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KRIYA YOGA

SINTESI DI UN'ESPERIENZA PERSONALE

INDICE
Capitolo 1… AUTODIDATTA
5 Esercizio di vuoto mentale
7 Necessità di una disciplina profonda
10 Introduzione al Pranayama
13 Cronaca ed effetti

Capitolo 2… PRIMI ELEMENTI DI KRIYA YOGA


17 Kriya Pranayama
23 Risveglio di Kundalini
28 Primo contatto con una scuola di Kriya

Capitolo 3… PERCORSO ALL'INTERNO DI UN GRUPPO


37 Tecnica Hong-so
39 Ascolto dei suoni interiori
43 Iniziazione al Kriya
45 Crisi e abbandono del gruppo

Capitolo 4… RICERCA FUORI DALLA SCUOLA


55 Delusioni
59 Primo insegnante
64 Importanti tecniche di preparazione al Kriya
66 Secondo insegnante

Capitolo 5…FINE DELLA SEGRETEZZA E DEL MITO DEL GURU


71 Fine della segretezza
72 Ricercatori e "maestri"
76 Analisi del mito del guru

Capitolo 6… PRIMO KRIYA DI LAHIRI


83 Introduzione
85 Primo Kriya
88 Importanza di un piano di applicazione progressiva
91 Pratica "verticale"
92 Sentieri simili al Kriya

Capitolo 7… APPROFONDIMENTO
97 Quattro livelli di realizzazione
101 Approfondimento delle tecniche fondamentali
110 Omkar Pranayama

Capitolo 8… LAVORO FONDAMENTALE


113 Verticale del Navikriya
117 Verticale Pranayama
123 Kechari Mudra
124 Introduzione ai Kriya superiori

Capitolo 9… SECONDO KRIYA


127 Secondo Kriya: Thokar sul cuore
133 Condizioni per l'assenza di respiro
135 Incomparabile utilità del Japa

Capitolo 10… TERZO KRIYA


143 Terzo Kriya: Omkar come Macromovimento e relativo Thokar
148 Cronaca e riflessioni

Capitolo 11… APPROFONDIMENTO


155 Dalle tecniche del terzo Kriya al terzo livello del Kriya
156 Procedura per avvicinarsi al terzo livello
158 Aggiunta del Thokar sul Muladhar
162 Osservazioni sul terzo livello

Capitolo 12… QUARTO KRIYA


167 Quarto Kriya: Omkar come Micromovimento
167 Tecniche di preparazione
169 Tecnica del quarto Kriya
169 Diverse possibilità di applicazione pratica
176 Routine finale complessiva
179 Esperienze di condivisione del Kriya
181 Redazione del libro

CAP. 1 AUTODIDATTA
ESERCIZIO DI VUOTO MENTALE

La mia ricerca spirituale incominciò quando, affascinato in modo


inspiegabile dalle persone sedute nella posizione del loto, acquistai un libro
di introduzione allo Yoga classico. A creare una grande aspettativa nei
confronti di «certe pratiche orientali» ci aveva pensato anche un mio
compagno di scuola rivelandomi di possedere un testo dove venivano
spiegati particolari di esercizi di respirazione - Pranayama - aggiungendo
che: «questi ti trasformano dentro... ». Cosa significava ciò? Non poteva
trattarsi soltanto del raggiungimento di particolari condizioni di
rilassamento o concentrazione - sicuramente non si riferiva al fatto di
aderire a qualche filosofia - ma qualcosa di più coinvolgente: l'intuizione
mi faceva propendere per la possibilità di risvegliare qualche facoltà
latente e questo mi attraeva moltissimo.
L'amico non si decise a prestarmi il libro e dopo un po' di giorni non ci
pensai più finché non venni attratto, presso l’edicola della stazione dei
treni, da un semplice testo: Yoga in 20 lezioni. Vi trovai la descrizione di
alcune posizioni - Asana - che praticai più o meno correttamente nell'ora di
educazione fisica, dopo avere abbandonato con il permesso dell'insegnante,
il tentativo infruttuoso di cimentarmi negli sport comuni - che trovavo
demenziali -. Il testo, obiettivamente, non era fatto male: accanto a
ciascuna posizione c'erano la spiegazione del senso del nome che la
designava, una breve annotazione sulla migliore attitudine mentale per
praticarla e diverse considerazioni su come ciascuna stimolava particolari
funzioni fisiologiche, come importanti ghiandole endocrine eccetera. Era
chiaro che queste posizioni non erano da intendersi come semplice
"stretching", ma come un mezzo per fornire uno stimolo globale a tutti gli
organi fisici onde aumentarne la vitalità: il senso di benessere che si percepiva al termine della
seduta parlava in favore dell'utilità effettiva della pratica.
Un capitolo intero era dedicato alla "Posizione del cadavere"- Savasana - da praticarsi per ultima.
Per quanto riguarda le istruzioni, credo che l'autore ci avesse messo qualcosa di suo, probabilmente
appreso in altri contesti, poiché l'insegnamento, strutturato con grande cura, costituiva un profondo
esercizio di concentrazione; si spiegava addirittura, esagerando sicuramente un po’, che nello spazio
previsto di una ventina di minuti esso avrebbe fornito un «riposo mentale pari a tre ore di sonno».
Il testo non si perdeva, come in seguito constatai nella maggior parte dei libri che trattavano
analoghi argomenti, in complicati discorsi su diverse forme d’energia presenti nel corpo - Prana -
ma, con un linguaggio tipicamente occidentale, si limitava a presentare un’interessante possibilità:
«arrestare le funzioni della mente mantenendo la piena consapevolezza, senza entrare nello stato di
sonno». Forniva in altri termini la possibilità di porre a riposo la facoltà pensante onde «ricaricare di
fresca energia l'intero sistema psicofisico».
Richiamo brevemente l’esercizio poiché fu per molti versi essenziale: grazie a questo, che
divenne poi un’abitudine quotidiana, verificai una volta per tutte la fondamentale differenza tra
"mente" e "coscienza" e ciò sta alla base della mia comprensione del Kriya Yoga.
Era consigliato distendersi nella posizione supina con le braccia distese lungo i fianchi, con una
benda sugli occhi per non essere disturbati dalla luce. Dopo aver atteso immobili due o tre minuti,
l'esercizio vero e proprio incominciava con l’affermazione: «sono rilassato, sono calmo, non penso
a niente»; dopodiché, per entrare in quello stato che l'autore definiva «vuoto mentale», era
necessario portare avanti senza interruzione una sola azione: dare una forma visiva ai pensieri
allontanandoli uno dopo l'altro, come se «una mano interiore li spostasse con dolcezza dal centro
dello schermo mentale verso la sua periferia»; tutti i pensieri dovevano essere allontanati, nessuno
escluso, persino la stessa constatazione di star praticando una tecnica. Per eseguire correttamente
questa delicata operazione era necessario prima "vedere" ciascun pensiero, anche se questo aveva
un carattere astratto. Almeno in quella che fu la mia interpretazione dell'esercizio non si dovevano
dunque rifiutare i pensieri, censurarli, annullarli, ma soltanto creare una pausa dell’attività mentale
e, visualizzandoli come oggetti, spostarli, metterli "in attesa", impedendo tra l'altro che ciascuno
sviluppasse a sua volta una catena di altri pensieri. In questo modo, dopo pochi minuti, si verificava
la seguente situazione: una parte dell'essere si raccoglieva nella zona fra le sopracciglia - presso
quello che nello Yoga viene detto Kutastha - e godeva di una piacevole sensazione di riposo,
un'altra parte esisteva, senza disturbare, alla periferia della precedente, dove avveniva una minima
attività mentale, come il formarsi di indefinite immagini, però estremamente tranquille.
Dopo pochi minuti la coscienza era tutta raccolta nella zona tra le sopracciglia come all'interno di
un "laghetto" di pace e vi rimaneva per altri minuti: pur non essendoci pensieri la consapevolezza
era sempre desta e gioiva di un’impareggiabile sensazione di riposo. Credo che questo stato non
durasse mai più di 10 o 15 minuti; complessivamente dall'inizio al termine dell'esercizio non
passavano mai più di 25-30 minuti. La tecnica terminava immancabilmente in modo "curioso": lo
stato di profonda calma veniva interrotto dalla convinzione che l’esercizio dovesse ancora essere
intrapreso, al che il corpo rispondeva con un sussulto, il cuore batteva più velocemente e allora
appariva la consapevolezza che l'esercizio era perfettamente riuscito e che era trascorso il tempo
previsto.

NECESSITÀ di una DISCIPLINA PROFONDA

Da studente universitario usavo tale mezzo nel pomeriggio per riposarmi tra una sessione di
studio e la successiva: mi ci affezionai. Quello che andavo sperimentando durante tale pratica non
mi lasciò indifferente: era interessante osservare come il processo mentale si poteva
momentaneamente arrestare, la sua consistenza apparente svaniva mentre la coscienza pura,
indipendente dai contenuti si rivelava. Il cartesiano «penso dunque sono» si trasformò gradatamente
in: «pensando in modo irrequieto corsi il rischio di vivere senza neanche accorgermi di esistere;
questa realizzazione avvenne invece non appena imparai a pensare in modo calmo e ordinato».
Nacquero delle osservazioni sul modo comune di vivere che mi condussero verso la fondamentale
decisione di tentare la pratica del Pranayama, la qual cosa cambiò il corso della mia vita.
Il momento decisivo fu quando provai a estendere la dinamica essenziale
di questa tecnica alla vita pratica, applicando nei momenti oziosi la stessa
disciplina sui pensieri: lo scopo non era tanto riposarmi quanto
sperimentare quel particolare stato oltre la mente che cominciava
intuitivamente ad apparirmi come ciò che di più vero esisteva in me.
Mentre procedevo mi resi conto dell'effetto negativo che la mente
indisciplinata esercita nei confronti delle esperienze della vita. Non ero
condizionato nelle mie constatazioni dall’adesione ad alcun sistema
filosofico: cercavo di intuire il motivo di tanti fallimenti umani, in
particolare quelli che non sembravano affatto ineluttabili.

Credo che il motivo di tale indagine fosse da ricercarsi anche nell’esigenza


di scegliere un comportamento che mi permettesse di portare a termine in
modo corretto il corso alquanto impegnativo di studi.
La constatazione principale era che la mente, quasi sempre iperattiva,
muovendosi disordinatamente esauriva ogni fonte di vitalità e tessendo una
trama di pensieri costituiva un involucro soffocante attorno alla coscienza,
alla stessa vita; questo fatto rendeva difficile, o impossibile, un rapporto
autentico con le più importanti esperienze, una relazione sana con tutto ciò
che di bello e potenzialmente evolutivo esisteva. La mia determinazione
era quella di disciplinare la mente onde porre fine a questa situazione ed
evitare di smarrire il mio essere nell'alternanza di diverse pulsioni e
motivazioni che emergevano alla coscienza come tante diverse personalità.
Estendendo l'esercizio alla vita, praticandolo in vari momenti di tempo
libero o anche all'interno dello studio mi scontrai con una grave difficoltà:
si verificava in me uno stato d'animo assai sgradevole: a volte era angoscia,
stato d’ansia quasi intollerabile. L'azione così semplice di fermare i
pensieri veniva concepita come un atto di rinuncia al modo usuale di
vivere, come entrare non solo in uno stato d'animo "grigiastro" ma in una
specie di "morte" interiore, in un "nulla devastante".
Il mio intento era di muovermi verso un rinnovamento delle forze interiori, un abbandono dei
modi errati di pensare, degli inutili attaccamenti; cercavo di rinascere interiormente e quando mi
sembrava di arrivarci mi accorgevo che quel vuoto era intollerabile! Ora capisco che si trattava
soltanto di attraversare uno strato di emozioni negative, ma allora mi sembrava una realtà
disperante. La vita stessa, il mio esistere, sembrava emergere come un'isola da un oceano di
sofferenza. Mi accorsi di coltivare di proposito sempre nuovi piccoli e inutili pensieri proprio per
fuggire da quel baratro angoscioso che scorgevo sinistramente nel fondo del mio animo, di volermi
nutrire continuamente di altrettante evanescenti piccole emozioni che i pensieri originavano: mi
aggrappavo ad esse come se fossero l'unico calore capace di riscaldare la mia esistenza, proteggerla
da qualsiasi sgradevole rivelazione. Ma quel continuo fuggire nei pensieri corrodeva la possibilità di
provare sentimenti autentici. Non potevo accettare di vivere, ora che ne ero divenuto consapevole,
continuando ad allontanarmi sempre da me stesso, perché così, lo intuivo, non sarei riuscito più a
fermarmi, la fuga mi avrebbe condotto - lo avevo visto in alcune persone - ad un esaurimento totale
delle mie energie per cui alla fine sarei stato catturato completamente dallo stesso "grigiore" a cui
volevo fuggire.
Questo fu uno dei momenti più difficili e mi venne in soccorso, cioè mi
infuse coraggio e determinazione a proseguire, qualcosa che trovai nella
mia cultura, non orientale ma tipicamente occidentale. I concetti di
reincarnazione, karma, maya eccetera mi hanno ispirato tante volte ma non
sono stati capaci di aiutarmi nei grandi momenti di svolta della mia vita:
non era possibile infatti risolvere i miei problemi attraverso una adesione
ipso facto al pensiero orientale solo per aver letto qualche libro.
In quel periodo venni attratto quasi istintivamente dalla Seconda Sinfonia
Resurrezione di Mahler. Nella tranquillità della mia stanza ascoltai una
registrazione di essa e cercai, leggendo tutto quello che trovavo a riguardo,
di penetrarne il senso. Riascoltandola diverse volte, mi risuonava nella
memoria e si manteneva costante nel sottofondo della coscienza
accompagnando le mie azioni; poi si ingrandiva, si amplificava nei
momenti di calma espandendo i miei stati d'animo fino a trasformarli
nell'immensa nostalgia di una esperienza di beatitudine che già, nonostante
lo smarrimento della ragione, si lasciava presagire.
Le parole «Sterben werd ich, um zu leben!» - Morirò per vivere! -, scritte
dallo stesso Mahler, che il coro cantava nell'ultimo movimento sinfonico
erano un eco preciso al mio progetto: quella musica e quelle parole
divennero come un filo attorno al quale si cristallizzò il mio pensiero
mentre il fascino di tutta l'opera faceva rinascere in modo prepotente una
visione di infantile bellezza. Mahler accarezzò con la sua sensibilità - a
mio avviso senza crederci fino in fondo - una soluzione "religiosa"; nelle
parole finali «Was du geschlagen, zu Gott wird es dich tragen!» - quello
che tu hai vinto, che ti sei guadagnato, ti porterà a Dio! - mi sembrò che
egli volesse dire alla propria anima: «il fatto stesso di aver continuato
incessantemente a lottare, proprio questo ti premierà con l'immersione finale nella Luce». Io che
in quel frangente della vita mi confrontavo con un buio senza ragione che sembrava essere alla base
stessa del vivere e non potevo accettare i conforti della religione, ripetevo dentro di me «morirò per
vivere » e per la mia sensibilità questo raggiungimento non poteva avvenire che rimanendo fermo
nella determinazione di disciplinare la mente. Rifiutavo dunque il "conforto" dei pensieri, i
"lumicini" della mente accesi durante la notte dell’incertezza, volevo morire a ciò che non era vero,
dimorare nel vuoto, attraversare con gli occhi bene aperti una vasta regione di dolore e incontrare la
verità per quello che era.
A questo punto apparve un'intuizione di cui ancora oggi non riesco a
sviscerare le ragioni: la frase di quell'amico che mi aveva accennato al
Pranayama divenne la realizzazione luminosa che tale disciplina mi
avrebbe aiutato a "morire a me stesso". Intuivo che questa pratica avrebbe
potuto guidarmi direttamente verso quello che cercavo: mi erano bastati
pochi cenni contenuti nel libro che possedevo per capire che quella era la
disciplina che faceva al caso mio. Si diceva che «se questo Pranayama
viene praticato in modo esagerato, esso riesce a scardinare le basi del
normale vivere»: questo ammonimento invece di spegnere il mio entusiasmo lo esasperò poiché
stavo appunto cercando che le cose dentro di me cominciassero a cambiare, mi serviva un
"esplosivo" per far saltare per aria delle resistenze interiori. Un autentico "terremoto" interiore era
da preferirsi alla desolazione presente. Ora passo a delineare con precisione le tecniche che allora
scelsi facendole precedere da un breve cenno di teoria: il lettore mi perdoni se in tal modo cambio
repentinamente il tono del mio discorrere.

INTRODUZIONE AL PRANAYAMA

Non è difficile comprendere che gli esercizi di respirazione non sono volti ad allenare i polmoni
- ovvero a rafforzare il diaframma o a creare delle peculiari condizioni di ossigenazione nel sangue -
ma ad agire sull'energia - Prana - presente nel nostro sistema psicofisico. Si potrebbero prendere in
considerazione diversi modi per agire su di essa, per esempio la visualizzazione, ma una
caratteristica dello Yoga è quella di servirsi principalmente del respiro, tanto che Pranayama -
controllo del Prana, dell’energia - è diventato sinonimo di "esercizio di respirazione".
Durante tali esercizi si visualizza lo scorrere dell’energia in canali sottili detti Nadi: le principali
sono Ida, che scorre verticalmente a sinistra lungo la colonna spinale, il cui flusso si dice possieda
un carattere femminile/lunare e Pingala a destra, parallelamente alla precedente, dal carattere
maschile/solare.
I Bandha e i Mudra - particolari "contrazioni" - servono a portare l'energia
all'interno della spina dorsale spingendola verso l'alto fino a provocare, in
uno stato di calma profonda, il risveglio di Kundalini che corrisponde alla
vetta dell'esperienza mistica. [Non ho mai verificato una sostanziale

differenza tra Bandha e Mudra: il primo dà l'idea di "legare, fissare,


trattenere", mentre il secondo suggerisce il concetto di "suggellare,
chiudere, porre sotto chiave".]
Non è difficile pensare che le Nadi, proprio come i tubi che conducono
l'acqua nelle nostre case, possano essere "arrugginite", "sporche",
"intasate" e che questo fatto sia a sua volta legato alla diminuzione della
vitalità nel nostro corpo. Ma si può dire di più - anche se ciò è difficile da
giustificare razionalmente -: lo stato di "sporcizia" delle Nadi può essere
responsabile di tratti di confusione e conflitti all'interno del nostro
carattere, pertanto fare pulizia in questi canali attraverso il Prana comporta
una trasformazione all'interno della personalità. Ci sono momenti della
giornata in cui ci troviamo ad essere più esteriorizzati, altri in cui siamo più
interiorizzati: nella persona sana questa alternanza è caratterizzata da un
equilibrio tra una salutare vita di relazione e un contatto sereno con le
proprie profondità. Purtroppo molte persone non vivono in tale armonia;
c'è chi è troppo introverso e comincia a perdere a poco a poco il contatto
con la realtà esteriore sino al punto in cui questa eserciterà - per reazione -
un influsso esagerato: si "vendicherà" distruggendo la pace interiore; per
chi è troppo estroverso la propria interiorità non tarderà a farsi sentire
provocando tutti quei sintomi che nel linguaggio comune vengono
considerati come l'inizio di uno stato depressivo. Con la pratica del
Pranayama, precisamente quello a narici alternate, si può immaginare che
queste due opposte tendenze, vengano, almeno momentaneamente,
bilanciate, quindi il sistema psichico emotivo incontri una certa stabilità, la
persona sia indotta poi da questo percettibile successo a proseguire con la
pratica, andare ancora più in profondità cercando "qualcosa di più".
Cosa può essere questo "di più"? Si spiega che quando le Nadi citate sono
equilibrate allora entra in azione una terza che scorre in mezzo alle altre
due: Sushumna, collegata idealmente con il midollo spinale. Questa
permette di sperimentare gioia, felicità, senso di grande elevazione e ciò
corrisponde all'inizio dell’avventura "mistica" o spirituale e questo avviene
anche se colui che pratica non ha la più pallida idea di cosa può significare
tale esperienza. Più o meno così dicevano i libri: nulla di quanto asserito
era suscettibile di una dimostrazione scientifica; il buon senso suggeriva
inoltre che, riconosciuta la validità del Pranayama, esso non poteva essere
una tecnica che automaticamente risolveva i problemi psicologici ed
esistenziali, ma che in contemporanea a tale disciplina era necessario usare la propria volontà per
"vivere meglio", per fare delle azioni precise onde liberarsi per quanto possibile dai propri "ceppi"
interiori; solo in tal modo la pratica avrebbe potuto preludere ad una stabile trasformazione della
personalità. Nel mio caso mi proposi di mettere alla prova tutte queste ipotesi, fare un'esperienza
molto seria e verificare se effettivamente in questo Pranayama c'era un potere così forte!

Prima Routine
I… Nadi Sodhana.
Si inspira lentamente l'aria attraverso la narice sinistra chiudendo
contemporaneamente la destra, poi si espira lentamente attraverso la destra;
fatto questo si inverte il ruolo delle narici: si inspira lentamente attraverso
la narice destra e si espira lentamente attraverso quella sinistra. Per aprire e
chiudere le narici ci si aiuta con le dita, come è più comodo. È possibile
fare un breve trattenimento dopo ciascuna inspirazione equivalente a un
conteggio mentale di tre. Tutto ciò viene considerato un ciclo:
normalmente se ne eseguono da 6 a 12, alla mattina e alla sera, mai a
stomaco pieno.
II… Ujjayi
Si ispira profondamente attraverso entrambe le narici in modo che dalla
gola il respiro passi nel petto producendo, durante il passaggio, un rumore:
questo suono si produce anche durante l’espirazione ma talvolta non così
forte come durante l’inspirazione. Nel giro di pochi giorni l'atto
respiratorio si prolunga senza, per questo, far avvertire un senso di
forzatura o di soffocamento. Normalmente si praticano 12 o 24 di questi
respiri.
III… Bandha
Jalandhara Bandha…Il collo e la gola vengono contratti leggermente,
mentre il mento poggia sul petto nell'incavo tra la clavicola e lo sterno.
Uddiyana Bandha…I muscoli addominali vengono leggermente contratti
per intensificare la percezione dell’energia all'interno della colonna
spinale.
Mula Bandha…Si contraggono i muscoli del perineo - regione compresa
tra l'ano e gli organi genitali - sollevandoli verticalmente e, in
contemporanea, premendo all'indietro e verso l'alto la parte inferiore
dell’addome.

Questi tre Bandha vengono applicati contemporaneamente e mantenuti per


circa quattro secondi fino a far vibrare completamente il corpo intero. Si
ripetono da 3 a 6 volte.
IV… Concentrazione sul Kutastha
L'attenzione viene indirizzata sul punto in mezzo alle sopracciglia, quello
che in India si chiama "terzo occhio" oppure "occhio spirituale".

CRONACA ED EFFETTI

La routine iniziava con qualche esercizio di stretching o, se avevo più


tempo a disposizione, con qualche semplice posizione tipica dello yoga
classico. Praticavo la seduta di Pranayama nella posizione del mezzo loto,
seduto sul bordo di un cuscino, con la schiena diritta.
Per quanto riguarda il primo esercizio di respirazione a narici alternate, una
tradizione vuole che si cambi il rapporto dei tempi tra inspirazione ed
espirazione in modo tale che l’espirazione duri il doppio della inspirazione,
inoltre prevede che si introduca un trattenimento molto più esteso,
addirittura il doppio dell’espirazione: non ho seguito mai tale
suggerimento, trovandolo innaturale.
All'inizio tutta la concentrazione era destinata ad applicare correttamente le
istruzioni; in seguito, essendo più rilassato riuscii a percepire il suono del
passaggio del respiro attraverso trachea e faringe, le sensazioni alternate di
fresco e di tepore che l'aria produceva sulla mano impiegata per aprire e
chiudere le narici, la pressione, la qualità del respiro... tutto questo
contribuiva in maniera molto efficace a mantenere l'attenzione sempre
vigile, coinvolta senza stress nell'esercizio: la pratica diventava perciò
molto piacevole.
Per quanto riguarda il secondo esercizio, quello in cui di proposito si
produce un rumore nella gola, talvolta mi servivo di un conteggio mentale
onde controllare che inspirazione ed espirazione avessero la medesima
durata. Anche in questo caso era importante concentrarsi non solo sul
processo in sé e per sé, e quindi in modo specifico sul suono prodotto dal
respiro, ma anche sul benessere e la tranquillità indotte: in tal modo la
concentrazione si approfondiva.
Per quanto riguarda i Bandha, mi creavano la sensazione di una corrente
energetica che risaliva lungo la spina dorsale, un brivido interiore quasi
estatico. Si spiega che attraverso queste contrazioni, la corrente Apana, il

cui corso è normalmente rivolto verso il basso, viene spinta verso l'alto
così da raccordarsi alla corrente Prana ubicata nella regione toracica.
Trovai utile esercitare con il tallone, o con un panno ripiegato su cui mi
sedevo in maniera adeguata, una pressione sul perineo.
[Per Uddiyana Bandha non ho inteso la pratica classica che avviene stando
in piedi, quella in cui ci si posiziona con le gambe divaricate e le mani
sulle gambe semiflesse: questa posizione permette di svuotare i polmoni,
dilatare la gabbia toracica sollevando il diaframma finché al di sotto di esso
si produce una cavità: allora il diaframma può essere contratto e rilassato
varie volte prima di riprendere la respirazione.]
Venendo a parlare degli effetti posso dire, senza retorica, che questa
routine produsse la più grande trasformazione della mia vita tanto che
l'introduzione seguente delle varie tecniche Kriya può essere considerata
nient'altro che una evoluzione, un approfondimento di questa.
Per l'intensità con cui fu praticata ci penso ogni tanto con nostalgia, specie
quando, per qualche motivo, forse per troppa abitudine o per una ricerca di
perfezionamento che sfocia nella artificiosità, voglio ritrovare la
spontaneità iniziale.
Incominciai a praticare il Pranayama in modo "assoluto" con una
concentrazione totale quasi fosse la mia unica ragione di vita: esso, deposto
come un seme nella desolazione della mia anima, crebbe in gioia e libertà
interiore senza limiti. Nel manuale era riportata una citazione della
Bhagavad gita: «Lo yoga è una liberazione dal contatto con il dolore e con
la sventura, … [colui che pratica] conosce l’eterna gioia, quella che è al di
là del confine dei sensi e che la ragione non può affermare…» - era
esattamente quello che stavo provando!
Devo tutto al Pranayama, che è divenuto la mia vita: mi ha fatto
comprendere che il nostro ego non vuole lasciar trapelare la possibilità di
un'immensa esperienza spirituale che sta proprio dietro il dolore, le
limitazioni umane, la fragilità del nostro esistere. Il Pranayama ha
indubbiamente il potere di farla scaturire: lo schermo che ci separa da
questa, tenuto fermo, rinforzato, anzi fatto diventare eterno dal vizio degli
inutili pensieri e delle continue irrequiete emozioni, può essere dissolto.
Spesso praticavo in campagna avendo incominciato nelle prime giornate di
sole dopo l’inverno quando i cieli erano cristallini, azzurri più che mai.
Dopo essermi seduto contemplavo ciò che stava attorno: se in un fosso pieno di vecchi arbusti
ricoperti di edera il sole illuminava alcuni fiori dello stesso tipo che un mese prima erano fioriti
nelle fredde giornate invernali e ora invece si attardavano incuranti dei giorni più miti, questa
era la "poesia", questo era il mio infinito.
Se lo sguardo si muoveva libero e tra le foglie degli alberi intravedevo un
gruppo di case lontane attorno ad una chiesetta, quel paesaggio
rappresentava ciò che di più bello ci potesse essere, chiudevo gli occhi e
quell’immagine si univa a una specie di radiosità interna: ero immerso
nell’estasi, nella mia vita non c'era altro che gioia! Con questa "luce"
attraversai il muro della mia vita mentale, psicologica, e fu l'inizio della
mia avventura.
Un giorno avevo con me una semplice traduzione di alcune Upanishad: era
un pomeriggio sereno quando, poco prima del tramonto, soffermandomi in
mezzo ad alcuni alberi sollevai lo sguardo dal libro e ripetei, sentendone la
incommensurabile implicazione una affermazione contenuta in esse: «Io
sono Lui»! Sì, io ero quella luce che filtrava attraverso le foglie appena
nate, di un verde chiaro, questa realizzazione non veniva trovata
intellettualmente in un angolino dei miei pensieri, non era ripetuta quasi
per convincermi, essa esplodeva immensa.
Non tentavo neppure, ritornato a casa, di fissare i vari "momenti di grazia"
esperiti in uno scritto - non ne sarei stato capace - il mio unico desiderio
era quello di immergermi sempre più in questa nuova esperienza interiore:
da questo punto di vista ero un mistico.
Feci l’errore di voler comunicare ad altri la mia scoperta: tanto dissi che
suscitai una violenta reazione. Tranne una persona, un cosiddetto "figlio
dei fiori" che sembrava comprendermi - soltanto trovava fuori luogo il mio
accanimento sul concetto di disciplina, quindi di pratica regolare - tutti gli
altri si scagliarono contro di me in un modo molto aspro.
Pensavano che io fossi vittima di un’illusione mentre a me pareva che
volessero a tutti costi rimanere murati vivi all'interno di una prigione
costituita dai loro vizi mentali ed emotivi. Ma l'origine del conflitto era la
mia insistenza: in quel momento mi sembrava così facile poterli risvegliare, scioglierli dalla loro
ipnosi. Riuscirono a mettermi in crisi su un punto: mi convinsero che non sapevo amare, che agivo
e parlavo solo dal punto di vista intellettuale. Non lo dico tanto per dire: in certe situazioni ciò
costituì un motivo di sofferenza perché riflettei sulle motivazioni che stavano alla base di alcune
amicizie che ritenevo vere e importanti. Mi insinuarono il dubbio che queste fossero per me
nient'altro che una palestra dove il mio ego si esercitava a fornire nuove idee a chi non ne aveva.
Quando cominciai a riflettere sull'influenza che ciascuno
esercita sull'altro, trovandola in effetti enorme, dovetti ritirarmi sconfitto:
l'unica certezza era non poter agire in un altro modo che quello.
Ad altri dunque, non a me, apparteneva la capacità del voler bene: avrei
voluto crederci eppure più di tanto non ne ero convinto. Il loro agire, il loro
modo di esprimersi, mi pareva contraddistinto da una specie di isterismo,
di finzione mentale che non aveva alcun spessore. Sembrava che volessero
creare un'immagine totalmente falsa di sé; spesso, in seguito a discussioni
snervanti, fragili espressioni di autotortura, davano l'impressione di
"implodere" in se stessi, allora scomparivano per un po' dalla circolazione,
isolandosi da quelle stesse persone che improvvisamente, anche dopo aver
tanto "amato", non riuscivano più a tollerare. Almeno in apparenza la
pensavamo in modo diverso: quello che per me era trasparenza della
mente, condizioni per una sana vita di relazione, per loro era vuoto senza
senso, senza vita, era la "morte": non ci trovavano che un gelo doloroso
che stringeva l'anima; quella che per loro era vita, vita sociale, amicizia,
amore, per me invece era una recita vuota dove ognuno non faceva che
rigirarsi in tondo nell’adorazione dell'unico grande idolo: il loro stesso ego.
Si sentivano vivere, esistere nel momento in cui sprecavano tutte le loro
energie e quando giungeva il momento in cui dovevano dare il meglio di
sé, si trovavano, impotenti, a dare il peggio, come se fino ad allora non
avessero fatto altro che scavare con i loro isterismi la fossa del fallimento:
certamente non avrebbero mai ammesso che la causa di questo non fosse
da ricercarsi nei costumi, nelle leggi della società ma dentro loro stessi!
Forse talvolta mi capivano, soltanto non riuscivano più a fermare, nemmeno per un po',
l’irrequieta danza della loro mente; dal canto mio proseguii per la mia strada: i risultati così
incoraggianti fecero sorgere una volontà indomita di perfezionare l'"arte del respiro", e questo senza
alcun limite. Pensando alle parole di quell’amico che per la prima volta mi aveva acceso l'interesse
per il Pranayama, posso dire che esso ha significato molto di più di un vago "cambiamento
interiore", molto di più di una incomparabile "rivelazione" - ha preso la mia speranza e l’ha portata
in avanti.

CAP. 2
PRIMI ELEMENTI DI KRIYA YOGA

KRIYA PRANAYAMA

La routine illustrata nel capitolo precedente venne approfondita dall'incontro con la tecnica
chiamata Kriya Pranayama: un evento essenziale per le conseguenze che ne derivarono. Durante
l'università frequentavo una rivendita di libri usati, soffermandomi soprattutto presso la sezione
dell'esoterismo, abbastanza ricca probabilmente perché un tempo la libreria era stata punto di
riferimento della Società Teosofica.
Da piccolo leggevo tutto quello che nel campo esoterico mi capitava sottomano, specialmente se si
trattava di opere censurate o comunque fortemente sconsigliate dalla Chiesa per la mia età: ero fiero
di potere esercitare una totale libertà di scelta e non badavo ad alcun consiglio. Persi molto tempo in
letture di scarso valore: non era possibile distinguere in quel grande insieme ciò che aveva un senso
da tanti altri argomenti allettanti che erano, lo seppi dopo, una completa invenzione da parte di
coloro che amavano sbalordire il pubblico con le proprie fantasie; ne
riportai in fine null'altro che la sensazione di essermi mosso all'interno di
un caos indistinto, mentre i segreti più preziosi stavano nascosti in qualche
altro libro che sicuramente avrei scoperto in futuro.
Ora, dal momento che la mia ricerca era indirizzata allo Yoga e, in
particolare, alla pratica del Pranayama, esaminavo con attenzione tutto ciò
che trattava specificamente questo argomento, sia che rivelasse una matrice
culturale di origine indiana, sia che rispecchiasse il pensiero esoterico
occidentale. Trascuravo i testi che si occupavano unicamente dell'aspetto
filosofico, mentre, estasiato ed incurante del tempo, restavo a lungo a
sfogliare quelli che illustravano con chiarezza esercizi pratici.
Normalmente grande spazio veniva dato a teorie che rifuggono dai concetti
semplici legati alla vita concreta per tentare di descrivere ciò che non si
vede, che non si può provare: i mondi astrali, i vari gusci sottili di energia
che avvolgono il nostro corpo … mentre istruzioni pratiche precise
venivano aggiunte a mo’ d’appendice. Talvolta venivano presentate come
tecniche dai nomi più allettanti quelle che altro non erano se non
esposizioni di "buoni-propositi" mascherati da esercizi di visualizzazione:
perciò era sempre importante far precedere l'acquisto da una, seppur
veloce, lettura. In conclusione prima di acquistare un libro cercavo,

sfogliandolo, di essere sicuro che possedesse qualcosa di essenziale


riguardante gli esercizi di respirazione, tale da approfondire quanto già
conoscevo, prediligendo tutto ciò che riguardava la possibilità di guidare
l'energia lungo certi canali interiori o di intensificarne la percezione,
possibilmente creando una azione decisa sulla forza di Kundalini,
destandola.
Continuai a frequentare la libreria; un giorno la mia attenzione si soffermò
su un testo in lingua tedesca che conteneva la descrizione di un esercizio di
respirazione: il suo nome era Kundalini Atmung, cioè "respirazione
Kundalini". In pratica si insegnava ad approfondire l'esercizio Ujjayi
visualizzando, durante l'inspirazione profonda, l'aria come se non si
muovesse lungo il percorso che le è proprio ma su e giù all'interno della
colonna spinale; si prescriveva quindi di visualizzare questa come fosse un
tubo cavo e, con l'inspirazione, immaginare di attrarre l'aria attraverso esso
dalla base verso l'alto fino al centro della testa, immaginando che da lì
venisse in avanti fino al punto fra le sopracciglia; con l’espirazione si
sarebbe avuta l'esperienza dell'aria che rifaceva il percorso al contrario
scendendo verso la base.
In un altro testo per "Respiro Magico" si intendeva una tecnica assai simile
con la differenza che l'aria, che qui veniva definita una corrente vera e
propria di energia, veniva percepita non all'interno della spina dorsale, ma
"attorno" ad essa lungo un percorso ellittico. Con l'ispirazione l'energia
saliva dietro la colonna spinale fino al centro della testa, espirando
scendeva lungo la parte frontale del corpo, proprio come avviene nella
tecnica del "Piccolo Circolo" descritta nei testi di Alchimia Interiore legati
alla tradizione mistica dell’antica Cina.
In un testo indiano per "Respirazione Sushumna" si intendeva lo stesso
esercizio col particolare che si dovevano tenere le labbra corrugate, come
volendo assorbire l'acqua attraverso una cannuccia: in questo modo l'aria,
entrando, contribuiva a creare una sensazione di fresco nella bocca che
intensificava l'esperienza energetica percepita nella spina dorsale; si
aggiungeva che, come in un fiore l'acqua viene aspirata dalle radici
attraverso il gambo verso l'alto, similmente l'aria doveva essere inspirata
attraverso il canale sottile Sushumna, ovvero la controparte "astrale" del
midollo spinale.
Si chiariva che all'inizio la corrente tende a muoversi attraverso i canali
laterali di Ida e Pingala ma, da un certo momento in poi, comincia a

scorrere attraverso il canale centrale e questo fatto caratterizza lo stato di


meditazione profonda che, in tal modo, viene raggiunto.
Ciascun testo presentava dunque una leggera variante rispetto a quello che
sembrava un processo essenziale ben preciso; ovunque era sottolineata la
sua straordinaria importanza sia per quel che riguarda l'evoluzione interiore
sia per raggiungere lo stato "estatico".
L'insieme di tutti questi consigli confluirono più o meno nella routine
rendendo più profondo l'esercizio Ujjayi.
Realizzai, anche per la maggiore attenzione che vi dedicavo, stati interiori
di grande serenità che si riflettevano poi nella vita con una percezione
sempre più acuta della bellezza di tutto ciò che mi circondava:
guardandomi attorno cercavo, tra le foglie e in alcuni fiori, i colori più
caldi, percepivo una sintonia tra il mio stato d'animo e la radiosità di essi.
Ebbi più volte la possibilità di notare un cambiamento nel funzionamento
globale della mia mente - memoria, concentrazione...- e questo mi dette
molte soddisfazioni negli studi: pochi minuti prima di sostenere un esame
riprendendo brevemente la pratica del Pranayama ottenevo una subitanea
calma, la quale permaneva all'interno della prova; qualunque fosse la
domanda e l'atteggiamento dell'insegnante non provavo alcuna agitazione,
affrontavo con coraggio la discussione degli argomenti in oggetto
verificando spesso di riuscire a intuire ed esprimere chiaramente non solo
quello che in precedenza avevo studiato, ma anche qualche cosa di più, che
sembrava divenire chiaro solo in quei frangenti.
Le emozioni disturbatrici sembravano domate, anche se non del tutto.
Riflettendo su alcune pagine di storia della cultura occidentale quando,
riferendosi a particolari periodi letterari o in generale artistici, veniva
delineata l'anima "romantica", mi ci ritrovavo in pieno - perché tra le altre
cose sentivo che anch'io volevo coltivare ed espandere i miei sentimenti e
possedevo da sempre una disposizione innata al colloquio intimo con la
natura -: quello che mi stava capitando poteva definirsi lo scoprire la
dimensione "classica".
Ora i sentimenti profondi, sicuramente non repressi, venivano ripuliti da
tutto ciò che era troppo legato al momento contingente e in questo modo
sollevati nelle sfere più luminose delle esperienze universali.
Per tutti questi motivi la mia determinazione di approfondire la pratica del
Pranayama non poteva che crescere.

Ritornai più volte in quella libreria: il proprietario mi era simpatico e mi


sentivo quasi obbligato, visto anche il prezzo contenuto dei libri, usati ma
in ottime condizioni, ad acquistarne ad ogni mia visita almeno uno, così…
tanto per non fare brutta figura.
Un giorno, dopo una sofferta selezione, mi presentai a lui tenendone in
mano uno: forse mi si leggeva negli occhi che non ne ero molto convinto,
il proprietario, mentre decideva il prezzo, parve ricordarsi di qualcosa che
avrebbe potuto accendere il mio interesse. Mi condusse in un angolo del
suo negozio e mi invitò a rovistare entro un pacco disordinato di dispense
raccolte in una scatola di cartone: tra una consistente quantità di materiale
miscellaneo - annate complete della rivista teosofica, dispense sparpagliate
di un antiquato corso di ipnosi - mi imbattei in vecchi appunti, scritti in
inglese, che illustravano una tecnica di respirazione più o meno simile a
quelle citate, chiamandola Kriya e circondandola di una veste teorica
estremamente suggestiva.
L'autore di quegli scritti era Swami Y. [vedi nota a fine capitolo] di cui già
possedevo un testo di introduzione allo Yoga che però, non contenendo
istruzioni pratiche, avevo messo da parte. Non saprei dire se gli appunti
che avevo tra le mani fossero originali, quelli cioè stampati molti anni
prima negli Stati Uniti, oppure delle fotocopie mal riuscite, poiché la
qualità era talmente scadente da renderne difficoltosa la lettura. Misi da
parte il materiale proveniente da altre fonti, e mi avviai alla cassa con tutto
il consistente plico di quegli appunti: l’espressione soddisfatta con la quale
mi presentai al proprietario della libreria, quasi avessi recuperato un tesoro
di inestimabile valore, ebbe come sicura conseguenza un aumento del
prezzo richiestomi; in ogni caso, e con una spesa non proibitiva, guadagnai
un autentico tesoro.
Camminando verso casa non riuscivo a trattenermi dallo sfogliare quelle
pagine, incuriosito da alcuni disegni che, abbozzati in maniera maldestra,
illustravano le tecniche riportate: vi compariva esplicitamente l’avvertenza
di servirsene per un impiego strettamente personale, cosa che mi riempì
ancora più di curiosità ed entusiasmo.
Non mi capacitavo del perché qualcuno avesse voluto disfarsi di questi
scritti; in seguito, riflettendoci, giunsi alla conclusione che il proprietario,
ricercatore nel campo esoterico, non se ne sarebbe mai privato:
probabilmente, alla sua scomparsa, gli eredi avevano pensato bene di
portare nella rivendita l'intera collezione di libri e di fascicoli del caro estinto. Chissà da quanto
tempo quegli appunti erano rimasti lì, all'interno di una brutta scatola, appoggiati proprio su quello
scaffale! Allora non possedevo una conoscenza approfondita della lingua inglese, ma mi sarei valso
dell'aiuto di un vocabolario: non c'era dubbio che sarei riuscito a decifrarli completamente.
[Mi fanno sorridere quelle persone di animo tiepido che si dicono interessate al Kriya, ma non se la
sentono di studiare alcuni testi importanti a tutt'oggi in inglese, usando come pretesto il timore di
interpretare scorrettamente questo idioma! Sono convinto che il loro interesse sia superficiale e più
che altro emotivo: allora, tale era il mio entusiasmo, che sarei stato capace di mettermi a studiare
anche il sanscrito o il cinese, o qualsiasi altra lingua in cui, per mia sfortuna, tali appunti fossero
stati redatti!]
Essi contenevano, oltre a semplici e brevi concetti di teoria, l'esposizione del pranayama in una
variante non molto diversa da quella descritta prima, ma presentata con una fascinazione senza
uguali: traspariva un rispetto che, nonostante la considerazione che io già gli attribuivo, non credevo
concepibile; tale tecnica era posta su un trono ideale, tutto il sentiero spirituale, la vita mistica, vi
ruotava attorno come se questo fosse lo strumento più importante.
La concentrazione avveniva sulla colonna spinale: durante l’inspirazione, il respiro veniva
visualizzato come se salisse all'interno di questa, poi curvava in avanti sino a raggiungere il punto
fra le sopracciglia e vi faceva una piccola pausa; la novità era rappresentata dal fatto che, durante
l'espirazione si cercava di visualizzare una corrente tiepida di energia che prima risaliva di alcuni
centimetri lungo un canale interiore tra l'osso frontale e il cervello, poi rifluiva al di sopra del
cervello, curvava verso il basso passando dietro il cervelletto e infine scendeva dietro la spina
dorsale per ritornare al punto preciso da cui era partita. Ad essere precisi, gli appunti non dicevano
di passare sopra il cervello ma «attraverso» esso, però il disegno illustrativo mostrava chiaramente
che la corrente scorreva nel ristretto spazio compreso tra le ossa del cranio e il cervello.
[In una versione successiva di quegli stessi appunti Swami Y. modificò la tecnica insegnando a
visualizzare l'energia solo all'interno della colonna spinale: ma di questo parlerò nel prossimo
capitolo.]

Decisi di studiare tutti gli scritti che provenivano da quella fonte: rimasi
stupefatto da come tale Maestro di Kriya, dotato di incomparabile forza di
volontà e spirito pratico, avesse dedicato l’esistenza per portare in
occidente la spiritualità dell'India. A differenza dei manuali di Yoga
pratico che mi avevano deluso per la loro retorica priva di intima
convinzione, tanto che sembravano copiati l'uno dall'altro, mi impressionò
la forza con cui l'autore sottolineava il valore evolutivo del Pranayama
intendendo evoluzione fisica, mentale e spirituale.
Mi accesi di curiosità quando lessi dell'esistenza di quattro livelli di
Pranayama cioè della possibilità di perfezionare la pratica che avevo
appena appreso e che già di per sé aveva cominciato a regalarmi delle
bellissime esperienze.
Il problema era: recarmi in India e cimentarmi nella difficile ricerca di un
Maestro che conoscesse il Kriya, oppure cercare una prosecuzione di
quegli appunti in cui tutto, anche i «livelli superiori», fossero spiegati?
A quell'epoca dovendo completare gli studi universitari esclusi il viaggio e
continuai lo studio degli scritti emozionandomi non appena il discorrere,
da un tono puramente devozionale, ne assumeva uno più tecnico che mi
permetteva di intravedere qualche possibile aspetto dell'arte sottile del
Kriya. Si spiegava che se noi paragoniamo la spina dorsale ad una sostanza ferromagnetica
costituita, come insegna la fisica, da magneti elementari che si volgono verso la stessa direzione
non appena un campo magnetico viene sovrapposto ad essi, allora l'azione del Pranayama è analoga
al processo di magnetizzazione e quindi crea un orientamento uniforme di tutte le parti "sottili"
presenti nella nostra spina dorsale: era in questo modo che, secondo l'autore, «sarebbero stati
dissolti e quindi bruciati i cosiddetti "semi del cattivo karma"».
Reincarnazione e karma sono le basi del pensiero dell'India, dello stesso Lahiri, tanto vale parlarne
liberamente anche se, importante sottolinearlo, il Kriya è un insieme di pratiche che si possono
sperimentare senza dover accettare alcun credo. Se si ritiene possibile che una persona erediti dalle
vite precedenti un bagaglio di tendenze latenti, paragonabili a semi destinati a germogliare prima o
poi nella vita attuale, il Pranayama può essere considerato un processo che ne esaurisce l'effetto
prima che questo si manifesti alla coscienza. Mi sembrò che alla reincarnazione, parlando di Kriya,
si facesse ricorso non solo per sostenere questa teoria ma per spiegare anche come l'azione di tale
pratica non fosse mai vana: anche se, prima di raggiungere lo stato di liberazione finale, dovesse
intervenire la morte fisica, ciò che era stato fatto verrebbe ritrovato nella vita successiva e quindi il
sentiero spirituale sarebbe stato ripreso e portato avanti dal punto dove era stato interrotto. Nei vari
scritti di Swami Y. si suggeriva che quanti sono attratti intuitivamente da tecniche come il Kriya,
hanno già praticato qualcosa di simile nelle "incarnazioni precedenti".
Si faceva notare anche che ciascuna incarnazione comporta delle azioni
che possono dare origine ad ulteriori semi di karma, quindi creare delle
complicazioni sempre più forti fino a far perdere completamente il sentiero
spirituale: ne derivava l'esigenza di accelerare il più possibile la
"combustione" di tutti i semi nella vita presente con una pratica intensa del
Kriya senza rilassarsi troppo ad attendere le incarnazione future.
Questa era più o meno la teoria che in quei giorni andavo assorbendo,
quando qualcosa di radicalmente nuovo si presentò alla mia esperienza.

RISVEGLIO DI KUNDALINI

L’evento fu indubbiamente un fatto "intimo", ma condividere il Kriya


attraverso un libro richiede di parlare con precisione di ciò che non può
essere considerato un vago fenomeno spirituale ma una conseguenza
precisa delle pratiche. Credo che la routine così com'era concepita, con la
pratica intensa dei Bandha e, alla fine, una concentrazione quasi feroce nel
Kutastha abbia prodotto tale esperienza: sono convinto che molti lettori
potranno ritrovare nella descrizione che segue qualcosa che conoscono
bene avendola loro stessi sperimentata.
Una notte, immerso nella lettura, percepii un brivido, simile a una corrente
elettrica che si diffondeva in tutto il corpo: l'esperienza non aveva in sé
alcunché di particolare, però mi suggerì il pensiero che annunciasse una
successiva esperienza ben più profonda.
I minuti passavano senza che riuscissi a portare avanti la lettura, avvertivo
un senso di inquietudine che si tramutò in ansia, fino a divenire paura, la
paura intensa di qualcosa di ignoto che percepivo come una minaccia alla
mia esistenza. Sono certo di non aver mai avvertito prima un terrore così
grande: nei momenti di pericolo in cui mi è capitato di imbattermi,
solitamente rimanevo come paralizzato, incapace di pensare, ora l’ansia
che provavo possedeva un carattere diverso, era il terrore per qualcosa di alieno alla comune
esperienza, assolutamente imprevedibile. Mentre la mente non faceva altro che passare in rassegna
tutte le peggiori ipotesi su quanto stava per capitarmi, sentivo che dovevo fare qualcosa ma non
sapevo cosa. Assunsi la posizione di meditazione e mi misi in attesa: in quel momento ero certo di
essere sull'orlo della pazzia o della morte, una parte di me, forse la totalità di quello che io
considero "me stesso", sembrava sul punto di dissolversi; tale pensiero, per quanto ingiustificato,
incombeva su di me, pari a una terribile certezza.
In quei giorni avevo da poco terminato l'opera di Gopi Krishna Kundalini,
l'energia evolutiva dell'uomo: l'autore rivelava come, in seguito all'intensa
pratica della concentrazione sul settimo Chakra, avesse vissuto in un primo
tempo un'esperienza splendida di questo risveglio mentre poi,
probabilmente perché il corpo non era preparato, avesse incontrato
gravissimi problemi di natura fisica e, di riflesso, anche psichica.
Secondo la descrizione dell'autore, all'interno del suo corpo si sprigionò
un'energia in costante movimento dalla base della spina dorsale verso il
cervello, talmente forte da costringerlo a letto ed impedirgli l'espletamento
delle normali funzioni corporee: si sentiva letteralmente bruciare di un
fuoco interno che non riusciva in alcun modo a spegnere. Parecchie
settimane dopo scoprì intuitivamente la maniera per controllare il
fenomeno il quale si trasformò così in un’esperienza di illuminazione, cioè
sfociò in un elevato stato di realizzazione interiore.
Nel mio caso sentivo che forse ero arrivato alle soglie della medesima
esperienza ma, non trovandomi in India, temevo di non poter ricevere la
comprensione di chi mi circondava, cosicché tutto per me sarebbe stato
terribile! Nessuno poteva assicurarmi che la mia esperienza si sarebbe
incanalata verso un esito positivo… temevo che di lì a poco sarei morto.
Durante quei frangenti il mondo spirituale mi appariva come un incubo
angoscioso e orribile, capace di distruggere, annientare la persona che
incautamente si fosse avvicinata ad esso. La vita ordinaria, al contrario, mi
sembrava la realtà più cara, più sana: temevo di non potervi tornare mai
più. Ero assolutamente convinto che una malattia mentale fosse in
procinto di dilaniare la mia mente e la ragione era che avevo aperto una
porta che dava sull'infinito e l'infinito era più immenso dell'immensità che
mi ero prefigurato, era semplicemente sconvolgente!
Decisi di "prendere tempo" e ritardare il più possibile il momento fatale. Non aveva senso restare
nella posizione di meditazione, dovevo alzarmi, uscire dalla stanza e recarmi all’aperto, ma era
notte e non c'era nessuno con cui parlare! Mi ritrovai in mezzo al cortile di casa gravato nell'animo
da un senso di disperazione, invidiando tutti coloro che non avevano mai
praticato lo Yoga e con il rimorso di aver ferito a parole un amico col quale
avevo condiviso una fase della mia ricerca. Questi, come avrebbero fatto
in seguito tanti altri, abbandonò la pratica e si preoccupò di lavorare e
"godersi la vita" nel tempo libero: armato della mia giovanile baldanza, gli
avevo indirizzato delle parole non molto tenere che ora mi risuonavano
nella testa; mi pentii amaramente per essermi espresso con una crudeltà
ingiustificata e senza cognizione di causa. In quel momento avrei dato
qualunque cosa per averlo vicino e scusarmi, perché mi sentivo
responsabile di aver violato brutalmente il suo diritto a vivere liberamente
e, soprattutto, prediligere la salute mentale rispetto alla "pazzia".
Oggi mi sembra strano aver collegato l'esperienza spirituale alla malattia
mentale, eppure sentivo che la prima era qualcosa di talmente forte da
poter provocare la seconda.
Vista la mia grande passione per la musica classica, pensai che ascoltare in
quel momento qualcosa avrebbe potuto avere un effetto positivo, forse
proteggermi dall’angoscia, forse addirittura aiutarmi a "tornare indietro"...
perché non provare? Fu proprio la musica di Beethoven, - precisamente, il
suo Concerto per violino e orchestra - a calmarmi e dopo mezz'ora a
conciliarmi il sonno.
Il mattino successivo mi risvegliai con la stessa paura nell'animo: tuttavia,
avevo davanti un'intera giornata, splendeva la luce del sole, avrei potuto
svagarmi trascorrendo molte ore in compagnia di altre persone.
Uscii di casa e incontrai alcuni amici: non rivelai ciò che stavo provando e
passai il pomeriggio così, scherzando su varie cose, atteggiandomi, proprio
per nascondere la mia angoscia, a un modo di fare in tutto e per tutto simile
al loro, caratterizzato da quella che consideravo "pigra ottusità".
Il primo giorno trascorse faticosamente: il mio animo era molto stressato,
dopo due giorni, tuttavia, la paura era svanita e mi sentii finalmente salvo;
però qualcosa era cambiato e infatti non riuscivo e non volevo pensare al
sentiero spirituale, ne rifuggivo l'idea: gli esercizi di Yoga mi facevano
paura e nausea insieme e, devo ammetterlo, la stessa nozione di Divino mi
procurava un senso di orrore!

