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Introduzione a

RAMANA MAHARSHI
di
T. M. P. Mahadevan

Le scritture ci dicono che seguire le orme lasciate da un saggio è


difficile come tracciare il volo di un uccello nell’aria. La maggior parte
degli esseri umani deve accontentarsi di un lento e faticoso viaggio
verso la meta, ma qualcuno nasce già esperto nel volare direttamente
verso la casa di tutti: il supremo Sé. Quando compare un simile saggio
la maggior parte dell’umanità acquista nuova forza d’animo e, pur
essendo incapace di tenere il suo passo, in sua presenza si sente solle-
vata e assapora una felicità di fronte alla quale i piaceri del mondo
impallidiscono.
Le innumerevoli persone che andarono a Tiruvannamalai mentre
era in vita Sri Ramana Maharshi ebbero questa esperienza; videro in
lui un saggio senza la minima traccia di mondanità, un santo
dall’impareggiabile purezza, un testimone dell’eterna verità del Vedanta.
Non accade spesso che un genio spirituale della magnificenza di Sri
Ramana visiti questa terra, ma quando un tale evento accade l’uma-
nità intera ottiene dei benefici e le si dischiude una nuova era di
speranza.
Circa trenta miglia a sud di Madurai c’è un villaggio chiamato
Tirucculi, con un antico tempio dedicato a Shiva che è stato celebrato
da due grandi santi tamil, Sundaramurti e Manikkavachakar. Verso la
fine del diciannovesimo secolo viveva in questo sacro villaggio un
avvocato non abilitato, Sundaram Aiyar, con sua moglie Alagammal.
Questa coppia ideale era nota per la sua pietà, devozione e carità.
Sundaram Aiyar era generoso ben oltre le sue possibilità. Alagammal
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era la classica moglie ideale indù. A loro – il trenta dicembre del 1879
– nacque Venkataraman, che in seguito divenne famoso nel mondo
come Ramana Maharshi. Per gli Indù era un giorno pieno di auspici,
il giorno dell’Ardra-darshanam. Ogni anno, in quel giorno, la statua
di Shiva danzante (Nataraja) viene portata in processione fuori del
tempio, per celebrare la grazia divina del Signore che si manifestò
davanti a santi quali Gautama, Patanjali, Vyaghrapada e Manik-
kavachakar. Nel giorno dell’Ardra del 1879, la statua di Nataraja del
tempio di Tirucculi fu portata fuori con le dovute cerimonie e, pro-
prio nel momento in cui veniva fatta rientrare, nasceva Venkataraman.
Nei primi anni di vita del piccolo Venkataraman non accadde nulla
di particolarmente eclatante. Crebbe come un qualsiasi ragazzo; fu
mandato in una scuola elementare di Tirucculi e poi, per un anno, in
una scuola di Dindigul. Quando aveva dodici anni, suo padre morì.
In seguito a questo evento andò a vivere a Madurai con tutta la sua
famiglia, in casa dello zio paterno Subbaiyar. A Madurai fu mandato
alla Scott’s Middle School e quindi all’American Mission High School.
Fu uno studente abbastanza indifferente, non molto serio nello stu-
dio; ma era un giovane forte e pieno di salute. I compagni di scuola
e gli altri amici temevano la sua forza. Se, di giorno, qualcuno di loro
nutriva del risentimento verso di lui, osava rendergli il tiro solo quan-
do dormiva. In questo era certamente singolare: non ricordava nulla
di ciò che gli accadeva nel sonno. Potevano trasportarlo o anche pic-
chiarlo, certi che non si sarebbe svegliato.
Fu apparentemente per caso che Venkataraman, a sedici anni, sentì
parlare di Arunachala. Un giorno un anziano parente andò a trovare
la sua famiglia a Madurai. Il ragazzo gli chiese da dove venisse, e
questi rispose: “Da Arunachala”. Lo stesso nome ‘Arunachala’ agì su
di lui come un magico incantesimo, e con evidente eccitazione pose
un’altra domanda all’anziano signore: “Cosa! Da Arunachala! Dov’è?”.
Gli fu risposto che Arunachala era Tiruvannamalai.
Parlando di questo episodio, il Saggio scrisse in seguito in uno dei
suoi Inni ad Arunachala: “Oh grande meraviglia! Essa si erge come
una montagna inanimata. Per chiunque è difficile comprendere la sua
azione. Fin dall’infanzia apparve alla mia intelligenza che Arunachala
era qualcosa di molto grande; ma anche quando venni a sapere da un
altro che era la stessa Tiruvannamalai, non ne compresi il significato.
Quando, calmando la mia mente, essa m’attirò a sé e mi avvicinai,
scoprii che era l’Immutabile”.
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Subito dopo l’episodio che attirò l’attenzione di Venkataraman su
Arunachala, vi fu un altro evento che contribuì a volgere la mente del
ragazzo verso i valori profondi della spiritualità. Gli capitò di avere tra
le mani una copia del Periyapuranam di Sekkilar, che narra le vite dei
santi shivaiti. Lesse il libro e ne rimase affascinato; era la prima opera
di letteratura religiosa che leggeva. L’esempio dei santi lo affascinò, e
nei recessi più profondi del suo cuore trovò che qualcosa rispondeva
favorevolmente. Senza alcuna palese preparazione precedente, nacque
in lui il desiderio d’emulare lo spirito di rinuncia e devozione che
costituiva l’essenza della vita dei santi.
L’esperienza spirituale, che ora Venkataraman desiderava con fer-
vore, gli giunse presto e del tutto inaspettata. Era circa la metà del
1896; Venkataraman aveva allora diciassette anni. Un giorno si trova-
va solo in casa dello zio. Era nel suo consueto stato di salute; non
soffriva di nulla, ma all’improvviso fu preso da un’inconfondibile paura
della morte. Sentì di stare per morire; non sapeva perché gli fosse
venuto quel pensiero, ma la sensazione della morte incombente non
lo indeboliva. Con calma si mise a pensare a cosa dovesse fare. Disse
tra sé: “Ora è venuta la morte. Che significa? Che cosa sta morendo?
Questo corpo muore”. Subito dopo si distese a terra, allungò le mem-
bra e le irrigidì come fosse stato preso dal rigor mortis. Trattenne il
respiro e serrò strette le labbra, così che all’apparenza esterna il suo
corpo sembrava un cadavere. Cosa sarebbe accaduto adesso? Pensò:
“Ora questo corpo è morto. Sarà portato su una pira, bruciato e
ridotto in cenere. Ma con la morte di questo corpo, sono morto
anch’io? Sono io il corpo? Questo corpo è silenzioso e inerte, ma
dentro di me, separato da esso, sento tutta la forza della mia perso-
nalità ed anche la voce dell’ ‘io’. Dunque io sono lo Spirito che
trascende il corpo. Il corpo muore, ma lo Spirito che lo trascende non
può essere toccato dalla morte. Ciò significa che io sono lo Spirito
immortale”.
Quando Sri Ramana narrò in seguito questa esperienza, per il bene
dei suoi devoti, era sembrato un ragionamento razionale; ma egli si
premurò di spiegare che non era così. La realizzazione gli giunse in un
lampo; percepì la verità direttamente. L’ ‘Io’ fu qualcosa di molto
reale, la sola cosa reale. La paura della morte era svanita una volta e
per sempre. D’allora in poi l’ ‘Io’ aveva continuato ad essere come la
nota fondamentale sruti, che sta alla base e si fonde con tutte le altre
note. Fu così che il giovane Venkataraman si ritrovò sulla vetta della
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spiritualità senza aver fatto un’ardua e lunga sadhana. L’ego andò
dissolto nella corrente dell’autoconsapevolezza. Ad un tratto il ragazzo
che veniva chiamato Venkataraman era sbocciato in un saggio e in un
santo.
Si notò un completo cambiamento nella sua giovane vita. Le cose
che prima apprezzava persero il loro valore. I valori spirituali che fino
ad allora aveva ignorato divennero i soli oggetti d’attenzione. Studi
scolastici, amici, relazioni – nulla di tutto ciò aveva ora significato per
lui. Divenne ulteriormente indifferente a ciò che lo circondava. Umiltà,
dolcezza, non resistenza e altre virtù divennero suo ornamento. Evi-
tando la compagnia, preferiva sedere da solo, assorto nella contempla-
zione del Sé. Si recava tutti i giorni al tempio di Minakshi, e ogni
volta che sostava davanti alle immagini di dei e santi si sentiva elevare
e le lacrime gli scorrevano profusamente dagli occhi. La nuova visione
era sempre con lui. La sua vita era stata trasformata.
