condiviso la sorte di quelli che agonizzavano per mancanza di
acqua.
I pescatori pensarono che in fondo non era poi così male:
giacché non si poteva più pescare si sarebbero dedicati alla
caccia. Armati di bastoni perlustrarono la neonata pianura
distribuendo colpi di grazia ai pesci che si dibattevano, quasi
ansiosi di spegnere quel disordinato luccichio che punteggia-
va il paesaggio. E sordi alle furiose proteste dei gabbiani che
rivendicavano il diritto alla loro parte. Quella confusa mat-
tanza durò quasi l’intera giornata, e se da una parte servì a
ripulire l’area da quella brutta immagine di generalizzata ago-
nia dall’altra provocò seri conflitti tra i pescatori e le venditri-
ci della spiaggia, le quali normalmente compravano il pesce
dalle barche per poi piazzarlo porta a porta a un prezzo più
alto. Il fatto di essere diventati tutti cacciatori – pescatori e
pescivendole – metteva fine a un’antica consuetudine, non si
sa quando né da chi inaugurata ma da tutti rispettata, dove
gli uni procuravano il pesce in mare e le altre lo rivendevano
sulla terraferma. I pescatori si sentivano danneggiati da quella
nuova situazione. Il mare era loro e il litorale delle venditrici,
dicevano. Poiché i pescatori non si mettevano a vendere il
prodotto (e avrebbero potuto farlo con diritto e facoltà visto
che erano loro a pescarlo), non stava bene che le donne si
addentrassero in mare per procurarsi il pesce senza chiedere
permesso.
Mare? Quale mare?,
chiedevano le venditrici con falsa innocenza e cambiando
discorso,
310 joão paulo borges coelho

qui non vediamo nessun mare. Adesso è tutta spiaggia.


Era vero.
Ma la vittoria delle donne non durò a lungo. In un primo
momento riuscirono anche a vendere bene il loro pesce a quei
clienti appena svegli, ancora intontiti dal sonno e ignari di
quanto stava accadendo. Davanti a tutto quel pesce pensaro-
no alla solita generosità della baia. Ma il troppo stanca, così
il pesce cominciò a marcire dentro le ceste senza che nessuno
lo comprasse.
Occhi gialli, corpo molliccio,
dicevano mentre lo palpavano, scuotendo il capo con di-
sapprovazione.
Oppure:
Ne ho già più di quanto me ne servano. Prova a battere a
un’altra porta.
Nella speranza di ravvivargli l’aspetto aspergevano i piccoli
cadaveri con sabbia e quel poco di acqua salata che ancora
rimaneva. Ma, davanti al trascorrere del tempo non c’è arti-
ficio cosmetico che tenga, presto non furono più in grado di
rischiarare l’ombra della morte che inscuriva la loro inutile
mercanzia. E fu così che, passato il momento della sorpresa
e del profitto, alle povere furbacchione non rimase altro che
andare via a testa bassa e le ceste piene di un prodotto che già
puzzava in maniera insopportabile.
Pescatori e venditrici tentarono di occultare il problema –
almeno in questo erano d’accordo. In parte spinti dal comune
interesse di tenere nascosto l’eccesso di offerta per mantenere
alta la domanda, in parte perché pervasi da quel vago senti-
mento di vergogna che ci assale quando non possiamo più
prenderci cura di ciò che sentivamo nostro, quantunque nes-
suno possa imputarcene la colpa. Senza nessuna colpa, se non
quella di essere appena parte del paesaggio, pescatori e vendi-
trici si vergognavano di quanto stava accadendo nella baia.
indizi indiani | meridione 311

