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ISBN 978-88-7018-
Martin Buber
Umanesimo Ebraico
a cura di

FRANCESCO FERRARI
Il curatore desidera ringraziare Sophia Maddalena Fazio per la preziosa colla-
borazione nella stesura delle traduzioni dei testi del presente volume. Nel cin-
quantesimo anniversario della scomparsa del pensatore, desidera altresì dedica-
re la curatela della presente antologia ai compagni della Martin-Buber-Gesell-
schaft, con i quali la memoria del filosofo vive, non solo nella lettera, ma anzi-
tutto nello spirito.
INTRODUZIONE

Umanesimo e antiumanesimo nel nostro tempo.


Attualità del pensiero di Martin Buber
a cinquant’anni dalla morte

Cinquant’anni fa, il 13 giugno 1965, ci lasciava Martin


Buber. Quale modo migliore di onorare la sua figura in una
simile ricorrenza, se non quello di mostrare quanto il suo pen-
siero sia vivo, e sempre e di nuovo forte sia la sua attualità?
Quale plesso di temi individuare, quale chiave ermeneutica
reperire a tal fine? Il curatore del presente volume ha scelto un
sintagma coniato da Buber medesimo, e da questi proposto a più
riprese, di volta in volta rielaborato, come un tema con varia-
zioni orchestrato progressivamente nel suo iter di vita e di pen-
siero, un sintagma che, nondimeno, racchiude una polarità, che
ognora avrebbe accompagnato il filosofo lungo tale percorso:
Umanesimo ebraico.
La figura di Martin Buber è entrata nei manuali di storia
della filosofia sotto almeno due etichette: “pensiero dialogico”
e “filosofia ebraica del Novecento”. E sebbene rubricazioni
simili siano tanto inevitabili quanto depauperanti, per lui come
per qualunque pensatore, resta vero come questi avesse compre-
so il carattere più profondo, specifico e originario dell’esistenza
umana nell’evento del dare e ricevere la parola, tanto tra uomo
e uomo quanto tra l’uomo e il divino, e proprio in un tale carat-
tere “parlato” vide la dimensione più profonda e peculiare della
Scrittura. Per quanto l’uomo fu sempre il termine ultimo del
filosofare buberiano, il suo pensiero non fu mai antropocentri-
co. Con la formulazione di un “a priori della relazione” nelle
pagine di Ich und Du (1923) egli comprese la dimensione del-
l’incontro e della ricettività come fondamentali per l’essere

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umano. Tale apertura originaria alla relazione trovò espressione
in una concezione della realtà come coappartenenza, e nella
comunità solidale (nel presente volume, si vedano testi come
Drei Sätze eines religiösen Sozialismus, 1928; Bemerkungen zur
Gemeinschaftsidee, 1931) il luogo della sua auspicata realizza-
zione. Laddove il problema di Buber fu sempre quello dell’uo-
mo, il tentativo di offrirvi una risposta avrebbe assunto, nei sag-
gi qui raccolti (e non solo), le sembianze di un vero e proprio
Humanismus.
Nella sua originaria apertura all’alterità, l’uomo entra in
relazione con il totalmente Altro: ma il totalmente Altro è al
tempo stesso, in Buber, il totalmente Presente. L’incontro con il
divino, nella pienezza dell’ora terrena, fu vissuto e interpretato
dal filosofo all’interno di un traditum, quello dell’ebraismo, ma
nella libertà dello spirito, e non nella passiva osservanza di una
“religione”. Il modo in cui Buber lesse e visse la mistica chassi-
dica, la Scrittura e il sionismo ce ne offrono la testimonianza. La
prima fu apprezzata dal filosofo, fin dai primi anni della sua
giovinezza, come la possibilità di una religiosità della relazione,
che si attesta nel rendere ogni legame con la creazione un gesto
sacrale. La seconda valse invece per lui come la testimonianza
di una serie di eventi d’incontro tra l’umano e il divino nel cor-
so della storia, eventi in cui l’uomo esperisce il ricevere la paro-
la, e apprende, nel rispondere, il valore della responsabilità. Il
terzo, quindi, fu fatto proprio da Buber lungo i binari di un sio-
nismo culturale antitetico a quello di Herzl, che lo porterà quin-
di, a quasi mezzo secolo di distanza, a posizioni recisamente cri-
tiche nei confronti dello Stato di Israele.
Pensatore atipico e soprattutto atopico, figura complessa e
non di rado contradditoria, Buber fu testimone del più breve e
più crudele dei secoli. In prima persona, o mediante le vicende
di amici e prossimi più cari, lo attraversò, conoscendo le sedu-
zioni estetizzanti dell’impero asburgico fin de siècle e i sommo-
vimenti rivoluzionari alla caduta della Germania guglielmina, i
febbrili fermenti della Repubblica di Weimar e i giorni senza
luce del totalitarismo nazionalsocialista, il Secondo conflitto
mondiale e la Shoah, la nascita dello Stato di Israele e il pren-

