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L’eredità

Caro Francisco, fratello nostro:


“Caro”?! E da quando?
Speriamo sinceramente che questa lettera la trovi in buona
salute e in compagnia dei suoi cari, specialmente della signora
Paciência, sua moglie, e dei vostri quattro figli, Artur, Filipe,
Albertina e Carlota. A proposito, non abbiamo più avuto noti-
zie circa i nostri tanto amati nipotini. Come stanno? Crescono
bene? E i loro studi? Voglia il Signore Iddio Nostro, nella sua
infinita misericordia, che crescano schietti e in salute, come
voialtri.
Guarda un po’ questi cinici! Questi ipocriti! Non ne han-
no mai voluto sapere della mia famiglia, in particolare dei miei
figli – «Allora, anche tu ti sei messo a fare dei mulatti?», mi
hanno chiesto in faccia, la prima e unica volta che ho portato
Paciência e i ragazzi in Portogallo, per conoscere la loro famiglia
portoghese… –, com’è che adesso, all’improvviso, hanno preso a
preoccuparsene? Quei figli di una buona donna…
Noi, qui, andiamo avanti, a volte meglio e a volte peggio.
La vendemmia quest’anno è andata così così. Buona non è
stata, ma non possiamo neanche dire che sia andata male.
L’inverno…
Ah, l’inverno! Quelli per fortuna non sanno cosa significa
vivere lontano da quel freddo della miseria! Ho abbandonato
quella terra maledetta già da un po’, ma mi ricordo ancora quel
che soffrivo a causa dell’inverno, cazzo! Notti e notti senza dor-
mire, solo a battere i denti. Non c’era focolare che mi scaldasse.
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Quest’anno è stato terribile. In televisione hanno detto che


sembra sia stato il più freddo inverno del secolo! Proprio qui,
nel paese accanto, è già morto un ragazzo per il freddo che
ha fatto. È vero che era un vagabondo, uno che non si sa da
dove fosse venuto e di cui non si sapeva nulla. Quel poveretto
non aveva nemmeno un tetto per ripararsi. Ma era un essere
umano, che diavolo!
Per questo, quando sono andato in India per il servizio mili-
tare, ho giurato a me stesso: «Nessuno mi ci tiene più in questo
freddo!»
Il governo, come sempre, è tutto un branco di incompe-
tenti! L’unica cosa che sanno fare è aumentare le tasse… Im-
magini soltanto, carissimo, che adesso vogliono mettere una
tassa sulla televisione. Insomma, i signori mettono la televisio-
ne perché gli è venuto in mente così e, adesso, ci obbligano a
pagare?! E inoltre, la televisione fa vedere solo roba di quelli
laggiù a Lisbona, un tantino di Porto e guarda un po’! Per
dover pagare tutto questo era meglio che non avessero porta-
to né la televisione, né la luce elettrica, né niente! Non crede
anche lei, amico?
Quel che penso è che voi, così, non andate lontano! Se sape-
ste davvero che cos’è il mondo! Grazie a Dio, ho avuto questa
fortuna. Quando ho finito la leva, in India, ho deciso di andare
a vivere in Brasile. Sono stato a Rio de Janeiro e a Recife, ma
ho finito per sistemarmi a Manaus, per provare a fare fortuna
nel mercato della gomma. Non sono diventato ricco, è vero, ma
ho vissuto davvero! Quella sì che era una goduria! Ogni notte
mi portavo a letto una donna diversa! E il teatro? Qualcuno di
voi… riesce a immaginare che cos’era, in quel periodo, il Teatro
Municipale di Manaus?, il lusso, lo sfarzo, il fulgore del Teatro
Municipale di Manaus?
Senta, già che ci siamo, potrebbe toglierci un dubbio, dato
che qui in casa nessuno sa la risposta? Da qualche giorno ab-
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biamo chiesto la stessa cosa a compare Mota, che è già stato


