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rivista trimestrale anno XXXVIII / N.

1-2 gennaio-giugno 2020

Salvaguardia del creato


come sfida ecumenica
Teologia pubblica: una criteriologia

di Marco Dal Corso e Brunetto Salvarani

Premessa

S e fosse necessaria ancora una prova per cogliere l’importanza di


un ruolo pubblico della teologia, la stagione della pandemia glo-
bale provocata da Covid-19 ci ha fornito ulteriori e seri motivi in tale
direzione. Il rapporto fra le Chiese e le religioni e lo spazio pubblico
è infatti emerso, una volta di più, come tema cruciale e insieme lar-
gamente irrisolto, ed è lecito ritenere, lo sarà ancora a quarante-
na finita. Quale funzione hanno avuto e sono chiamate ad avere le
teologie delle comunità di fede? Ad esempio, il loro contributo ha
aiutato ad affrontare la crisi durante e magari dopo lo scoppio della
pandemia oppure si sono ridotte al silenzio e a una sostanziale irrile-
vanza? Come esse intendono lo spazio pubblico? E quale modalità di
linguaggio si presenta meglio attrezzata per partecipare al dibattito
pubblico in tempi così incerti e problematici? In ogni caso, credia-
mo che l’argomento sia quanto mai pertinente per una teologia che
pretenda, legittimamente, di essere presente e non irrilevante nello
spazio pubblico. Se la rassegna che proponiamo qui dimostra che il
dibattito nelle diverse comunità teologiche affiora da tempo in forme
diversificate, ci è parso indispensabile darci una criteriologia per sce-
gliere i testi più inerenti di altri alla ricerca. Che rimane aperta. E che
non pretendiamo, naturalmente, di esaurire con questi riferimenti
bibliografici. Il nostro criterio di ricerca sulla letteratura al riguardo ha
privilegiato le opere che, più di altre, mettono esplicitamente a tema
la teologia pubblica. L’auspicio che ci muove è di favorire una ripre-
sa di questo modo di pensare e fare teologia anche per il contesto
italiano: un augurio al quale ci siamo proposti di contribuire con un
volume di recente uscita, scritto a quattro mani, dal titolo Ho parlato
chiaramente al mondo. Per una teologia pubblica ecumenica, pub-
blicato qualche mese fa (aprile 2020) dalla Cittadella di Assisi (PG).

StEc 1-2 (2020) 359-387 359


Rassegna bibliografica

1. Genesi

L’espressione inglese Public Theology, nonostante le apparenze, è


di difficile resa. Teologia pubblica, infatti, può apparire una tautolo-
gia, come teologia spirituale o teologia pastorale. Infatti, come po-
trebbe una qualsiasi teologia – fides quaerens intellectum, secondo
la classica definizione anselmiana – non avere origine dallo Spirito
Santo o articolarsi a prescindere dal servizio al popolo di Dio? Ovvia-
mente, la risposta è negativa (in modo inequivocabile a partire dal
concilio Vaticano II), ma il nascere di tali discipline, più che circoscri-
vere un oggetto di indagine, ha l’obiettivo di evidenziare possibili
carenze della teologia tutta, almeno in determinate epoche storiche.
La matrice di questa corrente è chiaramente statunitense, ed è
debitrice di un ambiente in cui sono storicamente evidenti le tenta-
zioni di una teologia autoreferenziale (e in fin dei conti inutile), op-
pure eccessivamente secolare nel proporsi come alternativa al mon-
do degli uomini (rischiando così l’integralismo), o ancora irrilevante
nel suo annacquarsi fino a ridursi a buona educazione borghese
(fuggendo in tal modo dal suo ruolo profetico). Tra i riferimenti
che ne hanno determinato i contenuti principali e gli orientamenti
originari si possono ricordare il dibattito tra Robert Bellah e Mar-
tin Marty sul credo civile (civil religion) nella società statunitense,
a metà degli anni Settanta; la creazione di una rete internazionale
di accademici per lo studio della teologia pubblica; la progressiva
diffusione della disciplina in ambito cattolico, grazie soprattutto alla
riflessione teologica di David Tracy, che può esserne considerato il
principale interlocutore.
È legittimo affermare che la nozione di teologia pubblica circo-
scrive, dagli anni Settanta del secolo scorso, un particolare campo
d’indagine e di ricerca scientifica. Essa, peraltro, non si limita a riven-
dicare una propria genealogia storica e disciplinare, per diventare
altresì, in diversi Paesi, un riferimento sempre più presente nelle di-
scussioni accademiche e nei crocevia delle conversazioni pubbliche.
Riconoscendo la complessità e insieme le opportunità del plura-
lismo nel mondo sociale globalizzato, la teologia pubblica manife-
sta l’ambizione di attestarsi quale credibile ed efficace paradigma

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Teologia pubblica: una criteriologia

teologico-riflessivo per il tempo attuale: i suoi contenuti tendono


a coincidere con le più rilevanti questioni sociali, il suo linguaggio
è quello dell’argomentazione pubblica e il suo destinatario è la so-
cietà nel suo insieme, non solo una particolare Chiesa o comunità
di fede. Tale approccio pratico e disciplinare traccia non solo le co-
ordinate della teologia pubblica, ma anche quelle di una nuova idea
di partecipazione politica e civile.
Tali prospettive si traducono non solo in un maggiore coinvol-
gimento delle Chiese e comunità di fede nella vita pubblica o nei
singoli processi democratico-deliberativi. Ancor più interessante
e urgente appare la necessità di promuovere una cultura globale
della partecipazione individuale e collettiva alla discussione pub-
blica, intesa come luogo di scambi argomentativi, qualificati e du-
raturi. Su queste considerazioni iniziali rimandiamo a M.E. Marty,
Reinhold Niebuhr: Public Theology and the American Experience,
in The Journal of Religion, 54 (1974) p. 332-359 (versione prote-
stante). E ancora: D. Hollenbach, Public Theology in America: Some
Questions for Catholicism after John Courtney Murray, in Theologi-
cal Studies, 37 (1976) p. 290-305 (versione cattolica).

2. Sviluppi

Oltre a quelle finora segnalate, si danno anche altre esperienze


meritevoli di nota. Una particolarmente significativa è quella messa
in campo dall’Università Unisinos dei gesuiti a São Leopoldo, pros-
simo a Porto Alegre nel sud del Brasile. All’interno di questa grande
Università, infatti, l’Istituto Humanitas (IHU) si è fatto promotore da
diversi anni di incontri, simposi e pubblicazioni di teologia pubblica.
In particolare risultano preziosi i Cadernos de Teologia Publica, che
divulgano articoli accademici, presentando il contributo della teo-
logia nei diversi dibattiti che si sviluppano nella sfera pubblica. Per
un’esperienza in ambito cattolico, ne esiste anche una in ambito
protestante. La facoltà EST (Escola Superior de Teologia, luterana),
anch’essa sita presso São Leopoldo, ha infatti deciso a sua volta
di approfondire il tema con ricerche e pubblicazioni. Le due realtà
hanno organizzato congiuntamente, ad esempio, il Simposio Inter-

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Rassegna bibliografica

nazionale di Teologia Pubblica in America Latina, ancora nel 2008.


La Facoltà EST, del resto, è uno dei membri fondatori della Rete
Globale di Teologia Pubblica creata nel 2007 a Princeton (USA).
Le motivazioni di tali esperienze accademiche e culturali si posso-
no riassumere in quanto sostiene il coordinatore dello IHU, Inacio
Neutzling, quando afferma che la teologia deve urgentemente su-
perare il ristretto spazio delle comunità di fede, lo spazio privato
della comunità ecclesiale, per interessarsi del bene comune della
società intera, dell’umanità intera, con tutte le sue disperazioni, vi-
sto che anche le comunità particolari partecipano del bene comune
e contribuiscono al ben vivere della società. Queste e altre iniziali
considerazioni sono presenti in Teologia pública em debate, a cura
di R. Cavalcante - R. von Sinner, Editora Sinodal, EST, Sao Leopoldo
(Brasil), 2011. Un quadro efficace è offerto anche dal missiologo
luterano P.S. Chung, Public theology in age of world Christianity,
Palgrave MacMillan, New York, 2010.

