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Carlo Donà

UNIVERSALISMO E FILOLOGIA. AUERBACH E LE REAZIONI A MIMESIS

This book ia a feast. To consider great writers at


length and leisure with an intelligent critic of
deep an thorough learning is an experience that
has not so far appearead on any list of the ‘major
satisfactions of life’ but surely belongs there.1

1. Mimesis viene pubblicato nel 1946, presso le edizioni di Francke di Berna; è un


grosso libro di 503 pagine, e porta, secondo la tradizione tedesca, un titolo molto
articolato, Mimesis: dargestellte Wirklichkeit in der abendländischen Literatur, che vale, a
un dipresso, ‘Mimesis: la realtà rappresentata nella letteratura occidentale’. Segue un
secondo sottotitolo, tutto sommato infelice e destinato a scomparire: Eine Geschichte
des abenländischen Realismus als Ausdruck der Wandlungen in der Slebstanschauung des
Menschen: cioè, più o meno, ‘Una storia del realismo occidentale come espressione
della trasformazione dell’esperienza che l’uomo ha di sé’. L’insieme è un po’ pesan-
te, e con la ripetizione dell’aggettivo abendländisch, ‘occidentale’ evocava necessaria-
mente, nel lettore germanofono, il ricordo del più importante caso letterario degli
anni immediatamente susseguenti alla prima guerra mondiale, Der Untergang des
Abendlandes, la possente e farraginosa Morphologie der Weltgeschichte di Oswald Spengler
(1918-22), che per gli intellettuali tedeschi della generazione di Auerbach, come
testimonia per esempio Thomas Mann, costituì, nel bene e nel male, una pietra mi-
liare. Non si tratta di un caso fortuito: l’influenza di Spengler si avverte infatti sin dal
primo capitolo, così evidentemente costruito sulla contrapposizione fra la tradizione
‘plastica’ di Omero e quella aniconica della Bibbia, serpeggia per tutto il libro, e si
manifesta infine in modo del tutto palese nell’epilogo, pervaso di autunnale malin-
conia, e dalla spengleriana conscienza che l’Occidente ha concluso il proprio ciclo vi-
tale. Spengler, d’altronde, si ritrova come diretto ispiratore anche in uno degli ultimi
lavori di Auerbach, quella Philologie der Weltliteratur che si può considerare, insieme,
il coronamento di Mimesis, e il testamento spirituale del suo autore.
Proprio in questo lavoro del ’52 troviamo alcune frasi che sembrano, e proba-
bilmente sono, quasi una chiosa al sottotitolo di Mimesis, e permettono, credo, di
comprendere qualcuna delle sue nascoste implicazioni. «Lo studio della realtà del
mondo (Weltwirklichkeit), – afferma Auerbach –, praticato con metodi scientifici,
riempie e domina la nostra vita; se vogliamo, esso è il nostro mito, perché non ne
possediamo un altro che abbia validità generale».2 Questa realtà che noi viviamo

1
A. Isemberg, Mimesis, in «The Journal of Aesthetic and Art Criticism», XII, 1954, pp. 526-527.
2
Cito da E. Auerbach, Philologie der Weltliteatur / Filologia della letteratura mondiale, Castel Maggiore,
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come Mythos, si esprime principalmente nella storia, «l’unico oggetto di studio in


cui gli uomini si presentano davanti a noi nella loro interezza»,3 e compito della
filologia, in quanto disciplina storicamente determinata, è comprendere che la sto-
ria è, nella sua intima sostanza, «die Geschichte der zum Selbstausdruck gelangten
Menschheit», ‘La storia dell’umanità giunta a un’espressione propria’.
Alla luce di queste affermazioni, di certo ispirate dall’amatissimo Vico, che
Auerbach tradusse nel 1924, appare chiaro che Mimesis, negli intenti del suo au-
tore, doveva sicuramente porsi come un’opera che, pur appartenendo all’ambito
della filologia, travalicava programmaticamente l’ambito usuale della disciplina, e,
per così dire, rivelava chiaramente questa trasgressione sin dall’etichetta. Il primo
sottotitolo, infatti, spiega che nel libro ci si occupa della rappresentazione – seria
– della realtà; il secondo, pur sfiorando una nota stonata – giacché propiamente
non si tratta di una ‘storia del realismo’, precisa che il libro, vichianamente, si occu-
pa di una ‘realtà’ che è tutta umana – la Selbstanschauung der Menschen – e ne studia
la trascrizione letteraria, che è, ovviamente, storicamente determinata. Nei grandi
monumenti della filologia tedesca a cui in qualche modo Auerbach si ispirava, per
esempio il grande saggio di Eduard Norden Die Antike Kunstprosa (Leipzig 1898),
o il magistrale lavoro di Ervin Rhode sul romanzo greco, l’accento cadeva sempre
sulla letteratura, e l’argomentazione si inscriveva tutta nello spessore dei testi; in
Mimesis, invece, il fuoco dell’indagine è centrato sulla realtà vista attraverso la let-
teratura, sull’uomo rispecchiato nei suoi libri. Non è, ovviamente, la stessa cosa:
e proprio su questo discrimine corre, a quanto credo, la più fondamentale diffe-
renza fra Mimesis e la sua necessaria pietra di paragone, l’immensa summa di Ernst
Robert Curtius, Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter, che uscirà, sempre
da Francke, nel 1948, e sarà spessissimo accostata, per esempio nelle recensioni, a
Mimesis. Quella di Curtius è, e vuole essere, sin dal titolo, una ricerca orgogliosa-
mente rinchiusa nell’ambito filologico-letterario; quella di Auerbach no: è un’in-
dagine aperta alla storia e alla vita.