Dopo circa una settimana, in modo distaccato e calmo iniziai a riflettere sul
significato di ciò che mi era capitato e compresi allora la natura della mia
reazione all'episodio: da codardo, avevo voltato le spalle all'esperienza
inseguita per tanto tempo! Stava alla mia dignità riprendere la ricerca
esattamente dal punto in cui me ne ero sottratto, accettando tutto ciò che
avrebbe potuto presentarsi, lasciando che le cose seguissero il loro corso,
anche se questo processo avesse implicato la perdita della vita o della
salute mentale.
Ripresi la pratica del Pranayama inseguendo la medesima esperienza di cui
avevo ricevuto un preavviso ma, questa volta, non sarei fuggito.
Trascorsero pochi giorni e senza avvertire alcuna forma di paura
sperimentai qualcosa di fantastico, partecipai ad un fenomeno che da lì in
poi si sarebbe ripetuto varie volte. Era notte, mentre mi rilassavo nella
"posizione del cadavere" - supino con le braccia lungo i fianchi - percepii
una sensazione piacevole, come se un vento elettrico soffiasse sulla parte
esterna del corpo, propagandosi, velocemente e con un moto ondulatorio,
dai piedi verso la testa. Il corpo era così stanco che non riuscii a muoverlo,
la mente così tranquilla che non provai alcun senso di timore: fui in grado
di mantenere la totalità del mio essere assolutamente tranquilla.
In seguito il "vento elettrico" cessò per essere sostituito da un'altra
sensazione, paragonabile a una forza enorme che entrò nella spina dorsale
e salì velocemente nel cervello. L'esperienza fu connotata da un senso,
indescrivibile e fino ad allora ignoto, di beatitudine, il tutto accompagnato
dalla percezione di un'intensa luminosità. Il mio ricordo si condensa in una
sola espressione: «una limpida ed euforica certezza di esistere come
oceano di consapevolezza e di beatitudine senza limiti! ».
Nell’opera Dio esiste io l'ho incontrato di A.Frossard l’autore cerca di
descrivere un'esperienza più o meno analoga con il concetto di "valanga al
contrario". La valanga è un qualcosa che crolla, che scende verso valle,
prima lentamente, poi in modo sempre più veloce e forte insieme: l'autore
suggerisce di immaginare una "valanga capovolta" che inizia
raccogliendosi alla base e prosegue salendo verso l'alto con una
dirompenza crescente, per poi innalzarsi improvvisamente verso il cielo.
Non so quanto durò la mia esperienza, il suo apice sicuramente pochi
secondi, dopo di che passai ad uno stato di sonno tranquillo e ininterrotto.

Curiosamente, il giorno seguente, al momento del risveglio, non la


ricordai: mi tornò in mente soltanto qualche ora dopo, quando ero già
uscito di casa e mi trovavo in campagna.
Fui rapito dalla bellezza di quanto avevo sperimentato e, appoggiato ad un
albero, restai per svariati minuti letteralmente incantato dal ricordo, anzi
dal riverbero di quello stato d'animo. Il pensiero si muoveva libero e
prendeva confidenza, quasi timoroso, con un'esperienza che lo travalicava.
Tutto quello che fino allora avevo pensato sullo yoga non aveva alcuna
importanza: l'esperienza fu per me come essere colpito da un fulmine; non
avevo nemmeno la possibilità di scoprire quale parte di me fosse rimasta
integra e quale scomparsa per sempre, non riuscivo a capire realmente che
cosa mi fosse successo, anzi non sapevo se realmente "qualcosa" mi fosse
successo.
Trascorsi delle giornate veramente belle e poi gradatamente una certezza di
eternità, uno stato che si estendeva oltre i limiti della mia coscienza, come
un ricordo nascosto nel profondo della mia coscienza cominciò a rivelarsi
davanti a me, come se una nuova zona del cervello si fosse svegliata: tale
esperienza mi apparteneva, prima o poi l'avrei padroneggiata e fatta
crescere fino alle estreme conseguenze!
In seguito, diverse volte, fui testimone del suo ripetersi.
In quegli anni, come ho spiegato precedentemente, studiavo all'università e
anche molto intensamente: quando mi dedicavo allo studio fino a notte
inoltrata e mi concedevo, di tanto in tanto, delle brevi pause di sonno - non
più di dieci minuti - per poi proseguire fino allo stremo, nel momento in
cui alla fine mi coricavo, dopo pochi minuti, l'esperienza si ripresentava
puntualmente, e la salita dell’energia avveniva diverse volte.
Nelle persone che in seguito mi riferirono la stessa esperienza incontrai dei
punti in comune: in primis una pratica di qualche forma di meditazione
caratterizzata da grandissima concentrazione nel Kutastha, dopo di che la
presenza di una forte aspirazione verso quella che è prefigurata come meta
spirituale e, infine, il fatto di portare avanti un lavoro mentale molto
intenso, vincendo ogni pigrizia e la naturale tendenza ad addormentarsi.
L'esperienza avuta si ripresentò innumerevoli volte e divenne anzi un
"termometro" per misurare sia la correttezza delle mie pratiche che il fuoco
della mia aspirazione. Essa si verificava soltanto quando ottenevo una
concentrazione finale molto intensa nel kutastha, quasi insistenza
disperata, come se dalla riuscita di questo atto interiore dipendesse la mia

vita; era, usando un'espressione che si ritrova in alcuni testi orientali,


«come la possibilità di respirare per uno che sta affogando».
I risultati non si manifestavano nel momento in cui avveniva questa grande
tensione ma in seguito, anche ore dopo, o il giorno seguente, quando
entravo in uno stato particolare: la coscienza doveva situarsi in una
condizione intermedia tra il sonno e la veglia. Alcune volte, pochi istanti
prima dell'esperienza, mi appariva internamente un qualche paesaggio,
come soffuso da un senso di irrealtà: allora l'esperienza sorgente dalla base
della spina dorsale irrompeva, la gioia mi travolgeva nella certezza che un
mondo meraviglioso, di cui il paesaggio era il simbolo, fosse lì a portata di
mano, a pochi passi dai miei stessi pensieri.
PRIMO CONTATTO CON UNA SCUOLA DI KRIYA

Venni a sapere che il Maestro, di cui stavo studiando gli appunti, aveva
istituito scuole specializzate proprio per diffondere il suo insegnamento:
decisi di entrare in contatto con un gruppo di praticanti che risiedevano nel
capoluogo della mia provincia.
Il primo contatto avvenne con colui che coordinava tale gruppo: armato di
grande entusiasmo e, forse, di una sorta di esaltazione derivata dalle mie
esperienze, mi recai da lui per parlare delle nostre pratiche. L'incontro fu
un fatto decisivo e di particolare emozione: egli aveva circa la mia età,
praticava da alcuni anni il Kriya in cui era stato istruito da un diretto
discepolo di Swami Y..
Mai avrei pensato che alle conseguenze di questo incontro si potessero
applicare le parole di Aurobindo: «… troppo brillanti erano i nostri
cieli…»! Volendo usare una certa amara ironia, oserei dire che quella fase
della mia esistenza era troppo felice per rivelarsi duratura.
La vita infatti è fatta di piccoli momenti di tranquillità ed equilibrio calati
in mezzo ad alterne vicissitudini durante le quali si sperimentano sulla
propria pelle le deformazioni, i problemi, le limitazioni prodotte in
generale dalla mente umana nei confronti delle varie esperienze quotidiane
e in particolare nel campo spirituale.
Recandomi da questa persona con uno stato mentale contraddistinto da una
totale e disarmante sincerità non mi rendevo conto di quale duro scossone
interiore stavo per ricevere. Già sulla porta della sua abitazione gli
raccontai di come fossi entusiasta della pratica del Kriya: lui mi accolse
manifestando una visibile emozione, curioso di conoscermi e felice di

condividere con altri la sua "passione". Prima ancora di informarsi su chi


fossi e che cosa facessi nella vita, mi chiese quando avessi ricevuto
l’Iniziazione, dando per scontato che mi fosse stata impartita dalla sua
stessa scuola. Quando seppe come avevo appreso la tecnica del Kriya,
rimase pietrificato, come gli avessi confessato il più grande crimine di
questo mondo. Mi disse con molta enfasi che, essendo il maestro Swami
Y. scomparso da anni o, come diceva lui, avendo «abbandonato il corpo»
la tecnica poteva essere appresa solo da rappresentanti appositamente
autorizzati dalla scuola che il maestro stesso aveva fondato.
Una pratica appresa da qualsiasi altra fonte «non valeva nulla, non sarebbe
stata efficace» ed eventuali suoi effetti «sarebbero stati una pericolosa
illusione in cui l’ego poteva restare a lungo intrappolato».
Tutti i componenti del gruppo l'avevano infatti ricevuta direttamente da
insegnanti appositamente inviati da questa scuola durante giri di
conferenze e lezioni in Italia: nessun altro, secondo lui, poteva insegnare
quella tecnica, tenuto anche conto che gli appartenenti al gruppo avevano
sottoscritto una precisa e solenne promessa di segretezza!
Segretezza! Per la prima volta entrò nella mia coscienza questo concetto la
cui applicazione portò in seguito a conseguenze nefaste: fino ad allora
avevo sempre ritenuto che non fosse importante il modo in cui un certo
insegnamento fosse giunto a me, su quale libro fosse stato letto, studiato,
verificato; era importante solo che fosse corretto e che ci fosse la volontà
di applicarlo facendo leva solamente sulla propria intuizione.
Secondo me era normale, anzi augurabile, condividere un insegnamento
con altre persone interessate, purché non fosse un’esternazione intesa a
trasmettere a tutti i costi le proprie predilezioni.
L'amico mi chiese quindi dettagli precisi sulla mia pratica poiché, in base
ad alcune mie affermazioni, gli era parso di notare particolari che non
collimavano con quella appresa da lui durante l'iniziazione. Anzi mi chiese
di praticarla davanti a lui: lo feci respirando come avevo imparato, con la
bocca chiusa, attraverso il naso: fu "sollevato", intimamente "rassicurato"
poiché il segreto che lui si era impegnato a mantenere non era stato
infranto, la tecnica che io praticavo, secondo lui, era sbagliata!
La sua soddisfazione, così palese, era dovuta al fatto che vedeva verificato
un pregiudizio ben radicato nella sua mente e cioè che la tecnica, appresa
al di fuori dei canali legittimi, non può essere, per effetto di una particolare
legge esoterica, che adulterata.

Mi chiese di spiegargli più profondamente che cosa visualizzassi


internamente mentre la praticavo e, mentre glielo esponevo, lo vedevo
sorridere. Con soddisfazione e mal riuscita finzione di compartecipazione
alla mia delusione, mi informò che «la tecnica non aveva nulla a che fare
con il Kriya Pranayama insegnato dal Maestro»: interrogato con
costernazione su quale fosse allora quella corretta, non accettò di riferirmi
alcun particolare poiché… lui non era «autorizzato a farlo».
Per lui fu un motivo di intensa soddisfazione riscontrare queste differenze:
erano la prova che gli appunti da me utilizzati non potevano essere stati
scritti dal suo stesso insegnante. Nella sua esperienza l'apprendimento del
Kriya era avvenuto dopo molto tempo di attesa e di preparazione
opportunamente guidata dalla scuola, non era "giusto" che io avessi trovato
la tecnica così banalmente rovistando in una rivendita di libri usati!
In seguito, quando anch'io appresi la tecnica nella forma che lui conosceva,
vidi che i cambiamenti non erano poi così drastici come lui voleva farmi
credere: per esempio a lui era stato prescritto di respirare attraverso la
bocca semichiusa e non attraverso il naso, inoltre l'energia veniva
visualizzata mentre scorreva all'interno della spina dorsale anche nella
discesa e non dietro come invece avevo appreso.
Il fatto è che lui aveva ricevuto una versione più recente del Kriya, quella
che il Maestro elaborò negli ultimi anni della sua vita; però sul momento
credetti realmente che la mia tecnica fosse sbagliata e rimasi sconcertato.
Nella mia mente si insinuò una grande curiosità su quale fosse il mio
errore: più volte in seguito lo "corteggiai" con la speranza, sempre
disattesa, di ricevere almeno un brandello di istruzione.
Quel giorno, dando prova di una foga oratoria sorretta da una sicura
convinzione, si impegnò in un’estesa digressione sul valore che la figura
del Guru - Maestro spirituale - riveste per tutti coloro che praticano il
Kriya: anche se non è più fisicamente presente, è una entità con la quale si
rimane collegati purché si sia ricevuta l'iniziazione dai canali legittimati.
Tutti gli appartenenti a quel gruppo erano convinti che il Guru - nonostante
non lo avessero conosciuto personalmente - fosse un aiuto specifico che il
"Divino" aveva inviato per loro, che tale Maestro avesse assunto su di sé
una parte del loro Karma, per "bruciarlo" nel suo corpo.
Un simile evento, cioè creare un simile rapporto con il Guru, era dunque la
più grande fortuna che poteva capitare ad un essere umano, da cui
conseguiva che - e questo gli appartenenti al gruppo si peritavano di
sottolinearlo continuamente - abbandonare in seguito quella tale forma di
aiuto, venendo a mancare per esempio l'interesse e la buona volontà di
praticare il Kriya, o cercando la strada spirituale presso altri maestri,
voleva dire «rigettare con disprezzo la mano del Divino stesa in
benedizione». Siccome la mia posizione era totalmente inconsistente mi
consigliò di spedire un resoconto scritto alla direzione della scuola per
raccontare dettagliatamente le mie vicissitudini e, sempre che venissi
accettato come discepolo, avrei dovuto ricominciare la pratica daccapo.
Vidi una strana metamorfosi in lui, come se improvvisamente fosse
investito di un ruolo sacro, quando disse che … «avrebbe pregato per me»!
Un po’ frastornato dal tono che il nostro colloquio stava assumendo, onde
cercare di ristabilire la piacevolezza iniziale dell'incontro, cercai di
rassicurarlo, riferendo gli effetti positivi che avevo ottenuto, ma ciò non
fece che peggiorare la situazione, fornendogli l'occasione per una seconda
reprimenda, effettivamente non completamente sbagliata, però fuori luogo.
Si dilungò infatti a spiegarmi che non avrei mai dovuto cercare degli effetti
tangibili nella pratica del Kriya e tantomeno vantarmene perché in questo
modo avrei «corso il rischio di perderli». Quel ragazzo - direi oggi con
ironia e simpatia quel "bravo giovine" - senza rendersene conto si era
infilato in una contraddizione palese: i risultati, cioè le esperienze interiori,
erano dunque importanti e «non si dovevano perdere raccontandoli» ma
allo stesso tempo, come aveva sottolineato pochi minuti prima, non
valevano niente, anzi, «potevano essere negativi e pericolosi»!
Mi raccontò la storiella - che in seguito ebbi modo di riascoltare varie volte
- dello yogi tibetano Milarepa il quale, avendo appreso senza le
benedizioni del suo personale maestro alcune tecniche spirituali, non
ottenne alcun risultato positivo e, dopo molto tempo di pratica, trovandosi
finalmente alla presenza del maestro, ricevette da questi l'ingiunzione di
intraprendere la pratica dall'inizio, questa volta, dopo aver ricevuto le sue
benedizioni.
[Pochi giorni dopo mi raccontò di quando un discepolo del suo Maestro,
allora vivente, voleva andarsene per conto suo, proseguire la ricerca
spirituale presso altre fonti. Il Maestro, informato del fatto, si recò dal
discepolo per incoraggiarlo a restare e in quel mentre sentì internamente
una voce - chiaramente «la voce di Dio stesso»! - che gli disse di non
interferire con la libertà d'arbitrio del discepolo e quindi non dire nulla.

Allora il Maestro divenne molto triste perché vedeva chiaramente tutte le


incarnazioni future di questo discepolo, quelle in cui si sarebbe perduto, in
cui avrebbe continuato a ricercare questa stessa strada che ora stava
abbandonando, in cui con grande sofferenza e terribile sete spirituale
sarebbe passato di errore in errore senza riuscire a trovare niente per poi
ritornare, dopo trenta incarnazioni - fu preciso anche nel numero - da Lui
stesso. Naturalmente pensai che nemmeno il Maestro se la sarebbe passata
poi tanto bene dovendo continuare anch’egli a reincarnarsi per incontrare
di nuovo quel discepolo…]
La mente umana si lascia condizionare più da un racconto che da un
limpido ragionamento! Un aneddoto, anche se completamente inventato,
possiede una sorta di "luminosità" interiore prodotta dallo stimolo di
emozioni e sentimenti che non riusciamo a controllare, ma che sono capaci
di condizionare il buonsenso di una persona a tal punto da farle accettare
conclusioni che sfuggono alla facoltà raziocinante.
Questo racconto mi ammutolì, perché non sapevo che cosa rispondere: la
"partita", almeno per quel giorno, era persa: dissi all'amico che avrei
seguito i suoi consigli.
Entrai nel gruppo cercando di rispettarne le regole; era consuetudine
ritrovarsi due volte alla settimana per praticare tutti insieme le tecniche del
Kriya: siccome ancora non le avevo ricevute "ufficialmente" mi venne
chiesto di limitare la mia pratica al tenere la coscienza centrata nel punto
fra le sopracciglia. La stanza, presa in affitto, era essenziale ma piacevole:
le riunioni infatti non avvenivano in una casa privata poiché i membri si
erano autotassati per garantirsi il privilegio di consacrarla ad un uso
esclusivamente spirituale e poiché nessuno si sentiva il proprietario,
l'esistenza del gruppo e la fruizione della stanza non dipendevano dai
capricci e dagli umori di una singola persona.
La mia frequentazione avvenne in un periodo che ricordo con particolare
nostalgia: rappresentò una vera gioia l'ascolto di canti indiani, tradotti e
armonizzati all’occidentale e il fatto di meditare tutti insieme! Il tutto mi
appariva quasi paradisiaco, sebbene mi sembrasse particolarmente breve lo
spazio dedicato alla pratica delle tecniche: non più di 20 minuti, spesso
appena 15.
Una particolare e bella seduta di pratica collettiva della durata di varie ore,
arricchita da canti devozionali, aveva luogo la vigilia del Natale.

Cominciai a conoscere le persone che frequentavano il gruppo solo negli


incontri che si tenevano a scadenza mensile, quando ci si ritrovava per
quello che veniva definito il «pranzo sociale»: si trattava di un'occasione
per trascorrere insieme alcune ore e, di conseguenza, conoscerci meglio.
Sfortunatamente, quelle riunioni erano caratterizzate da un certo imbarazzo
nel comportamento. A pensarci bene, un simile atteggiamento era
ingiustificato: molti di noi non godevano dell'approvazione e tantomeno
del sostegno da parte dei familiari nella pratica dello yoga, pertanto
ritrovarsi tra persone con gli stessi interessi avrebbe dovuto creare una
grande serenità e distensione. L'imbarazzo era dovuto alla proibizione,
ovviamente da parte di coloro che avevano organizzato i gruppi, di parlare
di argomenti che riguardavano sentieri spirituali che non fossero quello
specifico del Kriya Yoga e nello stesso tempo di non entrare in dettagli
tecnici che dovevano essere trattati soltanto da persone «appositamente
autorizzate». La proibizione di entrare in certi discorsi falsava e
mortificava il nostro comportamento, il voler indirizzare su binari definiti
il tono e i contenuti assunti dalle conversazioni rendeva inutile la
frequentazione del gruppo.
Durante le riunioni non si riusciva a trovare un argomento di
conversazione che rispettasse le richieste e nello stesso tempo fosse
coinvolgente: certo non era il luogo per pettegolezzi mondani, disdicevoli
in un gruppo spirituale, e neppure si potevano fare battute sui presenti,
poiché tutti erano alquanto suscettibili. In pratica, restava un'unica materia
di conversazione: la bellezza del nostro sentiero spirituale e la fortuna di
averlo trovato!
Molti consideravano questa scuola un movimento di importanza mondiale
arrivando persino a pensare che fosse la concretizzazione di un «piano
Divino il cui scopo era quello di proteggere, nel corso dei secoli, la purezza
dell'insegnamento del Kriya». Siccome esistevano diverse organizzazioni
che facevano riferimento a Swami Y. , i miei amici erano ovviamente
convinti di appartenere a quella giusta, valida.
Come si può immaginare, dopo alcune riunioni di reciproca "esaltazione",
nel gruppo regnavano noia ed imbarazzo quasi allucinanti.
Alcuni allora si avventuravano nel regno dei più ovvi luoghi comuni; altri
in battute di spirito che, per il tono devozionale assunto da ciascun
membro, non suscitavano alcuna ilarità: talvolta si scadeva in una banalità
così trita da congelare per il resto della giornata ogni buona volontà di

atteggiarsi a persone allegre. Ne conseguiva che il gruppo era


contraddistinto da un grande riciclo: molti, entrati con entusiasmo, dopo
pochi mesi decidevano di abbandonarlo, rimovendo l'intera esperienza
dalla loro coscienza.
Tra le persone incontrate non tutte potevano definirsi ricercatori nel campo
spirituale: sebbene mi ostinassi a credere di avere davanti individui in tutto
e per tutto simili a me, entusiasti del Kriya, assolutamente seri
nell’apprendere le tecniche e nel praticarle, dovetti ammettere che la realtà
era molto diversa! Alcuni accolsero il mio entusiasmo con un certo
fastidio, meravigliati del fatto che in me non sussistessero dubbi o motivi
di incertezza: forse consideravano la mia euforia tipica dell'immaturità di
un principiante. È certo che disturbai più di uno a causa della mia
attitudine a formulare domande, giudicate indiscrete, su quante e quali
tecniche ciascuno praticasse.
Parevano inoltre censurare bonariamente il mio grande desiderio di
imparare il più presto possibile tutte le tecniche del Kriya sostenendo
quanto fosse più importante la devozione e, introducendo un concetto che
facevo fatica a collocare nel campo dello Yoga, la lealtà!
Ripensando a quei tempi, mi chiedo sorridendo come potevano vedermi
coloro che frequentavano la scuola, come potevano considerare il mio
atteggiamento troppo irruente, delle volte una vera e propria minaccia alla
loro tranquilla esistenza: due modi diversi di concepire il meccanismo del
sentiero spirituale si confrontavano, "guardandosi" con perplessità, senza
comprendersi.
Conobbi in pratica solo persone disposte a fare un moderato sforzo nel
campo tecnico e uno sforzo invece più pieno e coinvolgente nel campo
della devozione, mentre in me avveniva il contrario: volevo impiegare la
totalità della mia energia nel perfezionamento delle tecniche onde far
scaturire dall'interno della mia esperienza tutto quello che ne poteva
conseguire e quindi ottenere come conseguenza anche la devozione, che
quindi sarebbe stata reale e non una posa.
Poiché in un libro di Swami Y. c'era scritto che «la tecnica del Secondo
Kriya permette di abbandonare coscientemente il corpo al momento della
morte» cercai - con la speranza che qualcuno mi fornisse almeno un'idea
generale di essa - di informarmi se qualche persona conoscesse questa
tecnica.

Si verificò un fatto curioso: un’amica che praticava il Kriya da anni e


aveva vissuto un tempo presso la sede di questa scuola sembrò non
comprendere la mia domanda. Al che ricordai la frase con cui un
discepolo del grande maestro Lahiri Mahashay aveva accompagnato il
momento della morte rivolgendosi alle persone attorno: «Ecco che do un
calcio al mio corpo col Secondo Kriya!». Ebbene lei si alterò visibilmente
sostenendo che la citazione si riferiva chiaramente al Pranayama: un primo
respiro, un secondo respiro, e quel secondo respiro era… il Secondo
Kriya! Convinta com'era, non controllò neppure il testo a cui facevo
riferimento il quale riportava una nota inequivocabile a piè pagina che
l'avrebbe smentita: ho motivo di credere che a tutt'oggi sia rimasta salda
nella sua convinzione.
Ebbi l'impressione che il concetto stesso dell'esistenza di una simile tecnica
la infastidisse, come se avesse talmente penato per stabilirsi nell'abitudine
della pratica quotidiana delle tecniche di base da sentir dentro di sé di aver
«già dato tutto», di non poter più accettare altre tecniche e portare avanti
un "lavoro" più impegnativo di quello attuale.
Ma un'altra tra queste persone, con l'intenzione di impartirmi una
importante lezione di modestia, mi disse di avere un tempo ricevuto
l'iniziazione ai cosiddetti Kriya superiori e di aver deciso poi per umiltà -
perché a suo dire non si era sentita ancora degna di questi - di non
praticarli e quindi, passati alcuni anni, di averli del tutto… dimenticati!
Altri invece erano stati nella condizione di ricevere questi insegnamenti ma
li avevano rifiutati: quando chiesi le ragioni di quello che a me sembrava
disinteresse, risposero che a loro bastava quello che avevano e mi
guardarono con un'espressione di sconcerto, come se con la mia domanda
avessi contravvenuto ad una tacita intesa: non insinuare mai dubbi in grado
di mettere in discussione il loro stile di vita!
Rimasi sconcertato nel vedere come l'ignoranza o, peggio ancora, il
disinteresse per l’arte del Kriya venissero presentati come segno tangibile
di… spirito devozionale !
Questo fatto, assieme ad altri che sperimentai all'interno di quella scuola,
fu un motivo di crisi, anzi di sofferenza vera e propria: mi sembrava di
essere l'unico che amasse visceralmente il Kriya!

Nota
Il lettore mi perdoni se ho scelto di non riportare il nome completo di Swami Y. i
cui appunti allora studiai: non è difficile intuire a quale importante Maestro mi
riferisco!
Esistono diverse scuole di Yoga che diffondono i suoi insegnamenti e a Lui
fanno riferimento in base ad una precisa legittimazione: una di queste, attraverso
i suoi rappresentanti, mi ha fatto capire che oltre al fatto evidente di non tollerare
anche la pur minima violazione del Copyright, non gradiva che alcuno
mescolasse il nome di questo insegnante a discussioni sul Kriya yoga in
eventuali siti Internet.
La ragione di ciò va ricercata nel fatto che in passato alcuni avevano usato quel
nome per deviare verso di sé la ricerca di coloro che erano intenzionati invece a
incontrare gli insegnamenti originali del Maestro.
Tengo a sottolineare che nella presente trattazione riporto sommariamente solo quella che fu allora
la mia comprensione di tali insegnamenti e quindi non ho alcuna pretesa di riuscire a riferirli
obiettivamente: il lettore interessato ad essi non rinunci al privilegio di rivolgersi alla letteratura
originale!

CAP. 3
PERCORSO ALL'INTERNO DI UN GRUPPO

Poco dopo il mio ingresso nel gruppo mi fu presentata un’anziana signora la quale aveva avuto
decenni prima un contatto epistolare con il Maestro, allora in vita e, data la sua serietà, aveva avuto
l'autorizzazione dalla scuola a insegnare le tecniche preliminari al Kriya. Si trattava di una persona
dal temperamento molto dolce e portata più alla comprensione che alla censura ma confermò
pienamente i principi sostenuti dall'amico di cui ho parlato. Da quanto lessi sul suo volto quando si
riferiva alla tecnica Kriya che avevo appreso inizialmente in quel modo non "ortodosso", sembrava
convinta che essa fosse valida, affatto errata, però era certa che se in futuro
avessi appreso la tecnica attraverso le modalità "ufficiali", quella sarebbe
stata per me l’occasione per iniziare una pratica molto più bella e
soddisfacente. Mi insegnò quindi le due tecniche preliminari al Kriya,
quella di calmare il respiro diventandone cosciente - tecnica che veniva
chiamata Hong-so in virtù del Mantra di cui ci si serve - e poi la tecnica di
ascolto dei suoni interiori. Non mi diede queste istruzioni in una sola
seduta ma a distanza di mesi l'una dall'altra: ebbi la splendida possibilità di
dedicarmi molto tempo a una sola di esse per volta - non praticai il
Pranayama avendo ricevuto la proibizione in tal senso - e quindi potei
sperimentare il senso e la bellezza di ciascuna.

TECNICA HONG-SO

La tecnica è semplicissima e consiste, dopo aver fatto alcuni respiri


profondi per calmare il sistema e ossigenare il sangue, nel lasciare libero il
respiro e ripetere mentalmente il Mantra Hong-so, collegando
l’inspirazione con la sillaba Hong e l’espirazione con So.
La raccomandazione essenziale è quella di non influenzare con la volontà
il ritmo del respiro, esso deve avvenire in modo del tutto naturale e
spontaneo: il Mantra Hong-so, ampiamente citato nei testi classici della
spiritualità indiana, serve proprio per rallentare quel ritmo gradatamente
senza forzature!
La signora - prevedendo il pensiero che sorgeva a tutti coloro che
apprendevano tale tecnica e cioè che fosse troppo "semplice" per
funzionare - aggiunse che la procedura poteva sembrare banale, eppure
conteneva in sé la possibilità della stessa esperienza finale che avviene col
Kriya, ovvero il Samadhi. Se i risultati talvolta potevano sembrare

deludenti ciò era a causa di qualche sottile errore che veniva introdotto
nella pratica: la tecnica presentava infatti diversi "trabocchetti".
Le prime esperienze furono fallimentari: qualcosa cominciò a verificarsi
solamente quando notai che se mi fossi lasciato, come erroneamente stavo
facendo, costantemente "trascinare" dal ritmo interiore del Mantra, non
sarei approdato a nulla.
All'inizio, in base a quello che avevo sentito dire, speravo che il Mantra
agisse come una "parola magica", ma la tecnica richiedeva soprattutto una
grande consapevolezza: il Mantra era solo un aiuto secondario!
Notai tra l’altro che la pronuncia un po' troppo automatica del Mantra
creava un ritmo che tendeva a mantenersi inalterato: di conseguenza, il
respiro lo seguiva senza mai calmarsi.
Provai allora a infondere sufficiente attenzione affinché, sia dopo
l'inspirazione che dopo l’espirazione, le pause del respiro, eventualmente
anche della durata di un solo istante potessero manifestarsi a dispetto del
ritmo del Mantra. Questo bastava a rendere profonda la pratica: il respiro
si calmava enormemente mentre la coscienza si immergeva sempre di più
in una immobilità pressoché totale.
Quando provai a discutere di questo meccanismo con gli amici che allora
frequentavano il gruppo notai che essi sembrarono contrariati perché
sostenevano che quanto proponevo stravolgeva la tecnica: vedevano nel
mio tentativo una specie di forzatura applicata ad un processo che invece
non doveva essere in alcun modo condizionato. La loro perplessità era
senza fondamento poiché non forzavo in alcun modo il respiro, al contrario
usavo una particolare cura affinché il ritmo del Mantra non intervenisse sul
respiro; cercai di far capire quanta importanza si dovesse attribuire alle
pause, sia dopo l’inspirazione che dopo l’espirazione.
«Dopo avere inspirato - dicevo - andiamo a controllare se il respiro si
ferma, se questa pausa può manifestarsi: solo così il respiro alla fine potrà
calmarsi»!
C'era inoltre un'altra piccola fonte di disturbo, più sottile ancora da
percepire: l’elasticità della gabbia toracica, la quale si fa sentire dopo
l’inspirazione. Al termine dell’inspirazione infatti la cassa toracica è tesa e
così avviene per il diaframma: questa tensione conduce ad espirare
immediatamente. Ma se una parte della concentrazione è mantenuta sulla
cassa toracica, sul sentire la sua forza elastica, si può permettere al respiro
di calmarsi maggiormente, di rallentare ancora di più.

Mettendo in atto quegli accorgimenti, il respiro si assottigliava, la pratica


arrecava sempre più calma e il "circolo virtuoso", che così si installava tra
questa calma e la sempre minore necessità di ossigeno, portava ad una
condizione in cui il respiro sembrava annientato, mentre il movimento
dell'aria fuori e dentro i polmoni si riduceva ad un palpito.
Anni dopo, feci esperienza di una variante di questa tecnica, usando gli
stessi principi però applicati alla percezione delle sottili correnti che si
percepiscono nella spina dorsale in seguito al Kriya Pranayama: non
osservavo solo il respiro ma anche la debole corrente che saliva durante
l'inspirazione e quella altrettanto breve e debole che scendeva durante la
espirazione, mentalmente cantavo sempre il Mantra Hong-so.
Sentivo le due estremità della spina dorsale, ovvero il Muladhar alla base e
il Kutastha tra le sopracciglia, come fossero i due poli di un magnete
responsabili di questo movimento di energia: più mi concentravo su di essi
e più sembravano unificarsi in una sola sfera di luce.

ASCOLTO DEI SUONI INTERIORI

Su cosa fossero questi suoni interiori e in particolare quello più importante,


Om, non mi posi tante domande, mi accontentai di una semplice
spiegazione secondo la quale esso è il "testimone", la prova della
vibrazione dell’energia che sostiene l'universo. Se la materia è, per così
dire, energia "congelata", è plausibile che il suono Om sia l'emanazione di
questa realtà - un po’ come la vibrazione, tuttora presente in ogni parte
dell'universo originata dal famoso Big Bang -: il fatto essenziale consiste
nella possibilità di ascoltarlo e, per suo tramite, venir guidato verso uno
stato di interiorizzazione impossibile da ottenere altrimenti.
La signora che mi spiegò la tecnica mi fece notare come il Maestro avesse
cercato di affiancare gli insegnamenti indiani a quelli della Trinità cristiana
dando ad essi una veste nuova: Om è l’Amen di cui parla la Bibbia e nello
stesso tempo lo Spirito Santo; superiore a questo è il "Figlio" che viene
interpretato come la Coscienza Divina presente nella creazione, al di sopra
della quale c'è il "Padre" ovvero la Coscienza Divina al di là di ogni cosa
esistente nell'universo. La tecnica dunque rappresentava il primo gradino
di una scala ideale di successive realizzazioni: si incominciava con la
sintonia con l’energia presente nell’universo, poi attraverso la
trasformazione prodotta da pratiche più evolute, si avrebbe realizzato la

sintonia con l'intelligenza presente all'interno di essa e infine si sarebbe


giunti alla realizzazione finale ovvero la sintonia con l'intelligenza presente
al di fuori di questo universo.
La tecnica fornisce un salutare scossone all’ego poiché indirizza
l'attenzione su qualcosa che è presente nel corpo ma nello stesso tempo
non appartiene alla mente, non è inquadrabile in nessuna categoria logica,
non è dissezionabile con la ragione.
Parlando feci notare che questa tecnica avrebbe potuto essere concepita
come la più naturale prosecuzione del Pranayama: mi venne risposto che
essa, guidando la mente in uno stato elevato, poteva servire invece da
introduzione fungendo da "trampolino", onde percepire, con la particolare
sensibilità così stimolata, le sottigliezze del processo previsto nel
Pranayama.
[Anni dopo, praticando il Kriya di Lahiri, compresi che l’ascolto dei suoni
interiori e il Pranayama possono avvenire insieme e che anzi questa è la
caratteristica di un Pranayama profondo. Avendo però del tempo a
disposizione questa tecnica non è da trascurare: allora mi rivelò un mondo
interiore, per niente "provvisorio o preparatorio", ma mi guidò nella
dimensione in cui dovrebbe permanere sempre la coscienza di un
praticante di Kriya. La precedente tecnica Hong-so invece, che pur diede
risultati positivi, non si consolidò nel tempo in un preciso raggiungimento -
in altre parole se oggi voglio arrivare all'assenza di respiro mi servo di un
altro metodo che illustrerò in seguito.]
L'insegnamento prevedeva di appoggiare gli avambracci su un comodo
sostegno: a questo scopo si costruiva un "poggiagomiti" costituito da una
tavoletta di legno posta orizzontalmente e saldata nel centro ad un tubo
verticale di altezza regolabile.
Si chiudevano con i pollici le orecchie facendo convergere l'attenzione
sull'ascolto di qualsiasi suono interiore, mentre una parte della coscienza
continuava a cantare mentalmente Om, Om, Om...
L'attenzione, secondo le istruzioni ricevute, veniva orientata sulla parte
interna dell'orecchio destro poiché i suoni sottili si manifestavano con più
facilità in quella regione. Quando, dopo un po', e dopo vari giorni di
applicazione, cominciava ad apparire qualche suono interiore, bisognava
concentrarsi totalmente su di esso e allora la coscienza viaggiava, come seguendo "il filo di
Arianna" fuori dal labirinto della mente e raggiungeva la sintonia con il suono di Om.
Come si vede la tecnica è assolutamente semplice, molto più di quanto si
immagini: essa è descritta nei libri che trattano lo yoga classico sotto il
nome di Nada yoga, ovvero "lo Yoga del suono".
Nella spiegazione da me ricevuta essa venne circondata da un tale senso di
sacro, da infondermi lo slancio interiore utile a superare la fase iniziale,
quella in cui sembrava che i suoni non si decidessero mai ad apparire.
Mi risulta che diversi insegnanti sostengono che questa tecnica non
appartiene al Kriya originale: affermano esplicitamente che non c'è
bisogno di chiudere le orecchie per percepire il suono di Om, la "voce
dello Spirito". Certo, non è necessario, però… può essere utile! Chiudere
le orecchie per ascoltare questa vibrazione, almeno in una fase iniziale del
proprio percorso spirituale, può essere un accorgimento intelligente e colui
che pratica può ricevere un grande conforto.
[Troviamo in India movimenti religiosi che fanno della tecnica di ascolto di suoni interiori la loro
unica oppure la loro più importante tecnica di evoluzione spirituale, come Radhasoami a cui sembra
appartenesse lo stesso Swami Y.: questo gruppo esiste ancor’oggi e prevede come mezzo per
ritornare al divino l'immersione della coscienza nel suono interiore Om.]
Nella mia esperienza ho verificato che, disponendo di almeno 40 minuti di
tempo e di una stanza tranquilla, il momento migliore per questa pratica è
la sera o la notte. Mi isolavo completamente, poiché non potevo accettare
l'idea che qualcuno mi potesse osservare durante la pratica o si avvicinasse
a me senza che ne fossi consapevole; ricordo questo periodo con tanta
nostalgia, mi rivedo ancora in quella stanza poco illuminata, un po’ fredda,
in cui mi inebriavo del suono interiore il quale - questa fu la sorpresa -
sembrava toccare più che altro il mio cuore, regalandomi un intenso senso
di poesia.
Questo suono, che si manifestava in diverse gradazioni, si poteva ascoltare
a patto di intraprendere ogni seduta con la decisione di andare avanti fino
allo stremo, finché l'esperienza non si fosse manifestata.
Decisi che era meglio praticare con tale intensità, a giorni alterni, piuttosto
che impegnarsi in una pratica regolare ma più tiepida.
Posso dirlo con certezza: i suoni interiori prima o poi si manifestano perché
lo sforzo di una seduta si somma a quello delle precedenti e ciascun

tentativo produce una trasformazione interiore, anche se impercettibile,


finché un giorno, arriva il risultato.
Nel mio caso il primo ascolto avvenne, dopo tre settimane di pratica, un
giorno, a dieci minuti dall'inizio, quando la coscienza si trovava in uno
stato di grande rilassamento: non fu una percezione improvvisa anzi
realizzai che stavo già ascoltando questo suono da vari minuti.
Continuando a concentrarmi divenni consapevole delle sue variazioni:
qualcosa che ricordava il ronzio di una zanzara si trasformò nel suono di
una campana lontana, infine la concentrazione si perse nel rumore di acqua
corrente. Il suono della campana fu un abbraccio di dolcezza: si trattò di
una vera e propria esperienza estatica e si manifestò in un modo così
strano, afferrando la mia coscienza e guidandomi in una dimensione
estremamente dolce in cui mi sentivo a mio agio.
Personalmente non ho mai avuto modo di sperimentare altri suoni, oltre a
quelli citati, a cui si accenna nella letteratura classica - ad esempio quello
del "flauto" o delle "arpe" -.
Provo nostalgia per quei giorni: chiuso nella mia stanza, come un eremita
nella sua grotta, solo, smarrito davanti ad un esperienza più grande di me,
oltre tutto ciò che mi ero prefigurato, che potevo immaginare,
un’esperienza autentica che pur non avendo la stessa intensità del risveglio
di Kundalini, partecipava della stessa natura. Non riuscivo ad immaginare
un’altra esperienza in cui potessi sentirmi così bene, così avvolto dalle ali
della poesia, così tranquillo! Nonostante le mani doloranti ormai quasi
anestetizzate, tutto il mio essere avrebbe voluto rimanere in tale
dimensione per l'eternità. Quello che provai era la quintessenza di tutto il
conforto che potevo sperare, di tutto l'amore che potevo desiderare! Per me
la sintonia con il suono interiore di Om divenne sintonia con la bellezza
stessa, mi regalò uno stato di tale beatitudine interiore da travalicare ogni
possibile descrizione: alcune volte si manifestò con una tale intensità che
era come una stretta fisica a livello del cuore.
È questo il momento della mia vita in cui ho sperimentato quello che
alcuni chiamano "devozione"! Ricordo che, nei momenti più intensi,
quando la beatitudine scaturita dalla pratica mi riempiva l'anima, mi dicevo
«questo è esattamente ciò che ho sempre desiderato, non lo devo perdere
mai più! ».

Esiste un canto indiano, basato sul finale di una Upanishad, che accenna
all'esperienza dell’illuminazione finale, quella in grado di cancellare ogni
dolore: afferma che solo dopo aver visto quella realtà si può essere
definitivamente liberi dal dolore, e conclude dicendo: «non c'è altra strada
che quella!»… e lo ripete tante e tante volte. Similmente mi pareva che
non esistesse altra strada che questa per accedere a quel conforto che
riempie l'anima e lenisce le ferite della vita.

INIZIAZIONE AL KRIYA

Dopo mesi di attesa - comunque belli avendo come compagnia le due


meravigliose tecniche - giunse il momento di «stringere - così come allora
credevo - un legame eterno con il Guru» e di ricevere assieme alle sue
benedizioni la tecnica del Kriya in modo «legittimo».
Essere iniziati al Kriya voleva dire ricevere, nel contesto di una cerimonia
particolarmente suggestiva, l'insegnamento di tre tecniche: Kriya
Pranayama, Maha Mudra e Yoti Mudra.
Queste, così si dicevano, erano le tecniche più evolute che l'essere umano
avesse mai ricevuto: non rappresentavano l'unica via verso l'esperienza
spirituale ma sicuramente «la più veloce e sicura».
Si insisteva sul fatto che il Kriya non era una scoperta dell'uomo ma una
rivelazione avvenuta tantissimo tempo fa e di cui si era persa la memoria:
il maestro Babaji l'aveva di nuovo riportata alla luce e rivelata a Lahiri
Mahasaya. Lo stato d'animo - mio e di alcuni amici come me ancora non
"iniziati" appartenenti al gruppo - era di enorme aspettativa verso qualcosa
che avevamo tanto voluto, per cui ci eravamo coscienziosamente preparati:
non un sacramento a cui sottoporci con pazienza per salvaguardare ad
esempio una tradizione familiare, ma il coronamento di un preciso
percorso scelto consapevolmente!
L'iniziazione al Kriya ebbe luogo in una bella sala decorata con molti fiori
- come di simili ne ho viste poche volte in vita mia - presa in affitto per
l’occasione ad un costo molto elevato. I partecipanti erano un centinaio:
quelli del gruppo locale, una trentina, per l'occasione vestivano tutti nello
stesso modo, come fossero sacerdoti, ministri di una qualche nuova
religione, mentre i due insegnanti, venuti da lontano, indossavano il vestito
ocra degli Swami. Forse si faceva strada timidamente nella nostra
coscienza un briciolo di imbarazzo per questa situazione un po' bizzarra,

però il nostro cuore era immensamente e perfettamente felice anticipando


la gioia interiore che avremmo tratto dalla pratica del Kriya.
Accettai senza obiezioni che ci venisse richiesta una promessa di fedeltà
eterna non soltanto ad un unico Guru ma ad una precisa catena di maestri
tra cui il Cristo stesso. Di questa catena Lahiri Mahashay era un anello
intermedio, sicuramente colui che maggiormente si era impegnato per
diffondere il Kriya yoga, mentre Swami Y. era il cosiddetto "Guru
precettore", ovvero colui che si sarebbe fatto parzialmente carico del karma
di coloro che diventavano suoi discepoli per mezzo della cerimonia in
corso. Il Cristo faceva parte di questa catena perché si diceva fosse stato
lui ad apparire a Babaji e gli avesse chiesto di mandare un qualche
emissario in occidente; il fatto che lo si nominasse faceva sì che le persone
che si sentivano cristiane non provassero, durante la promessa, la
sensazione di tradirlo: erano libere di pensare che il Cristo fosse da
considerarsi il maestro centrale mentre gli altri una specie di contorno.
Certe perplessità comunque si percepivano: ricordo il dubbio di una mia
carissima amica se Swami Y. - impossibilitato a confermare, in quanto
ormai residente… nei mondi astrali - l’avesse realmente accettata come
"discepola" e si fosse - questo era il vero motivo del suo cruccio - anche
sobbarcato il compito di prendersi su di sé parte del suo karma, come le era
stato più volte garantito!
In quella sede appresi il Kriya Pranayama con le opportune modifiche a cui ho accennato: il respiro
doveva avvenire attraverso la bocca semichiusa, la corrente energetica muoversi unicamente
all'interno del tubo che veniva visualizzato al posto della spina dorsale - le altre due tecniche Maha
Mudra e Yoti Mudra sono praticamente identiche a quelle insegnate da Lahiri e quindi avrò più
avanti occasione di parlarne -.

CRISI E ABBANDONO DEL GRUPPO

La scuola insegnava il tutto in un modo molto preciso che non ammetteva la minima variante e,
fattore questo che si rivelò molto problematico, prescriveva una routine, cioè un ordine di
esecuzione delle tecniche, dalla quale non si poteva derogare. In seguito, se durante la pratica fosse
sorto il minimo dubbio sulla correttezza di un certo particolare, nessuno era neppure lontanamente
incoraggiato a condurre un esperimento e trarre da sé le conclusioni: l'azione giusta era contattare la
direzione della scuola, esporre il quesito e ricevere il chiarimento accettandolo come definitivo.
Imparai a dipendere solo dalla guida delle persone "autorizzate": avevo una
grande fiducia in loro poiché sembravano essere già giunte alla "meta" a
cui tendevo, erano "canali" attraverso cui fluiva la grazia del Maestro,
cercavo istintivamente il loro giudizio quasi provenisse da esseri perfetti
che non potevano sbagliare…!
In pochi mesi di permanenza all'interno del gruppo ero divenuto come uno
di quegli animali che, nutriti dall'uomo, dimenticano come ci si procura il
cibo in modo autonomo; coltivai la tendenza a dipendere dal loro giudizio
quasi per tutto, ovvero non solo nel campo del Kriya ma anche per quel
che riguarda le faccende della vita.
Credo di aver sprecato molte energie per uniformarmi a prescrizioni che
sicuramente avevano un senso, che potevano essere preziose per la
maggior parte delle persone, ma che nel mio caso avrebbero dovuto essere
adattate con attenzione usando il buonsenso.
Ora comprendo la perplessità di Lahiri il quale sconsigliava di fondare
organizzazioni basate sul Kriya: esse richiedono un rapporto con gli allievi
basato sul creare uniformità e livellamento in modo che tutti imparino a
rispettare dei principi di base utili e ragionevoli, ma con il rischio,
inevitabile, che ciascuno possa perdere qualcosa di peculiare, di prezioso.
Se mi propongo di portare le ragioni di una mia inesorabile crisi non è per
un’immotivata acredine nei confronti della scuola, che ho frequentato a
lungo con rispetto, ma per discutere un problema che sarà basilare per
costruire una routine sensata all'interno del Kriya di Lahiri.
La routine consigliata prevedeva di incominciare con l'osservazione del respiro: il tempo prescritto -
tenuto conto del fatto che poi c'erano altre tecniche e il tutto doveva essere contenuto in un tempo
ragionevole di un'ora o un'ora e mezza - oscillava dai dieci ai venti minuti: il respiro avrebbe dovuto
calmarsi sempre di più per creare uno stato di buona concentrazione, quanto bastava per praticare
profondamente poi la tecnica di ascolto dei suoni interiori.
Quindi dopo una ventina di minuti dall'inizio del primo esercizio si
appoggiavano i gomiti sull’apposito sostegno per passare all'ascolto dei
suoni interiori, il quale richiedeva lo stesso tempo; era poi la volta del
Maha Mudra, infine con un senso di sacralità si praticava il Kriya
Pranayama nel rispetto rigoroso di tutte le istruzioni, a cui seguiva lo Yoti
Mudra: per concludere si rimaneva una decina di minuti nell'immobilità,
concentrati totalmente nel Kutastha per assorbire gli effetti della pratica,
oppure si saliva e si scendeva con la coscienza all'interno della colonna
spinale, senza utilizzare in alcun modo il respiro.
Questa routine sembra perfetta ma lo è solo per un certo numero di giorni:
da un determinato momento in poi si verifica un problema alquanto serio.
Le due tecniche preliminari, invece di aiutarsi, si disturbano a vicenda:
mentre si pratica la prima c'è il pensiero di doverla interrompere da lì a
poco per dedicarsi alla seconda; tale pensiero crea disarmonia, un
atteggiamento di sottile forzatura interiore che si riversa poi anche nella
tecnica successiva. Una decisione ancora più infelice è quella di
interrompere la tecnica di ascolto per alzarsi e praticare il Maha Mudra - so
che qualcuno, per evitare almeno parzialmente questo disagio, pratica il
Maha Mudra all'inizio della routine, ma anche in questo caso l'ascolto di
suoni interiori deve essere interrotto per praticare il Pranayama -.
Come ho già spiegato, la tecnica di ascolto dei suoni interiori racchiude un
"universo" completo, fornisce l'esperienza mistica che cerchiamo e quindi
non dovrebbe essere interrotta se non a meditazione conclusa.
Quello che in effetti la routine prevedeva può essere paragonato ad una
situazione paradossale: era come se, riconosciuto con piacevole sorpresa
un amico in mezzo ad una marea di persone, un tale incominciasse a
parlare con questo e poi tutt’a un tratto, senza fornire alcuna ragione, si
allontanasse repentinamente, si mescolasse di nuovo alla folla solo per lo
sfizio di riprovare la gioia del ritrovarlo ed eventualmente riprendere la
conversazione interrotta.
Così quando una persona sta sperimentando il suono interiore di Om non si
vede il motivo per cui dovrebbe interrompere tale ascolto per entrare in
altre procedure e poi alla fine sforzarsi di ritrovare quella stessa sintonia
che bruscamente aveva interrotto!

