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L’Angola è ogni terra dove pianto il mio orto

È
stata proprio la guerra a portarmi qui, non l’ho scelto
io, non ho cercato nulla, stavo molto bene allora nel
mio villaggio, arrivò la guerra, la mia memoria si rifiuta
di ricordare quando, come, so solo che questo ricordo non mi
ha abbandonato mai più, si è incollato alla mia pelle, parla
nella mia bocca, guarda dai miei occhi, trema nelle mie gam-
be, esplode nelle mie orecchie quando sento uno scoppio an-
che solo casuale, come un tuono, lo scarico di qualche moto-
re, una porta scagliata dal vento verso la sua povera sorte,
improvvisamente. Semplicemente, ci spaventammo, vedem-
mo che gli uomini erano già entrati nel nostro villaggio, corre-
vano da tutte le parti, gridavano, sparavano contro tutto ciò
che si muoveva, persone, capretti, galline, tutto il villaggio
bruciava, consumato dalle fiamme, all’inizio pensai questi uo-
mini sono pazzi, stanno sparando a caso, qui non ci sono milita-
ri, che cosa sta succedendo nella loro testa?, poi capii, uccidere,
uccidere, solamente uccidere, noi tentavamo di fuggire, che
cos’altro potevamo fare?, fuggire e basta, ognuno dalla sua
parte, uomini, donne, vecchi, bambini, solo correre veramen-
te, uscire dal villaggio a tutti i costi, scappare dalla morte, non
voltarsi mai, non c’è tempo, poi si vedrà chi veramente è riu-
scito a scappare, gli uomini dietro di noi non sembravano uo-
mini, o forse gli uomini sono proprio così, lo sono sempre
stati, sempre lo saranno, e noi che ci ostinavamo a credere il
contrario, cercammo di inventare qualcosa di diverso, ma non
ci riuscivamo, gli uomini correvano dietro di noi sparando
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rabbiosamente, i loro occhi sfigurati, parlavano una lingua


strana, la lingua della guerra, anche se necessaria, a volte, al-
meno secondo alcuni, deve essere decretata incomprensibile
per l’eternità, il giorno in cui la capiamo è perché la accettia-
mo, gli uomini che ci inseguivano forse stavano sbavando
come iene, non riuscii a vedere bene, loro volevano proprio
ucciderci, ma perché poi?, tutt’ora non lo so , né vale più la
pena chiederselo, ho visto molte persone cadere accanto a me,
ma tutt’ora non mi chiedo perché sono morti, non mi farò mai
questa domanda, lo giuro, non vale la pena farsi domande la
cui risposta semplicemente non esiste, in effetti, quando si
muore per nulla, qual è la risposta da dare a quella domanda?,
beh, se non c’è nessuna risposta da dare, allora perché chie-
derselo?, certo è che il giorno in cui arrivò la guerra nel quim-
bo dove vivevo, io pensai solo a fuggire, come tutte le altre
persone, tra l’altro, ma ognuno fuggiva seguendo il proprio
istinto di sopravvivenza, gli uomini dietro di noi, sempre più
vicini, l’alito della morte si avvicinava pericolosamente alla
nostra nuca, le persone che conoscevamo da quando erano
nate cadevano accanto a noi, raggiunte dagli spari, il giorno
era sempre più scuro, attraverso le intense fiamme della guer-
ra, il tempo si stava quasi fermando, sospeso ad un filo, la fine
del mondo stava arrivando, ma anche così noi non smetteva-
mo di fuggire, continuammo a correre, ognuno dalla sua par-
te, tentando disperatamente di trovare un rifugio, dietro gli
alberi, sotto le rovine delle case, nella foresta, nel fiume, que-
gli uomini sempre dietro di noi, a tentare di ucciderci, ma che
male gli abbiamo fatto?, nessuno, allora perché ci vogliono
uccidere?, questa l’unica domanda che in quel momento assa-
liva la nostra testa, appena formulata, chiara nella mente, la
nostra stessa testa tornava a farla, automaticamente, sembrava
che qualcuno le avesse dato corda, ma questa domanda era
come quell’altra, anche questa non aveva risposta, o meglio,
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la risposta era così spaventosa che non valeva la pena ascoltar-


