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Appunti - Macroeconomia - Il mercato dei beni - a.a.


2014/2015
Macroeconomia / Macroeconomics (Università Commerciale Luigi Bocconi)

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IL MERCATO DEI BENI


1. LA COMPOSIZIONE DEL PIL
Per capire che cosa determina la domanda di beni, ha senso scomporre la
produzione aggregata (PIL) dal punto di vista dei vari beni prodotti e dal punto di
vista dei diversi gruppi di acquirenti di tali beni. La scomposizione del Pil:
 La prima componente del Pil è il consumo ( C ) . Si tratta di beni e servizi
acquistati dai consumatori. Il consumo è di gran lunga la componente più
importante del Pil: in genere, il consumo rappresenta circa il 60% (o più) del
reddito nazionale nelle maggiori economie europee, mentre scende a circa il 50%
del Pil nei paesi di minori dimensioni
 La seconda componente è l’investimento (I), talvolta chiamato investimento fisso
per distinguerlo dalle scorte di magazzino. L’investimento è la somma dell’
investimento non residenziale, cioè l’acquisto di nuovi impianti o macchinari da
parte delle imprese e dell’investimento residenziale, cioè l’acquisto di nuove case
o appartamenti da parte degli individui. Le imprese comprano impianti o
macchinari per produrre di più nel futuro. Le persone comprano case o
appartamenti per ottenere più servizi abitativi nel futuro. In entrambi i casi, la
decisione di acquistare dipende dai servizi che questi beni daranno in futuro. Per
questo ha senso trattarli nello stesso modo.
 La terza componente del Pil è la spesa pubblica in beni e servizi (G) . Si tratta di
beni e servizi acquistati dallo Stato e dagli enti pubblici. I servizi includono anche
quelli forniti dagli impiegati pubblici, cioè il valore dei loro stipendi. La contabilità
nazionale assume che lo Stato acquisti i servizi dai suoi impiegati per poi fornirli
gratuitamente al pubblico. G non esclude i trasferimenti, come l’assistenza
sanitaria o le pensioni, né gli interessi sul debito pubblico. Nonostante questi
siano chiaramente spese dello Stato, non rappresentano acquisti di beni e servizi.
Nel 2008, la spesa pubblica rappresentava in media il 20,9% del Pil nell’UE15.
 La somma delle prime tre voci rappresenta la spesa in beni e servizi da parte dei
residenti, siano essi consumatori, imprese o settore pubblico. Per ottenere la
spesa totale in beni nazionali dobbiamo: escludere le importazioni (IM), cioè gli
acquisti di beni e servizi dall’estero effettuati dai residenti (consumatori, imprese,
governo) ma includere le esportazioni (X) , gli acquisti di beni e servizi nazionali
da parte del resto del mondo. La differenza tra esportazioni e importazioni (X-
IM), è chiamata esportazioni nette o saldo commerciale. Se le esportazioni
eccedono le importazioni, il paese registra un avanzo commerciale. Se invece le

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esportazioni sono inferiori alle importazioni, il paese presenta un disavanzo


commerciale.
 In ogni dato anno, la produzione e le vendite non sono necessariamente uguali.
Alcuni beni prodotti potrebbero non essere venduti che nell’anno successivo o
anche oltre. E alcuni beni venduti in quell’anno potrebbero essere stati prodotti
in anni precedenti. La differenza tra beni prodotti e beni venduti in un dato anno
prende il nome di investimento in scorte. Se la produzione eccede le vendite, le
scorte di magazzino aumentano: l’investimento in scorte è positivo. Quando la
produzione è inferiore alle vendite, le scorte si riducono: l’investimento in scorte
è negativo.