2. Il titolo, e soprattutto il lungo sottotitolo, di Mimesis sono dunque etichette


relativamente precise; ma nascondono, forse volutamente, una cosa fondamentale.
Il fatto che il volume in sé, nonostante lo sfoggio di contrassegni verbali tipici della
produzione universitaria (il termine greco, e le sue due successive postille, che fan-
no riferimento ad ambiti di studio solidi e tradizionali – Literatur, Geschichte –, e con-
tengono parole difficili proprie della lingua professorale, come Selbstanschauung),
ha a ben vedere poco a che fare con la tradizione erudita della Philologie teutonica.
Il volume è infatti contraddistinto da un tono concreto, solidamente empirico, e
volutamente modesto; e, benché sia scritto splendidamente, è assolutamente privo
di ogni lenocinio professorale; al punto che, sorprendentemente, rinuncia pratica-
mente a tutti i consueti contrassegni formali della scrittura ‘scientifica’, presentan-

Book Editore, 2006, p. 37.


3
Ibidem, p. 39.
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dosi completamente spoglio di bibliografie, note, appendici e via dicendo.


Il confronto con Curtius è, su questo versante, particolarmente illuminante.
Catafratto in una ferrea armatura erudita, il capolavoro del filologo renano è
l’opera di un Herr Professor assoluto padrone del campo, che non dimentica mai il
suo ruolo e il suo valore, conosce tutti i libri e ha letto tutta la bibliografia, e ama
sin troppo farlo pesare al lettore, che ad ogni pagina è costretto ad ammirare,
stupefatto e un po’ terrorizzato, lo sconfinato sapere dell’autore, ma insieme a
meditare tristemente, per contrasto, sulla sua personale ignoranza. Auerbach, al
contrario, cerca in primo luogo di essere affabile e piano: e il fatto stesso che il
cerchio dell’argomentazione si concluda tutto nello spazio del testo, senza aprire
nelle note una schiera di finestre sull’infinito, lo dimostra. Ufficialmente, ciò acca-
de perché Mimesis è stato composto in Turchia, dove Auerbach è dovuto fuggire in
conseguenza delle leggi razziali, e dove non si trovano libri – a parte la Patrologia
di Migne, messa a disposizione del professore tedesco dalla generosità del nunzio
pontificio, tale cardinal Roncalli. Ma, in realtà, la quasi totale assenza di note è solo
il segno visibile e immediato di un’attitudine umana amichevole e malinconica,
conversevole e priva di qualsivoglia spocchia erudita. Il discorso è infatti senza note
– il che significa, senza alcun involucro pedantesco – perché si presenta nella sua
essenziale nudita; è un discorso analogo al parlato, che conosce la digressione ma
evita il salto alla metalingua degli studiosi. Proprio in quanto affine alla lingua
della comunicazione, il linguaggio di Auerbach è ovunque limpido, piano, parco;
e i testi di cui si parla vengono, non evocati a scorno del lettore, ma ampiamente
citati, per metterlo comunque su un piano di teorica parità con l’io narrante, e per
consentirgli un controllo di prima mano.
Ho tentato l’esperimento delle sortes vergilianae, aprendo a caso i due volumi; e
sono capitato, rispettivamente, a pagina 178 di Mimesis, e a pagina 197 di Letteratura
europea e medioevo latino. Nel testo di Curtius si citano, con quell’indifferente trascu-
ratezza che genera la più assoluta familiarità, ma anche con una certa qual eviden-
te affettazione: l’arcivescovo Teodoro II († 735), i Versus de Verona (ca. 810), Isidoro,
Alcuino, De sanctis Euboricensis ecclesiae; la Vita di S. Germano di Eirico; il Waltharius;
Abbone di Saint Germain, Letaldo Di Micy (X sec. ex.), il Poema de Fernan Gonzalez,
il Karolus Magnus et Leo papa, l’irlandese Dungal, il De Virginitate di Adelmo e il De
Sobrietate di Milone di St. Amand, senza contare le molte note, in cui è confinata
l’erudizione moderna, ma compaiono anche altri autori minori, come Modoino.
Solo chi sia già, di suo, uno specialista dell’ambito mediolatino, conosce qualcosa
di questi testi; un lettore normalmente colto potrà forse avere qualche nebuloso ri-
cordo scolastico di Alcuino o di Isidoro, ma sostanzialmente vaga sperduto in una
oscura nebbia nomi sonori quanto vuoti. Nella pagina di Auerbach, invece, anche
il pubblico più sprovveduto può orientarsi e sentirsi a casa. Vi si parla di Dante, un
autore tutti conoscono, almeno un poco, e dei suoi debiti nei confronti di Virgilio,
e si analizza – magistralmente – la struttura sintattica dell’episodio di Cavalcante,
utilizzando degli strumenti grammaticali che sono in possesso di qualsiasi scolaret-
to delle medie. Da un lato, insomma, abbiamo una lezione ex cathedra, altamente
professionale, destinata programmaticamente agli addetti ai lavori (procul, o procul
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este, profani!), e comunque connotata da una forte differenza di livello fra chi scrive
e chi legge; dall’altro un seminario amichevole, in cui ognuno può, non solo segui-