la, io stavo fuggendo verso il fiume, mentre ripetevo questa
domanda inutile nella mia testa, quando arrivarono altri uo-
mini, iniziarono ad avanzare contro i primi, questi dovettero
arretrare, smisero di puntarci, noi neppure guardammo, con-
tinuammo a fuggire fino a dove potemmo, i secondi uomini e
i primi uomini iniziarono allora a combattere, io mi tornai a
chiedere, a quel tempo, almeno, mi piaceva molto fare do-
mande, perché questi uomini stanno lottando?, il villaggio è già
tutto distrutto, in realtà non esiste più, è finito, la maggior
parte delle persone è morta, altre, poche, sono fuggite, hanno
avuto più fortuna, se si può chiamare fortuna questo destino
che il Creatore mi ha riservato, aiué, Nzambi, guarda solo la
mia disgrazia, il mio quimbo non esiste più, la guerra l’ha spaz-
zato totalmente dalla mappa, mia moglie, i miei figli, dove
sono?, sembra che siano stati uccisi, adesso io sono qui in mezzo
alla foresta a fuggire a caso, ho lasciato gli uomini là dietro a
sterminarsi l’un l’altro, non voglio guardare, non voglio più tor-
nare indietro, questi pensieri ebbi in quel momento, quando
tentavo di scappare dalla guerra, malgrado tutto, sì, ho avuto
fortuna, molta fortuna dunque, non sono riusciti a uccidermi,
sono fuggito, mi sono tuffato nel fiume, ho nuotato fino ad
una foresta, dove ho camminato tre giorni da solo, mangiavo
solo frutta, finché ho incontrato una pattuglia, prima mi han-
no portato alla caserma, poi qui in questo campo dove sono
ancora, a Luanda, beh, non è proprio Luanda, ma è vicino, e
se voglio posso andare a Luanda, non ci vado solo perché di-
cono che là c’è molta confusione, qui sto bene, non me ne
vado più da qui, ieri mi sono venuti a chiedere se volevo tor-
nare al mio villaggio, che cosa dovevo rispondergli?, questa è
un’altra domanda senza risposta, quando sono arrivato qui ho
trovato poca gente, ma tutti erano fuggiti dalla guerra come
me, confesso la mia verità, io non sapevo proprio che l’Ango-
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la fosse così grande, aka!, persone di tutte le parti, luoghi nuo-


vi, nomi nuovi, facce nuove, ma in realtà sembrava che li co-
noscessi già da molto tempo, facemmo amicizia rapidamente,
iniziarono a parlare di quimbos che io non conoscevo, alcuni
avevano altri nomi, non erano più quimbos, ma cittadine, cit-
tà, province, io non sapevo nulla di tutto ciò, ma mi spiegaro-
no, adesso lo so, alla fine la guerra era dappertutto, villaggi,
cittadine, città, province, nessun angolo scappava, queste per-
sone sono venute da tutte le parti, all’inizio, quando arrivai,
erano poche, ma con il tempo sono andate aumentando, attra-
verso la guerra che stava crescendo, raggiungendo posti che
nessuno pensava, le persone, quando arrivavano al campo,
avevano sempre molte storie da raccontare, molte disgrazie,
molta sofferenza, avevano bisogno di sfogarsi, io capivo, ma
mi sono sempre rifiutato di raccontare la mia storia. Quando
sono arrivato qui ho preso una decisione, non rimarrò attacca-
to al passato come un uccello nel vischio, devo aprire bene gli
occhi per vedere oltre, nel futuro, la maggior parte delle persone
non lo sa ma il futuro dipende dal modo come guardiamo il
passato, potete chiedere: e il presente?, la mia risposta è una
sola, il presente non vale nulla, il presente è un fuoco fatuo, il
presente è un ponte, il presente è un cammino che attraversia-
mo per arrivare al fiume, può essere un cammino pieno di
ostacoli, di spiriti, di streghe persi nella notte, ma non è altro
che un cammino, dobbiamo attraversarlo, se è pericoloso lo
dobbiamo attraversare ancora più in fretta, quelli che si attar-
dano molto nel tempo presente, forse tentando di decifrarne i
dettagli, apprezzando i particolari del paesaggio, indagando i
motivi presumibilmente finali delle decisioni degli uomini, di-
menticandosi che esse sono sempre provvisorie, continuano,
in realtà, attaccati al passato, hanno paura che esso ritorni, per
cui non avanzano, non arrivano mai a raggiungere il futuro, io
quando sono arrivato in questo campo ho detto il mio futuro
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è qui, se qualcuno mi avesse sentito avrebbe detto quest’uo-


