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Ecco le portoghesi

L
a RTP Internacional, nota come RTPi, interruppe la sua
normale programmazione per trasmettere in diretta la
manifestazione di un gruppo di donne al Terreiro do
Paço, a Lisbona, che esigeva dal governo portoghese sostegno
al loro trasferimento in Angola, per poter liberare i rispettivi
mariti dalla morsa peccaminosa di quelle nere e mulatte che li
avevano sedotti con polverine e macumbe ancora sconosciute
alla scienza, e che certamente, a quel punto del campionato, li
avevano trasformati in meri vegetali, completamente sprovvi-
sti dello storico vigore degli eredi di Viriato, del tutto insipidi,
rammolliti e smidollati.
Nonostante il cannibalismo fosse già stato abolito ufficial-
mente nel continente africano, l’ipotesi che le perfide angola-
ne se li fossero pappati, letteralmente e non metaforicamente,
il che conferiva alle manifestanti abbastanza legittimità non
solo per esigere il pronto intervento delle autorità portoghe-
si, ma anche dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e altri
operatori della comunità internazionale, come ad esempio la
coalizione anglo-americana che recentemente aveva liberato
il mondo da quella straordinaria minaccia chiamata Saddam
Hussein. Quel che succedeva in Angola ai loro mariti (o ex
mariti, chi avrebbe comunque potuto saperlo?) era un auten-
tico genocidio, che doveva essere fermato immediatamente.
Il gruppo che manifestava al Terreiro do Paço, nel bel mezzo
della capitale portoghese, era lo stesso che alcuni mesi prima
aveva manifestato nell’ingenuotta città di Bragança, nel Nord
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del Portogallo, in difesa della sacra stabilità dell’istituzione


del matrimonio intra-lusitano. Come già la RTPi aveva divul-
gato al tempo, Bragança era stata invasa da una moltitudine di
false brasiliane spudorate, il cui unico scopo era rubare i mari-
ti alle legittime e caste cittadine portoghesi. Perciò, il tasso di
divorzi nella località era aumentato spaventosamente dall’ar-
rivo delle sopracitate brasiliane, le quali, misteriosamente, si
potevano vedere solo di notte, nei nightclub e cabaret locali.
Del resto, bastava che un uomo entrasse per qualche mo-
tivo e solo per una volta in uno di questi antri di perdizione
per far sì che, nel tornare a casa la mattina successiva, chiedes-
se immediatamente il divorzio dalla consorte, ormai vecchia
di tanti anni. Fu necessario, perciò, l’energico intervento di
quelle donne, eredi legittime della pasticcera di Aljubarrota,
per ristabilire la legalità. Il comune di Bragança intervenne
prontamente e ordinò la chiusura di tutti i nightclub e i ca-
baret, che riaprirono qualche giorno più tardi con nomi più
accettabili, come centri culturali e ricreativi e roba simile. Le
brasiliane, dal canto loro, dovettero cambiare nazionalità.
L’attenzione di quelle donne inferocite si volgeva ora, a
buon diritto e con senso di opportunità, verso l’Angola. In re-
altà, le notizie che ogni giorno arrivavano dall’antico gioiello
della corona portoghese in Africa erano non solo perturbanti,
ma davvero terrificanti. Non si trattava solo delle conseguenze
della guerra, del ritardo economico, dell’avanzamento galop-
pante dell’AIDS o della generalizzata corruzione del governo.
Se si fosse trattato soltanto di questo, loro, gli angolani, che si
arrangiassero.
Il problema era un altro e, se non si fossero prese misure
strategiche, si sarebbe potuta perfino mettere a rischio la sicu-
rezza nazionale del Portogallo: i mariti portoghesi che anda-
vano lì per aiutare il paese a risolvere i problemi che gli stessi
nativi non riuscivano a risolvere venivano presi di mira da co-
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spirazioni ben architettate, affinché non mettessero più piede