2. LA DOMANDA DI BENI
Indichiamo la domanda totale di beni con Z, possiamo scrivere Z come:
Z ≡ C + I + G + X – IM
Questa funzione è un’identità. Essa definisce Z come la somma di consumo,
investimento, spesa pubblica ed esportazioni al netto delle importazioni.
Ora introduciamo delle ipotesi semplificatrici:
 Assumiamo che tutte le imprese producano uno stesso bene, che può essere
usato indifferentemente dai consumatori come bene di consumo, dalle imprese
come bene di investimento e dal governo come spesa pubblica.
 Assumiamo che le imprese siano disposte a fornire qualsiasi quantità del bene a
un dato prezzo P.
 Assumiamo che l’economia sia chiusa, cioè che non commerci con il resto del
mondo: sia le esportazioni che le importazioni sono nulle.
Per cui la domanda di beni è la somma di consumo, investimento e spesa pubblica:
Z≡C+I+G
2.1 Consumo (C)
Le decisioni di consumo dipendono da molti fattori, primo fra tutti il reddito, o
meglio il reddito disponibile (ossia, ciò che rimane del reddito percepito dopo aver
ricevuto i trasferimenti dal governo e pagato le imposte). Quando il reddito
disponibile aumenta, le persone comprano di più; quando il reddito diminuisce, esse
riducono i loro consumi. Siano C il consumo e Yd il reddito disponibile. Possiamo
scrivere:
C = C (Yd)
+

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Il consumo C è una funzione del reddito disponibile Yd . La funzione C (Yd) è chiamata


funzione del consumo. Gli economisti chiamano queste funzioni equazioni di
comportamento, per indicare il fatto che esse descrivono alcuni aspetti del
comportamento degli agenti economici (in questo caso dei consumatori).
È utile assumere che la relazione tra consumo e reddito disponibile sia data dalla
semplice relazione:
C = c0 + c1 Yd
In altre parole, è ragionevole assumere che la funzione del consumo sia una
relazione lineare, caratterizzata da due parametri:
 Il parametro c1 è chiamato propensione al consumo. Esso esprime l’effetto sul
consumo di un euro aggiuntivo di reddito disponibile. Una restrizione naturale su
c1 è che sia positivo: un aumento del reddito disponibile fa aumentare il
consumo. Un’altra restrizione naturale è che c 1 sia minore di 1: è probabile che
gli individui vogliano consumare solo una parte del loro incremento di reddito e
risparmiare il resto.
 Il parametro c0 rappresenta il consumo desiderato in corrispondenza di un
reddito disponibile nullo: se Yd = 0 allora C = c0 . Una restrizione naturale è che se
il reddito disponibile corrente fosse pari a zero, il consumo sarebbe comunque
positivo: ciò implica che c0 sia anch’esso positivo, infatti le persone consumano
pur avendo un reddito nullo attingendo ai loro risparmi o prendendo a prestito.
La relazione tra consumo e reddito disponibile è rappresentata da una linea retta:

Il consumo aumenta
Col reddito ma meno che
proporzionalmente

La sua intercetta verticale è pari a c0, la pendenza a c1.


Dobbiamo ora definire il concetto di reddito disponibile Y d. Il reddito disponibile è
dato da:
Yd ≡ Y – T

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Dove Y è il reddito e T rappresenta le imposte al netto dei trasferimenti. Sostituendo


Yd nell’equazione del consumo e risolvendo si ottiene:
C = c0 + c1 + (Y – T)
Quindi C è una funzione del reddito Y e delle imposte T. un reddito più alto fa
aumentare il consumo, ma meno che proporzionalmente. Imposte più elevate fanno
diminuire il consumo, anche in questo caso meno che proporzionalmente.

2.2 Investimento (I)


Nei modelli economici troviamo due tipi di variabili. Alcune dipendono da altre
variabili del modello e sono pertanto spiegate all’interno del modello stesso: queste
sono chiamate variabili endogene. Altre variabili invece non sono spiegate
all’interno del modello e vengono prese come date: sono le variabili esogene. Nel
nostro caso l’investimento sarà preso come dato.

I=I
Una barretta sopra la variabile ci ricorda che essa è esogena al modello.
Esistono anche variabili flusso e variabili stock:
• Una variabile flusso è la misurazione di una quantità specifica nella sua
variazione nell’unità di tempo, per esempio in un anno; tipicamente il reddito
• Una variabile stock è il valore cumulato di una variabile nel corso di più unità
temporali, per esempio in più anni; tipicamente la moneta o il capitale

2.3 Spesa pubblica (G)


Insieme alle imposte T, G descrive la politica fiscale del governo (cioè le scelte
relative alle entrate e le uscite del settore pubblico). Consideriamo G e T come
esogene per ragioni che si basano su due considerazioni:
 Poiché il governo non presenta regolarità di comportamento come i consumatori
e le imprese, non esiste un’unica funzione per G e per T che descriva il
comportamento di queste variabili come per il consumo.
 La seconda considerazione è la più importante. Uno dei compiti dei
macroeconomisti è consigliare il governo circa le decisioni di spesa e di gettito.