Con il passare del tempo la puzza aumentava, nauseabonde


esalazioni che soffocavano persino il volo degli uccelli. E non
si poteva certo dire che quella gente non fosse abituata alla
puzza anzi, tutti i giorni avevano a che fare con pesce avariato
soprattutto da quando il servizio municipale aveva smesso di
occuparsi della raccolta dei rifiuti privati – che messi insieme
agli altri diventavano pubblici, ossia di nessuno –, eppure le
narici di quella piccola comunità non avevano mai conosciuto
un simile incubo.
A pensarci bene gli odori in sé non sono buoni né cattivi.
Sono legati alle circostanze, agli stimoli o al vestiario a cui
soliamo associarli. Un odore è un odore: cosa neutra, sorta di
ombra olfattiva che si muove insieme ai corpi. L’odore di un
fiore può essere buono o darci nausea, quello di un corpo può
causarci repulsione o stimolare il nostro interesse, risveglian-
do in certi casi pulsioni che nemmeno sapevamo di possede-
re. L’odore di un pesce arrosto può farci venire l’acquolina
in bocca se ci sorprende affamati. Tutto questo perché negli
odori coesistono fragranze e pestilenze diverse che, a seconda
delle situazioni, possono confluire in una direzione piuttosto
che un’altra. Ma quello che stava succedendo lì era un qualco-
sa di mai visto, o meglio di mai annusato; altro che confluen-
ze, quelle erano vere e proprie collisioni tra fragranze in cerca
di rivincita e pestilenze già foriere di vendetta, un insieme de-
stituito di qualsiasi raziocinio che snaturava il funzionamento
dello stesso sistema olfattivo. Sotto il sole del giorno fermen-
tava qualcosa che andava ben oltre la putrefazione dei rifiuti
quotidiani e del pesce marcio, delle alghe secche e dell’im-
mancabile cane morto ai bordi delle strade; andava oltre an-
che alla mancanza di igiene degli abitanti del luogo (la povertà
si sa ha un cattivo odore e lì erano tutti poveri). Quello a cui
si stava assistendo era oltre qualsiasi cosa immaginabile, un
disastro che non si poteva più nascondere.
312 joão paulo borges coelho

Quindi le Autorità decisero di occuparsene.


I primi ad arrivare furono le truppe avanzate della Poli-
zia Municipale, ma non trovando colpevoli tra i pescatori,
le venditrici e gli abitanti del luogo, tutti egualmente curiosi
per quanto stava accadendo ma allo stesso tempo innocenti,
avvisarono la retroguardia perché mandasse una Squadra di
Tecnici per condurre uno studio approfondito.
La Squadra arrivò con regole e compassi, teodoliti e GPS,
binocoli e cellulari, portatili e trasmettitori muniti dei rispetti-
vi ripetitori. Piantarono l’accampamento e cominciarono su-
bito a esaminare il fenomeno comparando per prima cosa lo
scenario reale alle carte topografiche e idrografiche che aveva-
no portato con sé. Queste ultime particolarmente importanti,
nonostante il poco mare avanzato, in quanto esiste sotto la
superficie marina un’invisibile ma intricata rete di fiumi che
corrono in chissà quali direzioni. Volevano appunto scoprire
se questa rete esisteva ancora oppure se era sparita insieme
all’acqua che la ricopriva.
Non trovarono nessuna risposta.
Presero quindi in considerazione la versione popolare e
passarono a ispezionare le fogne per vedere se, come afferma-
vano i pescatori, erano state loro a prosciugare le acque della
baia. Ma l’entrata del tubo sembrava innocente, da lì conti-
nuava a uscire lo stesso filo di merda di sempre, solo un po’
più a vista del solito perché non c’era più l’acqua a diluirlo. Se
non era lì il problema magari la colpa era da attribuire a una
gigantesca faglia aperta da qualche attività tettonica sotterra-
nea. Montarono allora un gabinetto con relativo sciacquone
allo scopo di disporre di una rappresentazione miniaturizzata
della loro teoria, A questo punto confrontarono quanto suc-
cesso nella baia col comportamento del gabinetto una volta
tirato lo scarico. Niente! Nel caso della baia, secondo quanto
affermavano gli abitanti, l’acqua si era ritirata silenziosamente;
indizi indiani | meridione 313