Il fratello maggiore di Venkataraman notò il grande cambiamento
che aveva avuto luogo. In parecchie occasioni rimproverò il ragazzo
per il suo comportamento indifferente, simile a quello di uno yogi. La
crisi arrivò sei settimane circa dopo la grande esperienza. Era il ventinove
agosto del 1896. L’insegnante d’inglese di Venkataraman gli aveva
chiesto, per punire la sua indifferenza agli studi, di ricopiare tre volte
una lezione dal libro di grammatica. Il ragazzo la copiò due volte, ma
si fermò lì, realizzando la totale futilità di quel lavoro. Mettendo da
parte libro e quaderni, sedette dritto, chiuse gli occhi e si volse all’in-
terno in meditazione. Il fratello maggiore, che s’era fermato ad osser-
vare il comportamento di Venkataraman, andò da lui e gli disse: “A
che serve tutto ciò a uno così?”.
Questo, naturalmente, fu inteso come un rimprovero alla sua scelta
di rinuncia e alla sua negligenza negli studi. Venkataraman non rispo-
se. Ammise tra sé che non c’era motivo di far finta di studiare e
mostrare di essere quello di prima. Decise di andarsene di casa, e
ricordò che vi era un posto in cui andare: Tiruvannamalai. Se avesse
espresso le sue intenzioni ai parenti, non l’avrebbero lasciato partire;
così dovette ricorrere ad un’astuzia. Disse al fratello che si recava a
scuola per partecipare ad una lezione speciale. Il fratello gli chiese di
prendere cinque rupie dalla cassetta di sotto per pagare la retta al
‘college’ in cui studiava. Venkataraman scese al pianterreno; la zia gli
servì il pasto e gli diede le cinque rupie. Egli prese un atlante, che era
in casa, e notò che la stazione ferroviaria più vicina a Tiruvannamalai
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era Tindivanam. In realtà, era già in funzione una linea fino alla stessa
Tiruvannamalai, ma l’atlante era vecchio e dunque non aggiornato.
Calcolando che tre rupie sarebbero bastate per il viaggio, Venkataraman
prese solo quelle e lasciò il resto insieme ad una lettera in un punto
della casa in cui il fratello avrebbe potuto trovarli facilmente, e poi
partì per Tiruvannamalai.
Questo è quanto scrisse nella lettera: “Sono partito in cerca di mio
Padre, secondo il Suo comando. Questo (a indicare la sua persona) ha
solo intrapreso un’iniziativa virtuosa; perciò nessuno deve addolorarsi
per quest’atto. Non c’è bisogno di spendere soldi in cerca di questo.
La retta al ‘college’ non è stata pagata. Qui accluse ci sono due rupie”.
Sulla famiglia di Venkataraman vi era una maledizione, che in realtà
era una benedizione: in ogni generazione un familiare doveva andare
via per diventare un mendicante. La maledizione era stata pronunciata
da un asceta errante che, si dice, aveva chiesto l’elemosina in casa di
un antenato di Venkataraman ed era stato scacciato. Uno zio paterno
di Sundaram Aiyar divenne sannyasi; e così fece il fratello maggiore
di Sundaram. Adesso era la volta del ragazzo, anche se nessuno poteva
prevedere che la maledizione si sarebbe concretizzata in quel modo. Il
non attaccamento trovò dimora nel cuore di Venkataraman, che di-
venne un parivrajaka.
Il suo viaggio da Madurai a Tiruvannamalai fu epico. Verso mez-
zogiorno lasciò la casa dello zio e s’incamminò fino alla stazione, che
distava circa mezzo miglio. Per fortuna quel giorno il treno era in
ritardo, altrimenti l’avrebbe perso. Guardò il tabellone dei prezzi e
vide che la tariffa di terza classe per Tindivanam era di due rupie e
tredici anna. Acquistò un biglietto, e tenne il resto di tre anna. Se
avesse saputo che c’era una linea ferroviaria fino a Tiruvannamalai, e
avesse consultato la tabella dei prezzi, avrebbe visto che il prezzo era
esattamente tre rupie. Quando arrivò il treno vi salì con calma e si
accomodò. Un Maulvi che viaggiava sullo stesso treno si mise a con-
versare con lui. Da questi Venkataraman apprese che vi era una linea
per Tiruvannamalai, che non era necessario andare a Tindivanam, e
che avrebbe potuto cambiare treno a Viluppuram. Quest’informazio-
ne fu molto utile. Quando il treno giunse a Tiruccirappalli era già il
crepuscolo. Venkataraman era affamato e con mezzo anna comprò
due pere; ma stranamente la sua fame si placò al primo morso. Verso
le tre di notte il treno arrivò a Viluppuram, ed egli scese con l’idea di
completare a piedi il viaggio fino a Tiruvannamalai.
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All’alba andò in città e si mise in cerca dell’indicazione per
Tiruvannamalai. Vide un segnale che indicava ‘Mambalappattu’, ma
non sapeva che quel luogo si trovava sulla via di Tiruvannamalai.
Prima di decidere la strada da prendere pensò di fermarsi, perché era
stanco e affamato. Andò in una locanda e chiese da mangiare, ma
dovette aspettare fino a mezzogiorno perché il cibo non era pronto.
Dopo aver mangiato, diede due anna per pagare. Il proprietario gli
chiese quanti soldi avesse, ma quando il ragazzo gli rispose d’avere
solo due anna e mezzo non volle nulla. Da costui Venkataraman
venne a sapere che Mambalappattu si trovava sulla via di Tiruvan-
namalai; così ritornò alla stazione di Viluppuram e comprò un bigliet-
to per Mambalappattu, per il quale bastarono i soldi che aveva. Quando
il treno arrivò a destinazione era quasi pomeriggio. Da lì continuò a
piedi fino a Tiruvannamalai.
Percorse circa dieci miglia camminando fino a tarda sera, e infine
giunse al tempio di Arayaninallur, costruito vicino ad una grande
roccia. Aspettò che venisse aperta la porta, entrò e si accomodò nel-
l’atrio. Qui ebbe la visione di una luce splendente che avvolgeva il
luogo. Non era una luce fisica; brillò per qualche tempo e poi scom-
parve. Venkataraman rimase seduto in uno stato di profonda medita-
zione, finché non fu scosso dai preti che dovevano chiudere le porte
per andare a fare il servizio in un altro tempio, a Kilur, che distava
circa tre quarti di miglio. Venkataraman li seguì, e quando fu all’in-
terno del tempio sprofondò di nuovo in samadhi.
Compiuto il loro dovere, i preti lo ‘svegliarono’, ma non gli diedero
nulla da mangiare. Il suonatore di tamburi del tempio, che aveva
notato il rude trattamento dei preti, li implorò di dare la sua parte del
cibo del tempio allo strano giovane. Venkataraman chiese poi dell’ac-
qua da bere, e fu indirizzato alla casa di uno shastri poco distante.
Mentre si trovava in quella casa, svenne e cadde a terra. Pochi minuti
dopo si riprese e vide una piccola folla che lo guardava curiosa. Bevve
l’acqua, mangiò qualcosa, si stese e s’addormentò.
Si svegliò la mattina seguente. Era il trentuno agosto del 1896, il
giorno di Gokulastami, il giorno di nascita di Sri Krishna. Venkata-
raman riprese il viaggio e camminò per un bel po’. Si sentiva stanco
e affamato. Per prima cosa desiderava del cibo, poi sarebbe andato a
Tiruvannamalai, possibilmente col treno. Pensò che avrebbe potuto
impegnare il paio di orecchini d’oro che portava, e procurarsi il de-
naro necessario. Ma come fare? Si presentò davanti alla casa di un
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certo Muthukrishna Bhagavatar; chiese del cibo al Bhagavatar e questi
lo mandò da sua moglie. La pia donna fu contenta di accogliere il
giovane sadhu nel fausto giorno della nascita di Sri Krishna, e gli
diede da mangiare. Dopo mangiato Venkataraman si presentò di nuovo
dal Bhagavatar e gli disse che voleva impegnare i suoi orecchini per
quattro rupie, per completare il suo pellegrinaggio. Gli orecchini fu-
rono stimati circa venti rupie, ma Venkataraman non aveva bisogno
di tutto quel denaro. Il Bhagavatar esaminò gli orecchini e diede al
giovane il denaro che chiedeva. Prese nota del suo indirizzo, trascrisse
il proprio su un pezzo di carta e nel darglielo gli disse che avrebbe
potuto riavere gli orecchini in qualsiasi momento. Venkataraman pranzò
nella casa del Bhagavatar, e alla fine la pia donna gli diede un pacchet-
to di dolci che aveva preparato per il Gokulastami.
