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DANTE « PRINCIPIO E CAGION DI TUTTA GIOIA »Author(s): Florinda Nardi

Source: Dante: Rivista internazionale di studi su Dante Alighieri , Vol. 11 (2014), pp. 13-
18
Published by: Fabrizio Serra Editore

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Dante: Rivista internazionale di studi su Dante Alighieri

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DANTE « PRINCIPIO E CAGION DI TUTTA GIOIA »
   

Florinda Nardi

5 maggio 2014. Dante Della Terza compie 90 anni. Come sua abitudine – purtrop-
po negli ultimi tempi diradata per la fatica del lungo viaggio – Dante giunge in
Italia per trascorre settimane, se non mesi, in compagnia degli amici romani, di Tor
Vergata e non, per girare la penisola col desiderio di incontrare gli antichi compagni
di Napoli, Pisa, Sant’Angelo, Avellino, Latina, fors’anche solo per riprendersi dall’in-
verno bostoniano e riscaldare il corpo e lo spirito con l’italo sole !  

La gioia di rincontrarsi questa volta è accresciuta dall’occasione della festa, del tra-
guardo importante condiviso con gli amici di lunga data, con gli allievi, con i colla-
boratori, con gli studenti, con quanti, incontrati lungo tutto il cammino di una vita,
Dante è riuscito a toccare, conquistare, ammaliare, commuovere, “segnare” grazie al
suo semplice, e sublime insieme, essere Dante Della Terza.
L’Aula Moscati della Facoltà di Lettere e Filosofia di Tor Vergata diviene dunque
sede di uno splendido convivio : Nino Borsellino, Giulio Ferroni, Giorgio Patrizi, Lau-

ra Lilli, Franca Angelini, Sergio Doplicher, Anselmo Paolone, ma soprattutto tanti


giovani, studenti, dottorandi e, non da ultimo, l’intera redazione della “Dante. Rivi-
sta di studi su Dante Alighieri”, da lui egregiamente condotta, e primi veri motori di
quell’evento fortemente voluto da Rino Caputo, Paola Benigni e me.
L’occasione celebrativa, lontana dal voler essere retorica apologetica formalità, è la
presentazione del volume, da poco uscito, Dante e noi. Scritti danteschi, la raccolta di
tutti i suoi saggi danteschi.
Da subito, la presentazione diventa ricordo, memoria, aneddoto. Ripercorro le fasi
della lavorazione, la difficoltà di recuperare tutti i materiali per seguirne rielaborazio-
ni e riscritture, la generosità con cui Dante ha risposto alla richiesta di produrre inediti
per consolidare la struttura del volume, la spontaneità e la sagacia, persino il diverti-
mento, profusi nella stesura dell’intervista di chiusura, le nostre chiacchierate, i nostri
carteggi... l’emozione ! La stessa che comincia a pervadere la sala, me per prima, ma

anche tutto il pubblico di fronte a noi che la restituisce, con altrettanta generosità, a
chi mi è affianco, a Rino da una parte, ma soprattutto a Dante, dall’altra.
Ahi quanto ne la mente mi commossi,
quando mi volsi per veder lo Dante,
per non poter veder, perchè io fossi
presso di lui, da quel mondo felice !  

Dante, ‘l’altro’, non se la prenderà a male per questo brutto prestito e peggior travesti-
mento, ma veramente avrei voluto stare tra quel pubblico per godere pienamente della
commozione del festeggiato. Soprattutto quando su quell’improvvisato palcoscenico
della memoria cominciano ad alternarsi i più stretti a cari amici di ieri come di oggi.
Rino comincia con il dare voce a chi non è riuscito a unirsi fisicamente a quel bel
convivio, leggendo la lettera, sentita, ironica e commovente al tempo stesso, inviata-
gli da Luigi Blasucci :

