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io cugino nacque a Lourenço Marques e non pro-
nunciò mai le tre sillabe tanto difficili della parola
Maputo. Ma-pu-to. Le cinque di Lourenço Mar-
ques scorrevano liquide. Molto bianche.
Maputo era un nome da negri. Un negro, una zona selvag-
gia, un fiume potevano chiamarsi Maputo, Incomati, Limpopo,
Zambesi. Un villaggio di negri poteva chiamarsi Marracuene,
Inhaca, Infulene, Xipamanine. Una città di bianchi, no. Dove-
va essere Lourenço Marques, Beira, Vila Luísa, Mocímboa da
Praia.
Xai-Xai era da negri. Ponta do Ouro era da bianchi. Nessun
bianco andato via da Lourenço Marques si è mai abituato a
chiamarla… in nessun altro modo. Come ghiacciaia. Un bianco
ancora oggi pensa ghiacciaia, e si corregge, in millesimi di se-
condo, in frigorifero. Pensa gallina, si corregge in pollo. Pensa
Lourenço Marques e dice, con scherno, con rivincita, come se
mantenere un nome sia mantenere ciò che esso designa, Lou-
renço Marques. Molto lentamente, lo dice e assapora ogni silla-
ba. Lou-ren-ço-Mar-ques.
La vita, a Lourenço Marques, era serena, tiepida, sibilata,
fluida come il suo nome.
Quando mio cugino riuscì a uscire in sicurezza da Maputo
si guardò indietro, sulla strada dell’aeroporto, e disse, «Non tor-
nerò mai a Lourenço Marques». E così fu.

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