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storia e letteratura

raccolta di studi e testi

277

le strade
della filologia
per scevola mariotti

a cura di
Leopoldo Gamberale, Mario De Nonno,
Carlo di Giovine, Marina Passalacqua

roma 2012
edizioni di storia e letteratura
Giorgio Piras
Tradizione indiretta e testi frammentari:
Ennio, Ann. 303-308 V.2 (304-308 sk.), Cicerone e Gellio

La caratterizzazione di Marco Cornelio Cetego contenuta nel IX libro


degli Annales di Ennio (ann. 303-308 Vahlen2 = 304-308 Skutsch) è piuttosto
nota: il frammento è stato oggetto di numerose cure e attenzioni a partire già
dai primi editori enniani ed è interessante in sé, dal punto di vista dello stile
e del dettato poetico, oltre che come autorevole ed efficace testimonianza
della fama di oratore di Cetego. Il rilievo che hanno avuto questi versi deriva
in sostanza dalla fonte che ce li ha trasmessi, Cicerone, che nel Brutus li ha
posti in particolare evidenza, in una posizione del trattato importante per
l’andamento della discussione, e ha dato così inizio alla fortuna del testo, che
nel corso del tempo si è concretizzata nella presenza anche in opere di altri
nomi illustri della letteratura latina (Seneca, Quintiliano, Gellio). Degno di
nota è proprio il meccanismo di trasmissione, che può essere ancora seguito
ed analizzato nei suoi diversi stadi, tra di loro dipendenti, consentendo di
mettere in evidenza sia alcune dinamiche proprie della tradizione indiretta
di un testo frammentario che le modalità di lettura, ricezione e riuso dell’an-
tico poeta in nuovi contesti storici e letterari. La comparsa lungo un arco
cronologico abbastanza ampio mostra il mutare dell’apprezzamento antico
nei confronti di Ennio, con oscillazioni ondivaghe che hanno prodotto inte-
ressanti effetti di corrispondenze e opposizioni negli atteggiamenti e qual-
che paradosso. Questi due aspetti dell’indagine, quello dell’analisi del brano
enniano e quello della sua contestualizzazione nell’ambito dei testimoni che
lo tramandano, si intrecceranno nel corso del contributo. Anche in questo
caso1 a Cicerone non va ascritta solamente la conservazione del frammento,

1 
Sul ruolo avuto da Cicerone nella conservazione della memoria Ennii e sulle modalità
di utilizzo dei testi del poeta che rivelano una profonda familiarità dell’Arpinate e del suo
pubblico vd. Ennianae Poesis Reliquiae, iteratis curis rec. I. Vahlen, Lipsiae 1903, pp. xxxix
sgg.; The Annals of Q. Ennius, ed. with Introd. and Comm. by O. Skutsch, Oxford 1985, pp.
26-29; a proposito dell’influenza della concezione ciceroniana di Ennio sull’immagine suc-
cessiva del poeta vd. J. E. G. Zetzel, The influence of Cicero on Ennius, in W. Fitzgerald-E.

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sancita dalla sua autorevolezza, ma, a motivo della particolare collocazione


all’interno della sua opera e del rilievo assegnatogli, va in ultima analisi fatta
risalire la relativa notorietà di questi versi.
Nel Brutus, dopo l’introduzione sulle vicende dell’oratoria greca (26-52),
Cicerone passa ad elencare i primi latini degni di essere nominati nella sua
storia dell’oratoria: siamo ancora nella fase preletteraria e si tratta di figure
di cui è difficile avere un’idea precisa al di là di quel poco che dicono le
testimonianze scritte (52: sed veniamus ad nostros, de quibus difficile est plus
intellegere quam quantum ex monumentis suspicari licet). Per alcuni illustri
uomini politici romani (a partire dal celeberrimo Lucio Giunio Bruto che
Cicerone presenta come antenato del dedicatario dell’opera) è possibile
soltanto s o s p e t t a r e una qualche abilità oratoria; per questi antichis-
simi personaggi v’è infatti una notevole incertezza documentaria che rende
congetturale già solo la loro qualifica di oratores e mette in dubbio persino
la possibilità che l’eloquenza godesse a quei tempi di una qualche conside-
razione (56: sed eos oratores habitos esse aut omnino tum ullum eloquentiae
praemium fuisse nihil sane mihi legisse videor: tantummodo c o n i e c t u r a
ducor ad suspicandum).
La prima testimonianza conservata certa di attività oratoria, il primo
monumentum sicuro, è quello riguardante Marco Cornelio Cetego, di cui
si parla nei parr. 57-60 del Brutus, e questa prima notizia è offerta da una
fonte poetica, gli Annales di Ennio, con una breve ma efficace menzione
di Cetego, di cui si mette in rilievo l’eloquenza, senz’altro considerevole se
rapportata ai tempi in cui è vissuto. In questi capitoli infatti, ma in fondo in
tutta l’opera, Cicerone mostra chiaramente di voler storicizzare e relativizza-
re i meriti e le capacità oratorie degli antichi: le vicende dell’oratoria romana
sono riassunte in una storia progressiva che ha come termine ideale l’attività
oratoria dello stesso Cicerone. Di questo paradigma storiografico – espli-
citamente affermato dall’autore, almeno per quanto riguarda il progredire
incessante dall’antichità remota ai suoi tempi – sono illustrazioni esemplari
i paragoni con l’evoluzione delle arti figurative (70 e 71: nihil est enim simul
et inventum et perfectum) e della poesia (71, 75). Il ritratto di Cetego – pur
positivo – si conclude infatti con la precisazione che le sue doti vanno com-
misurate al livello artistico-letterario della sua epoca.
Nel par. 60 Cicerone riepiloga i dati cronologici contenuti nella testimo-
nianza enniana descritta nei paragrafi precedenti: Marco Cornelio Cetego

Gowers (edd.), Ennius perennis. The ‘Annals’ and beyond, Cambridge 2007, pp. 1-16 (azzar-
dato su alcuni punti specifici).

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è stato console con Publio Sempronio Tuditano durante la seconda guerra


punica2, nello stesso anno in cui fu questore Catone, 140 anni esatti prima
del proprio consolato (è il 204 a. C.: at hic Cethegus consul cum P. Tuditano
fuit bello Punico secundo quaestorque his consulibus M. Cato modo plane annis
CXL ante me consulem; cfr. anche Cato 10). Fondamentale è la menzione
fornita da Ennio, senza la quale, come forse in molti altri casi, la vetustas
avrebbe travolto la notizia stessa del personaggio (60): et id ipsum nisi unius
esset Enni testimonio cognitum, hunc vetustas, ut alios fortasse multos, oblivio-
ne obruisset3. L’affermazione è vera anche per noi, nel senso che il frammen-
to enniano tramandato da Cicerone è l’unica attestazione dell’eloquenza e
dell’apprezzamento come oratore tra i contemporanei di Cetego; dal nostro
punto di vista possiamo aggiungere che senza Cicerone di ciò non avremmo
avuto affatto conoscenza. E di certo questo luogo del Brutus ha ispirato
in Orazio l’accoppiamento di Cetego e Catone – su cui insisteremo anche
più avanti – quali rappresentanti per antonomasia dell’arcaicità linguistica
minacciata dall’oblio connesso alla vetustas (epist. 2, 2, 115-118; ars 48-514):

2
 Cfr. Liv. 29, 11, 9 sg. e 13, 1. Egli era stato edile curule con P. Cornelio Scipione
Africano nel 213 e nel medesimo anno pontifex suffectus (ibid. 25, 2, 6 e 2), censore con lo
stesso Tuditano nel 209, pretore in Apulia nel 211, proconsole in Gallia e poi pontifex (ibid.
25, 5, 2); muore nel 196 (ibid. 33, 42, 5). Su di lui vd. RE, vol. IV 1 (1900), col. 1279 sg. nr.
92; ORF, nr. 7; G. V. Sumner, The Orators in Ciceros’ Brutus. Prosopography and Chronology,
Toronto 1973, p. 32 sg. nr. 12; W. Suerbaum, Vorliterarische römische Redner (bis zum Beginn
des 2. Jhs. v. Chr.) in Ciceros ‘Brutus’ und in der historischen Überlieferung, «Würzburger
Jahrbb. für die Altertumswissenschaft», N. F. XXI (1996-1997), pp. 169-198: 172 sg.; vd.
anche J. Suolahti, The Roman Censors, Helsinki 1963, pp. 321-324. Su P. Sempronio Tuditano
vd. RE, vol. II A 2 (1923), coll. 1443-1445 nr. 96.
3
  È incerto se Cicerone si riferisca ad Ennio come unico testimone dell’attività orato-
ria di Cetego ovvero della coincidenza del suo consolato con la questura di Catone; sarei
per la prima interpretazione. Per l’espressione paronomastica conclusiva cfr. fin. 1, 57 ut
et adversa quasi perpetua o b l i v i o n e o b r u a m u s et secunda iucunde ac suaviter
meminerimus; 2, 105 nec enim absolvi beata vita sapientis neque ad exitum perduci poterit,
si prima quaeque bene ab eo consulta atque facta ipsius o b l i v i o n e o b r u e n t u r ;
rep. 6, 25 sermo autem omnis ille et angustiis cingitur his regionum quas vides, nec umquam
de ullo perennis fuit, et o b r u i t u r hominum interitu, et o b l i v i o n e posteritatis
extinguitur (cfr. anche 5, 2 quos ita oblivione obsoletos videmus, ut non modo non colantur,
sed iam ignorentur); somiglianza di clausola in Verr. II 1, 101 homo… absens non in oblivione
iacuisset. Cfr. anche nat. 1, 28 multaque eiusdem monstra, quippe qui bellum qui discordiam
qui cupiditatem ceteraque generis eiusdem ad deum revocet, quae vel morbo vel somno vel
o b l i v i o n e vel v e t u s t a t e delentur.
4
  Epist. 2, 2, 115-118 obscurata diu populo bonus (i. e. qui legitimum cupiet fecisse poema)
eruet atque / proferet in lucem speciosa vocabula rerum, / quae priscis memorata Catonibus
atque Cethegis / nunc situs informis premit et deserta vetustas (si noti 115 OBscurata e Brut.

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sicura l’influenza del Brutus e d’altro canto conferma indiretta della pre-
ziosità della notizia enniana su Cetego (l’associazione con Catone è dovuta
propriamente all’attività oratoria e non solo alla loro antichità).
Cicerone, per chiarire quali potessero essere i tratti stilistici dell’oratoria
di Cetego, spiega che il sermo di quel tempo è ricostruibile sulla scorta degli
scritti del contemporaneo Nevio: il 204 è infatti anche la data di morte del
poeta, almeno secondo i veteres commentarii, mentre Varrone, diligentissu-
mus investigator antiquitatis, ne prolunga l’esistenza e lo pone in relazione
con la vita di Plauto, morto nel 184, nell’anno cioè della censura di Catone.
Alla base di queste precisazioni cronologiche è da porre sicuramente il
Liber annalis di Attico (menzionato con grande ammirazione da Cicerone
nell’introduzione al dialogo, 13) e pure l’opera di Varrone, in particolare il
De poetis. Tali ricerche sulle cronologie e i sincronismi degli iniziatori della
letteratura latina hanno costituito per Cicerone in questa parte del Brutus
quasi un canovaccio, uno scheletro o comunque un punto di riferimento in
cui inserire la propria visione degli inizi dell’oratoria5. È come se nello scri-
vere la storia della prosa d’arte Cicerone avesse bene in mente e volesse porsi
in parallelismo e relazione esplicita con la storia degli esordi della letteratura
romana, cioè della poesia arcaica, già scritta da altri prima di lui.
Una figura importante nella narrazione ciceroniana è senz’altro quella
di Catone, che abbiamo visto nominato (par. 60) – apparentemente senza
motivo – a proposito del consolato di Cetego e Tuditano e poi ancora a pro-
posito della morte di Plauto (sempre nel par. 60). Non si può escludere che
Catone fosse menzionato da Ennio, anche se non abbiamo indizi puntuali
in tal senso nel testo ciceroniano; il 204 sarebbe del resto secondo Cornelio

60 OBlivione OBruisset, e il ricorrere in entrambi i luoghi della parola vetustas); ars 48-51 si
forte necesse est / indiciis monstrare recentibus abdita rerum, / fingere cinctutis non exaudita
Cethegis / continget dabiturque licentia sumpta pudenter. Mario De Nonno mi segnala una
possibile ulteriore eco in carm. 4, 9, 25-28 vixere fortes ante Agamemnona / m u l t i , sed
omnes inlacrimabiles / urgentur ignotique longa / nocte, carent quia vate sacro (al di là della
topicità del tema, la funzione eternatrice dei versi di Omero potrebbe essere analoga a
quella svolta dal ‘vate’ Ennio).
5
 Cicerone stesso sente il bisogno di giustificare le proprie digressioni cronologiche
sui poeti arcaici (71-74), quando parla di Andronico (74: haec si minus apta videntur huic
sermoni, Brute, Attico adsigna, qui me inflammavit studio inlustrium hominum aetates et
tempora persequendi); a questa excusatio risponde Bruto, esplicitando di fatto le motivazio-
ni ciceroniane (ibid.): Ego vero, inquit Brutus, et delector ista quasi notatione temporum et
ad id quod instituisti, o r a t o r u m g e n e r a d i s t i n g u e r e a e t a t i b u s ,
istam diligentiam esse accommodatam puto. Sull’ordinamento sostanzialmente cronologico
dell’opera vd. A. E. Douglas, Oratorum aetates, «Amer. Journ. Philol.», LXXXVII (1966),
pp. 290-306 (abbiamo visto come anche di Cetego si specifica con scrupolo la cronologia).