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Caro Rino,
[...] ti confesso che l’idea di fare il secondo vecchietto riverito non mi sorrideva molto. Ne
basta uno, soprattutto se si chiama Dante Della Terza. [...] Rievocare Della Terza è un piace-
re speciale : la sua memoria è stata sempre un grande archivio, pieno di nomi e di aneddoti,

alcuni dei quali – bisogna dire – da lui artisticamente rielaborati fino a diventare memorabili.
[…] Per questa sua leggerezza di spola tra le due rive dell’Atlantico, a me, dell’ultima razza
di coloro che rimangono a terra – cioè in Italia, anzi a Pisa – Dante è parso sempre un essere
eccezionale. […] grande studioso comparatista, conoscitore profondo di diverse culture, oltre
che squisito interprete di Dante, di Tasso, di De Sanctis e ultimamente anche di Leopardi. A
questo omaggio io mi associo con pieno consenso, aggiungendovi anche da parte mia una
punta di orgoglio per l’amicizia di cui un tale studioso mi onora.
Un forte abbraccio
Dal tuo Gino Blasucci
È poi il turno di Nino Borsellino, si alza e lentamente si siede al fianco dell’amico, lo
guarda e con voce commossa e commovente esordisce : « Cosa posso dire a Dante ?
     

Che è sempre arrivato nel cuore e nella mente ».  

La semplicità di parole ‘sentite’ rompe l’artificiosità di qualunque convenzione,


sgombra il campo dalle artefatte formalità di occasione e regala a tutti il ritratto del
critico e dell’uomo Dante inscindibile nella memoria e nella quotidianità dell’uomo
e del critico Nino. I piani non si confondono, ma nascono profondamente intrecciati
e si nutrono a vicenda : « Ho sempre avuto tutti i libri di Dante, di cui uno è anche
   

dedicato a me e a mia moglie Maria, perciò consentitemi di prendere le mosse dalla


lettura di una filastrocca, intitolata Duetto, e a te dedicata ».  

La lettura dei versi, che si susseguono con melodiosa efficacia, segnano il primo
tratto con il sintagma « diaspora dei cervelli » e definiscono un profilo « di rara qua-
     

lità ». Il componimento, continua Borsellino, « si trova in un libro postumo, e uscito


   

da poco, di Maria ; in verità un po’ anche mio, perché ho organizzato e impaginato il


volume. In questa filastrocca, molto semplice ma densa, si comincia con un episodio


della biografia di Dante, cioè la sua diaspora. Si sarebbe, forse, potuto cominciare ad-
dirittura da prima, per esempio dalla Scuola Normale di Pisa, di cui conserva ricordi
e anche l’impronta che ha portato con sé fuori dall’Italia [...] ».  

Borsellino ricorda i grandi intellettuali conosciuti, incontrati, incrociati da Dante


tra l’Italia e l’America – Panofsky, Spitzer, Auerbach, Poggioli, Wellek, Jakobson, Sin-
gleton, Borgese, Calvino, Pasinetti, e molti altri – poi fissati come protagonisti di un li-
bro a tutti noi molto caro, non soltanto perché una delicata e riservata autobiografia,
ma una lucida, acuta e vissuta storia della critica del Novecento : Da Vienna Baltimora.  

La diaspora degli intellettuali europei negli Sati Uniti d’America, uscito nel 2001.
L’amico si sofferma sulle capacità di studioso, di lettore attento e curioso, di co-
noscitore del mondo e degli uomini : « Tutto ciò caratterizza l’amico Dante, perché a
   

differenza di molti, specialmente in questo periodo di crisi dei critici e di storici della
letteratura, è un critico e uno scrittore ».  

