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DIDATTICA, NEWS DALLA

SCUOLA

Il metodo Bortolato e
la fortuna di avere
una buona stampa…
Roberto Natalini | 28 febbraio 2018 | 74
commenti

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In questi giorni sono apparsi alcuni articoli su


vari giornali nazionali in cui si parla
diffusamente del metodo analogico per
insegnare la matematica nella scuola primaria,
metodo proposto dal maestro in pensione
Camillo Bortolato. Alcuni esperti di didattica
della matematica ci hanno scritto una lettera in
cui esprimono alcune perplessità a riguardo.

Se siete interessati
all’insegnamento
nella scuola
primaria, vi
consigliamo di
seguire la Giornata di studio:
“Insegnamento della matematica
nella scuola primaria: esiste un
metodo?” che si terra presso
Sapienza Università di Roma il 10
novembre 2018, organizzata da
UMI-CIIM. Maggiori informazioni
qui

L’articolo de La Repubblica del 24 febbraio


scorso sul cosiddetto “Metodo Bortolato” o
“analogico” (metodo del quale anche altre
testate hanno parlato, vedi qui e qui) ci ha
molto colpito per il contrasto tra il prestigio
del quotidiano su cui è stato ospitato e il
taglio dell’articolo: articolo che acriticamente
(anche rispetto all’attualità di alcune
questioni: l’insiemistica a livello di scuola
primaria è da tempo superata, non è certo
una novità recente) e soprattutto senza far
cenno a punti di vista diversi, promuove un
metodo, molto diffuso anche per la potenza
dell’editore, ma molto discusso nella
comunità scientifica. Questo intervento è
motivato non da questioni accademiche
(d’altra parte, come scritto nel pezzo, il
maestro Bortolato non si occupa di ricerca),
ma dalla profonda convinzione che su
argomenti così importanti che possono
influenzare l’educazione, e dunque il futuro
dei nostri bambini, tutti (e in particolare i
grandi mezzi di comunicazione) debbano
procedere con la massima cautela. Questo
vale in particolare per l’insegnamento della
matematica, materia ostica non solo ai
bambini, ma anche a tanti maestri e maestre,
che con tanta buona volontà, ma anche,
spesso, con una storia di insuccessi in
matematica e un rapporto difficile con la
disciplina, potrebbero essere ben disposti
verso un metodo che funziona e che fa amare
la matematica a tutti i bambini, con poco
sforzo.

E da qua partiamo: la matematica non sta nel


biberon, come non sta nel biberon il
linguaggio o il saper suonare uno strumento
musicale. La matematica è un costrutto
culturale e il suo
apprendimento/insegnamento richiede
sforzo, sforzo che ovviamente può essere
piacevole (e qui interviene la didattica).
Convincersi del contrario secondo noi è molto
pericoloso sia per gli insegnanti che per gli
allievi.

A prescindere da questa considerazione, il


divertirsi ad imparare è una bellissima cosa,
un obiettivo importantissimo, che però deve
essere collegato agli obiettivi formativi legati
all’insegnamento della disciplina. È qui che il
metodo analogico presenta i problemi più
grossi.

Innanzitutto perché riduce il ruolo formativo


dell’educazione matematica a livello di scuola
primaria e pre-primaria al (pur importante)
far di conto. Un obiettivo molto limitato, che
non solo contrasta con le Indicazioni
Nazionali, ma anche con l’esperienza di tanti
insegnanti di scuola dell’infanzia e primaria
che portano avanti esperienze educative
molto più complete riguardo alla matematica
che il solo insegnare le tabelline.

Poi perché tale metodo è basato su tre


aspetti, tra loro collegati, dal nostro punto di
vista devastanti a livello educativo e
lontanissimi dagli obiettivi fondamentali
dell’apprendimento della matematica:
l’abolizione delle spiegazioni, viste come
un’inutile complicazione invece che
l’educazione al voler sapere il perché delle
cose in maniera a-gerarchica e all’imparare a
difendere le proprie posizioni; l’attenzione
focalizzata completamente sul risultato (il
prodotto) piuttosto che sul processo di
pensiero attivato per raggiungere un certo
risultato; la costruzione di collegamenti
puramente mnemonici basati su analogie
senza nessun riferimento al concetto
matematico. Quest’ultimo punto è
particolarmente importante, perché su
questo è basata la percezione del successo
del metodo: i bambini ricordano alcuni
prodotti e danno le risposte giuste in processi
meccanici. D’altra parte, le cose imparate in
questo modo, ovvero senza alcuna
considerazione relativa ai perché e senza
relazione ad altro sapere matematico, sono
molto difficili da richiamare quando servono,
in contesti leggermente diversi da quelli esatti
in cui sono stati imparati (fenomeno del
transfert noto nella ricerca educativa). E allora
siamo sicuri che un metodo che permette, nel
migliore dei casi, di ottenere risposte giuste
(prodotti) in contesti meccanici sia
significativo per l’apprendimento della
matematica?

