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La chimica soffre da tempo di un problema di im­

magine. Le discipline scientifiche che ricevono l'at­


tenzione delle prime pagine dei giornali sono altre,
come biologia, fisica e astronomia. Eppure la chi­
mica è alla base del mondo in cui viviamo. Le sue
leggi legano gli atomi e le molecole nelle sostanze
che formano il nostro pianeta e governano le rea­
zioni fondamentali per l'esistenza della vita. I suoi
prodotti hanno segnato - e continuano a segnare -
il progresso della società moderna. Con quest'opera,
Hayley Birch si propone di risolvere il problema
spostando l'attenzione dalle formule e dai dettagli
tecnici che troppo spesso siamo stati indotti a iden­
tificare con la chimica, per concentrarsi sugli aspetti
realmente importanti.
Dalla scoperta dei costituenti e dei processi fonda­
mentali ai più recenti e avveniristici sviluppi tec­
nologici - frutto di una proficua interazione con le
sorelle più celebri, la fisica e la biologia - questo
libro illustra in che modo la chimica ci aiuta a far
luce sulle origini della vita e a rivoluzionare giorno
dopo giorno la nostra esistenza con una .serie inin­
terrotta di innovazioni. Comprendere questa disci­
plina significa anche porre l'accento sulle idee e
sulla loro storia passata, presente e futura. Ci sono
buone ragioni per credere che il primo scienziato fu,
con ogni probabilità, un alchimista. Da allora, è
stata compiuta molta strada. E forse sarà proprio la
chimica a fornire le soluzioni che ci garantiranno un
futuro sostenibile su questo pianeta.
grandi idee
chimica

Hayley Birch
edizioni Dedalo
© 2 0 1 5 Hayley Birch

Pubbl icato su l icenza Quercus Editions Ltd, London

Titolo originale: 50 chemistry ideas you really need to know

Traduzione di Andrea M ig liori

Tutte le i l lustrazioni sono di Tim Brown, tran n e quelle d i p. 1 05 (Emw201 2 via Wikimedia),
p. 1 9 1 ( U niversity of Hasselt) e p. 194 ( NASA).

© 201 5 Edizioni Dedal o


divisione del la Dedalo l itostampa srl
Viale Luigi Jacobi n i 5, 7 0 1 32 Bari - www.edizionidedalo.it

Volume di pagine 208, carta naturale di alta qualità, senza legno, Bianco offset, 120 gr.
Finito di stampare nel novembre 2015 dalla Dedalo litostampa srl, Bari

Tutti i diritti sono riservati.


Riproduzione vietata ai sensi di legge (art. 1 7 1 della legge 22 aprile 1941, n. 633)
introduzione I 3

Introduzione

Siamo abituati a considerare la chimica come la cenerentola delle scienze. Non più di qualche
giorno fa, parlavo con una chimica che sosteneva di essere stufa che la sua disciplina fosse giu­
dicata appannaggio di «un branco di persone rinchiuse nei propri laboratori a fare porcherie con
cose puzzolenti» . Per qualche ragione si pensa che la chimica sia meno importante della biolo­
gia e meno interessante della fisica.
Come autrice di un libro di chimica, quindi, il mio obiettivo è di aiutarvi a superare questo pro­
blema di immagine e a tifare per la cenerentola. E questo perché, anche se molti non lo sanno,
la chimica è in realtà la più bella delle scienze.
La chimica è alla base di quasi tutto. I suoi costituenti fondamentali - gli atomi, le molecole, i
composti e le miscele - formano ogni singolo grammo di materia del pianeta. Le sue reazioni
sono di importanza fondamentale per la vita e per creare tutto ciò di cui la vita ha bisogno. I suoi
prodotti, dalla birra ai leggings, hanno segnato il cammino della vita moderna verso il progresso.
La ragione per cui la chimica ha un problema di immagine, credo, è che invece di concentrarci
sulle cose importanti e interessanti ci impantaniamo nell'apprendimento di un insieme di re­
gole, formule di strutture molecolari, ricette di reazioni e così via. E per quanto i chimici possano
affermare che le regole e le ricette sono fondamentali, quasi tutti sono d'accordo sul fatto che non
sono particolarmente affascinanti.
Perciò questo libro non si occuperà molto di regole. Se volete, potrete trovarle da qualche altra
parte. Ho cercato di concentrarmi soprattutto su ciò che ritengo importante e interessante della
chimica. E nel farlo, ho tentato di trasmettervi lo spirito del professor Smailes, il mio insegnante
di chimica, che mi ha fatto capire come fabbricare il sapone e il nylon, e che ricordo ancora per
le sue cravatte, alcune delle quali erano davvero bellissime.
i princìpi fondamentali

0 1 Gli atomi
Gli atomi sono i mattoni della chimica e del nostro Universo.
Formano gli elementi, i pianeti, le stelle e il vostro corpo.
Conoscere gli atomi, di cosa sono fatti e come interagiscono, può
spiegare quasi tutto quello che accade nelle reazioni chimiche
che avvengono nei laboratori e in natura.

Con una frase rimasta celebre, Bill Bryson ha affermato che ognuno di noi po­
trebbe avere su di sé addirittura un miliardo di atomi appartenuti un tempo a
William Shakespeare. «Accidenti! » , penserete, «ho un sacco di atomi della buo­
nanima!». Beh, sì e no. Da un lato, un miliardo ( 1 000 000 000) corrisponde più
o meno al numero di secondi intercorsi tra la nascita e il trentatreesimo com­
pleanno di una persona. Dall'altro, un miliardo corrisponde al numero di gra­
nelli di sale contenuti nell'acqua di una comune vasca da bagno, e a meno di un
miliardesimo di miliardesimo del numero degli atomi che formano il nostro
corpo. Tutto questo la dice lunga sulle dimensioni minuscole di un atomo - il vo­
stro corpo, da solo, ne contiene più di un miliardo di miliardi di miliardi - e ci
fa capire che con ogni probabilità il numero di atomi di Shakespeare in nostro
possesso non basterebbe a ricostruirne un solo neurone.
Come una pesca Gli atomi sono così piccoli che fino a poco tempo fa era
impossibile osservarli. La situazione è cambiata con lo sviluppo di microscopi ad
altissima risoluzione, e nel 2012 alcuni scienziati australiani sono riusciti addi­
rittura a fotografare l'ombra proiettata da un singolo atomo. I chimici, però, non
hanno avuto bisogno di vederli per capire che gli atomi potevano spiegare a li­
vello elementare gran parte di ciò che accade in un laboratorio e nella vita di
ogni giorno. Gran parte della chimica si riduce all'attività di particelle subato­
miche ancora più piccole, gli elettroni, che formano gli strati più esterni del­
l'atomo.

linea del tempo


circa 400 a.e. 1 808 1 904
Il filosofo greco John Dalton form ula Modello atomico
Democrito parla la teoria atomica a «pa nettone»
di particelle indivisibili di Joseph John
simili agli atomi Thomson
gli atomi 15
Se poteste tenere un atomo in
mano come se fosse una pesca,
il nocciolo centrale sarebbe La teoria atomica
quello che chiamiamo nucleo,
formato da protoni e neutroni, e le reazioni chimiche
e la polpa succosa sarebbe com­
posta dagli elettroni. In realtà, Nel 1 803, il chi mico i nglese John Dalton tenne una lezione

se la pesca assomigliasse real­ in cui propose una teoria della materia basata su particelle

mente a un atomo, conterrebbe indistruttibili, g l i atomi. Dalton, in pratica, sosteneva

quasi esclusivamente polpa, e il che i vari elementi fossero com posti da ato m i diversi,

nocciolo sarebbe così piccolo capaci di combinarsi per formare com posti c h i mici,

che potreste ingoiarlo senza ac- e che nelle reazioni c h i m iche si verificasse una

corgervene: in un atomo, in- riconfi g u razione deg l i atom i coinvolti.

fatti, quasi tutto lo spazio è


occupato dagli elettroni. Tutta-
via è proprio quella parte centrale che impedisce a un atomo di andare in mille
pezzi: con la loro carica positiva, i protoni presenti al suo interno esercitano
un'attrazione abbastanza forte da impedire agli elettroni, carichi negativamente,
di schizzare in ogni direzione.
Perché un atomo di ossigeno è un atomo di ossigeno? Gli
atomi non sono tutti identici. Forse vi sarete già accorti che un atomo non ha
molti punti in comune con una pesca, ma proseguiamo ugualmente con l'analo­
gia del frutto. Esiste una grande varietà di atomi. Se la pesca è un atomo di ossi­
geno, ad esempio, una prugna potrebbe essere un atomo di carbonio. In entrambi
i casi un seme di protoni è avvolto da una piccola palla di elettroni, ma i due frutti
hanno caratteristiche completamente diverse. Gli atomi di ossigeno formano cop­
pie ( 02); quelli di carbonio si aggregano per dare origine a sostanze dure come il dia­
mante, o come la mina delle matite (C). Ciò che li rende diversi (si veda p. 8) è il
numero rispettivo di protoni. L'ossigeno ne possiede otto, due in più del carbonio;
i nuclei di elementi decisamente più grandi e pesanti come il seaborgio e il nobe­
lio contengono più di cento protoni. La repulsione tra tutte le cariche positive co­
strette nello spazio infinitesimo del nucleo fa sì che l'equilibrio del sistema possa
essere compromesso facilmente: i nuclei pesanti, quindi, tendono a essere instabili.

Ernest Rutherford I ricercatori IBM riescono La scoperta del bosone


descrive il nucleo a comporre la scritta di Higgs completa il Modello
atomico <dBM» manipolando atomico Standard
singoli atomi
• I . principi ....--i

La scissione dell'atomo
In u no dei primi modelli atomici, utilizzandola per for m u l a re previsioni
i l cosiddetto «panettone» d i J.J. Thomson, sulle altre particelle. Per avere la certezza
l'atomo era descritto come u n « i mpasto» che si tratti proprio del bosone di Higgs
carico positivamente dissem inato che stavano cercando, però, l a strada
d i « uvette» cariche negativamente è ancora l u nga.
(gli elettroni). Il mode l lò si è evoluto:
oggi sappiamo che il centro dell'atomo è
occupato da protoni e neutroni concentrati
in un n ucleo piccolo e denso, circondato
da u na n uvola di elettroni. Sappiamo i noltre
che i proton i e i neutroni contengono
particelle ancora più piccole, i quark.
Particelle così microscopiche, di solito,
non interessano a i c h i m ici ma a i fisici, che
per trovarle disintegrano gli atomi
neg l i acceleratori di particel le. Tuttavia,
non va d i menticato che il modello
dell'atomo e del ruolo della materia
nell'Universo è in costante evoluzione.
N el 201 2, ad esempio, con la scoperta del I l nucleo d i u n atomo è u n oggetto
incredibilmente denso, formato da protoni,
bosone di Higgs si è avuta la conferma
carichi positivamente, e neutroni, privi
dell'esistenza di una particella che d i carica elettrica. Attorno al nucleo orbitano
i fisici avevano già incluso nel loro modello, gli e l ettroni, dotati d i carica negativa.

Un atomo, di solito, possiede tanti elettroni quanti sono i protoni nel nucleo,
indipendentemente dalla famiglia di appartenenza. Se un atomo perde o ac­
quista un elettrone, l'equilibrio tra le cariche positive e negative viene meno,
e l'atomo diventa quello che i chimici chiamano «ione», cioè un atomo (ma
può anche trattarsi di una molecola) dotato di carica elettrica. Gli ioni sono im­
portanti perché con la loro carica elettrica favoriscono la coesione di sostanze
di ogni tipo, dal cloruro di sodio del sale da cucina al carbonato di calcio del
calcare.
gli atomi I,
I mattoni della vita Oltre a costituire gli ingredienti ' La bellezza
che usate in cucina, gli atomi formano tutto ciò che striscia,
respira o mette radici, e danno origine a strutture incredibil­
di un essere vivente
mente complesse, come il DNA e le proteine che compon­ non sta negli atomi
gono le ossa, i muscoli e i capelli. Per riuscirci, si legano (si che lo compongono
veda p. 20) ad altri atomi. L'aspetto realmente interessante ma nel modo in cui
delle forme di vita presenti sulla Terra, tuttavia, è che no­ essi si dispongono. '
nostante la loro incredibile diversità tutte, senza eccezione,
contengono un tipo di atomo ben preciso: il carbonio. Carl Sagan

Dai batteri che lottano per la sopravvivenza intorno alle bocche idrotermali nelle
profondità più buie dell'oceano agli uccelli che si librano in volo nel cielo, sul
pianeta non esiste essere vivente che non contenga carbonio. Non avendo an­
cora scoperto forme di vita su altri pianeti, però, non sappiamo se la vita si sia
evoluta così per caso o se possa svilupparsi servendosi di altri tipi di atomi. Gli
appassionati di fantascienza conoscono senza dubbio più di un esempio di bio­
logia alternativa: in Star Trek e Guerre stellari sono apparse forme di vita aliene
basate sul silicio.
Un atomo dopo l'altro Con le loro promesse a tutto campo, dai pan­
nelli solari più efficienti ai farmaci che cercano e distruggono le cellule tumorali,
le nanotecnologie hanno compiuto grandi progressi e hanno portato a una mag­
gior attenzione verso il mondo degli atomi. Gli strumenti delle nanotecnologie
operano a una scala di un miliardesimo di metro: non arrivano ancora alle di­
mensioni di un atomo, quindi, ma potrebbero consentire di manipolare singoli
atomi e molecole. Nel 2013, un gruppo di ricercatori dell'IBM ha realizzato il più
piccolo cartone animato in stop-motion al mondo. Vi si vede un ragazzo che
gioca con una palla: entrambi sono formati da atomi di rame che nel film sono
chiaramente distinguibili. La scienza sta finalmente comin�iando a lavorare a
una scala coerente con la visione del mondo dei chimici.

idea chiave
I costituenti fondamentali
i princìpi fondamentali

02 Gli elementi
I chimici sono pronti a tutto per trovare nuovi elementi
da aggiungere all'elenco delle sostanze chimiche fondamentali.
La tavola periodica ci dà modo di classificare le loro scoperte,
ma non è un mero catalogo. Le regolarità al suo interno
sono altrettanti indizi sulla natura di ogni elemento
e sul suo comportamento in presenza di altre sostanze.

L'alchimista del XVII secolo Hennig Brand era un cercatore d'oro. Quando si
sposò, si congedò da ufficiale dell'esercito e cominciò a spendere il patrimonio
della moglie per finanziare le sue ricerche sulla pietra filosofale, una sostanza mi­
stica che gli alchimisti cercavano da secoli. Secondo la leggenda, la pietra
avrebbe «trasmutato» in oro metalli comuni come il ferro e il piombo. Quando
la prima moglie morì, Brand ne trovò un'altra e proseguì nelle sue ricerche più
o meno nello stesso modo. Avendo apparentemente maturato la convinzione di
poter sintetizzare la pietra filosofale a partire dai fluidi corporei, l'alchimista ac­
quistò la bellezza di 6000 litri di urina umana per raggiungere il suo obiettivo. Nel
1 669, infine, fece una scoperta sensazionale, ma non si trattava della pietra: con
i suoi esperimenti sulla separazione dell'urina per ebollizione, Brand era stato in­
volontariamente il primo a scoprire un elemento attraverso un procedimento
chimico.
Brand aveva isolato una sostanza contenente fosforo, che chiamò «fuoco freddo»
perché brillava al buio. Tuttavia si dovette attendere il 1 770 perché il fosforo
fosse riconosciuto come un nuovo elemento. Nell'arco del decennio successivo
i chimici scoprirono elementi a destra e a manca, riuscendo a isolare l'ossigeno,
l'azoto, il cloro e il manganese.

linea del tempo


1 669 1 869 1 91 3
I l fosforo è il primo Mendeleev pubbl ica Henry Moseley
elemento scoperto la prima versione defi nisce gli elementi
per via chim ica della sua tavola periodica in base al loro n u mero
atomico
gli elementi I e

Nel 1 869, due secoli dopo la scoperta di


Brand, il chimico russo Dmitrij Mende­
leev concepì la tavola periodica e il fo­ Decifriamo la
sforo vi trovò il posto che gli spettava,
tra il silicio e lo zolfo. tavola periodica
Che cos'è un elemento? Per Nella tavola periodica (si vedano le pagine 204-205)
molto tempo l'uomo fu convinto che gli g l i elementi sono rappresentati da lettere.
«elementi» fossero il fuoco, l'acqua, In alcuni casi si tratta di abbreviazioni ovvie, come
l'aria e la terra. All'elenco si aggiunse Si per i l silicio; in altri (come il tungsteno, W)
l'etere per spiegare l'esistenza delle stelle, non vi è alcun nesso apparente: spesso si tratta
dal momento che queste, come soste­ di riferimenti a una denomi nazione arcaica.
neva il filosofo Aristotele, non potevano I l n umero visibile sopra la lettera a sinistra
essere formate da elementi terrestri. La è il n u mero di massa, cioè il n u mero di n ucleoni
parola «elemento» deriva dal latino ele­ (protoni e neutro n i ) presenti nel nucleo dell'elemento.
mentum, che significa «principio primo» Il n umero in alto a destra rappresenta, i nvece,
o «forma fondamentale»: come descri­ il n u mero di protoni ( n umero atomico) .
zione non c'è male, ma non ci dice qual
è la differenza tra atomi ed elementi.
La differenza è semplice: gli elementi sono sostanze che possono presentarsi in
quantità arbitrarie; gli atomi sono unità fondamentali. Un frammento del fo­
sforo di Brand - che tra l'altro è una sostanza tossica utilizzata nella fabbrica­
zione dei gas nervini - è un insieme di atomi di un elemento particolare. È
interessante come non esistano due frammenti di fosforo uguali: gli atomi di que­
sto elemento, infatti, possono disporsi in modi diversi, e le differenze nella strut­
tura interna si riflettono sull'aspetto esteriore. Il fosforo può apparire bianco,
nero, rosso o viola a seconda della disposizione dei suoi atomi. Ogni varietà può
comportarsi diversamente dalle altre: le temperature di fusione, ad esempio, pos­
sono differire enormemente da un tipo di fosforo all'altro. In una giornata molto
calda il fosforo bianco può fondere per effetto dei raggi solari; il fosforo nero, in­
vece, ha bisogno delle temperature roventi di una fornace, poiché fonde a più di
600 °C. Eppure entrambi sono formati dallo stesso tipo di atomi, dotati di 1 5
protoni e 1 5 elettroni.

1 937 2000 201 0


Il tecnezio è il primo Scienziati russi Annu ncio della scoperta
elemento prodotto producono il livermorio, di un elemento con
artificialmente u n elemento ultrapesa nte n u mero atomico 117
(ununseptio)
1o I i prineìpi ....-entali

La struttura della tavola periodica All'occhio del profano, la ta­


vola periodica (si vedano le pagine 204-205 ) ricorda una partita di Tetris in cui,
a seconda della versione, alcuni dei blocchi non sono scesi fino in fondo. Sem­
bra quasi che abbia bisogno di una bella sistemata, ma in realtà si tratta di un di­
sordine apparente, in cui ogni chimico riuscirà a trovare rapidamente ciò che
sta cercando. La ragione è che l'architettura geniale escogitata da Mendeleev
nasconde una rete ordinata di legami tra gli elementi basata sulla loro struttura
atomica e sulle caratteristiche chimiche.
Su ogni riga, da sinistra a destra, gli elementi sono disposti in ordine di numero
atomico crescente (il numero atomico è il numero di protoni presenti nel nu­
cleo). Ma la genialità di Mendeleev fu capire che a un certo punto le proprietà
degli elementi cominciavano a ripetersi e che era giunto il momento di andare
a capo. Le informazioni più interessanti, quindi, provengono dalle colonne. Ad
esempio, prendete l'ultima colonna a destra, quella che comincia con l'elio e fi­
nisce con il radon. I suoi membri sono i gas nobili, elementi inodori che in con-
dizioni normali si trovano allo stato gassoso e che
quando si tratta di partecipare a una reazione chimica si
' Il mondo delle reazioni dimostrano particolarmente svogliati. Il neon, ad esem­
chimiche è come pio, reagisce così poco che è impossibile convincerlo a
un palcoscenico ... legarsi a un altro elemento. La spiegazione si trova nei
gli attori che lo popolano suoi elettroni. In ogni atomo gli elettroni si dispongono
sono gli elementi. ' in strati o gusci concentrici, ognuno dei quali può es­
sere occupato al massimo da un certo numero di elet­
Clemens Alexander Winkler, troni. Quando un guscio è pieno, gli elettroni in eccesso
scopritore del germanio devono cominciare a riempirne uno più esterno. Dal
momento che il numero degli elettroni cresce con il nu­
mero atomico, ogni elemento avrà una configurazione elettronica distinta. La
caratteristica fondamentale dei gas nobili è il riempimento completo del guscio
più esterno, che conferisce loro una struttura molto stabile e ne ostacola il coin­
volgimento in qualsiasi tipo di reazione.
La tavola periodica presenta molte altre regolarità. Man mano che ci si sposta da
sinistra verso destra, verso i gas nobili, e dal basso verso l'alto, aumenta la fatica
(energia) necessaria per rimuovere un elettrone da un elemento. La parte cen­
trale della tavola è occupata per lo più da metalli: avvicinandosi al bordo sini­
stro della tavola, inoltre, le proprietà metalliche si fanno sempre più spiccate. La
conoscenza di queste strutture consente ai chimici di prevedere il comporta­
mento degli elementi nelle reazioni.
gU elementi I 11

I pesi supermassimi
Una delle poche cose che
accomunano la chimica e il La caccia all'elemento
pugilato sono i pesi super­
massimi. Mentre i pesi mo­
più pesante
sca - tra cui l'idrogeno e G l i imbroglioni non piacciono a nessuno, ma ne troverete
l'elio, che insieme possie­ in q u a l siasi professione, e la scienza non è da meno.
dono solo tre protoni - si li­ Nel 1 999, u n gruppo d i scienziati del Lawrence Berkeley
brano nella parte più alta Laboratory, in California, pubblicò u n articolo che a n n u nciava
della tavola periodica, gli trionfa l me nte la scoperta deg l i elementi s uperpesanti 1 1 6
elementi delle ultime righe ( livermorio) e 1 1 8 ( u n unoctio). Qualcosa, però, non tornava.
sono finiti così in basso a Dopo aver letto l'articolo, altri scienziati avevano cercato
causa della loro grande staz­ di ripro d u rre g l i esperimenti ma nonostante le avessero
za atomica. Nel corso degli provate tutte n o n erano riusciti a vedere un solo atomo
anni la tavola si è espansa, dell'elemento 1 1 6. Si ven n e così a sapere che uno d eg l i
arricchita da nuove scoper­ «scopritori» aveva manipolato i dati, obbligando u n'agenzia
te e da elementi sempre più governativa statunitense a rimangiarsi i m barazzata tutte le
pesanti. La casella numero dichiarazioni sulla scienza di q u a l ità mondiale a cui andavano
92, invece, è occupata dal­ i suoi soldi. L'articolo fu ritirato, e l'anno successivo i l plauso
l'ultimo elemento naturale: per la scoperta del l ivermorio a n dò a un g ruppo russo.
l'uranio, un elemento radio­ Lo scienziato che aveva falsificato i dati originali fu licenziato.
attivo. Il suo decadimento Il prestigio associato a l l a scoperta di un n u ovo elemento
produce plutonio, ma in è così grande da spingere q u a lche scienziato a giocarsi
quantità trascurabili. Il plu­ la carriera pur d i arrivare primo.
tonio fu scoperto in un reat­
tore nucleare; per ottenere
gli altri pesi supermassimi si
ricorre alle collisioni tra atomi negli acceleratori di particelle. La caccia non è
finita, ma si è fatta decisamente più complicata della bollitura di qualche fluido
corporeo.

idea chiave
Le sostanze più semplici
i princìpi fondamentali

03 Gli isotopi
Gli isotopi non sono solo sostanze utilizzate per fabbricare
bombe e avvelenare la gente. Il concetto di isotopo ha a che fare
con i numerosi elementi chimici che possiedono una quantità
leggermente diversa di particelle subatomiche. Gli isotopi
sono presenti nell'aria che respiriamo e nell'acqua che beviamo.
Potete addirittura servirvene (senza alcun rischio) per
far affondare il ghiaccio.

Il ghiaccio galleggia. Tranne quando affonda. Lo stesso vale per gli atomi di un ele­
mento, che sono tutti uguali tranne quando sono diversi. Prendete l'elemento più
semplice, l'idrogeno. Siamo tutti d'accordo sul fatto che ogni suo atomo possiede
un protone e un elettrone. Non potrete mai dire che un atomo è di idrogeno se il
suo nucleo non contiene esattamente un protone. Ma che accadrebbe se al pro­
tone si aggiungesse un neutrone? Avremmo sempre un atomo di idrogeno?
Il neutrone è l'anello mancante sfuggito ai chimici e a fisici fino agli anni '30 (si
veda il riquadro a p. 13 ). È una particella neutra che non modifica minimamente
la carica complessiva di un atomo ma ne altera sensibilmente la massa. L'ag­
giunta di un solo neutrone al nucleo dell'atomo di idrogeno è sufficiente a far af­
fondare il ghiaccio.
L'acqua pesante L'aggiunta di un neutrone a un atomo di idrogeno fa una
bella differenza: per il peso mosca degli elementi, significa raddoppiare il numero
dei nucleoni. Il risultato, una sorta di «idrogeno pesante» , è detto deuterio (D
oppure 2 H). Gli atomi di deuterio si legano a quelli di ossigeno per formare l'ac­
qua, proprio come quelli dell'idrogeno ordinario. Ovviamente il risultato non è
la solita acqua (H20): i neutroni in più la fanno diventare «acqua pesante»
(D20), ovvero, volendo usare il suo nome corretto, ossido di deuterio. Provate a
versare dell'acqua pesante - la si compra online senza problemi - in uno stampo
per i cubetti di ghiaccio. Quando si sarà congelata, mettete un cubetto in un

G l i alchimisti cercano Le radiazioni vengono Prima descrizione


di «trasmutare» le sostanze util izzate per la prima dei «doppietti neutri»
in metalli preziosi volta nella terapia (neutroni), a opera
oncologica di Ernest Rutherford
gli isotopi I 1a

I neutroni mancanti
La scoperta del neutrone da parte del fisico a corroborare la previsione teorica con dati
James Chadwick - che in seguito partecipò sperimental i convincenti. Quell'anno
alla realizzazione della bomba atomica - Chadwick scoprì che bombardando i l
risolse u n a nnoso problema relativo al peso berillio, u n meta l l o s i m i l e a ll'argento, c o n la
degli elementi. Si sapeva da tempo che radiazione emessa da atomi di polonio, l o si
g l i atomi di ogni elemento pesavano più stimolava a emettere particelle subatomiche
d i quanto avrebbero dovuto. Secondo prive di carica elettrica: i neutro n i .
Chadwick, era i m possibile spiegare il peso

%
dei n uclei atomici assu mendo che
pompa a vuoto
contenessero u nicamente proto n i . bersaglio
di berillio

_
E r a c o m e s e g l i elementi fossero camera
parti e lla a vuoto rivelatore
partiti per le vacanze estive con
alfa
una val i g i a piena d i m attoni, con
l'u nica d ifferenza che in q uesto ....,,,
.,
v-'
____
-----

caso nessuno riusciva a trovare


i mattoni . Chadwick era stato ..

convinto dal suo superiore, Ernest


Rutherford, che neg l i atomi si
I
neutrone
nascondevano delle particelle
subato m iche. Rutherford
descrisse i cosiddetti «doppietti
neutri», o neutroni, nel 1 920, ma si La reazione che scalza i neutroni (n) dal bersag l io
dovette aspettare i l 1932 perché si riuscisse di berillio è � He + � Be --> 6 n + 1 �C.

bicchiere contenente acqua normale e voilà, lo vedrete affondare! A titolo di pa­


ragone, prendete un cubetto di ghiaccio normale e osservate che differenza può
fare una sola particella subatomica in più per ogni atomo.
In natura, circa un atomo di idrogeno ogni 6400 ha un neutrone in più. In
realtà esiste un terzo tipo - o isotopo - di idrogeno, molto più raro e pericoloso

1 932 1 960 2006


James Chadwick Willard Libby riceve il premio Nobel Aleksandr Litvinenko
scopre il neutrone per la Chimica per l'invenzione m uore per avvelenamento
della tecnica di datazione che sfrutta da polonio radioattivo
la radioattività del carbon io-14
14 I i princìpi fondamentali

da manipolare a casa. Stiamo parlando del trizio, i cui atomi possiedono un


protone e due neutroni. Il trizio, però, è instabile ed è soggetto a decadimento,
come gli altri elementi radioattivi. È impiegato nei meccanismi di innesco delle
bombe all'idrogeno.
La radioattività Spesso il termine «isotopo» è seguito dall'aggettivo «ra­
dioattivo» , e ciò potrebbe indurre a dare per scontato che tutti gli isotopi siano
radioattivi. Non è così. Come abbiamo appena visto, nulla esclude di avere un
isotopo dell'idrogeno non-radioattivo, ossia stabile. In natura esistono isotopi
stabili anche per il carbonio, l'ossigeno e altri elementi.
Gli isotopi radioattivi sono instabili e decadono: i loro atomi, in altre parole,
si disintegrano, emettendo materia dal nucleo sotto forma di protoni, neutroni
ed elettroni (si veda il riquadro in basso) . Il risultato è una variazione del loro
numero atomico, che può trasformarli in elementi completamente diversi.
Agli alchimisti del XVI e del XVII secolo, ossessionati dal desiderio di tra­
sformare un elemento in un altro (meglio ancora se in oro), tutto ciò sarebbe
parso prodigioso.
Ogni elemento radioattivo ha un suo tempo di decadimento. Il carbonio-14, un
isotopo del carbonio il cui nucleo contiene 14 nucleoni anziché i soliti 1 2, può
essere maneggiato senza precauzioni particolari. Se doveste misurare un grammo
di carbonio-14 per poi poggiarlo sul davan­
zale di una finestra, prima di vederne deca-
1 tipi di radiazione bel po': dere gli atomi vi toccherebbe aspettare un
per osservare la disintegrazione di
Le particelle della radiazione a lfa sono metà degli atomi del campione dovreste at-
identiche ai n uclei dell'elio, poiché tendere 5700 anni, cioè il tempo di dimez-
sono formate da d u e protoni e due neutroni. zamento del carbonio- 14. Il polonio-214,
È u n a radiazione debole: p e r bloccarla basta invece, ha un tempo di dimezzamento mi-
un foglio di carta. La radiazione beta nore di un millesimo di secondo: se in un
è formata da elettroni veloci ed è in grado bizzarro universo parallelo vi si desse la pos-
di penetrare nella pelle. La radiazione gamma sibilità di misurare un grammo di polonio
è di natura elettromagnetica, come la l uce, radioattivo, questo decadrebbe ben prima di
e può essere fermata solo da u n o strato riuscire a posarlo sul davanzale, e la vostra
di piombo. I suoi effetti sono molto dannosi: vita sarebbe in pericolo.
i raggi gamma ad alta energia sono utilizzati
per distruggere i tumori m a l igni.
L'ex-spia russa Aleksandr Litvinenko e -
forse - il leader palestinese Yasser 'Arafat fu-
gli isotopi 15

rono assassinati con un isotopo del polonio più stabile


( il suo tempo di dimezzamento è dell'ordine di qualche
' Accade raramente,
giorno) ma altrettanto letale. La radiazione emessa dai nella chimica, che una
nuclei di polonio-2 10 che si disintegrano nel corpo singola scoperta abbia
umano distrugge le cellule, causando dolori, nausea e un impatto così grande
danni al sistema immunitario. Gli scienziati incaricati in così tanti campi
di investigare sui due._s:_asi dovettero cercare i prodotti del pensiero umano. '
di decadimento del polonio-2 1 0, poiché di quest'ul­
timo non c'era più traccia. A. Westgren, presidente del comitato
per il Nobel per la Chimica, nell'annunciare
Ritorno al futuro Gli isotopi radioattivi pos­ il conferimento del premio a Willard Ubby
sono essere mortali, ma ci aiutano anche a conoscere per i suoi studi sulla radiodatazione al carbonio
il passato. Il carbonio- 14 che abbiamo lasciato sul da­
vanzale a decadere lentamente ha due applicazioni
scientifiche comuni: la radiodatazione dei fossili e lo studio del clima del pas­
sato. La conoscenza accurata del tempo di decadimento degli isotopi radioattivi
permette agli scienziati di dedurre l'età dei manufatti, dei resti animali o dei cam­
pioni di aria intrappolati nel ghiaccio formatosi in epoche remote analizzando
l'abbondanza dei vari elementi. Nell'arco di una vita, un animale inspira le pic­
cole quantità di carbonio-14 contenute naturalmente nell'anidride carbonica
presente nell'aria. Quando muore, l'assunzione di carbonio- 14 si interrompe e
l'abbondanza dell'isotopo inizia a diminuire a causa del decadimento. Sapendo
che il tempo di dimezzamento del carbonio- 14 è di 5700 anni, gli scienziati sono
in grado di calcolare l'epoca della morte di un animale fossilizzato.
Analogamente, gli isotopi contenuti nei campioni estratti dalle calotte glaciali
o dai ghiacciai dopo esservi stati sepolti per migliaia di anni permettono di ri­
costruire direttamente la linea temporale delle variazioni climatiche. La cono­
scenza del passato del nostro pianeta potrà aiutarci a prevedere ciò che accadrà
in futuro con l'aumento costante dell'anidride carbonica nell'atmosfera.

idea chiave
Un neutrone in più
fa una bella differenza
16 I i princìpi fondamentali

04 I composti
In chimica, esistono sostanze formate da un solo elemento
�altre che ne contengono tipi diversi: i composti.
E quando gli elementi si combinano che la straordinaria
diversità della chimica si fa evidente. Non è facile stimare
quanti siano i composti chimici: ogni anno ne vengono
sintetizzati di nuovi, e i loro impieghi sono innumerevoli.

Nella scienza può accadere che una scoperta contraddica quella che tutti consi­
deravano una legge fondamentale. La prima reazione è di perplessità: ci si chiede
se non sia stato commesso qualche errore o se i dati siano stati manipolati. Poi,
quando la loro validità si dimostra irrefutabile, bisogna riscrivere i libri di testo,
e la ricerca scientifica può spingersi in una direzione completamente nuova. È
proprio ciò che avvenne nel 1962, quando Neil Bartlett scoprì un nuovo com­
posto.
Era un venerdì sera. Bartlett si era fermato a lavorare più tardi del solito, e
quando fece la scoperta era l'unica persona presente nel laboratorio. Mescolando
due gas, lo xenon e l'esafluoruro di platino, aveva ottenuto un solido di colore
giallo. Si scoprì che si trattava di un composto dello xenon. Nulla di così strano,
direte voi, ma all'epoca la maggior parte della comunità scientifica era convinta
che lo xenon, come gli altri gas nobili (si veda p. 10) fosse totalmente inerte e
incapace di combinarsi con altri elementi. La nuova sostanza venne chiamata
esafluoroplatinato di xenon, e la scoperta spinse rapidamente altri scienziati a
cercare nuovi composti contenenti gas nobili. Nei decenni successivi ne furono
scoperti almeno 100; da allora, i composti degli elementi nobili sono stati uti­
lizzati per realizzare agenti antitumorali e per i laser impiegati nella chirurgia
oculistica.

linea del tempo


1 71 8 primi dell'Ottocento 1 808
Étienne François Geoffroy Polemica tra Claude-Louis Con la sua teoria atomica,
compila una «tavola delle affi nità» Berthollet e Joseph-Louis Proust John Dalton conferma che
i n cui elenca i modi in cui sulla proporzione degli elementi gli elementi si combinano
si combinano le sostanze nelle reazioni chimiche in proporzioni fisse
i composti I 11

L'unione fa la forza
La scoperta di Bartlett costituì
senza dubbio un evento inat­
Composti o molecole?
teso per i libri di testo, ma la Ogni molecola contiene più atomi. Possono essere atomi
sua storia, oltre a essere un bel- dello stesso elemento, come 02, o di elementi diversi, come
1'esempio di come una scoperta COz- Solo quest'ultimo, però, è un composto, perché
scientifica possa sovvertire una contiene atomi di elementi diversi u n iti tra loro da un legame
«verità» consolidata, ci ricorda '
chimico. Non tutte le molecole, q u i ndi, sono composti:
anche che gli elementi (soprat­ possiamo dire, allora, che tutti i composti sono molecole?
tutto quelli poco reattivi), da La causa della confusione sono gli ioni (si veda il riquadro
soli, non sono poi così utili. a p. 19). I composti i cui atomi formano ioni carichi non
Certo, ne esistono applicazioni costituiscono vere e proprie molecole nel senso tradizionale
pratiche (si pensi, ad esempio, del termine. Nel sale comune, ad esempio, u na certa quantità
ai tubi al neon, ai nanotubi di di ioni sodio (Na+) si lega a un'analoga quantità di ioni cloro
carbonio e all'impiego dello (Cl-) per formare una struttura cristallina macroscopica,
xenon nell'anestesia chirur­ ordinata e periodica. A voler essere precisi, d u nque, non
gica), ma è solo combinando si può parlare di «molecole» indipendenti di cloruro di sodio.
gli elementi in modo nuovo - In questo caso, la formula chimica, anziché riferirsi a u na
e a volte molto complesso - molecola singola, ci dà il rapporto numerico tra gli ioni sodio
che i chimici possono sperare di e gli ioni cloro. D'altra parte, però, i chimici parlano
scoprire materiali all'avanguar­ tranquillamente di «molecole di cloruro di sodio» (NaCI).
dia e farmaci capaci di salvare
vite umane.
Per realizzare i composti alla
base di quasi tutti i prodotti
moderni - carburanti, tessuti,
fertilizzanti, farmaci, coloranti
e detergenti, per citarne al­
cuni - bisogna legare un ele­
mento con un altro, e poi con
un altro, e forse un altro an­ miscugli
cora. Guardatevi intorno: a
casa vostra quasi tutto è fatto
da composti, a eccezione delle

, 1 833 1 962 2005


Definizione di «ione» Neil Bartlett scopre Vengono stimate le dimensioni
a opera di Michael che i gas nobili dell'«universo chimico»
Faraday e William possono formare dei composti contenenti
Whewell composti al più 11 atomi di C, N, O e F
18 I i princìpi fondamentali

poche cose costituite da un solo elemento chimico,


' Cercai qualcuno con cui come la mina di carbonio di una matita. Anche ciò
condividere quella che cresce e si forma in maniera autonoma - il
scoperta così eccitante, legno, l'acqua - è un composto. E a dire il vero, è
ma mi resi conto che era probabile che sia ancora più complicato degli altri.
ora di cena, e che erano
I composti e i miscugli Quando parliamo
andati tutti a casa! ' di composti, però, conviene fare alcune distinzioni
Neil Bartlen importanti. I composti sono sostanze chimiche for­
mate da due o più elementi. Radunare sotto lo
stesso tetto due (o anche dieci) elementi non ne fa necessariamente un compo­
sto. I loro atomi devono interagire e formare un legame chimico (si veda p. 20) .
Senza legami chimici, tutto quello che abbiamo è un'accozzaglia di atomi di ele­
menti diversi che interagiscono tra di loro come gli invitati a un cocktail: i chi­
mici parlano allora di miscuglio (o miscela). Gli atomi di alcuni elementi
possono anche unirsi ad atomi simili: è il caso dell'ossigeno presente nell'aria, che
esiste quasi esclusivamente sotto forma di doppietto (02 ). I due atomi formano
una molecola di ossigeno, ma anche in questo caso non possiamo parlare di com­
posto perché siamo in presenza di un unico elemento.
I composti, quindi, sono sostanze formate da più elementi chimici. L'acqua è un
composto, perché contiene due elementi chimici diversi: l'idrogeno e l'ossi­
geno. Ma è anche una molecola, perché contiene più di un atomo. La maggior
parte dei materiali e dei prodotti attualmente in commercio è a base di composti
formati da molecole. Non tutte le molecole, però, sono composti, e sul fatto
che tutti i composti siano molecole la discussione è ancora aperta (si veda il ri­
quadro a p. 1 7 ) .
I polimeri C i sono poi i composti d i composti, formati dalla ripetizione di
unità elementari concatenate come le perle di una collana. Stiamo parlando
dei polimeri. Alcuni di voi li riconosceranno dal nome: il polietilene dei sac­
chetti della spesa, il po livinilcloruro (PVC) dei vecchi LP ( i «vinili») e il poli­
stirolo degli involucri dei take-away sono gli esempi più ovvi. La cosa potrà
stupirvi, ma sono polimeri anche il nylon, la seta, il DNA contenuto nelle vo­
stre cellule e le proteine che formano i vostri muscoli. In tutti i polimeri, natu­
rali o sintetici, l'unità che si ripete è detta monomero. Mettete insieme più
monomeri e otterrete un polimero. In tutte le aule di chimica troverete i ma­
teriali necessari per dare una dimostrazione spettacolare delle proprietà del
nylon: potrete letteralmente estrarre un «filamento» di nylon dal becher in cui
i composti I 1e

lo avete preparato e avvolgerlo diretta­


mente su un rocchetto, come un filato
qualsiasi. Gli ioni
I biopolimeri I biopolimeri co�e Quando u n atomo perde o acqu i sta l a carica
il DNA (si veda p. 136) sono così com­ negativa di u n elettrone, il riequ i l ibrio delle
plessi che l'evoluzione ha impiegato cariche elettriche fa sì che l'atomo nel suo
milioni di anni a perfezionare l'arte di insieme risulti carico. U n atomo carico è detto
produrli. I loro monomeri, veri e pro­ ione. Lo stesso può accadere a l l e molecole
pri «composti nel composto» , sono gli che formano ioni «poliatomici»: uno ione
acidi nucleici, sostanze caratterizzate a nitrato ( N 03}, ad esempio, o uno ione silicato
loro volta da una certa complessità. (Sio:- ) . Il legame ionico tra i o n i di cariche
Unendosi, formano le lunghe catene opposte è un meccanismo fondamentale
polimeriche che costituiscono il nostro per la formazione dei composti.
codice genetico. Per legare tra loro i
monomeri del DNA l'organismo usa un
enzima speciale che aggiunge alla col-
lana una perla dopo l'altra. Il fatto che l'evoluzione sia riuscita a realizzare com­
posti così complessi all'interno del nostro corpo ha dell'incredibile.
Quanti composti esistono? A voler essere sinceri, non lo sappiamo. Nel 2005 al­
cuni scienziati svizzeri hanno provato a calcolare quanti composti stabili si possono
formare a partire da atomi di carbonio, azoto, ossigeno e fluoro: ne hanno censiti
quasi 14 miliardi, limitandosi tuttavia ai composti costituiti da un massimo di 1 1
atomi. L' «universo chimico» - per usare le loro parole - è davvero vasto.

idea chiave
Combinazioni
chimiche
20 I . prmcìpi lnndamentali

05 Atomi di tutto
il mondo, unitevi!
Che cosa tiene uniti gli atomi del sale? Perché l'acqua bolle
a 1 00 °C? Ma soprattutto, che cosa hanno in comune
un pezzo di metallo e una comune di hippy? Per rispondere
a queste e ad altre domande occorre osservare attentamente
le minuscole cariche elettriche negative che sfrecciano
vorticosamente intorno agli atomi.

Gli atomi si incollano gli uni agli altri. Che cosa accadrebbe se non lo facessero?
Beh, anzitutto nell'Universo regnerebbe il caos più assoluto. Senza i legami e le
forze che tengono uniti i materiali, nulla di ciò che conosciamo esisterebbe. Tutti
gli atomi che compongono il vostro corpo, un piccione, una mosca, una televi­
sione, una scatola di cereali, il Sole e la Terra fluttuerebbero in un mare sconfi­
nato di loro simili. Ma come fanno gli atomi a legarsi?
Un atteggiamento negativo La coesione degli atomi all'interno delle
molecole e dei composti è assicurata, in un modo o nell'altro, dagli elettroni, le pic­
colissime particelle subatomiche che avvolgono il nucleo dell'atomo - carico posi­
tivamente - in una nuvola sferica di carica negativa. Dal momento che il numero
di elettroni cambia da un elemento all'altro, la quantità di particelle negative pre­
senti sullo strato più esterno della nuvola dipenderà dal tipo di atomo. Il fatto che
la nube elettronica di un atomo di sodio sia leggermente diversa da quella di un
atomo di cloro, tuttavia, ha effetti interessanti, poiché è proprio per questa ragione
che i due atomi si uniscono. Il sodio perde facilmente l'elettrone presente sul li­
vello più esterno, e la perdita di una carica negativa lo trasforma in uno ione posi­
tivo (Na+). Allo stesso tempo, il cloro acquista facilmente un elettrone per

Jons Berzelius ipotizza Johannes Diderik van der Waals Tom Moore e Thomas Winmill elaborano
che i legami chimici siano form ula l'equazione che descrive il concetto d i legame a idrogeno
dovuti a l l'attrazione le forze intermolecolari nei gas (la paternità dell'idea verrà loro
elettrostatica e nei liquidi riconosci uta anni dopo da Linus Pa u l i ng )
atomi di tutto il mondo, unitevi! I 21

completare il guscio più


esterno e acquistare così
una carica complessiva ne­ Legami semplici,
gativa (Cl-). Dal momento
che gli opposti si attrag­
doppi e tripli
gono, voilà: avete il vostro U n legame covalente, i n parole povere, consiste nella condivisione di
legame chimico. E una una coppia di elettroni. I l n umero d i elettron i che u n atomo può
manciata di sale, alias clo­ condividere corrisponde per l o più al numero degli elettron i che
ruro di sodio (NaCl). popolano il livello atomico più esterno. Il carbonio, ad esempio, può
condividere quattro elettroni, e quindi può formare fino a un massimo
Dallo studio della tavola
di quattro legami basati sulla condivisione di una coppia di elettroni.
periodica si capisce che la
Questa proprietà si rivela particolarmente importante per la struttura
facilità di perdere o acqui­
di quasi tutti i composti organici (cioè che contengono carbonio),
sire elettroni da parte dei
i n cui u no scheletro di atomi di carbonio si arricch isce di atomi
vari elementi segue uno
di altro tipo. Nelle molecole organiche a catena l u nga, gli atomi
schema ben preciso, e che
di carbonio condividono gli elettron i tra di loro ma accade spesso
il modo in cui gli atomi si
che lo facciano anche con atomi di idrogeno. Talvolta, però,
uniscono è determinato gli elettroni condivisi da u na coppia di atomi sono più di due:
dalla distribuzione delle ca­ un atomo di carbonio, i nfatti, può formare un legame doppio
riche negative. I meccani­
con un altro atomo di carbonio (o di ossigeno).
smi che portano gli atomi a Esiste anche la possibilità di u n legame triplo, i n cui le coppie
perdere, acquistare o con­ di elettron i condivisi sono tre. Non tutti gli atomi, comunque, hanno tre
dividere elettroni determi­ elettroni da condividere: l'idrogeno, ad esempio, ne ha u no solo.
nano il tipo di legame che
li unisce e il tipo di compo­
sti che possono formare.
H
Villa, condominio I
o comune ? Esistono H - C-H
tre classi principali di le­
gami chimici. Cominciamo I
H
dal legame covalente, dove
ogni molecola di un com­
CH 4 (metano): la confi g u razione elettronica
posto è una famiglia di ato­ (a sin istra) e ì l modello strutturale (a destra).
mi che condividono uno o

'
1 939 ' ' 1 954 201 2
Linus Pauling Pauling riceve il Nobel Chimici quantistici ipotizzano che i n presenza
pubbl ica La natura per la Chimica per le sue di campi magnetici particolarmente intensi,
del legame chimico ricerche sul legame chimico come quelli delle stelle nane, possa formarsi
u n nuovo tipo di legame chimico
22 I i princìpi fondamentali

' Sono di ritorno da una più elettroni (si veda il riquadro a p. 21). Gli elet­
vacanza in cui gli unici troni vengono condivisi esclusivamente tra i mem­
bri di una stessa molecola. È come se ogni molecola
libri che avevo con me - ogni famiglia - vivesse in una bella villetta unifa­
erano una mezza dozzina miliare tutta sua. Le molecole di anidride carbonica,
di gialli e il tuo Legame acqua e ammoniaca (la sostanza puzzolente utiliz­
chimico, e devo dire che zata nei fertilizzanti) vivono così.
il tuo si è rivelato il più I legami ionici, invece, si basano sul principio di «at­
entusiasmante di tutti. ' trazione degli opposti» , come nel cloruro di sodio
Da una lettera del chimico americano dell'esempio precedente. Un legame del genere
Gilbert Lewis a Linus Pauling, 1 939 equivale a vivere in un condominio, dove si hanno
vicini al piano di sopra, al piano di sotto, a sinistra e
a destra del proprio appartamento. Non esistono unità separate: solo un grande
edificio formato esclusivamente da appartamenti. Chi vi abita tiene per sé le pro­
prie cose, ma ogni tanto cede o acquista un elettrone spaiato dai vicini dell'ap­
partamento accanto. È questo scambio a tenerli uniti: nei composti ionici, gli
atomi restano uniti perché si comportano come ioni di carica opposta (si veda il
riquadro a p. 19).
E poi c'è il legame metallico, che è un po' più strano degli altri. Il principio su
cui si basa è sempre quello dell'attrazione tra cariche opposte, ma invece di as­
somigliare a un condominio ricorda di più una comune hippy: gli elettroni, in­
fatti, sono condivisi tra tutti gli atomi. Ogni elettrone si muove liberamente con
la sua carica negativa, e solo occasionalmente viene catturato dalla carica posi­
tiva di uno ione metallico, che lo rilascia immediatamente. Tutto appartiene a
tutti, e non ci sono furti: è come se ogni cosa fosse tenuta insieme dalla fiducia.
Per garantire la stabilità dell'Universo serve altro. Oltre ai legami all'interno
delle molecole e dei composti, più forti, esistono interazioni più deboli che con­
sentono la formazione di gruppi di molecole e che possiamo paragonare ai le­
gami sociali che garantiscono la coesione di una comunità. Nell'acqua, forze di
questo tipo raggiungono livelli particolarmente elevati.
Perché l'acqua è così speciale? Forse non ci avete mai fatto caso, ma
il fatto che l'acqua bolla a 100 °C è decisamente strano. La sua temperatura di
ebollizione è molto più alta di quella che ci aspetteremmo da una sostanza formata
da idrogeno e ossigeno. Da un'analisi della tavola periodica (si vedano le pagine
204-205) potremmo ragionevolmente ipotizzare che l'ossigeno si comporti come
gli altri elementi della stessa colonna. Se provaste a combinare l'idrogeno con
atomi di tutto il mondo, unitevi! I 23

uno dei tre elementi sotto l'ossigeno, però, di


sicuro non riuscireste nemmeno a compiere
un'operazione semplice come farli bollire in Le forze
un pentolino. La ragione è che tutti e tre
hanno una temperatura di ebollizione infe­ di van der Waals
riore a zero gradi (centigradi), e questo signi­ Le forze di van der Waals, chiamate così
fica che alla temperatura tipica della vostra i n o nore del fisico olandese J o h a n nes Diderik
cucina si trovano allo stato gassoso. Al di van der Waals, sono forze estremamente debo l i
sotto di zero gradi, l'acqua solidifica e si tra­ che agiscono tra tutti g l i ato m i . Nascono
sforma in ghiaccio. Ma allora come fa un dal fatto che anche negli atomi e nelle molecole
composto formato da idrogeno e ossigeno a stabili gli elettroni si spostano leggermente
rimanere liquido a temperature così alte? di q u a e di là, modificando la distribuzione

La risposta è nelle forze che tengono unite della carica. I l risultato è che occasionalmente

tra di loro le molecole d'acqua impedendo la parte negativa di una molecola può esercitare

che volino via per effetto della minima u n'attrazione temporanea sulla parte positiva

quantità di calore. Tra gli atomi di idrogeno di u n'altra molecola. Nelle molecole «polari»

di una molecola e l'atomo di ossigeno di come l'acqua la separazione delle cariche

un'altra si formano i cosiddetti «legami a è più stabile, e l'intensità dell'attrazione

idrogeno» . In che modo? Anche in questo è leggermente maggiore. Il legame a idrogeno

caso dipende dagli elettroni. I due atomi di è un caso speciale di forza di van der Waals

idrogeno di una molecola d'acqua devono che dà origine a legam i i ntermolecolari

condividere il letto con l'ossigeno, che ha la particolarmente forti.

brutta abitudine di tirare a sé tutte le co-


perte, cioè gli elettroni. Così facendo, l'ossi-
geno lascia parzialmente scoperta la carica positiva dei nuclei di idrogeno, i quali
risentono dell'attrazione esercitata dalla carica negativa complessiva degli atomi
di ossigeno delle altre molecole. Ogni molecola d'acqua possiede due atomi di
idrogeno, e può formare due legami a idrogeno con altrettante molecole d'acqua.
Queste stesse forze aiutano a spiegare la struttura reticolare del ghiaccio e la ten­
sione superficiale che consente a un insetto di pattinare sul pelo dell'acqua di
uno stagno.

idea chiave
Condividere gli elettroni
24 1 i princìpi fondamentali

06 Le transizioni
di fase
Le cose che non cambiano mai sono poche. I chimici parlano
di transizioni tra fasi diverse della materia, ma è solo
un modo sofisticato per dire che le sostanze mutano.

La materia può assumere molte forme: accanto agli stati


ordinari (solido, liquido e gassoso) ne esistono altri, più insoliti.

Provate a pensare a cosa capita quando dimenticate un pezzo di cioccolato in


tasca in una giornata particolarmente calda. Anche se lo togliete dalla tasca per
metterlo a solidificare in un luogo freddo non ritroverà mai il gusto che aveva
prima. Come mai? Per scoprirlo bisogna capire la differenza tra il cioccolato ori­
ginale e quello risolidificato. Ma prima, dobbiamo tornare sui banchi di scuola
per un ripasso di scienze.
Solidi, liquidi e gas e plasma Quasi tutti hanno sentito parlare di
...

tre fasi della materia: solida, liquida e gassosa. Vi ricordate di quando le avete im­
parate a scuola? Forse le chiamavate «stati». Un esempio semplice di cambiamento
di stato è quello dell'acqua che gela o fonde, passando da uno stato liquido a uno
solido e viceversa. Molte altre sostanze fondono, trasformandosi da solide a liquide,
con un processo che i chimici chiamano fusione termica. Le differenze tra gli stati
di una sostanza si spiegano per lo più in termini di impacchettamento delle sue mo­
lecole o dei suoi atomi, che in un solido sono schiacciati come un gruppo di per­
sone in un ascensore affollato. In un liquido, invece, le molecole circolano e si
muovono le une rispetto alle altre più liberamente. Nello stato gassoso, infine, la
dispersione delle particelle è ancora più accentuata e non ha limiti prefissati: è

linea del tempo


1 832 1 835 1 888
Per la prima volta i com posti Adrien-Jean-Pierre Thilorier Friedrich Rei nitzer
organici vengono caratterizzati pubblica la prima osservazione scopre i cristalli liquidi
in termini del loro pu nto del ghiaccio secco
di fusione
le transizioni di fase I 25

come se le porte dell'ascensore si fossero aperte,


dando agli occupanti la libertà di andarsene in
' Se posto su una superficie
ogni direzione. liscia scivola rapidamente,
come se si librasse
Per molti, questi tre stati della materia costitui­ sull'atmosfera gassosa
scono la frontiera della conoscenza; in realtà ne
esistono altri, un po' più misteriosi e forse meno
da cui è costantemente
noti. Anzitutto c'è il plasma, dal nome futuri­ circondato, e infine
stico: viene utilizzato, ad esempio, in alcuni tipi svanisce completamente. '
di schermo tv. Si tratta di uno stato analogo a Adrien-Jean-Pierre Thilorier,
quello gassoso, in cui gli elettroni non sono più prime osservazioni sul ghiaccio secco
legati agli atomi e tutte le particelle di materia
presenti sono elettricamente cariche. Ripren-
dendo l'analogia dell'ascensore, nel caso del plasma all'apertura delle porte la
gente si muove tutta insieme, in maniera più ordinata. Essendo composto da
particelle cariche, il plasma, anziché muoversi disordinatamente di qua e di là,
tende a scorrere in una direzione precisa. Un altro stato della materia decisa­
mente bizzarro è quello dei cristalli liquidi, utilizzato nei televisori LCD (si veda
il riquadro a p. 26) .
Più di quattro Quattro stati, o fasi, potrebbero bastare per descrivere molte
delle trasformazioni che osserviamo ogni giorno. Potrebbero essere sufficienti
anche a spiegare alcune di quelle meno comuni. Ad esempio, i generatori di fumo
utilizzati nei teatri e nei night club per creare nuvole densissime di nebbia im­
piegano il «ghiaccio secco», cioè anidride carbonica (C02 ) congelata, che va di­
rettamente dallo stato solido a quello gassoso senza passare per la fase liquida (ed
è per questo che viene detta ghiaccio secco). La transizione diretta dalla fase so­
lida a quella gassosa è detta sublimazione: le bolle di gas, ancora fredde, fanno
condensare il vapore acqueo presente nell'aria, generando la nebbia.
Con quattro fasi, però, non abbiamo ancora una risposta alla domanda formulata
all'inizio del capitolo: perché lo stesso cioccolato ha un gusto diverso prima e
dopo essersi fuso e risolidificato? Dopo tutto è sempre un solido. La ragione è
che i tre o quattro stati tradizionali non esauriscono tutte le fasi possibili della
materia. Allo stato solido, varie sostanze possono assumere fasi diverse, molte

1 928 1 964 201 3


lrving Langmuir Primo modello Viene prevista l'esistenza
conia i l termine funzionante di schermo di una nuova fase dell'acqua
«plasma» a cristalli liquidi sui pianeti giga nti g h iacciati
2e I 1 princìpi loodamentall

delle quali sono formate da cristalli.


I cristalli liquidi Il burro di cacao del cioccolato, in
effetti, ha una natura cristallina, e
Molti di noi hanno già sentito parlare dei cristal l i l i q u i d i il meccanismo di formazione dei
a causa d e l loro impiego n e g l i schermi L C D dei dispositivi cristalli ne determina il tipo di fase.
elettronici moderni. Il loro è uno stato com une a molti a ltri
Sei tipi di cioccolato Sia­
materi a l i : anche i cromosomi contenuti nelle vostre cellule
mo finalmente pronti ad affrontare
potrebbero essere considerati come u n tipo d i cristal l o l i q uido.
il nostro gustoso problema: il cioc­
S i tratta, come suggerisce i l nome, d i uno stato
colato. Forse state già sospettando
a metà strada tra il l i q u ido e il cristal l i no. Le molecole, per
che il cioccolato è un po' più com­
lo più di forma a l l u ngata, sono d isposte in maniera casuale
plicato di quanto sembri. È così.
in una d i rezione, ma ordinatamente (come i n u n cristallo)
L'ingrediente principale, il burro
in un'altra. Ciò avviene perché le forze che tengono i nsieme
di cacao, è formato da molecole
le molecole sono più deboli in una delle due d i rezion i .
dette triacilgliceroli e cristallizza in
In u n cristallo l i q u i do, le molecole si d ispongono in strati
almeno sei forme diverse (poli­
che possono scivolare g l i u n i sugli a ltri. All'interno
morfismi), ognuna delle quali è ca­
di ogni strato, le molecole sono distrib u ite casua l mente,
ratterizzata da una struttura e da un
e conservano una certa l i bertà di movimento. È proprio
punto di fusione particolari. Se
la com binazione del movimento con la distribuzione regolare
fate fondere un pezzo di cioccolato
che consente a q uesto tipo di cristal l i di comportarsi come
e poi lo fate risolidificare otterrete
liquidi. Negli schermi LCD, la posizione delle molecole
un polimorfismo diverso, con un
e la loro spaziatura ne determi nano le proprietà di riflessione
suo gusto differente.
della l uce e i l colore con cui ci appaiono. Modificando
con un campo elettrico la posizione di uno strato di molecole Anche se conservate il cioccolato
di cristal lo l iq uido racchi use tra due lastre d i vetro siamo a temperatura ambiente, assumerà
i n grado di riprodurre su uno schermo forme e i m magini. lentamente ma inevitabilmente
un'altra forma cristallina, quella
più stabile. I chimici parlano di
transizione di fase, ed è questa la ra­
gione per cui vi può accadere di
scartare una tavoletta di cioccolato
comprata qualche mese prima per
scoprire che ha l'aspetto di un ali­
mento andato a male. La fioritura
biancastra sulla superficie, in real­
tà, non è assolutamente nociva: è
solo la forma VI. In un certo senso,
cristallo liquido cristallo
solido liquido
il burro di cacao «vorrebbe» sem­
pre trovarsi nella forma VI, perché
le transizioni di fase I 21

è la più stabile: il suo problema è che


non ha un gusto molto appetitoso. Per
evitare la lenta transizione verso la Nuove fasi
forma VI, potete conservare il ciocco­
lato a bassa temperatura, ad esempio Le sostanze possono assumere fasi diverse,

in frigorifero. e non è escluso che alcune di esse non siano


ancora state scoperte. Sembra che g l i scienziati
Ovviamente, riuscire a manipolare le non finiscano mai di imbattersi in n uove fasi
diverse forme di cioccolato interessa dell'acqua (si veda p. 1 1 2 ) . Nel 20 1 3,
tantissimo l'industria alimentare. u n articolo pubblicato d a l l a rivista scientifica
Negli ultimi anni sono stati effettuati «Physical Review Letters» ha a n n u nciato
studi molto complessi sul polimorfi­ la scoperta di un nuovo tipo di gh iaccio
smo del cioccolato. Nel 1 998, nel «superionico» che potrebbe essere presente
tentativo di carpire il segreto del sa­ in grandi q u a ntità nel n ucleo dei pianeti giganti
pore del burro di cacao, i ricercatori ghiacciati come U rano e Nettuno.
della Cadbury (una multinazionale
dolciaria) giunsero persino a impie-
gare un acceleratore di particelle per determinarne le varie forme cristalline e ca­
pire come produrre un cioccolato che si fondesse letteralmente in bocca.
La forma lucente e deliziosa che ci piace così tanto è la V. Riuscire a far cristal­
lizzare un'intera tavoletta nella forma V, però, non è facile: è necessario con­
trollare alla perfezione il processo di fusione e di raffreddamento, assicurandosi
che avvenga a temperature ben precise così che i cristalli si formino nel modo
giusto. La cosa più importante, naturalmente, è mangiarlo prima che cambi nuo­
vamente fase. Avviso a tutti i bambini: adesso avete una scusa veramente buona
per finire al più presto tutte le uova di Pasqua!

idea chiave
Non solo solidi,
liquidi e gas
2a I 1 principi hmdamental

07 L'energia
L'energia è una sorta di entità sovrannaturale: potente
ma misteriosa. Possiamo osservarne gli effetti, però
non riusciamo a svelarne la natura reale.
Nel XIX secolo, James Joule pose le basi di una
delle leggi scientifiche più importanti, la legge che governa
il modo in cui si trasforma l'energia in ogni reazione chimica.

Se, giocando al mimo, vi trovaste a dover rappresentare l'energia, come fareste?