Li guardo insieme e non posso fare a meno di pensare al contributo che questi due
grandi amici hanno saputo dare agli studi della e sulla letteratura italiana, immagi-
no le loro conversazioni colte, eppure semplici nella loro complessità, su Dante e la
Commedia, sul Rinascimento e le commedie del Cinquecento, sulla linea De Sanctis-
Croce-Pirandello, fantastico sui loro colloqui e non posso che essere grata per il se-

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dante « principio e cagion di tutta gioia »
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gno lasciato sui miei studi. Penso, quindi, al contributo fondamentale sul carattere, la
qualità e “l’ambiguità del comico” e non posso, nuovamente, che essere grata, nell’ar-
monia della continuità di quei pensieri, per la naturalezza con la quale Rino passa la
parola a Giulio Ferroni, prima, e a Giorgio Patrizi, poi.
È un piacere fortissimo stare qui, – inizia Ferroni – vicino al caro Dante, anche perché io, tra
quelli che non sono coetanei suoi o che hanno 10 o 20 anni meno di lui, sono quello che lo
conosce da più tempo o che è stato a lui più vicino. Ricordo, addirittura, che la prima volta
devo averlo visto nel 1970, quando scambiammo delle battute a casa di Scrivano ; e poi ci sono

state infinite occasioni, anche di vita quotidiana, una convivenza vera e propria per alcuni
mesi, anche scaglionati in diversi anni, nella stessa casa. Ho conosciuto tante cose di lui, l’ho
sentito parlare tante volte, oltre ad aver letto le cose che scriveva. Ho visto da vicino la sua
curiosità di lettore, a cui è legata una memoria particolare : in quella casa vi era ospitata la

biblioteca di un collega filosofo – di cui adesso mi sfugge il nome – e purtroppo scomparso


molto giovane. […] Si trattava di una biblioteca molto vasta, soprattutto di tipo filosofico, ma
non solo ; ricordo una curiosità incredibile con cui Dante, ogni tanto, prendeva qualche libro

e leggeva, rifletteva. Questo è solo un piccolo esempio di questa sua sconfinata curiosità, che
legava anche a quella capacità – di cui parlava Nino Borsellino – di radicarsi in tutti i luoghi,
come alimento quotidiano reale, essenziale per la sua formazione culturale. Sono sempre
stato sorpreso dalla voracità e dalla disponibilità continua a vedere cose nuove e a sentirle
familiari. Questo ha saputo farlo in molti luoghi del mondo, compiendo un percorso, anche
simbolico, a cui ha dato estremi diversi : da Vienna a Baltimora, da Sorrento a Napoli, e potrei

dire ancora da Sant’Angelo a Cambridge e tanti altri luoghi.


Ascolto e tengo tra le mani l’intenso e autobiografico pamphlet pubblicato apposi-
tamente per l’occasione, Da Torella a Napoli passando per Harvard, titolo coniato in
realtà da Rino Caputo perché Dante, come sua abitudine ci aveva spedito da Boston
un quadernetto senza nome, autografo, con una calligrafia antica e tremolante. Vedo
ora quelle parole stampate su bella carta dalla casa editrice Serra, con la quale da
anni pubblichiamo la « Dante », e provo, come appena vissuta, la stessa emozione di
   

quando, almeno dieci anni prima, con l’amica Paola Benigni ci trovammo a decifrare
per la prima volta un manoscritto di Dante, ne subisco ancora, dopo tanti anni –
quando espunzioni, correzioni, macchie e lucidi ripensamenti non hanno più segre-
ti – lo stesso misterioso e intimo fascino, commossa persino all’idea che medesime
sensazioni possano provarle ora Martina Terrinoni o Gabriella Valente, le più giovani
collaboratrici della redazione a cui ultimamente affidiamo quei piccoli tesori per le
loro trascrizioni.
Ma mentre mi perdo nell’immagine di tutti quei quadernetti e di quelle letterine
ripiegate all’americana, Giulio prosegue :  

Da Pisa a Tor Vergata ! Questo dimostra la versatilità di questo suo peregrinare, dato che ri-

sulta immediatamente, anche dal suo stesso modo di essere : nel suo rimanere sempre uguale

c’è un senso di stabilità, di costanza, di sicurezza che va insieme e si collega, paradossalmente,


a questa mobilità, a questo saper essere dappertutto. Quindi non è mai veramente esule ! […]  