Ci fu dunque un lunghissimo periodo in cui inflissi a me stesso ogni giorno questa forzatura: prima
di decidermi ad adottare quella che ritenevo essere la soluzione più giusta, ovvero praticare la
tecnica di ascolto dei suoni interiori dopo il Pranayama, passarono degli anni!
Provo imbarazzo a confessare che furono nientemeno che cinque! Durante quel periodo però
tormentai con le mie perplessità più volte l'anziana signora che mi aveva insegnato le tecniche
preliminari. Dopo aver ascoltato questo come altri miei piccoli dubbi di carattere tecnico, mi
raccomandò l'ubbidienza assoluta dicendomi che «i miei ragionamenti contavano poco perché
provenivano sicuramente dall'ego e non valeva nemmeno la pena di ascoltarli»; disse che
«l'intelligenza è un'arma a doppio taglio, che può servire sì a eliminare il bubbone dell'ignoranza ma
anche a troncare di netto la linfa vitale che sostiene il cammino spirituale». Siccome osservando una
particolare foto di Swami Y., mi era sembrato di scorgere in quegli occhi come il formarsi di una
lacrima - non fu un’impressione del momento, so che altre persone l'hanno notata - e le avevo
riferito questo fatto, divenuta seria, mi disse che questo era da considerarsi un monito sottile che
giungeva proprio per l'occasione, poiché «il Maestro stava piangendo perché non era contento di
me»: rimasi in silenzio, sconcertato.
Quel giorno parlò a ruota libera e mi citò, senza che glielo avessi chiesto,
diversi episodi che sottolineavano il valore dell’obbedienza cieca,
l'applicazione di quella virtù che lei chiamava "lealtà".
Credo che ammirasse la serietà con cui mi muovevo lungo il suo stesso
sentiero - a differenza di tante altre persone "tiepide" che andavano da lei
solo per ricaricarsi di una motivazione che non riuscivano a trovare in se
stessi - ma comprendeva che la devozione che lei provava per quello che
riteneva il suo Guru era per me qualcosa di totalmente estraneo. Abituata
com'era a concepire il sentiero spirituale solo in quest'ottica, mi dava
l'impressione di essere sempre in perenne attesa che io compissi qualche
grave slealtà; per questo mi sembrò provare quasi un’intima soddisfazione
- una verifica della sua intuizione nei miei confronti - quando, mesi dopo,
venne a sapere che avevo letto e distribuito un libro che allora era
considerato all’"indice", cioè a tutti gli effetti proibito per coloro che
appartenevano a quella determinata scuola di Kriya.
Scrisse, liberando la tensione accumulata, che «avevo accoltellato il Maestro alle spalle e avevo
distribuito pugnali affinché altri facessero lo stesso»: c'è da non credere che nel Duemila una
persona non potesse allora leggere quello che riteneva più opportuno! La sua reazione fu talmente
spropositata che non mi ferì assolutamente, piuttosto provai tenerezza nei suoi confronti poiché
sentivo che agiva sull'onda di una emotività incontrollabile.
In quel periodo cercai di applicare in modo integrale gli insegnamenti di Swami Y., in particolare
quelli che riguardavano la vita pratica, convinto che ciò costituisse il miglior fondamento per
perfezionare la pratica del Kriya. Decisi di studiare con il massimo della serietà possibile i passaggi
più difficili dei suoi scritti e lo feci assieme ad altre persone: avevamo infatti preso l'abitudine di
ritrovarci la Domenica pomeriggio, leggere un passaggio difficile e poi, camminando insieme,
discuterlo. Delle volte trovavo quegli insegnamenti così belli e così perfetti che avrei desiderato
di scriverli su un cartello, incorniciarli e tenerli sempre davanti a me. In definitiva cercai di mettere
in pratica la maniera yogica di mangiare, di badare alla salute, di prevenire le malattie, di trovare un
lavoro che non fosse in contrasto con il sentiero spirituale, di rapportarmi correttamente col datore
di lavoro, con gli amici, con una eventuale "compagna" e così via. Il problema delle "regole di
comportamento" venne ampliato studiando anche gli Yogasutra di Patanjali poiché davo per
scontato che essi fossero non solo la base dello yoga classico ma anche del Kriya yoga.
Si presentò allora nella mia vita una situazione che mi mise in uno stato di
incertezza e nella necessità di dover prendere una importante decisione.
Riguardava l’argomento delicato dei difficili rapporti umani: sarebbe
bastato un po’ di buon senso per trovare una via corretta di azione;
avvenne però che sottilmente mi costruii un inganno che mi portò ad un
amaro fallimento. Per decidere come comportarmi, scelsi tra gli scritti di
Swami Y. quelli che mi facevano più comodo e cercai di adattarli al meglio
alla mia situazione, cominciai cioè a forzarli in qualcosa in cui in realtà
non potevano entrare.
Trovai allo scopo non solamente una frase che andava bene ma anche
un'altra e un'altra ancora e in questo modo alimentai sempre di più la
fortissima convinzione che il mio modo d'agire avesse un sostegno
dall'"alto", le benedizioni e la forza del Maestro.
Avvenne una di quelle esperienze - che si rivelano poi essere delle
benedizioni - che, come si suol dire, "ti mettono in ginocchio" ovvero il
fallimento totale. In un primo momento non accettai la sconfitta perché mi
sembrava impossibile aver sbagliato, quindi cercai di considerare l'esito in
un modo del tutto fantasioso, come una persona mentalmente insana che ha
perso il contatto con la realtà, che vive nella fantasia e, cosa strana a dirsi,
questo durò parecchio tempo, cioè mesi.
Mi piaceva accarezzare il pensiero che le circostanze, le altre persone non
fossero all'altezza delle mie decisioni, come se in un certo senso fossi
troppo spirituale per vivere in questo mondo e quindi il mio non fosse un
fallimento, ma una situazione provvisoria che dovevo sopportare per un
certo tempo salvo un giorno veder tutto risolto a mio favore.
Questa situazione si sbloccò quando, con la scusa di eseguire un esercizio
di memoria che avevo trovato tra gli scritti del Maestro, iniziai, aiutandomi
per mezzo di fogli scritti a matita, un ripasso sistematico di tutta la mia
vita. Preparai un foglio per ogni anno significativo, da quando cioè
riuscivo a ricordare non in modo vago ma preciso, e mi proposi di
richiamare ogni periodo, positivo o negativo che fosse senza trascurare
nulla. Quando ripassai mentalmente il periodo più bello, quello in cui
avevo preso la decisione di praticare lo yoga, e ricordai le prime sedute di
meditazione e tutto ciò che avevo sperimentato allora provai una grande gioia, come uno stato di
estasi, misto al dolore pungente per la situazione attuale.
Cos’era successo nel frattempo?
Con calma, guidato dalla radiosità intima del mio passato, la situazione
cominciò a chiarificarsi: vidi con chiarezza che il problema era un’idea
sottile e perniciosa che, penetrata nella mia coscienza, vi aveva creato
devastazione e costituiva la ragione di ogni disastro nella mia pratica:
questa era la convinzione di essere l'uomo più fortunato del mondo avendo
trovato «la tecnica più veloce di tutte le altre nel produrre l’evoluzione
spirituale ».
Probabilmente l’appartenere ad un gruppo aveva suscitato nel mio animo delle emozioni profonde
che avevano riportato in luce qualcosa di sperimentato durante l'infanzia e cioè l'idea di essere
cresciuto nell'unica
religione giusta.
Il sentirmi privilegiato all'interno di questa scuola mi aveva spinto non solo ad una pratica più
tiepida ma anche a non esercitare più nelle cose della vita la prudenza, la giusta discriminazione:
questo era la causa nell'inganno che io avevo perpetrato a me stesso.
Quel veleno che già aveva incominciato a circolare nell'infanzia era lo
stesso che ora aveva creato una paralisi della intelligenza: avevo accettato
infatti la pretesa che ciascun Pranayama producesse, quasi
automaticamente, «l’equivalente di un anno solare di evoluzione
spirituale» e che con un milione di questi respiri Kriya si arrivasse
infallibilmente alla Coscienza Cosmica.
Come in una grottesca raccolta di punti, quando mi sedevo per praticare
non cercavo altro, con sempre più fretta e avidità, che di avvicinarmi al
momento in cui avrei totalizzato quel numero!
Era evidente che avevo perso totalmente lo spirito iniziale e non praticavo
più con la grande aspirazione di un tempo.
In seguito all'esercizio di vuoto mentale con cui avevo incominciato la mia
avventura, avevo affrontato con coraggio il senso di disperazione scoperto
nel profondo di me stesso e il Pranayama era divenuto il mezzo per
attraversare e fare a pezzi l’oscurità interiore, ottenendo così dei risultati
grandiosi: ora, anche se quel Pranayama si chiamava "Kriya yoga", e
doveva essere dunque teoricamente uno strumento ancora più perfetto, non
lo stavo praticando più con quell’intensità che proviene da una intima
necessità, con la dignità della mia anima ma con un meschino senso di
sufficienza, di superiorità, di tronfia sicurezza.
Nelle pratiche di un tempo ero solo, tremendamente solo, senza alcuna
fantasia, senza tutto il pattume mentale che passivamente avevo lasciato si
accumulasse.
La necessità di ricreare il mondo di allora divenne imperativa, tutto un
insieme di pretese che si riferivano ad una specie di automaticità inerente
alla pratica del Kriya doveva essere abbandonato: era giunto il momento di
sentire di nuovo la benedizione della sofferenza e del dubbio.
L’atmosfera protettiva delle "Guru’s Blessings" [benedizioni del Guru] -
forse per alcune persone ciò che di meglio ci poteva essere - era stata nel
mio caso la culla in cui venne nutrito e fortificato per anni il mio ego.
Non pensavo però alla possibilità di lasciare la scuola che sentivo come
una famiglia se non avessi allora ricevuto da questa una sonora "pedata".

Provocai non lucidamente ma inconsapevolmente una situazione in cui non


c'era altra scelta che andarsene. Chiesi una particolare cortesia, lecita e
corretta secondo il buonsenso ma, per quanto io ne sapevo, irrealizzabile.
Premetto che alcuni insegnamenti cosiddetti "superiori" venivano dati
allora solo in forma scritta: quella era una consuetudine che andava avanti
da decenni e sicuramente non poteva cambiare per me.
Allora li avevo affrontati con un atteggiamento del tutto sbagliato: non
riuscivo a vedere che essi erano qualcosa di molto delicato che andava ad
approfondire lo stato di meditazione, ma li consideravo solo come mezzi
ancora più potenti del Pranayama per produrre un'evoluzione ancora più
veloce: c'erano comunque alcuni particolari che non avevo compreso.
Scrissi alla direzione della scuola per chiedere un incontro con un suo
rappresentante, che sarebbe di lì a poco passato dalle nostre parti, onde
poter chiarire i dubbi.
Ufficialmente la risposta fu positiva ma quando giunse il momento del
colloquio mi accorsi che per motivi che allora mi sembrarono pretestuosi,
l'appuntamento fissato venne disdetto parecchie volte: ciò mi procurò una
notevole tensione interiore, che aumentò e divenne amaro sospetto che
l'esperto non avesse alcuna intenzione di fornirmi le spiegazioni.
Durante il colloquio cercò infatti di convincermi ad accontentarmi solo
delle tecniche di cui mi sentivo sicuro, cioè quelle del cosiddetto Primo
Kriya. Risposi che avrei preso in considerazione la sua richiesta ma che
poiché avevo ricevuto gli "Insegnamenti Superiori" intendevo almeno
capirli correttamente.
La tecnica su cui volevo discutere era quella che Lahiri chiama "Thokar" e che avviene
introducendo tra l'altro il Mantra di 12 sillabe Om Namo Bhagabate Vasudevaya: rimasi veramente
perplesso nell’accorgermi che l'insegnante non riusciva nemmeno a pronunciare correttamente le
sillabe perché ne deformava la pronuncia.
Quando glielo feci notare rispose seccato che la pronuncia non aveva alcuna importanza, che non
avevo capito il senso profondo e sacro del Kriya e mi invitò a indirizzare i miei quesiti, in forma
scritta, alla direzione della scuola. Non fu di alcuna utilità fargli notare come i miei dubbi
riguardavano i movimenti della testa impossibili da verificare per lettera: non ci fu nulla da fare, mi
trovai davanti ad un muro invalicabile, il diniego fu assoluto.

Uscii dal colloquio in uno stato d'animo veramente particolare: una parte di
me era avvolta dalla disperazione vera e propria, non a causa della sorpresa
che le persone di cui tanto mi fidavo fossero state crudeli con me, che mi
avessero cacciato via, ma perché temevo che con la situazione che si era
creata non avrei mai più potuto ottenere i chiarimenti che cercavo.
L'altra parte di me, quella di autodidatta che non aveva mai aderito
completamente allo spirito nel gruppo, era intimamente soddisfatta della
situazione: con quel salutare "calcio nel sedere" si stava infatti
risvegliando.
Comprendevo che il mio rapporto con la scuola era finito, non esisteva più
quella realtà che per molti anni aveva costituito il mio orizzonte. Sapevo
molto bene che in qualche modo sarei uscito da ogni difficoltà, avrei
trovato tutte le spiegazioni che cercavo e tutte quelle ancora di cui avrei
eventualmente avuto bisogno e, cosa ancora più importante, avrei
trasformato quell'esperienza apparentemente distruttiva in qualcosa di
decisivo per il mio sviluppo spirituale, che avrebbe avuto valore non solo
per me, ma anche per altre persone.
Per vari mesi non accadde nulla di significativo, poi mi arrivò la notizia
che un gruppo di praticanti Kriya, che aveva sede in una importante città
europea, dopo aver tentato invano di ricevere dalle cosiddette persone
"autorizzate" chiarimenti su alcuni particolari tecnici, si rivolse ad un
maestro indiano invitandolo presso il loro gruppo.
L'insegnante accettò l'invito, giunse nel gruppo, intavolò una serena
discussione e dando una lettura veloce agli appunti oggetto di tanti dubbi,
affermò di non riconoscere l'insegnamento Kriya da lui praticato per tutta
una vita. Ora, conoscendo gli indiani, il sospetto che lui stesse "fingendo"
era più che lecito: rimarcando la diversità della tecnica a lui sottoposta da
quella originale, sembrava evidenziare quanto fosse prezioso il suo lavoro
di chiarificazione che stava per intraprendere.
Era senz'altro in grado di chiarire i dubbi con semplici precisazioni, ma
preferì ripartire con grande solennità dall'inizio, come chi si appresta a fare
piazza pulita di tutto un insieme di insegnamenti errati, fuorvianti.
Di conseguenza perse immediatamente tre quarti degli allievi i quali si
rifiutarono categoricamente di ricominciare il percorso daccapo ripartendo
con lui dal primo Kriya poiché non desideravano diventare "suoi
discepoli". Chi accettò fu iniziato nuovamente al primo Kriya e imparò tecniche come il Kechari
Mudra e il Navikriya: la segretezza assoluta non fu rispettata per cui preziose informazioni
filtrarono.
In seguito quel gruppo ricevette informazioni sui Kriya superiori che maggiormente mi stavano a
cuore e anche qui importanti "indiscrezioni" filtrarono. I "particolari tecnici" a cui mi riferisco, oltre
a quelli che mi avevano tormentato cioè il modo esatto di muovere la testa, riguardavano un fatto
molto curioso: sugli appunti forniti dalla scuola non solo il Mantra non era riportato nel modo
usuale ma adatto ad un fruitore anglofono - scelta questa assolutamente da rispettare che però
andrebbe accompagnata da una nota a piè pagina in cui fosse riportato correttamente il Mantra nella
maniera usuale in cui viene ripetuto in tutti i testi di yoga o di filosofia indiana -, ma di esso
venivano riportate solo le sillabe staccate come se si trattasse di 12 Mantra diversi. Molte persone
non avendo riconosciuto l'unico Mantra complessivo continuavano a fantasticare sull'origine e sul
significato di ciascuna di queste sillabe!
Ora ci venne spiegato finalmente il senso del Mantra.
A rigore di cronaca riferisco che alcune persone vennero fagocitate nell'orbita dell'insegnante
indiano, altre rimasero con un piede nella scuola e uno fuori e quindi portarono avanti una pratica
caratterizzata da molti ripensamenti e senso di insoddisfazione.

Nota
So che Lahiri scoraggiò la formazione di sistemi istituzionalizzati per la diffusione in massa del
Kriya yoga, però non lasciò scritto come dovesse praticarsi esattamente ciascuna delle sue tecniche
nella fiducia che i suoi discepoli avrebbero portato avanti la purezza dell'insegnamento. Questi
invece crearono molta confusione cambiando alcuni particolari e aggiungendo istruzioni
che con il Kriya non c'entravano nulla.
Forse Lahiri presagì le complicazioni inutili a cui sarebbero andate incontro le
scuole ben "organizzate" di Kriya, però credo che lui non negasse il valore di
una istituzione volta a diffondere il Kriya in maniera sobria alla guisa di un
istituto nato per mantenere la purezza dell'insegnamento.
Rimango dell'idea che, per quanto riguarda la scuola da me frequentata, essa
fosse a un passo dalla perfezione, credo che sarebbe bastato molto poco per
migliorare la didattica e venire incontro alle esigenze di tutti. Non è da escludere
che, dopo la dipartita del fondatore, sia nata tra i suoi allievi qualche divergenza
sulla questione didattica e non ci sia stato un accordo unanime.

Forse un’evoluzione in tal senso fu soltanto rimandata al futuro e per il momento


ci si preoccupò di venire incontro anzitutto alle esigenze dei principianti.
Per quanto riguarda gli insegnamenti più evoluti notai come la direzione della
scuola negli anni che seguirono reagì sempre in forma diplomatica ma ferma nel
suo rifiuto alle richieste di chiarimenti attraverso seminari.
Credo che in futuro molti ricercatori - acquistando e studiando la letteratura che
verrà pubblicata, ovvero gli scritti di Swami Y. - rimarranno per tutta la vita
legati a questa scuola da un senso di ammirazione e gratitudine per
l'incoraggiamento iniziale ricevuto, sapendo che essa sta giocando un ruolo
molto importante nel diffondere l'amore per il Kriya yoga, ma nello stesso tempo
cercheranno di arrangiarsi per conto proprio quando si tratterà di perfezionare la
pratica personale.

CAP. 4
RICERCA FUORI DALLA SCUOLA
DELUSIONI
Non avevo intenzione di mettermi subito a cercare altri insegnanti di Kriya
yoga all'infuori della scuola di Swami Y. perché volevo prima esaurire una
certa possibilità, anche se sapevo avere poche probabilità di riuscita.
Speravo infatti che ci fosse stato qualche discepolo diretto del Maestro -
che allora ritenevo una autorità indiscussa - il quale avesse lasciato scritto
qualcosa di importante sul Kriya. Era ormai certo che diversi discepoli
avevano ricevuto da Swami Y. le tecniche del Kriya yoga "originale",
come lo spiegava Lahiri, perlomeno limitatamente al "primo" ed al
"secondo Kriya", senza semplificazioni. Sugli appunti avevo letto anche i
riferimenti ad una particolare tecnica secondo la quale i Chakra potevano
essere risvegliati con dei "colpi psicofisici" da imprimere presso le
rispettive sedi: si trattava solo di una intensa concentrazione oppure era un
movimento fisico da farsi in qualche maniera? Il lettore che già conosce la
risposta e pensa alla tecnica Thokar del Kriya di Lahiri può sorridere dei
miei dubbi, però rimane il fatto che non riuscivo a trovare da solo la
soluzione e mi tormentavo.
Per questo motivo acquistai tutti i testi, relativi all'argomento, che riuscii a
recuperare in varie lingue: mi delusero alquanto poiché vi trovai nient'altro
che parole vuote di significato, ripetizioni a non finire unite
all’intollerabile caratteristica di saltare continuamente da un argomento
all'altro. Non vi si poteva trovare un solo chiarimento pratico: quei libri
non erano che pubblicità che l'autore faceva a se stesso onde convincere gli
appassionati Kriya a recarsi da lui per imparare le tecniche tutte daccapo
essendo quelle finora diffuse sicuramente "sbagliate".
Tra i vari me ne ricordo uno in particolare in cui l’autore sosteneva che la
parte decisiva, finale del processo di illuminazione non era quella che tutti
noi credevamo cioè il fatto che l'energia del corpo sale attraverso la spina
dorsale fino a raccogliersi nella parte alta del cervello: lui aggiungeva
qualcosa di molto suggestivo, una ipotesi senz'altro affascinante.
All'interno del cervello c'era una zona cava, la cosiddetta "grotta di
Brahma", che presentava davanti la ghiandola ipofisi - sede del sesto
Chakra - e dietro la pineale - sede del settimo -: in tale cavità avrebbe
dovuto avvenire l'"illuminazione" intesa curiosamente nel senso letterale
del termine. Tra i due poli citati si sarebbe dovuta produrre una vera e

propria "scarica" di luce, una specie di arco voltaico, che avrebbe


illuminato la zona interna. Il fatto veniva definito «matrimonio mistico»: la
spiegazione era accompagnata da un suggestivo disegno, con espressioni
talmente efficaci da non fare minimamente dubitare della validità e
universalità dell'esperienza. Leggendo il libro si aveva la sensazione che
l'autore conoscesse i processi del Kriya molto più profondamente di tanti
altri; tutto quello che si poteva trovarvi assumeva un fascino impensabile
diversamente.
Anche se avevo deciso di non viaggiare subito verso l'India, rimasi
comunque in contatto con alcuni amici che invece vi si recarono. Alcuni
non conoscendo il Kriya e non volendo fare l'esperienza che io avevo fatto
con la scuola, si proposero di apprenderlo in qualche Ashram in India: le
probabilità che incappassero in un millantatore erano molto alte, cercai di
prevenirli, però non ascoltarono ragioni. Vennero iniziati da un Sadhu a
quello che loro ritenevano senza dubbio fosse il Kriya e lo ringraziarono
con un’offerta che, per un indiano, significava una fortuna.
Quando, al loro ritorno, mi proposi di aiutarli nei loro eventuali dubbi,
declinarono l'invito ricordandomi la solenne promessa al loro maestro di
non rivelare a nessuno le tecniche ricevute. Dopo alcuni giorni cercai di
vincere la loro ritrosia obbiettando che tra ricercatori iniziati al Kriya è
assolutamente normale aiutarsi l'un l'altro e quindi riuscii a superare la loro
esitazione: la tecnica consisteva nella semplice recita di un Mantra,
nient'altro...! Cosa pensare? È vero che gli indiani non sono un popolo di
incantatori di serpenti, però sicuramente sanno "incantare" i ricercatori
spirituali! Loro cercavano il Kriya yoga, trovarono questo personaggio, gli
chiesero se lo conosceva, figuriamoci se questo non rispose
affermativamente!
Diverso fu il caso di un amico il quale già conosceva la tecnica, e si fermò
per alcuni giorni nell’Ashram di un maestro che aveva scritto molto su
questo tema: non ebbe la fortuna di incontrarlo, perché in quel momento si
trovava in una parte lontana dell'India, però dai suoi discepoli ricevette
istruzioni sul Kriya e inoltre un volume molto ricco di informazioni sullo
yoga classico. In questo vi si trovava la descrizione precisa delle tecniche
appena apprese con l'aggiunta di altre che rappresentavano gli sviluppi
successivi in modo di formare un insieme ben compatto, costituito da una
ventina di tecniche.
Esse erano spiegate in modo splendido cioè ciascuna era preceduta da
un’introduzione teorica con citazioni da libri antichi, l’esposizione era
molto chiara e ciascuna tecnica veniva accompagnata da una illustrazione
che eliminava i vari dubbi; per concludere c'era una routine di applicazione
graduale estremamente precisa. Tutti questi fattori parlavano a favore
della serietà della scuola. L'amico mi fece una copia di tale volume che
studiai avidamente. In esso si affermava che l'autore aveva ricevuto il
Kriya da uno yogi molto famoso in India, autore di vari libri, il quale a sua
volta «lo aveva ricevuto da Babaji». Questi, come si sa è il Maestro di
Lahiri, quindi apparentemente eravamo riusciti ad avere tra le mani un
testo contenente istruzioni che provenivano dalla fonte stessa del Kriya!
Misi in pratica le tecniche ottenendo incoraggianti risultati: questo fatto mi
eccitava anche se c'era una resistenza in me perché svariati particolari di
quelle tecniche non collimavano con quello che Lahiri aveva scritto nella
corrispondenza con i suoi discepoli. Non erano totalmente diverse dal
Kriya che conoscevo, perché altrimenti mi sarei accorto dell'inganno, ma
comunque contenevano novità e sviluppi del tutto nuovi e particolari
inediti: per esempio all'interno del Pranayama la corrente veniva fatta
salire sul davanti del corpo e fatta scendere dietro, inoltre, giunta la
corrente in testa, vi faceva al suo interno un percorso del tutto diverso dal
solito, il quale non aveva alcuna logica, alcun rapporto con la teoria
presentata a parte.
Mi venne il dubbio se l'effetto positivo sperimentato al mio primo impatto
fosse dovuto alla novità e quindi alla maggiore attenzione che vi avevo
messo, oppure se in queste tecniche ci potessero essere effettivamente dei
meccanismi molto più efficaci di quelli provenienti da Lahiri. Non sapevo
se abbandonare la routine già consolidata: tale decisione non poteva
prendersi a cuor leggero!
Il caso volle che ascoltassi la registrazione di una conferenza dell'autore
tenuta durante un suo viaggio in Italia avvenuto anni prima; raccontava di
aver ritrovato interessanti tecniche simili alle Kriya in testi di tantrismo, di
averne fatta una accurata selezione in modo di isolarne 20 che potessero
formare un sistema abbastanza coerente: quello era il suo Kriya yoga!
Come si spiegava allora l'affermazione secondo la quale lui aveva appreso
queste tecniche dal suo maestro il quale le aveva apprese da Babaji?
Semplice: come molti altri insegnanti indiani aveva affidato la stesura dei

suoi appunti ad alcuni discepoli indiani i quali avevano ritenuto di rendere


il materiale molto più appetibile parlando di quella ipotetica provenienza.
Una volta stampato il libro il maestro non si era sentito, soprattutto davanti
all'entusiasmo dei ricercatori occidentali che giungevano nel suo Ashram,
di smentire quanto scritto!
Tra le delusioni che ricevetti ne aggiungo un'ultima anche per correggere
l'idea che gli insegnanti indiani siano tutti dei ciarlatani e sostenere l'ipotesi
che alcune volte noi riceviamo poco a causa del nostro atteggiamento. Un
amico, anche lui in cerca di spiegazioni o approfondimenti sul Kriya
manifestò l'intenzione di recarsi a Benares per verificare l'esistenza di
discendenti diretti di Lahiri. Sul momento la sua pretesa non mi piacque
perché mi sembrava un po' esagerata: era come… andare a disturbare
Lahiri in casa propria! Pensandoci bene poi, se qualche discendente era
vivo, non è detto che si interessasse di Kriya: avrei preferito che si fosse
diretto presso qualche maestro competente come per esempio uno di chiara
fama residente a Calcutta.
Comunque la sua intenzione era quella di andare a visitare la città sacra
Benares; alcune settimane dopo da lì mi arrivò una sua lettera in cui mi
informava che…. «il Kriya in India non si pratica più!»: non diedi molto
peso a questa espressione e al suo ritorno andai a fargli visita.
Ascoltai con pazienza, atteggiando ormai come d’abitudine la mia
espressione a totale condiscendenza - frequentare il mondo dei ricercatori
spirituali senza incappare in sgradevoli baruffe richiede lo sviluppo di tale
attitudine -, il racconto di come avesse incontrato un discendente di Lahiri,
una persona di tutto rispetto, con notevole istruzione accademica, il quale
gli aveva confidato che «il Kriya yoga appartiene al passato e da tempo in
India nessuno se ne occupa più»! Sapevo che questo non era vero ed ero
deluso al pensiero che l'amico avesse creduto ad una simile sciocchezza!
Approfondendo i dettagli del racconto la mia delusione aumentò perché
vidi con imbarazzo, quasi mi sentissi un po' responsabile, una ragione che
rendeva plausibile l’accaduto.
Mi raccontò - mi feci ripetere attentamente il racconto per essere sicuro di
avere capito bene - che si era presentato a lui come praticante di Kriya.
Richiesto da chi avesse imparato la tecnica si vantò di averla appresa dalla
scuola di Swami Y., sulla grandezza del quale si soffermò parecchio; parlò
di varie cose che riguardavano l'India, insomma portò avanti una
conversazione del tutto banale, e solamente verso la fine dell'intervista,

chiese - probabilmente con un tono che implicava l'attesa di una risposta


negativa - se «per caso» ci fosse qualcuno a Benares che praticava ancora
il Kriya. Che il personaggio gli avesse risposto che non c'era più nessuno
diventa chiaro se si spiega che costui era, lo sapemmo dopo, un vero e
proprio Maestro spirituale perfettamente a conoscenza di tutte le
sottigliezze del Kriya e di grande realizzazione interiore.
Questi probabilmente non aveva visto in lui l'atteggiamento corretto:
quello di essere venuto fin lì per nessun altro motivo che imparare il Kriya,
non per fare il turista o altro.
Sul momento non sapevo cosa dire: l'amico mi guardava con gli occhi
attoniti, non so se pensava ancora di convincermi che il Kriya non si
pratica più oppure tentava soltanto di trasmettermi, con un velo di
amarezza, il senso della sua frustrazione. Alcuni mesi dopo venne a sapere
che questo discendente di Lahiri aveva dato l'iniziazione al Kriya a diversi
italiani, però il carattere del mio amico non era tale da comprendere il
proprio errore, sentì forte l'offesa subita e manifestò il desiderio di
ritornare da lui per manifestare la sua protesta.
In seguito tra noi, sempre per motivi legati al Kriya, si creò una frattura
insanabile; anni dopo, in seguito a una grave malattia, venne a mancare:
voglio ricordarlo qui con un senso di gratitudine per tante altre
informazioni che comunque, sempre con grande entusiasmo, mi portò
dall'India.

PRIMO INSEGNANTE
Trascorsero anni in cui non accade nulla di significativo e io non potei far
altro che continuare con la routine che mi ero disegnato per conto mio.
Finalmente, in un viaggio all'estero, trovai un testo, scritto da un Maestro
indiano di Kriya, che conteneva delle osservazioni particolarmente acute
sulla percezione del suono di Om all'interno della pratica del Pranayama;
vi era inoltre sottolineata l'importanza del procedimento di osservare il
respiro facendo intendere che non si trattava esattamente della tecnica che
io già avevo praticato.
Per quanto riguarda l'ascolto dei suoni interiori diceva che il Pranayama
non poteva dirsi perfetto se non si riusciva ad avere questa esperienza
durante l'esecuzione di esso, senza la necessità di chiudere gli orecchi:
tutto ciò era veramente interessante perché faceva intuire che l'insegnante
si riferiva a una pratica estremamente profonda del Pranayama.

Per quanto riguarda la tecnica di osservazione del respiro diceva che


nell'intera giornata noi dovremmo osservarlo almeno 1728 volte,
aggiungeva che in tale azione erano coinvolti anche i Chakra e che era
possibile contemporaneamente ascoltare i suoni interiori; concludeva
affermando che a tali condizioni era possibile ottenere la perfezione della
propria pratica Kriya, realizzando così l'esperienza estatica.
Figuratevi se tutto questo non mi interessava!
Ero emozionato come un bambino che riceve il più bel regalo della sua
vita: intuivo la possibilità meravigliosa di approfondire il Pranayama
aggiungendo tutta la dolcezza incontrata nella tecnica di ascolto dei suoni
interiori e inoltre, in una lunga seduta a parte, fondere insieme
osservazione del respiro con la concentrazione sui Chakra.
Naturalmente non sapevo come realizzare tutto questo perché il libro non
forniva i dettagli pratici. È chiaro che nei giorni seguenti provai tutti gli
esperimenti possibili e, per l’attenzione estrema che ci mettevo dentro,
ottenni comunque qualche risultato significativo.
Quello che poi avvenne fu un evento fortunato: l'insegnante, dovendosi
recare dall'India negli Stati Uniti per essere sottoposto ad un intervento
chirurgico, si sarebbe fermato anche in Europa; feci veramente i salti
mortali pur di essere presente ad un suo seminario.
L'incontro con il Maestro mi lasciò alquanto perplesso, però quello
successivo con i suoi discepoli si rivelò estremamente proficuo.
Il seminario fu emotivamente coinvolgente: molto "bello" nel suo abito
ocra, i capelli lunghi, la barba lunga, anziano, l'insegnante era in tutto e per
tutto quella che si può dire la figura di un saggio. Nascosto dietro alcune
file di persone lo sbirciavo mentre parlava: gli attribuii subito la mia totale
fiducia; si sentiva che parlava per esperienza diretta e nel suo discorrere,
anche se qualche volta assumeva un tono un po' troppo devozionale, non
trovavo alcuna contraddizione. C'era, nella sua forma di presentare i temi
del Kriya qualcosa di radicalmente nuovo: la principale "rivelazione" era
che Om si manifestava non solo come suono ma anche come una
particolare oscillazione che dall'alto scendeva nel corpo attraverso testa e
torace e veniva inoltre anche percepita all'interno di ciascun Chakra.
Per favorire tale percezione faceva precedere il Maha Mudra da dei
particolari "piegamenti".
[Siccome sono parte integrante del Kriya di Lahiri preferisco descriverli
insieme alle altre tecniche nel settimo capitolo.]

Nella spiegazione del Pranayama stava tutto il problema: esso sembrava in


un certo senso non esistere nemmeno più, veniva sostituito da una pratica
puramente mentale: diceva infatti l’insegnante che bastava concentrarsi
successivamente sui Chakra, percepire in essi l'oscillazione di cui aveva
parlato e ascoltare contemporaneamente i suoni interiori.
Il respiro era calmo, non controllato, restava libero e quindi l'uso del
respiro profondo - proprio come ero stato abituato da anni e che costituiva
la parte più importante della mia pratica - era un qualcosa, per usare
un'espressione sua, da «bambini di asilo». Durante una seduta di ripasso si
rivolse ad un pubblico numeroso, sicuramente oltre il centinaio, sostenendo
che il Pranayama doveva avvenire nell’assenza di respiro, specificando che
non alludeva ad un trattenimento forzato ma alla graduale cessazione
dell'attività respiratoria che dovrebbe avvenire quando la concentrazione
viene portata sui Chakra. Praticò alcune volte cercando di farci intuire che
rimaneva a lungo senza respiro: si chiuse le narici con le dita - la bocca era
già chiusa di per sé - e rimase così per un certo tempo; era chiaro che stava
recitando e che in quelle condizioni, avendo parlato molto, non poteva
manifestare tale stato e infatti smise dopo un minuto appena: non si
riusciva a comprendere per quale motivo stesse improvvisando quella
sceneggiata. Da un certo momento in poi fu così preso dalla
rappresentazione che l'unico scopo della lezione pareva essere il mettere in
evidenza che lui era un "grande" e noi degli sprovveduti che non saremmo
mai stati capaci di arrivare al suo livello.
Gli vennero fatte varie domande, per esempio sul Kechari Mudra: affermò
che esso non era altro che il volgere la lingua all'indietro, gli vennero poi
chieste informazioni su di una tecnica che si chiamava Navikriya che da
diverse fonti si sapeva costituire un punto saldo del Kriya originale di
Lahiri: fece finta di non averne mai sentito parlare. Rimasi deluso dalla sua
palese insincerità perché ciò non era vero come in seguito ebbi modo di
constatare. Ebbi l'impressione che il suo insegnamento fosse in modo
assai strano "isolato" rispetto a quello di Lahiri: per certi versi poteva
essere considerato una preparazione ad esso, per altri sembrava una
conseguenza come un qualcosa che viene "dopo".
Mi chiedevo: se non aveva più intenzione di insegnare certi dettagli tecnici,
per quale motivo aveva messo in moto una vasta e costosa campagna
pubblicitaria in cui si descriveva come colui che veniva a portare il Kriya
originale?

A quella riunione eravamo giunti da varie parti d'Europa, superando vari


disagi, e lo avevamo fatto non per ammirarlo ma per imparare, per
comprendere quei dettagli che altri non avevano, per superficialità o non si
sa per quali motivi, voluto darci .
In seguito, confrontandomi con diverse persone, cercai di comprendere
quello che poteva essere successo scartando, avendolo conosciuto, l'ipotesi
che si trattasse di un semplice effetto della sua anzianità.
Sono indotto a pensare che qui in occidente si fosse confrontato con altri
insegnanti, non in forma diretta ma in base ai resoconti dei suoi discepoli:
per questo avesse compreso che "sopravvivere" qui dipendeva da molti
fattori uno dei quali era diversificarsi, insegnare qualcosa di
intrinsecamente unico. Non era il tipo da inventarsi delle tecniche però
riuscì ad essere "diverso" dagli altri: si concentrò totalmente sulle pratiche
"finali" del Kriya, anzi più che altro sulle abilità che lui ne aveva ricavato.
Mi spiego: è chiaro che il Kriya è un mezzo e come tale può essere
abbandonato una volta ottenuto il fine; come tanti giustamente hanno detto,
quando noi usiamo una barca per attraversare un fiume, non continuiamo
poi dall'altra parte il percorso portandocela sulle spalle!
Era certo che lui avesse praticato le varie tecniche Kriya e le avesse
"superate", quindi per ottenere lo stato estatico non gli servisse più
praticare il Pranayama, quello tradizionale col respiro lungo.
Da un certo momento in poi aveva praticato solo l'essenza, probabilmente
le tecniche del quarto Kriya in cui si percepisce una particolare
oscillazione nei Chakra: proprio su questa esperienza ora, anche se in
forma semplificata, faceva convergere la maggior parte del suo discorso.
Quello che ci stava insegnando era indubbiamente molto sottile, anzi
diciamo pure talmente misterioso da poter essere considerato più "sacro",
se così possiamo dire, di qualsivoglia altro insegnamento.
Lui lo sapeva, e intuitivamente lo comprendevamo anche noi: ma la
situazione non si sbloccava e non poteva portare ad alcun esito positivo
perché noi non riuscivamo ad avere le sue percezioni. Non eravamo
involuti, superficiali: semplicemente ci mancavano i "gradini" intermedi.
Lui, credo, sentiva così tanto la delicatezza del suo insegnamento che era
preso come da una specie di pudore e così cominciò a diventare sempre più
ermetico, come se volesse che solo pochi capissero quella realtà a cui
alludeva.

Il Kriya, per quello che lo riguardava, non consisteva in un insieme di


tecniche ma nel principio unico presente in tutte, dal Maha Mudra allo
Yoni-mudra e questo era l'oscillazione che lui voleva che noi percepissimo
e che per noi era impossibile. Se fosse stato possibile, già Lahiri, che era la
semplicità fatta persona, avrebbe evitato di perdere tempo insegnando
quella più o meno decina di tecniche di cui consiste il suo Kriya yoga.
Per questo personaggio il Kriya non era un insieme di tecniche ma una
condizione nella quale si può entrare oppure no: per entrarci bisognava che
una persona come lui lo dimostrasse con dei gesti, con poche parole,
"toccando" la persona, trasferendo quella percezione. Lui non diceva mai
«insegnare» il Kriya ma «dare» il Kriya come se di una stringata
rivelazione si trattasse, un cenno che lasciava lo spazio all'esperienza
diretta. Queste erano dunque le sue intenzioni, estremamente nobili, però
la realtà dei fatti fu che, incapaci come eravamo di raggiungere con un solo
balzo il livello finale che lui ci mostrava, fummo inevitabilmente indotti a
cercarci un altro insegnante onde imparare le parti che ci mancavano.
Andammo proprio dalle persone che lui disprezzava, quelle da cui lui
voleva salvarci: la sua reticenza sulle tecniche diede lavoro ad altri
insegnanti che sicuramente non erano alla sua altezza: foraggiò il loro
lavoro. Qualcuno provò a fargli capire l'assurdità della situazione - questa
è una delle esperienze più tristi di cui fui testimone - si rivolse a lui con un
atteggiamento da "mendicante" e invocò che cambiasse atteggiamento:
invano. In questo modo il gruppo dei ricercatori più seri lo abbandonò
gradatamente e la sua missione di diffusione del Kriya yoga almeno in
Europa fallì: ciò fu triste perché quest'uomo aveva in sé la possibilità di
"conquistare" l'occidente.
Il libro che aveva scritto era una mossa perfetta per presentarsi: con questo
aveva creato il terreno adatto per avere, diciamo così, "ai suoi piedi",
tantissime persone disposte a rispettarlo, trattarlo quasi come una divinità e
fare qualsiasi cosa per aiutarlo nella diffusione del Kriya.
Per quel che mi riguarda, partito che fu questo insegnante per gli Stati
Uniti, cercai di contattare il più possibile coloro che da tempo lo seguivano
ponendo loro delle domande tecniche: in effetti durante seminari avvenuti
uno o due decenni prima, loro avevano appreso qualcosa di molto
interessante che si avvicina al Kriya di Lahiri .
Questi insegnamenti si basavano - lo seppi tempo dopo - su quanto un
famoso discepolo di Lahiri, Sri Yukteswar aveva insegnato. Di un

particolare approfondimento del Maha Mudra parlo nel capitolo VII, ora
condivido col lettore il senso di quelle due importanti istruzioni che prima
ho introdotto e che furono ciò che di più interessante, utile in pratica, mi
venne spiegato. Ritengo che potrebbero servire a qualche lettore come
introduzione al Kriya.

IMPORTANTI TECNICHE di PREPARAZIONE al KRIYA


I… Particolare Pranayama: sollevare i Chakra.
Mi venne spiegato con ogni respiro di sintonizzare la coscienza su un
Chakra diverso. Il respiro è lungo - viene prodotto il rumore nella gola - il
cammino dell'energia varia di respiro in respiro: sale da un certo preciso
Chakra fino nel Kutastha e da questo poi ritorna nella posizione di
partenza. Se col primo respiro percepisco il Muladhar che sale nel
Kutastha e poi da lì scende, col secondo respiro percepisco qualcosa di
analogo riferito al secondo Chakra... quando si arriva al sesto Chakra, cioè
il midollo allungato, anche questo si muove cioè viene in avanti fino al
Kutastha e da lì torna indietro. Poi solleverò il quinto Chakra, poi il quarto
eccetera: l'ordine va dal primo al sesto Chakra e poi di nuovo dal sesto in
giù fino al primo.
In questo modo una dolcezza ci prende dentro con una forza incredibile, il
respiro diventa sempre più sottile e si cominceranno ad ascoltare
fortemente i suoni interiori.
La pratica non diventa mai mentale: il respiro rimane sempre lungo.
Tutte queste istruzioni non mi vennero date ufficialmente sotto forma di
iniziazione, ma in piedi così parlando, quindi mi sembrò quasi di rubare
queste informazioni e ciò era importante per il mio spirito di autodidatta,
ripensai tante volte a quello che mi dissero cercando di scavare tra le
parole e mi misi al lavoro e realizzai qualcosa di importante: l'ascolto dei
suoni interiori all'interno della pratica stessa del Pranayama.
Sembra strano ma quando riesco a intuire i dettagli di una tecnica che chi
mi parla non avrebbe avuto l'intenzione di svelare completamente, ci metto
dentro un tale entusiasmo e lo realizzo così bene che poi quando ricevo
l'insegnamento in forma ufficiale non so più a ritrovare quella dimensione.
Nacque un periodo meraviglioso: una forma così intensa e perfetta di
ascoltare i suoni interiori durante il Pranayama rimane unica nel suo
genere!

II… Osservare il respiro nei Chakra.


Questa tecnica è una variante della precedente in cui il respiro lungo viene
sostituito da un respiro breve che non viene mai forzato. Si osserva dunque
con distacco il respiro immaginando che ciascuno tocchi un Chakra
diverso, lo trasporti rapidamente nel Kutastha e in modo altrettanto veloce
lo riporti nella sua posizione. L'ordine rimane lo stesso: dopo un po' il
respiro comincia a scomparire e l'esercizio diventa un processo di
concentrazione sui Chakra. L'attenzione si sofferma su uno alla volta,
contemporaneamente a ciascun palpito di respiro, percependo come se
qualcosa partisse dal Chakra e ad esso ritornasse, come se, in sincronia con
l’inspirazione, il Chakra si gonfiasse un po’ e durante l’espirazione si
restringesse. Se si lascia che le pause naturali del respiro si manifestino e
anzi si gode di esse, si nota come la coscienza entra naturalmente sempre
più nel Kutastha.
Talvolta nel conteggio dei 1728 respiri capita per così dire di perdersi per
strada e quindi è necessario accontentarsi di un conteggio approssimativo
che viene fatto in base al tempo trascorso … ma queste sono evenienze e
rimedi che ciascun praticante conosce molto bene.
[Di solito si conta ciascun ciclo di 12 respiri, che prende dentro tutti i
Chakra in salita ed in discesa, su una catenina di 108 grani a cui poi se ne
aggiungono 36 fino a formare 144 giri completi che corrispondono a 1728
respiri.]

Cronaca
Il periodo in cui praticai queste tecniche fu particolare: venne l'inverno con
alcune giornate completamente libere dal lavoro; decisi di passare le
mattinate accanto al fuoco praticando: l'esperienza fu così deliziosa che per
la prima volta si formò il progetto di ritirarmi dal lavoro prima dell'età
normalmente ritenuta pensionabile per godere liberamente e per sempre di
questo stato! Sperimentai un modo di guardare le cose come caricato di
una ebbrezza senza limiti: spesso mi svegliavo piangendo di gioia dopo
sogni molto intensi. Durante il giorno il pensiero andava ad un ipotetico
mondo dell'aldilà, un mondo che immaginavo con un senso di delizia e una
dolcezza incredibili; mi sembrava che fosse attorno a me e che io, pur
continuando a vivere, già ne facessi parte: ero ebbro della rarità della mia
condizione del vivere con tale consapevolezza.

Avvertivo uno strano effetto quando contemplavo i paesaggi, quelli che in


passato avevo trovato belli ma che ora mi sembravano come trasfigurati
nell'eternità, come se facessero parte di un paradiso e fossero costituiti da
una sostanza fatta di pura luce, manifestazione di una beatitudine senza
limiti. Durante il giorno continuavo a chiedermi come avessero fatto i
mistici a recitare la loro parte nel mondo senza essere travolti dalla
beatitudine.
Partii per una vacanza in una località di montagna immersa nella neve dove
ero libero di camminare senza una meta prefissata in un paesaggio che
assumeva colori stupendi mentre scendeva la sera e le luci del paesino a
valle si rivelavano; tutto quello che vedevo risultava trasfigurato dalla mia
ebbrezza, era a volte la nostalgia di un’immensa esperienza spirituale
ancora da venire, altre volte era così perfetta che non desideravo altro.
Ritornato al lavoro, mi riadattai alla vita di sempre e nei pochi momenti
liberi pensavo al prezioso gioiello trovato e visualizzavo per il mio futuro
la possibilità di chiarire completamente anche i famosi "Kriya superiori" e
immergermi ancora di più in quella realtà fantastica. Un giorno, sempre per
lavoro, mi recai in una stanza dove, attraverso un'ampia vetrata, si
vedevano da lontano delle montagne che lasciavano contemplare poco
sopra di loro un cielo di un celeste purissimo: rimasi in estasi a guardarle!
Erano il simbolo del Kriya di Lahiri: un po' di neve ammorbidiva il loro
bordo irregolare, che all'arrivo della sera sembrò trasfigurare in un rosa di
un bello indescrivibile, "quella" era la realtà dove sarei vissuto: il mio
cuore ardeva d’estasi.

SECONDO INSEGNANTE
Mi trovavo in un vero e proprio paradiso eppure c'erano altre preziose
istruzioni che ancora non possedevo.
Se le avessi trovate descritte su qualche libro o se qualcuno me le avesse
allora spiegate non avrei perso anni ed energie a cercare altri maestri e
sforzarmi di adottare il comportamento del discepolo diligente: purtroppo
fu necessario seguire diversi insegnanti tra cui questo secondo, sempre
indiano, di cui ora mi accingo a parlare.
Lo incontrai in Europa, conosceva il mio precedente insegnante, sorrise
perché era informato delle difficoltà che noi avevamo e fece capire che il
motivo del suo viaggio in occidente era proprio da interpretarsi come
"risposta" all'insegnamento incompleto che avevamo ricevuto.

Durante l'iniziazione tra le cose che conoscevo mi rivelò ad esempio con


una chiarezza definitiva il Kechari Mudra e il Navikriya.
A questo rimasi per così dire "fedele" per molti anni - anche se non era
proprio la figura ideale che avrei voluto incontrare - per un debito di
gratitudine a cui non volevo sottrarmi.
Considerando la particolare indole che venne rivelando è utile riferire il
senso delle nostre incomprensioni in quanto esemplificazione delle
differenze tra il modo occidentale e quello orientale di affrontare l'aspetto
didattico del Kriya yoga.
Anzitutto sembrava più interessato alla filosofia che alla pratica del Kriya,
non faceva mistero nel ritenere noi occidentali troppo legati alle tecniche e
poco interessati a usare la discriminazione nei confronti di quella che lui
chiamava "arte del vivere": probabilmente aveva ragione, anche se era
palese che il suo stile di vita altro non era che un continuo barcamenarsi tra
mille contraddizioni. Le persone che partecipavano ai suoi seminari lo
facevano esclusivamente per apprendere le tecniche del Kriya, poiché la
filosofia potevano leggersela sui libri, e rimanevano deluse per la fretta con
cui esse venivano riassunte: per fare un esempio ricordo che un giorno
spiegò il Pranayama, il punto più delicato e importante di tutto il Kriya di
Lahiri, impiegando non più di due minuti; di esso dava dimostrazione
facendo un "terribile" rumore nella gola: questo era chiaramente troppo
forte, e lui stesso lo riconosceva, però gli serviva per farsi ascoltare con
facilità da coloro che, nel caso di folti seminari, erano situati nelle ultime
file, senza correre il rischio di "perdere tempo" a farlo riascoltare
singolarmente ponendosi accanto a ciascuno.
Era di indole irascibile, portato a sospettare di tutto e di tutti e considerava
ogni domanda sui particolari tecnici come l'espressione di un eccesso di
curiosità, oppure anche come una velata forma di contestazione alla sua
autorità. Spesso i neofiti ponevano delle domande legittime ricevendo i
complimenti sull'intelligenza delle stesse assieme alla promessa che un
completo chiarimento sarebbe avvenuto in futuro nella seduta di ripasso.
Se però avevano allora l’ardire di riproporre le loro domande, allora sì che
avrebbero conosciuto il vero volto dell'insegnante!
Ebbi modo di presenziare ad alcune manifestazioni di veemenza retorica
volte a distruggere psicologicamente lo studente, come se la curiosità
espressa da questo fosse una manifestazione dell'ego, delle sue storture
mentali.

Un giorno un suo stretto collaboratore avanzò, senza essere richiesto, una


proposta assai logica - far seguire alla spiegazione delle tecniche una
seduta di pratica effettiva di quanto appreso onde permettere un controllo
diretto -, quando questi uscì dalla stanza l'insegnante rivelò tratti di vero e
proprio tiranno, mostrando chiaramente che nel suo animo covava un vero
e proprio odio nei confronti di quella persona; ci chiese tra l'altro di non
frequentarlo più; inoltre, preso dall'ira, fece una di quelle profezie che si
possono definire "autoavverantesi": che quel discepolo lo avrebbe
abbandonato ben presto. Evidentemente quel collaboratore sentendosi
crudelmente e ingiustamente aggredito e rifiutato - qualcosa venne infatti a
sapere - se ne andò quasi subito per la sua strada, al che l'insegnante
trionfalmente sottolineò la sua preveggenza.
Venne il momento in cui, per vari motivi, mi affidò il compito di dare
l'iniziazione al Kriya alle persone che la richiedevano: da allora ebbi modo
di rimanere molto più tempo con lui. Non mi era mai concesso di parlare
di tecniche, di approfondirne qualcuna o chiarire qualche dubbio, e se dico
«mai» significa che, l'unica volta che azzardai una domanda, mi lanciò uno
sguardo iniettato di un tale odio che sembrava volesse strangolarmi
all'istante.

[Quante volte mi sono perso a pensare il perché di quello sguardo e sono


arrivato alla seguente spiegazione: la mia non venne interpretata come una
vera e propria domanda per chiarire un dubbio reale, ma come una "sfida"
aperta, camuffata diplomaticamente da domanda. Questa riguardava un
modo alternativo di praticare una determinata tecnica: probabilmente
ritenne che in qualche modo mi fossi lasciato corrompere da altre fonti di
Kriya, che avessi già assaggiato il "piatto avvelenato" proveniente da altri
maestri e dunque fossi un potenziale traditore.]
Osservavo che di città in città dava sempre meno spiegazioni omettendo
particolari a mio avviso importanti: mi sentivo come un apprendista
archeologo, in possesso di quel tanto di conoscenza sufficiente per
accorgersi che l’esperto, sotto la cui direzione lavora, distrugge ogni tanto
deliberatamente alcuni reperti perché problematici da restaurare o altera la
natura di altri per catalogarli in un modo più automatico.
Un giorno cambiò un importante particolare di una tecnica e, di fronte al
mio sconcerto anziché ammettere che aveva deciso di correggere la sua
precedente spiegazione per sostituirla con una più profonda e corretta -

così infatti era la situazione - sostenne che nulla era stato mutato e che la
precedente versione della tecnica esisteva solo nella mia fantasia.
È chiaro che alle persone con le quali condividevo il Kriya fornivo tutte le
spiegazioni necessarie; mi capitò anche di rispiegare completamente
"tutto" a quelli che, iniziati da lui, vennero da me dimostrando di non aver
capito assolutamente nulla. Mi era sembrato che apprezzasse i miei metodi
di insegnamento - lui stesso, al termine dei suoi seminari, invitava le
persone a rivolgersi a me - ma venni a sapere che, da lontano, parlando con
altri aveva censurato senza mezzi termini il mio operato.
Decisi di smettere provvisoriamente l'insegnamento del Kriya in sua vece,
anche perché sarebbe ritornato dalle mie parti di lì a pochi mesi e quindi
avrei potuto discutere con lui in tutta tranquillità questo importante
argomento.
La mia attitudine ad essere esauriente nei dettagli tecnici non si poteva
porre in discussione perché corrispondeva a una mia precisa scelta,
rappresentava la risposta alle mie passate sofferenze all'interno della scuola
di cui ho già parlato: volevo fornire quelle stesse spiegazioni che avrei
voluto io stesso a suo tempo ricevere, le consideravo essenziali e non un
gioco della mente.
Gli comunicai per scritto la decisione di non insegnare più finché non si
fosse verificato tra di noi un colloquio chiarificatore: la mia missiva fu
interpretata come un atto di orgoglio; chi si trovò vicino a lui mi raccontò
che questi "esplose" con ira, senza alcun freno inibitorio.
Disse e fece cose tali da procurarmi, quando le seppi, un certo imbarazzo,
un disagio, come se mi venisse riferito che un amico, del quale avevo
cercato di nascondere a me stesso e anche agli altri il precario stato di
salute mentale, avesse manifestato palesemente in pubblico la propria
malattia. Seguì un colloquio telefonico in cui finse di non avere nulla
contro di me, che non c’era alcun malinteso però, accennando alla lettera,
dimostrò di non averne compreso il senso. Con cortesia gli riscrissi
cercando di essere questa volta ancora più chiaro, ribadendo punto per
punto i motivi della mia richiesta; come conseguenza non ebbi neanche il
piacere di sentirlo perché fui "eliminato"! Dopo un po' di giorni vidi sul
suo sito internet che la visita programmata presso il gruppo, che si era
formato per l'occasione nella città dove abitavo, era stata cancellata. In
effetti non lo incontrai mai più.