re l’argomentazione, ma anche prendervi parte direttamente.
Oltre a questo tono, insolitamente accattivante per un’opera di erudizione, Mi-
mesis ha, dalla sua, molti altri elementi che catturano l’attenzione del lettore. Alla
rinfusa, varrà la pena di menzionale almeno l’eccezionale profondità del campo di
indagine, che include tre millenni di letteratura europea; il fatto di trattare sempre
le più grandi voci della tradizione occidentale, dalla Bibbia a Chrétien de Troyes,
da Rabelais a Balzac, per cui si ha un po’ l’impressione di saltare da una cima
all’altra e di contemplare dall’altro di ciascuna di esse un panorama complesso e
cangiante; e anche la straordinaria eleganza di stile, grazie alla quale alcuni brani
del testo sembrano rivaleggiare, a loro modo, con le opere stesse che descrivono:
penso, per esempio, al memorabile capitolo su Montaigne, che è un vero essai sugli
Essais. Altri pregi sono più segreti, ma non meno reali: per esempio, una materia
umana schietta e dolente, priva di ogni artificiosità e ammirevolmente modesta, in
cui il lettore può rispecchiarsi e riconoscersi; o, per restare più aderenti al testo,
un discorso critico che riceve continuamente concretezza e sostanza dalle minute
analisi stilistiche, e, insieme, respiro e struttura dalle ampie prospettive storiche.
Insomma, non ci si può meravigliare se, nell’Occidente sconvolto dalla fine
della guerra, bisognoso di ritornare alle sue radici, e di riconfermarsi nella sua
tradizione culturale, Mimesis ebbe un successo immediato e affatto insolito per
un’opera di erudizione. Insieme al saggio di Curtius, e a opere letterarie come il
Glasperlenspiel di Hesse (1943) o il Doktor Faustus di Mann, che è del 1947, il grande
affresco di Auerbach rappresentò, se così si può dire, il tentativo tedesco di ricosti-
tuire quel tesoro spirituale che la follia tedesca aveva dissipato; e in quanto tale fu
accolto benissimo proprio in Germania, evidentemente perché serviva a lenire un
poco con il balsamo soave dell’umanesimo l’amarezza del disastro, e, perché no,
anche la vergogna per una colpa immonda e inconfessabile.
Il successo di Mimesis, improvviso quanto inaspettato, unito al fatto che Auer-
bach fosse una vittima del nazismo (a differenza di Curtius, che era stato un po’
troppo vicino alle sfere del potere; o di altri intellettuali variamente compromessi),
produsse, nell’ordine: a) la chiamata di Auerbach in America, prima alla Pennsyl-
vania State University (1947), poi a Princeton (1949-50) e infine (1950) a Yale, b)
un gran numero di recensioni e di interventi sul volume, e c) una serie di tradu-
zioni, che diedero subito al libro un respiro autenticamente mondiale. Dapprima
uscì quella in spagnolo (México, Fondo de Cultura Económica, 1950), poi quella
in inglese (Princeton University Press, 1953), e, infine, nel decennale della pubbli-
cazione, quella italiana (Einaudi, 1956), preceduta da una bella introduzione di
Aurelio Roncaglia. Già questa diffusione è significativa. Le prime due traduzioni
sono, vale la pena di notarlo, americane e non europee; quanto alla traduzione ita-
liana, relativamente precoce, si spiegherà soprattutto col fatto che Auerbach, per i
suoi studi vichiani e danteschi (Dante als dichter der irdischen Welt risaliva già al 1929),
era relativamente ben conosciuto da noi; ma ancor di più con l’attenzione con cui
in quegli anni Einaudi seguiva il mercato editoriale americano. Altrimenti detto:
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ho l’impressione che Mimesis sia giunta da noi di sponda, per così dire, per riflesso
del successo d’oltreoceano, piuttosto che direttamente, per diffusione dell’edizio-
ne tedesca. Sembrerebbe dimostrarlo il fatto che nessuno, fra noi, almeno per
quanto ne so, recensì l’edizione originale (d’altronde, nel 1946 l’Italia aveva altri
pensieri), e l’incipit stesso dell’introduzione di Roncaglia, che prende le mosse da
una recensione di Helen Adolf uscita sul «Modern Language Quarterly». Salta agli
occhi, e silentio, la completa assenza del mondo francofono, tanto più sorprenden-
te se si pensa che i saggi di Mimesis sono prevalentemente dedicati proprio ad au-
tori francesi. Non ci furono, né allora né poi, recensioni francesi di qualche rilievo,
e la traduzione francese del libro comparve da Gallimard solo nel 1968, quando
ormai esso era già divenuto un classico. Altrimenti detto, i francesi, che tradussero
già nel ’56 il grande libro di Curtius, trascurarono per oltre vent’anni l’opera di
Auerbach. Ma Curtius era stato fra le due guerre una specie di illustrissimo amba-
sciatore dello spirito francese in Germania, e aveva in Francia ottime relazioni in
ambito culturale; Auerbach invece era, accademicamente parlando, un professore
di secondo piano, giunto tardi alla docenza, e complessivamente poco noto.