3. La teologia pubblica: caratteri generali

Torniamo alla nostra domanda iniziale: cosa s’intende precisa-


mente per teologia pubblica? Una definizione piuttosto completa
di teologia pubblica ci è offerta dal teologo statunitense E. Harold
Breitenberg, che da diversi anni ne sta studiando la natura e le for-
me. A suo parere, si tratterebbe di “un discorso pubblico normativo
e descrittivo teologicamente informato su temi pubblici, istituzioni
e interazioni, rivolto alla Chiesa o altro corpo religioso così come
al pubblico in generale o a più pubblici e argomentato in modo
da poter essere valutato e giudicato in base a ordini e criteri pub-
blicamente disponibili” (p. 5; si veda al riguardo E.H. Breitenberg,
What is Public Theology?, in Public Theology for a Global Society.
Essais in Honor of Maz L. Stackhouse, a cura di D.K. Hainsworthn
- S.R. Paeth, Eerdmans, Grand Rapids, 2010). L’autore interroga i
modelli di teologia pubblica presentati da Stackhouse. Essi sono
il modello confessionale, quello dogmatico e infine quello apolo-
getico. E se l’approccio confessionale non crede che la fede possa
essere espressa e compresa universalmente, non smette con questo

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Teologia pubblica: una criteriologia

di tematizzare questioni pubbliche come l’aborto e la guerra, per


esempio. Secondo tale approccio, ogni discorso pubblico da parte
della religione è confessionale. C’è poi il modello dogmatico che
invece, pur nella consapevolezza che le proprie posizioni, elaborate
da presupposti dottrinali, non sono condivise da tutti, frequenta il
dibattito pubblico perché intende influenzarne gli esiti. Infine esiste
anche il modello apologetico che, secondo i nostri autori, è quello
che descrive meglio la teologia pubblica a venire: dove si ritiene,
cioè, che le convinzioni più profonde della fede sono e possono
essere dimostrate come etiche e ragionevoli per tutte le persone.
Contribuisce alla definizione di teologia pubblica il recente lavoro di
G. Villagrán, Teologia pubblica. Una voce per la Chiesa nelle società
plurali, Queriniana, Brescia, 2018. L’autore presenta l’obiettivo del-
la teologia pubblica nei seguenti termini: “elaborare un discorso
teologico sui temi sociali rivolto alla società plurale”, e tale obiettivo
deve rispondere di un contesto che in qualche maniera lo “infor-
ma” (p. 29). Ora, la mediazione tra fede e realtà sociale non è una
novità dell’attualità. C’è, cioè, una storia di intermediazione teolo-
gica tra fede e vita che è oggi presente in diversi modelli teologici
ancora operanti: quello della legge naturale (via ragione naturale
l’essere umano arriva ai principi etici; qui la rivelazione conferma
e rafforza tale ricerca); quello della teologia della liberazione (dove
la rivelazione, in contesto di ingiustizia sociale, viene articolata per
la sua grande carica profetica); quello, ancora, della teologia politi-
ca (quando, dentro al contesto della società borghese occidentale,
viene ripresa la rivelazione per la sua memoria pericolosa e alter-
nativa al sistema vigente). La diversità tra questi due ultimi modelli
e la teologia pubblica sta nel fatto che i primi sono confessionali,
presentano un carattere eminentemente politico e una dimensione
fortemente pratica, mentre la teologia pubblica è chiamata a essere
interconfessionale ed ecumenica, attenta al carattere pubblico e
culturale e non solo politico dei temi-problemi, e infine preoccupa-
ta di mantenere una dimensione dialogica e non solo pratica. Po-
tremmo, infine, convenire che tale approccio teologico si propone
come nuovo modo di fare teologia tenendo conto di tre obiettivi:
indagare i temi sociali, farlo con metodo teologico, comunicando

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Rassegna bibliografica

con un pubblico più ampio, oltre le Chiese e le forme storiche delle


religioni. Chi poi, pur senza dare una definizione di teologia pub-
blica, ne segnala l’urgenza e la necessità soprattutto a partire al
contesto del sud del mondo è il teologo indiano Felix Wilfred. Egli
intende che, dopo essersi a lungo occupate di tempo e di storia,
la teologia e la relativa fede sono chiamate a riflettere sullo spazio
e sulla geografia. La teologia, davanti a uno spazio urbano in cui i
poveri sono i perdenti, prodotti della cultura dello scarto, direbbe
papa Francesco, è chiamata a contribuire, assieme alle altre disci-
pline, a una visione alternativa della vita nello spazio urbano. Deve,
cioè, saper produrre delle prospettive capaci di superare la visione
del contratto sociale, sostiene Wilfred, incapace di superare le in-
giustizie e di dare protagonismo ai poveri, esclusi da tale contratto.
A partire dal pluralismo religioso, la teologia pubblica può allora
aiutare a trasformare le città. Questo il suo contributo pubblico.
Si può vedere, al riguardo, F. Wilfred, Trasformare le nostre città. Il
ruolo pubblico della fede e della teologia, in Concilium, 55 (2019)
1, p. 61-76.

4. I fondamenti filosofici

Dal momento che il dibattito pubblico tende ad ampliarsi anche


alle questioni che toccano il senso dell’esistenza, si evidenziano due
realtà: la ragione scopre di non disporre di tutte le risposte e insieme
constata il possibile concorso alla ricerca di senso portata avanti dalla
religione (anzi, dalle religioni, in tempo di sempre crescente plurali-
smo religioso). Rimanendo saldi i principi generali che, almeno nel
contesto socio-politico occidentale, stabiliscono il rapporto tra sacro
e profano (libertà di culto, uguaglianza davanti alla legge e autono-
mia reciproca tra Stato e Chiesa/e), le religioni sono così convocate
a partecipare al dibattito pubblico. La filosofia, di conseguenza, può
aiutare a dire in che modo ciò possa darsi in una società plurale
e post-secolare. Alle religioni che scelgono di entrare nel dibatti-
to pubblico essa chiede, allora, di rinunciare allo stile argomentati-
vo-dogmatico (che continua a valere per il foro interno) e di passare
allo stile argomentativo-critico, tipico della discussione pubblica mo-

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Teologia pubblica: una criteriologia

derna. Al tempo stesso, la filosofia che invita le religioni al dibattito


pubblico è chiamata a rivedere il concetto illuminista di laicità. Dal
punto di vista filosofico, insomma, alle Chiese e alle diverse comuni-
tà religiose è chiesto di accettare il liberalismo politico e il fallibilismo
epistemico, mentre la ragione pubblica e quindi la società sono invi-
tate a rivedere l’accordo liberale. Tradotto: risulta inadeguato dibat-
tere sulla libertà con i mondi religiosi a partire dal principio liberale
della libertà negativa per difetto (“fa’ quello che vuoi, purché la tua
libertà non rechi danno a quella degli altri”). La visione del concetto
di libertà si può arricchire del contributo delle religioni che intendo-
no la libertà come quella di chi si prende la responsabilità dell’altro.
Così, le risposte post-moderne del fondamentalismo, da una parte,
e del laicismo radicale, dall’altra, si rivelano inadeguate, dal punto di
vista filosofico, di fronte alla domanda di senso posta dalla società.
L’una si rivela illiberale quando non sa accettare la neutralità del-
la ragione pubblica, l’altra si manifesta chiusa al confronto, perché
ritiene le religioni incapaci di accettare il principio di tolleranza e di
critica. Pertanto, la filosofia apre alla partecipazione delle religioni
(al plurale) nella sfera pubblica consapevole che così sia possibile
superare l’antica disputa e divisione tra fides e ratio. Tuttavia essa è
anche consapevole che, se si promuove il dialogo interreligioso, cosa
necessaria in tempi di pluralismo, abbiamo già accettato lo schema
fallibilista della ragione liberale: se si dialoga è perché si può impa-
rare dall’altro. Infine, la partecipazione al dibattito pubblico delle re-
ligioni secondo la filosofia può aiutare a mantenere la differenza tra
certezza (in quello che credo) e verità (che rimane sempre differita),
cosa indispensabile allo sviluppo dell’intelligenza critica. Queste e
altre considerazioni sono offerte dal libretto a firma di J.M. Ferry, Le
religioni nello spazio pubblico, EDB, Bologna, 2015.
Tra i filosofi che hanno affrontato il tema del ruolo pubblico della
religione in tempi post-secolari va ricordata la ricerca di Jürgen Ha-
bermas. Egli, erede del pensiero della scuola di Francoforte, critico
verso il progetto razionalistico della modernità, riconosce e valoriz-
za l’integrazione in esso della religione quale risorsa costitutiva di
senso. Essa, secondo Habermas, favorisce la virtù del bene, mentre
l’attore religioso può risultare decisivo in un momento storico in cui