3. LA DETERMINAZIONE DELLA PRODUZIONE DI EQUILIBRIO


Assumendo che esportazioni e importazioni siano entrambe nulle, la domanda di
beni è la somma di consumo, investimento e spesa pubblica:
Z≡C+I+G

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Sostituendo C e I
Z = c0 + c1 (Y – T) + I + G
La domanda di beni Z dipende dal reddito Y e delle imposte T, dall’investimento I e
dalla spesa pubblica G.
Analizziamo ora l’equilibrio sul mercato dei beni e la relazione tra produzione e
domanda. Per il momento assumiamo che le imprese non abbiano scorte di
magazzino. In questo caso, l’investimento in scorte è nullo e l’equilibrio nel mercato
dei beni richiede che la produzione sia uguale alla domanda:
Y=Z
Questa equazione è chiamata equazione di equilibrio. I modelli sono composti da tre
tipi di equazioni: le identità (equazione che definisce il reddito disponibile), le
equazioni di comportamento (la funzione del consumo) e le condizioni di equilibrio
(la condizione di uguaglianza tra produzione e domanda).
Sostituendo la domanda Z:
Y = c0 + c1 (Y – T) + I + G
L’equazione esprime algebricamente il meccanismo che abbiamo descritto
informalmente: “In equilibrio, la produzione, Y (il lato sinistro dell’equazione), è
uguale alla domanda (il lato destro). A sua volta, la domanda dipende dal reddito, Y,
che è uguale alla produzione”.
Usiamo lo stesso simbolo, Y, sia per la produzione sia per il reddito. Questo non
deve creare conduzione perché reddito e produzione sono identicamente uguali:
sono due modi diversi di guardare al Pil (dal lato della produzione e dal lato del
reddito). I macroeconomisti utilizzano di solito tre strumenti:
 l’algebra, che assicura la coerenza logica del modello
 i grafici, che danno l’intuizione
 le parole, che spiegano i risultati.

3.1 L’algebra
Riscriviamo l’equazione di equilibrio come:
Y = c0 + c1Y – c1T + I + G
Spostando c1Y sul lato sinistro e riordinando i termini del lato destro otteniamo:
(1 – c1) Y = c0 + I + G – c1T
Dividiamo entrambi i lati per (1 – c1)
Y = 1/(1 – c1)*(c0 + I + G – c1T)
L’equazione descrive la produzione di equilibrio, ossia quella pari alla domanda.

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 Il termine (c0 + I + G – c1T) rappresenta la componente della domanda di beni che


non dipende dal livello di produzione. Per questo è chiamata spesa autonoma. I
primi due addenti nella parentesi sono positivi. E gli altri due ? supponiamo, per
esempio, che il governo abbia un bilancio in pareggio, cioè che le imposte siano
uguali alla spesa pubblica. Se T = G e se la propensione al consumo (c 1) è minore
di 1 allora:
(G – c1T) = (T – c1T) = (1 – c1) T > 0
Quindi (G – c1T) è positivo e quindi lo è anche la domanda autonoma. Solo se il
governo presentasse un grosso avanzo di bilancio (cioè se le imposte fossero di
gran lunga superiori alla spesa) la spesa autonoma sarebbe negativa.
 Consideriamo ora il primo fattore, 1/( 1 – c 1). Poiché la propensione al consumo
(c1) è compresa tra 0 e 1, allora è un numero maggiore di 1. Questo numero, che
moltiplica l’effetto della spesa autonoma, è chiamato moltiplicatore. Quanto più
c1 si avvicina ad 1, tanto maggiore sarà il moltiplicatore. Supponiamo che al loro
livello iniziale di reddito i consumatori decidano di consumare di più. Più
precisamente, assumiamo che c0 nell’equazione aumenti di 1 miliardo di euro. La
produzione aumenterò in misura superiore di 1 miliardo di euro. Per esempio, se
c1 è 0,6, il moltiplicatore sarà uguale a 1/(1-0,6) = 1/0,4 = 2,5, per cui la
produzione aumenterà di 2,5 x 1 miliardo di euro = 2,5 miliardi di euro. Quindi
qualsiasi aumento della spesa autonoma influenza la produzione in misura
superiore all’effetto diretto sulla spesa autonoma. L’effetto del moltiplicatore
deriva dall’incremento di co che fa aumentare la domanda, che a sua volta genera
un incremento della produzione. L’aumento della produzione porta a un
aumento del reddito dello stesso ammontare (i due sono identicamente uguali).
La crescita del reddito, a sua volta, aumenta ulteriormente il consumo che a sua
volta genera un aumento della domanda e così via.