3. Resta il fatto che Mimesis ebbe complessivamente in sorte un destino da best-


seller, e di conseguenza, come sempre avviene in questi casi, produsse subito, per
risonanza, una vasta costellazione di testi di commento. Tanto per darne un’idea
puramente quantitativa, ho schede su quasi 200 voci bibliografiche che riguardano
direttamente il libro (cfr. Appendice II), e, senza dubbio, parecchi altri contributi
mi saranno sfuggiti.
All’interno di questo gran mucchio di parole, è evidente una bipartizione net-
tisima. Il decennio successivo alla pubblicazione del testo, occupato dalle sue varie
traduzioni, vede un gran fiorire di recensioni, più o meno impegnative, che vanno
dalle 13 righe anonime di «Romania» (altro, chiaro, segno del disinteresse, o forse
della malcelata ostilità, dell’ambiente francese nei confronti di Auerbach) alle 79
pagine della recensione di Friedrich Gogarten. Il culmine di questa produzione si
ebbe a ridosso dell’edizione inglese del ’53, che produsse le reazioni più fitte e in-
teressanti. Fra ’54 e ’55 uscirono oltre venti recensioni a Mimesis, e qualcuna di esse
– cito per tutte quella, memorabile e analitica (37 pagine), di René Welleck, pub-
blicata sulla «Kenyon Review» – fu, nel suo genere, un vero e proprio capolavoro.
Complessivamente abbiamo almeno una cinquantina di comptes rendus che, messi
insieme, formerebbero di per sé un grosso volume. Il primo punto che possiamo
dare per assodato è dunque che il testo di Auerbach innescò immediatamente una
discussione ampia, approfondita e seria; una discussione, aggiungerei, che in larga
misura trascese il libro stesso, e che, sia pure in modo piuttosto nebuloso, finì per
investire, sin dall’inizio, le funzioni della critica letteraria e della storia letteraria, il
senso della filologia, il principio del canone, e tante altre cose.
Questa prima ondata di discussioni sul capolavoro di Auerbach, rinfocolata dal-
le ultime, importanti, opere dell’autore (penso in particolare a Literatursprache und
Publikum in der lateinischen Spätantike und im Mittelalter, Bern 1958), e dai necrologi
prodotti in occasione della sua morte, avvenuta nel 1957, durò una quindicina
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d’anni, spegnendosi gradualmente nei primissimi anni sessanta (cfr. Appendice


I). La possiamo considerare conclusa da due interventi sul capitolo boccacciano
di Mimesis pubblicati su «Romanische Forschungen» nel 1959 e nel 1961, e dai bi-
lanci complessivi stilati, nel 1963, da Dante Della Terza in «Belfagor» e da Helmut
Kuhn nella «Philosophische Rundschau».
Poi, per qualche anno, su Auerbach e su Mimesis, sembra scendere il silenzio,
appena increspato da qualche contributo disperso, dalla pubblicazione della tradu-
zione francese del saggio, che suscita un’isolata recensione, e da un intervento, lu-
cido e insieme agiografico, di Paul Zumthor, che è importante soprattutto perché
rivendica con estrema chiarezza i fondamentali meriti di Auerbach nei confronti
dell’antistorica prospettiva di Curtius. Nella scoperta delle radici autonome del
Medioevo, della sua natura non classica, Zumthor vede infatti «… le côté prophe-
tique, si j’ose m’exprimer ainsi, d’Auerbach, la dimension de son œuvre grâce à
laquelle elle se mainteint presque sans rides».4
Testi come questo, che è del 1972, dimostrano che, perlomeno nell’ambito ri-
stretto degli studiosi di filologia romanza, l’interesse per Auerbach non venne mai
realmente meno. E chi, come me, si è formato sulla classica Introduzione alla filologia
romanza di Lorenzo Renzi, sa che il gruppo Spitzer - Auerbach - Curtius appariva
come una specie di sacra trinità posta allo sommità dei cieli della disciplina.
Nell’ambito più vasto degli studiosi di cose letterarie, però, la riscoperta del no-
stro non avvenne che nei primi anni ’80: nell’81, quando comparvero gli interventi
di Bahti, Holdeim e Welleck; nell’82, con libro di Geoffrey Green, Literary Criticism
and the Structures of History. Erich Auerbach & Leo Spitzer, che metteva a confronto
Auerbach e Spitzer; e qualche anno dopo (1986), con l’importante Intellectuals in
Power di Paul Bové. Si annuncia in questi saggi una nuova prospettiva, destinata a
prender piede negli anni successivi, che tende a storicizzare e a problematizzare
– a mio avviso forse eccessivamente – l’esperienza di Mimesis: segno sicuro del fatto
che Auerbach è ormai diventato, nel bene e nel male, un personaggio del passato,
e in quanto tale è entrato sì nella galleria dei padri nobili, ma ha irrimediabilmen-
te perso immediatezza. Questo nuovo approccio a Mimesis, a volte decisamente
critico, e in alcuni casi, francamente, ingombro di tutta la varia spazzatura intellet-
tuale prodotta dalle università americane negli ultimi decenni – dai gender studies al
multiculturalismo –, non mi pare aver portato ad acquisizioni essenziali: ma certo,
ha prodotto una gran massa di carte, che non è il caso di esaminare qui. Basterà
dire che, dal convegno su Auerbach tenuto a Stanford nel ’92, la riflessione critica
o erudita su Mimesis non ha mai avuto soste: a me risultano 20 contributi nel 1998;
13 nel 1999; 3 nel 2000; 4 nel 2001; 2 nel 2002; 7 nel 2003; 5 nel 2004; 4 nel 2005.
È quasi una tradizione che gli autori di questi interventi si chiedano, con toni più o
meno scettici, se Mimesis sia ancora attuale e se si continui a leggerla: così, fra gli al-
tri, George Steiner in un articolo ditirambico, Erich Auerbach ou la puissance du verbe,
apparso su «Le débat» del febbraio 2005. Ma è indubbio che, per lo meno a livello

4
Zumthor 1972, p. 116.
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metacritico, il nostro testo continua a godere di una fortuna, non solo ininterrotta,
ma addirittura crescente. Lo dimostra la recente ristampa della traduzione inglese
di Willard Trask, sempre per i tipi della Princeton UP, che astutamente riprende, a
mo’ di prefazione, un lungo articolo dedicato al Nostro da Edward Said.