Noi crediamo di no, crediamo che


l’insegnamento della matematica, soprattutto
nel primo ciclo (ma non solo) debba in primo
luogo insegnare il gusto di chiedersi e del
cercare il perché delle cose, il gusto di
argomentare le proprie posizioni in maniera
coerente e articolata, proprio come
richiedono le Indicazioni Nazionali per
l’insegnamento.

È un obiettivo educativo molto più complesso


di insegnare a dare risposte corrette a
domande pre-confezionate, ma, proprio per
questo, molto più affascinante per insegnanti
e allievi.

Firmatari (in ordine alfabetico)

Giovannina Albano, membro del Consiglio


Direttivo dell’Associazione Italiana di Ricerca
in Didattica della Matematica (AIRDM)
Anna Baccaglini-Frank
Mariolina Bartolini Bussi
Pietro Di Martino
Benedetto Di Paola, membro del Consiglio
Direttivo AIRDM
Francesca Ferrara, membro del Consiglio
Direttivo AIRDM
Mirko Maracci, membro del Consiglio
Direttivo AIRDM
Maria Alessandra Mariotti, presidente AIRDM
Maria Mellone
Antonella Montone, membro del Consiglio
Direttivo AIRDM
Elisabetta Robotti
Cristina Sabena
Rosetta Zan
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74 Commenti
Eva Pellegrini il 28th febbraio 2018
alle 09:50

Dovreste vedere la felicità dei miei


alunni di seconda che imparano con il
metodo analogico di Camillo
Bortolato la matematica come fosse
un piacevole gioco e eseguono
divisioni già da un po’come fossero
delle caramelle da scartare, prima di
demonizzare il metodo analogico di
Camillo Bortolato.
Il metodo funziona e rende felici
bambini e insegnanti, ve lo assicura
una maestra di scuola primaria

Rispondi

Maria Lea li Puma il 28th


febbraio 2018 alle 10:44

Condivido pienamente Eva. I miei


bambini volano FELICI e io mi
sorprendo ogni giorno della loro
capacità di Trasfert. Io adoro la
matematica e la insegno da 36
anni…

Rispondi

Annarita Monaco il 28th


febbraio 2018 alle 13:06

I bambini in un’aula dove si


discute, si argomenta, ci si
confronta, si usano strumenti
e metodi diversi, magari
anche inventati dai bambini
stessi, forse non “volano”
felici, ma diventano riflessivi,
critici, costruttori del loro
sapere. Gli insegnanti, sulla
base di riferimenti teorici e di
ricerca, che il metodo non dà
(ho scritto io stessa al maestro
Bortolato e non mi ha dato
mai risposte che non siano
state” Compri i miei libri”)
diventano essi stessi
costruttori di strategie e
metodi molteplici, adatti alle
molteplici situazione.Il “volo”
viene sostituito dalla
soddisfazione di imparare,
anche a volte con una certa
difficoltà, ma in una palestra
da cui si esce più forti ad
affrontare questa nostra vita
quotidiana, dove volare non
serve.Saluti.

Rispondi

ANTONELLA il 28th febbraio


2018 alle 16:10

CERTO .. MACCHINETTE . LA
MATEMATICA è BEN ALTRO DAL
FARE DIVISIONI

Rispondi

Amos il 21st agosto 2018 alle


10:03

…mi dispiace che esistano


maestre/i che dopo aver letto il
parere di esperti, con conoscenze
superiori a quelle degli insegnanti
della primaria, continuino come
Pinocchio nel paese dei Balocchi a
seguire quel metodo…che
vergogna! Non la prendete come
insulto personale come farebbe
un ignorante…studiate la
matematica superiore perchè
rischiate di rovinare intere
generazioni…spero si possa
intervenire seriamente.