3.2 Un grafico

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 Per prima cosa disegniamo la produzione in funzione del reddito. Misuriamo la


produzione sull’asse verticale e il reddito sull’asse orizzontale. Poiché le due
grandezze coincidono sempre la loro relazione è rappresentata dalla retta
bisettrice, con pendenza uguale a 1.
 La relazione tra domanda e reddito è data dall’equazione:
Z = (c0 + I + G – c1T) + c1Y
La domanda dipende dalla spesa autonoma e dal reddito, attraverso il suo effetto
sul consumo. Nella figura, la relazione tra domanda e reddito è rappresentata
dalla linea ZZ. L’intercetta sull’asse verticale è pari alla spesa autonoma.
L’inclinazione è uguale alla propensione al consumo c 1. Quando il reddito
aumenta di 1, la domanda aumenta di c1. Sotto l’ipotesi che c1 sia positivo ma
minore di 1, la retta è inclinata positivamente ma con pendenza inferiore a 1.
 In equilibrio, la produzione è uguale alla domanda. Pertanto la produzione di
equilibrio si trova nel punto di intersezione della retta a 45° con la curva di
domanda, nel punto A. alla sinistra di A, la domanda eccede la produzione; alla
sua destra, la produzione eccede la domanda.

Supponiamo ora che c0 aumenti di 1 miliardo di euro. Al livello iniziale di reddito


(corrispondente al punto A), i consumatori incrementano la loro spesa per consumi
di 1 miliardo di euro.

Ma per ogni valore del reddito, la domanda è più alta di 1 miliardo. Prima
dell’aumento di c0, la relazione tra domanda e reddito era rappresentata dalla retta
ZZ. Dopo l’aumento di c0 la relazione tra domanda e reddito è data da ZZ’, una curva
parallela a ZZ, ma più alta di 1 miliardo di euro. In altre parole, la curva di domanda