4. Come fu accolto Mimesis dai recensori? Potremmo rispondere, credo, gene-


ralmente bene ma con qualche cautela. Nel complesso, le recensioni sono ampia-
mente positive, e quasi senza eccezioni, riconoscono l’eccezionalità del lavoro di
Auerbach, sono colpite dal raggio amplissimo della documentazione e dalla straor-
dinaria qualità dell’analisi.
Parallelamente a quel che accade per la fortuna del libro, anche nelle recen-
sioni possiamo distinguere due tempi distinti. Quelle dei primi anni sono dovute
quasi sempre a tedeschi, e, fatto di per sé notevole, compaiono non solo su riviste
di romanistica, ma anche di letterature comparate, di germanistica, e finache
di teologia o di estetica: segno che sin dal suo apparire il libro aveva valicato gli
ambiti della sua disciplina, e riusciva a parlare a una larga cerchia di persone. Gli
autori sono per lo più romanisti, o critici stilistici, come Spoerri, o antichisti, come
Otto Regenbogen: si tratta, comunque, quasi sempre di filologi, che mantengono
la discussione a un livello piuttosto concreto, occupandosi della correttezza delle
prospettive di Auerbach, della fondatezza dei suoi giudizi e delle sue analisi, della
completezza del canone che egli disegna e via dicendo.
Il salto di qualità nella discussione su Mimesis si ha con la comparsa dell’edizio-
ne americana, che comporta un deciso passaggio all’ambito della critica letteraria.
I recensori, tedeschi esuli o anglosassoni, vengono dalle più esclusive università
americane, non sono più dei filologi in senso stretto, e scrivono in riviste ‘im-
pegnate’ come la «Partisan Review» (Davis), la «Kenyon Review» (Welleck), o la
«Yale Review» (Tuve). Nel complesso, si ha la netta impressione che Mimesis, non
solo, come già era avvenuto in Europa, esca dagli ambiti ristretti della filologia, e
susciti l’interesse di intellettuali di varia provenienza, ma venga preso in forza dalla
Comparative Literature, che allora stava occupando larghi spazi nelle università
d’oltreoceano. Non ho dati precisi in merito, ma sospetto che gran parte della for-
tuna americana del nostro testo sia stata dovuta proprio al fatto che esso si prestava
perfettamente ad essere utilizzato come manuale all’interno dei corsi di questo
tipo, ed era in ogni caso funzionale agli scopi che la comparatistica americana si
proponeva in quegli anni. Si legga, per esempio, il giudizio di Charles Muscatine:

It can be read with profit and delight by the casual amateur of letters and by the most
specialized scholar; but it is par excellence the book of a teacher. It is likely to have its
deepest influence among that middle group of serious, younger students who are most
receptive to literary criticism as an activity, an who will welcome this fresh evidence that
philology can be at once important, exciting, and humane.5

5
Muscatine 1955, p. 448.
56 CARLO DONÀ

Sicuramente Muscatine coglie nel segno sottolineando l’importanza dell’ele-


mento didattico del saggio: il fatto che esso si presenti come un ottimo manuale
privo di pedanteria, comprensibile con un minimo bagaglio culturale, e costituisca
uno strumento ideale, insieme, per introdurre alle maggiori voci della letteratura
europea, e per disegnare, per grandi medaglioni, una storia della cultura che va
da Omero ai giorni nostri, deve aver costituito una delle più solide ragioni del
suo succeso. Evidentemente, Mimesis, pensato in origine per introdurre alla civiltà
letteraria europea degli studenti turchi – cioè largamente estranei al nostro mondo
culturale –, si prestava anche a costituire una sorta di elegante Baedeker per turisti
letterari.