Dopo essersi congedato dalla coppia, Venkataraman strappò l’indi-
rizzo che gli aveva dato il Bhagavatar – perché non aveva intenzione
di riscattare gli orecchini – e andò alla stazione ferroviaria. Poiché non
c’erano treni fino al mattino seguente, passò la notte lì. La mattina del
primo settembre 1896 salì sul treno per Tiruvannamalai. Il viaggio fu
breve. Sceso dal treno, andò spedito verso il grande tempio di
Arunachalesvara. Tutte le porte d’ingresso erano aperte, anche quelle
del tempio interno. In quel momento il tempio era vuoto, non c’era-
no neppure i preti. Venkataraman entrò nel sancta sanctorum e, non
appena si trovò di fronte a suo Padre Arunachalesvara, provò una
grande estasi e una gioia indescrivibile. Il viaggio epico era terminato.
La nave aveva raggiunto sana e salva il porto.
Il resto di quel che consideriamo la vita di Ramana – come lo
chiameremo d’ora in avanti – trascorse a Tiruvannamalai. Ramana
non fu iniziato formalmente alla vita di sannyasa. Appena uscito dal
tempio, mentre camminava per le vie della città, qualcuno lo chiamò
e gli chiese se voleva tagliarsi i capelli. Egli acconsentì prontamente e
fu condotto alla vasca Ayyankulam, dove un barbiere gli rase il capo.
Quindi s’alzò in piedi sui gradini della vasca e gettò lontano nell’ac-
qua i soldi che gli erano rimasti. Gettò anche il pacchetto di dolci che
gli aveva dato la moglie del Bhagavatar, e poi fu la volta del cordone
sacro che portava. Mentre faceva ritorno al tempio, chiedendosi per-
ché avrebbe dovuto concedere al suo corpo il lusso di un bagno,
venne giù un acquazzone che lo inzuppò.
Il primo luogo in cui dimorò Ramana a Tiruvannamalai fu il gran-
de tempio. Per alcune settimane rimase nella sala dai mille pilastri; ma
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era disturbato dai monelli che gli gettavano pietre mentre sedeva in
meditazione. Si spostò negli angoli più bui, ed anche in una volta
sotterranea chiamata Patala-lingam. Senza essere disturbato, soleva
trascorrere giornate di seguito in profondo assorbimento. Sedeva im-
mobile in samadhi, senza avvertire neppure gli insopportabili morsi
d’insetti e parassiti nocivi. I ragazzi maliziosi scoprirono presto il suo
rifugio, e ripresero a divertirsi gettando cocci sul giovane Swami.
A quel tempo, a Tiruvannamalai vi era uno Swami anziano chiama-
to Seshadri. Quelli che non lo conoscevano lo prendevano per matto.
A volte questi si metteva a guardia del giovane Swami, e scacciava i
monelli. Alla fine alcuni devoti spostarono Ramana, che era sempre in
uno stato incosciente, e dalla volta sotterranea lo collocarono vicino
al tempio di Subrahmanya. D’allora in poi ci fu sempre qualcuno a
prendersi cura del suo corpo. Il luogo in cui tenere lo Swami fu
cambiato frequentemente, e di volta in volta furono scelti giardini,
boschetti e templi. Da parte sua, lo Swami non parlava mai; non
perché avesse preso il voto del silenzio, ma perché non aveva inclina-
zione a parlare. A volte si leggevano davanti a lui testi sacri quali lo
Yoga Vasistha e il Kaivalyanavanitam.
Poco meno di sei mesi dopo il suo arrivo a Tiruvannamalai, Ramana
spostò la sua dimora in un tempio chiamato Gurumurtam, su ardente
richiesta del suo custode, un certo Tambiransvami. Con il passare del
tempo la sua fama si diffondeva sempre più, e un numero crescente
di pellegrini e visitatori andava a vederlo. Dopo essere rimasto circa
un anno a Gurumurtam, lo Swami – che quelli del posto chiamavano
Brahmana-Swami – si spostò in un vicino frutteto di manghi. Fu qui
che lo rintracciò uno dei suoi zii, Nelliyappa Aiyar, che faceva l’avvo-
cato a Manamadurai. Questi aveva saputo da un amico che
Venkataraman era diventato un riverito sadhu a Tiruvannamalai, e
andò lì per vederlo. Fece del suo meglio per convincere il nipote a
seguirlo a Manamadurai, ma invano. Alla fine informò Alagammal, la
madre di Ramana.
La madre andò a Tiruvannamalai accompagnata dal figlio maggio-
re. Ramana viveva allora a Pavalakkunru, uno degli speroni orientali
del monte Arunachala. Con le lacrime agli occhi, Alagammal implorò
Ramana di tornare a casa con lei; ma per il saggio non vi era ritorno.
Nulla lo smosse – neppure i gemiti e le lacrime della madre. Rimase
in silenzio senza rispondere. Un devoto che aveva osservato per parec-
chi giorni lo strazio della madre, chiese a Ramana di scrivere almeno
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quel che aveva da dire. Su un pezzo di carta, in maniera del tutto
impersonale, il saggio scrisse: “Quell’Uno che ha la funzione di ordi-
nare, fa agire ciascuno secondo il suo prarabdha. Ciò che non deve
accadere, non accadrà mai, per quanto ci si possa sforzare. E quello
che deve accadere non mancherà d’accadere, per quanto si possa ten-
tare d’impedirlo. Questo è certo. La parte della saggezza è, dunque,
restare quieta”.
Delusa e col cuore triste, la madre tornò a Manamadurai. Qualche
tempo dopo questo fatto, Ramana salì sul monte Arunachala e si
stabilì in una grotta chiamata Virupaksha, dal nome di un santo che
aveva vissuto lì e vi era stato sepolto. Anche qui arrivarono tante
persone, e tra queste alcuni sinceri ricercatori. Costoro erano soliti
rivolgergli domande riguardanti l’esperienza spirituale o portare testi
sacri per avere la spiegazione di alcuni passi. Talvolta Ramana scriveva
le sue risposte e le spiegazioni. Uno dei libri che gli portarono in quel
periodo fu il Vivekacudamani di Shankara, che alla fine egli tradusse
in prosa tamil.
Tra le persone che andarono da lui in cerca di sollievo e di guida
spirituale ve ne furono anche di semplici e analfabete. A questo grup-
po apparteneva Echammal, una donna che aveva perduto il marito,
un figlio e una figlia, ed era rimasta sconsolata fino a quando il fato
non l’aveva guidata in presenza di Ramana. Ella fece voto di andare
a trovare lo Swami tutti i giorni, e si assunse il compito di portare da
mangiare a lui e a tutti quelli che vivevano con lui.
Nel 1903 arrivò a Tiruvannamalai un grande sapiente, studioso di
sanscrito, Ganapati Sastri, noto anche come Ganapati Muni per via
delle austerità che aveva praticato. Aveva ricevuto il titolo di Kavya-
kantha (chi ha la poesia in gola), e i suoi discepoli lo chiamavano
nayana (padre). Era un esperto nell’adorazione del Divino nell’aspetto
della Madre Divina. Era andato a trovare Ramana nella grotta
Virupaksha solo poche volte; ma un giorno del 1907, tormentato dai
dubbi circa le sue pratiche spirituali, salì sul monte, trovò Ramana
seduto solo nella grotta e si espresse così: “Ho letto tutto ciò che
dev’essere letto. Ho compreso perfettamente persino il Vedanta-sastra.
Ho praticato japa fino alla mia completa soddisfazione; eppure non
ho ancora capito che cos’è il tapas. Per questo cerco rifugio ai vostri
piedi. Vi prego, illuminatemi sulla natura del tapas”.