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trasla verso l’alto in misura pari a 1 miliardo di euro. Il nuovo equilibrio corrisponde
all’intersezione tra la retta a 45° e la nuova curva di domanda, nel punto A’. La
produzione di equilibrio aumenta da Y a Y’. E’ chiaro che l’incremento della
produzione, (Y’ – Y), che può essere misurato sia sull’asse orizzontale che sull’asse
verticale, è maggiore dell’aumento iniziale di 1 miliardo di euro (nell’asse verticale la
distanza tra Y e Y’ è più grande della distanza tra A e B che è uguale a 1 miliardo di
euro). Questo è l’effetto del moltiplicatore. L’incremento iniziale del consumo fa
aumentare la domanda di 1 miliardo di euro. Al livello iniziale di reddito, Y, la
domanda ora è data dal punto B: per soddisfare questo livello di domanda, le
imprese aumentano la produzione di 1 miliardo i euro. L’aumento della produzione
implica che il reddito aumenta di 1 miliardo di euro (reddito = produzione), cosicché
l’economia si sposta nel punto C. L’aumento di reddito induce un ulteriore aumento
della domanda, che muove l’economia nel punto D. A sua volta, in D la produzione
aumenta e così via fino ad A’, dove produzione e domanda sono di nuovo uguali.
Questo è pertanto il nuovo punto di equilibrio. Considerazione:
 Il primo aumento della domanda, indicato dalla distanza AB è uguale a 1 miliardo
di euro
 Questo primo aumento della domanda porta a un aumento equivalente della
produzione, cioè 1 miliardo di euro, anch’esso rappresentato dalla distanza AB
 Questo primo aumento della produzione porta a un aumento di pari ammontare
del reddito, indicato dalla distanza BC, anch’esso pari a 1 miliardo di euro.
 Il secondo aumento della domanda, rappresentato dalla distanza CD, è uguale a 1
miliardo di euro moltiplicato per la propensione marginale al consumo c 1 cioè c1
miliardi di euro.
 Questo secondo aumento della domanda porta a un aumento di pari ammontare
della produzione, anch’esso rappresentato dalla distanza CD, e quindi ad un
aumento di pari ammontare del reddito, indicato dalla distanza DE.
 Il terzo aumento della domanda è uguale a c 1 miliardi di euro moltiplicato per c1 ,
la propensione marginale al consumo; esso è uguale a c12 miliardi di euro.
Seguendo questa logica, l’aumento totale della produzione dopo n+1 passaggi è
uguale a 1 miliardo di euro moltiplicato per la somma
1 + c1 + c12 + . . . + c1n
Questa somma è chiamata serie geometrica.
Quando c1 è inferiore a 1 (come nel nostro caso), all’aumentare di n la somma
continua ad aumentare, ma si avvicina a un limite. Questo limite è 1/(1 – c 1),
cosicché l’aumento finale della produzione è pari a 1/(1 – c1) miliardi di euro.

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3.3 A parole
La produzione dipende dalla domanda, che a sua volta dipende dal reddito, che è
uguale alla produzione. Un incremento della domanda fa aumentare la produzione e
il reddito. L’aumento di reddito a sua volta fa aumentare la domanda e quindi la
produzione, e così via. Alla fine, il risultato è un aumento della produzione,
superiore all’incremento iniziale della domanda di un fattore pari al moltiplicatore.
La dimensione del moltiplicatore è collegata direttamente al valore della
propensione al consumo: quanto più alta è la propensione al consumo, tanto
maggiore è il moltiplicatore.

3.4 Quanto dura l’aggiustamento?


Supponiamo che c0 aumenti di 1 miliardo di euro. Sappiamo che la produzione
aumenterà di 1/(1 – c1) miliardi di euro. Ma quanto tempo ci vorrà affinché la
produzione raggiunga questo nuovo valore?
La risposta è: immediatamente ! Nella condizione di equilibrio, abbiamo assunto che
la produzione fosse uguale alla domanda. In altre parole, abbiamo assunto che la
produzione reagisse istantaneamente a variazioni della domanda. Nella funzione del
consumo abbiamo assunto che il consumo rispondesse istantaneamente a
variazione del reddito disponibile. Sulla base di queste due ipotesi, l’economia si
sposta istantaneamente dal punto A al punto A’: l’aumento della domanda provoca
un aumento immediato della produzione, l’aumento del reddito associato
all’aumento di produzione porta ad un aumento immediato della domanda e così
via. Tuttavia, nella realtà questo aggiustamento istantaneo non è plausibile. La
rappresentazione forma dell’aggiustamento della produzione nel tempo (cioè le
equazioni di quella che gli economisti chiamano la dinamica dell’aggiustamento e la
soluzione di questo modello più complicato), sarebbe troppo difficile. È invece molto
facile descriverla a parole:
 Supponiamo che le imprese scelgano il loro livello di produzione all’inizio di
ciascun trimestre. Una volta che l’impresa ha assunto questa decisione, la
produzione non potrà essere modificata nel corso di quel trimestre. Se gli
acquisti dei consumatori superano la produzione, le imprese ridurranno le scorte
per soddisfare la maggiore domanda. D’altra parte, se gli acquisti sono inferiori
alla produzione, le imprese accumuleranno scorte.
 Supponiamo ora che i consumatori decidano di spendere di più, cioè di
aumentare c0. Nel trimestre in cui ciò accade, la domanda aumenta ma la
produzione non cambia. Di conseguenza, neppure il reddito cambia.

