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la storia di Archita

È
riconosciuta, nei Greci, la grandezza di coloro-
che ricevono gli altri nella propria casa. Viene
detto nell’Odissea:
“Un ospite e un supplicante valgono come un fratel-
lo per qualsiasi persona, non importa quanto sia limita-
ta la loro conoscenza.”
Se vogliamo riassumere la vita di Archita, potrem-
mo dire: fu colui che ricevette, o in maniera definitiva:
è l’Ospitale. Un altro modo: fu grande, ricevette tutti!
Ricevette poveri e analfabeti; e ricevette Platone;
delle voci parlano anche di una visita di Buddha, ma è
impossibile confermarlo; i mormorii e il vento: passa-
no. E i tempi si confondono molto.
Dalla povertà apprese quello che la povertà può in-
segnare; dalla semplicità e dall’innocenza apprese ciò
che è semplice e innocente; da Platone apprese, è chia-
ro, la filosofia: saper relazionarsi con la morte, saper
relazionarsi con i vivi.

Platone bussò alla porta, chiese di entrare. Portava un


libro, nascosto. Lo consegnò ad Archita, l’ospitale.

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Gonçalo M. Tavares

Questi ricevette entrambi: il libro, con la forma di quel


tempo, e il saggio.
Il libro era il Margite, la commedia scritta da
Omero.
È l’unica copia – disse Platone – te la consegno.
Conservala come conservi tua figlia: con la vita!
Non spiegò la ragione di tanta segretezza; non spie-
gò la ragione di non poter divulgare il libro più ricerca-
to, il terzo capolavoro di Omero. Disse soltanto:
«Non sono capace di distruggere il bello, ma non lo
posso diffondere. Il bello corrompe il giusto».
«Che non muoia», disse ancora, «ma che non si
moltiplichi. Che non si moltiplichi, ma che non muo-
ia!»
Archita era esemplare nell’ospitalità: non fece do-
mande.
Conservò il libro nella sua cassaforte, disse a Plato-
ne di riposare; gli offrì un letto.
«Difenderò il libro come difendo mia figlia: lo darò
soltanto a un uomo. Prima cercavo un grande uomo,
adesso ne cercherò due. Sceglierò un marito per una
donna e un saggio per il libro».
Platone dopo un po’ di silenzio mormorò:
«Se sceglierai un saggio come marito di tua figlia,
consegnagli il libro. Un uomo protegge meglio due te-
sori che uno solo. Con più responsabilità diventa più
forte».
Archita concordò (senza parole) e si coricarono
presto quella sera.

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Storie false

La mattina dopo Platone partì e durante il pomerig-


gio si sentirono i cavalli dei barbari.
«Vengono in cerca di tesori!», gridava il popolo,
terrorizzato.
Archita era ingenuo. Confondeva il suo oro con
quello degli altri. Immediatamente, di fronte al perico-
lo, pensò di proteggere due cose: sua figlia e il libro.
Era vecchio, incapace di fuggire. Consegnò la figlia a
Ciro. Lo aveva pensato già da tempo. Egli la meritava.
«Proteggila», gli disse soltanto, e si congedò.
Lo vollero portare con loro. Rifiutò.
«Vengono degli uomini. Non fuggo, li ricevo».
Ancora una volta, dunque, vide partire gli altri. Un
altro nome, inoltre, poteva attribuirsi ad Archita, il
vecchio: “Colui che vede partire”.
Adesso era la figlia che si allontanava. Per lei aveva
trovato un marito. Corse alla cassaforte, la aprì, prese il
libro. Mancava un saggio.

Chiese a un barcaiolo e a suo figlio che lo accompa-


gnassero.
«Portami in mezzo al fiume», disse al barcaiolo.
Ivi giunti, si fermarono. Archita prese la cassaforte
con il capolavoro di Omero e disse, come a parlare agli
dèi o al tempo (e non agli uomini):
«Che non si moltiplichi, ma che non muoia».
E lanciò la cassaforte con il libro in fondo al fiume.
In seguito, stranamente, fece un segno sulla barca.
Si girò verso il barcaiolo e commentò, fiducioso:

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Gonçalo M. Tavares

«Cosicché potrete ritrovare questo posto».


Il barcaiolo sorrise. È pazzo – pensò – ha perso il
senno.
Archita sentì la derisione e pensò del barcaiolo quel-
lo che l’apostolo pensò di certi umani:
“Sempre a imparare ma incapaci di arrivare alla ve-
rità”.
La verità non è logica, tutti quelli che la sentono lo
sanno.