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 45

Nepote (Cato 1, 4) l’anno dell’arrivo di Ennio a Roma a seguito del futuro


Censore, anche se dubbi sono stati suscitati sull’attendibilità di questa noti-
zia6. L’accenno nel Brutus potrebbe giustificarsi sulla base di tale circostanza
della biografia enniana conosciuta da Cicerone – non importa se fosse vera o
falsa storicamente – e la coincidenza cronologica potrebbe spiegare la strut-
tura del dialogo in questi capitoli. La trattazione dell’eloquenza di Catone
segue infatti subito dopo (61 sgg.)7: egli è il primo oratore romano di cui
siano giunti gli scritti, ancora consultabili ai tempi di Cicerone, e si pone in
sostanza all’inizio della seconda fase della storia dell’oratoria romana, quella
‘artificiale’8. Il suo ritratto (61-69), tra l’altro, viene ad interrompere di fatto
questa serie di sincronismi sui poeti arcaici che riprende ai parr. 71-74 a pro-
posito della cronologia di Livio Andronico, anche lì con una citazione dagli
Annales (si noti che il primo poeta latino di cui si parla nel Brutus e a cui
si dà spazio è Ennio, secondo un modello di autorevolezza storico-letteraria
che proprio Cicerone contribuì a consolidare). Indubbiamente in questa
prima parte della narrazione della storia dell’oratoria romana Catone è un
cardine attorno al quale ruotano le altre figure, un punto fermo strutturale
– anche per la cronologia – del discorso ciceroniano: gli oratori che seguono
vengono infatti divisi in quelli più anziani di lui (77-78), quelli più giovani
(78-80), quelli più giovani attivi durante la sua lunga vita (80-90)9. Non si
può nemmeno escludere che Cicerone abbia voluto insistere sul legame tra
Ennio e Catone per costruire un’ideale galleria di figure esemplari in vari
campi dell’attività politica e letteraria romana delle origini e abbia amplifi-

6
  Sulla questione e sul legame tra Ennio e Catone vd. E. Badian, Ennius and His Friends,
in Ennius. Sept exposés suivis de discussions. Entretiens préparés et présidés par O. Skutsch,
Vandœuvres-Genève 1972, pp. 149-199: 155-163 (vd. anche p. 200 sg.).
7
 Catone fu console 9 anni dopo Cetego (195 a. C.): è considerato pervetus (65: «chi lo
legge più tra gli oratori contemporanei? o chi addirittura lo conosce?») e Cicerone afferma
non esistere scritti altrui più antichi che valga la pena di citare (a parte l’orazione di Appio
Claudio su Pirro e alcune laudationes funebri). La valutazione conclusiva sull’oratore al
par. 69: nec vero ignoro nondum esse satis politum hunc oratorem et quaerendum esse aliquid
perfectius; quippe cum ita sit ad nostrorum temporum rationem vetus, ut nullius scriptum
exstet dignum quidem lectione, quod sit antiquius; cfr. anche 293 sg., 298. Sulla sua dibattuta
caratterizzazione nel Brutus vd., tra gli altri, W. D. Lebek, Verba prisca, Göttingen 1970, pp.
176-193 (con discussione della bibliografia precedente).
8
 C. Rathofer, Ciceros ‘Brutus’ als literarisches Paradigma eines Auctoritas-Verhältnisses,
Frankfurt a. M. 1986, pp. 128, 163.
9
 Douglas, Oratorum aetates, p. 291; B. Kytzler, Ciceros literarische Leistung im ‘Brutus’,
in M. Tullius Cicero, Brutus, ed. B. K., München 1970, pp. 269-270, 279-300 = Ciceros lite-
rarische Leistung, hrsg. von B. K., Darmstadt 1973 (da cui cito), pp. 460-488: 466; Sumner,
The Orators, p. 151 sg.

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cato nel Brutus e nel Cato, probabilmente sulla base di notizie più o meno
fondate che circolavano in merito, coincidenze cronologiche prive di reale
significato per la biografia del poeta, contribuendo così poi a diffondere la
leggenda di cui troviamo traccia in Nepote.

Cetego – a detta di Cicerone – è il primo romano che risulta e di


cui sia stato tramandato che fosse eloquente (non si tratta quindi più di
supposizione sulla base di altri indizi, come per i personaggi elencati in
precedenza), ed è il primo ad essere stato ritenuto tale (57): quem vero
exstet et de quo sit memoriae proditum eloquentem fuisse et ita esse habi-
tum, primus est M. Cornelius Cethegus10, un’affermazione che richiama
contrastivamente ancora la fase precedente (il già citato dubbio del par.
56 sulla considerazione antica dell’eloquenza: sed eos oratores habitos esse
aut omnino tum ullum eloquentiae praemium fuisse nihil sane mihi legisse
videor). La testimonianza fondamentale della sua capacità oratoria (elo-
quentia) è fornita da Ennio, definito da Cicerone auctor idoneus11, tanto
più che il poeta avrebbe avuto modo di ascoltare Cetego direttamente e ne
avrebbe scritto a morte avvenuta (nel 196, un importante dato cronologico
per la composizione degli Annales), senza quindi che si possa avanzare il
sospetto di adulazione (difficile dire da dove Cicerone tragga questi dati
cronologici, se dagli Annales stessi o da altra fonte). Una notizia biografica
su Cetego, che appare correlata a questa del Brutus, la troviamo anche nel
Cato (50), dove si dice che Catone (e non più Ennio, ma abbiamo visto
dello stretto collegamento instaurato da Cicerone tra Catone e Cetego per
tramite del poeta) avrebbe sentito declamare l’oratore da vecchio: M. vero
Cethegum ... quanto studio exerceri in dicendo videbamus etiam senem! È lo
stesso Censore a parlare: il collegamento tra i due brani è sottolineato dal
fatto che – come vedremo – Cicerone cita proprio nella frase appena men-
zionata del Cato una porzione dei versi enniani riportati più estesamente
nel Brutus.
Segue a questo punto del trattato (par. 58) una efficace caratterizzazione
di Cetego, collega di consolato di Tuditano, dotato di eloquenza e dolcezza,
soavità di eloquio:

10
  Exstet è impersonale: cfr. Tusc. 1, 38; Phil. 9, 7; memoriae dipende a\poè koinou% da exstet
e sit proditum. Si noti il parallelismo con la storia dell’eloquenza greca (Brut. 39): ante Solonis
aetatem et Pisistrati de nullo ut diserto memoriae proditum est.
11
 Ennio è definito ingeniosus poeta et auctor valde bonus in Mur. 30; cfr. H. Prinzen,
Ennius im Urteil der Antike, Stuttgart-Weimar 1998, pp. 163-168, su questo aspetto e sul
nostro passo in particolare.

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 47

est igitur sic apud illum (sc. Ennium) in nono, ut opinor, annali:
‘additur orator Cornelius suaviloquenti
ore Cethegus Marcus Tuditano conlega
Marci12 filius’.
Si tratta della prima porzione dei vv. 303-308 V.2 (= 304-308 Sk.), tratti dal
IX libro degli Annales (è questo l’unico caso in cui Cicerone specifica titolo
e libro13), citati con l’inserzione di osservazioni e spiegazioni ciceroniane
inserite tra le parole di Ennio e non tutti di seguito, secondo l’unità metrico-
ritmica degli esametri14.
La prima parte della citazione è stata ritagliata chiaramente per fornire
una definizione completa di Cetego e rispetta l’unità sintattica del dettato
enniano. Cetego è descritto al momento della sua nomina al consolato come

12
 La tradizione del Brutus ha marcus studio collegam, brillantemente restituito in
Marcus Tuditano collega / M(arci) nell’ediz. di Lambinus (M. Tullii Ciceronis Opera omnia
quae extant, a Dionysio Lambino Monstroliensi ex codicibus manuscriptis emendata, et
aucta [ ... ], Parisiis [ ... ] MDLXVI, p. 212), che va quindi citato nell’apparato del Brutus (ma
vd. sotto, nota 29). Il testo citato del Brutus è quello critico di Malcovati (M. Tulli Ciceronis
Brutus, recognovit H. M., Lipsiae 1965).
13
  W. Zillinger, Cicero und die altrömischen Dichter, Diss. Erlangen, p. 71; Skutsch, p. 27; ut
opinor viene di solito spiegato come un vezzo ciceroniano teso ad evitare l’impressione di una
trattazione troppo erudita (cfr. Vahlen, pp. xlv, cxc; Id., Gesammelte philologische Schriften, vol.
II, Leipzig-Berlin 1923 [rist. Hildesheim-New York 1970], p. 238); in Cicero, Brutus, erklärt
von O. Jahn-W. Kroll, überarbeitet von B. Kytzler, Berlin 19626, ad loc., si rimanda a Brut. 85 e
Att. 8, 11, 1 (autocitazione!) per una simile espressione. L’indicazione dell’opera di provenienza
serve del resto per fondare concretamente l’auctoritas Ennii a proposito della testimonianza su
Cetego (Vahlen, p. xlv). Ben diverso il modo in cui viene introdotta la citazione dal proemio
al VII libro degli Annales poco più avanti nel Brutus, dove i versi sono inseriti nel discorso
seguiti da un semplice ait ipse (71; secondo alcuni da integrare con il nome del poeta); si allude
poi a quest’ultimo brano ancora al par. 75, questa volta con la menzione esplicita dell’autore.
14
 Cfr. Vahlen, p. xlv; L. Valmaggi, Un nuovo frammento di Ennio?, «Atti R. Acc. Sc.
Torino», XXXIV (1898-1899), pp. 554-559: 555 sg. Consueto quest’uso in Cicerone: cfr.
Vahlen, p. xlv; Id., Opuscula Academica, vol. I, Lipsiae 1907, pp. 53 sg., 91; vd. anche W.
Suerbaum, Untersuchungen zur Selbstdarstellung älterer römischer Dichter. Livius Andronicus
– Naevius – Ennius, Hildesheim 1968, p. 265 sg. e nota 753. Sul fr. si vedano innanzitutto
i commenti di Valmaggi, p. 90 (Ennio, I frammenti degli Annali, comm. e note di L. V.,
Torino 1900, fr. 179, vv. 312-317); Skutsch, pp. 480-486; Tomasco, pp. 68-83 (Quinto Ennio,
Annali (Libri IX-XVIII), commentari a cura di E. Flores et alii, Napoli 2006, l. IX fr. VI,
vv. 324-328); cfr. anche Steuart, pp. 42 sg., 180-182 (E. M. S., The Annals of Quintus Ennius,
Cambridge 1925, l. IX fr. I); Warmington, p. 112 sg. (Remains of Old Latin, ed. and transl.
by E. H. W., vol. I, Cambridge [Mass.]-London 1935, vv. 300-305); Traglia, p. 454 sg. (Poeti
latini arcaici, vol. I, a cura di A. T., Torino 1986, fr. 189, vd. anche p. 150; segue il testo di
Skutsch la traduzione spagnola di J. Martos: Ennio, Fragmentos, introd., trad. y notas de J.
M., Madrid 2006, pp. 163-165).