Pochi giorni dopo mi fu avanzata la proposta di invitare un altro insegnante


al suo posto, uno indubbiamente preparato, il quale aveva dato la sua
disponibilità: quando contattai i suoi collaboratori questi mi fecero
presente la questione finanziaria con una tale brutalità e volgarità che -
considerato anche come non fossi intimamente convinto sull'opportunità di
incominciare un'altra "storia" che già presagivo si sarebbe comunque alla
fine risolta in modo più o meno simile alle precedenti - decisi di declinare
l'offerta. Non sapevo che cosa sarebbe successo però ero profondamente
stanco di questa situazione.

Nota
Il mio proposito è quello di portare chiarezza sul Kriya, non ulteriore confusione
o perplessità: nella esposizione di esso ho eliminato le varianti inutili, artificiose,
spurie. La tecnica riportata sopra con il titolo: "Particolare Pranayama: sollevare
i Chakra" non va intesa come variante del Pranayama classico. L'insegnante che
la propose riteneva infatti - erroneamente come ho cercato di far capire - che il
Pranayama fosse superato e di conseguenza, attraverso questo nuovo
insegnamento, si proponeva di comunicare qualcosa di "superiore": in effetti
esso è una forma semplificata del quarto Kriya.
Il Kriya di Lahiri è fatto di quattro livelli, ciascuno premessa al successivo: essi
verranno descritti in maniera sufficientemente chiara nei capitoli seguenti. Tutto
ciò che riguarda il quarto livello del Kriya verrà presentato nella maniera
tradizionale. Per quanto riguarda questa semplificazione ho scelto di riferirla
perché è una tecnica molto bella, assai utile per percepire i suoni interiori. Non
so se Sri Yukteswar la introduceva come preparazione al Pranayama classico
oppure come approfondimento, in particolare per persone non ancora pronte a
ricevere i Kriya superiori.

CAP. 5
FINE DELLA SEGRETEZZA E DEL MITO DEL GURU
FINE DELLA SEGRETEZZA
Un giorno durante una passeggiata, dopo aver portato con me il peso dei
pensieri riguardanti la situazione presente, incapace di dirigere l'attenzione
su alcunché di costruttivo, osservavo il sole al tramonto che dipingeva di
rosa le montagne bianche di neve all'orizzonte. Ero fermo davanti a quello
spettacolo, non c'era nessuno accanto: mi chiesi se esistevano altre persone
che si trovavano in condizioni simili alle mie, cioè che amavano il Kriya e
avessero sperimentato un insieme di circostanze che sembravano
complottare per creare ostacoli e un’immensa, indefinita confusione nella
conoscenza di tale disciplina. Mi chiedevo se esisteva qualcuno che,
proprio a ragione di questo amore, fosse state maltrattato, quasi come se
l’amore e l'interesse per le tecniche fossero una colpa, un vizio, una
debolezza. Di certo sarebbe stato bello comunicare tra di noi, scambiarci
liberamente le informazioni raccolte sul Kriya, aiutarci a discernere quelle
vere, autentiche, da tutto il pattume in cui erano immerse…ma c'era
l'obbligo della segretezza! Sentivo l'assurdità allucinante della situazione
in cui ci aveva messi proprio questa richiesta: non era giusto che la
situazione andasse avanti ancora sempre in questo modo, era giunto il
momento di agire, di trovare il coraggio, almeno tra noi ricercatori, di venir
meno a questa richiesta e forse, così pensai, non saremmo andati nemmeno
lontano da quello che Lahiri desiderava.
Osservando quel cielo azzurro sopra il bordo dorato delle montagne che
stava virando sul rosa, tutto ciò che era accaduto sembrava grottesco e
nello stesso tempo lontano: in quel momento sentivo che la cosa più giusta
non poteva essere che camminare con altri ricercatori.
Probabilmente Lahiri aveva inteso il "riserbo", non l’assurda "segretezza"
che alcuni intendono. Segretezza significa che nessuno possa mai rivelare
ad alcuno, in nessun caso, un solo particolare del Kriya, riserbo, invece,
che il medesimo individuo, preso dall'entusiasmo, si astenga
dall'informare tutti di quello che sta facendo. Se il Kriya ricevuto da Lahiri
assomigliava ad un seme piantato nel cuore di ciascun discepolo, quel
seme doveva fiorire in pace, senza che, dall'esterno, subentrassero critiche,
ironia o tentativi di disturbo. Un praticante esordiente, preso da
un'innocente smania, tende a riferire le esperienze più intime a persone non

sempre preparate a comprenderle, testimoniando spesso delle reazioni


amaramente deludenti. Il riserbo aveva un senso, la segretezza NO!
Proprio in virtù di questa, insegnanti improvvisati arrivati dall'India,
vantando tutto un insieme più o meno fantasioso di autorizzazioni,
insegnavano il Kriya capendoci poco o niente, creando così il massimo
della confusione; al contrario alcuni occidentali, un tempo discepoli di
qualche maestro indiano ormai scomparso, che conoscevano realmente
qualcosa di Kriya erano tenuti al silenzio. Il Kriya avrebbe dovuto essere
protetto dalla curiosità delle persone superficiali e reso accessibile ai
ricercatori: ora stava divenendo - anche in base alle tante modificazioni e
stravolgimenti - inaccessibile.
Nacque la decisione di riconsiderare tutti i miei appunti sul Kriya,
riscriverli con più attenzione e passarli, senza farmi tanti problemi, a quanti
erano seriamente interessati ad essi. Se qualche ricercatore di nuova
conoscenza abitavano lontano e non aveva altra possibilità che contattarmi
per telefono o per lettera, anche in tal caso non avrei dovuto esitare a
condividere quello che sapevo - tranne ovviamente casi plateali di persone
che sragionavano rivelando problemi psicologici evidenti.
Ritornai dalla camminata molto rasserenato. Avevo a disposizione
parecchio materiale poiché ero stato quello che si definisce uno studente
modello: usando la stenografia non avevo perso una parola delle
spiegazioni dei vari insegnanti frequentati, potevo quindi dar inizio ad un
nuovo capitolo della mia vita. Dovendo rimette a posto gli appunti sarei
stato obbligato a riflettere sulle tecniche e portare avanti un lavoro di
pulizia, ovvero togliere tante varianti in sovrappiù che sapevo non erano
"Kriya originale" ma aggiunte di poco conto fatte da alcuni "furbi" tanto
per abbellire l'insegnamento e avere più seguaci.

RICERCATORI E "MAESTRI"
Per descrivere quello che avvenne, per comprendere le difficoltà a cui
andai incontro e i relativi sviluppi è necessario dare un’idea di chi erano i
"ricercatori" che fino a quel momento avevo conosciuto.
All'interno della prima scuola di Kriya conobbi più che altro dei "devoti"
che erano tiepidamente entusiasti del Kriya e pareva lo praticassero - quel
poco di tecniche in loro possesso - come un sacrificio quasi necessario per
tenere a bada un disagio psicologico o per espiare… la "colpa
dell’esistere". Frequentando i seminari sul Kriya conobbi moltissime

persone dai caratteri molto eterogenei i cui interessi spaziavano


dall'esoterismo classico al moderno New Age dove talvolta sembravano
"persi". A differenza dei precedenti questi nuovi amici erano invece anche
"troppo" entusiasti del Kriya, verso il quale dimostravano una fiducia
pressoché cieca nel suo potenziale catartico di risolvere ogni problema
della vita. Legati ad uno stile di vita orientaleggiante, amavano
un’atmosfera, uno stile di vita caratterizzato da particolari sensazioni che
cercavano di coltivare con tante piccole attenzioni o, più che altro,
innocenti manie. Alcuni, e lo sottolineo senza alcuna cattiveria, davano
l'impressione, di non essere molto equilibrati: lasciavano intendere di
possedere facoltà paranormali, inoltre parlavano di molte, forse troppi
argomenti esoterici passando dal Kriya ad altre discipline orientali o
addirittura tecniche di sciamanesimo, di spiritismo…
Imparai a rapportarmi con ciascuno, ad esempio quelli che mi ospitarono
quando frequentai seminari in città lontane, come un esploratore affronta
degli animali sconosciuti, aspettandomi qualsiasi bizzarra rivelazione…
presunti poteri taumaturgici, profezie di sciagure imminenti accompagnate
da improbabili consigli su come scamparne.
Nel mio carattere affiorava talvolta una vena di ironia e in qualche
occasione li sconcertai con battute spiritose: nonostante il mio
comportamento, si dimostrarono generosi coinvolgendomi in maniera
spontanea in quello che di più prezioso nel campo esoterico era a loro
conoscenza: insomma, nessuno sembrava voler tenere per sé i segreti
ottenuti con fatica e, talora, con spese non indifferenti.
Altri sembravano persone serie che davano la rassicurante certezza che
dalla loro bocca difficilmente sarebbero uscite delle sciocchezze: tra questi
alcuni contrapposero con tatto e fermezza punti di vista diversi dal mio
incitandomi ad una comprensione più profonda. Fui sempre pronto a
manifestare la mia assoluta simpatia e fiducia nei confronti di coloro che,
non per esibizione, ma poiché il discorso lo richiedeva, mi citarono a
memoria parte degli appunti di Swami Y., proprio quelle stesse frasi
sibilline nei confronti delle quali avevo nutrito svariati dubbi di
interpretazione. Questo fatto mi forniva la prova che li avevano letti e
riletti tantissime volte cercando di decifrarli, "soffrendoci sopra" parecchio.
In generale posso dire che se all'interno della prima scuola il mio
entusiasmo, l’interesse per le tecniche era stato accolto con un certo
imbarazzo anzi talvolta con gelida reticenza, in questo nuovo contesto, la

mia curiosità era amplificata da mille stimoli e tutti i praticanti di Kriya


dimostravano assoluto rispetto nei miei confronti, un’accettazione senza
riserve del mio modo di essere tali da riscaldarmi il cuore.
Constatai, e questa fu un’autentica sorpresa, che nessuno cercava di
impormi le proprie convinzioni: nei nostri rapporti non c'era mai
disapprovazione, asprezza o formalità. In compagnia di questa nuova
"famiglia" mi sentii rinato: la mia curiosità, l’intuizione vennero
continuamente stimolate. Frequentarli fu per me un’importante lezione di
vita: imparai ad ascoltare chiunque con rispetto e tacere quando non ero
d'accordo. Confesso che alcune persone mi facevano sorridere ma, di
riflesso, cominciai a sorridere anche di me stesso: nemmeno io, rispetto
alle persone comuni interessate alla concretezza e alla tangibilità, ero poi
tanto "normale"!
In parecchi ci ritrovammo nei seminari di insegnanti di "passaggio" proprio
per apprendere ciò che altri non aveva voluto o saputo rivelarci. Siccome
quei "Guru itineranti" erano soliti tenere delle sedute di iniziazione al
Kriya una volta all'anno, spostandosi attraverso varie città europee,
accettai, come una contingenza inevitabile, il fatto di muovermi in varie
località, in Europa o anche più lontano. Trascorsi uno dei periodi più
strani della mia vita e di questo conservo un ricordo molto gradevole che
ritorna in mente quando ascolto le registrazioni che avevo acquistato allora
dei canti devozionali indiani (Bajan). Le "iniziazioni" erano un rituale a
cui mi stavo abituando: era prescritto di portare dei fiori, qualche
insegnante ne richiedeva uno, altri ne chiedevano tre oppure sei, poi dei
frutti tra cui qualcuno esigeva ci fosse una noce di cocco - su questo si
insisteva costringendo le persone ad andare di negozio in negozio e i
venditori si chiedevano come mai ci fosse questa improvvisa richiesta di
noci di cocco…- e poi un’offerta in denaro qualche volta era libera,
talvolta di ammontare prestabilito.
Spesso oltre al non rivelare le tecniche apprese dovevo promettere anche
qualcosa di assurdo come per esempio «guardare tutte le donne come se
fossero delle madri, tranne la propria moglie o compagna».
Mi immergevo in qualcosa di estraneo che però accettavo come un fastidio
inevitabile pur di riuscire ad ottenere le informazioni tanto agognate.
Il più delle volte, dopo tanti rituali, mi ritrovavo ad ascoltare una
spiegazione veloce, superficiale, polemica sempre, anzi spietatamente
distruttiva nei confronti delle informazioni ricevute da altre fonti.

Uscivo da quelle "iniziazioni" ripetendomi quanto fossi soddisfatto e che


da allora in avanti avrei abbandonato le altre pratiche limitandomi, con
grande serietà, solo a quest'ultima, in modo di poter ricevere l'anno
successivo - quando l'insegnante sarebbe ripassato - il "seguito"!
Il cuore, se mi fossi fermato un attimo ad ascoltarlo, mi avrebbe detto che
mi stavo illudendo, che la nuova iniziazione aggiungeva solo qualche
leggera insignificante variante a ciò che conoscevo, che sarebbe divenuta
anch'essa una "gabbia" che prima o poi avrei trovata troppo stretta e
abbandonata, proprio come le altre. In tutta sincerità posso dire che non
solo io, ma la maggior parte di noi, percepivamo che gli insegnanti
incontrati erano, nella quasi totalità dei casi, personaggi mediocri, con
grandi limiti dal punto di vista umano, tollerabili in una persona normale,
ma fastidiosamente stridenti in individui che si presentavano come
"maestri spirituali". Ricordo il fortissimo spirito polemico che
contrapponeva l'uno all'altro: ciascuno sosteneva ovviamente di essere il
depositario del "Kriya originale". L’insincerità era il leit-motif del loro
comportamento: quando due di essi si salutavano per telefono - mi capitò
di essere presente -, pur detestandosi, si ricoprivano di lodi reciproche,
simulando un’amicizia fraterna, un accordo su tutte le questioni più
rilevanti. Durante queste conversazioni a distanza, c'era spazio anche per
una mutua esaltazione, visto che si autodefinivano emissari di pace nel
mondo o, ancora più… modestamente, persone che, innalzando il livello
vibratorio della coscienza dell'umanità intera, «proteggevano questo
pianeta da probabili sciagure».
Alcuni insegnanti mi delusero non soltanto per la loro superficialità, ma
anche perché davano prova di una mente instabile; altri rivelarono tratti di
disonestà e talvolta di crudeltà. Non ne incontrai uno solo che trasmettesse
serietà e perizia imprescindibili in una materia così sottile e delicata:
emergeva sempre qualche tratto indizio di sciatteria, avveniva sempre
qualche fatto che confermava l’impressione di precarietà, di
improvvisazione; alcune tecniche sapevano di falso, sembravano create a
tavolino e ispirate ad altre già presenti in qualche testo esoterico,
recuperabile addirittura sulle più comuni bancarelle di libri economici.
In verità conoscevano poco del Kriya yoga e ancor più superficialmente lo
insegnavano; tuttavia anche quel poco mi forniva indizi su aspetti tecnici
per me tanto importanti: non gradivo che l'insegnamento venisse portato

avanti con superficialità, ma ricevere comunque anche poche briciole che


sapevano di novità bastava a farmi sentire momentaneamente soddisfatto.

ANALISI DEL MITO DEL GURU


Al ritorno dalla passeggiata non mi rendevo ancora conto di come il mito
del Guru potesse bloccare i miei progetti, quello di condividere
liberamente con gli altri la conoscenza accumulata attraverso tante
vicissitudini. Mi resi conto della situazione quando cominciai ad interagire
con altre persone e mi scontrai contro di esso: dalla disperazione iniziale
passai ad un importante processo di chiarimento nel mio intimo.
Il confronto con alcune persone mi mise con le spalle al muro e mi fece
vedere la natura molto seria di un problema che era anche mio e che
credevo, con troppa leggerezza, di avere risolto.
Tra i tanti episodi ne scelgo uno abbastanza eloquente.
Un amico era da poco ritornato dall'India con delle istruzioni secondo lui
importanti, ricevute in quel luogo da un Maestro di Kriya che egli era
andato espressamente a cercare. Dopo il viaggio mi chiese di praticare il
Pranayama con lui; alla fine della seduta mi disse di aver notato un errore
nella mia esecuzione: felice di questo, con una certa curiosità gli chiesi
quale fosse il particolare tecnico che non andava bene e la sua risposta mi
gelò: «non posso dirtelo!». Se mi avesse suggerito l’opportunità di
ricevere una correzione globale della mia tecnica presso il personaggio che
lui stimava, cogliendo l'occasione per eventuali altri insegnamenti, allora
avrei senz'altro accettato la proposta. Però il buon senso sembrava assai
lontano: aggiunse infatti che io e tutti i miei amici, che praticavano il Kriya
- anche persone anziane per le quali spostarsi, fare un lungo viaggio
sarebbe stato tremendamente disagevole -avremmo dovuto
necessariamente andare in India, farci controllare e chiarire quel particolare
dal suo Maestro. Ascoltai le sue parole come un insulto. L'amico, a cui feci
presenti le difficoltà, aggiunse con amarezza di abbandonare il "gregge" e
pensare a me. Se le persone che avevo attorno fossero state di quelle che
sopra ho definito un po’ New Age - cioè un po’ fuori di testa - allora forse
avrei potuto anche prendere in considerazione la sua proposta e partire con
lui, visto che mi avrebbe anche fatto da guida, ma la maggior parte degli
amici erano onesti e seri. Dalla persona diplomatica che ero divenni molto
duro nell’espressione, non ricordo cosa gli dissi, solo che quella fu la fine
del nostro rapporto.

Uno o due anni dopo, da altre fonti, appresi qual era il presunto errore a cui
lui si riferiva: la respirazione doveva essere più addominale, ovvero la
pancia avrebbe dovuto muoversi in fuori e in dentro rispettivamente con
l’inspirazione e con l’espirazione cosa che lui non aveva visto nella mia
pratica. Immaginiamo una trentina di persone che rifanno i documenti
ormai scaduti di viaggio all'estero, prendono l'aereo, fanno poi un viaggio
interno in India di molte ore in corriera nelle condizioni che ognuno può
immaginare e infine arrivano stremati dal "Maestro" il quale, nella sua
benevolenza - in un inglese stentato che qualche traduttore improvvisato
avrebbe dovuto rendere in italiano - avrebbe detto loro che «nel Pranayama
bisognava tenere il torace fermo e muovere la pancia»!
Ora è importante chiarire un fatto: l'amico era fortemente condizionato non
solo dalla richiesta di segretezza ma da qualcosa di particolare intrinseco al
"rapporto Guru-discepolo". Era realmente convinto che se noi avessimo
ricevuto anche un minimo insegnamento in quella situazione - purché ci
fosse stato un contatto diretto tra noi e il Maestro - allora tutti, forse per la
prima volta, avremmo incominciato a praticare il Kriya "per bene".
Era in un certo senso convinto che questi fosse dotato di qualche
particolare potere, come d'altronde supponeva lo fosse necessariamente
ogni vero Maestro e infatti, tra le altre cose, mi disse, convinto, che
«possedeva il potere di aprire i Chakra, liberare il canale della spina
dorsale, portare tutta quanta la pratica del Kriya ad una "ottava
superiore"».
All'interno della scuola da me frequentata il Guru era ritenuto ancora di
più: resosi praticamente uguale a Dio dalla sua autorealizzazione, era
investito del compito di «presentare il discepolo a Dio stesso». Alcune
persone mantenevano nel cuore la segreta speranza che li proteggesse
come un angelo custode quando per avventura non dovessero seguire le
regole prudenziali dell'esistenza pratica e si cacciassero nei pericoli!
Fuori dalla scuola tutte queste aspettative erano sostituite da quella che ho
appena riferito e che poteva essere riassunta affermando che dal Maestro
derivava un aiuto interiore indispensabile. Era convinzione quasi
universale che questa fosse una legge spirituale inviolabile.
La maggior parte dei ricercatori erano effettivamente convinti che «non si
può fare nulla da soli» e aggiungevano, talvolta "piagnucolando", che «non
v’è santo il quale non abbia avuto un Maestro». È proprio per questo
motivo che alcuni si erano affidati in passato a persone che li avevano

spinti a compiere le più grandi sciocchezze: si erano gettati ai piedi


dell'ultimo rottame proveniente dall'India al quale non era parso vero di
poter approfittare della loro totale disponibilità.
[Spesso si parla dei grandi danni che può produrre la fede cieca nei
confronti dei "maghi", ma io credo che, usando il concetto di rapporto
guru-discepolo, si siano verificati casi ben più gravi, pochi dei quali sono
finiti sulle pagine della cronaca.]
Era dunque più che mai necessario far emergere la mia convinzione più
profonda sul tema del Guru: se anch'io speravo un giorno di trovarne uno
allora tanto valeva fermarmi lì e buttare via i miei appunti!
Dentro di me sapevo che c'erano persone illuminate che non ne ebbero
alcuno, nonostante i tentativi di qualche sciocco biografo di far quadrare il
cerchio inventandosi "iniziazioni nello stato di sogno" per asserire che quel
tale santo aveva avuto nelle vite precedenti quel tale maestro …
In altri casi, forse, il mito del Guru era nato da un sottile malinteso.
Si racconta infatti che ci furono persone di grande realizzazione che non
dicevano mai "io" ed, esprimendo le proprie opinioni, preferivano usare
l'espressione: «così diceva il mio Maestro». Ciò rappresentava
l’abbandono del principio di "egoità": avevano realizzato che la saggezza
che usciva dalle proprie labbra non proveniva dal loro ego ma da qualcosa
che se ne stava oltre la mente, oltre il piccolo sé. Con quella frase il loro io
ammetteva che la verità pronunciata proveniva dal Sé più profondo.
Ascoltando ciò è possibile che i presenti credessero effettivamente che la
persona, ai cui piedi in quel momento si trovavano, avesse ricevuto la
"realizzazione" da quello che veniva indicato come il "Paramguru" -
Maestro del loro Maestro -; passando poi alla stesura di biografie la
situazione ipotizzata veniva resa un dogma intoccabile.
Tutto questo era ciò che, nelle mie riflessioni, mi veniva in mente.
Non ero convinto che il mito del Guru avesse posto radici profonde dentro
di me perché nei momenti in cui seguivo ubbidiente le tante piccole manie
isteriche di qualcuno dei personaggi descritti sopra, il mio inconscio
reagiva producendo dei sogni - come per esempio nuotare nello sterco - il
cui monito era evidente. Ma per riuscire a venire a capo di questo problema
applicai la disciplina sulle emozioni, quella che praticavo ancora ai tempi
dell'esercizio di vuoto mentale con cui avevo incominciato la mia ricerca.
Per un certo periodo cominciai ad eliminare tutti i pensieri che sorgevano
in proposito, andai oltre essi, oltre infinite fantasie e incontrai la visione

reale di quello che era finora accaduto. La visione tragica, agghiacciante,


di tutti i fallimenti mi devastò: posso dire che in quel periodo, tormentato
da molti pensieri negativi che fatico a richiamare, feci mie le parole di Sri
Aurobindo tolte da Savitri: «ho preso appuntamento con la notte…».
Allora apparvero le figure che, una da molti anni e una più di recente,
portavo nel cuore. La prima è Beethoven, la seconda Mere: immergermi
nel resoconto della loro vita - nel primo caso attraverso biografie
romanzate, nel secondo attraverso l'opera splendente di Satprem, mi aveva
fornito un motivo per amarli intensamente, autenticamente.
Di Beethoven mi emozionava il fatto della sordità e di come avesse
composto in quelle condizioni la maggior parte della sua musica.
Divenuto sordo a soli 28 anni, aveva reagito con estremo coraggio e
dignità a questa avversità: la sofferenza, la sua drammatica e coraggiosa
risposta era contenuta nel Testamento di Heiligenstat - testamento
spirituale - che ormai conoscevo a memoria. L’estrema difficoltà di
ascoltare la musica che andava componendo, dovendo affidarsi a mezzi
meccanici quali dei rudimentali cornetti acustici appoggiati al pianoforte -
mentre gli era impossibile ascoltare le sue composizioni eseguite da una
orchestra - causarono una sofferenza terribile che rischiò di annientarlo.
Chiudendo gli occhi contrapposi la sua dignità al "nulla" delle persone che
avevo recentemente frequentato … ne venne un "urlo" interiore simile a
quello raffigurato nel famoso quadro di Munch!
Beethoven aveva reagito al suo destino manifestando la decisione di
portare avanti la sua esistenza - che lui definì "miserabile" - rinunciando a
ogni tentativo di fuga, come per esempio il suicidio, «per amore dell'arte»,
cioè del sublime che dimorava nel suo cuore, che sentiva di poter
esprimere e regalare all'umanità.
Avevo mai trovato nel campo del Kriya anche il più lontano accenno a una
simile dignità? C'era da qualche parte chi, in virtù dei Guru conosciuti e di
cui aveva ricevuto le benedizioni, il sottile potere, la Shakti … fosse ora
capace di praticarlo con quella serietà? No! Avevo vissuto in mezzo a
persone che nemmeno riuscivano a concepire una simile serietà.
Cosa speravamo di ottenere attraverso l'aiuto sottile del Guru se non
sapevamo far sorgere almeno un briciolo di quella forza d'animo? Dei
pazzi, si veramente eravamo stati dei pazzi!
Beethoven con la sua sola volontà era andato oltre una barriera a tutti gli
effetti insuperabile.

Mere era stata una passione di anni addietro: mi aveva fatto fremere di
emozione ma poi, quasi senza accorgermi, l'avevo messa da parte. Ero
stato prima introdotto al pensiero del filosofo-"illuminato" Sri Aurobindo
che, per varie ragioni, mi affascinò quasi subito anche se alle
complicazione della sua Vita Divina e Sintesi dello Yoga preferii di gran
lunga i suoi Aforismi, le poesie e soprattutto il poema epico Savitri,
bellissimo. Mere, dopo la morte di Aurobindo avvenuta nel 1951, portò
avanti il suo pensiero e la sua ricerca.
Se mi avessero chiesto di riassumere il suo pensiero avrei balbettato
qualcosa di vago invitando gli altri alla lettura, incapace di essere chiaro,
esaustivo: era una forza nella quale mi ero un tempo sentito immerso, che
premeva su tutto per far scaturire da ogni cosa un senso.
Non si proponeva di essere un Guru - anche se avrebbe voluto estrarre da
ogni essere umano che ai suoi piedi si raccoglieva, tutte le potenzialità
nascoste all'interno -: invitava ciascuno ad aprirsi ad una autentica
trasformazione. Si era messa in testa qualcosa che sembrava
"impossibile": voleva che il Divino - quello che lei identificava come il
principio intelligente che sta alla base di tutto ciò che esiste - venisse
realizzato pienamente qui, in questa vita, nel basso più basso possibile:
nella materia, negli atomi; la storia delle sue battaglie impossibili era
talmente "fantasiosa" che me ne ero innamorato!
Non so più dove avevo trovato la sua affermazione secondo la quale «la
volontà di purezza è il grande ostacolo al cammino spirituale»!
Sottolineava l'umiltà di accettarsi per quello che si è ammettendo il proprio
lato in ombra, riconoscendosi simili «a coloro che vivono nell'oscurità»:
tutto questo non dal solo punto di vista teorico ma con autentica
convinzione! «Non cercate di sembrare virtuosi - aggiungeva - vedete fino
a che punto siete uniti, una sola cosa con tutto ciò che è antidivino»... non
riuscirò mai a descrivere il senso di liberazione che provai!
Ricordo che delle volte avevo camminato in campagna ripetendo quelle
parole come un Mantra!
Nell'attuale frangente della mia vita brillava nel mio cuore una sola delle
tante sfumature iridescenti che emergevano dalla sua Agenda: «Nella
materia, il Divino diventa perfetto»… questa frase mi toglieva il respiro!
Tremavo di emozione, mi sentivo accanto ad un fuoco! Che cosa avevo da
sempre cercato se non la poesia, la bellezza, non "lassù" dove indicano le

religioni, ma nella vita, nel mondo concreto? La pratica Yoga di un tempo


era vissuta solo in questo modo: definitivo, inviolabile, perfetto.
La presenza di un altro essere umano non aveva alcun ruolo: la bellezza era
impersonale.
Chi attribuisce al Divino una qualche "forma" e a questa si rivolge proprio
come ad una "Persona", anche se infinita, sarà portato, abbracciando il
pensiero orientale, a dipendere da un Guru o, permanendo nella religione
tradizionale, da un analogo Padre Spirituale. Chi invece concepisce un
Divino senza forma sarà di conseguenza libero dal mito del Guru.
Nonostante il senso delle recenti ferite, ora mi sentivo come quando un
raggio di sole dopo una giornata di pioggia ci riscalda il cuore e chiudiamo
gli occhi per vivere in una primavera perfetta.
Non sono mai stato tanto felice come allora: le distorsioni e i
condizionamenti ricevuti non avevano prodotto un danno irreversibile, ero
rimasto quello di un tempo. Avevo incontrato organizzazioni e maestri solo
per imparare delle tecniche, ma successivamente, quasi per "farmi bello"
davanti a loro, avevo recitato la parte del bravo discepolo, "aderendo" di
proposito, con un atto della mia volontà, alla tradizione yogica: in quel
momento era iniziato il disastro. Tutto questo poteva finire: con la
conoscenza delle tecniche che avevo raggiunto e la predilezione bruciante
per la ricerca della bellezza, ritrovata nel mio cuore, avrei potuto
trasformare le tecniche in oro. Davanti a ciascun ricercatore avrei potuto,
d'ora in avanti, essere chiaro e sereno: stava al singolo scegliere la strada
che vive della sola speranza di trovare il proprio Guru - in tal caso le
tecniche non servono a niente - oppure la strada in cui la volontà ferrea
unita a una grande passione collaborano a perfezionare le tecniche e
ottenere la realizzazione. In tal caso il mito di considerare un essere umano
come fosse un Dio, ritenendo che egli solo possieda le chiavi per
concedere o meno la liberazione finale non può reggere.
Successivamente avrei scoperto che anche Lahiri… era di questa opinione.
Disse infatti che «il Divino non è una persona ma uno stato di coscienza»,
che lui non era il Guru, che non si interponeva tra lo sforzo del discepolo e
il raggiungimento spirituale conseguente ma voleva essere considerato
soltanto «come uno specchio». In questo ognuno poteva vedere se stesso,
cioè il suo splendido futuro in virtù del Kriya e aggiunse che non appena la
persona avesse visto questa possibilità, avrebbe dovuto «gettare via lo
specchio».

Nota su Beethoven
Da adolescente la sua musica aveva amplificato come una colonna sonora le
emozioni che il mio animo andava sperimentando. La sua sordità, malattia
degenerativa e incurabile, rappresentava un’autentica barriera che lo separava dal
resto degli uomini. Nel suo caso era stata particolarmente crudele poiché
rischiava di sottoporlo alla critica, anzi al feroce sarcasmo dei suoi detrattori i
quali avrebbero trovato un argomento in più qualora ne fossero venuti a
conoscenza: data la forza innovatrice della sua musica, sarebbe stato facile
sostenere la sua assurdità affermando che l'autore stesso… non era in grado di
ascoltarla! Probabilmente anche per questo motivo aveva cercato sempre di più
il contatto stretto con la natura - i boschi, i ruscelli, le colline intorno alla Vienna
dei suoi tempi -: da ciò traeva quella tranquillità in cui nasceva la sua
ispirazione; aveva scritto esplicitamente che in mezzo alla natura si sentiva
felice, anzi estatico -seelig-, in essa viveva una vera e propria esperienza
religiosa. Scrisse nel testamento spirituale citato: «Se qualcuno si sente un
misero, si consoli evocando un suo simile che, nonostante tutti gli ostacoli della
natura, ha fatto quanto era in suo potere per essere ammesso nella schiera degli
artisti e degli uomini degni!». Nel suo cuore albergava una divinità,
enormemente più grande e nobile di quella suggerita dalla religione, capace di
non soccombere di fronte a nulla. La religione parla di un Dio "lassù", in "alto"
che si occupa dei propri figli: ma nei confronti di Beethoven questo Dio non era
stato affatto paterno! Questa creatura, fisicamente fragile, sfidava il Dio assurdo
e crudele che gli aveva inflitto, così per puro capriccio, una simile pena.
Beethoven invocava «almeno un giorno di pura gioia» poiché anche solo questo
gli sembrava già molto: mi identificai in quel grido, nell’aspirazione di quel
cuore. Mi chiedo se avesse mai raggiunto la gioia a cui anelava: credo di sì,
sicuramente quando, completamente sordo, assistette all'esecuzione della sua
Nona Sinfonia! Riuscì infatti a "seguirne" l'esecuzione osservando i movimenti e
le espressioni dei musicisti: l'esecuzione generò un entusiasmo frenetico e molti
non seppero, al termine del concerto, trattenere le lacrime: Beethoven, si dice,
svenne per l'emozione! Nelle sere invernali ascoltavo nella mia stanza in
penombra la sua musica: mi avvicinavo alla finestra e contemplavo il sole che
tramontava in lontananza calando lentamente dietro gli alberi sulla sommità
delle colline; un cipresso disegnava la sua ombra di fronte al sole rosso come il
sangue… quella era la bellezza eterna!

CAP. 6
PRIMO KRIYA DI LAHIRI
INTRODUZIONE
Quando mi misi all'opera il primo compito fu quello di descrivere le cinque
tecniche fondamentali del Kriya yoga originario, nella forma più pura
possibile.
Si trattava di delineare: I. Maha Mudra, II. Talabya Kriya, III. Pranayama,
IV. Navikriya e V. Yoni Mudra.
La prima difficoltà fu quella di non riuscire a contenere all'interno di
cinque definizioni l'interezza della routine perché c'erano dei momenti
delicati - non parlo di varianti o aggiunte create per amore delle
complicazioni - che non trovavano posto in queste definizioni, per
esempio: come collegare una tecnica alla successiva o come concludere la
seduta pratica prima di emergere alla realtà.
Non si passa dal Talabya Kriya direttamente al Pranayama ma lo si fa
precedere da uno stimolo dei Chakra, poi, visto che lo Yoni Mudra si
pratica di notte prima di coricarsi, completato il Navikriya, non ci si alza
bruscamente ma ci si immerge in uno stato di profonda interiorizzazione a
cui Lahiri si riferiva come Paravastha, che, tradotto molto liberamente,
significa "stato dopo le tecniche".
Mi resi conto dell'opportunità di presentare queste cinque tecniche
all'interno della routine, non isolate l'una dall'altra.
Un'altra difficoltà era rappresentata dal fatto che ciascuna di queste veniva
col tempo perfezionata, resa più sottile, arricchita di più profonde
percezioni e su ciò era necessario scrivere qualcosa a parte, dovendo tali
osservazioni essere distinte dalle definizioni adatte ai principianti.
Proprio come avviene nella realtà, quando una persona va dal suo
insegnante di Kriya una seconda volta per ricevere non solo la correzione
delle tecniche imparate la volta precedente ma anche ulteriori
approfondimenti, così anche il sunto delle tecniche del primo Kriya doveva
necessariamente essere redatto in due momenti distinti.
Per esempio in una esposizione approfondita si rende essenziale chiarire
che cos'è il Kechari Mudra, definire quelle precise percezioni del
Pranayama che lo rendono "elevato", introdurre quella variante di grande
importanza che viene conosciuta generalmente sotto il nome di Omkar
Pranayama, definire importanti varianti del Navikriya.

È importante sentire intuitivamente dove sono situati i Chakra: molti


ritengono che quanto letto sui libri di Yoga possa automaticamente essere
applicato anche al Kriya, ma non è così, si rischia perciò di perdere per
strada il senso della tecnica o parte della sua ricchezza.
All'inizio conviene cercare di localizzare fisicamente le varie zone in cui
si può dividere la spina dorsale: si incomincia con la zona del coccige dove
si trova il primo Chakra Muladhar, il secondo ad una altezza che
corrisponde a metà dell'osso sacro, il terzo nella zona lombare all'altezza
dell'ombelico, il quarto nella zona dorsale all'altezza del cuore, il quinto
dove iniziano le vertebre cervicali, il sesto nel midollo allungato alla
sommità della spina dorsale. Si viene a scoprire che ci sono altri due punti
del corpo che hanno una forte relazione col sesto Chakra. Questi sono: la
zona fra le sopracciglia - il cosiddetto Kutastha - e quella zona particolare
della nuca presso la parte più convessa dell'osso, abbastanza vicina a quella
che si può individuare concentrandosi nel Kutastha e venendo indietro
orizzontalmente.
Il settimo Chakra si estende dalla corona della testa alla sommità del capo:
non è da considerarsi della stessa natura degli altri ma una realtà superiore
che viene raggiunta solamente nello stato di assenza di respiro; non è
possibile perciò "localizzarlo" nel senso usuale del termine ma piuttosto si
può cercare di "entrare in sintonia" con lo stato che esso rappresenta
portando la concentrazione prima sulla corona della testa - movendo la
coscienza in senso antiorario - e poi mantenendo per un certo tempo la
concentrazione sulla zona della "Fontanella".
Le tecniche Kriya "operano" nello spazio limitato ai sei Chakra, attorno e
dentro questi e poi, come conseguenza di tale azione, l'energia e la
coscienza si stabiliscono nel settimo.
Mettendo da parte il discorso sul settimo Chakra, i primi sei sono costituiti
sia da una parte "intima" che è come una "luce" rivolta verso lo Spirito, la
quale illumina il canale centrale della spina dorsale, sia da una parte
esterna che consiste in una irradiazione di energia rivolta verso il corpo a
cui ci riferiamo come "componente anteriore".
Nelle prime sedute di pratica non è corretto forzare l'attenzione all'interno
della spina dorsale per avere subito un’esperienza reale della parte
"intima", ma è preferibile, per un certo numero di rotazioni, sfiorare
salendo i Chakra da "dietro" e, scendendo, percepire la loro irradiazione in
avanti.

Per completezza definiamo anche la componente frontale dei Chakra sulla


superficie del corpo: quella del primo Chakra è il perineo, quella del
secondo è la zona degli organi genitali, quella del terzo è l'ombelico, quella
del quarto è la zona centrale dello sterno, quello del quinto è il pomo di
Adamo, quella del sesto è il punto fra le sopracciglia. Queste componenti,
toccate con la concentrazione, stimolano l'energia che si trova davanti a
ciascun Chakra; per esempio nella tecnica Navikriya si fa uso della
componente frontale del terzo Chakra, cioè dell'ombelico, per stimolare
l'energia legata ad esso, cioè Samana.
[Ci serviremo delle componenti frontali dei Chakra in una tecnica legata al
Micromovimento Trivangamurari come vedremo nel capitolo XII.]

PRIMO KRIYA

I. MAHA MUDRA
Seduti sul tallone della gamba sinistra, si allunga in avanti la gamba destra.
Si inspira sollevando l'energia fino alla sommità del capo, poi, trattenendo
il respiro, ci si piega in avanti e con le mani si afferrano le dita del piede
destro, si cerca di mantenere contratti i muscoli alla base della spina
dorsale e di far rientrare leggermente quelli addominali. Continuando a
trattenere il respiro si canta mentalmente Om nel Kutastha da sei a dodici
volte. Si ritorna nella posizione con la schiena diritta e si espira sentendo
l'energia che scende fino alla base della spina dorsale. Il processo viene
ripetuto nella posizione simmetrica ottenuta sedendosi sul tallone della
gamba destra e allungando in avanti la gamba sinistra e lo si ripete ancora
allungando entrambe le gambe. Questo ciclo di tre movimenti viene
ripetuto altre due volte per un totale di nove distensioni.

II. TALABYA KRIYA


Partendo dalla posizione in cui la lingua è rilassata, essa viene fatta aderire
al palato come una ventosa: la bocca si apre e la lingua, per alcuni istanti
attaccata al palato, si stacca da questo con uno schiocco: l'effetto di
stiramento del frenulo è molto forte; subito viene spinta in fuori e verso il
mento, più in basso possibile. Questi due movimenti vengono ripetuti 50
volte. [Non più di 10 nei primi giorni!]
Molte persone praticano questo esercizio in modo sbagliato poiché
istintivamente volgono la lingua all’indietro e questo fatto ne annulla

completamente il valore: è importante che la lingua resti piatta e rivolta in


avanti potendo aderire così al palato.
La pratica crea un effetto abbastanza deciso di calma dei pensieri ed è per
questo motivo che non viene mai messa da parte nemmeno quando sarà
possibile ottenere il Kechari Mudra. Non è facile rendersi conto della
ragione per cui agire sul frenulo in questo modo abbia una relazione col
centro nel cervello che presiede al linguaggio: le spiegazioni che ho finora
incontrato sembrano tutte un po’ campate in aria; c'è senz'altro un
collegamento tra il frenulo, o in generale i muscoli della lingua e la relativa
zona del cervello, ma pensare che un’azione fisica sul frenulo possa
riuscire a calmare il processo di produzione dei pensieri, è un fatto che
rimane a mio avviso misterioso. Resta il fatto che ogni persona può
sperimentarne per conto proprio l'effetto dopo poche ripetizioni di esso.
Il Talabya Kriya serve a produrre nel tempo la possibilità di realizzare il
Kechari Mudra di cui parleremo tra poco.

STIMOLO DEI CHAKRA


Si "tocca" ciascun Chakra con il Mantra Om, in salita e in discesa da 6 a 12
percorsi completi: precisamente si fanno alcuni giri con la voce, poi
mentalmente, e si immagina di toccare, salendo, ciascun Chakra per dietro
e, scendendo, per davanti.
Precisiamo che questo Mantra non si pronuncia "om" ma "oooooo…n", una
"o" abbastanza lunga che finisce in una "n" nasalizzata. Cantare Om nei
Chakra con la voce significa "localizzarli" idealmente, stimolarli, creare
una vibrazione fisica che parte dall’addome e si riverbera in tutto il busto:
questa prepara nel miglior modo la pratica del Pranayama.
Passando alla pratica mentale è possibile cominciare a percepire una
vibrazione interna, il primo inizio della manifestazione del suono reale di
Om, esperienza che verrà approfondita con la pratica delle tecniche
successive.

III. PRANAYAMA
Il corpo è rilassato, la spina dorsale il più possibilmente diritta, la lingua in
Kechari Mudra (oppure leggermente rivolta indietro), gli occhi "guardano"
tranquillamente, senza nessuno sforzo, nel Kutastha. Si incomincia una
profonda inspirazione: il respiro viene "sentito" in modo particolarmente
forte nella gola producendo un rumore sordo che ricorda quello di una

cascata di acqua in lontananza e viene usato come una "pompa idraulica"


per sollevare l'energia dalla base della spina dorsale fino al midollo
allungato: più precisamente si sente o si visualizza l'energia che sale dietro
la spina.
Qui l'energia si ferma per alcuni istanti, mentre la consapevolezza "tocca"
idealmente il Kutastha; poi incomincia una lenta espirazione durante la
quale l'energia scende sul davanti dei Chakra, toccando la componente
anteriore di essi, fino a ritornare al punto di partenza.
Quando l'energia è in alto e in basso si verifica una breve pausa da uno a
tre secondi.
Durante l’espirazione si produce nella gola soltanto un leggerissimo sibilo,
in seguito, con l'approfondirsi della pratica, apparirà un suono sottile come
quello di un flauto.
Così si procede, di respiro in respiro per 12 o 24 volte: il corpo e la
coscienza si immergono in uno stato di profonda immobilità.

IV. NAVIKRIYA
Si sale lentamente con la coscienza - il respiro è lasciato libero - all'interno
della spina dorsale pensando la sillaba Om in ciascun Chakra e anche nel
Kutastha. Si abbassa il mento sul petto e il Mantra Om viene cantato 100
volte (circa) nell'ombelico, le mani sono intrecciate, e con ogni canto del
Mantra si esercita una leggera pressione con i pollici sull'ombelico.
Si solleva il mento sentendo la presenza di energia nella nuca e si scende
con la coscienza dietro al corpo, cantando 25 volte (circa) Om
nell'ombelico: le mani sono intrecciate dietro e i pollici toccano altrettante
volte la zona delle vertebre lombari, come per spingere la vibrazione Om
nella sede del terzo Chakra. Si riprende la posizione normale e si scende
cantando Om in ciascun Chakra proprio come era avvenuto durante la
salita; si ripete la procedura quattro volte.

PARAVASTHA [Fase finale dopo la pratica delle tecniche]


Si fanno tre respiri profondi onde creare il massimo rilassamento possibile,
per entrare in uno stato di immobilità fisica e mentale.
Si sale e si scende con la coscienza nei Chakra ma più lentamente di come
abbiamo appena visto: ci si può fermare dai 5 ai 20 secondi: è necessario
avvertire in ciascuno un particolare senso di dolcezza, come se un qualcosa

si fosse sciolto. Si rimane a praticare in questo modo il più a lungo


possibile e poi la pratica fondamentale può ritenersi conclusa.

V. YONIMUDRA
Di notte, prima di distendersi per dormire, si calma l'intero sistema
psicofisico con qualche respiro profondo poi, inspirando, si solleva
l'energia, si chiudono le "aperture" della testa [con i pollici le orecchie,
con gli indici le palpebre, con i medi le narici, mentre anulare e mignolo
tengono unite le labbra] e si forza tutta l'energia nella zona tra le
sopracciglia, attendendo finché la percezione del cosiddetto "occhio
spirituale" appare più o meno chiara; si rimane così il più a lungo possibile,
cantando mentalmente il Mantra Om e trattenendo il respiro fino quando
non si avverte la necessità di riprendere a respirare. La pratica si completa
facendo scendere la coscienza lungo la spina dorsale.
Nel momento del trattenimento gli indici non devono premere sugli occhi
perché è dannoso e comunque inutile al fine di ottenere la reale visione!

IMPORTANZA DI UN PIANO DI APPLICAZIONE PROGRESSIVA


Paradossalmente l'osservazione più utile a conclusione di questa
esposizione consiste nell'affermare che priva di un piano di applicazione
graduale e progressiva, serve ben poco.
In passato ho potuto osservare come molte persone abbandonavano
completamente la pratica pochi mesi dopo l'iniziazione e questo avveniva
qualora si fossero imposti di praticare ogni giorno l'insieme completo delle
tecniche, qualcuno addirittura sia al mattino che alla sera!
Forse per noia, forse a causa del fatto che il sistema psicofisico assuefatto
alla pratica non reagiva più, precipitarono in una crisi da cui non si
risollevarono mai più. L'esperienza insegna che chi all'inizio si impegna
con troppa intensità, prima o poi "esplode", cioè dopo un po’ è sopraffatto
da un rifiuto interiore per il Kriya e può di conseguenza rimanere come
"bloccato" incapace di ritrovare l'entusiasmo iniziale.
Nessuno è in grado di reggere a lungo l’autoimposizione del Kriya come se
questo fosse una specie di sacrificio quotidiano: non ci si deve sentire in
colpa se un giorno non si riesce a praticare alcunché perché manca il tempo
o la voglia. Naturalmente bisogna evitare di cadere anche nel tranello
opposto, purtroppo sperimentato da molti, quello di attendere il verificarsi
di «una qualche situazione ideale» per decidersi ad affrontare la pratica -
per esempio il cambiamento delle condizioni lavorative oppure trasferirsi
in una nuova abitazione -: possiamo essere certi che, con queste intenzioni,
la decisione verrà rimandata indefinitamente!
Credo che i migliori risultati si ottengano intraprendendo una
sperimentazione graduale e non troppo ossessiva delle tecniche.
A mio avviso per alcune settimane si può eliminare senza problemi Maha
Mudra, Talabya Kriya, Navikriya, anche perché una persona, non
rendendosi conto della loro utilità, non riesce a percepirle come "naturali"
e quindi potrebbe sviluppare un atteggiamento negativo nei loro confronti
difficile da eliminare. Prima di incominciare la seduta è invece gradevole,
in piedi, flettere la spina dorsale in avanti, lateralmente facendo
eventualmente anche delle torsioni - senza sforzo eccessivo - e poi
assumere la posizione del "mezzo loto".
Qui conviene dedicare il tempo necessario, senza fretta, a cantare il Mantra
Om nei Chakra finché questo canto faccia realmente vibrare addome,
torace e spina dorsale: in questo modo si potrà scoprire la "benedizione"
che questa pratica porta nella coscienza.
A mio avviso non è felice invece la scelta di saltare anche questa premessa
passando subito al Pranayama perché così si rischia di stabilire la tendenza
ad una pratica superficiale, "fiacca".
Il Pranayama viene eseguito in quantità moderata usando la
visualizzazione dell'energia che si muove secondo il percorso ellittico già
definito.
Non ci si deve sforzare di allungare il tempo destinato all’inspirazione e
all’espirazione poiché questo particolare si verificherà da solo non appena
stabilito il giusto rilassamento; completati 12 o 24 respiri ci si limita a
salire e scendere con la coscienza nella spina dorsale, percependo il più
possibile i Chakra ed eventualmente cantando mentalmente Om in
ciascuno, per circa cinque o dieci minuti senza fare altro.
Durante quest'ultimo esercizio è più che mai importante non essere
disturbati per alcun motivo, perciò è buona norma chiudersi in una stanza:
per un principiante è scioccante essere interrotto bruscamente.
Se questa breve routine viene affrontata con un atteggiamento rilassato e
sufficientemente concentrato, né più né meno di quello paragonabile a un
defaticante lavoro domestico come…"pelare patate" - cercando di fare un
lavoro corretto, rispettando il più "docilmente" possibile le istruzioni, alla

fine di ciascuna seduta si incontrerà un’esperienza dolce e confortante che


si inciderà nel ricordo e si approfondirà nel tempo.
Se lasciamo perdere il tentativo di "strangolare la mente con la mente", se
non ci occupiamo di essa ma solo del respiro, un bel giorno avverrà che
una forza tremenda prenderà possesso dei nostri pensieri: più che una
mente "concentrata" sarà allora più corretto parlare di una mente
"scomparsa, inesistente".
Durante il giorno si sperimenterà una stabilità dei momenti di pace o di
grazia che, per brevi istanti, già tante volte si erano verificati.
Che la mente si blocchi improvvisamente, che si dispieghi in un mare di
silenzio è un fatto che tutti sperimentiamo quando, per esempio, ci
troviamo davanti ad uno spettacolo naturale, come un bel paesaggio che
appare all'improvviso dopo una lunga camminata: in un istante, la mente si
zittisce, ogni pensiero è inibito, si avverte nel cuore un’intuizione di
espansione, come se divenissimo un tutt'uno con quel panorama, con
quella visione: normalmente, però, quest’esperienza dura poco, perché
mille altri pensieri si ripresentano e il miracolo svanisce.
Ed ecco il risultato della pratica del Kriya: quei mille pensieri non sorgono
affatto e lo stato di "grazia" dura molto di più fino a diventare praticamente
stabile!
Nessun esercizio di "crescita personale" attraverso i buoni propositi e i
buoni ragionamenti sarebbe riuscito a regalarci quell'abbraccio che
proviene dall'eternità e ci porta nell'eternità.
So che molte persone pensano che il prerequisito del Kriya yoga sia la
capacità di annullare i pensieri, ovvero la concentrazione perfetta: ma
questa è la conseguenza, non la premessa del Kriya poiché si può avere tale
concentrazione solo quando tutta l'energia del corpo è calma: non si vede
come questo possa avvenire in un principiante!
Non ci si deve sentire in colpa se la mente si muove continuamente in mille
direzioni diverse, come se le attività della vita continuassero ancora
all'interno: è un fatto normale sul quale il Kriya col tempo avrà ragione.
Spesso tentiamo di «educare» i nostri pensieri e trasformarli da negativi in
positivi per mezzo di un colloquio interno: il processo si risolve in un puro
spreco di energia, perciò è molto meglio non tentare acrobazie mentali ma
portare avanti solo l'applicazione paziente delle tecniche.

In conclusione la grande qualità di chi ha successo nel Kriya è quella che


io chiamo "faccia tosta", ovvero procede nel compito intrapreso anche se
non è soddisfatto di sé e vorrebbe fare meglio.

PRATICA "VERTICALE"
Altro discorso, che produce i risultati più stabili, è quello di affrontare, una
volta divenuti familiari coi processi visti sopra, i cosiddetti processi
verticali. Si tratta di alternare a giorni in cui ci si rilassa oppure si pratica
soltanto un minimo di Kriya, delle giornate particolarmente impegnative,
una per settimana, in cui, scelta una singola tecnica, dopo una breve
premessa, questa viene praticata in dosi massicce che si ottengono
incrementando di volta in volta la quantità.
Dopo un numero prefissato di tappe - per esempio 20, 24 o 36 -, raggiunta
la dose massima che ci si era proposti come obiettivo finale, si abbandona
in un certo senso quella tecnica - che verrà poi ripresa solo in dosi minime
all'interno della routine quotidiana - e si rifà il processo con ciascuna delle
altre tecniche del Kriya di Lahiri fino ad esaurirle tutte.
Le dosi vanno aumentate in modo graduale, senza saltare alcuna tappa e
rispettando alcuni giorni di riposo dopo ciascuna per non creare un
eccessivo stress interiore.
Il pensiero di riuscire a praticare un po’ di più di quanto fatto la volta
precedente, di superare il proprio record personale, riesce quasi sempre a
vincere la pigrizia e tutte le incertezze.
A conclusione del primo processo verticale si ha la netta sensazione di aver
fatto qualcosa di veramente trasformante - anche le altre persone lo notano!
- indi per cui si è ben disposti a passare al prossimo anche perché le prime
sedute, essendo brevi, saranno un puro divertimento.
La routine quotidiana che abbiamo visto all'inizio si può definire
"orizzontale": purtroppo non è possibile rimanere sempre fermi in essa
considerandola come immutabile. Dopo qualche mese, tende a creare una
situazione incerta a causa del progressivo intiepidirsi della motivazione,
visti anche gli effetti che talvolta possono sembrare quasi nulli.
Praticando esclusivamente con questa modalità sembra che non si riesca,
detto con amara ironia, che a «migliorare la qualità del proprio sonno»,
nell’accezione peggiore del termine: «sonno» in senso metaforico,
mancanza di motivazione e progressivo calo dell'interesse per la pratica.