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dere forma della cosiddetta Guerra fredda. Con il temperamen-
to del genuino uomo della conoscenza, Buber vide avanguardie
artistiche e rivolgimenti politici senza precedenti, ma fu posto
soprattutto di fronte a orrori per i quali non esistevano parole, e
men che meno categorie storiografiche-filosofiche. Egli assi-
stette al tracciarsi, e quindi al compiersi, della parabola che
avrebbe condotto dalla Morte di Dio alla Morte dell’uomo – da
lui in vero già presagita fin dagli anni Venti, come attesta esem-
plarmente la conferenza Monologisches und dialogisches
Leben. Un’incrollabile fede nell’umanità, un doloroso amore
della vita e dell’essere umano lo avrebbero sempre accompa-
gnato e sostenuto nel suo difficile itinerario. Questa fede ha un
nome, conferitole da Buber medesimo: Umanesimo ebraico.
Umanesimo non significa qui, si badi bene, coltivare le belle let-
tere in una concezione erudita o salottiera del sapere. Implica
invece, oggi come nei cinquanta, settanta, ormai quasi
novant’anni che ci separano dagli scritti qui presentati, impara-
re a distinguere l’umano dall’inumano. Come Buber avrebbe
riconosciuto in occasione del conferimento del Premio della
pace dei librai tedeschi, attraverso il discorso Das echte Gesprä-
ch und die Möglichkeiten des Friedens (1953), un fronte attra-
versa le visioni del mondo, le ideologie e gli schieramenti su cui
s’arroccano gli uomini nel corso della storia, e, tanto nel
momento in cui prendeva la parola Buber quanto oggi, deve
essere riconosciuto: è il fronte che contrappone l’Homo Huma-
nus all’Homo Contrahumanus. Questo è il vero luogo di uno
scontro il cui epicentro è stato invece, con fatale errore, rinve-
nuto sempre e di nuovo nella diversità culturale, religiosa, ideo-
logica. La vera battaglia non è tra Übermenschen (di fatto:
Widermenschen) e Untermenschen (come credeva l’ideologia
nazionalsocialista), né tra americani e sovietici, né ancora, oggi,
quella tra l’Occidente cristiano e l’Oriente musulmano. Il vero
conflitto contrappone piuttosto Umanesimo e Antiumanesimo.
Torniamo al sintagma Umanesimo ebraico. Come ricono-
sce Buber medesimo in apertura dell’omonimo saggio del 1941,
esso è strettamente relato con quel Rinascimento ebraico (Jüdi-
sche Renaissance, 1901) che costituiva la parola d’ordine del