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orator, qui molto probabilmente da intendere proprio nel significato di ‘ora-


tore’ e non tanto in quello di ‘messaggero, legato, negoziatore’15 (o almeno
così lo interpreta Cicerone subito dopo, et oratorem appellat). Si noti la
costruzione con additur iniziale, orator attributivo e conlega predicativo alla
fine del secondo verso16: l’espressione ha significato tecnico per indicare la
nomina ad una magistratura17; anche se Cetego e Tuditano furono colleghi
pure come censori nel 209, sembra più probabile che qui si parli del loro
consolato (così intende anche Cicerone nel già visto par. 60).
Indubbiamente, a parte l’iperbato tra verbo e predicativo (agli estremi
dei primi due versi), sembra piuttosto singolare il modo in cui vengono
presentati i tria nomina di Cetego: gentilizio, cognomen, praenomen e poi
il patronimico Marci filius. Di certo non sarà stato facile inserire questi
elementi nell’esametro; la difficoltà è testimoniata anche dalla variazione
nell’uso della s finale, debole in Corneliu’ e Marcu’, ma non in Cethegus,
e probabilmente anche dal fatto che il secondo è un esametro spondia-
co (direi ormai risolta la lunga questione sulla prosodia di Tuditano; vd.
Skutsch, ad loc.). Questo è l’unico caso nei frammenti enniani conservati in
cui un personaggio è nominato in maniera così completa, con i tria nomina
e il patronimico18. L’apparente durezza va probabilmente considerata come

15
  Quest’ultimo significato è sicuro in ann. 207 e 582 V.2 (= 202 e 593 Sk.) citati in Varr.
ling. 7, 41 proprio per illustrare tale accezione; il significato di ‘oratore’ è invece certo in ann.
269 V.2 (= 249 Sk.), mentre non si può decidere nel caso di inc. 21 V.2. Per la prima acce-
zione optano Valmaggi (dubitativamente), Hendrickson (Cicero, Brutus, with an English
Translation by G. L. H., London-Cambridge [Mass.] 1939, p. 58 nota a), Jocelyn (H. D. J.,
The Poems of Quintus Ennius, in ANRW, vol. I/2, Berlin-New York 1972, p. 1009 nota 214),
Flores (Quinto Ennio, Annali (Libri IX-XVIII), introd., testo critico con apparati, trad. di
E. F., Napoli 2003, v. 324), Tomasco (p. 71).
16
  Meno probabile il valore attributivo di conlega e predicativo di orator (da intendere
come ‘legato’): «si aggiunge come legato C., collega di T.»; suaviloquenti ore è abl. di qualità
collegabile sia con orator che con Cornelius Cethegus (cfr. Skutsch, p. 481 nota 1).
17
 Frequente in particolare per il consolato: cfr. Liv. 4, 13, 6 Consul sextum creatus
T. Quinctius Capitolinus, minime opportunus vir novanti res; collega additur ei Agrippa
Menenius, cui Lanato erat cognomen; 28, 38, 6 Comitia inde creandis consulibus habuit L.
Veturius Philo, centuriaeque omnes ingenti favore P. Scipionem consulem dixerunt; collega
additur ei P. Licinius Crassus pontifex maximus; 35, 24, 5 P. Scipioni, ut dilatum viro tali
non negatum honorem appareret, consulatus datus est; additur ei de plebe collega M’. Acilius
Glabrio (cfr. anche 8, 16, 5; 27, 21, 5).
18
 Nei frammenti rimasti prevale di solito l’uso del gentilizio; il cognomen si ha per
Tuditano nel nostro frammento e per Cotta in 329 V.2 (= 324 Sk.: Graecia Sulpicio sorti data
Gallia Cottae), dove nello stesso verso compare, per motivi metrici, il nomen per un procon-
sole e il cognomen per l’altro. Inversione tra nomen e praenomen si ha in 331 V. 2 (= 329 Sk.:
Aelius Sextus; vd. Skutsch, p. 505 sg.).

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 49

il tentativo da parte di Ennio di riprodurre uno stile solenne, direi anzi


annalistico ed epigrafico19. Si è pensato anche all’influenza della tradizione
epica in saturni20 ed è stata notata una certa somiglianza con gli elogia degli
Scipioni (già più volte e in vari modi accostati ad Ennio), in particolare con
l’elogium più o meno coevo di P. Cornelio Scipione (probabilmente il figlio
dell’Africano), dove tra l’altro si ha nel finale una singolare disposizione dei
tria nomina e del patronimico21. Visto che si sta parlando di un membro
della gens Cornelia, vicino comunque agli Scipioni22, a cui Ennio era legato,
l’accostamento di questo frammento – già tentato per altri versi – e dell’elo-
gium potrebbe essere affascinante, ma si dovrà pensare piuttosto a generiche
somiglianze e affinità di moduli espressivi con lo stile solenne degli annali
e dei fasti. Nei Fasti Capitolini, infatti, Cetego compare così menzionato:
M. Cornelius M. f. M. n. Cethegus (CIL, vol. I 12, fr. XVIIb p. 23)23, con la

19
 L’indicazione dei consoli è elemento annalistico (S. Timpanaro, Per una nuova edi-
zione critica di Ennio, «St. it. filol. class.», n. s. XXIII [1948], p. 16); F. Caviglia, In margine
agli Annales di Ennio, «Cult. e Scuola», XIV (1975), 53, pp. 32-38: 37, parla di «stile epi-
grafico»; cfr. anche J. Rüpke, Fasti: Quellen oder Produkte römischer Geschichtsschreibung?,
«Klio», LXXVII (1995), pp. 184-202: 200 sg. e nota 83; I. Gildenhard, The ‘Annalist’ Before
the Annalists. Ennius and His Annales, in Formen römischer Geschichtsschreibung von den
Anfängen bis Livius. Gattungen – Autoren – Kontexte, hrsg. von U. Eigler et alii, Darmstadt
2003, pp. 93-114: 98-100; U. Walter, Memoria und res publica. Zur Geschichtskultur im repub-
likanischen Rom, Frankfurt 2004, p. 260 sg. e nota 222.
20
  S. M. Goldberg, Epic in Republican Rome, New York-Oxford 1995, p. 94 sg.
21
  CIL, vol. I 2 10, 7-9 = CLE, 8, 6-7 Qua re lubens te in gremiu, Scipio, recipit / Terra,
Publi, prognatum Publio, Corneli (cfr. Goldberg, Epic, p. 94 sg.; inversione di nomen e
praenomen con il cognomen seguito dal patronimico si ha anche nel più antico epitafio di
Scipione Barbato: CIL, vol. I 2 7, 2-3 = CLE, 7, 1-2 Cornelius Lucius Scipio Barbatus / Gnaivod
patre prognatus, databile al 190 ca.). Certo è che il figlio dell’Africano maggiore è celebrato
anche da Cic. Brut. 77, luogo che mostra alcuni punti in comune con il nostro brano: filius
quidem eius (sc. Scipionis Africani), is qui hunc minorem Scipionem a Paulo adoptavit, si
corpore valuisset, in primis h a b i t u s e s s e t d i s e r t u s (cfr. Brut. 57 eloquentem
... esse habitum); indicant cum oratiunculae tum historia quaedam Graeca scripta d u l c i s -
s i m e (cfr. Brut. 58 suaviloquenti ore ... suaviloquentiam); Cato 35 quam fuit inbecillus P.
Africani filius is qui te adoptavit, quam tenui aut nulla potius valetudine! quodni ita fuisset,
alterum illud extitisset l u m e n c i v i t a t i s ; ad paternam enim magnitudinem animi
doctrina uberior accesserat (cfr. Brut. 59 ingeni ipsius lumen est eloquentia); e off. 1, 121 (ma
vd. A. M. Morelli, L’epigramma latino prima di Catullo, Cassino 2000, p. 53 nota 112).
22
  H. H. Scullard, Roman Politics 220-150 B. C., Oxford 1951, p. 76 sg.
23
  A. Degrassi, Fasti Consulares et Triumphales, Roma 1947 (Inscriptiones Italiae, 13. 1),
pp. 47, 120, 450 sg. Il confronto già in Merula (Q. Enni [ ... ] Annalium libb. XIIX quae
apud varios auctores superant fragmenta, conlecta, composita, inlustrata ab P. [ ... ] Merula,
Lugduni Batavorum 1595, p. ccccxciiii).

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50 Giorgio Piras

separazione tra nomen e cognomen che abbiamo nel nostro frammento, una
formulazione però non eccezionale, ma consueta nello stile dei Fasti.
Certo non appare casuale il fatto che la disposizione dei nomi consente
di collocare al centro del primo verso, in particolare evidenza, il nome della
gens di Cetego. Si noti inoltre come nomen e cognomen, allitteranti tra di
loro, si trovino disposti in modo tale da essere affiancati da due termini a
loro volta allitteranti tra loro (orator Cornelius / ore Cethegus) secondo uno
schema ABAB. Non solo, ma orator e ore costituiscono certamente una
figura etimologica24, visto anche che lo stesso Ennio altrove insiste sulla
vicinanza tra os e oratio (scen. 306 V.2 = 258 Jocelyn: quam tibi ex ore ora-
tionem duriter dictis dedit). Da sottolineare, infine, l’enjambement che lega
suaviloquenti ore, ablativo di qualità compreso tra i due nomi della persona
da esso caratterizzata. Insomma non si tratta affatto di versi rozzi, ma anzi
essi appaiono di fattura piuttosto ricercata.
Interessante anche suaviloquens, probabilmente una neoformazione
enniana (si confronti pure ann. 582 sg. V.2 = 593 Sk. oratores/doctiloqui)25,
che ebbe una certa fortuna in Cicerone e Lucrezio26, forse calco dell’attri-
buto omerico di Nestore (Il. 1, 247 sg. Neéstwr / h|duephév... a\gorhthév)27. Da
sottolineare come nella celebre descrizione dell’‘amico di Servilio’, questi
sia definito da Ennio suavis homo (ann. 245 V.2 = 280 Sk.) ed è noto che già
Elio Stilone riteneva questa caratterizzazione come autobiografica da parte
del poeta (cfr. Gell. 12, 4, 5).

Dopo la citazione dei primi versi su Cetego, Cicerone ne ricapitola


la sostanza evidenziando i termini principali della definizione enniana

24
 Diffusa questa etimologia nell’antichità: vd. p. es. Varr. ling. 6, 76 oro ab ore ... et
oratio et orator; 7, 41 orator dictus ab oratione, ecc. (vd. già Plaut. merc. 176 tu quidem ex ore
orationem mi eripis). Sul gusto etimologizzante in Ennio vd. A. M. Tempesti, Un’etimologia
enniana in Carisio (e il gusto paretimologizzante di Ennio), «Studi e ricerche dell’Istituto di
Latino (Genova)», IV (1981), pp. 123-134; W. J. Dominik, From Greece to Rome: Ennius’
Annales, in Roman Epic, ed. by A. J. Boyle, London-New York 1993, pp. 37-58: 54 sg.
25
 M. Leumann, Die lateinische Dichtersprache, in Kleine Schriften, Zürich-Stuttgart
1959, pp. 131-156: 137; Jocelyn, The Poems, p. 1019 nota 328. Blandiloquentia compare in
scen. 267 V.2 (= 226 J.).
26
 Cfr. in part. Lucr. 1, 945 sg. = 4, 20 sg. suaviloquenti / carmine, che sembra imitare
Ennio anche nell’enjambement.
27
 Lo stesso Cicerone nota nel Brutus che Nestore è caratterizzato da Omero come dota-
to di suavitas (40): neque enim iam Troicis temporibus tantum laudis in dicendo Ulixi tribuisset
Homerus et Nestori, quorum alterum vim habere voluit, alterum suavitatem, nisi iam tum esset
honos eloquentiae; neque ipse poeta hic tam [idem] ornatus in dicendo ac plane orator fuisset.

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 51

dell’uomo politico come oratore dal dolce eloquio (et oratorem appellat et
suaviloquentiam tribuit) per concedersi un inciso sugli oratori contempora-
nei che a suo dire latrant ... non loquuntur. Quindi cita altri versi di Ennio,
celebrazione somma di eloquenza:
sed est ea laus eloquentiae certe maxuma:
‘is dictust ollis popularibus olim,
qui tum vivebant homines atque aevum agitabant,
flos delibatus populi’.
Anche questi versi (306-308 V.2 = Sk.) mostrano una certa complessità sintat-
tica e hanno suscitato varie discussioni testuali, in particolare per tentare di
unificarli a quelli citati precedentemente da Cicerone e anche per superare
l’apparente ridondanza dell’espressione ollis popularibus olim, qui tum ...
homines ... Nell’editio princeps dei frammenti enniani curata dagli Estienne
nel 156428 i vv. 305 e 306 V.2 (= 306 Sk.), separati nel Brutus dall’intervento
ciceroniano, erano stampati di seguito, dato che non era stato ancora accolto
lo scioglimento in Marci della m finale del tràdito collegam della fine del
v. precedente (vd. sopra, nota 12)29: filius. Is dictus ollis popularibus olim.
Colonna riprese nel 1590 questa lettura, mettendo una virgola prima di olim,
che andava così a legarsi alla frase seguente con una ridondanza sintattica
che pare eccessiva: filius is dictus olleis popularibus, olim30; non sembra inve-
ce esservi dubbio che olim vada collegato a dictust presente nello stesso verso
(«fu detto un tempo»).
Per unificare il terzo e quarto verso del frammento, una volta accolta la
lettura collega Marci, Merula espunse olim di fine verso, probabilmente per
la sua apparente ridondanza (nelle note di commento sostiene semplicemen-
te che vada eliminato), spostando al suo posto ollis tràdito prima di popula-

28
  Fragmenta poetarum veterum Latinorum, quorum opera non extant ( ... ) undique a
Rob. Stephano summa diligentia olim congesta; nunc autem ab Henrico Stephano eius filio
digesta ( ... ), [Genevae] 1564, p. 81.
29
 Estienne (p. 82) conosceva già la lettura collega Marci, ma non la accetta perché non
avrebbe permesso di unificare il terzo e quarto verso del frammento («sciendum est prae-
terea legi et sic versum secundum ‘Ore Cethegus Marcus Tuditano collega Marci’. Quae
lectio magis convenire cum prima voce tertii versi [i.e. filius] videtur, sed stare versum non
permittit»).
30
  Q. Ennii poetae vetustissimi quae supersunt fragmenta ab Hieronymo Columna con-
quisita disposita et explicata ad Ioannem filium, Neapoli MDXC, p. 156. Colonna (p. 157)
cita anche tre ulteriori versioni del v. attribuite genericamente ad alii che appaiono con ogni
probabilità tentativi di emendazione del testo (Filius is Marcei dictus popularibus olleis; Filiu’
Marci auris dictus popularibus olim; Filius is cuncteis dictus popularibus olleis).