Insomma, c’è una serie di associazioni per cui questo personaggio è l’immagine della lette-
ratura italiana, che si muove nel mondo, in dialogo con tutta la cultura mondiale, senza mai
rimanere chiusa in stessa, partendo da determinate radici culturali. Si veda il legame con De
Sanctis, che acquista un rilievo molto particolare : il fatto di preoccuparsi di Dante, girando

per il mondo – anche De Sanctis l’ha fatto, in maniera ai suoi tempi più limitata – mantenendo
sempre un forte radicamento del proprio fare di critico e di intellettuale nell’esperienza, nella

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quotidianità, nello scambio e nel dialogo : la sua ironia, il suo minimizzare la propria cultura

e quella degli altri, che non significa sottovalutare quello che si fa ma dimostrare il suo essere
culturale, con tutte le componenti stratificate che lo costituiscono, è legato alla circolazione
della cultura stessa, a vederla dialogata e radicata nelle persone. Di qui, il suo interesse di cri-
tico per grandi studiosi a livello internazionale, con l’obiettivo di farli vivere in rapporto con
le altre culture. Quanti nomi si potrebbero fare ? ! Non solo il suo magistero di Professore, ma
   

questo collegare la cultura del presente ad un’evidenza umana in una convergenza eccezionale
del suo modo di fare, visto in un cosmopolitismo, ovvero l’apertura a culture diverse, verso
un orizzonte che potrebbe già essere considerato quello della globalizzazione ; naturalmente

si tratta solo dell’Occidente, ma c’è già un fortissimo scambio di prospettive culturali e di


tradizioni dell’Europa più diverse, legato sempre al suo essere originario, alla sua dimensione
irpina – si veda la passione per le canzoni napoletane, da cui proviene un’ironia critica che
anche se possiede un risvolto paesano è anche modernissima, è legata alle cose più eleganti
della contemporaneità internazionale ; una vera e propria ironia caratterizzata dal residuo di

un mondo irpino pre-romano. Dante ha vissuto in tutta la sua esistenza il senso di un’Italia
originaria che parla tuttavia della propria modernità, del suo essere mondo, per riscattare nella
cultura antiche sofferenze ed ansie, umiliazioni della prima emigrazione intellettuale. Infon-
do, Dante rappresenta un’Italia che sa il proprio valore e la propria insufficienza, e la porta a
riconoscere il valore e le insufficienze altrui senza nessun senso di minorità. Quindi, chi studia
la letteratura non si può chiudere nella specificità dei dati testuali, dei singoli testi, ma deve
guardare a ciò che la letteratura dà nell’intreccio tra tutto l’orizzonte culturale che ha intorno.
Non c’è personaggio autentico della letteratura italiana e mondiale della seconda metà del
Novecento con cui Dante non abbia avuto un rapporto vitale, mai subalterno, sempre critico
ed ironico nello stesso tempo. Dante rappresenta davvero un quadro vivente della cultura
europea, che per vie tortuose (andate, ritorni, giri nel mondo) è confluita negli Stati Uniti
d’America. Senza la presenza di Dante, la mia carriera e i miei studi non sarebbero stati così.
Una chiusura che mai potrebbe essere più condivisibile. Un pathos che necessita di
essere spezzato o rotte rischierebbero di essere le voci di chiunque prendesse parola.
Come intermezzo, quasi ludico, allora interviene la lettura della missiva elettronica
inviata da Luigi Fontanella con annessa sorpresa di un ‘ritrovato’ sonetto dedicato a
Dante.
Anche Fontanella recupera la dimensione umana e intellettuale nel rapporto co-
struito con il suo maestro : « Dante è stato per tanti versi – perfino in quello pret-
   

tamente fisico – un mio secondo padre (la rassomiglianza esteriore con mio padre
Gennaro Fontanella, che aveva i suoi antenati tra Bracigliano e Angri, con dirama-
zioni nell’Irpinia, è in effetti davvero straordinaria, quasi inquietante : qualcosa che io

non ho mai osato rivelare al mio prof. harvardiano) ; padre accorto, dall’intelligenza

prensile, dalla memoria stupefacente, ma anche, all’occorrenza, severo e rigoroso,


senza però mai cadere in una rigidità sterile e ottusa. E, su tutto, la sua inimitabile,
inventiva affabulazione, condita sempre da quel “sublime filtro” che è l’ironia la sua
particolare ironia ».