5. L’unico intervento chiaramente malevolo, e palesemente ispirato da una pro-


fonda antipatia (nonché, forse, da un amor proprio sofferente) è quello di Ernst
Robert Curtius, che nel ’52, scrisse un articolo sulla tripartizione degli stili – Die
Lehre von den drei Stilen in Altertum und Mittelalter (zu Auerbachs «Mimesis»), «Romani-
sche Forschungen» 64 (1952), pp. 57-70 –, con il dichiarato proposito di dare, per
così dire, delle erudite bacchettate sulle dita al collega. Di per sé l’articolo è assolu-
tamente poco notevole: una sabbiosa raccolta di fonti o poco più; ma è indicativo
dell’animosità che Curtius – persona davvero sgradevolissima – provò sempre nei
confronti di Auerbach; la dimostrò, per esempio, citandolo solo una volta nelle
seicento e passa pagine del suo opus maius, in una nota, e per dargli torto.
Nell’articolo Curtius, che di suo aveva a lungo collaborato coi nazisti, sia pure
con qualche problema di convivenza, e che se ne era sempre rimasto tranquillo al
suo posto, non teme di accusare il collega, obbligato all’esilio, di incompletezza
bibliografica, e lo tratta sprezzantemente come un dilettante senza sufficiente cul-
tura: due rilievi che, da soli, la dicono lunga sulla qualità umana del professore di
Bonn. Val la pena di aggiungere che Auerbach, il quale dal canto suo aveva sempre
trattato Curtius con rispetto, ne fu profondamente offeso: tanto da sentire il biso-
gno di sottolineare tutta la tronfia scorrettezza del collega in un’ampia parte degli
Epilegomena zu Mimesis. Ma è anche il caso di sottolineare che questo non impedì
al Nostro di rendere pienamente omaggio all’oggettiva grandezza di Europäische
Literatur und Lateinisches Mittelalter. La lunga recensione che egli pubblicò nel 1950,
sempre su «Romanische Forschungen», al libro del collega è estremamente positi-
va, e tutta pervasa di ammirato rispetto.6
Se l’acido intervento di Curtius è un’eccezione, sono però eccezioni anche
recensioni completamente positive o francamente entusiastiche, come quelle di
Isemberg o Leo. Per lo più, infatti, accanto alle lodi, sono presenti anche delle
riserve, anche corpose. Alla rinfusa, direi che le critiche più frequenti possono
essere riunite in cinque rubriche principali.
1) Quadro teorico generale – Manca una definzione soddisfacente di “reali-

6
E. Auerbach, Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter (E.R. Curtius), in «Romanische
Forschungen» 62, 1950, pp. 237-245.
UNIVERSALISMO E FILOLOGIA. AUERBACH E LE REAZIONI A MIMESIS 57

smo”, che muta di significato da un capitolo all’altro come altri termini chiave del-
l’universo concettuale di Mimesis, e in generale c’è un’eccessiva vaghezza teorica,
sicché, aggiunge un recensore, «il lettore resta sempre come sospeso a mezz’aria»,
mentre un altro, più maligno, insinua, senzo dirlo a chiare lettere che probabil-
mente Auerbach non ha voluto esplicitare i suoi fondamenti teorici per la buona
ragione che non li aveva affatto chiari. Alcuni arrivano a dire che il metodo di
Auerbach può dar luogo a inaccettabili semplificazioni e a un soggettivismo senza
freni, e in quanto tale è «extremely dangerous» (Bergholz). L’idea è peraltro con-
divisa da critici di primo piano: secondo Welleck, per esempio «questa concezione
della critica e degli studi letterari sembra estremamente pericolosa. Di certo apri-
rebbe la porta a idiosincrasie illimitate e annienterebbe l’idea che gli studi letteari
consistano in un insieme continuo e trasmissibile di conoscenze» (p. 174).
2) Struttura – Alcuni studiosi, fra essi lo stesso Spitzer, videro in Mimesis una
pura raccolta di saggi indipendenti; mentre per altri l’oscillazione fra storia e stili-
stica frantumava il quadro dell’evoluzione letteraria (Muscatine), o compromette-
va il valore dell’indagine. Credo valga la pena di citare in proposito il giudizio di
Helmut Hatzfeld – illustre ispanista, allievo di Vossler: «What is lacking, howerver,
is the detailed, minute anatomy of style. Instead, an attempt has been made to re-
place in part the study of style by a study of ideas, and to combine the individual in-
terpretations into a kind of half-stylistic, half-philosophic history of literary realism.
The dangers of similar attempts was pointed out by Karl Viëtor…» (333). Secondo
altri ancora, invece, Auerbach ha avuto il torto di limitarsi alla storia e di non coglie
il valore simbolico o nascosto dei testi letterari: Davis giunge a dire che gli manca
la lettura di Freud, Jung, Bergson.
3) Contenuti – L’accusa che più spesso viene mossa ad Auerbach, è che il ca-
none da lui implicitamente stilato è incompleto, perché egli ha avuto il torto di
trascurare, a seconda dei vari recensori, le storie di Erodoto o i poemi di Esiodo,
la letteratura spagnola o quella americana, il romanzo inglese del Settecento o
il romanzo russo dell’Ottocento; oppure perché egli non ha considerato alcuni
generi letterari – per esempio i poemi didattici – in cui le componenti realistiche
sono cospicue.
4) Singole analisi – Secondo altri, ci sono giudizi critici e storiografici parziali,
incompleti o francamente discutibili (per esempio per quanto riguarda la tradi-
zione antica): (Regenbogen), autori sottostimati (come Schiller) o sopravvalutati,
capitoli più felici e capitoli meno riusciti. Spesso discussa è poi la scelta dei bra-
ni, che ad alcuni appare troppo soggettiva e casuale «a procedure which, in the
circumstances, can be condoned but not commended» (Wedeck, p. 612), mentre
secondo altri impedisce di cogliere alcuni elementi fondamentali: le costanti di
lungo periodo o i tratti caratteristici dei singoli generi.
5) Stile – L’opera, a giudizio di più di un recensore, avrebbe avuto bisogno di
una revisione, per metterla in ordine dal punto di vista erudito o, prospettiva più
interessante, da quello stilistico. Generalmente la scrittura di Auerbach piace, e da
alcuni viene considerata magistrale; ma c’è anche chi, come Baldensberger, trova
che all’insieme manchi l’aria, e persino chi, come Dieckman, ritiene che lo stile sia
58 CARLO DONÀ

privo di concisione e di granitura, e scivoli spesso nel prolisso e in una superfluità


gratuita e compiaciuta: gli stessi difetti che, secondo il recensore, sono riscontrabi-
li nella scrittura di Thomas Mann…