Rispondi

Laura bee il 21st settembre 2018


alle 18:59

Sono un’insegnante della primaria


con 40 anni di insegnamento.
Corsi durante la mia carriera ne
ho seguiti molti, professori
universitari che forniscono
chiarimenti concettuali per
rendere il tutto più concreto ed
esperienziale, ma il risultato che
ho potuto constatare è che i
bambini con buone capacità
logiche imparano a dispetto di
qualsiasi metodologia, quindi le
spiegazioni chilometriche
dovrebbero aiutare gli altri!
Assolutamente no … Servono a
complicare il tutto , oltre a
rendere assolutamente ostile la
matematica. Il metodo Bortolato
non è puro esercizio di calcolo,
anzi a dispetto di ciò che pensano
quei rispettabili professori abitua
finalmente al ragionamento, i miei
alunni imparano meglio, perché il
metodo è quello insito nel nostro
cervello…l ‘uso delle dita che porta
al concetto di scomposizione, di
struttura posizionale…tabelle che
portano alla comprensione dei
decimali, delle misure del SMD,
concetto di totale, unitario …
finalmente la matematica non è
apprendimento meccanico,
ripetizione di regole, enunciati
subito dimenticati. Le regole le
imparano sì, ma con la pratica
e in questo modo si ritengono e si
trasformano in concetti.

Rispondi

Maria il 30th settembre 2018 alle


19:16

Sono una modesta insegnante di


Scuola Primaria che ha
sperimentato per un intero ciclo
di 5 anni il metodo analogico con
la matematica. Con grande
soddisfazione ho dimostrato che è
un metodo altamente inclusivo e
permette di sviluppare negli
alunni competenze solide. Ho
ottenuto nelle prove INVALSI
risultati significativamente al di
sopra di quelli ottenuti con la
metodologia tradizionale. Come
spiegare tutto questo?

Rispondi

Marzia il 23rd novembre 2018


alle 14:32

Infatti anch’io penso che il metodo


analogico sia molto valido, proprio
perché induce all’intuito e a
sollecitare la logica, ma molti sono
ancora molto attaccati a astratti e
vetusti abachi..

Rispondi

Alessandra Crescenzi il 20th


gennaio 2019 alle 16:48

Buon anno a tutti! Quando


insegno maematica vedo gli
alunni completamente affascinati
e coinvolti nella magia
del’apprendimento,Per questo
baso la mia didattica sul metodo
analogico per vedere i bambini
felici di imparare. Alessandra
Crescenzi

Rispondi

Pietro Di Martino il 28th febbraio


2018 alle 10:52

Gentilissima,
ogni insegnante, per fortuna, è libero
di adottare i metodi didattici che
ritiene più opportuni e mi sembra
naturale che lei sia convinta del
metodo analogico e che porti le sue
ragioni per giustificare tale
convinzione, essendone una
supporter ufficiale (mi sembrerebbe
strano il contrario).
Detto questo, il suo post riprende
esattamente quanto scritto sul
giornale, non rispondendo alle
argomentazioni del nostro pezzo: lei
parla della felicità dei bambini (le
assicuro che i bambini sono felicissimi
se li porto in giardino a giocare a
pallone) e del fatto che il metodo
“funzioni”. Ma cosa intende per
funzionare? La mia impressione è che
quel funzioni, significhi appunto che i
bambini danno le risposte che lei si
aspetta che diano relativamente a
compiti meccanici (ad esempio
eseguire divisioni). Poi magari i suoi
bambini sono bravissimi anche a
risolvere problemi (senza parole
chiave) e ad argomentare, ma
certamente non dipende dal metodo,
che esplicitamente vuole bandire le
spiegazioni dall’insegnamento della
matematica perché complicano le
cose.
Insomma, nonostante il suo
entusiasmo, non trovo risposte alle
nostre contro-argomentazioni
rispetto al significato di funzionare e
alla significatività degli obiettivi del
metodo.
Detto questo, a me sembra che un
insegnante, leggendo diversi
materiali, diversi punti di vista e anche
sperimentando possa farsi un’idea
personale: gli articoli su diversi
giornali (tra l’altro sospettosamente
tutti tra loro molto ravvicinati) senza
nessun contraddittorio a me non
piacciono, sanno di pubblicità.Questa
nostra discussione invece magari
servirà di più, chissà.

Rispondi

Annarita Monaco il 28th


febbraio 2018 alle 12:54

Bravissimo, Pietro Di Martino.

La tua voce è testimonianza di un


ricercatore esperto ed è è
indispensabile per smontare tante
panacee appetibili e molto
discutibili.