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Rassegna bibliografica

i progetti di vita andati male sotto l’azione di una globalizzazione


ingiusta si moltiplicano a dismisura. Ora la filosofia, sostiene Haber-
mas, deve essere pronta ad apprendere dalle tradizioni religiose.
Se al fedele si richiede la traduzione della dottrina di fede nel
linguaggio profano, è anche vero che l’agnostico dovrebbe aprirsi
senza remore alla discussione delle convinzioni religiose: esse sono
portatrici di orientamenti per la vita etica. Insomma, c’è un poten-
ziale etico nelle religioni utile alla comunità e ai cittadini secolariz-
zati. Occorre, certo, che le comunità religiose evitino il dogmatismo
e le costrizioni della coscienza individuale. Il sapere professionale
degli esperti non riesce a produrre la sapienza etica espressa dal pa-
trimonio religioso dell’umanità. L’uso pubblico della religione può
servire, allora, in vista di una conciliazione. Tra i diversi scritti sul
tema può essere utile, per questo approccio, J. Habermas, Concilia-
zione tramite uso pubblico della ragione, in L’inclusione dell’altro.
Studi di teoria politica, Feltrinelli, Milano, 1998, p. 63-87. Ai cit-
tadini secolarizzati, o meglio post-secolarizzati, così come a quelli
credenti, risulterà utile, poi, fare appello alla dimensione cognitiva
e razionale della religione. A tale proposito rinviamo a J. Habermas,
La religione nella sfera pubblica. Presupposti cognitivi dell’uso pub-
blico della ragione da parte dei cittadini credenti e laicizzati, in Tra
scienza e fede, Laterza, Roma-Bari, 2008.
Insieme con Habermas, un altro filosofo che interroga la religio-
ne in vista di un suo ruolo pubblico è John Rawls. Egli, interrogato
dalla presenza di numerose visioni del mondo, religiose e metafisi-
che, s’interessa a un progetto di traduzione di esse. Rawls individua
attorno ai valori della libertà e dell’uguaglianza il terreno comune a
tutte le letture, quella secolare così come quella religiosa. Si tratta
di convertire ciascuna dottrina in una concezione politica. C’è, a
suo parere, una ragione pubblica capace di tradurre in ragionevole
l’idea di verità, come insistono a proclamare le religioni, o quella di
giusto, come sostengono le etiche secolari. Per quest’approccio si
veda, tra altri, J. Rawls, Un riesame dell’idea di ragione pubblica, in
Il diritto dei popoli, Edizioni di Comunità, Torino, 2001, p. 173-239,
mentre una rivisitazione critica del pensiero di Rawls a partire dalla
teologia è sinteticamente presentata dall’articolo di M. Junker-Ken-

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Teologia pubblica: una criteriologia

ny, Testimonianza o mutua tradizione?, in Concilium, 47 (2011) 1,


p. 136-148. Infine, un testo che dialoga anche con altri autori, oltre
a quelli citati, è Religioni e spazio pubblico. Un dialogo tra J. Ha-
bermas, C. Taylor, J. Butler e C. West, a cura di E. Mendieta - J. van
Antwerpen, Armando, Roma, 2015.
A proposito del filosofo Charles Taylor, appena menzionato, è
utile segnalare, ricordando la lunga ricerca sui temi della religione
di cui è stato protagonista, un volume scritto a quattro mani con il
teologo italiano Carmelo Dotolo – decano della Facoltà di Missiolo-
gia presso la Pontificia Università Urbaniana – sul rapporto tra fede
e modernità in tempi di post-secolarizzazione. Se la religione risulta
oggi disincantata, questo non significa l’abbandono del tema reli-
gioso per l’uomo secolarizzato. Impegna, invece, a riscoprire le reli-
gioni (qui il cristianesimo) come partner di un percorso di umanizza-
zione, critiche contro le illusioni di un’esistenza paga di se stessa. Per
questo le religioni, aggiungiamo noi, vanno fatte parlare e ascoltate.
Si veda nel merito C. Taylor - C. Dotolo, Una religione “disincanta-
ta”. Il cristianesimo oltre la modernità, EMP, Padova, 2012.

5. Il contesto sociologico

Diversamente rispetto a un passato recente, oggi, persino una


rapida istantanea sulle religioni le fotografa immancabilmente
come un processo in costante divenire: attualmente è possibile sce-
gliere, senza problemi, di essere atei, o seguire un’ortodossia reli-
giosa, cambiare confessione o ritagliarsi un proprio percorso all’in-
terno delle religioni (si veda al riguardo, in una bibliografia ormai
assai copiosa: P. Berger, I molti altari della modernità, EMI, Bologna,
2017). Tutto ci appare più frastagliato, meno assodato rispetto a
ieri, e i credenti, in genere, si sentono più liberi, pur se meno sicuri
della loro direzione spirituale. E il mosaico della fede si sta compli-
cando giorno dopo giorno, creando perplessità, dubbi e solo talvol-
ta anche (timide) speranze di cambiamento in meglio. Un quadro
in movimento, certosinamente fotografato dalla sociologia attuale,
che parla di una risorta voglia di comunità e di intimità di gruppo, di
sorprendenti protagonisti del religioso quali pellegrini e convertiti (il

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Rassegna bibliografica

riferimento primario è a D. Hervieu-Leger, Il pellegrino e il convertito.


La religione in movimento, Il Mulino, Bologna, 2003), constatando
in parallelo la crisi sempre meno reversibile di praticanti, Chiese e
comunità tradizionali. Lo schema del più modernità, meno religio-
ne, caro alla sociologia degli anni Sessanta che si soffermava volen-
tieri sull’eclissi del sacro nella società industriale (S.S. Acquaviva) è
entrato in crisi, in conseguenza di una consapevolezza nuova, che
ci dice dell’estrema rilevanza del divino e del sacro – nelle loro for-
me variopinte – nelle nostre società occidentali e postmoderne. Ri-
vincita di Dio, si è scritto (G. Kepel), con uno slogan particolarmente
fortunato, e poi ritorno del sacro dopo la stagione della sua (pre-
sunta) eclissi: una rivincita e un ritorno che, peraltro, convivono con
una secolarizzazione diffusa e un relativismo di maniera, con un
nichilismo del quotidiano e un indifferentismo ai valori che caratte-
rizzerebbero, stando a ricerche sociologiche recenti, soprattutto le
generazioni più giovani. In ogni caso, resta la convinzione indubi-
tabile di un generalizzato reincanto del mondo in chiave spirituale,
che rende più drammatica l’ignoranza dei fenomeni religiosi: favo-
rendo imbonitori e pseudomaestri di vita, best-seller dello spirito a
buon mercato, analisi (insieme, a volte, a pratiche) di chiaro sapore
integralista. Sul dibattito relativo al carattere post-secolare della so-
cietà attuale si rimanda, tra altri, a P. Costa, La città post-secolare:
il nuovo dibattito sulla secolarizzazione, Queriniana, Brescia, 2019
e a Il Vangelo nella città, a cura di M. Marcheselli, EDB, Bologna,
2020. Le tre sezioni in cui si articola quest’ultimo volume – che in
appendice riporta anche un breve saggio sul tema della teologia
pubblica – riguardano il vedere, il discernere e il giudicare la realtà
urbana alla luce della fede, attraverso una analisi e una lettura del
contesto multiculturale e multireligioso, con la prospettiva dell’ac-
coglienza e del dialogo. L’approccio ai temi è di carattere multidi-
sciplinare – dalla sociologia alla filosofia, dalla teologia alla Bibbia
e alla storia – con l’intento di rivolgere lo sguardo a una realtà che
fa parte della vita di tutti, ma nello stesso tempo rimane per tanti
aspetti difficile da indagare e da vivere.

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Teologia pubblica: una criteriologia

6. La teologia in epoca pluralista e post-secolare

Abitare nella città plurale e post-secolare significa, tra l’altro, su-


perare il linguaggio metafisico su Dio di fronte al fatto che, diversa-
mente dalla concezione tradizionale, si scopre che Dio è presente
anche in altre tradizioni e cammini spirituali. Ma anche che la ricerca
di senso ultimo, ora aperta e plurale, deve essere importante non
solo personalmente, ma pure dal punto di vista sociale e politico.
Insomma, l’approccio post-secolare alla religione contesta che essa
sia esperienza esclusivamente privata, rivendicando per essa una ri-
levanza e un carattere pubblico. Invocare il Dio dai molti nomi (in
questo senso post-metafisico) deve trovare espressioni politiche e
sociali, altrimenti rischia di essere una fede irrilevante e non neces-
saria, neppure per la persona che pure vi aderisce. Perché la fede di
qualsiasi Chiesa e comunità intende essere profetica, contemplare
un orizzonte di giustizia, ricordare e richiamare gli appelli dell’etica
… Solo così, ci sembra, mettendo insieme la dimensione post-meta-
fisica e post-secolare, le Chiese, e con esse le teologie, sono in grado
di esercitare una grande influenza nell’ambito pubblico: rispondono
alla ricerca di senso espressa nei molti cammini di Dio e insieme ten-
tano di tradurre nella pratica comunitaria e testimoniare al mondo
la possibilità della vita buona. Il significato, allora, di una teologia
pubblica post-moderna è quello di critica ai sistemi totalizzanti e del
superamento di una visione di religione come sistema arcaico e sacri-
ficale; ma anche, positivamente, di saper proporre la forza della gra-
tuità al posto del rancore e quello di saper supportare la soggettività
estrema persino dentro l’esperienza di vittima come testimonianza
di una speranza possibile. Se questo è il contesto in cui teologizza-
re oggi, un autore che prima di altri si è interrogato sul ruolo della
teologia e della teologia in epoca moderna è il francese Christian
Duquoc, quando richiama alla sfida che si presenta. Questa: la te-
ologia o diventa irrilevante, peggio ancora marginalizzata se non
esiliata oppure può stare, se capace di dialogare con la modernità,
con senso dentro il dibattito pubblico. Il concetto di esilio, insomma,
ci sembra adeguato a descrivere la situazione di ex-culturazione del
cristianesimo in Europa. Neologismo, questo, creato all’interno del