Sarebbe un bel rompicapo, perché l'energia è piuttosto difficile da definire. È
carburante, cibo, calore, è ciò che viene prodotto dai pannelli solari; è una molla,
una foglia che cade, una vela gonfiata dal vento, una calamita, un fulmine, ed è
anche il suono di una chitarra spagnola. Se l'energia può essere tutte queste cose
insieme, qual è la sua vera natura?
Cos'è l'energia? Tutti gli esseri viventi si servono dell'energia per cre­
scere e, in alcuni casi, per spostarsi. Per gli esseri umani sembra una vera e pro­
pria droga, poiché ne impiegano quantità enormi per illuminare le proprie case,
alimentare i dispositivi tecnologici e far funzionare le fabbriche. Eppure l'ener­
gia non è una sostanza nel senso tradizionale del termine: non possiamo vederla
né toccarla. Siamo sempre stati consci dei suoi effetti, ma è solo dal XIX secolo
che sappiamo realmente che esiste. Prima del lavoro compiuto dal fisico inglese
James Prescott Joule, avevamo solo una pallida idea di cosa fosse realmente
l'energia.
Figlio di un birraio, autodidatta, Joule realizzò molti dei suoi esperimenti nella
cantina della birreria di famiglia. A suscitare il suo interesse era la relazione tra

linea del tempo


1 807 1 840 1 845
Thomas Young conia La legge di Joule Joule pubblica Su/l'equivalente
il termine «energia» stabil isce la relazione meccanico del calore in cui sono citati
tra calore e corrente per la prima volta i suoi esperimenti
elettrica sulla ruota a palette
l'energia I 29

il calore e il movimento, a tal punto


che quando partì per la luna di miele
portò con sé i suoi termometri (e
Il lavoro
William Thomson) per misurare la L'energia è d ifficile da defin i re, ma può essere
differenza di temperatura tra la cima vista come la capacità di produ rre calore o
e il fondo di una cascata nei din­ «compiere lavoro». È vero, suona lievemente
torni! Le difficoltà incontrate nella ambiguo. Compiere lavoro? Quale lavoro?
pubblicazione dei primi lavori fu­ In fisica e in c h i m ica, i n effetti, i l lavoro è
rono superate grazie all'aiuto di al­ u n concetto im portante, legato al movimento.
cuni amici famosi, non ultimo il Se qualcosa si m u ove, è perché viene compiuto
pioniere dell'elettricità Michael Fa­ lavoro. U n a reazione di combustione, come
raday, e Joule riuscì infine ad attirare quella che avviene nel motore di u n'automobile,
l'attenzione sulle sue ricerche. La libera calore che muove i pistoni (compiendo
sua intuizione fondamentale fu so­ « l avoro») attraverso l'espansione dei gas
stanzialmente questa: il calore è mo­ nei cil i n d ri .
vimento.
Il calore è movimento? A prima vista, un'osservazione del genere potrebbe sem­
brare priva di senso. Provate a riflettere, però. Perché quando fa freddo sfregate
le mani tra di loro per riscaldarle? Perché gli pneumatici di un veicolo in movi­
mento si scaldano? Nell'articolo On the Mechanical Equivalent ofHeat (Sull' equi­
valente meccanico del calore) , pubblicato il giorno di Capodanno del 1 850, Joule
si era fatto le stesse domande, osservando che, dopo giorni di tempesta, il mare
diventa più caldo e descrivendo i suoi tentativi di riprodurre il fenomeno ser­
vendosi di una ruota dotata di palette. Effettuando una serie di misure accurate
con i suoi fidati termometri, Joule riuscì a dimostrare che si può convertire il
movimento in calore.
Grazie alle ricerche di Joule e degli scienziati tedeschi Rudolf Clausius e Julius
Robert von Mayer, si capì che la forza meccanica, il calore e l'elettricità sono
strettamente correlate. Il joule (]) finì per diventare l'unità di misura standard
del «lavoro» (si veda il riquadro in alto), una quantità fisica che può essere con­
siderata come una forma di energia.

1 850 1 850 1 905


Su «Phi losophical Tra nsactions of the Rudolf Clausius e William La relazione E= mcl form ulata
Royal Society of London» è pubbl icata Thomson (Lord Kelvin) da Albert Einstein mette
una versione estesa di Su/l'equivalente enunciano il primo e il secondo in relazione l'energia (E) con la
meccanico del calore principio della termodinamica massa (m) e la velocità della luce (c)
ao I 1 prlncìpl tundamentaD

Nella fusione nucleare, l ' unione di due nuclei atomici leggeri (in questo
caso trizio, T, e deuterio, D) porta a l l a formazione di u n nucleo d i elio,
più pesante, e al rilascio d i energia.

+ + + E

He 4

D (H2)

Da una forma all'altra Oggi conosciamo molte forme diverse di ener­


gia, e sappiamo che possono essere trasformate l'una nell'altra. L'energia chi­
mica contenuta nel petrolio o nel carbone, ad esempio, si conserva finché non
viene bruciata e trasformata nell'energia termica che riscalda le nostre case. Il
nesso tra calore e movimento scoperto da Joule, quindi, smette di sembrarci così
strano, perché adesso consideriamo entrambi come forme di energia.
Nelle sostanze chimiche l'energia è immagazzinata nei legami tra gli atomi. La
loro rottura in una reazione chimica porta al rilascio di energia. Con il processo
opposto, la formazione dei legami, l'energia viene messa da parte per il futuro. Si
tratta di «energia potenziale», analoga a quella contenuta in una molla com­
pressa. L'energia potenziale non è altro che energia immagazzinata in un oggetto
a causa della sua posizione. Nel caso dell'energia potenziale chimica, la posizione
è quella dei legami. Quando siete in cima a una scalinata, la vostra energia po­
tenziale è maggiore di quella che possedete alla base della scalinata medesima;
anche nel caso della cascata studiata da Joule durante la sua luna di miele l'ener­
gia potenziale dell'acqua era maggiore in cima. La vostra energia potenziale di­
pende dalla vostra massa: se dopo un mese trascorso a non far nulla e a mangiar
torte vi recaste nuovamente in cima alle scale, la vostra energia potenziale au­
menterebbe.
Anche star seduti a mangiare dolci è un esempio di trasformazione di energia: lo
zucchero e i grassi presenti in una torta forniscono energia chimica, che le no­
stre cellule convertono in energia termica ( impiegata per mantenere costante la
temperatura corporea) ed energia associata al movimento, utilizzata per guidare
l'energia I a1

i muscoli che ci porteranno in cima alle scale. Tutto ciò che facciamo, tutto ciò
che i nostri corpi fanno e, sostanzialmente, tutto ciò che accade dipende da que­
ste conversioni di energia.
L'energia si trasforma ma resta la stessa Le ricerche di James
Joule posero le basi di uno dei più importanti princìpi della scienza moderna: la
legge di conservazione dell'energia, nota anche come primo principio della ter­
modinamica (si veda p. 40). La legge afferma che l'energia non si crea e non si
distrugge mai, ma si limita a mutare da una forma all'altra, come suggeriva l'espe­
rimento della ruota a palette di Joule. L'energia totale del­
l'Universo deve rimanere sempre la stessa, qualsiasi cosa ' L'oggetto dei miei
accada in una reazione chimica o di altro tipo.
studi è stato sempre
La caratteristica comune a tutte le forme di energia è la la scoperta di princìpi
capacità di cambiare qualcosa. Ora, che quanto detto fin corretti e il successivo
qui vi consenta di mimare l'energia in un gioco di società tentativo di trovarne
è un altro paio di maniche. L'energia è una ruota a pa­ un'applicazione
lette in movimento. È una torta. Siete voi che percorrete
una scalinata, e una volta giunti in cima vi precipitate pratica. '
giù per le scale. Provate a mimare tutte queste cose: il ri­ James Prescon Joule,
sultato sarà ingarbugliato tanto quanto prima. da James Joule: A Biography

idea chiave
La capacità di provocare
un cambiamento
a2 I 1 principi londamentall

08 Le reaz1on1
• •

chimiche
Le reazioni chimiche non sono solo le esplosioni fragorose
che rimbombano nel laboratorio di uno scienziato dei cartoni
animati. Sono anche i processi ordinari che si svolgono
silenziosamente nelle cellule di tutti gli esseri viventi,
noi compresi, e che avvengono senza che ce ne rendiamo conto.
Comunque, a chi non piace il rumore di una bella esplosione?

Le reazioni chimiche possono essere classificate in due grandi categorie. Ci sono


le deflagrazioni potenti e vistose - del tipo «state indietro e indossate gli occhiali
scuri» - e poi ci sono quelle del tipo «avanti lentamente, praticamente inosser­
vate». È probabile che la vostra attenzione sia attratta dalle reazioni del primo
tipo, ma anche quelle quasi inosservate possono essere altrettanto spettacolari
(ovviamente il numero di reazioni chimiche diverse è incredibilmente ampio,
troppo ampio per fame un elenco in questa sede) .
I chimici hanno un debole per l e reazioni del primo tipo. Come biasimarli? Chi,
con un biglietto gratis per uno spettacolo di fuochi d'artificio, preferirebbe pas­
sare il tempo a guardare la ruggine mentre si forma? Chi non ha fatto un salto e
non ha riso, almeno un po', quando l'insegnante di chimica ha dato fuoco a un
palloncino gonfio di idrogeno, provocando un'esplosione assordante? Se chiedete
a un chimico di mostrarvi qual è la sua reazione preferita, realizzerà l'esperimento
più grosso e vistoso che riuscirà a preparare senza correre rischi. Per cominciare
a capire le reazioni chimiche, dobbiamo volgere la nostra attenzione a un inse­
gnante dell'Ottocento e a una dimostrazione di chimica tra le più rumorose e
spettacolari. Sfortunatamente, gli esperimenti di questo tipo non vanno sempre
secondo i piani.

Per la prima volta Nel suo Trattato elementare La teoria atomica di Dalton
una reazione viene di chimica, Lavoisier ipotizza che nelle reazioni
schematizzata introduce il concetto chimiche avvenga una
in forma di equazione di reazione chimica riconfigurazione deg l i atom i
le reazioni chimiche I 33

State indietro ! Justus von Liebig fu un personaggio fuori dal comune. So­
pravvisse a una carestia, divenne professore all'età di 21 anni, scoprì i fonda­
menti della crescita delle piante e fondò una prestigiosa rivista scientifica, per
non parlare delle scoperte che portarono all'invenzione dell'estratto di carne.
Poteva andar fiero di molte cose, ma si rese anche responsabile di episodi im­
barazzanti. Si dice che nel 1 853, nel mostrare una rea-
zione nota come «il cane che abbaia» alla famiglia reale
bavarese, l'esperimento esplose un po' troppo violen­ ' Dopo la tremenda
temente, proprio in faccia alla regina consorte, Teresa esplosione percorsi
di Sassonia-Hildburghausen, e a suo figlio, il principe la stanza con lo
Luitpold. sguardo ... e vidi
Il «cane che abbaia» è tuttora una delle dimostrazioni il sangue che colava
scientifiche più spettacolari. Non è solo incredibil­ dai volti della regina
mente esplosiva e rumorosa - il suono emesso è un po­ Teresa e del principe
tente «woof» - ma è anche eccezionalmente vistosa. La Luitpold. '
reazione si ottiene mescolando solfuro di carbonio
(CSz ) e protossido di azoto (N2 0), più noto come gas Justus von Liebig
esilarante, e accendendo il composto. La reazione è eso-
termica, cioè rilascia energia nell'ambiente circostante (si veda p. 30): nel caso
specifico, una parte dell'energia si disperde sotto forma di un grande lampo di
luce blu. Di solito l'esperimento viene effettuato in un enorme tubo trasparente,
e fa pensare a una spada laser che venga accesa e poi spenta. Se avete l'occa­
sione, vale la pena cercare in rete un video dell'esperimento.
Se gli spettatori dell'esperimento di Liebig non fossero rimasti così profonda­
mente impressionati dall'effetto finale, non lo avrebbero convinto a ripeterlo, e
la regina Teresa se la sarebbe cavata senza un graffio (si dice che l'esplosione fece
scorrere del sangue). Gli atomi (o elementi) coinvolti sono solo di quattro tipi:
carbonio (C), zolfo (S), azoto (N) e ossigeno (O).

La reazione del « c a n e che abbaia»

1 853 1 898 1 908 201 3


La reg ina di Baviera Introduzione del Fritz Haber realizza u n impianto Un microscopio a forza
viene ferita dalla term ine «fotosintesi» pi lota per la produzione atomica viene util izzato
celebre reazione per descrivere di ammoniaca a partire per osservare le reazioni
del «cane che abbaia» la reazione omonima da azoto e idrogeno in tempo reale
34 1 i princìpi fondamentali

Per indicare le sostanze prodotte nella reazione, si è soliti ricorrere a un'equa­


zione chimica.
Quasi inosservate E le altre reazioni, quelle meno esuberanti ? Il graduale
arrugginimento di un chiodo di ferro è causato da una reazione chimica tra il
ferro, l'acqua e l'ossigeno presente nell'aria che porta alla formazione di incrosta­
zioni arancio-marroni di ossido di ferro: la ruggine (si veda p. 56). Si tratta di una
reazione di ossidazione lenta. Una mela appena affettata tende a scurirsi nel giro
di qualche minuto: anche in questo caso, siamo di fronte a una reazione di ossi­
dazione. Una delle reazioni di ossidazione più importanti si svolge proprio da­
vanti ai vostri occhi, nelle piante che omano il davanzale delle vostre finestre. Le
piante raccolgono silenziosamente la luce solare e ne usano l'energia per estrarre
zucchero e ossigeno a partire da anidride carbonica e acqua, con una reazione
nota come fotosintesi (si veda p. 144). In realtà, la catena delle reazioni messe a
punto dalle piante nel corso dell'evoluzione è molto più complessa. Lo zucchero
è utilizzato come combustibile necessario
alla sopravvivenza della pianta, mentre l'al­
tro prodotto di reazione, l'ossigeno, viene
Le equazioni rilasciato. Forse non sarà spettacolare come
il «cane che abbaia», ma si tratta di una
chimiche reazione fondamentale per la conservazione
della vita sul pianeta.
Nel 1615, Jean Bég u i n pubblicò alcuni appunti
delle sue lezioni d i chi mica i n cui compariva lo Il corpo umano fornisce altri esempi di rea­
schema della reazione del mercure sublimé (cloruro zioni. Le vostre cellule sono paragonabili a
mercurico, HgCl 2 ) con I' antimoine ( i n realtà si trattava borse colme di sostanze chimiche, vere e
del solfuro di antimonio, Sb2 S3 ). Lo schema ricorda proprie centrali in miniatura. Ogni cellula
più u n ragno che una reazione, ma si pensa che fa l'opposto di ciò che fa una pianta con la
sia una delle prime rappresentazioni di u n 'equazione fotosintesi: per generare energia, fa reagire
c h i m ica. Più d i cento anni dopo, nel XVI I I secolo, lo zucchero assorbito dal cibo con l'ossigeno
William C u llen e Joseph Black, che insegnavano inspirato e ne riconfigura gli atomi, produ­
rispettivamente nelle u niversità di E d i m b u rgo cendo anidride carbonica e acqua. È la «re­
e Glasgow, utilizzarono g l i schemi con le frecce spirazione», che con la sua reazione speculare
per spiegare le reazioni chimiche ai propri studenti. ha reso possibile la vita sulla Terra.
Riconfigurazioni Tutte le reazioni,
siano esse grandi o piccole, lente o fulmi­
nee, sono il risultato di una variazione del modo in cui sono disposti gli atomi nei
reagenti di partenza. In una reazione, gli atomi dei vari elementi in gioco pos-
le reazioni chimiche I 35

Le reazioni in diretta
Di solito, q u a n d o diciamo che «assistiamo» contatto con una s uperficie. La pu nta può
a una reazione, ci riferiamo semplicemente rilevare la presenza di singoli atomi.
a l l'esplosione, a l cambiamento di colore Nelle i m m a g i n i registrate nel 201 3, si vedono
o ad altre conseguenze della reazione stessa. benissimo gli atomi dei reagenti e dei
N o n stiamo osservando le singole molecole, prodotti di reazione, nonché i loro legami.
e q u i n d i non siamo realmente i n grado
fotorivelatore sensibile
d i vedere cosa sta accade n do. Nel 201 3, a l l a posizione
invece, ricercatori statun itensi e spagnoli
diodo laser
h a n n o effettivamente osservato una reazione
in tempo reale. Grazie a l l a potenza della
m icroscopia a forza atomica, sono riusciti a
scattare i m magi n i estremamente ravvicinate
d i singole molecole di oligo-(fenilene-1 ,2-
eti nilene) che reagivano su una superficie
argentata generan d o n u ove molecole dotate
di u n a struttura ad a nello. Le i m ma g i n i
prodotte da u n m icroscopio a forza atomica
sono com pletamente diverse da q uelle d i
u n a normale fotocamera. I l microscopio h a
u n a sonda, o « p unta», molto fine, che
produce un segnale ogni volta che entra i n

sono essere separati gli uni dagli altri per essere riuniti in modi diversi. Di solito
ciò significa che si formano nuovi composti, tenuti insieme dalla condivisione
degli elettroni dei nuovi partner atomici. Nella reazione del «cane che abbaia»,
la sostanza prodotta è l'anidride carbonica, insieme a molecole di azoto e di zolfo.
Nella fotosintesi si formano molecole più grandi e più complesse, come le lunghe
catene di zuccheri contenenti numerosi atomi di carbonio, idrogeno e ossigeno.

idea chiave
Mescolare gli atomi
ae I i princìpi fondamentali

09 L'equilibrio
Certe reazioni procedono solo in una direzione, mentre altre
cambiano senso incessantemente. In queste reazioni «flessibili»
lo status quo è mantenuto da una situazione di equilibrio.
Le reazioni all'equilibrio sono all'opera ovunque, dal vostro
sangue al sistema di propulsione che riportò sulla Terra
gli astronauti dell'Apollo 1 1 .

Avete invitato degli amici a casa vostra e avete comprato un paio di bottiglie di
vino rosso. Non vedendo l'ora che la festa cominci, stappate una bottiglia, comin­
ciate a riempire qualche bicchiere e aspettate che arrivino tutti. Un'ora più tardi,
dopo un fuoco incrociato di messaggi di scuse, voi e l'unico amico che si è presen­
tato vi ritrovate a sorseggiare il primo bicchiere di vino, mentre gli altri rimangono
intatti. A questo punto possono accadere due cose: il vostro amico troverà una
scusa educata per andarsene, lasciandovi il compito di rimettere il vino avanzato
nella bottiglia, oppure vi impegnate insieme a finire il vostro bicchiere per passare
agli altri già riempiti e concludere con la seconda bottiglia che avevate comprato.
Che scorra il vino ! Vi chiederete cosa abbia a che fare tutto ciò con la
chimica. Beh, nella chimica ci sono molte reazioni che ricordano la situazione
del vino alla festa mancata. Si tratta di reazioni reversibili, proprio come l'azione
di versare il vino dalla bottiglia nel bicchiere per poi rimetterlo nella bottiglia.
I chimici parlano di situazione di equilibrio, ed è proprio l'equilibrio a control­
lare le proporzioni dei reagenti e dei prodotti di una reazione chimica.
Immaginate che il vino contenuto nella bottiglia rappresenti i reagenti chimici,
mentre quello versato nei bicchieri rappresenta i prodotti della reazione. Du­
rante la festa siete voi a controllare il flusso del vino; se qualcuno beve un bic­
chiere, gliene versate un altro. Analogamente, l'equilibrio controlla il flusso che
conduce dai reagenti ai prodotti: se uno dei prodotti scompare si adopera per ri-

linea del tempo


1 000 1 884
La Grande Stalattite Principio
comincia a formarsi di Le Chiìtelier
re..-irio I a1

pristinare lo status quo trasformando alcuni dei reagenti in nuove quantità di


prodotto. Una reazione reversibile, tuttavia, funziona anche nell'altro senso: se
qualcosa interferisce con lo status quo e porta a un improvviso eccesso di pro­
dotti, l'equilibrio spinge la reazione nella direzione opposta e riconverte i prodotti
in reagenti, proprio come quando si rimette il vino nella bottiglia.
L'esistenza di un equilibrio non implica che i due membri dell'equazione chi­
mica siano uguali: il volume del vino presente nei bicchieri non è sempre pari a
quello contenuto nella bottiglia. Ogni sistema chimico ha il suo giusto mezzo in
cui la reazione diretta e quella inversa avvengono alla stessa velocità. Il discorso

La costante di equilibrio
Ogni reazione chimica ha il suo eq u i l ibrio ricorrendo a sostanze catalizzatrici che
specifico, ma come facciamo a sapere dove a iutano a creare più prodotti d i reazione.
si trova? È la costante di e q u i librio a Le reazioni in cui si formano sostanze
determ inare la frazione di reagenti che chimiche utili, come l'ammon iaca (si veda
si trasforma nei prodotti d i una reazione p. 72), devono rieq u il i b rarsi in contin uazione
reversibile, e a d irci dove si situa l'eq u i li brio. per compensare la rimozione dei prodotti
La costante d i equ i librio è rappresentata dal di reazione. Rimuovendo i prodotti, i nfatti,
simbolo K; i l suo valore coincide con si altera temporaneamente il rapporto tra
i l rapporto tra i prodotti e i reagenti. q uesti e i reagenti, cioè K. Per mantenere K
Pertanto, se le quantità (o le concentrazioni) costante la reazione d i retta deve accelerare
di prodotti e reagenti sono identiche, leggermente per ristabilire la q u antità
K vale 1 . Se i prodotti sono più abbondanti di prodotti necessaria a l l 'equ i l ibrio.
dei reagenti, i nvece, K è maggiore di 1 ,
mentre se sono i reagenti a essere A B
reagenti � prodotti
in maggior q u antità K è m inore di 1 .
Ogni reazione ha i l suo valore d i K. K•q = [BJ I [Al
Nella produzione i n dustriale d i sostanze
(parentesi quadre = concentrazioni)
chimiche si modifica la costante di equ i l ibrio

1 947 1 952 1 969


P a u l Samuelson applica Scoperta del l a Il tetrossido di diazoto riporta
il principio di Le Chiìtelier Grande Stalattite sulla Terra l'equipaggio
al l'economia dell'Apollo 11
aa I 1 ll'illCÌPi IDndamentan

non vale solo per le reazioni complesse, ma anche per i sistemi semplici come gli
acidi deboli (si veda p. 49), che donano e accettano ioni idrogeno (H+), e per­
sino per la scissione delle molecole d'acqua in ioni OH- e H+. Nell'acqua, l'equi­
librio è più vicino all'H20 del sistema che agli ioni scissi: qualsiasi cosa accada,
quindi, l'equilibrio farà di tutto per mantenere la maggior parte dell'acqua sotto
forma di molecole H20.
Carburante per razzi Dove possiamo trovare
' In ogni cosa esiste altri casi di equilibrio chimico? L'allunaggio del 1969 ne
un giusto mezzo, è un ottimo esempio. Per consentire a Neil Armstrong,
determinato Buzz Aldrin e Michael Collins di tornare a casa dalla
dall'equilibrio. ' Luna, la NASA mise a punto un sistema basato sulla chi­
mica. Per generare la spinta necessaria a riportare gli
Dmitrij Mendeleev astronauti nello spazio c'era bisogno di un combustibile e
di un agente ossidante che lo facesse bruciare meglio gra­
zie all'apporto di ossigeno. L'agente ossidante scelto per la missione Apollo 1 1 fu
il tetrossido di diazoto (N 204 ), una molecola che può scindersi lungo l'asse cen­
trale dando origine a due molecole di diossido di azoto (N02 ). Queste, però, pos­
sono riconvertirsi agevolmente in N 204. Per indicare una situazione del genere i
chimici usano la notazione seguente:

Per vedere l'equilibrio in azione basta versare del tetrossido di diazoto in un re­
cipiente di vetro (è comunque meglio non farlo, trattandosi di una sostanza cor­
rosiva: poche gocce bastano a levarvi un po' di pelle). A bassa temperatura, il
tetrossido di diazoto appare come un liquido brunastro che si accumula sul fondo
del recipiente, sovrastato da una nube di vapori di NOr La situazione di equili­
brio, tuttavia, può essere modificata da una variazione della temperatura o di
altre condizioni. Nel caso del tetrossido di diazoto, è sufficiente fornire un po' di
calore per spostare l'equilibrio verso il secondo membro dell'equazione, aumen­
tando la quantità di agente ossidante che si trasforma in gas. Raffreddando il si­
stema, parte del diossido di azoto si riconverte in N 204 •
Un equilibrio naturale La natura è ricca di sistemi in equilibrio chi­
mico. Alcuni tengono sotto controllo le sostanze presenti nel vostro sangue, ga­
rantendo che il suo pH sia costantemente vicino a 7 e scongiurando il rischio di
un'acidità eccessiva. A questi stessi equilibri sono legate le reazioni reversibili che
controllano il rilascio di anidride carbonica nei vostri polmoni. La rimozione del­
l'anidride carbonica avviene poi attraverso l'espirazione.
l'equilibrio l se

Se vi è già capitato di osservare lo stillicidio


e le forme sinuose delle stalattiti e delle sta­
lagmiti che si formano nelle grotte calcaree,
Il principio
forse vi sarete chiesti come si formano. Con
i suoi oltre sette metri di lunghezza, la
di Le Chatelier
Grande Stalattite che pende dalla volta Nel 1 884, Henry Le Chatelier i potizzò che le
delle grotte di Doolin, sulla costa occiden­ reazioni a l l'eq u i l i brio obbed issero al principio
tale dell'Irlanda, è una delle più grandi al seguente: «Ogni sistema in eq u i l ibrio chimico,
mondo. La formazione di una simile meravi­ in presenza di una variazione di uno dei fattori
glia della natura ha richiesto migliaia di dell'eq u i l i brio, subisce una trasformazione
anni, ed è, di fatto, un altro esempio di rea­ in u n senso ta le che, se quest'ultima avvenisse
zione all'equilibrio: da sola, produ rrebbe una variazione in senso
opposto a quella del fattore in q uestione» .
I n a ltre parole, q u a ndo varia u n o d e i fattori
che influenzano l'eq u i l ibrio, q uest' u ltimo entra
CaC03 è la formula chimica del carbonato i n azione per m i n i m izzare g l i effetti
di calcio di cui è formato il calcare, una roc- della variazione.
eia porosa. L'anidride carbonica disciolta
nell'acqua piovana produce un acido debole,
l'acido carbonico (H2C03 ) che, reagendo con il carbonato di calcio del calcare,
lo scinde in ioni calcio e bicarbonato. Penetrando nelle fessure della roccia, la
pioggia scioglie il calcare e ne asporta gli ioni, con un processo lento ma capace
di creare enormi grotte calcaree. Le stalattiti, come la Grande Stalattite, si for­
mano quando l'acqua ricca di ioni calcio e bicarbonato gocciola dallo stesso
punto per molto tempo. Il gocciolamento provoca la reazione opposta: gli ioni
sono riconvertiti in carbonato di calcio, acqua e anidride carbonica, e si forma
nuovo calcare. L'accumulo continuo di calcare nel punto di distacco crea una
concrezione identica a una goccia d'acqua, con risultati sbalorditivi.

idea chiave
Lo status quo
40 I i princìpi fondamentali

1 O La termodinamica
I chimici si servono della termodinamica per prevedere
il futuro. A partire da alcune leggi fondamentali, possono
calcolare se qualcosa reagirà o no. Se non riuscite
a entusiasmarvi per la termodinamica, pensate
che ha voce in capitolo sul tè e sulla fine dell'Universo.

Può sembrare che la termodinamica sia uno di quegli argomenti datati e ostici
che oggi nessuno sente più il bisogno di imparare. Dopo tutto, si basa su leggi
scientifiche formulate più di un secolo fa. Cosa potrebbe mai insegnarci di
nuovo oggi? Un bel po' di cose, in realtà. I chimici usano la termodinamica per
capire cosa accade nelle cellule quando vengono raffreddate, ad esempio
quando si conservano gli organi umani nel ghiaccio prima di un trapianto. La
termodinamica, inoltre, aiuta i chimici a prevedere come si comportano i sali
liquidi impiegati come solventi nelle celle a combustibile, i farmaci e i mate­
riali di punta.
I princìpi della termodinamica sono così importanti per la ricerca scientifica che
non smetteremo mai di trovarne nuove applicazioni. Senza i princìpi della ter­
modinamica sarebbe difficile capire o prevedere le caratteristiche di un processo
chimico, e non si potrebbe escludere l'eventualità che un processo comune possa
avvenire con qualche altra modalità bizzarra: ad esempio, che il tè versato nella
vostra tazza diventi sempre più caldo con il passare del tempo. Quali sono, quindi,
questi princìpi inviolabili?
Nulla si crea, nulla si distrugge Abbiamo già incontrato il primo
principio della termodinamica (si veda p. 3 1 ) , che nella sua forma più semplice

linea del tempo


1 842 1 843 1 847 1 850
J u lius Robert von Mayer James Prescott Joule Hermann Ludwig von Rudolf Clausius e William
form ula il principio dà u n a formulazione Helmholtz riformula Thomson form ulano
di conservazione equivalente del principio a sua volta il principio il primo e i l secondo principio
dell'energia d i conservazione dell'energia d i conservazione dell'energia della termodinamica
la termodinamica 1 41
sancisce l'impossibilità di creare o di­
struggere l'energia. L'affermazione tro­
va un senso solo alla luce di ciò che
I sistemi
già sappiamo sulle trasformazioni del- e l'ambiente esterno
1'energia, cioè che l'energia può essere
convertita da una forma a un'altra: è Ai chimici piace l'ordine. Così, quando devono affrontare
quanto accade, ad esempio, quando dei calcoli di termodinamica, si assicurano sempre
avviamo il motore della nostra auto­ di aver classificato quello di cui si stan no occupando.
mobile e l'energia chimica contenuta La prima cosa da fare è identificare il sistema
nel serbatoio viene trasformata in o la reazione specifica in esame; tutto il resto fa parte
energia cinetica (movimento). Chi si dell'ambiente esterno. Nel caso di una tazza di tè che
occupa di termodinamica tende a in­ si raffredda, ad esempio, c'è il tè e poi c'è tutto quello
teressarsi proprio a questo tipo di tra­ che lo circonda: la tazza, il piattino, l'aria in cui si disperde
sformazioni. il vapore acqueo, la mano che appoggiate sulla tazza
per trarne un po' di calore. A dire i l vero, quando si ha
Può capitare che i chimici dicano che a che fare con una reazione chimica, decidere dove finisce
in una certa reazione venga «persa» il sistema e dove comincia l'ambiente esterno può essere
energia, ma non si tratta di una per­ più difficile di q uel che sembra.
dita vera e propria. L'energia è stata
semplicemente trasferita altrove: di evaporazione
solito è finita nell'ambiente circo­ del liquido --
� -,,,.
stante sotto forma di calore. Nella ter­
modinamica, le reazioni in cui si ha mezzo gassoso
(conduzione e irraggiamento)
una «perdita di calore» sono dette
esotermiche. Le reazioni di tipo op­
posto, cioè quelle che assorbono ca­
lore dall'ambiente esterno, sono dette
endotermiche.
È fondamentale ricordare che l'energia
totale resta sempre la stessa, indipen­
dentemente dalla quantità di energia
scambiata con l'ambiente circostante Un sistema termodinam ico completo
dalle sostanze che partecipano alla

1 877 1 91 2 1 949 1 964


Ludwig Boltzmann Wa lther Nernst formula William Francis Giauque Flanders e Swann
descrive l'entropia il terzo principio vince i l premio Nobel per pubblicano la canzone
come una misura della termodinamica i suoi contributi nel campo First and Second Law
del disordine della termodinamica chim ica
42 1 i princìpl hlndamental

reazione. Se così non fosse, il principio di conservazione dell'energia - il primo


principio della termodinamica - perderebbe la sua validità.
Il secondo principio distrugge l'Universo Pur essendo legger­
mente più complicato da afferrare, il secondo principio spiega praticamente
tutto. È stato usato per giustificare il Big Bang e prevedere la fine dell'Uni­
verso, e insieme al primo principio ci fa comprendere perché tutti i tentativi di
costruire una macchina a moto perpetuo sono destinati al fallimento. Il se­
condo principio, inoltre, ci aiuta a capire come mai una tazza di tè si raffredda
invece di scaldarsi.
Se il secondo principio è più difficile da afferrare è perché si basa su un concetto
complesso: l'entropia. Spesso si definisce l'entropia come una misura del disor­
dine: più una cosa è disordinata, maggiore è la sua entropia. Pensate a un sac­
chetto di patatine: prima di aprirlo, le patatine sono tutte chiuse al suo interno,
e la loro entropia è molto bassa. Se lo aprite con troppa foga, però, le patatine si
spargono in ogni direzione, e la loro entropia aumenta drasticamente. Lo stesso
vale se aprite una fialetta di gas puzzolente: questa volta, però, sarà il vostro naso
ad accorgersi dell'aumento di disordine.
Il secondo principio della termodinamica afferma che
' Non conoscere l'entropia aumenta sempre, o quanto meno non dimi­
il secondo principio nuisce mai. In altre parole, le cose tendono a diventare
della termodinamica sempre più disordinate. È una regola che vale per tutto,
è come non aver mai anche per l'Universo, destinato a finire nel disfacimento
letto un'opera totale. La ragione di una previsione così agghiacciante,
in sostanza, è che i modi possibili di sparpagliare le pa­
di Shakespeare. ' tatine sono molto più numerosi di quelli in cui le pata­
Charles Percy Snow tine restano confinate nel sacchetto (si veda il riquadro
a p. 43 ). Talvolta si descrive il secondo principio in ter­
mini di calore, dicendo che il calore fluisce sempre dai punti più caldi a quelli
più freddi. Il tè contenuto nella vostra tazza, quindi, finirà sempre per disperdere
il proprio calore nell'ambiente circostante, raffreddandosi.
Per un chimico, tuttavia, il secondo principio è importante perché èonsente di
determinare ciò che accade nelle reazioni e nei processi chimici. Una reazione
è termodinamicamente possibile solo se l'entropia complessiva aumenta (ov­
vero, in altri termini, può andare «solo» in una direzione). Per fare i calcoli, un
la tel'lllOllnamlca 1 43
chimico non deve limitarsi a con­
siderare la variazione di entropia
del «sistema», che spesso si rivela L'entropia
molto più complicato di un sac­
L'entropia, i n realtà, misura i l numero d i stati
chetto di patatine o di una tazza
diversi accessi b i l i a un sistema i n funzione del
di tè, ma deve valutare anche la
valore assunto da alcuni parametri chiave.
variazione di entropia dell'am­
Possiamo conoscere le dimensioni
biente circostante (si veda il ri­
d i un sacchetto di patatine o addirittura q u a nte
quadro a p. 4 1 ) . Se il secondo
patatine sono presenti al suo i nterno, ma se l o
principio è rispettato, la reazione
scuoti a m o ripetutamente, al momento di aprirlo
può avere luogo: se non accade, il
non sapremo con esattezza dove si trova ogni
chimico deve capire cosa si deve
singola patatina. L'entropia ci dice i n q uanti
fare per farla accadere.
modi diversi si possono distrib u i re le patatine.
Chi ha paura del terzo All'aumentare delle dimensioni del sacchetto
principio? Il terzo principio a umenta il n umero di modi i n cui si possono
della termodinamica, meno cono­ disporre le patatine. Nel caso d i una reazione
sciuto degli altri due, ci dice in so­ c h i m ica, con le m olecole a l posto delle patatine,
stanza che quando la temperatura i parametri da considerare aumentano, e
di un cristallo perfetto (e inten­ possono includere la pressione e la temperatura.
diamo perfetto! ) raggiunge lo zero
assoluto, anche la sua entropia
dovrebbe essere assolutamente
uguale a zero. E forse è proprio per questo che spesso ci si dimentica del terzo
principio: ha in sé un senso di astrazione, e si dà per scontato che serva solo a chi
è capace di raffreddare un oggetto poco al di sopra dello zero assoluto (-273 °C)
e a chi lavora con i cristalli - a patto che siano perfetti e ideali!

idea chiave
L'energia si trasforma
44 1 i 11'iq1 lond11111ntali

1 1 La chiralità
Due molecole possono avere un aspetto quasi identico
ma comportarsi in maniera completamente diversa.
Questa bizzarria chimica dipende esclusivamente
dalla chiralità, cioè dal fatto che alcune molecole
hanno immagini speculari, versioni «sinistre» e «destre».
A ogni composto chirale, quindi, corrisponde una versione
che si comporta come ci aspettiamo, e un'altra che si comporta
in modo totalmente differente.

Congiungete le mani come se pregaste: no, non è per pregare davvero, ma per ap­
prezzarne l'asimmetria. La mano sinistra è l'immagine speculare della destra: forse
credete che siano esattamente identiche, ma in realtà sono una l'opposto dell'al­
tra. Per quanti sforzi facciate, non riuscirete mai a sovrapporle. Anche se la medi­
cina moderna fosse in grado di eseguire alla perfezione un trapianto della mano,
non riuscireste mai a scambiarle e a usare una al posto dell'altra.
Certe molecole sono come le mani. Possiedono versioni speculari che non si rie­
scono a sovrapporre. Sono composte dagli stessi atomi, e a un esame superficiale
sembrano avere la stessa struttura. Ogni versione, però, è il riflesso dell'altra. Il
termine tecnico per le due molecole è «enantiomeri». Ogni molecola dotata di
enantiomeri è detta chirale.
È probabile che i mancini che hanno provato a servirsi di un paio di forbici per de­
stri abbiano una vaga idea dell'importanza della chiralità. La differenza tra i due
enantiomeri di una molecola può essere uguale alla differenza tra un composto che
fa ciò che è previsto e ... uno che non lo fa. I carburanti, i pesticidi, i farmaci e per­
sino le proteine del nostro corpo sono tutti formati da molecole chirali.
Versioni buone e versioni cattive Esiste un'intera branca della chimica
dedicata alla produzione di composti chirali con la giusta «orientazione». Quando

Louis Pasteur I n Germania viene La talidomide


scopre la chiralità la nciata sul mercato comincia a essere
del tartrato di la talidomide riti rata dalla vendita
sodio e ammonio
la chiralità I 45

si produce un composto a fini commerciali,


l'obiettivo ultimo è di realizzarne abbastanza
da poterne trarre un guadagno: se le reazioni Le miscele
che portano alla sintesi di un nuovo farmaco
originano una miscela di molecole levogire e racemiche
destrogire, ma solo la versione levogira è quel­ Le miscele composte da molecole levogire e
la funzionante, il processo ha ancora un mar­ destrogire in uguale quantità sono dette racemiche;
gine di miglioramento. a volte si parla anche di «race m i » . Così, q uando
Più della metà dei farmaci attualmente in a lcune delle m olecole di talidom ide cambiano
commercio sono composti chirali. Molti chiral ità, formando u n a miscela, si dice che
sono prodotti e venduti come miscele di en- « racemizzano».
trambi gli enantiomeri, ma di solito c'è un
enantiomero che funziona meglio dell'altro.
Un esempio perfetto è dato dai betabloccanti, utilizzati per curare l'ipertensione
e alcuni disturbi cardiaci. In certi casi, però, l'enantiomero «sbagliato» può ri­
velarsi pericoloso.
L'esempio più sconvolgente di enantiomero «cattivo» è senza dubbio quello della
talidomide, un farmaco noto per i suoi effetti sui feti nel ventre materno. Fu lan­
ciato negli anni '50 come sedativo, ma ben presto venne somministrato alle
donne incinte per combattere le nausee mattutine. Sfortunatamente, la sua ver­
sione speculare si rivelò capace di provocare malformazioni nei feti. Si pensa che
più di diecimila bambini siano nati con disabilità dovute agli effetti della tali­
domide. Le battaglie legali tra i produttori della medicina e le vittime delle mal­
formazioni sono ancora in corso.
Come realizzare un'immagine speculare I tentativi di produrre
talidomide contenente solo la versione buona sono falliti, perché all'interno del­
l'organismo la molecola può passare da un enantiomero all'altro (si veda il ri­
quadro in alto), dando origine a una miscela in cui la versione cattiva è presente
accanto a quella buona.
Alcuni composti possono essere separati dalle loro controparti chirali; inoltre è
possibile far sì che i prodotti di una reazione contengano solo uno dei due enan­
tiomeri. Nel 200 1 , il Nobel per la Chimica è stato assegnato congiuntamente a

1 980 2001 201 2


Viene coniato Viene assegnato L'analisi dei fram menti di u n meteorite
i l termine «sintesi EPC» (composti il Nobel per la Chimica caduto nel lago Tagish,
enantiomericamente puri) per la sintesi asimmetrica in Canada, mostra u n eccesso
dei farmaci di a m minoacidi levogiri
46 I i princìpi fondamentali

Come si fa a capire
se un composto è chirale?
Due molecole formate dagli stessi atomi disposti occhiata al disegno della sua struttura.
in maniera diversa sono dette isomeri. Nel caso di sostanze complesse può essere
Nei composti chirali, però, gli atomi dei due utile costruire un modello tridimensionale
isomeri sono connessi tra loro nello stesso modo. della molecola servendosi di plastilina
Le due molecole sono praticamente identiche, e bastoncini (si veda anche il riquadro a p. 1 33).
eccettuato il fatto che una è i l riflesso dell'altra.
Ma allora come si fa a capire, dall'analisi di
u na molecola, se si tratta o meno di u n composto
chirale? Una molecola è chirale se non possiede
un piano di simmetria. Se è possibile tracciare
una linea immaginaria passante per il centro­
della molecola e far coincidere le due metà
- come quando ritagliate un fiocco di neve
da un foglio di carta - il composto non è chirale.
Non dimenticate, però, che le molecole sono
oggetti tridimensionali, e che quindi non
la molecola
è sempre così facile tracciare una l i nea passante
non presenta alcun
per il centro. In realtà può essere molto difficile piano di simmetria
piano di simmetria
capire se una molecola è chirale da una semplice

due chimici americani e a un chimico giapponese per le loro ricerche sui cata­
lizzatori chirali e sul loro utilizzo nella produzione di composti chirali, tra cui di­
versi farmaci. Uno dei due americani, William Knowles, è stato premiato per
aver messo a punto reazioni capaci di produrre solo la versione «buona» di un far­
maco contro il morbo di Parkinson, la dopamina: come nel caso della talido­
mide, uno dei suoi enantiomeri è tossico.
Da qualche decina di anni le agenzie governative responsabili dell'approvazione
dei farmaci hanno maturato la consapevolezza dei possibili problemi causati dagli
enantiomeri. Le case farmaceutiche erano solite produrre farmaci contenenti una
miscela di molecole levogire e destrogire, considerando le versioni speculari meno
efficaci come un semplice bagaglio indesiderato. Oggi si cerca di produrre farmaci
contenenti un solo enantiomero.
la chiralità I 47

La vita è un tiro mancino In natura, però, le ' Mentre Alice


cose vanno diversamente. Quando i chimici producono
un composto chirale in laboratorio, spesso si ritrovano guardava attraverso
con una miscela di molecole levogire e destrogire in parti lo specchio, meditando
uguali. Le molecole biologiche, invece, seguono uno sul mondo macroscopico,
schema di chiralità ben definito. In particolare, i costi­ la sua attenzione
tuenti fondamentali delle proteine, gli amminoacidi, fu catturata
sono levogiri, mentre gli zuccheri sono destrogiri. Nes­ dalla chiralità ... '
suno sa esattamente quale sia la ragione, sebbene i ri­
cercatori che studiano le origini della vita sulla Terra Donna Blackmond
abbiano già formulato diverse teorie.
Alcuni scienziati hanno ipotizzato che le molecole depositate sulla Terra pri­
mordiale dai meteoriti possano aver dato alle prime forme di vita una spintarella
verso destra o verso sinistra. Si sa che i meteoriti caduti sulla Terra possono tra­
sportare amminoacidi, e dunque è possibile che l'arrivo di un lieve eccesso di
molecole levogire abbia plasmato i composti organici presenti nei mari pri­
mordiali della Terra, dove si andavano formando le molecole della vita. A pre­
scindere da come andò realmente, è probabile che, con il passare del tempo, gli
squilibri iniziali tra le forme levogire delle molecole e quelle destrogire finirono
per essere amplificati. Ovviamente, non potendo tornare nel passato per veri­
ficare la validità della teoria, non possiamo essere sicuri che la predominanza
chirale osservata non si sia sviluppata in seguito, quando ormai le forme di vita
si erano fatte più complesse.
La chiralità delle molecole biologiche non è una semplice curiosità. È la chiave
per capire le proprietà dei composti chirali sintetici e i loro effetti farmacologici.
I farmaci funzionano attraverso l'interazione con le molecole biologiche del no­
stro corpo: per essere efficace, un farmaco deve anzitutto «avere la forma giu­
sta». Pensate a ciò che accade quando fate scivolare la mano in un guanto: solo
la mano sinistra entra agevolmente nel guanto sinistro.

idea chiave
Molecole speculari
48 I le reazioni

12 Gli acidi
Com'è possibile che riusciate a conservare l'aceto
in una bottiglia di vetro, mentre l'acido fluoroantimonico
è in grado di divorare l'intero recipiente?
Dipende tutto da un piccolissimo atomo presente
in ogni acido, dall'acido cloridrico del vostro stomaco
ai superacidi più potenti del mondo.

Humphry Davy era un semplice apprendista chirurgo che divenne famoso per
aver incoraggiato alcune persone facoltose a inalare gas esilarante. Nato a Pen­
zance, in Cornovaglia, Davy fu spinto dalla passione per le lettere a stringere
amicizia con alcuni dei più noti poeti romantici dell'Inghilterra occidentale -
Robert Southey e Samuel Taylor Coleridge - ma fu grazie alla chimica che fece
carriera. Trasferitosi a Bristol, dove gli era stato offerto un posto da assistente di
laboratorio, pubblicò il lavoro che gli fruttò dapprima un incarico come docente
e infine la cattedra di Chimica alla Royal lnstitution di Londra.
Le vignette ottocentesche mostrano Davy che intrattiene il pubblico delle sue
lezioni con mantici pieni di protossido di azoto, noto anche come gas esila­
rante; secondo lui, la sostanza, utilizzata fino ad allora a fini terapeutici, poteva
essere impiegata come anestetico. Davy divideva il suo tempo tra le conferenze
che lo avevano reso popolare e le ricerche pionieristiche nel campo dell'elet­
trochimica (si veda p. 88). Si sapeva già che l'elettricità poteva scindere al­
cune sostanze negli atomi che le componevano, ma fu lui a perfezionare la
tecnica che lo portò a scoprire due nuovi elementi, il potassio e il sodio, e a te­
stare la validità di una teoria formulata da uno dei padri della chimica, An­
toine Lavoisier.

Antoine-Laurent Lavoisier ipotizza Humphry Davy confuta Justus von Liebig


che le proprietà di un acido la teoria form u la una teoria
dipendano dalla presenza di Lavoisier degli acidi basata
d i ossigeno tra i suoi componenti sull'idrogeno
gli acidi I 49

Lavoisier era morto ghigliottinato qualche


anno prima, nel corso della Rivoluzione
francese. Oggi è ricordato per molte intui­
Le moli
zioni illuminanti, come l'ipotesi che l'acqua I c h i m ici hanno u n a concezione della quantità
fosse formata da idrogeno e ossigeno, ma ci piuttosto curiosa. Spesso, anziché l i m itarsi
fu almeno una cosa su cui le sue idee si ri­ a pesare le cose, vogliono sapere esattamente
velarono errate. Lavoisier sosteneva che le q u ante particelle contengono. Perciò hanno
sostanze acide dovessero la loro acidità al- dato u n nome al n umero d i particelle pari
1'ossigeno, l'elemento a cui lui stesso aveva a quelle contenute in 12 grammi d i carbonio:
dato il nome. Davy, tuttavia, sapeva che l a « mole». Se su una botti g l ia di acido trovate
non era così. Servendosi dell'elettrolisi, l'etichetta 1 M ( 1 molare), q u indi, vuol d i re
scisse l'acido muriatico nei suoi costituenti che u n l itro della sostanza presente
e scoprì che conteneva solo idrogeno e nel recipiente conterrà 6,02 x 1 0 23 particelle
cloro. Non c'era traccia di ossigeno. L'acido d i acido. Per fortuna non dovete contarle tutte.
muriatico fa parte della dotazione di ogni Di una sostanza si è soliti indicare la « m assa
laboratorio di chimica ed è lo stesso che m olare», cioè il peso di una sua mole.
aiuta il vostro stomaco a digerire il cibo:
l'acido cloridrico.
Ossigeno? No, idrogeno Nel 1 810, Davy giunse alla conclusione che
non poteva essere l'ossigeno a definire la natura acida di una sostanza. Ci volle
quasi un secolo perché si facesse strada la prima teoria degli acidi realmente mo­
derna. A formularla fu un chimico svedese, Svante Arrhenius, che negli anni suc­
cessivi avrebbe ricevuto il premio Nobel. Arrhenius ipotizzò che gli acidi si
sciogliessero in acqua rilasciando idrogeno sotto forma di ioni carichi positiva­
mente (H+), e che le sostanze alcaline (si veda il riquadro a p. 50) si sciogliessero
in acqua rilasciando ioni idrossido (OH-). La definizione di base di Arrhenius fu
poi rivista, ma il suo presupposto centrale - che gli acidi sono donatori di idrogeno
- costituisce il fondamento della nostra conoscenza degli acidi.
Acidi forti e acidi deboli Oggi pensiamo agli acidi ' Assalirò la chimica,
come donatori di protoni e alle basi come accettori di pro­
toni (non dimenticate che in questo contesto un protone va
come uno squalo. '
inteso come un atomo di idrogeno trasformato in ione attra­ Il poeta Samuel Taylor Coleridge,
verso la perdita del suo elettrone: in altre parole, gli acidi ce- amico di Humphry Davy

1 903 1 923 1 923


Svante Arrhenius vince Johan nes Br!ilnsted e Thomas Defi n izione di acido
il premio Nobel per le sue Lowry form ulano in maniera a opera di G i l bert Lewis
ricerche sulla chimica degli acidi indipendente una teoria
deg l i acidi basata sull' idrogeno
50 I 1e reazioni

Le basi
S u l l a scala dei pH, u n a base è u n a sostanza d i frutta) . La vecchia abitudine
con pH maggiore di 7 (il valore centrale della d i spazzolare i denti con i l bicarbonato
scala, che d i solito va da O a 14 anche se per neutralizzare g l i acidi, quindi,
esistono pH negativi o maggiori d i 1 4). sembra decisamente da rivedere.
Disciolte in acqua, le basi prendono il nome Dal momento che la scala dei pH è di tipo
di alca l i . Tra l e sostanze a lcaline troviamo logaritmico, l'aumento di un'u nità d i pH
l'ammon iaca e i l bicarbonato di sodio. comporta u n'alca l i n ità 10 volte maggiore.
I n uno studio effettuato nel 2009 da u n gruppo U n a base con pH pari a 1 4, q uindi, è 1 0 volte
d i ricercatori svedesi si è scoperto che più a lcalina di u na base con pH uguale a 1 3,
le sostanze alca l i n e possono danneggiare e u n acido con pH uguale a 1 è 1 0 volte più
i denti come q uelle acide (ad esempio i succhi acido di uno con pH uguale a 2.

acidi g:J alcali


Cl>
e
acidità crescente alcalinità crescente

dono ioni idrogeno e le basi li acquistano). La forza di un acido è la misura della


sua capacità di donare un protone. L'acido acetico (o etanoico, CH3 COOH)
contenuto nell'aceto con cui condite l'insalata è abbastanza debole perché la
maggior parte delle sue molecole conserva il suo protone. I protoni dell'acido
acetico vengono costantemente ceduti e riacquistati dal corpo principale della
molecola, formando una miscela all'equilibrio (si veda p. 36).
L'acido cloridrico (HCl) di Davy, invece, ha una spiccata propensione a donare
protoni. Tutto l'acido cloridrico disciolto in acqua si scinde in ioni idrogeno e
cloro (Cl-): in altre parole, si ionizza completamente.
La forza di un acido è indipendente dalla sua concentrazione. A parità di mole­
cole di acido disciolte nella stessa quantità di acqua, un acido più forte, come
gli acidi I 51

l'acido cloridrico, rilascerà più protoni di un acido più debole, e quindi avrà una
forza maggiore. Tuttavia potremmo diluire l'acido cloridrico con una quantità
di acqua sufficiente a renderlo meno acido dell'aceto. Per misurare la concen­
trazione degli acidi i chimici si servono della scala dei pH (si veda il riquadro a
p. 50), che può essere fonte di confusione: un pH basso, infatti, indica un'alta
concentrazione di ioni idrogeno. Quando un acido è più concentrato, quindi,
gli si attribuisce un'acidità maggiore e un valore di pH più basso.
I superacidi La proprietà più affascinante degli acidi, come tutti sanno, è
che si possono utilizzare per sciogliere di tutto: scrivanie, verdure, e - come ab­
biamo imparato dalla serie tv di culto Breaking Bad persino un cadavere intero
-

in una vasca da bagno. A dire il vero, se vi finisse un po' di acido fluoridrico su


una mano sentireste dolore, ma non riuscireste a perforare il pavimento del bagno
o a ridurre istantaneamente un corpo in poltiglia come avviene nella serie.
Se volete un acido veramente aggressivo, fate reagire dell'acido fluoridrico con
una sostanza chiamata pentafluoruro di antimonio: otterrete acido fluoroanti­
monico, un composto così acido che il suo pH è più basso del limite inferiore
della scala. Ha un potere corrosivo talmente violento che può essere conservato
solo in recipienti di Teflon, un materiale la cui incredibile resistenza è dovuta alla
presenza di legami carbonio-fluoro, tra i più forti di tutta la chimica. L'acido
fluoroantimonico è un «superacido» .
Esistono superacidi capaci d i corrodere i l vetro. Quelli della famiglia dei carbo­
rani, invece, hanno un comportamento curioso: pur essendo tra i più potenti
che si conoscano, possono stare tranquillamente in una comune bottiglia di
vetro. La ragione è che la loro corrosività non dipende dalla componente iden­
tificata da Arrhenius (lo ione idrogeno) ma dall'altra. Nel caso dell'acido fluo­
ridrico è il fluoro rimasto libero a corrodere il vetro. Nei carborani, che sono
acidi ancora più forti, il residuo è invece stabile e non reagisce.

idea chiave
Liberiamo l'idrogeno
52 I le reazioni

1 3 I catalizzatori
Certe reazioni non possono proprio avvenire senza un aiuto.
Hanno bisogno di una spintarella che può arrivare da elementi
e composti noti come catalizzatori. Molti dei catalizzatori
impiegati nei processi industriali sono metalli e vengono
utilizzati per guidare le reazioni. Nel nostro corpo, i metalli
sono presenti in minuscole quantità negli enzimi,
molecole che accelerano i processi biologici.

Nel febbraio 201 1 , i dottori del Prince Charles Hospital di Brisbane visitarono
una donna di 73 anni affetta da artrite, che lamentava perdita della memoria,
vertigini, vomito, mal di testa, depressione e anoressia. Nessuno di questi sintomi
sembrava correlato all'artrite o alla protesi dell'anca per cui era stata operata cin­
que anni prima. Dopo una serie di esami, i dottori si resero conto che il livello
di cobalto nell'organismo della donna era più alto del normale. Si scoprì che il
metallo era rilasciato dal giunto metallico della sua nuova anca, e che i sintomi
neurologici ne erano la conseguenza. Il cobalto è un metallo tossico: a contatto
con la pelle provoca irritazioni; se inalato, causa difficoltà respiratorie. In dosi
elevate può arrecare problemi di ogni sorta, ma se non ci fosse non potremmo vi­
vere: come altri metalli di transizione, tra cui il rame e lo zinco (si veda p. 8), il
cobalto è essenziale per il funzionamento degli enzimi del nostro corpo. Il suo
ruolo più importante è quello svolto nella vitamina B 12 , presente nella carne e
nel pesce e utilizzata come integratore nei cereali. Il cobalto funge sostanzial­
mente da catalizzatore.
Un aiuto risolutore Che cos'è un «catalizzatore» ? Forse ne avrete già
sentito parlare a proposito delle marmitte catalitiche delle automobili (si veda
il riquadro a p. 53) o in espressioni del tipo «catalizzatore di innovazioni» . Sa­
pete vagamente che il termine significa «capace di far iniziare qualcosa». Per ca-

linea del tempo


1 91 2 1 964 1 975
Paul Sabatier riceve i l premio Dorothy Hodgkin è insignita Prime automobi l i dotate
Nobel per la Chimica del Nobel per la Chim ica per essere di marm itte catalitiche
per le sue ricerche stata la prima a determinare
sui catal izzatori metallici la struttura di un meta lloenzima
i catalillatori 1 sa

pire cosa faccia realmente un catalizzatore chimico o un enzima biologico (si


veda p. 1 28), tuttavia, immaginatelo come un aiutante. Supponete di dover as­
solutamente imbiancare il soffitto ma che la cosa vi sembri troppo faticosa: po­
tete sempre approfittare della disponibilità e della passione per il bricolage di
una persona cara o di un coinquilino per dare il via all'impresa. Così spedite il
malcapitato a comprare la vernice giusta e un rullo, e nel frattempo cercate di riu­
nire le forze per far sì che l'iniziativa vada in porto: ora che qualcuno vi dà una
mano sembra tutto più facile.

Le marmitte catalitiche
In u n'autom o bile, la marmitta catalitica in an idride carbonica. Così si finisce
è l'elemento che rimuove le sostanze p e r emettere anidride carbonica m a almeno
i n q u in a nti p i ù nocive dai gas di scarico si evita il rilascio di monossido di carbonio,
del veicolo, o che q ua nto meno le converte una sostanza capace di uccidere.
in sostanze meno dan nose. I l rodio, I n una marmitta catalitica, i reagenti sono
un meta l l o più raro dell'oro, è util izzato gas: perciò si dice che i l catalizzatore di rod i o
principalmente nelle marmitte catalitiche è i n u n a fase diversa da q uella d e i reagenti
e favorisce la conversione deg l i ossidi (si veda p. 32). I catalizzatori
di azoto in azoto e acqua. Spesso si usa di q u esto tipo sono detti eterogenei.
il palladio come catalizzatore della Quando un catalizzatore è nella stessa fase
conversione del monossido d i carbon i o del reagente lo si defin isce omogeneo.

nido d'ape in ceramica rivestito di platino


gas di scarico nocivi e palladio o rodio gas meno nocivi
proven ienti dal motore rilasciati nell'atmosfera

\ I
M a rm itta catalitica

.
1 990 2001 2005
Richard Schroc k realizza Le industrie Pil k ington Il premio Nobel per la Chi mica
un catalizzatore metallico lanciano il primo vetro è assegnato a Schroc k, Chauvin
efficace nelle reazioni autopulente basato e Grubbs per le loro ricerche
d i metates i sul l a fotocata lisi sulle reazioni di metatesi
54 I le reazioni

In alcune reazioni chimiche avviene qualcosa di simile. Senza un aiuto esterno


non sono assolutamente in grado di iniziare, ma il catalizzatore fa sembrare tutto
più facile, un po' come il coinquilino che vi dà una mano con l'imbiancatura. Un
catalizzatore, in effetti, riduce la quantità di energia necessaria per far iniziare una
reazione, offrendo ai reagenti un nuovo percorso che presenta una barriera ener­
getica più facile da superare. A questo si aggiunga che nel corso della reazione il
catalizzatore non viene consumato, e quindi può essere riutilizzato più volte.
Appena appena Nel nostro corpo accade spesso che i metalli di transizione
siano utilizzati dalle vitamine per le loro proprietà catalitiche. La vitamina B 1 2
è stata considerata per molto tempo il fattore misterioso che si assumeva man­
giando fegato - il «fattore fegato» - e che poteva curare l'anemia nei cani e nelle
persone. Il cobalto presente al suo interno le consente di catalizzare diverse rea­
zioni importanti nel metabolismo e nella produzione di globuli rossi. Fu uno dei
primi metalloenzimi la cui struttura è stata descritta con la cristallografia a raggi
X (si veda p. 84) attraverso una serie di analisi estremamente laboriose che nel
1 964 valsero a Dorothy Crowfoot Hodgkin il premio Nobel per la Chimica. Tra
gli enzimi che ricorrono ai metalli di transizione per assolvere al loro ruolo di
catalizzatori troviamo la citocromo ossidasi, che si serve
del rame per estrarre l'energia dal cibo nelle piante e
' Sembrava che negli animali.
il nichel [ ... ] possedesse
la capacità notevole Per consentire il funzionamento dei pochi milligrammi
di idrogenare l'etilene di vitamina B 12 presenti nel nostro corpo basta una quan­
tità infinitesima di cobalto (non dimenticatevi che viene
senza [ ] subire . . .
riciclato): un pizzico di cobalto di troppo e comincerete
alterazioni visibili, a sentirvi davvero molto male. Quando la protesi d'anca
cioè agendo della signora australiana fu sostituita con un'altra com­
da catalizzatore. ' posta da elementi ceramici e polietilene, la paziente co­
Paul Sabatier,
minciò a sentirsi meglio nel giro di qualche settimana.
premio Nobel per la Chimica, 1912 Quando il gioco si fa duro I metalli di tran­
...

sizione non sono buoni catalizzatori solo per le reazioni


biologiche; sono buoni catalizzatori, punto e basta. Il ni­
chel, un metallo argenteo utilizzato nella produzione di monete e di componenti
speciali per motori, può anche governare le reazioni che fanno indurire i grassi
come la margarina. Si tratta di reazioni di idrogenazione in cui, attraverso l'ag­
giunta di atomi di idrogeno a molecole contenenti carbonio, si trasformano mo­
lecole « insature» (molecole con legami interatomici disponibili) in molecole
i catalizzatori I 55

sature. Verso l'inizio del XX secolo, il chimico fran­


cese Paul Sabatier si rese conto che il nichel, il co­
balto, il ferro e il rame erano tutti in grado di La fotocatalisi
facilitare l'idrogenazione dell'acetilene insaturo Quando la reazione chimica in esame
(C2H 2 ) in etano (C2 H6 ). Partendo dal nichel, il più è governata d a l l a l uce si parla
efficace, riuscì a idrogenare ogni sorta di composto d i fotocatalisi. L'idea è stata applicata
a base di carbonio, e nel 1 9 1 2 vinse il Nobel per le alla realizzazione di fi nestre autopulenti
sue ricerche sull'idrogenazione « in presenza di me­ che scom pongono lo sporco q u a ndo
talli finemente disintegrati». A quel punto l'indu­ splende i l sole. U n'applicazione
stria alimentare aveva ormai adottato il nichel ancora più fantascientifica
come catalizzatore per trasformare l'olio vegetale, della fotocatal isi sono gli «scrubber>>
liquido, in margarina indurita. Crisco, una marca impiegati dagli astronauti della NASA
di grasso alimentare vegetale impiegato nella pa­ nelle coltivazioni a g ravità zero
netteria, diventò cosl il primo prodotto contenente per scindere l'etilene, che fa marcire
grasso fabbricato dall'uomo. i raccolti.

Il problema del processo che utilizza il nichel è la


produzione dei cosiddetti «grassi trans>» agenti
contaminanti parzialmente idrogenati ritenuti responsabili di vari problemi di sa­
lute, tra cui l'ipercolesterolemia e gli attacchi di cuore. Negli anni immediata­
mente successivi al 2000 i governi hanno cominciato a sensibilizzarsi al problema
e a mettere un limite alla quantità massima di grassi trans nei cibi. Oggi il grasso
alimentare Crisco non contiene grassi trans.
Non tutti i catalizzatori sono metalli di transizione: una reazione può ricevere un
aiuto da ogni sorta di elementi e di composti. Nel 2005, però, si è assegnato il
Nobel per la Chimica agli autori delle ricerche su un altro gruppo di reazioni go­
vernate da catalizzatori metallici: le reazioni di metatesi, particolarmente im­
portanti nella produzione di farmaci e di materiali plastici. E oggi si usa il cobalto
nella chimica di punta per separare l'idrogeno dall'acqua (si veda p. 200) e uti­
lizzarlo come combustibile pulito.

idea chiave
Reazioni governate
da componenti riciclabili
56 I 1e reazioni

1 4 Redox
Molte reazioni comuni sono caratterizzate dal passaggio
incessante di elettroni da un tipo di molecola a un altro:
ne sono un esempio la formazione della ruggine
e la fotosintesi delle piante verdi. Ma perché vengono
chiamate «reazioni di ossidoriduzione» o «redox»?