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52 Giorgio Piras

ribus: Marci filius: is dictus popularibus olleis, / quei tum …31. Questa lettura
è stata consueta per un certo tempo, fintanto che i due versi, o meglio le due
porzioni di verso tràdite da Cicerone, Marci filius e is dictust ollis populari-
bus olim, sono state di nuovo separate in Hug32 e così sono stampate anche
in Valmaggi e Vahlen; Skutsch ha infine recuperato la lettura unificata di
Merula con l’espunzione di olim e la trasposizione di ollis a fine verso33,
seguito da Flores (2003). Skutsch ha anche tentato di spiegare l’errata – dal
suo punto di vista – presenza di ollis e olim nello stesso verso: olim sarebbe
una corruzione dell’originario ollis, più difficile e simile, che, rimasto (o
inserito di nuovo) come variante nella tradizione, sarebbe poi stato errone-
amente collocato prima di popularibus. La prova della posizione sospetta
di ollis così come ci è tramandato sarebbe fornita dalla tradizione gelliana
di questi versi enniani di cui parleremo più avanti: nei mss. di Gellio (12,
2, 3) si ha traccia di una t dopo dictus (essi tramandano infatti dictus tollis),
che rende assai probabile che in Gellio di debba leggere dictust (così gli
editori gelliani da Gronovius, 1651). In Ennio non costituisce un problema
l’ellisse del verbo esse a formare una frase nominale (difficile, anche se forse
non impossibile, che si possa trattare di un participio congiunto)34. La lieve

  Merula, p. xxiv. Nel commento (p. ccccxcv), partendo dalla presunta lezione di
31

Gellio (testimone, come vedremo, di questo passo) Is dictus cunctis ollis popularibus olim,
afferma di essere giunto alla lezione a testo, sostenendo l’espunzione di olim anche in
Cicerone; in mg. si legge «Ennio melius, reiecto glossemate». Merula si attribuisce anche il
merito di aver recuperato ad Ennio le parole Marci filius (p. ccccxciv): «Haec, putata qui-
busdam verba Ciceronis, adscripsi Ennio».
32
  Th. Hug, Q. Ennii Annalium librorum VII-IX sive de bellis Punicis fragmenta emen-
data disposita illustrata. Commentatio philologica, Bonnae 1852, p. 10. I vv. erano unificati
ancora in Spangenberg (Quinti Ennii Annalium libb. XVIII fragmenta [ ... ] opera et studio
E. S., Lipsiae 1825, p. 130 sg.).
33
 O. Skutsch, Enniana V, «Class. Quart.», LVII (1963), pp. 89-100: 98-99 (= Studia
Enniana, London 1968, pp. 86-102: 97-99); Id., Addition to Enniana V, in Studia Enniana,
p. 194 (cfr. anche ediz., p. 28). Deboli le considerazioni addotte – oltre a quello che segue
nel testo – per non separare il terzo e quarto verso: non sarebbe facile colmare la lacuna tra
Marci filius e is dictus e apparirebbe probabile, inoltre, che Cicerone riprenda la citazione
esattamente dal punto in cui l’ha interrotta così come fa nel caso del terzo frammento, ma
diverso è in realtà il modo in cui quest’ultimo viene introdotto (vd. infra, p. 57). Infondata
pare anche la conclusione che ollis in Ennio avrebbe dovuto trovarsi a fine verso, basata
sulla posizione consueta di olle e olim: olle si trova in Ennio solo in inizio di verso, ma in
mezzo o in fine sia in Virgilio che in Lucrezio; olim all’interno in Ennio, ma anche in fine
sia in Virgilio che in Lucrezio!
34
  Per l’ellissi della copula vd. R. Frobenius, Die Syntax des Ennius, Diss. Erlangen 1910,
p. 20 sg.; N. Catone, Grammatica enniana, Firenze 1964, p. 109 sg.; C. Mandolfo, Aspetti
linguistici negli Annales di Ennio, «Siculorum Gymnasium», LI (1998), pp. 555-582: 573. Se

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 53

correzione nel testo di Gellio sarebbe stata apportata secondo Skutsch per
sanare la presunta difficoltà prosodica dell’ultima sillaba di dictus, aperta
e breve, seguita da ollis (in realtà un possibile caso di allungamento in arsi
davanti ad elisione)35; nel testo enniano autentico tale sillaba sarebbe stata
invece chiusa dalla p del seguente popularibus. L’ipotesi, ingegnosa ma piut-
tosto azzardata, nacque anche perché Skutsch, sulle orme di Vahlen36, aveva
ritenuto che ollis prima di popularibus mancasse in Cicerone e fosse presente
solo in Gellio37. La successiva parafrasi dell’espressione con illi homines
(59) sembra del resto confermare la presenza di ollis nel testo enniano che
Cicerone stava utilizzando38, mentre non chiarisce con certezza se vi fosse

fosse realmente un participio congiunto (per l’uso enniano Frobenius, Syntax, p. 65 sg.),
bisognerebbe supporre che Cicerone abbia tralasciato il verbo principale dell’intera frase e
comunque interpretato – o reinterpretato – il frammento così citato come un’espressione di
senso compiuto come dimostra la successiva parafrasi, illi ... esse dixerunt.
35
  Sulla questione vd. S. Timpanaro, Per una nuova edizione critica di Ennio, «St. it. filol.
class.», n. s. XXII (1947), pp. 33-77: 54 sgg. (cfr. Id., Ripensamenti enniani, in Contributi di
filologia e di storia della lingua latina, Roma 1978, pp. 623-671: 630 sg.); Id., Due note enniane,
«Riv. di filol.», CXIV (1986), pp. 5-47: 17-26 (= Nuovi contributi di filologia e storia della lin-
gua latina, Bologna 1994, pp. 165-202: 175-183); S. Mariotti, Lezioni su Ennio, Urbino 19912,
p. 60 sg.; O. Skutsch, Enniana I, «Class. Quart.», XXXVIII (1944), pp. 79-86: 82 (= Studia
Enniana, pp. 18-29: 21). In realtà il fenomeno, benché raro, è senz’altro presente in Ennio
(e non solo in parole con tre brevi finali come sostiene Skutsch): in cesura semiquinaria in
ann. 170, 282, 508 V.2 (= 158, 264, 529 Sk.); in semiternaria in ann. 18 V.2 (= 15 Sk.) e anche
altrove (vd. Skutsch, ad locc. e p. 58).
36
  L’errore è nell’apparato della prima edizione (Ennianae Poesis Reliquiae, rec. I. V.,
Lipsiae 1854, p. 46; i vv. erano numerati allora 304-309 e vi era qualche piccola variazione
grafica: Cetegus, conlega; la svista anche nell’apparato dei Fragmenta Poetarum Romanorum,
collegit et emendavit Ae. Baehrens, Lipsiae 1886, p. 90); nell’apparato della seconda edizio-
ne non è stato poi corretto in maniera chiara.
37
  La svista è corretta in Skutsch, Studia Enniana, pp. 97 e 194 («the explanation of the
corruption given by me is therefore far from ‘perfect’»).
38
  Illi era superfluo per rendere un plurale generico: cfr. Brut. 68 ita enim tum loque-
bantur. Homines è ripreso da Cicerone dal verso successivo, mentre in Ennio ollis è riferito
a popularibus, da intendere probabilmente come aggettivo di homines, sostantivo ‘attratto’
al nominativo del pronome relativo di apertura della proposizione e del v. (cfr. Frobenius,
Syntax, p. 97), e forse come aggettivo intendeva popularis Cicerone. Populares si trova anche
in ann. 136 V.2 = 122 Sk. quamde tuas omnes legiones ac popularis, dove potrebbe essere
anche sostantivato. Popularis negli autori arcaici è del resto sempre sostantivato (Naev. bell.
46, 2 Str.; Plaut. Amph. 193; aul. 406, ecc.); aggettivo in clausola in Verg. Aen. 6, 816 (popula-
ribus auris); Luc. 1, 132; Sil. 7, 512. È aggettivo p. es. in Cic. Verr. ii 5, 13 homines populares ac
nobiles; Phil. 1, 37 popularibus civibus. Nel nostro passo non sarebbe impossibile intenderlo
come aggettivo sostantivato: «dai concittadini, quegli uomini che allora ... ». Segnalo la
clausola civibus olim in Oct. 679.

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54 Giorgio Piras

anche olim. Viste le condizioni della tradizione, è comunque sicuro che


ollis ... olim è lezione almeno del codice di Cicerone utilizzato da Gellio
(e, come vedremo, prima da Seneca) e della fonte della nostra tradizione
diretta del Brutus (inverosimile pensare che una successiva ‘interpolazione’,
condotta magari su di un ms. enniano, sia poi confluita indipendentemente
sia nei testimoni di Cicerone che di Seneca/Gellio, o che quest’ultimo abbia
influenzato la tradizione ciceroniana) e penso sia molto probabile che il testo
tramandato da Gellio e dai nostri mss. ciceroniani sia effettivamente almeno
quello dell’Ennio noto a Cicerone.
I sospetti degli editori si sono concentrati in particolare su olim anche
perché è apparsa dura e ridondante la correlazione olim ... tum, priva di
paralleli perfettamente calzanti negli autori arcaici e in Cicerone39. Il testo
enniano, come nel caso della prima citazione, è parafrasato e commentato
immediatamente da Cicerone (59): dopo un’espressione di assenso (probe
vero) e la definizione dell’eloquentia come lumen dell’ingenium dell’uomo
(ut enim hominis decus ingenium, sic ingeni ipsius lumen est eloquentia), egli
afferma che qua (sc. eloquentia) virum (sc. Cethegum) excellentem40 praeclare
tum illi homines florem populi esse dixerunt (al par. 58 aveva prima parafrasa-
to il testo enniano e poi aveva espresso il suo commento), con una termino-
logia che verrà ripresa in seguito nel Brutus anche a proposito dell’eloquentia
delle Origines di Catone (66): iam vero Origines eius (sc. Catonis) quem
f l o r e m aut quod l u m e n e l o q u e n t i a e non habent? amatores huic
desunt (si è già detto del forte legame nel nome di Ennio tra la descrizione
di Cetego e quella di Catone; cfr. anche Brut. 298). Come si vede, Cicerone
riprende nella parafrasi alcune parole enniane: illi (= ollis), homines, florem
populi (= flos populi) e dixerunt (= dictus/dictust). Le prime tre locuzioni si
presentano nel medesimo ordine in cui compaiono anche in Ennio, l’ultima
rimanda invece al primo dei versi citati in questa porzione di testo (306 V.2
= Sk.). Rimane poi incerto se un’altra parola enniana ripresa da Cicerone, il
tum, possa essere collegato con homines e richiamare quindi in maniera un
po’ ardita il secondo verso (307 V.2 = Sk.), «gli uomini di allora»; così come

  Vd. i luoghi simili segnalati da Vahlen, Opuscula Academica, vol. I, p. 92, secondo il
39

quale non vi sarebbe «nihil ... aptius aut sermoni Latino convenientius» della espressione «is
dictus est olim illis popularibus qui tum vivebant homines». Piuttosto frequente è del resto
la correlazione tra olim e tum; con i medesimi tempi di Ennio compare in Ter. ad. 809 tu
illos duo olim pro re tolerabas tua ... (811 sg.) et me tum uxorem credidisti scilicet / ducturum
(con altri tempi anche heat. 443-445; Phorm. 912 e Plaut. capt. 871).
40
 Per excello + abl. semplice cfr. p. es. Brut. 84 sed est mos hominum, ut nolint eundem
pluribus rebus excellere.