in Africa, ma anche lui non lo sa… Lì in Angola, ce l’avete la
televisione?
Che cosa?! Adesso… Insomma, questi qui solo perché il go-
verno gli ha portato là in casa una scatoletta fabbrica-deficienti,
adesso si sentono gente fine?
Se avessi più pazienza, glielo direi io quello che è la televi-
sione… Ma per fortuna non li ho mai sopportati. Questi stanno
sempre a scrivermi, mi invitano a tornare al paesino, soprattut-
to adesso che il vecchio è morto, ma non gli ho mai risposto.
Nessuno di loro ha abbastanza testa per capire quel che inevita-
bilmente gli direi… Può darsi che, solo perché hanno la televi-
sione, pensano di essere furbi, ma in realtà non sono altro che
asini, come del resto sono sempre stati!
I suoi nipotini stanno bene, grazie a Dio. Mário si è fatto
un uomo! Ci aiuta tutti i santi giorni nel lavoro dei campi e
di domenica gioca a calcio nella squadra della provincia. Il
ragazzo è portato, sa? Un giorno, magari se ne andrà al Benfi-
ca o allo Sporting… Ma, pensandoci bene, forse non sarebbe
una buona cosa, ché se dovesse succedere, resteremmo senza
aiuto nei campi… Ma comunque, sia fatta la volontà di Dio!
Maria de Fátima – si ricorda di lei? - si sposa a giugno, il gior-
no di sant’Antonio.
Maria de Fátima? Non è quella santarellina che diceva di
farsi suora, e per questo era andata in un convento? Com’è che
si sposa?! Quella sua aria non mi ha mai fregato davvero…
Il ragazzo è il figlio di Alberto e di Celeste. Ma lei, amico,
non lo conosce, perché quando si sono trasferiti nel nostro
paesino, lei si era già imbarcato per le Indie.
Ancora mi ricordo quando ho portato Paciência e i ragazzi
in Portogallo. Maria de Fátima, che qualche mese dopo sarebbe
andata in convento, non toglieva gli occhi di dosso a Artur, il
mio primogenito. Davvero lo seguiva per tutta casa con sospiri
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e sguardi languidi. Penso che non sia successo nulla tra di loro,
sebbene all’epoca entrambi avessero più di quindici anni, ma a
dire il vero non ci metterei la mano sul fuoco, soprattutto per
quanto riguarda Artur. Anche adesso, il ragazzo ha una fortuna
sfacciata con le donne! E poi un mulattino con quel bell’aspetto
come lui!… Fatimina aveva ragione a sbavargli dietro! E dun-
que la ragazzina si sposa, eh?
Sarebbe bello se lei, carissimo, potesse venire al suo ma-
trimonio. A tutti noi farebbe molto piacere! Se vuole, può
portare la signora Paciência
Non ditemi… Non ditemi che questi qui hanno sprecato tut-
to questo foglio solo per invitarmi ad andare a un matrimonio?!
Avrebbero potuto semplicemente mandare un invito, o meglio,
la partecipazione… Questi bastardi non si ricordano che, quan-
do andai lì per la prima volta dopo essermi trasferito dal Brasile
in Angola, per presentargli la mia famiglia, gli dissi che non era-
no altro che un branco di razzisti e che, perciò, non avrei mai più
messo piede in quella casa e in quel paesino? O vogliono che gli
spieghi perché sto tanto bene così, lontano da quel paese che, in
realtà, per me è sempre stato tanto distante, anche quando mi ci
trovavo? E come mi sento tranquillo e realizzato in questa terra
che mi ha accolto come se fossi una specie di naufrago annun-
ciato, dopo tutte le mie scorribande per i sette mari? O come mi
sento felice accanto a Paciência, nera e rispettata bessangana di
Luanda, e dei quattro figli straordinari che mi ha dato? No, non
capirebbero…
e i vostri figli. Maria de Fátima chiede che portiate perlo-
meno Artur.
…o questo ha a che fare con il discorso dell’ultima lettera
che mi hanno mandato e alla quale non ho ancora mai risposto?
Non ho risposto e nemmeno credo che lo farò, del resto…
Speriamo sinceramente che riesca a venire. Così, con lei
qui, potremmo finalmente risolvere il problema dell’eredità di
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nostro padre, che è morto già quasi da un anno. Nell’ultima


lettera che le abbiamo inviato ci riferivamo chiaramente alla
questione, dato che sappiamo che non si è arricchito in Ango-
la e, perciò, la sua parte dovrebbe servirle. Ma siccome non ha
risposto, abbiamo pensato che la lettera forse è andata disper-
sa. Dunque, qualora decidesse di venire, potremmo risolvere
tutti gli aspetti legali necessari affinché ci sia possibile, infine,
dividere ciò che il nostro caro padre ha accumulato in vita e
che, grazie a Dio, ci ha lasciato quando è morto. Ovunque sia,
al vecchiarello deve far piacere sapere che siamo stati in grado
di capirci, senza litigare, né creare incomprensioni tra di noi,
a causa di una questione tanto semplice, sebbene importante.
Ma, carissimo, deve aiutarci a risolvere la faccenda. La man-
canza di una sua risposta ci preoccupa molto e non sappiamo
che fare. Se non vuole ricevere la sua parte, lo dica, ma per
piacere, non ci lasci sulle spine.
Cavolo! Come glielo dico che non vado al matrimonio di
quella santarellina di Maria de Fátima?

Cari amici:
«Andate a farvi fottere!»