Rispondi

Gabriella Tarchiani il 28th


febbraio 2018 alle 13:31

Noi ( siamo un team di insegnanti di


scuola primaria) abbiamobadottato in
parte il metodo BORTOLATO
integrandolo pero’ con altre modalità
sperimentate durante la nostra
pluriennale esperienza. Abbiamo
cercato di prendere il meglio e
abbiamo inoltre cercato di adattare il
metodo alla classe. È vero che ci sono
dei meccanicismi che possono essere
di per sé sterili ma utili soprattutto nei
bambini che necessitano di strumenti
compensativi e che non hanno
bisogno di troppe spiegazioni. E non è
vero che usando il metodo analogico
escludiamo il ragionamento o il
chiedersi il perché di un certo
procedimento. Almeno questa s’ la
nostra esperienza.

Rispondi

Annarita Monaco il 28th


febbraio 2018 alle 16:26

I bambini che sono in difficoltà


avrebbero bisogno, ancora più
degli altri di una didattica che si
preoccupasse in tutti i modi di
tirare fuori le loro percezioni, i
loro pensieri, i loro modi di
apprendere, da soli, con i docenti,
in interazione con i loro
compagni.
Attenzione a classificare e isolare i
metodi compensativi, che
potrebbero diventare un modo di
non tener conto delle peculiarità
dei bambini in difficoltà, che,
ancora più di altri, non
andrebbero isolati in un angolo
dove non si spiega. Come si fa a
stabilire che un bambino in
difficoltà non ha bisogno di molte
spiegazioni? Come si fa ad essere
sicuri che certe scelte così mirate
e parcellizzate non rappresentino
una discriminazione per loro? La
matematica serve a scuola per
ottenere dei risultati prestabiliti in
modo tale che noi insegnanti
siamo sereni oppure per imparare
a ragionare? Forse, prima di
abbracciare certezze di qualsiasi
tipo, bisognerebbe ricercare,
discutere, sperimentare e
studiare.
Il fatto di utilizzare più mediatori
didattici è encomiabile, ma non è
qualcosa che ha inventato Camillo
Bortolato. L’insegnante che
conosce la teoria che è dietro la
didattica può ideare i suoi metodi,
senza tutto questo business che
poco a che fare con la formazione
reale, che è quella di insegnanti
professionisti che fanno
riferimento alla vera comunità
scientifica: di studiosi, ricercatori,
sperimentatori.

Rispondi

Emanuela Orlandi il 28th febbraio


2018 alle 16:35

Vorrei sapere dai grandi Professori


come loro pensano di far apprendere
le tabelline se non far ricorso alla
memoria.
Il metodo analogico non è affatto
mnemonico e non è vero che non ci
sono spiegazioni…l’insegnante è
sempre lì a sostenere e guidare i
bambini e a spiegare (forse non si
conosce bene il metodo). Si spiega
come fare e poi i bambini vanno da
soli, è costruire il proprio sapere e
non stare lì ad ascoltare ore ed ore di
spiegazioni… L’attenzione di un
bambino e soprattutto dei bambini di
oggi è breve, forse servirebbe venire
in classe con noi per rendersi conto
della difficoltà per i bambini di starci
ad ascoltare per molto tempo!
Riguardo ai problemi viene fatto
proprio quello che c’è scritto
nell’articolo: i bambini risolvono i
problemi con varie strategie risolutive
viene fatto sempre un lavoro dove
ognuno spiega come ha risolto il
problema argomentando…
Sinceramente non capisco questo
accanimento e non capisco perché si
dicano cose non vere.
Io lo applico da otto anni (insegno da
25 anni) e rimango sempre di più
sbalordita da quello che potenzia nei
bambini…non ci dimentichiamo poi
che va bene per tutti è quello che si
definisce una didattica inclusiva.

Rispondi

Anna Baccaglini-Frank il 28th


febbraio 2018 alle 17:28

Scusi tanto, ma non serve certo


essere “grandi professori” per
rendersi conto dell’assurdità di
proposte come quella di forzare
bambini a ricordare 9×6=54
usando l’immagine di una cintura
che picchia un gatto! Certo che ci
sono modi alternativi rispetto al
puro ricorso alla memoria, che
aiutano a ragionare, per dare
significato corretto
matematicamente, e solo dopo
memorizzare.
Per esempio, volendo rimanere
nel potente ambito della
visualizzazione, si possono usare i
diagrammi rettangolo (viene fatto
nel progetto PerContare
percontare.asphi.it proprio per
attuare una didattica inclusiva che
si è dimostrata essere efficace nel
ridurre il numero di bambini
positivi ai test per la discalculia) e
lavorare col comporre e
scomporre figure (che poi,
formalizzata, diventa la proprietà
distributiva).
La invito a leggere e ascoltare un
po’ di più, o per lo meno a porsi
qualche domanda in più.

Rispondi

Mariarosa Fornasier il
28th febbraio 2018 alle 18:38

Più ne parlate più si capisce