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 55

è collocato in Cicerone sembra difficile possa essere associato al precedente


excellentem praeclare (sarebbe stato più naturale dire piuttosto tum e. p. o,
ancora meglio, e. tum p.)41. Mi pare però che il collegamento più naturale sia
con dixerunt («allora dissero ... »). Si potrebbe pensare che Cicerone abbia
compendiato l’enniano «fu detto da quei concittadini che vivevano allora»
semplicemente con «dissero allora quegli uomini», non del tutto equivalen-
te però, e credo sia possibile sospettare che Cicerone con il suo tum abbia
voluto in realtà riprendere non il tum di Ennio 307 V.2 (= Sk.), ma l’olim del
verso precedente, cioè che tum dixerunt equivalga a dictus (est) olim.
In Ennio, inoltre, la presenza di olim serve a rafforzare la distanza tra il
tempo dei fatti narrati e quello della narrazione, contemporaneo allo stesso
Ennio, cioè in sostanza tra i tempi di Cetego e della seconda guerra punica
da un lato, e quelli di Ennio scrittore dall’altro (si ricordi anche l’osservazio-
ne da parte di Cicerone che Ennio scriveva dopo la morte di Cetego). Ennio
passa dal presente storico dei primi versi (additur) al perfetto e imperfetto
(dictus [est]/vivebant ... agitabant) della seconda porzione, un cambiamento
rispettato anche nelle due parafrasi ciceroniane dove si usa prima il presente
(appellat, tribuit) e poi il perfetto (dixerunt); nonostante negli Annales non
manchino esempi significativi di cambiamento del tempo della narrazione
(p. es. presente storico e imperfetto descrittivo nell’osservazione del volo
degli uccelli da parte di Romolo e Remo: 77 sgg. V.2 = 72 sgg. Sk.) e qui si
possa pensare ad una sorta di imperfetto di consuetudine, è pur vero che
il passaggio dal presente al passato nei verbi e l’uso almeno di tum segnano
uno scarto tra i tempi di Cetego e quelli di Ennio42. Insomma Ennio sicura-
mente voleva sottolineare che i fatti narrati erano lontani da lui (a prescin-
dere da eventuali prese di distanza sulle reali capacità oratorie di Cetego
o comunque sul suo stile e sulle effettive possibilità critiche dei contem-
poranei dell’oratore rispetto alla propria generazione43, che da quanto ci è

41
  Praeclare andrebbe collegato a dixerunt secondo Douglas (M. Tulli Ciceronis Brutus,
ed. by A. E. D., Oxford 1966, p. 49).
42
 Il perfetto passivo è probabilmente qui da intendere come un ‘konstatierendes
Perfekt’ (Hofmann-Szantyr, p. 318); cfr. scen. 261 V.2 = 220 J. multi qui domi aetatem age-
rent propterea sunt improbati (appare quindi accettabile la traduzione di Hendrickson, «he
used to be called»; vd. anche il luogo terenziano cit. alla nota 39). Anche Cicerone sembra
influenzato in questi capitoli da tale modello oppositivo passato/presente: abbiamo già visto
il par. 56 sed eos oratores habitos esse aut omnino t u m ullum eloquentiae praemium fuisse
nihil sane mihi legisse videor; cfr. anche 68 antiquior est huius sermo et quaedam horridiora
verba. ita enim t u m loquebantur, ancora una volta a proposito di Catone.
43
 Così H. Fränkel, Griechische Bildung in altrömischen Epen II, «Hermes», LXX (1935),
pp. 59-72: 64-66.

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56 Giorgio Piras

rimasto non possiamo inferire con certezza). Si pensi del resto anche all’olim
del celebre proemio al libro VII degli Annales citato proprio nel Brutus non
molto dopo (71 e 76: versibus quos olim Faunei vatesque canebant [214 sg. V.2
= 207 sg. Sk.], con il seguente cum)44.
A favore, infine, del mantenimento del tràdito olim credo che non vada
sottovalutata anche l’allitterazione che si viene così a creare con ollis, e a
ritroso con la coppia orator ... ore45, una forte paronomasia che è sfruttata
anche da altri poeti latini arcaici e non (Plauto, Terenzio, ma anche Orazio,
Ovidio, Silio Italico). Non ci sono invece prove che gli antichi avessero sen-
tore del legame etimologico tra olle/ille e olim, come abbiamo visto essere
sicuro per orator e ore46.
Al v. 307 V.2 (= Sk.) si presenta un altro problema testuale: i codici
ciceroniani hanno aevum agebant, accettabile a patto di ipotizzare uno iato
prosodico tra le due parole, mentre i mss. di Gellio presentano la lezione
aevum agitabant, accolta dagli editori enniani47. Nel caso di aevum agebant
è possibile che lo iato abbia rappresentato una difficoltà e la lezione sia
stata corretta più tardi nel corso della tradizione, probabilmente prima di
Gellio48; si tratterebbe di un intervento che farebbe il paio con la chiusu-
ra della sillaba finale di dictus mediante la t di cui abbiamo già discusso:

44
 Cfr. Suerbaum, Untersuchungen, p. 343 (non mi soffermo qui sulla problematica rico-
struzione del testo di questo frammento per la quale rinvio ai principali commenti). Olim
rimanda senza dubbio al tempo passato anche nelle altre due occorrenze negli Annales: 146
V.2 (= Sk., che però accetta la correzione in olli: vd. comm. ad loc.) olim ... dedit; 321 V.2 (=
319 Sk.) velut olim turserat.
45
 Cfr. A. Grilli, Studi enniani, Brescia [1965], p. 235, che nota anche Atque Aevum
Agitabant (l’allitterazione iniziale tra oggetto e verbo è segnalata già in W. Ebrard, Die
Allitteration in der lateinischen Sprache, Progr. Bayreuth 1881/1882, p. 26); J. Untermann,
Entwürfe zu einer Enniusgrammatik, in Ennius. Sept exposés, pp. 209-245: 214; P. A. Perotti,
De sonorum proprietatibus apud Ennium, «Latinitas», XXXIX (1991), pp. 181-199: 191. La
paronomasia sembra addirittura una difficoltà per Skutsch, Studia Enniana, p. 194.
46
  Molto tarda la testimonianza di Virgilio Grammatico (epit. p. 44, 17 H. adverbia ex
pronominibus nasci certissimum est ut quondam ex quodam, ollim ex olli ... ).
47
  Fanno eccezione Traglia e Flores. Considera genuine – sulla scorta di Vahlen – le
lezioni gelliane (e prima senecane) dictust e agitabant J. Borucki, Seneca philosophus quam
habeat auctoritatem in aliorum scriptorum locis afferendis, Borna-Leipzig 1926, p. 20. Aevum
agitare si trova in Verg. georg. 4, 154 agitant sub legibus aevum; aevum agere in Pacuvio, TRF
262; Lucr. 5, 82 = 6, 58; Hor. sat. 1, 5, 101; Ov. met. 10, 243; Ps. Quint. decl. 13, 2. Agitare si
trova in ann. 271 V.2 (= 251 Sk.).
48
  S. Timpanaro, Per una nuova edizione critica di Ennio, «St. it. filol. class.», n. s. XXI
(1946), pp. 41-81: 53 sg. (cfr. Id., Ripensamenti enniani, p. 647); contra Skutsch, Enniana V,
p. 98 nota 30 (= Studia Enniana, p. 102 nota 30); Id., Notes on Ennius, V, «Bull. Inst. Class.
St.», XXVII (1980), pp. 103-108: 106.

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 57

entrambe le lezioni potrebbero essere correzioni dotte riguardanti la pro-


sodia e andrebbero quindi mantenute in Gellio ma respinte in Cicerone
e in Ennio. Se invece consideriamo tali lezioni giuste in Ennio dobbiamo
ovviamente correggere anche Cicerone se non vogliamo intenderle come sue
‘sviste’ nella citazione: dictus e agebant dei codici del Brutus sarebbero assai
probabilmente errori della nostra tradizione del dialogo che andrebbero
corretti (così di solito gli editori ciceroniani). Benché difficiliores dal punto
di vista metrico-prosodico, dictus e agebant sono infatti facili corruzioni dal
punto di vista puramente meccanico; agebant potrebbe essere stato influen-
zato dal precedente vivebant con cui d’altro canto formerebbe una rima. Si
dovrebbe pensare ad errori introdotti con ogni verisimiglianza in una fase
successiva a quella cui risale la fonte dei mss. gelliani e indipendentemente
da tale ramo della tradizione (ma sul problema vd. anche infra, p. 68 sg.).

La terza e ultima citazione dal brano enniano in Cicerone è composta da


due sole parole, Suadai medulla (almeno così sembra si debba ricavare dalla
tradizione del Brutus, dove si ha traccia di una i dopo Suada che farebbe
pensare ad un gen. in -ai; a questa forma sembra anche che possa essere
ricondotto il Suada dei codici gelliani). In questo terzo caso Cicerone non
separa in maniera chiara le proprie parole dal testo citato che è così privo
di una chiara formula introduttiva come invece avveniva nei due casi pre-
cedenti (58: est igitur s i c apud illum in nono, ut opinor, annali e poi est e a
laus eloquentiae certe maxuma), ma che si tratti di parole di Ennio è chiaro
dall’impossibilità sintattica di inserirle nella frase ciceroniana precedente.
In Ennio medulla può dipendere sempre da dictus del v. 306 V.2 (= Sk.) e
l’espressione sembra poter essere collocata nello stesso verso di flos deliba-
tus populi con cui formerebbe un chiasmo (senza interruzione vedremo che
appaiono i due emistichi in Gellio)49; per ragioni metriche è però indispen-
sabile che la sillaba finale di Suadai sia seguita da una sillaba breve che è
molto probabile possa essere l’enclitica -que (correzione già della princeps).
Oltre alla vulgata suadaeque (con la rinuncia al gen. arcaico), si è pensato
così a Suadaique con il genitivo in -ai monosillabico (come testimoniato in
iscrizioni) o al gen. arcaico Suadasque50. Suada richiama suaviloquenti del

49
 Sulle due metafore vd. W. Beare, Flos delibatus populi suadaeque medulla, «Class.
Review», XL (1926), p. 192; M. R. Lefkowitz, Metaphor and simile in Ennius, «Class. Journ.»,
LV (1959), pp. 123-125: 124.
50
  Proposte dovute rispettivamente a Mariotti, Lezioni, p. 75 e a S. Timpanaro, Note
a Livio Andronico, Ennio, Varrone, Virgilio, «Ann. Scuola Norm. Sup. Pisa», s. 2, XVIII
(1949), pp. 186-204: 194-196 (cfr. Id., Ripensamenti enniani, p. 647 sg.). Suadaique è accolto

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58 Giorgio Piras

primo verso e questo richiamo a distanza contribuisce chiaramente a dare


unità al frammento (senza che peraltro si possa su questa base concludere
che il testo enniano formi un’unità metricamente conchiusa di 5 versi). C’è
da chiedersi però se in Cicerone l’incompletezza dell’ultimo verso non sia
in realtà intenzionale piuttosto che il frutto di un guasto della tradizione
trasmesso poi ai successivi testimoni (sulla questione vd. anche infra, p. 69):
l’espressione, predicato di is dictus alla pari di flos delibatus populi, potrebbe
essere stata citata senza preoccuparsi di completare il verso con tutti i suoi
elementi e di collegare sintatticamente al primo predicato Suadai medulla,
a motivo dell’inserzione del proprio commento e secondo una libertà di
citazione non rara in Cicerone51. Mi fa piacere segnalare in questa sede che
in tale direzione si esprimeva già nel 1948 anche Scevola Mariotti in una
lettera privata a Sebastiano Timpanaro52. Se l’omissione è quindi intenzio-
nale, naturalmente il testo del Brutus non andrebbe integrato (scelta del solo
Hendrickson e della Malcovati nell’edizione divulgativa)53, lasciando alle
edizioni di Ennio il supplemento di cui abbiamo parlato.

da Skutsch, Traglia e Flores. G. E. Manzoni, Gli arcaismi negli Annales di Ennio, «Civiltà
Class. e Cristiana», IX (1988), pp. 263-301: 271 nota 32, dubita della lezione Suadai per la
costante collocazione in fine di v. del gen. in -ai nei frammenti conservati degli Annales
(improbabile che appartenga a quest’opera il fr. 16 V.2 = op. inc. 1 Sk.), ma il nostro sarebbe
un caso di prosodia eccezionale che non può essere compreso nella tipologia corrente del
gen. arcaico bisillabico.
51
 Cfr. Timpanaro, Note, p. 194: «è naturale che egli (i. e. Cicerone), riprendendo la
citazione dopo la lunga parentesi, abbia tralasciato il -que, che ormai non serviva più a con-
giungere Suadae medulla con flos delibatus populi». Più difficile pensare che l’omissione sia
stata volontaria in Gellio (vd. infra).
52
 La lettera è in corso di pubblicazione nell’edizione del carteggio Timpanaro-Mariotti
curata da P. Parroni per le edizioni della Scuola Normale Superiore di Pisa (vd. anche nota
successiva).
53
  M. Tullio Cicerone, Bruto, a cura di E. M., Milano 1981 (forse non è casuale il fatto
che la revisione del volume sia stata compiuta da Scevola Mariotti). Non è chiaro se Skutsch,
ad loc., attribuendo dubitativamente alla lunga interruzione tra le citazioni l’assenza del -que
nel Brutus, intendesse l’omissione come volontaria da parte di Cicerone e quindi fosse da
mantenere nel testo di quest’ultimo (nel commento la testimonianza del Brutus riportata ha
in effetti Suadai): non è però propriamente la l u n g h e z z a della perifrasi ciceroniana
del secondo fr. la causa della mancanza della congiunzione (vd. la giusta spiegazione di
Timpanaro cit. alla nota 51) e d’altro canto l’osservazione sembra contraddittoria con quan-
to sostenuto a proposito della continuità della citazione di tutto il frammento da parte di
Cicerone (vd. supra, nota 33). R. Sabbadini, Una citazione enniana nel ‘Brutus’ di Cicerone,
«Riv. di filol.», XLVI (1918), pp. 78-80, che pensava, sulla base della tipologia di citazione
ciceroniana, a tre frammenti distinti, nell’ultimo manteneva separati anche Suadai e medulla.