Ritornarono.
Sulla riva preparavano già la fuga.
Di nuovo, in quei momenti, tentarono di convin-
cerlo: rifiutò.
«Vengono degli uomini», ripeté. «Non fuggo. Li
ricevo».
Si preparava di nuovo per prendere commiato da
chi partiva. Sentì una piccola mano che lo tirava: era il
figlio del barcaiolo.
«Credo in te», disse il ragazzo, «so che tornerai a
trovare la cassaforte».
Archita si commosse. Credere è la più grande delle
intelligenze. Aveva trovato il saggio: era un bambino.
Il resto della storia è rapido: partirono tutti, Archita
rimase.
Arrivarono i barbari; la città deserta; venivano
guerrieri e rabbiosi; avvistarono una porta aperta: era
la casa di Archita, l’ospitale; entrarono. A tavola quasi
un banchetto: vino, pane, dolci, frutta, un po’ di carne.

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Storie false

Il camino acceso.
I barbari mangiarono e si riposarono dal freddo.
Partirono subito dopo. Per altre città. Verso lontano.
Nascosto in una falsa cantina, Archita osservava
tutto. Erano arrivati degli uomini, lui non era fuggito.
Li aveva ricevuti.
La città vuota; prese uno dei suoi libri, lo portò nella
barca dove aveva fatto il segno e remò, lui stesso, fino al
mezzo del fiume. Aveva portato la sua scienza – i numeri
– visto che anche se era vecchio caricava ancora un’ere-
dità: era adoratore di Pitagora. Come quel saggio, Ar-
chita utilizzava i numeri per scoprire il Divino o almeno
alcune delle sue azioni. Aveva portato, così, il libro della
sua scienza, e qualcosa di ancor più valoroso: la fede.
Fece lunghi calcoli. Guardò il segno che aveva fat-
to sulla barca e guardò il fiume; remò ancora un po’, si
fermò. Fece altri calcoli. Guardò il segno ed esclamò:
è qui!
E c’era.

La fine della storia: tornati in città, alcuni uomini che


conoscevano l’episodio (come parlano i barcaioli!), gli
chiesero:
«Hai recuperato la tua cassaforte? Il segno sulla
barca è stato utile?»
Archita mentì:
«Mi sono sbagliato», rispose.
La folla ne fu dunque contenta come è sempre quan-
do la sua opinione, che è anche allo stesso tempo la sua

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Gonçalo M. Tavares

stupidità, si mostra più forte dell’idea di un uomo isola-


to; e dimenticò presto quella faccenda. Per la città, la va-
lorosa cassaforte che Archita proteggeva, dal contenuto
sconosciuto, era scomparsa per sempre nelle acque.

Quanto raccontiamo a seguire accadde tre giorni


dopo.
Archita si fermò sul settimo gradino e, rivolto al fi-
glio del barcaiolo, disse:
«Voglio regalarti un tesoro».
Il ragazzo esclamò, immediatamente, ad alta voce,
con tanto entusiasmo quanta imprudenza:
«La cassaforte!»
Archita chiese silenzio e gli passò la cassaforte nelle
mani.
«Lì dentro c’è un libro importante. Custodiscilo
accanto alla tua vita come se fossero due cose uguali.
Consegnalo poi a un unico uomo. Ma soltanto quan-
do sarai prossimo alla morte. Quando saprai cosa è un
saggio».
Il ragazzo ascoltò tutto quanto con grande attenzio-
ne. Aveva quell’età strana in cui i segreti e le promesse
sono d’oro; intoccabili.

Il tempo passò, nel frattempo. Dimenticati dai vivi –


Archita e il figlio del barcaiolo – al ritmo che la natura
della morte e delle successive generazioni esige, si per-
de, definitivamente, traccia del Margite, il terzo capo-
lavoro di Omero.

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Storie false

Oggi, localizzare il poema è ormai improbabile,


quasi impossibile. Tuttavia, due certezze: la prima è che
un unico uomo possiede la cassaforte.
La seconda è una certezza che nasce da chi si è infor-
mato abbastanza: tra i discendenti e gli amici del figlio
del barcaiolo nessuno ha imparato a leggere.
Dunque, con ogni probabilità, è in seno di una fa-
miglia di contadini, persone semplici e analfabete, che
si potrà trovare il libro più ricercato della storia.
Se non è ancora stato trovato è perché chi cerca ro-
vista in biblioteche, in luoghi nobili e colti.

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