Il nomignolo utilizzato dai chimici per indicare le reazioni di ossidoriduzione,


«redox» , ricorda il titolo del sequel di un film d'azione; in realtà si tratta di una
classe di reazioni di importanza fondamentale per molti processi chimici naturali,
come la fotosintesi nelle piante (si veda p. 144) e la digestione del cibo nel no­
stro intestino. Spesso vi è coinvolto l'ossigeno, il che potrebbe spiegare la com­
ponente «OX» di redox. Se vogliamo realmente capire il motivo per cui queste
reazioni sono chiamate redox, tuttavia, dobbiamo esaminare ciò che accade agli
elettroni che vi partecipano.
Gran parte di ciò che avviene in una reazione chimica è determinato dalla po­
sizione degli elettroni, le particelle negativamente cariche che avvolgono in
una nube i nuclei degli atomi. Sappiamo già che gli elettroni possono tenere
uniti gli atomi venendo condivisi nei legami che portano alla formazione di
composti chimici (si veda p. 20); quando vengono persi o acquistati l'equili­
brio delle cariche viene meno e si formano particelle cariche positivamente o
negativamente, gli ioni.
C'è chi perde e chi guadagna Per indicare la perdita e l'acquisizione
di elettroni i chimici usano termini particolari. Quando un atomo o una molecola
perde elettroni si parla di ossidazione; quando un atomo o una molecola acquista
elettroni, invece, si parla di riduzione. Ci sono molti modi per memorizzarlo: il più
facile, in italiano, è attraverso l'acronimo OPERA (Ossidazione = Perdita di Elet­
troni; Riduzione = Acquisizione).

linea del tempo


3 miliardi di anni fa XVII secolo 1 779
Compaiono i cianobatteri Per descrivere la trasformazione Antoine-Lau rent Lavoisier
fotosintetici del cinabro (solfuro di mercurio) battezza il componente dell'aria
in mercurio si usa il termine che reagisce con i meta lli
«riduzione» oxygène, cioè ossigeno
redox I 57

I numeri di ossidazione
Affermare che nelle reazio n i redox si ha i l n umero d i ossidazione d i Na• è + 1 e q u e l l o
i l trasferi m ento d i elettron i è corretto, d i c1- è -1 . E cosa accade con i composti
ma come facciamo a capire q u a nti elettroni covalenti, come l'acqua? Nel caso del l'acq ua,
vengono trasferiti e dove van no? Occorre è come se l'atomo di ossigeno rubasse u n
sapere qualcosa sui n u m eri di ossidazione. elettrone a ogni atomo d i idrogeno per colmare
I n umeri d i ossidazione ci dicono q u a nti il g uscio elettronico più esterno, e q u i n d i
elettro n i possono essere acquistati o persi possiamo attrib u i rg l i u n n umero d i ossidazione
da u n atomo q uando si lega a un altro atomo. pari a 2 Molti metal l i d i transizione, come
-
.

Cominciamo dai composti ionici, dove i l ferro, possono avere n umeri d i ossidazione
l'informazione significativa è data dalla carica. diversi a seconda del composto d i cui fan n o
Il n u mero d i ossidazione d i uno ione ferro parte; n e l l a maggior parte dei casi, però,
(Fe2•), privato di due elettroni in seguito possiamo capire dove andranno a fin i re g l i
all'ossidazione, è +2. Così sappiamo che lo ione elettroni basandoci s u l n umero d i ossidazione
ferro è in cerca di due elettroni. Facile, « n o rmale» d i un atomo, definito (quasi sempre,
non è vero? Lo stesso vale per q u a lsiasi ma con q u a l che eccezione) d a l l a sua posizione
altro ione. Nel caso del sale da tavola ( NaCI), nella tavola periodica.

ferro ( l i i), a l l um i n i o +3
ferro (Il), calcio +2
idrogeno, sodio, potassio +1
Numero d i ossidazione normale: atomi singoli (neutri) o
fl uoro, cloro -1
ossigeno, zolfo -2
azoto -3

Perché la perdita di elettroni viene detta ossidazione? Forse perché l'ossidazione


è una reazione in cui entra in gioco l'ossigeno? Beh, a volte è così, ed è per que­
sto che il termine è fonte di qualche confusione. L'arrugginimento, ad esempio,
è una reazione tra ferro, ossigeno e acqua. Quindi si tratta di una reazione di os-

1 880 1 897 XX secolo 2005


Invenzione Joseph John Per descrivere le reazioni Pri ma conferenza
della batteria Thomson scopre di ossidoriduzione viene Mega Rust
l'elettrone coniato il term ine
«redox»
58 I le reazioni

sidazione che coinvolge l'ossigeno, ma in realtà fornisce anche un esempio di


ossidazione dell'altro tipo. Durante l'arrugginimento, infatti, il ferro perde elet­
troni e forma ioni carichi positivamente. Ecco la forma utilizzata dai chimici per
esprimere ciò che accade al ferro (Fe) in questa reazione:

Fe __,. Fe2 + + 2e-

Il termine «2e-» rappresenta i due elettroni (carichi negativamente) persi dal­


l'atomo di ferro in seguito all'ossidazione.

' Ci sono altre cose Le due accezioni del termine «ossidazione», in realtà, sono
collegate e si è finito per impiegare la stessa parola anche
che i Marines per le reazioni che non coinvolgono l'ossigeno. Come si è
dovrebbero fare visto nell'esempio precedente, i chimici descrivono uno ione
invece di grattare ferro in termini del numero di elettroni che ha perso rispetto
la ruggine. ' allo stato neutro. Una perdita di due elettroni comporta una
carica netta doppiamente positiva (z+).
Matthew Koch, responsabile
del progamma d i controllo Due reazioni in una Cosa accade agli elettroni?
e prevenzione della corrosione, Non possono sparire come se niente fosse. Per capire dove
Corpo del Marines degli Stati Uniti vanno a finire dobbiamo tener conto anche di quello che
succede all'ossigeno durante il processo di arrugginimento.
Proprio mentre il ferro perde i suoi elettroni, l'ossigeno ne acquista (viene ri­
dotto) e si lega all'idrogeno per formare ioni idrossido (OH-) .

La reazione di riduzione e quella di ossidazione avvengono simultaneamente e


possono essere unite come segue:

Quando le due reazioni avvengono contemporaneamente abbiamo una redox! Le


due «metà» della reazione sono dette semireazioni.
Se vi state chiedendo come mai non siamo ancora arrivati alla ruggine (ossido
di ferro), è perché il ferro e gli ioni idrossido devono ancora reagire tra di loro per
formare l'idrossido ferroso Fe(OH) 2 , che a sua volta reagisce con l'acqua e con
redox I 59

altro ossigeno producendo ossido


di ferro idrato (Fe 203 nH2 0).
Agenti ossidanti

La reazione redox che abbiamo


esaminato è parte di un processo
più ampio, che si articola su più e agenti riducenti
fasi.
In una reazione c h i m ica, una molecola che sottrae elettroni
E allora? Conoscere i detta­ a u n'altra molecola è detta agente ossidante, poiché causa
gli dell'arrugginimento è molto una perdita di elettroni ( ricordate l'acronimo OPERA?
importante, perché il fenomeno Ossidazione = Perdita di E l ettroni). Perciò è logico che
costa all'industria navale e aero­ un agente riducente sia una sostanza che dona elettroni,
spaziale miliardi di dollari al­ cioè che provoca una riduzione ovvero u n'acqu isizione
l'anno. L'American Society of d i elettroni. La candeggina, o ipoclorito d i sodio ( NaCIO).
Naval Engineers organizza ogni è un agente ossidante particolarmente forte. L'azione
anno una conferenza intitolata candeggiante avviene attraverso la sottrazione di elettroni
«Mega Rust», alla quale parteci­ alle sostanze che danno la tinta al tessuto: l'alterazione
pano i ricercatori che si occupano strutturale che ne deriva porta a l l a distruzione del colore.
di prevenzione della corrosione.
Un esempio più utile di reazione
redox è quella che ha luogo nel
processo di Haber (si veda p. 72), importante per la produzione di fertilizzanti, o
in una semplice batteria. Come sapete, la corrente elettrica prodotta da una bat­
terìa consiste in un flusso di elettroni: vi siete mai chiesti da dove vengono? In
una batteria, gli elettroni fluiscono da una «semicella» a un'altra: nella prima si
ha il rilascio di elettroni per ossidazione, e nella seconda si ha accettazione di
elettroni per riduzione. Per alimentare il dispositivo che volete far funzionare,
basta farlo attraversare dal flusso di elettroni che va da una semicella all'altra.

idea chiave
Donare e ricevere elettroni
60 I 1e reazioni

1 5 La fermentazione
Dal vino del Neolitico ai crauti, dalla birra antica
alla «prelibatezza» islandese a base di carne di squalo,
la storia della fermentazione è legata a filo doppio
alla storia della produzione di cibo e bevande
da parte dell'uomo. Come hanno scoperto gli archeologi,
però, abbiamo imparato a sfruttare le reazioni
di fermentazione governate prima ancora di sapere
dell'esistenza dei microbi che ne sono responsabili.

Nel 2000, Patrick McGovern, laureatosi in Chimica all'Università della Pennsyl­


vania ma convertitosi all'archeologia molecolare, si recò in Cina per esaminare del
vasellame del Neolitico risalente a circa 9000 anni fa. Non gli interessavano tanto
i manufatti in sé, quanto le incrostazioni che vi erano attaccate. Nei due anni che
seguirono, McGovern e i suoi colleghi americani, cinesi e tedeschi sottoposero a
vari test chimici i frammenti di ceramica provenienti da 16 diversi esemplari di
coppe e vasi rinvenuti nella provincia dello Henan. Quando ebbero finito, pub­
blicarono i risultati su una prestigiosa rivista scientifica, insieme a ciò che avevano
scoperto analizzando i liquidi profumati rimasti sigillati per 3000 anni in una teiera
di bronzo e in un barattolo trovati in due tombe distinte.
Le incrostazioni si rivelarono essere i resti della prima bevanda fermentata cono­
sciuta, a base di riso, miele e frutta (bacche di biancospino o uva selvatica). Si ri­
scontrarono somiglianze tra le caratteristiche chimiche degli ingredienti e quelle
del vino di riso dei nostri giorni. I liquidi furono identificati dai ricercatori come
«vini» di riso o di miglio, la cui fermentazione, probabilmente, era stata aiutata da
qualche fungo che aveva scomposto lo zucchero presente nei grani. In seguito,
McGovern ha ipotizzato che gli antichi Egizi producessero birra già 18 000 anni fa.
La dimostrazione vivente La fabbricazione della birra vanta senza dub­
bio una tradizione plurisecolare, ma è solo con l'affermarsi della scienza moderna

linea del tempo


7000-5500 a.e. 1 835 1 857
I Cinesi producono Charles Cagniard de la Tour Louis Pasteur conferma
le prime bevande osserva la riproduzione che per produrre alcol
fermentate del lievito i n alcol sono necessari lieviti vivi
per gemmazione
la fermentazione I e1

che si è capito realmente come funzioni. Verso la metà del XIX se­
colo, un gruppetto di scienziati formulò la «teoria dei germi»: a ' [Il] fermento che
provocare le malattie, secondo loro, sarebbero stati alcuni mi­ si aggiunge alla
crobi. L'opinione comune, tuttavia, era che le malattie non fos­ bevanda per renderla
sero causate da organismi viventi; analogamente, quasi nessuno
credeva che un organismo potesse avere qualcosa a che fare con
efficace; e al pane,
il processo di fermentazione che portava alla produzione di alcol. per renderlo
Erano secoli che si usavano i lieviti per la fermentazione e per più leggero e farlo
fare il pane, ma per quanto si conoscesse il legame con le reazioni gonfiare. '
in cui si formava alcol, tutti pensavano che si trattasse di un in­ Definizione di lievito,
grediente inanimato e non di organismi viventi. Ciò nonostante,
da un dizionario inglese del 1 755
Louis Pasteur, lo scienziato che scoprì il vaccino contro la rabbia
e al quale la pastorizzazione deve il suo nome, continuò a dedicarsi
alle ricerche sul vino e sull'origine delle malattie.
L'invenzione di microscopi più potenti fece cambiare idea sulla natura dei lieviti.
Nel 1 857, infine, Pasteur pubblicò Mémoire sur la fermentation alcoolique, l'arti­
colo in cui descriveva in modo dettagliato i suoi esperimenti sui lieviti e sulla fer­
mentazione, e chiarì una volta per tutte che per produrre alcol nel processo di
fermentazione le cellule di lievito dovevano essere vive e capaci di riprodursi.
Cinquant'anni più tardi, Eduard Buchner ricevette il Nobel per la Chimica per
aver scoperto il ruolo degli enzimi (si veda p. 1 28) nelle cellule: le sue ricerche
avevano preso spunto proprio dallo studio degli enzimi che regolano la produ­
zione di alcol da parte dei lieviti.
Pane e bollicine Oggi sappiamo che la reazione associata alla fermenta­
zione è la seguente:
zucchero - (lieviti) - etanolo + anidride carbonica
Lo zucchero nutre i lieviti, e gli enzimi dei lieviti sono i catalizzatori naturali (si
veda p. 52) che regolano la conversione dello zucchero presente nella frutta o nei
cereali in etanolo (un tipo di alcol - si veda il riquadro a p. 62) e anidride car­
bonica. Un altro ceppo della stessa specie di lieviti (Saccharomyces cerevisiae)
viene impiegato nella fabbricazione della birra. In ognuno dei sacchetti aggiunti
da un birraio alla sua miscela sono presenti miliardi di cellule di lievito. Esistono

1 907 2004
Eduard Buchner riceve Vengono pubbl icate
il premio Nobel per le ricerche le prove che 9000 anni fa
ispi rate dagli enzimi coinvolti si producevano bevande alcoliche
nella fermentazione dei lieviti
82 I 1e reaZioni

anche lieviti selvatici che crescono sui cereali e sulla frutta: quelli presenti sulla
buccia delle mele, ad esempio, sono utilizzati nella produzione del sidro. Qual­
che produttore cerca di coltivare i ceppi selvatici; altri, invece, preferiscono evi­
tarli perché possono generare aromi sgradevoli. L'alcol viene prodotto sia nella
fermentazione della birra che nella lievitazione del pane, ma in quest'ultimo caso
finisce per evaporare.
La consistenza soffice del pane è dovuta alle bollicine di anidride carbonica in­
trappolate nell'impasto. Le bolle, naturalmente, sono fondamentali anche per
avere un buon bicchiere di champagne. Nella produzione di un vino frizzante, i vi­
gnaioli lasciano sfuggire la maggior parte delle bolle, ma verso la fine del processo
di fermentazione tappano le bottiglie, intrappolando il gas rimanente e creando la
pressione che fa saltare il tappo. In realtà, l'anidride carbonica intrappolata in una

Bevande mortali
Da un p u nto di vista chim ico, un alcol costituiscono, sotto q u esto aspetto,
è una molecola che contiene un gruppo OH. un pericolo ben maggiore.
Spesso si considera l'etanolo (C2 H 50 H ) La sostanza è letale perché quando entra
come l'alcol p u ro per antonomasia, nell'organismo si trasforma in acido
ma in realtà esistono molti a ltri alcol. metanoico - noto anche come acido
I l più semplice è il metanolo (CH 3 0H). formico - u n composto presente
che contiene u n solo atomo di carbonio. nei prodotti per rim u overe le i ncrostazioni
È anche noto com e «spirito d i legno» e nei morsi delle formiche. Nel 2 0 1 3,
perché può essere ottenuto riscaldando tre austra l i a n i sono morti per avvelenamento
i l legno in assenza di aria. I l metanolo, da metanolo dopo aver bevuto della grappa
in realtà, è molto p i ù tossico dell'etanolo: fatta in casa. Ironicamente, uno dei rimedi
se i ngerito accidentalmente attraverso contro l'avvelenamento da metanolo consiste
l'assu nzione di bevande a lcol iche può nel bere etanolo.
addirittura causare la morte per
avvelenamento. Non c'è un modo facile per H H H
accorgersi che si sta bevendo del metanolo; I I I
solitamente, però, le bevande prodotte H - C-0 - H H - C - C - 0- H
industrial mente ne contengono quantità I I I
estremamente lim itate. Le bevande a lcoliche H H H
artigianali o quelle prodotte i l l egalmente metan o l o eta nolo
la fermentazione I sa

bottiglia di champagne si dissolve nel liquido,


formando acido carbonico. È solo con l'aper­
tura della bottiglia che si forma nuovamente I lactobacilli
il gas e le bolle riescono a sfuggire, produ­
cendo la caratteristica spuma. I lactobac i l l i , batteri presenti nello yogurt
e nel formaggio, convertono il lattosio
Alcol e acidi Non crediate che la fer­ (lo zucchero del latte) in acido lattico. L'uomo
mentazione avvenga solo nella birra e nel se n e serve da m igliaia di anni per far fermentare
pane, o solo grazie ai lieviti (si veda il riqua­ il cibo. Una trasformazione simile è q uella
dro a fianco). Prima dell'invenzione del fri­ che avviene nei nostri m uscoli q u a n d o
gorifero, la fermentazione era un processo metabolizziamo l o zucchero i n assenza
comunemente utilizzato per conservare il di ossigeno. L'accumulo di acido l attico
pesce. In Islanda, il kcestur hakarl, carne di è a ll'origi n e della sensazione dolorosa
squalo essiccata e fermentata, è tuttora con­ di bruciore muscolare che si prova dopo
siderato una squisitezza. Il piatto è conosciuto u n'attività fisica intensa.
anche per aver provocato un conato di vo­
mito al celebre chef Gordon Ramsay. Di so-
lito, la fermentazione trasforma lo zucchero
in alcol, ma può anche trasformarlo in acido. I crauti, un piatto tipico della Ger­
mania e della Russia, sono cavoli sottoposti a fermentazione batterica e conser­
vati in salamoia nell'acido formatosi nel processo.
Negli ultimi anni, i cibi fermentati sono stati associati a un'enormità di effetti be­
nefici per la salute. Alcuni studi hanno stabilito un legame tra l'assunzione di de­
rivati del latte fermentati e la riduzione del rischio di malattie cardiache, ictus,
diabete e morte. Si pensa che i microbi vivi presenti nei prodotti fermentati ab­
biano un effetto positivo sulla nostra flora intestinale. La posizione ufficiale della
medicina sull'argomento, però, è più prudente, e forse non a torto: c'è ancora
molto da imparare sul ruolo dei batteri presenti all'interno del nostro corpo.
I cibi salutisti di oggi, quindi, sono tutta un'altra cosa rispetto al vino di 9000
anni fa, ma hanno qualcosa in comune con quella bevanda: i microbi vivi che
regolano le reazioni chimiche da cui nasce un prodotto capace di dare l'acquo­
lina in bocca (o di provocare il vomito).

idea chiave
La reazione del pane e del vino
84 , le reazioni

16 Il cracking
Ci fu un tempo in cui il petrolio andava bene solo
per le vecchie lanterne. Da allora molto è cambiato,
e tutto grazie al cracking, il processo chimico che separa
il petrolio greggio nei tanti prodotti utili che riempiono
(e inquinano) il nostro mondo, dalla benzina alle buste di plastica.

È buffo pensare che le nostre automobili siano alimentate da materia morta. La


benzina è composta sostanzialmente dai resti di piante e animali preistorici
schiacciati da formazioni rocciose per milioni di anni e trasformatisi nel petro­
lio che abbiamo estratto e trasformato in qualcosa da bruciare per produrre ener­
gia. La parte del processo che potrebbe sembrare lievemente misteriosa a chi non
conosce la chimica del petrolio sta tutta in quel «trasformato in qualcosa».
Lo stratagemma chimico che trasforma la materia morta estratta perforando le
rocce - il petrolio greggio - in prodotti utili è il cracking. Tra i suoi prodotti non
c'è solo la benzina. Molte delle cose che utilizziamo ogni giorno, infatti, sono
frutto del cracking. Ad esempio, è molto probabile che tutti gli oggetti in plastica
(si veda p. 160) abbiano avuto origine in una raffineria.
Il mondo prima del cracking Nel XIX secolo, prima dell'invenzione del
cracking, l'unico derivato utile del petrolio era il cherosene (si veda il riquadro a p.
66). Le lampade a cherosene erano divenute l'ultima moda per l'illuminazione do­
mestica, sebbene provocassero molti incendi. Il cherosene era ottenuto distillando
il petrolio, cioè riscaldandolo a una data temperatura per poi aspettare che la fra­
zione di cherosene bollisse e si condensasse. Tra le frazioni che bollivano troppo ra­
pidamente c'era la benzina, che spesso veniva smaltita nei corsi d'acqua circostanti
perché i proprietari delle raffinerie non sapevano come impiegarla. Le mille possi-

linea del tem o


1 855 1 891 1 91 2 1 91 5
Benjamin Silliman ipotizza In Russia viene Brevetto La National
che i prodotti della concesso un statunitense Hydrocarbon Company
distillazione del petro l io brevetto per per i l crac k ing si trasforma nella
possano avere un va lore i l crac k ing termico termico U n iversal Oil Prod ucts
il cracking 65

bilità offerte dal petrolio greggio erano ancora nascoste, ma ' Ci sono fondati motivi
la situazione stava per cambiare. per credere che la vostra
Nel 1 855, un professore di chimica americano, Benjamin società sia in possesso
Silliman, considerato il massimo esperto di questioni mi­ di un materiale grezzo
nerarie e mineralogiche, stilò un rapporto sull'«olio di pie­ da trasformare,
tra» di Venango County in Pennsylvania. Alcune delle con processi semplici e
osservazioni contenute in quel documento sembravano
vere e proprie profezie sul futuro dell'industria petrolchi­
poco costosi, in prodotti
mica. Silliman notò che l'olio di pietra, riscaldato, evapo­ di grande valore. '
rava lentamente, e produceva nell'arco di qualche giorno Dal resoconto di Benjamin Silliman
una serie di frazioni più leggere che secondo il professore al suo cliente
avrebbero potuto rivelarsi utili. Tempo dopo, un redattore
della rivista « The American Chemist» osservò che Silliman «aveva anticipato e
descritto molti dei metodi successivamente adottati» dall'industria petrolchimica.
Breve storia del cracking Oggi, le frazioni più leggere, come la benzina
- in altre parole, quelle che un tempo le raffinerie gettavano nei fiumi - sono le più
preziose. Ciò che trasformò realmente l'olio di pietra in un affare milionario fu l'in­
venzione del cracking: in un primo momento si fece ricorso al cracking termico, cui
seguì un processo basato sul vapore, per finire con lo sviluppo dei moderni sistemi
catalitici, che impiegano catalizzatori sintetici (si veda p. 52).
Le origini del cracking non sono del tutto chiare. Sappiamo, però, che brevetti
per il cracking termico furono concessi in Russia nel 1891 e negli Stati Uniti
nel 191 2. Il termine cracking, «frantumazione», descrive in maniera quasi let­
terale ciò che avviene nel processo chimico in questione: lunghe catene di idro­
carburi vengono scisse in molecole più piccole. Il processo consente di adattare
i prodotti della distillazione diretta alle esigenze del raffinatore. Nulla impedisce
di produrre benzina - composta da molecole con un numero di atomi di carbo­
nio compreso tra 5 e 1 O - distillando direttamente il petrolio, ma il cracking per­
mette di ricavarne di più. Ad esempio, la frazione di cherosene - formata da
molecole con 1 2-16 atomi di carbonio - può essere ulteriormente sottoposta a
cracking per ottenere altra benzina.

1 920 1 936 201 4


La Standard Oil Company La Exxon Mobil Oil (all'epoca Viene prodotto cherosene
produce i l primo Socony Vac u u m Oil) e la Sun Oil a partire da a n idride carbonica,
prodotto petrolchi mico, realizzano i primi sistem i acq u a e luce attraverso
l'isopropanolo d i cracking catalitici il processo di Fischer-Tropsch
88 I 1e reazioni

Le prime forme di cracking producevano grandi quantità di coke, un residuo a


base di carbonio che andava rimosso più o meno ogni due giorni. Con l'inven­
zione del cracking con vapore, l'aggiunta dell'acqua permise di risolvere il pro­
blema del coke, ma la qualità dei prodotti ottenuti non era tale da far funzionare
un motore a benzina senza problemi. Il passo avanti decisivo si ebbe quando si
capì che la scissione del petrolio nei vari prodotti poteva essere resa più effi­
ciente con l'aggiunta di un catalizzatore. In un primo tempo i chimici ricorsero
alle zeoliti, minerali di argilla contenenti silicio e alluminio, ma in seguito le so­
stituirono con una loro versione artificiale, sintetizzata in laboratorio.

Carburante per jet


I l cherosene, i nsieme a l l a paraffina, era l'olio leggero
Colonna d i distillazione
impiegato per a l i mentare le vecchie l a nterne. I n alcuni
Paesi lo si util izza a ncora per l ' i l l u m inazione e il petrolio
gassoso
riscaldamento, m a u n a delle sue appl icazio n i moderne
più i mportanti è come carbu rante per aerei a reazione.
Le molecole che compongono i l cherosene sono
benzina
idrocarburi contenenti da 12 a 16 atom i d i carbonio, che
l o rendono p i ù pesante, meno volatile e meno
i nfiammabile della benzi na. È per q uesto che è più sicuro
da bruciare a casa. Non si tratta di un composto u nico, petro l i o cherosene
greggio
ma di u n a m iscela di idrocarburi l i neari e ciclici
caratterizzati da una temperatura d i ebollizione molto
simile. Il cherosene viene separato dal petrolio greggio
per distillazione e cracking, come la benzi na, che però
bolle e viene raccolta a temperatura i nferiore.
Nel 201 4, alcu n i c h i m ici hanno a n n unciato di essere
riusciti a produ rre carbura nte per jet {cioè cherosene) olio
combustibile
a partire da a n idride carbonica e acqu a servendosi industriale
di l uce solare concentrata: quest'ultima è servita
a riscaldare l'an idride e l'acqua per produrre syngas
{ u na m iscela di idrogeno e monossido di carbonio) fornace olio l u b rificante,
paraffina,
che i ricercatori hanno poi trasformato i n carb u ra nte
cera e asfalto
attraverso u n a sequenza di reazioni ben nota, il processo
di Fischer-Tropsch {si veda no le pagine 69 e 200).
il cracking I 87

Carburante per aerei da caccia V


Nel cracking con vapore, si è soliti partire
da idrocarburi a legami singoli per arrivare a La torre Suchov
molecole più corte caratterizzate da legami A Mosca, sulla via S abolovka, si erge u n a torre
doppi. I legami supplementari possono essere per le com u nicazion i radio dal disegno i ntricato.
utilizzati per formare nuove sostanze. Nel L'antenna, alta 1 60 metri, fu progettata e realizzata
cracking catalitico, invece, non si ha la sem­ poco dopo il 1 920 da Vladi m i r S uchov,
plice scissione degli idrocarburi ma una loro u n personaggio fuori dal comu ne che realizzò
riconfigurazione, con la formazione di rami­ i primi due oleodotti russi e collaborò
ficazioni. Gli idrocarburi ramificati sono i alla progettazione della rete idrica moscovita.
carburanti più indicati per i motori a com­ Il suo brevetto per il cracking termico p recedette
bustione interna, poiché una presenza ec­ quello dei grandi concorrenti della R ussia,
cessiva di molecole lineari tende a «battere gli Stati U niti. Nel 2014, la torre S uchov scampò
in testa» (cioè a detonare spontaneamente) per poco a l l a demolizione.
e ad avere performance non ottimali.
Il primo sistema di cracking catalitico entrò in funzione a Marcus Hook, in Pen­
nsylvania, poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, e mise a di­
sposizione degli Alleati carburanti di cui la Luftwaffe tedesca non disponeva. È
probabile che i 41 milioni di barili di carburante per aviazione di qualità supe­
riore prodotti dallo stabilimento abbiano migliorato la manovrabilità dei caccia
alleati, dando loro un vantaggio nei combattimenti aerei.
Oltre a produrre carburanti di ottima qualità, il cracking catalitico svolge un ruolo
cruciale nell'industria chimica poiché permette di produrre molti dei componenti
fondamentali di sostanze utilizzate in tutto il mondo, come il polietilene. Se il pe­
trolio finirà dovremo trovare un sistema alternativo per fabbricarne i derivati.
L'industria chimica ne sta già sperimentando la produzione a partire da piante
vive anziché da quelle morte: un'azienda tedesca ha messo sul mercato una ver­
nice prodotta a partire dalla reseda, una pianta odorosa utilizzata in profumeria.

idea chiave
Il petrolio al servizio dell'uomo
ea I 1e reazioni

1 7 La sintesi
chimica
Quanti dei prodotti che utilizzate a casa ogni giorno
contengono sostanze sintetiche, cioè create dall'uomo?
Forse sapete già che le medicine e gli additivi contenuti
in molti dei cibi che mangiate sono prodotti dall'industria
chimica: quello che forse non sapevate, invece, è che lo stesso
vale per la vostra biancheria così elastica o per l'imbottitura
del vostro divano.

Provate a pensare a ciò che state indossando in questo preciso


' Sono solo un tizio momento. Avete un'idea del materiale di cui sono fatti i vostri
vestito di Lycra che indumenti intimi o la vostra camicia? Date un'occhiata alle eti­
sa curvare chette: cos'è la viscosa? Da dove viene la Lycra? Adesso aprite
l'armadietto del bagno. Quali sono gli ingredienti del vostro den­
a sinistra davvero tifricio? E dello shampoo? Cosa sapete del glicole propilenico?
velocemente. ' Ancora più stupefacente è ciò che scoprirete aprendo la di­
Olivier Jean, medaglia d'oro spensa, rovistando tra le confezioni di medicinali (si veda p. 1 76)
olimpica di pattinaggio di velocità o studiando gli ingredienti elencati sul retro di un pacchetto di
gomme da masticare.
È incredibile pensare che così tante delle sostanze che formano i nostri abiti, il
cibo, i prodotti per l'igiene e le medicine sono state sviluppate dai chimici solo
nell'ultimo secolo. Tutte queste sostanze sintetiche sono state inventate in un la­
boratorio per poi essere prodotte su scala industriale.
Naturale o sintetico? La viscosa, o rayon, è stata la prima fibra sinte­
tica prodotta dai chimici. È impiegata per produrre un tessuto morbido come il

linea del tempo


1 856 1 891 1 905 1 925
A 1 8 a n n i, i l chimico Messa a pu nto di un processo Produzione Viene depositato
Wi lliam Henry Perk in per la produzione di viscosa, della viscosa il brevetto per
scopre i l primo colorante un tempo nota come seta su scala il processo
sintetico artificiale commerciale di Fischer-Tropsch
la sintesi chimica I ee

cotone che assorbe facilmente i coloranti,


per non parlare del sudore. Il primo pro­
cesso per la sua produzione fu messo a I carburanti
punto alla fine del XIX secolo. La viscosa,
in realtà, non è molto diversa dalla cellu­ sintetici
losa, una sostanza naturale comune a tutte
le piante. Il problema è che la viscosa non La sintesi d i Fischer-Tropsch è u n processo utilizzato
cresce nei campi: bisogna estrarre la cel­ nella produzione di carb u ranti sintetici a partire
lulosa dalla polpa del legno con una serie da varie reazioni che coinvolgono l'idrogeno
di processi chimici e fisici che la trasfor­ e l'anidride carbonica. La miscela dei due gas
mano in frammenti di xantato di cellu­ (detta «syngas») viene prodotta solitamente
losa, di colore giallo. Trattato con sostanze trasformando il carbone in gas. Il risultato
acide, lo xantato si scompone in fibre si­ del processo sono i carburanti liquidi che
mili a quelle del cotone naturale, che è normalmente associamo a l petrol io
formato da cellulosa quasi pura. Nei tes­ (si veda p. 1 56), ma otten uti facendo a meno
suti si trovano spesso miscele di cotone e del petrolio stesso. I n S udafrica, la SASOL produce
viscosa. «syncarburanti» dal carbone da decine d i anni.

Ogni processo in cui si sfruttano reazioni


chimiche per produrre qualche particolare materie prime

sostanza utile può essere visto come una gas naturale carbone biomasse
sintesi chimica. Anche le sostanze naturali
come la cellulosa sono frutto di reazioni
chimiche - che nel caso della cellulosa av­ generazione del syngas
vengono nelle piante - ma i chimici ten­
gasificazione reforming con vapore
dono a considerarle come prodotti di una
biosintesi (si veda p. 140).
A volte, invece, le sostanze sintetizzate dai processo di Fìscher-Tropsch

chimici sono una copia di composti esi­


stenti in natura. In questi casi non si mira catene di idrocarburi
a ottenere qualcosa che funzioni meglio
del prodotto naturale, ma ad abbassarne il Schema del processo di Fischer-Tropsch
costo di fabbricazione o a disporne in
quantità più abbondanti. Dopo tutto, la

1 962 1 985 201 2


Vendita dei primi Primo prototipo di u n a I l progetto Dial-a-Molecule
prodotti in Lycra macchina p e r la sintesi pubblica l a prima roadmap
del DNA su larga scala per una sintesi «intell igente»
70 I 1e reazioni

natura è solita lavorare bene. La base del prin­


La macchina cipio attivo del farmaco antinfluenzale Tami­
flu, ad esempio, è l'acido shikimico, presente
della sintesi nei semi della pianta dell'anice stellato, utiliz­
zati nella cucina cinese come spezia. Dal mo­
I mmaginate cosa accadrebbe se i chimici non mento che le disponibilità di anice stellato
dovessero affrontare la trafila d i escogitare sono limitate, però, i chimici stanno cercando
u n a serie di reazioni che producano la molecola il modo di produrre la sostanza da zero. Finora
desiderata. I mmaginate cosa avverrebbe se sono stati presentati i risultati di vari metodi,
bastasse fornire l'identità della molecola come ma ognuno di essi deve essere confrontato con
dato di ingresso a una macchina e questa fosse il costo dell'estrazione diretta dai semi.
in grado di decidere la strategi a migliore per
produrla per poi metterla in pratica
Mutande elastiche Esistono prodotti
a utomaticamente. Per la progettazione di farmaci
sintetici che non hanno nulla a che vedere
e di n u ovi materiali si tratterebbe di una vera e
con la natura. In effetti, sono proprio le loro
propria rivo luzione. U n a macchina del genere,
caratteristiche « innaturali» a renderli utili.
almeno per i l DNA, esiste già. Le macchine per
L'elastan è l'esempio perfetto. Forse lo cono­
si ntetizzare i l DNA sono già i n grado di sfornare
scete come Lycra: è il tessuto elastico e attil­
brevi filamenti di DNA q u a l u nq u e sia la sequenza
lato tanto amato dai ciclisti. Gli indumenti per
desiderata. Fare lo stesso per ogni possibile
lo yoga prodotti dal gigante dell'abbigliamento
molecola, ovviamente, costituisce un'impresa
Gap mescolano Lycra e nylon, mentre i leg­
ben p i ù d ifficile: tra g l i ostacol i principa l i c'è
gings StudioLux della Under Armour utiliz­
anch e l'enorme potenza di calcolo richiesta.
zano una combinazione di Lycra e poliestere.
La macchina dovrebbe essere in grado di trovare
Oggi i nomi fantasiosi di queste fibre non ci
il processo di sintesi g iusto esa m i nando
fanno più effetto, ma l'impatto del Lycra sul
alla velocità della l uce m i l ioni d i reazioni diverse
mercato dell'abbigliamento negli anni '60 fu
e confrontando tra loro m i l iardi di opzioni
rivoluzionario.
possi b i l i . Lo scetticismo è grande, m a q ualche Le molecole a catena lunga dell'elastan sono
tentativo serio è già in corso. Un gruppo polimeri formati dalla ripetizione degli stessi
di ricercatori britan n ici impegnato nel progetto costituenti chimici, proprio come le molecole
« D i a l-A-Molecule», ad esempio, si è posto di cellulosa nelle fibre di cotone. La produzione
un obiettivo g randioso: far sì che sintetizzare dei componenti del poliuretano richiede una
u n a molecola q ualsiasi diventi «facile come sequenza precisa di reazioni chimiche, mentre
comporre un n umero telefonico». Negli Stati un'altra è richiesta per il loro assemblaggio.
Uniti, un altro progetto ha realizzato un « G oogle Forse è per questo che gli scienziati della Du­
della chimica» che conosce 86 000 regole Pont impiegarono una ventina d'anni per arri­
chimiche e si serve di algoritmi per trovare vare a un processo produttivo accettabile. Il
i percorsi di sintesi p i ù efficaci. risultato - battezzato inizialmente «fibra K» -
manifestò una serie di proprietà stupefacenti e
la sintesi chimica I 11

preziose che la fibra di cotone non offriva. Le fibre di elastan possono espandersi
fino a sei volte la loro lunghezza originale e riprendere istantaneamente la forma
originale. Rispetto alla gomma naturale sono più longeve e resistono a tensioni
più elevate. La DuPont aveva trovato il prodotto che avrebbe sbancato il mercato,
e la biancheria intima per signora era diventata d'un tratto molto più comoda.
L'ossatura chimica Adesso pensate nuovamente al vostro guardaroba,
all'armadietto del bagno e alla dispensa. Pensate a quanti, tra i prodotti che
comprate, contengono materiali o ingredienti che rappresentano il frutto di
anni o decenni di ricerche ininterrotte da parte dei chimici. Il numero delle
reazioni chimiche necessarie per riempire casa vostra di cose di ogni genere è
inimmaginabile.
Per molti dei prodotti della sintesi chimica, il cracking del petrolio (si veda p. 64)
è una fonte sicura di composti chimici utili. Se per caso vi state ancora chie­
dendo cosa sia il glicole propilenico, sappiate che è l'ingrediente del vostro sham­
poo che aiuta i capelli ad assorbire l'umidità e a mantenerli soffici, e che è
prodotto a partire dall'ossido di propilene risultante da una reazione tra il propi­
lene (frutto del cracking) e il cloro. L'ossido di propilene è utilizzato anche nella
fabbricazione dell'antigelo e delle schiume per mobili e materassi. Forse è la
prima volta che lo sentite nominare, ma sappiate che il fabbisogno globale mon­
diale di ossido di propilene è di più di sei milioni di tonnellate, e non perché sia
un composto particolarmente utile in sé, ma perché viene utilizzato nella sintesi
chimica di un'infinità di prodotti di uso comune.
Analogamente, molti altri composti costituiscono l'ossatura chimica che sostiene
la muscolatura di ogni prodotto industriale. Dai farmaci ai coloranti, dalle ma­
terie plastiche ai pesticidi, dai saponi ai solventi, scegliete un prodotto a caso:
con ogni probabilità, l'industria chimica ha collaborato alla sua fabbricazione.

idea chiave
Produrre sostanze utili
72 I 1e reazioni

1 8 Il processo
di Haber
La scoperta di un processo poco costoso per la produzione
di ammoniaca, a opera di Fritz Haber, fu uno degli eventi
più rivoluzionari del XX secolo. L'ammoniaca è utilizzata
nella produzione dei fertilizzanti che hanno aiutato
a nutrire miliardi di persone, ma è anche un componente
degli esplosivi, un dettaglio che alla vigilia di un conflitto
mondiale non sfuggì a chi era impegnato a sfruttare
commercialmente il processo di Haber.

Henry Louis era figlio dell'ingegnere Louis Le Chiì.telier. Suo padre, che coltivava
un interesse per i treni a vapore e la produzione di acciaio, era solito invitare a
casa propria gli scienziati più illustri. Nato a Parigi nel 1850, Henry Louis tra­
scorse la sua infanzia a contatto con i chimici francesi più famosi. La loro in­
fluenza dovette farsi sentire, visto che egli stesso divenne uno dei più grandi
chimici di ogni tempo e diede il nome a una delle leggi fondamentali della chi­
mica, il principio di Le Chatelier (si veda p. 36).
Il principio di Le Chatelier descrive ciò che accade nelle reazioni reversibili. Iro­
nicamente, però, proprio mentre cercava di realizzare una delle reazioni reversi­
bili più importanti al mondo (si veda il riquadro a p. 73 ), Le Chiì.telier commise
un errore, e fallì l'esperimento che gli avrebbe permesso di produrre la sostanza
chimica protagonista di due realtà globali dei nostri giorni: l'industria dei ferti­
lizzanti e quella degli armamenti.
Le guerre dei nitrati Talvolta si dice che un fertilizzante contiene «azoto
reattivo», perché l'azoto vi è contenuto in una forma che le piante e gli animali

linea del tempo


1 807 1 879 1 901 1 907
Humphry Davy Il Cile dichiara guerra Le Chiìtelier Walther Nernst
produce ammoniaca alla Bolivia e al Perù abbandona i tentativi produce ammon iaca
per elettrolisi per il controllo di si ntetizzare lavorando ad alta
dell'acqua in aria dei sali d i n itrato l'ammoniaca pressione
il processo di Haber I 1a

possono assorbire e utilizzare nella sintesi


delle proteine. All'estremo opposto c'è tutto
l'azoto non reattivo (N2 ), uno dei gas che La reazione
compongono l'atmosfera terrestre. All'ini­
zio del XX secolo il mondo si era ormai reso di formazione
conto del potenziale dell'azoto reattivo co­
me fertilizzante ed erano cominciate le im­ dell'ammoniaca
portazioni dei minerali di nitrato (nitrati di
sodio NaN03 e di potassio KN03 ) dall'A­ L'ammon iaca si forma nel processo reversibile:
merica meridionale per ottenere raccolti più
ricchi. Ne scaturì un conflitto tra le nazioni
detentrici delle maggiori scorte di nitrato, e
S i tratta di una reazione di ossidoriduzione
alla fine fu il Cile a uscirne vincitore.
(si veda p. 56). È anche una reazione esotermica,
Nel frattempo, in Europa si faceva sempre che cioè rilascia energia nell'am b iente circostante;
più impellente la necessità di assicurarsi una non richiede una g ra n quantità di calore per
fonte abbondante di ammoniaca in loco. La i nnescarsi e può andare avanti a l u ngo senza
conversione dell'azoto comune (N 2 ) in problemi anche a bassa temperatura.
forme reattive come l'ammoniaca (NH3 ) ri­ La prod uzione industriale di grandi quantità
chiedeva energia ed era costosa. In Francia, di ammoniaca, però, richiede calore: è vero
Le Chatelier affrontò il problema prendendo che all'aumentare della temperatura l'eq u i l i b rio
i suoi due costituenti, l'azoto e l'idrogeno, e si sposta leggermente verso sinistra (si veda p. 36).
facendoli reagire ad alta pressione: l'esperi­ a vantaggio dell'idrogeno e dell'azoto,
mento esplose e ci mancò poco che il suo as­ ma la reazione d iventa molto più rapida,
sistente venisse ucciso. e porta alla produzione d i maggiori q u a ntità
di a m m o n iaca in m i n o r tempo.
In seguito, Le Chatelier scoprì che la mi­
scela contenuta nel suo apparato speri-
mentale era stata contaminata dall'ossigeno presente nell'aria. Era arrivato a un
passo dalla sintesi dell'ammoniaca. Il nome che oggi associamo alla reazione uti­
lizzata per produrre ammoniaca è quello di uno scienziato tedesco, Fritz Haber.
Con l'inizio della Prima guerra mondiale, l'ammoniaca era diventata importante
per un'altra ragione: poteva essere impiegata nella fabbricazione di due esplosivi,
la nitroglicerina e il trinitrotoluene (TNT). L'ammoniaca che l'Europa aveva vo­
luto come fertilizzante finì ben presto per essere impiegata nello sforzo bellico.

1 909 . 1 91 4 1 91 5 1 91 8
Fritz Haber produce In E u ropa scoppia Haber dirige l'attacco Haber vince il premio
ammon iaca nel suo la Prima guerra con i gas al cloro a Nobel per la Chimica
laboratorio mondiale Ypres
41
7 le reazioni

Il processo di Haber Se non fosse stato per quell'esplosione quasi fatale,


forse Le Chatelier non avrebbe mai abbandonato le ricerche sull'ammoniaca. Il
processo di Haber - come fu battezzato - si basava proprio sulle teorie del chimico
francese. Nella sintesi dell'ammoniaca, la reazione principale forma un equilibrio
tra i due reagenti (l'azoto e l'idrogeno) e il prodotto (l'ammoniaca). Come pre­
visto dal principio di Le Chatelier, rimuovendo parte del prodotto si altera lo sta­
tus quo e si spinge il sistema al ripristino dell'equilibrio. Nel processo di Haber,
quindi, l'ammoniaca viene rimossa incessantemente per produrne di nuova.
Per accelerare la reazione, Haber si servì di un catalizzatore a base di ossido di
ferro. Anche in questo caso, a quanto pare, Le Chatelier c'era quasi arrivato: in
un libro pubblicato nel 1 936 scrisse che aveva provato a utilizzare del ferro me­
tallico. Haber poté ispirarsi anche ai lavori del teorico della termodinamica
Walther Nemst, che nel 1 907 era riuscito a sintetizzare l'ammoniaca. Tuttavia

La fissazione naturale dell'azoto


Il nitrato d i sodio, o nitro del Cile, e il nitrato di delle colture per ripristinare le sostanze n utritive
potassio, o salnitro, sono minerali naturali che rimosse dal terreno e renderlo più fertile
contengono azoto in forma reattiva, o «fissata» . per i raccolti dell'anno successivo.
Prima dell'awento del processo d i Haber, Seminando meliloto si ottiene un «credito
un'altra fonte importante di azoto reattivo era di azoto» che permette di ridurre la quantità
il guano peruviano: escrementi di uccelli raccolti di fertilizzante da utilizzare l'anno seguente,
dalle zone di nidificazione lungo le coste quando si seminerà il grano.
del Perù. Alla fine del XIX secolo l'Europa
importava entrambe le sostanze per usarle come
fertilizzanti. Esistono altri modi per fissare
l'azoto. I fulmini, ad esempio, convertono
piccole quantità dell'azoto atmosferico
in ammoniaca. I primi processi per la produzione
di ammoniaca imitavano l'effetto dei fulmini
con l'elettricità, ma si rivelarono troppo costosi.
Anche i batteri che vivono nei noduli radicali
delle piante legu m inose (piselli, fagioli, trifoglio)
sono in grado di fissare l'azoto. È per questo
che spesso i contadini praticano la rotazione
il processo di Haber

fu Haber, alla fine, che venne ricompensato per i suoi sforzi. ' Mi sono fatto
Nel 1909, dopo essere riuscito a ottenere le prime gocce di sfuggire tra le dita
ammoniaca in un esperimento di laboratorio, fu aiutato dal
collega Carl Bosch a commercializzare il processo (che a
la scoperta
volte, infatti, viene chiamato processo di Haber-Bosch). Una dell'ammoniaca.
decina di anni dopo Haber ricevette il Nobel per la Chimica, È stato il più grande
ma si trattò di una decisione controversa. errore della mia
Si dice che l'azoto utilizzato nella fabbricazione dei fertilizzanti
carriera scientifica. '
abbia raddoppiato la resa delle colture. Nei cento anni succes­ Henry Louis Le Chatelier
sivi alla scoperta di Haber, almeno 4 miliardi di persone sono
state sfamate dai raccolti resi possibili dal nuovo processo di produzione dell'am­
moniaca, meno costoso e più efficiente dal punto di vista energetico. L'ammo­
niaca è stata salutata come «il pane che nasce dall'aria» . Ma se Le Chàtelier si
disperò per non essere stato lo scopritore della sintesi dell'ammoniaca, almeno riu­
scì a conservare intatta la propria reputazione. Nel corso del XX secolo i conflitti
armati hanno causato più di 100 milioni di morti, e il processo di Haber ne è stato
in gran parte responsabile.
Haber, dal canto suo, non si tirò certo indietro. Fu lui l'artefice dell'attacco con
i gas di cloro che a Ypres, nell'aprile del 1915, uccise migliaia di soldati francesi.
Sua moglie, che lo aveva scongiurato di abbandonare le ricerche sulle armi chi­
miche, si uccise con un colpo di pistola qualche giorno dopo. Nonostante il
Nobel, non si può dire che Haber abbia lasciato un buon ricordo. Le Chàtelier,
invece, è ricordato per gli studi, ben più nobili, che gli permisero di spiegare i
princìpi che governano l'equilibrio chimico.
L'ammoniaca continua a essere prodotta in grandi quantità. Nel 2012, solo negli
Stati Uniti ne sono stati prodotti più di 16 miliardi di chili. Gli scienziati stanno
ancora lavorando per capire l'impatto di tutto l'azoto reattivo che si riversa dai
campi coltivati nei fiumi e nei laghi.

idea chiave
La chimica che decide
della vita e della morte
78 I 1e tecniche

1 9 La separazione
Che si tratti di separare i grani di caffè dalla nostra bevanda
mattutina, l'essenza del gelsomino dai suoi fiori o l'eroina
dal sangue sulla scena di un crimine, in chimica
ci sono poche tecniche più utili di quelle impiegate
per separare una sostanza da un'altra. Il termine olandese
per «chimica» significa, letteralmente, «arte della separazione».

In ogni telefilm poliziesco che si rispetti c'è un momento in cui la Scientifica


arriva e si impadronisce della scena del crimine. Non vediamo cosa fanno. Non
sappiamo cosa accade quando ritornano nei loro laboratori. Tutto quello che
sappiamo è che arrivano indossando le apposite tute di carta usa e getta e pochi
minuti dopo il detective, l'ispettore Tizio, legge i risultati delle analisi da un fo­
glio. Il caso è chiuso.
Sarebbe interessante sapere cosa è successo realmente nei loro laboratori. Tra le
tecniche utilizzate da chi vi lavora ci sono i metodi di separazione chimica. Im­
maginate che siano appena tornati dalla scena di un crimine particolarmente ef­
ferato. C'è sangue dappertutto, e gli indizi raccolti indicano che c'è stata
assunzione di droga. Bisogna stabilire chi ha preso della droga, e quale. Gli esperti
dispongono dei campioni di sangue, ma come fare per estrarne la droga e capire
di quale sostanza si tratta? Il problema che devono risolvere è una versione molto
più complicata della ricerca di un ago in un pagliaio: in questo caso, infatti, le
due sostanze sono umide e non si possono separare manualmente.
La cromatografia Prima o poi, gli esperti della Scientifica finiscono in­
variabilmente per utilizzare qualche tipo di tecnica cromatografica. In pratica,
cercheranno di indurre la droga ad aderire a un'altra sostanza, partendo dal-

linea del tempo


antico Egitto 1 906 1 941 1 945
Estrazione d i essenze Pubblicazione Archer Martin Eri k a Cremer e Fritz
dai fiori utilizzando del primo articolo e Richard Synge inventano Prior svi luppano
il grasso sulle tecniche la cromatografia la gascromatografia
cromatografiche di ripartizione
lii separazione I n

l'ipotesi che la droga si attac­


chi a qualsiasi materiale «appic­
cicoso» che il sangue, invece, L'elettroforesi
attraversa indisturbato. È come
se utilizzassimo una calamita L'elettroforesi consiste i n una serie di tecniche utilizzate per
per estrarre l'ago dal pagliaio. separare molecole come le proteine e i l DNA utilizzando l'elettricità.
Nel gergo della Scientifica, si Si aggiungono i campioni a un gel o a un fl u ido, e le molecole
dice che la droga - il nostro si separano a seconda della loro carica superficiale: le molecole
«ago» - è l'analita, cioè l'og­ cariche negativamente migrano verso l'elettrodo positivo, mentre
getto dell'analisi. le molecole cariche positivamente si dirigono verso l'elettrodo
negativo. Le molecole più piccole i ncontrano una resistenza
Profumi e colori In li­ inferiore e si spostano più rapidamente, q ui n d i è anche possibile
nea di principio, tutte le tecni­ separare le varie componenti i n funzione delle loro dimensioni.
che cromatografiche moderne
sono abbastanza simili ai me­ campioni
gel
todi di estrazione utilizzati da d i DNA

centinaia di anni, ad esempio


nell'industria dei profumi. Il A C G T
materiale adesivo non deve
necessariamente essere solido. -
...
Quando i profumieri estraggo­
no l'essenza dai fiori di gelso­
mino, ad esempio, utilizzano
composti liquidi come l'esano. - frammenti
"------' più corti
La cosa importante è che i
componenti dell'essenza ab­ elettrodo positivo
Elettroforesi su gel
biano un'affinità maggiore per
il liquido che per ogni altra so­
stanza presente nel fiore.
Alcuni di noi hanno fatto conoscenza con la cromatografia a scuola, imparando
a separare con un foglio di carta una miscela di inchiostri o pigmenti (i nostri
analiti). Pigmenti diversi interagiscono con la carta in maniera diversa, e for­
mano macchie colorate distinte. Il termine stesso «cromatografia» significa let­
teralmente «Scrivere con il colore». Uno dei primi scienziati a lavorare con le

1 952 1 970 1 990


Martin e Synge Csaba Horvath conia l'acronimo Vengono pubblicati
ricevono il Nobel HPLC (High Pressure I High i primi risultati sull'impiego
per la Chimica Performance Liquid dell'elettroforesi capillare
Chromatography) nel sequenziamento del DNA
1a I 1e tecniche

tecniche cromatografiche fu un bo­


Separare il grano tanico degli inizi del Novecento, che
utilizzò la carta per separare i pig­
dal farro menti colorati di alcune piante. Fu
solo nel 194 1 , tuttavia, che Archer
I metodi di separazione vengono im piegati abitualmente Martin e Richard Synge, combi­
nell'industria dell'analisi alimentare. Esistono aziende che nando i metodi di estrazione liquido­
a i utano i produttori di generi a l i mentari a identificare liquido utilizzati in profumeria e
sostanze chimiche e a ltri agenti estranei che potrebbero nella cromatografia, inventarono la
contamin a re i loro prodotti: per trovarli, è necessario «cromatografia di ripartizione», uti­
separa rli dagli a ltri i n g redienti. Un problema tipico è lizzando un gel per separare gli am­
la p urezza dei prodotti venduti come privi di g l utine, g rano minoacidi.
o lattosio. Nelle persone con intolleranze, anche la m i nima
traccia delle molecole pericolose può avere effetti nocivi.
Nonostante l'estrazione e la cromato­
grafia abbiano dei punti in comune, è
Per trovare le i m p u rità si possono util izzare le tecniche
a quest'ultima che i tecnici della
cromatografiche. Nel 2 0 1 5, ad esempio, u no studio
Scientifica fanno ricorso più spesso,
effettuato da alcu n i chimici tedeschi ha descritto u n n uovo
perché la cromatografia è più effi­
metodo per identificare le conta m inazion i di g rano nella
farina di farro. I l problema di q uesti due cereali è che
ciente nel separare minime tracce di
sostanze chimiche, che si tratti di
spesso vengono incrociati per produrre ibridi grano/farro.
droghe, esplosivi, residui di combu­
Normalmente il farro è più facile d a digerire, ma gli i bridi
contengono geni d i entrambe le specie e producono g randi
stione o altri analiti.
quantità delle stesse proteine. I ricercatori tedeschi, La scelta giusta Nell'esperi­
tuttavia, sono riusciti a identificare u n a p roteina, mento dei colori effettuato a scuola
la gliadina, espressa solo dal grano, e hanno dimostrato che c'è la cosiddetta fase stazionaria, cioè
si può rilevare la presenza d i tracce di grano nella farina la carta (che funge da «magnete» o da
d i farro ricorrendo alla HPLC (High Performance Liquid sostanza adesiva), e c'è una fase mo­
C h romatography): la conta m inazione di g liadi na, infatti, bile, ossia il colore che risale il foglio
è visibile nel cromatogramma risu ltante. Con la stessa di carta. Gli odierni laboratori della
tecnica, i noltre, si potrebbero classificare le colture in base Scientifica sono più «hi-tech», ma le
a l l 'espressione del le p roteine tipiche del grano e del farro. fasi hanno ancora gli stessi nomi. Due
tecniche molto usate sono la gascro­
matografia e la cromatografia liquida
ad alte prestazioni ( HPLC, dall'inglese High Performance Liquid Chromato­
graphy) che fa ricorso a pressioni elevate. Entrambe consentono di separare so­
stanze stupefacenti, esplosivi e residui di combustione. Inoltre possono essere
accoppiate direttamente a uno spettrometro di massa (si veda p. 80) per iden­
tificare la natura esatta della sostanza chimica esaminata. Dalla «firma mole­
colare» dell'analita, ad esempio, si potrebbe capire che si tratta di eroina.
la separazione I 19

Per confermare l'identità della persona il cui sangue contiene eroina, i tecnici
della Scientifica possono utilizzare anche l'elettroforesi capillare (si veda il ri­
quadro a p. 77), un'altra tecnica di separazione molto comune, in cui il DNA
(l'analita) viene obbligato da un campo elettrico a muoversi lungo una serie di ca­
nali sottilissimi che lo separano in modo diverso a seconda del profilo genetico
della persona. Il profilo costituisce la cosiddetta « impronta genetica» dell'indivi­
duo e può essere confrontato con un campione di riferimento proveniente, ad
esempio, dal sangue o da un capello. Il vero talento di chi effettua questo tipo di
analisi sta nella capacità di scegliere quali tecniche utilizzare e qual è il modo mi­
gliore di combinarle. Il risultato finale può essere l'identificazione della presenza
di eroina, ma per raggiungerlo possono essere necessari più livelli di separazione.
Altre tecniche di separazione Naturalmente i
tecnici della Scientifica non sono gli unici a utilizzare le tec­
' Ancora oggi,
niche di separazione, anche se il loro lavoro sembra essere il in Olanda, il termine
più affascinante. La separazione è un metodo analitico stan­ per «chimica»
dard. Tra le varie tecniche, ricordiamo la cara, vecchia di­ è «Scheikunde»,
stillazione, in cui si separano i liquidi in funzione del loro che significa
punto di ebollizione (si veda p. 64), e la centrifugazione, in letteralmente «arte
cui una centrifuga, ruotando, separa le particelle in funzione
delle diverse densità. Forse avete già intuìto la caratteristica
della separazione». '
comune a tutti metodi di separazione chimica: sfruttare le Arne liselius, membro del comitato
proprietà distintive delle sostanze che si vogliono distin­ per il Nobel per la Chimica, 1 952
guere. Come ultimo esempio, pensate a un filtro di carta per
fare il caffè all'americana, che separa fisicamente i granelli di caffè, solidi, dal caffè
liquido: in questo caso la separazione si basa sugli stati. Anche la filtrazione è una
tecnica usata comunemente nei laboratori di chimica, ma può accadere che i chi­
mici cerchino di accelerare il processo utilizzando delle pompe per fare il vuoto.
Esistono poi altri metodi di laboratorio che rivelano ai chimici la struttura di mi­
scele e composti.

idea chiave
Ciò che un te efilm poliziesco
non vi dirà mai
BO I 1e tecniche

20 Gli spettri
Per molti di noi, gli spettri sono i grafici pieni di picchi
e di avvallamenti incomprensibili che popolano la sezione
«Risultati» degli articoli scientifici. A un osservatore attento,
però, la sequenza di picchi e valli rivela i dettagli intricati
della struttura molecolare di una sostanza chimica.
Uno dei metodi impiegati per creare gli spettri, inoltre,
è alla base di una tecnica fondamentale per la diagnosi
e la cura del cancro: la tomografia a risonanza magnetica
o MRI (dall'inglese Magnetic Resonance Imaging).

Quando una persona affetta da un tumore al cervello deve sottoporsi a una riso­
nanza magnetica, le viene chiesto di sdraiarsi in una macchina che contiene un
magnete molto potente, per creare un'immagine del suo cervello che permet­
terà di distinguere il tumore dai tessuti circostanti e servirà a un medico per de­
cidere se e come operare. La macchina che effettua la risonanza, infatti, entra
nella testa del paziente senza causargli dolore e senza provocare alcun danno.
Gli si chiede soltanto di stare assolutamente immobile per non interferire con
l'acquisizione dell'immagine.
Il fatto che la MRI sia innocua è un dettaglio che spesso deve essere sottolineato.
Uno dei motivi è la sua parentela diretta con la risonanza magnetica nucleare
(RMN): tutto quello che è associato al termine «nucleare» , comprensibilmente,
allarma la gente. Sia la MRI che la RMN si basano su una proprietà naturale
degli atomi: i loro nuclei agiscono come piccolissimi magneti il cui comporta­
mento viene alterato da campi magnetici particolarmente intensi. Modulando il
comportamento dei nuclei atomici mediante una radiofrequenza, una macchina
per la RMN può estrarre i dati inerenti a ciò che circonda i nuclei, e la MRI può
ricostruirne l'informazione relativa al cervello del paziente.

Edward Purcell e Felix Bloch William Dauben Prima RMN


scoprono i n maniera indipendente ed E lias Corey si servono commerciale
il fenomeno della risonanza della RMN per esplorare di successo:
mag netica nucleare (RMN) le strutture molecolari la Varian A-60
gli spettri I a1

La diagnostica neonatale
La spettrometria di massa è una delle tecniche coinvolgimento nei processi meta bo l ici,
i mpiegate per cercare nel sangue i noltre, l a citru ll i n a è un biomarcatore utile
dei neonati le molecole che potrebbero per la diagnosi dell'artrite reumatoide.
indicare la presenza di malattie ereditarie. La citru l li nemia è rara, ma se non è curata
Ad esempio, livel l i elevati di citru llina, per tempo può rivelarsi letale.
u n a m m i n oacido, potrebbero voler dire La spettrometria di massa è un metodo
che il neonato è affetto da citrul linemia, molto rapido e accurato per l'analisi dei
u n a patologia d i origi n e genetica che porta campioni e p u ò essere utilizzata per identificare
a un accum u l o di tossine nel sangue p i ù sostanze contemporaneamente: lo stesso
e che provoca vomito, convulsioni campione, q u i n d i , p u ò servire per la diag nosi
e riduzione della crescita. Per il suo di più malattie.