Quella volta Ramana gli rispose parlando: “Se si osserva da dove
nasce l’idea ‘io’, la mente viene assorbita lì; quello è il tapas. Quando
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si ripete un mantra, se si osserva da dove nasce il suono di quel
mantra, la mente viene assorbita lì; quello è tapas”. Queste parole
giunsero allo studioso come una rivelazione, e sentì la grazia del sag-
gio che lo avvolgeva. Fu lui a proclamare che Ramana era un Maharshi
e Bhagavan. Compose degli inni in sanscrito in lode del saggio e
scrisse anche la Ramana Gita, in cui spiega i suoi insegnamenti.
La madre di Ramana, Alagammal, dopo il ritorno a Manamadurai
perse il figlio maggiore. Due anni dopo, il figlio più giovane, Nagasun-
daram, si recò a Tiruvannamalai per una breve visita. Vi andò anche
lei, una volta al ritorno da un pellegrinaggio a Benares, e poi ancora
durante una visita a Tirupati. In quest’ultima occasione si ammalò,
presentando per parecchie settimane i sintomi del tifo. Ramana mo-
strò grande sollecitudine nel curarla e nell’aiutarla a ristabilirsi. Com-
pose perfino un inno in tamil che supplicava il Signore Arunachala di
guarirla dalla malattia. Il primo verso dell’inno recita: “Oh Medicina
in forma di Monte, che ti ergi per curare la malattia di tutti i nati che
vengono in successione come onde! Oh Signore! È Tuo dovere salvare
mia madre, che ha solo i Tuoi piedi come rifugio, curando la sua
febbre”. Pregò anche affinché alla madre fosse concessa la visione
divina e fosse tolta dalla vita mondana. Non c’è bisogno di dire che
entrambe le preghiere furono esaudite.
Alagammal si riprese e tornò a Manamadurai, ma non molto tem-
po dopo fece ritorno a Tiruvannamalai. Dopo poco la seguì anche il
figlio minore, Nagasundaram, che nel frattempo aveva perso la moglie
ed era rimasto solo con un figlio. Sua madre arrivò all’inizio del 1916,
decisa a passare il resto della vita con Ramana. Poco dopo l’arrivo
della madre, Ramana si spostò da Virupaksha a Skandasramam, un
po’ più in alto sulla montagna. Sua madre ricevette istruzioni per
un’intensa vita spirituale, indossò l’abito ocra e si prese l’incarico della
cucina dell’asramam. Anche il figlio Nagasundaram divenne un
sannyasi, con il nome di Swami Niranjanananda. Tra i devoti di
Ramana, veniva comunemente chiamato Chinna-Swami (lo Swami
più giovane).
Nel 1920 la salute della madre divenne debole e cominciarono i
disturbi tipici della vecchiaia. Ramana si occupò di lei con cura e
amore, e passò persino delle notti a vegliarla seduto accanto a lei. La
fine giunse il 19 maggio del 1922, che era il giorno del Bahula-
navami, nel mese di Vaisakha. Il corpo della madre fu portato giù dal
monte, per essere sepolto. Fu scelto il punto più a sud, tra la vasca
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Palitirtham e il Dakshinamurti Mantapam. Mentre si svolgevano le
cerimonie, Ramana rimase in silenzio ad osservare. Swami
Niranjanananda trasferì la sua dimora vicino alla tomba; mentre
Ramana, che continuava a vivere a Skandasramam, visitava la tomba
tutti i giorni. Circa sei mesi dopo, egli andò a stabilirsi lì; non per sua
volontà, come disse in seguito, ma in obbedienza alla Volontà Divina.
Fu così che nacque il Ramanasramam. Sopra la tomba fu costruito un
tempio, che fu consacrato nel 1949. Col passare degli anni l’asramam
crebbe costantemente e arrivarono tantissime persone – non solo
dall’India, ma da ogni continente – che volevano vedere il saggio e
ricevere il suo aiuto nella ricerca spirituale.
Il primo devoto occidentale di Ramana fu F. H. Humphreys, un
inglese giunto in India nel 1911 per prestare servizio nella polizia di
Vellore. Costui era dedito alle pratiche dell’occultismo ed era in cerca
di un Mahatma. Fu presentato a Ganapati Sastri dal suo tutore telugu,
e Sastri lo portò da Ramana. L’inglese rimase fortemente impressiona-
to e nel descrivere la sua prima visita al saggio, nella International
Psychic Gazette, scrisse: “Raggiunta la grotta, ci sedemmo davanti a
lui, ai suoi piedi, senza parlare. Rimanemmo così seduti per molto
tempo, e mi sentii portato fuori di me. Per mezz’ora guardai negli
occhi del Maharshi, che non cambiavano mai la loro espressione di
profonda contemplazione... Nella sua espressione di dignità, gentilez-
za, autocontrollo e dolce forza di volontà, il Maharshi è un uomo al
di là di ogni descrizione”. Come risultato del contatto con Ramana,
le idee di Humphreys sulla spiritualità cambiarono per il meglio.
Rinnovò le sue visite al saggio e registrò le sue impressioni nelle lettere
ad un amico in Inghilterra, che in seguito furono pubblicate nella
International Psychic Gazette. In una di queste scrisse: “Non puoi im-
maginare niente di più bello del suo sorriso”. E ancora: “È strano il
cambiamento che si produce in chi è stato alla sua presenza!”.
Non furono tutte buone le persone che andarono all’asramam. A
volte vi andarono anche cattivi soggetti, perfino cattivi sadhu. Due
volte, nel 1924, dei ladri in cerca di bottino entrarono nell’asramam
senza trovare nulla. La seconda volta, vedendo che c’era poco da
prendere, giunsero perfino a picchiare il Maharshi. Quando un devo-
to chiese il permesso di punire i ladri, il saggio glielo proibì dicendo:
“Essi hanno il loro dharma, noi il nostro. Il nostro è sopportare e
pazientare. Non dobbiamo interferire con loro”.
Quando un ladro lo colpì sulla coscia sinistra, gli disse: “Se non sei
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contento puoi colpire anche l’altra gamba”. Quando i ladri se ne
andarono, un devoto lo interrogò sulle percosse e il saggio osservò:
“Ho anche ricevuto qualche puja”, scherzando sulla parola, che signi-
fica ‘adorazione’ ma si usa anche per indicare ‘colpo’.
Lo spirito di pace che permeava il saggio si rifletteva sull’ambiente
circostante e faceva sì che perfino animali ed uccelli fossero suoi amici.
Ad essi manifestava la stessa premura che mostrava alle persone che
andavano da lui. Quando si riferiva a qualcuno di essi, usava la forma
‘egli’ o ‘lei’ e non ‘esso’. Uccelli e scoiattoli costruivano i loro nidi
vicino a lui. Mucche, cani e scimmie trovavano rifugio nell’asramam.
Tutti si comportavano in maniera intelligente, soprattutto la mucca
Lakshmi. Ramana li conosceva nell’intimo. Badava che fossero nutriti
propriamente e bene; e quando qualcuno di essi moriva, ne faceva
seppellire il corpo con le dovute cerimonie.
La vita nell’asramam scorreva armoniosamente. Col passare del tempo
arrivò un numero sempre crescente di visitatori, alcuni per brevi sog-
giorni e altri per lunghi periodi. Le dimensioni dell’asramam crebbe-
ro, e fu necessario aggiungere nuovi edifici e reparti: una stalla per gli
animali, una scuola per lo studio dei Veda, un reparto per le pubbli-
cazioni, e il tempio alla Madre, con regolare puja ecc.
Ramana sedeva la maggior parte del tempo nella sala che era stata
costruita allo scopo, come testimone di ciò che accadeva intorno a lui.
Non rimaneva inattivo: era solito cucire piatti di foglie, preparare le
verdure ed aiutare in cucina, leggere le bozze che riceveva dalla tipo-
grafia, guardare libri e giornali, suggerire le risposte alle lettere che
riceveva, ecc. Malgrado ciò, era evidente che era distaccato da tutto.
Ricevette numerosi inviti ad intraprendere viaggi, ma non uscì mai da
Tiruvannamalai, e negli ultimi anni dall’asramam.