nel gabinetto invece dopo aver tirato lo scarico l’acqua scen-


deva giù in piccoli ma rumorosissimi mulinelli. E per quanto
ne sapessero a nessuno era mai capitato di sentire un gigante-
sco sciacquone in azione.
Impossibile fare paragoni.
Dovettero infine ricorrere alla fotografia aerea. Furono
chiamati i sudafricani che già conoscevano il luogo per averlo
fotografato durante la guerra prima di installare le loro basi
militari nella foresta; poi lo fotografarono di nuovo perché
dovevano installare un tubo che trasportasse il nostro gas ver-
so la loro terra, un tubo sostanzialmente non molto diverso
da quel canale di scarico il cui strano comportamento costi-
tuiva ancora un’ipotesi esplicativa dell’accaduto, seppur poco
plausibile. Tornavano adesso a fotografare la baia in nome
dell’amicizia e del ritrovato rapporto di buon vicinato. Ar-
rivarono con tecnici e aviazione e suddivisero la baia in tanti
quadrettini che poi fotografarono dall’alto.
Sotto uno di essi ci doveva essere la famosa falla, o almeno
un’altra spiegazione.
I risultati di quelle nuove ricerche furono davvero sorpren-
denti. In uno dei quadrati fu rinvenuto un piccolo aereo che
si pensava disintegrato al suolo nei pressi di Ponta de Ouro, a
più di cento chilometri di distanza, e invece si trovava lì quasi
intatto, con i suoi due piloti ridotti a bianche ossa, ancora
sospesi nel gesto e nella preoccupazione di un atterraggio di
emergenza. Diventato un liquido e segreto atterraggio. Prese-
ro nota di ogni cosa per poter dare comunicazione ai familiari,
ammesso fossero ancora vivi.
In un altro quadrato, sorpresi dai flash delle apparecchia-
ture sudafricane fecero la loro magica apparizione un gruppo
di marinai austriaci al soldo di un tal Guilherme Bolts, tutta-
via intenti a raccogliere la vela nello strallo per offrire meno
resistenza alla tempesta che si era abbattuta a tradimento sulla
314 joão paulo borges coelho

nave, in quei lontani e sconosciuti mari africani un tardo po-


meriggio del settembre 1779. Si erano spinti fin laggiù per
scambiare tessuti e cucchiai argentati con i locali, che eravamo
poi noi, finendo per lasciare incompiuta quella storica transa-
zione. Noi senza gli indispensabili cucchiai, perciò costretti
ancora a mangiare con le mani; loro senza l’avorio per i pettini
o altre cose del genere.
Più in là, dentro un quadrato già abbastanza distante, in
epoca molto più recente nonostante ancora coloniale un gio-
vane praticante di vela sorpreso in piena evoluzione col suo
ardimentoso Vaurian, modesta e solitaria tragedia della quale
ci eravamo quasi dimenticati. Aveva calcolato male il vento o
si era lasciato sorprendere dall’onda, una delle due cose do-
vette andar storta e quel giorno non fece ritorno a casa.
Nuovo quadrato, anche questo distante, una pilotina mi-
steriosamente affondata intanto che tentava di illuminare
l’imbocco del porto a una stanca petroliera. Chissà come ave-
va finito per perdersi lei stessa mentre i piloti ancora parlotta-
vano tra di loro, colti di sorpresa da quell’inattesa possibilità.
Nel quadrato di lato, un piccolo catamarano con tutti i suoi
passeggeri, fatta eccezione una donna che un benemerito del-
fino spinse fino alla grande boa ancora oggi chiamata Albero
di Natale per la luce che emana nelle notti di luna nuova; don-
na che per un momento provò cosa significa morire affogati e
tornò per raccontarlo. Nessuno sa dove sia oggi, sicuramente
più vecchia, a vivere una vita normalissima interrotta a tratti
da acquatici incubi tornati dal passato.
Nell’ultimo quadrato, quasi all’estremità, là dove l’isola
di Inhaca tocca la striscia scura del capo di Santa Maria, un
gruppo di donne e bambini che stavano raccogliendo mollu-
schi e crostacei in una secca scoperchiata dalla bassa marea,
ai quali un’onda repentina sommerse l’esistenza. Di fianco,
l’uomo della barca che li aveva accompagnati e che sarebbe
indizi indiani | meridione 315