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suo attivismo cultursionista nei primissimi anni del secolo. La
rinascita dell’uomo, che costituì il principio fondamentale per
l’autoaffermazione dell’Età moderna, veniva qui auspicata da
Buber come una rinascita dell’ebraismo sita aldilà dei naziona-
lismi e degli interessi di partito. Concretamente, questo signifi-
cava la riscoperta e l’appropriazione dell’identità ebraica, anzi-
tutto mediante una serie di iniziative pedagogiche e culturali. La
valorizzazione della poesia, dell’arte visiva e del teatro ebraico
si resero visibili con la fondazione di una casa editrice ebraica
(lo Jüdischer Verlag, con sede a Berlino); un periodico come
Der Jude, diretto da Buber stesso, diede voce all’ebraismo tede-
sco negli anni del Primo conflitto mondiale e della Repubblica
di Weimar; l’Università ebraica di Gerusalemme fu fondata nel
1918 grazie a un’iniziativa intrapresa da Buber, Chaim Weiz-
mann e Berthold Feiwel fin dal 1902. A questo seguirà l’impe-
gno di Buber nell’educazione degli ebrei tedeschi adulti, attra-
verso un’istituzione come il Freies Jüdisches Lehrhaus di Fran-
coforte sul Meno – presso il quale, oltre a tenere numerosi inter-
venti su temi biblici e chassidici, egli presenterà le lezioni Reli-
gion als Gegenwart (gennaio-marzo 1922), cellula originaria di
Ich und Du – causa che Buber propugnerà nonostante l’imporsi
del regime nazionalsocialista, guidando con grande lucidità e
coraggio la Mittelstelle für jüdische Erwachsenenbildung
(1934-1938), con una libertà d’azione e d’espressione sempre
più ristretta (si veda Die Mächtigkeit des Geistes, discorso del
1934 al quale seguì, per il filosofo, il divieto di parlare in pub-
blico), consapevole che la fine della simbiosi tedesca-ebraica
era stata decretata e la catastrofe ormai imminente (come si
evince da Das Ende der deutsch-jüdischen Symbiose, 1939).
In un simile contesto, il filosofo ridefinì il suo pensiero
come un Umanesimo biblico (Biblischer Humanismus, 1933).
Buber, che da quasi dieci anni si dedicava a una nuova versione
tedesca della Scrittura, avviata in cooperazione con l’amico
Franz Rosenzweig, era sempre più convinto del carattere decisi-
vo del confronto tra l’uomo del suo tempo e la Bibbia ebraica.
In uno scritto come Der Mensch von heute und die jüdische
Bibel, con il quale il pensatore viennese apriva il volume Die

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Schrift und ihre Verdeutschung (1936), la Bibbia non si limitava
a offrire ammonimenti, valori e insegnamenti fondamentali per
contrapporsi a un’umanità in crisi in quanto sempre più mono-
logica (come emerge già dalla conferenza Monologisches und
dialogisches Leben, 1928), ma costituiva altresì il pilastro
incrollabile su cui edificare la propria resistenza spirituale din-
nanzi all’antiumanesimo dell’hitlerismo. Dalla ridefinizione e
dall’ampliamento delle prospettive già tracciate in Biblischer
Humanismus, in seguito alla migrazione in Eretz Israel, il pen-
siero buberiano si attestava quindi proprio come un Umanesimo
ebraico (Hebräischer Humanismus, 1941). Sempre e di nuovo,
la riscoperta e la coltivazione dell’humanitas presente nell’uo-
mo erano al centro delle preoccupazioni di Buber, non per un’a-
stratta e compiaciuta fruizione della Kultur, ma come risposta
effettiva al paventato trionfo dell’Homo Contrahumanus creato
dall’ideologia del Terzo Reich. L’humanitas che è alla base del-
l’Umanesimo ebraico vive nell’affermare l’unità dell’esistenza
umana sotto una guida divina che dà e riceve la parola, esige e
giudica, distinguendo in maniera netta e risoluta tra la verità e la
menzogna, così come tra la giustizia e l’ingiustizia. Il Dio della
Bibbia ebraica vuole che l’uomo diventi autenticamente “uomo”
non solo in singole manifestazioni, come accade presso tutti i
popoli, bensì nell’ordinamento di vita del suo stesso popolo, che
assume pertanto le connotazioni di una comunità di fede, cui
corrisponde la cosiddetta elezione di Israele, da un lato, e la
destituzione di ogni autorità terrena che oblii l’adagio di Leviti-
co 25,23 “mia è la terra e voi siete forestieri presso di me”, dal-
l’altro. L’esito coerente dell’Umanesimo ebraico buberiano è
allora, come si evince parimenti da un testo come Die Mäch-
tigkeit des Geistes, l’anarchismo teocratico.
Gli orrori della Seconda guerra mondiale e della Shoah, il
rischio concreto di una distruzione del pianeta attraverso la
bomba atomica, lo strapotere della tecnica in una società di mas-
sa sempre più anonima, corroboravano in Buber – e non solo: si
pensi a L’existentialisme est un humanisme di Jean Paul Sartre
(1945) oppure a Über Bedingungen und Möglichkeiten eines
neuen Humanismus di Karl Jaspers (1949), per non parlare del-