Ripercorre i momenti più salienti del loro percorso di vita insieme, dal loro in-
contro nel 1977 alla Princeton University, ai primi convegni, alle lezioni harvardiane :  

« Dante Della Terza è stato per me un Grande Maestro di vita e di letteratura, di quelli

che forse oggi non esistono più. È sotto la sua guida che ho imparato a leggere me-
glio e con maggiore profondità autori come Dante, Tasso e Leopardi. Uno dei miei
primissimi saggi, da me pubblicati nella mia carriera di studioso, nacque proprio da
un’analisi attenta dell’Aspasia, Canto leopardiano che Dante ci aveva presentato, nel

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corso del suo bellissimo seminario su Giacomo Leopardi, sulla lunghezza d’onda del-
la lettura originalissima fatta dal grande Leo Spitzer, che il mio Maestro harvardiano
aveva avuto la fortuna di conoscere di persona a Seattle ».  

Non mancano i ricordi delle prime importanti letture e pubblicazioni, ma come per
tutti coloro che hanno realmente conosciuto Dante, l’uomo prende il sopravvento
sull’intellettuale e l’impronta di quell’incontro rimane anche quando si pone nuova-
mente una distanza :  

Il mio legame affettivo, umano e letterario con Dante sarebbe continuato, intensificandosi,
negli anni e decenni successivi, pur essendomi nel frattempo (autunno 1982) trasferito a New
York. Molte volte andavo a trovarlo nella sua casa di Arlington, o ci vedevamo a Roma a Piazza
Navona. Una volta – ma una volta che segna un evento “storico” indimenticabile – anche a Firenze :  

mia moglie Irene, che è stata allieva di Antonio La Penna, organizzò sette anni fa una cena alla
quale parteciparono sia Dante, venuto appositamente da Roma, sia La Penna. Fu un incontro
commovente : i due compaesani di S. Angelo dei Lombardi, compagni di liceo e della Nor-

male, non si erano rivisti da tempo immemorabile, e ora era un piacere sentirli conversare :  

l’uno (Antonio) abbottonato e dall’eloquio secco, telegrafico, reticente ; l’altro (Dante) giovia-

le, affabulante, esuberante, ambedue dotati di un medesimo dono : la memoria elefantiaca,


assolutamente sbalorditiva.
Gli auguri dell’amico-allievo giungono a concludersi da oltreoceano con la dedica di
un componimento, già apparso su “Gradiva”, quasi come un’eco della dedica di dieci
anni prima e l’effetto rebound di un acrostico :  

Da Vienna a Baltimora ancora svolazzano


Ariosi bianchi destrieri sogni pensieri…
Non fosti tu a intraprendere quel viaggio
Tu seguisti nell’Altro il cammino del sole
E hai poi fatto del Viaggio la tua (mia) umana condizione
Di questa tua (mia) vita spaccata a metà.
E sùbito in te ogni Forma divenne Memoria :  

Letteratura e Vita sono ancora due adolescenti che con


Le braccia intrecciate sciamano per le vie, lasciando
Alle proprie spalle, come la nave, il gorgo impazzito del
Tempo assassino, del Tempo-destino. Quel tempo che oggi
È impaziente di ripetersi, mentre
Rapidamente vanno sbiadendo, o
Zittiscono le nostre illusioni, quelle che tu sapevi
Accendere con un lampo d’occhi e la tua parola ornata.
L’affetto pervade i ricordi e i ritratti dell’uomo e gli interventi, seppur brevi, che si
susseguono ne disegnano le molteplici sfaccettature, come quella segnalata da Gior-
gio Patrizi :  