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 59

Anche di questa citazione Cicerone fornisce immediatamente un com-


mento con la spiegazione del raro Suada, equivalente del greco Peiqwè, da
Eupoli immaginata come stabilmente collocata sulle labbra di Pericle54 (59):
Peiqwè quam vocant Graeci, cuius effector est orator, hanc Suadam appellavit
Ennius; eius autem Cethegum medullam fuisse vult, ut, quam deam in Pericli
labris scripsit Eupolis sessitavisse, huius hic medullam nostrum oratorem
fuisse dixerit. Qui troviamo il parallelo tra greci e latini, altra costante
del Brutus specialmente nei capitoli iniziali, con la sottile distinzione tra
la Persuasione posta in Pericle sulle labbra, midollo addirittura nel caso
dell’oratore Cetego55. La pregnante definizione è stata ripresa dallo stesso
Cicerone nel Cato (50), nell’ambito di una frase che abbiamo già discusso
in precedenza per il collegamento tra Catone e Cetego (vd. sopra, p. 46), M.
vero Cethegum, quem recte ‘Suadae medullam’ dixit Ennius: l’espressione è
contestualizzata dal punto di vista sintattico ed è quindi più propriamente
una parafrasi piuttosto che una citazione letterale. Ancora dal Brutus trae
probabilmente Quintiliano la medesima caratterizzazione di Cetego (inst. 2,
15, 4): finem artis temere comprendit (sc. Isocrates), dicens esse rhetoricen ‘per-
suadendi opificem’, id est peiqou%v dhmiourgoèn: neque enim mihi permiserim
eadem uti declinatione, qua Ennius M. Cethegum ‘suadae medullam’ vocat. Il
riferimento alla derivazione della parola (declinatio) sembra proprio richia-
mare l’osservazione ciceroniana contenuta nel Brutus sull’origine greca della
parola Suada.
Sempre dal Brutus appare ricavata anche un’altra testimonianza di
Quintiliano di questi versi enniani, a proposito ancora di un’espressione
pregnante, suaviloquenti ore (inst. 11, 3, 31): sonis homines ut aera tinnitu
dinoscimus. Ita fiet illud quod Ennius probat cum dicit ‘suaviloquenti ore’
Cethegum fuisse, non quod Cicero in iis reprehendit quos ait latrare, non agere.
Esplicita la ripresa dell’opposizione ciceroniana (58) tra gli oratores che
latrant e coloro che parlano in maniera decorosa.

Alcune definizioni dell’eloquenza di Cetego presenti nella citazione


contenuta nel Brutus sono dunque riprese sia dallo stesso Cicerone, con
una sorta di autocitazione, che da Quintiliano: tali testimonianze hanno
comunque una portata ridotta dal punto di vista puramente filologico e

54
 Cfr. Eupol. 102, 5 K.-A. Peiqwé tiv e\pekaéqizen e\piè toi%v ceiélesin e vd. anche Cic. Brut.
38 e de orat. 3, 138.
55
 Prinzen, Ennius, p. 165.

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60 Giorgio Piras

della conoscenza del dettato enniano56. Di maggiore rilievo è invece la


trattazione già più volte accennata presente nel capitolo 12, 2 di Gellio, un
brano di notevole interesse da diversi punti di vista57. Il capitolo è incen-
trato su Seneca e dà conto delle valutazioni dello scrittore correnti ai tempi
di Gellio. In questo contesto viene citato un brano altrimenti perduto dal
XXII libro delle Epistole a Lucilio in cui Seneca esprime il proprio giudizio
su Ennio, in particolare sui vv. 306-308 V.2 (= Sk.) citati letteralmente nella
epistola senecana. Il giudizio di Seneca è severo, anche nei confronti di
Cicerone e del gusto arcaizzante, e così quello di Gellio sullo stesso Seneca
di cui non si accettano le critiche ad Ennio. Paradossalmente un luogo in cui
Seneca si esprime in maniera sprezzante nei confronti dei poeti arcaici e dei
loro ammiratori ci è stato preservato da un esponente del gusto arcaizzante
proprio per sottoporre a critica le opinioni senecane. Da notare che è questo
l’unico caso in cui Seneca viene citato nelle Noctes Atticae58; lo scopo è però
essenzialmente di biasimo nei suoi confronti.
Il primo paragrafo contiene due giudizi di segno diverso sul valore di
Seneca scrittore dal punto di vista stilistico-formale e contenutistico, uno
più severo che rispecchia posizioni rapportabili all’arcaismo ed uno meno
rigido a proposito del messaggio morale trasmesso dai suoi scritti. Tali
giudizi rimandano a quelli altrimenti noti di Frontone e Quintiliano59: il

  Anche un’altra espressione significativa enniana, flos populi, ha goduto di un’ulterio-


56

re testimonianza: il cosiddetto Servius auctus annota in margine a Verg. Aen. 8, 500 (flos
veterum): Ennianum. Curiosamente anche in questo caso, come a proposito della presunta
mancanza di ollis in Cicerone (vd. sopra, p. 53), Skutsch è stato indotto in errore dall’ap-
parato di Vahlen: nel commento (p. 481) egli riporta infatti la testimonianza dello scoliasta
in questo modo: «‘flos veterum’ Ennianum, quamquam Ennius non ‘flos veterum’ sed ‘flos
populi’ dixit», prendendo come testo serviano le parole di commento di Vahlen in apparato!
57
  Sul passo vd. A. Gercke, Seneca-Studien, «Jahrbb. für class. Philol.», Supplbd. XXII
(1896) (rist. an. Hildesheim-New York 1971), pp. 142-151; P. Faider, Études sur Sénèque,
Gand 1921, pp. 70-74; R. Marache, La critique littéraire de langue latine et le développement
du goût archaïsant au IIe siècle de notre ère, Rennes 1952, pp. 214-217; W. Trillitzsch, Seneca
im literarischen Urteil der Antike. Darstellung und Sammlung der Zeugnisse, Amsterdam 1971,
vol. I, pp. 72-75; Prinzen, Ennius, pp. 346-354; Aulo Gellio, Le Notti Attiche. Libro XII,
introd., testo latino, trad. e note di F. Cavazza, Bologna 1992, pp. 103-115; A. Minarini, Una
epistola perduta di Seneca e una reminiscenza oraziana, «Paideia», LII (1997), pp. 263-274; L.
Holford-Strevens, Aulus Gellius. An Antonine Scholar and His Achievement, Oxford 20032,
p. 276 sg.
58
  Per qualche altra possibile allusione a Seneca vd. A. Minarini, La prefazione delle
Noctes Atticae: Gellio fra Plinio e Seneca, «Boll. St. Lat.», XXX (2000), pp. 536-553: 543-546.
59
 Gercke, Seneca-Studien, pp. 142, 151. Gellio 12, 2 è stato trascritto in mg. al passo di
Quintiliano da Lorenzo Valla nel Paris. lat. 7723 (Lorenzo Valla, Le postille all’«Institutio
oratoria» di Quintiliano, ediz. critica a cura di L. Cesarini Martinelli-A. Perosa, Padova

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 61

primo coincide infatti ampiamente con l’opinione espressa da Frontone


nella lettera a Marco Aurelio De orationibus (pp. 153-160 van den Hout2)
– opinione che sembra peraltro tener conto e replicare ad alcune afferma-
zioni quintilianee –, anche se Gellio è meno deciso rispetto al modello.
L’espressione finale di questa prima sezione, nihilque ex veterum scriptis
habens neque gratiae neque dignitatis, è richiamata poi da Gellio sottilmente
alla fine del capitolo come per antifrasi per chiudere ad anello e in maniera
critica l’argomentazione (12: Seneca ... qui honorem coloremque v e t e r i s
orationis Soterici lectis compararit quasi minimae scilicet g r a t i a e et relictis
iam contemptisque). Il secondo giudizio presenta varie somiglianze con il
famoso ritratto delle qualità e dei difetti dell’eloquenza senecana presente in
Quintiliano, inst. 10, 1, 125-131, nel quale il retore afferma di voler smentire
la diffusa opinione secondo la quale egli condannava Seneca in maniera
quasi ostile: Quintiliano non intendeva vietare del tutto la sua lettura ma
piuttosto evitare che venisse preferito a scrittori migliori. Nel passo trovia-
mo poi gli stessi tre elementi portanti del giudizio gelliano – peraltro non
nel medesimo ordine –, la vasta dottrina (Quint. 128 plurimum studii, multa
rerum cognitio; Gell. rerum, quas dicat, scientiam doctrinamque ei non deesse
dicunt), sul piano filosofico la condanna dei vizi morali (Quint. 129 egregius
tamen vitiorum insectator fuit; Gell. in vitiis morum obiurgandis severitatem
gravitatemque non invenustam), le limitazioni sul piano stilistico (Quint. 129
multae in eo claraeque sententiae, multa etiam morum gratia legenda, sed in
eloquendo corrupta pleraque, atque eo perniciosissima quod abundant dulcibus
vitiis; Gell. alii vero elegantiae quidem in verbis parum esse non infitias eunt).
Difficile dire se le somiglianze di contenuto e di terminologia derivino da
lettura diretta o siano da attribuire alla diffusione di tale opinione tra gli
eruditi, in particolare in ambiente arcaista. Qualche assonanza – così come
di Frontone – si trova anche nel finale del capitolo gelliano: audias tamen
commemorari ac referri pauca quaedam, quae idem ipse Seneca bene dixerit,
quale ... (13) sembra riecheggiare la frase quintilianea sulla presenza in
Seneca di multae ... claraeque sententiae (si noti in Gellio il passaggio da
multae a pauca); dignus sane Seneca videatur lectione ac studio adulescentium
... (12) e adulescentium indolem non tam iuvant, quae bene dicta sunt, quam
inficiunt, quae pessime, multoque tanto magis, si et plura sunt (14) rimandano

1996, pp. 219-221), ma l’accostamento sembra dovuto probabilmente al desiderio di affian-


care giudizi stilistici antichi su Seneca: è riportata infatti da Valla anche una breve definizio-
ne dello stile di Seneca contenuta in Suet. Cal. 53, 2 (quest’ultimo rimando è già di Petrarca:
cfr. M. Accame Lanzillotta, Le postille del Petrarca a Quintiliano (Cod. Parigino lat. 7720),
«Quad. petrarcheschi», V [1988], p. 91).