mo è pazzo, da quando in qua un profugo ha un futuro?, sem-
bra non aver capito bene dove l’hanno messo, questo campo
non ha nulla, tende?, solo mezza dozzina, le persone sono ob-
bligate a dormire su delle stuoie, nell’umidità della notte,
ospedale? nulla, scuola? nulla, persino latrine, nulla, cacano
direttamente all’aria aperta, il governo li ha messi qui e li ha
abbandonati. Non sono morti in guerra ma moriranno in que-
sto posto, i più intelligenti sono già andati a Luanda, divente-
ranno altri roboteiros, kínguilas, zungueiras, puttane e ladri,
forse si salveranno in mezzo a quella confusione, ma la mag-
gior parte si esaurirà e marcirà qui, io ho detto: no, il mio fu-
turo è proprio qui, in questo campo non c’era nulla quando
ho detto così, è vero, nessuno sapeva quando sarebbe finita la
guerra, anche questo è vero, ma io ho visto oltre, ho guardato
direttamente negli occhi del futuro, ho scelto un terreno e ho
piantato della manioca e un po’ di patata dolce, ero stanco del
fuba giallo del PAM, poi sono andato in una fattoria qui vicino
e ho chiesto dei semi di pomodoro, insalata e cipolla, li ho
seminati accanto alla manioca e alla patata dolce, gli altri sfol-
lati di guerra come me ridevano a squarciagola, mi dicevano
sei matto, io ho atteso, quando la terra ha moltiplicato il po-
modoro, l’insalata e la cipolla che avevo seminato, come il mi-
racolo di Gesù Cristo quando moltiplicò i pesci, ho iniziato a
vendere per strada, con i primi soldi che ho guadagnato ci ho
comprato del legno, con i secondi ci ho comprato un po’ di
lamiera, con i terzi ci ho comprato dei chiodi, lucchetti e altri
materiali, mi sono costruito una casa, con latrina e tutto, gli
altri sono rimasti di stucco, hanno smesso di ridere, hanno
iniziato a pensare, ridere e pensare non sono incompatibili,
chiaro, ma solo quando il riso ha un motivo concreto e fonda-
to, il riso gratuito è un riso alienato, come si diceva una volta,
ridere è una cosa seria, allora, ragazzi, per questo io ho riso
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soddisfatto del mondo quando mi sono svegliato un giorno e


ho visto le persone ripulire il terreno intorno al campo per
iniziare anche loro a seminare, in pochi mesi il campo si è
trasformato, inizialmente hanno costruito solo tre case, un al-
tro giorno erano sette, poi quindici, poi la guerra, improvvisa-
mente, finì, la gente festeggiò, un giorno apparve un funziona-
rio del governo, accompagnato da due biancastre di una tale
ONG, così come da un gruppo di giornalisti stranieri, per do-
cumentare la situazione degli sfollati dalla guerra, per chiede-
re un’altra donazione alle Nazioni Unite, ho visto le due bian-
castre un po’ irritate, forse la donazione sarebbe stata ridotta,
la guerra è finita, molto prima noi avevamo già iniziato a fare
da soli, forse loro dovevano tornare al loro paese, lasciandosi
indietro Miami Beach, Mussulo, qualche mangolê che segreta-
mente le consolava, per fargli dimenticare le mosche, chissà, il
funzionario del governo approfittò per iniziare a parlare a ca-
saccio, quello che potete vedere qui è un esempio della nuova
strategia delle autorità, dare una canna da pesca invece che il
pesce, come dicono i cinesi, il popolo angolano, oltre che ge-
neroso, è un popolo fortemente imprenditoriale, l’esperienza
di questo campo sarà moltiplicata in breve in tutto il paese, il
nostro obiettivo strategico è diminuire la dipendenza in rela-
zione alle donazioni, ma evidentemente avremo ancora biso-
gno di qualche appoggio, ci sono molte cose che devono esse-
re fatte, è per noi un po’ frustrante sapere che la comunità
internazionale si sta sottraendo alle sue responsabilità, in fon-
do gli angolani non hanno fatto la guerra da soli, voi stessi li
avete istigati, questo inciso è mio, il funzionario del governo
continuò, l’Angola è un paese di incredibili risorse, è vero, ma
ancora non sono completamente sfruttate, fate come volete:
qual è il paese che dopo una guerra come quella che ha imper-
versato per il nostro ha la capacità di ricostruirsi da solo, sen-
za aiuto internazionale, neanche la Germania, ah, volete un
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esempio contemporaneo, bene, l’Afghanistan, va bene?, il