120

"' 100
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20 40 60 80 100 120 1 40

massa relativa

Dalla RMN alla MRI Paul Lauterbur, il chimico che svolse un ruolo
fondamentale nello sviluppo della MRI - e che nel 2003 ricevette il Nobel per
il lavoro compiuto - era in origine un esperto di RMN. Aveva imparato a usarla
durante il dottorato ai Mellon lnstitute Laboratories negli anni '50, e aveva con­
tinuato a servirsene nel breve periodo trascorso nell'esercito statunitense. Pro­
babilmente era l'unica persona in grado di far funzionare la macchina per la

1 973 2003 201 1


Paul Lauterbur svil u ppa I l Nobel per la Medicina La American Chemical Society
la tomografia a risonanza viene attribuito agli dichiara la Va rian A-60 «pietra
magnetica (MRI) inventori del la MRI miliare della chim ica e
di i nteresse storico-nazionale»
82 I 1e tecniche

' Prima dell'avvento RMN dell'Army Chemical Center. Proprio in quel periodo
della RMN la Varian Associates stava sviluppando il primo modello
commerciale di macchina per la RMN, la Varian A-60, che
[un chimico] poteva ben presto avrebbe trovato un vasto impiego in ambito me­
letteralmente dico.
trascorrere mesi o
anni nel tentativo L'elemento utilizzato più frequentemente per la produzione
di determinare degli spettri RMN era l'idrogeno, presente nell'acqua e
quindi nel plasma sanguigno e nelle cellule. Sfruttando i
la struttura nuclei di idrogeno come magneti, la RMN può ricostruire
di una molecola. ' l'immagine della testa di un paziente. Nel 197 1 , Lauterbur
Paul Dirac, 1 963 venne a sapere che un medico stava svolgendo alcune inte-
ressanti ricerche sulle cellule tumorali. Il contenuto di acqua
di una cellula tumorale differisce da quello di una cellula normale, e Raymond
Damadian aveva dimostrato che la RMN era in grado di distinguere tra le due.
L'unico problema era che le ricerche erano state effettuate solo su ratti, e per ot­
tenere gli spettri Damadian era costretto a sacrificare gli animali. Lauterbur non
solo trovò il metodo per trasformare i dati in un'immagine (inizialmente un po'
sfocata, a dire il vero), ma riuscì anche a farlo senza torcere letteralmente un ca­
pello al paziente.
Quando Lauterbur ricevette il Nobel, nel 2003, la RMN era utilizzata ormai da più
di mezzo secolo ed era diventata una delle tecniche analitiche più importanti nei
laboratori di chimica di tutto il mondo. L'idrogeno è presente in tutti i composti or­
ganici; in uno spettro RMN i protoni esibiscono picchi caratteristici che corri­
spondono a nuclei di idrogeno in ambienti diversi, cioè influenzati dalla presenza
degli altri atomi di una molecola. Dalla posizione degli atomi di idrogeno in una so­
stanza un chimico organico può imparare molto sulla sua struttura, e può sfruttare
l'informazione per analizzare nuove molecole o per identificare quelle già note.
Decifrare i picchi Lo spettro RMN di una molecola ha una struttura pre­
cisa, un'impronta chimica che ne rivela l'identità. Esistono però altri tipi di im­
pronta chimica: la loro interpretazione, come nel caso della RMN, è legata al
riconoscimento di onde o picchi caratteristici all'interno di uno spettro. Nella
spettrometria di massa, i vari picchi corrispondono a frammenti molecolari -
ioni - distinti, prodotti investendo le molecole con un fascio di elettroni ad
alta energia. La posizione del picco su una scala definisce la massa o il peso dei
singoli frammenti corrispondenti, mentre la sua altezza indica il numero di fram­
menti. Le due informazioni consentono al ricercatore di identificare i compo-
un spettri I sa

nenti di una sostanza ignota e di


determinarne la struttura osservan­
do come si combinano tra loro
Lo spettro
frammenti. dello scandalo
L'analisi infrarossa Un'al­ In chimica, la prova definitiva che una reazione
tra importante tecnica analitica è è effettivamente avvenuta può d i pendere da uno spettro
la spettroscopia infrarossa ( IR), di R M N e può decidere se un articolo verrà p u bb l icato
che sfrutta la radiazione a infra­ o meno. Con una posta in gioco così alta, q ualcuno
rossi per far vibrare più energica­ può cedere alla tentazione di manipolarne i dati
mente i legami tra gli atomi di una per corroborare la tesi che vuole dimostrare.
molecola. Legami chimici diversi N e l 2005, Bengu Sezen, una c h i m ica della Col u m bia
vibrano in modi diversi e gene­ U niversity, neg l i Stati U n iti, dovette ritirare alcuni
rano picchi caratteristici in uno suoi a rticol i q uando si scoprì che aveva fatto
spettro infrarosso. Negli alcol, ad u n copia-e-inco l l a di spettri di R M N per ottenere
esempio, i legami 0-H danno ori­ i risultati desiderati.
gine a picchi particolarmente evi­
denti, nonostante lo spettro possa
essere disturbato dall'interferenza tra le vibrazioni dei legami adiacenti. Anche
la IR, come altre forme di spettroscopia, fornisce impronte molecolari che una
persona dotata di un'esperienza adeguata può esaminare per determinare l'iden­
tità di una sostanza chimica.
Tutte queste tecniche di identificazione molecolare non sono appannaggio esclu­
sivo dei chimici che hanno fatto confusione con i loro recipienti, ma servono
anche a monitorare l'andamento delle reazioni e a identificare biomolecole di
grandi dimensioni con una precisione così elevata da poter rilevare la variazione
di un singolo amminoacido in una sequenza proteica molto lunga. La spettro­
metria di massa trova un vasto impiego nella scoperta di nuovi farmaci, nei test
antidroga, nell'analisi di campioni biologici per la diagnosi neonatale di certe
malattie (si veda il riquadro a p. 8 1 ) e per rilevare la presenza di contaminanti
nei prodotti alimentari.

idea chiave
Impronte molecolari
84 I le tecniche

2 1 La cristallografia
Tutto ciò che è in grado di sparare raggi X contro qualcosa
sa automaticamente di fantascienza, soprattutto quando
sfrutta un'attrezzatura che vale milioni.
La cristallografia, in realtà, è parte integrante della scienza
reale, ma questo non la rende meno straordinaria.

A pochi chilometri a sud di Oxford, in Inghilterra, circondato da distese di campi


verdeggianti, si erge un grande edificio dai riflessi argentati. Visto dalla strada che
lo costeggia può sembrare uno stadio, ma se vi capitasse mai di passare da quelle
parti, non lasciatevi ingannare. Al suo interno gli scienziati accelerano gli elet­
troni a velocità inimmaginabili per produrre fasci di luce dieci miliardi di volte
più brillanti del Sole. L'edificio ospita la Diamond Light Source, il complesso
scientifico più costoso che sia mai stato costruito nel Regno Unito.
Diamond è un acceleratore di particelle, proprio come il Large Hadron Collider,
con la differenza che le particelle al suo interno, anziché scontrarsi, vengono fo­
calizzate su cristalli grandi pochi millesimi di millimetro. Servendosi della luce
ultrabrillante di Diamond, gli scienziati sono in grado di scrutare nel cuore delle
singole molecole e di rivelare come sono interconnessi i loro atomi.
Visione a raggi X Diamond produce fasci di raggi X di altissima potenza.
Scoperti da Wilhelm Rontgen nel 1895, i raggi X sono alla base di più di un se­
colo di ricerche fondamentali per la comprensione di importanti molecole bio­
logiche, per le ricerche sui farmaci e persino per lo sviluppo dei materiali di punta
utilizzati nella costruzione di pannelli solari, edifici e sistemi di purificazione
delle acque. Gli aspetti teorici sono semplici: le proprietà dei raggi X diffusi da
una sostanza ci danno informazioni sulla disposizione tridimensionale degli atomi

linea del tempo


1 895 1 91 3 1 937 1 945
Wilhelm Riintgen Wi lliam Bragg e suo Hodgkin identifica Hodgkin identifica
scopre i raggi X figlio utilizzano i raggi X la struttura la struttura
per mappare gli atomi del colesterolo della penici llina
di un crista llo
la cristallografia f 85

all'interno delle sue molecole. La fi­


gura di diffusione è ricostruita a partire Dorothy Crowfoot
da una serie di punti corrispondenti
agli impatti dei raggi X nel rivelatore. Hodgkin ( 1 9 1 0- 1 994)
In pratica è tutt'altro che semplice. La
tecnica, chiamata· cristallografia a rag­ Hodgkin è ricordata come u n a delle più grandi
gi X, necessita di cristalli perfetti, for­ scienziate del XX secolo. Alla ricerca affia ncava
mati da strati di molecole rigidamente il lavoro di i nsegnante, e in laboratorio era molto
ordinate. Non tutte le molecole for­ apprezzata dai suoi studenti. Tra q uesti ci fu anche
mano facilmente un cristallo perfetto. Margaret Thatcher, che i n seguito sarebbe diventata
Il ghiaccio e il sale lo fanno, ma le mo­ Primo m i nistro della Gran Bretagna. Hodgkin ricoprì
lecole grandi e complesse, come le pro­ per molti a n n i la carica di rettore dell'Università
teine, hanno bisogno di un po' di di Bristol e si distinse per il sostegno alle cause
incoraggiamento. umanitarie. Il suo volto è apparso su due francoboll i
delle poste brita n n iche.
Per capire come far crescere un cri­
stallo perfetto possono volerci anni, o
addirittura decenni. È ciò che accadde
ad Ada Yonath quando decise di provare a creare dei cristalli di ribosoma. Il ri­
bosoma è la macchina che fabbrica le proteine all'interno delle cellule. È pre­
sente in tutti gli esseri viventi, compresi i microbi: conoscerne la struttura,
quindi, potrebbe rivelarsi prezioso nella lotta a un'infinità di malattie pericolose.
Il problema è che gli stessi ribosomi sono composti da un gran numero di proteine
e di altre molecole, per un totale di centinaia di migliaia di atomi organizzati se­
condo una struttura incredibilmente complessa.
Metodi cristallini Verso la fine degli anni '70 Yonath cominciò a cercare
di cristallizzare i ribosomi di alcuni batteri per poterli bombardare con fasci di
raggi X. I suoi sforzi durarono più di dieci anni, e quando infine riuscì a produrre
cristalli di qualità soddisfacente, si rese conto che le figure di diffrazione pro­
dotte dai raggi non erano di facile interpretazione, e che la risoluzione delle im­
magini era piuttosto bassa.
Fu solo nel 2000, dopo trent'anni di sforzi e di collaborazione con altri scienziati
(che avrebbero poi condiviso con lei il Nobel), che Yonath riuscì a generare

1 955 1 964 1 969 2009


Hodgkin identifica Hodgkin riceve il Nobel Hodgkin identifica Il Nobel per la Chimica
la struttura della per le sue ricerche la struttura va agli scienziati che hanno
vitamina 812 sulla struttura cristallina dell'insu l i na studiato la struttura
delle molecole biologiche cristallina del ribosoma
ae I 1e tecniche

immagini abbastanza nitide da rivelare la


I rivelatori struttura atomica del ribosoma. Fu comun­
que un trionfo. Quando si lanciò nell'im­
di raggi X presa, tutti pensavano che fosse impossibile.
Oggi le aziende farmaceutiche sfruttano le
Oggi g l i scienziati riescono a estrarre
strutture fornite da Yonath e dai suoi colle­
informazioni da crista l l i grandi come u n
ghi per cercare di progettare nuove sostanze
frammento d i q u e l l i utilizzati da Dorothy capaci di distruggere i batteri resistenti agli
Hodgkin negli a n n i '40, g razie a fasci
antibiotici.
di raggi X molto più potenti. La radiazione
è prodotta facendo circolare elettroni Ada Yonath, però, non è stata la prima donna
ad a lta velocità in u n acceleratore di particelle. ad aver dedicato un'intera carriera alla cristal­
G l i elettroni generano i mpu lsi di radiazione lografia. I primissimi esperimenti di cristallo­
elettromag netica (i raggi X), della stessa natura grafia a raggi X, infatti, furono opera di
della l uce visibile m a con una l u nghezza d'onda Dorothy Crowfoot Hodgkin, che a partire
molto più piccola. La l uce visibile non è adatta dagli anni '30 scoprì la struttura cristallina di
a l l o studio di strutture su scala atomica molte importanti molecole biologiche tra cui
per la sua lunghezza d'onda troppo grande: il colesterolo, la penicillina, la vitamina B12
ogni onda è più l u nga d i un atomo, e q u i ndi e - quando aveva già vinto il premio Nobel
non ne viene diffusa. I n u n esperimento tipico, - l'insulina. I dolori causati dall'artrite reu­
i cristal l i sono montati sull'equivalente di una matoide che la tormentò dall'età di 24 anni
capocchia di spillo e sono m a ntenuti a bassa non le impedirono di lavorare senza sosta per
temperatura per tutto il tempo in cui vengono smentire i suoi detrattori. Studiò la penicil­
attraversati dai raggi X. La d iffusione di q uesti lina durante la Seconda guerra mondiale,
ultimi è detta d iffrazione, e l'immagine quando la tecnica era ancora agli albori ed
che formano s u l rivelatore è detta era guardata con sospetto dagli altri ricerca­
figu ra di diffrazione. tori. Si sa con certezza che almeno uno dei
suoi colleghi chimici all'Università di Oxford
si fece beffe della struttura proposta da Hodg­
kin e che in seguito si sarebbe rivelata cor­
retta. Per trovarla le ci vollero solo tre anni:
per l'insulina, invece, più di trenta.
L'avvento dell'èra digitale Ai
tempi di Hodgkin, tutti i dati venivano re­
gistrati su lastra fotografica: i raggi X diffratti
I raggi X incidenti vengono diffusi dal cristallo dal cristallo colpivano la lastra posizionata
e producono milioni di puntini sul dispositivo alle sue spalle, lasciando una serie di mac­
ad accoppiamento di camera (CCD)
usato come rivelatore. chie la cui disposizione, secondo Hodgkin,
avrebbe dovuto rivelare la struttura atomica
la cristallografia I 87

della sostanza in esame. Oggi per la cristallografia a raggi X


ci si serve di rivelatori digitali, per non parlare dei nuovi,
potentissimi acceleratori di particelle come la Diamond
' Se quella è la
Light Source e dei computer capaci di gestire i dati e la mole formula della
di calcoli complicati necessari per la risoluzione delle strut­ penicillina, lascerò
ture. Fu Hodgkin che dopo aver utilizzato i computer del­ perdere la chimica
l'Università di Manchester per risolvere la struttura della e mi darò
vitamina B i 2 spinse affinché anche l'Università di Oxford se alla coltivazione
'
ne dotasse. Prima di allora, aveva dovuto affrontare tutte le
complessità matematiche potendo fare affidamento solo sulla
dei funghi. '
sua formidabile capacità di fare i calcoli a mente. Il chimico John Cornforth,
a proposito della lormula (giusta)
A quanto pare, la cristallografia a raggi X e i suoi sostenitori proposta da Dorothy Hodgkin
hanno avuto la meglio. Inizialmente ci fu sicuramente qual­
che scienziato che dubitò della sua utilità, ma a partire dagli
anni '60 le tecniche cristallografiche hanno risolto la struttura di più di 90 000
proteine e di altre molecole biologiche (si veda p. 148). La cristallografia a raggi
X è la tecnica di riferimento per studiare le strutture atomiche. In realtà, pur
trattandosi di un metodo consolidato, ci sono ancora dei problemi sostanziali da
superare. Dato che non è facile far crescere un cristallo perfetto, gli scienziati
hanno cercato un modo per studiare cristalli imperfetti. E infine, sessant'anni
dopo l'inizio delle lunghe ricerche di Hodgkin, gli scienziati della NASA sono
riusciti a migliorare i dati sui cristalli di insulina producendoli nello spazio: le
condizioni di microgravità della Stazione Spaziale Internazionale, infatti, per­
mettono di coltivare cristalli di qualità nettamente superiore.

idea chiave
Rivelare le strutture
delle singole molecole
88 I 1e tecniche

22 L'elettrolisi
All'inizio del XIX secolo, con l'invenzione della pila,
i chimici cominciarono a fare esperimenti con l'elettricità.
Ben presto misero a punto una nuova tecnica, l'elettrolisi,
che consentì loro di scindere le sostanze e scoprire nuovi
elementi, come il cloro.

Nel 1 875, un medico americano inventò una tecnica per distruggere le cellule pi­
lifere e bruciare le ciglia incarnite dei suoi pazienti, e la chiamò «elettrolisi» . Oggi
quel metodo è ancora utilizzato per rimuovere i peli non graditi. Il sistema di de­
pilazione, però, ha ben poco in comune con una tecnica elettrolitica altrettanto
rivoluzionaria impiegata quello stesso anno nella scoperta del gallio, un elemento
metallico di colore argenteo. A dire il vero, un elemento comune c'è, e si intui­
sce dal nome: entrambe le tecniche hanno bisogno di elettricità.
Nel 1875, il secondo tipo di elettrolisi era conosciuto da più di un secolo e aveva
già rivoluzionato la chimica ottocentesca. Quindi è meglio non confondere mai
il metodo della chimica sperimentale con il sistema per depilare definitivamente
le gambe. L'elettrolisi ebbe anche un impatto fondamentale sulla sanità pubblica,
perché finì per diventare il metodo standard per l'estrazione del cloro dall'acqua
salata (il cloro è il disinfettante utilizzato per mantenere pulite le piscine e per
rendere non patogena l'acqua potabile). A quell'epoca, però, è più probabile che
fosse conosciuta come il metodo impiegato dal celebre scienziato e professore della
Royal lnstitution, Humphry Davy (si veda p. 48), per separare una serie di ele­
menti comuni - tra cui il sodio, il calcio e il magnesio - dai loro composti.
La scissione dell'acqua Anche se i più celebri esperimenti sull'elettro­
lisi sono associati al nome di Davy, il merito della sua invenzione, avvenuta nel
1800, va a un chimico poco conosciuto, William Nicholson, e al suo amico, il

linea del tempo


marzo 1 800 line del 1 800 1 854
Alessandro Volta descrive William Nicholson John Snow dimostra
la pila in una lettera e Anthony Carlisle che l'acqua può essere
alla Royal Society inventano l'elettrolisi vettore di malattie
l'elettrolisi I ae

L'argentatura e la doratura
N e l l 'argentatura e nella doratura si util izza metodo consente d i utilizzare un elettrodo
l'elettrol isi per depositare u n o strato sottile in oro per rivestire un gioiello o la custodia
d i u n materiale più costoso su uno più di uno smartphone. La soluzione i n cui sono
economico. L'oggetto meta ll ico agisce i m mersi gli elettrodi è detta elettrolita.
come uno deg l i elettrodi in quella che viene batteria
chiamata «cella elettrolitica» . Potete
argentare un cucchiaio collegandolo
a u n a batteria e immergendolo
in u na soluzione di cianuro di argento
in acqua. Il cucchiaio diventa l'elettrodo
negativo e attrae gli ioni argento presenti
nell'acqua, carichi positivamente.
La dispon i b i l ità di ioni argento è gara ntita
cucchiaio
dall'impiego di un pezzo di argento come
elettrodo positivo: in pratica, l'argento viene
trasferito da u n elettrodo all'altro. Lo stesso

chirurgo Anthony Carlisle. Affascinati da una serie di esperimenti condotti al­


l'inizio di quell'anno dall'inventore della pila, Alessandro Volta, i due avevano
cercato di replicarli. A quel tempo la pila di Volta era, letteralmente, una pila di
dischi di metallo e stracci imbevuti connessa a due fili conduttori. Incuriositi dal
fatto che quando uno dei fili della pila toccava una goccia d'acqua quest'ultima
produceva bolle di idrogeno, i due presero i fili e li immersero entrambi alle due
estremità di un tubo pieno d'acqua. Il risultato fu la comparsa di bolle di ossigeno
a un estremo e di idrogeno all'altro. Nicholson e Carlisle avevano utilizzato l'elet­
tricità per spezzare i legami tra gli atomi delle molecole d'acqua, scindendole nei
loro elementi costituenti.

1 892 1 908
L'elettrolisi viene usata Il cloro viene util izzato
su scala ind ustriale per la prima volta
per produ rre cloro nell'acqua potabile
dall'acqua salata
90 I 1e tecniche

Nicholson, docente, autore e traduttore affermato che pubblicava già una sua
rivista scientifica molto popolare, non ebbe dubbi su dove presentare i risultati.
Sul «Joumal of Natural Philosophy, Chemistry and the Arts» , soprannominato
affettuosamente «Nicholson's Joumal» , si poté leggere ben presto un articolo
che annunciava l'alba di una nuova èra: quella dell'elettrochimica.
L'elettrochimica La pila di Volta fu adottata e adattata - finendo per as­
somigliare sempre più a una batteria moderna - e in poco tempo gli scienziati im­
pararono a servirsi dell'elettrolisi per ogni sorta di esperimenti chimici
interessanti. Davy isolò il calcio, il potassio, il magnesio e altri elementi, men­
tre il suo rivale svedese, Jons Jacob Berzelius, lavorava alla se­
parazione
' Il grande un composto di vari sali disciolti in acqua. In chimica, un sale è
formato da ioni le cui cariche si annullano a vi­
interrogativo sulla cenda. Nel sale da tavola - cloruro di sodio - gli ioni sodio
scomposizione sono carichi positivamente, e gli ioni cloro negativamente. Il
dell'acqua [ ... ] trova una sodio può anche formare un sale color giallo brillante con gli
conferma potente negli ioni cromato (Cr04 ) : il composto risultante, il cromato di
esperimenti realizzati sodio, è molto più bello da vedere del sale da tavola ma è
per la prima volta anche tossico e non commestibile.
dal signor Nicholson Arriviamo così a ciò che oggi sappiamo sull'elettrolisi, per­
e dal signor Carlisle. ' ché in effetti è tutta una questione di ioni (si veda il riqua­
dro a p. 1 9) . Quando un sale viene disciolto in acqua, si
John Bostock,
scinde negli ioni positivi e negativi che lo compongono.
ccNicholson's Journal»
Nell'elettrolisi, questi sono attratti dagli elettrodi di carica
opposta. Gli elettroni entrano nel circuito dall'elettrodo negativo, consen­
tendo, ad esempio, agli ioni argento (si veda il riquadro a p. 89) di ricoprirlo
con un deposito di atomi neutri. Contemporaneamente, gli ioni negativi at­
tratti dall'altro elettrodo fanno il contrario: cedono gli elettroni in eccesso e
diventano neutri anch'essi.
Certi sali, come il comune sale da tavola, contengono ioni sodio, carichi positi­
vamente come gli ioni argento ma più reattivi. Quando si separano dal cloro si
uniscono immediatamente agli ioni idrossido (OH-) presenti nell'acqua che
funge da elettrolita e formano idrossido di sodio. Così, invece degli ioni sodio,
l'elettrodo negativo attrae ioni idrogeno, che vengono neutralizzati dagli elet­
troni e liberati sotto forma di bolle di idrogeno gassoso.
Una rivoluzione pulita La produzione industriale del cloro per elettro­
lisi si basa su un apparato sperimentale identico. In sostanza, per produrre il cloro
l'elettrolisi 1 91
basta far passare una corrente elettrica
in acqua di mare. L'idrossido di sodio
ottenuto come prodotto secondario è L'elettricità
noto anche come soda caustica e può
essere combinato con l'olio per pro­ La «pila voltaica» fu la prima sorgente stabile
durre sapone. d i elettricità. Prima d i allora, per intrappolare
e immagazzinare l'elettricità prodotta sotto forma
Negli stessi anni che videro l'afferma­ di scarica da un generatore elettrostatico manuale
zione dell'elettrochimica, gli scienziati venivano utilizzate bottiglie d i Leida rivestite
cominciarono a mettere a fuoco il pro­ di una lamina meta llica. Per immagazzinare l'elettricità,
blema della trasmissione delle malattie le prime bottiglie erano riempite d'acqua o addirittura
attraverso l'acqua. A metà dell'Otto­ di birra, ma a un certo p u nto gli scienziati capirono
cento si credeva ancora che ci si am­ che era nella l a m ina, e non nel l i q u ido, che si
malasse di colera respirando miasmi di accum u lava realmente la carica.
«aria cattiva» . Nel 1 854, però, nel
corso di un'epidemia di colera scop-
piata a Londra, John Snow raffigurò su
una mappa la distribuzione dei casi registrati e dimostrò che la gente contraeva
l'infezione dall'acqua sporca di una pompa di Soho. Divenne così uno dei primi
epidemiologi.
Nel giro di qualche decina di anni il cloro, prodotto dall'elettrolisi, venne adot­
tato come disinfettante per proteggere la popolazione dai microbi presenti nel­
l'acqua potabile. La prima città a impiegarlo per la propria rete idrica fu Jersey
City, nello Stato americano del New Jersey. Il cloro è utilizzato anche nella can­
deggina e in un gran numero di farmaci e insetticidi. Oggi, in certi casi, le bolle
di idrogeno prodotte dall'elettrolisi dell'acqua salata sono raccolte e utilizzate
nelle celle a combustibile per produrre nuova elettricità.

idea chiave
L'elettricità scinde
i composti chimici
e2 I 1e tecniche

23 Dal silicio
al computer
Può darsi che a casa vostra esistano decine, o addirittura
centinaia di migliaia di microprocessori. Ognuno di questi,
oltre a costituire un'impresa ingegneristica fenomenale,
è anche frutto di alcune importanti scoperte della chimica.
Fu un chimico a incidere le prime tracce in un wafer di silicio,
e anche se oggi i chip sono molto più piccoli di quelli prodotti
50 anni fa, la chimica del silicio resta la stessa.

Poche tecnologie hanno avuto un impatto così profondo sulla società e sulla cultura
umana come il chip di silicio. La nostra vita è governata da computer, smartphone
e da mille altri dispositivi elettronici formati da chip e microchip. La miniaturizza­
zione dei circuiti e dei dispositivi ci ha letteralmente messo in tasca un computer con
tutta la sua potenza di calcolo e ha modificato il nostro modo di vivere.
Eppure a volte ci si dimentica di menzionare una delle scoperte chimiche fonda­
mentali che rese possibile la realizzazione del chip di silicio. L'invenzione del circuito
integrato è attribuita comunemente a Jack Kilby della Texas Instruments, che
avrebbe poi vinto il Nobel per la Fisica, e si parla spesso dei Bell Laboratories (o Bell
Labs) che realizzarono i primi transistor, ma il chimico dei Bell Labs Carl Frosch e
il suo tecnico, Lincoln ( «Link») Derick, vengono citati per lo più di sfuggita.
La «matricola» Frosch Il motivo, forse, è che di Frosch non si sa molto.
Si è scritto pochissimo sugli inizi della sua carriera o sulla sua vita privata. Che
avesse talento scientifico fu chiaro quando era ancora un ragazzo: sulla «Sche­
nectady Gazette» di New York del 2 marzo 1929, a fianco di una pubblicità dei «fa­
volosi piselli in scatola Mohican» , troviamo un'immagine sgranata in bianco e

linea del tempo


1 948 1 954 1 957
I Beli Labs realizzano Frosch e Deric k I Beli Labs uti l izzano
il primo transistor fanno crescere uno strato u n «fotoresist» per trasferire
di ossido di silicio lo schema di un circuito
su u n wafer d i silicio su una superficie di sil icio
dal silicio al computer 1 93
nero che raffigura un meditabondo Frosch ventunenne. L'articolo che accom­
pagna la fotografia ne annuncia l'elezione alla confraternita scientifica onoraria
Sigma XI, il «massimo riconoscimento» per uno studente di materie scientifiche.
Dopo di che, però, nessuna notizia per più di un decennio.
Nel 1943 Frosch lavorava già per i Bell Labs, presso i Chemical Laboratories di
Murray Hill. Allen Bortrum, un collega, lo ricorda come una persona modesta,
anche se doveva avere uno spirito competitivo perché nel numero di giugno del
«Bell Laboratories Record», la rivista aziendale, è immortalato mentre riceve un
trofeo per il miglior punteggio del campionato di bowling di Murray Hill. Cin­
que anni più tardi, i Bell Labs presentarono il primo transistor, realizzato in ger­
manio. Negli anni successivi, versioni più piccole di quell'interruttore elettronico
in miniatura si sarebbero ammassate sui microprocessori - dapprima a milioni,
poi a miliardi - ma per riuscirci sarebbe stato necessario passare al silicio. Fu-

La fabbricazione dei chip


U n o dei primi, semplici schemi che Frosch Per trasferire gli schemi dei circuiti sui wafer
i ncise s u i suoi wafer fu la scritta «THE E N D » . di silicio, infatti, si adottò la tecnologia
In parole povere, la fabbricazione impiegata per realizzare i circuiti stampati.
di u n circuito i ntegrato o del chip Oggi siamo in grado di i ncidere schemi molto
di u n computer, è come u n a stampa complessi e di appl icare più maschere
comb i n ata con l o svi l u ppo di una fotografia. s u l l o stesso wafer di silicio.

I l processo di fotolitografia

maschera incisione del Si02


rimozione
sviluppo del fotoresist

wafer di silicio strato d i ossido d i silicio

1 958 1 965 2005


Jack Kil by, della Texas Sulla rivista «E lectronics» Il n u mero di componenti elettriche
l nstruments, inventa viene enu nciata per la prima presenti su un microprocessore
il circuito integ rato volta la legge di Moore raggiunge il m i l iardo
94 I le tecniche

rono Frosch e Derick, un ex pilota


da caccia, a compiere la scoperta
Il drogaggio che ha dato il nome alla Silicon
Valley.
Il silicio presenta q u attro elettron i nel l ivel l o più esterno,
che in un cristal lo sono condivisi con a ltri q uattro atomi:
Un'idea fulminante Negli
in totale, ogni atomo possiede q u attro coppie di elettron i
anni '50 i transistor erano fabbri­
condivisi. Quando si aggiunge come drogante il fosforo, cati con il cosiddetto processo di
che nel l ivello p i ù esterno possiede cinque elettro n i ,
diffusione, in cui i droganti - so­
si i ntroduce u n elettrone « libero» c h e p u ò m u oversi
stanze chimiche che alterano le
nel cristallo di s i l icio agendo da portatore di carica.
proprietà elettriche di un mate­
Un drogaggio di q u esto tipo produce silicio di «tipo n » :
riale - venivano caricati per diffu­
i portatori d i carica sono g l i elettroni, carichi sione gassosa in wafer sottilissimi
negativamente. Nell'altra tipologia di drogaggio, i l «tipo
di silicio o germanio a tempera­
p», la carica libera è positiva e nasce dalla mancanza ture molto elevate. A quel punto
di un elettrone. Vi sembra stra no? Il boro, un drogante non esistevano ancora i circuiti
di tipo p, presenta nel l ivello più esterno un elettrone integrati. Ai Bell Labs, Frosch e
in meno del silicio. L'effetto è la creazione, nella struttura
Derick stavano cercando di mi­
del cristallo, di u n «buco elettronico», u na lacuna là dove
gliorare il metodo di diffusione.
avrebbe dovuto esserci u n elettrone. Anche le lacune Erano già passati al silicio, visto
possono agire da portatori di carica, attraverso
che il germanio presentava spesso
la ricombinazione con gli elettron i . dei difetti, ma non avevano la
strumentazione adatta, e Frosch fi­
niva sistematicamente per brucia­
re i wafer.
Gli esperimenti di Frosch e Derick consistevano nel mettere un wafer in una
fornace ed esporlo a un flusso di idrogeno gassoso contenente la sostanza dro­
gante. Un giorno, Derick tornò in laboratorio e scoprì che il flusso di idrogeno
aveva dato fuoco ai wafer. Analizzandoli, però, scoprì con stupore che erano lu­
cidi e brillanti: c'era stata una contaminazione di ossigeno che aveva provocato
la combustione dell'idrogeno e la formazione di vapore. Quest'ultimo aveva rea­
gito con il silicio, formando un rivestimento vetroso di ossido di silicio. Oggi
l'ossido di silicio svolge un ruolo cruciale nella fotolitografia, il metodo utilizzato
tuttora per fabbricare i chip di silicio.
Sciacquare e ripetere Nella fotolitografia, lo schema del circuito inte­
grato viene inciso sullo strato di ossido di silicio. A tale scopo, l'ossido viene ri­
coperto da uno strato di fotoresist, un materiale fotosensibile, al quale viene
applicata una maschera che riproduce più copie del circuito, per poter creare
dal silicio al computer 1 95
molti chip contemporaneamente. Le zone del fo­
toresist che non sono protette dalla maschera ' Il silicio, naturalmente,
reagiscono con la luce e vengono rimosse con un è l'ingrediente cruciale,
lavaggio, esponendo lo schema da realizzare. A senza il quale gran parte
quel punto si può incidere il circuito nello strato
lucido di ossido di silicio sottostante.
della fiorente industria
dei semiconduttori
Frosch e Derick si resero conto che potevano oggi non esisterebbe
sfruttare lo strato di ossido di silicio per proteg­ nemmeno. ,
gere il wafer durante il processo di diffusione ad
alta temperatura e per definire le aree da sotto- Nick Holonyak Jr., inventore del LED
porre a drogaggio. Il boro e il fosforo (si veda il ri-
quadro a p. 94) non riuscivano a oltrepassare lo
strato di ossido di silicio, ma con l'incisione di opportune finestre divenne pos­
sibile diffondere i droganti in punti ben precisi. Nel 1 957 Frosch e Derick pub­
blicarono i dettagli della loro scoperta in un articolo sul «Journal of the
Electrochemical Society», sottolineandone il potenziale per la realizzazione di
«schemi di superficie precisi».
L'industria dei semiconduttori, impegnata nel tentativo di fabbricare più transi­
stor a partire da un singolo wafer, colse al volo l'idea. Dopo appena un anno
Kilby inventò il circuito integrato, un dispositivo in cui tutte le componenti
erano realizzate simultaneamente a partire da un'unica fetta di materiale semi­
conduttore. Il suo «chip» , in realtà, era a base di germanio, ma dal momento
che uno strato di ossido di germanio non può funzionare come barriera, si finì per
passare al silicio. Grazie ai computer oggi si possono progettare schemi estrema­
mente complessi che vengono poi trasferiti su wafer di silicio con la tecnica della
maschera di ossido. Nel 1965, Gordon Moore, il fondatore della lntel, predisse
che il numero di componenti su un microprocessore sarebbe raddoppiato ogni
anno (in seguito corresse la stima a ogni due anni). Grazie ai progressi compiuti
dalla fotolitografia siamo riusciti a tenere il passo con la sua previsione: nel 2005
abbiamo sorpassato il miliardo di componenti.

idea chiave
La chimica del silicio
è in ogni smartphone
ee I 1e tecniche

24 Strutture
autoassemblanti
Le molecole sono troppo piccole per essere osservate
con i normali microscopi, e questo impedisce agli scienziati
di manipolarle con gli strumenti abituali. Quello che possono
fare, invece, è riprogettare le molecole in modo che si
organizzino autonomamente. Le strutture autoassemblanti
potrebbero essere impiegate nella costruzione di dispositivi
e macchine in miniatura che non avrebbero nulla da invidiare
ai libri di fantascienza.

Se doveste fabbricare da soli un cucchiaio, come fareste? Quale sarebbe il vostro


primo istinto? Andreste alla ricerca di un pezzo di metallo, o forse di un ramo,
per poi batterlo o scavarlo fino a fargli assumere la forma desiderata? Potrebbe es­
sere il modo più ovvio, ma non l'unico. Un metodo alternativo - per quanto in
un primo momento possa sembrare più noioso - sarebbe quello di raccogliere
centinaia di frammenti di metallo, o di schegge di legno, e incollarli dando al­
l'insieme la forma di un cucchiaio.
Il primo è quello che i chimici chiamano approccio «dall'alto» : prendete un pez­
zo di materiale e lo modellate fino a fargli assumere la forma e le dimensioni de­
siderate. Il secondo metodo segue la direzione opposta, «dal basso» . Invece di
ridurre le dimensioni del materiale grezzo, si parte da pezzi più piccoli. Certo,
quest'ultima modalità sembra implicare un sacco di fatica in più; immaginate,
però, se invece di dover essere voi a incollare tutti i pezzi, questi lo facessero da
soli. Le cose diventerebbero decisamente più semplici.

Autoassemblaggio Primo monostrato I l gruppo d i Nadrian


in vitro del virus del autoassemblato Seeman fa autoassemblare
mosaico del tabacco di molecole di tiol ato alchilico u n cubo di DNA
strutture 111toassemblm1ti I e1

Un tocco di bacchetta magica Nel­


l'autoassemblaggio molecolare avviene proprio
una cosa del genere, ma su scala molto più pic­
cola. In natura, niente viene costruito dall'alto. I monostrati
Il legno, l'osso, il filamento di seta di un ragno:
sono tutti materiali assemblati una molecola
autoassemblati
dopo l'altra, spontaneamente. Quando si forma I monostrati a utoassemblati sono strati
la membrana esterna di una cellula, ad esem­ di spessore pari a u n a molecola che
pio, le particelle lipidiche da cui è composta si si formano i n m a niera ordinata
organizzano in uno strato che diventa l'involu­ su u n a s uperficie. L'effetto fu sfruttato
cro della cellula. la prima volta negl i a n n i '80 per assemblare

Se riuscissimo a trovare un modo per creare og­ su una superficie uno strato di molecole

getti che si autoassemblano, come in natura, dal di alch i lsilano prima, e a l canetiolo poi.

basso, avremmo fatto una vera e propria magia, Lo zolfo presente nella molecola d i alcanetiolo

come quando, nei film di Harry Potter, un incan­ ha u n'alta affinità per l'oro, e q u i ndi aderirà

tesimo e un colpo di bacchetta mettono ogni cosa a u n a superficie dorata. Modificando

al suo posto. Potremmo assemblare i componenti il resto della molecola è possibile creare

di un computer una molecola dopo l'altra, realizc film sottili con proprietà chimich e diverse.

zando chip così piccoli da riuscire a comprimere Collegando a l l a molecola un anticorpo

la potenza di calcolo della NASA nel vostro te­ o un frammento di D NA, ad esempio,

lefonino (beh, quasi). Si potrebbero costruire di­ si può realizzare u n monostrato da i mpiegare

spositivi medici capaci di entrare nel nostro corpo nella diagnostica medica.

per ripulire le arterie otturate, diagnosticare i tu­


mori o far giungere un farmaco nel punto esatto
in cui è in corso un'infezione.
Tutto questo può sembrare fantascientifico, ma qualcosa sta già accadendo. Nei
laboratori di molti Paesi gli scienziati stanno realizzando sistemi di autoassem­
blaggio in cui le particelle si uniscono spontaneamente. Gli approcci possibili
sono due: le particelle vengono guidate nella posizione finale seguendo un mo­
dello realizzato con tecniche «dall'alto» più tradizionali, oppure contengono di­
rettamente al proprio interno le specifiche della struttura da realizzare. Queste,
di solito, sono definite da chi lavora nell'ambito delle nanotecnologie (si veda
p. 1 80). Le molecole autoassemblanti possono essere utilizzate per creare strati

2006 201 3
Paul Rothem und descrive Ricercatori inglesi sviluppano u n test
il primo caso di DNA che per MRSA basato su un monostrato
si piega come un origami autoassemblato m i rato
all'identificazione del DNA batterico
ea I 111 tecniche

sottilissimi di materiali spe­


L'autoassemblaggio ciali, o dispositivi microscopi­
ci. I materiali e le strutture con
nei cristalli liquidi cui lavorano i nanotecnologi
hanno dimensioni dell'ordine
La maggior parte degli schermi tv moderni sono composti del milionesimo di millimetro:
da molecole allo stato di cristallo liquido {si veda p. 24), ha più senso, quindi, assem­
in cui un certo grado di regolarità spaziale si combina con proprietà blarli molecola su molecola an­
simili a quelle dello stato fluido. Le molecole si dispongono ziché adoperare materiali e
spontaneamente in un certo modo, ma quando sono sottoposte
strumenti che a confronto ap­
all'azione di un campo elettrico si riorganizzano, producendo
paiono giganteschi.
l'immagine che vediamo sullo schermo. Gli scienziati hanno
identificato molti materiali dotati delle caratteristiche dei cristalli Come un origami Ov­
liquidi e capaci di autoassemblarsi. Si pensa, ad esempio, viamente a nessuno di voi in­
che la sostanza di cui è fatta la cuticola di alcuni insetti e crostacei teressa costruire un cucchiaio
si formi per autoassemblaggio allo stato di cristallo liquido. a grandezza naturale in que­
Manipolando in maniera originale la disposizione spaziale sto modo, ma se voleste rea­
di sostanze del genere si potrebbero creare nuovi materiali. lizzare un nanocucchiaio,
In uno studio del 2012, alcuni scienziati canadesi hanno dimostrato l'autoassemblaggio costitui­
che con i cristal l i di cellulosa di abete rosso è possibile produrre rebbe sicuramente la strada
una pellicola iridescente su cui immagazzinare informazione criptata da percorrere. Gli scienziati
con varie tecniche di i l l u minazione. In un altro studio ci si è serviti dell'Università di Harvard,
di cristalli liquidi di cellulosa per realizzare una microscopica negli Stati Uniti, hanno fatto
«macchina a vapore» alimentata dall'umidità: il vapore acqueo ancora di meglio. Nel 2010,
presente nell'aria modifica la disposizione dei cristal l i di una cinghia partendo da molecole autoas­
realizzata a partire da una pellicola di cellulosa, creando una semblanti, hanno realizzato
tensione meccanica che mette in movimento le ruote del d ispositivo.
quelli che il loro chimico di
punta, William Shih, ha defi­
Motore a cellu losa alimentato d all'umidità
nito «piccoli coltellini sviz­
A. zeri» . I ricercatori hanno
approfittato di ciò che offriva
la natura, sfruttando la capa­
cità dei filamenti di DNA (si
veda p. 136) di ripiegarsi su se
stessi assumendo una struttura
tridimensionale. Più che a col­
tellini svizzeri, in realtà, le
Il momento torcente esercitato sui L'umidità accorcia l a pellicola da u n strutture realizzate assomiglia­
d u e lati della ruota d a l l a tensione lato; i l momento torcente risultante
della pellicola è bilanciato. non è più n u l lo e la ruota si mette no di più all'intelaiatura di una
in movimento in senso orario. tenda microscopica, con tanto
strutture autoassemblanti I se

di montanti e paletti che garantiscono una ' È la differenza che esiste


rigidità e una robustezza incredibili. Proget­ tra realizzare una nanostruttura
tando il codice del DNA in modo da per­
mettere alle molecole di piegarsi solo in un utilizzando l'equivalente
certo modo, gli scienziati sono riusciti a ot­ di un paio di nanobacchette
tenere esattamente la struttura desiderata. per assemblare una molecola
dopo l'altra, e lasciare che
Non si è trattato certamente del primo esem­
pio di nanoingegneria del DNA: i ricercatori
le molecole facciano quello
di Harvard hanno sfruttato i risultati ottenuti che meglio sanno fare:
fino ad allora da chi si era già cimentato nel­ autoassemblarsi. ,
l'arte del cosiddetto «origami di DNA», ma John Pelesko
si sono spinti un po' più in là. Non è chiaro a
cosa possa servire l'intelaiatura di una nanotenda, ma l'analogia con l'origami fa in­
tuire alcune delle applicazioni possibili. Così come lo stesso foglio di carta può assu­
mere le sembianze di un bellissimo uccello o di uno scorpione dall'aculeo minaccioso,
il DNA è una molecola versatile, che può adottare qualsiasi forma o struttura, a patto
che chi lo progetta sia capace di codificarla nella sequenza delle basi.
Shih e i suoi colleghi sono bioingegneri. Lavorano con materiali biologici e cer­
cano di risolvere problemi biologici, con l'obiettivo di sviluppare strutture simili
a intelaiature da utilizzare nel corpo umano sfruttando la loro biocompatibilità.
La loro robustezza e la loro rigidità, ad esempio, potrebbero rivelarsi utili nella
medicina rigenerativa, per la riparazione o la sostituzione di tessuti e organi dan­
neggiati a partire da intelaiature di tessuto realizzate in laboratorio. Nel frat­
tempo, gli scienziati che si occupano di elettronica stanno lavorando su altri
materiali per sviluppare strutture autoassemblanti da impiegare nella fabbrica­
zione di minisensori ed elettronica a basso costo.
L'arte nella scienza Il metodo dell'autoassemblaggio può sembrare una
sorta di magia, ma ci vuole uno scienziato molto competente per farlo funzionare.
A rigor di logica, l'autoassemblaggio in sé non è nemmeno un metodo: è solo un
effetto che si manifesta dopo che è stata fatta la parte più dura del lavoro. La
vera arte sta nella progettazione di molecole, materiali e dispositivi capaci di au­
toassemblarsi. Gli scienziati non stanno semplicemente fabbricando dei cucchiai:
stanno progettando i materiali che fabbricheranno i cucchiai da sé.

idea chiave
Molecole che si organizzano da sole
1 00 I 1e tecniche

25 Un laboratorio
grande come un chip
La tecnologia lab-on·a-chip (LOC) ha le carte in regola
per cambiare il modo di fare medicina, grazie alla possibilità
di compiere test rapidi in qualsiasi ambito, dalle intossicazioni
alimentari all'Ebola, senza possedere competenze specialistiche.
Esistono già chip capaci di compiere centinaia di esperimenti
alla volta e così piccoli da poter essere trasportati in tasca.

Andate dal medico con un misterioso mal di pancia, con la vana speranza di non
udire la temutissima frase «mi servirà un'analisi delle feci» . Già, prima o poi, nel
corso della propria vita, quasi ognuno di noi ha dovuto riempire un contenitore
di plastica con un po' dei propri escrementi e consegnarlo con imbarazzo al cen­
tro di analisi. Fortunatamente, non appena lo consegnerete finirà dritto in la­
boratorio e non lo vedrete mai più. In un futuro non così distante, però, il medico
potrebbe essere in grado di analizzare il campione immediatamente e darvi i ri­
sultati nell'arco di un quarto d'ora.
Nel 2006, un gruppo di ricercatori statunitensi dichiarò di essere prossimo a realiz­
zare, nell'ambito di un progetto finanziato dai National lnstitutes of Health, una
«scheda enterica usa e getta» capace di identificare microbi come Escherichia coli e
Salmonella con una serie di test paralleli su un campione di feci, e tutto con un solo
microchip. Dopo aver identificato con una serie di anticorpi le molecole espresse
dalla superficie dei microbi, il dispositivo ne avrebbe estratto e analizzato il DNA.
Sembra una soluzione incredibilmente ingegnosa, sebbene un po' disgustosa. La
scheda enterica, però, non è un caso isolato. I cosiddetti test «point-of-care», effet­
tuati là dove il paziente è in cura, potrebbero essere il prossimo grande affare della sa-

linea del tempo


1 992 1 995 1 996
La tecnologia dei m icrochip viene applicata Primo utilizzo Identificazione del
allo sviluppo di un microdispositivo di un microdispositivo DNA di Salmonella
per la separazione delle molecole per sequenziare i l DNA con un chip
in u n sistema d i capillari in vetro
un laboratorio grande come un chip I 1 01

nità, e molti di loro si basano sulla tecnologia «lab-on­


a-chip». Esistono già dispositivi capaci di diagnosticare
attacchi cardiaci e di monitorare il conteggio dei linfo­
Un lavoro
citi T nei pazienti affetti da HIV. In futuro, chip dia­ da detective
gnostici poco costosi potrebbero svolgere un ruolo
cruciale nel monitoraggio della diffusione delle epide­ L'analisi veloce delle sostanze chimiche
con i chip potrebbe rivelarsi utile anche
mie. Il loro grande vantaggio è che per usarli non c'è
nell'identificazione delle frodi, ad esempio
bisogno di alcuna conoscenza specialistica: è come di­
nel doping sportivo o nell'ad u lterazione
sporre di un esperimento automatizzato che occupa il
a l imentare. Con u n dispositivo !ab-on-a-chip
palmo di una mano. Tutto quello che un medico deve
si potrebbero effettuare test i n parallelo
fare è aggiungere una piccola quantità del campione da
su molti farmaci illeciti o non autorizzati
analizzare e inserire la scheda in un lettore.
in ambito sportivo, e si otterrebbe
I microchip incontrano il DNA Il concetto la risposta i n pochi m inuti.
di «lab-on-a-chip» vide la luce quando gli scienziati si
resero conto di poter sfruttare la tecnologia di fabbrica­
zione dei microchip tradizionali (si veda p. 92) per creare versioni in miniatura degli
esperimenti di laboratorio più comuni. Nel 1992, alcuni ricercatori svizzeri dimo-
strarono di poter realizzare un'elettroforesi capillare, una normale tecnica di separa-
zione (si veda il riquadro a p. 77), su un dispositivo dotato di un chip. Nel 1994, il
gruppo diretto dal chimico Adam Woolley all'Università della California di Berke-
ley era già in grado di separare il DNA servendosi di canali microscopici ricavati in
un chip di vetro; poco tempo dopo, gli stessi scienziati riuscirono a sequenziare il
DNA con dei chip. Oggi il sequenziamento di DNA su chip di vetro e polimeri è
forse l'applicazione più importante della tecnologia: i chip esistenti possono sequen-
ziare centinaia di basi in parallelo e produrre i risultati nell'arco di pochi minuti.
Il sequenziamento su chip non è un'impresa da poco. Solitamente viene realiz­
zato mediante una tecnica, la PCR (dall'inglese Polymerase Chain Reaction)
impiegata in biologia molecolare da molto tempo. La reazione richiede la possi­
bilità di riscaldare e raffreddare ripetutamente il DNA. Per riuscire a farlo su un
chip, è necessario riscaldare i campioni contenuti nei canali e obbligarli ad at­
traversare una serie di camere di reazione mantenute a temperature differenti, il
cui volume non supera il millesimo di millilitro. Vista la dimensione infinitesi­
male dei volumi di liquido in gioco, una delle componenti più importanti della

1 997 201 2 201 4


U n m icrochip effettua u n Viene prevista la nascita Viene lanciata l'idea
sequenziamento d i DNA di una tecnologia d i « internet della vita»
su canali paralleli «lab-on-a-smartphone»
per il monitoraggio medico
1 02 I 1e tecniche

L'internet della vita


Avrete sentito parlare dell'«internet delle cose», di Ebola, identificare n uovi ceppi di tubercolosi
un concetto nato dalla constatazione che il mondo resistenti ai farmaci e, chissà, riuscire a sfruttare
in cui viviamo è popolato da dispositivi sempre tutte q ueste informazioni per contribuire
più intelligenti che u n giorno potrebbero essere ad arrestare il contagio.
collegati tutti a u n a stessa rete. Smartphone,
frigoriferi, tv e persino il vostro cane: potrebbero Dispositivo diagnostico POCT (point-of-care testin g )
diventare tutti membri della rete, attraverso i loro
m icrochip. I ricercatori della QuantuM Dx,
un'azienda di Newcastle upon Tyne, in Inghilterra,
stan no pensando a un' «internet della vita»
capace di integrare i dati prodotti da tutti
i dispositivi lab-on-a-chip del pianeta. La loro
proposta è che i dati dei sequenziamenti
di DNA generati da dispositivi a chip siano
georeferenziati, cioè associabili a una posizione
geografica precisa. I n q uesto modo,
gli epidemiologi potrebbero osservare
l'evoluzione delle malattie in tempo reale
con un livello di dettaglio mai visto prima.
Potrebbero monitorare la diffusione della malaria,
seguire l'evoluzione del virus dell'influenza,
aiutare a p revedere l'insorgere di nuovi focolai rilascio del campione
reazione d e l campione

tecnologia lab-on-a-chip è la cosiddetta microfluidica, da cui dipendono le caratte­


ristiche principali dei chip diagnostici.
Le tecnologie basate sui chip, tuttavia, hanno molte altre applicazioni. Dal punto di
vista di un chimico, i canali e le camere di reazione di un chip consentono di por­
tare a termine reazioni e analisi in maniera controllata e ripetibile con campioni
troppo piccoli per essere manipolati direttamente dalla mano dell'uomo. I biologi po­
trebbero intrappolare singole cellule nelle camere di reazione e testare simultanea­
mente l'effetto di diverse sostanze chimiche o di trasmettitori biologici. Chi lavora
alla produzione di nuovi farmaci potrebbe servirsene per mescolare quantità minu­
scole di farmaci diversi e velocizzare i test sul loro effetto combinato. In tutte que­
ste aree, lavorare con quantità di materiale così modeste aiuterebbe a ridurre al
minimo i costi e la produzione di scarti.
un laboratorio grande come un chip I 1 03
I chip, inoltre, potrebbero rivelarsi utili anche nella
formulazione e nel trasporto dei farmaci, ad esempio ' [Esiste] una tecnologia
attraverso la creazione di micro o nanocapsule, o mi­ molto vasta, oggi,
surando e controllando la somministrazione in vena in grado di scavalcare
così da ridurre gli effetti collaterali associati all'au­ il coinvolgimento
mento improvviso dei livelli di farmaco in circolo. Al­ tradizionale del medico
cuni esperti propongono di impiantare nei pazienti [ ... ] stiamo parlando
chip che rilascino i farmaci in maniera controllata. I
chip potrebbero essere addirittura attaccati con dei di lab-on-a-chip,
«microaghi» ai tessuti bersaglio, ad esempio là dove si lab-on-a-phone ... '
è sviluppato un tumore. Eric Topoi, direttore dello Scripps
Una rete di dati diagnostici È nella dia­ Translational Science lnstitute,
gnostica e nel monitoraggio della salute individuale, «Cllnical Chemistry Journal»
tuttavia, che troviamo alcune delle applicazioni più en-
tusiasmanti per chi lavora con la tecnologia lab-on-a-chip: le molecole testate
più comunemente dai dispositivi di questo tipo sono le proteine, gli acidi nucleici
(come il DNA) e le molecole coinvolte nel metabolismo. L'utilità dei chip è ovvia
nel caso dei diabetici, che devono monitorare costantemente il livello dello zuc­
chero nel sangue (si veda il riquadro a p. 134 ). Esistono altri «biomarcatori» , pro­
teine che possono indicare l'insorgenza di situazioni particolari, come la presenza
di un danno cerebrale, o indicare a un'ostetrica che la partoriente sta entrando in
travaglio. I chip diagnostici utilizzano spesso gli anticorpi per la loro capacità di
riconoscere molecole specifiche, nostre o appartenenti a organismi patogeni.
Le diagnosi su chip potrebbero avere un impatto ancora più importante in quelle
zone del mondo in cui le risorse scarseggiano e i laboratori per un'analisi spe­
cialistica dei campioni potrebbero non essere disponibili. Un'azienda inglese
vorrebbe trasmettere i dati generati dai suoi dispositivi diagnostici a un database
connesso alla rete, creando così un' « internet della vita» (si veda il riquadro a
p. 102) che permetterebbe di monitorare le epidemie di malattie mortali come
l'Ebola. Anche se forse passerà ancora qualche anno prima che il vostro me­
dico di fiducia sia in grado di fare un'analisi delle vostre feci in tempo reale, un
giorno i dispositivi lab-on-a-chip potrebbero rivoluzionare il modo in cui af­
frontiamo le malattie. E, come vedremo, le applicazioni della potenza dei com­
puter alla chimica non finiscono qui.

idea chiave
Esperimenti chimici in miniatura
1 04 I 1e tecniche

26 La chimica
computazionale
Con la sua passione per la biologia e per il birdwatching,
Martin Karplus avrebbe potuto sembrare un candidato
improbabile al ruolo di padre della chimica computazionale.
Invece era convinto che la chimica teorica potesse fornire
una base per la comprensione della vita stessa, e i fatti
dimostrarono che aveva ragione. Prima, però, dovette vedersela
con un computer pesante 5 tonnellate.

Martin Karplus, il padre della chimica computazionale, era un ebreo austriaco la


cui famiglia si era trasferita negli Stati Uniti nel 1 938, quando l'Austria era stata
annessa alla Germania nazista. In America Karplus si fece notare a scuola come
uno studente particolarmente brillante, mentre nel tempo libero il suo interesse
per la scienza cresceva di pari passo con la passione per la natura. Birdwatcher
in erba, Karplus registrava i suoi avvistamenti per il censimento annuale degli uc­
celli migratori compiuto dalla Audubon Society. All'età di 14 anni rischiò di es­
sere arrestato: quando lo scoprirono nel mezzo di una tempesta, intento a cercare
con il binocolo alcuni esemplari di gazza marina minore, lo sospettarono di es­
sere una spia tedesca che comunicava con i sottomarini al largo.
Prima di iscriversi al college, Karplus fu invitato a unirsi a una spedizione scien­
tifica diretta in Alaska per studiare la navigazione degli uccelli migratori, e fu lì
che si convinse che la carriera del ricercatore faceva per lui. Tuttavia, invece di
iscriversi a un corso di biologia, optò per il programma di fisica e chimica di Har­
vard, convinto che si trattasse di due settori fondamentali per la comprensione
dei fenomeni biologici e della vita in generale. Trasferitosi al Caltech per il dot­
torato, iniziò a lavorare a un progetto sulle proteine, ma quando il suo supervi-

linea del tempo


1 959 1 971
L'equazione di Karplus I l gruppo di Karplus
viene pubbl icata nella pubblica la teoria
sua forma originale sul ruolo del reti nale
nell'occhio
la chimica computazionale I 1 05

I computer e la ricerca farmacologica


Per sapere se una nuova molecola fa realmente u n farmaco, ma è per questo che i legami
quello per cui è stata progettata è necessario tra la chimica computazionale
testarla. I farmaci potenziali, però, sono centinaia e quella sperimentale sono così stretti.
di migliaia, mentre le risorse umane e finanziarie
sono l i mitate, e q uindi è praticamente
impossibile testarli tutti su cellule viventi
di animali o di esseri umani. È q u i che entra in
gioco la chimica computazionale. Le simulazioni
molecolari consentono di capire le possibili
i nterazioni di un farmaco con le molecole
presenti nel corpo in cui verrà i ntrodotto,
e identificare i candidati più adatti per la cura
di una data malattia. I calcoli teorici possono
essere visti come esperimenti in silico, cioè
nel silicio dei computer. Naturalmente possono
insorgere dei problemi là dove una simulazione
La struttura di una proteina: confronto
non arriva a riprodurre le caratteristiche di
tra la si m u lazione e i dati cristal lografici.

sore partì venne adottato da Linus Pauling, che di lì a poco avrebbe vinto il pre­
mio Nobel per la Chimica grazie ai suoi studi sulla natura del legame chimico.
Karplus si mise a lavorare sul legame a idrogeno (si veda p. 20), ma quando Pau­
ling, inaspettatamente, gli comunicò che sarebbe partito per un viaggio partico­
larmente lungo fu costretto a scrivere la tesi in sole tre settimane.
Dopo un breve periodo trascorso in un gruppo di chimica teorica dell'Università
di Oxford, Karplus accettò un contratto di cinque anni all'Università dell'Illinois
per occuparsi di risonanza magnetica nucleare (si veda p. 80). I dati della RMN
gli servivano per studiare gli angoli tra i legami degli atomi di idrogeno nell'eta­
nolo (CH3CH20H), ma a un certo punto si rese conto che eseguire tutti i cal-

1 977 201 3
Prima simu lazione di dinamica molecolare Martin Karplus, Michael Levitt
di una molecola biologica di grandi e Arieh Wa rshel ricevono
dimensioni, l'inibitore della tripsina il Nobel per i loro studi
di pancreas bovino (BPTll di chim ica computazionale
1 08 I 1e tecniche

coli con una calcolatrice da tavolo sarebbe stato molto


' I chimici teorici noioso, e così decise di scrivere un programma che facesse
tendono a usare la lavorare un computer al posto suo.
parola «predizione» Il computer da cinque tonnellate A quei
in maniera piuttosto tempi (era il 1 958), l'Università dell'Illinois era l'orgo­
generica per indicare gliosa proprietaria di ILLIAC, un computer di cinque ton­
qualsiasi calcolo che sia nellate programmato con un sistema a schede perforate e
in accordo con dotato di 64 kB di memoria, che oggi non basterebbero a
l'esperimento, anche salvare una sola delle foto digitali scattate dal vostro tele­
fonino, ma allora erano più che sufficienti per il pro­
quando quest'ultimo è gramma di Karplus. Poco dopo aver finito i calcoli,
stato realizzato prima. ' Karplus andò al seminario di uno dei chimici organici del­
Martin Karplus l'università, che a quanto pare aveva confermato speri­
mentalmente i risultati delle sue simulazioni.
Fiducioso che i suoi calcoli potessero rivelarsi utili nella determinazione delle
strutture chimiche, Karplus pubblicò un articolo in cui formulava l'equazione
che oggi porta il suo nome. Utilizzata immediatamente dai chimici per inter­
pretare i risultati della RMN e determinare la struttura delle molecole organiche,
da allora l'equazione di Karplus è stata perfezionata e adattata, ed è tuttora uti­
lizzata nella spettroscopia RMN. Il seminario cui si era recato Karplus era sugli
zuccheri, ma la sua equazione si è rivelata valida anche per altre molecole orga­
niche, tra cui le proteine, e inorganiche.
Nel 1960 Karplus si trasferì al Watson Scientific Computing Laboratory dell'IBM,
dotato di un computer (l'IBM 650) più veloce e con più memoria di ILLIAC, tut­
tavia capì ben presto che una carriera nel settore privato non faceva per lui; così
riprese il suo posto nella comunità accademica, ma portò con sé qualcosa che lo
avrebbe aiutato nelle sue ricerche: il diritto di accesso all'IBM 650. Tornò a occu­
parsi dei problemi che lo avevano affascinato nel primo periodo trascorso all'Uni­
versità dell'Illinois, con la differenza che ormai aveva i mezzi per affrontarli
seriamente: grazie al computer IBM, infatti, poté analizzare le reazioni chimiche a
livello molecolare.
Ritorno alla natura Karplus finì per tornare a Harvard e al suo primo
amore, la biologia, applicando alla visione animale la sua ormai notevole espe­
rienza nel campo della chimica teorica. Con il suo gruppo, ipotizzò che quando
uno dei legami C-C del retinale - una forma di vitamina A presente nell'occhio,
attiva nella ricezione della luce - veniva esposto alla luce si deformasse, e sup-
la chimica computazionale I 1 07

pose che quel movimento avesse un ruolo


cruciale nella visione. I calcoli teorici ave­
vano previsto la struttura risultante dalla de­ Unire la biologia,
formazione, e quello stesso anno i risultati
sperimentali diedero loro ragione.
la chimica . . .
I calcoli teorici della chimica computazionale e la fisica
hanno spesso una relazione molto stretta con Oltre a i mparare la chimica per spiegare
i dati sperimentali. La teoria corrobora le os­ la biologia, Martin Karplus dovette
servazioni, e le osservazioni corroborano la anche unire la chimica a l la fisica.
teoria. Insieme, teoria ed esperimento forni­ Il premio Nobel (per la Chimica) del 2013
scono prove molto più solide. Quando Max (si veda p. 1 05) fu conferito a l u i e a i suoi
Perutz descrisse la struttura cristallina del­ colleghi per aver uti lizzato la fisica classica
l'emoglobina - la molecola responsabile del e quella quantistica nello svil uppo di quei
trasporto dell'ossigeno nel sangue - Karplus mode l l i potenti che avrebbero permesso ai
elaborò un modello teorico per spiegare l'in­ chimici d i modellizzare molecole molto grandi,
terazione tra le due sostanze. come quelle tipiche dei sistemi biologici.

Un campo dinamico In seguito Kar­


plus studiò in che modo le catene proteiche si
ripiegano per trasformarsi in proteine funzionanti, e collaborò con il suo dotto­
rando Bruce Gelin allo sviluppo di un programma che aiutasse a calcolare la strut­
tura di una proteina a partire da una combinazione di sequenze di amminoacidi e
di dati provenienti dalla cristallografia a raggi X (si veda p. 84). Ne nacque un
progetto di dinamica molecolare ( CHARMM, Chemistry at HARvard Macro­
molecular Mechanics) che ancora oggi produce risultati notevoli.
Nella chimica odierna, i modelli e le simulazioni hanno assunto un'importanza
quasi uguale a quella che hanno in economia. I chimici sono impegnati nello svi­
luppo di modelli numerici che riproducono a livello atomico reazioni e processi
come il ripiegamento delle proteine, e che possono essere applicati a eventi quasi
impossibili da osservare in tempo reale perché durano una frazione di secondo.

idea chiave
Modelli di molecole
al computer
1 oa I chimica e vita

27 Il carbonio
È l'elemento chimico accusato di distruggere l'ambiente.
Eppure è anche l'ingrediente base della vita sulla Terra:
ogni essere vivente era ed è composto da molecole contenenti
carbonio. Com'è possibile che un atomo così piccolo abbia
raggiunto ogni angolo del pianeta? E com'è possibile
che due sostanze formate esclusivamente da carbonio
abbiano sembianze così differenti?