in Portogallo. L’operazione cominciava subito all’aeroporto
di Luanda, dove erano attesi da battaglioni di nere e mulatte,
che li portavano via in posti sconosciuti. Quando riappari-
vano, non gli puzzavano più i piedi, si lavavano i denti tutti i
giorni e, come se non bastasse, cominciavano a ballare il sem-
ba, il kizomba, il kuduro e la tarrachinha. Si erano, insomma,
del tutto tropicalizzati.
«Cazzo!», non poté evitare di esclamare Joaquim Manuel
da Silva, quando sentì il reportage. Più che stupefatto, era let-
teralmente in panico. Guardò accanto a sé dove stava, splen-
didamente nuda, Zinga Cristina, una bellissima nera angolana
che aveva scoperto al Clube Paradise, diciotto anni appena
fatti, gli occhi profondi contenenti tutta la saggezza del mon-
do, i seni aggressivi puntati verso il cielo, le cosce totalmente
esposte, la pelle scura liscia come velluto; ma ciò che vide fu
l’immagine di Maria das Dores, sua moglie, grassa, ingrigita e
perennemente imbronciata, che aveva lasciato a Montemor-
o-Novo.
E adesso? Da quel momento, questa domanda cominciò a
martellargli in testa. Devo dire, in sua difesa, che quel giorno
non mancò di onorare gli impegni che si era preso con Zinga
Cristina, perché il ricordo di Viriato e degli altri suoi valorosi
avi ancora circolava nelle sue vene. Ma per la bella angolana
non si trattava di nulla di straordinario. Quel portoghese ave-
va molto da imparare.
Comunque, le cose non sempre accadono come le abbiamo
previste o immaginate. Così, il giorno dopo, Joaquim non si
fece vivo per portare Zinga Cristina dal parrucchiere, e nem-
meno, più tardi, per portarla a scuola. Non rispose a neppure
una di tutte le sue telefonate. Mandò anche diversi messaggi
a Pedro, l’amico che era con lui al Club Paradise, ma nessu-
no di essi ricevette, come lei diceva, alcun feedback. Dunque,
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è perfettamente comprensibile che lei interpretasse una tale


scomparsa e un tale mutismo in un certo modo, che suscitò
da parte sua una serie di reazioni verbali che non è necessario
menzionare, poiché tutti le conoscono già più che bene.
Se, la notte precedente, avesse dato importanza al repor-
tage dell’RTPi, forse avrebbe potuto immaginare ciò che
stava succedendo al suo nuovo fidanzato portoghese. Ma lei
guardava solo le soap-opera della Globo, le quali, per inciso,
sono meno fantasiose del notiziario portoghese circa l’Ango-
la. Tant’è che Joaquim Manuel da Silva, ancora sconvolto dal
reportage che aveva visto il giorno prima, si diresse subito di
mattina presto al consolato portoghese di Luanda, chiedendo
al funzionario che lo ricevette se, per caso, fosse al corrente
dell’imminente arrivo di un gruppo di donne portoghesi in
Angola, in cerca dei mariti. Glielo chiese proprio così, di get-
to e quasi senza respirare, prima di pentirsi di quella mossa.
Preso alla sprovvista, al funzionario ci vollero alcuni secondi
per provare a rispondere.
«Cosa?! Donne, quali donne? E dica un po’, dov’è che sta-
rebbero i mariti di queste donne?», cominciò quello, come se
prendesse la rincorsa per una risposta più articolata. In realtà,
però, non sapeva di cosa stesse parlando quel tipo con la fac-
cia da pazzo.
Joaquim capì.
«Ok», disse. «Ok. Devo essermi sbagliato…»
Tuttavia, non desistette.
Chiamò tutti i suoi amici portoghesi, chiedendogli – riu-
scendo a malapena a nascondere l’ansia –, se qualcuno di loro
avesse visto il reportage dell’RTPi riguardo le spedizioniste
portoghesi che, in nome dell’integrità della famiglia lusitana,
si stavano preparando ad invadere l’Angola, forse precedute,
come al tempo delle cosiddette scoperte – sebbene allora le
ragioni fossero diverse – da qualche missionario bene inten-
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zionato. Sfortunatamente, nessuno dei suoi compaesani ave-