dovuto tornare a riprenderli prima che arrivasse l’alta marea;


e che avrebbe dovuto essere lì per udire le grida disperate di
quelli che stavano affogando. Avrebbe dovuto ma non c’era, e
allora decise di andare a fondo anche lui pensando fosse me-
glio dividere il destino delle vittime piuttosto che vivere per
raccontare come era andata. Furono giorni di lutto nell’isola,
resi ancora più dolorosi dall’assenza di corpi da sotterrare.
Oggi, anche se tardi, grazie ai sudafricani saranno sotterrate
quel che resta delle loro ossa bagnate.
Per finire, sparsi di quadrato in quadrato, i piccoli tumuli
delle migliaia di xitatarrus affondati nel corso degli anni, con
la cadenza di quasi uno al mese. I pescatori giacciono distesi
sulle loro piccole barche, ognuno avvolto nel rispettivo suda-
rio fatto di reti rammendate un tempo servite per catturare
il pesce, adesso destinate a quello scopo conclusivo. Piccoli
pescatori immobili, sembrano dormire.
Quante fotografie scattate in quell’inaspettato e quadretta-
to cimitero. Piccole e discordanti vestigia fino ad oggi impilate
sulla grande colonna del tempo che adesso, con la scomparsa
dell’acqua, si spagliavano in un disordine privo di gerarchie.
Tante, eppure non in grado di fornire una possibile spie-
gazione.
A quel punto, testimoni commossi della scarsezza di risul-
tati, si fecero avanti i nordamericani in nome della cooperazio-
ne tra i popoli. Avevano i mezzi per fotografare da ancora più
in alto, dalle finestre dei minuscoli satelliti che ruotano sulle
nostre teste in perpetuo movimento. La loro offerta fu ben
accolta, e così cominciarono. Ma quando le nuove immagini
giunsero qui in basso, prima scomposte per poter viaggiare
sotto forma di onde luce o radio (vallo a sapere!) poi rintegra-
te grazie a misteriosi e particolari congegni che le rendevano
nuovamente visibili, tanto lo sforzo quanto le apparecchiature
si rivelarono inutili: raffiguravano un deserto ancora più triste
316 joão paulo borges coelho

e monotono del precedente, una grande superficie grigiastra


chiazzata qua e là da macchie più scure o chiare alle quali
solo i tecnici riuscivano ad attribuire significato e rilevanza.
Tuttavia, senza neanche provare a dargli un nome. Assegnaro-
no numeri e sigle misteriose a oasi e passaggi sottomarini che
i pescatori conoscevano bene per esserci passati sopra tante
volte con le loro barche; si trattava del Baixo Ribeiro, il Baixo
da Naia, il Banco di China, il Cockburn e altri luoghi ricono-
sciuti.
Niente che potesse tornare utile.
A questo punto – nonostante sudafricani e nordameri-
cani insistessero sul fatto che le risorse non erano del tutto
esaurite, che c’erano ancora nuovi rilievi da fare di cui alcuni
molto promettenti – il nostro Governo decise che era giunta
l’ora che noi tutti ci occupassimo direttamente del problema
mettendo da parte le tecnologie d’avanguardia per affidarci a
soluzioni più tangibili, le cosiddette soluzioni fatte in casa. Il
buon senso suggeriva di adattarsi alla nuova situazione invece
di continuare a insistere per riportare le cose come stavano.
Bisognava trarre profitto dai rilevamenti effettuati, le quadret-
tature cubiste sudafricane e le macchie astrattiste nordameri-
cane, per dare vita in quell’immenso spazio a un grande Piano
Regolatore.
Prima di tutto bisognava procedere con la fase della pro-
gettazione. Sull’estremità superiore di un grande foglio bian-
co fu disegnata l’isola di Inhaca, in basso la città vecchia di
Maputo, a sinistra la macchia bassa di Xefina e a destra l’om-
bra dimenticata di Catembe. Nel mezzo rimaneva uno scon-
finato spazio bianco tutto da riempire, una succulenta e vasta
area su cui costruire. Il Ministro dell’Urbanistica tracciò una
linea verticale tutta dritta: il corso principale. Punteggiato sia
all’andata che al ritorno da stazioni di servizio che avrebbero
rifornito le automobili di chi ci abitava e di quelli che si trova-
indizi indiani | meridione 317