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Rassegna bibliografica

dibattito sociologico francese per descrivere la definitiva disartico-


lazione tra il cristianesimo, soprattutto nella versione cattolica, e la
cultura contemporanea, quando esso sembra incapace di alimentare
propositi di significati collettivi condivisi. L’esilio della teologia, insom-
ma, le impedisce di partecipare al dibattito pubblico. Qui si presenta
la sfida, come racconta C. Duquoc, La teologia in esilio. La sfida della
sua sopravvivenza nella cultura contemporanea, Queriniana, Brescia,
2004. Accettare la sfida significa per la teologia passare e stare nel
dibattito pubblico, promuovendo e non impedendo la pluralizzazio-
ne delle forme in cui vivere l’essere cristiani oggi; adattandosi e non
respingendo la vita nomadica dei contemporanei, le nuove forme di
socializzazione, così come quella di appartenenza. La teologia evita
l’esilio in tempi post-moderni solo se riesce a coltivare e proporre
una ricerca di senso anche dopo la fine dei grandi racconti (J.F. Lyo-
tard), evitando, come ricordato, le due derive post-secolari della re-
altà contemporanea: quella fondamentalista e quella del relativismo
alla moda. La teologia, oltre a evitare l’esilio, potrà infine partecipare
al dibattito sui temi pubblici se capace di esprimere, in tempi di plu-
ralismo, una nuova intelligenza circa l’identità cristiana. E qui si apre
una serie di riflessioni che appartengono ai teologi del sud e a quelli
che in quel contesto hanno vissuto quando riprendono la categoria
di meticciato, di sincretismo, di doppia appartenenza. Se dovessimo
rimandare a un esempio di come indagare tali temi, possiamo citare
il libretto del teologo indiano F. Wilfred, L’epoca del dialogo. Voci dal
sud, Pazzini, Villa Verucchio (RN), 2013.
Ritornando al tema della teologia in epoca pluralista e post-seco-
lare, ci permettiamo di rimandare al nostro M. Dal Corso - B. Salva-
rani, Molte volte e in diversi modi. Manuale di dialogo interreligioso,
2a ed., Cittadella Ed., Assisi (PG), 2018. Il testo, la cui ambizione è
di proporre, come recita il sottotitolo, un vero e proprio manuale di
dialogo interreligioso, parte dalla convinzione che anche la teologia,
se vuole essere all’altezza dei tempi e insieme fare fino in fondo il
proprio mestiere, deve lasciarsi interrogare dal pluralismo religioso
odierno. Quello descritto con una frase esemplificativa che assume
il fatto che siamo passati “dalla religione degli italiani all’Italia delle
religioni”. Ora, prima che questo sia interpretato solamente come

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Teologia pubblica: una criteriologia

un cedimento all’evidenza sociologica, il testo intende offrire, piut-


tosto, un’interpretazione biblica, storica, metodologica, spirituale e
teologica del pluralismo. Da qui la pretesa di presentarsi come ma-
nuale. La ricerca, tra altri spunti e finalità, consegna alla riflessione
teologica il compito di aiutare ad abitare diversamente il mondo.
Scegliere, ad esempio, di praticare il dialogo interreligioso secondo
le categorie della gratuità e dell’ospitalità. “Se ospitata, la persona
umana può imparare che l’altro-nemico diventa, invece, fratello e
che più della reciprocità (do ut des) vale la gratuità, il disinteresse,
l’asimmetria per vivere nuove relazioni” (p. 34). Anche solo per que-
sto accenno, il contributo della teologia al dibattito pubblico carente
in cerca di senso ci sembra significativo. E proprio di ospitalità come
paradigma discute e riflette il recente lavoro collettivo pubblicato
con il titolo di teologia dell’ospitalità (si veda, Teologia dell’ospita-
lità, a cura di M. Dal Corso, Queriniana, Brescia, 2019). Anche per
questo lavoro vale ricordare l’obiettivo posto all’inizio: “Se prima
che un diritto, esistere è un debito che si estingue diventando per-
sone ospitali, la teologia è chiamata a favorire la convivenza tra le
persone superando anche la propria autocomprensione, quando
questa sia di ostacolo al dialogo, aiutando ad abitare questo cambio
d’epoca e imparando ad accogliere le ricchezze spirituali che sono
per tutti. Fino a farsi contributo pubblico a servizio della crescita
umana e spirituale dell’umanità” (dalla quarta di copertina). Il con-
tributo nell’opera del teologo Brunetto Salvarani intende affrontare
direttamente il tema della teologia pubblica avendo declinato l’ospi-
talità come sfida per una teologia che sia pubblica. Di questa sfida il
contributo presenta una prospettiva epistemologica, una metodolo-
gica, politica e infine macro-ecumenica utili per descrivere le possibi-
lità di una teologia pubblica in epoca pluralista e post-secolare. Che
le religioni, al plurale, possano insieme rappresentare un possibile
motivo di divisione, oppure che in loro nome si autorizzi o giustifichi
la violenza e l’intolleranza oppure ancora che si auspichi di poter
fare a meno di esse è una consapevolezza con cui scrivono gli au-
tori del volume L’etica nella società plurale, tra culture e religioni, a
cura di S. Morandini, Proget, Padova, 2019. I quali (docenti, teologi
e ricercatori di diverse discipline partecipanti a un progetto di ricerca

371
Rassegna bibliografica

promosso dalla Fondazione Lanza di Padova di cui il testo in oggetto


è espressione) sono altrettanto convinti che il pluralismo culturale e
religioso possa portare le religioni e con esse i teologi, insieme con
i credenti a pronunciare il nome di Dio con più attenzione e sensi-
bilità, attenti alle manifestazioni inedite di Dio nella storia. Questo
serve certo alla fede matura, ma tanto più a un discorso pubblico
svolto anche con chi non crede. Si occupa della teologia pubblica
dal punto dell’editoria e della comunicazione volendo segnalare la
necessità del superamento dell’autoriferimento di certa stampa con-
fessionale, invece, l’articolo firmato da P.L. Cabri – G. Montaldi, Teo-
logia pubblica ed editoria. Una prospettiva dall’Europa continentale
occidentale, in Concilium, 54 (2018) 4, p. 151-157.

7. La teologia ecumenica come teologia pubblica

Il cammino ecumenico che le Chiese, in tempi e modi diversi,


hanno intrapreso nel XX secolo, ha insegnato ai cristiani che la ricer-
ca dell’unità visibile non è solo uno tra i possibili ambiti di un’azione
pastorale da perseguire o potenziare secondo le stagioni: molto più
in profondità, l’ecumenismo è o dovrebbe essere, semplicemente,
la modalità, la forma dell’essere cristiani. È Gesù stesso, infatti, che
ha operato e quindi anche pregato affinché ci fosse comunione
piena tra quelli che credono in lui e lo confessano come narrazione
definitiva agli uomini del Dio che nessuno ha mai visto né può ve-
dere. Essere uniti, essere in comunione, per i cristiani non è neppure
una questione strategica o una ricerca della forza necessaria contro
gli altri, i non cristiani divenuti magari maggioranza o forza aggres-
siva. I cristiani sono uniti perché seguire Gesù, il Signore, significa
vivere il comandamento dell’amore reciproco, il servizio all’altro,
soprattutto al più povero e debole, significa rinnovamento costante
del perdono e quindi del cammino di riconciliazione. Peraltro, che
in un pianeta ormai consapevolmente multireligioso il vasto popolo
cristiano – oltre due miliardi di persone sparse in ogni continente
e in quasi tutte le nazioni – sia diviso (per certi versi, sempre più
diviso e frammentato) e quasi incapace di operare insieme, salvo
benemerite eccezioni, è un dato di fatto che sembrerebbe non fare