Il problema di vedere la trasformazione di una persona lungo il trascorrere


degli anni è molto sentito quando si faccia parte di un gruppo di amici che
praticano il Kriya. Se capita di osservare dei tratti di carattere che ci
sembrano non buoni - piccole manie, piccole meschinità, piccole
superstizioni…- e vediamo che questi rimangono inalterati nel corso del
tempo, ci chiediamo se la pratica Kriya funzioni realmente: sarebbe troppo
deludente mantenere, con un impegno del tutto esemplare per tanti anni,
una routine quotidiana e alla fine prendere atto di essere rimasti
esattamente al punto di partenza, come se nulla fosse cambiato!
Con questa affermazione non intendo certo mancare di rispetto ad alcuno;
devo però essere sincero: se vogliamo incontrare il fallimento nel Kriya
con la pura pratica "orizzontale" allora tanto vale nemmeno cominciare!
Molti sperano che i buoni propositi, alimentati dall'entusiasmo derivante da
frequenti letture di testi spirituali, siano capaci di perfezionare la pratica
nel corso del tempo: l’intenzione resta una chimera!
Un esperto scrisse che «voler ottenere una trasformazione con una routine
sempre uguale a se stessa equivale a credere che basti brandire una volta al
giorno un martello su un pezzo di metallo per farne sprigionare, col tempo,
l'energia atomica in esso contenuta».
A mio avviso non esiste alcun altro metodo che possa aiutare a cancellare
condizionamenti come anche tanti altri ostacoli radicati in profondità, se
non un processo verticale il quale, come un acido corrosivo, riesce a
ripulire ogni condizionamento piccolo o grande che sia, agendo dove la
riflessione, lo studio, l'autoanalisi non producono alcun risultato.
Per fortuna ho visto che non è difficile convincere una persona a fare un
simile sforzo, pur di chiarire che, per ciascuna tecnica, esso viene praticato
una volta sola nella vita.

SENTIERI SIMILI AL KRIYA


Nel redigere le tecniche e decidermi per un processo graduale di
applicazione di esse basato su principi razionali mi sentii molto vicino a
tutti quei ricercatori che, pur essendo allevati all'interno di una religione,
poi si erano staccati per cercare per conto proprio l'esperienza mistica
eventualmente radunandosi in piccoli gruppi.
Essere parte di una grande famiglia che si estende non solo nello spazio ma
idealmente lega insieme, attraverso i secoli, tutti coloro che hanno cercato
di realizzare la suprema esperienza spirituale raccolta nel detto «Tu sei

Quello», riusciva a calmare la mia mente piena di confusione facendole


intuire una realtà molto confortante.
Studiando diversi sentieri mistici mi resi conto che il Kriya aveva solo in
apparenza qualcosa di unico mentre l'essenza veniva ritrovata quasi
ovunque: per esempio l’Alchimia Interiore - il sentiero di cui troviamo
tracce in scritti provenienti dall’antica Cina e che oggi viene riconosciuto
come la base del taoismo - era talmente simile ad esso che poteva servire
addirittura per capirlo sia dal punto di vista pratico che teorico.
Il termine Alchimia non deve trarre in inganno, sappiamo che in occidente
tale disciplina aveva perseguito l'intenzione di fabbricare la pietra
filosofale anche se gli studiosi del fenomeno furono concordi che, per il
totale coinvolgimento implicito negli esperimenti, l'alchimista otteneva una
evoluzione interiore che lo guidava verso la realizzazione delle verità
ultime dell’esistenza. In Cina apparentemente la ricerca era volta ad
ottenere l’elisir dell’immortalità, ma anche qui il vero scopo era
sperimentare particolari stati di coscienza sempre all'interno di un vero e
proprio processo di realizzazione spirituale, per nulla diverso da quello che
l'alchimia occidentale perseguiva.
La realizzazione ottenuta veniva indicata in tanti modi per esempio si
parlava del "fiore d’oro" o del "sacro embrione". La tecnica più importante
da cui generalmente si partiva, ovvero la circolazione di energia che viene
chiamata "piccolo circolo", assomiglia al Pranayama del Kriya.
Secondo le più comuni istruzioni l'energia viene sollevata dietro la spina
dorsale, arriva in testa, percorre tutto il cranio e scende in avanti,
attraversando prima il centro fra le sopracciglia - evidentemente il Kutastha
- ovvero il "Dan Tien superiore", poi scende nel corpo, toccando le
componenti frontali dei Chakra; quindi ritorna al punto iniziale chiudendo
così il circuito.
Il circuito è diverso da quello del "nostro" Pranayama però chiunque può
fare un'esperienza molto interessante: incominciando la pratica del
Pranayama proprio in tal modo e quindi durante l'espirazione toccando
idealmente con la coscienza le componenti frontali dei Chakra e
procedendo in tal modo per qualche decina di respiri, da un certo momento
in poi non riuscirà a sentire alcuna differenza con il Pranayama proprio del
Kriya: i due esercizi portano allo stesso identico stato di interiorizzazione.
Entrambi gli insegnamenti sottolineano l’importanza di chiudere il circuito
sia in alto che in basso, "chiudere" nel senso dei circuiti elettrici, far sì che

non ci siano interruzioni nel conduttore lungo il quale si suppone fluisca


l'energia. Nell’alchimia interiore si spiega che il circuito viene chiuso in
alto toccando il palato con la lingua, mentre in basso con la particolare
contrazione del perineo. La somiglianza con le istruzioni di Lahiri è
talmente forte che non c'è bisogno di commento.
La seconda fase dell’alchimia interiore viene definita «discesa dell'energia
dalla zona della testa nel campo inferiore» cioè nel Dan Tien, la zona
"interna" dell'ombelico onde incontrare un particolare stato di "serenità":
qui si ritrova l'effetto del Navikriya.
La terza fase è il "grande circolo celeste" in cui l'energia si muove in
maniera indipendente dal respiro coinvolgendo la totalità del corpo:
riconosciamo la fase più evoluta del Pranayama a cui Lahiri si riferisce
come il processo di «interiorizzazione del respiro».
Infine arriviamo all'ultima fase, quella in cui si parla di entrare nel "campo
superiore" e si spiega come la calma creata nel cuore viene sollevata e
questo accende la percezione di luce: ciò equivale a sciogliere il nodo del
cuore con pratiche come il Thokar e poi, nella calma interiore prodotta,
tentare di ottenere la percezione del Kutastha con lo Yoni Mudra.
Portai avanti su diversi libri lo studio dell’Alchimia Interiore e poi
affrontai il materiale, molto più modesto, che possedevo sull’Esicasmo
accorgendomi delle forti somiglianze con il Kriya Yoga.
Tracce dell’Esicasmo si trovano già presso alcuni eremiti come Antonio
del deserto (250-355), ed ebbe il suo sviluppo più grande dal XI al XIV
secolo presso i monasteri del monte Athos -: questo movimento spirituale,
come il Kriya, pone la pace interiore come una necessità primordiale
dell'essere umano.
Esso viene colto nella sua essenza nel bellissimo libro Racconti di un
pellegrino russo ove c’è la descrizione di diverse tecniche che ci ricordano
in modo inequivocabile quelle del Kriya: per esempio troviamo un
esercizio di respirazione che assomiglia al nostro Pranayama, uno che si
avvicina al nostro Navi Kriya e anche un accenno al Kechari Mudra.
Per quanto riguarda il Navikriya si incoraggia ad essere tenaci in questa
pratica poiché «si può scoprire nella propria coscienza una tenebra ovvero
uno stato d'animo senza gioia, senza luce interiore, ma, andando avanti
comunque, con perseveranza nella pratica, si scoprirà in questa stessa
pratica una felicità senza limiti ».

Superato l'ostacolo della meditazione sull'ombelico la persona trova in


qualche modo la via del cuore e porta la preghiera all'interno di esso.
Queste considerazioni dimostrano come l'essere umano in qualunque parte
del mondo si trovi incontra le stesse difficoltà e gli stessi fenomeni.
Restava la difficoltà di comprendere la cosiddetta "preghiera del cuore"
perché in quest'ultimo movimento spirituale mi era sembrato percepire
come un po’ di "pudore" nel fornire quei precisi dettagli che erano quasi
indispensabili al lettore autodidatta per realizzare quel medesimo stato
senza la supervisione di alcun "padre spirituale".
Fu allora che approdai al sentiero dei Sufi dove compresi che "preghiera
del cuore" più che "tecnica" era l'esito a cui portava, dopo il necessario
periodo di applicazione - e trasformazione interiore conseguente - la
pratica della preghiera unita a particolari movimenti della testa: proprio
quello che Lahiri chiama Thokar e i Sufi Dhikr. Fu questo un periodo
molto bello in cui compresi qual era l'atteggiamento migliore per affrontare
quella pratica: di questo avevo particolare necessità perché mi trovavo
come in una specie di deserto avendo abbandonato anche la pur minima
esibizione della devozione New Age, sintesi e deformazione talvolta
grottesca della religiosità induista.
Preciso che un Sufi è un mistico islamico, anche se in realtà non dipende
strettamente dall’Islam: ci sono infatti studi che testimoniano la presenza
della mistica Sufi in tempi precedenti l'Islam e persino nel buddismo.
Il Dhikr è la pratica di una preghiera in cui le sillabe vengono "poste" in
diversi centri del corpo attraverso la visualizzazione accompagnata da
particolari movimenti della testa: il Thokar è esattamente la stessa
procedura con la preghiera di 12 sillabe Om Namo Bhagabate Vasudevaya
che Lahiri ha insegnato ai suoi discepoli di formazione induista, mentre La
Ilaha Illa Allah… è quella, sempre da lui consigliata, a quelli di fede
musulmana.
Lo studio dei Sufi potrebbe aiutare a capire di più la personalità di Lahiri il
quale manifestò nella sua vita più la sensibilità Sufi che quella induista:
proprio come il mitico Kabir, si pose a metà strada tra l'induismo e l’islam
essendo decisamente contrario agli aspetti estremi di entrambe le religioni.
Kabir interpretava il monoteismo islamico in senso spiritualista, nello
stesso modo dei Sufi, quindi insegnò che adorare Dio significa rivolgersi a
lui nell'intimo del proprio cuore piuttosto che inginocchiarsi davanti a
un'immagine e compiere dei riti esteriori: Lahiri insegnò la stessa cosa e
diede delle istruzioni più precise, come per esempio inchinarsi
internamente al suono di Om presente in ciascuno.
La sensibilità Sufi aiuta a cancellare dalla mente il concetto che per trovare
Dio bisogna prediligere la solitudine e l'eremitaggio nella foresta o sui
monti: suggerì piuttosto di continuare a vivere nella propria abitazione,
vicino alla propria famiglia.
Questi studi possono aiutare una persona ad affrontare il Thokar con lo
spirito giusto: quello di tuffarsi nella preghiera, nella orazione interiore
così tanto sottolineata in tutti i sentieri mistici, portarvi il proprio amore nei
confronti della vita ed entrare sempre più profondamente nello stato di
ebbrezza percepito nel cuore. La letteratura Sufi ci può comunicare quella
passione che Lahiri ha comunicato ai suoi discepoli.
Ritornando ora a noi, feci molta fatica a comunicare ad altri il senso di
questi studi: come le persone convinte che la religione da loro praticata sia
l'unica via per la salvezza, posti di fronte alla prova che nell’antica Cina
c'era qualcosa di enormemente simile al Kriya, immediatamente
replicarono trattarsi di una sua imitazione riconducibile alla rivelazione di
qualche personaggio eventualmente emigrato dall'India in Cina, per
portarvi segreti poi diluiti col tempo. Poiché loro stavano praticando
il…sentiero migliore di tutti era ovvio che quanto veniva praticato da altri
non poteva essere per forza di cose che "diluito".
Mi venne da sorridere davanti a questo pregiudizio perché sembrava che
questi si fossero messi in testa che al di fuori dell'India si potevano trovare
solo sentieri più tortuosi e che comunque non portavano così in alto come
con il Kriya.
Mentre mi rallegravo del fatto che tutto l'impianto dei diversi livelli del
Kriya venisse descritto sotto un punto di vista diverso qualcuno si sentiva a
disagio, infastidito.
Fu studiando tali sentieri mistici che le descrizioni frammentate e infarcite
di retorica dei quattro livelli del Kriya, trovate in passato su sgangherate
pubblicazioni, cedettero il posto al disegnarsi limpido davanti alla mia
intuizione di quattro precise esperienze universali.

CAP. 7 APPROFONDIMENTO
QUATTRO LIVELLI DI REALIZZAZIONE

C'è una grossa differenza tra intuire che cosa siano i quattro livelli del
Kriya e riuscire a mettere ciò per iscritto: dalla teoria generale sullo Yoga
mutuata non tanto da Patanjali quanto dai testi tradizionali di Yoga tantrico
fino alle riletture "New Age", tutto sembrava non far altro che complottare
ad accecare la mia intuizione in modo che quello che scrivevo non fosse
altro che un insieme di espressioni vuote.
Quando riuscivo a esprimere qualcosa mi sentivo soddisfatto per poi
riscoprire, il giorno dopo, che c'era nei miei scritti qualche profonda
contraddizione che rendeva le definizioni inconsistenti; non restava altro
che ripartire daccapo, sempre più irritato, quasi vicino alla disperazione.
Delle volte ebbi l'impressione di essere ormai diventato irrimediabilmente
ottuso e di non riuscire più a ragionare.
Continuò così per un bel po' di tempo finché non compresi che i quattro
livelli non potevano venir realizzati durante l'esecuzione delle tecniche,
nemmeno durante i cosiddetti Kriya superiori, ma dopo, quando le tecniche
erano completate e la persona si trovava all'interno di quello che abbiamo
indicato come Paravastha.
Le tecniche non facevano altro che stabilire una base di armonia all'interno
del proprio corpo e della propria psiche oppure, se si trattava dei Kriya
superiori a creare per esempio dei forti stimoli su determinati Chakra.
Soltanto in seguito allo stabilirsi di questo stato preliminare, iniziava la
possibilità di raggiungere il primo o ciascuno dei diversi livelli che si
rivelavano come una specie di scala ideale verso una sintonia sempre più
profonda con la realtà ultima.

I Primo livello
Il primo livello nasce dal fatto che l'energia si raccoglie attorno ai sei
Chakra nella spina dorsale: una grande tranquillità, un profondo silenzio
della mente è la prima cosa che si sperimenta quando questo avviene.
Una persona, almeno dopo mesi di familiarizzazione con questa limpidezza
mentale scopre in sé una sostanziale unità di intento e quindi si rapporta in
modo sereno con la realtà esterna mentre il percorso mistico comincia ad
apparire privo di tante deformazioni suggerite all'inizio da pregiudizi.

Molti conflitti interiori cominciano ad essere ricomposti e la persona


guarda al significato globale, unico, della sua esistenza come non era mai
avvenuto prima di allora: ciò che esisteva al proprio interno e che in certi
momenti poteva apparire dissonante ora si ricompone in un sentire più
armonioso. Mentre nelle persone comuni certe emozioni, scambiate per
realizzazione, si rivelano alquanto fragili e spariscono qualora la situazione
contingente della vita si volga verso una direzione sfavorevole, nel nostro
caso il regno dei sentimenti profondi riceve più forza ed è proprio su
questo che si basa la propria visione religiosa, il proprio modo di
rapportarsi alla dimensione spirituale.
II… Secondo livello
Per definizione il secondo livello consiste nel fatto che il respiro si calma
ancora di più fin quasi a scomparire del tutto mentre la coscienza
percepisce la realtà Omkar. Ciò avviene quando l'energia comincia a fluire
all'interno del canale spinale - questo non dipende dalla particolare tecnica
applicata e potrebbe anche avvenire con la semplice applicazione della
concentrazione interiore, durante uno stato di rapimento davanti a qualcosa
di particolarmente bello -.
Per quanto riguarda l’assenza di respiro, chi pratica percepisce la
sensazione netta e precisa che non sta respirando e ogni volta che ripete
l'esperienza se ne convince sempre di più. Probabilmente con gli strumenti
scientifici si potrebbe osservare come qualche molecola di aria viene
scambiata con l'esterno, ma quello che interessa è l'esperienza interiore, il
fatto che il cervello gode di un rilassamento impossibile da sperimentare
altrimenti. Si manifesta uno stato di totale arresto dell'attività mentale: la
facoltà pensante è come bloccata, non nascono nuovi pensieri - nemmeno
quello di star sperimentando l'assenza di respiro.
Giorno dopo giorno appare l'intima soddisfazione, la luminosa certezza di
aver trovato finalmente qualcosa di saldo in una vita dove tutto sembra
fluire e scorrere modificandosi.
Per alcuni giorni la persona non cerca altro: si accinge a praticare col
timore che il miracolo dell’assenza di respiro non riesca più, eppure giorno
dopo giorno riesce.
L'orgoglio di aver raggiunto uno stato straordinario dal punto di vista
medico e scientifico - come un equilibrista da circo a cui è riuscito di
realizzare un numero straordinario - cede il posto alla realizzazione delle

grandi dimensioni di libertà interiore scoperta, dalla quale ricava una


percezione della bellezza della vita mai esperita prima la quale non solo
non eccita l'animo ma distende ovunque un dolce balsamo risanante.
Nello stato di respiro calmo si manifesta la realtà Omkar: appare Om come
descritto nella letteratura o sue importanti variazioni come il suono che
ricorda quello di una campana lontana o quello prodotto dal muoversi delle
ali di un insetto.
Nel Kutastha appare una luce che può essere sempre più forte.
[La manifestazione completa di questa luce rappresenta la realizzazione del
quarto livello.]
Sembra che tutte le cose siano trasfigurate nella bellezza e avvolte da un
manto che rende impossibile ogni disarmonia, che il mondo intero sorrida
nell'estasi, che il dolore sia volato lontano dal nostro sguardo.
La persona sperimenta lo stato definito Bhakti [devozione] e questo è
totalmente diverso dalla recita di quanti, privati della reale esperienza, non
avendo alcun appoggio a cui agganciare la loro intuizione della realtà
spirituale, gonfiano le proprie emozioni con grande profusione di isterismi,
onde rappresentare a se stessi e agli altri quello che non esiste.
III… Terzo livello
Nel terzo livello del Kriya avviene la percezione di un intenso flusso di
energia che sorge dal Muladhar, va verso l'alto e poi discende nel corpo
intero fino a permearlo completamente, quasi a raggiungere la totalità delle
cellule, «fin nei talloni» come i testi di filosofia cinese precisano,
alludendo ad un’esperienza probabilmente analoga che loro definiscono il
"grande circolo celeste" ovvero la "ruota che gira da sola".
Il respiro come fatto fisico cede il posto a qualcosa di molto particolare,
un'esperienza che sembra la più naturale di questo mondo: un «respiro
interno», diverso da quello usuale che procede per conto proprio, con le
sue leggi e i suoi ritmi.
Nei suoi diari Lahiri riferisce come: «a seguito di un eccellente Pranayama
il respiro si è perfettamente interiorizzato - e aggiunge - oggi si è compiuto
lo scopo della mia incarnazione»!
L’affermazione non può essere rapportata al fatto che, durante il
Pranayama, il respiro "sembra" muoversi internamente: ciò lo percepisce
anche un principiante, non ci sarebbe bisogno di un’espressione così
"forte" per riferire un'esperienza comune.

Nulla fa presagire che esso sia il preludio di un'esperienza mistica così


elevata quale pochi riescono a concepire.
Posso dire che mentre la descrizione dei primi due livelli del Kriya è
perfettamente plausibile per chi si occupa di mistica, con questo livello
entriamo nella parte più esoterica del sentiero: non è troppo ardito pensare
alla realizzazione concreta dell’unità tra la nostra coscienza e tutto ciò che
vive. La coscienza esce dai confini dell’Io e tocca intimamente quella di
altre persone!
Mi rendo conto che il lettore, abituato ai termini abbastanza razionali di
questa trattazione, sarà perplesso: eppure possiamo capire che espansione
di coscienza non è un termine poetico per descrivere la sensazione che
viene quando noi abbracciamo idealmente qualcosa di bello: questa
esperienza può far cadere la barriera che ci separa dalle altre persone e
dischiude la possibilità di raggiungere realmente gli altri, conoscerli "per
identità", in quanto "sperimentati" al nostro "interno"!
Volendo servirci di un termine preso a prestito dalla psicologia del
profondo, si può affermare che, a tutti gli effetti, si tocca quello che viene
indicato come "Inconscio Collettivo".
Se questo concetto non fosse già stato coniato e trattato in modo esaustivo
da Jung, sarebbe difficile descrivere tale possibilità poiché potremmo
cadere nell'equivoco di presentare il fenomeno come una forma di telepatia
e quindi qualcosa di paranormale: per evitare subito tale congettura
diciamo che non è possibile leggere i pensieri altrui, d'altra parte non ci
interessa, intendiamo qualcos’altro.
Tutto quello che sta attorno a noi e quindi anche ogni dolore, ogni
sofferenza si riverberano, trovano un eco all'interno della nostra
trasparenza.
La coscienza percepisce delle disarmonie nel proprio essere, riconosce
intuitivamente che non è responsabile della loro esistenza: le riconosce e le
accetta come qualcosa che proviene dall'esterno, che rappresentano il
dolore e la disarmonia che ci sono attorno e ne fa il suo campo di lavoro;
infonde in queste la vastità e la luminosità che si trova al suo interno fin
che si risolvono e quindi scompaiono: intuisce che corrispondentemente
all’esterno qualcosa incomincia a cambiare.
Sente che sta camminando verso qualcosa che rende sempre più grande i
confini del suo essere e il senso della bellezza in cui si immerge, perciò da
un certo momento in poi si abitua a questa situazione e non si sofferma più

nemmeno a chiedersi il significato delle esperienze che si manifestano


nella sua coscienza.
IV… Quarto livello
Lahiri spiegò che «la realizzazione finale si ottiene attraverso lo Yoni
Mudra»: con questo si riferiva all'esperienza del creare una grande forza di
attrazione nel Kutastha, sollevare in esso l'energia di tutto il corpo ed
entrarci attraversando il cosiddetto "occhio spirituale".
Questo non significa abbandonare solamente il corpo e con esso l'universo
fisico come avviene al momento della morte, ma tutti gli involucri che
sigillano, con la sostanza dell'illusione, la nostra individualità.
Per comprende come questo avviene dobbiamo considerare anzitutto
l'esperienza Omkar che presenta diverse gradazioni: suono, senso di
oscillazione, luce interiore. Il segreto del quarto livello del Kriya è trovare
la strada che conduce dall'esperienza del suono a quella della luce finale
che viene descritta «pari a un milione di soli»: questa rappresenta la nostra
ultima esperienza, il porto al quale prima o poi tutti quanti arriviamo, il
coronamento dell’azione che abbiamo incominciato dal primo giorno in cui
abbiamo praticato il Kriya.
L'esperienza può avere inizio nella classica posizione di meditazione, con
la spina dorsale diritta ma poi avviene con il corpo disteso: il busto non
riesce a rimanere eretto. La profonda realizzazione del sentiero spirituale
si manifesta nella parte alta del cervello dove è possibile gioire di un
qualcosa di sconfinato, mentre esternamente il corpo raggiunge
un'immobilità simile a quella della morte fisica. La persona è dunque
totalmente chiusa alle percezioni esterne, l'energia è sottratta
completamente dal corpo e viaggia fuori dall'universo fisico e da quello
astrale.
Quando poi l'esperienza termina, volendo esprimere a parole la visione
ineffabile, la memoria deve appoggiarsi su qualche simbolo o sul ricordo di
qualcosa di estremamente bello sperimentato nella vita e amplificarlo con
espressioni iperboliche.

APPROFONDIMENTO DELLE TECNICHE FONDAMENTALI


Ritornando alla definizione delle tecniche fondamentali del Kriya di Lahiri,
possiamo notare come esse possano essere approfondite aggiungendo degli
ulteriori dettagli, semplici osservazioni, oppure affiancando ad esse delle

procedure completamente diverse come quando si considerano i cosiddetti


"Kriya superiori".
Tralasciando quest'ultimi, riferisco adesso, in riferimento alle tecniche già
viste, alcuni dettagli che potrebbero sembrare un po' troppo sofisticati ma
che si rendono molto utili quando si affrontano i processi verticali.
Riprendiamo di nuovo in considerazione il Maha Mudra, approfondiamo la
definizione di Kechari Mudra, presentiamo due varianti del Navikriya e,
argomento più interessante tra tutti, discutiamo ancora sulla tecnica
centrale del Pranayama.
So che qualcuno potrebbe pensare che per rendere più sottile ed efficace il
Pranayama basta dare l'istruzione di visualizzare l'energia che scorre
sempre, sia in salita che in discesa, all'interno nella colonna spinale:
questo, a mio avviso, è totalmente sbagliato. Siccome sono stato anch'io
un ricercatore molto curioso che andava in giro dai vari maestri per
mendicare le briciole della loro presunta saggezza mi rendo conto per
esempio che, dovendo scegliere a chi dare la mia fiducia tra un insegnante
che prescriveva che nel Pranayama la spina dorsale doveva venir
visualizzata «sottile come un termometro e l'energia come il mercurio che
sale nel sottile capillare» e un altro che consigliava invece di fare "ruotare"
l'energia e la coscienza attorno ai Chakra, avrei spontaneamente preferito il
primo, ritenendo che questi insegnasse un Kriya in un certo senso più
"spirituale" del secondo.
La mia opinione ora è diversa altrimenti non mi sarei peritato di presentare
nel capitolo precedente un Pranayama "poco spirituale" quasi avessi voluto
dedicarlo a delle persone ignoranti per poi, nei capitoli successivi,
correggermi e presentare finalmente il Pranayama "spirituale" per coloro
che, sopravvissuti alla lettura e alla pratica precedente, mi avessero seguito
fino lì. No di certo, se ho presentato il Pranayama come una "rotazione"
della coscienza attorno ai Chakra questo è dovuto ad un motivo ben
preciso.
Il voler saltare tale procedura e portare la coscienza subito all'interno della
spina dorsale, come avverrà in effetti nell’Omkar Pranayama che viene
discusso alla fine di questo capitolo, significa disturbare un processo
naturale e quindi, invece di promuovere un affinamento del Pranayama,
ritardarlo.

Il Pranayama infatti armonizza l'energia presente nel corpo prima di


attirarla all'interno della spina dorsale, ottenendo un importante effetto che
si riflette sulla personalità.
Soffermiamoci su questo fatto: partiamo dalla considerazione che alla base
della spina dorsale si trova l'energia della sessualità.
Ricordiamo che essa è la stessa di cui dobbiamo disporre per poter avere la
forza e il coraggio di combattere la battaglia dell'esistenza pratica,
procurarci i beni necessari al vivere, la stessa che ci fa gioire di tante
esperienze piacevoli come anche, talvolta in modo perverso, ci porta a
cercare il possesso di mille cose inutili e complicare così il nostro esistere.
Attorno alla zona del quarto Chakra si trova un'energia in certo senso più
elevata anche se di carattere affatto diverso dalla precedente, quella
dell'amore: la stessa energia dunque che per così dire vibra ad un tasso di
vibrazione diverso.
Mi rendo conto che sto parlando di un qualcosa che non posso prendere,
portare sul tavolo di un laboratorio e misurare eppure mi trovo nella
necessità di considerare le tre forme di energie di cui sto parlando in un
modo oggettivo.
L'energia dell'amore oltre a riguardare i sentimenti profondi riempie la vita
di qualcosa di nobile e positivo poiché ci spinge ad una azione
disinteressata, e ci guida anche verso esperienze che vanno oltre la vita
quotidiana, come il godimento di molte forme d'arte.
Infine, in cima alla colonna spinale, si trova l'energia spirituale, quella
associata al sentiero mistico, che è anche la stessa che sta alla base di
esperienze superiori di contemplazione estetica derivata dall'incontro con
rare espressioni artistiche o dalla limpida visione che alcune intuizioni
filosofiche possono dischiudere.
Se prendiamo in considerazione la vita dei mistici, perlomeno quelli
cristiani, scopriamo una costante lotta contro la forza della sessualità come
anche una battaglia per sradicare completamente gli affetti più naturali:
avviene come se l'energia dello spirito per risplendere di tutto il suo lustro
dovesse starsene innaturalmente per conto proprio senza essere turbata
dalle altre.
La lotta intima, che spesso avviene nell'animo di chi vuole consacrarsi
totalmente allo spirito conduce a delle decisioni innaturali che creano
enormi ferite, un male totalmente inutile! Lo stato di naturale armonia
interiore si spezza: questa è una autentica tragedia alla quale non c'è

rimedio se non la speranza che l'unità perduta si ricomponga nel periodo


della piena maturità o negli ultimi mesi di vita.
Considerato dunque che molto probabilmente anche nella nostra coscienza
tutto ciò che riguarda la sessualità si trova ad un certo livello di vibrazione
diverso e separato da ciò che riguarda l'amore e questo a sua volta separato
da ciò che riguarda lo spirito, ne viene che anche l'energia nel corpo non si
trova affatto in uno stato di armonia ma e divisa in tre sottospecie.
Il Pranayama opera nel senso dell'unione e queste tre forme di energia
imparano a convivere, ad armonizzarsi una con l'altra e infine vengono
riconosciute come realtà unica.
Basta pensare alla meccanica del Pranayama per capire come queste tre
forme di energia vengono trascinate in un movimento ellittico e
amalgamate tra di loro. L'energia legata alla sessualità viene sollevata dalla
base della spina dorsale verso l'alto e incontra l’energia a livello del cuore,
quella legata all'amore appunto, e queste due si mescolano - già questo
fatto dona all'amore più forza, più possibilità di essere realizzato e vissuto
nella vita concreta - per incontrare la dimensione dello spirito: le
conseguenze sono che l’aspirazione verso tutto ciò che di bello c'è nella
vita incontra una particolare luce, una radiosità propria dell'esperienza
mistica.
Ripetendo questa procedura tante volte, attraverso una considerevole
applicazione del Pranayama, una nuova sostanza si viene a creare e di
questa è fatto lo stato di estasi che esplode nella coscienza del praticante e
si distende calma in un rapimento che non vorrebbe finire mai.
Colui che pratica sente di aver trovato qualcosa di sicuro, di affidabile, non
è più un ricercatore insicuro, pieno di dubbi e di sensi di colpa, può
finalmente trovare quella tranquillità all'interno della quale i risultati si
moltiplicano.
Ecco allora spiegato il motivo per cui all'inizio non ci si deve accanire a
pensare la spina dorsale come un "capillare" e voler forzare a tutti i costi la
concentrazione all'interno.
Si spiega tra l'altro anche un fatto piuttosto imbarazzante: alcune persone si
accorgono con sconcerto che, durante la pratica del Pranayama, nella
coscienza appaiono - proprio quando non si vorrebbe - dei pensieri legati
alla sessualità e quindi potrebbe nascere la convinzione non tanto di essere
inguaribilmente "impuri" - perché credo che ognuno ormai abbia compreso

che la sessualità non è impura - ma semmai di non essere abbastanza


concentrati, coinvolti nel processo.
Ora è facile comprendere che quando con il Pranayama solleviamo
l'energia in realtà stiamo sollevando anche, che ci piaccia o no, l'energia
della sessualità ed è naturale che questo fatto venga percepito nella
coscienza.
Si scopre anche che, proseguendo con l'esercizio, qualcos’altro nasce: un
senso di rilassamento, di poesia, di calore non solo nell'ombelico ma anche
nel cuore ed è proprio allora che si può percepire la seconda specie di
energia, e solamente dopo si incomincia a percepire la realtà spirituale, la
quale non sarà un rifiuto delle realtà precedenti ma il risultato del loro
mescolarsi.
Quello che sembrava quasi impossibile ora si compie, l'energia della
sessualità si può finalmente unire a quella dello spirito per formare una
superiore "sostanza": questa è la causa prima dell’armonia globale che
costituisce il fondamento dell'intero sentiero del Kriya yoga.
L'educazione e la civiltà che tutto hanno fatto per creare in noi fratture
interiori vengono beffate: ne consegue che la logorante intima lotta per
reprimere quello che non doveva né poteva essere represso, viene
cancellata.
In conclusione credo che praticare usando visualizzazioni che non
prevedono tale movimento ellittico possono ostacolare questo processo:
nella mia esperienza, quando mi tuffai avidamente, pieno di curiosità e di
aspettative, in tale pratica, mi sembrò di percepire la sgradevole sensazione
di "qualcosa che non andava per il verso giusto", una irritazione crescente,
per cui, dopo un po', abbandonai il tentativo.
Completata questa digressione andiamo a considerare l'approfondimento
delle tecniche base.

MAHA MUDRA E PIEGAMENTI LATERALI DELLA TESTA.


È utile far precedere il Maha Mudra dai "Piegamenti" e inoltre intensificare
la pratica con un'intensa pressione sul perineo.
Per terra su un comodo tappeto, ci si siede sopra un cuscino arrotolato nella
posizione di cavalcarlo: si fanno alcuni movimenti avanti-indietro e laterali
per sentire pressione di esso nella zona del perineo.
Si pone la coscienza nel primo Chakra e, con una profonda inspirazione, si
immagina di sollevarlo fino al Kutastha. Trattenendo il respiro, ci si piega

in avanti appoggiando le mani sul pavimento e facendo in modo che la


testa si avvicini in maniera confortevole ad esso nella zona tra le ginocchia.
[Se si prova disagio si respira liberamente salvo fare una breve
inspirazione prima di tornare nella posizione di partenza.]
Si avvicina la testa al ginocchio destro, girando la faccia verso sinistra in
modo che l'orecchio sinistro sia in alto, ci si ferma alcuni istanti
sperimentando pressione nella parte destra della testa, si avvicina la testa al
ginocchio sinistro, in posizione simmetrica rispetto alla precedente, si
percepisce pressione nella parte sinistra della testa; si ritorna nella
posizione centrale, si solleva il busto ed, espirando lentamente, si sente
tutta l'energia che dal Kutastha scende attraverso la lingua, va giù sul
davanti della spina dorsale fino alla sede del secondo Chakra.
Si ripete il procedimento, anche più velocemente, col secondo …. poi con
gli altri fino al sesto che verrà "portato in avanti" idealmente di pochi
centimetri.
Si passa poi al Maha Mudra vero e proprio durante il quale si può
applicare lo stesso principio appena visto: allungandosi sulla gamba destra
distesa in avanti la mano destra afferra le dita del piede destro, la mano
sinistra afferra la parte centrale del piede, la testa ruota e la faccia si gira
verso sinistra in modo tale che nella parte che si trova in basso si possa
percepire quella stessa "pressione" interiore.
Le istruzioni si capovolgono nella posizione simmetrica.

TALABYA KRIYA e KECHARI MUDRA.


Dopo mesi di pratica del Talabya Kriya sarà possibile raggiungere il
Kechari Mudra che consiste nell’inserire la lingua, non senza un preciso
sforzo fisico e mentale, nella cavità della faringe nasale mantenendola
stabile in quella posizione.
[Se si consulta un atlante di anatomia umana ci si rende conto che in quella
posizione la lingua è perfettamente verticale.]
Una volta che ciò è avvenuto, toccando il tetto della faringe nasale,
percependo una zona particolare che è come «un’ugola sopra l'ugola», si
può riuscire a percepire il "nettare".
Per alcuni minuti con la punta della lingua si fanno dei piccoli movimenti
rotatori sulla zona individuata concentrandosi su qualsiasi sapore si
manifesti, nello stesso tempo cantando mentalmente Om varie volte.

Un evento molto prezioso è quando si ha la sensazione di aver raggiunto


con la punta della lingua una posizione "più in alto", come se fosse stato
toccato il Kutastha: questa sensazione rappresenta la sintonia con il Prana
statico la cui sede si trova proprio nel Kutastha: ciò fornisce la possibilità
di praticare un "Pranayama elevato".
Per quanto riguarda il nettare si spiega che esso è un fluido energetico
prezioso che dalla zona sopra la testa, attraverso la lingua, scende nel corpo
permeando ogni sua parte: il sistema nervoso, gli organi interni e le cellule.
Esso "ricarica" il nostro sistema psicofisico come quando uno stagno
riceve un flusso di acqua fresca proveniente da una corrente vicina.
Noi abbiamo la tendenza a parlare troppo, molto più di quanto serve,
continuando a far fluire energia verso l'esterno anche quando siamo soli
immaginando di rivolgerci ad una persona o ad un pubblico.
Un conto è lasciare che la mente insegua qualche fantasia - in certi casi una
vera e propria forma di riposo - altro è riversare una grande intensità
mentale in un dialogo immaginario: ciò implica un enorme spreco di
energia. Chi realizza il Kechari Mudra riceve dunque un forte aiuto
nell'arginare, col tempo, tale difetto.

APPROFONDIMENTO DEL PRANAYAMA.


Questo esercizio può essere intensificato, dopo aver praticato almeno 12
respiri, con la percezione di un particolare calore nella zona dell'ombelico
e, superati i 36 respiri, assumendo il Shambavi Mudra.
La respirazione deve essere prettamente addominale: questo significa che,
inspirando, la cassa toracica rimane praticamente ferma mentre la pancia si
espande ed espirando rientra; alla fine di ciascuna espirazione si diventa
coscienti, tra le altre cose, in particolare del movimento dell'ombelico
verso la spina dorsale: si crea attorno e internamente all’ombelico una
sensazione di calore e, di respiro in respiro, tale percezione aumenta.
Volendo approfondire: quando si inspira, oltre alla percezione della
particolare energia cui siamo abituati - che sale sfiorando per dietro i
Chakra - è possibile visualizzare un'altra energia legata al respiro che entra
nei polmoni, scende, attraversa il diaframma arrivando fino nell'addome.
Similmente quando si espira, oltre alla percezione della discesa di energia
tipica del Pranayama, si può diventare consapevoli che questa nuova
energia sale dall’addome in alto: allora è possibile percepire l'incontro tra
queste due, quella che scende e quella che sale.

Usando i termini tipici dello yoga classico si può spiegare che in questo
modo la corrente di Prana che si trova nel torace si mescola alla corrente di
Apana che si trova nella zona dell'addome: la loro unione va a ridestare la
corrente Samana e sarà proprio questa responsabile del calmarsi del respiro
e dell'ascolto dei suoni interiori.
Se tutto questo non viene realizzato all'interno del Pranayama, rimane
comunque la possibilità di realizzarlo all'interno del Navikriya, essendo
questa tecnica concepita per tale scopo.
Il praticante esperto può diventare talmente abile nel Pranayama da non
avere più bisogno del Navikriya.
Con Shambavi Mudra è possibile contattare la regione di totale e
imperturbabile calma posta nella parte superiore della testa.
[L'energia che lì si trova possiede la qualità di staticità, in contrasto con
quella presente nel corpo che è dinamica.]
Completati dunque almeno 36 respiri, si sollevano le sopracciglia e si
volgono gli occhi verso l'alto, come a guardare il soffitto però mantenendo
il mento nella posizione usuale e le palpebre chiuse o semichiuse.
All'inizio si percepisce una leggera tensione nei muscoli legati ai globi
oculari, poi la posizione viene mantenuta senza alcuna fatica.
Si mantiene la coscienza nella parte superiore della testa come se tutto il
proprio essere fosse trasferito là: potrà sembrare che la pratica non avvenga
nel corpo ma in una dimensione oltre: si attua il fermo proposito di non
perderla per nessuna ragione al mondo.
Da quel momento in poi la sensazione provata sarà che il Pranayama si
compie quasi da solo, senza la propria partecipazione: è come se noi non
facessimo assolutamente niente.

VARIANTI DEL NAVIKRIYA


Una variante del Navikriya, utile per approfondire l'aspetto Omkar, è la
seguente: si sale, come abbiamo già visto, con la coscienza all'interno della
spina dorsale sostando alcuni secondi in ciascun centro fino al midollo
allungato e al Kutastha cantando mentalmente Om in ciascuno di essi e
soprattutto entrando in sintonia con la vibrazione particolare di ciascuno:
possono bastare cinque secondi per ogni Chakra.
Si abbassa il mento sul petto e il Mantra Om, pensato circa un centinaio di
volte, viene fatto oscillare alternativamente tra Kutastha e ombelico,
seguendo un ritmo naturale, senza forzare la velocità.

In sostanza si percepisce una certa energia nel Kutastha, poi la stessa


nell'ombelico, di nuovo nel Kutastha e così via…
Si solleva il mento, ci si concentra nella nuca e si fa la stessa cosa tra
questa zona della nuca e il terzo Chakra nella spina dorsale pensando il
Mantra circa venticinque volte.
Il Navikriya si conclude come sempre riprendendo la posizione normale
del mento e scendendo con lo stesso atteggiamento con cui era stata
effettuata la salita; si nota quanta dolcezza si crea nell'essere.
La tecnica dovrebbe essere ripetuta di norma quattro volte però qualora si
entri in uno stato particolare di forte assorbimento interiore e si provi una
repulsione a fare dei movimenti anche minimi allora è il segnale di
fermarsi.
Una seconda variante che si impone per la sua praticità - ciò è stato
confermato da tutti i ricercatori con cui l'ho condivisa - è la seguente: il
respiro è lasciato libero, come sempre si sale con la consapevolezza la
spina dorsale "toccando" Chakra e Kutastha con la sillaba Om mentale.
Con il mento piegato in avanti si inizia una lunga espirazione
visualizzando l'energia che scende dalla zona del Kutastha verso l'ombelico
e, attraversandolo, si muove verso l'interno.
Durante questa discesa il Mantra Om viene cantato mentalmente una
dozzina di volte circa per accompagnare millimetro dopo millimetro tale
discesa. Sollevando la testa si inspira brevemente, la si spiega a sinistra
(senza girare la faccia), attraverso una lunga espirazione, si dirige l'energia
che si trova nella zona sinistra della corona della testa verso la zona sinistra
della cintura e, attraversandola, verso l'interno [sempre con il canto
mentale del Mantra].
Analogamente la testa viene piegata all'indietro - l'energia scende ed entra
attraverso il terzo Chakra all'interno del corpo -, poi è piegata a destra -
l'energia scende attraverso il fianco destro -, poi di nuovo in avanti…. a
sinistra…. ecc…. l'attenzione è tesa verso un unico raggiungimento:
toccare con la coscienza la zona ideale a forma sferica situata all'interno
dell'addome, precisamente 3 - 4 centimetri oltre l'ombelico e altrettanti in
basso, quella zona in cui l'alchimia interiore individua il Dan Tien.
Dopo 36 discese [nove giri della testa], si assume la posizione normale, la
coscienza scende lentamente attraverso i Chakra e la tecnica è completata.

APPROFONDIMENTO YONI-MUDRA.
Un'istruzione molto delicata è quella di aumentare di uno al giorno il
numero di volte in cui la sillaba Om è cantata nel Kutastha, sempre che
questo non crei sconforto.
Il numero massimo è comunque fissato a 200.
Si cerca di rimanere concentrati con un’enorme intensità mentale nel
Kutastha e di procedere con questo aumento senza alcuna fretta, ritornando
se necessario, nel corso del tempo, anche a "dosi" che si ritenevano ormai
superate o facendo anche "marcia indietro".
Questa pratica serve per visualizzare la luce spirituale, non per stabilire dei
record personali a costo di una azione violenta nei confronti del proprio
corpo.
Potrebbe avvenire che questa istruzione venga realizzata solamente verso
la fine del percorso Kriya, quando tutti gli altri verticali, anche quelli dei
Kriya superiori, sono stati completati.
Dopo averla praticata è bene distendere tutte le parti del corpo una dopo
l’altra ed entrare in un rilassamento che sfocia in un dolce sonno: se la
giornata non è trascorsa in modo caotico, se è stata vissuta con una
costante presenza della consapevolezza su tutto quello che abbiamo fatto,
allora con questa pratica si hanno delle esperienze veramente grandi, subito
dopo aver attraversato i primi stati del sonno.
Ciò è fuorviante da spiegare perché i principianti si illudono che si possa
pratica il Kriya semplicemente andando a dormire dopo aver praticato in
fretta e furia questa tecnica.

OMKAR PRANAYAMA
Per definizione questo è il Pranayama, già preso in considerazione, però
più profondo: si pratica, subito dopo quello di base, introducendo il Mantra
di 12 sillabe Om Namo Bhagabate Vasudevaya.
Facoltativamente si incomincia frammentando il respiro: si inspira con sei
tratti staccati di respiro "pensando" le prime sei sillabe del Mantra nei
relativi Chakra, ovvero "toccando mentalmente" con Om il primo Chakra,
con Na il secondo e poi Mo, Bha, Ga, Ba nei successivi.
Per essere precisi la sesta sillaba Ba viene detta nella zona della nuca non
esattamente nel midollo allungato.
Si trattiene alcuni istanti il respiro facendo ruotare la testa in senso
antiorario - la faccia è sempre rivolta in avanti, si piega un po’ la testa

all'indietro e ci si concentra nella nuca, poi da lì a destra e ci si concentra


sul lato destro del cervello, poi davanti… poi a sinistra per ritornare alla
nuca - si espira con sei tratti staccati di respiro pensando Te, Va, Su, De,
Va, Ya nel midollo allungato, nel quinto Chakra eccetera fino di nuovo al
primo.
Con ciascuna sillaba si cerca di toccare la parte intima di ciascun Chakra.
Tutto questo viene ripetuto da 6 a 12 volte.
La parte centrale dell'Omkar Pranayama incomincia adesso: si inspira
contraendo i muscoli alla base della spina dorsale (Mula Bandha) e, pur
facendo ora fluire il respiro in modo continuo, con ciascuna delle prime sei
sillabe del Mantra Om Namo Bhagabate Vasudevaya si "tocca
internamente" ciascun Chakra.
[Om nel primo, Na nel secondo, Mo nel terzo, Bha… Ga…. Ba….]
Trattenendo il respiro si mantiene la contrazione dei muscoli alla base della
spina dorsale e si accenna ad una debole rotazione della testa percorrendo
con la coscienza in senso antiorario la corona di essa. [Durante questa
operazione si fa attenzione alla luce interiore sempre presente alla sommità
del capo.]
Si rilassa la contrazione alla base della spina dorsale e si espira "ponendo"
le sillabe rimanenti nei Chakra, Te nel midollo allungato, Va nel quinto
eccetera...
Durante questo Pranayama l'energia attraversa come una luminosa
sostanza dorata, millimetro dopo millimetro la parte più interna della spina
dorsale: il respiro diventa sempre più sottile e di conseguenza i suoni
prodotti nella gola diventano molto deboli o scompaiono del tutto.
Si incomincia a prestare attenzione ai suoni interiori.
L'attenzione tributata a questi non verrà mai sprecata, verrà richiamata
facilmente il giorno successivo e ciò permetterà di andare sempre più in
profondità fino ad una straordinaria esperienza di ascolto.
È sufficiente anche la più debole percezione di questi suoni per vivere
un’esperienza estremamente delicata: essi portano un grande senso di
poesia e incoraggiano a rimanere fermi nella pratica molto più a lungo
nelle sedute successive, a metterci dentro tutta l’aspirazione che il proprio
cuore può esprimere.
Nella fase finale è possibile riuscire ad ascoltare una vibrazione che
assomiglia a quella prodotta dal muoversi delle ali di un insetto o al suono
di una campana lontana - Lahiri lo descrisse più precisamente come quello

«prodotto da molte persone che insieme continuano a colpire il disco di


una campana» - un suono continuo «come l'olio che esce da un recipiente»:
esso è legato al plesso cardiaco Anahat.
È possibile che nella zona alta della testa appaia come una luce diffusa, di
carattere «crepuscolare» e che si senta una certa pesantezza come se
qualcuno «vi avesse posto una corona».
Al termine della seduta, salendo e scendendo lentamente lungo la colonna
spinale soffermandosi sui Chakra, si può ripetere più volte in ciascuno la
sillaba relativa, per esempio Om Om Om… nel Muladhar, Na Na Na… nel
secondo e così fino al sesto nella nuca, poi si può percepire la corona della
testa muovendosi dalla nuca verso destra, poi davanti, poi sinistra, poi
dietro; successivamente si scende nel midollo allungato dove si ripete la
relativa sillaba e negli altri Chakra fino a ritornare nel Muladhar dove si
ripete Ya Ya Ya….
Più che ripetere la sillaba è possibile "percepirla" in ciascun Chakra come
una pulsazione.
Lahiri spiegò che ogni centro possiede non solo un suono interiore che lo
caratterizza ma anche un particolare ritmo, dunque è proprio questo che si
cerca di percepire.

CAP. 8 LAVORO FONDAMENTALE


VERTICALE DEL NAVIKRIYA

Di questa tecnica avevo sempre preferito la variante in cui la vibrazione


Om viene fatta oscillare tra Kutastha e ombelico - la procedura di cantare
il Mantra solo sull'ombelico non mi è mai piaciuta anche se, riconosco, è
molto utile per i principianti poiché comunica una specie di dinamicità
all'intenzione di risvegliare la zona dell'ombelico sulla quale mai prima
d'ora era stata posta l’attenzione -.
All'interno della routine quotidiana, il Navikriya afferra la mente e la porta
rapidamente in uno stato che sarebbe riduttivo chiamare "profondo
rilassamento": una condizione di vero e proprio godimento estatico!
Ma isolare questa procedura e sperimentarla in dosi crescenti fu qualcosa
di radicalmente nuovo. Trovai molto comoda la variante nella quale si
scende nella zona dell'ombelico attraverso quattro direzioni diverse: se 36
discese costituivano la "dose canonica", allora il processo verticale
avvenne aumentando di 36 in 36 fino ad arrivare a 36 x 20.
Durante la discesa dell'energia non sempre cantai il Mantra Om perché da
un certo momento in poi sentivo che non serviva più, che potevo
concentrarmi solo sull’accompagnare con la visualizzazione il processo
attraverso cui l'energia entrava dentro l'addome.
Dopo ciascun gruppo di 36 discese scendevo lentamente attraverso i
Chakra per poi risalire.
Il processo verticale fu così soave che venne portato a termine senza
difficoltà entro pochi mesi e le ultime tappe non si rivelarono più
impegnative delle prime.
Osservando l'esperienza di varie persone posso concludere che le prime
tappe possono essere praticate anche due volte alla settimana, poi una
soltanto e in conclusione, tenendo presente che qualche volta si può essere
impediti nella pratica per due settimane di seguito, il periodo complessivo
non dovrebbe discostarsi molto dalle 20 settimane.
È naturale che al mattino della giornata in cui si decine di praticare una
tappa del verticale sia opportuno premettere Maha Mudra e almeno 12
Pranayama; inoltre se ci si trova davanti ad una maxi tappa - per esempio
da 36 x 6 in poi - è opportuno dividere l'esercizio in due momenti, un po’
al mattino - a cui fa seguito la ripresa delle normali attività, un pranzo
leggero, un riposo, due passi all'aria aperta - e un po’ nel pomeriggio

mentre alla sera si gioisce di una impareggiabile serenità interiore,


trasparenza e limpidità mentale. Se c'è la possibilità di fare un'altra bella
passeggiata all'aria aperta allora la giornata può considerarsi perfetta!