vano di passaggio.. Stazioni di servizio con prezzi tutti uguali,


perché questi sono tempi di libera scelta per cui se a qualcuno
non fosse piaciuta la prima doveva sentirsi libero di servirsi in
quella successiva. Il Ministro dell’Ambiente propose di pian-
tare tra una stazione e l’altra degli alberi già grandi, espedien-
te mendace perché non è giusto definire grande ciò che non è
cresciuto. Ma a conti fatti, è nella natura dei piani regolatori
scontrarsi con avanzamenti e arretramenti, opinioni sagaci e
altre un po’ meno, obiettivi visibili e altri poco trasparenti.
Dentro i quadrati lasciati dai sudafricani, contornati da
strade che sarebbero poi state battezzate nella maniera più
opportuna, case e negozi, ristoranti e supermercati. Le infra-
strutture ovviamente non sarebbero state garantite, perché
alla luce delle più moderne concezioni non è lo Stato a prov-
vedere per il cittadino bensì il contrario. Chi se lo potrà per-
mettere, chi avrà con che pagare non solo la terra ma anche
le spese extra, giustificate dal privilegio di abitare in una zona
così nobile e distinta, così priva di umidità, sarà il benvenuto.
Che provveda a scavare pozzi profondi per trovare l’acqua
da bere nei fiumi che a quanto dicono stanno sotto il mare; a
installare potenti generatori per l’illuminazione; a erigere alte
mura e assoldare vigilanza privata armata di bastoni e cani
in grado di proteggerlo; che collabori infine al progetto, co-
struendo giardini e spargendo profumi destinati a stemperare
il fetore del passato. Sostituito da una nuova brezza marina
che, come comprovato dall’inatteso fenomeno, diventa sem-
pre più scarsa e pertanto preziosa.
Intanto quelli dell’estremità superiore, gli abitanti dell’isola
di Inhaca, erano preoccupati. È che loro da sempre avevano
visto il sole tramontare su una città di Maputo miniaturizzata
dalla lontananza, perennemente avvolta nella nebbia, l’aurea
di mistero addomesticata dalla lontananza e dalla reiterazio-
ne. E adesso, mormoravano di bocca in bocca, si avvicinerà
318 joão paulo borges coelho

rumorosa col suono roco dei suoi bulldozer, simile a una be-
stia vorace che erutta ancor prima di mangiarci. Allungherà
le sue strade su di noi come una piovra gigantesca allunga i
suoi tentacoli, emetterà il suo fumo nero e denso di città come
la piovra emette il suo inchiostro. Metafora marina ma non
per questo meno reale e minacciosa. Erano isolani e temevano
queste cose perché non avevano retroguardie dove scappare.
Alle spalle nient’altro che mare fino a Perth, così lontana che
nessuno la conosceva né ne aveva mai sentito parlare. Sapeva-
no solo che da quel lato all’alba di ogni giorno si fabbricava
un sole nuovo.
Radunarono tutte le barche disponibili lungo le dune della
costa nord – la Dunia, il Magajojo, il Cunhado Zé, la Ajuda
de Deus e altre più modeste che non avevano un nome co-
nosciuto, se non per i rispettivi proprietari e i loro vicini di
casa – in attesa di notizie che rendessero inevitabile l’audacia
di un viaggio collettivo verso l’Australia, tutti insieme verso il
mare aperto. Aspettavano quel momento con ansia e dolore
perché se essere isolani è difficile smettere di esserlo è ancora
peggio.
Sul lato sinistro, a Xefina, non ci sarebbero stati problemi:
deserta qual è, solo la natura avrebbe sofferto le trasformazio-
ni imposte dalla città; e, è risaputo che la natura non ha voce,
pertanto non ha molto da dire. Dal lato destro la stessa cosa: a
Catembe tutto sarebbe rimasto uguale a prima, avrebbe con-
tinuato a guardare da vicino – ma da molto lontano! – il pro-
gresso che le passava di fianco.
Infine, il lato di sotto, l’oramai estinta spiaggia della città;
il luogo dove si concentravano le maggiori resistenze. Certo
per quella gente le perplessità erano tante. Gli abitanti della
costa si sarebbero svegliati come nell’entroterra, costretti a vi-
vere in un mondo senza acqua da lambire, senza l’ampia vista
concessa dalla sua superficie; e quelli dell’entroterra relegati
indizi indiani | meridione 319