Ogni giorno, la maggior parte del tempo, la gente sedeva davanti
a lui. In genere sedeva in silenzio, ma a volte qualcuno poneva delle
domande, e a volte lui rispondeva. Era una grande esperienza sedere
davanti a lui e guardare i suoi occhi splendenti. Molti, davanti a lui,
sperimentarono l’arresto del tempo e una calma e una pace al di là di
ogni descrizione.
Nel 1946 fu celebrato il giubileo d’oro dell’arrivo di Ramana a
Tiruvannamalai. Nel 1947 la sua salute cominciò a venir meno. Non
aveva ancora settant’anni, ma sembrava molto più anziano. Verso la
fine del 1948, sotto il gomito del suo braccio sinistro apparve un
piccolo nodulo. Non appena fu più grande, il dottore che dirigeva il
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dispensario dell’asramam lo tagliò; ma nel giro di un mese riapparve.
Furono chiamati dei chirurghi da Madras, che operarono. La ferita
non guariva, e il tumore tornò di nuovo. Con ulteriori esami fu
diagnosticato che si trattava di sarcoma. I medici suggerirono di
amputare il braccio sopra la parte affetta. Ramana rispose con un
sorriso: “Non c’è bisogno di allarmarsi. Il corpo stesso è una malattia.
Lasciate che abbia la sua fine naturale. Perché mutilarlo? La semplice
medicazione della parte affetta basterà”. Furono fatte ancora due
operazioni, ma il tumore riapparve di nuovo. Si provarono dei sistemi
di medicina indigena, e anche l’omeopatia; ma la malattia non rispon-
deva ai trattamenti.
Il saggio era assolutamente tranquillo, e del tutto indifferente alle
sofferenze. Sedeva come uno spettatore che osservava la malattia che
devastava il corpo; ma i suoi occhi splendevano luminosi come sem-
pre, e la sua grazia si riversava su tutti gli esseri. Le folle accorsero
numerose. Ramana insistette perché si permettesse a tutti di avere il
suo darshan. I devoti desideravano vivamente che il saggio guarisse il
suo corpo con l’esercizio dei poteri sovrannaturali. Alcuni di loro
ritenevano di aver beneficiato di questi poteri, che attribuivano al
Maharshi.
Ramana mostrava compassione per quelli che s’affliggevano per le
sue sofferenze, e cercava di confortarli ricordando loro la verità che
Bhagavan non era il corpo: “Prendono questo corpo per Bhagavan e
gli attribuiscono delle sofferenze. Che peccato! Sono affranti perché
pensano che Bhagavan stia per lasciarli e andare via, ma dove posso
andare, e come?”.
La fine arrivò il 14 aprile del 1950. Quella sera il saggio diede il
darshan ai devoti. Tutti quelli che erano nell’asramam sapevano che la
fine era vicina. Si misero seduti a cantare l’inno di Ramana ad
Arunachala, con il ritornello Arunachala-Shiva.
Il saggio chiese al suo attendente di metterlo a sedere dritto. Per un
breve istante aprì i suoi occhi luminosi e misericordiosi; vi fu un
sorriso, dall’angolo esterno dei suoi occhi scese una lacrima di beati-
tudine, e alle venti e quarantasette il respiro cessò. Non ci fu affanno,
né spasmo, né alcuno dei segni della morte. In quello stesso istante
una cometa attraversò lentamente il cielo, raggiunse la vetta della
montagna sacra Arunachala e scomparve al di là di essa.

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Ramana Maharshi scrisse raramente; e quel poco che scrisse, in
prosa o in versi, nacque solo per andare incontro a richieste specifiche
dei suoi devoti. Lui stesso disse una volta: “In un certo senso, non mi
è mai venuto in mente di scrivere un libro o comporre versi. Tutti i
versi che ho scritto sono nati su richiesta di qualcuno, in relazione a
qualche evento particolare”.
La sua opera più importante è Quaranta Versi sull’Esistenza. Nel
poema Upadeshasaram è espressa la quintessenza del Vedanta. Il saggio
compose cinque inni ad Arunachala e tradusse in tamil alcune opere
di Shankara, quali il Vivekacudamani e l’Atma-bodha. La maggior parte
di ciò che scrisse è in tamil, ma scrisse anche in sanscrito, telugu e
malayalam.
La filosofia di Sri Ramana, che è la stessa dell’Advaita Vedanta, ha
per fine la realizzazione del Sé. Il sentiero principale che insegna è la
ricerca della natura del Sé, che comprende l’idea dell’ ‘io’. In genere
la sfera dell’ ‘io’ varia e comprende molteplici fattori; questi fattori
però non sono realmente l’ ‘io’. Per esempio parliamo del corpo fisico
chiamandolo ‘io’; diciamo ‘io sono grasso’, ‘io sono magro’, ecc. Non
ci vuole molto per capire che si tratta di un uso improprio del termi-
ne; infatti il corpo da sé non può dire ‘io’, perché è inerte. Anche la
persona più ignorante capisce il senso dell’espressione ‘il mio corpo’.
Certo, non è facile risolvere la falsa identificazione dell’ ‘io’ con il
senso dell’ego (ahamkara). Questo perché la mente che ricerca è l’ego,
il quale per rimuovere la falsa identificazione deve condannare a morte
se stesso; e la cosa non è affatto semplice. La più grande forma di
sacrificio è l’offerta dell’ego nel fuoco della saggezza.
Abbiamo detto che non è facile distinguere il Sé dall’ego, ma non
è impossibile. Tutti possiamo farlo se riflettiamo sulle implicazioni
dell’esperienza del sonno. Nel sonno noi siamo, anche se l’ego non è
presente. In quello stato l’ego non opera; ma c’è ancora l’ ‘Io’ che fa
da testimone all’assenza dell’ego e a quella degli oggetti. Se non ci
fosse l’ ‘Io’, al risveglio non ci sarebbe il ricordo dell’esperienza del
sonno e non si potrebbe dire: “Ho dormito felicemente, non ricordo
nulla”.
Abbiamo quindi due ‘io’: lo pseudo-’io’ che è l’ego, e il vero ‘Io’ che
è il Sé. L’identificazione dell’ ‘Io’ con l’ego è così forte che raramente
riusciamo a vedere l’ego senza la sua maschera; inoltre, tutte le nostre
esperienze relative ruotano intorno all’ego. Con il sorgere dell’ego, al
risveglio dal sonno, il mondo intero sorge con esso. Per questo l’ego
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sembra così importante e inattaccabile; ma in realtà si tratta di una
fortezza di cartone. Una volta iniziata la ricerca, essa crollerà e si
dissolverà.
Per intraprendere la ricerca, bisogna avere una mente acuta – molto
più acuta di quella che si richiede per dipanare i misteri della materia.
La verità va cercata e vista con l’intelletto concentrato (drsyate tu
agraya buddhya). È vero che prima che sorga la saggezza finale anche
l’intelletto dovrà dissolversi; ma fino ad allora esso dovrà cercare, e
cercare implacabilmente. Di certo la saggezza non è per gli indolenti!
La ricerca “Chi sono Io?” non va intesa come uno sforzo mentale
per comprendere la natura della mente. Il suo scopo principale è
“focalizzare la mente intera sulla sua sorgente”. La sorgente dello
pseudo-‘io’ è il Sé. Nella ricerca del Sé non si fa altro che andare
contro la corrente mentale, invece di scorrere insieme ad essa, e alla
fine si trascende la sfera delle modificazioni mentali. Quando si scopre
la sorgente dello pseudo-’io’, esso svanisce; allora il Sé brilla in tutto
il suo splendore, e quella luce è chiamata realizzazione e liberazione.
La cessazione o la non-cessazione del corpo non ha nulla a che fare
con la liberazione. Il corpo può continuare ad esistere, ed il mondo
può continuare ad apparire, come nel caso del Maharshi. Ciò non fa
alcuna differenza per il Sé che è stato realizzato. In verità, per il saggio
non vi è né il corpo né il mondo; vi è solo il Sé, l’eterna Esistenza
(sat), l’Intelligenza (cit) e l’incomparabile Beatitudine (ananda). Tale
esperienza non ci è completamente estranea, perché l’abbiamo nel
sonno, durante il quale non abbiamo coscienza né del mondo delle
cose esterne né del mondo interno dei sogni. Solo che quell’esperienza
rimane coperta dal manto dell’ignoranza, e così ritorniamo alle fan-
tasie del sogno e del mondo di veglia. Il non-ritorno alla dualità è
possibile solo quando si rimuove la nescienza; e lo scopo del Vedanta
è rendere possibile ciò. Il significato supremo della venuta d’illustri
personaggi, come il Maharshi, è quello d’infondere speranza a tutti,
anche alle persone meno evolute, e di aiutarci a venir fuori dalla
palude dello scoraggiamento.