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 Dopo aver osservato un aumento della domanda, nel trimestre successivo le


imprese fisseranno un maggiori livello di produzione. Questo aumento di
produzione porta a un aumento di pari valore del reddito e a un ulteriore
aumento della domanda. Se gli acquisti superano ancora la produzione, nel
trimestre successivo le imprese aumenteranno ulteriormente la produzione e
così via.
 Riassumendo, in seguito ad un aumento della spesa per consumi, la produzione
non raggiunge subito il nuovo equilibrio, ma aumenta progressivamente da Y a
Y’.
La durata dell’aggiustamento dipende dal modo e dalla frequenza con cui le imprese
rivedono i loro piani di produzione. quanto più frequentemente le imprese
aggiustano la produzione in seguito ad aumenti delle vendite, tanto più rapido sarà
l’aggiustamento.
Finora ci siamo concentrati su aumenti della domanda. Ma il meccanismo è
perfettamente simmetrico: riduzione della domanda fanno diminuire la produzione.

4. INVESTIMENTO = RISPARMIO: UN MODO ALTERNATIVO DI PENSARE


ALL’EQUILIBRIO SUL MERCATO DEI BENI
È l’approccio proposto per la prima volta da Jhon Maynard Keynes nel suo modello
del 1936, nell’ambito della Teoria generale.
Iniziamo dal risparmio totale, pari alla somma di:
 Risparmio privato: cioè il risparmio (S) dei consumatori che è uguale al loro
reddito disponibile al netto dei consumi
S = Yd – C
Usando la definizione di reddito disponibile, possiamo scrivere il risparmio come:
S=Y–T–C
 Risparmio pubblico: è uguale alle imposte (al netto dei trasferimenti) meno la
spesa pubblica. T – G. Se le imposte eccedono la spesa pubblica, il governo ha un
avanzo di bilancio, cioè il risparmio pubblico è positivo. Se le imposte sono
inferiori alla spesa pubblica, il governo ha un disavanzo di bilancio, cioè il
risparmio pubblico è negativo.
La produzione deve essere uguale alla domanda, che a sua volta è la somma di
consumo, investimento e spesa pubblica:
Y=C+I+G
Sottraendo le imposte T da entrambi i lati e spostando il consumo sulla sinistra
otteniamo:

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Y–T–C=I+G–T
Il lato sinistro di questa equazione è semplicemente uguale al risparmio (S) per cui
possiamo scrivere:
S=I+G–T
o, equivalentemente:
I = S + (T-G)
Il lato sinistro rappresenta l’investimento, il lato destro rappresenta il risparmio
totale (risparmio privato più risparmio pubblico).
Affinché il mercato sia in equilibrio l’investimento deve essere uguale al risparmio
(cioè la somma di risparmio privato e risparmio pubblico). Questo modo di definire
l’equilibrio spiega perché la condizione di equilibrio del mercato dei beni è chiamata
curva IS che sta per Investimento = Risparmio (Saving): quanto le imprese vogliono
investire deve essere uguale a quanto i consumatori e il governo sono disposti a
risparmiare.
Riassumendo esistono due modi equivalenti di esprimere la condizione di equilibrio
sul mercato dei beni:
produzione = domanda
investimento = risparmio
Notiamo però che le decisioni di consumo e di risparmio rappresentano in realtà due
facce della stessa medaglia: una volta deciso quanto consumare, il risparmio è
determinato per differenza e viceversa. L’equazione di comportamento del consumo
comporta che il risparmio privato sia dato da:
S=Y–T–C
= Y – T – c0 + c1 (Y-T)
Riordinando i termini, otteniamo :
S = - c0 + (1 – c1) ( Y- T)
Così come abbiamo chiamato c1 la propensione marginale al consumo, chiamiamo
(1-c1) la propensione marginale al risparmio. Essa ci dice quanta parte di un
incremento unitario di reddito viene risparmiata. L’ipotesi che la propensione al
consumo sia compresa tra 0 e 1 implica che la propensione al risparmio sia
anch’essa tra 0 e 1. Ciò significa che il risparmio privato aumenta all’aumentare del
reddito disponibile, ma meno che proporzionalmente. Sostituendo il risparmio
privato otteniamo:
I = - c0 + (1 – c1) (Y –T) + (T –G)
Risolvendo per la produzione otteniamo:
Y = 1/(1 – c1)*(c0 + I + G – c1T)