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la Universal Declaration of Human Rights dell’ONU (1948) –
la convinzione dell’urgenza di un nuovo Umanesimo. Questa si
riverberava chiaramente in testi buberiani come Hoffnung für
diese Stunde (1952) e Das echte Gespräch und die Möglichkei-
ten des Friedens (1953), e trovava espressione definitiva nel
discorso di ringraziamento tenuto dal filosofo in occasione del
conferimento del premio Erasmus: ancora una volta Buber ritor-
nava sul termine “Umanesimo”, e sarebbe stato a un Umanesi-
mo della fede (Gläubiger Humanismus, 1963) che avrebbe affi-
dato quello che, di fatto, costituisce il suo testamento spirituale.
Nei cinque decenni che ci separano dalla scomparsa del
filosofo, un coro via via più folto ha proclamato l’uomo come
antiquato, e una supposta condizione postmoderna ci ha persua-
si a tratti di essere approdati a un mondo postumano, dove simu-
lacri mediatici, protesi virtuali e avatar digitali avrebbero persi-
no ucciso la realtà. Ma aldilà di siffatte arditezze teoretiche, che
colgono nondimeno tratti veritieri del nostro tempo, negli ulti-
missimi anni, per non dire mesi, assistiamo invece, con copiosa
insistenza, alla barbarica messa a morte di vite umane, e a un
nuovo fare ricorso al cavallo di Troia della guerra in nome di un
dio. Tutto questo attesta come in un crepuscolo dove idoli e
ideali paiono essersi dileguati, dove i grandi racconti novecen-
teschi, compreso quello capitalista, hanno mostrato di aver fal-
lito, c’è un estremo baluardo a cui potersi appellare: proprio
quello dell’Umanesimo. Laddove il dialogo si prosciuga in uno
scambio di monologhi reciproci, aggressivi e sovente insinceri,
in cui la sfiducia esistenziale tra uomo e uomo e la paura paio-
no l’unica risposta, e vengono scaltramente coltivate da retori
privi di scrupoli, solamente la capacità di scorgere l’umano die-
tro ogni uomo e ogni gruppo di uomini, di cogliere una comune
humanitas trascendentale e trasversale, dimorante in ogni uomo
aldilà degli schieramenti del qui e ora, solamente un nuovo
affermarsi dell’Homo Humanus potrà offrire al tempo presente,
probabilmente più Contrahumanus che postumano, una ragio-
nevole speranza e una sicura base da cui potranno prendere
avvio durevoli e solidi processi di riconciliazione. Processi,
anzi, percorsi di riconciliazione che, tanto con il popolo tedesco

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a pochi anni di distanza della Shoah, quanto con quello palesti-
nese all’indomani della proclamazione dello Stato di Israele,
costituiscono ancora oggi il banco di prova più impegnativo e
l’impresa (non solo teoretica) più elevata dell’Umanesimo
ebraico di Martin Buber.

Francesco Ferrari

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