EFFETTI
So che non riuscirò nemmeno lontanamente a rendere l'idea di quanto sia
utile questo processo, di come la ricchezza contenuta superi ogni
aspettativa: posso solo dire che esso «rivolta la psiche come un calzino».
Per giustificarne gli effetti si può prendere anzitutto in considerazione la
teoria classica - quella che troviamo anche nei principali testi di Kriya e
che viene attribuito allo stesso Lahiri - la quale spiega che tale tecnica
attiva una particolare corrente di energia - Samana - che si trova nel corpo,
in quella zona della cintura che separa la zona superiore del torace, dove
opera la corrente chiamata Prana, dalla zona sottostante in cui lavora la
corrente Apana. Samana funge da legante tra le due forme di energia: ciò
serve a guidare la coscienza nello stato di respiro calmo e verso le
esperienze più profonde di ascolto dei suoni interiori.
È necessario però anche prendere in considerazione la teoria che riguarda il
"nodo dell'ombelico": questo rappresenta la frattura creatasi al momento
della nascita e mantenuta per tutta la vita. La coscienza, dall'istante in cui è
iniziata la respirazione, ha dovuto confrontarsi bruscamente con le reiterate
intrusioni della materia, quasi sempre più dolorose che piacevoli, e con
tutte le complicazioni che il vivere richiede.
Alla nascita, l’unità interiore di coscienza si è spezzata e una parte si è
diretta verso la materia e una verso lo spirito.
Questa brusca separazione rimane di solito tale per tutta la vita, anche se
talvolta, nei cosiddetti momenti di "grazia", sembra ricomporsi.
Ci sono occasioni - grande intensità d’amore, estasi spirituale, esperienza
di quasi morte… - in cui l'unità si ricompone, anche se ciò dura poco.
Sciogliere il nodo dell'ombelico entrando nella zona della cintura significa
muoversi verso la dimensione della coscienza prima della nascita e
ricomporre così la grande scissione tra materia e spirito: l'ascolto del suono
interiore di Om è il segno che tale unione è avvenuta.
Per quanto concerne la mia esperienza ricordo che le sedute del processo
verticale provocavano talvolta nella mia coscienza immagini molto vive,

sogni ad occhi aperti, principalmente episodi della mia infanzia, il tutto


caratterizzato da un dolce "tepore" come di favola.
Sentivo di aver toccato una regione dove le stridenti contraddizioni del
mondo non potevano arrivare: ciascuna discesa dell'energia significa
l'immersione in uno "stagno" pieno di beatitudine, percepivo una grande
pace che colmava ogni parte del mio essere.
In un testo di Alchimia Interiore trovai una bella immagine: «le nubi
riempiono le mille montagne… ». Mi sembrava raffigurare quello che
provavo ovvero un grande senso di tranquillità che riempiva come una
nebbia le vallate dei miei mille propositi.
Ripenso con nostalgia alle tappe finali, quando sentivo che il respiro,
praticamente inesistente, si era calmato fino a diventare impercettibile e al
suo posto sembrava esserci soltanto una "pressione" dall’alto verso il
basso, verso il corpo. Era come se dopo ciascuna breve inspirazione si
manifestasse una piccola resistenza, quasi che il respiro non volesse più
fluire verso l'esterno, i polmoni fossero bloccati, e internamente qualcosa
cominciasse a scendere attraverso il corpo come se una nuova forma di
respiro avesse trovato una via.
Quasi sempre la notte che seguiva una tappa di questo processo era
popolata da sogni estremamente coinvolgenti e alla mattina, emotivamente
eccitato, mi costava fatica ritornare alla realtà, come dopo aver fatto un
lungo viaggio o vissuto una storia assai complicata.
Ma l’effetto principale è quello che io chiamo unificazione: la personalità,
fino ad allora divisa in varie parti, non tutte necessariamente in conflitto
l'una con l'altra, ma che si ignoravano, sembrava unificarsi in una sola,
caratterizzata da chiarezza di visione e presenza a livello psichico di
grande energia.
Avevo notato in passato che quando la forza di volontà sembrava
paralizzata, ciò era dovuto ai conflitti presenti all'interno del mio essere e
al fatto che la visione della realtà non rimaneva affatto salda e costante, ma
cambiava, come se col passare dei giorni indossassi lenti di diversi colori e
deformanti. Da questo fatto era derivato qualcosa che mi faceva sprecare
tanta energia e a cui non riuscivo a rassegnarmi: la tendenza a compiere
azioni volte a distruggere quanto costruito giorni prima con grande
pazienza.
Ora finalmente un grande ordine interiore e una unità di intenzione
diventavano stabili come se tutte le diverse azioni lasciassero intravedere
un unico "filo conduttore". In quel periodo rilessi Moby Dick di Melville e
mi ritrovai nell’indole del capitano Achab quando paragona il sentiero che
lui percorre verso la meta a un binario diritto, senza improvvisi
cambiamenti di direzione, aggiungendo meravigliosamente che la sua
anima sembrava «scanalata» per scorrerci senza resistenza!
Ero euforico per essermi liberato per sempre da tutte quelle gabbie in cui
mi ero lasciato imprigionare, da tutti i pseudoguru che, approfittando della
mia sete di conoscenza e disponibilità, mi avevano tiranneggiato evitando
di insegnarmi quello che cercavo.
I rapporti umani vennero fortemente influenzati da questo processo.
Quasi sempre in essi c'era qualche sfumatura che non riuscivo a
comprendere, talvolta mi scontravo con atteggiamenti dell’altra persona
che sembravano misteriosi: più di qualche volta, cercando di spiegare
razionalmente ciò che non si poteva spiegare, mi venivano in testa le
parole di Jung, quando disse che la più grande sofferenza, il più grande
tormento era per lui quello «di non capire».
Presi a gestire gli incontri in modo diverso da quello fino ad allora
condotto: imparai anzitutto ad ascoltare in silenzio e poi intervenire
mettendo molta forza in ogni parola come se con ciascuna volessi costruire
la colonna portante di un edificio.
In passato molti rapporti di amicizia o semplice frequentazione mi avevano
deluso perché dagli incontri, dallo stare insieme, non avevo ricavato
assolutamente nulla.
Quante volte era avvenuto che dopo poche battute scherzose, come per
contrassegnare con gioia l'incontro, la serenità scompariva e si cadeva nel
vizio di tanti discorsi inutili, quasi una forzata recita volta a rimandare ad
un futuro improbabile quelli seri che comunque non erano avvenuti mai!
Ora invece avevo l'impressione che l’unità interiore conquistata, obbligasse
amici e anche persone appena conosciute a non recitare, ad essere se stesse.
Potevo sentire come, mentre pronunciavo le parole più importanti, l'amico,
pur non riuscendo ad afferrarne subito il significato, non proseguiva con la
vecchia abitudine di comprendere esattamente quello che si era già
prefigurato, ma provava uno shock momentaneo: rimaneva sconcertato,
forse perplesso e i suoi pensieri si calmavano.
Allora, se io ripetevo il concetto, lo schermo resistente che era sempre
restato quasi inviolato, veniva attraversato e per la prima volta avveniva
l'ascolto. In tal caso la discussione non era più lo svilupparsi di due

monologhi che si disturbano a vicenda ma un processo in cui due persone


camminano insieme onde poter, ciascuno, riflettere con profondità su
qualcosa di intrinsecamente nuovo che l'altro suggerisce.

VERTICALE PRANAYAMA
Le dosi furono le stesse del verticale precedente: incominciai da 36 respiri,
aumentando di 36 in 36, arrivai fino a 36 x 20.
Venne spontaneo applicare tutto ciò che ho trattato nel capitolo precedente
nella sezione che riguarda gli approfondimenti delle tecniche di base.
Si incomincia con la visualizzazione dell'energia che si muove lungo il
percorso ellittico attorno ai Chakra, poi si passa ad applicare tutto ciò che
riguarda la percezione del calore nell'ombelico, poi si raggiunge il
Shambavi Mudra e infine è utile applicare le istruzioni che riguardavano
l’Omkar Pranayama.
Questi particolari servono per gestire la grande quantità di energia messa in
moto dall’elevato numero di respiri. La tecnica come è stata presentata
nelle istruzioni di base - in cui il rumore prodotto nella gola e la forza di
volontà diventano come una pompa idraulica che solleva l'energia dalla
base della spina dorsale e l’attirano nel cervello - potrebbe essere troppo
intensa se mantenuta per più di un'ora. Il fatto di sentire i Chakra e di
aiutarsi col Mantra ricarica invece l'intero essere di una dolcezza tale che,
anche ore dopo la pratica, si vive come protetti da una nube attraverso la
quale lo stridore della vita non riesce a passare.

Si possono fare delle interessanti osservazioni.


1 Il Maha Mudra, oltre ad essere praticato all'inizio della seduta, può
essere ripreso con molto sollievo delle articolazioni e della schiena durante
la giornata, ogni volta che si ritiene opportuno. Si può infatti, di tanto in
tanto, alla fine dell’inspirazione allungare una gamba - o entrambe - e
praticarlo: il risultato è che tutto poi sembra fluire senza resistenza alcuna.
Le respirazioni all'interno del Maha Mudra possono essere considerate
parte integrante della quantità di Pranayama previsto in una certa giornata
e quindi non ci sarà nemmeno la sensazione di "perdere tempo" - che,
come un pensiero subconscio, potrebbe infastidire e creare ansia -.
Aprendo una parentesi, si può capire come, privandosi ogni giorno di
questo esercizio e vivendo una vita sedentaria, non c'è da meravigliarsi che
la spina dorsale diventi sempre meno elastica, anzi con il passare degli anni

le condizioni peggiorino e diventi impossibile mantenere più di pochi


minuti la posizione corretta di meditazione.
Ciononostante so che alcuni pretendono di praticare il Kriya correttamente
senza eseguire mai questo importante Mudra; da parte mia penso che oltre
alla pratica regolare andrebbe integrato di tanto in tanto con il Nadi
Sodhana il cui scopo, lo abbiamo già visto, opera nella stessa direzione.
Praticando in questo modo, specie alla fine di ciascuna espirazione, si può
sentire un brivido interiore, quasi estatico come se una piccola parte di
energia risalisse lungo la spina dorsale.
Per quanto riguarda i "piegamenti" devo confessare che non sono ancora
riuscito a chiarire se essi provengono da Lahiri o siano stati scoperti da un
qualche suo discepolo: di certo sono così belli che chi li sperimenta per un
certo periodo non si sogna poi di lasciarli.
Colpisce la facilità, la rapidità con cui trasformano lo stato mentale:
rendono più facile liberarsi da tanti piccoli fastidi, dall’agitazione della
giornata, danno una sensazione ristoratrice come se la mente venisse
"lavata". Poiché ciascun piegamento è accompagnato dalla
concentrazione su un Chakra diverso, l’intera procedura - che è possibile
ripetere più volte - può essere paragonata al cercare di sintonizzare il
ricevitore della coscienza su un Chakra alla volta - questo si rivela decisivo
per attivare la percezione dei suoni interiori -.
Inoltre non dobbiamo dimenticare il grande valore della pressione sul
perineo che, esercitata come una specie di salutare "scossa" all'energia
presente nel corpo, stimola innumerevoli nadi che trovano la loro origine
proprio in quella zona.
2 Il respiro viene mantenuto lento e profondo però, dopo i primi 36, esso
diventa più sottile, senza peraltro mai divenire un processo puramente
mentale.
Si può osservare la tendenza a proseguire troppo velocemente perciò è
bene esercitare un certo controllo per contenere questa tendenza.
Premetto che il principiante pratica con un ritmo di circa 18-20 secondi per
respiro. Nella letteratura viene indicato il Pranayama per così dire perfetto,
quello che avviene con 80 respiri in un’ora - circa 45 secondi l'uno -:
ebbene la propria pratica dovrebbe sempre essere mantenuta tra questi due
estremi.
Quindi durante il processo verticale, durante le tappe più progredite si può
tentare di raggiungere il ritmo perfetto - quello dei 45 secondi - e

mantenerlo per alcuni respiri sperimentando tutta la grande tranquillità che


questo implica, mentre, dal momento in cui viene introdotto il Mantra, va
bene l'indicazione di non andare al di sotto dei 18-20 secondi per respiro
come limite minimo da rispettare.
3 Si scopre quanto importante sia fermarsi in alto e in basso per una
piccola pausa dopo l’inspirazione e l’espirazione: ciò non solo conduce a
una profonda sintonia con lo stato di Tranquillità a cui accenna Lahiri, ma
obbliga a trovare l'atteggiamento giusto con cui si dilata e si contrae la
cassa toracica.
Mi spiego: se in questi movimenti ci mettiamo un po’ di tensione allora le
pause risultano sgradevoli, una spia per capire che stiamo sbagliando; se
invece cassa toracica e diaframma vengono contratti e rilassati in modo
corretto allora le pause saranno naturali.
4 Occuparsi dell'aumento di calore nella zona dell'ombelico permette di
approfondire enormemente la pratica.
Tale particolare corrisponde a richiamare tutto il potere costruito
internamente dal verticale precedente, quello del Navikriya, e portarlo
all'interno di questo creando una concreta possibilità di percepire la luce
del Kutastha: si spiega che il calore prodotto realizza lo scopo di sciogliere
il nodo dell'ombelico, guida il praticante in una dimensione di Prana statico
in cui ci sono le basi per ottenere quest’importante esperienza.
Nella letteratura si dice che, se il cammino del respiro dal primo al sesto
Chakra viene paragonato ad un arco, il calore prodotto nell'ombelico è
come una freccia che, partendo dal centro di tale arco, può raggiungere
finalmente il "bersaglio" del Kutastha.
5 Da un certo momento in poi si verifica un importantissimo fatto
tecnico: può apparire nell’espirazione il suono del flauto!
Durante l’inspirazione il suono prodotto dall'aria nella gola è forte e
continuo: nell’espirazione si crea un suono sottile e acuto, a volte
intermittente.
Il suono shii, shii è «simile a quello che si ottiene quando si soffia
attraverso il buco di una serratura»: sembra originarsi in una zona
identificabile nella radice interna del naso, non nella gola: sicuramente
viene favorito dal Kechari Mudra, ma non è escluso possa apparire
indipendentemente da esso; se, con impazienza, si cerca di aumentarne
l'intensità e di renderlo lungo e stabile, esso sparisce, se ci si concentra
invece, con distacco, unicamente sulla dinamica corretta del Pranayama,

tale suono torna a farsi sentire. Intendiamoci, può anche non presentarsi
per mesi, però, continuando a praticare, apparirà senz'altro.
In questo stato si avrà la sensazione che praticare il Pranayama sia come
soffiare in un tubo completamente vuoto: prima la "strada" era ostacolata, i
suoni non perfetti, la "sporcizia" nel Sushumna veniva pulita un po’ alla
volta: ora i suoni limpidi sono la prova che questa pulizia è riuscita.
Lahiri spiega che questo suono è «come un rasoio, che taglia via tutte le
illusioni»: esso desta l'intuizione e conduce il praticante oltre la mente,
nella realtà Omkar.

CRONACA
Incominciai le prime tappe di questo processo d'inverno e lo completai
durante le vacanze estive, praticando all'aperto.
A differenza del Navikriya questo processo fu alquanto impegnativo.
All'inizio dubitavo di riuscire a portarlo a termine poiché temevo che
iper-ventilazione ed eccesso di energia creata dalla tecnica potessero a un
certo punto rendere impossibile la prosecuzione.
Mi ricordavo infatti come i tentativi avvenuti anni prima di praticare senza
interruzione 108 respiri con il metodo appreso all'interno della scuola,
ovvero con la bocca semichiusa, erano miseramente falliti: già questa
quantità era eccessiva e creava infatti uno stato di tale nervosismo per cui
mi riusciva impossibile continuare a praticare rimanendo seduto - volendo
a tutti costi portare a termine l'impresa, dovevo farlo, in modo assurdo, in
piedi -. Tutto ora proseguiva molto più serenamente.
Quando alla fine della pratica percepivo nel corpo la presenza di
un’energia molto intensa, mi distendevo e riposavo almeno mezz'ora prima
di ritornare alle attività normali.
Sapevo per esperienza che, essendo metaforicamente "sotto tensione",
come un filo carico, ero più vulnerabile alle piccole o grandi ferite e
contrarietà della vita e rischiavo di compiere grandi danni non tanto con i
gesti quanto con le parole.
In primavera si verificò un evento molto importante: l'incontro con il libro
Puran Purush basato sui diari di Lahiri.
Ebbi modo di conoscere questo testo nella traduzione francese dal Bengali,
poi in quella inglese, ma per controllare la correttezza della traduzione di
alcuni passi particolarmente importanti, mesi dopo iniziai anche a studiare
il Bengali. Appresi che l'origine del libro si deve ad uno dei vari nipoti di

Lahiri, lo scomparso Satya Charan, colui che possedeva materialmente i


diari: egli si recò da una persona di sua fiducia, praticante di Kriya, nonché
scrittore, Asoke Kumar Chatterji per decidere insieme una selezione di ciò
che poteva interessare i ricercatori.
Dal libro appariva senza alcun dubbio che il Pranayama era la tecnica
centrale del Kriya di Lahiri, quella attorno alla quale ruotavano tutte le
altre: sembrava infatti che in tale libro non si parlasse d'altro, mentre pochi
cenni soltanto erano dedicati al Thokar.
Questo fatto mi creò maggiore consapevolezza ed entusiasmo nei confronti
del processo intrapreso.
Intuivo che questo avrebbe prodotto una trasformazione ancora più grande
e già ero sicuro di come, completati in seguito tutti gli altri verticali, sarei
ritornato su questo per scoprire la perfezione nel percorso del Kriya.
Trovare questo libro, leggere e rileggere attentamente le citazioni dai diari
di Lahiri fu come imbattersi in una centrale di energia, di entusiasmo:
un’esperienza stupenda che accese il mio essere.
Le sue parole erano illuminanti come l'alba radiosa dopo una notte di
incertezze. Nelle giornate dedicate al verticale lo portavo con me in
campagna: mi chinavo su quelle pagine, leggevo una o al massimo due
righe, sollevavo gli occhi guardando lontano: «Finalmente, finalmente….
!» ripetevo dentro di me come in trance.
Chiudendo il libro ogni tanto guardavo la foto di Lahiri sulla copertina:
sono convinto che quando posò per quel ritratto fosse perfettamente
consapevole del valore che tale foto avrebbe avuto per tutti coloro che in
futuro si sarebbero avvicinati al Kriya ed assunse perciò uno stato di
coscienza molto elevato; mi sembra di scorgere delle righe orizzontali sulla
fronte come se avesse sollevato le sopracciglia onde stabilire la coscienza
in cima alla testa e, guardando bocca e mento, pare che stia praticando il
Kechari Mudra.
Durante i giorni in cui il mio impegno col Pranayama era molto intenso, la
sua immagine, con quel lieve sorriso pieno di beatitudine, era presente
come un sole nel mio cuore: era il simbolo della perfezione che volevo
raggiungere, della conoscenza che volevo acquisire, dell'amore che volevo
diventare.
Una sera, praticando con gli occhi aperti, avvenne un'esperienza in cui
sentii di essermi avvicinato al concetto di Tranquillità di cui parlava
Lahiri: cominciai a percepire la bellezza del fresco nell'aria attorno a me, la

sentivo avvolgermi come una gradevole carezza: gli uccelli cantavano tra
gli alberi vicini, una montagna si disegnava chiara all'orizzonte e le nubi
bianche a cumuli riempivano al cielo.
E venne il silenzio, un silenzio perfetto che il canto degli uccelli non
turbava: questo silenzio era dentro di me, era la mia mente... e il
Pranayama non era un lavoro, una fatica, un esercizio... avrebbe potuto
continuare per l'eternità…. ed era bello, gradevole, naturale. Non capivo
come, un tempo, anche un decimo di questi respiri mi avrebbero arrecato
irritazione e nervosismo, non capivo il miracolo di questa tecnica ... io ero
il Pranayama ed ero anche la carezza dell'aria attorno a me, il canto degli
uccelli e la montagna!
La pratica di un’intera giornata mi regalava la bella sensazione di trovarmi
all'interno di tutto ciò che mi circondava.
Dentro e fuori di me si distendeva una serenità non turbata da alcuna cosa,
come per esempio il rumore derivato dai lavori che, poco lontano,
venivano effettuati in una piantagione che si trovava poco lontano: il mio
pensiero non commentava, non interpretava.
Una parte di me ripeteva un versetto della Bhagavad Gita: «….la gioia
senza nome che se ne sta oltre i confini dei sensi e che all'anima è rivelata,
soltanto all’anima ».
Mi sembrava di essere rinato e che, all'interno della routine completa che
praticavo tra un giorno del verticale e il successivo, ognuna di queste
tecniche fosse stata rinnovata dall'interno: questo mi aiutava, come un
provvidenziale circolo virtuoso, ad aumentare la profondità dello stesso
processo verticale. Attraverso lo schema dell'incremento graduale
avvertivo che ogni tappa voleva dire un passo in profondità, scavare un
nuovo canale interno, superare degli ostacoli: alcune persone cominciarono
a trovarmi cambiato, anzi mi dissero che era difficile per loro accettare una
trasformazione così repentina.
In autunno al ritorno sul luogo di lavoro sperimentai un fermento nella
coscienza: la pratica del Pranayama, al contrario di quello che molti
credono, non aveva affatto spento l'attrazione per tutto ciò che è il vivere,
non aveva per così dire «bruciato i desideri», ma li aveva chiarificati
mostrandomi la ricchezza, il bene che contenevano; sentivo la spinta
precisa verso una vita completa e attiva.
Se una persona non è un bambino, sente che i desideri non sono come
insetti che vengono a disturbare la calma: essi rappresentano la forza e la

bellezza del vivere, sono uno stimolo a migliorare noi stessi a creare nuove
fonti di interesse.

KECHARI MUDRA
Dopo quattro mesi di Talabya Kriya riuscii a introdurre la punta della
lingua all'interno della faringe nasale.
All'inizio raggiunsi la posizione aiutandomi con le dita: spingendo la base
della lingua, rivolta indietro, era possibile con la punta non solo toccare
l'ugola ma anche la parete del tetto del palato sopra essa; tolte le dita, essa
rimaneva come "incastrata", cioè bloccata in quella posizione; il palato
molle fungeva da fascetta elastica e la sosteneva impedendo che scivolasse
in basso.
Giorni dopo mi fu possibile entrare con la punta nella cavità della faringe
nasale e, vincendo il senso di irritazione nonché il fastidioso aumento della
salivazione, rimanere lì vari minuti. Si verificò, nel corso della giornata,
un particolare effetto che non mi aspettavo e che posso riassumere come
"intontimento": commisi infatti delle azioni talmente sbagliate da
chiedermi se soffrissi di un blocco delle facoltà raziocinanti.
Certamente, così ragionavo, un’importante trasformazione stava
avvenendo in me e compensai l'eccessiva tendenza all’interiorizzazione
con varie attività fisiche sperando che il periodo difficile passasse al più
presto. Dopo poche settimane il problema svanì e fu anche possibile, per
esperimento, fare delle pratiche molto intense di solo Kechari cercando di
percepire il "nettare".
Quando feci questo, il giorno successivo provai una gioia molto forte
anche durante le attività quotidiane. Avveniva che quando parlavo con
altri, specie se, senza perdere l'attenzione alle parole che l'altro diceva, mi
staccavo un po’ dal discorso e volgevo lo sguardo a qualcosa di lontano,
sentivo nel cuore una gioia così grande, così intensa da trattenere a fatica le
lacrime. Dopo l'incontro, solo in mezzo alla natura, sperimentavo una
grande benedizione che sorgeva dalle profondità dell'essere, sentivo che
l'energia si raccoglieva spontaneamente nel Kutastha e penetravo in un
silenzio pieno di beatitudine.
Per quanto riguarda i processi verticali, all'interno di essi praticai solo
parzialmente il Kechari Mudra: tre ore al massimo. In base a quello che ho
potuto osservare questi verticali possono essere praticati con successo

anche da chi non è riuscito ancora a raggiungere tale posizione della


lingua.

INTRODUZIONE ai KRIYA SUPERIORI


Completato questo secondo processo verticale era giunto il momento di
affrontare il lavoro più impegnativo con i Kriya superiori.
Si trattava di approfondire lo stato di meditazione cercando eventualmente
di raggiungere il secondo livello, e poi tutti gli altri, usando strumenti
estremamente delicati. Sapevo bene che queste tecniche non erano
intrinsecamente "superiori" ma diverse, che richiedevano particolare
attenzione perché esisteva la possibilità concreta di praticarle male
ottenendo scarsi risultati anzi rischiando di fare delle pratiche che alla fine
si risolvevano solo in uno stato di agitazione e nervosismo.
Oggi che questi verticali sono conclusi posso dire che i Kriya superiori
sono di reale aiuto anche se è necessario, non avendo alcun esperto
accanto, osservarsi sempre con attenzione perché altrimenti si rischia di
distanziarsi dai risultati fondamentali già sperimentati.
Il respiro, al termine delle pratiche, deve sempre risultare assolutamente
calmo, dev'essere possibile ascoltare, se non di mattina perlomeno la sera o
la notte, i suoni interiori: in caso contrario è necessario riprendere una
routine più semplice e poi eventualmente reintrodurre i Kriya superiori con
molta gradualità.
Avendo frequentato molti praticanti vidi che alcuni, non essendo
abbastanza soddisfatti del primo Kriya, forse perché lo ritenevano troppo
semplice oppure non vedendo buoni risultati, tentarono in un certo senso la
"fortuna" con i Kriya superiori, pensando di avere una "costituzione"
interiore più adatta a lavorare con essi: i risultati furono poco rassicuranti.
In un solo caso avvenne il contrario - questo mi fa pensare come ciascuno
di noi sia diverso dagli altri -: un amico che non era riuscito a portare a
termine il verticale del Pranayama si trovò invece molto bene con il Thokar
sul Macromovimento [la tecnica che normalmente viene chiamata terzo
Kriya], completò con molta soddisfazione il relativo verticale e alla fine di
questo processo ritornò con entusiasmo al verticale del Pranayama nel
quale proseguì e completò le tappe mancanti scoprendo che tanti ostacoli
che prima bloccavano seriamente la sua pratica erano cancellati.

Nella letteratura sul Kriya è riferito che Lahiri spiegò che alcune persone
non hanno necessità di praticare i Kriya superiori e che con le tecniche del
cosiddetto primo Kriya possono ottenere la realizzazione finale.
È chiaro che se questo fosse vero per tutti, non avrebbe mai introdotto
ulteriori tecniche oltre a quelle condivise con la prima iniziazione: se lo
fece era perché si accorse che gli ostacoli all'interno dell'essere umano
erano veramente duri da superare.
Citando la scrittura Manusamgita, affermò che «il sentiero spirituale
consiste nel sciogliere quattro nodi - Grantis - »: questi sono il nodo della
lingua, quello dell'ombelico, quello del cuore e quello del Muladhar.
Questi nodi, possiamo capirlo in pratica tuffandoci nella letteratura
classica, sono la concretizzazione di tutti i nostri ostacoli, tutta la difficoltà
di introspezione, sono i sigilli che proteggono, come direbbe Mere, il
nostro «diritto al dolore e alla sofferenza».
Qualcuno di questi è già stato discusso precedentemente: sono qualcosa di
fisiologico e Lahiri osservò come, lungo il sentiero spirituale, sarebbe una
grande fortuna riuscire a scioglierli almeno in parte.
Quindi a un certo momento Lahiri aggiunse alle tecniche del Kriya la
pratica del Thokar - che probabilmente conosceva già prima di essere stato
iniziato da Babaji al Kriya - ma decise di non condividerla subito al
momento dell'iniziazione, non perché il Thokar fosse "superiore" ma solo
per non creare troppa confusione, per far sì che la persona non perdesse
tempo in uno sforzo che, inizialmente, poteva rivelarsi inutile.
Prima di affrontare la descrizione delle mie esperienze con questi Kriya
superiori vorrei dire che esiste una certa confusione sulla nomenclatura
cioè non è tanto chiaro quello che si intende per secondo, per terzo e per
quarto Kriya.
La suddivisione che mi sembra più logica è che per Secondo Kriya vada
inteso ciò che maggiormente collabora con il Secondo Livello del Kriya e
così via per tutti gli altri. Per secondo Kriya intendo il Thokar sul cuore,
per terzo la percezione della forma di Om come movimento a tre curve
Trivangamurari e in particolare il Thokar applicato a questo movimento,
per quarto tutto ciò che riguarda la percezione del Micromovimento.

Nota
Siccome ho parlato del libro Puran Purush, mi preme aggiungere che in quel
periodo consultai anche i commenti di Lahiri alle sacre scritture nell'unica
traduzione inglese allora reperibile. Mi pare quasi impossibile che essi vengano
proprio da lui perché non ritrovo la stessa mente che si espresse nei diari con
frasi bellissime, illuminanti; trovo una mente dalla tendenza quasi maniacale a
interpretare ogni cosa alla luce del Kriya come se, per assurdo, secoli prima, gli
autori delle opere commentate conoscessero per filo e per segno tutte le tecniche
del Kriya e nessun altro argomento degno di essere descritto.
Tali commenti sono anni luce lontani da quello che comunemente intendiamo
per commento esegetico. A mio avviso è possibile ipotizzare che, davanti ad
alcuni versetti del testo analizzato, egli si fosse lasciato trasportare
dall’ispirazione e i suoi discepoli considerarono quello che lui allora disse come
un commento specifico a quel testo, poi, per pubblicare gli appunti li
completarono con la loro personale filosofia senza farsi tanti problemi di riuscire
ad esprimere o meno il pensiero di Lahiri.

CAP. 9
SECONDO KRIYA

Affrontare i Kriya superiori volle dire riprendere completamente


dall'inizio, con più maturità, serietà e la calma necessaria, quelle tecniche
che in passato - durante gli anni in cui seguivo in modo frenetico questo o
quell'altro maestro - avevo sì praticato ma superficialmente.
Allora era motivato non tanto dal desiderio di approfondire lo stato di
meditazione quanto dalla smania di riuscire a "spremere" dal maestro di
turno tutto quello che poteva darmi, temendo quasi che l'apparente
disponibilità che allora questo sembrava dimostrare potesse un giorno
venir meno: praticavo con l’affanno di completare il più presto possibile le
quantità richieste di una certa tecnica per poter poi ricevere quella
"successiva". Seguendo l'ordine ideale delineato dallo stesso Lahiri, il
primo passo obbligatorio, dopo aver padroneggiato le tecniche del primo
Kriya, era quello di applicare il Thokar - mi riferisco a quella forma diretta
in modo specifico verso il plesso cardiaco - e portarlo a perfezione.
Le informazioni in mio possesso erano che tale tecnica guidava la
coscienza direttamente nell'esperienza Omkar, inoltre la forte azione sulla
zona nelle immediate vicinanze del quarto Chakra rappresentava un passo
decisivo nel costruire un potere diretto o indiretto di calmare il cuore.
["Indiretto" significa che il cuore si calma mentre la concentrazione è volta
sui vari Chakra e non in modo specifico sul muscolo cardiaco o sul
percepire il pulsare stesso del cuore. Nella mia esperienza è sempre stato
così, però non mi sento di escludere che Lahiri stesso o qualche suo
discepolo abbiano padroneggiato la possibilità della concentrazione
"diretta".] Tecniche come Omkar Pranayama sono un’ottima preparazione
ma solo il Thokar è ritenuto essenziale. Il mio resoconto sui Kriya
superiori incomincerà perciò con questo.

SECONDO KRIYA: THOKAR SUL CUORE


Forma semplice
La routine dovrebbe essere la più intensa possibile e quindi dopo le
tecniche preliminari, Pranayama e Omkar Pranayama - il Navikriya
potrebbe venir prima del Pranayama - si abbassa il mento sul petto e,
inspirando, lo si solleva lentamente: si pensa Om nel primo Chakra, Na nel
secondo, Mo nel terzo [durante questa fase si contraggono i muscoli posti

alla base della spina dorsale e si cerca di tirare dentro, o perlomeno


contrarre, la zona dell'ombelico: le mani sono intrecciate e poste sopra
questa zona come a guidare il movimento di salita dell'energia]; si pensa
Bha nel quarto, Ga nel quinto e infine la sillaba Ba nella nuca. Trattenendo
il respiro, la testa viene avvicinata alla spalla sinistra, mentre l'energia
raggiunge da sinistra il Midollo Allungato dove viene posta la sillaba Te,
poi la testa si muove (per dietro quindi col mento un po’ sollevato) verso
destra e la sillaba Va viene posta nel centro cervicale, e infine, superata la
spalla destra, la testa fa un brusco movimento per toccare col mento la
parte centrale del petto, in contemporanea coscienza ed energia vengono
forzate all'interno del quarto Chakra dove viene "posta" la sillaba Su: per
un breve istante si percepisce in questo centro un’irradiazione di energia,
un senso di inebriamento e talvolta di calore.
Per una persona che guarda dall'alto, la testa ha compiuto una rotazione in
senso antiorario terminata in un modo secco e brusco, con il mento sul
petto: non c'è stata torsione del volto né a destra né a sinistra. La
contrazione alla base della spina dorsale viene mantenuta fino a questo
momento: con ciò la totalità dell’energia nel corpo viene diretta nel quarto
Chakra. Rilassata la contrazione e ogni eventuale muscolo del corpo in
tensione, si espira lasciando scendere l’energia: la sillaba De viene posta
nel terzo Chakra, Va nel secondo e infine Ya nel Muladhar.
La procedura viene ripetuta un numero "ragionevole" di volte che, tenendo
conto della necessità di abituare le vertebre cervicali a tale processo, è di
12 volte per 2-3 settimane per poi passare a 24.
Naturalmente se ci sono problemi di carattere fisico, al posto di un
movimento brusco del mento sul petto si preferisce farne uno più delicato,
creando comunque intensità di concentrazione.
Terminata l'applicazione del Thokar è necessario calmare tutto il sistema
psicofisico e quindi, mantenendo la testa immobile, si riprende la pratica
dell’Omkar Pranayama usando la visualizzazione per muovere la coscienza
millimetro dopo millimetro all'interno del midollo spinale.
A un certo momento si fanno tre respiri profondi e, dimenticando del tutto
il respiro, ci si concentra sui singoli Chakra: si sale e si scende con la
coscienza nei Chakra rimanendo in ciascuno circa 20 secondi: è necessario
avvertire un particolare senso di dolcezza, come se qualcosa si fosse
sciolto. Per ascoltare i suoni interiori, fattore questo importantissimo, è
bene che una parte dell’attenzione rimanga sempre nella nuca o nella parte

interna dell'orecchio destro. Potrebbe apparire una vibrazione che all'inizio


si può paragonare a quella prodotta dal muoversi delle ali di un insetto e
poi diventa il suono interiore legato al plesso cardiaco Anahata, il quale
assomiglia a quello di una campana lontana.
Osservo che può essere utile ripetere più volte nel Muladhar la sillaba
relativa cioè Om, Om, Om…, nel secondo la sillaba Na, Na, Na…
Questa prima forma di Thokar può essere applicata 2-3 mesi: saggio è
praticarla solo a giorni alterni onde non provocare un'eccessiva
sollecitazione delle vertebre cervicali.

Forma intensa
Il Thokar si può applicare ripetendo diverse volte la rotazione della testa e
trattenendo il respiro. Al termine dello stesso processo di preparazione
visto con la tecnica precedente, la testa viene ruotata non una ma dodici
volte trattenendo il respiro: durante ciascuna rotazione si pensa la sillaba
Te nel midollo allungato, Va nel centro cervicale e Su nel quarto Chakra.
Ogni ciclo non fa che aumentare la concentrazione di energia nel plesso
cardiaco; completati questi movimenti, si riporta la testa nella posizione di
partenza ed, espirando, si lascia scendere coscienza ed energia verso la
base della spina dorsale ponendo le sillabe finali del Mantra nei tre Chakra
inferiori. L'incredibile consiglio che si trova in tutta la letteratura autentica
di Lahiri è che questa tecnica viene praticata una volta sola però
incrementando di una rotazione al giorno fino ad arrivare a 200!
Alcuni insegnanti mi confermarono questo anche se aggiunsero che tale
consiglio non era da intendersi come regola generale, ma era stato dato
solo a qualche particolare discepolo.
Per quanto poco possa valere la mia opinione, il trattenimento "perfetto"
del respiro durante l'esecuzione di tutti questi movimenti sarebbe una
decisa violenza nei confronti del corpo. Nella mia esperienza ho usato il
buonsenso e invece di accanirmi a mantenere, durante le varie rotazioni, un
perfetto trattenimento del respiro, ho badato a mantenere l'energia in alto -
concentrata nei tre Chakra elevati - senza controllare ossessivamente se
una minima quantità di aria passasse dall'interno all'esterno del corpo o
viceversa.
È indubbiamente difficile esprimere come andarono le cose, ci provo anche
se, a parole, darò l’impressone di cadere in una palese contraddizione.

Di certo non respiravo di proposito, ma l'intenzione era di non respirare,


senza preoccuparmi se si verificava un impercettibile movimento dell'aria
attraverso le narici. Concentrandomi sentivo una specie di immobilità
dell'energia nella zona del torace e del collo: era come se il respiro fosse
fermo. Quasi sicuramente, senza che me ne accorgessi, una piccola
espirazione avveniva quando il mento si abbassava sul petto, così una
piccola inspirazione si produceva dopo, quando il mento risaliva.
L’intenzione era volta non tanto a mantenere il respiro, quanto l’energia,
immobile: una molecola in più o in meno di aria che passasse attraverso le
narici non avrebbe annullato completamente il valore della tecnica - così
ragionavo -! Nella mia pratica non ci fu dunque mai un trattenimento
forzato, il processo andò avanti sempre dolcemente; percepivo come se
nelle narici e nei polmoni non ci fosse alcuna differenza di pressione tra
l’aria esterna e quella interna, era come se entrambe fossero quiete e
immobili, l'esperienza era naturale e gradevole.
Mi sembrava che la testa, ruotando, riuscisse a "raccogliere" l'energia che
si trovava alla sommità del capo e la convogliasse nel cuore: questa
percezione intensificava la sensazione di calore e di ebbrezza che si veniva
a creare nella zona del quarto Chakra.
Più l'attenzione veniva assorbita nel senso di inebriamento più il respiro
sembrava scomparire.

EFFETTI
Possiamo riassumere gli effetti così: sciogliere il groviglio di emozioni
superficiali che è la ragione di molte difficoltà intrinseche alla nostra
psiche, togliere ad esse il potere di provocare disastri nella nostra vita
pratica. Proviamo ad approfondire il concetto.
Emozioni violente, frenetiche, isteriche sorgono spesso rapide nel nostro
animo, poi scompaiono: esprimono una realtà priva di autentico spessore
ma possiedono una forza propulsiva che può manifestarsi tramite azioni
affrettate, portate a termine in preda ad una sorta di febbre cerebrale che
non vuole ascoltare il monito del buonsenso. Scelte difficili ma essenziali
che ci porterebbero verso uno stadio più evoluto e completo dell’esistere
soccombono spesso a decisioni irreversibili, prese in un istante di sottile
piacere viscerale.
Spesso fantastichiamo sulla illusoria felicità che potrebbe derivare da un
mutamento delle circostanze esterne della nostra vita; l'emozione è forte, la

realizzazione di quella fantasia sembra equivalere a una esistenza più


"leggera" che si distende come il cielo limpido in una giornata serena.
Basterebbe una semplice riflessione per sospettare che di illusione si tratta:
si potrebbe osservare infatti che il balzo improvviso nel "nuovo" non costa
alcuna fatica, alcuna dolorosa rinuncia, non si traduce nell'affrontare
qualcosa di difficile, nell’attraversare uno stato d'animo sgradevole, nel
mettere da parte l'orgoglio, ma riguarda sempre un qualcosa di comodo, di
estremamente facile. Una persona potrebbe in tal modo decidere di non
presentarsi a sostenere un difficile esame e rinunciare così al corso di studi
scelto anni prima - mi riferisco ad una situazione in cui ci siano le effettive
possibilità per superare l’esame, anche se potrebbe essere necessario
attraversare momenti di incertezza, fare eventualmente quella che si dice
una "brutta figura"… e dover ripetere alcune volte la prova -.
Un altro esempio potrebbe essere la decisione di interrompere bruscamente
una problematica relazione umana. Essendoci rilassati in essa, avendo
creduto che tale rapporto procedesse in maniera scontata, avendo fatto anzi
dei progetti e messo in questi un po’ della nostra fantasia infantile, può
darsi che davanti alla necessità di dover rimettere alcune cose in
discussione ci sentiamo fortemente irritati o addirittura offesi.
Possiamo percepire una fastidiosa violenza che rompe la convinzione di
aver dato già il meglio di noi stessi e raggiunto una condizione che ci
sembrava perfetta. Ne nasce rabbia per essere stati contrariati e affrontare
con saggezza e ponderazione i difficili chiarimenti ci sembra come dover
ingoiare una piccola scaglia di nera e spigolosa roccia.
Possiamo, con un atto di "radioso" libero arbitrio, rifiutare l’attentato alla
nostra calma e, lasciando sbigottiti gli astanti, rompere definitivamente il
problematico rapporto. Negli istanti successivi, qualora ci fosse anche la
minima possibilità di fare marcia indietro, ci preverrà l’orgoglio
ingrandendo a dismisura il sottile piacere del momento attuale.
Grideremo a noi stessi quanto stiamo bene, quanto siamo felici: la nostra
esistenza ci apparirà splendida, proprio come se fossimo rinati dopo una
lunga e sofferta malattia, godremo di ogni minimo atto con continua
voluttà, circondata da lampi di azzurro.
Eppure quella decisione subitanea equivale al precipitare di un asteroide
nell'atmosfera terrestre provocando incendi e distruzione.
Come potrebbe essere definito autentico quel piacere che consiste nel
camminare in mezzo alle ceneri di quanto, pazientemente e con molti

sacrifici, avevamo costruito e sperato per anni, per cui avevano tremato,
pianto forse? Eravamo totalmente ciechi? Diremo a noi stessi e agli altri –
inutilmente - di avere «agito con il cuore», di «essere stati spontanei», e gli
altri ci daranno ragione… però non è così. Una sensazione come di peso
nel petto rivela che l'esperienza non si è conclusa con un "volo" verso
l’alto ma è divenuta una zavorra che ci trascineremo dietro per sempre,
come tanti altri rifiuti a crescere dove è rimasta una parte di noi stessi.
Abbiamo perso qualcosa di importante, questa è la verità, ma non osiamo
né vogliamo dirlo a noi stessi: qualcosa di meraviglioso che poteva
avvenire e invece non è avvenuto e non avverrà mai più!
Non ci resta che andare avanti arginando il rimorso con la consolazione…
che la vita non è perfetta e anche noi abbiamo fatto i nostri sbagli: ma
proprio qui riappare il sottile inganno della mente, poiché sarà comodo
credere che lo sbaglio sia stato - per ritornare ai nostri esempi specifici -
l’aver deciso un tempo di affrontare quel particolare corso di studi e non la
brusca assurda interruzione, l'esserci messi con la persona sbagliata e non
la decisione di frantumare un rapporto che era né più né meno come tanti
altri e cioè un’occasione di crescita.
Meglio non parlare di "agire con il cuore"! Questo significa, se mai ne
saremo capaci, ascoltare quanto dal profondo sale con imperturbata calma
alla superficie ricaricato da una tale energia da far scorrere le lacrime, e
poi metterlo in pratica con una totale volontà dell'essere, con una
determinazione che resiste per sempre intatta, vincendo, se necessario,
l'opposizione del mondo intero. Ebbene l'effetto del secondo Kriya porta
proprio ad "agire con il cuore".
Per chiudere posso riferire che le persone attorno notano nel nostro
carattere come un certo grado di "durezza": la realtà è che alcuni eventi
non hanno più potere su di noi, ma è anche vero che altri fatti possono
commuoverci al punto tale da portarci a piangere. Lahiri dice che: «la
coscienza si libera da ogni ignoranza e riesce a sentire il dolore, la
sofferenza, la miseria delle altre persone»: riusciamo a vedere quello che
gli altri non possono o non vogliono vedere.

CONDIZIONI PER L'ASSENZA DI RESPIRO


Assenza di respiro, ne abbiamo già parlato, è lo stato in cui la persona,
riferendo onestamente le sue impressioni, percepisce come se questo si
fosse completamente arrestato. Non è possibile e non abbiamo nessuna
intenzione di verificare tale affermazione per mezzo di strumenti di
laboratorio: si tratta di prendere in considerazione un'esperienza soggettiva
basata sull'impressione onesta di colui che pratica di trovarsi senza respiro
e questo, per ciò che provoca nella coscienza, è già di per se molto
importante. Non è il caso di richiamare testimonianze che riferiscono di
prove spettacolari che avvengono di tanto in tanto in India: queste
notoriamente hanno più che altro l'aspetto di "rappresentazioni" per
impressionare i turisti.
A tale stato - apice ideale di un particolare circolo virtuoso basato sul
rilassamento globale psicofisico, organi interni come cuore e polmoni
compresi - alludevo [cap.3] considerando gli effetti della tecnica di
osservare il respiro. Con la pratica del Thokar gli effetti non sono così
immediati perché la procedura implica movimento fisico, quindi bisogna
che il sistema, dopo l'applicazione, ritrovi la sua immobilità, ma
sicuramente si radicano più profondamente nel tempo.
Si spiega che il Thokar agisce sul plesso cardiaco "decongestionandolo",
rendendolo meno sensibile all'intervento della mente e delle emozioni;
devono passare però molti mesi di pratica per ottenere l'assenza di respiro.
Facendo fluire una notevole quantità di energia nella zona del plesso
cardiaco si crea una particolare sensazione di ebbrezza, quasi bruciante: si
percepisce come se il centro della personalità non si trovasse più nel
cervello ma nel cuore, come se là ci fosse una fonte di calore.
Lahiri diceva che il Prana legato al respiro «viene orientato verso l'interno»
attraverso il forte impatto psicofisico indotto dal Thokar e ne consegue un
particolare stato di profondo assorbimento; questo «apre la porta del
tempio interiore». Come sappiamo nel Pranayama cerchiamo di portare il
respiro a "scorrere" all'interno: tante volte abbiamo l'impressione che
questo effettivamente avvenga, ma tra l'impressione e la realtà… c'è una
bella differenza! Se Lahiri parla di "interiorizzazione del respiro"
sicuramente non lo fa per sottolineare una pura impressione ma per dire
quello che in realtà avviene e questo non può essere altro che la perfetta
assenza di respiro!

Ma se una persona, anche dopo anni di Kriya, non riesce con nessuna
applicazione della buona volontà ad ottenere la calma perfetta del respiro,
allora bisognerebbe prendere in considerazione l'intera vita cioè il modo
con cui conduce la sua esistenza quotidiana.
È vero, come suggeriscono alcuni testi che la ragione potrebbe essere
ricercata in una parte residua del nodo del cuore, che permane nonostante
tutti gli sforzi fatti. Spesso durante la profonda meditazione, avviene la
precisa sensazione che il respiro si stia calmando: si comincia a percepire
una sensazione di estasi che sale verso l'alto pronta a travolgere la
coscienza e, proprio allora, sorge un’agitazione improvvisa, una paura che
fa battere forte il cuore e pone bruscamente fine all'esperienza.
Questo potrebbe essere l'indice di un ostacolo interno a livello delle nostre
emozioni e allora la soluzione potrebbe essere quella di avere pazienza,
lasciare che col tempo avvenga una certa trasformazione.
Alcuni dicono che potrebbe essere utile passare alle pratiche del terzo
Kriya, altri praticare il Thokar con maggiore intensità ricordandoci sempre
di amplificare fino all'estremo limite l'ebbrezza interiore e il calore che si
percepisce nella zona del cuore.
A mio avviso, accanto a tutte queste giuste considerazioni, è fondamentale
prendere in considerazione un aspetto della vita finora trascurato: lo stato
della mente all'interno dell'esistenza quotidiana, anche nei momenti più
banali, quelli ritenuti di poco valore.
Per far sì che il processo virtuoso di rilassamento non solo si metta in moto
ma si elevi sempre più fino ad ottenere un’esperienza sotto tutti i punti di
vista ineguagliabile dobbiamo rispettare una condizione ben precisa:
seminare una nuova, più profonda base di rilassamento e silenzio mentale
all'interno dell'esistenza quotidiana.
Raggiungere condizioni ideali di rilassamento, e quindi l’assenza di
respiro, dopo aver vissuto una giornata caotica, praticato alcuni respiri e
poi il Thokar, è un compito impossibile: gli effetti disastrosi
dell’agitazione portata avanti nella vita non si cancella né con la buona
volontà né con la più concentrata pratica delle tecniche!
Quando arriviamo all'ultima parte della routine, proprio nel momento in
cui dovremmo riuscire a sperimentare la calma totale, diventiamo
consapevoli di uno sgradevole "rumore di fondo", come un’agitazione
residua: questa è un segno delle ferite che l'esistenza quotidiana ha
provocato su di noi, una "cicatrice" ancora sensibile e dolorante.

Se trascorressimo la giornata in un ambiente favorevole al raccoglimento,


lontano dalla vita caotica forse le condizioni migliorerebbero: però non
possiamo cominciare a fare i piani per ritirarci in un monastero!
So che molti hanno abbandonato la loro pratica convinti di poterla
riaffrontare eventualmente un giorno quando la situazione si sarà in
qualche modo, per qualche avvenimento esteriore, resa perfetta.
Questa è una pericolosa illusione perché ciò non si verificherà mai,
comunque anche se dovessimo riuscire a ritirarci in un tranquillo
eremitaggio e quel "rumore di fondo" non avesse l'intensità attuale,
potremmo scoprirci preda della più nera depressione e dover fronteggiare
le "bestie" ben più terribili che emergono dall'inconscio.
Molto meglio restare dove si è e trovare un metodo per risolvere il
problema; a questo proposito abbiamo il conforto della stragrande
maggioranza dei mistici: la soluzione esiste ed è la preghiera continua, il
Japa! Il discorso che ora affronto contraddice la tendenza a credere che
solo le tecniche complicate possano portare risultati decisivi.
La comprensione che sta alla sua base apparve e scomparve tante volte
nella mia vita a causa della tendenza a prediligere teorie che mi portarono
talvolta a vivere più in un mondo di fantasia che in quello reale, anzi mi
fecero credere di star compiendo chissà quali progressi, mentre invece ero
irretito sempre più nelle mie illusioni. La gente ama perdere tempo
discutendo dei corpi astrali che circondano il corpo fisico e contemplare
artificiose tecniche per pulire questo o quel livello dell’aura, ma non sa
come eliminare il più grande tra tutti i problemi: scaricare la zavorra che ci
trasciniamo continuamente, quella di una mente resa sempre più irrequieta
da un modo innaturale di vivere. Esiste un metodo, fin troppo semplice,
direi ovvio.

INCOMPARABILE UTILITÀ DEL JAPA


Nelle lezioni introduttive al Kriya vari insegnanti danno il classico
consiglio di mantenere, durante il giorno, la «coscienza del testimone». Lo
yogi perfetto diventa colui che svolge con consapevolezza tutte le proprie
attività e nello stesso tempo mantiene una parte della coscienza distaccata,
come un testimone impassibile, in totale equilibrio tra realtà gradevoli e
sgradevoli. In realtà quando una persona riceve consigli simili, sorretta
dall'entusiasmo per la novità e con un certo impiego della volontà, può
riuscire a realizzare quasi perfettamente per una o due ore lo stato

descritto, salvo poi dimenticarsene e tentare di riprenderlo ore dopo, con


un certo nervosismo misto a senso di colpa.
Si tratta dunque di un consiglio che serve ben poco; similmente la pratica
della «consapevolezza senza preferenze» diventa una sottile violenza su se
stessi e non può portare a nulla di stabile - può avere un minimo effetto
soltanto perché riesce a stancare a tal punto la mente da permetterle poi,
all'interno del Kriya, di raggiungere un buon grado di rilassamento -.
Le verità è che simili trucchi mentali si rivelano inconsistenti e non
possono essere sostenuti per più di 2-3 giorni; poi la "commedia" finisce,
non se ne parla più, se non altro per non sentirsi in colpa!
Una soluzione reale che poche volte viene consigliata nell'ambito del Kriya
è il Japa, ovvero la ripetizione di un Mantra, di una preghiera.
Naturalmente non affermo che senza Japa non è possibile seminare
all'interno della vita pratica uno stato di profonda calma interiore,
riconosco solo che l'aiuto proveniente da tale consuetudine è molto
gradevole, di assai facile realizzazione per chiunque: non vedo dunque per
quale motivo dovremmo privarcene.
Qualcuno non si sente ben disposto nei confronti di esso sottolineando
l’opportunità di limitarsi solo alle istruzioni date effettivamente da Lahiri,
il quale non lasciò istruzioni specifiche a riguardo.
Al che posso rispondere che tutti i suoi discepoli lo praticavano, fossero
induisti o musulmani, perché questa era a quei tempi e in quella situazione
una consuetudine ormai universale: basti pensare al concetto di "preghiera
continua", "preghiera del cuore", "orazione interiore", "Dhikr" eccetera.
Ciascun praticante può scegliere un Mantra gradevole, che abbia in sé un
carattere di dolcezza e forza insieme - troppa pace... potrebbe
addormentare - senza preoccuparsi del significato ma solamente della
vibrazione che questa crea nella coscienza.
Non è affatto vero che un Mantra dev'essere ricevuto da un maestro - e su
questo punto ho il conforto del pensiero di Mere, oltreché l'esperienza di
tanti ricercatori - ma deve scaturire da un’inequivocabile predilezione
interiore, la quale trova conferma nella pratica: naturalmente nessuno si
aspetti che il Mantra sgorghi dall'interno… bisogna conoscerne vari, per
esempio ascoltare i canti indiani - se si vuole adottare un Mantra indiano -
oppure adottare come Mantra una breve preghiera che abbia le
caratteristiche dette.