Se c'è un elemento di cui si parla forse più di ogni altro è il carbonio. Gran
parte di ciò che sentiamo è negativo, ovviamente: il carbonio sta congestio­
nando l'atmosfera e spingendo il clima del pianeta verso la catastrofe. L'atten­
zione costante per il contenimento delle emissioni di carbonio implica che
consideriamo l'elemento come una forza da domare. Allora è facile dimenti­
care che quello stesso carbonio non è che una pallina compatta di protoni e
neutroni avvolta da una nuvola di sei elettroni. Un semplice elemento chimico
che occupa tranquillo il suo posto nella tavola periodica sopra il silicio. Ma a
parte i suoi misfatti ambientali, cos'ha di cosl importante il carbonio per meri­
tare tanta attenzione?
Ciò che tendiamo a dimenticare è che il carbonio è l'ingrediente fondamen­
tale di ogni forma di vita sulla Terra, dagli organismi che strisciano a quelli ca­
paci di librarsi in volo. Il carbonio forma l'ossatura chimica di tutte le
molecole biologiche, dal DNA alle proteine, dai grassi ai neurotrasmettitori
che si scambiano le sinapsi all'interno del cervello. Se potessimo contare tutti
gli atomi del nostro corpo scopriremmo che più di un sesto della loro massa to­
tale è dovuta al carbonio. L'unico elemento più abbondante, sempre in ter-

linea del tempo


1 754 1 789 1 895
Joseph Black Antoine-La urent Svante Arrhenius
scopre l'anidride Lavoisier propone presenta u n articolo
carbonica il nome «carbonio» sug l i effetti del carbonio
nell'atmosfera
il carbonio I 1 09

mini di massa, sarebbe l'ossigeno, perché il nostro corpo è formato in preva­


lenza da acqua.

Organico e inorganico La straordinaria diversità dei composti conte­


nenti carbonio è dovuta alla capacità dell'elemento di legarsi con se stesso -
oltre che con altri atomi - e di formare anelli, catene e altre strutture complesse.
La natura, da parte sua, è in grado di creare milioni di composti complessi diversi
a base di carbonio. Molti di questi, probabilmente, spariranno prima ancora che
si riesca a scoprirli, perché le piante, gli animali o i microbi che li producono si
saranno estinti. Grazie all'ingegnosità dell'essere umano, però, il numero di nuovi
composti sintetici del carbonio è virtualmente infinito.

Tutti i composti a base di carbonio sono oggetto di studio di quella che i chi­
mici chiamano «chimica organica». Il termine «organico» potrebbe indurvi in
inganno e farvi pensare che si tratti solo dei composti esistenti in natura, ma
in realtà è un retaggio della classificazione originaria dei composti organici.
Oggi sappiamo che le materie plastiche appartengono ai composti organici in­
sieme alle proteine, perché le molecole di entrambe le famiglie sono formate
da scheletri di carbonio. Quasi tutti i composti che contengono carbonio, con
qualche eccezione di rilievo, sono considerati organici, a prescindere dal fatto
che provengano da una barbabietola, da un batterio o dal bancone di un la­
boratorio.

In generale, tutto quello che non è organico è inorganico. Anche la chimica


inorganica, come quella organica, ha le sue suddivisioni, ma il fatto che esistano
queste due grandi distinzioni è un segno dell'importanza del carbonio. Una delle
grandi escluse più ovvie è la molecola che congestiona la nostra atmosfera, l'ani­
dride carbonica, che in effetti non rientra in alcuna delle classificazioni. Con­
tiene carbonio, ma è priva di quelli che i chimici chiamano «gruppi funzionali» .
La maggior parte dei composti organici può essere ulteriormente classificata in
base ai gruppi di atomi attaccati allo scheletro di carbonio, ma dal momento che
l'anidride carbonica possiede unicamente una coppia di atomi di ossigeno, viene
abbandonata in una sorta di bizzarra «terra di nessuno».

1 985 2009 201 0


Creazione di b uckyba l l 1 1 O Capi di Stato da tutto Il Nobel per la Fisica viene
in laboratorio il mondo si riuniscono alla conferenza assegnato agli scopritori
di Copenaghen per discutere del metodo per ottenere
sui cambiamenti cli matici il grafene dalla grafite
11O I chimica e vita

Esiste poi un'intera famiglia di eccezioni, i cosiddetti composti organometallici.


Si tratta di sostanze in cui una parte degli atomi di carbonio è legata a elementi
metallici. Si tende a considerarli a metà strada tra gli organici e gli inorganici,
anche se sono per lo più i chimici organici a occuparsene. Non si tratta, co­
munque, di composti particolarmente misteriosi, e la loro esistenza non è confi­
nata ai laboratori di chimica. Le molecole di emoglobina che trasportano
l'ossigeno nel nostro sangue contengono atomi di ferro, e la vitamina B 12 con­
tiene cobalto (si veda p. 52). I composti organometallici tendono a essere buoni
catalizzatori, proprio come la vitamina B !Z'
100 % carbonio Un altro composto del carbonio dalle caratteristiche bizzarre
è il diamante, che essendo formato esclusivamente di carbonio non è considerato
organico (a volte è meglio non farsi troppe domande sui criteri di classificazione
dei chimici). Esistono diversi composti di carbonio puro: sono sostanze affasci­
nanti, e vale la pena saperne un po' di più. Oltre al diamante ci sono le fibre di car­
bonio, i nanotubi, le buckyball, la grafite (quella della mina delle matite) e un
composto formato da una struttura reticolare di spessore monoatomico, il grafene,
che secondo i chimici potrebbe diventare il prossimo materiale di riferimento per
l'elettronica (si veda p. 184 )
.

La cosa strana è che se pensate a un diamante e alla mina di una matita, tra i due
sembra non esserci alcuna somiglianza (si veda il riquadro a p. 1 1 1 ). Entrambi
sono formati esclusivamente da atomi di carbonio: ciò che cambia è solo la loro
disposizione. La diversa struttura atomica - cioè il modo in cui gli atomi si legano
tra loro - conferisce alle due sostanze proprietà e sembianze totalmente diffe,
renti. Il grafene, invece, ha una struttura non molto diversa da quella della gra­
fite. Per ricavare gli strati monoatomici da cui è formato,
' Nel giro di qualche infatti, basta far aderire un po' di nastro adesivo a un pezzo
secolo, la piccola di mina per matite.
percentuale Il carbonio in azione L'interesse e l'utilità del car­
[di carbonio] presente bonio per la chimica non bastano a farlo scendere dal
nell'atmosfera potrebbe banco degli imputati. O meglio, a far scendere noi dal
cambiare notevolmente banco degli imputati. I combustibili fossili che bruciamo
a causa del progresso per produrre energia sono idrocarburi e quando bruciamo
un combustibile contenente carbonio, come la benzina o
industriale. ' il carbone, la reazione genera anidride carbonica. Il car­
Svante Arrhenius, 1004 bonio liberato dalla combustione nell'atmosfera dopo es-
il carbonio I 111

Diamanti e matite
Nel diamante, ogni atomo di carbonio è
legato ad a ltri q uattro; nella grafite, i nvece,
solo ad a ltri tre. Nel primo caso i legami
diamante
si estendono i n tutte le d i rezioni,
nella grafite formano u n a superficie piana.
I l diamante, q ui ndi, possiede una struttura
tridimensionale rigida, mentre la g rafite
è formata dalla sovrapposizione di strati
di carbonio debolmente legati tra loro.
La coesione deg l i strati di g rafite nella m ina
è garantita dalle forze di van der Waals, grafite

un tipo di attrazione piuttosto debole:


basta esercitare u n po' di pressione
con la matita s u u n foglio di carta, e gli strati
p i ù esterni si separeranno dagli a ltri.
La differente struttura molecolare fa
del diamante un materiale molto d u ro;
la grafite, a confronto, è molto p i ù morbida.

sere rimasto intrappolato nel sottosuolo per milioni di anni impedisce alla ra­
diazione infrarossa di disperdersi nello spazio: è il cosiddetto effetto serra, che
contribuisce al riscaldamento globale. A prescindere dal ruolo svolto dal carbo­
nio nel nostro corpo, in una matita o nei possibili dispositivi elettronici del fu­
turo, il fatto che ogni anno disperdiamo nell'atmosfera miliardi di tonnellate
dell'elemento resta un problema enorme.

idea chiave
Un elemento
dalle molte facce
112 I chimica e vita

28 L'acqua
Chi di voi penserebbe mai che l'acqua serbi così tanti segreti?
Dopo tutto, è trasparente ! L'acqua, però, ha i suoi abissi
nascosti: se i composti del carbonio sono i mattoni della vita,
l'acqua è il mezzo in cui la vita sopravvive e prospera.
Eppure, nonostante decenni di ricerche sulla sua struttura,
non esiste ancora un modello capace di dirci esattamente
come si comporta l'acqua in ogni situazione e perché.

H 20 è forse l'unica formula, a eccezione di C02 , che quasi tutti sappiamo citare
senza pensarci un secondo. Se c'è una sostanza chimica che dovrebbe essere fa­
cile da capire è l'acqua. E invece il comportamento delle molecole d'acqua che
escono dai nostri rubinetti, formano i cubetti di ghiaccio nel freezer e riempiono
i laghi e le piscine si è dimostrato tutt'altro che semplice da spiegare. Siamo por­
tati a considerare l'acqua non tanto una sostanza chimica quanto uno sfondo per
le foto delle nostre vacanze: in realtà è un composto chi­
' Il più grande mistero mico a tutti gli effetti, e per giunta complicato.
della scienza è capire Ad esempio, se pensate che l'acqua possa assumere solo tre
come mai, dopo secoli - forme distinte - acqua liquida, vapore acqueo e ghiaccio -
letteralmente - di studi vi sbagliate. Secondo alcuni modelli, esistono due fasi li­
ininterrotti e dibattiti quide ( si veda p. 24) distinte e almeno 20 fasi diverse di
interminabili, non ghiaccio. Ci sono molte cose dell'acqua che non sappiamo,
ma cominciamo da ciò che sappiamo.
siamo ancora capaci di
descrivere e prevedere Perché l'acqua è fondamentale per la vita
con esattezza le L'acqua è ovunque. Come ama ripetere il chimico americano
Richard Saykally, uno dei massimi esperti, la molecola del­
proprietà dell'acqua. ' l'acqua è la terza più abbondante nell'Universo. Copre quasi
Richard Saykally tre quarti della supenicie del nostro pianeta, e se vi siete chie-

Il filosofo greco Ta lete Henry Cavendish svela Viene ipotizzata per


di Mi leto vede nell'acqua la composizione la prima volta l'esistenza
la fonte della vita dell'acqua di «cl uster» di molecole
d'acqua
l'acqua I 113

Il contributo dell'acqua
ai mutamenti climatici
Molto recentemente, i fisici dell'Accademia Russa del le Scienze d i Nifoij Novgorod si sono
avvicinati a lla soluzione di uno dei m isteri che assilla da tanto tempo gli scienziati che
studiano la chimica della nostra atmosfera. Sembra che l'acqua assorba una q u antità
di radiazione di gran l u nga superiore a q uella prevista dai mode l l i teorici sulla base della sua
struttu ra. La differenza tra i valori previsti e quelli effettivi potrebbe d ipendere dalla presenza
di dimeri - molecole d'acqua accoppiate - nell'atmosfera, ma nessuno, finora, è mai riuscito
a d imostrarne l'esistenza. Per trovare q u este particel l e sfuggenti Michail Tret'jakov e i suoi
colleg h i hanno addirittura i nventato un n u ovo tipo d i spettrometro. Dai loro esperimenti
è emersa nello spettro d i assorbimento dell'acqu a u n ' « i m p ronta» attri b u ita senza alcuna
incertezza a i fam igerati di meri. La scoperta potrebbe ai utarci a capire esattamente quale sia
il contributo dell'acqua allo spettro di assorbimento infrarosso della nostra atmosfera .

Modello di u n d i m e ro di acq ua

sti come mai gli astronomi parlino in continuazione della ricerca dell'acqua su Marte
(si veda p. 1 20), sappiate che è perché vogliono scoprire tutti i luoghi del cosmo che
ospitano forme di vita, e l'acqua è fondamentale per la vita. Soprattutto l'acqua
allo stato liquido, che con le sue proprietà fisiche e chimiche uniche si rivela par­
ticolarmente adatta ad accogliere la vita e le reazioni chimiche che la governano.

1 975 2003 201 3


Boutron e Alben pubblicano U na missione della Nuovi indizi a favore
u n modello che prevede NASA scopre grandi dell'esistenza di dimeri
l'esistenza di strutture molecolari qua ntità d i acqua dell'acqua nell'atmosfera
di acqua a forma d i anello g hiacciata su Marte terrestre
1 14 I chimica e vita

Anzitutto, l'acqua allo stato liquido è un sol­


La vita senza vente eccezionale: è capace di sciogliere quasi
tutto, e molte sostanze hanno bisogno di essere
l'acqua disciolte per poter reagire chimicamente. È così
che le altre sostanze presenti nelle nostre cel­
Siamo soliti pensare che la vita dipenda lule riescono a reagire e a dar vita a un meta­
dalla presenza di acqua. Ma è davvero così? bolismo efficiente. L'acqua permette anche di
Un tempo si pensava che le proteine, tra cui trasportare le sostanze all'interno di una cellula
troviamo g l i enzimi e le molecole che costituiscono o di un corpo, e ha la proprietà di rimanere li­
i m u scoli del nostro corpo, avessero bisogno quida in un intervallo di temperature insolita­
del l'acqua per conservare la propria forma mente ampio rispetto ad altre sostanze. Il fatto
e svolgere i loro n um erosi compiti. Nel 2 0 1 2, però, che l'acqua congeli a O °C e bolla a 100 °C
gli scienziati dell'Università di B ristol, in I n g h i lterra, potrà sembrarvi scontato, ma non troverete
h a n n o scoperto che la m ioglobina, la proteina molti altri composti che si mantengano allo
che lega l'ossigeno nei m uscol i , è i n grado stato liquido così a lungo. L'ammoniaca, ad
di m a ntenere la propria struttura in assenza esempio, congela a 78 °C e bolle a -33 °C, e
-

d i acqua e che, curiosamente, diventa come l'ammoniaca molte altre sostanze natu­
estremamente resistente al calore. rali non si trovano neanche lontanamente allo
stato liquido nell'intervallo di temperatura as­
sociato all'esistenza delle forme di vita terrestri.
L'altra grande virtù dell'acqua è che la sua densità allo stato liquido è maggiore
di quella allo stato solido, a causa delle modalità di impacchettamento delle mo­
lecole di acqua nel ghiaccio. È per questa ragione che il ghiaccio galleggia. Pro­
vate a pensare in che pasticcio si troverebbe il nostro pianeta se gli iceberg
affondassero.
Cos'altro sappiamo dell'acqua? La molecola dell'acqua ha una for­
ma che ricorda quella di un boomerang; inoltre è molto, molto piccola, anche ri­
spetto ad altre molecole comuni come col e 02, e questo significa che se ne
possono accumulare tante in uno spazio ristretto. Una bottiglia da un litro con­
tiene circa 33 settilioni 33 seguìto da 24 zeri - di molecole d'acqua. Secondo
-

alcune stime, si tratterebbe del triplo di tutte le stelle dell'Universo. L'impac­


chettamento così fitto e i legami a idrogeno che attirano gli atomi di ossigeno di
una molecola verso quelli di idrogeno delle altre (si veda p. 20) sono le ragioni
che impediscono alle molecole di sfuggire liberamente e fanno sì che l'acqua si
mantenga liquida anziché trasformarsi in un gas.
Ciò non vuol dire che tutte le molecole di una massa d'acqua allo stato liquido
siano prigioniere, anzi: l'acqua è una sostanza dinamica. I legami a idrogeno che
l'acqua I 115

' E perciò ritengono che nulla si produca


e nulla si distrugga, perché una siffatta
sostanza si conserva sempre [ . . . ]
Talete dice che quel principio è l'acqua. '
Aristotele, Metafisica, 1, 3

ne assicurano la coesione si spezzano e si riformano trilioni di volte al secondo:


qualsiasi aggregato di molecole d'acqua, pertanto, non ha nemmeno il tempo di
formarsi che è già svanito. L'evaporazione di una molecola d'acqua, invece, av­
viene molto «raramente», appena 100 milioni di volte al secondo in un nano­
metro quadrato di superficie liquida.
Ciò che non sappiamo dell'acqua Sono molte le cose che sappiamo
sull'acqua, ma sono tante anche quelle che ignoriamo. Prendiamo l'evapora­
zione, ad esempio, l'evento raro in cui una molecola di acqua spezza i propri le­
gami a idrogeno che la vincolano alla superficie del liquido. Non ne sappiamo
granché, e il fatto che accada di rado non aiuta. E nonostante le diverse tecni­
che di punta utilizzate per esplorare la struttura dell'acqua, neanche sui «cluster»
che sembrano apparire e scomparire incessantemente sappiamo molto. L'idea
stessa di cluster di molecole d'acqua è controversa. Se la loro esistenza è così ef­
fimera, com'è possibile che diano origine a qualcosa di simile a una struttura?
Per cercare di spiegare la struttura dell'acqua sono stati proposti centinaia di mo­
delli diversi, ma nessuno di questi riesce a riprodurne il comportamento in tutte
le forme e condizioni possibili. È un problema incredibilmente complesso, la cui
soluzione sta tenendo impegnati da decine di anni gruppi di ricercatori di tutto
il mondo. Tra di essi c'è anche quello di Richard Saykally al Lawrence Berkeley
National Laboratory, in California. Saykally e i suoi stanno combinando mo­
delli quantistici con alcune tra le più potenti e sofisticate tecniche spettrosco­
piche disponibili, nel tentativo di spiegare le proprietà della minuscola molecola
da cui dipende ogni forma di vita.

idea chiave
C'è molta attività sotto la superficie
1 1e I chimica e vita

29 Le origini
della vita
Le origini della vita hanno attirato l'attenzione di scienziati
e pensatori, da Charles Darwin ai chimici dei giorni nostri.
Vorremmo sapere come ebbe inizio la vita, ma la verità
è che non esiste ancora una risposta definitiva.
Tutte le riflessioni in corso, però, obbediscono a una logica
comune: trovare i requisiti minimi per la creazione
della vita artificiale in laboratorio.

Quattro miliardi di anni fa, alcune sostanze chimiche si unirono e formarono un


prototipo di cellula. Il luogo in cui avvenne è ancora argomento di discussione:
forse sul fondo dell'oceano, in un lago caldo di origine vulcanica, in una piana
di marea punteggiata di schiuma o addirittura - se credete alla teoria della «pan­
spermia» - su un altro pianeta. Il luogo è fondamentale, ma per ora possiamo
solo fare delle ipotesi.
Oggi, ogni forma di vita nasce da altre forme di vita: gli animali partoriscono, le
piante producono semi, i batteri si replicano e i lieviti gemmano. Le primissime
forme di vita, invece, dovettero emergere dalla materia inerte, in seguito all'in­
terazione di comuni sostanze chimiche che si combinarono nel modo giusto. La
prima cellula doveva essere molto più semplice di una cellula umana e persino
di una cellula batterica. Probabilmente non era che una sacca piena di sostanze
chimiche dotate di un metabolismo molto semplice, cui si aggiunse una molecola
capace di autoreplicarsi e di trasmettere informazioni alle cellule delle genera­
zioni successive. Una specie di codice genetico semplificato, quindi, ma niente
a che vedere con la complessità del DNA (si veda p. 136).

Darwin i m magina L 'origine della vita Stanley M i ller


che la vita abbia avuto sulla Terra, di Aleksandr pubblica i risultati
in izio in un «piccolo Oparin, introduce degli esperimenti
stagno caldo» la teoria del brodo primordiale sulle origini della vita
le origini della vita I 111

Su quali furono le molecole e le condizioni che diedero origine alla vita sulla
Terra possiamo solo formulare delle ipotesi: è un gioco che appassiona i chimici.
La comprensione delle prime forme di vita, infatti, non ci insegna solo quali fu­
rono le nostre origini, ma è anche fonte di ispirazione per gli scienziati che cer­
cano di creare nuove forme di vita in laboratorio.
Il brodo di Miller Avrete già sentito parlare di ' Nell'apparato è stato
Stanley Miller e dei celebri esperimenti sulle origini della
vita che effettuò negli anni '50. Forse vi sfugge il nome, effettuato un tentativo
ma di sicuro avrete sentito parlare del suo brodo. Miller di replicare una
era il chimico americano che molti associano all'idea se­ possibile atmosfera
condo la quale la vita ebbe inizio in un brodo primordiale. primitiva della Terra. '
In realtà Miller si ispirò a un libro poco conosciuto, pub- Stanley Miller, «Science», 1 953
blicato da Aleksandr Oparin nel 1924, L'origine della vita
sulla Terra. Il «brodo» era un miscuglio di metano, ammo-
niaca, idrogeno e acqua messo a riscaldare in un matraccio del suo laboratorio al­
l'Università di Chicago. L'obiettivo era quello di riprodurre l'atmosfera priva di
ossigeno della Terra primordiale. Come fonte di energia per innescare le reazioni
tra le sostanze racchiuse nel recipiente, Miller usò una scarica elettrica che
avrebbe dovuto simulare i fulmini dell'atmosfera primordiale.
L'esperimento di Miller fornì i primi indizi che le sostanze inorganiche, se per­
suase con le buone maniere, potevano unirsi e formare molecole organiche.
Quando Miller e il suo capo, Harold Urey, analizzarono la composizione del
brodo, qualche giorno più tardi, scoprirono che conteneva amminoacidi, i co­
stituenti fondamentali delle proteine.
La teoria del brodo primordiale, però, ha fatto il suo tempo. Gli appassionati di
chimica considerano - giustamente - gli esperimenti di Miller come un classico,
ma c'è chi mette in discussione la correttezza della composizione degli ingre­
dienti; altri, invece, dubitano che i fulmini abbiano potuto fornire l'apporto co­
stante di energia necessario per iniziare il cammino che dalle molecole
organiche avrebbe portato alle cellule delle prime forme di vita. Come si può
immaginare, le nuove teorie sulla collocazione esatta degli albori chimici della
vita abbondano.

1 986 2000 201 1


Viene formulata l'ipotesi del Scoperta delle bocche Un gruppo di ricercatori di Cambridge,
mondo a RNA, per cui sarebbe idrotermali della Città in Inghilterra, crea u n RNA
stato u n RNA autoreplicante Perduta a utoreplicante capace di copiare
a dare il via a ll'evoluzione più di 90 lettere {basi) di codice
11a I chimica e vita

La Città Perduta Se­


Il problema condo una delle teorie più re­
centi, la vita avrebbe avuto
della replicazione inizio nelle profondità del-
1'oceano, in un luogo noto
A u n certo pu nto, nel corso dell'evol uzione, le cel l u l e dovettero come «Città Perduta». Affasci­
adottare il D NA come vettore dell'i nformazione, ma prima nante, vero? La Città Perduta
d i a llora è proba b i l e che uti lizzassero q u alcosa di più semplice. si trova nell'oceano Atlan­
Una molecola del genere è !'RNA, una sorta d i versione a fil a mento tico e fu scoperta nel 2000 da
singolo del DNA; senza i sistemi di copia specializzati delle cel lule un gruppo di scienziati di­
moderne, però, l'RNA avrebbe dovuto essere i n grado di ripro d u rsi retto da Donna Blackman,
da solo, agendo come u n enzima capace di catalizzare l a propria della Scripps lnstitution of
replicazione. Tutto perfettamente lecito, senza dubbio, a patto Oceanography, in California.
di riuscire a trovare una molecola di RNA capace di autoreplicarsi. Blackman e colleghi erano a
E se non fosse possibile? La teoria sarebbe compromessa? bordo della nave oceanogra­
Beh, un po'. E il problema dell a teoria, per molto tempo, è stato fica Atlantis e stavano esplo­
proprio q uesto: g l i scienziati hanno passato al setaccio tril i o n i d i rando una catena montuosa
molecole di RNA, ogn u na con una sequenza diversa, alla ricerca sottomarina con una teleca­
del codice speciale capace di a utoreplicarsi, ma finora non hanno mera a controllo remoto
trovato n u l l a che riesca a farlo in modo soddisfacente. quando si imbatterono in
La maggior parte deg l i « a utorep licatori» riesce a copiare una distesa di bocche idroter­
solo una parte del proprio codice, per d i più con una fedeltà mali, camini alti 30 metri
che lascia a desiderare. La ricerca continua . . . che riversavano acqua calda
alcalina nell'oscurità gelida
mondo moderno mondo a RNA dell'oceano.
l ' i nformazione viene
immagazzinata
Esistono altri sistemi di boc­
DNA che idrotermali negli oceani di
tutto il mondo; certi sono noti
da decine di anni, ma secondo
l ' i nformazione viene
immagazzinata/
alcuni chimici le bocche della
trasmettitore Città Perduta offrono le con­
di i nformazione RNA
RNA dizioni ideali per la comparsa
della vita sulla Terra. L'idro­
geno presente nell'acqua che
esce dai camini può mescolarsi
funzione
e reagire con l'anidride carbo­
proteina RNA nica dell'acqua di mare, con la
possibilità che si formino com­
posti organici. Inoltre l'acqua
le origini della vita I 119
delle bocche idrotermali, riscaldata dalle rocce
sottostanti, costituirebbe una fonte di energia
costante. Le protocellule
L'altra caratteristica interessante della Città Per­ N e l novembre 201 3, il gruppo diretto da Jack
duta è che la differenza di acidità tra l'acqua Szostak, biologo e premio Nobel, ha
uscente dalle bocche e l'acqua di mare è uguale realizzato u n a « protoce l l u l a » , una versione
alla differenza di acidità tra l'interno e l'esterno m i n i male d i cell u la racch iusa in un i nvolucro
di una cellula. Una semplice coincidenza? Non l i p idico. Era più semplice del batterio
è facile verificare la validità della teoria nelle p i ù primitivo attualmente esistente,
profondità dell'oceano, ma in alcuni laboratori ma al suo i nterno era presente RNA capace
sono stati realizzati dei reattori che replicano su ( p i ù o meno) d i copiarsi. La copia era
piccola scala le condizioni della Città Perduta. catal izzata da ioni magnesio; per i m pedire
a q uesti u ltimi di distruggere l'involucro
Ritorno in laboratorio Non tutti i chi­ più esterno, era stato necessario aggiungere
mici, comunque, studiano le origini della vita u n citrato. La fabbricazione di p rotocel l u l e
per pura curiosità. C'è chi vuole capire quali total m ente autoreplicanti potrebbe
sono i costituenti fondamentali della vita per essere solo q uestione di tempo.
poterne creare una versione artificiale in labo­
ratorio. Non stiamo parlando di mucche artifi­
ciali o di bambini clonati, ma dell'assemblaggio
di sostanze semplici nel tentativo di creare una membrana cellulare. In una cellula
vera, la membrana è formata da molecole di grasso. Il trucco consiste nell'aggiun­
gere qualche tipo di sistema autoreplicante che consenta a queste «cellule» mini­
mali di riprodursi. Secondo alcuni scienziati saremmo a un passo dalla fabbricazione
di protocellule autoreplicanti.
A cosa servono protocellule del genere? Beh, immaginate di dover progettare un si­
stema autoreplicante che non deve fare altro che produrre copie di se stesso finché
viene nutrito a sufficienza. Di cosa lo dotereste? La risposta ragionevole, ovvia­
mente, è: farmaci, combustibili. Ma perché fermarsi lì? Potreste suggerire tutto
quello di cui vorreste una scorta inesauribile: della birra, ad esempio, o delle strin­
ghe di liquirizia. La fantasia degli scienziati è già all'opera, e c'è chi ha proposto di
produrre una vernice biologica autorinnovante.

idea chiave
La materia vivente
è nata dalla materia non vivente
1 20 I chimica e vita

30 L'astrochimica
Il vuoto cosmico potrebbe far pensare che là fuori
non succeda granché. Ciò che accade nello spazio, invece,
è più che sufficiente per attrarre l'attenzione dei chimici
interessati all'origine della vita o alla possibilità che la vita
esista su altri corpi celesti. Perciò, oltre alle cose ovvie -
l'acqua su Marte, ad esempio - che cosa stiamo cercando
nel cosmo?

L'atmosfera terrestre è ricca di fenomeni chimici. È stracolma di molecole che si


scontrano e reagiscono ininterrottamente. Al livello del mare, ogni centimetro
cubo di aria contiene circa 1019 ( 1O 000 000 000 000 000 000) molecole. Il vuoto
dello spazio, invece, è totalmente diverso. Ogni centimetro cubo di mezzo inter­
stellare contiene all'incirca una particella. Solo una. È come se un'ape avesse una
città grande come Mosca tutta per sé.
La scarsità di molecole circolanti è sufficiente, da sola, a rendere alquanto im­
probabile che due di esse possano incontrarsi e reagire. C'è poi il problema del­
l'energia. L'atmosfera terrestre è complessivamente abbastanza calda, anche se
non è escluso che il freddo pungente di un mattino d'inverno a Londra o a New
York vi abbia fatto un'impressione diversa. In alcune regioni dello spazio inter­
stellare, invece, il freddo può farsi decisamente acuto, con temperature dell'or­
dine di -260 °C. In condizioni simili, tutto tende a muoversi piuttosto a rilento,
il che significa che due molecole, incontrandosi, avrebbero a malapena la forza
di sfiorarsi e sarebbero prive dell'energia necessaria per interagire. Alla luce di
un insieme così sfavorevole di circostanze c'è da stupirsi che nello spazio possa
avvenire una reazione, e viene da chiedersi cosa ci trovino di tanto interessante
i chimici.

linea del tempo


1 3,8 miliardi di anni la 400 000 anni dopo il Big Bang
I l Big Bang Si formano l e prime molecole:
è l'inizio della chimica!
l'astrochimica I 1 21

Le zone calde Nonostante l'apparente scarsità di vera


e propria chimica, sono in molti a interessarsi a ciò che ac­ ' Sulla nostra piccola
cade nello spazio. Esistono diverse ragioni valide: la chimica Terra abbiamo
dello spazio può dirci come nacque l'Universo, da dove ven­ cancellato lo spazio,
gono gli elementi chimici necessari alle forme di vita e se c'è ma non riusciremo
la possibilità che la vita esista anche al di fuori del nostro pia­ a cancellare lo spazio
neta. Prima ancora di esaminare la chimica complessa delle che si spalanca
reazioni biologiche, però, è opportuno riflettere sulle condi­
zioni esistenti nello spazio, sul tipo di molecole presenti e su tra le stelle. '
come tutto questo determini le reazioni elementari possibili. Arthur C. Clarke,
Le nuove frontiere del possibile
Limitandoci a osservare le caratteristiche medie dello spazio
non riusciremo mai a sapere cosa potremmo trovare in una
particolare regione. Lo spazio può essere freddo e rarefatto in molti punti, ma le
sue dimensioni sono così immense che le condizioni possono variare drammati­
camente. Il mezzo interstellare che riempie lo spazio tra le stelle non è solo un
mare uniforme di particelle allo stato gassoso: oltre alle nubi molecolari di idro­
geno, fredde e dense, esistono anche zone caldissime, ad esempio intorno al sito
di un'esplosione stellare.
La maggior parte del mezzo interstellare (il 99%) è composta da gas: l'idrogeno
rappresenta più di due terzi della massa totale, e il resto è costituito quasi inte­
ramente da elio. Le percentuali di carbonio, azoto, ossigeno e altri elementi, a
confronto, sono minime. Il rimanente 1 % è una componente che potrà incu­
riosire chi ha letto la trilogia di Philip Pullman Queste oscure materie: polvere.
Nulla a che vedere con la polvere che si accumula sul davanzale della vostra fi­
nestra, tuttavia, e neanche - a beneficio dei fan di Pullman - la polvere imma­
ginaria della trilogia, con le sue particelle dotate di coscienza.
La polvere La polvere interstellare è formata da piccoli granelli composti, tra
le altre sostanze, da silicati, metalli e grafite. La caratteristica importante delle par­
ticelle di polvere è che offrono alle molecole solitarie che fluttuano nell'immen­
sità dello spazio qualcosa a cui attaccarsi. E se vi restano attaccate per un tempo
sufficientemente lungo, potrebbero finire per incontrare un'altra molecola con cui
interagire. Alcuni di questi granelli sono avvolti dal ghiaccio (acqua allo stato so-

1 937 1 987 2009 201 3


Vengono identificate Tracce di acetone Le famiglie d i molecole Si rileva la presenza
le prime molecole nel m ezzo interstel lare identificate nel mezzo di biossido di titanio
interstellari interstellare superano nello spazio
l e 1 50 unità
1 22 I chimica e vita

lido), e quindi la chimica del ghiaccio di­


venta cruciale per capire a quali processi
La vita su Marte potrebbero essere soggetti. Altri compo­
nenti della polvere potrebbero fungere da
I l nostro vicino d i casa nel Sistema Solare, Marte, catalizzatori, aiutando le rare reazioni a
ha sempre attirato l'attenzione deg l i scienziati giungere a termine. Quando le energie in
che cercano la vita lontano dalla Terra. I n un primo gioco sono basse, le reazioni potrebbero ri­
momento, la presenza di acqua, che gli cevere un aiuto anche dalla radiazione
astrobiologi considerano fondamentale per l a vita, UV delle stelle, dai raggi cosmici e dai
fu i nterpretata come un segno a favore raggi X; altre reazioni, invece, non richie­
dell'esistenza di forme di vita s u l pianeta. dono affatto energia.
Da a l lora si è capito che l'acqua, su Marte, è
per lo p i ù intrappolata come g h i accio nel sottosuolo Nel 2013, nel corso di una serie di os­
o aderisce alle particelle di terreno. I n teoria, servazioni della volta celeste con il ra­
un astronauta assetato potrebbe scaldare q ua lche diotelescopio Submillimeter Array delle
manciata di suolo marziano e ricavarne u n a sorsata Hawaii, gli astronomi scoprirono tracce
d'acqua. Nel 20 1 4 la rivista scientifica « lcarus», di biossido di titanio nelle particelle di
special izzata i n ricerche sul Sistema Solare, polvere intorno a una stella molto bril­
ha p u bb l icato u n a serie di immagini di quelli lante, l'ipergigante rossa VY Canis Ma­
che assomigliavano i ncredibilmente a canaloni joris. Il biossido di titanio è lo stesso
scavati sulla superficie, e q ualcuno si è spinto composto chimico che viene utilizzato
a ipotizzare che un tempo, sul pia neta rosso, nelle creme solari e nella fabbricazione
scorresse l'acqua. Tuttavia non abbiamo alcuna del pigmento per la vernice bianca. Se­
prova a favore dell'ipotesi che u n tempo l 'acqua condo gli scienziati, la sua presenza nella
marziana - i n u n a forma o i n u n 'altra - permettesse polvere cosmica potrebbe essere impor­
l'esistenza di forme di vita, o che la permetta ogg i. tante per la catalizzazione di reazioni che
portano alla formazione di molecole più
grandi e complesse.
I semi della vita Nello spazio, però, le molecole più grandi sono una ra­
rità, almeno per quanto ne sappiamo. Le prime molecole interstellari - i radicali
CH·, CN• e CH+ - furono identificate meno di 80 anni fa. Da allora si è avuta
la conferma della presenza di altre 1 80 molecole, la maggior parte delle quali è
formata da un massimo di sei atomi. Con i suoi dieci atomi, l'acetone -
(CH3) 2CO è una delle molecole interstellari più grandi: fu identificata per la
-

prima volta nel 1987. A suscitare realmente l'interesse dei chimici, però, sono
le macromolecole a base di carbonio, come gli idrocarburi policiclici aromatici
(IPA o PAH, dall'inglese Polycyclic Aromatic Hydrocarbons), perché potreb­
bero svelare qualche dettaglio importante sulla formazione delle prime molecole
organiche. Insieme ad altre molecole organiche, gli IPA sono stati spesso asso-
l'astrochimica I 1 23

Gli IPA
G l i idrocarburi policiclici aromatici
OPA o PAH ) sono un gruppo particolare
00161
TgTgIQl
di molecole che contengono le strutture
ad a n e l l o tipiche del benzene. Sulla Terra sono
il prodotto di u na combustione incompleta: antantrene naftalene

ne trovate tracce nel toast bruciato, ClOHS

nella carne a lla griglia e nei gas di scarico

lOl6l lOl6l
delle automobi l i . Dalla metà deg l i a n n i '90
sono stati i n d ividuati in tutto l'U n iverso, �
incl use le p i ù antiche regioni di formazione
delle stelle, a nche se la loro presenza non TQTQl � TQTQl
è stata ancora confermata d i rettamente.

ciati ad alcune teorie sulle origini della vita, in cui si ipotizza che abbiano disse­
minato la vita sulla Terra. È stata segnalata anche la presenza di amminoacidi,
ma non se ne è ancora ricevuta conferma.
Gli astrochimici non si limitano a cercare la firma delle molecole più interes­
santi. Con gli strumenti di cui dispongono, sono in grado di simulare in labora­
torio ciò che potrebbe accadere nello spazio. Servendosi di una camera a vuoto,
ad esempio, è possibile ricreare piccole sacche di «vuoto» interstellare (che in
realtà sappiamo non essere assoluto) e cercare di capire come può avvenirvi una
reazione chimica. Unendo un approccio del genere alla modellizzazione si pos­
sono predire molecole e reazioni la cui esistenza potrà essere confermata in fu­
turo, quando la tecnologia lo consentirà. I nuovi, potenti telescopi come
l'Atacama Large Millimeter Array, nel deserto cileno di Atacama, dovrebbe per­
mettere ai chimici di dimostrare o smentire alcune delle loro teorie più radicali.

idea chiave
Fare chimica al telescopio
124 1 chimica e vita

3 1 Le proteine
Sappiamo che le proteine devono costituire un elemento
importante della nostra dieta, ma siamo sicuri di sapere
perché? Cosa fa realmente una proteina nel nostro corpo?
Molto più di quello che pensiamo, in realtà. La proteina
è la molecola multiuso sempre a disposizione: ha un'infinità
di forme, e ognuna di loro svolge un compito specifico
in maniera perfetta e insostituibile.

Dalla forza ed elasticità della seta di ragno alla capacità degli anticorpi di difen­
derci dalle malattie, l'incredibile diversità strutturale delle proteine si traduce
in un gran numero di funzioni distinte. Sappiamo che i nostri muscoli sono for­
mati da proteine, ma a volte ci dimentichiamo che i lavori pesanti, all'interno
degli organismi viventi, sono affidati proprio a questa famiglia di molecole, i «ca­
valli da tiro» della cellula. Ma cosa sono le proteine?
Un filo di perle Le proteine sono catene di amminoacidi uniti da legami
peptidici. Pensate a un filo di perle colorate, dove ogni colore corrisponde a un
amminoacido differente. In natura esistono 20 colori (amminoacidi) distinti.
Quelli che il nostro corpo è in grado di produrre sono detti non essenziali, men­
tre quelli che dobbiamo assumere attraverso il cibo sono detti essenziali (si veda
il riquadro a p. 127).
Gli esseri viventi non sono in grado di produrre tutti gli amminoacidi. Su un
meteorite caduto a Murchison, in Australia, nel 1 969, furono trovati almeno 75
amminoacidi distinti. Solo una quindicina di anni prima, gli esperimenti di Stan­
ley Miller sull'origine della vita (si veda p. 1 1 7) avevano dimostrato che era pos­
sibile sintetizzare amminoacidi da molecole inorganiche semplici, in condizioni
simili a quelle presenti sulla Terra 4 miliardi di anni fa.
Gli amminoacidi possiedono una struttura universale la cui forma più generale è
esprimibile come RCH(NH)COOH: un atomo di carbonio centrale si lega a un

linea del tempo


1 850 1 955 1 958
Prima sintesi di un Frederick Sanger Kend rew e Perutz si servono
amminoacido, l'alanina, determina la sequenza della cristal l og rafia a raggi X per produrre
a opera di Adolph Strecker di amm inoacidi la prima immagine ad alta risoluzione di una
dell'insu lina struttura proteica (quella della mioglobina)
le proteine I 1 25

gruppo amminico (NH2 ), a un gruppo carbossilico (COOH), ' Quando vidi


a un atomo di idrogeno e a un gruppo «R» che conferisce al­
l'amminoacido le sue proprietà caratteristiche. La seta di
l'a-elica, e vidi l'eleganza
ragno, ad esempio, contiene grandi quantità di glicina, l'am­ e la bellezza della
minoacido più piccolo e più semplice, in cui il gruppo R è co­ sua struttura, rimasi
stituito semplicemente da un atomo di idrogeno. Si pensa a bocca aperta. '
che la glicina contribuisca all'elasticità delle fibre. Max Perutz, a proposito della scoperta
L'ordine delle perle nel filamento proteico è detto strut­ della struttura ad a-elica dell'emoglobina
tura primaria della proteina e corrisponde alla sequenza
dei suoi amminoacidi. Anche le proteine, quindi, possono essere «sequenziate» ,
proprio come il DNA Nelle proteine della seta d i ragno, ad esempio, la sequenza
degli amminoacidi può variare a seconda del tipo di seta e del suo utilizzo. Si ri­
tiene, tuttavia, che più o meno il 90 % di ogni sequenza sia formato dalla ripeti­
zione di blocchi di 10-50 amminoacidi.
Le strutture di ordine superiore Le strutture proteiche di ordine su­
periore corrispondono al ripiegamento e all'avvolgimento (struttura secondaria)
delle catene di amminoacidi e alla forma tridimensionale finale (struttura terzia­
ria). Esistono «motivi» secondari che si ripresentano in continuazione: per ri­
prendere una volta di più l'esempio della seta di ragno, il robusto filamento
utilizzato dai ragni comuni per costruire lo scheletro delle loro ragnatele è formato
da catene riunite in foglietti da legami a idrogeno (si veda p. 20) su vasta scala. Un
motivo del genere, noto come foglietto-13, è presente anche nella cheratina, un'al­
tra proteina strutturale che forma parte della nostra pelle, dei capelli e delle unghie.
Un motivo ancora più diffuso è la struttura ad a-elica osservata nell'emoglobina ­
la componente del sangue cui è affidato il trasporto dell'ossigeno - e nella mio­
globina, una proteina presente in grande quantità nei muscoli.
Nella seta di ragno sono i foglietti-13 a conferire alle fibre proteiche una robu­
stezza che le rende simili all'acciaio (si noti che questa forza eccezionale è asso­
ciata a un'elasticità maggiore di quella del nylon e a una resistenza superiore a
quella del Kevlar, un materiale sintetico utilizzato per la fabbricazione di giub­
botti antiproiettile). Ispirandosi alle fibre naturali, molte aziende si sono lan­
ciate nell'impresa di produrre una seta di ragno artificiale. I Kraig Biocraft

1 988 2009
Viene approvato I l Nobel per la Chimica viene
l'impiego alimentare assegnato agli autori delle
della chimosina prodotta ricerche sulle reazioni
da lieviti geneticamente modificati di assemblaggio delle proteine
1 28 I chimica e vita

L'assemblaggio degli amminoacidi


La macchina cel l ulare che si occupa d i ribosoma: cristal lizzando il ribosoma i n vari
prendere le perle ( g l i a m m i noacidi ) e infilarle momenti della reazione di assemblaggio,
nella collana (la proteina) è i l ribosoma. Steitz generò strutture tridimensionali
I l suo compito è formare i legam i peptidici che rivelarono i dettagli d i ogni passaggio
che legano una perla all'altra; il legame e permisero d i identificare gli atomi p i ù
si stab i lisce q uando i l gruppo carbossilico importanti. Nel 2009, le sue ricerche furono
di un a m m i noacido reagisce con il gruppo premiate con il Nobel per la C h i m ica.
a m m i n ico dell'amminoacido successivo
rilasciando una molecola d'acq ua.
U n ribosoma è capace di legare tra loro p i ù o
meno 20 a m minoacidi al secondo servendosi
delle istruzioni codificate nel DNA.
Con un ritmo di lavoro così rapido, lo stud i o
d e l l e reazioni chim iche alla base d e i legami
si rivelò particolarmente diffici le. Ci riuscì
il chimico americano Thomas Steitz, che
aveva già util izzato la cristallografia a raggi X Quando la g l icina si lega all'alanina si forma
(si veda p. 84) per studiare la struttura del i l d ipeptide glici l a l a nina.

Laboratories, ad esempio, hanno prodotto la Monster Silk, una fibra simile alla
seta di ragno che viene filata da bachi da seta geneticamente modificati: l'obiet­
tivo non è realizzare una semplice copia della seta naturale, ma migliorarla, ad
esempio introducendovi proprietà antibatteriche.
Una molteplicità di ruoli Le proteine non si limitano a costruire strut­
ture, ma controllano e rendono possibile buona parte delle attività all'interno di
una cellula. Secondo alcune stime, una cellula animale tipica è formata per il 20 %
da proteine appartenenti a migliaia di tipi diversi. Una tale molteplicità di forme
non è difficile da immaginare se si pensa che per costruire un filamento proteico
lungo appena cinque amminoacidi esistono più di tre milioni di combinazioni pos­
sibili, e che la maggior parte delle proteine è molto, molto più lunga. Anche
quando il compito delle proteine non è la realizzazione di strutture, comunque, la
loro forma resta fondamentale.
Uno dei ruoli più importanti delle proteine in una cellula è quello di catalizzatori bio­
logici, o enzimi ( si veda p. 128), responsabili della velocità delle reazioni chimiche.
le proteine I 1 21

Anche in questo caso la strut­


tura e la forma tridimensionale
sono cruciali perché determi­ Amminoacidi essenziali
nano le modalità di interazione
dell'enzima con le molecole e non essenziali
coinvolte nella reazione. La Negli esseri u m a n i adulti, g l i a m mi noaci d i essenziali,
maggior parte dei catalizzatori che devono essere assunti con i l cibo, sono i seguenti:
biologici è altamente mirata fenilalanina, valina, treonina, triptofano, isoleucina,
per la reazione che deve facili­ metionina, leucina, l isina e istidina. Quell i non essenziali,
tare, molto più di quanto ac­ sono, in linea generale, alanina, a rg i n i na, acido aspartico,
cada per i catalizzatori chimici cisteina, acido g lutam mico, g l utammina, glicina, pro lina,
impiegati nell'industria per ac­ serina, tirosina, asparagina e selenocisteina. Alcu ni i ndivid ui,
celerare le reazioni. tuttavia, non sono in g rado d i produ rre tutti

La struttura proteica, inoltre, è g l i a m m inoacidi non essenziali, e sono obbligati ad assu merli

fondamentale per le immuno- ricorrendo a integratori alimentari.

globuline, o anticorpi, le mo-


lecole impiegate dal nostro
sistema immunitario per combattere le malattie. Quando venite infettati da un par­
ticolare ceppo di influenza, il vostro corpo produce anticorpi mirati che in futuro vi
impediranno di riammalarvi per lo stesso ceppo. Gli anticorpi sono molecole im­
munoglobuliniche di natura proteica che riconoscono una porzione del virus del­
l'influenza e vi si legano in maniera specifica; il meccanismo di riconoscimento si
basa proprio sulla struttura della molecola. Riorganizzando i geni delle cellule re­
sponsabili della produzione di anticorpi, il nostro corpo è in grado di generare strut­
ture proteiche capaci di opporsi a milioni di invasori diversi.
Sfortunatamente, l'importanza della struttura delle proteine si manifesta in tutta
la sua ampiezza solo quando qualcosa va per il verso sbagliato. Il morbo di Par­
kinson è il risultato di un ripiegamento scorretto di alcune proteine delle cellule
nervose. Gli scienziati stanno ancora cercando di capire se altre malattie deva­
stanti, come il morbo di Alzheimer, siano ugualmente imputabili alla malfor­
mazione di qualche proteina.

idea chiave
La forma guida la funzione
1 20 I chimica e vita

3 2 L'azione
degli enzimi
Come catalizzatori biologici gli enzimi controllano reazioni
che vanno dai processi metabolici del nostro corpo
a quelli che consentono ai virus di moltiplicarsi
nelle nostre cellule. Nel corso degli ultimi cento anni,
la comprensione del funzionamento degli enzimi è stata
dominata da due modelli di attività enzimatica.
Entrambi cercano di spiegare la specificità di ogni enzima
per la reazione che catalizza.

Sembra che il biochimico tedesco Hermann Emil Fischer fosse ossessionato dal­
le bevande calde: le sue ricerche si concentravano sui composti della purina nel
tè, nel caffè e nel cacao. A un certo punto provò ad aggiungere alle bevande un
po' di zucchero e di latte (sotto forma di lattosio), e questo lo portò, in maniera
un po' tortuosa, a studiare gli enzimi. Nel 1 894 dimostrò che la reazione di idro­
lisi che scinde il lattosio nei due zuccheri che lo compongono può essere cata­
lizzata da un enzima, e quello stesso anno pubblicò un articolo in cui abbozzava
una teoria sul funzionamento degli enzimi.
La serratura e la chiave Gli enzimi sono i catalizzatori biologici (si
veda p. 52) che controllano le reazioni all'interno di tutti gli esseri viventi. Il mo­
dello «chiave-serratura» proposto da Fischer si basava sull'osservazione che uno
dei suoi preziosi zuccheri poteva assumere due conformazioni strutturali ( iso­
meri) leggermente diverse, la cui idrolisi era catalizzata da due enzimi naturali di­
versi. La reazione «alfa» funzionava solo in presenza di un enzima proveniente

Hermann Emil Fischer Prima crista l l izzazione J.H. N o rthrop


propone il modello di un enzima (l'ureasi) annuncia di aver
di azione enzimatica a opera di James cristal lizzato
«chiave-serratura» Sumner la pepsina
l'azione degli enzimi I 1 29

Il sito attivo
Il sito attivo è la porzione di enzima che si fissa modificano la struttura dell'enzima fino a
al substrato e nella quale avviene la reazione tra renderlo inutilizzabile pur legandosi in un punto
l'enzima e il substrato stesso. Può essere formato diverso dal sito attivo sono dette i n ibitori non
da pochi amminoacidi; ogni alterazione della sua competitivi. L'azione degli enzimi può essere
struttura ne modifica le capacità modificata anche da mutazioni genetiche,
di accoppiamento e diminuisce le probabilità soprattutto se q ueste si traducono
che la reazione possa aver luogo. Ad esempio, in una variazione degli amminoacidi del sito
u na variazione del pH influisce sul n umero di ioni attivo. Nel caso della sindrome di Gaucher, ad
idrogeno nell'ambiente circostante (si veda esempio, le mutazioni che toccano il sito attivo
p. 48). G l i ioni idrogeno interagiscono di u n enzima noto come glucocerebrosidasi
con i gruppi degli amminoacidi del sito attivo e ne portano a u n accumulo del substrato negli organi
alterano la struttura. Le molecole capaci di legarsi dell'individuo che ne è affetto. Fortunatamente
a un enzima in modo da bloccare direttamente è possibile sostituire l'enzima difettoso: in tutto
il sito attivo sono dette inibitori competitivi, i l mondo, le persone affette da sindrome
perché «competono» con il substrato per di Gaucher attualmente trattate con una terapia
occupare il sito attivo. Le molecole che enzimatica sostitutiva sono circa 1 0 000.

i l sito attivo

enzima + su bstrato complesso enzima + prodotti


enzima + su bstrato

dai lieviti, mentre quella della versione «beta» aveva luogo solo con un enzima
estratto dalle mandorle. I due zuccheri contenevano esattamente gli stessi atomi
legati tra di loro in maniera pressoché identica, ma non si combinavano con gli
stessi enzimi. Fischer paragonò ognuna delle due forme dello zucchero a una
chiave che funzionava solo con la serratura giusta.

1 946 1 958 1 995


Sumner riceve Daniel Koshland J r. Viene svelata la struttura
il Nobel per la Chimica propone il modello cristallina dell'ureasi
di azione enzimatica
«ad adattamento indotto»
1 30 I chimica e vita

' Diverse persone mi Generalizzando la sua teoria agli enzimi e ai loro substrati (le
dissero che tentando di «chiavi»), Fischer sviluppò il primo modello di azione enzima­
isolare un enzima stavo tica capace di spiegare una proprietà fondamentale degli enzimi:
la loro specificità. Dovettero passare decine di anni dalla morte
commettendo una di Fischer perché il suo modello venisse superato; nel frattempo,
sciocchezza, ma la loro però, c'era ancora molto da scoprire sugli enzimi.
opinione mi rafforzò
Ho ragione e lo dimostrerò Fischer non si era reso
nell'idea che se avessi conto che tutti gli enzimi condividono la stessa origine mole­
avuto successo ne colare: sono proteine composte da amminoacidi (si veda p.
sarebbe valsa la pena. ' 1 24). Chi lo capì, invece, fu James Sumner, un altro grande
James Sumner chimico, che però fece fatica a dimostrarlo. Sumner era una
persona testarda: quando era ancora un ragazzo gli era stato
amputato il braccio sinistro al di sopra del gomito in seguito a un incidente di cac­
cia, ma ciò nonostante decise che avrebbe primeggiato negli sport, e anni dopo
vinse il torneo di tennis dei docenti della Cornell University. La sua testardaggine,
ovviamente, si estese alla ricerca: molti colleghi gli avevano consigliato di non cer­
care di isolare un enzima perché sarebbe stata una perdita di tempo, ma lui non se
ne curò e cercò di farlo ugualmente. Gli ci vollero nove anni.
Nel 1926 Sumner divenne la prima persona ad aver cristallizzato con successo un
enzima, isolando l'urea presente in un tipo di fagiolo (l'ureasi è anche l'enzima
che consente a Helicobacter pylori di prosperare nello stomaco umano, dove può
provocare ulcere: l'enzima scinde l'urea per aumentare il pH e rendere più con-
. fortevole l'ambiente circostante). Visto che nessuno credeva che l'ureasi fosse
una proteina, Sumner si diede da fare per dimostrare che gli altri avevano torto,
finendo per pubblicare sull'argomento la bellezza di dieci articoli, nel caso in cui
qualcuno avesse ancora osato dubitarne. Un aiuto alla causa combattuta da Sum­
ner venne anche dall'attribuzione del Nobel per la Chimica.
Un incastro più comodo A quell'epoca il modello «chiave-serratura»
era ancora il preferito per interpretare l'azione degli enzimi. Se l'ureasi era la ser­
ratura, l'urea era la chiave. Nel corso degli anni '50, però, il biochimico ameri­
cano Daniel Koshland rielaborò il modello di Fischer, che ormai dava segni di
vecchiaia. Il suo modello, l' «adattamento indotto» , finì per imporsi, e oggi è
l'unico rimasto in gioco. Koshland modificò l'idea di Fischer di una serratura im­
mutabile per tener conto del fatto che gli enzimi sono formati da catene protei­
che, e quindi possiedono una struttura flessibile.
Le proteine e gli enzimi possono subire l'influenza delle condizioni esterne, ad esem­
pio della temperatura (al di sopra della normale temperatura corporea l'attività
degli enzimi umani precipita bruscamente). Il loro funzionamento, inoltre, può di-
razione de!IH enzimi I 1 a1

pendere dalla presenza di altre molecole. Ko­


shland capì che quando una molecola di substrato
incontra il suo enzima specifico ne modifica la Gli enzimi
forma, adattandola ulteriormente alla sua. Ecco
spiegato il nome di «adattamento indotto». L'al­
nell'industria
terazione ha luogo nel sito attivo, la piccola por­ Gli enzimi hanno n u m e rose appl icazioni i n
zione di enzima corrispondente alla serratura di ambito i ndustriale, dove vengono utilizzati per
Fischer. L'urea, quindi, non si infila direttamente facilitare le reazioni. Alcuni detersivi biologici
nell'ureasi: è come se prima di farlo sprimacciasse contengono enzimi che sci ndono i componenti
un po' un cuscino per stare più comoda. delle macchie, permettendo d i consumare
Il modello dell'adattamento indotto si è dimo­ meno energia nella p u lizia dei vestiti.
strato utile anche per capire il processo del le­ L'industria a l imentare si serve degli enzimi
game e quello del riconoscimento in ambito per convertire u no zucchero i n u n altro.
biologico. Comprendere come interagisce un or­ Il problema è che, essendo proteine, gli enzimi
mone con il suo recettore, ad esempio, e come funzionano solo i n u n interva l l o ristretto
funzionano certi farmaci è particolarmente im­ d i condizioni. Perciò è fondamentale
portante. I farmaci anti-HIV come la nevirapina controll are rigidamente i parametri a m b iental i ,
e l'efavirenz si legano alla trascrittasi inversa, un c o m e la temperatura, la pressione e il pH.
enzima che il virus utilizza per far produrre il pro-
prio DNA alla cellula umana con l'obiettivo di
replicarsi. I farmaci si legano all'enzima in prossimità del sito attivo, alterandone
la struttura e bloccandone il funzionamento. In questo modo il virus non può creare
nuovo DNA e non può replicarsi.
Entrambi i modelli di azione enzimatica sono insegnati a scuola poiché rappre­
sentano l'esempio ideale di come il pensiero scientifico evolva di fronte a fatti
nuovi. La revisione proposta da Daniel Koshland prese spunto, almeno in parte,
da nuovi dati sulla flessibilità della struttura proteica e su alcune anomalie che lo
spinsero a ritenere che il modello dominante avesse qualcosa di sbagliato. Tutta­
via, nutrendo un immenso rispetto per Fischer - passato alla storia come il padre
della biochimica - Koshland affermò sempre di non aver fatto altro che portare
avanti il lavoro dell'illustre studioso. Le sue parole a tale proposito sono toccanti:
«Si dice che ogni scienziato si erga sulle spalle dei giganti che lo hanno preceduto.
Non ci può essere onore più grande che ergersi sulle spalle di Emi! Fischer».

idea chiave
Catalizzatori naturali
132 1 chimica e vita

33 Gli zuccheri
Gli zuccheri sono il carburante della natura e, insieme
alle proteine e agli enzimi, costituiscono una delle classi
più importanti di biomolecole. Danno ai muscoli l'energia
necessaria per correre e al cervello quella per pensare.
Tengono addirittura uniti i filamenti di DNA. Attenzione,
però: possono anche farvi ingrassare e permettere ai virus
di invadere le vostre cellule.

È venerdì sera e avete ordinato una pizza da asporto. La mattina dopo potreste
decidere di andare a correre per bruciare un po' di calorie. Quando parliamo di
«bruciare» il cibo, ci riferiamo abitualmente alla reazione utilizzata dal nostro
corpo per scindere lo zucchero e fornirci energia. Lo zucchero è un combusti­
bile, come il carbone, e per bruciare efficacemente (e produrre energia, anidride
carbonica e acqua) ha bisogno di ossigeno. Per rifornirsi di zucchero gli animali
devono mangiare; le piante, invece, lo fabbricano da sole attraverso la reazione
della fotosintesi (si veda p. 144 ), ed è per questo che la maggior parte dello zuc­
chero presente nel nostro cibo proviene dalle piante.
Lo zucchero, però, non è solo il combustibile della natura. Essendosi resa conto
che il carbone, il petrolio e il gas stanno per finire, l'umanità sta investendo sem­
pre più in progetti su larga scala per l'estrazione dell'energia dalle piante. L'in­
dustria dei biocarburanti promette di ottenere energia rinnovabile da zuccheri
complessi come l'amido e la cellulosa accumulatisi nelle piante e nei rifiuti ve­
getali. Per riuscirci, però, dovrà competere per il terreno con chi lo vuole utiliz­
zare per la produzione di generi alimentari.
Gli zuccheri non servono solo a generare energia. Il ribosio, ad esempio, è parte
integrante delle molecole di DNA e RNA che trasportano il codice genetico.

linea del tempo


1 747 1 802 1 888
I l chimico tedesco Andreas Entra in funzione il primo Fischer scopre
M arggraf confronta i cristal l i impianto per la raffi nazione il legame tra il g l ucosio,
estratti d a l succo d i barbabietola dello zucchero d i barbabietola il fruttosio e il mannosio
con quelli della canna da zucchero
gli zuccheri I 1 aa

Combinandosi con le pro­


teine, gli zuccheri danno ori­ Gli zuccheri
gine a recettori cellulari -
come quelli utilizzati dai e gli stereoisomeri
virus per penetrare nella cel­ L' immagine qui sotto mostra due versioni della g l iceraldeide,
lula - e possono far comuni­ uno zucchero sempl ice ( m onosaccaride). Come il gl ucosio,
care cellule distanti, agendo contiene u n g ruppo a l deid ico (-CHO). Tutti gli zuccheri contengono
come ormoni. E come se non gruppi a l deidici o chetonici. In un gruppo chetonico, l'ossigeno
bastasse, anche se la cosa è legato a un atomo di carbonio, a s u a volta legato ad altri due
potrà sembrare stupefacente, gruppi contenenti carbonio. In u n gruppo a ldeidico, i nvece, l'atomo
le piante usano gli zuccheri di carbo n i o doppia mente legato al l'ossigeno spende uno
per sapere che ora è. dei due lega m i l iberi per vincolare a sé un atomo d i i d rogeno.
Come potete vedere, le due strutture si assomigliano molto;
Basta un poco di zuc· l ' u n ica differenza è c h e nella L-g l iceraldeide i gruppi O H e H
chero... Lo zucchero che sono i nvertiti rispetto a l l a D-gliceraldeide. Non c'è modo
mettete nel tè o nel caffè è d i ruotare L per trasformarla in D, perché l e due molecole sono
saccarosio, e ha la stessa forma stereoisomeri: possiedono gli stessi atomi e gli stessi lega m i ma la
di quello immagazzinato dalle loro disposizione tri d i mensionale è diversa. Una classe speciale di
piante e che estraiamo dalla stereoisomeri è ra ppresentata d a g l i enantiomeri, i n cu i u n o
barbabietola o dalla canna da stereoisomero è l ' i m m ag i n e speculare dell'altro (si veda p . 44).
zucchero. Le forme chimiche La convenzione per disegnare g l i stereoisomeri i n due d imensioni fu
dello zucchero sono molte. fissata da E m i I Fischer nel 1 89 1 d u rante le sue ricerche sugli zuccheri.
Leggendo la lista degli ingre­

+
CHO CHO
dienti di un prodotto alimen­ Form u l a


d i proiezione
tare, spesso si riescono a di Fischer
identificare gli zuccheri cer­ H OH

cando le parole che finiscono H §'.:- O H


in «-osio»: glucosio, frutto­ D-gliceraldeide CH,OH CH,OH
sio, saccarosio, lattosio. Da

+
un punto di vista chimico CHO CHO


sono tutti carboidrati, cioè
atomi di carbonio cui si le­ HO H
gano degli atomi di idrogeno. H
HO §'.:-
Possono avere forme diverse L-gliceraldeide CH,OH CH 20 H
- brevi catene, anelli - ma

1 892 1 902 201 4


Fischer determina Viene conferito a Fischer U n gruppo di chimici
la configurazione i l Nobel per la Chimica ann uncia la realizzazione
tridimensionale per le sue ricerche sullo di u n g lucometro indossabile
di 1 6 zuccheri esosi zucchero e sulle basi del DNA
134 1 chimica e vita

fondamentalmente in tutti è presente almeno


Un nuovo un atomo di carbonio con un legame doppio
verso un atomo di ossigeno (si veda il riqua­
glucometro dro a p. 133 ) . Emil Fischer fu il primo, nel
1 888, a capire il legame tra glucosio, frutto­
Poter m is u ra re il l i ve l l o di zucchero nel sangue sio e mannosio; le sue ricerche pionieristiche
è i m p o rtante per la sal ute d i chi soffre sugli zuccheri furono premiate con il Nobel
di d i abete o di c h i cerca di perdere peso. per la Chimica.
Nel 2 0 1 4, i chim ici e i tecnologi
della start up G l ucovation hanno a n n unciato
Le forme meno riconoscibili di zucchero sono
che i loro sforzi con g i u nti h a n n o portato
le lunghe catene di zuccheri semplici legati
a l l o svi l uppo del primo g l ucometro i n dossabile
tra di loro a formare polimeri noti come poli­
e capace di m is u ra re l a gl ice m i a
saccaridi. La maltodestrina, ad esempio, è un
i n interrotta m e nte. I n vece d i doversi pu ngere
polimero del glucosio estratto dal mais o dal
ogni volta, i d i abetici (e i fanatici del salutismo)
grano; viene aggiunta agli integratori energe­
potra nno l i m itarsi a un contro l l o settim a n ale
tici in gel e in polvere utilizzati dagli atleti.
e riusci ra nno a m o n itorare i livelli
Gli scienziati, inoltre, stanno sviluppando
d i zucchero sui loro smartphone.
batterie biodegradabili che impiegano la mal­
todestrina come fonte di energia: invece dei
costosi catalizzatori metallici impiegati nelle
batterie tradizionali, per governare le reazioni alla base della produzione di ener­
gia si prevede l'uso di enzimi, come in natura.
In un modo o nell'altro Per gli esseri umani, la forma più importante
di zucchero è probabilmente il glucosio: è un semplice monosaccaride, cioè è
formato da un solo tipo di zucchero. Il saccarosio, invece, è un disaccaride, per­
ché è formato dall'unione tra una molecola di glucosio e una di fruttosio attra­
verso un legame glicosidico. Il processo enzimatico utilizzato dal nostro corpo
per estrarre energia dallo zucchero è una reazione complessa in più fasi che ga­
rantisce alle cellule il rifornimento di energia di cui hanno bisogno per vivere.
La reazione è la seguente:

glucosio + ossigeno ---+ anidride carbonica + acqua ( + energia)


In realtà le cose sono un po' più complicate, ma una descrizione così concisa al­
meno ci dice quali sono i reagenti iniziali e i prodotti finali. L'ossigeno vi svolge
un ruolo importante: in sua assenza, il glucosio brucia meno efficientemente e si
converte in acido lattico, la sostanza prodotta dalla fermentazione del lievito e
gli zuccheri I 1 35

associata all'affaticamento da sforzo fisico. Il corpo, in teo­ ' [ . ] lo zucchero, il più


. .

ria, può ricavare energia anche dalla produzione di acido


lattico, ma la resa è molto più bassa.
importante prodotto
organico della natura,
La scienza dello sport è particolarmente interessata a capire · da cui si riformano
la sovrapposizione dei due processi - aerobico e anaerobico tutti gli altri costituenti
- ad esempio nell'atletica leggera. Chi gareggia sui 400 e della pianta
sugli 800 metri si serve dell'energia aerobica prodotta at­
traverso il canale normale, ma i muscoli, non ricevendo ab­ e del corpo umano. '
bastanza ossigeno per produrre l'energia richiesta, devono Emil Fischer
ricorrere anche al processo anaerobico. Il contributo aero­
bico prende il sopravvento dopo 30 secondi di corsa o più: un velocista impegnato
sui 400 metri arriva al traguardo in circa 45 secondi, e quindi deve utilizzare quasi
esclusivamente acido lattico, mentre gli atleti che corrono gli 800 metri ricavano
la maggior parte dell'energia dal sistema «normale» di combustione del glucosio.
Lo zucchero detta il tempo Lo zucchero è una fonte importante di
energia, ma sappiamo bene che dobbiamo tenerne sotto controllo la quantità in
circolazione. Il glucosio in eccesso si accumula nel fegato e nei muscoli come
glicogeno, un polisaccaride. Se siete il quattrocentista di cui sopra, nessun pro­
blema: lo consumerete tutto. Se lo zucchero aumenta in misura eccessiva, però,
il corpo lo trasformerà in grasso e lo accumulerà nelle cellule adipose come car­
burante di scorta ad alto contenuto di energia, nel caso in cui decideste im­
provvisamente di allenarvi per la maratona. Il cervello, invece, lavora bene solo
con il glucosio, e questo potrebbe fornirvi la scusa che cercavate per finire quel­
l'ultima fetta di torta dopo una giornata di lavoro difficile.
Vi state ancora domandando come fanno le piante a sapere che ora è con lo zuc­
chero? Beh, nel 2013, i ricercatori delle università di York e Cambridge hanno
scoperto che durante il giorno le piante sfruttano l'accumulo di zucchero per re­
golare il proprio ritmo circadiano. Al mattino, il sorgere del sole dà il via alla fo­
tosintesi. Lo zucchero comincia ad accumularsi e finisce per superare una soglia
che indica alla pianta l'arrivo dell'alba. I ricercatori hanno dimostrato che bloc­
cando la fotosintesi si compromettono i ritmi circadiani delle piante, ma che la
somministrazione di glucosio le aiuta a risincronizzare gli orologi.

idea chiave
Così dolce, così pericoloso
1 36 I chimica e vita

34 II DNA
Si dice spesso che i protagonisti principali della storia
del DNA furono James Watson e Francis Crick. Tuttavia
non dovremmo dimenticare che alcune delle prime ricerche
sul contenuto chimico delle cellule si rivelarono fondamentali
- e sicuramente più interessanti - per la scoperta
del materiale genetico.