372
Teologia pubblica: una criteriologia

problema. E in ogni caso non sgomenta, come probabilmente do-


vrebbe, che tali divisioni rappresentino una controtestimonianza
cristiana di proporzioni colossali, fino a scoraggiare, purtroppo con
discrete ragioni, chi intenda avvicinarsi al messaggio evangelico,
salvo doversi chiedere: quale Vangelo? E quale tradizione cristiana?
E ancora, quale Chiesa? Interrogativi di enorme portata, certo com-
plessi, eppure ineludibili, ai quali una teologia pubblica ecumenica
è chiamata a dare una risposta credibile.
Certo, la teologia pubblica, così come qualsiasi teologia ecume-
nica, prenderà le mosse dal riconoscimento del protoscisma, perché
è necessario ricordare costantemente come la storia dei rapporti tra
cristiani ed ebrei sia stata, in buona sostanza fino alla metà del XX
secolo, una vicenda di contrapposizione radicale fondata sull’atteg-
giamento del disprezzo (J. Isaac), e largamente segnata dalla feri-
ta mai rimarginata della separazione tra Chiesa e Sinagoga (cfr. B.
Salvarani, De Judaeis. Piccola teologia cristiana di Israele, Gabrielli
editori, San Pietro in Cariano [VR], 2015). Il cosiddetto protoscisma
fa riferimento alla separazione tra fratelli nati all’interno dello stesso
mondo religioso, quello del giudaismo, o meglio, dei diversi giu-
daismi, del secondo tempio; o, per dirla con il cardinal Martini, “il
prototipo di ogni scisma” (cfr. C.M. Martini, Israele, radice santa,
Centro Ambrosiano - Vita e Pensiero, Milano, 1993, in particolare le
p. 37-49). Mentre il teologo riformato Karl Barth, agli inizi degli anni
Sessanta, in visita a Roma al Segretariato per l’unità dei cristiani, ne
parlava nei seguenti termini: “Esiste, in ultima analisi, un solo gran-
de problema ecumenico: quello delle nostre relazioni con il popolo
ebraico”. In una cornice ai suoi occhi già consolidata, che l’aveva
portato a dichiarare, nel pieno della seconda guerra mondiale, che
“l’antisemitismo è un peccato contro lo Spirito Santo” (K. Barth,
Kirchliche Dogmatik, II/2, EVZ Verlag, Zurigo, 1942, p. 225). Riflet-
tono sul carattere ecumenico della teologia pubblica le ricerche di L.
Hogan - J. D’Arcy May, L’ecumenismo come teologia interculturale,
interreligiosa e pubblica, in Concilium, 47 (2011) 1, p. 91-106. Va
inoltre segnalato in questa direzione B. Salvarani, Non possiamo non
dirci ecumenici, Gabrielli, San Pietro in Cariano (VR), 2014.

373
Rassegna bibliografica

8. Pubblica perché visibile

In questa rassegna circa testi e opere che direttamente o indiret-


tamente si occupano di teologia pubblica non può mancare il rife-
rimento al teologo protestante Jürgen Moltmann. L’opera di questo
autore che fa al caso nostro è J. Moltmann, Dio nel progetto del mon-
do moderno. Contributi per una rilevanza pubblica della teologia,
Queriniana, Brescia, 1999. La tesi qui espressa è che una teologia cri-
stiana che non si compromette smette di essere realmente cristiana.
Essa, cioè, consapevole o meno, è sempre anche politica e pubblica,
in quanto spinge a operare delle scelte, intromettendosi nelle vicen-
de del mondo e invitando a mettersi in gioco. A deporre a favore di
tale interpretazione esplicitata nell’opera citata, è – del resto – tutta
la ricerca teologica di Moltmann. Al centro della sua riflessione, in-
fatti, c’è il coinvolgimento di Dio nella passione del mondo. Il Dio
crocifisso, insomma, traduce per la storia degli uomini e donne, per
la storia del mondo la speranza descritta dallo stesso Moltmann in
Teologia della Speranza. All’interno, invece, di uno sguardo teologi-
co contestuale quale quello del Sudafrica (vedi approfondimento),
è possibile segnalare, tra altri, la ricerca di F.D. Smit, The Paradigm
of Public Theology, in Contextuality and Intercontextuality in Public
Theology, a cura di Fl. Hohne - T. Reitmeier, Lit, Münster, 2013, p. 11-
23. Per il discorso in vista della trasformazione nell’Africa del Sud di-
ventano importanti i contributi pubblici della fede, della Chiesa (delle
Chiese) e della teologia. La lotta per la liberazione si può nutrire di
orizzonti di senso utili per la dignità umana, per l’uguaglianza e per
la libertà quanto mai necessari per una società uscita dalla stagione
della discriminazione legale come è stata l’apartheid.

9. Pubblica perché universale

Chi ha fornito le basi e le motivazioni di fondo a un progetto


di teologia pubblica, sottolineandone in particolare il carattere uni-
versale, è il teologo statunitense David Tracy. Nato a Yonkers (New
York) nel 1939 e laureatosi all’Università Gregoriana di Roma, oggi
è Greeley Distinguished Service Professor Emeritus of Catholic Stu-

374
Teologia pubblica: una criteriologia

dies; è inoltre docente emerito di teologia e di filosofia delle religioni


presso la Divinity School dell’University of Chicago (Illinois, USA) e
presso il John U. Nef Committee on Social Thought. Membro dell’A-
merican Academy of Arts and Sciences, ha tenuto lezioni in oltre
cinquanta università e college in tutto il mondo. È membro del co-
mitato scientifico della rivista internazionale di teologia Concilium.
Tra le sue pubblicazioni: Blessed Rage for Order. The new pluralism
in theology, New York, 1979 (poi University of Chicago Press, 1996);
The Analogical Imagination, Crossroad Publishing, New York, 1981;
Plurality and Ambiguity, San Francisco/CA, 1987 (poi University of
Chicago Press, 1994); On Naming the Present. Reflections on God,
Hermeneutics, and Church, Orbis Books, New York - London, 1994.
Il lavoro di Tracy, ritenuto denso e non poco complesso, mostra
attenzione costante tanto per una vasta gamma di studi nell’am-
bito della teologia sistematica quanto per una conversazione con
colleghi studiosi di altre discipline. Nonostante le radici del suo pen-
siero risiedano nel tomismo trascendentale, egli è stato influenzato
anche da molti altri pensatori e tradizioni, come la riflessione erme-
neutica di Paul Ricoeur, Jacques Derrida e Hans-Georg Gadamer, la
teologia del processo di Schubert Ogden e il misticismo di Simone
Weil. Il suo impegno culturale si è concentrato sul metodo teologi-
co e sul pluralismo, con l’obiettivo di evidenziare il ruolo dell’inter-
pretazione e dell’ermeneutica nel pensiero teologico sistematico.
In The Analogical Imagination, uscito nel 1981 e più volte riedito
(ma non in italiano), il lavoro più sistematico di Tracy fino a oggi,
egli presenta una comprensione ermeneutica della teologia, centrata
sulla nozione di classico, che enfatizza l’interpretazione e il carattere
necessariamente pubblico della teologia sistematica. Questa comune
attività di interpretazione nell’esperienza umana supporta la tesi di
Tracy secondo cui tutta la teologia autentica è teologia pubblica. Per
Tracy, “la teologia è un discorso pubblico” e la teologia sistematica
ha necessariamente uno status pubblico (p. 3). In particolare, a suo
parere ogni teologo “affronta tre realtà sociali distinte e correlate:
la società più ampia, l’accademia e la Chiesa” (p. 5). Ogni teologo,
quindi, si rivolge a questi tre diversi pubblici. La prima, la società,
comprende il regno tecnoeconomico, la politica e la cultura, e com-

375
Rassegna bibliografica

porta preoccupazione per la giustizia sociale e i poveri. Il secondo,


l’accademia, fornisce il contesto intellettuale della teologia contem-
poranea, che implica una responsabilità per il dialogo razionale e l’in-
terazione con altri campi della conoscenza e dell’indagine. Il terzo,
la Chiesa, identifica la responsabilità del teologo nei confronti della
tradizione vivente di una comunità di fede, chiamandolo a un’inter-
pretazione coerente dei classici cristiani in correlazione critica con la
situazione culturale contemporanea. La teologia deve trasmettere la
“libertà critica concessa come grazia e comando nello stesso evento
religioso originario”, utilizzando un linguaggio il più possibile comu-
ne, allo scopo di trasmettere significatività esistenziale, di rivelare la
verità e di trasformare la vita (p. 14-24). In genere la teologia ha cer-
cato di raggiungere questi obiettivi attraverso l’analogia o la dialetti-
ca: Tracy sostiene la priorità dell’analogia, che fornisce un significato
focale che rafforza l’armonia e l’unità nella differenza. Quindi l’im-
maginazione analogica è attrezzata per la situazione policentrica e
contemporanea: l’immaginazione analogica è aperta, ma impegnata
nella propria integrità e dignità, eppure disposta a cambiare se ne-
cessario. Secondo Aristotele, il potere dell’immaginazione analogica
è di individuare il simile nel dissimile. L’immaginazione analogica al
lavoro nella teologia sistematica è libera di notare la profonda somi-
glianza nella differenza di tutta la realtà. L’analogo cristiano è sempre
l’evento di Cristo – e questo evento ha il carattere di sempre-già /
non ancora della grazia e del dono rivelati in Gesù Cristo. Il cristiane-
simo vive di un evento e di una persona – Gesù Cristo – non di idee.
Ciascun teologo, ovviamente, si rivolgerà principalmente a uno
di questi tre pubblici. La società più ampia in genere è la preoccu-
pazione dei teologi pratici. L’accademia è di solito la preoccupazio-
ne dei teologi fondamentali. La Chiesa è, naturalmente, il regno
dei teologi sistematici. Tuttavia, poiché la comune realtà sociale di
qualsiasi teologo implica un’esperienza e una comprensione parte-
cipativa in ciascuno di questi tre gruppi, lui o lei si rivolge implicita-
mente a tutti e tre i regni. La complessità di tale situazione, che per
Tracy è solo un riflesso della complessità del pluralismo, è qualcosa
che deve essere affrontato con una seria riflessione. Ciò che è ne-
cessario in teologia, quindi, è una spinta non verso la riservatezza

376
Teologia pubblica: una criteriologia

ma verso un autentico discorso pubblico (p. 30-31). Altri riferimenti


utili sono reperibili in: R. Thiemann, Constructing a Public Theology:
the Church in a Pluralistic Culture, John Knox Press, Westminster,
1991; M. Stackhouse, Public Theology and Ethical Judgment, in The-
ology Today, 54 (1997) 2, p. 165-179; E. Arens, Nuovi sviluppi della
teologia politica. La forza critica del discorso pubblico su Dio, in
Prospettive teologiche per il XXI secolo, a cura di R. Gibellini, Queri-
niana, Brescia, 2006, 2a ed., p. 73-92.