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IL PARADOSSO DEL RISPARMIO


Supponiamo che, per un dato livello di reddito disponibile, i consumatori decidano
di risparmiare di più. In altre parole, supponiamo che i consumatori riducano c 0,
aumentando in tal modo il risparmio. La produzione di equilibrio diminuisce.
Quando le persone risparmiano di più in corrispondenza del livello iniziale di reddito,
esse riducono i consumi. Ma tale riduzione, a sua volta, riduce la domanda e la
produzione. Torniamo all’equazione del risparmio privato:
S = -c0 + (1 – c1)(Y – T)
Da un lato, -c0 è maggiore (meno negativo): i consumatori risparmiano di più ad ogni
livello di reddito; ciò fa aumentare il risparmio. D’altra parte, il reddito Y ora è
minore; cioè riduce il risparmio. L’effetto netto sembrerebbe ambiguo; in realtà
possiamo dire con certezza in quale direzione si muoverà. Per capirlo, torniamo
all’equazione della condizione di equilibrio secondo la quale l’investimento e
risparmio devono essere uguali:
I = S + (T – G)
Per ipotesi, l’investimento non cambia e neppure T e G cambiano. Pertanto, per la
condizione di equilibrio, non può cambiare neanche il risparmio privato, S. anche se
gli individui vogliono risparmiare di più, in corrispondenza di un certo livello di
reddito, quest’ultimo si riduce in misura tale da lasciare il risparmio invariato.
Questa sorprendente combinazione di risultati è nota come paradosso del risparmio.
I risultati di questo semplice modello sono rilevanti nel breve periodo. Tuttavia,
considerando il medio e lungo periodo, altri meccanismi entrano in gioco e un
aumento del risparmio condurrà effettivamente a un livello di risparmio e reddito
più elevati nel lungo periodo. Resta comunque valido un avvertimento: le politiche
che incoraggiano il risparmio possono essere buone nel lungo periodo, ma nel breve
possono generare una recessione.

5. IL GOVERNO E’ DAVVERO ONNIPOTENTE? UN AVVERTIMENTO


Ci sono molti aspetti della realtà che non sono incorporati nel nostro modello e che
complicano il compito del governo:
 Cambiare la spesa pubblica o le imposte potrebbe essere tutt’altro che facile:
l’approvazione di nuovi progetti di legge da parte dell’autorità legislativa richiede
sempre molto tempo e rappresenta spesso il peggio incubo di un primo ministro.
 Abbiamo ipotizzato che l’investimento resti costante. Ma anche l’investimento
tenderà a reagire. Come pure le importazioni: parte della maggiore domanda da

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parte dei consumatori e delle imprese sarà diretta non a beni nazionali, ma a
beni esteri.
 Le aspettative contano. Per esempio, la risposta dei consumatori a una riduzione
fiscale dipende molto dal fatto che considerino tale riduzione transitoria o
permanente. Quanto più percepiscono la riduzione come permanente, tanto
maggiore sarà la loro risposta in termini di consumo.
 Realizzare il livello di produzione desiderato potrebbe causare spiacevoli effetti
collaterali. Per esempio, tentare di raggiungere un livello di produzione molto
elevato potrebbe accelerare l’inflazione e perciò essere insostenibile nel medio
periodo.
 Ridurre le imposte o aumentare la spesa pubblica potrebbe generare grossi
disavanzi di bilancio e portare all’accumulazione del debito pubblico.
Quest’ultimo può avere effetti perversi nel lungo periodo.
Per riassumere, la proposizione secondo cui, usando la politica fiscale, il governo
può influenzare la domanda e la produzione nel breve periodo è corretta e rilevante.
Tuttavia, man mano che affineremo la nostra analisi, il ruolo del governo in generale
e il corretto utilizzo della politica fiscale in particolare, diventeranno sempre più
difficili.

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