A una persona comune verrebbe il voltastomaco all'idea di rovistare tra le bende


intrise di pus di un estraneo. Friedrich Miescher, però, non era affatto una per­
sona comune. Era tipo da interessarsi al contenuto del pus a tal punto da dedi­
care gran parte della sua carriera a studiarlo. Era capace persino di lavare lo
stomaco di un maiale o di andare a pesca nel cuore della notte per mettere le
mani su un po' di sperma di salmone freddo.
L'obiettivo di Miescher era ottenere campioni della massima purezza possibile di
una sostanza che aveva chiamato nucleina. Nel 1868, terminati gli studi di me­
dicina, lo scienziato svizzero era entrato a far parte del laboratorio di biochimica
di Felix Hoppe-Seyler all'Università di Tubinga, in Germania, ed era rimasto af­
fascinato dalla composizione chimica delle cellule. Fu l'inizio di una passione
che non lo abbandonò mai, e anche se il nome di Miescher non ricorre comu­
nemente tra quelli degli scienziati che associamo allo studio del DNA - James
Watson e Francis Crick, che ne teorizzarono la struttura, sono molto più cono­
sciuti - le sue scoperte furono senza dubbio tra le più importanti.
Il pus e gli stomaci di maiale Dato che il suo responsabile, Hoppe-Sey­
ler, si interessava allo studio del sangue, Miescher cominciò a lavorare sui globuli

linea del tempo


1 889 1 952 1 953
Friedrich Miescher Conferma dell'ipotesi Pubblicazione
estrae la «nucleina» che il DNA sia materiale della struttura a
(DNA) dai globu l i genetico doppia elica del DNA
bianchi
il DNA I 1 37

bianchi. Scoprì di poterne raccogliere in grande quantità dal pus di cui erano in­
trisi i bendaggi che gli arrivavano direttamente dal reparto di chirurgia poco di­
stante: il cotone idrofilo era stato inventato da poco e si era rivelato perfetto per
assorbire il pus. Fino a quel momento Miescher non aveva maturato propositi am­
biziosi sulla possibilità di identificare la sostanza responsabile dell'ereditarietà: spe­
rava solo di riuscire a saperne di più sui composti presenti nelle cellule.
A un certo punto, nel corso delle sue osservazioni, Miescher
si imbattè in un precipitato che per alcuni aspetti si com­
' Il DNA e l'RNA
portava come una proteina ma che risultava diversa da tutte esistono da qualche
quelle conosciute. Sembrava che provenisse dal nucleo, la miliardo di anni.
massa al centro della cellula. Incuriosito dal materiale con­ In tutto questo tempo
tenuto nei nuclei, Miescher cercò di isolarlo seguendo di­ la doppia elica
verse strategie. Fu a questo punto che entrarono in scena non ha mai smesso
gli stomaci dei maiali e la pepsina, di cui abbondano. Si
tratta di un enzima che digerisce le proteine e che Miescher
di funzionare, eppure
utilizzava per scindere gran parte del resto delle cellule: per siamo le prime creature
estrarla, sciacquava gli stomaci di maiale con acido clori­ sulla Terra
drico. Grazie alla pepsina, Miescher riuscì finalmente a a renderci conto
estrarre un campione relativamente puro di una sostanza della sua esistenza. '
grigia che chiamò «nucleina», contenente quello che oggi
conosciamo come DNA. Francis Cl'ick

Miescher perseverò nella sua analisi elementare, convinto che la nucleina avesse
un ruolo cruciale nella comprensione della chimica della vita, e la fece reagire
con altri composti, pesando i prodotti di reazione per capire di cosa fosse com­
posta. Un elemento che sembrava insolitamente abbondante era il fosforo, e fu
da questa osservazione che Miescher si persuase di aver scoperto una molecola
organica sconosciuta. Misurò addirittura la quantità di nucleina presente in varie
fasi della vita di una cellula, e scoprì che raggiungeva un picco poco prima della
divisione. Era un indizio inequivocabile sul suo ruolo nella trasmissione dell'in­
formazione, e Miescher prese effettivamente in considerazione l'ipotesi che la
nucleina fosse coinvolta nell'ereditarietà. Alla fine, però, abbandonò l'idea, non
potendo credere che un solo composto potesse contenere tutta l'informazione

1 972 1 985 2000 201 o '


Paul Berg assembla Viene messa a punto la PCR, Completamento Craig Venter crea
molecole di DNA un m etodo per produrre del Progetto u n genoma si ntetico
partendo da geni milioni di copie di u n Genoma U mano e lo inserisce in u n a cel l u l a
d i vari organismi frammento d i DNA
1 38 I chimica e vita

necessaria a codificare forme di vita così numerose e diverse: nel corso delle sue
ricerche, infatti, Miescher aveva trovato la nucleina dapprima nello sperma dei
salmoni pescati nel Reno, e poi nel seme di carpa, rana e pollo.
Il puzzle si ricompone Uno dei problemi del lavoro di Miescher sulla nu­
cleina era che si scontrava con la convinzione di molti scienziati che la sostanza ere­
ditata fosse la proteina. All'inizio del XX secolo, l'attenzione tornò a rivolgersi in
quella direzione. I componenti della nucleina, o DNA, erano stati identificati come
acido fosforico (che forma lo «scheletro» del DNA e spiega l'abbondanza di fosforo
osservata da Miescher), zucchero e cinque basi che oggi sappiamo essere le fonda-

Il codice genetico
I l DNA, o acido deossi ribonucleico, da aggiungere al fila mento proteico i n via
è composto d a due catene d i acidi n ucleici di formazione (si veda p. 1 24). A ogni
avvolte l'una intorno a ll'altra come le fibre a m m i noacido corrispondono diverse triplette
di u na corda. O g n u n a di esse consiste in di basi possi b i l i . L'ag g i u nta d i u n ' u nità di
una sequenza di u n ità ripetute; ogni u n ità è seri na a l l a prote i n a, ad esempio, potrebbe
il risu ltato d e l l a combi nazione di u n a base, essere i nnescata d a l l a lettura
uno zucchero e un g ruppo fosfato. Le d u e di u n codone TCT, TCC, TCA o TCG da pa rte
catene s o n o tenute i nsieme d a l e g a m i a dell'apparato trad uttore.
idrogeno (si veda p. 20) tra le basi, la cui
Coppie di basi originali
sequenza determi n a i l codice genetico.
Tuttavia, la base adenina tende a legarsi
a l l a ti m i na (A-T), m entre l a citosina tende
ad accoppiarsi esclusivamente alla g u a n i n a
(C- G ) . L a copia del codice avviene d u rante
la divisione cel l u l a re, quando i l e g a m i
a idrogeno si spezzano e i due filamenti,
separandosi, fungono da stampo
per l a creazione di a ltri fi l a menti a opera
deg l i enzimi presenti n e l l a cel l u la . Per arrivare
a l l a fabbricazione d e l l e prote i n e occorre
che un'apposita struttura cell u l a re legga
l a sequenza d e l l e basi e le traduca a gruppi
di tre (cod o n i ) i n singoli a m minoacidi
il DNA I 1 39

menta del codice genetico. Le teorie incentrate


sulle proteine, però, sembravano più convin­ I nucleotidi
centi: i 20 amminoacidi disponibili offrivano
una maggiore diversità chimica e sembravano in La combi nazione di una base di DNA con il suo

grado di spiegare meglio la grande ricchezza di zucchero e un gruppo fosfato è detta nucleotide.

forme di vita. Tecnicamente, i nucleotidi presenti nel DNA sono


deoss i ri bon ucleotidi, perché l o zucchero che
I misteri del DNA cominciarono a trovare contengono è i l deossiribosio. Nel l ' R NA -
una soluzione negli anni '50: nell'arco di soli la versione a filamento singolo uti l izzata
due anni si ebbe la conferma che si trattava dalle cel l ule per tradurre il codice del DNA
del materiale genetico trasferito nel corso del­ i n proteine - lo zucchero è i l ribosio e il nucleotide
l'infezione di un batterio da parte di un virus, è detto ribon ucleotide. G l i o l i g o n ucleotidi
e ci fu la proposta della struttura a doppia elica sono piccole catene di n ucleotidi.
da parte di James Watson e Francis Crick. Il
contributo di Rosalind Franklin - una chi-
mica giovane e brillante, esperta di cristallografia a raggi X (si veda p. 84) - al­
l'articolo pubblicato su «Nature» è stato trascurato fin troppo a lungo. Fu
Franklin, che all'epoca lavorava al King's College di Londra, a scattare le foto­
grafie del DNA che ispirarono l'idea della doppia elica e che furono mostrate a
Watson dal suo collega Maurice Wilkins senza nemmeno chiederle il permesso.
In quegli stessi anni, a Rosalind Franklin non era consentito nemmeno pranzare
nella stessa sala dei suoi colleghi maschi, e se non fosse stato per il sostegno della
madre e della sorella, suo padre non le avrebbe mai pagato gli studi, poiché pen­
sava che le donne non avessero diritto a un'istruzione universitaria.
Il dizionario del DNA La scoperta della struttura del DNA non risolse
definitivamente il mistero. Era passato più di mezzo secolo dalla scomparsa di
Miescher, morto di tubercolosi all'età di 5 1 anni, ma ancora non era chiaro in
che modo gli acidi nucleici dessero origine a una tale varietà di forme di vita. Nel
1 968, però, sei anni dopo il Nobel di Watson, Crick e Wilkins, il premio fu con­
ferito a Robert Holley, Har Gobind Khorana e Marshall N irenberg per aver de­
cifrato il codice genetico spiegando il meccanismo che traduce la struttura
chimica del DNA in quella, più complessa, delle proteine. Oggi conosciamo la
sequenza dell'intero genoma umano, ma il suo significato ci è noto solo in mi­
nima parte.

idea chiave
Copie chimiche del codice della vita
1 40 I chimica e vita

35 La biosintesi
Molte delle sostanze chimiche che utilizziamo, compresi
gli antibiotici che possono salvarci la vita e i coloranti
con cui tingiamo i vestiti, sono prese in prestito da altre specie.
Le possiamo estrarre direttamente, ma se siamo capaci di
ricostruirne la biosintesi possiamo crearle anche in laboratorio,
con l'aiuto della chimica o di organismi surrogati come i lieviti.

Nel gennaio 2002, un gruppo di scienziati sudcoreani si recò nella foresta di Yu­
seong nella provincia di Daejeon, in Corea del Sud, per raccogliere campioni di
terreno. Effettuarono dei prelievi dallo strato superficiale del suolo e dalla terra
smossa tra le radici dei pini: non erano interessati al suolo in sé, ma ai milioni di
microrganismi che vi abitavano. Cercavano batteri capaci di produrre composti
chimici interessanti e ancora ignoti agli scienziati.
Tornati ai loro laboratori, i ricercatori estrassero il DNA dai microbi e da altri mi­
crorganismi raccolti nella foresta della valle di J indong e ne inserirono dei fram­
menti selezionati a caso in colture di Escherichia coli. Quando stimolarono i cloni
batterici a moltiplicarsi notarono qualcosa di strano: alcuni di loro erano color
porpora. Non era quello che stavano cercando: speravano di trovare organismi
capaci di produrre sostanze antimicrobiche da trasformare in farmaci, un po'
come era accaduto ad Alexander Fleming quando aveva scoperto il primo anti­
biotico, la penicillina, in una colonia di muffe del genere Penicillium.
Dopo aver purificato i pigmenti porpora e averli sottoposti a una serie di analisi
spettrali - inclusa la spettrometria di massa e la RMN (si veda p. 80) i ricer­
-

catori capirono che non si trattava nemmeno di pigmenti sconosciuti ma di in­


daco e di indirubina, un colorante rosso: due composti vegetali che in questo
caso, per qualche ragione bizzarra, erano prodotti dai batteri.

linea del tempo


1 897 1 909 1 928
Ernest Duchesne Analisi chimica Alexander Fleming
sopre che la muffa del pigmento contenuto scopre (o riscopre)
Penicillium uccide nella porpora la penicillina
i batteri
la biosintesi I 1 41

Sostanze naturali Abbiamo appena descritto un interessante esempio di


biosintesi - la sintesi di sostanze naturali - in cui specie provenienti da rami to­
talmente distinti dell'albero evolutivo possono finire per produrre sostanze as­
solutamente identiche. Anche il Nassarius australiano e molti altri molluschi
marini producono una sostanza simile all'indaco, la porpora, che come l'indaco
è utilizzata dall'antichità per tingere le stoffe.
Per biosintesi si intende qualsiasi percorso biochimico uti­
lizzabile da un essere vivente per produrre una sostanza, e ' La natura è una
che comprende, con ogni probabilità, una successione di chimica sofisticata,
reazioni ed enzimi. Quando i chimici parlano di biosin­ versatile e vigorosa [ ... ]
tesi, però, si riferiscono solitamente ai percorsi biochimici
che portano alla produzione di sostanze naturali utili e/o che attraverso
sfruttabili commercialmente. È proprio quello che suc­ un'infinità di modi
cesse con la penicillina di Fleming, con l'indaco e la por­ diversi e imprevedibili
pora. Oggi esistono coloranti indaco e porpora sintetici, genera una serie
ma quest'ultima è tuttora estratta dai murici con costi di di strutture esotiche
produzione altissimi: per produrre un grammo di porpora, e al tempo stesso
che nel 2013 valeva la bellezza di 2440 euro, ci vogliono
10 000 murici del genere Purpura lapillus. Gli esempi non funzionali. '
mancano. Per produrre formaggi blu come il roquefort e Janos Bérdy, Istituto di Ricerca
lo stilton i produttori si affidano da secoli alle sostanze Farmaceutica IVAX, Budapest
naturali secrete dal Penicillium roqueforti, un parente della
muffa della penicillina.
Molte sostanze naturali, dagli antibiotici ai coloranti, sono composti noti come
metaboliti secondari. A differenza dei metaboliti primari, di cui un organismo ha
bisogno per vivere (come le proteine e gli acidi nucleici), i secondari sembrano
privi di qualsiasi utilità (naturalmente, spesso siamo noi a non aver ancora ca­
pito a cosa servono). I metaboliti secondari sono per lo più molecole di piccole
dimensioni, prodotte da organismi specifici, ed è per questo che la scoperta che
piante, molluschi e batteri sintetizzano pigmenti colorati simili diventa interes­
sante. Nessuno sa quale sia la funzione dei pigmenti blu e rossi scoperti nei bat­
teri della foresta coreana, né per quale motivo gli stessi pigmenti siano prodotti
anche dai murici australiani.

1 942 2005 201 3


Anne Miller, affetta Le sostanze naturali Sanofi lancia la produzione
da setticemia, è la prima note raggiungono d i artemisinina,
paziente trattata la cifra approssimativa u n antimalarico
con la penicillina di u n milione
142 1 chimica e vita

Dalla muffa del pane


alla penicillina
La m u ffa da cui Alexander F l e m i n g estrasse Dopo averlo sottoposto a u n a serie
la prima penicillina si c h i a m ava Penicil/ium d i tratta menti m utage n i , come
notatum. È u n a m uffa che ama l'i rraggiamento con i raggi X, si trova rono
particolarmente i l pane che avete i n cucina. tra l e mani u n a specie capace d i produ rre
Fleming e i s u o i co lleg h i provarono per a n n i , u n a q u a ntità di p e n ic i l l i na 1 000 volte
i n utilmente, a estrarre u n a q u a ntità superiore. Quello stesso ceppo
di antibiotico sufficiente per c u rare dei è utilizzato ancora oggi.

"r( LX
pazienti. Si trattava, i n parte, di un problema
H H
d i pu rificazione, m a a l l a fine c a p i rono
che q ue l l a particolare specie non era proprio :: S
CH3
i n grado di prod u rn e abbastanza.
Così si m isero in cerca d i ceppi s i m i l i
o N
che s intetizzassero u n a q u a ntità maggiore CH3
d i antibiotico, finendo per trovarne ,

o �/
u n o su un melone canta l upo:
La struttura della penici llina COOH
era i l Penicil/ium chrysogenum.
( R è variabile)

Microbi che combattono i microbi Secondo una stima approssima­


tiva, da quando Fleming scoprì la penicillina, nel 1 928, il numero delle sostan­
ze naturali isolate da esseri viventi di ogni tipo ha superato il milione. Nella
maggior parte dei casi si è trattato di sostanze con proprietà antimicrobiche. I bat­
teri del suolo come quelli dello studio coreano sono una fonte abbondante di
antibiotici. Si ipotizza che li producano come armi chimiche per difendersi da
altri batteri, competere con altri microrganismi per lo spazio e il cibo, e forse
anche per comunicare tra di loro. Con la comparsa di nuovi ceppi di microbi
come il Mycobacterium tuberculosis, dotato di una resistenza multifarmaco, la ri­
cerca di nuovi antibiotici si è fatta sempre più frenetica. È possibile che il posto
migliore in cui cercare nuovi farmaci antimicrobici siano i microrganismi stessi.
Il lavoro dei chimici si basa sul principio che, una volta capito come viene pro­
dotta una molecola in natura, si può copiare il processo, o addirittura migliorarlo
e farne una versione personalizzata. Gran parte dell'attività di laboratorio,
la biosintesi I 1 43

quindi, è dedicata alla mappatura dei percorsi biochimici seguiti da piante, bat­
teri e altri organismi per produrre le sostanze interessanti. È proprio quello che
è successo per lo sviluppo dell'artemisinina, un antimalarico di sintesi, prodot­
ta in natura dall'artemisia annuale. La pianta, tuttavia, non è in grado di pro­
durre le quantità di farmaco necessarie a
curare i milioni di persone che si amma­
lano di malaria ogni anno. Così, i chimici
hanno ricostruito l'intero percorso della
La porpora
sua biosintesi e, una volta individuati i Prima che se ne scoprisse l'identità c h i m ica,
geni e gli enzimi coinvolti, hanno modi­ la porpora era stata usata per secoli come colorante
ficato un lievito per fargli produrre il far­ per tingere le stoffe della nobi ltà e dei rea l i .
maco. L'azienda farmaceutica produttrice, Nel 1 909, i l c h i m ico tedesco Paul Fried liinder riuscì
Sanofi, ha annunciato che intende distri­ a d isporre di 12 000 m u rici ( Bolinus brandaris)
buire artemisinina «semisintetica» a fini e a estrarre 1 ,4 g ra m m i di pigm ento d a l l e loro
non lucrativi. g h ia n dole ipobranchiali. Dopo averlo filtrato,
p u rificato e crista l l i zzato ne fece u n' a n a l isi
Curiosamente, i percorsi biosintetici na­
elementare, svelandone la form u l a chi mica:
turali che conducono alla produzione dei
C 16 H 8 B r2 N 20 2•
coloranti porpora e blu non sono ancora
del tutto noti, nonostante le due sostanze
siano in uso da migliaia di anni. Secondo
alcuni, la coincidenza evolutiva che ha portato organismi diversi a produrre so­
stanze molto simili tra loro non è affatto una coincidenza. In effetti, la ghian­
dola del murice da cui si estrae la porpora contiene un'altra ghiandola che
trabocca di batteri. Per ora è solo un'ipotesi, ma siamo sicuri che microbi simili
a quelli raccolti nelle foreste coreane non abbiano trovato casa nelle ghiandole
dei murici?

idea chiave
Le linee di produzione
della natura
1 44 1 chimica e vita

36 La fotosintesi
Le piante hanno escogitato un trucco magistrale per estrarre
l'energia dalla luce. La fotosintesi non è solo la sorgente
di tutta l'energia che consumiamo alimentandoci:
è anche la fonte della molecola vitale presente nell'aria
che respiriamo, l'ossigeno.

Miliardi di anni fa, l'atmosfera della Terra era una miscela soffocante di gas che
non riusciremmo mai a respirare. C'era molta più anidride carbonica di oggi, ma
c'era poco ossigeno. Come avvenne il cambiamento?
La risposta è nelle piante e nei batteri. Si pensa, infatti, che i primi organismi a
immettere ossigeno nell'atmosfera siano stati gli antenati dei cianobatteri, orga­
nismi planctonici noti anche come alghe verdi-azzurre. Secondo questa ipotesi,
nel corso dell'evoluzione questi microrganismi, che producevano ossigeno me­
diante la fotosintesi, furono catturati dalle piante e si trasformarono nei cloro­
plasti, le componenti delle cellule vegetali in cui avviene la fotosintesi. Quando
le piante colonizzarono il pianeta iniettarono nell'atmosfera le enormi quantità
di ossigeno prodotte dai loro schiavi cianobatterici e l'atmosfera divenne rapi­
damente quella che i nostri antenati impararono a respirare. Le piante crearono
un ambiente adatto agli esseri umani.
L'energia chimica Le piante, però, non ridussero in schiavitù i ciano­
batteri per la loro capacità di produrre ossigeno. Il prodotto più importante
della fotosintesi, dal loro punto di vista, era lo zucchero, una molecola che
avrebbero potuto utilizzare come combustibile e per immagazzinare energia
chimica. I cloroplasti producono una molecola di glucosio ogni sei molecole
di ossigeno:

linea del tempo


1 754 1 845 1 898
Charles Bon net osserva Jul ius Robert Mayer afferma: Il termine
la produzione di bolle «Le piante convertono l'energia «fotosintesi» diventa
da parte d i foglie l u m i nosa in energia chimica» di uso comune
immerse i n acqua
la fotosintesi I 1 45

anidride carbonica + acqua (e luce) ___.,. glucosio + ossigeno

L'equazione, in realtà, non è che un riassunto della fotosintesi, una sorta di rea­
zione «netta» : ciò che accade veramente nel cloroplasto è molto più complicato.
La chiave del processo è la clorofilla, il pigmento verde che dà alle foglie delle
piante e ai cianobatteri il loro colore caratteristico. La clorofilla assorbe la luce
che dà il via al trasferimento dell'energia da una molecola all'altra, e la ragione
per cui le piante sono verdi è che l'assorbimento avviene solo nelle altre regioni
dello spettro visibile: la luce verde viene riflessa, ed è quello il colore che ve­
diamo noi.
Una reazione a catena I pigmenti di clorofilla ri­
cevono l'energia della luce incidente e la trasferiscono dalle ' La natura si è posta
cosiddette «antenne» a molecole più specializzate, nel il problema di come
cuore dei centri di reazione fotosintetici dei cloroplasti. Gli
elettroni emessi dalle clorofille specializzate innescano vere
catturare al volo la luce
e proprie cascate elettroniche, con le particelle che rim­ che inonda la Terra
balzano da una molecola all'altra come in un flipper. Il ri­ e imprigionare la più
sultato finale della catena di reazioni redox (si veda p. 56) elusiva di tutte
è la produzione di energia chimica sotto forma di molecole le energie. '
note come NADPH e ATP, che controllano la produzione
Julius Robert Mayer
degli zuccheri. Nel corso del processo l'acqua viene scissa,
liberando l'ossigeno che respiriamo.
Ricordarsi di tutte le molecole coinvolte nel trasferimento degli elettroni non
è facile e non è nemmeno particolarmente utile. Ciò che conta realmente è
dove ha luogo la reazione, ovvero i fotosistemi (si veda il riquadro a p. 146). Si
tratta di aggregati di molecole situati in alcune membrane all'interno dei clo­
roplasti, gli schiavi cianobatterici di un tempo. Il processo genera ioni idrogeno
(protoni) che si accumulano su un lato della membrana per poi attraversarla
sotto l'azione di una proteina che sfrutta abilmente il pompaggio dei protoni
per produrre ATP.

1 955 1 971 2000


Melvin Calvin e colleghi Prima ana lisi dettagl iata Viene pubbl icato
mappano i l percorso seguito dei fotosistemi, i complessi per la prima volta
dal carbonio d u rante proteici coinvolti nella fotosintesi il genoma di una pianta
la fotosintesi
1 46 I chimica e vita

I fotosistemi I e II
N e l l a fotosintesi delle p i a nte entrano in gioco i n n esca un'altra cascata di elettroni
due tipi di complessi prote ici: i n uno viene in direzione di una proteina, la ferredoxina,
p rodotto ossigeno, m e ntre l'altro genera che riduce il NADP+ per formare il sistema
le molecole di NADPH e di ATP cui è affidato in cui viene i m magazzinata l'energia c h i m ica,
il trasporto dell'energia. I due enzimi, i l NAD P H .
vol u m i nosi e complessi, sono detti
membrana
rispettiva mente fotosistem i I e I l . P u ò
esterna
sembrare poco intu itivo, ma è p i ù faci le fotosistema I l lpH 8)

co mi nciare d a l l a descrizione del fotosistem a I l . luce solare

A l s u o interno, u n a coppia di clorofi l l e


specializzate, il P680, si eccita ed espelle ?!p,ff�
A complesso
citocromo ®

u n elettrone, acquisendo u n a carica positiva


e con essa la capacità di sottrarre elettroni

H,O�
al l'acq ua, con conseguente emissione di
ossigeno. N e l frattem po, il fotosistema I riceve
g l i elettron i dal fotosistema Il e dalle proprie membrana

molecole di clo rofi l la. Il P700, la coppia i o2 + 2W di trasporto


degli elettroni
interna
lpH 4)

di clo rofi lle specializzate del fotosiste ma I,

La fissazione del carbonio L'energia chimica creata nei cloroplasti e


immagazzinata nell'ATP e nel NADPH viene impiegata in un ciclo di reazioni
che sfrutta l'anidride carbonica dell'aria per produrre zuccheri, utilizzandone gli
atomi di carbonio per formare gli scheletri delle nuove molecole. Il processo,
noto come «fissazione del carbonio» , evita che l'atmosfera terrestre si saturi di
anidride carbonica, e fornisce alle piante energia da impiegare nelle cellule o da
immagazzinare sotto forma di amido.
Forse state pensando che le piante sarebbero felici di veder aumentare l'anidride
carbonica nell'atmosfera, e in effetti potrebbe anche essere così, se l'unica cosa
a cambiare fossero i livelli di C02 • Il problema attuale, invece, è che la variazione
riguarda anche altri parametri, come la temperatura globale. A conti fatti, gli
scienziati ritengono che il risultato finale potrebbe essere non un'accelerazione,
ma un rallentamento della crescita delle piante.
la fotosintesi I 1 47

Meglio dell'evoluzione Le piante


sono bravissime a estrarre l'energia dalla luce:
la produzione di glucosio avviene a un ritmo Energia
di un milione di molecole al secondo. Tutta­
via, se pensiamo che hanno potuto evolversi senza luce
per molti milioni di anni per perfezionare il I n generale, tutta l'energia della Terra
processo, non si può certo dire che siano molto proviene dal Sole ed è util izzata d a l l e
efficienti. Se confrontiamo l'energia totale tra­ pia nte, che costituiscono l a base delle
sportata dai fotoni impiegati nella fotosintesi catene a l i mentari. Le p i a nte e i batteri
con quella che emerge effettivamente sotto sono organismi a utotrofi, cioè producono
forma di glucosio, ci accorgiamo di un grosso i l proprio cibo (sotto forma d i zuccheri)
scarto. Tenendo conto dell'energia persa nel e se ne servono come scorta di energia.
corso del processo e di quella spesa nelle rea­ S u l fondo degli oceani, i nvece, dove
zioni, l'efficienza complessiva è inferiore al 5 %. non c'è l uce per la fotosintesi, vive
E questo è solo il massimo: nella maggior parte un altro tipo di org a n i s m i a utotrofi, i batteri
dei casi, l'efficienza del processo è ancora più chemiosintetici, che estraggono l'energia
bassa. da com posti c h i m ici com e i l solfuro
di i d rogeno.
E noi, che viviamo su questo pianeta da meno
di un milione di anni, cosa siamo in grado di
fare? Siamo in grado di estrarre l'energia dalla
luce del Sole e trasformarla in un combustibile più efficientemente delle piante?
È proprio quello che stanno cercando di fare gli scienziati per risolvere i nostri
problemi energetici. Oltre alle celle solari (si veda p. 1 72), si sta pensando a una
«fotosintesi artificiale» (si veda p. 201 ) che scinda l'acqua - come fanno le piante
- ma produca idrogeno da utilizzare direttamente come combustibile o per fab­
bricare altri combustibili.

idea chiave
Le piante creano
energia chimica dalla 1 uce
148 1 chimica e vita

37 I messaggeri
chimici
Per interagire con i suoi simili l'uomo ha sviluppato il linguaggio,
ma prima ancora che imparasse a parlare, le sue cellule erano
già in grado di comunicare. I loro messaggi viaggiano
attraverso il nostro corpo e gli impulsi nervosi che trasmettono
ci permettono di muoverci e di pensare. Come fanno?

Le cellule del nostro corpo non lavorano da sole. Comunicano incessantemente,


cooperando e coordinando le proprie azioni per aiutarci a compiere i gesti quo­
tidiani. Per riuscirci, utilizzano composti chimici.
Gli ormoni controllano lo sviluppo del nostro corpo, l'appetito, gli stati d'animo
e il modo in cui reagiamo al pericolo. Può trattarsi di ormoni steroidei (si veda il
riquadro a p. 149), come il testosterone o l'estrogeno, o di ormoni proteici, come
l'insulina. Il sistema immunitario si serve di molecole segnalatrici per reclutare le
cellule che possono aiutarci a combattere un raffreddore o un'influenza; forse,
però, l'esempio più impressionante dell'uso di messaggeri chimici da parte del no­
stro corpo è dato da tutti i pensieri e i movimenti, dal più piccolo battito di ciglia
al trionfo fisico di una maratona. Ognuno di questi gesti è il risultato di una classe
particolare di messaggi chimici, gli impulsi nervosi.
Un inizio nervoso Non molti anni fa, gli scienziati stavano ancora liti­
gando sulla natura degli impulsi nervosi. Negli anni '20 l'ipotesi più diffusa era
che si trattasse di segnali elettrici, e non chimici. I nervi degli animali da labo­
ratorio più comuni sono troppo delicati per essere studiati agevolmente; così,
due scienziati britannici, Alan Hodgkin e Andrew Huxley, decisero di dedicarsi

linea del tempo


1 877 1 91 3 1 934
Emil du Bois-Reymond Henry Dale scopre Si scopre il legame tra l'etilene
si chiede se g l i impulsi l'aceti lco li na, il primo e la maturazione di pere e mele:
nervosi siano elettrici neu rotrasmettitore iniziano le ricerche sugli ormoni
o chimici delle pia nte
i messaggeri chimici I 1 49

a qualcosa di più grande, le fibre ner­


vose giganti del calamaro. Pur avendo Gli ormoni
un diametro di appena un millimetro,
i nervi dei muscoli natatori del cala­ sessuali
maro erano comunque un centinaio I l testoste rone e l'estrogeno sono entrambi ormoni
di volte più spessi di quelli delle rane steroidei: i loro effetti s u l corpo spaziano
con cui i due scienziati erano abituati dal metabolismo a l desiderio sessuale. Se si pensa
a lavorare. Nel 1939, Hodgkin e Hu­ che entrambi sono ben noti per i l loro ruolo
xley cominciarono le loro ricerche sui nelle differenze tra l'aspetto e la fisiologia masch i l e
«potenziali d'azione» - differenze di e fem m i nile, l a somiglia nza tra la struttura delle d u e
carica tra l'interno e l'esterno delle molecole è i m pressionante. Entrambe s o n o formate da
cellule nervose - inserendo delicata­ q u attro anelli; i gruppi associati a ogni anello sono tutti
mente un elettrodo nelle fibre nervo­ identici tra n n e u no. Si è soliti identificare
se di un calamaro. Scoprirono così i l testoste rone con l'ormone « m asc h i le», ma i n realtà
che quando il nervo inviava un se­ gli u o m i n i ne producono solo di p i ù ; le donne ne
gnale, il potenziale era molto più alto h a n n o bisogno per prod u rre l'estrogeno, e q u esto
di quando era a riposo. spiega perché le d u e molecole abbiano u n a struttura
così s i m i le. Cu riosamente, nella donna i live l l i
La Seconda guerra mondiale costrinse
di testosterone sono p i ù a l t i al matti no e variano
Hodgkin e Huxley a interrompere le
nel corso della g iornata e del mese, proprio come
ricerche, e fu solo al termine del con­
i tradiziona l i ormoni «fem m i n i l i » .
flitto che i due poterono riprendere OH
l'analisi dei potenziali d'azione. Le
loro intuizioni ci hanno aiutato a ca­
pire che gli «impulsi elettrici» che si testosterone
propagano lungo un nervo sono il ri­
sultato del passaggio di ioni carichi
dall'interno all'esterno della cellula.
o
All'arrivo di un impulso, i canali io­
nici (si veda il riquadro a p. 1 5 1 ) pre­
senti nella membrana della cellula
nervosa lasciano entrare gli ioni sodio. estradiolo
Nel caso di un impulso uscente, in­
vece, si ha una cascata di ioni potas­ HO

sio verso l'esterno.

1 951 1 963 1 981 1 998


John Eccles dimostra Le ricerche di John Eccles, Alan Da u n batterio marino Roderick MacKinnon
che la trasmissione degl i Hodgkin e Andrew Huxley sulla viene isolata la prima ricostruisce la struttura
impu lsi n e l sistema nervoso natura ionica deg li impulsi nervosi molecola «quorum tridimensionale dei
centrale è di natura chim ica sono ricompensate con il Nobel sensing» canali ionici nei nervi
1 50 I chimica e vita

' Hitler invase Come si forma la catena di impulsi che trasmette i «mes­
saggi» da una cellula nervosa all'altra? Il «messaggio» , in
la Polonia, scoppiò questo caso, è una sequenza di eventi chimici che si inne­
la guerra e io dovetti scano a cascata come un passaparola alla velocità della
abbandonare le mie luce. Per trasmettere l'impulso nervoso da una cellula alla
ricerche per otto anni, successiva è necessario che una classe di molecole note
fino al 1 947, quando come neurotrasmettitori attraversi rapidamente lo spazio
potei finalmente intercellulare e aderisca alla membrana della cellula rice­
vente, scatenando l'impulso successivo. Grazie a queste ca­
ritornare tene di trasmissione chimiche gli impulsi possono
al Plymouth. ' propagarsi dal cervello al resto del corpo, fino alla punta
Alan Hodgkin, a proposito dei piedi.
delle ricerche sulla propagazione
A partire dal 1 9 1 3 , con la scoperta dell'acetilcolina, ci
degli impulsi nervosi nei calamari
siamo resi conto del ruolo cruciale dei neurotrasmettitori
nel cervello, dove partecipano all'attivazione di 100 mi­
liardi di cellule nervose. Le cure per i disturbi mentali partono dal presupposto
che l'origine della malattia sia di natura chimica: nel caso della depressione, ad
esempio, si pensa che il neurotrasmettitore responsabile sia la serotonina.
Quando nel 1987 fu lanciato il Prozac, si pensò che il suo successo fosse dovuto
all'induzione di un aumento dei livelli di serotonina, anche se ancora oggi non
tutti sono d'accordo su questa spiegazione.
Parlarsi aiuta L'utilizzo di messaggeri chimici, tuttavia, non è appan­
naggio esclusivo degli esseri umani e degli altri animali. In qualsiasi organismo
multicellulare le cellule devono essere in grado di «parlarsi». Le piante, ad
esempio, non hanno i nervi ma producono ormoni. Più o meno negli stessi
anni in cui i fisiologi facevano passi avanti fondamentali sugli impulsi nervosi,
gli studiosi del mondo vegetale scoprirono l'importanza dell'etilene nel pro­
cesso di maturazione della frutta. In realtà, oltre a far maturare la frutta, la mo­
lecola - la stessa da cui si produce il polietilene (si veda p. 160) - ha un ruolo
cruciale nella crescita della pianta. L'etilene è prodotto da quasi tutte le cel­
lule vegetali; il suo segnale si propaga mediante l'attivazione dei recettori pre­
senti sulle membrane cellulari, analogamente a molti ormoni animali. Gli
scienziati non hanno ancora finito di studiare la complessità della sua influenza
sullo sviluppo delle piante: sembra che l'etilene, da solo, possa attivare mi­
gliaia di geni diversi.
Anche nel caso di organismi semplici come i batteri, ritenuti per lungo tempo
dei solitari, le cellule devono collaborare, e dal momento che i microbi non
i messaggeri chimici I 1 51

possono comunicare con il linguaggio o con


I canali
i gesti, devono ricorrere alle sostanze chimi­
che. Non più di una decina di anni fa si è ionici
scoperto che, a quanto pare, si tratta di una
Nel 2003, i l Nobel per la C h i m ica è stato
capacità condivisa da tutti i batteri. Ad
attribuito a Roderick MacKin n o n per aver
esempio, pensate a ciò che capita quando vi
ricostru ito la struttura trid i mensionale
ammalate. Un solo minuscolo batterio po­
dei can a l i potassio servendosi della
trebbe non essere in grado di fare granché.
cristal log rafia a raggi X. I risu ltati di
Migliaia, o milioni, di batteri scatenati in un
MacKi n n o n h a n n o permesso a g l i scienziati
assalto coordinato, invece, sono un affare
d i capire la selettività dei canali i o n ici:
ben diverso. Come si accordano sul piano di
un determ i nato canale, i nfatti, lascia
battaglia? Come chiamano a raccolta le
transitare solo u n tipo d i ioni ( potassio)
truppe? Servendosi di sostanze chimiche: per
bloccando l'altro (sodi o ) .
la precisione, delle cosiddette molecole
«quorum sensing» . Grazie a esse e ai loro re-
cettori, i batteri appartenenti alla stessa spe-
cie possono comunicare. Esistono anche molecole che vengono riconosciute
da famiglie batteriche diverse e si comportano come una sorta di «esperanto
chimico», un linguaggio universale che consente ai microbi di comunicare ab­
battendo le barriere tra le specie.
La miriade di forme di comunicazione chimica tra le cellule riveste un'impor­
tanza fondamentale per la vita. Senza le molecole segnalatrici, nessun organismo,
unicellulare o multicellulare, riuscirebbe a funzionare come un'unità coerente.
Ogni cellula sarebbe un'isola, condannata a vivere e a morire da sola.

idea chiave
Le cellule comunicano
mediante messaggeri chimici
1 52 I chimica e ambiente

38 La chimica verde
Negli ultimi decenni abbiamo assistito all'ascesa
della chimica verde, un approccio più sostenibile che mira
a ridurre i rifiuti e incoraggia i chimici a progettare
le reazioni in modo più intelligente. Tutto cominciò
con l'arrivo delle ruspe in un cortile di Quincy,
nel Massachusetts.

Paul Anastas era cresciuto a Quincy, nello Stato americano del Massachusetts.
Un tempo, prima che arrivassero i palazzoni di vetro delle grandi aziende, dalla
casa dei suoi genitori si poteva ammirare la vista delle wetlands, gli acquitrini che
circondavano la città; fu proprio la distruzione di quello spettacolo che ispirò Paul,
il quale, a soli 9 anni, scrisse un saggio premiato dal Presidente degli Stati Uniti
con l'Award of Excellence. Quasi vent'anni più tardi, dopo aver conseguito il dot­
torato in chimica organica, Paul Anastas trovò lavoro all'EPA, l'Agenzia statuni­
tense per la protezione dell'ambiente, e fu ll che scrisse il manifesto per una nuova
chimica, più intelligente e più sostenibile. Da allora, per i chimici di tutto il mondo
Anastas divenne il «padre della chimica verde» .
L'idea di «chimica verde» sviluppata d a Anastas a soli 28 anni prevedeva la ridu­
zione dell'impatto ambientale delle sostanze chimiche, dei processi chimici e della
chimica industriale. In che modo? Sostanzialmente, trovando nuovi metodi per
fare ricerca, più ingegnosi e rispettosi dell'ambiente, abbattendo la produzione di
rifiuti e riducendo la quantità di energia consumata dai processi chimici. Ren­
dendosi conto che l'industria avrebbe potuto accogliere le sue idee poco favore­
volmente, Anastas le portò avanti sostenendo che lavorare in maniera intelligente
significava anche lavorare in modo più economico.

Hnaa da·1 tempo


1 991 1 995 1 998
Paul Anastas conia Lancio dell'in iziativa Anastas e John
l'espressione Presidential Green Warner pubblicano
«chimica verde» Chemistry Challenge Green Chemistry:
Theory and Practice
la chimica verde I 1 53

La desalinizzazione verde
La crescita demog rafica e le siccità via via nocive. Le m e m brane NEXAR della Kraton

più frequenti ci dicono che l'acqua sta permettono anche di risparmi a re energia
diventando sempre p i ù scarsa. In tutto negli i m p ianti di desa l i n izzazione:
i l mondo sono n u m e rose le città dotate i l loro i m p iego potrebbe a d d i rittura
di i m pianti di desa l i n izzazione che di mezzarne i l consumo energetico.
le riforniscono d i acq ua potab i l e estraendo
il sale d a l mare. Sfortu natamente s i tratta
di un'operazione che richiede pressione
molta energia per spi ngere l'acqua
attraverso u n a sottile m e m brana dotata di
fore l l i n i m i n u scoli. La tecnica, detta osmosi
i nversa, necessita di m e m b ra n e special izzate
la cui fabbricazione sfrutta un gran n u mero
di sostanze c h i m iche, tra cui diversi solventi.
Nel 2 0 1 1 , uno dei Presidential
G reen Challenge Awa rds è stato attri bu ito
a u n'azienda, la Kraton, che ha svi l u ppato
pressione osmotica
u n a tecnica i nnovativa per produrre
La desalinizzazione dell'acqua di mare si ottiene ap­
membrane p o l i m eriche economiche
plicando una pressiore maggiore di quella osmotica.
riducendo l'uti l izzo d i sostanze c h i m ic h e

I 12 princìpi della chimica verde Nel 1 998 Paul Anastas e il chi­


mico della Polaroid John Wamer stilarono la lista dei 1 2 princìpi della chimica
verde, riassumibili così:
1 . Produrre la minima quantità possibile di rifiuti.
2. Concepire processi chimici che sfruttano ogni atomo che vi prende parte.
3. Non usare reagenti pericolosi; non creare prodotti secondari pericolosi.

201 1 2020
I l fatturato della chim ica verde Si prevede che per questa data
raggiunge i 2,8 m i l iardi di dollari il fatturato della chimica verde
raggiunga i 98,5 m i l iardi di dollari
154 1 chimica e ambiente

4. Sviluppare nuovi prodotti meno tossici di quelli esistenti.


5. Utilizzare solventi più sicuri, e in minor quantità.
6. Mirare all'efficienza energetica.
7. Utilizzare materie prime rinnovabili.
8. Progettare reazioni che producono solo le sostanze di cui si ha bisogno.
9. Aumentare l'efficienza attraverso l'uso di catalizzatori.
10. Progettare prodotti biodegradabili.
1 1 . Monitorare le reazioni per minimizzare la produzione di scarti e di pro­
dotti secondari pericolosi.
12. Privilegiare gli approcci che minimizzano gli incidenti, gli incendi e le
esplosioni.
I 12 princìpi miravano a essere più efficienti nell'utilizzo dei rea­
' Avremo la certezza genti e dei prodotti, e sottolineavano l'importanza dell'impiego
che la «Chimica verde» di sostanze meno nocive per le persone e per l'ambiente. Sem­
ha avuto successo plice buon senso, direte voi, ma l'industria chimica aveva se­
quando questa guìto altri standard per così tanto tempo che fu necessario dire
espressione sparirà le cose ad alta voce.
perché sarà A casa del Presidente Da semplice chimico dell'EPA,
l'unica chimica l'Agenzia statunitense per la protezione dell'ambiente, Paul
che conosceremo. ' Anastas divenne rapidamente capo divisione e poi direttore
del nuovo programma per la chimica verde promosso dal­
Paul Anastas, l'Agenzia. Nel suo primo anno come direttore propose di pre­
citato dal «New York limes» miare chi, tra gli scienziati universitari e le industrie, avesse
raggiunto risultati di successo nel campo della chimica verde.
Il concorso ricevette il patrocinio del Presidente Bill Clinton: nacque così il Pre­
sidential Green Chemistry Challenge, che ancora oggi gode di un grande successo.
Uno dei premi dell'edizione del 2012 è andato all'azienda Buckman Intematio­
nal, i cui chimici hanno messo a punto una tecnica per produrre carta riciclata
più resistente riducendo lo spreco di prodotti chimici ed energia. Prendendo
spunto dall'articolo 9 della lista di Anastas e Wamer, hanno utilizzato degli en­
zimi - catalizzatori biologici - per controllare reazioni che producono fibre di
legno con la struttura desiderata. È stato calcolato che con questa tecnica una
sola cartiera potrebbe risparmiare 1 milione di dollari all'anno: è la dimostra­
zione che lavorare in maniera più intelligente significa spendere meno.
la chimica verde I 1 55

Altri premi sono stati conferiti a tecniche


«verdi» per produrre cosmetici, carburanti e
membrane per la desalinizzazione dell'acqua.
L'economia
Dopo aver vinto un premio dalle mani del
Presidente all'età di nove anni e dopo aver
atomica
promosso la creazione di un proprio premio I princì p i della c h i mica verde prendono s p u nto dal

presidenziale, a soli 37 anni Anastas è stato concetto d i «eco n o m i a atomica», che non è stato

chiamato alla Casa Bianca da Bill Clinton in svi l u ppato da Anastas e Warner ma da B arry Trost,

persona a occuparsi di politiche ambientali d e l l ' U n iversità di Stanford. Per o g n i reazione

per l'Office of Science and Technology Policy. possiamo sti m a re i l n u mero totale di atomi dei

reagenti e confrontarlo con i l n u mero (stimato)


Un futuro verde Secondo le cifre for­ totale degli atomi dei prodotti. I l rapporto vi dice
nite dall'EPA, la quantità di rifiuti chimici tos­ q u a nto siete stati efficienti nell'uti l izzo dei vostri
sici prodotti negli Stati Uniti è crollata dai atom i . N e l la c h i m ica verde, o g n i atomo conta.
278 milioni di tonnellate del 1991 - l'anno in
cui Anastas coniò l'espressione «chimica ver-
de» - a 35 milioni di tonnellate nel 2009. Le industrie hanno cominciato a fare più
attenzione al loro impatto sull'ambiente. Tuttavia non bisogna farsi prendere da fa­
cili entusiasmi: Anastas ha fatto una carriera splendida, ha avuto alcune grandi
idee ed è arrivato alla Casa Bianca, ma i problemi dell'industria non si sono risolti
magicamente: tutt'altro. Molte sostanze chimiche fondamentali per la fabbrica­
zione dei prodotti che usiamo quotidianamente sono ottenute ancora oggi dalla
raffinazione del petrolio, cioè da una fonte non rinnovabile ad alto rischio di in­
quinamento. Si può fare molto di più.
La chimica verde sta ancora muovendo i primi passi. Si prevede che crescerà ra­
pidamente (c'è chi stima che alla fine del decennio sfiorerà i 100 miliardi di fat­
turato) , ma Anastas non sarà contento finché non avrà dipinto di verde l'intera
industria chimica. In un'intervista rilasciata nel 201 1 all'autorevole rivista scien­
tifica «Nature», a 20 anni di distanza dagli inizi, Anastas ha dichiarato che il
suo obiettivo finale è far sì che la chimica adotti integralmente i princìpi della
chimica verde. A quel punto, l'espressione «chimica verde» cesserà di esistere
una volta per tutte: la chimica verde sarà chimica, e basta.

idea chiave
Una chimica che non nuoce
all'ambiente
156 1 chimica e ambiente

39 La benzina
L'automobile ci ha dato la libertà di vivere e lavorare
come più ci piace. Senza il petrolio e i derivati del processo
di raffinazione messo a punto grazie ai progressi della chimica
non avremmo la benzina: dove saremmo, oggi? La benzina, però,
è anche il combustibile che forse ha contribuito più di ogni altro
ai cambiamenti climatici e all'inquinamento atmosferico.

In una giornata qualsiasi del 2013, la popolazione statunitense ha consumato in


media nove milioni di barili di benzina. Ipotizziamo che si sia trattato del primo
gennaio. L'indomani, il 2 gennaio, gli Stati Uniti hanno consumato altri nove
milioni di barili; lo stesso è accaduto il 3 gennaio, e così ogni giorno per 365
giorni. Alla fine dell'anno, il consumo totale è stato di più di tre miliardi di ba­
rili, e tutto questo solo negli Stati Uniti.
La maggior parte di quella quantità esorbitante di benzina è stata bruciata dai
motori a combustione interna dei veicoli per percorrere una distanza comples­
siva di quasi 4,8 trilioni di chilometri. Se pensiamo che solo 150 anni fa non esi­
stevano le automobili (se non quelle a vapore) , che i motori a combustione
interna alimentati a benzina non erano ancora stati inventati e il primo pozzo di
petrolio era entrato in funzione appena cinque anni prima, vediamo subito che
l'ascesa dei veicoli a motore alimentati a benzina è stata realmente fulminante.
Sete di carburante All'inizio del XX secolo, le automobili immatrico­
late in tutti gli Stati Uniti erano solo 8000, e non ce n'era una che superasse i
32 km/h. In quegli stessi anni, però, la corsa all'oro nero aveva già preso il via,
e i magnati del petrolio come Edward Doheny - al quale sembra che si sia ispi­
rato Daniel Day Lewis per il suo personaggio nel film Il petroliere - guadagna-

linea del tempo


1 854 1 859 1 880 1 900
Si costituisce la Pennsylvania Primo pozzo Primo motore a Negli Stati U niti,
Rock Oil Compa ny, che estrae di petrolio combustione interna le automobili
il petrolio scavando a l i mentato a bènzina i m m atricolate sono
in superficie più di 8000
la benzina I 1 57

vano milioni di dollari. Le trivelle della Pan Ame­


rican Petroleum & Transport Company di Doheny ' Avevo già trovato l'oro
aprirono il primo pozzo eruttivo di Los Angeles nel e l'argento [ . . . ] ma ebbi
1 892. Cinque anni più tardi, i pozzi di petrolio erano la sensazione che quella
diventati 500. sostanza così poco
La domanda di petrolio cresceva più rapidamente attraente era la chiave
delle conoscenze dei chimici. Nel 1 923, in un arti­ di qualcosa di molto più
colo per « lndustrial and Engineering Chemistry» prezioso [ . ] dei due
. .

Carl Johns, della Standard Oil Company del New metalli. '
Jersey, lamentava la mancanza di ricerche chimiche
sull'argomento. Nel frattempo, i divi di Hollywood
Edward Doheny
e nababbi arricchitisi con il petrolio, tra cui i Do-
heny, giravano su macchine lussuose. Ned, il figlio di Edward, aveva comprato
a sua moglie un'automobile progettata dalla Earl Automobile Works: era di co­
lore grigio opaco, con sedili di pelle rossa e lampade Tiffany. Il progettista capo
della Earl Automobile, Harley Earl, divenne poi responsabile della divisione
artistica della General Motors, e progettò gli allestimenti di numerose Cadil­
lac, Buick, Pontiac e Chevrolet.
Una bruciante ambizione La domanda crescente di automobili e la de­
terminazione di Henry Ford nel soddisfarla con la sua idea di catena di montag­
gio per la produzione di massa portarono all'apertura di pompe di benzina su tutta
la rete stradale. I progressi compiuti dalle tecniche di raffinazione, tra cui il crac­
king (si veda p. 64 ), permisero ben presto ai petrolieri di ottenere miscele di ben­
zina di alta qualità, caratterizzate da una miglior combustione.
La miscela con cui oggi riempite il serbatoio dell'automobile contiene centinaia di
sostanze chimiche diverse, tra cui vari idrocarburi e additivi contro il battito in
testa (detonazione spontanea), antiruggine e antigelo. La famiglia degli « idrocar­
buri» comprende una gran quantità di composti lineari, ramificati, ciclici (ad
anello) e aromatici (si veda il riquadro a p. 158). L'identità chimica di ogni com­
ponente dipende in parte dalla zona di origine del petrolio. Spesso si mescolano
qualità di greggio provenienti da regioni diverse e dotate di caratteristiche diverse.

1 91 3 1 993 2000 201 4


Alla Ford Motor Company Entrano i n vigore I l n u mero d i autoveicoli Entrano i n vigore
entra in funzione la prima le norme Euro 1 i m matricolati negli Stati le norme E u ro 6
catena di montaggio per i veicoli adibiti Uniti raggiu nge
di automobili al trasporto di passeggeri i 226 mi lioni
1 58 I chimica e ambiente

Nel motore a scoppio di un'automobile, la benzina brucia in presenza dell'aria


che fornisce l'ossigeno necessario alla combustione. La combustione produce
anidride carbonica e acqua. Ad esempio:

eptano + ossigeno __., anidride carbonica + acqua

La reazione è un esempio di ossidoriduzione (si veda p. 56): gli atomi di carbo­


nio dell'eptano si ossidano, mentre l'ossigeno si riduce.
Problemi di inquinamento Fino
Il b enzene a qualche decina di anni fa, l'aggiunta di
piombo tetraetile nella benzina impediva
1 1 benzene (C6 H 6) è u n idrocarburo ciclico che s i forma che il carburante esplodesse prima di aver
nel processo di raffi nazione del petro lio ma che raggiunto la camera di scoppio del motore
è presente i n natura nel petrolio greggio. La sua e garantiva una combustione più efficien­
importanza a l ivello industriale è legata alla produzione te. I gas di scarico dell'automobile, però,
di farmaci e di sostanze plastiche. L'anello a 6 atomi riversavano nell'atmosfera una sostanza
d i carbonio del benzene è stabile e compare anche tossica, il bromuro di piombo, che si for­
i n una gran varietà di com posti naturali e sintetici, mava nella reazione tra l'antidetonante e
gli id rocarburi aromatici. Tra gli esempi di derivati un ulteriore additivo che avrebbe dovuto
del benzene troviamo il paracetamolo, l'aspirina e le impedire al piombo di accumularsi nel mo­
sostanze che danno alla scorza d i cannella e alla van i g l ia tore: l'l ,2-dibromoetano. A partire dagli
il loro profumo così dolce. Il benzene, da solo, anni '70 la benzina al piombo cominciò a
è cancerogeno; i suoi livelli nella benzina sono tenuti essere tolta dal commercio e i petrolieri
rigidamente sotto control lo per evitare emissioni escogitarono nuovi modi per produrre car­
atmosferiche rischiose. L'introduzione delle marm itte buranti ad alto numero di ottano e com­
catalitiche ha avuto un ruolo cruciale nella riduzione bustione efficiente (si veda il riquadro a p.
delle emissioni di benzene. 159) capaci di aumentare il numero di chi­
H lometri percorsi con un litro.
I
H .....,_ -<"C ......_ / H L'eliminazione del piombo rappresentò la
cy e

I 11 soluzione di un problema, ma il boom del­


/ e � /e, l'industria automobilistica nel corso del
H C H
I XX secolo fece schizzare verso l'alto i livelli
H di anidride carbonica nell'atmosfera. L'au­
anello benzenico
benzene
(rappresentazione mento riguardò anche altre sostanze inqui­
(struttura di Kekulé)
semplificata) nanti, poiché l'energia fornita dal motore a
la benzina I 1 59

scoppio porta alla reazione di altre componenti


dell'aria. La reazione dell'azoto con l'ossigeno
produce ossidi di azoto (NO ) che contribui­ I numeri
scono alla formazione dello �mog e sono no­
civi per i polmoni. Si pensa che circa metà di di ottano
tutte le emissioni di NO sia da attribuire al
X Il n u mero d i ottano d i una miscela
trasporto su strada. di benzina o di una particolare componente
della benzina è u na misura della sua
La soluzione è chimica Con l'intro­
capacità di bruciare in ma niera efficiente.
duzione di limiti sempre più stringenti, il ta­
Lo si misura su una scala che va
glio delle emissioni dei veicoli è diventato una
da O (corrispondente al l'eptano) a 1 00
priorità dei costruttori di automobili. L'indu­
(corrispondente al 2,2,4-trimetilpentano
stria sta considerando seriamente l'opzione
o «isoottan o » ) . I componenti della benzina
elettrica e ibrida, ma nel frattempo servono so­
con u n basso n u m e ro di ottano hanno una
luzioni per le automobili alimentate a benzina
maggiore probabilità d i dar luogo a u n a
e a gasolio. Solo negli Stati Uniti, ogni anno si
combustione spontanea ( battito i n testa) .
bruciano tre miliardi di barili di benzina, ab­
bastanza da riempire 200 000 piscine olimpio-
niche ed equivalenti a più di un gallone (3,8
litri) di benzina al giorno per cittadino americano. I chimici sono impegnati
nella ricerca di catalizzatori per marmitte, trappole per NOx e altre tecnologie per
la riduzione delle emissioni.
Grazie ai progressi della chimica si sono potuti produrre carburanti più efficienti,
che a loro volta hanno permesso alla massa di automobilisti di viaggiare di più e
in maniera più economica. Oggi la chimica ne deve affrontare le conseguenze:
un'atmosfera soffocata dai gas di scarico e la progressiva diminuzione delle ri­
sorse che rendono possibili i nostri spostamenti quotidiani.

idea chiave
Carburanti c e hanno
cambiato il mondo
1 60 I chimica e ambiente

40 Le materie
plastiche
Come facevamo prima che inventassero la plastica?
Come portavamo la spesa a casa? Da dove prendevamo
le patatine? Di che cosa era fatto tutto quanto?
Vi parrà strano, ma stiamo parlando di un'epoca
non così remota.

Quando le patatine cominciarono a essere prodotte su scala industriale, venivano


vendute in lattine, sacchetti di carta cerata o anche, talvolta, in grandi conteni­
tori da cui se ne poteva prendere la quantità desiderata, come si fa in certi negozi
di dolciumi. Oggi tutto è diventato più pratico e igienico: le patatine sono ven­
dute in sacchetti di plastica come gran parte del cibo che compriamo.

