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Origine e significato del termine

La datazione del primo


utilizzo del termine greco
antico philosophia e dei
suoi

Scuola di Atene, affresco di Raffaello Sanzio, 1511

derivati philosophos(filosofo) e philosophein (filosofare) è controversa. La maggioranza degli studiosi


ritiene che tali termini non possano essere fatti risalire in alcun modo ai presocratici del VII e VI
secolo a.C. e per alcuni di questi nemmeno a Pitagora[11] o ad Eraclito.[12]

Secondo Pierre Hadot:

«In effetti tutto lascia supporre che queste parole facciano la loro comparsa solo nel V secolo:
nel secolo di Pericle che vede Atene brillare non solo per la supremazia politica, ma anche
per lo splendore intellettuale; al tempo di Sofocle, di Euripide, dei sofisti, e anche al tempo in
cui lo storico Erodoto, originario dell'Asia Minore, nel corso dei suoi numerosi viaggi venne a
vivere nella famosa città. È forse proprio nella sua opera che si incontra per la prima volta il
riferimento a una attività "filosofica".»

(Pierre Hadot. Che cos'è la filosofia antica? Torino, Einaudi, 1998, p. 18)

La parola filosofia indica un nesso fondamentale fra il sapere e l'amore, inteso non tanto nella sua
forma passionale (anche se l'eros, il desiderio, per Platone,[13]è il movente fondamentale della ricerca
filosofica), ma in un'accezione più vicina al sentimento dell'amicizia.

«Per gli autori la Grecia classica ha superato la figura del Saggio per confrontarsi con quella
dell'Amico: cioè qualcuno che non possiede il vero, ma lo ricerca pur essendo convinto della
sua irraggiungibilità. Se il saggio venuto dall'Oriente pensa per figure, L'Amico del sapere
pensa per concetti, promuove la formazione di una società di eguali, senza rinunciare
all'essenziale gioco dialettico della discussione e della diversità, che può giungere alla rivalità,
alla sfida, alla competizione.»

(Gilles Deleuze - Félix Guattari, Che cos'è la filosofia?, Ed. Einaudi, 2002, p. 13)

Aristotele dedica una parte importante della sua Etica Nicomachea (libri VIII e IX) alla discussione
della philìa, tradotto tradizionalmente con "amicizia".[14] Per Aristotele la forma più nobile di amicizia
è quella che non si basa solo sull'utile o sul dilettevole, ma sul bene. Il filosofo, sarebbe dunque
l'"amico del sapere", cioè del conoscere, non per usarlo come mezzo o solo per piacere intellettuale, ma
come fine a sé stesso. Come tale egli si accompagna al sapere, essendo consapevole di non poterlo
possedere del tutto: così ad es. in Pitagora, indicato dalla tradizione come il creatore del termine
"filosofo", quando avvertiva che l'uomo può solo essere amante del sapere ma mai possederlo del tutto,
poiché questo appartiene interamente solo agli dei.[15]

Il bisogno di filosofare

Il bisogno di filosofare, secondo Aristotele - che segue in questo Platone -[16] nascerebbe dalla
"meraviglia", ovvero dal senso di stupore e di inquietudine sperimentata dall'uomo quando,
soddisfatte le immediate necessità materiali, comincia ad interrogarsi sulla sua esistenza e sul suo
rapporto con il mondo:

«Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia:
mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito,
progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i
problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti
la generazione dell'intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia
[thaumazon] riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in
certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano
meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall'ignoranza, è evidente
che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità
pratica.[17]»

Tale 'meraviglia' però non va confusa con lo 'stupore intellettuale'; così Emanuele Severino:

«Che la "meraviglia", da cui - secondo il testo aristotelico - nasce la filosofia, non debba
essere intesa, come di solito accade, come un semplice stupore intellettuale che passerebbe
dai "problemi" (ápora) "più facili" (prócheira) a quelli "più difficili" - cioè che il timbro del passo
aristotelico sia "tragico" - riceve luce dalla circostanza che anche
per Eschilo l'epistéme("conoscenza") libera da una angoscia che sebbene sia da lui
considerata "tre volte antica", è tuttavia la più recente, perché non è quella primitiva, e più
debole, dovuta all'incapacità di vivere, dalla quale libera la téchne ("tecnica", "arte"), ma è
l'angoscia estrema, il culmine al quale essa perviene quando il mortale si trova di fronte
al thaûma ("meraviglia", "sgomento") del divenire del Tutto - al terrore provocato dall'evento
annientante che esce dal niente. In questo senso anche per Eschilo l'epistéme non mira ad
alcun vantaggio tecnico (982b21), è "libera" (982b27) e ha come fine soltanto sé stessa
(982b27), cioè la liberazione vera dal terrore.[18]»
Sullo stesso senso della filosofia come tentativo di liberazione dal dolore di vivere era la concezione
di Schopenhauer:

«Ad eccezione dell'uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza… La meraviglia
filosofica … è viceversa condizionata da un più elevato sviluppo dell'intelligenza individuale:
tale condizione però non è certamente l'unica, ma è invece la cognizione della morte, insieme
con la vista del dolore e della miseria della vita, che ha senza dubbio dato l'impulso più forte
alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo. Se la nostra vita fosse
senza fine e senza dolore, a nessuno forse verrebbe in mente di domandarsi perché il mondo
esista e perché sia fatto proprio così, ma tutto ciò sarebbe ovvio.[19]»

Queste domande di carattere universale, definibili come il problema del rapporto tra l'individuo e il
mondo, tra il soggetto e l'oggetto, vengono trattate dalla filosofia secondo due aspetti: il primo è quello
della filosofia teoretica, che studia l'ambito della conoscenza, il secondo è quello della filosofia
pratica o morale o etica, che si occupa del comportamento della persona nei confronti degli oggetti e,
in particolare, di quegli oggetti che sono gli altri uomini, che egli presume siano individui come lui,
perché appaiono a lui simili, pur non potendoli veramente conoscere al di là delle apparenze
esteriori.[20]