va visto niente. Alcuni stavano parlando dell’ultimo incontro
Benfica-Sporting, altri si scolavano delle Sagres mentre guar-
davano i “Trapalhões” e altri ancora passeggiavano per strada,
per vedere se rimorchiavano qualche studentessa in cerca di
un passaggio. Quasi tutti trovarono la sua domanda alquanto
strana.
«Di’ un po’, oh, ma ti sta dando di volta il cervello?», era la
provocazione che gli facevano tutti.
Di notte, Joaquim Manuel da Silva credette di aver trova-
to una qualche luce infondo al tunnel quando Miguel, la cui
moglie era venuta con lui dal Portogallo due anni prima, gli
disse che, ai tempi, quest’ultima gli aveva confidato che le sue
amiche le avevano raccomandato di accompagnarlo, quando
lui aveva deciso di andare a lavorare in Angola, che in caso
contrario avrebbe rischiato di essere sostituita da qualche an-
golana. Stando a quel che disse Miguel, ridendo, le amiche di
sua moglie credevano fermamente che le angolane possieda-
no un segreto che, per usare la loro espressione, strega tutti i
bianchi che riescono a portarsi a letto. Però Miguel non aveva
altri dettagli. Ora, non essendo consigliabile fare domande alla
moglie dell’amico circa l’argomento – puta caso facesse parte
anche lei del gruppo di manifestanti del Terreiro do Paço –,
Joaquim si sentì profondamente sconsolato.
Esattamente per una settimana setacciò internet nel ten-
tativo di trovare qualcos’altro sulle nuove pasticcere di Alju-
barrota, ma niente. Telefonò a tutti i suoi amici di Montemor-
o-Novo, ma neanche quelli lo aiutarono. La cosa più strana
è che, così come nessun mezzo di comunicazione parlava di
quell’argomento, neanche una persona (almeno quelle che lui
aveva contattato) aveva visto il reportage dell’RTPi. Magari
si trattava di una soffiata giornalistica della stazione televisiva
portoghese, ma così straordinaria che nessun altro dei media
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si era arrischiato a citarla o a commentarla, come spesso suc-


cede.
Joaquim Manuel da Silva era così inquieto che, per tut-
to il tempo non ebbe più alcun contatto con Zinga Cristina.
Naturalmente, per questo non seppe che l’angolana aveva già
conosciuto un italiano che le aveva promesso di portarla a
Roma, promessa che il narratore non sa se fu mantenuta o
meno. Però un dubbio continuava a tormentare la testa del
suo ex ragazzo portoghese, in quel periodo: come aveva fatto
Maria das Dores, soltanto due settimane dopo il suo arrivo
in Angola, al fine di assumere il comando della cucina di un
ristorante giapponese che avrebbe aperto a breve a Luanda, a
sapere che aveva conosciuto Zinga?
Così, decise di vederci chiaro. Dopo che a distanza non era
riuscito a sapere nient’altro circa le spedizioniste portoghesi,
alle quali Maria das Dores era certamente legata – «Mi taglio
le palle se non lo è!», diceva lui, raggiungendo il massimo
della radicalità possibile per un uomo –, decise di andare fino
a Montemor-o-Novo per impedire a sua moglie di imbarcarsi
in quella ridicola avventura.
Come si suol dire, fu l’ultima cosa che avrebbe dovuto
fare.
Quando arrivò a Montemor-o-Novo, senza avvisare nes-
suno, era già notte. Perciò, lui soltanto può essere incolpato
per aver trovato, dopo essere entrato in casa il più silenzio-
samente che poteva, per non svegliare Maria das Dores, e
usando le chiavi che portava sempre con sé, il suo compare
Antero sopra di lei, mentre entrambi grugnivano e sbuffavano
come due maiali. Ad ogni modo, Joaquim Manuel da Silva era
un tipo pacifico, per cui si limitò a chiedersi: «E adesso? Gli
spacco la testa o me ne torno in Angola?»
Se questa storia finisce nel sangue, la colpa non è mia.