10. Pubblica perché contestuale: il laboratorio brasiliano

Ci sono alcune comunità che, spinte anche da motivi contestua-


li, più di altre hanno preso sul serio la prospettiva della teologia
pubblica. Qui presentiamo in sintesi il lavoro sul tema offerto da
quella brasiliana, quella sudafricana e quella asiatica.
I motivi che da alcuni anni a questa parte hanno mosso la co-
munità teologica brasiliana a interessarsi di teologia pubblica sono
diversi. Sono gli stessi teologi brasiliani di matrice protestante, ad
esempio, a chiedere di sviluppare una teologia pubblica in Brasile
davanti al fenomeno del neofondamentalismo che smentisce, per
paradossale che appaia, il principio protestante di tillichiana me-
moria. In realtà, la storia recente del Paese ha già registrato questo
paradosso: una comunità, quella protestante, che nasce in nome
della libertà si trova, ancora negli anni Sessanta, a essere una co-
munità che appoggia il golpe militare. Per tornare, quindi, a pen-
sare e sentire le Chiese protestanti come comunità rilevanti, come
comunità educative cooperanti nei confronti della storia del paese
la teologia pubblica potrebbe aiutare nella ricerca di un’esperienza
di cittadinanza inclusiva. Tutto questo, però, deve fare i conti con
un dogmatismo neo-fondamentalista che finisce con imprigionare
il discorso su Dio in certezze e formule teologiche perfette. Il feno-
meno pentecostale, o meglio, neopentecostale, cioè, sembrerebbe
portare a una pericolosa deriva di intolleranza approfittando, se-
condo questa analisi, del vuoto di senso post-moderno. In questo
contesto, il mondo protestante finisce per esercitare un ruolo di
potere che intende confermare e non smentire lo status quo. Di

377
Rassegna bibliografica

fronte a una deriva come quella sinteticamente descritta, la neces-


sità di una teologia pubblica in Brasile diventa evidente. Se, infatti,
il compito della teologia non è quello di disquisire delle realtà so-
prannaturali, ma di interpretare, alla luce del mistero rivelato (che
in quanto rivelato è sempre storico), la realtà naturale e tutto quello
che esiste, il suo ruolo pubblico diventa allora un concorso per la
ricerca di senso e per la vita comunitaria.
Per questo la proposta è che la teologia protestante (ma vale an-
che per le altre teologie confessionali) diventi pubblica, impegnata
con il suo tempo e con le domande vere che esso pone. Una teolo-
gia “incarnata e capace di ascoltare le domande di oggi e a partire
da quelle, basandosi sulla propria storia, sui propri principi e su una
spiritualità matura in dialogo con l’intera tradizione cristiana, (capa-
ce di) articolare risposte attualizzate e rilevanti” (p. 139). Si veda R.
Cavalcante, O neofundamentalismo no Brasil e as bases para uma
teologia publica protestante (ndr. articolo che appare in un’opera
che citiamo nella sezione 2).
Oltre alle sfide del presente, nell’ambiente brasiliano occorrerà
tener presente il contributo all’immaginario politico e per questo
pubblico della recente stagione di impegno per la liberazione por-
tato avanti dalla Chiesa cattolica, ma anche da alcune Chiese pro-
testanti storiche, come quella luterana. È infatti doveroso osservare
che categorie come povero, comunità, liberazione, fraternità e in-
fine partecipazione sono entrate a pieno titolo, pur appartenendo
al discorso religioso, nell’immaginario pubblico delle mobilitazioni
per la democrazia e la giustizia sociale iniziate negli anni Settanta
del secolo scorso. Resta il fatto che oggi il paradigma teologico
contenuto nell’espressione popolo di Dio è messo in discussione dal
nuovo assioma, promosso dalle comunità pentecostali, della vita in
abbondanza. Se il primo è servito a sostenere la teologia della libe-
razione, il secondo rappresenta l’argomento teorico della teologia
della prosperità. La comunità politica si trova davanti a questo nuo-
vo incrocio: dovrà decidere di quale paradigma teologico servirsi. In
questo senso, una teologia pubblica ecumenica, capace di rispon-
dere alle domande poste dalla società, è certamente necessaria alla
comunità brasiliana sempre più complessa.

378
Teologia pubblica: una criteriologia

Esistono poi ragioni sociali e culturali legate all’ambiente lati-


noamericano in generale, e a quello brasiliano in particolare, che
spingono verso una teologia pubblica. Il carattere meticcio e quindi
interculturale di tante società latinoamericane, infatti, appare come
una condizione che la teologia pubblica può allo stesso tempo as-
sumere e promuovere. Sono i popoli indigeni a chiedere una diver-
sa lettura teologica. Diversa, ad esempio, dal modello tabula rasa
dell’evangelizzazione coloniale, quella capace di leggere l’assenza
nella lingua tupì delle lettere f, l e r. Tale assenza è stata portata
come esempio dell’ignoranza indigena: i popoli originari non co-
noscono la fede, la legge e nemmeno il regno. Peraltro, la teologia
pubblica cui ci si vuole rivolgere è quella che ha aiutato nei tempi
di cattività a resistere alla dittatura. Negli anni Sessanta, infatti, le
società latinoamericane sono state dominate da regimi dittatoriali
ed è conosciuto il ruolo di alcune Chiese progressiste nella difesa
contro la dittatura e nella lotta per la libertà. In tempi democrati-
ci, quale potrà essere il ruolo cui è chiamata la teologia pubblica?
Certamente quello di riconoscere il diritto alla differenza. E se il
latifondo rappresenta l’immagine concreta e dura della negazione
delle differenze, la teologia pubblica, in tempi di democrazia, dovrà
lottare contro il latifondo della terra, ma anche contro il latifondo
del capitale finanziario, quello dei mezzi di comunicazione e infine
quello del sapere. La teologia pubblica in America Latina e in Brasile
è chiamata fra l’altro a dare voce alle popolazioni originarie, afro-di-
scendenti, meticce. Esse sono portatrici di differenza. La teologia
pubblica qui è quella che dialoga con le spiritualità ancestrali, di-
sposta ad ascoltare e imparare. La dimensione interculturale, allora,
appare come una caratteristica importante della teologia pubblica.
Questo ci dice la comunità teologica brasiliana. Dove l’intercultura-
lità non è semplicemente un atteggiamento tollerante nei confronti
dell’alterità, ma una necessaria modalità per costruire e fondare
un discorso alternativo. Così, ad esempio, quando i teologi brasi-
liani parlano di teologia delle acque amazzoniche non intendono
semplicemente lanciare un appello per preservare l’Amazzonia. Per
loro la teologia delle acque amazzoniche significa mettere al cen-
tro della riflessione teologica e della pratica pastorale e sociale la