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62 Giorgio Piras

invece alla considerazione di Quintiliano che Seneca sarebbe più adatto agli
eruditi e a coloro che sono iam robusti e satis firmati da un severius genus di
letture (130 sg.)60.
Gellio chiude quindi il breve regesto delle opinioni altrui su Seneca per
concentrarsi sul giudizio di quest’ultimo a proposito di Cicerone, Ennio
e Virgilio (2): mihi de omni eius ingenio deque omni scripto iudicium cen-
suramque facere non necessum est; sed quod de M. Cicerone et Q. Ennio et
P. Vergilio iudicavit, ea res cuimodi sit, ad considerandum ponemus. Anche
in questo caso è possibile che Gellio possa aver avuto in mente il quadro
della produzione senecana delineato in Quintiliano (10, 1, 128 sg.): cuius
(sc. Senecae) ... ingenium facile et copiosum ... tractavit etiam omnem fere
studiorum materiam; nam et orationes eius et poemata et epistulae et dialogi
feruntur, con la icastica conclusione di 130 velles eum suo ingenio dixisse,
alieno iudicio. Del resto proprio quest’ultimo paragrafo quintilianeo, con
la contrapposizione tra consensus eruditorum e amor puerorum, potrebbe
essere in ultima analisi alla base dell’intero capitolo di Gellio, sia che esso
rispecchi una opinione diffusa ovvero sia il frutto di lettura diretta della
Institutio oratoria.
A questo punto comincia la citazione dal perduto XXII libro delle
Epistulae morales (3-11), con l’affermazione che Seneca avrebbe definiti deri-
diculi i versi che Ennio compose de Cetego antiquo viro, cui segue la citazione
della seconda e terza porzione del frammento enniano presente in Cicerone,
senza soluzione di continuità, da is dictust a Suada (così i mss.; Suadaeque
ediz.) medulla. In particolare Seneca avrebbe commentato in tal modo que-
sti versi (4): admiror eloquentissimos viros et deditos Ennio pro optimis ridicula
laudasse. Cicero certe inter bonos eius versus et hos refert61. Nel Brutus i versi
sono commentati con un perentorio probe vere (59); si ricordino poi le parole
introduttive della citazione, sed est ea l a u s e l o q u e n t i a e c e r t e
maxuma (58). Riguardo Cicerone Seneca avrebbe poi aggiunto con non poca
malizia (5): non miror ... fuisse qui hos versus scriberet, cum fuerit, qui lauda-

  Per le ultime due affermazioni gelliane (12 e 14) si può rimandare a Quint. 125 tum
60

autem solus hic (sc. Seneca) fere in manibus adulescentium fuit e 129 in eloquendo corrupta
p l e r a q u e , atque eo perniciosissima quod abundant dulcibus vitiis (che richiama l’inizio
del ‘ritratto’, 125 corruptum et omnibus vitiis fractum dicendi genus, per il quale va citato 12,
10, 73 – di certo ancora riferito a Seneca, anche se non è nominato: falluntur ... plurimum,
qui v i t i o s u m et c o r r u p t u m dicendi genus ... magis existimant populare atque
plausibile).
61
 Cicerone è collocato al primo posto tra gli eloquentissimi anche in epist. 100, 9. Quint.
inst. 1, 8, 11 nota la frequenza nell’Arpinate di citazioni dei poeti arcaici, tra cui Ennio.

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 63

ret; nisi forte Cicero summus orator agebat causam suam et volebat suos versus
videri bonos. La dedizione ciceroniana ad Ennio lo avrebbe portato del resto
ad esserne influenzato anche nella prosa; Seneca biasimava in particolare,
quasi Enniana, l’attribuzione a Menelao in un perduto frammento del De
re publica (5, 11) di suaviloquens iucunditas e – probabilmente sempre nella
stessa opera – l’uso dell’espressione breviloquentiam in dicendo colat (7).
Sarebbe del resto il riecheggiamento dello stile arcaico un vizio proprio non
del solo Cicerone ma dei tempi (8): necesse erat haec dici, cum illa legerentur. I
rimproveri di Seneca non risparmiano infatti neanche Virgilio (10): Vergilius
quoque noster non ex alia causa duros quosdam versus et enormes et aliquid
supra mensuram trahentis interposuit, quam ut Ennianus populus adgnosce-
ret in novo carmine aliquid antiquitatis. Anche in questo caso quindi, per
compiacere il gusto arcaizzante del pubblico, l’Ennianus populus (forse un
richiamo a popularibus e populi presenti nella citazione enniana), si sarebbe
ricercato secondo Seneca un dettato dalla patina antica (versi duri e irre-
golari dal punto di vista metrico: in particolare verisimilmente gli esametri
ipermetri)62. Il filosofo avrebbe quindi concluso con una battuta di spirito la
sua analisi (11): quidam sunt ... tam magni sensus Q. Ennii, ut, licet scripti sint
inter hircosos, possint tamen inter unguentatos placere e, a proposito dei versi
enniani citati, qui huiuscemodi ... versus amant, liqueat tibi eosdem admirari
et Soterici lectos. Duplice l’ironia della prima affermazione, sia a proposito
dei magni sensus contenuti nel testo di Ennio, sia della rozzezza che non
impedisce però ai (presunti) raffinati di apprezzarlo63; amare i versi enniani
sarebbe poi come ammirare i mobili costruiti da Soterico (un personaggio
a noi altrimenti ignoto, ma di sicuro simbolo di cattivo gusto e mancata
raffinatezza).
Seneca è certamente sprezzante nei confronti di Ennio e dei suoi ammi-
ratori, ma con ogni probabilità vuole esserlo ancor più verso il gusto arcaiz-
zante di cui si individuano i modelli esemplari, per la prosa e la poesia, in
Cicerone e Virgilio64. Anche altrove Seneca non mostra certo una particola-

62
 Cfr. Prinzen, Ennius, pp. 350-353: Seneca voleva probabilmente muovere critiche ad
alcuni aspetti della versificazione virgiliana, che doveva suonargli arcaica, e attribuisce in
maniera generica e un po’ approssimativa questi presunti difetti all’influsso di Ennio.
63
  Qui Seneca allude ad Hor. sat. 1, 2, 27 pastillos Rufillus olet, Gargonius hircum (cfr.
anche sat. 1, 4, 92), un’opposizione a cui fa riferimento anche in epist. 86, 13 (vd. Minarini,
Una epistola, pp. 265-268).
64
 Cfr. G. Mazzoli, Seneca e la poesia, Milano 1970, p. 190; Prinzen, Ennius, pp. 350 e
361 («Ennius wird von Senecas Kritik an den Klassikern zwar mitgetroffen, ist aber nicht
deren eigentliches Ziel»).

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64 Giorgio Piras

re predilezione per Ennio65: scarse sono le citazioni e non tutte espressione


di apprezzamento. In De ira 3, 37, 5 Seneca associa Ennio e Cicerone come
esempi fittizi di possibile risentimento nei suoi confronti nel caso in cui egli
non amasse le loro opere: non aequis quendam oculis vidisti, quia de ingenio
tuo male locutus est: recipis hanc legem? ergo te Ennius, quo non delectaris,
odisset, et Hortensius, <si orationes eius improbares,> simultates tibi indiceret,
et Cicero, si derideres carmina eius, inimicus esset, indubbiamente un modo
molto indiretto di esprimere il proprio giudizio negativo, se mai questa era
l’intenzione66. Ma in Cons. Pol. 11, 2 la citazione – benché anonima – di un
verso del Telamo (scen. 312 V.2; cfr. Jocelyn, p. 394) è commentata da Seneca
come dignam magno viro vocem (cfr. anche 3 adiecit rem maioris et pru-
dentiae et animi). Non sono connotate in maniera evidentemente negativa
neanche le citazioni tratte da un passo altrimenti perduto del De re publica
contenute in epist. 108, 33-34 (var. 19-20 e 23-24 V.2; il brano ha in comune
con la lettera del libro XXII, oltre alla presenza di versi enniani derivati
dal De re publica, anche la riflessione sul rapporto tra Ennio e Virgilio) ed
epist. 58, 5 (quantum apud Ennium et Accium verborum situs occupaverit).
Nessuna delle altre citazioni enniane mostra la severità di giudizio presente
nel brano citato da Gellio, unico luogo in cui appaiono affermazioni così
decise sul poeta ed unico luogo in cui Seneca cita gli Annales facendo il
nome dell’autore. Del resto anche Cicerone e Virgilio sono per lo più ammi-
rati e citati positivamente da Seneca e le critiche loro rivolte nella lettera
tramandata da Gellio mal si accordano con altri luoghi senecani67. Non vi
possono però essere dubbi sull’autenticità dell’epistola (abbiamo tra l’altro
notato le somiglianze linguistiche con altre opere di Seneca in cui si parla
di Ennio): il fine polemico e l’ostilità nei confronti degli ammiratori degli
autori antichi deve aver prevalso su di una valutazione più obiettiva mante-
nuta in altre occasioni.
Alle affermazioni senecane l’arcaista Gellio, che pure abbiamo visto non
essersi esposto in principio più di tanto a proposito della considerazione
complessiva dell’opera del filosofo, risponde con giudizi e valutazioni non

  Su Seneca ed Ennio vd. Vahlen, pp. lxxiii-lxxv; Mazzoli, Seneca, pp. 189-194 (cfr.
65

anche p. 213 sg.); A. Setaioli, Seneca e gli arcaici, in Seneca e la cultura, a cura di A. S., Napoli
1991, pp. 33-45: 37 sg.; Prinzen, Ennius, pp. 346-361.
66
 Cfr. Prinzen, Ennius, p. 354. L’espressione riguardante Ennio potrebbe richiamare
volutamente Cic. orat. 36 Ennio delector, ait quispiam, quod non discedit a communi more
verborum. Si noti deridere carmina, riferito a Cicerone, mentre in Gell. 12, 2, 3-4 deridiculus
e ridiculus sono usati da Seneca per i versi enniani.
67
  Vd. Prinzen, Ennius, p. 353 sg. (con bibliografia precedente).

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 65

meno dure. Dopo aver riportato alcuni brani della lettera, Gellio aggiunge
postea hoc ... addidit insulsissime (6); definisce poi Seneca homo nugator (8)
e così introduce la citazione della battuta sugli hircosi e gli unguentati (11):
sed iam verborum Senecae piget; haec tamen inepti et insubidi hominis ioca
non praeteribo. Ironica è infine la valutazione finale dell’utilità della lettura
di Seneca per i giovani e decisa la condanna globale che non può essere
attenuata dalla presenza di alcune affermazioni condivisibili (12-14): dignus
sane Seneca videatur lectione ac studio adulescentium, qui ... audias tamen
commemorari ac referri pauca quaedam, quae idem ipse Seneca bene dixerit,
quale est illud ... sane bene; sed adulescentium indolem non tam iuvant, quae
bene dicta sunt, quam inficiunt, quae pessime, multoque tanto magis, si et plura
sunt, quae deteriora sunt, et quaedam in his non pro e\nqumhémati aliquo rei
parvae ac simplicis, sed in re ancipiti pro consilio dicuntur.
Anche dal punto di vista stilistico l’intero capitolo gelliano è improntato
nel senso della critica e del biasimo, con un significativo impiego, secondo
un uso tipico dell’autore, di arcaismi di stampo comico68 e di neologismi.
La scelta è evidente sin dal principio: l’oratio senecana vulgaria videatur et
protrita (1). Vulgaria, correzione di Gronov rispetto al tràdito vulgaris (o vul-
garias), è parola rara e arcaica69. Protritus in senso linguistico-grammaticale
si trova nella prefazione di Gellio, in un brano che presenta anche qualche
altro punto di contatto con questo giudizio sullo stile senecano70, e anche in
altri due luoghi interessanti, 5, 21, 4 (perpauca eademque a v o l g o p r o -
t r i t a ) e 18, 4, 6 (quae p r o c u l c a t a v u l g o et p r o t r i t a sunt).
L’associazione dei due aggettivi, vulgarius (ma anche vulgaris) e protritus,
compare solo in Gellio ed è il primo esempio nel capitolo di una ricca serie

68
 Vd. C. M. Calcante, Arcaismo e livelli della comunicazione letteraria nelle ‘Notti
Attiche’, in Aulo Gellio, Notti Attiche, introd. di C. M. C., trad. e note di L. Rusca, Milano
1992, vol. I, pp. 5-61: 6, 36. Contro Seneca Gellio ha lo stesso atteggiamento stilistico utiliz-
zato di solito contro i suoi avversari, in genere anonimi (Aulu-Gelle, Les nuits attiques, texte
établi et traduit par R. Marache, vol. I, Paris 1967, p. xxiii).
69
  Si trova in Turpilio, CRF 3, 205 (p. 128); Afranio, CRF 3, 263 (p. 235) e Novio, CRF 3,
98 (p. 328); in Gellio compare diverse volte (1, 22, 2; 3, 16, 18; 12, 10, 6; 13, 25, 4; 16, 5, 1;
17, 3 lemma) e la troviamo anche in Apul. apol. 12; cfr. R. Marache, Mots nouveaux et mots
archaïques chez Fronton et Aulu-Gelle, Paris [1957], p. 183 sg.
70
  Praef. 14-15: Ab his igitur, si cui forte nonnumquam tempus voluptasque erit lucu-
bratiunculas istas cognoscere, petitum impetratumque volumus, ut in legendo, quae pridem
scierint, non aspernentur quasi nota i n v o l g a t a q u e ... et satis hoc blandum est non esse
haec neque in scholis decantata neque in commentariis p r o t r i t a . Il passo ricorda Sen.
epist. 24, 6 (decantatae ... in omnibus scholis fabulae istae sunt) – anche se non per il nostro
aggettivo – secondo Minarini, La prefazione, p. 545 sg.