T. M. P. Mahadevan

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Riflessioni su
Ramana Maharshi
di
T. M. P. Mahadevan

1 – Il Saggio di Arunachala
Tiruvannamalai (in sanscrito Arunachala) è uno dei luoghi di
pellegrinaggio maggiormente sacri agli Indù, poiché vi si adora Dio
in forma di Luce. Una volta all’anno sulla cima della montagna viene
acceso un fuoco sacro, e migliaia di persone vi si recano per vedere la
luce e adorarla. Il sito è ora diventato un luogo di continuo richiamo
spirituale internazionale, perché Ramana Maharshi vi ha vissuto per
più di mezzo secolo diffondendo la fiamma della realizzazione di Dio.
Ramana giunse ad Arunachala ancora adolescente, e da allora vi
rimase per tutta la vita. Lo stesso nome Arunachala agì come un
imperioso richiamo del Divino. Egli obbedì semplicemente alla chia-
mata, e pervenne allo stato elevato di assenza di ego, che una volta
acquisito non va più perso. Per essere precisi, non è uno stato d’espe-
rienza come gli altri; non viene né si presenta in un dato momento:
è lo status eterno (sahaja-sthiti). A causa dell’avidya (nescienza), non
lo si riconosce; ma quando questa scompare risplende la natura auto-
luminosa dello Spirito. Questo è ciò che nel Vedanta si chiama moksha.
Non è un’esperienza che si ha dopo la morte. La presenza del corpo
non è incompatibile con la liberazione. Il solo ostacolo alla realiz-
zazione è l’identificazione del Sé con l’ego, ma una volta rimosso
questo ostacolo si diventa un jivanmukta, liberato mentre si è in vita.
Nelle nostre scritture leggiamo di tante grandi anime simili, ma nel
Maharshi abbiamo un jivanmukta contemporaneo, una testimonianza
vivente dei più sublimi testi vedantici. Molte affermazioni delle sacre
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scritture, come quella della Bhagavad Gita di vedere l’inazione nel-
l’azione e l’azione nell’inazione, rimangono oscure e inintelligibili,
fino a quando non incontriamo saggi come il Maharshi. Apparente-
mente, Sri Ramana sembrava interessato alle cose che accadevano
intorno a lui; riconosceva le persone e a volte ci parlava. Anche le
creature appartenenti alle specie animali attiravano la sua attenzione;
ed era solito dare una mano anche in cucina, pulendo e preparando
le verdure per la cottura. Egli compiva tutte queste forme d’azione
senza il minimo attaccamento; e in realtà non erano affatto azioni,
poiché non vi era senso dell’ego. Il centro dell’attività era stato rimos-
so, rimaneva solo il guscio, ed anche quello solo per noi spettatori.
Nulla sembrava toccarlo; egli rimaneva il testimone di tutti i fenome-
ni. La distinzione tra alto e basso non aveva significato per lui. Gli
stranieri e tutti quelli che andavano a trovarlo, anche la prima volta,
si sentivano completamente in pace e liberi. Si può essere estranei ad
altri o vederli in maniera strana, ma come si può essere estranei a se
stessi?
Il Maharshi, che con naturalezza e senza sforzo aveva attraversato
i confini dell’individualità, si sentiva – se possiamo usare un così
povero linguaggio – una sola cosa con tutto. Come il saggio della
Gita, egli guardava tutti allo stesso modo – la persona d’alta casta e
quella di bassa nascita, la mucca e l’elefante, il cane e il mangiatore
di cani. Queste differenziazioni possono avere significato per noi, che
siamo intrappolati nella rete delle differenze; ma per lui che vedeva il
Brahman non-duale, che è sama (uguale), non vi era pluralità né
differenza.
Era un’esperienza unica e incantevole sedere alla presenza del
Maharshi e guardare nel pieno splendore dei suoi occhi beati. Si
poteva andare da lui con molti dubbi e domande, ma accadeva spes-
sissimo che non appena ci si sedeva davanti al Saggio, questi prodotti
della mente si placavano e venivano ridotti in cenere. Si pregustava
quello stato originario di cui parlano le Upanishad, quando viene
reciso il nodo del Cuore e tutti i dubbi sono dissipati. Si faceva un
passo indietro e si osservava come il turbolento flusso mentale venisse
acquietato e ricevesse un imperturbato riflesso dello Spirito auto-
luminoso.
Ciò che si poteva ottenere dopo una lunga e faticosa disciplina
yogica, in prossimità del Maharshi si otteneva con naturale facilità e
senza sforzo. Vero, quell’esperienza poteva non durare a lungo. Si
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doveva tornare nel mondo e sprofondare di nuovo nel fango della
mondanità, ma l’impressione di forte spiritualità che si era ricevuta
non veniva più persa. Furono rare le persone, le cui profondità del-
l’anima erano state risvegliate dallo sguardo sublime del Saggio, che
non ebbero il desiderio di tornare di nuovo da lui, per ricevere nuovi
segni dell’Eterno. A volte vi erano persone che andavano da lui nella
speranza che, con il suo darshan (col vederlo), venissero esauditi i loro
desideri terreni; ma ben presto s’accorgevano della stupidità di chie-
dere cose transitorie, quando potevano avere la beatitudine imperitura.
Invece di sentirsi deluse perché le loro brame non erano state appa-
gate, si sentivano riconoscenti perché erano state salvate da illusioni e
trappole. Nella Katha Upanishad, Yama offrì a Naciketas tutti i piaceri
dei vari mondi, in cambio della conoscenza del Sé che lui aveva
chiesto; ma da vero figlio della spiritualità qual era, il ragazzo rifiutò
di farsi tentare dal piacere. Il Maharshi, che per noi era la perso-
nificazione del Bene Supremo, trasmutava i nostri desideri e passioni
inferiori in moksha-kama, un intenso desiderio di liberazione.
Alcuni andavano da lui con la speranza di ricevere una panacea per
i mali del mondo. Erano soliti chiedergli quale soluzione avesse per
problemi quali la povertà, l’analfabetismo, le malattie, le guerre, ecc.
La loro religione era la riforma sociale, e miravano ad una riforma
della società. Le loro domande erano formulate in maniere differenti.
Quale messaggio aveva il Maharshi per i riformatori sociali? Non era
dovere di ogni cittadino illuminato sforzarsi di migliorare la sorte dei
suoi fratelli? Come può, chi ha un cuore sensibile, restare tranquillo
senza cercare di fare la propria parte per il bene del mondo, quando
vediamo dappertutto miseria e squallore? L’invariabile risposta che il
saggio dava a tutti quelli che ponevano simili domande era: “Hai per
prima cosa riformato te stesso?”.
Accade spesso che il cosiddetto servizio sociale sia soltanto una
gratificazione dell’ego. In molto di quello che si vuole far passare per
altruismo vi è un nocciolo d’egoismo. Tale servizio non benedice il
servitore né il servito, ma accresce l’orgoglio del primo e rende totale
lo scoraggiamento del secondo. Soltanto il servizio che contribuisce a
ridurre l’ego è araldo del bene. L’influenza dell’ego non può essere
diminuita a meno che non si sappia, anche solo remotamente, che
l’ego non è il Sé; che il responsabile del male e del dolore nel mondo
è solo lo pseudo-sé, e che la felicità finale e permanente si potrà
realizzare solo quando sarà eliminata la causa prima dell’ego, cioè
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l’ignoranza. Per questo non si può offrire un concreto servizio sociale
alla società se prima non si cerca di conoscere il vero Sé. La riforma
deve iniziare da se stessi. Chi è sul sentiero rende un servizio agli esseri
umani purificando il suo ego, facendolo diminuire e preparandosi ad
abbandonarlo: e chi ha realizzato la meta ed è diventato un jivanmukta
compie opere – o meglio, a noi sembra compiere opere – affinché il
mondo possa essere salvato (loka-sangraha). La ricerca del Sé è dunque
la base del vero servizio, e la conoscenza del Sé ne è il culmine.