5. Come si vede, nelle recensioni, c’è materia di ogni genere e di diverso valore:
comunque, Auerbach decise di rispondere alle critiche, e con urbanità modestia,
ma anche con una notevole fermezza, a ridosso dell’edizione inglese del libro, pub-
blicò su «Romanische Forschungen» gli Epilegomena zu Mimesis, che sono, insieme,
un’autodifesa, un bilancio, e un manifesto di intenti, così strettamente intrecciati
all’esperienza del libro, che l’ultima edizione americana ha ritenuto opportuno
pubblicarli in appendice al testo.
La prima parte dell’articolo è sostanzialmente una risposta alle recensioni, e ri-
guarda il quadro storico – soprattutto relativamente all’età antica. Auerbach un po’
si difende, un po’ rivendica le sue ragioni, soprattutto rispondendo alle obiezioni
di Curtius. Al al di là delle questioni di dettaglio, mi sembra interessante soprat-
tutto il fatto che egli si schieri risolutamente a favore del soggettivismo. Contro il
filologo di Bonn, che voleva vedere in Mimesis «un edificio didattico», Auerbach
sottolinea che, al contrario esso «vuole soltanto presentare un modo di vedere, e
i pensieri e le concezioni, molto elastici, che lo tengono insieme, non si possono
concentrare e confutare in singole frasi isolate».7 Da qui parte una riflessione sul
metodo ben nota al lettore italiano, se non altro perché ampiamente utilizzata da
Aurelio Roncaglia nella sua Introduzione all’edizione einaudiana – ma che merita
ugualmente un’estrema attenzione. Rivendicando le origini tutte tedesche del
libro, che nasce dalla tradizione filologica e dalla Geistesgeschichte, Auerbach si sca-
glia risolutamente contro le categorie storiografiche che irrigidiscono i fenomeni
e ne falsano la valutazione.

Il mio sforzo interpretativo è teso al particolare e al concreto. L’universale, invece, con


cui si confrontano, collazionano o delimitano i fenomeni, dovrebbe essere elastico e
duttile; dovrebbe, fin dove è possibile, adattarsi al particolare considerato. Talvolta,
infatti, si può capire soltanto dal contesto. Identità e rigorosa normatività nella Ge-
stesgeschichte non esistono, e concetti astrattamente riassuntivi falsano e distruggono i
fenomeni. L’azione ordinativa deve procedere in modo da lasciar vivere il fenomeno in-
dividuale nella sua piena espansione. Potendo, non avrei addirittura usato espressioni
generali, bensì suggerito l’idea al lettore mediante la pura e semplice rappresentazione
di una serie di particolari.8

Personalmente, ho l’impressione di sentire riecheggiare chiaramente in queste


righe il Nietzsche della Seconda Inattuale, quella sull’Utilità e il danno della storia per la
vita. Quel che è certo, è che abbiamo, qui, la chiara teorizzazione di un empirismo

7
Cito da E. Auerbach, Epilegomena a Mimesis, in Id., Da Montaigne a Proust. Ricerche sulla storia della
cultura francese, Milano, Garzanti, 1973, pp. 233-253, p. 238.
8
Ibidem, p. 250.
UNIVERSALISMO E FILOLOGIA. AUERBACH E LE REAZIONI A MIMESIS 59

filologico davvero sorprendente in un esponente della Philologie teutonica. Auerba-


ch vuole infatti offrire al lettore la possibilità «di liberare uno schema concettuale
dal contesto e di tenersi stretto a quello» (p. 251), ma intende farlo al di fuori di
ogni astratta precisione categoriale, perché…

È nella natura stessa del nostro oggetto che i nostri concetti generali siano difficili a
circoscriversi e indefinibili. Il loro valore […] consiste dunque nella capacità di evocare
nel lettore o nell’ascotatore una serie di rappresentazioni che l’aiutino a capire ciò che
si vuol dire nel constesto considerato. Esatti non sono […] Bisogna guardarsi, mi pare,
dal prendere a modello le scienze esatte: la nostra esattezza si riferisce al particolare
[…] è impossibile abbracciare gli aspetti in vario modo intrecciati con una sintesi che
sacrifica gli ogggetti a un sistema classificatorio fondato su concetti ordinativi fissi ed
esatti.9

Sono conclusioni a dir poco singolari, lasciate cadere con indifferente trascu-
ratezza, ma in effetti davvero dirompenti: tali da mettere in discussione tutta la
storia letteraria come la conosciamo: una storia letteraria, sia detto per inciso, che
troppo spesso, e prima di tutto nella prassi scolastica e accademica, si è non solo
giustapposta, ma affatto sostituita alla letteratura stessa. Auerbach non era un teo-
rico e, conformemente al suo costume, non tenta neppure di dimostrare questi
assunti: né tenterò di farlo io. Mi limiterò, per chiudere, ad aggiungere che, egli si
mostrò buon profeta. Di lì a qualche anno, sarebbe iniziata la moda strutturalista
e poststrutturalista, che, viceversa, avrebbe cercato in ogni modo di scimmiottare
le scienze esatte, giungendo in alcuni casi a risultati francamente grottesti, negan-
do la storia e le sue stratificazioni, e cercando di creare degli universali letterari
effimeri quanto malfondati, che avrebbero finito per soffocare completamente la
voce dei testi.
A differenza di Curtius, che con tutta la sua prosopopea sbagliò clamorosamen-
te tutte le sue previsioni sul futuro culturale, Auerbach, dal suo esilio turco prima,
dalla sua specola americana poi, aveva evidentemente capito dove stavamo andan-
do, e cercò, per quanto poteva, di correggere la rotta. Egli seppe vedere con deso-
lata chiarezza l’approssimarsi di quel lungo inverno dello spirito umanistico che
a tutt’oggi, cinquant’anni dopo, non accenna a terminare. Lo confessò a chiare
lettere, d’altronde, in Philologie der Weltliteratur, allorché lamentò – dagli Stati Uni-
ti! – l’instaurarsi di una monocultura anglofona rozza e livellante, e la progressiva
scomparsa del senso storico. Scriveva che