funzionario del governo stava già andando molto lontano, il
tempo stava passando, prima che se ne andassero senza ascol-
tarci ancora una volta, abbiamo detto oggi non vogliamo fil-
mati, vogliamo solo parlare liberamente, perché a tutti voi vi
piace venire qui a rubare le nostre immagini, portarle al mon-
do, mentre il mondo non ha mai sentito la nostra voce diretta-
mente, le immagini che voi ci rubate rubano anche la nostra
dignità, la nostra anima, se non volete aiutare è meglio che ci
dimentichiate completamente, per aiutarci dovete ascoltarci,
come fate a sapere che cosa pensa la gente, di che cosa la gen-
te ha bisogno, cosa vuole, se volete solo trovare le immagini
che i vostri capi vi hanno ordinato di trovare, pensate solo al
valore dei progetti, sentite solo i vostri stessi discorsi, io parlo
per tutti senza eccezione: il funzionario del governo, le attivi-
ste dell’ONG, i giornalisti stranieri, ma tutt’ora non so se han-
no capito, il problema è che tutti si rifiutano di vedere quello
che noi gli vogliamo mostrare, chiudono le orecchie a quello
che diciamo, eppure le nostre parole sono semplici, così come
i nostri desideri, vogliamo solo vivere, dimenticare la guerra,
costruire qualcosa, educare i nostri figli qui proprio in questo
campo abbiamo bisogno di aiuto per costruire le nostre case,
con giardino, con latrina, vogliamo lavorare tutta questa terra
intorno, vendere i nostri prodotti, vogliamo una scuola, un
ospedale, vogliamo la televisione per assistere a quello che sta
succedendo là a Luanda, nel mondo anche, dicono che oltre
Luanda il mondo è molto grande, loro hanno preso nota di
tutto, il funzionario del governo muoveva la testa dicendo di
sì, le due biancastre hanno chiesto di essere filmate con noi, lo
abbiamo permesso, se ne sono andati, abbiamo continuato la
nostra vita nel campo, ogni giorno un orto in più, due o tre
case in più, con il tempo si è formato un mercato vicino al
campo, da Luanda venivano riso, zucchero, sale, latticini e
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altri prodotti, verso Luanda procedevano pomodori, insalata,


cipolla, frutta, manioca, patata dolce, anche capretti e tordi
formchieri, apparvero i primi tassisti, i giovani, soprattutto,
iniziarono ad andare a Luanda, anch’io ci sono andato una
volta, non dico se mi è piaciuto o meno, ma rimanere non
sono rimasto, ho la certezza che il mio futuro è in questo cam-
po, così lontano dal mio villaggio, che mi ricevette come se
mia madre fosse nata in questa terra, la mia memoria ha già
perfino dimenticato il giorno in cui la guerra arrivò al mio
villaggio, la mia vita è cambiata completamente da quando
sono arrivato qui, ho conosciuto anche una donna che anche
lei è fuggita dalla guerra, è venuta da un villaggio che io non
conosco, come non conosco la sua lingua, parliamo in porto-
ghese, la lingua del colono che abbiamo liberato, ci siamo pia-
ciuti parecchio, ci siamo messi insieme, già abbiamo due bam-
bini, la scuola tarda, l’ospedale anche, ma io so che arriveran-
no, se non arrivano li facciamo noi, il presente non vale nulla,
già l’ho detto: quello che conta è il futuro, ma il futuro è mol-
to più di una promessa, un’illusione, una menzogna, il futuro
è futuro solo se lo facciamo noi, non è dal cielo che cade il
futuro, inizialmente il futuro nasce nella nostra testa, poi vie-
ne costruito dalle nostre stesse mani, non vale la pena andare
a cercare il futuro molto lontano, il futuro è dappertutto, ma
il futuro non ci viene a cercare, dobbiamo cercarlo bene noi,
e poi costruirlo senza arrenderci mai, il futuro non sta nean-
che nel passato, questo sembra semplice, ma molta gente si
dimentica, vivono di escrezioni della memoria, hanno lottato,
hanno sofferto, sono stati oggetto di ingiustizie, sono rimasti
fermi al presente, non hanno affrontato il tempo, fuggire sen-
za guardare indietro, per non perdere tempo, adesso guarde-
rò solo avanti, quando sono arrivato in questo campo di sfol-
lati, in quel tempo ancora non c’era quasi nessuno, tutto in-
torno sembrava deserto, abbandonato, dissi il mio futuro è
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qui, per questo ieri, quando è arrivato un altro funzionario del


governo e ha detto la guerra è finita già da tre anni, stiamo
creando le condizioni per il ritorno di tutti gli sfollati ai loro
luoghi d’origine, quelli che vorranno tornare devono iscriver-
si, se non volete tornare ai posti da dove siete venuti, potete
indicare qualsiasi altro luogo dove volete essere trasferiti, que-
sto campo finirà, io ho guardato la mia donna, i miei figli, ho
pensato alla mia manioca, alla patata dolce, al pomodoro,
all’insalata, alla cipolla che ho piantato, ai capretti e alle galli-
ne allevati dalla mia donna, al mercato vicino alla strada, ai
tassisti, alle fattorie che hanno incominciato ad esserci, ai ca-
mionisti che sono passati per qui negli ultimi giorni, alla vita
che, quasi da sé, sta nascendo in questo posto, ho guardato
un’altra volta il funzionario del governo, gli ho parlato lenta-
mente, non so se lui ha capito, io rimango proprio qui, perlo-
meno adesso, domani posso andare in un altro posto dove il
futuro mi porterà, l’Angola è ogni terra dove pianto il mio
orto.