Il Saggio di Arunachala non aveva un nuovo messaggio per l’uma-
nità. Ciò che insegnava, più con il silenzio che con le parole, era
l’eterno vangelo del Vedanta. Nel Sutra-bhasya, Shankara cita un testo
della Smrti in cui si racconta che quando il saggio Baskali fu avvici-
nato da Badhva per istruzioni rimase in silenzio, e dopo essere stato
interrogato ripetutamente disse: “Ti ho già esposto la verità, ma tu
non hai compreso. Il Sé è pace, silenzio (upashanta)”. L’insegnamento
del Maharshi era esattamente lo stesso di quello dei saggi delle
Upanishad. Egli parlava raramente, perché è nella pace del silenzio che
si raggiungono le profondità dello Spirito. Parole e pensieri non pos-
sono condurci lontano. Persino le parole delle sacre scritture possono
aiutarci fino a un certo punto, e lì devono fermarsi.
Si racconta che il giovane Dakshinamurti istruì i suoi anziani disce-
poli col linguaggio del silenzio. È però vero che solo pochi possono
comprendere ciò che viene insegnato in silenzio; per questo, a volte
il Maharshi soleva parlare. Nello stesso tempo avvertiva i suoi
interlocutori che domande e risposte appartenevano al reame del-
l’ignoranza (avidya), anche se le seconde servivano a guidare verso la
luce della saggezza. Fino a quando ci sarà la mente, ci saranno dubbi
che l’assaliranno; perché solo con la realizzazione dell’eterno stato di
non-mente (amanibhava) saranno spazzati via tutti i dubbi e i quesiti,
come la foschia davanti al sole nascente.
Gli insegnamenti del Maharshi si potrebbero enunciare con un
aforisma: cerca di conoscere il Sé, e la conoscenza ti farà libero. La
Chandogya Upanishad racconta la storia di Narada, maestro in molti
campi della conoscenza, che andò da Sanatkumara e gli confessò che
malgrado la sua grande erudizione si sentiva affranto dal dolore. Sa-
peva che tutta la sua erudizione era inutile e che solo la conoscenza
del Sé poteva salvarlo. Si rivolse a Sanatkumara e gli disse: “Aiutami
ad attraversare l’oceano del dolore”; e il saggio gli trasmise la cono-
scenza del grande e unico Sé. Il principale comandamento della scrit-
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tura è “conosci il Sé” (atmanam viddhi). Il Maharshi ha detto ripetuta-
mente che l’atma-vichara è l’unica via sicura che porta alla liberazione.
Altre forme di sadhana possono aiutare in questo processo più o meno
efficacemente, ma solo il jnana è il mezzo diretto per il moksha.
Questo è nell’essenza il punto di vista dell’Advaita Vedanta, perché
il moksha è l’eterna natura del Sé, e non qualcosa di nuovo da acqui-
sire o completare. Nessuna azione del corpo o della mente può pro-
durre la liberazione. Lo stato sempre libero del Sé non viene ricono-
sciuto a causa dell’ignoranza, che vela il vero e proietta il falso. Quan-
do viene rimossa quest’ignoranza, si realizza la propria eterna natura,
che è il Sé non-duale e incondizionato. La saggezza realizza la rimo-
zione dell’ignoranza, e l’atma-vicara prepara la via alla saggezza.
La ricerca ‘Chi sono Io?’ non va intesa come uno sforzo mentale
per comprendere la natura della mente. Il suo scopo principale è
‘concentrare l’intera mente nella sua sorgente’. La fonte del pensiero
‘io’ è il Sé. Nella ricerca del Sé non si fa altro che andare contro la
corrente mentale, invece di scorrere insieme ad essa, e alla fine si
trascende la sfera delle modificazioni mentali. È relativamente facile
disincagliarsi dalla falsa identificazione con il corpo fisico e gli oggetti
materiali; ma l’identificazione con l’ego è dura da vincere. Come dice
il Pancapadika, un commentario al Sutra-Bhasya di Shankara: “L’idea
‘io’ è la prima sovrapposizione al Sé”. Lo strato esterno dell’ignoranza
può cadere facilmente, ma l’ultimo è difficile da togliere. La maniera
migliore di rimuoverlo è catturarlo alla sua sorgente. Quando c’è la
consapevolezza della sorgente, che è il Sé, l’ego scompare; e una volta
che l’ ‘io’ è stato cancellato attraverso il jnana, non ci sarà più schia-
vitù né il dolore conseguente.
La cessazione o non-cessazione del corpo non ha nulla a che vedere
con la liberazione. Il corpo può continuare ad esistere e il mondo può
continuare ad apparire, come nel caso del Maharshi; ciò non fa alcuna
differenza per il Sé che è stato realizzato. Come dice Shankara: “Non
c’è bisogno di discutere se il conoscitore di Brahman mantenga o
meno il corpo per qualche tempo. Come potrebbe (esistere) un altro
oggetto, quale il permanere di un corpo, dinanzi alla propria esperien-
za di Brahman realizzata nel Cuore?”. Invero per chi è liberato non
esiste né il corpo né il mondo; vi è solo il Sé, l’eterna Esistenza (Sat),
l’Intelligenza (Cit) auto-luminosa e l’incomparabile Beatitudine
(Ananda). Questa esperienza non ci è completamente estranea; perché
la facciamo nel sonno profondo, durante il quale non siamo coscienti
21
del mondo esterno delle cose né del mondo interno dei sogni. Solo
che quell’esperienza rimane coperta sotto il manto dell’ignoranza, e
così ritorniamo alle fantasie del sogno e del mondo di veglia. Il non-
ritorno alla dualità sarà possibile solo quando sarà rimossa l’ignoranza,
e lo scopo del Vedanta è proprio quello di renderlo possibile. Il signi-
ficato supremo dell’avvento d’illustri personaggi, quali il Maharshi, è
quello d’infondere speranza anche al più piccolo di noi e di sollevarci
dall’abitudine allo scoraggiamento.
L’esempio di Sri Ramana è unico, in quanto nel suo caso l’esperien-
za non fece seguito alla lettura dei testi sacri. Per prima cosa il Maharshi
fece l’esperienza, e solo in un secondo tempo trovò delle conferme
nei testi delle sacre scritture. A un mondo miscredente, impaziente e
desideroso di bruciare i suoi libri sacri, Sri Ramana ha questo messag-
gio da offrire, e cioè “che il vero libro della vita è dentro e che, se solo
ci volgeremo ad esso e consulteremo le sue pagine, esso ci spalancherà delle
visioni impensabili che ci porteranno alla felicità e alla beatitudine infi-
nita”.

2 – L’esperienza-Ramana

Solo chi ha avuto l’esperienza-Ramana può dire di aver conosciuto


Sri Ramana; e chi ha avuto quell’esperienza non lo ha conosciuto
rimanendo fuori di lui. Conoscere Ramana vuol dire essere Ramana.
Essere Ramana vuol dire avere l’esperienza piena della non-dualità. In
mancanza di quell’esperienza, possiamo cercare di conoscerlo solo per
‘descrizione’, e anche questo non è senza valore. Attraverso la cono-
scenza per descrizione possiamo riuscire ad ottenere la conoscenza per
identità. Essere costantemente consapevoli della propria cognizione di
Sri Ramana è una sadhana (disciplina) estremamente efficace.
Incontrare un saggio e godere della sua benevolenza non è un
evento comune; dev’essere il risultato di una buona quantità di meriti.
Mi considero estremamente fortunato d’aver avuto il privilegio d’in-
contrare il Maestro quando avevo appena diciotto anni. Ricordo i tre
giorni che trascorsi scaldandomi al sole della sua Gloriosa Presenza, e
non ho parole per esprimere il beneficio che ottenni da quell’esperien-
za. Sedere davanti a lui era di per sé un profondo insegnamento
22
spirituale. Guardarlo significava aver calmata la mente. Entrare nella
sfera della sua visione beata equivaleva ad essere elevati interiormente.
L’aspetto più rilevante del Maestro, che colpiva anche i visitatori
casuali, era la radiosità del suo volto. Nel suo caso non c’era bisogno
d’incorniciare la testa in un alone. Non era possibile dimenticare quel
volto affabilmente luminoso, con lo sguardo rassicurante e il sorriso
che non veniva mai meno, neanche dopo averlo visto una sola volta.