Chi è disposto a compiere questo sforzo sappia che non dovrà compierne
altri poiché non appena si siederà per praticare le sue tecniche Kriya
scoprirà che tutto il lavoro sarà già stato fatto e che gli esercizi, uno dopo
l'altro, diventeranno facili e porteranno al risultato voluto!
[Apro qui una piccola parentesi e spiego che chi vuol leggere qualcosa di
bello sul Japa, oltre a ciò che può recuperare su Mere e sul suo discepolo
Satprem, si può concedere una specie di vacanza "ideale" presso i silenzi di
monte Athos, tuffandosi per un determinato periodo nell'impareggiabile,
già citato, I racconti di un pellegrino russo di autore anonimo.
Vi si trova la pratica reiterata di una particolare preghiera; sorvolando sulle
tipiche suggestioni del pensiero cristiano - idee del peccato, che l'uomo è
fondamentalmente impuro e indegno della grazia divina e altre amenità del
genere - stupisce, ma convince, l'affidamento totale alla preghiera, mezzo
innocente che riscalda un'esistenza come il fuoco che brucia lento nel
focolare di una semplice casa mentre fuori si distende un limpido inverno!
Questa arde nel cuore del pellegrino creando una lenta ma inesorabile
trasformazione interiore.]
Il Japa, per essere efficace, dev’essere ripetuto con la voce in un tono
naturale, non mentalmente, inoltre deve precedere la seduta di Kriya di
almeno una o due ore.
Nei mercati di oggetti orientali troviamo rosari formati da 108 grani: una
ripetizione di tale numero di Mantra basta come dose quotidiana.
Dopo la pratica a voce, si scopre che la mente prosegue per conto proprio
in modo quasi automatico, mentre si eseguono le attività quotidiane.
La pronuncia dovrebbe, almeno all'inizio, essere investita dall’aspirazione
del cuore - una tensione verso quel qualcosa che rappresenta la nostra meta
- con la dignità di colui che fa un passo in avanti verso la realtà che vuole
raggiungere e non piagnucolando o sospirando come per invocare una
grazia.
Dunque non sono d'accordo con il consiglio, che proviene dall'oriente,
secondo cui il Japa dovrebbe essere sempre praticato mentalmente: non lo
condivido affatto perché quando il Mantra è sussurrato - o detto - esso si
lega all’espirazione producendo una vibrazione nel corpo e questo si
riverbera nella mente la quale rivela una qualità di silenzio, di trasparenza,
di ordine, di intuizione mai sperimentata prima.
Esiste un segno che ci indica che la pratica è corretta: poco dopo avere
iniziato la ripetizione del Mantra si verifica un impulso irresistibile a

mettere in ordine quello che si trova attorno - sia durante una passeggiata
sia che ci troviamo in una stanza - e questo rivela l’ordine interiore che si
viene così a creare.
In conclusione: mettendo in pratica, all'interno di una normale esistenza -
non quindi di una esageratamente caotica - queste istruzioni - che sono
intese come "dose" minima - si scoprirà che l'agitazione della vita non
riesce a produrre nella mente delle ferite profonde che poi rimangono per
tutta la giornata: all’interno del Kriya sarà possibile portare a perfezione il
meccanismo virtuoso richiamato sopra fino ad ottenere l’assenza di respiro.
La routine è quella vista sopra quando abbiamo presentato la prima forma
del Thokar. L'assenza di respiro si manifesta durante la concentrazione
finale sui Chakra in salita e in discesa.
Aggiungo che potrebbe rivelarsi utile ripetere in sottofondo lo stesso
Mantra usato durante il giorno: in tal caso si potrà notare come questa
ripetizione si trasformi in un’invisibile azione interiore di "toccare"
ciascuna parte del corpo e portarvi un’ipotetica "sostanza" fatta di calma,
di profonda immobilità.
Continuando senza alcuna interruzione, dimentichi del mondo attorno, si
riesce a percepire che la concentrazione produce in ciascun Chakra un
massaggio rotatorio interno, lieve come una carezza.
Si sente una dolcezza che aumenta sempre di più, si percepisce che il
respiro diventa sottile come un palpito, che nel nostro essere se si è
stabilita una grande calma «come all'interno di un pozzo, mentre fuori
infuria la tempesta» - così scrive Lahiri nei suoi diari -.
Si intuisce, in parte nella salita, ma soprattutto nella discesa, che il corpo è
permeato, sostenuto da una fresca energia e - senza alcuna emozione - ci si
accorge che non c'è più bisogno di respirare, che il corpo è sostenuto da
forza interiore. Non c'è dunque un sussulto interiore di sorpresa, non c'è il
tempo di dire a se stessi: «ce l'ho fatta» …, il pensiero è scomparso, la
sostanza mentale è ferma.
CRONACA
Nel mio caso fu una fortuna incontrare in un libro il Mantra di Ramdas Sri
Ram Jai Ram Jai Jai Ram Om e poi ascoltare in alcuni canti indiani la
relativa pronuncia. Avevo provato con il Mantra di Mere: Om Namo
Bhagavate, ma non funzionava: lo stato d'animo creato era molto bello ma
l'assenza di respiro si presentò con l'altro.

Feci molti esperimenti per constatare la perfetta corrispondenza tra il Japa


e l'assenza di respiro e da allora non ci rinunciai più: se durante il giorno
non avessi avuto l'opportunità l’avrei ripetuto camminando di notte su e
giù per un corridoio.
All'inizio la decisione di praticarlo non avvenne per i motivi elencati
precedentemente - non li conoscevo - ma sull’esempio di Mere la quale,
ascoltando per la prima volta durante la proiezione di un film il canto
reiterato di un Mantra - Om Namo Bhagavate Narayanay - si chiese che
cosa sarebbe accaduto se lei avesse intrapreso con costanza la pratica di
quello stesso o di un qualsivoglia altro Mantra.
Iniziò l’esperimento con questo e ritenne utile accorciarlo - divenne Om
Namo Bhagavate -, lo praticò camminando in lungo e in largo nella sua
stanza, quella stessa da cui dopo una certa data non si sarebbe più
allontanata, ripetendolo continuamente onde creare, caricandolo di
aspirazione, un’azione costante sul corpo.
Nel mio caso la prima volta che praticai, durante una passeggiata, il Mantra
di Ramdas provai un impulso a mettere in ordine tutto, anche pezzetti di
legno che inavvertitamente qualcuno aveva lasciato cadere sulla strada.
Ritornato a casa verso sera, avevo ormai già dimenticato quella pratica,
quando iniziai la seduta di Kriya, mi ritrovai all'istante in uno stato già
interiorizzato, "meditativo" e verso la fine della routine ottenni l'assenza di
respiro. Venne estate e ogni giorno la mia seduta si svolgeva in
campagna: prima di cominciare, guardando il paesaggio circostante, mi
chiedevo se anche quel giorno sarei riuscito realizzare l'assenza di respiro;
incominciavo l'esecuzione delle varie tecniche e qualche volta in tre quarti
d'ora avevo già completato la parte attiva, cioè gli ultimi respiri di Omkar
Pranayama e dopo non più di due o tre minuti che salivo e discendevo nella
spina dorsale concentrandomi sui Chakra regolarmente avveniva il
miracolo! Provavo la sensazione di essere in alto, sistemato sopra la vita,
sopra le regole della vita: non posso dire semplicemente che ero felice, no,
ero una sola cosa con la mia personale concezione del Divino!
In questo libro ho spesso toccato il problema della concezione
antropomorfica del divino: anche chi non concepisce un Dio come persona,
senza avvedersene può crearne un simbolo.
Nel mio caso questo fu Mere: a poco a poco il suo pensiero, la totalità dei
suoi ideali, il ricordo di lei, di quella che io immaginavo attraverso le foto
possedute, si fuse con la mia esperienza; in quel periodo ebbi modo di

ascoltare una registrazione della sua voce, una delle ultime effettuate:
praticamente impazzii… pensando a lei il mio amore divenne sconfinato…
Come coloro che l'hanno ascoltata potranno testimoniare la sua è la voce di
una persona in grande difficoltà nel parlare, rivela una grandissima
debolezza in senso fisico: per contrasto pensavo alla sua aspirazione e
intuivo qualcosa di immenso, un potere più grande di ogni cosa mai
conosciuta e concepita.
Riconosco che ci sono delle verità che possono essere comprese con la
ragione, magari un po’ alla volta, e altre, diciamo particolari, forse non
tanto umane, le quali invece vanno solamente contemplate.
Dietro la sua voce, percepivo una grande immensità una Cosa senza limiti
e allora il pensiero di Mere divenne una speranza e un ricordo insieme…
non ho parole per giustificare il rapimento conseguente.
Oltre a grande senso di euforia c'era qualcosa di più profondo: in Mere, nel
suo esempio e nella sua poesia si rispecchiava il senso del mio esistere.
Assenza di respiro non è azione, è mancanza totale del minimo
movimento, del minimo atto del pensiero, eppure da quell’esperienza prese
origine l’azione che cambiò la mia vita.
Oggi la giornata incomincia con il Japa, quello scelto allora: nulla è
cambiato, quando sento che qualcosa non va, quando attraverso un periodo
arido oppure mi sembra di essermi perso per strada, lo pratico più
intensamente. Porto il Japa anche nella vita: mi aiuta a capire quando
sto… incontrando la sconfitta - specie nei rapporti umani - e mi insegna ad
avvicinarmi ad essa e "abbracciarla".

Nota 1 [Japa]
L'uso del Mantra si lega ad un'altra esperienza, quella di alcuni mistici che
gravitano attorno al pensiero cristiano anche se ufficialmente non ne fanno parte.
Mi riferisco a coloro che usavano "pensare" le preghiere o anche più
semplicemente le singole lettere dell'alfabeto in alcune parti del corpo.
Le modalità di pratica erano diverse, qualcuno preferiva valersi di una vocale
alla volta facendola vibrare principalmente nei piedi - quante volte mi sono
chiesto se tali procedure avessero una relazione con «il respiro che parte dai
talloni» dell’alchimia interiore - altri usavano diverse vocali incominciando dai
piedi e sollevandosi poi gradatamente al corpo intero, inoltre alcuni
pronunciavano tali suoni, altri si limitavano a pensarli.

Il senso della pratica era che la vibrazione di una preghiera o di un suono puro
riusciva a raggiungere gli atomi del corpo: «l'intero corpo verrà attivato con
nuova vita e così rinascerà» scrissero.
Questi mistici, pur essendo nati nell'ambito della cristianità, sono stati relegati in
un angolo come esponenti dell'esoterismo, come aspiranti "maghi" alla ricerca di
poteri occulti - avendo abbandonato il sentiero "sicuro", quello tradizionale fatto
di preghiera, intesa sia come supplica che come colloquio interiore con il divino.
Maghi di certo non erano: con un’intuizione geniale, probabilmente derivata da
chissà quali antiche tradizioni, essi avevano trovato la strada per entrare in
maniera diretta, pulita, nel cuore stesso dell'esperienza mistica collegandosi sotto
molti aspetti con il terzo livello del Kriya - l'esperienza di come questa "discesa
nel corpo" comporti una vasta realizzazione che include la gioia e il dolore
provato da altre persone, viene da loro solo accennata -.
Può darsi che il lettore non si sia mai imbattuto in letture che fanno riferimento a
questo tipo di esperienza: ciò, a mio avviso, è dovuto al fatto che i pochi scritti di
tali mistici furono pubblicati da case editrici specializzate rintracciabili quasi
esclusivamente nelle librerie esoteriche, persi tra testi di occultismo e di magia.
Kerning, Kolb, Lasario, Weinfurter, Peryt Shou, Spiesberger,… sono i nomi che
mi vengono in mente. Chi ha la pazienza di fare questa ricerca sappia che non si
imbatterà in qualcosa di chiaro, pulito, ordinato: tante volte dovrà darsi la pena
di sfogliare pagine e pagine riempite di teorie e pratiche di poco conto, messe lì
quasi a deviare, confondere il lettore, ma infine troverà qualche paragrafo dal
fascino impareggiabile.

Nota 2 [Secondo Kriya]


Il Thokar, che in alcuni testi viene definito "Secondo Kriya", aveva stimolato
fortemente la mia curiosità, da quando avevo letto le modalità della morte,
veramente sorprendente, di Swami Pranabananda, un eminente discepolo di
Lahiri. Questi usando proprio tale tecnica aveva abbandonato consapevolmente
il corpo - così perlomeno diceva il libro che era stata la base del mio primo
approccio al Kriya yoga - nel momento più opportuno dal punto di vista
karmico. Non è necessario sottolineare come tale impresa sia possibile solo a
persone del tutto eccezionali che hanno padroneggiato il Kriya yoga della sua
complessità. Ero affascinato dall'idea di poterla conoscere e praticare un giorno,
non perché speravo…. di morire in tal modo entro poco tempo, ma perché
intuivo che lavorare con meccanismi così delicati avrebbe contribuito a
perfezionare il mio cammino spirituale. Mi chiedevo se i meccanismi che
presiedevano a questa procedura fossero simili a quelli previsti nelle tradizioni
tibetane le quali contengono insegnamenti non solo strani ma assurdi. Forse c'era

in me una certa attitudine, abbastanza diffusa nel mondo esoterico, secondo la


quale più una tecnica è complicata, artificiosa, strana o va contro le leggi del
buonsenso, tanto più… è potente. Rimasi quasi stregato da quanto andavo
leggendo sui presunti segreti di origine tibetana o esoterici per «abbandonare
coscientemente il corpo» in modo di ottenere la «liberazione dal ciclo di nascita
e morte» come prevede la teoria della reincarnazione.
Tra le varie assurdità che trovai si diceva persino che la prova che la tecnica
fosse stata padroneggiata era l'apertura (!) dell'osso della fontanella alla sommità
del capo, tanto che nel foro prodotto sarebbe stato possibile inserire il gambo di
un fiore e che attraverso esso sarebbe «uscita l'anima al momento della morte»!
Nel Kriya di Lahiri sappiamo che non c'è posto per simili esagerazioni e il
Thokar trova il suo nucleo essenziale nel creare un forte stimolo sulla zona del
cuore - inteso come plesso cardiaco ovvero quarto Chakra - e, grazie a questo,
agevolare un potere che è latente in qualunque individuo.
Ebbene nella mia esperienza non c'è stata nessun’altra tecnica che mi abbia fatto
tanto penare per poterla, dopo aver compreso il suo funzionamento in senso
teorico, "definire" nel modo espresso sopra: risparmio al lettore la relazione delle
sciocchezze che avevo ascoltato presso diversi Guru i quali, pur avendo quasi
sicuramente ricevuto la tecnica dal loro insegnante, sembrava che per precisa e
perversa volontà, avessero voluto dare… il meglio di se stessi per creare una
totale confusione al punto che del meccanismo principale di essa non rimaneva
più nulla.

exe

CAP. 10 TERZO KRIYA

Mi accingo a descrivere ciò che appartiene alle fasi più elevate del Kriya di
Lahiri: l'immergersi in un profondo livello di meditazione che approfondisce la sintonia con la
realtà Omkar. La coscienza impara a percepire, non con la sensibilità comune, ma attraverso
l'intuizione, una "sensazione di movimento" privo di causa, privo di inizio e di fine: ne
risulterà uno smarrirsi del proprio essere in una dimensione mai finora incontrata. Poiché di questa
percezione verranno considerate delle "dosi" precise e sarà possibile parlare di processi verticali che
la riguardano, potremmo riferirci ad essa come tecnica, distinguendo diverse modalità di
pratica. Tutto i processi finora considerati preparano questa esperienza: la coscienza viene guidata a
concentrarsi in un modo ben preciso, a seguire un certo percorso nel corpo, però né la forte
visualizzazione ne l'applicazione della più estrema volontà possono creare quell'esperienza che deve
manifestarsi spontaneamente. Questo si verifica soltanto con un po' di pazienza: allora la persona
può incominciare un viaggio ideale perso un terreno meraviglioso dove di sicuro rimane un fatto: la
perdita di tante illusioni, di tanta miseria.

TERZO KRIYA: OMKAR COME MACROMOVIMENTO E


RELATIVO THOKAR
AMANTRAK

Prendiamo in considerazione la routine più elevata possibile nel momento


più intenso di interiorizzazione. Il respiro è calmo, quasi inesistente:
osserviamo con l'occhio dell'intuizione una sensazione di movimento che
sale attraverso i Chakra dal primo al sesto e poi scende nel corpo con un
movimento sinuoso che taglia la spina dorsale in tre punti, formando
quindi tre curve - da cui il nome Trivangamurari che vuol dire "forma a tre
curve" -. Per essere più precisi, il flusso della corrente - che non è la
corrente energetica ordinaria messa in moto nel Pranayama ma è la
vibrazione di Om - sale attraversando un Chakra dopo l'altro fino alla nuca
- abbiamo già introdotto il centro nella nuca che è come una irradiazione
posteriore del sesto Chakra - e poi disegnando una piccola curva da sinistra
scende dalla nuca al midollo allungato, da lì prosegue attraverso il lato
destro del corpo, curvando gradatamente nella zona della scapola destra in

modo di passare obliquamente attraverso il quarto Chakra; dopo averlo


tagliato curva scendendo lentamente verso il centro Muladhar.
L'esperienza definita Amantrak - senza Mantra - per distinguerla dalla
tecnica successiva, può essere definita «seguire l'Om attraverso il corpo».
Essa avviene su un piano ideale che contiene la spina dorsale - dunque
senza venire in avanti - il movimento completo viene percepito
normalmente in un tempo che oscilla attorno ai 50 - 60 secondi.

SAMANTRAK
Consideriamo il Mantra di 12 sillabe Om Namo Bhagabate Vasudevaya,
approfondiamo la percezione del movimento di Om attraverso il corpo
"ponendo" le prime sei sillabe Om, Na, Mo, Bha, Ga, Ba in ciascun Chakra
in salita, la settima Teee nel midollo allungato, la ottava e la nona, Va e Su,
dove il movimento cambia di direzione, rispettivamente a destra e a
sinistra, la decima e la undicesima, De e Va, in zone intermedie lungo
l'ultimo tratto del percorso e infine la dodicesima sillaba Yaaa nel
Muladhar. Dunque lungo il percorso a tre curve vengono individuati oltre
ai Chakra che già conosciamo altri quattro nuovi centri che vanno
concepiti come dei piccoli "vortici" di corrente all'interno della corrente
principale: all'inizio non ci si deve preoccupare di individuare con
eccessiva precisione la loro posizione poiché ciò avverrà nel corso del
tempo.

[In linea di massima il centro dove viene posta la ottava sillaba Va è situato
dietro nella schiena, 2-3 centimetri oltre l'altezza del capezzolo destro,
simmetricamente il centro dove viene posta la nona sillaba Su è 2-3
centimetri più in basso rispetto al capezzolo sinistro. Se si divide
idealmente il tratto che va dal nono centro al Muladhar in tre parti della
stessa lunghezza sarà così individuata anche la sede del decimo e
undicesimo centro.]
In sintesi Samantrak consiste nel porre le 12 sillabe nelle 12 "stazioni"
lungo il percorso del flusso interiore, a guisa di "colpetti mentali" e
percepire la particolare irradiazione che questi provocano: ne consegue che
l'esperienza del movimento Trivangamurari verrà intensificata.
Un percorso col Mantra può durare qualche istante meno del percorso
senza poiché le sillabe "trascinano" con il loro ritmo l'esperienza.
THOKAR [non dev’essere confuso con il Thokar sul cuore]
La percezione del flusso di movimento interiore può essere ulteriormente
approfondita da particolari movimenti della testa. Si incomincia la pratica
abbassando il mento sul petto: il respiro è, come sopra, libero.
Si solleva lentamente il mento mentre la coscienza "pone", come di
consueto, le sillabe nei Chakra; raggiunta la nuca si accompagna il flusso
interiore che scende verso il midollo allungato percorrendo una piccola
curva a sinistra, spostando la testa leggermente verso sinistra, poi
ritornando nella posizione centrale sollevando il mento: la faccia non si
gira, per il momento, né a destra né a sinistra: la sillaba Teeee viene posta
nel midollo allungato toccando in quel preciso istante anche il Kutastha
con la coscienza. Il flusso interno Trivangamurari non si ferma: esso
attraversa il midollo allungato spostandosi sul lato destro del corpo e
raggiunge il punto dove, con la tecnica Samantrak, abbiamo imparato a
porre la sillaba Va: in contemporanea la faccia viene girata verso destra
lentamente. Si spiega che il movimento Omkar è fluido, scorre
dolcemente e tranquillo come un ruscello: questo movimento della testa lo
accompagna e ne intensifica la percezione.
Dalla posizione sopra la spalla destra inizia ora il lento movimento del
mento che si sposta lentamente senza abbassarsi da destra a sinistra nella
posizione simmetrica e accompagna millimetro dopo millimetro la
percezione del flusso interno che taglia trasversalmente la zona del cuore e
raggiunge quel punto nella schiena dove, con la tecnica Samantrak,

abbiamo imparato a porre la sillaba Su: ciò avviene quando il mento è


girato al massimo verso sinistra. Da lì il mento ritorna lentamente verso il
centro del torace sfiorando la clavicola sinistra, per raggiungere la stessa
posizione in cui la pratica era iniziata: durante questo movimento le sillabe
De e Va vengono "poste" lungo il flusso della corrente nei punti intermedi
che già conosciamo e infine la sillaba Ya nel Muladhar. Quando si
pensano queste ultime tre sillabe si fanno tre pause, brevi per De e Va, più
lunga di qualche istante per Ya. Questa pratica, come Samantrak, dura
circa 40 secondi.
Dopo un certo numero di questi percorsi si applicano i colpi ottenendo il
"Thokar vero e proprio". Ecco in cosa consiste la differenza: quando il
mento si trova sopra la spalla destra e la sillaba Va viene posta nel punto
previsto, il mento si abbassa velocemente sulla spalla toccandola con
decisione, la spalla fa un piccolo movimento verso l'alto, come per venirgli
incontro; similmente quando il mento si trova sopra la spalla sinistra,
mentre la sillaba Su viene "posta" nel punto previsto, anche qui il mento si
abbassa velocemente sulla spalla toccandola con decisione.
Quando infine il mento ritorna nella posizione centrale, sfiorando la
clavicola, assesta due piccoli colpetti su di essa in posizioni intermedie nel
preciso istante in cui la coscienza pone le sillabe De e Va e infine un colpo
più deciso nel centro del petto quando raggiunge il primo Chakra e la
coscienza vi pone la sillaba Ya.
Questi cinque colpi psicofisici creano una grande intensità di percezione
del movimento Trivangamurari, ma se una persona non riesce a praticarli
non si perda d’animo, usi una grande intensità mentale al loro posto nel
momento in cui si pensano le ultime cinque sillabe e inoltre lungo tutto il
percorso cerchi di percepire come se l'intero movimento a tre curve venisse
"inciso", millimetro dopo millimetro, nella propria "carne".
Una volta familiarizzati con queste tecniche ci si può chiedere quale ne sia
il migliore utilizzo. Si può scegliere di rispettare le dosi estremamente
impegnative prescritte da Lahiri, oppure accontentarsi di quantità minori
riservando al futuro il completamento. Quelle "canoniche" sono le
seguenti.
Per Amantrak si incomincia con dieci ripetizioni ma con una novità che rende la tecnica
estremamente impegnativa, cioè l'esperienza viene ripetuta per dieci giorni, poi si passa a 20
ripetizioni per altri dieci giorni e così si aumenta di dieci in dieci arrivando fino a 200 ripetizioni,
anche queste mantenute per dieci giorni.
Per Samantrak valgono esattamente le stessa modalità.
Per quanto riguarda il Thokar si ritorna allo schema classico dei verticali, quello che abbiamo
incontrato con il Navikriya e col Pranayama: si comincia da 36 x 1 e, come al solito riposando
alcuni giorni tra una seduta e l'altra, si arriva, di 36 in 36, fino a 36 x 36.
Si comprende che è impossibile praticare queste tre tecniche in contemporanea, anche perché
ciascuna prepara la successiva: quindi si incomincia con Amantrak fino a completare le dosi
richieste, poi lo si abbandona per dedicarsi soltanto a Samantrak e già in questo modo i giorni
globali diventerebbero teoricamente 200 + 200, ma poi si scopre che sono molti di più perché in
alcuni giorni non si riesce a praticare, non solo per mancanza di tempo ma perché la tecnica è
talmente forte che il corpo fatica a sostenere gli effetti.
Completare il tutto non in 400 giorni ma in un anno e mezzo e già un
grande successo. Poi si passa al verticale sul Thokar che potrebbe essere
egregiamente completato in meno di otto mesi.
In teoria tutto il processo canonico potrebbe essere completato in due anni.
Le dosi accorciate sono decise da ognuno in base al tempo a disposizione e alla capacità di
resistenza: incominciando per esempio con Amantrak, ci si può limitare a praticarlo per tre mesi,
arrivando alle 80-90 ripetizioni; per Samantrak - tecnica molto più gradevole - si potrebbe
proseguire per molto più tempo arrivando per esempio a 120 ripetizioni.
Per quanto riguarda il Thokar la tecnica è così bella che arrivare a 36 x 24 ripetizioni non è difficile.
Sulle dosi addomesticate ci sono pareri discordi, per esempio fonti autorevoli dicono che non
dovrebbe essere ammissibile passare alla tecnica Samantrak prima di aver completato Amantrak.
Che fare però se una persona si blocca su Amantrak e non riesce più a proseguire: dovrebbe in
questo caso abbandonare completamente la procedura, negarsi quindi il Samantrak e il Thokar?
Sarebbe veramente una grande occasione mancata!
Ho potuto verificare che se una persona è riuscita con Amantrak ad arrivare a 40 o 60 ripetizioni,
può affrontare Samantrak ottenendo risultati notevoli e così vale per il Thokar.
E poi quest'ultimo è qualcosa di così dolce, di così bello che una persona si prende l'impegno di
rifarlo completamente daccapo in un secondo momento della propria vita, per esempio quando sarà
in pensione; ragiona saggiamente pensando che se anche in prima esecuzione non si realizzano
le condizioni ideali, l'esecuzione futura sarà senz'altro migliore poiché si potrà disporre di più tempo
e quindi praticare Amantrak e Samantrak secondo le dosi canoniche.
È molto meglio lavorare per un periodo ragionevole su tecniche evolute sapendo che comunque
sciolgono dei nodi interni, operano una decisa trasformazione nella coscienza, puliscono canali
attraverso cui può scorrere più liberamente l'energia, fanno in modo che tutta la "situazione
interiore" volga per il meglio, piuttosto che arrivare a un punto, bloccarsi e non fare più niente.

CRONACA E RIFLESSIONI

1 La tecnica Amantrak fu difficile da sostenere: all'inizio sembrò


produrre null'altro che calma, ma poi questa si rivelò essere qualcosa di
diverso da tutto ciò che conoscevo prima: se l'assenza di respiro aveva
acceso entusiasmo per il sentiero del Kriya e mi aveva stimolato in ogni
modo a perfezionare la routine, a tentare in ogni modo di scavare
all'interno di quello stato per ottenere percezioni e realizzazioni ancora più
fini, questo processo mi sapeva di "definitivo" e tutta l'attenzione era volta
ad assecondarlo, a condurre la giornata in modo di trovare il tempo per
praticarlo senza pensare ad altro. La cosa più difficile da sopportare fu
che per un certo tempo stemperò ogni passione per molti interessi già
consolidati nella mia vita, proprio quelli che mi avevano sempre
emozionato. Mi resi conto che il movimento a tre curve non poteva essere
compreso dalla mia ragione: era qualcosa di misterioso; avevo chiaro in
mente che con esso la vibrazione Om si muoveva nel corpo e questo
avrebbe prodotto degli effetti indefinibili presagiti in una affermazione
ascoltata un giorno da un insegnante di Kriya: «Questa tecnica ha un
effetto devastante per l'ego»! Mentre in passato avevo cercato esperienze
di pura contemplazione estetica a contatto con la natura come per sentire
una risonanza alla gioia che c'era dentro di me, ora non chiedevo che di
sottrarmi alla vita esterna: se mi trovavo all'aperto per una camminata mi
sembrava di buttare via il tempo e percepivo che il mio animo era deserto,
"bruciato". Avrei voluto leggere i miei libri, starmene calmo, oppure fare
qualcos’altro ma spesso non sapevo che cosa.

L'insegnante citato mi aveva anche spiegato che il nucleo centrale di questa


tecnica - il momento più delicato e nello stesso tempo più importante - è
quello in cui il flusso di movimento attraversa, da destra a sinistra, il plesso
cardiaco - ovvero il quarto Chakra -: questo particolare è essenzialmente
diverso da tutto ciò che fino ad allora era avvenuto nella pratica del Kriya.
Altre tecniche, come il Thokar sul cuore, avevano spinto l'energia
all'interno del quarto Chakra: adesso con la coscienza si passava da una
parte all'altra, come per pulire, per trascinare via qualcosa: ed era questo
fatto che produceva i risultati detti, a volte quasi insostenibili.
Mi sembrava che il Thokar sul cuore avesse trasformato il quarto Chakra in
un crogiuolo incandescente; questa pratica invece lo "cancellava".
La sola dote principale richiesta era la pazienza e per reagire a qualsivoglia
stato negativo esisteva un solo modo: continuare il processo nel buio o nel
grigio pensando e cercando di sentire che … non sarebbero durati in
eterno!
In generale nei momenti difficili ricorro alla memoria e per questo riprendo
in mano i miei diari. In un cassetto tengo quelle schede sintetiche delle fasi
più importanti della mia vita che compilai anni prima [vedi cap.III];
riconsiderarle è una operazione molto utile per poter "rivivere" ogni
periodo importante del passato, amplificarlo con ulteriori ricordi fino a
ritrovare pienamente quell’intensità di aspirazione e di entusiasmo che
caratterizzarono il mio primo approccio allo yoga. Feci questo e ne ricavai
la forza per proseguire: superate le 150 dosi, cioè agli ultimi 2-3 mesi del
percorso, la situazione si sbloccò: lo stato negativo, difficile scomparve e
al suo posto si venne a creare una specie di ebbrezza interiore, un notevole
potere che a volte arrecava disagio. Osservai che se mi rilassavo
profondamente e volutamente bloccavo i miei pensieri - e in questo fu di
aiuto il Kechari Mudra - potevo proseguire e completare il numero
richiesto.
2 il periodo in cui praticai la tecnica Samantrak fu uno dei più belli della mia vita. La stagione era
particolare, con un Marzo straordinario, dal cielo sgombro di nubi, turchino, l'aria fresca; la pratica
che alcune volte portai avanti in campagna era come un sole radioso che scendeva nella mia
vita: ogni sillaba era posta in ciascun centro con molta attenzione, delicatezza e sacralità. Venni
attratto da libri che parlavano della preghiera, dell’orazione interiore, tra questi in particolare le
opere di Teresa di Avila e Giovanni Della Croce.
Ebbi l'opportunità di partecipare a un pellegrinaggio notturno verso un santuario, non troppo
lontano, con l'arrivo il giorno successivo: accettai con entusiasmo e percorsi tutto il tragitto
praticando internamente, cioè silenziosamente, questa pratica, camminando nella notte con la mia
preghiera interiore, il Mantra previsto dalla tecnica. Naturalmente so che la tecnica Samantrak non
si fa camminando, è ovvio! Però nessuno mi vietava di ripetere interiormente quelle sillabe e
pensarle nei dodici centri: in questo modo percorsi, quasi senza fatica, il tragitto mantenendo nel
cuore una "tensione" di tenerezza. Mi trovavo in mezzo ad altre persone che stavano vivendo con
me quella che è ritenuta una tradizionale esperienza religiosa e che, forse, anche tenuto conto della
stanchezza, non erano totalmente investite dal suo significato, eppure mi sembrava che tutti
quanti stessimo camminando insieme verso l'infinito.
Durante quel pellegrinaggio se una persona avesse condiviso con me un suo eventuale stato di
tristezza, le avrei detto: «Se vuoi vincere per sempre ogni dolore interiore, tramutarlo in gioia,
immergiti nella più semplice di tutte le possibili pratiche mistiche, quella della preghiera continua,
porta avanti la tua vita esattamente come essa è, ma nel tempo libero immergiti nella preghiera,
nella sua dolcezza: allora non ci sarà nulla che ti possa toccare, nonostante tutte le debolezze e le
precarietà, sarai assolutamente invulnerabile!». Provavo un senso di profonda commozione, un
amore struggente per tutti gli esseri umani: ero pienamente consapevole del male che la mente
umana poteva fare e dei suoi limiti, ma vedevo anche che l'esistenza delle persone, pur pervertita
dalla mente è comunque immersa nell'amore. Per istinto tutti sono guidati a voler bene a qualcuno,
quindi di necessità sono "condannati" a vivere emozioni molto forti e, di conseguenza, a soffrire: in
virtù dell'amore provato diventano vulnerabili al dolore e la loro esistenza può conoscere sciagure
così grandi da annientarli.
Per i propri figli uno è capace di dare la vita, anche l'egoista trova in sé la forza per grandi,
incredibili atti di altruismo; quando arriva la vecchiaia, si lascia morire felice nell'idea che qualcun
altro continui a vivere al suo posto: questi pensieri così ovvi, mi riempivano di commozione, era
come se ne diventassi consapevole per la prima volta.
3 L'esperienza del verticale del Thokar sul Macromovimento fu la più bella, tanto che la ripetei
interamente due volte ed è mio proposito rifarla in futuro. Finalmente ritornavo alla consuetudine
dei verticali a cui dedicare un giorno alla settimana per poi gioire del suo effetto anche nei giorni
successivi: Amantrak e Samantrak venivano praticati quotidianamente, senza il rilassamento, così
gradevole, tra una seduta e l'altra.
Già dall'inizio cominciai a sentire gli effetti di questa pratica che mi parevano una fusione di quelli
del Thokar sul cuore e del recente Samantrak: limpidità nella coscienza, intima gioia, amore per le
altre persone e per la vita stessa, che però non diventa mai emotività.
Cercai il più possibile di praticare in campagna: incominciavo la tecnica sottovoce come per
imprimere meglio le sillabe nella coscienza e nel corpo - so che non è corretto, tenuto conto che
così non si può tenere la lingua in
Kechari Mudra, eppure mi sentivo di farlo! -. Non mi era difficile
evocare uno stato d'animo carico di aspirazione: bastava considerare ciò
che mi stava attorno per entrare in una specie di contemplazione estetica;
poi nel procedere della tecnica stessa sentivo amplificare quell’ebbrezza e
allora mi sembrava che il mio intero passato scorresse davanti attraverso
una successione di visioni: tutto appariva più bello, anche le cose che un
tempo mi erano sembrate di poco valore ora parevano cariche di
significato.
Talvolta, di sera, riprendevo a dire le sillabe sottovoce, come un sussurro e,
dopo un po', di tale pronuncia rimaneva solo il movimento delle labbra:
erano dette con passione e accompagnate da lacrime di gioia.
Mi bastava una piccolissima pausa dopo ciascun "colpo", un solo istante di
sosta, isolato e protetto dalla fretta, per percepire una dolce irradiazione
che partiva dai centri coinvolti: era questione di un attimo e ogni volta il
miracolo avveniva!
Una sera aprii gli occhi mantenendo lo sguardo un po’ sfocato; mentre guardavo un gruppo di case
di un piccolo paese nelle vicinanze, sentii il suono delle campane: la sorpresa fu così repentina che
il cuore mi si strinse di poesia e mi ritrovai che non ce la facevo più a sostenere l'intensità di
quell’ebbrezza! Ripresi il Kechari, con gli occhi di nuovo chiusi, mentre splendidi pensieri
attraversavano la mia mente come dopo avere assaggiato una sostanza inebriante; avvertii che da
quel momento la tecnica stessa mi guidava; sui diari scrissi: «Non so se a un essere umano sia mai
stata accordata tanta gioia!».
Nella mia immaginazione questa pratica era collocata al termine di un lungo periplo, come se avessi
attraversato paludi di dolore, sconforto, cieca speranza, ostinazione e infine trovato la vera
esistenza!
Dopo essermi confrontato anche con altre persone, considerando gli effetti
di lunga durata riconosco che essi non sono di carattere diverso da quelli
del Thokar sul cuore: anche questa procedura agisce come "acido
corrosivo" nello sciogliere ogni illusione. Il ricordo di profonde ferite che
come un doloroso filo spinato trattiene un’intricata matassa di stridenti
contraddizioni, esito di condizionamenti imposti con violenza quando non
era ancora l'età della ragione, si dissolve lasciando lo spazio a una
religiosità intima. La volontà era quella di liberare il proprio sentiero da
ogni inutile aggiunta e renderlo "austero", affinché potesse vivere solo del
fuoco della propria aspirazione. Questo non vuol dire sacrificare i
sentimenti ma sradicare la propria suggestionabilità. Spesso non riusciamo
a sostenere l'ansia, la paura di camminare da soli lungo una strada che sia
coerente con le nostre convinzioni e abbiamo bisogno di appartenere ad
una comunità, anzi più che altro di sentirci accettati da questa.
Ci avventuriamo in imprese disperate che portano alla rovina,
elemosiniamo tecniche presso ciarlatani, "pseudoguru" che talvolta altro
non sono che malfattori oppure malati di mente.
Aprendo finalmente gli occhi su realtà crudeli e assurde, riusciamo a
intravedere la purezza e la illimitata libertà del sentiero Kriya di Lahiri
percorso nella tranquillità della propria dimora o in luoghi gradevoli
raggiunti senza molte complicazioni, senza stravolgere nulla della propria
esistenza che continua a fluire secondo parametri di sano equilibrio.
Tra i tanti libri di carattere spirituale, in cui d’interessante al massimo
c'era una pagina su cento, ebbi la sorpresa di trovare un’introduzione alla
mistica islamica di Gardet e Massignon; approfondii poi il pensiero del
primo su vecchi numeri della Revue Thomiste (1952-53).
Tali scritti mi aiutarono ad entrare in un atteggiamento molto più consono
alla pratica del Thokar e accedere anche ad altri importanti suggerimenti.
Il segreto di una pratica profonda è quello di far leva sulla propria
aspirazione, per quanto piccola sia, cercare nel proprio animo anche la
minima compartecipazione gioiosa alla bellezza della vita, in particolare a
ciò che ci circonda, e lasciare poi che la stessa pratica amplifichi questo
stato d'animo producendo una particolare apertura nella coscienza.
I Sufi affermano che all'inizio la preghiera viene detta con la lingua, poi scende nel cuore e infine
nell'intimo. Scende nel cuore quando si verifica uno stato di profonda interiorizzazione tanto che
non è più possibile dirla a voce, scende nell'intimo quando si impossessa di colui che pratica e
conduce ad un’esperienza estatica come se «non fossimo più noi a pronunciare la preghiera, ma
questa a pronunciare noi».
La seduta incomincia come una celebrazione fatta con struggimento d'amore alla bellezza del
vivere, e le proprie parole sono come quelle "strascicate" di un ebbro, poi le sillabe "scivolano"
all'interno e, procedendo quasi automaticamente: si arriva ad un convincimento interiore
di unione con la propria meta contemplata da un cuore puro, ebbro di amore per tutto ciò che di
bello si trova nell'universo.
In questo sentiero non ci soffermiamo sulla nostra indegnità, sui nostri errori: non prendiamo in
considerazione quello che noi pensiamo di noi stessi, ci tuffiamo in una pratica semplice che ci
trasporta dolcemente ma inesorabilmente, come un fiume verso il mare, nel cuore dell'esperienza
mistica.

Nota l: Trivangamurari
Trivangamurari vuol dire movimento a tre curve e indica anche la figura di
Krishna. Si può notare infatti come la figura del bel principe di cui si parla nel
Mahabharata e in particolare nella Bhagavad Gita, tenga le gambe e la schiena
in una particolare posizione che individua chiaramente tre curve.
Lahiri osserva che questa figura può essere considerata un simbolo della pratica
del Kriya: il flauto che tiene tra le mani ha sei fori - allegoria dei sei Chakra -
suonarlo è praticare il Pranayama, il foro attraverso cui entra l'aria rappresenta il
settimo Chakra. Krishna porta sulla testa una piuma di pavone nel cui centro si
nota quella specie di occhio costituito da vari cerchi concentrici di differenti
colori che rappresenta il Kutastha.
Alcuni considerano le pratiche descritte in questo capitolo come il «realizzare il
Krishna dentro di noi» e quindi la totalità del sentiero mistico. Queste
osservazioni nulla hanno a che fare con le esagerazioni di coloro che affermano
di riuscire a vedere intimamente la forma di Krishna.
Sicuramente una persona che possegga un carattere devozionale e pensi, durante
la pratica, a Krishna potrà praticare una tecnica più intensa, mettendoci magari
più attenzione, ma questo non significa che si possa creare una vera e propria
allucinazione.
Possono rivelarsi di aiuto tanti fattori: rimane sempre importante non
razionalizzare troppo, non crearsi tante inutili teorie, ma praticare con dolcezza e
abbandono.

Nota 2: sugli effetti della insincerità.


La scuola che avevo frequentato insegnava solo la prima forma del Thokar,
quello sul cuore, mentre il maestro che seguii per anni, quasi per
contrapposizione, spiegava solo la seconda negando completamente la validità
della prima. [La scuola spendeva milioni di parole per parlare della devozione
ma non accennava minimamente alla possibilità, dalle conseguenze sconfinate,
di percepire la vibrazione Om che si muove all'interno del nostro corpo.]
La consuetudine del mio insegnante era presentare, dopo le tecniche base del
Kriya, il movimento Trivangamurari con le varie tecniche Amantrak, Samantrak
e Thokar definendo questo insieme il «Secondo Livello del Kriya»: questa sua
decisione ebbe su di me effetti sciagurati.
Avevo ben chiara infatti la frase di Lahiri in cui descrive in modo inequivocabile
«un colpo diretto sul cuore», cioè sul quarto Chakra: ovviamente nel Thokar sul
Macromovimento tale colpo non c'era.
Quindi per concretizzare il pensiero di Lahiri mescolai quest’ultimo
insegnamento con quello appreso dalla scuola e praticai per molto tempo
cercando di sentire che l'energia con i tre colpi finali andava comunque verso
cuore. La pratica ibrida mi diede scarsi risultati nemmeno lontanamente
paragonabili a quelli che ora avevo appena ottenuto.
Sarebbe bastato che lui mi avesse spiegato quello che anni dopo mi confessò: aveva deciso di
eliminare il Thokar sul cuore perché le persone non riuscivano a comprenderne la delicatezza
implicita e, aumentando il numero di rotazioni non facevano altro che trattenere il respiro,
producendo così violenza al proprio corpo: quella tecnica era secondo lui troppo delicata per essere
condivisa. La pratica da lui proposta non era dunque il secondo ma il terzo Kriya, non una
alternativa al Thokar sul cuore, ma il suo sviluppo, non era intesa a realizzare le parole di Lahiri
riportate sopra, ma doveva servire per "attraversare" il nodo del cuore per "tagliarlo", per "passare
da una parte all'altra": questa è altra cosa!
Con questa conoscenza avrei praticato e apprezzato entrambe le tecniche, mentre a causa della sua
insincerità sprecai il mio tempo.

CAP. 11 APPROFONDIMENTO
dalle TECNICHE del TERZO KRIYA al TERZO LIVELLO del KRIYA

Per capire la differenza tra tecnica del terzo Kriya e raggiungimento del "terzo livello" del Kriya ci
conviene fare un passo indietro e considerare quello che ormai dovrebbe essere acquisito, ovvero la
relazione tra tecnica e "livello" relativo nell'ambito del secondo Kriya.
Non è difficile comprendere come il Thokar sul cuore (tecnica del secondo Kriya), con la profonda
trasformazione che esso provoca, collabori in maniera impareggiabile con il raggiungimento di tutti
quei fenomeni che caratterizzano il "secondo livello" del Kriya ovvero lo stato di assenza di
respiro unito all’ascolto dei suoni interiori cioè un profondo contatto con la realtà Omkar.
Osserviamo che il legame tra tecnica e "livello" relativo non si è concretizzato subito: chissà quante
persone, mentre aumentavano giorno dopo giorno il numero di rotazioni del Thokar, avranno avuto
il dubbio di starsi invece allontanando dal suo padroneggiamento sentendosi, alla fine di ciascuna
seduta, più agitati di quanto lo erano prima di cominciarla! È soltanto alla fine del processo
verticale che si può intravedere qualcosa che sta decisamente cambiando. Per realizzare pienamente
il "secondo livello" è stato necessario coinvolgere l'intera esistenza, il modo di vivere la giornata: è
per questo che abbiamo introdotto il Japa.
Ora qui ci troviamo davanti ad una situazione analoga e per chiarirla dobbiamo fare alcune
precisazioni.
1 La tecnica reale del terzo Kriya non è Amantrak o Samantrak, che vanno considerate solo una
preparazione, ma è il Thokar sul Macromovimento.
2 Questa tecnica contiene in sé diversi principi e precisamente qualcosa che riguarda ancora
l'ambito del secondo Kriya - all'interno di essa abbiamo infatti il taglio del nodo del cuore da destra
a sinistra - e qualcosa che serve maggiormente per realizzare il "terzo livello" del Kriya: il fatto
di guidare la vibrazione Omkar verso il basso e con essa colpire il centro del Muladhar.
3 Mentre per quanto riguarda la vita pratica non c'è altro da aggiungere - vale tutto ciò che è stato
detto nel capitolo precedente - per quanto riguarda la pressione sul Muladhar è possibile, come
vedremo, intensificarla.

Provo qui a fornire la mia descrizione di come si manifesta nelle prime volte il "terzo livello" del
Kriya.

PROCEDURA PER AVVICINARSI AL TERZO LIVELLO


a) Pranayama per incominciare
Dopo aver praticato il Maha Mudra, è meglio non praticare altre tecniche
di preparazione ma giusto sedersi nella posizione corretta di meditazione
con la schiena diritta cercando di entrare subito nell'atteggiamento che
maggiormente può favorire la libera circolazione di energia.
Si inspira profondamente visualizzando l'energia che sale - senza
preoccuparsi affatto dei Chakra - poi si espira cercando di attivare non solo
nella gola, ma soprattutto nella coscienza il suono Shii sentendo che zona
dopo zona tutto il corpo viene pervaso dalla coscienza.
Si cerca di iniettare la coscienza nelle cellule del corpo aiutandosi con la
concentrazione su questo suono che diventa via via «sottile come un
rasoio»: questa intenzione viene portata avanti per un minimo di 12 respiri.
b) Pranayama sottile
A questo segue un Pranayama molto interiorizzato: nella gola non si fa più
alcun suono, durante la espirazione il suono Shii vibra soltanto nella
coscienza e si trasforma sempre di più in un veicolo mentale per guidare
l’energia all'interno del corpo in modo che, zona dopo zona, ogni singola
parte, ogni cellula di esso ne venga infusa. Talvolta ciò è percepito come
una "pioggia" di energia non solo dentro il corpo ma anche attorno.
In tal modo si incontra un’esperienza del Pranayama non intrinsecamente
diversa da quella presentata con le tecniche di base, ma che è un
approfondimento tanto sottile che - per usare un'espressione cara ai New
Age - avviene come « ad un’ottava superiore».
Il movimento di energia è sempre ellittico però, dopo essere salito in alto
sfiorando da dietro i Chakra, scende fino nelle cellule del corpo per
incontrare un "Muladhar" più vasto di quello all'imboccatura del canale
spinale limitato ad una piccola zona del corpo: ora si trova quasi alla base
di tutta la materia, "fondamento" stesso di ciascuna cellula.
Si percepisce una resistenza - a volte pare un "delicato senso di
soffocamento" ma non sgradevole - all'entrata dell'energia nelle cellule,
ma, tanto più la "pressione mentale" è intensa, tanta più ne nasce
beatitudine: essa diventa ebbrezza tale da produrre lacrime di gioia.

Per riassumere e definire la sensazione provata si può dire che la discesa


della coscienza nel corpo è caratterizzata dalla sensazione, alla fine
dell’espirazione e subito dopo il suo completamento, di spingere l'energia
in basso come a voler fare "una specie di Navikriya nella totalità del
corpo".
c) Pranayama senza respiro
L'intuizione guida a capire quando è il momento di abbandonare
completamente la coscienza del respiro e osservare la rotazione libera
dell’energia.
Concentrandosi sul Muladhar si comincia a percepire una minima quantità
di energia che sale, la si accompagna con l'intuizione nella sua, lenta o
veloce che sia, salita verso l'alto.
Difficile è dire a priori cosa faccia il respiro: possono avvenire
spontaneamente dei piccoli atti respiratori o una lieve inspirazione, quello
che interessa è accompagnare con una continua presenza della
consapevolezza il movimento energetico.
Poi l'energia discende più liberamente verso le cellule: avvengono di
nuovo le percezioni riferite prima ma con una gioia del tutto nuova, quella
di riuscire a "raggiungere" anche le "cose" circostanti.
Si ha l'impressione di essere entrati nella vita stessa, in uno stato di
perfezione, di assoluta naturalezza: si vive un senso di espansione molto
più concreto di quello già sperimentato chissà quante volte in passato.
Da un certo momento in poi avviene l'ascolto del suono interiore di Om: a
sorpresa, si impone senza essere stato cercato.

Osservazioni
1) Meglio praticare senza Kechari Mudra e, a volte, provando anche a
tenere gli occhi aperti: ciò per evitare che troppo presto l'energia si
raccolga nella spina dorsale. Il Kechari è l'azione più efficace che esista di
introversione, sottrae totalmente l’energia dal corpo per volgerla verso
l'interno: il "terzo livello" del Kriya porta all'introversione quando alla fine
appare l'ascolto del suono di Om ma prima realizza l’estroversione della
coscienza nel corpo!
2) Si può scegliere di praticare il Navikriya subito dopo il Maha Mudra,
prima del Pranayama, intendendo con questa azione risvegliare il "potere"
nella zona dell'ombelico, quello che poi potrà essere fatto circolare durante
il Pranayama, migliorando con ciò la qualità di tutto il processo.

3) È ragionevole pensare che il suono Shii sia un Mantra vero e proprio,


inteso come "vibrazione della coscienza" e con questa realizzazione
applicarlo nei primi respiri. Forse esso è proprio il «grido dei Rishi» a cui
fa riferimento Sri Aurobindo commentando alcune parti dei Veda, quello
che «fendeva la roccia più dura»! Credo sia ammissibile pensarlo poiché
l'impresa a cui si riferivano gli antichi testi sacri dell'India riguarda «un
raggiungimento straordinario che avveniva nella materia, nel corpo».
4) La frammentazione del respiro appresa all'interno di Omkar
Pranayama, pur essendo non necessaria, è in grado di contribuire all'inizio
a rendere l'intero processo molto più dinamico.
È possibile, volendo, frammentare il respiro sempre più finemente,
aumentandone il numero di "pezzetti": durante l’inspirazione questi hanno
la capacità di creare una percezione molto intensa di ciascun Chakra,
durante l’espirazione quella di guidare l'energia esattamente dove si vuole,
come tante piccole "pulsazioni".
5) Nella parte finale della pratica sarebbe bello realizzare un immobilità
perfetta, anche se non è un danno fare un piccolo movimento, qualora
dovesse verificarsi qualche fatto particolare, per esempio reagire a un
piccolo disturbo, però è molto meglio non muovere le dita per contare il
numero di respiri anche perché non c'è nessun numero da rispettare.

AGGIUNTA DEL THOKAR SUL MULADHAR


Abbiamo già incontrato una pressione sul nodo del Muladhar: nel Maha
Mudra, nella contrazione dei muscoli alla base della spina dorsale
all'interno di Omkar Pranayama - Mula Bandha - e infine all'interno del
Thokar sul Macromovimento.
Ci proponiamo ora di incontrare una tecnica che assomiglia molto a
quest'ultima ma che fornisce uno stimolo maggiore al Muladhar.
Si appoggia il mento sul petto, lo si solleva lentamente inspirando e
ripetendo le prime sei sillabe del Mantra Om Na Mo Bha Ga Ba finché si
trova parallelo al suolo. Applicando quanto è stato detto per il Thokar sul
cuore si «ferma il respiro nelle narici» convogliando l'energia nella parte
alta del torace. I movimenti della testa sono in pratica quelli del Thokar
sul Macromovimento, un po' più veloci: questo per raggiungere i primi
quattro Chakra da sinistra.
La testa si sposta leggermente verso sinistra, poi ritorna nella posizione centrale mentre il mento si
solleva: la sillaba Teeee (lunga) viene posta nel midollo allungato e in quel preciso momento la
coscienza tocca per un istante anche il Kutastha. Poi, girando la testa prima a destra e poi subito a
sinistra, si pone la sillaba Va nel quinto Chakra; dalla spalla sinistra, il mento si muove con uno
scatto verso la parte centrale del petto ponendo intensamente la sillaba Su nel Quarto Chakra.
Si ripetono i movimenti relativi alle sillabe Te Va Su tre volte.
Poi si rifanno i movimenti - tre volte - ma, questa è la novità, con la concentrazione finale non nel
quarto ma nel terzo Chakra ponendo in esso mentalmente sempre sillaba Su; il processo viene
ripetuto altre tre volte colpendo il secondo Chakra, e infine dodici volte colpendo il primo,
sempre senza cambiare la sillaba.
Questa tecnica non si pratica mai avulsa dalla routine precedente:
a…Si comincia con il Pranayama col respiro lungo e profondo, con i suoni
nella gola.
b…Si applica questo Thokar come per fornire maggior combustibile a tutto
il processo.
c…Si passa poi al Pranayama più sottile.
d…Infine si passa all'esperienza più bella e intensa, quella del Pranayama
senza respiro.
Il decidere se applicare o meno questa forma di Thokar non è tanto semplice: i risultati non sempre
sono soddisfacenti. Talvolta questo Thokar mette in moto un’energia così forte che non riesce poi
ad essere convogliata all'interno del canale spinale - purtroppo quasi sempre ciò causa uno stato
d'animo difficile da sostenere -. È quasi certo però che il giorno successivo gli effetti saranno ancora
presenti e, riprovando la routine, senza applicare ulteriormente questo Thokar, avverrà la migliore
esperienza del "terzo livello" del Kriya mai sperimentata.