379
Rassegna bibliografica

relazione simbiotica tra essere umano e natura, il re-incanto e il


re-incontro tra i due. Significa riconoscere la vitalità delle acque
non solo per la sopravvivenza dell’umanità, ma anche per la sua
ricerca di senso, scoprendo che essa è parte di un progetto creatore
libero e gratuito. Una vitalità che può insegnare l’autoregolazione
e l’autorigenerazione del mondo delle acque perché sistema aper-
to e non chiuso … questo e molto altro si può imparare se la di-
mensione interculturale attraversa la teologia pubblica. Ma oltre a
ragioni culturali e interculturali, la comunità contestuale del Brasile
è alla ricerca di una teologia pubblica anche per motivi politici, che
interessano, cioè, la polis. Tra questi, ad esempio, il problema, non
solo brasiliano, dell’insegnamento della religione a scuola, quello
della ri-fondazione dei diritti umani per una regione, quella lati-
noamericana, segnata dalla privazione dei diritti umani in epoca
di dittatura. E se, tanto più nel contesto brasiliano, è importante
ricordare che l’idea dei diritti umani ha radici cristiane, come so-
stengono alcuni teologi, al tempo stesso occorre, dentro lo stesso
contesto, richiamare alcune Chiese al rispetto della tolleranza, alla
valorizzazione della diversità, all’importanza del dialogo. Tanto più
sul tema dei diritti umani, la teologia pubblica dovrebbe evitare il
rischio di esprimere una teologia apatica, irrilevante cioè per il con-
testo sociale, e di cadere nella tentazione di essere una teologia di
assistenza sociale, supplendo alle politiche dello stato, così come
diventare una teologia del self, quella che attende alle domande
individuali misconoscendo il suo ruolo comunitario e pubblico. La
teologia pubblica, in ambienti come quello brasiliano segnati dalle
cicatrici dell’apartheid, dalla storia schiavista, da quella dittatoriale,
dallo sfruttamento economico è chiamata a reclamare il diritto alla
memoria, alla giustizia, all’uguaglianza, alla libertà. I diritti umani
proposti dalla teologia pubblica sono quelli decostruiti, ripensati,
messi in discussione, arricchiti dai dialoghi con i vari saperi, tra cui
quello teologico e per questo capaci concretamente di rivendicare
nuove relazioni. E infine, oltre a motivazioni di tipo politico e cultu-
rale, il panorama brasiliano offre anche spunti dalla vita quotidia-
na per motivare la necessità e l’urgenza di una teologia pubblica.
Anche in Brasile, infatti, si assiste al passaggio dall’organizzazione

380
Teologia pubblica: una criteriologia

religiosa all’auto-validazione del credere e al primato dell’individuo


con il risultato della poca rilevanza della voce delle Chiese nel fo-
rum pubblico. La teologia pubblica, allora, potrebbe proporsi come
spazio in cui le ricerche di senso e significato anche religioso pos-
sano essere accolte, anche quelle vissute e sperimentate fuori dalle
comunità e dalle istituzioni. Ma la vita quotidiana brasiliana è anche
quella segnata dai movimenti sociali come quelli contadini, basti
ricordare il ruolo socio-politico del MST (Movimento Sem Terra) e
quello socio-ecclesiale della CPT (Commissione Pastorale della Ter-
ra). Qui si rende evidente che la mistica, necessaria per la militanza
richiesta dalla lotta per il cambiamento sociale, è infine uscita dagli
spazi chiusi del sacro istituzionalizzato ed è entrata nelle lotte socia-
li, fecondando l’energia immaginativa e il potenziale di mobilizza-
zione. La teologia pubblica in contesti come quelli brasiliani, allora,
è chiamata a servire la mistica degli occhi aperti, come l’ha definita
J.B. Metz (cfr. Mistica degli occhi aperti. Per una spiritualità concre-
ta e responsabile, Queriniana, Brescia, 2013). La comunità teologi-
ca brasiliana, infine, rileva l’importanza di una riflessione anche per
la teologia del quotidiano là dove, cioè, la teologia s’incontra con
l’arte e con la cultura come aspetti diversi e insieme complemen-
tari dell’universo simbolico e di significato di una comunità. Autori
come Rubem Alves e la teopoetica che questi esprimono e svilup-
pano, devono essere interpretati dentro la teologia pubblica: una
proposta teologica come capacità di leggere il mondo a partire dal-
la prospettiva dell’esperienza religiosa, dove religione non è depo-
situm fidei, ma esperienza dove la persona è mossa dalla necessità
di una ristrutturazione del mondo in cui vive secondo i valori che gli
sono cari. Tutto questo e altro ancora è raccontato e documentato
nel secondo volume della collana “Teologia pubblica” curato da
E. Jacobsen - R. von Sinner - R.E. Zwetsch, Teologia publica: desafios
eticos e teologicos, EST, São Leopoldo (Brasil), 2012.
Ci sono, infine, ragioni etiche e teologiche del contesto brasilia-
no a giustificare lo sviluppo di una teologia pubblica. Prima di tutto,
e ciò vale per tutti i contesti, il cristianesimo è una religione intrinse-
camente pubblica. Non solo per l’eredità storica o per l’uso di mezzi
di comunicazione rivolti a tutti, ma soprattutto per la sua mission:

381
Rassegna bibliografica

quello che annuncia è la salvezza per tutti e non solo per i suoi
membri. Altra motivazione alla teologia pubblica è considerare che il
Brasile, nonostante la deriva politica recente, gode di una società ci-
vile forte, di cui fanno parte sicuramente le comunità religiose chia-
mate a dare il loro contributo per il futuro del paese. C’è bisogno
di affermare la teologia pubblica in Brasile anche per consolidare il
suo posto nelle università: dare spessore accademico alla teologia
aiuta a trovare il suo posto anche all’interno di luoghi pubblici come
le università. E infine la teologia pubblica in Brasile esercita una re-
sponsabilità: deve rendere conto della sua fama internazionale. L’e-
redità della teologia della liberazione brasiliana e latinoamericana,
infatti, deve essere raccolta dalla teologia pubblica che condivide
con la prima, l’impegno per una cittadinanza inclusiva, dove le diffe-
renze possano convivere. Un anticipo concreto del sogno di Dio. Tra
le ragioni etiche che motivano il bisogno di una teologia pubblica
in Brasile certamente c’è la considerazione che il Paese registra uno
dei maggiori indici di disuguaglianza al mondo. Come affermato dai
teologi della liberazione: il Brasile non è povero, casomai è impove-
rito. La teologia pubblica in questo contesto, allora, è chiamata a
mettere in discussione il paradigma dello sviluppo così come inteso
dalle istituzioni internazionali. Essa è chiamata a pronunciarsi circa
l’idea di sviluppo secondo nuovi approcci, nuovi linguaggi, nuovi
simboli e metafore. Come quelle portate dalle culture originarie,
ad esempio, che ripensano, perché vivono, un altro rapporto con la
natura, con le persone, con Dio. Sono evidenti temi etici chiamati a
far parte dell’agenda della teologia pubblica quelli della bioetica e
della lotta all’AIDS, tenuto conto che con questi problemi (e soprat-
tutto con le persone bisognose di cure) sono rilevanti per il contesto
brasiliano, anche per numeri in gioco. Così l’eco-teologia, tradizio-
ne recente della riflessione latinoamericana che traduce il concetto
di ecologia integrale nella famosa immagine del grido della terra e
grido dei poveri, è un altro approccio insieme etico e teologico con
cui la teologia pubblica deve dialogare, dicono i teologi brasiliani.
Ci sono poi altre sfide che si pongono a una riflessione pubblica
della teologia, a partire dallo sguardo erotico e femminista. E se la
teologia queer (di cui antesignana è la teologa di origine argentina

382
Teologia pubblica: una criteriologia

Marcela Althaus-Reid) presenta come caratteristica quella di esse-


re critica, decostruttiva e profetica, la teologia pubblica che invece
presenta, proprio perché pubblica, un carattere più di negoziazione
non deve per questo smettere di difendere il carattere erotico nel-
la sua riflessione: esso serve a generare nuove energie davanti ad
una società escludente, discriminatoria, omofobica e antierotica. È
una sfida alla teologia pubblica, però, anche assumere il linguaggio
e i modi di comunicazione dell’arte, come detto, e in particolare
del teatro. La tradizione brasiliana del teatro dell’oppresso (che ha
avuto come ispiratore il drammaturgo Augusto Boal) indica delle
possibilità anche per la teologia pubblica: quelle di una riflessione
a partire dal clamore degli oppressi del continente latinoamericano.
Queste e altre sfide etiche e teologiche sono descritte e analizzate
nel terzo volume della collana già citata: E. Jacobsen - R. von Sinner -
R.E. Zwetsch, Teologia publica: desafios sociais e culturais, EST, São
Leopoldo (Brasil), 2012. Oltre ai tre segnalati, il progetto editoriale
sulla Teologia Pubblica nel 2018 è giunto al traguardo dell’ottavo
volume, firmato da R. von Sinner, Teologia publica num Estado laico.
Ensaios e análises, EST, Sao Leopoldo (Brasil), 2018.