' Il materiale Negli Stati Uniti, la prima azienda produttrice di patatine fu fondata
nel 1 908; l'anno precedente era stata inventata la bachelite, la prima
dai mille usi. ' materia plastica totalmente sintetica. La bachelite è una resina di co­
Lo slogan della bachelite lore ambrato ottenuta dalla reazione di due composti organici, il fe­
nolo e la formaldeide. È un materiale termoindurente: una volta
solidificata, non può più essere rimodellata con l'esposizione a una fonte di ca­
lore. Inizialmente venne usata in ogni sorta di prodotti, dalle radio alle palle
da biliardo. Al Bakelite Museum di Somerset, in Inghilterra, si può ammirare
persino una bara in bachelite.
Nel giro di qualche decina di anni si resero disponibili molte altre plastiche: tra
queste, alcune erano rimodellabili (termoplastiche). In un primo momento si
pensò che i nuovi materiali, particolarmente resistenti, fossero composti dal­
l'unione di aggregati di molecole a catena corta, ma negli anni '20 il chimico te­
desco Hermann Staudinger sviluppò l'idea delle «macromolecole» e ipotizzò che

Gli Egizi utilizzano la «plastica Vengono identificati L'invenzione della bachel ite, Hermann Staudi nger
naturale» del guscio i primi polimeri la prima plastica totalmente ipotizza che le materie
di tartaruga per realizzare sintetica, segna l'in izio plastiche siano com poste
petti ni e braccialetti dell'Età della plastica da molecole a catena l u nga
le materie plastiche I 1 e1

le plastiche, in realtà, fossero for­


mate da lunghe catene polimeriche
(si veda p. 16). Le plastiche naturali
L'Età della plastica Negli I materiali naturali con u n comportamento s i m i l e
anni '50 fece il suo ingresso sulla a q uello d e l l a pl astica vengono anche detti plastiche
scena il sacchetto in polietilene, natu ra l i . I l g uscio delle tarta rughe e il corno,
l'oggetto più diffuso dell'Età della a d esempio, possono essere riscaldati e model lati
plastica. La nuova èra stava raggiun­ a piacimento. I n realtà si tratta di materiali di natura
gendo il culmine. Ben presto si co­ diversa d a q u e l l i che defi n ia m o plastici. Sono composti
minciarono a vendere patatine e principalmente da cheratina, la stessa prote i n a che
altri generi alimentari in sacchetti di forma le n ostre u n g h i e e i cape l l i . La cheratina, tuttavia,
plastica, e nel giro di poco tempo la ha in comune con la p lastica la struttura p o l imerica
spesa della settimana cominciò ad basata s u l l a ripetizione d i molte u n ità elementari. Dato
arrivare a casa avvolta in festoni di che i l commercio di m olte di q u este sostanze è diventato
plastica colorata. i l legale, i l guscio di tartaruga, un tempo uti l izzato per
realizzare pett i n i e altri o rn a m e nti per le acconciature,
Il processo per produrre il polietilene,
è stato sostituito q uasi tota l m e nte d a plastiche
un polimero dell'etilene, fu sco­ si ntetiche. La prima i m itazione del g uscio d i tarta ruga
perto accidentalmente dagli scien­ fu la cel l u loide, un materiale semisintetico i nventato
ziati britannici delle ICI (Imperial nel 1 870 e rivelatosi utile anche come sostituto
Chemical Industries) nel 193 1 , ri­ dell'avorio per le palle da b i l iardo. Tendeva però
scaldando il gas di etilene (noto a i nfiammarsi facilmente, a tal pu nto che ben presto
anche come etene) ad alta pres­ venne sostituita d a l l a cosiddetta «cel l u loide sicura».
sione. L'etilene è un prodotto del Oggi al posto del guscio d i tarta ruga s i i m piegano
cracking chimico del petrolio greg­ plastiche di n u ova concezione, come i l poliestere.
gio (si veda p. 64) : gran parte del
polietilene, quindi, è un derivato
dell'industria petrolifera. Per pro-
durre etilene e polietilene, però, si può anche ricorrere a risorse rinnovabili, ad
esempio con la conversione chimica dell'alcol prodotto dalla canna da zucchero
o da altre piante.
I sacchetti di polietilene sono realizzati per lo più a partire da polietilene a bassa
densità (LDPE, dall'inglese Low Density PolyEthylene) , prodotto ad alta pres­
sione, come nel processo messo a punto dall'ICI. Le catene polimeriche del-

1 931 1 937 1 940 anni '50 2009


Scoperta Inizia la produzione Nel Regno U n ito h a Primi sacchetti I l Boeing 787
accidentale commerciale del inizio la produzione in polietilene è composto per il 50 %
del polietilene polistirene ind ustriale di PVC di materie plastiche
162 1 chimica e ambiente

l'LDPE sono lineari, mentre il polietilene ad alta densità (HDPE, High Density
PolyEthylene), prodotto a bassa pressione, contiene molecole ramificate che ren­
dono il materiale più rigido.
Gli inconvenienti della durevolezza In un primo momento non ci
si preoccupò molto dell'impatto ambientale di una produzione di materie plasti­
che sempre più abbondante. Dopo tutto, la plastica era chimicamente inerte: du­
rava molto e non sembrava reagire con l'ambiente. Un atteggiamento del genere,
però, portò nelle discariche e negli oceani quantità di plastica sempre più grandi.
Nell'oceano Pacifico settentrionale si è formato un «vortice di spazzatura» di di­
mensioni non ben precisate, composto per lo più di plastica. Si pensa che ogni
chilometro quadrato di acqua di quell'area contenga circa 750 000 frammenti di
plastica di dimensioni microscopiche, particelle piccolissime che i pesci possono
scambiare per plancton.
Molte materie plastiche non sono biodegradabili, e nel corso del tempo si riducono
in una miriade di pezzettini piccolissimi, le microplastiche, che possono occlu­
dere l'intestino degli uccelli e dei mammiferi terrestri. Il polietilene è forse la pla­
stica meno biodegradabile che esista. Lo stesso vale per il «polietilene verde» ,
prodotto dalla canna da zucchero (si veda i l riquadro a p. 163 ) . Negli ultimi tempi,
però, l'atteggiamento dei chimici e dei microbiologi sulla biodegradazione sta co­
minciando a cambiare.
I microbi divoratori di plastica La ragione per cui il polietilene non
si disperde nell'ambiente è che i microbi non sono in grado di degradarlo: la sua
struttura, formata interamente da catene di carbonio e idrogeno, non contiene
nessuna delle sostanze di cui sono ghiotti i microrganismi, come i gruppi carbo­
nilici (C=O). Per convertire il polietilene in una forma che i microbi possano di­
gerire più facilmente si ricorre all'ossidazione, con l'aiuto del calore e di alcuni
catalizzatori, o addirittura alla foto-ossidazione, sfruttando la luce solare. Un'altra
possibilità, però, consiste semplicemente nel cercare microbi particolari che pos­
sano fare a meno delle parti ossidate.
Recentemente, i microbiologi hanno scoperto batteri e funghi che producono en­
zimi capaci di degradare o «mangiare» la plastica. Alcuni di questi possono cre­
scere addirittura su pellicole che ricoprono la superficie del polietilene, servendosi
di quest'ultimo come fonte di carbonio per le reazioni metaboliche. Nel 2013, al­
cuni scienziati indiani hanno affermato di aver trovato nel mare Arabico tre spe­
cie diverse di batteri marini capaci di degradare il polietilene senza che lo si debba
le materie plastiche I 1 63

ossidare. La migliore si è rivelata una


sottospecie di Bacillus subtilis, un mi­
crorganismo comune nel suolo e nell'in­ La bioplastica
testino umano. Nel frattempo, l'India
consuma da sola 1 2 milioni di tonnel­ I l term i n e bioplastica p u ò generare u n po'
late di prodotti plastici ogni anno, e pro­ di confusione. Ta lvolta viene i m piegato
duce decine di migliaia di tonnellate di per i n d icare la pl astica prodotta da materia l i
rifiuti ogni giorno. rin nova b i l i come l a cel l u l osa vegetale,
nel q u a l caso, per essere precisi, si parla
Ma la ragione per cui, spesso, non si d i plastiche biobasate. I n altri casi s i g n ifica
possono riciclare i sacchetti delle pata­ p lastica biodegradabile. L'acido polilattico o PLA
tine è che contengono una pellicola (Polylactic Acid) è prodotto a partire da materiale
metallica che isola dall'ossigeno per una vegetale ed è biodegradabile. Tuttavia, non tutte
«freschezza extra». Non potendo sepa­ l e plastiche biobasate sono biodegra d a b i l i .
rarla voi stessi per «riciclarla» in capi di I l polieti lene può essere prodotto da materiali
abbigliamento tecnologici, dovete ras­ vegetal i ma è molto resistente
segnarvi a vederla finire nella discarica. a l l a biodegradazione.
La plastica utilizzata più sovente per i
sacchetti di patatine, però, è il polipro­
bioplastiche
pilene. Nel 1 993 alcuni chimici italiani
scoprirono che aggiungendo lattato di
sodio e glucosio è possibile far crescere
i batteri sul polipropilene. In teoria,
quindi, potremmo convincerli a man­
giare i nostri sacchetti di patatine e altri
rifiuti plastici. Naturalmente, per otte­
nere l'effetto massimo sulla mole di ri­
fiuti prodotti basterebbe ridurre l'uso di
imballaggi plastici.

idea chiave
Dai polimeri tuttofare
un problema di inquinamento
164 1
chimica e ambiente

41 I CFC
Per anni i clorofluorocarburi (CFC) sono stati considerati
un'alternativa sicura ai gas tossici utilizzati nei primi frigoriferi.
C'era solo un inconveniente: distruggevano l'ozono atmosferico.
Prima che ci si rendesse conto pienamente della gravità
del problema, però, il buco dell'ozono aveva assunto
le dimensioni di un continente. L'uso commerciale dei CFC
fu vietato definitivamente nel 1 987.

Il frigorifero è entrato nelle nostre case meno di un secolo fa ma si è integrato così


bene nella vita quotidiana che oggi la sua presenza è data per scontata. Possiamo
bere un bicchiere di latte freddo ogni volta che ne abbiamo voglia; con il suo ron­
zio sommesso, l'ingombrante scatola in un angolo della cucina ha ispirato capo­
lavori culinari come il salame di cioccolato. Nel 201 2 , la Royal Society ha
assegnato al frigorifero il tiralo di invenzione più importante nella storia del cibo.
Non dover fare la spesa tutti i giorni è sicuramente un sollievo, ma c'è sempre la
possibilità che in fondo al frigorifero si nasconda qualcosa di poco appetitoso. E
se invece di qualche foglia di lattuga andata a male si trattasse di un buco grande
come un continente nello strato atmosferico di ozono?
Oggi sappiamo che i gas responsabili del buco dell'ozono erano i clorofluoro­
carburi o CFC, i refrigeranti messi a punto per sostituire i gas tossici utilizzati
nei frigoriferi dei primi decenni del Novecento. La luce solare scinde i CFC ri­
lasciando nell'atmosfera pericolosi radicali liberi di cloro (si veda il riquadro a
p. 1 65 ). Prima della comparsa dei CFC, i costruttori di frigoriferi utilizzavano
cloruro di metile, ammoniaca e anidride solforosa, tutti molto pericolosi se ina­
lati in uno spazio chiuso. Una perdita di gas in un frigorifero avrebbe potuto es­
sere letale.

linea del tempo


1 748 1 844 1 828 1 838
Prima dimostrazione John Gorrie costruisce Vengono messi Negli Stati U n iti viene
di una tecnica u n a «macchina a p unto i CFC prodotto il primo
di refrigerazione del g h iaccio» frigorifero con congelatore
i CFC 1 165
La soluzione migliore?
Secondo un'opinione diffusa, la
spinta decisiva allo sviluppo di I CFC e lo strato
gas refrigeranti non tossici ven­
ne da un'esplosione mortale av­
di ozono
Se esposti a l l a luce solare, i CFC si scindono e rilasciano radica l i
venuta nel 1929 in un ospedale
cloro: si tratta d i atomi di cloro l iberi altamente reattivi a causa
di Cleveland, nell'Ohio, e attri­
dei loro « l e g a m i spaiati». I radicali cloro i n nescano u n a reazione
buita al cloruro di metile. In re­
a catena che sottrae atomi di ossigeno alle molecole di ozono
altà, le oltre 1 20 vittime del
disastro morirono presumibil­ (03) per formare com posti cloro-ossigeno. I l legame, però,

mente per aver inalato monos­ è solo temporaneo: una volta tornati l i beri come radica l i ,
g l i atomi d i cloro possono distruggere altre molecole di ozono.
sido di carbonio e ossidi di azoto
Una reazione a naloga si h a con il bromo. D u rante l'inverno
prodotti dalla combustione di
antartico la luce solare è quasi del tutto assente, e i l cloro
lastre per raggi X. In ogni caso,
dei CFC si fissa i n composti sta b i l i che s i nascondono nelle n u bi
l'industria chimica era già al
g h iacciate. Con l'a rrivo del la p r i m avera {e della l uce solare)
corrente dei rischi associati al­
la reazione h a i nizio. L'ozono viene scisso naturalmente anche
l'uso di gas tossici come refrige­
dalla luce sola re, ma si riforma a u n a velocità praticamente
ranti e si era messa al lavoro per
identica. La presenza di radicali cloro, però, fa pendere l'ago
trovare una soluzione.
della bilancia i n favore della distruzione dell 'ozon o .
L'anno prima dell'incidente di
radicale
Cleveland, Thomas Midgley raggi . ..
cloro
Jr., un ricercatore della Generai ultravioletti / •• (Cl·)
•••

CFC- 1 1 (CFCl ) ." reazione • •


3
/

dal Sole /
Motors, aveva sintetizzato un . . a catena

...... ,:' oo "" Q:)


composto alogeno non tossico ,,

chiamato diclorodifluorometano
(CCll2 ) , un nome impronun­ I
CFCl2 radicale molecol �
rYì
VJ rilascio
ciabile che venne abbreviato in cloro di ozono
di ossigeno
(Cl•) (03)
«Freon». Era nato il primo CFC,
anche se il lieto evento fu an-
nunciato solo nel 1930. Il capo
di Midgley, Charles Kettering, stava cercando un nuovo refrigerante che «non
prendesse fuoco e non avesse effetti nocivi sulle persone». Col senno di poi,
l'aver affidato il compito a Midgley, che aveva appena inventato il piombo te-

1 974 1 985 1 987


Si scopre il meccanismo Sopra l'Anta rtide 1 1 Protocollo di Montréal sancisce
di i mpoverimento dello viene scoperto u n buco l'impegno a ridu rre l'uso di
strato di ozono a opera nello strato di ozono sostanze chimiche nocive
dei CFC al l'ozono
1 88 I chimica e ambiente

traetile utilizzato come antidetonante nella benzina,


' Con sei dollari avrebbe potuto essere interpretato come un presa­
al giorno potete avere gio funesto.
un frigorifero, una tv, Nel 1 947, tre anni dopo la morte di Midgley (si
un cellulare e potete trattò probabilmente di suicidio) , Kettering an­
mandare i vostri figli nunciò che il Freon aveva tutte le proprietà richie­
a scuola. ' ste. Non prendeva fuoco ed era «complessivamente
innocuo per l'uomo e per gli animali» . In un certo
Bill Gates
senso era vero: non aveva effetti nocivi diretti sulle
persone e sugli animali che vi erano esposti. Kette­
ring sottolineò che nessuno degli animali di laboratorio a cui era stato fatto re­
spirare il gas aveva manifestato problemi di salute. Lo stesso Midgley aveva
dimostrato che i CFC erano sicuri inalandone personalmente una boccata du­
rante una presentazione. Fu così che i CFC furono scelti come i nuovi refrige­
ranti. La morte prematura impedì a Midgley di rendersi conto dell'impatto delle
sue ricerche.
Un buco da tappare Nel 1974, più o meno quando i frigoriferi e i free­
zer di tutto il mondo erano ormai pieni di torte alla panna e vaschette di ge­
lato, due chimici dell'Università della California, Frank Sherwood Rowland
(detto «Sherry» ) e Mario Molina, pubblicarono un articolo da cui emergevano
i primi indizi sugli effetti dei CFC. I due scienziati sostenevano che, se non si
fossero messi al bando i CFC, lo strato atmosferico di ozono - che filtra gran
parte della radiazione UV nociva proveniente dal Sole - avrebbe potuto ri­
dursi della metà.
Naturalmente le affermazioni dei due ricercatori furono accolte con terrore dalle
industrie chimiche che si arricchivano con i refrigeranti. Fino ad allora, però,
non era stato ancora dimostrato che i CFC avessero realmente danneggiato lo
strato di ozono: Rowland e Molina avevano semplicemente descritto un mecca­
nismo. Erano in molti a rimanere scettici e a sostenere che le conseguenze eco­
nomiche di un bando dei CFC sarebbero state gravi.
Per avere la prova decisiva dell'esistenza di un buco nello strato di ozono ci vol­
lero ancora dieci anni. Il British Antarctic Survey aveva cominciato a monito­
rare l'ozono atmosferico al di sopra dell'Antartide negli anni '50, e nel 1 985 gli
scienziati ebbero a disposizione dati sufficienti per essere certi che i livelli di
ozono erano precipitati. I dati del satellite mostravano che il buco si estendeva
i CFC I 1 e7

sull'intero continente antar­


tico. Due anni dopo, tutti gli
Stati ratificarono il Protocollo
A che punto siamo?
di Montréal sulle sostanze che
Tra la fine degli a n n i '70 e l ' i n izio dei '90,
minacciano lo strato di ozono.
le d i mensioni del buco dell'ozono crebbero
Nel documento si stabiliva il
drammaticamente. Dopo la firma del Protocol l o
percorso per l'eliminazione pro­
d i Montréal, i l b u c o si sta bil izzò per poi c o m i nciare
gressiva dei CFC.
a rimpicci o lirsi. Nel settem bre 2006 aveva raggiu nto

Ma allora cosa si cela in fondo la sua mass i m a estensione, con u n a superficie

al frigorifero, oggi? Dal mo­ di circa 27 m i l i o n i di chilometri q u a d rati. I com posti

mento che la componente no­ nocivi per l'ozono, però, h a n n o una vita media l u nga:

civa è il cloro, molti produttori secondo gli scienziati della NASA è possibile che per

hanno sostituito i CFC con gli veder tornare i l buco a l l e d i m ensioni che aveva

HFC ( idrofluorocarburi). Nel negli a n n i '80 dovremo attendere il 2065.

2012, però, un gruppo di ricer­


catori (tra cui Mario Molina)
ha pubblicato un articolo in
cui si mette in evidenza un altro problema: gli HFC possono essere innocui per
l'ozono, ma alcuni di essi hanno un effetto serra mille volte più potente di quello
dell'anidride carbonica. Nel 2014, i Paesi firmatari si sono riuniti per il quinto
anno di fila per discutere l'estensione del Protocollo agli HFC.

idea chiave
Le sostanze chimiche
sono utili, ma . . .
1 68 I chimica e ambiente

42 I materiali
compositi
Perché usare solo un materiale quando due funzionano meglio?
La combinazione di materiali diversi può dare origine a ibridi
con proprietà straordinarie, come la capacità di resistere
a temperature di migliaia di gradi o di assorbire l'impatto
di una pallottola. Astronauti, soldati, poliziotti, e persino
il vostro smartphone così delicato: sono tutti protetti
da materiali compositi di ultima generazione.

L'l l ottobre 1 968, la prima navicella Apollo con equipaggio decollò dalla base
aeronautica di Cape Kennedy, in Florida, per una missione di 1 1 giorni che
avrebbe dovuto verificare la qualità delle comunicazioni tra l'equipaggio e il cen­
tro di controllo. Un anno prima, tre astronauti erano morti nel lancio dell'altra
unica missione Apollo con equipaggio. Le successive missioni Apollo si conclu­
sero felicemente, e non solo perché riuscirono a portare per la prima volta l'uomo
sulla Luna, ma anche perché gli equipaggi poterono tornare a Terra sani e salvi.
Uno dei componenti chiave della sicurezza del modulo di comando Apollo era
lo scudo termico. Quando l'Apollo 13 rimase danneggiato da un'esplosione,
l'equipaggio dovette rientrare alla base potendo contare solo sui sistemi di ali­
mentazione di riserva, e affidò il proprio destino alla tenuta dello scudo termico.
Prima del rientro nell'atmosfera terrestre nessuno sapeva con certezza se lo scudo
fosse ancora intatto. Senza la sua protezione, Jim Lovell, Jack Swigert e Fred
Haise sarebbero morti carbonizzati.
Nella matrice c'è tutto Gli scudi termici del modulo di comando
Apollo erano fatti di materiali compositi detti «ablativi», che proteggono la na-

linea del tempo


1 879 1 958 1 964 1 968
Thomas Edison Roger Bacon dimostra Stephanie Kwolek I l modulo di comando
produce fibre la possibilità di produrre svi l uppa le prime fibre della missione Apollo
di carbonio cuocendo fibre di carbonio ad alte aramidiche introduce l'uso di materiali
i l cotone prestazioni compositi nel volo spaziale
i materiali compositi I 1 es

Il Kevlar
Esistono vari tipi di fi bre di Kevlar, a l c u n e catene. L a ripetizione dei lega mi su tutta
più resistenti d i altre. Di solito si sente la catena crea u n a struttura
parlare di q ue l l e util izzate per rinforzare regolare particolarmente resistente.
i materi a l i antiproiettile leggeri, m a Lo svantaggio, ovviamente, è che u n a
i l materiale trova i m piego anche nelle struttura d e l genere i rrigid isce i l materiale:
c h i g l i e delle barche, nelle turbine eoliche è per q uesto che un g i u bbotto antiproiettile
e persino nelle custodie d i a l c u n i può sa lvarvi la vita ma con ogni proba b i l ità
smartphone. Da u n p u nto d i vista c h i mico, non vi farà sentire molto comodi.
le catene polimeriche del Kevlar non sono
molto diverse d a q u e l l e del nylon: entrambe o o o o
Il Il Il Il
contengono u n gruppo a m m idico che
c --()-- c -N--()-N -C --()-- c -N --()--N
si ri pete e che è stato evidenziato nella
struttura c h i m ica rappresentata a fianco.
Il Kevlar fu inventato da Stephanie Kwolek,
un legame
a idrogeno j[JJ
I

� b j �

I


I

I

N --()--
��
che in q u el periodo si occupava d i ricerche
sul nylon a l l a D u Pont. Nel nylon, però,
il gruppo ammidico 1 :
le catene si deformano e non possono si ripete lungo 6 6
formare su perfici così sta b i l i come q ue l l e la catena come nel nylon 11 11
-e-()- e -N-()­
d e l Kevlar. Ogni gruppo a m m idico d i u n a I
H
catena polim erica d i Kevlar può formare
Struttura del Kevlar
due lega m i a i d rogeno forti con altre d u e

vicella bruciando lentamente. Nel caso dell'Apollo il materiale era l'Avcoat; da


allora non è stato usato mai più in una missione spaziale, ma la NASA ha an­
nunciato di volerlo impiegare per lo scudo termico di Orion, la prossima mis­
sione con equipaggio diretta sulla Luna.
Come per altri materiali compositi, le proprietà speciali dell'Avcoat - ad esempio,
la capacità di resistere a temperature di migliaia di gradi - sono il frutto dell'unione
di più componenti che, insieme, danno origine a un nuovo supermateriale con pro-

1 969 1 971 . 201 5


Un jet F-4 viene dotato La DuPont lancia sul mercato La NASA annuncia che la
di timoni in boro le fibre a ramidiche Kevlar navicella Orion sarà protetta
e resina epossidica da uno scudo termico in
materiale composito Avcoat
1 70 I chimica e ambiente

prietà migliori di quelle delle singole parti. Molti materiali compositi sono formati
da due componenti principali. Una è la «matrice» : spesso si tratta di una resina
che funge da legante per l'altra componente. Quest'ultima è per lo più una fibra o
un frammento che rinforza la matrice conferendole le proprietà finali. L'Avcoat è
composto da fibre di silice annidate in una resina con cui si riempie una struttura
di fibra di vetro a nido d'ape. Nel caso dei moduli di comando delle missioni
Apollo, il nido d'ape aveva più di 300 000 buchi che furono riempiti a mano.
I materiali compositi più comuni Vi starete dicendo che non co­
noscete altri materiali simili all'Avcoat. Invece i materiali compositi non sono
utilizzati solo nelle missioni spaziali, e sono più comuni di quanto crediate. Il
calcestruzzo ne è un ottimo esempio. È formato da una miscela di sabbia, ghiaia
e cemento. Esistono anche materiali compositi naturali, come l'osso, composto
da idrossiapatite (un minerale) e collagene (una proteina). La scienza dei mate­
riali sta cercando di imitare la struttura dell'osso per sviluppare nuovi materiali
compositi, ad esempio nanostrutture sofisticate da utilizzare in campo medico.
I materiali compositi più noti, probabilmente, sono la fibra di
' Mi dissi: carbonio e il Kevlar. La fibra di carbonio deve il suo nome ai
«C'è qualcosa filamenti rigidi di carbonio che conferiscono forza alle mazze
di diverso, stavolta. da golf, alle macchine di Formula 1 e agli arti artificiali. Sco­
Potrebbe rivelarsi perta negli anni '50 da Roger Bacon, fu il primo materiale
molto utile». ' composito ad alte prestazioni ( il calcestruzzo era diventato di
uso comune più o meno da un secolo) . Bacon soprannominò
Stephanie Kwolek i filamenti «baffi» e dimostrò che erano da 10 a 20 volte più
a proposito dell'invenzione del Kevlar resistenti dell'acciaio. Di solito, quando parliamo di fibra di
carbonio ci riferiamo a un polimero rinforzato, cioè a quel ma­
teriale composito che si ottiene immergendo i baffi di fibra di carbonio in una
resina epossidica o in un altro legante.
Qualche anno dopo, la chimica Stephanie Kwolek dell'azienda americana Du­
Pont scoprì le fibre aramidiche. La Dupont ne acquisì i brevetti e negli anni '70
commercializzò il materiale con il nome Kevlar® (si veda il riquadro a p. 169).
Kwolek era arrivata alle fibre a prova di proiettile lavorando sui materiali per gli
pneumatici: aveva scoperto di essere in grado di realizzare una fibra più resistente
del nylon e che non si spezzava durante la filatura. La ragione della resistenza del
Kevlar sta nella sua struttura chimica regolare, priva di imperfezioni, che a sua
volta favorisce la formazione di legami a idrogeno regolari (si veda p. 20) tra le
catene polimeriche.
i materiai compositi I 1 11

Prendere il volo I materiali com­


positi ad alte prestazioni, come la fibra di
carbonio, non sono dominio esclusivo Materiali che
delle astronavi. Un aeroplano moderno
può essere un mosaico di materiali com­
si riparano da sé
positi diversi. La fusoliera del Boeing 787 I m magi nate u n aereo capace di aggiustare d a sé
Dreamliner è costituita per il 50 % da ma­ i propri d a n n i . Tra le varie a pp l icazioni dei materi a l i
teriali compositi avanzati, per lo più pla­ compositi, si p a r l a molto della capacità
stiche rinforzate con fibre di carbonio. Si d i autoripararsi. I ricercatori d e l l ' U n iversità
tratta di materiali leggeri che consentono d e l l ' I l l i n o i s a U rbana-Champaign sta n n o cercando
di risparmiare fino al 20 % di peso rispetto d i produ rre materiali compositi rinforzati con fibre,
agli aeroplani tradizionali in alluminio. in cui si praticano dei canali che vengono riempiti
con agenti riparanti: i n caso di d a n neggi amento,
La leggerezza è un vantaggio anche al suolo:
i canali rilasciano una resina e un i n d u rente che
nel 2013, gli ingegneri della Edison2,
si com b i n a n o e riparano la lesione. Nel 20 1 4 h a n n o
un'azienda di Lynchburg, in Virginia, han­
a n n u nciato d i aver real izzato u n sistema capace
no presentato la quarta versione della loro
di ripararsi più volte con un metodo del genere.
automobile ultraleggera, la VLC (Very
Light Car). La VLC 4.0 pesa solo 635 chili
- meno di una macchina di Formula 1 e
circa la metà di una comune auto familiare - ma il suo aspetto ricorda di più un
minuscolo aeroplano bianco. Anche la VLC, come il Dreamliner, combina ac­
ciaio, alluminio e fibra di carbonio.
Dopo una decina di anni di sviluppo, l'astronave Orion della NASA è pratica­
mente pronta per i primi voli di test senza equipaggio. La sicurezza dei voli con
equipaggio che seguiranno sarà affidata - come nel caso delle missioni Apollo -
allo scudo termico in Avcoat del modulo di comando. Con i suoi cinque metri
di diametro, lo scudo di Orion potrebbe essere il più grande mai realizzato. È
stato necessario «recuperare» il processo di fabbricazione: alcuni degli ingredienti
originali non sono più nemmeno in commercio. Eppure, dopo cinquant'anni,
l'Avcoat è ancora considerato il materiale giusto.

idea chiave
Materiali migliori
della somma delle loro parti
1 72 I chimica e ambiente

43 Le celle solari
La maggior parte dei pannelli solari odierni è fatta di silicio,
ma gli scienziati sono al lavoro per cercare di migliorarli.
Vorrebbero realizzare qualcosa di più economico e, naturalmente,
più «trasparente», magari servendosi di un materiale composito.
L'ideale sarebbe un rivestimento in forma spray, così da poterlo
applicare su tutte le superfici in vetro. Non sarebbe male avere
il riscaldamento a energia solare, no?

Siete nel futuro. State per acquistare una casa nuova di zecca e dovete prendere
un sacco di decisioni difficili. Che piastrelle volete in bagno? Rubinetti normali
o di lusso? E i tappeti, di che colore? Anche sulle finestre c'è da scegliere: optate
per i doppi vetri, ma non siete sicuri del rivestimento fotovoltaico. Il promotore
immobiliare vi spiega che se scegliete il fotovoltaico, un tecnico del fornitore di
infissi spruzzerà sui vetri che avete ordinato una sostanza fotoassorbente e com­
pletamente trasparente. Le vostre nuove finestre solari produrranno elettricità
che potrà essere reimmessa nella rete, coprendo fino alla metà delle spese di ri­
scaldamento. E nessuno potrà distinguerle dalle finestre tradizionali.
Finora tutto questo è solo un sogno. Stiamo ancora cercando di risolvere pro­
blemi complessi, come quello dell'efficienza - come estrarre la massima quantità
di energia dalla luce del Sole - e quello dei costi di produzione dei materiali.
Tuttavia non è poi così inverosimile pensare che un giorno potremo spruzzare le
finestre e le altre superfici domestiche con materiali capaci di raccogliere la luce
solare. Gran parte del lavoro è già stato fatto, quanto meno in laboratorio.
Dal silicio. . . La maggior parte dei pannelli solari che vedete sugli edifici o
nei parchi fotovoltaici è composta di silicio. Nulla di sorprendente: vista l'on­
nipresenza del silicio nei chip dei computer, conosciamo già molto bene le pro­
prietà chimiche ed elettroniche di questo elemento. La prima cella solare al

linea del tempo


1 839 1 954 1 959
Edmond Becquerel I ricercatori dei Beli Lancio d i Explorer VI,
osserva l'effetto Labs inventano la i l primo satellite dotato
fotovoltaico cella solare a l silicio di un pannello fotovoltaico
le celle solari I 1 13

Le celle di Gratzel
Nella fotosintesi, l'energia solare è catturata è u n metallo raro e q u indi non è adatto
d a l l a clo rofi lla, un pigmento che viene attivato per fabbricare pannelli solari economici.
d a l l a luce e trasmette l'eccitazione sotto forma Anche l'efficienza, i n generale, è bassa.
d i elettro ni per trasformarla in energia c h i m ica Nel 2013, però, i l gruppo di Gratzel al
attraverso una serie d i reazioni (si veda p. 1 44). Politecnico Federale d i Losa n na, in Svizzera,

Le cel le solari sensibil izzate con coloranti è riuscito ad au mentare l'efficienza di


(DSSC), i nventate dal c h i m ico svizzero Michael estrazione dell'energia dalle celle sensibil izzate
G ratzel nel 1 9 9 1 , si com portano i n modo con il colorante fi no al 1 5 % grazie a l l 'uso
simile sfrutta ndo le molecole di pigmento d i materiali contenenti perovskiti.
di u n colorante (di q u i il nome). I l colorante è
appl icato a un semicond uttore a l l ' i nterno della
cel l a - tra i due si stabil isce u n legame chim ico
- e q uando viene investito d a l l a luce, alcuni
dei suoi elettron i si eccitano e «saltano»
nello strato d i semicond uttore, generando
una corrente elettrica. Gli scienziati h a n n o
testato l'efficacia d i coloranti appartenenti
a l l a fa m i g l i a delle porfi rine, come la clorofi l l a
d e l l e piante. I coloranti fotosensibili m i g l i ori
sono considerati q u e l l i contenenti meta l l i
d i transizione come il rutenio, che però

silicio, soprannominata «batteria solare» dai suoi creatori, fu realizzata ai Bell


Labs, l'industria dei semiconduttori che aveva sviluppato il transistor e le tecni­
che di incisione destinate a rivelarsi fondamentali per la fabbricazione dei chip
di silicio (si veda p. 92). La batteria solare vide la luce nel 1954: era in grado di
convertire l'energia solare con un'efficienza di circa il 6%. Di lì a poco sarebbe
stata impiegata per alimentare i satelliti spaziali.
La ricerca sull'effetto fotovoltaico, scoperto nel 1 839 dal fisico francese Ale­
xandre-Edmond Becquerel, è legata a filo doppio alle vicende dei Bell Labs e del

1 960 1 982 1 991 2009


La Si licon Sensors Prima centrale solare Michael Griitzel e Brian Pri m i dati sull'utilizzo delle
avvia la produzione da 1 megawatt O'Regan ann unciano d i aver perovskiti nello sviluppo
di celle solari i n silicio costruito la prima cella solare d i celle solari
a base di coloranti
�7 41 chimica e ambiente

chimico Russell Ohl. Nel 1 939, Ohl era alla ricerca di materiali capaci di cap­
tare segnali radio a onde corte. Nel corso di alcune misure elettriche su un cam­
pione di silicio, accese un ventilatore che si trovava nel laboratorio tra la finestra
e i suoi cilindri di silicio. L'effetto fu curioso: una serie di picchi di tensione ap­
parentemente in fase con la rotazione delle pale del ventilatore, che lasciavano
passare la luce a fasi alterne. Dopo qualche perplessità, Ohl e i suoi colleghi ca­
pirono che il silicio esposto alla luce era in grado di condurre corrente.
Oggi, la miglior tecnologia del silicio fotovoltaico consente di arrivare a effi­
cienze prossime al 20%, ma i costi sono ancora elevati e il suo utilizzo per spal­
marlo sulle nostre finestre non è ancora pensabile. Il sogno di un' «edilizia
fotovoltaica» , però, è diventato più vicino alla realtà con la comparsa delle celle
solari organiche, che utilizzano molecole organiche per catturare l'energia della
luce solare, in maniera simile alle piante (si veda p. 144). Le celle solari organi­
che possono essere prodotte sotto forma di pellicole sottili e flessibili da arroto­
lare, piegare, avvolgere intorno a una superficie curva. L'unico problema è che
non sono ancora efficienti come le celle solari inorganiche a base di silicio .
... all'organico La struttura di una cella solare organica ricorda un sand­
wich in cui gli elettrodi sono le fette di pane e gli strati di materiale organico
attivati dalla luce solare costituiscono la farcitura. Gli elettroni del materiale
fotosensibile vengono eccitati dalla luce solare che li spinge verso gli elettro-
di, generando una corrente. Un
· miglioramento dei materiali im­
Le perovskiti piegati per i diversi strati del
sandwich potrebbe portare a
celle solari più efficienti. Come
Le perovskiti sono materiali ibridi organ ici/inorgan ici
alternativa agli elettrodi in ossido
a base di alogeni, come il bromo e lo iodio, e meta l l i .
di indio-stagno usati comune­
Una d e l l e perovskiti che ha dato i risu ltati m igliori
mente, ad esempio, si è sperimen­
con le celle solari ha for m u l a chim ica CH3NH3Pbl3•
tato il grafene (si veda p. 184 ), e
La presenza del piombo è un problema a causa della
secondo uno studio americano
sua tossicità: il suo utilizzo nelle vernici è da decenni
pubblicato nel 2010 le presta­
nel m i rino delle leggi s u l l'a mbiente, che cercano
zioni sono equivalenti. Entrambi
d i e l i m i n a rlo. Di recente, però, a l c u n i ricercatori
sono trasparenti, ma il grafene,
h a n n o d i mostrato d i poter riciclare il piombo
formato da atomi di carbonio,
presente nelle vecchie batterie per im piegarlo
sarebbe preferibile perché l'os­
nella fabbricazione di celle solari a perovskite.
sido di indio-stagno è un mate-
riale raro.
le celle solari I 1 15

Di recente, l'industria chimica BASF ha iniziato a collaborare con la Daimler,


uno dei marchi del gruppo Jaguar, per produrre matrici solari organiche e tra­
sparenti da installare sul tetto della Smart Forvision, una nuova automobile elet­
trica. Purtroppo la superficie utile non è sufficiente ad alimentare tutta
l'automobile, ma solo l'impianto di raffreddamento. Ciò che frena lo sviluppo e
le applicazioni delle celle solari organiche continua a essere la loro efficienza
complessiva, che raramente supera il 1 2 %. Inoltre, mentre un pannello solare al
silicio può durare anche 25 anni, l'equivalente organico avrebbe difficoltà a rag­
giungere la metà di quell'età. Il vantaggio delle celle organiche, però, è che pos­
sono essere realizzate praticamente in tutti i colori e sono flessibili. Perciò, se
quello che cercate è un dispositivo fotovoltaico color porpora e pieghevole, da
poter buttare via nell'arco di un paio di anni, l'organico è con ogni probabilità
ciò che fa per voi.
Il fotovoltaico spray Mentre la ricerca sui ma­
teriali organici si concentrava sul miglioramento della
loro efficienza e della vita media, sulla scena è arrivato
' Sono pronto a
un nuovo materiale. La celebre rivista «Science» ha in­ scommettere sul Sole
cluso le perovskiti (si veda il riquadro a p. 1 74) tra le e sull'energia solare:
dieci innovazioni scientifiche rivoluzionarie del 2013. che sorgente di energia!
Si tratta di materiali ibridi organici/inorganici grazie ai Spero che riusciremo
quali si è già raggiunta un'efficienza sorprendente, del­ a sfruttarla prima
l'ordine del 16 %, e a quanto pare si potrebbe arrivare
al 50 %. Sono facili da fabbricare, e per di più si stanno
che finiscano il petrolio
già sviluppando le tecniche per spruzzarli su una super­ e il carbone. '
ficie. Forse le finestre del «futuro» non sono più così Thomas Edison
lontane, anche se dimezzare le spese di riscaldamento
non sarà affatto facile.

idea chiave
Produrre elettricità
a partire dalla luce solare
1 76 f il futuro

44 I farmaci
Da dove si comincia per creare un farmaco? Da dove viene
l'idea, e come si trasforma in un composto chimico funzionale,
o in una miscela di composti? Molti dei prodotti dell'industria
farmaceutica si basano su sostanze naturali; altri, invece, sono
"colpi andati a segno" nella caccia alla sostanza giusta tra
centinaia di migliaia di composti diversi.

Esistono molti tipi diversi di farmaci. Ci sono quelli prescritti dal medico. Ci
sono quelli spacciati da loschi figuri in vicoli poco illuminati. Ci sono i farmaci
che uccidono e quelli che curano. Gli eccitanti e i sedativi. Alcuni farmaci de­
rivano da funghi, lumache velenose, papaveri o corteccia di salice. Ve ne sono
di completamente sintetici, progettati e realizzati dai chimici. E poi ci sono quelli
unici nel loro genere, derivati da qualche sostanza secreta da una spugna di mare,
che possono assumere un milione di forme chimiche diverse, sono il frutto di 62
fasi di lavorazione e vengono impiegati per combattere il cancro al seno allo sta­
dio avanzato.
Tutti al mare All'inizio degli anni '80, i ricercatori giapponesi delle univer­
sità di Meijo e Shizuoka stavano raccogliendo esemplari di spugne sulla penisola
di Miura, a sud di Tokyo. Le spugne sono animali acquatici, prevalentemente ma­
rini, con un'organizzazione pluricellulare primitiva, senza differenziazione di veri
tessuti e organi. Una specie in particolare - una spugna nera di cui i ricercatori
avevano raccolto 600 chili per fare degli esperimenti - produceva una sostanza
che stuzzicò la loro curiosità. Nel 1986 annunciarono in una rivista di chimica che
la sostanza «era caratterizzata da una notevole [ ..] attività antitumorale» .
.

linea del tempo


1 808 1 928 1 942 1 963
Dai papaveri Scoperta Una sostanza imparentata Viene la nciata
da oppio viene della penici llina con l'i prite, un'arma chim ica, sul mercato
isolata la morfina viene i m piegata nella prima la benzodiazepina
chem ioterapia contro il cancro (Valium)
i farmaci I 1 11

In passato non ci sarebbero


state molte scelte possibili per
disporre di una sostanza così
Il Viagra
I l s i l denafi l, p i ù noto come Viagra, è u n farmaco descritto come
potente, se non raccogliere
« i n i bitore del l a fosfodiesterasi d i tipo 5»: i n parole povere,
altre spugne di mare. E in un
i m pedisce a un enzima, la fosfodiesterasi d i t i po 5 ( PDE5)
primo momento è proprio ciò
che si fece. Quando si scoprì di fare i l proprio lavoro. A l l ' i n i z i o deg l i a n n i '80

che un'altra spugna più co­ gli scienziati della Pfizer sapevano già che la PDE5 era in grado
d i degradare u n a sostanza che fa r i l assare i m uscoli dei vasi
mune localizzata in acque più
profonde produceva una so­ sang u i g n i . I l Viagra i m pedisce a l l a PDE5 d i a g i re, consentendo
a l sangue d i scorrere nei vasi r i lassati. I n realtà i ricercatori
stanza antitumorale identica,
il National Cancer Institute della Pfizer stava no lavorando a una c u ra per alcune pato l og i e

(NCI) statunitense e il Na­ cardiache, ma b e n p resto si accorsero d i d u e cose: l a p r i m a

tional Institute of Water and f u che i l farmaco non e r a partico l a rmente efficace nella c u ra

Atmospheric Research neoze­ dell'i pertensione o dell'angina; la seconda, che nei pazienti

landese finanziarono un pro­ masc h i si verificava no i ns o l it i effetti col latera l i .

getto da mezzo milione di Molecola di Viagra


o CH 3
dollari per raccoglierne una I
N
tonnellata di esemplari dai '

N
fondali al largo delle coste j
neozelandesi ed estrarre meno
di mezzo grammo della so­
stanza cercata: l'alicondrina B .
CH 3
Come se non bastasse, sem­
brava che l'alicondrina B fosse
praticamente impossibile da
replicare per via sintetica. Era una macromolecola complessa che poteva assu­
mere miliardi di forme diverse, stereoisomeri (si veda p. 133) formati dagli stessi
atomi e dagli stessi legami ma con alcuni dei gruppi chimici orientati diversa­
mente.
Un salto in libreria Nel frattempo si era giunti agli anni '90, e i chimici
avevano messo a punto una nuova strategia per produrre farmaci. Invece di af­
fidarsi alla biosintesi naturale (si veda p. 140) o a un'interminabile sintesi chi-

' 1 972 ' 1 987 1 998 2008


Scoperta della La lovastatina è la prima Lancio del Viagra Le vendite d i Lipitor, i l farmaco
fluoxetina (Prozac) statina a poter essere anticolesterolo della Pfizer,
prescritta dal medico toccano i 13,7 miliardi di dollari
178 1 il futuro

mica (si veda p. 68) di una molecola specifica,


si generavano intere «librerie» di molecole di­
Un bersaglio stinte e si analizzavano tutte per verificare se
avessero qualche proprietà interessante. È un
facile? metodo che può rivelarsi utile, ad esempio se
Molti dei farmaci p i ù venduti sono sostanze si cerca una molecola che si leghi a un parti­
che si legano ai recettori di s uperficie colare recettore di una cellula (si veda il ri­
delle cel l u l e, come i recetto ri accoppiati quadro a fianco). Se si dispone di una libreria
a l l e proteine G o G PCR (dall'ing lese di sostanze chimiche, si possono effettuare gli
G protein-cou pled receptors) . Si tratta stessi test su molte molecole diverse e otte­
di u n a grande fa m i g l i a di recettori situati nere l'elenco di quelle che si legano al recet­
nella mem brana cel l u l a re, l a cui funzione tore in questione. Una volta fatta la prima
consiste n e l trasmettere messaggi c h i mici selezione, si possono studiare più attenta­
a l l ' i nterno della cellula. Più d i u n terzo dei mente i candidati rimasti.
farmaci ven d i b i l i con ricetta - tra c u i l o Zantac,
per le i n digestioni, e l o Zyprexa per la cura
Intanto era stato pubblicato un lavoro su una
della schizofrenia - si legano a i GPCR.
possibile sintesi chimica dell'alicondrina B, ma
È per q u esto che i farmacologi cont i n u a n o si trattava di un procedimento lungo e noioso
a esam i n a re m i g l i a i a d i farmaci potenziali
e la quantità di sostanza prodotta continuava a
per volta, nella speranza di trovarne u n o
essere insufficiente. Un'azienda giapponese, la
che interag isca con i G PCR.
Eisai Pharmaceuticals, cominciò a passare in
rassegna i composti simili all'alicondrina B ma
meno complessi, per vedere se ce ne fosse uno
con modalità di azione analoghe pur avendo una struttura diversa. Gli scienziati
della Eisai sapevano dalle ricerche dell'NCI che il composto originale agiva sulla
tubulina, una proteina che conferisce stabilità alla struttura cellulare ed è indi­
spensabile per la proliferazione delle cellule tumorali. La molecola desiderata
avrebbe dovuto legarsi alla stessa proteina.
Il metodo della Eisai poteva sembrare un po' antiquato, ma si rivelò efficace: i ri­
cercatori scoprirono l'eribulina, una sostanza che oggi è impiegata nella cura del
cancro al seno allo stadio avanzato, non ha mezzo milione di stereoisomeri pos­
sibili e non richiede una sintesi in 62 passaggi. Nel mondo dei farmaci, ispirarsi
alla natura rimane sempre la soluzione migliore, perché gran parte del lavoro è
già stato fatto. Circa il 64% di tutti i nuovi farmaci autorizzati tra il 1981 e il 2010
è nato da qualche forma di ispirazione naturale. La maggior parte è estratta da or­
ganismi viventi, imita in maniera più o meno fedele sostanze prodotte da orga­
nismi viventi o viene progettata specificamente per interagire con particolari
molecole di organismi viventi. A volte basta un po' (o un bel po') di chimica ben
fatta per far fruttare l'ispirazione.
i farmaci I 1 19

Farmaci a tavolino Molti altri farmaci di sue- ' [Speriamo] che i chimici
cesso, invece, hanno un'origine diversa. Prendete il
Viagra (si veda il riquadro a p. 1 77), un antipertensivo organici intraprendenti
mancato che è diventato il farmaco più richiesto di e volenterosi non ignorino
tutti i tempi. Se vi serve un punto di partenza per le il vantaggio unico offerto
vostre ricerche, spesso la scelta più ovvia sono le mo- dalle sostanze naturali
lecole naturali responsabili della malattia da curare. alla ricerca di agenti
Può trattarsi di particelle virali o di molecole del no-
stro corpo che hanno smesso di funzionare corretta-
e direzioni innovative
mente. Se siete alla ricerca di un farmaco con nella scoperta
un'azione specifica, una strategia potenziale è la CO- dei llUOVi farmaci. '
siddetta «progettazione razionale». Applicando tecni- Rebecca Wilson e Samuel Danishefsky,
che come la cristallografia a raggi X (si veda p. 84) a ccAccounts ol Chemical Research»
una molecola patogena si possono raccogliere infor-
mazioni sufficienti per progettare il principio attivo di un farmaco che interagi­
sca con la molecola in questione e magari riesca a impedirle di fare altri danni
nell'organismo. Le prime fasi della ricerca possono essere condotte attraverso si­
mulazioni al computer, prima ancora che la molecola candidata venga sintetiz­
zata in laboratorio.
La progettazione razionale è una strategia attualmente utilizzata dai chimici per
far fronte a uno dei problemi più complessi dell'industria farmaceutica dei nostri
tempi: la resistenza ai farmaci. Microbi e virus imparano con una velocità impres­
sionante a sfuggire alle nostre armi chimiche, e l'unico modo per tenerli a bada è
la scoperta di nuove tecniche di attacco, cioè di famiglie di farmaci completa­
mente innovative. Nel frattempo, una delle nuove frontiere della chimica è di­
ventata la progettazione di molecole capaci di far arrivare i farmaci in punti precisi
del corpo. Ed è qui che entra in gioco una nuova scienza, la nanotecnologia.

idea chiave
Soluzioni naturali e di sintesi
per combattere le malattie
1 80 I il futuro

45 La nanotecnologia
Solo qualche decina di anni fa, uno dei più grandi scienziati
del XX secolo fece un discorso bizzarro in cui si parlava
di manipolazioni molecolari e macchine in miniatura.
Col senno di poi, le sue idee non sembrano affatto bizzarre,
tutt'altro: si direbbe che avesse previsto nei minimi
dettagli ciò che la nanotecnologia è in grado di offrirci.

Poco più di cinquant'anni fa, il fisico Richard Feynman, uno degli scienziati che
aveva partecipato allo sviluppo della bomba atomica e che in seguito avrebbe
analizzato il disastro dello Space Shuttle Challenger, tenne una celebre confe­
renza sul «problema di manipolare e controllare oggetti su piccola scala». Era il
1 959, e le sue idee sembrarono così esagerate da apparire quasi deliranti. Pur non
usando mai il termine «nanotecnologia», che sarebbe stato coniato nel 1 974 da
un ingegnere giapponese, Feynman parlò della possibilità di manipolare singoli
atomi, costruire nanomacchine capaci di operare come piccolissimi chirurghi
portatili e scrivere un'intera enciclopedia su una capocchia di spillo.
Quanto di tutto ciò è diventato realtà? Ad esempio, siamo in grado di manipo­
lare i singoli atomi? Certamente. Nel 1981 fu inventato il microscopio a scan­
sione a effetto tunnel, che ha consentito agli scienziati di sbirciare per la prima
volta nel mondo degli atomi e delle molecole. Poco dopo, nel 1 989, un ricer­
catore dell'IBM, Don Eigler, si rese conto che si poteva usare la punta della
sonda del microscopio per spostare gli atomi: come esempio, scrisse «IBM»
usando 35 atomi di xenon. In quegli stessi anni, i nanoscienziati erano entrati
in possesso di un altro strumento formidabile, il microscopio a forza atomica, ed
Eric Drexler pubblicava il suo discusso libro, Engines of Creation. La nanotec­
nologia era davvero arrivata.

Scoperta dell'oro Richard Feynman tiene Invenzione


colloidale «rubino" il celebre d iscorso intitolato del microscopio
(per effetto delle There's Plenty of Room at the Bottom a forza atomica
nanostrutture) ( C'è un sacco di spazio giù in fondo)
la nanotecnologia I 1 01

Un nome nuovo per una cosa antica Oggi ' L'interrogativo


migliaia di prodotti, dalla cipria ai telefoni, contengono
già materiali di dimensioni nanoscopiche. Le applicazioni finale non mi
potenziali riguardano industrie di ogni tipo, dalla sanità spaventa: siamo
alle energie rinnovabili e all'edilizia. Le nano-cose, però, in grado di spostare
non sono un'invenzione dell'uomo. Gli oggetti nanosco­ gli atomi - i singoli
pici sono più vecchi di noi. atomi, proprio loro -
Le nanoparticelle sono esattamente ciò che indica il no­ a nostro piacimento? '
me: particelle molto, molto piccole, di dimensioni com­ Richard Feynman, 1 959
prese per lo più tra 1 e 100 nanometri, cioè tra 1 e 100
milionesimi di millimetro. Stiamo parlando delle scale tipiche degli atomi e delle
molecole, che ai chimici dovrebbero risultare piuttosto familiari, dal momento
che passano la maggior parte del tempo a pensare ad atomi e molecole e al modo
in cui si comportano nelle reazioni chimiche. Nella maggior parte delle sostanze,
gli atomi formano aggregati macroscopici, ma un atomo d'oro in un blocco d'oro
massiccio, ad esempio, possiede proprietà radicalmente diverse da quelle di una
nanoparticella d'oro, che di atomi potrebbe contenerne pochissimi. In labora­
torio possiamo trasformare l'oro massiccio in nanoparticelle, ma in natura sono
tante le sostanze presenti in forma nanoscopica.
Si tende a considerare la scoperta delle «buckyball» di carbonio - sfere larghe un
millimetro formate da 60 atomi di carbonio (si veda p. 108) - come una pietra
miliare nella storia delle nanoscienze; in realtà, si tratta di una sostanza del tutto
naturale. Certo, le possiamo produrre in laboratorio, ma se ne formano anche
nella fuliggine emessa da una candela quando brucia. Gli scienziati producono
nanoparticelle da secoli, senza saperlo. Nel XIX secolo, il chimico Michael Fa­
raday effettuò una serie di esperimenti con l'oro colloidale - utilizzato all'epoca
per colorare le vetrate - senza sapere che le particelle d'oro erano di dimensioni
nanoscopiche. La cosa divenne evidente solo negli anni '80, con l'arrivo della na­
notecnologia.
Le dimensioni contano Tuttavia non dobbiamo pensare che nella na­
notecnologia non vi sia nulla di nuovo o entusiasmante. E non possiamo pre­
tendere che i materiali di cui si parla siano la stessa cosa, «solo più piccola»,

1 986 1 989 1 991 201 2


Eric Drexler pubblica Don Eigler manipola Scoperta dei nanotubi Annuncio della realizzazione
Engines of Creation: i singoli atomi di xenon di carbonio di u n transistor formato da
The Coming Era of per scrivere «IBM» u n singolo atomo di fosforo
Nanotechno/ogy
1 82 I il futuro

perché non lo sono. Alle nanoscale le


Elettronica cose non funzionano allo stesso modo
che su scala macroscopica. La differenza
a nanotubi più ovvia, forse, sta nel fatto che le par­
ticelle più piccole e i materiali dotati di
I na notubi sono m i n uscoli tubi di carbo n i o
strutture nanoscopiche hanno un rap­
i ncred i b i l mente robusti e capaci di co ndu rre
porto superficie/volume molto più alto,
elettricità. Possono sostituire il s i l icio
il che è particolarmente importante
nelle appl icazioni elettro n iche e sono g i à stati
quando se ne vuole fare uso in chimica.
usati per la fabbricazione di transistor nei ci rc u iti
Ancora più strano è il fatto che le so­
integrati. Nel 201 3, i ricercatori d e l l ' U n iversità
stanze non sembrano più le stesse, né si
di Stanford h a n n o costruito un co m puter con
comportano come tali. Il colore delle
un processore formato da 178 transistor
nanoparticelle d'oro, ad esempio, di­
a na n ot u b i . Poteva eseg u i re solo d u e
pende dalle loro dimensioni. I colloidi
prog ra m m i per volta, e aveva la stessa potenza
d'oro di Faraday non erano dorati, bensì
di calcolo del prim iss i m o m icroprocessore
rosso rubino.
della l ntel. U n o dei problemi che si presentano
q ua n d o s i vog l i o n o uti l izzare i na notubi Una stranezza simile può rivelarsi utile
nei transistor è che non sono semicond uttori - i colloidi d'oro sono utilizzati da mil­
pe rfetti : in a l c u n i casi formano na notu b i lenni nelle vetrate - ma ha i suoi pro­
metallici c h e « l asciano sfug g i re» u n po' blemi. L'uso delle nanoparticelle di
di corrente. Un g ru p p o statu n itense ha scoperto argento nelle medicazioni antimicrobi­
che depositando s u l l a su perficie dei na notubi che si va facendo sempre più comune,
u n o strato d i n a n oparticelle d i ossido d i ra me ma non sappiamo granché sulla disper­
se ne m i g l iorano le p roprietà d i semicond uttore. sione di particelle così piccole nell'am­
biente e nelle falde acquifere. Che
impatto avrà la presenza via via più ab­
bondante di queste particelle?
Il regno della fantasia Nel frat­
tempo, gli scienziati continuano a lavo­
rare con un approccio dal basso (si veda
p. 96) per creare oggetti e dispositivi na­
noscopici. Davanti a loro si estende un
regno infinito di possibilità che riguar­
dano non solo le nanoparticelle ma
anche le nanomacchine. Possiamo pen­
sare di rivoluzionare la medicina con macchine piccolissime, come immagi­
nava Feynman? «Sarebbe interessante se nel corso di un intervento chirurgico
potessimo ingoiare il chirurgo» , aveva detto nel suo discorso del 1 959. «Iniet-
la nanotecnologia I 1 aa
tate il chirurgo meccanico in un vaso san­
guigno e questo si dirigerà verso il cuore a
dare un'occhiata» . Forse il nanochirurgo Il trasporto
di Feynman non è ancora realtà, ma non
possiamo bollarlo come una pura e semplice
mirato di farmaci
fantasticheria. I ricercatori sono già al la­ mediante il DNA
voro per realizzare nanomacchine capaci di
trasportare un farmaco direttamente alle La realizzazione di materiali na noscopici può
cellule malate senza toccare quelle sane. essere tota l mente d i origine u m a n a o naturale.
I materiali naturali hanno i l vantaggio
Per trovare applicazioni pratiche della na­
d i una maggiore biocompatibilità: il corpo
notecnologia non abbiamo certamente bi­ l i ricon osce, e le probab i l ità d i rigetto sono
sogno di immergerci nel mondo della m i nori. È per q u esto che a l c u n i scienziati
fantascienza. La Samsung sta già incorpo­ sta n n o studiando l a possibi l ità di usare il DNA
rando materiali nanostrutturati nei display come vettore d i farmaci. Alcuni ricercatori,
dei propri telefoni. Grazie alla nanotecno­ ad esempio, hanno i ntrappol ato le molecole
logia disponiamo di catalizzatori più effi­ d i farmaco in una g a b bia di DNA dotata
cienti nel trattamento dei carburanti e di «serrature» che si a p rono solo con
nella riduzione dei gas di scarico dei veicoli. le « c h i avi» g i u ste (ad esempio, i recetto ri
Le creme solari contengono nanoparticelle presenti s u l l a su perficie delle cell u l e tumora l i ) .
di biossido di titanio ormai da anni, anche
se di recente sono stati espressi dubbi sulla
loro possibile nocività.
E scrivere un'intera enciclopedia su una capocchia di spillo? Nessun problema.
Nel 1986, Thomas Newman del California lnstitute ofTechnology ha inciso una
pagina tratta da Le due città di Charles Dickens su un frammento di plastica di sei
millesimi di millimetro quadrato. La riproduzione dell'intera Enciclopedia bri­
tannica su una capocchia larga due millimetri, quindi, è assolutamente possibile.

idea chiave
Piccole cose
dal grande impatto
1 84 I il futuro

46 Il grafene
Chi poteva immaginare che un pezzetto di grafite come
la mina di una matita contenesse un supermateriale
così forte, sottile, flessibile e conduttore da far arrossire
di vergogna tutti gli altri materiali del pianeta?
Chi poteva pensare che sarebbe stato così facile ottenerlo?
E chi avrebbe mai detto che grazie al grafene
i nostri cellulari potrebbero cambiare per sempre?

Nel 2010, Andrej Gejm, uno dei vincitori del Nobel per la Fisica di quell'anno,
intitolò il suo discorso di accettazione A Random Walk to Graphene, una «passeg­
giata aleatoria» verso il grafene. Gejm stesso ammetteva di essersi dedicato, nel
corso degli anni, a molti progetti finiti male, e di averli scelti, in parte, a caso. Ri­
volgendosi al pubblico dell'Università di Stoccolma, Gejm disse: «Di due dozzine
di esperimenti su un arco di circa 1 5 anni, la maggior parte, come c'era da aspet­
tarsi, si concluse in maniera fallimentare. Però ce ne furono tre che andarono a
segno: la levitazione, il nastro adesivo ispirato al geco e il grafene» . Dei tre, quelli
sulla levitazione e sull'adesivo si direbbero i più interessanti, ma è quello sul gra­
fene che ha avuto un impatto clamoroso sul mondo scientifico.
Il grafene, cui spesso viene associata la qualifica di «supermateriale» , è il primo
nonché il più affascinante di un'intera generazione di cosiddetti «nanomate­
riali» . Composto esclusivamente di carbonio, è l'unica sostanza nota che sia for­
mata da un singolo strato di atomi. È il materiale più sottile e leggero del pianeta,
ma è anche il più resistente. È stato stimato che con un metro quadrato di gra­
fene - non dimenticate che stiamo parlando di uno strato monoatomico di car­
bonio - si potrebbe realizzare un'amaca abbastanza resistente e flessibile da
sostenere un gatto, pur pesando più o meno quanto uno dei suoi baffi. Un'amaca
per gatti in grafene, inoltre, sarebbe trasparente, e avremmo l'impressione di ve-

linea del tempo


1 859 1 962 1 986
Benjamin Brodie scopre Ulrich Hofmann e Han ns-Peter Boehm introduce
il «grafone», che oggi Boehm scoprono minuscoli il termine «grafene»
sappiamo essere frammenti di ossido di grafene
ossido di grafene con u n microscopio elettronico
il grafene I 1 a5

dere il gatto sospeso a mezz'aria. Inoltre condurrebbe l'elet­ ' Abbiamo avuto
tricità meglio del rame. Se credete a ciò che dicono gli entu­
siasti, il grafene permetterà di sostituire le batterie con
il grafene
«supercondensatori» a ricarica ultraveloce, ponendo fine alle letteralmente davanti
nostre disavventure con i cellulari e consentendoci di ricari­ agli occhi e sotto
care un'auto elettrica in pochi minuti. il naso per secoli
Il futuro dell'elettronica Se è vero che Gejm non
ma nessuno l'ha mai
può pretendere di essere lo scopritore del supermateriale - altri riconosciuto per
scienziati sapevano che esisteva, e qualcuno era quasi riuscito ciò che è realmente. '
a ottenerlo - fu lui, insieme all'altro vincitore del Nobel, Kon­ Andrej Gejm
stantin Novoselov, a trovare un metodo pratico (per quanto
non ancora commercializzabile) per produrre grafene dalla grafite. I due non fe­
cero altro che prendere un pezzo di grafite (si veda il riquadro a p. 1 1 1 ) e aspor­
tarne uno strato dalla superficie servendosi di un po' di nastro adesivo. La grafite
è la sostanza di cui sono fatte le mine delle matite; in pratica, è composta da cen­
tinaia di migliaia di fogli di grafene sovrapposti e legati tra loro da forze attrattive
relativamente deboli. Per asportarne gli strati superficiali basta un pezzo di nastro
adesivo, ma Gejm e Novoselov non se ne resero conto finché non osservarono da
vicino una striscia di nastro utilizzata per pulire un pezzo di grafite.
Non tutti sono d'accordo su chi abbia isolato per primo il grafene e su quando
sia accaduto, ma non c'è dubbio che gli articoli pubblicati da Gejm e Novoselov
tra il 2004 e il 2005 cambiarono l'opinione di molti scienziati sul materiale.
Prima di allora, c'era chi riteneva impossibile che uno strato monoatomico di car­
bonio potesse essere stabile. Il lavoro del 2005 descrisse in dettaglio le straordi­
narie proprietà elettroniche del grafene, che da allora hanno attirato l'attenzione
di diversi ricercatori. Si è parlato tanto di transistor al grafene e di dispositivi
elettronici flessibili, arrivando a immaginare cellulari e pannelli solari pieghevoli.
Nel 201 2 , due ricercatori dell'Università della California di Los Angeles an­
nunciarono di aver utilizzato il grafene per realizzare un supercondensatore
microscopico, una sorta di piccolissima batteria a lunga durata che si ricarica
in qualche secondo. Maher El-Kady, uno studente di dottorato, aveva scoperto
che collegando una lampadina a un pezzo di grafene tenuto sotto carica per

1 995 2004 201 3


Thomas Ebbesen e Hidefumi Andre Gejm e Konstantin Maher El-Kady e Richard Kaner
Hiura immaginano un'elettronica Novoselov pubblicano pubblicano u n metodo per fabbricare
basata sul grafene u n m etodo per ottenere supercondensatori al grafene servendosi
grafene dalla grafite di un m asterizzatore per dvd
1 86 I il futuro

non più di due secondi, si riusciva a man­


Racchette da tenerla accesa per più di cinque minuti.
Insieme al suo supervisore, Richard Kaner,
tennis in grafene El-Kady trovò il modo per fabbricare nuovi
esemplari della sua scoperta servendosi del
Non sono solo le proprietà elettroniche del laser di un masterizzatore dvd. Attualmente,
grafene a suscitare interesse. Un materiale che i due studiosi stanno lavorando all'indu­
pesa meno di un m i l l ig ra m m o al metro q uadro strializzazione del processo con l'obiettivo
p u r essendo trecento volte p i ù forte dell 'acciaio di incorporare i nuovi alimentatori micro­
deve avere per forza altre appl icazioni. Fu scopici in ogni sorta di dispositivo, dai mi­
per q u esto, probab i l mente, che nel 201 3 la HEAD, crochip ai pacemaker.
u n a nota azienda prod uttrice d i attrezzature
Un sandwich di grafene Il gra­
sportive, a n n u nciò che il telaio della sua n u ova
fene è un così buon conduttore elettrico
racchetta da ten n i s conteneva g rafene.
perché ogni atomo di carbonio della sua
Con q ue l l a racchetta, q ue l l o stesso a n no, Novak
struttura reticolare possiede un elettrone li­
Dokovié vi nse gli Open austra l i a n i . Non si saprà
bero che può fungere da portatore di carica,
mai se la vitto ria ebbe q u a lcosa a che fare
sfrecciando attraverso la superficie. Il pro­
con il grafene, ma di sicuro a i utò a vendere
blema, semmai, è che il grafene conduce
le racchette.
troppo. I semiconduttori come il silicio (si
veda p. 92), impiegati nella fabbricazione
dei microprocessori, sono utili perché con-
ducono la corrente in certe condizioni ma la bloccano in altre: la loro condu­
cibilità, in altre parole, può essere attivata o disattivata. È per questo che gli
scienziati dei materiali stanno cercando di aggiungere impurità al grafene o ad­
dirittura di racchiuderlo tra strati supersottili di altre sostanze per conferirgli
proprietà elettriche più facili da controllare.
L'altro problema del grafene è che la sua produzione su vasta scala non è facile
né economica. Continuare a pelare blocchi di grafite, ovviamente, non è pen­
sabile. Per gli scienziati dei materiali, inoltre, la soluzione ideale sarebbe riuscire
a produrne fogli più grandi. Uno dei metodi più efficaci è la deposizione chimica
da vapore, che permette di far aderire atomi di carbonio in forma gassosa a una
superficie fino ad averne uno strato. Una tecnica del genere, però, richiede tem­
perature elevatissime. Attualmente sono in fase di sperimentazione altri metodi
più economici per separare gli strati di grafene dalla grafite: tra questi, dei mixer
da cucina di dimensioni industriali e gli ultrasuoni.
il urarene I 1 s1

La struttura reticolare
La struttura del grafene è paragonata spesso a q u e l l a d i una rete da pollaio.
Gli atomi di carbo nio formano u n u n ico strato pia no, co me nella g rafite,
e i leg a m i che li u n iscono sono estrema me nte forti e d ifficili da spezzare.
O g n i atomo di carbo n i o è legato ad altri tre atomi, così da formare
una cel l a esagonale che si ripete. In q uesto modo, uno dei q uattro
elettro n i del l ivello p i ù esterno di ogni atomo è l i bero di «andarsene
a spasso». La struttura reticolare è q uella che conferisce al g rafene
la robustezza; g l i elettro n i l i beri sono a l l a base della sua conduttività.
Un na notubo di carbo n i o (si veda i l riquadro a p. 1 82) ha u na struttura
molto s i m i le: è come se la rete meta l l ica fosse stata arrotolata i n u n c i l i n d ro.
Essendo formato da uno strato monoatomico tota l m ente piatto,
i l grafene è considerato u n materiale b i d i mensionale, a differenza
di quasi tutte le altre sostanze, che i nvece possiedono tre di mension i .
I l fatto che sia com posto esclusivamente d i carbonio, i l q u a rto elem ento
più co m u n e del pia neta, lo rende particolarme nte inte ressante,
perché è molto d iffici le che se ne possa rimanere senza.