Perdere la capacità di assistere a questo spettacolo, che, per manifestarsi, dev’esse-


re presentato e interpretato, sarebbe un impoverimento senza alcuna possibilità di
compenso. È pur vero che di tale perdita si renderebbero conto solo coloro che non
l’avessero ancora del tutto subita; ma questa considerazione non ci deve impedire di
compiere ogni sforzo perché essa non si verifichi.10

9
Ibidem, p. 252.
10
E. Auerbach, Philologie der Weltliteratur, cit., p. 38.
60 CARLO DONÀ

Mimesis è, prima di tutto e innanzitutto, il frutto grandioso di questo sforzo;


rappresenta il tentativo consapevole e nobile di creare nel lettore la capacità di
cogliere lo spettacolo della storia attraverso il cangiante specchio della letteratura,
e, insieme, di intuirne il senso e le ragioni. Certo, per far mutare rotta la mondo
ci vuol altro: ma è importante anche conservare consapevolezza e significati, come
semi riposti nel granaio. Una delle prime recensioni a Mimesis, quella Elena Ebe-
rwein-Dabcovich, allieva e assistente di Leo Spitzer, iniziava chiedendosi quale
potesser essere la funzione di opere come questa e quella di Curtius

… es ist nicht klar, ob in derartigen Versuchen mehr ein Nekrolog gehalten, oder viel-
leicht ei neuer Ausgangspunkt für diese Halbinsel, die fast zweitausend jahre die Welt
führte, gegeben wird (p. 573).

Oggi sapppiamo per certo che si trattava, effettivamente, di necrologi: ma que-


sto non toglie nulla alla loro reale grandezza.
UNIVERSALISMO E FILOLOGIA. AUERBACH E LE REAZIONI A MIMESIS 61

Appendice I - Principali interventi su Mimesis divisi per anno

1946 - Seaton; los;


1947 - Baldensberger; Nykl; 1994 - Battistini; Vialon;
1948 - Diekmann; Fürst; Hess; Naumann; 1995 - Damrosch;
Spoerri; 1996 - Aa. Vv. (16); Baldick; Candela;
1949 - Hatzfeld; Leo; Regenbogen; Lehrer;Malberg; Vialon;
1950 - Eberwein-Dabcovic; Edelstein; 1997 - Blanchard; Howe; Neuschäfer;
Mortier; Schalk; 1998 - Aa. Vv. (13); Angeli; Bergh; Bran-
1951 - Bezzola; Grünter; dt; Dembowski; Gabriel; Sgroi;
1952 - Curtius; Gilman; Horst; Varsava;
1953 - Casalduero; 1999 - Ankersmit; Bakker; Bremmer; Ca-
1954 - Anon.; Barrett; Barron; Baum; lin; Géfin; Gumbrecht-Peters-
Davis; Fergusson; Gogarten; Hei- Wolters; Holquist; Jehle; Maine;
ney; Huges; Isemberg; Oras; Scott; Whallon; White;
Tuve; Wedeck; Welleck; 2000 - Costa Lima; Mufti;
1955 - Bergholz; Cases; George; Musca- 2001 - Della Terza; Kahn; Møller;
tine; Sharrock; Welleck Schulz-Buschhaus;
1956 - Fubini; Roncaglia; 2002 - Gerritsen; Gumbrecht;
1957 - Marti; 2003 - Bagni; Elsky; Ette; Lawton;
1959 - Schettino; Meur; Stackelberg; Steiner;
1960 - Malkiel; 2004 - Amend; Madsen; Nuttall;
1961 - Büdel; Nuttall; Said;
1962 - Elwert; 2005 - Goy Blanquet; Hartmann;
1963 - Della Terza; Kuhn; Holmes-Streete; Steiner;
1965 - Hurrell; Mannheim;
1966 - Fleischmann;
1967 - Nortron-Smith;
1969 - Petrini;
1970 - Etier-Blais;
1971 - Evans:
1972 - Zumthor;
1975 - Carroll; Knoke;
1977 - Jorgensen;
1979 - De Pietro; Gronau; Nelson;
1981 - Bahti; Holdheim; Welleck; Wel-
leck;
1982 - Green;
1984 - Gamzu;
1985 - Bahti; Holdheim;
1986 - Bové; Stern;
1988 - Costa Lima; Landauer;
1989 - Neuschäfer; Paden; Schulz-Busc-
hhaus;
1990 - Docherty;
1992 - Russel Ascoli; Vialon;
1993 - Costa Lima; Holquist; Lambropou-
62 CARLO DONÀ

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