11. Pubblica perché contestuale: il laboratorio sudafricano

Un altro ambiente in cui la teologia pubblica è stata ripensata è


sicuramente quello della comunità teologica sudafricana. Secondo il
teologo Nico Koopmann sono tre i discorsi che motivano a un ruolo
pubblico della religione. Il terzo dei quali, del resto, lega l’esperienza
sudafricana a quella brasiliana dal momento che l’autore in questio-
ne rimanda all’immaginazione creativa di Rubem Alves. Ma proce-
diamo con ordine. Come del resto fa lo stesso Koopmann quando
ricorda che non da oggi la fede cristiana esercita una presenza viva
fuori dalla Chiesa, in qualche maniera influendo nella mentalità e
nel dibattito pubblico. Tale presenza si dà in molte maniere: nella
forma classica del teismo (l’idea di un Dio trascendente che con-
trolla tutta la vita sulla terra), in quella dell’olismo religioso (quando
la religione viene interpellata davanti alla complessità della realtà),
quella ancora del moralismo religioso (quando serve richiamare la

383
Rassegna bibliografica

religione per la ricostruzione morale di una società). Quella, poi,


del bisogno del dialogo (dove la religione aiuta a ripensare la rela-
zione con gli altri, con i diversi), oppure quella dell’esistenzialismo
(quando la religione diventa esperienza personale ed esistenziale).
In queste forme tradizionali, secondo l’analisi di Koopmann, il ruolo
pubblico della religione corre diversi pericoli che invece è necessario
evitare. Questi sono: una modalità di pensiero gerarchica, immagini
dualiste della terra (separata dal cielo), un’etica che non supera i li-
miti del rapporto io-tu, un moralismo vago e una retorica altrettanto
vaga circa il pluralismo. Ma il contesto socio-politico di una società
uscita dall’apartheid deve impedire alla teologia pubblica di cadere
in queste derive. C’è bisogno di altro. A partire, allora, dal realismo
cristiano (primo discorso di fondamento per una teologia pubblica
secondo l’autore), Koopmann sostiene che la teologia pubblica sud-
africana con il concorso delle varie religioni può insieme assolvere
un duplice scopo: fornire il senso e il significato per l’attuazione di
politiche pubbliche giuste e insieme dare dei contributi materiali per
il discorso politico di cambiamento e per le politiche concrete. In
questo senso, allora, serve il secondo discorso che struttura la teo-
logia pubblica (per il Sudafrica, ma non solo): si tratta degli assiomi
intermediari. Essi sono quei contenuti a metà tra le affermazioni ge-
nerali e le politiche specifiche. Si tratta di un dispositivo concettuale
che le Chiese, in senso ecumenico, possono offrire per integrare
le domande contestuali con i trascendentali del Vangelo. Questo
aiuta la teologia pubblica, ma anche la teologia in generale, a non
rinunciare alla propria escatologia, all’utopia e speranza cristiana, a
non arrendersi alla dittatura del presente, a non scambiare, direbbe
Alves, i fatti con i valori. Sono proprio questi assiomi intermediari
che aiutano le Chiese e la loro teologia a non cadere nel pericolo del
costantinismo e dell’addomesticazione assoluta del Vangelo. Assie-
me a loro, serve anche il terzo discorso che completa e struttura la
teologia pubblica: quello dell’immaginazione creativa, come detto.
Spiegato in maniera evocativa: coloro che non credono nei miracoli,
non sono realisti. L’immaginazione creativa, però, non deve essere
vista come una smentita del realismo o dei discorsi intermedi, ma
come la loro verifica e maturazione. Molto oltre al concreto spazio di

384
Teologia pubblica: una criteriologia

attuazione, oltre quello che è politicamente ed economicamente re-


alizzabile, l’immaginazione sa, proprio in nome della sua creatività,
che “la speranza è ascoltare la melodia del futuro. La fede è danzar-
la” (R. Alves). Per il laboratorio sudafricano rimandiamo, allora, a N.
Koopman, Public Theology in (South) Africa: a Trinitarian Approach,
in International Journal of Public Theology, 1 (2007) p. 188-209.

12. Pubblica perché contestuale: il laboratorio asiatico

Il contesto asiatico fortemente caratterizzato, come sappiamo,


dalla dimensione interreligiosa orienta la ricerca teologica di quel
continente. È ancora il teologo indiano Felix Wilfred, già menziona-
to, ad affermare la necessità per il mondo asiatico di una teologia
pubblica. Si veda al riguardo il suo Asian Public Theology. Critical
Concerns in Challenging Times, ISPCK, Delhi, 2010, oltre a vari arti-
coli tradotti in italiano che riflettono sul tema come, ad esempio, Il
volto pubblico del cristianesimo in Asia e la sua teologia, in Teologia
in Asia, a cura di M. Amaladoss - R. Gibellini, Queriniana, Brescia,
2006, p. 411-458. Wilfred muove le sue ricerche sollecitato dalle
piste offerte dalla teologia della liberazione latinoamericana. Tra i
molti temi indicati da questa, quello, ad esempio, della riscoper-
ta di Gesù come liberatore proprio in una terra dove la sofferenza
(dukkha) è tema cruciale nel cammino spirituale. La teologia, allo-
ra, nell’ambiente asiatico deve essere considerata come servizio alla
vita anche nei suoi aspetti materiali, sociali oltre che cosmici. Qui il
suo carattere pubblico. C’è un magistero dei poveri che impegna
pubblicamente la teologia, anche accogliendone il carattere interre-
ligioso, sviluppando quella che un altro teologo asiatico, il singalese
Aloysius Pieris, definisce “il paradigma asiatico della teologia delle
religioni”. Quello che considera obsolete le categorie esclusivista, in-
clusivista e pluralista con cui, in Occidente almeno, si è sviluppata la
riflessione della teologia delle religioni e che, invece, a partire dalle
comunità umane di base, come intende fare la riflessione asiatica,
accetta di confrontarsi con le cifre del sincretismo, della sintesi e del-
la simbiosi: si veda, ad esempio, A. Pieris, An Asian Paradigm: Inter-
religious Dialogue and Theology of Religion, in Horizons, 20 (1993)

385
Rassegna bibliografica

1, p. 105-108. Ma quali sono i presupposti della teologia pubblica


asiatica? Secondo Wilfred sono quattro. Il primo è attestare che tut-
te le religioni hanno un ruolo pubblico da svolgere: una considera-
zione coerente con il mondo asiatico che non ha vissuto la stagione
della secolarità occidentale e che, quindi, appare meglio disposto
a riconoscere la presenza pubblica delle religioni. Ciò significa an-
che, secondo presupposto, che l’intervento pubblico religioso non
è percepito nel continente giallo – in generale – come una minaccia
per la sfera secolare, perché la religione qui non è separata dalla
società. Le fedi e i cammini spirituali in Asia, invece, sono chiamati a
esercitare, terzo presupposto, il loro ruolo etico nella società; e sono
chiamati a farlo in modo non solo funzionale alla rispettiva comu-
nità di fede, ma anche in modo performativo per tutta la comunità
del continente, sviluppando la relazione, quarto presupposto, con
la società. Se questi sono i presupposti, le caratteristiche, invece,
della teologia pubblica asiatica sono di privilegiare la società politica
(intendendo con questo rimandare ai poveri e agli esclusi) più che
la società civile che in Asia è occupata tradizionalmente dalla clas-
se borghese. E proprio perché intrinsecamente religiosa, la teologia
pubblica asiatica non ha problemi a proporre l’incontro delle religio-
ni nello spazio secolare. Le altre caratteristiche di tale proposta sono
il carattere etico della sua riflessione, insieme con quello interdisci-
plinare. In tal modo si chiarisce il metodo della teologia pubblica
asiatica: se è dalla realtà e dal dialogo che prende le mosse, esso
sarà, a parere di Wilfred, quello sintetizzato dall’espressione fides
quaerens dialogum. Tale metodo aiuterà la teologia a ripensare la
cattolicità e il suo rapporto con la tradizione, a capire il contributo
delle religioni a entrare nel Mistero, ad approfondire il posto del
dialogo interreligioso nella società contemporanea e a considerare
il carattere eminentemente pubblico del pluralismo religioso. Una
presentazione approfondita della teologia pubblica asiatica si può
reperire nel saggio, da cui abbiamo ricavato le note qui presentate,
di G. Sabetta, Metodica dell’incontro tra le religioni: cristianesimo,
induismo, buddismo, Urbaniana University Press, Roma, 2014, p.
149-193.

386
Teologia pubblica: una criteriologia

13. Infine …

La nostra rassegna ha inteso, come detto, tentare una ricostru-


zione, attraverso alcuni criteri, della ricerca bibliografica sul tema,
privilegiando le opere che tematizzano esplicitamente la riflessione
attorno alla teologia pubblica (mentre molte altre lo fanno indi-
rettamente, si veda ad esempio la ricca letteratura della teologia
morale, del pensiero e della dottrina sociale …). Siamo, del resto,
consapevoli che la ricerca è appena agli inizi, e andrà periodica-
mente aggiornata. Infatti, a testimoniare che il tema è finalmente
in agenda nella comunità teologica e in generale nel panorama
culturale italiano, segnaliamo un’ultima recentissima pubblicazio-
ne che affronta esplicitamente la tematica a partire dal pluralismo
religioso e dalla società post-secolare in cui viviamo. Il riferimento
è a M. Petricola, Teologia e spazio pubblico. Cristianesimo e nuove
narrazioni, Cittadella Ed., Assisi (PG), 2020, dove si vuole richiama-
re la riflessione teologica ad affinare i propri strumenti linguistici e
comunicativi adeguati a incrociare le domande esistenziali e capaci
di accompagnare la ricerca di Dio da parte delle persone.

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