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di coppie sinonimiche o analogiche così caratteristiche del suo stile71 (in


questo caso si noti anche l’allitterazione vulgaria videatur che accentua l’in-
terruzione con il verbo del semplice accostamento degli aggettivi per mezzo
della congiunzione): nel solo primo paragrafo – oltre a vulgaria ... et protrita
– troviamo res atque sententiae, inepto inanique impetu, levi et causidicali72
argutia, eruditio ... vernacula et plebeia, neque gratiae neque dignitatis73, rerum
... scientiam doctrinamque, severitatem gravitatemque. Anche nugator, detto di
Seneca al par. 8, era probabilmente sentito come arcaismo comico: la parola
è frequente in Plauto e compare anche in un frammento enniano (scen. 423
V.2 = 375 J.). Forse anche l’espressione necessum est (2), che si trova abbastan-
za spesso in Gellio, era sentita dall’autore come un arcaismo (ricorre in par-
ticolare nei comici e in Lucrezio); essa contrasta con il necesse erat del testo
di Seneca (8). Significativo anche il fatto che tra le espressioni utilizzate da
Gellio per criticare Seneca compaiano neoformazioni create probabilmente
da lui, insulsissime (6) e insubidus (11; quest’ultimo in coppia allitterante e
sinonimica con ineptus)74. Sembra insomma che Gellio abbia volutamente
accentuato l’uso di parole antiche e rare in riferimento a Seneca e alla sua
lettera antiarcaista, quasi per contrastare la sua oratio vulgaria et protrita e
comunque per esprimere una valutazione negativa dei giudizi senecani su
Ennio e sulle imitazioni e riprese del testo del poeta. Di ben altro segno
sono gli arcaismi e neologismi presenti ad esempio in 12, 4 (rispettivamente
graphice, 1, e impromisca [i. e. suavitas], 3), utilizzati positivamente a propo-
sito del lungo frammento enniano contenuto nel capitolo (ann. 234 sgg. V.2
= 268 sgg. Sk.).

Appare sicuro che Seneca ha tratto dal Brutus, e non direttamente dagli
Annales, la citazione di Ennio contenuta nella lettera tramandata da Gellio.
Tutte le sue citazioni enniane sembrano del resto derivare da Cicerone: sono
tutte presenti anche nell’Arpinate, con lezioni quasi sempre coincidenti, e

71
  Vd. in part. R. Marache, La préface d’Aulu Gelle: couples et séries de synonymes ou de
mots analogues, in Letterature comparate: problemi e metodo. Studi in onore di Ettore Paratore,
Bologna 1981, pp. 785-791.
72
  I mss. hanno quasi dicaci: causidicali è congettura di Vogel, accolta dagli editori gel-
liani più recenti, che riprenderebbe una neoformazione di Frontone (p. 61, 22 v. d. H.²; cfr.
anche p. 189, 19 causidicatio).
73
  A proposito del terzo elemento dello stile senecano qui valutato, l’eruditio, Gellio
aggiunge con variazione sintattica alla coppia di aggettivi vernacula et plebeia un terzo
membro, nihilque ex veterum scriptis habens neque gratiae neque dignitatis.
74
  Vd. rispettivamente Marache, Mots nouveaux, p. 235 e p. 122; insubidus si trova anche
in 7, 1, 2; 18, 8, 1; 19, 9, 9 (insubide in 1, 2, 4; insubidius, forse avverbiale, in 13, 21, 4).

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 67

non comprendono mai porzioni di testo più ampie rispetto a quanto si trova
in Cicerone75. Nel nostro passo – come abbiamo visto – Seneca riporta la
seconda e terza porzione dei versi enniani contenuti nel Brutus. Il fram-
mento inizia come in Cicerone con is dictust, con un verso cioè incompleto
‘tagliato’ come nel Brutus, e subito dopo si dice esplicitamente Cicero certe
inter bonos eius versus et hos refert (4); abbiamo già notato d’altro canto
come parole ciceroniane accompagnino la citazione (supra, p. 62). Seneca
inoltre sembra aver avuto presente anche il primo frammento riportato in
Cicerone: gli rimprovera infatti l’uso nel De re publica del composto enniano
suaviloquens (7), l’aggettivo che caratterizzava Cetego nel primo verso citato
da Cicerone ma assente in Seneca e in Gellio.
Un ulteriore indizio che la fonte di Seneca sia Cicerone potrebbe esse-
re fornito dall’elenco stilato da Gellio degli autori giudicati dal filosofo,
Cicerone, Ennio, Virgilio (2): non è questo infatti l’ordine in cui essi com-
paiono nella lettera per come Gellio ce la tramanda, con in principio la
critica ai versi enniani citati subito dopo. Il brano senecano non inizia cioè
con il giudizio su Cicerone – come preannunciato da Gellio nell’introdurre
la lettera – e solo in seguito troviamo la sprezzante osservazione di Seneca
sulla valutazione positiva dei versi enniani da parte di Cicerone. Se pure è
possibile che la citazione da Ennio sia stata spostata in posizione iniziale
da Gellio rispetto a Seneca (cfr. 11: cum reprehendisset versus, quos supra de
Cetego posuimus)76, in tutti gli excerpta della lettera Ennio e il suo testo pre-
cedono in effetti la menzione di Cicerone che sembra presupporre sempre la
citazione del versi del Rudino: 4 d e i n d e scribit ... ‘admiror eloquentissimos
viros ... Cicero ... versus ... h o s refert’; 5 de Cicerone dicit: ‘ Non miror ...
fuisse, qui h o s versus ...’; 6 P o s t e a ... addidit ... ‘aput ipsum ... Ciceronem
... ’ ; 7 Ponit d e i n d e , quae apud Ciceronem ... ; 8 i b i ... Ciceronis errores
deprecatur; 9 D e i n d e adscribit Ciceronem .... Anche ipotizzando che
Gellio non abbia rispettato l’ordinamento originale della lettera di Seneca,
la sua formula introduttiva fa comunque pensare che il filosofo prendesse
effettivamente le mosse da Cicerone, magari mettendone subito in que-

75
 Cfr. Vahlen, p. lxxv; G. Mazzoli, Il frammento enniano ‘laus alit artis’ e il proemio
al XVI libro degli Annales, in Studi in onore di Enrica Malcovati («Athenaeum», n. s. XLII
[1964]), pp. 307-333: 309; Id., Seneca, pp. 187, 191 sg.; Prinzen, Ennius, pp. 349, 354.
76
 Cfr. L. Mercklin, Die Citiermethode und Quellenbenutzung des A. Gellius in den
Noctes Atticae, «Jahrbb. für class. Philol.», Supplbd. III (1860), 5, pp. 635-710: 645 (per
il resto Gellio segue di solito l’ordinamento della fonte). Sull’oscillazione tra riassunto e
citazione letterale cfr. O. Froehde, Römische Dichtercitate bei Gellius, in Festschrift Johannes
Vahlen zum siebenzigsten Geburtstag, Berlin 1900, pp. 523-542: 526.

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stione il gusto arcaizzante. Questa parte del testo senecano è perduta, ma


mi sembra che si rafforzi comunque ulteriormente la possibilità che i versi
enniani posti da Gellio in principio della citazione da Seneca derivassero da
Cicerone, collocato in posizione iniziale dal filosofo probabilmente anche
perché fonte del passo di Ennio.
La lettera di Seneca non sembra perciò avere il valore di una testimonian-
za autonoma da quella del Brutus, ma bisogna tenere in considerazione il fatto
che una differente tradizione ci ha consegnato questi testi: le lezioni enniane
tràdite dai mss. di Cicerone e da quelli di Gellio sono potenzialmente da
porre sullo stesso piano in quanto tramandate da tradizioni che – al di là
del momento di contatto rappresentato dalla citazione in Seneca – si sono
sviluppate in maniera indipendente tra di loro e sono state soggette a tutte le
consuete deformazioni della trasmissione manoscritta. Il testo di Ennio pre-
sente in Gellio, benché di fatto e dal nostro punto di vista tradizione indiretta
di terzo livello, non ha in quanto tale meno probabilità di essere autentico
di quello del Brutus. Si è già detto della possibilità che le variazioni tra le
due testimonianze siano il frutto di interventi intenzionali; va valutata anche
l’ipotesi che Gellio abbia ricontrollato il testo di Ennio77 (o al limite quello di
Cicerone), e non si potrebbe neanche del tutto escludere che abbia inserito lui
i versi cui Seneca poteva solamente alludere (magari con l’espressione versus
... de Cetego antiquo viro, 3, anche se propriamente queste non dovrebbero
essere parole di Seneca ma di Gellio). In tal modo Gellio avrebbe potuto
eliminare gli eventuali guasti della tradizione di Cicerone e di Seneca a lui
precedente, o addirittura del ms. enniano utilizzato da Cicerone, e le lezioni
dictust e agitabant acquisirebbero così un particolare valore. Ma, a parte
la difficoltà di valutare l’attendibilità degli eventuali testimoni disponibili
per tale operazione, non sembra molto probabile che in questo caso Gellio
abbia avuto lo scrupolo di verificare la correttezza della citazione. Si è già
visto infatti che la pericope enniana non è più ampia di quella contenuta nel
Brutus, pur essendo incompleta dal punto di vista metrico, almeno nel primo
dei tre versi. Gellio inoltre per questo frammento, in maniera insolita per lui,
non fornisce né il titolo dell’opera da cui cita né il numero del libro78.

77
 Mazzoli, Seneca, p. 192. Gellio sembra aver verificato e completato in più casi le cita-
zioni che trovava nella sua fonte (Froehde, Römische Dichtercitate, p. 539 sgg.). In 6, 2, ad.
es., completa una citazione enniana di Cesellio Vindice con lo scopo di correggerne l’inter-
pretazione linguistica; in 6, 3 tocca alle citazioni di un’orazione di Catone fatte da Tirone.
In 12, 4 l’intera citazione enniana potrebbe essere aggiunta di Gellio rispetto alla sua fonte.
78
 Le citazioni dagli Annales contengono di solito entrambi i dati (Vahlen, p. lxxxv;
Skutsch, p. 30; sulla conoscenza di Ennio da parte di Gellio vd. L. Gamberale, La tradu-

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TRADIZIONE INDIRETTA E TESTI FRAMMENTARI 69

A proposito dell’ipotesi (vd. supra, pp. 52 sg., 56 sg.) che le lezioni gel-
liane dictust e agitabant siano frutto di modifica intenzionale (non necessa-
riamente effettuata sulla scorta di collazioni), va però detto che, di contro
a queste eventuali correzioni motivate essenzialmente da fatti prosodici,
sorprenderebbe che non si sia intervenuto nel terzo verso del frammento
sull’inaccettabile Suada o Suadai medulla; la totale dipendenza di Gellio
(come di Seneca) da Cicerone spiegherebbe invece anche perché pure nella
tradizione delle Noctes Atticae manca un elemento dell’esametro (vd. supra,
p. 58). La successione dei frammenti nel Brutus rende del resto naturale
l’accostamento nell’ultimo verso di flos delibatus populi e Suadai (o Suadas)
medulla: ancora oggi è infatti questa la soluzione ritenuta più probabile e
non stupisce che Seneca e poi Gellio abbiano letto in tal modo il capitolo
ciceroniano. La giustapposizione dei due emistichi è stata condotta senza
rendersi conto dell’incompletezza dell’ultimo esametro così ricavato, tanto
più se la lezione originaria era Suadai, con la sua particolare connotazione
prosodica. È incerto se la svista sia da attribuite a Seneca o Gellio (meno
verisimilmente, se è vero che egli non ha ricontrollato Ennio); sembra pro-
babile però che la congiunzione -que non vada a questo punto restituita nel
testo senecano (dove costituirebbe una sorta di ‘errore d’autore’) e quindi
neanche in Gellio che propriamente cita l’epistola e non Ennio. Se è sicuro
che dobbiamo assegnare a Cicerone il merito di aver preservato e divulgato
versi di Ennio altrimenti destinati a perdersi per sempre, dobbiamo anche
riconoscere che egli ne ha influenzato in maniera decisiva la ricezione da
parte delle successive generazioni di lettori non più interessati o in grado di
controllarne l’originale.

zione in Gellio, Roma 1969, pp. 31-37); nei pochi casi in cui questo non avviene si tratta di
citazione indiretta (3, 14, 5; 10, 1, 6; 7, 6, 6 e 9, 4, 1 menzionano lo stesso luogo enniano che
potrebbe anche derivare indirettamente da una fonte grammaticale o lessicografica, ma vd.
Gamberale, La traduzione, p. 32 nota 64), di espressioni molto brevi, più corte di un verso
intero (2, 26, 11; 6, 12, 7; 17, 17, 1) ovvero di casi in cui Gellio cerca di ‘drammatizzare’ il
suo racconto rendendolo più vivace e attenuandone quindi la precisione filologica (10, 29,
2: pretesa citazione a memoria – cfr. 20, 10, 4, dove Gellio è come se volesse ‘giustificare’ la
citazione a memoria –; 16, 10, 1; 18, 9, 3).

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