CRONACA
I primi effetti furono che in certi momenti mi sembrava di non sapere più qual era la mia gioia e
quale quella degli altri, stessa cosa avveniva anche nel campo della sofferenza: mi trovai frastornato
perché alcune volte sperimentavo un'improvvisa depressione senza alcuna giustificazione,
oppure per un motivo risibile, un moto violentissimo di collera - quasi il desiderio di veder scorrere
il sangue - privo di una causa scatenante.
Ricordo che qualsiasi fosse lo stato d'animo sperimentato - anche sgradevole come ansia o panico -
cadevo invariabilmente nell'equivoco di credere che di esso si potesse trovare una causa razionale,
cioè fosse "mio" e, ore dopo, regolarmente, mi ricordavo di un contatto interpersonale
particolarmente intenso avuto per esempio il giorno prima.
Timidamente formulo l'ipotesi che gli stati provati non fossero "miei", non nascessero dalle mie
esperienze ma fossero una vera e propria "contaminazione". Con una piccola euforia, che ancora
non osava stabilirsi come matura consapevolezza nel mio essere, cominciai a pensare alla possibilità
di poter sperimentare gli altri esseri umani, amici o no, al mio interno, di poterli conoscere per
"identità", come se non ci fossero più barriere o maschere tra me e loro!
Tante volte avevo sofferto per non riuscire a incontrare "realmente" un'altra persona, a percepire
esattamente quello che pensava, quello che era: quindi a non poter "comunicare"; sprecavo tempo
ed energia nel mantenere il vizio dell'analisi psicologica - eppure non funzionava -.
Osai pensare inoltre che nella mia vita poteva avvenire ciò che si era manifestato in quella dei
mistici: una partecipazione alla sofferenza di altre persone, sperimentata nel corpo e non nei
pensieri.
Quando aggiunsi il Thokar sul Muladhar - dato l'eccessivo potere generato praticai questa tecnica in
media una giornata su tre - avvertivo una grande irradiazione che partiva dal primo Chakra e,
salendo, creava una sensazione fantastica; altre volte sentivo che l'energia si raccoglieva, come
un liquido, alla base della spina dorsale e incontravo maggiore difficoltà a percepire l'irradiazione.
Ma se qualche volta la mente era attraversata dal dubbio che la pratica fosse troppo "leggera" e
quindi fosse necessario praticare più di 12 colpi, di certo il dubbio svaniva quando, ore dopo, nella
coscienza cominciavano ad apparire gli effetti! Si veniva a stabilire una visione assolutamente
lucida della condizione umana: la percezione dolorosamente intensa che noi esseri umani eravamo
limitati nell'esercizio del libero arbitrio dalle abitudini, dai limiti della struttura cerebrale ereditata,
faceva precipitare verso un angoscioso determinismo.
Mi ritornò viva alla coscienza un'immagine con cui nella mia adolescenza cercavo di rappresentare
la situazione umana: allora mi sembrava che tutti noi fossimo come animali chiusi in un serraglio,
che vivono seguendo i loro istinti - mangiare e riprodursi - in attesa che qualcuno dall'esterno
venga, ne afferri uno a caso e lo sgozzi così davanti agli altri.
Tutti avremmo guardato attoniti il triste spettacolo, bofonchiato qualche
espressione di circostanza - tra le preferite: «d'ora in poi nulla sarà come
prima» - e poi, con l'occhio rifattosi vitreo, senza espressione ci saremmo
volti di nuovo alle attività consuete.
Crescendo poi, considerando le illusioni fornite dalla religione, avevo
provato un forte dolore per coloro che, nel profondo della tragedia,
continuavano a pregare il loro Dio affinché li salvasse dalla triste sorte e
non capivano invece che nessuna preghiera avrebbe potuto mutare il loro
destino. Spesso l'uomo è talmente annientato dal dolore che in cuor suo
spera sempre che Dio - quello stesso che per "distrazione" non si accorse
dell'Olocausto - possa rispondere alle sue ultime preghiere, certo, perché
alle precedenti non esaudite nessuno ci pensa.
Talvolta il senso di questa realtà devastante mi riempiva il cuore di un
pianto come una stretta dolorosa intollerabile che faceva sorgere un
disperato grido di ribellione.
All'inizio dell'autunno abbandonai del tutto questa forma di Thokar, fin
quasi a scordarlo. Durante l'inverno volli "rimanere tranquillo" e praticai
ogni giorno un minimo di Kriya prediligendo le tecniche di base,
dedicando la maggior parte del tempo al Pranayama: talvolta con poco
sforzo entravo in un'esperienza di vera e propria delizia.
Spesso esplodeva nell'animo una gioia senza motivo: mi sembrava di
toccare con mano un vastissimo stato di estasi al di là di tutto quello che
finora avevo percepito. Talvolta qualcosa, oltre la "prigione" della mente,
sembrava sorridere: l'immensità di una poesia sconosciuta più reale e più
vera di tutto.
In questo modo, senza accorgermi, arrivò la primavera: il pensiero di non aver approfondito il
Thokar sul Muladhar mi ritornò in mente. Mi imposi quella pratica ogni giorno, resistendo per
ragioni di "dignità" personale a qualunque stato d'animo fosse sorto: ora infatti mi sentivo in
grado di poterlo sostenere. Riapparvero gli effetti già descritti e in più una nuova "sorpresa": vedere
in maniera allucinante la crudeltà insita nel cervello umano.
Forse incontrai quella dimensione a cui Jung si riferì quando parlò del «volto oscuro di Dio»,
quando disse che l’essenza della realtà è proprio il fatto paradossale che «bene e male coesistono
insieme nello stesso nido».

Considerando le testimonianze dei mistici nel descrivere la «notte dell'anima» appare chiaro che
questa tremenda prova non consiste nel perdere la fede ma piuttosto nella visione dell’oscurità cioè
del male presente dentro ogni essere umano e quindi anche dentro di loro. L'uomo è molto abile nel
progettare e realizzare le sue fughe, anzi ne fa una specialità: i mistici giustificano l'"amara
scoperta" come una tentazione da parte di "forze oscure"; per quanto riguarda poi la sofferenza
che c'è attorno, credono - anche se perplessi comunque cinicamente ci credono - che l'umanità,
essendo troppo cattiva, si attragga le punizioni dovute. Tutto questo mi passava davanti agli occhi e
mi straziava, la tentazione era fermarmi, smettere con le pratiche, dimenticare, cancellare
la visione avuta e ritornare nei precedenti "paradisi".
Ma sapevo bene che il senso del "terzo livello" del Kriya - non volevo certo fare marcia indietro -
era espansione di coscienza e questo non significava passare la giornata librandosi nei cieli dei
paesaggi più belli, sfiorando i laghetti alpini, giocando con le nubi, sorridendo attraverso le
corolle dei fiori… Con l'animo come graffiato dalla realtà della vita era necessario attraversare gli
"abissi di verità" per poter raggiungere gli "oceani di sorriso che stanno dietro le anguste vette di
verità", come scrive Aurobindo.
La pratica mi aiutava soltanto a vivere con gli occhi sempre bene aperti.

OSSERVAZIONI SUL TERZO LIVELLO

Questo "livello" rappresenta uno stato di consapevolezza che va ben oltre la nostra capacità di
comprensione razionale.
Abbiamo già visto come il sentiero del Kriya sia analogo ad altri percorsi mistici esistiti al di fuori
delle chiese come per esempio l’Alchimia Interiore, la tradizione Sufi, l’Esicasmo.
La letteratura che li riguarda è ricca di informazioni su tutti i fenomeni presenti all'interno del
cammino spirituale ma trascura proprio quella che ora mi accingo a considerare.
Nell’Alchimia Interiore si allude al "Grande circolo celeste", si accenna all'evento raro in cui «la
ruota dell'energia gira da sola», al respiro che «parte dai talloni», ma non c'è, almeno io non l'ho
trovata, la descrizione di quello che una persona ha realmente sperimentato all'interno di questa
esperienza.
Credo che l'espansione di coscienza incominci quando si agisce sul nodo del Muladhar
intendendolo non come un Chakra localizzato alla base della spina dorsale, ma come una realtà
presente nelle cellule del corpo.
È un fatto strano - apprezzabile in senso teorico - che per arrivare alla liberazione cioè a rintracciare
il cosiddetto occhio spirituale ed entrarci dentro, dobbiamo incominciare a cercarlo prima in
"basso", nel corpo.
Lahiri ci ha fatto capire che l’esperienza del «respiro interiorizzato» fu la più importante di tutte,
quella che gli fece realizzare lo scopo della sua incarnazione.
In Mere la "Forza" scendeva dall'alto, attraversava tutti gli strati dell'essere passando attraverso
pensieri, emozioni e persino istinti, fino a illuminare lo strato negativo alla base di tutti - quello in
cui si trovano le nostre impossibilità, l'origine di ogni disperazione, depositate attraverso millenni
- arrivando così alla singola cellula, dove faceva "esplodere" un’esperienza che non aveva paragoni.
Da quello che Lei e Satprem descrivono - se i miei condizionamenti non mi accecano - ritrovo il
senso di quello che sto cercando di descrivere. Probabilmente le difficoltà incontrate da Mere
sono state anche quelle di Lahiri e saranno anche le nostre.
Qualcuno tenta di trasformare Mere in un "nuovo Cristo" sostenendo che…il suo lavoro è stato fatto
- concluso dunque - per tutti noi e possiamo raccoglierne i frutti diventandone consapevoli,
limitandoci per esempio a leggere la sua Agenda, senza fare altro!
I pigri, ce ne sono sempre, quelli che amano trascorrere l'esistenza leggendo e parlando, non
potevano che tirare fuori questa fesseria!
Sicuramente qualcosa è avvenuto non solo nel suo corpo ma anche nella realtà circostante, però
arrivare a pensare che il nostro cammino possa consistere solo nel renderci conto di quello che lei
ha fatto, nel contemplare quindi solo teoricamente questo processo, mi sembra una vera
e propria assurdità.
È necessario rimboccarci le maniche, proseguire lungo la sua stessa strada, portando la coscienza
nelle cellule del corpo; … e se un giorno scopriremo che il suo sforzo ci ha reso più "lieve" il nostro
cammino, vorrà dire che le saremo ancora più grati e terremo la sua immagine ancora più stretta al
cuore.
Un’interessante motivo di riflessione avviene incontrando il concetto Junghiano di "Inconscio
collettivo".
Ricordo che se per Freud l'inconscio è una parte della psiche paragonabile a un magazzino pieno di
cose messe da parte o, come si suol dire "rimosse", cioè in passato volutamente rifiutate - e che oggi
non riusciamo più in alcun modo a ricordare -, per Jung c'è un livello più profondo dell'inconscio
che non ha questa origine ma consiste in quella parte che noi abbiamo «ereditato con la stessa
struttura cerebrale», caratterizzato dai «tipici modi di reagire dell'uomo» nelle situazioni più intense
che si possono presentare - nascita, morte, malattia, famiglia, guerra...-.
Jung era molto prudente nelle affermazioni eppure i suoi colleghi non gli perdonarono di essersi
occupato di argomenti che prima di allora non erano considerati parte della psichiatria, per esempio
l’alchimia, che sembrava un’assurdità, il mondo delle fiabe, che veniva considerato soltanto un
insieme di fantasie e soprattutto il grande valore da lui attribuito alla dimensione religiosa,
spirituale, considerata qualcosa di universale, fondamentalmente sana non, come altri avrebbero
preferito, una patologia.
Ora venendo a considerare il sentiero del Kriya possiamo notare una stretta analogia tra espansione
di coscienza e contatto con l'inconscio collettivo.
Si può ipotizzare che la pulizia realizzata con i processi verticali del Kriya abbia delle analogie con
quella che avviene, all'interno del processo terapeutico, allorquando la persona chiarifica con l'aiuto
dell’analista i grovigli del suo inconscio "personale". Questo spiegherebbe l'origine di
molte proiezioni che il praticante dirige verso la persona ritenuta il "Maestro" e certe resistenze a
portare avanti tali processi di pulizia.
Similmente l'espansione di coscienza tipica del "terzo livello" del Kriya potrebbe corrispondere al
rapportarsi con gli archetipi e i simboli dell'inconscio collettivo che avvengono nelle fasi più
avanzate del processo di guarigione. A mio a avviso la psicologia Junghiana e la personalità del
fondatore sono temi che uno studioso, praticante di Kriya, dovrebbe conoscere.
Riconsideriamo ora il fatto della sofferenza che si accompagna alla piena sperimentazione del
"terzo livello" del Kriya. Noi siamo condizionati a pensare che i mistici siano individui fatti in
modo "diverso" da noi, eppure le loro esperienze possono anche diventare anche le nostre.
Se analizziamo i fatti delle loro esistenze, anche quelli tramandati da scarne biografie, notiamo
senza difficoltà come essi fossero in grado di percepire la situazione interna di una persona senza
nemmeno parlarci e come potessero sentire nel proprio corpo le sofferenze altrui.
Credo che abbiano in tal modo costantemente sollevato o meglio trascinato verso il bene, verso la
"luce" la coscienza di altre persone rendendole partecipi della propria.
Lahiri è un esempio: è noto l'episodio in cui lui in un certo senso "morì" nel corpo di altre persone.
Si racconta che un giorno, mentre parlava ai suoi discepoli, si sentì, senza un motivo apparente,
soffocare ed essi furono realmente preoccupati di perdere il loro maestro: nessuno riusciva a capire
che cosa stesse avvenendo poi, quando ritornò in sé, riuscì a esprimere sinteticamente la sua
esperienza dicendo che la sua coscienza era "annegata" nel corpo di varie persone lontane in seguito
ad un naufragio.
Riferì il luogo e la data e questo fatto venne confermato puntualmente dalle notizie pubblicate,
tempo dopo, su un giornale. L’episodio è un segno di come la sua coscienza era divenuta una sola
cosa con quella di persone lontane. Forse i miracoli non sono un "regalo" che proviene dall'alto, ma
il portare, operato da un mistico, la luminosità della propria estasi entro una disarmonia interiore,
fino a dissolverla completamente in luce, comprendendo intuitivamente che essa rappresenta, anzi
è, quello stesso "male" che causa l'altrui sofferenza.

Nota sul concetto di "Guru"


Dopo aver tentato [cap. quinto] di demolire il concetto tradizionale di Guru, proviamo ora a
rileggerlo all'interno gli ultimi concetti visti.
Tutti quanti siamo legati l'uno con l'altro attraverso gli strati più profondi della nostra coscienza,
ogni individualità è un nodo da cui partono tanti collegamenti, come quelli tra i neuroni del nostro
cervello.
Non è pensabile che il singolo individuo si muova anche di poco - intendo un movimento
significativo come quello che fa una persona quando intraprende un sentiero mistico -, senza
muovere contemporaneamente tutta la rete che sta nelle immediate vicinanze. Chi pratica
seriamente non è mai isolato, comincerà a sentire l’altrui inerzia - questa non è solo una teoria New
Age ma una realtà - e viceversa le persone a lui legate risentiranno dei suoi progressi.
Credo sia ragionevole supporre che la resistenza dovuta all'ambiente venga percepita dal
ricercatore. Possiamo comprendere che il rapporto guru-discepolo potrebbe essere interpretato come
il riconoscere ad un essere umano la possibilità di "trascinarne in avanti" un altro, proprio per le
ragioni viste.
Ma allora è essenziale comprendere che se qualche volta x trascina y, accadrà anche,
inevitabilmente, che y trascinerà x.
Tutto questo avviene continuamente, senza rendercene conto, senza dare a questo fenomeno alcun
nome, senza farne un mito.
Qualche volta il processo potrebbe diventare estremamente più intenso: si descrive una specie di
"investitura" che avviene quando un discepolo è destinato ad essere il successore spirituale di un
determinato Maestro.
Si spiega che quest'ultimo riceve il cosiddetto "mantello" spirituale. Bello è l'esempio narrato da
Vivekananda - che allora si chiamava Naren - quando racconta come ricevette tale "investitura" da
colui che allora considerava il suo maestro e cioè Ramakrishna. Un giorno, verso la fine della vita,
quest'ultimo entrò in Samadhi con Naren accanto il quale incominciò a sentire una forte corrente,
come una scarica elettrica: il suo corpo ne fu scosso tanto che perse la conoscenza. Quando ritornò
in sé Ramakrishna, piangendo, si rivolse a lui e gli sussurrò le ultime parole di addio dicendogli: «O
mio Naren, oggi ti ho dato tutto, ora sono diventato un povero fachiro, non ho più nulla: con questo
potere farai un bene immenso al mondo!».
Se affermiamo che Ramakrishna era il Guru di Vivekananda ci riferiamo ad un fatto autentico. Tale
passaggio di potere avvenne a causa del rapporto di affetto, quando il primo sentì la sua fine vicina
e si volse a guardare con preoccupazione colui che rimaneva. È come se, davanti all'idea di
abbandonare il corpo, il Maestro realizzasse che quel "nodo" che era stato il suo corpo, fatto non
solo di materia ma anche di energia, non potesse, anche nella morte, rimanere intatto. Il discepolo
prendeva il posto che era stato del maestro, essi erano uniti già prima, ma nel momento precedente
la morte, tale unione venne resa concreta, visibile, simbolica e reale insieme, proprio da questa
"investitura". Il lettore comprende come questo non può nemmeno lontanamente essere riferito alle
assurdità esibite oggi nel mondo New Age e delle sette: è un fatto completamente diverso dalla
sceneggiata che avviene quando, davanti ad un personaggio, scorrono persone, come in una
grottesca catena di montaggio, per ricevere la Shakti - presunto passaggio di potere -.
exe

CAP. 12 QUARTO KRIYA


QUARTO KRIYA: OMKAR COME MICROMOVIMENTO

L'ultima fase dell’applicazione dei processi verticali incominciò quando decisi di stemperare il
grande potere originatosi dallo stimolo del Muladhar con i processi più sottili e rarefatti del quarto
Kriya.
La tecnica consiste nella percezione del Micromovimento, il più elevato approfondimento della
realtà Omkar.
L'esperienza iniziale di ascolto dei suoni interiori, approfondita all'interno dello stato di assenza di
respiro, si trasforma ora in una manifestazione incredibilmente sottile, scioccante, insostenibile per
la mente.
Come lo Yoni Mudra rappresenta il momento della giornata in cui, terminate le attività, ci
prepariamo al sonno, ovvero a ritirare la consapevolezza dal corpo e dal mondo fisico - una specie
di "piccola morte" - così la pratica del quarto Kriya rappresenta il momento in cui, avendo ormai
esaurito i propri doveri nei confronti della vita, ci prepariamo a "raccogliere i remi in barca", a
sottrarre l'interesse dai vari raggiungimenti connaturati con l'esistenza pratica e volgere l'attenzione
verso il mondo dello spirito. Intendiamoci bene: mi riferisco a persone che si trovano nell'ultima
parte dell’esistenza terrena!

TECNICHE DI PREPARAZIONE
All'interno di una routine elevata, avendo praticato Pranayama, Omkar Pranayama, eventualmente
secondo o terzo Kriya, è sufficiente concentrarsi in qualsivoglia dei Chakra per percepire una
particolare oscillazione, come un "pendolo" che si muove in continuazione: il Micromovimento è
qualcosa di simile che si manifesta ripetendo l'intero Mantra Om Namo Bhagabate Vasudevaya.
Si visualizza il Chakra come un dischetto orizzontale dalle dimensioni di una monetina - due o tre
centimetri di diametro – e, ripetendo lentamente le sillabe, si percepisce un movimento in tutto e per
tutto simile nella forma a quello Macro Trivangamurari a cui ci siamo abituati col terzo Kriya e che
qui avviene orizzontalmente sulla superficie di quella "moneta" ideale.
Poiché le dimensioni sono ridotte a pochi centimetri d'ora in poi ci riferiremo ad esso come
"Micromovimento". Da tempo con i processi verticali del terzo Kriya questo Mantra si è associato
in modo molto forte al Macromovimento e quindi alla particolare forma a tre curve.
Lasciamo completamente perdere il problema del numero di volte in cui avviene questa percezione
- lo chiariamo fra poco - e consideriamo diverse possibilità di spostarsi nei diversi centri.

I Micromovimento all'interno del "piccolo circolo".


Subito dopo aver praticato il Navikriya conviene percorrere tutto quel giro che nell’alchimia
interiore viene chiamato "piccolo circolo": precisamente si parte dal Kutastha, poi si scende in
ciascuna componente frontale dei vari Chakra fino al perineo-Muladhar, poi si sale all'interno della
spina dorsale soffermandosi su ciascun Chakra fino al midollo allungato e di nuovo al Kutastha. Per
quanto riguarda le componenti frontali dei Chakra ne abbiamo fatto cenno nel sesto capitolo: quella
del quinto Chakra è il pomo di Adamo, del quarto la zona centrale dello sterno, del terzo l'ombelico,
del secondo la zona degli organi genitali, del primo è il perineo.
Nel primo Chakra non si fanno due soste, una sul perineo e una sul Muladhar, ma una
concentrazione unica: si incomincia con il perineo e si lascia che la coscienza spontaneamente si
sposti poco dopo sul Muladhar. Si passa al secondo Chakra e qui si percepisce una decisa
interiorizzazione; si sale negli altri fino al midollo allungato e poi si viene in avanti
ritornando al Kutastha dove si ripete la percezione: in tutto dunque si percorrono 12 tappe, dal
Kutastha al Kutastha stesso.
La concentrazione ottenuta può essere talmente forte che delle volte i muscoli della faccia si
rilassano e la bocca si apre: quello stato è veramente incredibile!
II Micromovimento all'interno del Macromovimento.
Se in una routine è stato invece praticato il terzo Kriya conviene concentrarsi all'inizio sul
Muladhar, poi salire attraverso tutti gli altri Chakra arrivando non nel midollo allungato ma nel
centro della nuca, poi scendere nel midollo allungato, passare al centro sulla destra del corpo
[l'ottavo centro introdotto nel terzo Kriya], poi in quello alla sinistra [nono], poi negli altri due
centri sempre alla sinistra per ritornare infine nel Muladhar.

TECNICA DEL QUARTO KRIYA

Questa si basa sul Micromovimento e sul fatto di «annullare il respiro nel Kutastha».
Con una breve inspirazione si solleva idealmente il primo Chakra nel Kutastha, dove si trattiene
respiro ed energia, immediatamente si comincia a ripetere il Mantra inducendo la percezione del
Micromovimento cercando però di realizzare che esso avviene non solo nel Kutastha ma
anche nella sede del primo Chakra. Si scopre che tale manifestazione annulla il respiro:
all’inspirazione non segue l’espirazione, perché il respiro sembra scomparso, si ha la sensazione
invece che tutta l'energia si sia trasformata e rimanga, come qualcosa di statico, nel Kutastha.
Talvolta la scomparsa del respiro avviene non subito ma con il procedere della pratica. Dopo aver
sollevato i sei Chakra fino alla nuca, si discende nel midollo allungato e si sollevano poi gli altri
centri nel corpo, quelli che abbiamo già incontrato nel terzo Kriya, fino a ritornare comunque al
Muladhar.

DIVERSE POSSIBILITÀ di APPLICAZIONE PRATICA


Per quanto riguarda la prima tecnica preparatoria: "Micromovimento all'interno del piccolo circolo",
per la maggior parte delle persone la dose ottimale è 12 Micromovimenti per centro, salvo in un
periodo della propria vita, ad esempio per 144 giorni, prendersi il grande impegno di praticare
ogni giorno la dose ottimale di 36 Micromovimenti per Chakra.
Questa tecnica è ottima prima dello Yonimudra.
Per quanto riguarda la seconda tecnica preparatoria: "Micromovimento all'interno del
Macromovimento" in ciascuna routine si sceglie la quantità più conveniente - 3 volte, oppure 6, 12,
24 o 36 - in modo di potersi godere un'esperienza calma, senza fretta.
Per quanto riguarda il quarto Kriya vero e proprio bisogna essere ragionevoli e comprendere che
non è detto che esso possa essere praticato subito: può essere necessario prima affrontare il processo
verticale che tra poco illustro, quello che però può avvenire solamente quando si è in
pensione.
Per quanto riguarda comunque i tentativi di praticare il quarto Kriya bisogna cercare le dosi
personali adatte: normalmente quelle ideali sono 36 Micromovimenti per Chakra.

Spesso nella corrispondenza tra i discepoli di Lahiri questa tecnica viene citata in maniera molto
precisa come "Japa 432" riferendosi al fatto che globalmente il Mantra viene utilizzato 36 x 12=432
volte.
Quando si riesce a praticare questa tecnica allora si dice di essere entrati nella «fase Dhyana del
Kriya di Lahiri» poiché si spiega che ritrovare i Chakra nel Kutastha dal primo al sesto significa
«dissolvere l'universo fisico all'interno della nostra coscienza».
Si può fare anche riferimento alla teoria dei cinque elementi - Tattwa: terra, acqua, fuoco, aria,
etere... - legati a ciascun centro i quali vengano esperiti nel Kutastha.
Ma veniamo al processo verticale.
Consideriamo la tecnica del "Micromovimento all'interno del Macromovimento": la prima tappa è
quella che avviene con la dose di 36 Micromovimenti per centro, la seconda 36 x 2 volte: questo
significa 36 x 2 volte nel primo centro, poi stesso numero nel secondo eccetera… quindi sempre un
solo giro! Con le tappe successive, 36 x 3, 36 x 4, …,36 x 36, ci si scontra con un problema
evidente: a un certo momento la giornata non "basta" più. Ciascuna tappa viene praticata in due o
più giornate: al mattino del secondo giorno si riprende esattamente da dove si era interrotto la notte
del giorno prima. Procedendo ci si accorge che per ciascuna tappa potrebbe non bastare più
nemmeno una settimana intera.
Le varie tappe sono caratterizzate dal rispetto del silenzio, nei limiti umanamente possibili e dettati
dal buonsenso, ovvero evitando occasioni di conversazione, se qualcuno ci rivolge la parola si
risponde con cortesia cercando però di "tagliare corto".
Si spiega che questo verticale «consolida la stabilità della coscienza nel Kutastha ed elimina ogni
"velo" residuo tra la persona e la meta del sentiero mistico»: quindi la sua importanza è
straordinaria.
Quello che ragionevolmente ci si può attendere è che, praticando questo processo, si incominci a
percepire sempre di più il Micromovimento nel Kutastha: da quel momento in poi questa diventerà
la tecnica definitiva con la quale completare il processo verticale, se eventualmente mancano
ancora delle tappe, la procedura da includere poi anche nella routine orizzontale.
Per completare il discorso voglio riferire la tradizione di ciò che avviene
negli ultimi sei mesi della vita. Coloro che hanno praticato
coscienziosamente tutti i processi del Kriya possiedono l'intuizione per
capire quando mancano pochi mesi al momento più opportuno per la
propria morte cioè, come si dice, per «abbandonare il corpo».
Si spiega che allora si cercherà di percepire il Micromovimento nel
Kutastha per 20736 volte, ovvero 48 x 36=1728 Micromovimenti per
Chakra! Mettendosi di buon impegno si può realizzare questo in 24 giorni -
due giorni per Chakra -: si spiega che in tal modo è possibile «aprire il
passaggio che si trova nella fontanella alla sommità del capo».
Questo processo dovrebbe esprimere l'intenzione di annientare per sempre
l'illusione onde «morire per l'ultima volta, morire per sempre».
Dopo una vita dedicata a ricercare l'esperienza spirituale sarebbe ben
strano che una persona desideri affrontare le limitazioni e i dolori impliciti
nell’incarnazione: l'intenzione è quella di ottenere una morte che sancisca
la liberazione finale e quindi non ci sia più la necessità di ricercare un
corpo in cui imprigionare la propria coscienza.
Con questo atteggiamento, quando giunge il momento favorevole, durante
una seduta di Kriya, la persona pratica il Thokar sul cuore sottraendo
coscientemente l'energia dal corpo, la porta all'interno della spina dorsale e
abbandona il corpo attraversando la stellina luminosa presente nel
Kutastha; in quel momento coloro che dovessero essere presenti potranno
notare il formarsi di una particolare pulsazione percettibile fisicamente
nella zona del Kutastha e come il corpo si raffreddi mentre la parte alta
della testa rimanga più a lungo calda.
Questo processo è il modo più dignitoso, nobile - senza paragoni con
qualunque altro raggiungimento umano - per concludere la propria
esistenza terrena: esso significa riconoscere la necessità del decadimento
naturale del corpo, persino la presenza di qualche malattia e della
sofferenza che ciò comporta, ma non la necessità della disperazione e
soprattutto dell’essere strappati via brutalmente dalla vita.

CRONACA
Non mi tuffai subito nel processo verticale poiché al periodo della
pensione mancava un anno. Mi concentrai su entrambe le tecniche
preliminari.

Scelsi di praticare tre Micromovimenti per centro in modo di sentirmi


libero di procedere lentamente, con uno spirito di sperimentazione,
cercando di rendermi conto di che cos'era questa esperienza, di cosa
potesse significare. Non fui costante nella pratica e questa scelta all'inizio
fu un bene in quanto riuscii ad ottenere delle esperienze autentiche che a
tutt'oggi rimangono nella mia memoria come il modo ideale di praticare,
quello che cerco di ritrovare se non sono soddisfatto della pratica attuale
nella quale inavvertitamente si è depositato, a causa del processo verticale,
un leggero grado di forzatura.
Per quanto riguarda gli effetti osservai quanto era facile, quasi immediato,
entrare in una condizione in cui mi sentivo totalmente estraneo alla
situazione contingente, inconsapevole del luogo in cui mi trovavo, senza
percezione netta del tempo trascorso.
Varie sedute avvennero in orari del tutto inusuali, in condizioni non
proprio ideali, a volte praticai sottovoce, altre con gli occhi aperti, spesso
non rispettai le varie fasi della routine e, trovandomi all'aperto in un luogo
gradevole, riparato dal sole, mi immergevo subito in questa percezione:
anche dopo un minuto di pratica mi trovavo in uno stato di profonda
interiorizzazione.
Quando l'estate incominciò ad addolcirsi e apparvero le giornate più belle
di settembre, mentre nella meditazione di mezzodì riprendevo la ricerca del
terzo livello del Kriya - con 12 Thokar sul Muladhar - di sera o di notte mi
tuffavo nella percezione del Micromovimento. L’equilibrio così creato fu
provvidenziale perché le tecniche si rafforzavano l’una con l'altra: la prima
stimolava un movimento di energia che si rivelò utile anche per la seconda.
Questo insieme di terzo e quarto livello era qualcosa di perfetto, soprattutto
completo, e mi permise di andare oltre il difficile stato di coscienza
prodotto dal Thokar, verso una dimensione più profonda dove i problemi
non esistevano più. L’azione del Thokar - sempre caratterizzata dalla
percezione reale dei problemi della vita - mi faceva percepire
costantemente la necessità di mantenere il più possibilmente limpida la mia
visione, lo specchio della mia coscienza.
Capivo che non potevo far altro che accettare i limiti del mio cervello, la precarietà della condizione
umana, ma nello stesso tempo continuare con tutta la dignità che possedevo, a portare in "basso",
cioè verso il corpo tutta la luce che la sera prima avevo realizzato in "alto".
La coscienza, scendendo nel corpo, vi trovò una vastità, talmente grande, una sensazione di infinita
sicurezza, un amore oltre ogni limite per la vita: fui travolto da una sensazione di insuperabile
benessere.
«Abbastanza, abbastanza della mente e delle sue false stelle - scrisse Aurobindo - accendi, accendi i
soli che mai si spengono!»
Ora cominciavo a guardare la totalità del sentiero del Kriya: pervaso da gratitudine illimitata
davanti alla fotografia di Lahiri, non ci bruciai incenso ma ci scavai una "voragine" dentro la quale
mi lasciai cadere: ciò significò accettare il dolore e le difficoltà che mi circondavano, con il
proposito di continuare per sempre a portarvi la luce, senza lasciarmi mai scoraggiare.
Avevo finalmente capito che la luce non va portata nella mente perché
questa non la può contenere, ma nel corpo e da questo alla vita intera.
L'unica cosa che si può portare nella mente è la pulizia, la trasparenza:
Lahiri diceva che «l'unica mente spirituale, illuminata, è la mente che non
esiste», ovvero quella che si è in qualche modo tolta di mezzo che ha
lasciato apparire finalmente "qualcos'altro".
Ricordo l’euforia che scaturiva dopo pochi minuti dal momento in cui
iniziava la pratica: ogni volta dentro di me dicevo: «questa è l'esperienza
più vera mai sperimentata». Mi sembrava di avere incontrato la totalità
della vita: era un po' come se, partito per scalare una montagna, arrivato in
cima, non mi fossi soffermato a contemplare solamente il paesaggio
vicino, ma spaziando più lontano avessi incontrato qualcosa di una
bellezza che annientava ogni altra cosa e che se ne stava oltre tutte le vette
e le valli lontane!
L'esperienza di scendere con la coscienza nel corpo, verso le sue cellule,
può essere paragonata a quella di un prigioniero che, dopo tanto tempo,
ritrova la libertà: una trasformazione improvvisa, come un’esplosione di
vastità, vastità senza nome, una profondità che sa di azzurro, come se il
mio passato di incertezze non fosse mai esistito.
Realizzavo che il mondo della materia incontrava quello dello spirito,
vedevo che uno non era la negazione dell'altro.
Spesso nei momenti più disparati della giornata mi fermavo, volgevo lo
sguardo lontano ed il mio cuore era afferrato dalla certezza che qualcosa di
puro, di incantevolmente puro, presente nella mia infanzia, era riemerso
nella mia vita. Contemplando i paesaggi più belli, i «mari di infinito
lucente» di cui parla Aurobindo sembravano distendersi davanti a me!
In questo modo l'ultimo anno di lavoro passò velocemente e finalmente
giunse il momento della pensione.
Questo è stato per me - ed è - un periodo meraviglioso in cui non ho mai
sofferto di quelle incertezze, quella demotivazione che afferrano con
sorpresa quelli che da un momento all'altro si ritrovano a dover cambiare
l'impostazione della loro vita e non riescono a reinventarsela subito.
Quasi tutti i miei colleghi, nelle mie condizioni, usarono le loro risorse per
trovare un altro lavoro, talvolta ancor più impegnativo del precedente,
alcuni si tuffarono in attività socialmente utili e purtroppo ci fu anche chi
discese lentamente tutti i gradini di un’inarrestabile depressione.
Non cercai altre occupazioni, ma mi immersi in un vero e proprio
"paradiso" sentendomi finalmente libero di affrontare l'ultimo processo
verticale. Provo un senso di smarrimento nel parlare di questa esperienza:
faccio persino fatica a ritrovarla nei miei ricordi, ma cercherò.
Ricordo le giornate in cui, a piedi o in bicicletta, cercavo il luogo, in
campagna, dove avrei passato ore di meditazione, e dove sarei ritornato
nelle giornate successive: tutto questo mi sembra un sogno, è così bello,
così incredibilmente bello che, da quel momento in poi, non mi sono più
sentito di chiedere alcunché a questa esistenza!
Portavo con me sempre una catenina di 36 grani: mi sedevo, facevo
qualche respirazione profonda e poi via. Incominciavo praticando tanti
cicli di 36 Micromovimenti in ciascun centro, quanti quella determinata
tappa prevedeva; alla fine di ciascun ciclo, onde prender nota del numero
complessivo di cicli praticati, spostavo per esempio un oggetto, quasi
sempre un sassolino, da una scarpa l'altra. Il cielo mi appariva come un
cristallo indistruttibile d'una infinita trasparenza, d'una luminosità quasi
insostenibile: questa era la "verità", l'evidenza del divino, quella particolare
gioia capace di infrangere qualsiasi resistenza che l’ego volesse opporre!
Fu un periodo in cui feci le cose più assurde della mia vita: entrai in
profondi stati meditativi, senza riuscire a trattenermi anche quando mi
trovavo in luoghi frequentati da altre persone, come per esempio una
spiaggia. Percepire il Micromovimento guardando le onde del mare, gli
orizzonti lontani era un’esperienza così bella che mi assorbiva totalmente:
non mi rendevo conto di trovarmi in mezzo alla gente.
A volte in un parco mi appoggiavo allo schienale di una panchina e restavo lì per ore facendo finta
di guardare un oggetto lontano, perso in una beatitudine talmente forte che sembrava talvolta
l'effetto di una qualche droga. Chi mi passava accanto avrà pensato che io trovandomi in uno stato
di ebbrezza, avessi preferito sedermi e "ricompormi" prima di rientrare a casa: altra spiegazione non
v’era perché una persona sana di mente deve rivelare almeno un po’ di agitazione o di insofferenza,
per esempio sfogliare un giornale, fumare nervosamente una sigaretta dopo l'altra, tamburellare con
le dita, guardare spesso o da una parte o dall'altra come aspettando qualcuno…
Talvolta mentre praticavo il processo verticale avvertivo un tale desiderio di dormire che non
riuscivo a resistere alla tentazione di interrompere la pratica e di stendermi: eppure ciò non serviva
assolutamente a nulla poiché il problema si ripresentava subito dopo. Escogitai diversi espedienti tra
cui quello di praticare con gli occhi aperti o semichiusi, per arrivare alla fine a comprendere che di
espedienti validi purtroppo non c'era traccia: mi dovevo abituare a convivere con esso, continuare
con la pratica senza perdere la posizione corretta di meditazione anche se alla coscienza si
manifestavano delle fantasie che erano dei veri e propri sogni.
Evoluzione interiore significa imparare a restare coscienti quando il corpo si trova in uno stato di
grande rilassamento, in quella calma diffusa e irresistibile che precede il sonno. Anche nei Racconti
di un pellegrino russo si sostiene più o meno questa tesi: il protagonista infatti avverte «una grande
pesantezza, pigrizia, noia, una sonnolenza invincibile» e i più svariati pensieri lo avvolgono «come
una nuvola». Mantenere a lungo questo stato senza addormentarsi diventava un fatto di straordinaria
importanza. Nel mio caso, quando riuscivo a realizzarlo, avevo poi, di notte, durante il sonno, le più
grandi esperienze di risveglio dell’energia Kundalini; talvolta percepivo come se un grande magnete
risucchiasse l'energia in alto estraendola da tutte le parti del corpo, persino dalle unghie e dai denti;
allora avveniva uno struggimento nel cuore che non ha paragoni con nessun'altra cosa e un senso di
musica celestiale: era come se il mio essere si fosse diviso in mille parti e ognuna traboccasse di
gioia e di amore, un secondo di tale esperienza valeva epoche!
Spesso mi trovavo immerso in questo stato senza essere riuscito a cogliere la salita dell'energia.
Un pomeriggio la sonnolenza era talmente forte che sembrava rendere impossibile tutto il lavoro:
formulai con tutta la forza di volontà l'intenzione di rifiutare assolutamente il sonno e fu allora che
mi accorsi che la pratica avveniva nell'assenza di respiro: ottenni una gioia così grande che iniziai a
piangere di gioia.
Per quanto riguarda il quarto Kriya vero e proprio, cioè il Micromovimento nel Kutastha,
incominciai a praticarlo alla fine del processo verticale.
Riconosco che le istruzioni all'inizio non erano facili da applicare, anzi talvolta veniva da pensare
che fossero impossibili, però poi qualcosa incominciò a verificarsi: siccome questo è il mio attuale
terreno di lavoro preferisco non commentare.

Effetti globali.
Volendo sintetizzare gli effetti sulla mia personalità essi sono il rifiuto
totale di ogni deformazione della verità in me stesso e nelle altre persone.
Già con le varie forme di Thokar avevo iniziato a smascherare lucidamente
gli inganni del mondo New Age, delle chiese, delle organizzazioni… ora
l'incontro con certe deformazioni della verità, presenti nella mente di
coloro che erano in relazione con tali realtà mi procurava un dolore quasi
fisico. Sentivo l’imperiosa necessità di raggiungere uno stato di sincerità
perfetta e assoluta affinché questa si trasferisse poi nella mia vita. Dal
punto di vista dei rapporti umani ne avevo trascinato alcuni di cui non ero
contento, soffrivo, però non mi decidevo a risolverli: avvenne quindi il
distacco definitivo con il semplice uso del parlare chiaro portato avanti con
serenità nonostante tutte le più scombinate reazioni isteriche.
Capivo quanto fosse importante non preoccuparmi di ciò che appariva, a
patto che le mie azioni fossero sempre coerenti con la ragione più profonda
della mia vita: oltre alla pratica del Kriya, non cercavo altro che
condividere la mia passione e la mia conoscenza con altri ricercatori seri.

ROUTINE FINALE COMPLESSIVA


Completati i processi verticali cominciai anche a tentare di individuare la
"migliore routine orizzontale". La ragione e il buon senso mi fecero capire
che non poteva esistere la migliore in assoluto: nel ripetere
quotidianamente le stesse procedure la determinazione si intiepidisce ed il
proposito di riuscire ad approfondire lo stato meditativo diventa una
chimera. C'è chi sceglie una routine diciamo di "minima" nella
convinzione che, una volta esauriti i processi verticali, non serva più
praticare i "Kriya superiori", e c'è chi predilige una routine estremamente

complicata per "sommare" tutto ciò che di più forte e potente il Kriya di
Lahiri può fornire.
Credo sia un'ottima strategia quella di individuare quattro specifiche
routine, ciascuna volta ad avvicinare uno dei quattro livelli del Kriya e
praticarle a rotazione: ciò permette di entrare in un poderoso processo di
perfezionamento. Meglio ancora è durante ciascuna settimana non
ripetersi mai: dopo i primi quattro giorni, il primo rimanente potrebbe
essere dedicato solo al riposo oppure al Japa, il secondo, impegni
permettendo, a richiamare una tappa di un qualsivoglia processo verticale e
infine l'ultimo giorno potrebbe essere di nuovo dedicato al riposo oppure al
Japa.
Nel presentare queste quattro routine ho scelto di non dare precise
indicazioni sulle "dosi" delle singole tecniche perché - diciamocelo
francamente - non esistono: a un certo livello di maturità la persona deve
comprendere da sé qual è la quantità giusta!
A chiunque capiterà di realizzare le migliori sessioni di Kriya con delle
proporzioni incredibilmente basse.

I…ROUTINE "PRIMO LIVELLO"


Premessa… Maha Mudra, Talabya Kriya, Stimolo dei Chakra, Pranayama,
Navikriya.
Paravastha… Dopo tre respiri profondi si crea il massimo rilassamento
possibile e ci si prepara a godere dell'armonia profonda di cui la pratica del
Pranayama ha posto le basi. Si sale e si scende con la coscienza nei Chakra
fermandosi su ciascuno da 5 a 10 secondi. Si stabilisce uno stato di
profondo silenzio mentale: man a mano che il respiro diventa sempre più
sottile la coscienza percepisce una grande dolcezza che aumenta
indefinitivamente.

II…ROUTINE "SECONDO LIVELLO"


Premessa…Maha Mudra con i piegamenti, Talabya Kriya, Stimolo dei
Chakra, Pranayama con tutte le percezioni più sottili possibili, Navikriya
nella variante in cui si scende attraverso le quattro direzioni, Omkar
Pranayama, Thokar sul cuore, ripresa di Omkar Pranayama.
Paravastha…L'obiettivo è quello di calmare sempre di più il respiro fino ad
arrivare alla sua assenza e, all'interno di questo stato, ascoltare i suoni
interiori.

Si fa la pratica vista nella routine precedente però entrando più


profondamente nei Chakra: dopo tre respiri profondi si sale e si scende
nella spina dorsale soffermandosi su ciascuno dai 10 ai 20 secondi.
Avendo praticato Omkar Pranayama sarà possibile guidare la coscienza
all'interno dei vari centri e percepire in ciascuno un massaggio rotatorio
interno, lieve come una specie di carezza. Nella discesa non è difficile
essere consapevoli anche dell'energia che si trova davanti ai Chakra, come
una fresca sostanza che sostiene dall’interno ogni cellula. Più avviene
questo fatto, maggiore sarà la possibilità di raggiungere lo stato di assenza
di respiro. Man mano che la calma diventa sempre più profonda si
comincerà a percepire i suoni interiori tra cui una vibrazione che ricorda il
suono di una campana lontana o sembra un tremore come quello prodotto
dal muoversi delle ali di un insetto.

III…ROUTINE "TERZO LIVELLO"


Premessa… Maha Mudra con grande attenzione alla pressione sul perineo
ed eventualmente i Bandha, Pranayama con forte coscienza della discesa
dell’energia nel corpo, Thokar sul Muladhar, ripresa di un Pranayama
molto delicato senza suoni creando una grande pressione mentale ed
energetica sulle cellule del corpo.
Paravastha… Quando la coscienza del respiro viene abbandonata
l'intuizione attiva la rotazione libera dell’energia: essa sale spontaneamente
e la fase importante rimane sempre quella in cui la sensazione di energia
scende nel corpo. La coscienza percepisce una sensazione di grande
benessere e gioia illimitata.

IV…ROUTINE "QUARTO LIVELLO"


Premessa… le stesse premesse del secondo livello.
Si incomincia a percepire il Micromovimento all'interno del piccolo circolo
o all'interno del Macromovimento - come più spontaneamente riesce e
come la propria esperienza suggerisce -; quando si comincia ad entrare in
uno stato di grande tranquillità si applicano le istruzioni precise del quarto
Kriya.
In questo modo, dopo un po’, si viene traghettati nello stato di Paravastha
in cui si continua ad approfondire la concentrazione nel Kutastha
dimenticando tutto il resto.

ESPERIENZE DI CONDIVISIONE DEL KRIYA


Dopo che ebbi abbandonato i "Guru" conobbi qualche ricercatore spirituale
che con serietà mi chiese di apprendere il Kriya.
All'inizio non accettai di condividere le tecniche con coloro in cui notavo
dei forti condizionamenti religiosi - tra cui come ho già fatto notare in
precedenza un forte mito del Guru - perché sentivo che il lavoro sarebbe
stato inutile e il loro interesse dopo un po' svanito.
La mia predilezione andava a persone che sentivo a me simili: ricercatori
"innamorati" dell'infinito al di fuori di ogni chiesa e organizzazione.
In questo caso l'insegnamento che condividevo, fatto di poca teoria e tanta
pratica, veniva accettato, praticato senza discussione e risultati si facevano
vedere.
Poi cominciai anche ad accettare un insieme più vasto di persone che non
avevano un'idea molto chiara di quello che stavano cercando e
affermavano di voler praticare il Kriya perché speravano che «facesse loro
un po' di bene»!
Fortunatamente in molti casi le aspettative non solo non vennero disattese,
ma i risultati si rivelarono molto al di sopra di quanto prefigurato.
Senza rendersi conto, coloro che fino al giorno prima erano dei principianti
che nemmeno avrebbero saputo dare la definizione di Yoga, alla fine del
processo si ritrovarono immersi in uno stato di bellezza per loro
indescrivibile. È molto rassicurante osservare come la loro vita sia rimasta
equilibrata, come non siano venuti meno ad alcun dovere connesso con la
posizione sociale che occupavano.
Quello che proposi e che funzionò magnificamente fu un processo di
applicazione graduale delle tecniche del Kriya in tutto e per tutto simile a
quello da me seguito, descritto nei capitoli precedenti.
Più avanti decisi di considerare sempre più seriamente l'azione didattica
accettando anche coloro che sembravano incontrare seri ostacoli, con lo
scopo - non dichiarato ma reale - di riuscire perlomeno a comprendere
l'origine delle loro difficoltà, anche se intuivo che non sarei riuscito a
trasformare in meglio la loro vita.
Spesso dovetti lottare contro sensi di colpa e di inferiorità.
La stragrande maggioranza di coloro che, di sesso maschile, si avvicinavano al Kriya yoga,
temevano di non poterlo praticare poiché non si sentivano abbastanza "puri", cioè ritenevano che i
desideri sessuali fossero un grave, se non impossibile, ostacolo da superare, mentre le persone di
sesso opposto manifestavano il timore di non poter praticare il Kriya a causa della poca
concentrazione e poca costanza.
Questi sono pregiudizi comuni che vanno sfatati.
La nuova - per così dire - "morale" che sostituisce le precedenti - ereditate dalla religione e anche
dai libri di yoga tradizionale - è che tutti gli esseri umani incontrano le stesse difficoltà e non ci
sono persone intrinsecamente "impure" o intrinsecamente "inadatte".
Anzi, qualche volta mi è capitato di notare che chi era arrivato al Kriya
portando con sé qualche "pecca" umana piuttosto evidente o l'amarezza per
aver compiuto sbagli "imperdonabili" si muoveva con maggior facilità.
Avendo conosciuto la crisi, il buio pesto, a differenza delle persone
cosiddette benpensanti, riusciva a lasciarsi trascinare verso quella luce che
agli altri poteva far paura.
Alcuni non capivano l'importanza dell'equilibrio tra ricerca dell'esperienza mistica e vita attiva:
pensavano di buttare via il tempo nelle cose pertinenti all'esistenza concreta.
Credo che se una persona, motivata nei confronti del Kriya, ricevesse tutte quante le tecniche a
vent'anni e poi fosse messo su un'isola deserta con una qualche fonte di sostentamento, pur avendo
tutto il tempo possibile per praticare, non potrebbe fare significativi progressi, né arriverebbe a
quella che chiamiamo "realizzazione" finale. Potrebbe conquistare abilità tecniche ma non ottenere
quell'evoluzione autentica, che avviene scontrandosi con difficoltà di ogni tipo. Noi amiamo gli
estremi, a volte vorremmo dedicarci solo alla pratica del Kriya, altre volte abbandonare tutto e
tuffarci solo in attività concrete: l'equilibrio è l'unica cosa che può farci fare un reale passo
in avanti.
Per esempio all'interno di un difficile rapporto interpersonale, nel momento in cui le percezioni
profonde ottenute durante la meditazione vengono applicate, quando riusciamo a fare dietrofront
rispetto all'istinto più immediato, quello è il momento della reale evoluzione interiore.
In definitiva ciò che crea un progresso sensibile nel Kriya non è soltanto la pratica delle tecniche ma
la loro combinazione con la vita.

REDAZIONE DEL LIBRO


Spesso mi ero trovato a sognare ad occhi aperti un libro sul Kriya scritto da Lahiri: me lo
prefiguravo di difficile lettura ma di grande ispirazione, come lo sono i brevi passaggi tolti suoi
diari riportati in Puran Purush.
Probabilmente, come è avvenuto per gli Yogasutra di Patanjali, qualche commentatore avrebbe
tentato di "forzarne" il senso, inventandosi delle interpretazioni di fantasia, altri avrebbero suggerito
che le tecniche esposte… erano intese solo per i principianti e ne esistevano di più "evolute" che
solo qualche persona autorizzata poteva comunicare a discepoli "prescelti". Conoscendo il mondo
New Age è sicuro che qualcuno avrebbe abboccato all’amo e contattato l’autore di queste
affermazioni per ricevere, dietro congrua offerta, questi improbabili "Higher Kriyas". Ma era inutile
sognare: questo libro non esisteva!
Continuando a visualizzarlo con amarezza - rinnovata ogni qualvolta mi muovevo attraverso le
pagine disperanti di certi siti Internet -, cominciai a pensare che qualcosa di interessante io stesso
potevo scrivere. Certo non avevo alcuna autorità in "merito": però avrei potuto condividere quanto
di prezioso finora ricevuto, che altrimenti sarebbe "morto" con me.
Progettai di scrivere un libro simile a quello di Theos Bernard ‘Hatha yoga resoconto di
un'esperienza personale’ [1943]: questo riusciva molto più di altri manuali di Hatha Yoga a cogliere
il meglio degli insegnamenti contenuti nei tre testi fondamentali del tantrismo Hatha Yoga
Pradipika, Gheranda Samhita e Shiva Samhita. Il lettore diveniva familiare con tecniche solo
vagamente accennate in quei testi tantrici, proprio perché l'autore stesso in uno stile sobrio ma
chiaro ne comunicava l'essenza.
Fino ad oggi molte persone sostengono che, nonostante gli anni trascorsi
dalla sua pubblicazione e i numerosi testi di Hatha Yoga usciti di recente,
tale libro continui ad rimanere il migliore. Uno scritto analogo riferito però
al Kriya sarebbe per molti ricercatori una vera e propria "manna dal cielo"!
Completati i miei processi verticali, non mi restava che dedicarmi a questa
fatica: si trattava di riconsiderare gli appunti sul Kriya - già condivisi con
alcuni ricercatori - e amplificarli. C'era molto lavoro da fare ma ciò non mi
preoccupava: pensavo invece alle difficoltà che sarebbero seguite alla
pubblicazione. So che non avrei mai potuto accontentare tutti: per esempio
le persone "New Age", quelle che amano i testi a carattere devozionale
arricchiti da varie illustrazioni basate sul folklore indù, sarebbero
sicuramente rimaste deluse e, affermando che «il libro non possedeva
buone vibrazioni», lo avrebbero riposto da parte. Non essendo poi io uno
scrittore di professione, in alcune parti sarebbero sorte delle difficoltà di
comprensione: credo però che anche questo problema si sarebbe potuto
superare potendo riscrivere i passaggi oscuri dietro segnalazione dei lettori.
Pensavo piuttosto alla spietata censura che il libro avrebbe incontrato
presso coloro che, come dogma assoluto, si aspettano che le tecniche
vengano trasmesse solo oralmente. Quei "maestri" che si sono presentati
all'occidente come depositari del Kriya originale lo avrebbero accolto con
mal celato livore: «Contiene solo fantasie che non c'entrano nulla con
l'insegnamento di Babaji» avrebbero sospirato!
Al che i discepoli si sarebbero sentiti più rasserenati pensando alla fortuna
di aver trovato un "maestro autentico" che gli aveva rivelato il vero Kriya!
Ma sfogliando quel libro si sarebbero accorti che non c'era poi tanta
differenza con le tecniche apprese dal maestro, probabilmente quest'ultimo
aveva semplicemente omesso qualche tecnica.
Il libro avrebbe comunque continuato a circolare e chissà quante volte
sarebbe ritornato proprio davanti agli occhi di colui che ne aveva decretato
la condanna, sottoposto da qualche ingenuo alla sua attenzione.
Talvolta questi avrebbe dovuto fingere di non accorgersi che, proprio
durante un seminario di introduzione al Kriya, qualche curioso, appena
ricevuto il testo tra le mani, lo stava sfogliando con avidità, perdendosi
parte della conferenza. Mi pregustavo la felicità di quel ricercatore che
improvvisamente si sarebbe ritrovato tra le mani l'esposizione completa del
Kriya, ma nello stesso tempo pensavo alla inquietudine del Guru.
Avrei voluto essere lì per fargli capire che il mio scritto non aveva il potere
di portargli via il lavoro, che molti si sarebbero ancora rivolti a lui,
soprattutto se avesse concretizzato una scelta onesta di comunicare tutte le
parti del Kriya - gradualmente s’intende, con tutta la delicatezza e la cura
richiesta dall'argomento - senza voler tenere nulla per sé.
In realtà conoscevo bene l'impossibilità di attraversare i condizionamenti
ormai radicati nella sua "chimica cerebrale" e non avrei percepito altro che
delusione e odio nei suoi occhi. Qualcosa che a lui sembrava eterno - il
vivere come un pascià sempre circondato da persone disposte a soddisfare
ogni suo capriccio nella speranza di ricevere le briciole dei suoi "segreti" -
avrebbe potuto incominciare a mutare, e ne soffriva.
Mi rammaricavo di ciò perché da sempre … mi piace vedere le persone contente!

ENNIO NIMIS

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