Il mio sarà un brevissimo intervento in cui voglio sottolineare la sua straordinaria capacità af-
fabulatoria : una delle doti che vengono subito alla luce quando si è in contatto con lui. Non si

tratta soltanto di un dato esteriore o relativo al carattere, ma è qualcosa di molto più profondo ;  

io collego questa dote ai colloqui che si svolgevano nella sede estiva dell’università di Padova,
animati da Dante e dalla figura di Gianfranco Folena, in cui era evidente la sua attitudine alla
narrazione, la capacità di fondere la riflessione dei dati culturali con l’osservazione dell’uma-
nità : un modo di far sentire la letteratura all’interno del mondo circostante. Dante riusciva a

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creare una fluidità della narrazione, fondendo letteratura, mondo e vita. Questo faceva sì che
quegli incontri erano assolutamente straordinari – oggi non esistono più nelle università che
viviamo giornalmente –, erano incontri in cui si attivava una familiarità, pur mantenendo le
logiche accademiche, che faceva riferimento ad una cultura morale e civile. Dante ha la mera-
vigliosa capacità, da fermo, di ricostruire attraverso il suo racconto un avvolgente narrazione,
che non corrisponde solo alla sua forza intellettuale, ma anche morale, in cui è evidente lo
sforzo di intendere gli altri. Il suo magistero, letterario ed umano, è stato quello di un maestro
capace di dare qualcosa di grande a chi lo ascolta, raccontando vita culturale e quotidiana ;  

questa capacità affabulatoria di Dante deriva da un preciso modo di interpretare e studiare la


letteratura, che è anche scrittura e filologia, cioè un modo di vivere queste fasi come qualcosa
di estremamente legato alla vita, intesa come sostanza, tessuto, respiro.
Non si può pensare a Dante diversamente, l’uomo che vive di letteratura e rende viva
la poesia, l’uomo di una tale grandezza e insieme di una tale semplicità da potersi
permettere di recitare, alla fermata dell’autobus, Salvatore Di Giacomo a una neo
mamma di quasi cinquant’anni più giovane di lui, salutandola il giorno prima di ripar-
tire per l’America, senza assolutamente risultare inopportuno, piuttosto esprimendo
senza il patetismo di un addio tutto l’affetto con lucida ironia :  

Quanto si’ bella, e Dio te benedica !  

Mme pare ’a primmuggeneta ’e nu Duca !  

Sfusata comm’ ’o fuso e comm’ ’a spica !  

Tennera e ghianca comme a na lattuca !  

Tiene ’a stessa vetella ’e na furmica !  

E tiene ’a vocca comm’ ’a cruna ’e n’aco !..  

Mentre si susseguono i ricordi, gli interventi, gli elogi, quei versi mi risuonano nella
mente, quelle ‘s’ trascinate, quelle rotative incastrate tra i denti, persino quelle escla-
mative... tutta pura poesia !  

Del resto non aggiungo, quando è arrivata a lui la parola tutto quanto avevamo cer-
cato di dire ha preso semplicemente forma e sono i due volumi della “Dante” qui
presentati a testimoniarlo.

Ricordo solo i giorni seguenti, i pranzi insieme con la figlia Grazia, altri amici in visita
in quella consueta e maestosa cornice di Piazza Navona e Vicolo dei Soldati, o forse
in realtà ricordo solo che :  

Era de maggio, e te cadeano ’nzino


a schiocche a schiocche le ccerase rosse...
Fresca era ll’aria, e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciente passe
[...]
E so’ turnato, e mò, comm’a na vota,
cantammo nzieme la canzone antica ;  

passa lu tiempo e lu munno s’avota ;  

ma ammore vero, no, nun vota vico.


E aggiungerei, sempre con il suo amato Di Giacomo : « Era de maggio – io, no, nun
   

me ne scordo » !
   

Monte Compatri, 24 ottobre 2015

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