Il suo splendore rimase sempre uguale fino alla morte – anche quando
il corpo del Maestro portava la croce dell’ultima infermità. Pochi
giorni prima del mahasamadhi, quando mi recai nella stanza in cui
giaceva e gli toccai i piedi con la testa, in un attimo mi resi conto delle
condizioni del suo corpo e fui sul punto di scoppiare in lacrime. Ma
non appena vidi il suo volto, ed egli mi fece delle domande di cortesia
nel suo solito modo inimitabile, ogni dolore scomparve senza lasciare
traccia e vi fu solo l’Eternità che mi guardava e mi parlava.
Anche quando avevo visto il Maestro la prima volta, la sua testa
aveva cominciato a ondeggiare. Il movimento della testa mi sembrava
dicesse “neti-neti” (non questo, non quello). Ad un tratto
l’ondeggiamento si fermava, la visione del Maestro diventava fissa, e
lo spirito del silenzio avvolgeva tutti i presenti. Bisognava realizzare,
nel silenzio del cuore, che ‘il Sé è pace tranquilla’ (shanto’ yam atma).
Molti di quelli che si presentavano con lunghe liste di domande,
se ne andavano in silenzio, dopo essere rimasti seduti un po’ alla sua
presenza. Quando alcuni gli ponevano delle domande, ricevevano le
risposte che meritavano. Era evidente che molti non riuscivano nep-
pure a formulare bene le loro domande. In quei casi, lo stesso Maharshi
li aiutava ad esprimersi. Quando decideva di rispondere alle domande
o d’insegnare con le parole, guardarlo era una visione per gli dei. Ogni
frase era come un testo delle Upanishad, così piena di significato che
per comprenderla bisognava rifletterci sopra con calma e in silenzio.
Le sue risposte non rimanevano mai in superficie. Egli andava dritto
al cuore del quesito, mostrando allo stupefatto interlocutore implica-
zioni della sua domanda che lui stesso non poteva neanche immagi-
nare. Non era raro che il Maestro facesse risolvere all’interlocutore i
suoi dubbi; tante volte guidava affabilmente il ricercatore allo stato di
silenzio interiore, in cui tutti i dubbi vengono risolti e ogni questio-
nare cessa.
Non ebbi mai occasione di vedere la manifestazione dei poteri
sovrannaturali a volte attribuiti al Maestro. Egli mi apparve sempre
23
perfettamente normale; per contrasto, eravamo noi ad essere anorma-
li. Noi abbiamo tensioni e grovigli mentali, ma nel Maestro non vi
era increspatura – nemmeno il più piccolo movimento. Le tempeste
del mondo non lo raggiunsero mai. Seduto o adagiato sul divano nel
salone dell’ashramam, sembrava essere ‘il punto fermo di un mondo
in rivoluzione’. Non vi era un minimo segno che lo facesse apparire
diverso dal normale. Il suo modo di riferirsi alla sua persona dicendo
‘io’, e non ‘questo’, era di per sé significativo. Non volle apparire
diverso da noi nella vita pratica; ma non c’era dubbio che in lui non
vi fosse il minimo adhyasa. La sua ultima malattia lo dimostrò chia-
ramente. Dimostrò un completo e assoluto distacco dal corpo, per
insegnare al mondo che il corpo non è il Sé!
Fin dall’infanzia ero stato uno studente della Gita, e in Bhagavan
vidi un luminoso commentario vivente di quella grande scrittura.
Quando mi fu chiesto di parlare ad un incontro tenutosi nella scuola
secondaria locale, durante una delle mie prime visite a Tiruvannamalai,
dissi: “Se qualcuno vuole comprendere il significato interiore della
Gita, deve venire nella vostra città e incontrare il Maharshi”.
Nel 1948-9, quando mi trovavo negli Stati Uniti per tenere confe-
renze sul Vedanta, molti amici mi chiedevano se in India ci fosse
qualcuno vivente che rispondesse alla verità del Vedanta. La mia ri-
sposta era invariabilmente: “Ramana”. Al mio ritorno in India, quan-
do mi recai all’ashramam, ebbi l’occasione unica di fare un resoconto
della mia visita in America ai devoti riuniti per l’adorazione della sera,
alla presenza del Maestro. Ripetei ai devoti esattamente ciò che avevo
detto ai miei amici americani; e fu una piacevole sorpresa trovare là
uno o due americani che avevo conosciuto in precedenza.
I critici dell’Advaita in genere dicono che l’advaitin è un austero
intellettuale in cui si sono prosciugate le fonti del sentimento. Quelli
che hanno visto il Maestro sanno quanto sia infondata questa critica.
Sri Ramana era sempre traboccante di bontà divina. Anche rappresen-
tanti delle specie animali ricevettero parte del suo amore sconfinato.
Fu un perfetto artista della vita; ogni cosa che toccava diventava or-
dinata e piacevole. La sua persona era dolce e ferma, come lo è la
montagna sacra Arunachala. Perché dire ‘era’? Anche adesso egli è, e
sempre sarà la luce che non si attenua mai, la dolcezza che non nausea
mai, per coloro che desiderano la saggezza e l’eternità.

24
3 – Saluto a Ramana

Quelli che hanno avuto il privilegio d’incontrare Bhagavan Sri


Ramana anche solo una volta, ricorderanno sempre il suo aspetto
tranquillo, il volto benevolo e gli occhi affascinanti. Quand’era un
ragazzo di diciassette anni udì il richiamo divino, e dalla Città della
Madre dagli occhi-di-pesce (Madurai-Minakshi) si recò nella Monta-
gna del Fuoco Sacro (Arunachala), ove presiede il Padre del Mondo,
per essere trasportato nel reame della beatitudine trascendente, dove
tutte le forme svaniscono e le distinzioni scompaiono. Dal 1896,
l’anno in cui Sri Ramana giunse ad Arunachala (Tiruvannamalai), al
1950, quando abbandonò la sua forma fisica, egli non s’allontanò dai
dintorni della montagna sacra. Rimase lì come un libro aperto dal
quale chi aveva la necessaria disposizione poteva leggere e conoscere
la via che conduce alla vita eterna. Migliaia e migliaia di persone
andarono da lui, alcune in cerca del successo nel mondo e altre in
cerca dell’eterno Sé. Il Maestro compativa lo stato dei primi, ma
sapeva che anche loro alla fine si sarebbero uniti al secondo gruppo.
Egli effondeva il suo splendore su tutti in ugual misura; i suoi occhi
spandevano le sue benedizioni su alti e bassi, senza alcuna differenza.
Moltissimi aspiranti spirituali trovarono conforto nella sua presenza
e l’illuminazione nel suo silenzio. Insegnò anche con le parole; ma
quelle parole erano concepite per condurre l’ascoltatore nella regione
del silenzio, che è il Sé.
Sri Ramana non fondò alcuna nuova scuola di pensiero o di culto.
Egli insegnò l’immortale verità del Vedanta, che non è settaria ma
universale; perfino chiamare quella verità advaita (non-dualità) è una
concessione ai limiti propri del linguaggio. Il Maestro diede nuovo
impulso alla diffusione della via della ricerca del Sé, attraverso la quale
ciascuno può conseguire l’esperienza advaita. Nessuno è troppo pic-
colo per questa pratica, e nessuno troppo grande. Chiunque può farla,
indipendentemente dal proprio culto, credo o casta; anche scettici o
agnostici, atei o anti-teisti possono praticarla e realizzare il bene. E
come la presenza di Sri Ramana era accessibile a tutti, senza impedi-
menti, allo stesso modo il suo insegnamento mirava al bene del mondo
intero.
Al sopraggiungere della sera di venerdì 14 aprile 1950, Bhagavan
Sri Ramana decise di lasciare il suo corpo; ma egli non è andato da
nessuna parte, perché per un jivanmukta non vi è partenza. La sua
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missione può terminare solo con la salvezza universale; e lui na-
turalmente sa quali strumenti scegliere e in che modo realizzare il suo
compito. Quelli di noi che hanno avuto il raro privilegio d’aver co-
nosciuto la sua forma incarnata hanno il sacro dovere di meditare su
di lui e sui suoi insegnamenti, e condividere con gli altri l’eredità
preziosa da lui ricevuta.

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