Qualcuno ha detto levitazione ? Finora abbiamo parlato di grafene.


E gli altri esperimenti di Gejm? Un giorno, senza pensarci troppo, versò dell'ac­
qua sull'elettromagnete del laboratorio, e la fece levitare. Fece levitare anche
una piccola rana in una bolla d'acqua. Invece l'adesivo-geco voleva imitare la
pelle adesiva delle zampe dell'animale, ma non funzionò mai bene come l'origi­
nale e l'idea fu abbandonata.

idea chiave
Un supermateriale composto
da carbonio puro
1 88 I il futuro

47 La stampa 3D
Stampare non sembra un argomento particolarmente
entusiasmante, ma se considerate le straordinarie possibilità
offerte dalla stampa 3D le cose cambiano. Dalle automobili
in plastica alle orecchie bioniche in idrogel: il potenziale
della nuova tecnologia è praticamente sconfinato. Gli ingegneri
aerospaziali se ne servono addirittura per stampare
le componenti metalliche di razzi e aeroplani.

Nel corso del XX secolo, l'industria manifatturiera ha sempre lavorato in ter­


mini di produzione di massa. Una volta concepito un prodotto gradevole ai più,
bisognava trovare il modo di produrlo su grande scala. Produzione di massa di au­
tomobili. Produzione di massa di torte alle ciliegie. Produzione di massa di mi­
croprocessori.
Cosa ci riserva il XXI secolo? La personalizzazione su richiesta di prodotti di largo
consumo, modificati per soddisfare le esigenze individuali e fabbricati in massa.
Non saremo più obbligati ad accontentarci di prodotti standard pensati per «l'in­
dividuo medio» (cioè per nessuno in particolare). Volete cambiare il sedile del
guidatore nella vostra automobile per poter guidare comodamente e non per­
dere tempo con la leva del cambio e gli altri comandi? Grazie alla personalizza­
zione di massa potrete farlo. Come farà l'industria manifatturiera a dare a ognuno
esattamente ciò che vuole? La risposta è la stampa in tre dimensioni.
Una tecnologia promettente La stampa è stata per molto tempo do­
minio dei chimici. Migliaia di anni fa, gli inchiostri per stampare erano prodotti
a partire da sostanze naturali, e di solito contenevano carbonio come pigmento.
Gli inchiostri moderni sono miscele complesse di sostanze, tra cui pigmenti co­
lorati, resine, agenti antischiuma e addensanti. Una stampante 3D, invece, può
utilizzare qualsiasi cosa, dalla plastica al metallo. Alcune stampanti lavorano con

linea del tempo


1 986 1 988 1 990 1 993
Charles H u l l fonda La 30 Systems lancia Scott Crump brevetta I ricercatori del MIT
la 30 Systems sul mercato il primo la modellazione sono i primi a chiamare
e brevetta la «sistema stereolitografico» a deposizione fusa il loro dispositivo
stereolitografia commerciale, lo SLA-250 «Stampante 30»
la stampa so I 1 ae

un solo tipo di materiale, come le stampanti in bianco e nero;


altre, invece, possono combinare diversi materiali nello stesso ' Dovete pensare
oggetto, nello stesso modo in cui una stampante tradizionale alla vostra stampante
combina inchiostri di colori diversi. come a un frigorifero
Ciò che accomuna tutte le tecniche di stampa 3D è che il
che contiene tutti
prodotto finale è costruito uno strato dopo l'altro a partire gli ingredienti di cui
dalle informazioni contenute in un file in cui gli oggetti tri­ potreste avere bisogno
dimensionali sono scomposti in una sequenza di sezioni bidi­ per cucinare una
mensionali. Grazie ai programmi CAD (Computer-Aided qualsiasi delle ricette
Design) , chi progetta un prodotto può creare una struttura dell'ultimo libro
complessa e stamparla immediatamente senza dover faticare
ad assemblarla da una miriade di componenti. Il grande sogno
di Jamie Oliver. '
degli ingegneri aerospaziali è di riuscire a stampare un satel- Lee Cronin
lite. Alcune delle strutture già realizzate con una stampante
3D, però, hanno dell'incredibile: orecchie bioniche, impianti craniali (si veda il
riquadro a p. 191 ), componenti per motori di razzi e nanomacchine, per non par­
lare dei prototipi di automobile a grandezza naturale.
Gli inchiostri per stampanti 3D La realizzazione di stampe affida­
bili di oggetti come un'automobile o il motore di un razzo richiederà un miglio­
ramento delle tecniche per la stampa di elementi metallici. La questione
interessa la NASA ma anche l'Agenzia Spaziale Europea, che nel frattempo ha
dato il via ad AMAZE, un progetto per la stampa di parti di ricambio per aerei
e razzi. I vantaggi sono molteplici, da un processo di produzione più ecologico,
senza prodotti di scarto, alla possibilità di stampare componenti metalliche molto
più complesse attraverso la sovrapposizione di uno strato sull'altro.
Il processo di stampa 3D e l' « inchiostro» dipendono dalla tecnica utilizzata. Ne
esistono già diverse in fase di sviluppo. Il processo che ricorda di più le tecniche
tradizionali è la stampa 3D a getto di inchiostro, che sovrappone polveri e leganti
a strati alterni per produrre materiali che vanno dalla plastica alla ceramica. La
stereolitografia, invece, sfrutta l'attivazione di una resina da parte di un fascio di
luce ultravioletta. Il fascio trasferisce lo schema da realizzare nella resina, ag­
giungendo uno strato dopo l'altro e lasciandola solidificare nella forma deside-

2001 201 3 201 4


Stampa di strutture 3D La NASA a n n uncia di aver Una paziente affetta da
con stampanti a getto cominciato i test di u n una malattia delle ossa
d'inch iostro iniettore per razzi realizzato riceve un impianto
mediante stampa 3D craniale stampato in 3D
1 90 I il futuro

rata. Con questo approccio, nel 2014


i ricercatori dell'Università di San
Stampare Diego hanno realizzato un dispositivo
sostanze chimiche biocompatibile in idrogel che fun­
ziona come un fegato e può identifi­
Un gruppo di ricercatori d e l l ' U n iversità
care e catturare le tossine presenti nel
di G lasgow sta studiando la possibilità di util izzare
sangue.
le stampanti 30 per rea lizzare un laboratorio
La tecnica di stampa 3D più diffusa è
di c h i m ica i n m i n iatura in cui i n i ettare
probabilmente la modellazione a de­
g l i « inchiostri» reagenti e formare molecole
posizione fusa, in cui si sovrappon­
complesse. Il sistema potrebbe trovare
gono strati di sostanze semifuse. La
u n'applicazione nella realizzazione di farmaci
plastica viene riscaldata e inviata im­
economici e su m i s u ra a partire d a l l e istruzioni
mediatamente all'ugello della stam­
contenute in u n «softwa re» distribu ito da c h i
pante. L'azienda di ingegneria tedesca
h a progettato i l farmaco.
EDAG ha creato il telaio della «Ge-
nesis», la sua automobile futuristica, a
partire da un polimero termoplastico
attraverso un processo di modellazione a deposizione fusa. Alla EDAG sosten­
gono di poter fare lo stesso con la fibra di carbonio: il risultato sarebbe un'auto­
mobile con una scocca ultraresistente e ultraleggera. Dato che la Boeing produce
già il suo Dreamliner in fibra di carbonio, perché non pensare a un aereo creato
da una stampante 3D?
Microstampe Dal macroscopico al microscopico, la stampa 3D sta cam­
biando il nostro modo di progettare e creare. La microfabbricazione di disposi­
tivi elettronici (si veda p. 92) è un'area molto promettente: siamo già in grado
di stampare circuiti elettronici ed elementi miniaturizzati sulle batterie a ioni
litio. Gli appassionati di elettronica possono progettare e realizzare rapidamente
circuiti elettronici personalizzati. I finanziamenti raccolti con Kickstarter hanno
permesso alla start up Cartesian di sviluppare un dispositivo capace di stampare
circuiti su materiali diversi, compresi i tessuti, trasformando in realtà il sogno di
un'elettronica indossabile.
I nanotecnologi stanno già valutando la possibilità di stampare nanomacchine.
Una delle tecniche prese in considerazione utilizza la punta di un microscopio a
forza atomica per stampare molecole su una superficie. Il controllo del flusso di
«inchiostro» a un livello del genere, però, è complicato. Una soluzione potrebbe
venire dall'elettrofilatura, in cui un polimero carico viene filato su una superfi-
la stampa 30 I 1 e1

Stampare parti del corpo


Nel settem bre 201 4, i n u n a rticolo p u bbl icato porzione del cranio d i una donna affetta
sulla rivista «Applied Materials & lnterfaces», da una malattia ossea che le provocava
un gruppo di chimici e ingegneri a ustraliani un ispessimento delle ossa craniali
ha a n n u nciato d i aver prodotto con una con conseguenti danni cerebral i . A un cinese
stam pante 30 u n materiale con le caratteristiche che aveva perso metà del cranio in u n incidente
della carti lagine u mana, utilizzando i d rogel i n un cantiere edile è stato applicato
ad alto tenore di acqua ri nforzati con fibre un i m pianto craniale in titanio realizzato con
plastiche. Le due componenti sono state una stampante 30. Si sta ormai concretizzando
stampate s i m ultaneamente come se fossero la possibilità d i creare protesi e i mpianti
i nchiostri liquidi, e poi i n d urite esponendole personalizzati per i l singolo paziente.
alla l uce u ltravioletta. Il risultato?
Un materiale composito robusto ma flessibile
molto simile alla carti lagine (si veda p. 1 68).
Se tutto ciò vi sembra straordi nario, ovviamente
non avete ancora sentito parlare dei pazienti
che di recente h a nno ricevuto u n i m pianto
craniale stampato in 30. Sempre nel 20 1 4,
lo U n iversity Medicai Center di Utrecht,
in Olanda, ha a n n u nciato di aver utilizzato
le tecniche di stampa 30 per sostitu ire u n 'a m pia

cie di carica opposta. Per controllare i punti di adesione dei materiali si potreb­
bero incorporare nella superficie gli schemi da riprodurre.
Non c'è da stupirsi dell'entusiasmo generale per la stampa 3D: le possibilità creative
sono infinite. Anche dal punto di vista del cliente finale i benefici sono evidenti:
fine dei beni di consumo di massa, un'auto in fibra di carbonio con sedili persona­
lizzati, e addirittura protesi che si adattano perfettamente al corpo del paziente.

idea chiave
Creazioni su misura,
uno strato dopo l'altro
1 12 I il futuro

48 1 muscoli
artificiali
Come si ottiene una quantità di energia colossale da qualcosa
che sembra così fragile? Pensate alla silhouette scarna
dei ciclisti che scalano le montagne del T�ur de France: è tutta
una questione di rapporto potenza-peso. E possibile riprodurla
artificialmente? Le ricerche sui muscoli artificiali stanno già
producendo materiali capaci di performance impressionanti.

Se vi è già capitato di chiacchierare con un buon ciclista, saprete che appartiene


a una specie ossessionata dalle statistiche individuali. Passano il tempo a moni­
torare la propria velocità media e a sommare distanze e dislivelli superati. Con­
dividono i dati attraverso applicazioni GPS e gareggiano tra di loro per i titoli di
«re della montagna» assegnati nelle cronoscalate. Ma soprattutto, sono osses­
sionati dal rapporto potenza-peso. Ogni ciclista degno di questo nome sa che per
vincere il Tour de France bisogna avere un rapporto potenza-peso di circa 6,7
watt per chilogrammo (W/kg).
Per noi comuni mortali, significa essere capaci di pedalare come dei forsennati
pur avendo un fisico così magro da dare l'impressione di poter essere disarcionato
dalla bicicletta alla prima raffica di vento. Il quattro volte campione olimpico
Bradley Wiggins, vincitore del Tour de France del 201 1 , è l'esempio perfetto. A
quell'epoca, il filiforme Wiggins pesava circa 70 chili ed era in grado di generare
una potenza dell'ordine di 460 watt (il numero potrà sembrare impressionante,
ma vuol dire che ci vorrebbero almeno due Wiggins per far funzionare un asciu­
gacapelli). Wiggins, quindi, poteva produrre 6,6 watt di potenza per ogni chilo
del suo corpo: in altre parole, il suo rapporto potenza-peso era di 6,6 W/kg.

Scoperta Con i suoi 1 63 kg, il sollevatore U n muscolo realizzato


del polietilene di pesi Paul Anderson raggiunge in gel viene fatto «cam minare»
i 2844 kg di sol levamento autonomamente con una
in «back-lift» reazione chimica
i muscoli artificiali I 1 93

Potenza-peso Un'ossessione analoga per il rap­ ' Pur essendo


porto potenza-peso si riscontra nell'industria automo­
composto interamente
bilistica - una Porsche 9 1 1 del 2007 può generare circa
2 7 1 W/kg - e nel settore dei muscoli artificiali. È da de­ da un polimero
cine di anni che gli scienziati dei materiali tentano di sintetico, il gel si
creare strutture in grado di contrarsi come i muscoli muove autonomamente
umani ma con un rapporto potenza-peso ben più ele­ come se fosse vivo. '
vato. Se ci riuscissero, potremmo costruire robot ultra­
Shlngo Maeda e colleghi,
potenti capaci anche di fare le smorfie.
«lnternational Journal or Molecular
Con le tecnologie oggi disponibili, un robot capace di Sciences», 2010
generare una potenza sufficiente a sollevare carichi
estremamente pesanti o a pedalare fino alla cima di una montagna a una velo­
cità prossima a quella del suono, dovrebbe essere piuttosto voluminoso. L'ideale,
invece, sarebbe un robot poco ingombrante ma in grado di generare una potenza
smisurata (e dopo tutta la fatica fatta a creare un robot del genere e dotarlo di mu­
scoli, perché non usarne qualcuno per farlo sorridere o fare le boccacce?).
Contrazioni ed espansioni La domanda successiva, naturalmente, è
come realizzare un muscolo piccolo ma ultrapotente. Come potete immaginare,
non è facile. Anzitutto bisogna trovare un materiale che possa espandersi e con­
trarsi rapidamente, come un muscolo vero. Inoltre deve essere più resistente del­
l'acciaio senza essere troppo rigido. Dopo di che, bisogna trovare il modo di
fornirgli energia. Il vantaggio di Bradley Wiggins è che i muscoli delle sue gambe
sono già stracolmi di cellule che producono energia chimica: per rifornirle di
carburante e di ossigeno, Wiggins non deve fare altro che mangiare e respirare.
Con un robot, tuttavia, un sistema del genere non funzionerebbe.
Gran parte dei muscoli artificiali - detti anche attuatori - sono composti da po­
limeri. Gli scienziati che si occupano di polimeri elettroattivi stanno cercando
di mettere a punto un materiale morbido che cambi forma e dimensioni quando
viene percorso da una corrente elettrica. Il silicone e i materiali acrilici noti
come elastomeri sono buoni attuatori, e se ne può già trovare qualcuno in com­
mercio. Anche i gel a base di polimeri ionici possono gonfiarsi o contrarsi al pas-

'
201 1 201 2 201 4
Il rapporto potenza-peso Si realizzano Muscoli d i polietilene
di Bradley Wiggins muscoli artificiali raggiungono u n rapporto
raggiunge 6,6 W/kg a partire da un potenza-peso di 5,3 W/kg
«filato» d i nanotubi
1 94 I il futuro

saggio di una corrente elettrica o in se­


Potere guito a una variazione delle condizioni
chimiche. Un muscolo artificiale ha bi­
al polietilene! sogno di una fonte di energia, ma molti
di questi materiali che dipendono dal-
I muscoli artificiali creati nel 20 1 4 dal gruppo del chimico
1'elettricità devono essere alimentati in
Ray Baughman erano formati da quattro lenze
continuazione per continuare a contrarsi.
in polietilene attorcigliate insieme in un filamento spesso
0,8 millimetri. Contraendosi, quel filo sottile - realizzato Nel 2009, tuttavia, un gruppo di ricerca­
non con materiali futuristici ma con un polimero da tori giapponesi riuscì a far «camminare»
5 dollari al chilo scoperto 80 anni prima - aveva sollevato da solo un pezzo di gel polimerico sfrut­
un peso equivalente a quello di un cane di taglia media tando esclusivamente un classico della
ed era stato in grado di d imezzare la propria lunghezza. chimica, la reazione di Belousov-Zhabo­
Com'è possibile che un intreccio di lenze a malapena tinsky. In questa reazione la quantità di
visibile riesca a sollevare un carico di 7 kg? ioni bipiridina di rutenio oscilla ininter­
La risposta è nella torsione e nell'attorcigliamento, rottamente, e i polimeri reagiscono con­
che modificano le proprietà del polietilene traendosi ed espandendosi allo stesso
consentendogli di sopportare tensioni molto più elevate. ritmo. Applicando il processo a una stri­
Molti muscoli a rtificiali sono alimentati elettricamente; scia ricurva di gel i ricercatori ottennero
i filamenti di polietilene, invece, reagiscono a semplici un movimento autonomo: per citare le
variazioni di temperatura. Per farli contrarre basta parole del loro articolo, si muoveva
riscaldarli; quando la temperat u ra scende si rilassano. «come se fosse viva». Il gel avanzava stri­
I «muscoli» così ottenuti possono essere racchiusi in tubi, sciando lentamente come un bruco: non
in modo tale da raffreddarli con l'acqua. L'unico era molto veloce, ma era impossibile di­
problema è la capacità di variare la temperatura stogliere lo sguardo.
abbastanza in fretta da riprodurre le contrazioni
u ltrarapide della muscolatura reale. Vai col twist ! Utilizzando i nanotubi
in carbonio è stato possibile realizzare ma­
teriali ancora più avanzati, ma anche più
costosi (si veda p. 180). In questi ultimi
anni, si sono ottenuti picchi di resistenza,
velocità e leggerezza che, a essere sinceri,
fanno impallidire Wiggins. Nel 201 2, un
gruppo internazionale che comprendeva
alcuni ricercatori del NanoTech Insti­
tute dell'Università del Texas di Dallas
annunciò di aver realizzato dei muscoli
artificiali a partire da un filato di nano­
tubi di carbonio sottoposti a torsione e
riempiti di cera. I filati di nanotubi riu-
i muscoli artificiali I 1 95

scirono a sollevare 100 000 vol­


te il proprio peso e a contrarsi
in 25 millesimi di secondo sot­ Non solo per robot
to l'azione di una corrente elet­
A parte le espressi o n i facciali dei robot
trica. Il rapporto potenza-peso
(e il sollevamento pesi), q u a l i altre applicazi o n i
per una performance così incre­
potrebbero trovare i m uscol i artificia l i ? L e proposte
dibile è di 4200 W/kg, e supera
i ncludono g l i esoscheletri u m a n i , la microchirurgia d i
di svariati ordini di grandezza la
precisione, i l posizionamento delle celle solari e persino
densità di potenza del tessuto
vestiti dotati di pori capaci di contrarsi ed espandersi
muscolare umano.
in funzione delle condizioni climatiche. Utilizzando
I nanotubi sono tra i materiali m usco l i di polimeri i ntrecciati che si contraggono
più resistenti che conosciamo, o si rilassano i n funzione delle variazioni d i temperatura
ma con un prezzo al chilo di si potrebbero creare tessuti capaci letteral mente
svariate migliaia di dollari sono di respirare. Idee s i m i l i sono state applicate a nche
anche molto costosi. Convinti alla progettazione d i persiane e veneziane capaci
di potersela cavare con minor di aprirsi da sole.
spesa, i ricercatori tornarono al
lavoro, e due anni dopo annun-
ciarono di aver ripetuto l'impresa con un filamento di lenze in polietilene in­
trecciate tra loro (si veda il riquadro a p. 194). I loro muscoli artificiali a basso
costo assorbivano energia sotto forma di calore ed erano capaci di sollevare un
peso di 7,2 kg pur essendo spessi meno di un millimetro. La densità di potenza
del marchingegno era incredibile: 5300 W/kg. Prendi questa, Bradley Wiggins!

idea chiave
Materiali che si comportano
come veri e propri muscoli
196 1 il futuro

49 La biologia
di sintesi
Grazie ai progressi compiuti nella sintesi chimica del DNA,
oggi gli scienziati possono comporre frammenti di genoma
progettati a tavolino per creare organismi non esistenti
in natura. Decisamente ambizioso, vero? Un giorno, però,
costruire da zero un organismo sintetico potrebbe essere
semplice come allineare una fila di mattoni.

I biologi di sintesi non seguono ricette. Invece di improvvisare ai fornelli, come può
capitare quando si prepara un chili con carne, improvvisano in laboratorio, e lo fanno
con la vita stessa. Finora le loro creazioni sono rimaste fedeli al ricettario della natura,
ma i loro progetti sono ambiziosi. In futuro hanno intenzione di creare l'equivalente
biosintetico di un chili con carne partendo da carne di coccodrillo e soia. Ma è pro­
babile che avremmo qualche difficoltà a trovarvi delle somiglianze con un chili.
Reinventare la natura La neonata biologia di sintesi è frutto del deside­
rio dei biologi di perfezionare la natura modificando il genoma degli organismi vi­
venti. Tutto è cominciato con l'ingegneria genetica, una tecnica dimostratasi
realmente utile negli studi sugli animali per capire il ruolo di determinati geni
nelle patologie. Oggi, con i progressi compiuti nel sequenziamento e nella sin­
tesi del DNA, le ricerche riguardano genomi interi.

' Impareremo a Mentre l'ingegneria genetica tradizionale opera per lo più sul sin­
scrivere con il DNA. golo gene per studiare l'effetto di una sua variazione in un animale,
una pianta o un batterio, la biologia di sintesi può modificare addi­
Per dire cosa? ' rittura migliaia di «lettere» (basi) del DNA e introdurre geni che
Drew Endy, biologo di sintesi codificano per l'intero percorso metabolico di una molecola che un

linea del tempo


1 983 1 996 2003 2004
N ascita della PCR, una Mappatura del genoma Fondazione del Reg istro Al MIT si tiene il primo
nuova tecnica chim ica del lievito delle Componenti cong resso internazionale
per sintetizzare il D N A Biologiche Standard di biologia di sintesi
in poco tempo
la biologia di sintesi I 1 97

organismo non ha mai espresso prima. In uno dei primi progetti la cui riuscita è
stata salutata come un trionfo della biologia di sintesi, si è reingegnerizzato un lie­
vito per produrre un precursore chimico dell'artemisinina, un farmaco antimala­
rico. Nel 2013, al termine del progetto, la casa farmaceutica francese Sanofi ha
dato il via alla produzione della versione semisintetica del farmaco con l'obiettivo
di fabbricarne 150 milioni di dosi nel corso del 2014. Alcuni scienziati, tuttavia,

DNA partendo dalle basi


U n o dei passi avanti che ha portato a u n notevole la riduzione significativa delle velocità e i costi
abbattimento dei costi della sintesi del DNA è della sintesi fanno pensare che ben presto
stato lo sviluppo di u n processo chimico basato ci sarà bisogno di un diverso tipo di chimica.
su molecole chiamate monomeri di Esistono altri percorsi chi mici possibili,
fosforammidite. Ogni monomero è u n nucleotide tuttavia nessuno è ancora riuscito a dimostrare
(si veda il riquadro a p. 1 39) simile a q uelli del la propria realizzabilità commerciale.
comune DNA; l'u nica differenza riguarda le zone
reattive, mascherate da tappi chimici (caps) che 1 . deprotezione
vengono rimossi (deprotetti) con acidi u n attimo
cap�
) �-�
\
\
prima che i l nucleotide venga aggiu nto a
una catena di DNA in via di formazione. Il primo
.O O base

k
sferetta
nucleotide della catena è ancorato a una sferetta
di vetro. Cicli di deprotezione e accoppiamento
prolungano la catena secondo la sequenza 2. accoppiamento

desiderata. Nella maggior parte dei casi la sintesi A,T, C,G

produce segmenti corti che in segu ito vengono


u n iti. Nel caso della biologia di sintesi,
naturalmente, il codice potrebbe essere frutto
della fantasia del ricercatore e non corrispondere
ad alcun organismo esistente. I processi
i ndustriali di sintesi del DNA sono attualmente
dominati dalla chimica delle fosforam miditi, ma

2006 201 0 201 3 201 4


Il costo della sintesi Il gruppo di Craig Venter Lancio dell'artem isi ni na, Viene completato il primo
del DNA scende sotto inserisce un genoma u n farmaco anti malarico cromosoma si ntetico di
1 dollaro per base di sintesi in una cellula semisi ntetico prodotto u n organismo euca riotico
da lieviti (un lievito)
198 1 il futuro

hanno preferito vedere in tutto ciò un progetto


Un puzzle complesso di ingegneria genetica che ha toc­
cato solo una manciata di geni: straordinario,
pericoloso certo, ma ancora lontano da una riconfigura­
zione radicale del tipo «coccodrillo e soia».
Nel 2006, a lc u n i giornalisti del quotidiano inglese
«The G ua rd i a n » riuscirono ad acquistare online DNA per corrispondenza Nel frat­
il DNA del vaiolo. La fiala che ricevettero per posta tempo, Craig Venter, il genetista famoso per
conteneva solo un segmento del genoma, aver contribuito al sequenziamento del ge­
ma il giornale sostenne che un'organizzazione noma umano, stava lavorando allo sviluppo
terroristica dotata di mezzi economici non avrebbe di un genoma totalmente sintetico. Nel 2010,
dovuto fare altro che ordinare segmenti i ricercatori del J. Craig Venter lnstitute an­
consecutivi del DNA virale e i ncollarli, ottenendo nunciarono di aver ricostruito - con poche,
così u n patogeno mortale. Le aziende che lievi modifiche - il genoma del Mycoplasma
si occupano d i sintesi del DNA hanno cominciato mycoides, un parassita delle capre, e di averlo
a monitorare g l i ord i n i di seq uenze pericolose, inserito in una cellula vivente. Pur essendo
ma tra gli scienziati c'è chi sostiene che simili fonti una semplice copia dell'originale, il genoma
potenziali di devastazione andrebbero d istrutte. sintetico di Venter dimostrava che si può
creare una forma di vita usando esclusiva­
mente DNA di sintesi.
Tutto ciò è diventato possibile grazie ai passi avanti compiuti nella «lettura e
scrittura» del DNA, che hanno permesso ai ricercatori di sintetizzarne intere se­
quenze (si veda il riquadro a p. 197) in maniera �apida e relativamente econo­
mica. Negli anni in cui Venter e suoi concorrenti svelavano i segreti del genoma
umano (dal 1984 al 2003) il costo del sequenziamento e della sintesi del DNA
è crollato. Secondo alcune stime, oggi si può sequenziare tutto il genoma di un
individuo, più di tre milioni di paia di basi, per 1000 dollari; per creare del DNA,
invece, il prezzo è di appena 10 centesimi di dollaro per base.
Grazie al crollo dei costi, oggi i biologi di sintesi possono accedere alle istruzioni
di assemblaggio di tutti gli organismi che vorrebbero reingegnerizzare o da cui
vorrebbero rubare delle idee, e possono verificare la validità di nuove sequenze
progettate a tavolino. Non devono nemmeno preoccuparsi di produrre il DNA:
basta inviare le sequenze a un'azienda specializzata nella sintesi e aspettare che
il postino recapiti il DNA richiesto. Può sembrare poco sportivo, ma per tornare
all'analogia del chili con carne, è come preparare il vostro capolavoro di cucina
messicana utilizzando il condimento pronto anziché faticare a tritare i peperon­
cini e macinare i semi di cumino.
la biologia di sintesi I 1 99

Componenti biologiche standard Per diminuire il carico di lavoro,


i biologi di sintesi hanno anche pensato alla realizzazione di un database di com­
ponenti standard utilizzabili per assemblare organismi di sintesi. L'iniziativa è
partita nel 2003, anno di fondazione del Registro delle Componenti Biologiche
Standard. Nonostante il nome macabro, il Registro raccoglie migliaia di sequenze
genetiche «testate dagli utenti» e condivise dalla comunità dei biologi di sin­
tesi. L'idea è quella di creare componenti compatibili dotate di caratteristiche
note e che possano essere assemblate come mattoni per costruire da zero un or­
ganismo funzionante. Uno dei mattoni, ad esempio, potrebbe essere il codice di
un pigmento vivace; un altro potrebbe codificare per un interruttore generale
che attiva una cascata di enzimi in presenza di una sostanza chimica precisa.
L'obiettivo finale della biologia di sintesi è la realizzazione di genomi di organi­
smi progettati dall'uomo e capaci di produrre nuovi farmaci, biocarburanti, in­
gredienti alimentari e sostanze chimiche di vario genere. Prima di farci trasportare
dall'entusiasmo, però, è meglio ricordare che la strada per creare un coccodrillo
sintetico per il nostro chili di coccodrillo, ad esempio, è ancora lunga. Gli organi­
smi più complessi che siamo riusciti a manipolare, finora, sono i funghi.
Può darsi che il lievito di birra non vi sembri una forma di vita particolarmente
avanzata, ma a livello cellulare abbiamo più cose in comune con i lieviti che
con i batteri. Il progetto Sc2.0 si propone di realizzare una versione reingegne­
rizzata e sintetica del lievito Saccharomyces cerevisiae (si veda p. 60), un cromo­
soma dopo l'altro. Utilizzando un approccio del tipo «togliamo pezzi finché non
smette di funzionare», i ricercatori del progetto internazionale hanno cercato di
semplificare il genoma del lievito naturale rimuovendo tutti i geni non essenziali
per poi inserire frammenti di codice sintetico e verificare che le cellule conti­
nuassero a funzionare. Finora abbiamo completato un solo cromosoma. Il risul­
tato potrebbe essere una catastrofe (per il lievito, in ogni caso) oppure una
rivelazione. I ricercatori, dal canto loro, sperano di scoprire esattamente ciò che
serve per creare un organismo vivente.

idea chiave
Riprogettare la vita
200 I il futuro

50 L'energia
del futuro
Che cosa accadrà quando saranno finiti i combustibili fossili?
I pannelli solari e le turbine eoliche diventeranno le nostre
uniche fonti di energia? Non è detto. I chimici stanno
sperimentando nuovi metodi per ottenere combustibili
che non emettano anidride carbonica nell'atmosfera.
La parte più difficile sarà produrli senza consumare
ulteriormente le preziose risorse della Terra.

Due delle sfide tecnologiche più impegnative che ci troviamo ad affrontare oggi
hanno a che fare con i combustibili. Da un lato, i combustibili fossili si stanno
esaurendo. Dall'altro, il loro utilizzo sta saturando l'atmosfera di gas serra con ef­
fetti disastrosi sull'intero pianeta. La soluzione sembra clamorosamente ovvia:
abbandonare i combustibili fossili.
Per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili bisogna trovare un'altra fonte
di energia per il pianeta. L'energia solare e quella eolica possono dare un con­
tributo importante al nostro fabbisogno energetico, però non sono combustibili
in senso stretto: in altre parole, ne possiamo immettere l'energia nella rete elet­
trica nazionale, tuttavia non possiamo servircene per fare il pieno della nostra au­
tomobile. Il vantaggio dei combustibili fossili è proprio questo: l'energia vi è
immagazzinata in forma chimica, allo stato liquido.
Ma i veicoli elettrici non rappresentano già la soluzione al problema? Non basta
collegarli alla rete elettrica e caricarli sfruttando l'energia solare? Il fatto è che,
al momento, i combustibili fossili costituiscono una forma molto più efficiente
di stoccaggio dell'energia. Nel caso dei derivati del petrolio, il contenuto di ener-

linea del tempo


1 800 1 842 1 925
Produzione di idrogeno Matthias Schleiden form u l a Viene messo a punto i l processo
e ossigeno mediante l'i potesi c h e la fotosintesi di Fischer-Tropsch per la produzione
elettrolisi dell'acqua provochi la scissione di combustibili facendo reagire
dell'acqua idrogeno e monossido di carbonio
l'energia del futuro I 201

gia per unità di peso è molto più alto ed è per questo che è praticamente impos­
sibile trovare carburanti più convenienti. Se non ci saranno passi avanti signifi­
cativi e drastiche riduzioni di peso nella tecnologia delle batterie, potremo
costruire tutte le centrali eoliche e solari che vorremo, ma continueremo ad
avere bisogno dei carburanti tradizionali. Inoltre i nostri sistemi energetici sono
già alimentati a carburante, il che significa che se riuscissimo a sviluppare delle
alternative ecologiche, non avremmo bisogno di una radicale revisione degli im­
pianti.

Foglie artificiali
Quasi tutte le fog l i e artificiali, o «Water periodo. Sono in corso screening d i massa su
spl itter», seguono u n o schema generale in cui m i l ioni di catal izzatori potenziali, con la
le due metà della reazione di scissione speranza d i trovare i materiali più adatti a l l o
dell'acqua vengono gestite separatamente. scopo. I chimici devono tener presente n o n
Ognuno dei due lati della fog l i a contiene u n solo il loro potere catalizzatore, ma anche la
elettrodo; una membrana sottile posta tra i d u e durata, i l costo e la disponib i l ità delle materie
elettrodi i mpedisce a gran parte d e l l e molecole prime necessarie a l l a loro realizzazione. Alcu ni
d i passare da u n lato all'altro. Gli elettrodi ricercatori stanno persino modellando i loro
sono composti da un semiconduttore che catalizzatori sulle m o lecole organiche utilizzate
assorbe l'energia l u m inosa come il silicio delle dalle piante nella fotosintesi reale.
celle solari. U no dei due elettrodi è rivestito ossigeno (02)
con un catalizzatore che estrae l'ossigeno acqua (2 H ,Ol
dal l'acqua. Sul lato opposto della foglia, u n
a ltro catalizzatore produce l'importantissimo
idrogeno gassoso neutralizzando gli ioni
idrogeno con g l i elettron i d i cui dispone. fotoanodo
ioni (4H ')
I n alcuni casi i catalizzatori sono stati realizzati
membrana
a partire da meta l l i rari e costosi come
il platino, ma la tendenza generale privilegia fotocatodo
la ricerca d i materiali i l cui util izzo resti
economicamente sostenibile anche nel l ungo
carbu rante (2 H 2)

1 998 201 1 201 4


Gli scienziati del National Viene realizzata la prima foglia Il progetto Solar-Jet di mostra che è
Renewable Energy artificiale d i bassa potenza: possibile produ rre carburante per jet
Laboratory creano u n a il costo di produzione facendo reagire anidride carbonica
foglia artificiale instabile è inferiore ai 50 dollari e acqua in presenza d i luce
202 I il futuro

L'idrogeno può dare alla testa Una possibile soluzione è rappre­


sentata dall'elemento più piccolo e semplice di tutta la tavola periodica, quello
nell'angolo in alto a sinistra: l'idrogeno. Il fatto che sia già utilizzato come carbu­
rante per razzi fa pensare che potrebbe trattarsi della soluzione ideale. In un'auto­
mobile alimentata a idrogeno, quest'ultimo reagirebbe con l'ossigeno all'interno
di una cella a combustibile liberando energia e acqua. Si tratterebbe di una fonte
di energia pulita e assolutamente priva di atomi di carbonio, ma dove trovare
una scorta inesauribile di idrogeno e come fare per
' Ridate alle gambe il loro trasportarla senza rischi? Basterebbero una quantità
impercettibile di ossigeno e una scintilla per scate­
ruolo di mezzo di trasporto. nare un'esplosione violentissima.
I pedoni si nutrono di cibo
e non hanno bisogno La prima sfida che attende i chimici è la ricerca di
di parcheggi speciali. ' una fonte inesauribile di idrogeno. Nel 1 800, Wil­
liam Nicholson e Anthony Carlisle produssero idro-
LeWiS Mumford, storico e filosofo geno inserendo i fili di una batteria primitiva in una
provetta colma d'acqua (si veda p. 88). Di fatto, la
«scissione» dell'acqua è proprio ciò che fanno le piante con la fotosintesi. Con i
loro esperimenti sulle foglie artificiali (si veda il riquadro a p. 201 ) , i chimici,
una volta di più, stanno cercando di imitare la natura.
La fotosintesi artificiale si è trasformata in un progetto scientifico colossale, con
finanziamenti pubblici di centinaia di milioni di dollari. La speranza è di riuscire
a creare un «water splitter» che scinda l'acqua in maniera efficiente. Si tratta
anzitutto di trovare i materiali giusti per raccogliere la luce (come in un pan­
nello solare) e per catalizzare la produzione di idrogeno e ossigeno, puntando, se
possibile, su sostanze comuni che non costino una fortuna e non si degradino nel
giro di qualche giorno.
Nuove soluzioni per vecchi problemi Un'altra possibilità - a patto
di riuscire a metterla in pratica su larga scala è quella di utilizzare l'idrogeno per
-

produrre carburanti tradizionali. Il processo di Fischer-Tropsch si serve del syn­


gas, una miscela di idrogeno e monossido di carbonio, per produrre idrocarburi
combustibili (si veda p. 68) . In questo modo non avremmo bisogno di creare da
zero l'infrastruttura di stazioni di rifornimento di idrogeno.
Per produrre il syngas si può seguire un'altra strada: se riscaldate una miscela di
acqua e anidride carbonica a 2200 °C, infatti, i due composti si scindono in idro­
geno, monossido di carbonio e ossigeno. Un approccio simile, però, presenta
qualche problema: per raggiungere temperature così alte serve molta energia, e
l'energia del futuro I 203

se l'ossigeno si avvicina all'idrogeno c'è


il serio rischio di saltare per aria. Alcuni
dei water splitter più recenti presentano Schiave
lo stesso problema perché non separano
l'ossigeno e l'idrogeno prodotti nelle
dell'idrogeno
reazioni di scissione dell'acqua.
U n o dei metodi proposti per produrre idrogeno

Nel 2014, tuttavia, i chimici del pro­ è di farlo produrre a l l e a lghe verdi fotosintetiche

getto europeo Solar-Jet hanno ottenuto o a l l e piante. Dopo aver scisso l'acqua in ossigeno,

un risultato straordinario: servendosi del i oni idrogeno ed elettroni, alcuni tipi

processo di Fischer-Tropsch hanno tra­ di alghe util izzano una classe d i enzimi,

sformato il syngas in carburante per jet. le idrogenasi, per combinare g l i ioni idrogeno
Pur trattandosi di una quantità infinite­ con gli elettroni e produrre idrogeno a l l o stato
sima, il risultato ha assunto il valore gassoso (H2). Si potrebbe ricorrere all'i ngegneria

simbolico di una pietra miliare perché è genetica per spingere le alghe a produ rre più

stato raggiunto grazie a un «simulatore idrogeno i ntervenendo su alcune delle reazioni che

solare», cioè un oggetto che simulava avvengono al loro interno. Alcun i dei geni

l'effetto di un concentratore solare. I che regolano i l processo sono già stati identificati.

concentratori solari sono giganteschi


specchi curvi che concentrano la luce
in un punto per generare temperature altissime. Grazie al calore solare concen­
trato, i ricercatori hanno risolto il problema energetico associato alla creazione del
syngas. L'utilizzo dell'ossido di cerio, un materiale capace di assorbire l'ossigeno,
ha permesso di risolvere anche il problema del rischio di esplosioni.
In un certo senso, quindi, i chimici hanno risolto il problema. Sono già in grado
di produrre combustibili puliti - e persino carburante per jet - sfruttando le scorte
pressoché illimitate di energia solare. I prossimi passi, però, non saranno facili. Il
difficile, come accade spesso, sarà riuscire a farlo in maniera economica, affida­
bile e senza dar fondo a tutte le risorse naturali del pianeta. Fare chimica intelli­
gente, oggi, non significa solo produrre ciò di cui abbiamo bisogno, ma anche
farlo in modo tale da poter continuare per sempre.

idea chiave
Energia ulita
e trasportabile
204 1
La tavola periodica
1
Gli elementi della tavola periodica sono disposti
1,0 1 in ordine di numero atomico crescente ma anche
1 H 2
secondo proprietà chimiche ricorrenti.
idrogeno Gli elementi che appartengono alla stessa colonna
6,9 3 9,0 4 (o gruppo) hanno proprietà chimiche simili.
2 Li Be All'interno di una riga (o periodo), gli elementi
sono disposti per masse per lo più crescenti.
litio beril l i o
23,0 1 1 24,3 12
Gruppo
3 Na Mg 3 4 5 6 7 8 g
sodio magnesio
o
"t:I 39,1 1 9 40,1 20 45,0 2 1 47,9 22 50,9 23 52,0 24 54,9 25 55,8 26 58,9 27
o

·�
c..
4 K Ca Se Ti V Cr Mn Fe Co
potassio calcio scandio titanio vanadio cromo manganese ferro cobalto

85,5 37 87,6 38 88,9 3 9 91,2 40 92,9 41 96,0 42 (98) 43 101,1 44 1 02,9 45

5 Rb Sr V Zr Nb Mo Te Ru Rh
rubidio stronzio ittrio zirconio niobio molibdeno tecnezio rutenio rodio
1 32,9 55 1 37,3 56 178,5 72 180,9 73 183,8 74 186,2 75 190,2 76 192,2 77

6 Cs Ba t Hf Ta w Re Os lr
cesio bario lantanidi afnio tantalio tungsteno renio osmio iridio
(223) 87 (226) 88 (261) 1 04 [262] 1 05 (266] 1 06 (264) 1 07 (277) 1 08 (268) 1 09

7 Fr Ra * Rf Oh Sg Bh Hs Mt
francio radio attin i d i rutherfordio dubnio seaborgio bohrio assio meitnerio

1 38,9 57 140,1 58 140,9 59 144,2 60 (145) 6 1 150,4 62 1 52,0 63

t La Ce Pr Nd Pm
promezio
Sm
samario
Eu
europio
lantanidi lantanio cerio praseodimio neodimio

(227) 89 232,0 9 0 231,0 9 1 238,0 92 [237) 93 (244) 94 (243) 95

* Ae Th Pa u Np Pu Am
attinidi attinio torio protoattinio uranio nettunio plutonio americio
la tavola periodica I 205

Un esempio:
il cobalto

n umero d i massa 58,9 27 numero atomico


(media di vari isotopi)

Co simbolo

18
nome dell'elemento cobalto
4,0 2
Gruppo

13 14 15 16 17
He
elio
10,8 5 12,0 6 14,0 7 16,0 8 19,0 9 20,2 10

B e N o F Ne
boro carbonio azoto ossigeno fluoro neon
27,0 1 3 28,1 14 31,0 1 5 32,1 1 6 35,5 17 39,9 18
Gruppo

10 11 12
Al Si p s Cl Ar
a l lu m i n i o silicio fosforo zolfo cloro argon

58,7 28 63,5 29 65,4 30 69,7 3 1 72,6 32 74,9 33 79,0 34 80,0 35 83,8 36

Ni Cu Zn Ga Ge As Se Br Kr
nichel rame zinco gallio germanio arsenico selenio bromo kripton
1 06,4 46 1 07,9 47 1 1 2,4 48 1 14,8 49 1 18,7 50 121,8 51 1 27,6 52 1 26,9 53 131,3 54

Pd Ag Cd In Sn Sb Te I Xe
palladio argento cadmio indio stagno antimonio tel l u rio iodio xenon
195,1 78 197,0 79 200,6 80 204,4 8 1 207,2 82 209,0 83 (210) 84 (210) 85 (220) 86

Pt Au Hg TI Pb Bi Po At Rn
platino oro mercurio tallio piombo bismuto polonio astato radon
(271) 1 1 0 (272) 1 1 1 (285) 1 1 2 (284) 1 1 3 (289] 1 14 (288) 1 1 5 (292) 1 1 6 (294) 1 17 (294) 1 18

Ds Rg Cn Uut FI Uup Lv Uus Uuo


darmstadtio roentgen io copernicio u nuntrio flerovio u n u n pentio livermorio u n unseptio u n unoctio

1 57,3 64 158,9 65 1 62,5 66 164,9 67 167,3 68 1 68,9 69 173,0 70 175,0 71

Gd Tb Dy Ho Er Tm Vb Lu
gadolinio terbio disprosio olmio erbio tulio itterbio l utezio

(247) 96 (247) 97 (251) 98 (252) 9 9 (257) 1 00 (258) 1 01 (259) 1 02 (262) 1 03

Cm Bk Cf Es Fm Md No Lr
curio berkelio californio einsteinio fermio mendelevio nobelio l a u renzio
52, 54, 6 1 , 1 26, 1 28-
Indice batteri, 1 50-1 5 1 .
Baughman Ray, 1 94.
cioccolato, 25-27.
citrullinemia, 8 1 .
enzimi,
1 32, 1 34, 1 46.

analitico
Becquerel Alexandre-Edmond, Città Perduta, 1 1 8-1 1 9 . equazioni chimiche, 34.
1 72-173. cloro, 88, 90-9 1 . equi librio, 36-39, 50, 75.
Belousov-Zhabotinsky, reazione cobalto, 52, 54, 1 1 0. etanolo, 6 1 -62.
A di, 1 94. codice genetico, 1 38-139. etilene, 1 50, 1 6 1 .
acidi, 38, 48-51 , 63. benzene, 1 58. colera, 91 .
acqua, 1 8, 22-23, 27, 1 1 2-1 1 5; benzina, 1 56-1 59. colte l l ini svizzeri, 98. F
e cambiamenti climatici, 1 1 3; biologia di sintesi, 1 96-199. composti, 1 6- 1 9, 35. Faraday Michael, 1 7 , 1 82.

ed equilibrio, 38; bioplastica, 1 63. composti organometa l l ici, 1 1 O. farmaci, 1 7, 1 05.


biopolimeri, 19. concentratori solari, 203. fermentazione, 60-63.
importanza fondamentale
biosintesi, 69, 1 40-1 43, 1 77. cracking, 64-67, 71 , 1 6 1 . Feynman Richard, 1 80, 1 82-
dell', 1 1 2-1 1 4;
biossido d i titanio, 1 22. Crick Francis, 1 36-137, 1 39. 1 83.
su Marte, 1 22;
birra, produzione della, 60-6 1 . cristalli liquidi, 25-26, 98. fibra di carbonio, 1 70-1 7 1 , 1 90.
nuove fasi, 27;
Bosch Cari, 75. cristallografia, 54, 84-87, 1 07, Fischer Hermann Emil, 1 28-1 3 1 ,
pesante, 1 2-1 3;
Brand Hennig, 8. 1 79. 1 33-134.
scissione del l', 88-89, 201 -
brodo primordiale, teoria del, cromatografia, 76-78. Fischer-Tropsch, processo di,
202.
1 1 6-1 1 7 . 66, 69, 202-203.
agente ossidante, 59.
agenti riducenti, 59.
Buchner Eduard, 6 1 . D Fleming Alexander, 1 40-142.
Dalton John, 5. foglie artificiali, 201 .
alcol, 61 -63.
e Davy Humphry, 48-50, 88, 90. Ford Henry, 1 57.
a l icondrina B, 177-178.
canali ionici, 1 5 1 . Derick Lincoln, 92, 94-95. fotocatalisi, 55.
a l lunaggio ( 1 969), 38.
«cane che abbaia», esperimen­ desalinizzazione verde, 1 53. fotolitografia, 93-95.
amminoacidi, 47, 1 1 7, 1 24-127,
to del, 33-35. diabete, 63, 1 34. fotosintesi, 34-35, 56, 132, 1 35,
1 39.
carbonio, 7, 1 08-1 1 1 ; diagnostica neonatale, 81 . 1 44-1 47, 1 73, 201 -202.
ammoniaca, 72-75.
buckybal l , 1 09-1 1 0, 1 8 1 ; diamanti, 1 1 0-1 1 1 . fotosistemi, 1 46.
analisi infrarossa, 83.
carbonio-14, 1 4- 1 5. Diamond Light Source, 84, 87. Franklin Rosalind, 1 39.
Anastas Paul, 1 52-155.
carburanti: DNA, 1 9, 79, 98-100, 1 1 8, 1 32, Friedlander Paul, 1 43.
anidride carbonica, 1 09, 1 46,
del futuro, 200-203; 1 36-139, 1 83, 1 96-198. Frosch Cari, 92-95.
1 58.
per jet, 66; drogaggio, 94-95.
antibiotici, 1 42-1 43.
sintetici, 69. G
anticorpi, 1 3 1 .
Carlisle Anthony, 89, 202. E gas, 24-25;
Apollo, missioni, 36-38, 1 68-1 7 1 . nobili, 1 0, 1 6 .
catalizzatori, 52-55, 6 1 , 1 27-128. economia atomica, 1 55.
aramidiche, fibre, 1 68-170. celle solari, 1 47, 1 72-175. Gaucher, sindrome d i , 1 29.
effetto fotovoltaico, 1 73-174.
argentatura e doratura, 89. cellule, 34. Gejm Andrej, 1 84-185, 1 87.
Eigler Don, 1 80.
Arrhenius Svante, 49, 51 . CFC, 1 64-167. El-Kady Maher, 1 85-1 86. genoma umano, 1 39.
arrugginimento, 34, 57-59. Chadwick James, 1 3 . e lastan (Lycra), 70-7 1 . glucosio, 1 33-135, 1 44-1 45, 1 47.
artemisinina, 1 43, 1 97. cherosene, 64-66. elementi, 8-1 1 , 1 6- 1 8. GPCR, 1 78.
astrochimica, 1 20-123. chip: e lettricità, 91 . grafene, 1 1 0, 1 74, 1 84-187.
atomi, 4-7, 9, 1 3, 20-23, 35. fabbricazione, 93; elettrochimica, 48, 90-91 . grafite, 1 1 0-1 1 1 , 1 2 1 , 1 85-186.
autoassemblaggio, 96-99. di silicio, 92, 94, 1 72-173, elettrofilatura, 1 90. Gratzel Michael, 1 73.
automobili, 1 56-1 57, 1 59. 1 86; e lettroforesi, 77, 79, 1 0 1 . guscio di tartaruga, 1 6 1 .
Avcoat, 1 69-1 7 1 . tecnologia lab-on-a-chip, 1 0 1 - elettrolisi, 88-91 .
azoto, 72-74. 1 04. elettroni, 5-6, 1 O, 20-22, 56-58. H
chimica: e lettronica, 1 1 0, 1 82, 1 85-1 86; Haber, processo di, 59, 72-75.
B computazionale, 1 04-1 07; a nanotubi, 1 82. HFC (idrofluorocarburi), 1 67.
812, vitamina, 52, 54, 86-87, inorganica, 1 09; enantiomeri, 44-46, 1 33. HIV, farmaci anti-, 1 3 1 .
1 1 0. organica. 1 09, 1 52; energia, 28-3 1 , 41 -42; Hodgkin Alan, 1 48-1 49.
Bacon Roger, 1 70. verde, 1 52-1 55. potenziale, 30; Hodgkin Dorothy Crowfoot, 54,
Bartlett Nei I, 1 6- 1 7 . chiralità, 44-47. solare, 1 72-173. 85-87.
basi, 49-50. cianobatteri, 1 44-1 45. entropia, 42-43. Huxley Andrew, 1 48-149.
I 201

Marte, vita su, 1 22. PCR (Polymerase Chain Reac- solidi, 24-25.
idrocarburi, 66-67, 1 1 O, 1 57- Martin Archer, 78. tion), 1 0 1 . spettri, 80-83.
1 58; materiali compositi, 1 68-1 7 1 . penicillina, 86, 1 40-142. spettrometria di massa, 81 -83,
policiclici aromatici (IPA), McGovern Patrick, 60. perovskiti, 1 74-175. 1 40.
1 22-1 23, 1 58. messaggeri chimici, 1 48-150. pesi supermassimi, 1 1 . spugne, 1 76-177.
idrogenazione, 54-55. metaboliti secondari, 1 4 1 . petrolio, 64-67, 7 1 , 1 32, 1 55- stalattiti, 39.
idrogeno, 1 2- 1 3, 82, 202-203; metanolo, 62. 1 58, 1 6 1 . stampa 30, 1 88-1 9 1 .
legame a, 23, 1 05. mezzo interstellare, 1 2 1 . pH, scala dei, 50-51 . stereoisomeri, 1 33, 1 77-178.
impulsi nervosi, 1 48-150. microfabbricazione, 92-95, 1 90. pietra filosofale, 8. Sumner James, 1 30.
ingegneria genetica, 1 96-1 98. microscopia a forza atomica, pila, 88-9 1 . superacidi, 51 .
inquinamento, 1 56, 1 58. 35. plasma, 24-25. syngas, 66, 69, 202-203.
internet della vita, 1 02-103. Midgley Thomas Jr., 1 65-166. plastica, 64, 1 60-1 63.
Synge Richard, 76-77.
ioni, 6, 1 7, 1 9, 82, 89-90, 1 1 9, Miescher Friedrich, 1 36-139. polietilene, 1 6 1 - 1 63, 1 94-195.

1 45, 1 49, 1 90, 1 94, 201 . polimeri, 1 8-1 9, 1 94.


Miller Stanley, 1 1 6-1 1 7 , 1 24.
polizia scientifica, 76-79. T
isomeri, 46. miscele racemiche, 45.
polvere interstellare, 1 2 1 . talidomide, 45.
isotopi, 1 2- 1 5. miscugli, 1 8.
porpora, 1 40-1 41 , 1 43. Tamiflu, 70.
molecole, 1 7-1 8, 24, 26, 35, 44-
progettazione razionale, 1 79. tavola periodica, 8-1 1 , 22, 204-
J 47.
proteine, 1 24-127, 1 30-132, 136- 205.
Joule James Prescott, 28-3 1 . moli, 49.
1 39. termodinamica, 40-43.
Molina Mario, 1 66-1 67.
protocel l ule, 1 1 9. tomografia a risonanza magne­
muscoli artificia li, 1 92-195.
K protoni, 5-6, 9, 45, 49-51 . tica ( M R I ), 80-81 .
Kaner Richard, 1 85-186. Torre S uchov (Mosca), 67.
Karplus Martin, 1 04-107. N R transizioni di fase, 24-27.
Kettering Charles, 1 65-1 66. nanotecnologia, 7, 97, 1 79-183. radiazione, tipi di, 1 4.
Kevlar, 1 25, 1 69-170. nanotubi di carbonio, 1 7, 1 82, radioattività, 1 4.
V
Kilby Jack, 92, 95. 1 94-1 95. raggi X, 54, 84-87, 1 22.
van der Waals, forze d i , 23,
Koshland Daniel, 1 30-1 3 1 . neurotrasmettitori, 1 08, 1 50. rapporto potenza-peso, 1 92-
111.
Kwolek Stephanie, 1 69-170. neutroni, 5-6, 9, 1 2- 1 4. 1 93, 1 95.
Venter Craig, 1 98.
Newman Thomas, 1 83. reazioni chimiche, 5, 32-35, 50.
reazioni redox, 56-59, 1 45, 1 58. Viagra, 1 77, 1 79.
nichel, 55.
L viscosa (rayon), 68-69.
Nicholson William, 88-90, 202. Registro delle Componenti Bio-
lab-on-a-chip, tecnologia, 1 00- vita, origini della, 1 1 6-1 1 9, 1 23.
nucleina, 1 36-138. logiche Standard, 1 99
1 03. VLC (Very Light Car), 1 7 1 .
nucleotidi, 1 39, 1 97. ribosoma, 85-86, 1 26.
lactobacilli, 63.
numeri di ottano, 1 59. risonanza magnetica nucleare Volta Alessandro, 89-90.
Lauterbur Paul, 81 -82.
(RMN), 80-83, 1 05-106, 1 40.
Lavoisier Antoine, 48-49.
RNA, 1 1 8-1 1 9, 1 32, 1 39.
lavoro, 29. o w
Rowland Frank Sherwood, 1 66.
Le Chatelier Henry Louis, 72- Ohi Russell, 1 74. Watson James, 1 36, 1 39.
75. Orion, missione spaziale, 1 69, Wiggins Bradley, 1 92-193.
s
Le Chatelier, principio di, 39, 171.
Sabatier Paul, 52, 54-55.
72, 74. ormoni, 1 33, 1 48-1 50; X
sale, 90.
legame chimico, 1 8, 2 1 , 1 05. sessuali, 1 49.
separazione, 76-79. xenon, 1 6-17.
librerie chimiche, 1 77-1 78. ossidazione, 34, 56-59, 1 62.
seta di ragno, 1 24-126.
Liebig Justus van, 33. ossido di propilene, 71 .
Shih William, 98-99.
lievito, 6 1 -63, 1 1 6, 1 99. ossigeno, 5, 1 8, 49. V
silicio, 1 72-175, 1 82;
ozono, buco n e l l o strato di, Yonath Ada, 85-86.
liquidi, 24-25. chip di, 92-94, 1 72-173.
1 64-167. S i l liman Benjamin, 65.
M sintesi chimica, 68-7 1 , 1 78. z
maltodestrina, 1 34. p Smart Forvision (automobile), zuccheri, 1 28-129, 1 32-135, 1 45-
marmitte catalitiche, 53. Pasteur Louis, 6 1 . 1 75. 1 46.
INDICE
Introduzione 3 CHIMICA E VITA

I PRINCiPI FONDAMENTALI 27 Il carbonio 108


28 L'acqua 1 12
01 Gli atomi 4
29 Le origini della vita 116
02 Gli elementi 8
30 L'astrochimica 120
03 Gli isotopi 12
3 1 L e proteine 124
04 I composti 16
32 L'azione degli enzimi 128
05 Atomi di tutto il mondo, unitevi! 20
33 Gli zuccheri 132
06 Le transizioni di fase 24
34 II DNA 136
07 L'energia 28
35 La biosintesi 140
08 Le reazioni chimiche 32
36 La fotosintesi 144
09 L'equilibrio 36
37 I messaggeri chimici 148
1 O La termodinamica 40
1 1 La chiralità 44 CHIMICA E AMBIENTE

LE REAZIONI 38 La chimica verde 152


12 Gli acidi 48 39 La benzina 156
13 I catalizzatori 52 40 Le materie plastiche 1 60
14 Redox 56 41 I CFC 1 64
15 La fermentazione 60 42 I materiali compositi 1 68
16 Il cracking 64 43 Le celle solari 1 72
17 La sintesi chimica 68
IL FUTURO
18 Il processo di Haber 72
44 I farmaci 1 76
LE TECNICHE 45 La nanotecnologia 180
19 La separazione 76 46 Il grafene 184
20 Gli spettri 80 47 La stampa 3D 1 88
21 La cristallografia 84 48 I muscoli artificiali 1 92
22 L'elettrolisi 88 49 La biologia di sintesi 1 96
23 Dal silicio al computer 92 50 L'energia del futuro 200
24 Strutture autoassemblanti 96
25 Un laboratorio La tavola periodica 204
grande come un chip 100
26 La chimica computazionale 1 04 Indice analitico 206
Laureatasi in biologia all'Università di Warwick
(Regno Unito) nel 2006, Hayley Birch ha comple­
tato la propria formazione con un Master in Comu­
nicazione scientifica. Negli ultimi sette anni ha
pubblicato articoli su «BBC Focus», «Chemistry
World», «The Guardian», «Mosaic», «New Scien­
tist», «The Observer» e altre importanti testate bri­
tanniche. Nel 2009 le è stato attribuito il premio
Richard Gregory per la comunicazione scientifica.
Hayley Birch vive a Bristol. Quando non lavorn, le
piace correre e coltivare l'orto.

altri titoli in questa serie:

Fisica
Matematica
Filosofia
Economia
Psicologia
Genetica
Management
Architettura
Religione
Universo
Politica.
Storia
Mondo digitale
Arte
Terra
Guerra
Futuro
Cervello
Fisica quantistica

di prossima pubblicazione:

Biologia