già ai confini della foresta, dove neanche col vento favorevole


arriva l’odore del mare. Avrebbero protestato, sicuramente,
ma senza creare problemi perché da così lontano nessuno li
avrebbe ascoltati. La città avrebbe fatto un passo in avanti, il
popolo sarebbe scivolato indietro.
I pescatori rivendicarono i loro diritti su alcuni di quei
quadrati. Non solo perché lì erano sepolti i loro morti, come
sappiamo affondati nel corso degli anni insieme ai rispetti-
vi xitatarrus, ma anche perché se fossero rimasti avrebbero
potuto mitigare la nostalgia dei tempi in cui erano pescatori.
Tuttavia non c’erano registri notarili a suffragare le loro pre-
tese, solo vaghe leggende; e in tempi come questi, dove vige
legalità e giustizia, le buone intenzioni non sono sufficienti,
per cui non furono presi in considerazione. Dovevano rima-
nere dove stavano e dedicarsi all’agricoltura, visto che la terra
era già asciutta.
Fu in questa fase del dibattito, quando i toni della discus-
sione erano già saliti – i responsabili del Piano Regolatore
cercavano di soddisfare i propri appetiti, il popolo anche, in-
somma cada uno i rispettivi – che accadde quello che solo può
accadere nel mese di agosto. Il cacimbo, riscaldato da un sole
sempre più rovente man mano che si arrampicava sul cielo di
mezzogiorno, cominciò a sciogliersi e con lui i suoi misteriosi
giochi di specchi e riflessi, magici e tortuosi sentieri visivi: infi-
ne il mare era lì, solo che se ne stava così quieto e trasparente,
così lieve e così etereo, da passare inosservato!
Gli operai scossero la testa quando, appena iniziato a scava-
re per interrare le nuove fondamenta, trovarono suolo umido
e poi, inequivocabilmente e senza altri inganni, acqua, acqua
salata. E mentre si tentava di digerire la confusione generata
dallo strano fenomeno, spuntarono i primi ruscelli, poi pic-
coli e già grandi laghi che presto si unirono l’uno all’altro per
dare forma al vasto, conosciuto e luminoso mare della baia
320 joão paulo borges coelho

di Maputo; per sua natura bagnato ma che in quel momento


fece seccare la bocca di chi aveva altri progetti, più lucrativi
di quella visione sempre nuova eppure così antica il cui valore
nessuno potrà mai calcolare.
Il bambino guardò la sua pietra levigata saltare nuovamen-
te a pelo d’acqua, infreddolita. Il pescatore sentì un’altra volta
la pelle luminosa e lo xitatarru lieve, così lieve che sembrava
volare. Fischiettando lo spinse ancora un po’ prima di saltarci
sopra e scivolare sulle onde, intanto sulla riva si udiva il vec-
chio e stridente ritornello delle venditrici tornate a interrom-
pere il sonno degli abitanti del villaggio con l’annuncio del
prodotto che non avrebbe tardato ad arrivare.